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Fingiamo che l’annegamento dei cittadini campani in un mare di rifiuti non sia anche un problema di ordine pubblico e di malavita organizzata e che dipenda, come altrove in Italia, solo dall’ingente quantità di pattume che riusciamo a produrre, qualcosa come oltre 650 kg per persona ogni anno. Cosa dovremmo fare operativamente per avviare a una soluzione definitiva la questione? Una discarica non è mai la soluzione globale del problema rifiuti, sebbene quello di gettare gli avanzi attorno sia uno dei gesti più antichi dell’uomo. Una discarica è solo un buco per gettare soprattutto materia organica - la cosiddetta «frazione umida» - che copre circa il 30% del complesso dei rifiuti solidi urbani (Rsu), cioè resti di frutta e verdura, avanzi di cibo, ossa, bucce e quant’altro. Poi c’è la carta (28%), la plastica (16%), il legno e i tessuti (4%), il vetro (8%) e i metalli (4%), insieme con gli altri rifiuti che compongono la «frazione secca». E la frazione umida puzza, pure se, paradossalmente, l’aria di una discarica è certamente più salubre di quella del centro storico di Napoli, strangolato dal traffico. La puzza dei rifiuti non è gradevole, ma non intossica, come invece le diossine dei cassonetti incendiati per le strade.

Le discariche poi sono pericolose perché, a lungo termine, comunque inquinano: per quanto isolate artificialmente e poste in luoghi geologicamente adatti, sono soggette a perdere liquidi con probabile contaminazione di falde idriche, suoli e gas. Le discariche mangiano territorio e spazi comuni, alterano il paesaggio, richiamano gabbiani, topi, cornacchie, piccioni. Insomma i buchi non funzionano, perché dovremmo ancora sorbirceli magari per sempre? Non è nemmeno una soluzione bruciare i rifiuti, come si suggerisce a gran voce, non tanto per i problemi di carattere ambientale legati alle ceneri solide o ai fumi emessi al camino, carichi di diossine e polveri sottili anche quando restano nei limiti di legge. Da questo punto di vista un inceneritore non è più malefico del traffico cittadino responsabile di centinaia di migliaia di morti l’anno solo in Italia. Piuttosto è il bilancio energetico a essere in difetto perché si ottiene molta meno energia da un oggetto bruciato rispetto a quella che si è dovuta impiegare per costruirlo. Bruciare i rifiuti non conviene.

Due sono le soluzioni e le conosciamo bene: primo, produrre meno rifiuti, cioè ridurre di peso e volume gli imballaggi, cosa che aziende e ditte non hanno ancora cominciato significativamente a fare. Secondo, raccogliere i rifiuti in maniera differenziata e riciclarli, operazione che porta quattro vantaggi: allunga la vita delle materie prime, riduce gli inquinamenti, fa risparmiare energia e tutela il paesaggio dall’apertura di nuove cave e miniere. È un’operazione vecchia, che già si faceva nel nostro Paese negli Anni 60, quando i netturbini venivano a raccogliere fino davanti la porta di casa il contenuto dei secchi zincati foderati di fogli di giornale. Anzi, fino dalla Napoli del Settecento, le cui strade erano pulitissime, perché tutto veniva portato agli orti della campagna per ammendare il terreno e coltivare.

Si dice: però in Campania c’è un’emergenza. Ma che emergenza è quando se ne parla da almeno quindici anni e non si sono fatti passi in avanti di un qualche rilievo? Forse la via per uscire dall’emergenza è quella di considerarla cronicizzata e di comportarsi come il buon senso vorrebbe prendendo il tempo che ci vuole: campagne di educazione sul problema, partenza di una seria strategia per la raccolta differenziata e riciclaggio, seguendo l’esempio di comuni più piccoli, ma oculati che hanno capito - prima della camorra - che i rifuti possono diventare un affare (pulito) quando non li si considera più scarti, ma risorse. Almeno fino a quando non si arriverà al sospirato (ma forse utopistico) azzeramento dei rifiuti. Nell’ormai mitologico comune di Peccioli (Pi) arrivano oltre 600 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani che qui vengono trattati e producono oltre tre milioni di euro l’anno con i quali l’amministrazione provvede alle spese correnti e anche a quelle straordinarie. Non contenti, a Peccioli hanno costituito un azionariato popolare per cui i cittadini si dividono i guadagni dello smaltimento controllato che gestiscono: 5 mila azionisti per un affare che non prevede speculazioni di Borsa e che non può conoscere crisi. Proprio quindici anni fa a Peccioli i rifuti erano un’emergenza, oggi sono una risorsa, converrebbe rifletterci.

«Devo tornare al mare, al solitario mare e al cielo...». Da quand'ero studente, questi versi di John Masefield non hanno mai smesso di emozionarmi. La nostra relazione d'amore con l'acqua salata è una strana faccenda. I greci veneravano l'Egeo «scuro come il vino», ma le popolazioni atlantiche erano più timorose che innamorate del mare, fino a non molto tempo fa. Solo nel XIX secolo il mare è diventato una meta desiderabile. I romantici hanno esaltato tutta la natura selvaggia ma delle icone romantiche solo il mare ha veramente resistito.

D'estate andiamo al mare in massa per nuotare, navigare, pescare. Ce ne stiamo, con l'acqua alle ginocchia, anche solo a guardarlo incantati. È come se l'umanità, i cui lontani antenati sono usciti dagli oceani, inconsciamente desiderasse ritornare a ciò che W.H. Auden chiamava «l'alfa dell'esistenza».

Il richiamo del mare è così forte che sempre più gente decide di andarci a vivere in permanenza. Sorprende sapere che oggi due terzi della popolazione mondiale risiede a meno di 80 chilometri dal mare. Le 16 maggiori città del mondo, con tre sole eccezioni, si trovano sul mare. Negli Usa circa la metà di tutte le nuove case vengono costruite vicino all'uno o all'altro «scintillante oceano»; una ricerca della fine degli anni Novanta diceva che gli americani si trasferivano sulle coste al ritmo di 3600 al giorno. Ma, nonostante il nostro professato amore, trattiamo il mare con sommo disprezzo. Masefield vedeva solo una «grigia foschia sul volto del mare». Oggi la superficie del mare è lordata da una spaventosa quantità di spazzatura. Ci piace andare al mare, ma quando ci arriviamo, inspiegabilmente, lo copriamo di plastica. Da una recente verifica è emerso che sulle 269 spiagge inglesi prese in considerazione si trovava una qualche spazzatura mediamente ogni 50 centimetri; un aumento di più dell'80% rispetto al decennio passato.

I colpevoli sono, in parte, quei tipi insopportabili che non possono andare a contemplare un panorama senza lasciarsi dietro un sacchetto vuoto di patatine e una lattina di birra (i malfattori più incalliti lasciano venti mozziconi di sigaretta e un pannolino sporco). Tuttavia questi sudicioni inveterati, per quanto odiosi, non sono il problema maggiore. Dappertutto si possono vedere orrendi residui di bottiglie di plastica. E la plastica, di sicuro il prodotto più detestabile della nostra età dell'idrocarburo, galleggia. Non è biodegradabile. Fa rumore quando ci si cammina sopra. E luccica nei giorni di sole, come per farsi ancor più notare.

I rifiuti di plastica sono ormai un problema mondiale. Quando il naturalista Tim Benton si è recato, non molto tempo fa, sull'atollo disabitato di Ducie Island, la più lontana delle Isole Pitcairn, a 5 mila miglia a est dell'Australia, ha trovato sulle sue coste 953 oggetti portati dal mare; e tra di essi c'erano 268 pezzi di plastica, 71 bottiglie di plastica, 29 pezzi di tubi di plastica e la testa di due bambole di plastica. E questi relitti sono solo la parte più evidente del torrente di spazzatura che la nostra specie getta in mare ogni giorno. Solo New York scarica 500 tonnellate di liquami di fogna. Il totale giornaliero di olii proveniente da fonti umane è poco meno di un milione di galloni. Il Mare del Nord contiene una quantità di fosfati 8 volte superiore a quella di 20 anni fa. Il mare sarà sempre profondo, ma è ancora blu?

In teoria ci sarebbero modi per far cessare tutto questo, per far rispettare i divieti di gettare rifiuti in mare. Tutte le navi mercantili, per esempio, potrebbero essere munite dei compressori di spazzatura realizzati dalla marina degli Usa. Ma ho il sospetto che anche così i marinai non smetterebbero di gettare in mare le loro bottiglie di Coca Cola. In fondo non vedono mai le spiagge in cui quelle poi finiscono.

Oppure le autorità locali potrebbero sorvegliare le spiagge, dare multe esemplari a coloro che le sporcano e organizzare regolarmente pulizie su vasta scala. Tuttavia non ho abbastanza fiducia nelle autorità locali: se le si tirano in ballo si finirà probabilmente per veder interdire del tutto alla gente l'accesso al mare.

Che cosa fare, allora? Questo pensiero mi ha tormentato per tutte le ore passate quest'estate in Galles a riempire sacchi con i rifiuti altrui. E sono arrivato a una risposta piacevolmente semplice. La soluzione è quel che sto facendo — con i volontari che si sono uniti a me, alla mia famiglia e ai nostri amici della vicina Nature Reserve in uno sforzo collettivo per pulire la nostra costa. In breve, è sempre la stessa storia. Se vuoi che qualcosa sia fatto, in questo mondo, fallo tu. Masefield ha intitolato la sua poesia «Febbre del mare». Ma ora è il mare, non il poeta, ad avere la febbre. Solo noi, che amiamo sinceramente il mare, possiamo curarlo.

(Traduzione di Maria Sepa)

Da Italo Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972, p. 119.

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.

Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere il resto dell’esistenza di ieri è circondato da un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta portata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.

Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.

Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.

Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sè montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.

Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori: per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

Poche letture aiutano a interpretare le controverse vicende del governo dell’ambiente in Campania più dell’aureo libricino di Giorgio Agamben sullo stato di eccezione: la sospensione, giustificata con l’esigenza di tutelare i poteri pubblici di fronte a rischi e minacce eccezionali, di norme, garanzie e procedure che regolano l’ordinario funzionamento dello stato. All’approssimarsi per alcuni di essi del primo decennale dall’istituzione, è al concetto di stato di eccezione, più che a quello di emergenza che si deve oramai ricorrere per giustificare in Campania l’esistenza dei commissariati di governo di lungo corso, cui è demandata pressoché per intero la gestione di settori ambientali cruciali: rifiuti, emergenza idrogeologica, sottosuolo di Napoli, bonifiche, tutela delle acque, disinquinamento del fiume Sarno.

Perché lo stato di eccezione ha questa caratteristica: come nel caso della guerra al terrorismo internazionale, è più semplice decretarne l’inizio che programmarne la scadenza, dichiarando preventivamente con chiarezza gli obiettivi da perseguire, oltre i quali lo stato di eccezione non ha più ragion d’essere. Può allora succedere che la sospensione del regime ordinario possa dilatarsi indefinitamente, ben al di là delle motivazioni iniziali, inducendo testimoni avvertiti come Donato Ceglie a considerare i commissariati di governo campani come una “riforma istituzionale non dichiarata”.

In realtà, l’irresistibile propensione ai commissariamenti è una delle eredità della prima repubblica, con alcune differenze: mentre quella rispolverava i commissari soprattutto in occasione dei grandi hazard, sciagure naturali, terremoti, alluvioni, la seconda tende a farvi ricorso per gestire i rischi tecnologici – rifiuti, inquinamento, degrado ambientale – le conseguenze indesiderate della modernizzazione che caratterizzano la società del rischio descritta da Ulrich Beck.

I commissariamenti campani come stato di eccezione dunque, estremo tentativo di difesa dello stato dall’endemica inadeguatezza delle sue articolazioni locali, troppo esposte all’influenza di una criminalità organizzata in grado di muovere da sola un fatturato che, secondo i dati de Il Sole 24 Ore, equivale al 32% del pil regionale. Con un controllo ferreo, come evidenziato nel Rapporto Ecomafia 2005 di Legambiente, proprio di settori chiave tra cui il ciclo del cemento e degli inerti, il traffico di rifiuti, l’edilizia abusiva.

Ad ogni modo, quali che siano le buone ragioni per loro istituzione, è la durata stessa dei commissariati che impone oggi una serena valutazione del loro operato, con riferimento a tre aspetti tra di loro strettamente connessi: efficacia, sostenibilità politica, coerenza con gli obblighi assunti in sede comunitaria.

Riguardo al primo aspetto il giudizio non può che essere problematico. A dieci anni dall’istituzione del commissariato, la Campania è ancora in piena emergenza rifiuti mentre a Sarno, dopo le frane del ’98, le opere per la messa in sicurezza progettate dal commissario per l’emergenza idrogeologica sollevano perplessità crescenti, legate al loro impatto sull’ambiente ed alla effettiva capacità di mitigazione del rischio, come documenta in maniera convincente il libro che Antonio Vallario ha dedicato alla vicenda (Sarno, sei anni dalla catastrofe, Alfredo Guida editore)

Al di là del valore dei risultati conseguiti, c’è poi un problema di sostenibilità politica. In particolare, ci si chiede quanto sia giusto che le competenze delle amministrazioni ordinarie siano così vistosamente erose, mutilate dalle gestioni commissariali, in settori chiave che toccano capillarmente l’esistenza quotidiana dei cittadini e gli assetti territoriali, proprio mentre è in atto un processo che, attraverso l’elezione diretta e la redistribuzione costituzionale delle competenze, mira a dotare presidenti regionali, provinciali e sindaci di maggiore visibilità, poteri, autonomia e, in ultima analisi, responsabilità nei confronti degli elettori.

C’è infine un ultimo aspetto: lo stato di eccezione decretato con i commissariamenti straordinari in Campania, comporta una sostanziale sospensione delle direttive comunitarie in materia ambientale, insieme a tutti i meccanismi di controllo, valutazione e partecipazione pubblica che esse prevedono. Al di là di ogni facile ironia sugli eurocrati di Bruxelles, è utile ricordare come tutte queste procedure non costituiscano un’inutile farragine burocratica, quanto piuttosto l’unica, perfettibile strada che le democrazie liberali hanno sino ad ora escogitato per creare intorno a questioni contraddittorie e complesse, quali quelle ambientali, due condizioni indispensabili per una governance efficace: la responsabilizzazione di cittadini e portatori di interessi, la legittimazione del potere pubblico.

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Il mondo in scatola

Gabriele Polo

A guardarli in televisione, i rifiuti di Napoli sembrano un terrifico blob pronto a uscire dallo schermo per invadere le italiche case. Pur essendo una condizione vantaggiosa rispetto a chi ce li ha sotto casa, non è un belvedere. Né un belsentire, perché, mentre la politica si ingegna in soluzioni d'emergenza, llustrissimi esperti, via Tg e talk show, ci offrono le ricette per non rimanerne fisicamente sommersi: differenziare, riciclare, bruciare. Solo qualcuno va a monte del problema e invita a limitare la produzione del rifiuto. Abbastanza inascoltato. Non tanto per una frenesia consumistica in evidente contrazione, quanto per ciò che la «circonda».

Provate a guardare le merci esposte in un supermercato, spesso racchiuse da inutili confezioni. Gli esperti ci dicono che il 40% del volume dei rifiuti è rappresentato da quest'insieme di carte, cartoni, plastiche, gancetti d'alluminio. Tutto pesantemente inutile. E dannoso.

La riprova del trionfo dell'involucro ci si è materializzata davanti ieri, nelle forma di un ritardatario omaggio natalizio, spedito - a centinaia di indirizzi, crediamo - da una grande banca: una palla di Natale, bruttina in sé, con il solo pregio della coerenza tra mittente (la banca) e oggetto (la palla), ma soprattutto circondata da un assurdo contenitore. Una spropositata scatola di cartone (40 centrimetri di lunghezza, 25 di larghezza, 20 d'altezza) per veicolare gli 8 centimetri di diametro del «regalo», con centinaia di cubetti di polistirolo per «sostenerlo» e non farlo sentire solo come la particella di sodio della pubblicità di un'acqua minerale. L'elogio dello spreco. Il guaio aggiuntivo è che adesso ci sentiamo in colpa al solo pensiero di gettare in un cestino tutta quell'inutile roba. Non resta che chiedere al supercommissario De Gennaro. Magari ci manda in soccorso un reparto mobile.

Due sacchetti per uscire subito dall'emergenza

Paolo Cacciari

Proviamo a superare il grumo di sentimenti, «un misto di vergogna» e di rabbia che ci provocano le troppe parole sprecate sul caso dei rifiuti di Napoli.

In nome dell'«emergenza» mettiamo un attimo da parte le analisi delle cause e la ricerca dei responsabili. Ogni cosa a suo tempo; chi vorrà potrà sempre dire: «è stata colpa sua», oppure: «io lo avevo detto».

Muoviamoci invece con puro spirito umanitario e compassionevole per evitare ancora troppe sofferenze alla popolazione napoletana: sia quella che vive nell'immondizia, sia quella che difende il territorio.

Tutti coloro che si occupano seriamente del problema sanno che i rifiuti solidi urbani, domestici, si riescono a smaltire tanto meglio (provocando meno inquinamenti e con meno costi) quanto più vengono differenziati a monte per frazione di materiale e tipologia merceologica.

E' la logica esattamente contraria alla cosiddetta «filiera industriale», proposta in continuazione dalle lobby dei produttori, che prescrive: cassonetti indifferenziati lungo le strade, autocompattatori sempre più grandi, inceneritori di rifiuti «tal quali» (muniti di foglia di fico per il recupero di modestissime quantità di energia elettrica) e infine trattamenti vari per sistemare le ceneri e le polveri tossiche prodotte dalla combustione che costituiscono dal 20 al 30 per cento in peso dei rifiuti iniziali bruciati.

Viceversa, un piccolo gesto individuale, un modesto atto di assunzione di responsabilità collettiva sociale, potrebbe innescare un circuito virtuoso, rigenerativo, economico (anche se probabilmente meno profittevole) che si chiama raccolta differenziata.

Come ci dicono le centinaia di buone pratiche italiane e straniere, per iniziare basta separare i rifiuti solo per due componenti: in un sacchetto scuro (meglio se biodegradabile, in materiale biologico) si conferiscono gli scarti da cucina e tutti i residui umidi e putrescibili, nell'altro (meglio se trasparente, in modo che sia controllabile il contenuto) i rifiuti domestici solidi. Fatto questo tutto il resto viene da sé. I servizi di raccolta si possono organizzare a giorni alterni (ad esempio: i giorni dispari l'umido, i pari il secco).

Al posto degli inceneritori, che nessuno vuole, si possono costruire semplici impianti di compostaggio (biocelle che accelerano la stabilizzazione del materiale riutilizzabile in agricoltura), mentre gli impianti per il confezionamento delle famose ecoballe dovrebbero essere riconvertiti in separatori di materiali: plastiche, metalli, carta, ecc. I sovvalli e i materiali di scarto non recuperabili inizialmente, realisticamente, saranno molti, potranno essere conferiti in discariche per soli materiali secchi.

Ma nessuno avrà più di tanto da preoccuparsi, poiché non contenendo materiali putrescibili non si formeranno percolati pericolosi per le falde acquifere, né biogas puzzolenti.

Troppo semplice? Una riorganizzazione dei servizi sulla base della separazione umido/secco può richiedere un paio di giorni per l'informazione alla utenza e un altro paio per riorganizzare i servizi di raccolta. In attesa del potenziamento dei centri di compostaggio campani si potrebbe «esportare» fuori regione solo questa tipologia di rifiuti. Nel giro di un mese nelle discariche andranno solo rifiuti secchi non putrescibili.

Con grande beneficio per le popolazioni.

Per una volta, un'emergenza si risolverebbe in una diminuzione degli impatti ambientali, in una decrescita dei costi e degli sprechi. Viceversa Naomi Klein potrà trarre dalle vicende dei rifiuti napoletani un nuovo capitolo al suo Shock economy.

Il capitalismo crea disastri ambientali per trasformarli in opportunità. Più grandi sono le distruzioni, più finanziamenti, più spesa pubblica, più profitti privati potranno essere lucrati. Le grandi imprese, al pari delle amministrazioni statali, hanno bisogno di momenti di trauma collettivo (shock and awe, shock e sgomento, fisico e psicologico) per dedicarsi a misure radicali di «ricostruzione».

Basteranno tre o quattro inceneritori a salvare Impregilo e Bassolino?

Crisi aperta in Regione, maggioranza spaccata e tilt della linea ferroviaria che collega il Nord e il Sud dell'Italia. Questo il bilancio della lunga giornata di protesta dei cittadini acerrani, a Napoli per contestare nuovamente la costruzione del megaincenritore dell'immondizia campana nel comune partenopeo. Un corteo di 5.000 persone che ha sfilato in mattinata per le vie del centro; presidi a macchia di leopardo che hanno ostruito per ore il traffico napoletano; il blocco dei binari di treni e metropolitane alla stazione Garibaldi iniziato nel pomeriggio - proprio in concomitanza con l'avvio della sessione dedicata alla questione Acerra del consiglio regionale - e proseguito fino a sera; il secco no all'impianto del sindaco Espedito Marletta, sostenuto pienamente da Prc, Pdci e Verdi e sbattuto in faccia al commissario straordinario Corrado Catenacci durante un summit pomeridiano in prefettura. Sono stati tutti ingredienti della miscela che ieri sera è esplosa nella seduta fiume del consiglio. Risultato? Riaperta la partita sulla possibilità di impiantare il termovalorizzatore della Fibe di Cesare Romiti in località Pantano, con governo e commissariato in forte difficoltà. La seduta monotematica sul piano di smaltimento dei rifiuti campana aperta dall'intervento di Vittorio Nolli capogruppo del Pdci - che ha parlato per oltre 45 minuti accusando pesantemente l'operato del presidente Antonio Bassolino - ha infatti rimescolato le carte con conseguenze politiche che nei prossimi giorni metteranno in discussione la maggioranza Ds. A partire dalla posizione di Rifondazione che ha lanciato per la prima volta un ultimatum alla giunta: «Se il Consiglio regionale, il governo regionale - hanno detto Peppe De Cristofaro e Vito Nocera, rispettivamente segretari del Prc di Napoli e della Campania - non prenderà una chiara posizione, esprimendosia favore della richiesta di sospensione dei lavori per la costruzione del termovalorizzatore di Acerra (in attesa dellaVerifica d'impatto ambientale), il Prc aprirà la crisi nelle istituzioni». Dichiarazione questa che fa tremare la coalizione, considerata la presenza del partito di Bertinotti in tutte le amministrazioni locali disseminate per la Campania.

Infine, a sorpresa, anche Alleanza nazionale si è schierata a favore della sospensione dei lavori ad Acerra in attesa della nuova Via.

Insomma una seduta fiume iniziata in sordina con soli 31 consiglieri su 60 presenti in aula, ma con un crescendo di interventi e ribaltoni, tanti che in tarda serata Bassolino non era ancora riuscito a prendere la parola.

Ma se è stato caos in politica, non è andata meglio alla Stazione di Napoli centrale. Centinaia di manifestanti del comitato di Acerra esasperati dalla posizione della giunta, hanno completamente bloccato le linee ferroviarie. Già dopo alcune ore dal blitz Trenitalia è stata costretta ad adottare un piano di emergenza dirottando i treni a lunga percorrenza provenienti da Roma lungo la linea Cancello-Caserta mentre i viaggiatori diretti al Nord hanno dovuto raggiungere, con i convogli del servizio metropolitano, la stazione di Villa Literno e salire sui treni in partenza per Roma. I ritardi sulle partenze e gli arrivi sono stati calcolati in termini di svariate ore perché sulle linee ferrate intasate si è viaggiato quasi a passo d'uomo. Solo alle 21.00 i manifestanti insieme al senatore del Prc Tommaso Sodano hanno lasciato la stazione per dirigersi al Centro Direzionale, dove continuava la seduta del consiglio. Qui un gruppo ha disteso lo striscione portato come un trofeo: «Se il termovalorizzatore è bello e fa bene, allora fatevelo con vista sul mare».

Le ragioni di Acerra nell'articolo di Antonio Di Gennaro

L'inceneritore è una macchina due volte tossica. In primo luogo è tossica perché rilascia scorie pericolose che vanno sotterrate in discariche ad hoc, mentre il resto (quattro quinti) se ne va in fumo. Non sparisce, ma si disperde nell'aria e poi ricade sui nostri polmoni, sulle cose che mangiamo, sul terreno dove passeggiamo o giochiamo. È vero che un inceneritore ben gestito produce meno inquinanti di uno svincolo autostradale o di un ingorgo automobilistico. Ma i rifiuti sono un materiale poco omogeneo, con grandi variazioni di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura e l'abbattimento degli inquinanti va in tilt. Sempre nella speranza che nel materiale conferito non siano state nascoste sostanze tossiche, cosa ormai verificata per le «ecoballe» della Campania.

Affidereste voi il funzionamento di una macchina così pericolosa a chi ha gestito i rifiuti campani negli ultimi decenni? Ma l'inceneritore è tossico soprattutto perché inquina il cervello di molti amministratori locali e governanti nazionali, che aspettano da quella macchina, e non dalla riorganizzazione del ciclo dei rifiuti attraverso la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini - cioè di coloro che i rifiuti li producono - una miracolosa soluzione del problema. Dal Presidente della Repubblica a quello della Giunta regionale, dai nove commissari straordinari che si sono succeduti in quattordici anni al posto di comando dei rifiuti campani agli opinionisti di tutti gli organi di informazione, fino ai politici che intasano i tg, è tutto un sol coro: il problema si risolverà quando entrerà in funzione il cosiddetto «termovalorizzatore», cioè l'inceneritore. Come si fa nei paesi «moderni». Per il momento beccatevi la munnezza e guai a chi, dimostrando incompetenza e mancanza di spirito civico, protesta.

E' quindici anni che il commissario straordinario da una parte dilapida i soldi (due miliardi di euro!) e dall'altra cerca buchi, o spiazzi, o cave, possibilmente controllate dalla camorra, per sistemare i rifiuti che continuano a venir prodotti. Aspettando Godot: cioè l'inceneritore. Anzi, gli inceneritori. Nel primo piano regionale di gestione dei rifiuti campani del 1994, gli inceneritori dovevano essere tredici; poi sono stati ridotti a tre; poi a due, poi a uno, quello di Acerra, ancora in costruzione nel territorio più inquinato di tutta l'Europa. Un altro ne dovrebbe sorgere, tanto per non sbagliarsi, a quindici chilometri di distanza. I siti dove costruirli, come quelli dove collocare i cosiddetti Cdr e dove stoccare le ecoballe sono stati scelti - lo prevedeva il capitolato di gara indetta dalla giunta di Rastelli - dalla ditta vincitrice della gara: la Fibe (leggi Impregilo; cioè famiglia Romiti: nel periodo in cui costui dettava ancora legge alla Fiat) che ha comprato i terreni agricoli più degradati e per questo poco costosi, e poi ha messo a carico del Commissario i fitti mostruosi dei terreni dove si accumulano le ecoballe; terreni preventivamente acquistati a prezzi stracciati dalla camorra.

La Fibe aveva presentato il progetto tecnico peggiore, ma si era aggiudicata l'appalto - in pratica la gestione di tutti i rifiuti campani - garantendo di realizzare l'inceneritore in meno di un anno: una cosa che anche uno studente della terza geometri sa che è tecnicamente impossibile. Ma il commissario aveva fretta di avere l'inceneritore per risolvere finalmente il problema. Ed ecco il risultato. Un mese dopo l'aggiudicazione aveva già concesso la prima proroga. Oggi la Fibe, dopo 10 anni, è stata esautorata dal suo incarico - una cosa che Bassolino avrebbe dovuto fare otto anni fa - e le è stato vietato di occuparsi dei rifiuti per i prossimi anni. Ma la prima gara per sostituirla è andata deserta. Così, a completare l'opera è sempre la Fibe, e la seconda gara verrà verosimilmente vinta dall'Asm di Brescia: quella che ha costruito il più grande inceneritore d'Europa (dopo quello di Acerra) in violazione della normativa europea sulla valutazione d'impatto ambientale (Via).

E' questa la modernità che tutti aspettano? Nel frattempo era cominciata la farsa della raccolta differenziata (Rd): una manna per creare clientele con finti lavori. La Rd dei rifiuti urbani non è una cosa che si aggiunge alla raccolta ordinaria; così come un commissario straordinario per la gestione dei rifiuti non può aggiungersi ai molti organismi che già se ne occupano. O li sostituisce esautorandoli, e coinvolgendo invece la popolazione servita, così come la Rd investe tutta la produzione di rifiuti e richiede il coinvolgimento di tutti; oppure non serve a niente; fa solo danno e si risolve in puro spreco. Invece, a «disputarsi» la raccolta dei rifiuti in Campania per molti anni ci sono state alcune migliaia di lavoratori socialmente utili (Lsu) in carico alla Regione (molti erano gli eredi dei comitati dei disoccupati organizzati degli anni '70, gente costretta a fare il disoccupato organizzato di mestiere per una vita intera): alcuni ingaggiati dalla giunta di destra; altri da quella di centrosinistra; eri un Lsu di Rastelli oppure un Lsu di Bassolino; poi c'erano gli Lsu dei consorzi (istituiti dal Piano regionale del '94) che non hanno mai funzionato; poi c'erano gli Lsu in carico ai comuni, i quali, però, spesso avevano alle proprie dipendenze anche dei netturbini e/o avevano appaltato la raccolta a ditte esterne. Si era così arrivati ad avere fino a 20mila addetti in aggiunta a quelli ordinari.

Nessuno voleva cedere ad altri una fetta del proprio potere: cioè delle proprie clientele e per raccogliere i rifiuti ai lavoratori ingaggiati in via straordinaria non venivano dati, nonché camion e bidoni, nemmeno secchielli e palette. Per molti il lavoro era andare nelle scuole a spiegare agli studenti che cos'è la Rd che non si faceva. Così la Campania è rimasta per molti anni al 3 per cento di Rd e se oggi ha raggiunto il 15 (20 punti percentuali sotto l'obiettivo minimo previsto dalla legge, in attesa del 65 per cento prescritto per il 2012), il merito è solo dei sindaci di centocinquanta comuni campani che si sono rimboccati le maniche. C'è da stupirsi che in tutto questo bailamme, con camion che spariscono (non uno, ma una cinquantina) sotto gli occhi dei commissari, che sono stati anche dei Prefetti, cioè degli uomini d'ordine, senza che questi battessero ciglio; con remunerazioni per il governatore-commissario che, se abbiamo letto bene, hanno superato il milione di euro all'anno; con consulenze e finti lavori che hanno incistato l'ufficio del commissario nei gangli del potere locale al punto che oggi, per smantellarlo, si è ritenuta necessaria la nomina di un secondo commissario che si occupi solo della sua liquidazione; c'è da meravigliarsi se in tutto questo anche la camorra ha reclamato la sua parte?

Non è la malavita organizzata che corrompe l'amministrazione, ma è la cattiva amministrazione che richiama la camorra come il miele le mosche. Perché ormai cambiare gli amministratori è quasi impossibile: il sistema è bloccato. Cacciare Bassolino per tornare a Rastelli o a qualche suo sostituto? Cacciare la Jervolino per avere Martusciello? O viceversa? «A che pro?», si chiede qualsiasi persona di buon senso. E i napoletani di buon senso ne hanno da vendere.

Il problema che non entrerà mai nella testa dei governanti fino a quando non glielo faranno capire i cittadini, a cui però si fa di tutto per confondere le idee, è che i rifiuti sono un flusso: tante cose entrano nelle nostre case o nella nostra vita sotto forma di consumi; tante ne devono uscire, e in tempi sempre più brevi, sotto forma di rifiuti. Se mi si allaga la casa, prima di decidere dove strizzare i panni con cui cerco di asciugare il pavimento vado a chiudere i rubinetti. Lo stesso dovrebbe succedere con i rifiuti. Non è una cosa difficile da capire. L'inceneritore di Acerra (il più grande d'Europa) se mai entrerà in funzione nel 2009, e se mai i cittadini di Acerra o l'Unione europea gli permetteranno di bruciarle, ci metterà cinque-sette anni a smaltire i cinque milioni di ecoballe accumulati finora; nel frattempo se niente cambia se ne saranno accumulate altrettante che l'inceneritore di Santa Maria La Fossa, se mai sarà fatto, potrà cominciare a smaltire tra non meno di quattro anni; mentre il nuovo commissario, o chi per lui, continuerà a girare per la Campania alla ricerca di nuovi buchi dove sotterrare i rifiuti delle nuove emergenze.

Si chiede l'intervento dell'esercito (quasi una guerra: contro i rifiuti. O contro gli abitanti della Campania?) e non si ha il coraggio, e nemmeno l'idea, di proibire, almeno temporaneamente, la distribuzione di prodotti usa e getta e di merci imballate in contenitori inutili, a partire dall'acqua cosiddetta minerale che molte volte è più inquinata di quella del rubinetto. Ci si chiede come una persona intelligente e osannata come Bassolino possa essersi fatto sopraffare da un problema che ingigantiva giorno per giorno in quel modo davanti al suo naso. Ma è nella natura del potere chiudere gli occhi di fronte all'evidenza. Un altro personaggio altrettanto potente e osannato sta rimettendo in piedi la produzione italiana di automobili senza voler vedere che il prezzo del petrolio e il suo esaurimento metterà in ginocchio tutto il settore proprio quando lui penserà di aver risolto i problemi della sua azienda.

BARI - La rinomata "ruota" di Altamura - il pane casereccio di grano duro che si fa sulla Murgia, a cavallo tra la Puglia e la Basilicata, mille e cinquecento quintali al giorno destinati per la maggior parte al mercato nazionale, un euro e 55 centesimi al chilo - non è a rischio. Il frumento contaminato dal cadmio non finisce nei forni dei produttori locali e loro giurano che non l´hanno mai usato. Gli stessi magistrati assicurano che dalle analisi di laboratorio "il grano è risultato del tutto regolare e comunque conforme ai parametri stabiliti dalla vigente legislazione".

Ma l´inchiesta sui veleni dell´Alta Murgia che nel giugno scorso ha portato a tre arresti per gestione e traffico illecito di rifiuti, ha individuato una colossale discarica a cielo aperto che insieme all´ambiente e alla salute minaccia anche tutta l´economia della zona. Oltre trecento ettari di terreno sono risultati inquinati dalla presenza di cromo, stagno, mercurio e antimonio, con in più cospicue quantità di salmonella. Per quattro anni, dal 1999 al 2003, sarebbero state sparse su questi campi di pietra e di erba 176.700 tonnellate di sostanze contenenti plastica e metalli pesanti, inquinando le falde freatiche, l´acqua, il fieno e quindi il latte che poi viene trasformato in formaggi, ricotte e mozzarelle.

Le tre persone mandate agli arresti domiciliari, e poi rimesse in libertà, sono Silvestro Delle Foglie, 63 anni, titolare della Tersan di Modugno, un dinamico centro industriale nell´hinterland barese; il proprietario dei terreni Giuseppe Quintano e l´autotrasportatore Giovanni Loporcaro. In base alle deposizioni di alcuni testimoni, un paio di volte al giorno due camion scaricavano qui rifiuti anche pericolosi, mescolati ai fanghi prodotti dagli impianti di depurazione delle concerie toscane.

La sede della Tersan si trova alle porte di Modugno e i fumi maleodoranti dello stabilimento invadono spesso le strade del paese. Dall´ottobre ?99, nonostante lo status giuridico di "fallita", l´amministratore unico della società è la signora Sabina Cirone, moglie di Delle Foglie. E nello scandalo si ritrova coinvolto perfino il direttore scientifico dell´Arpa (l´Agenzia regionale Prevenzione e Ambiente), Onofrio Lattarulo, sospettato dagli inquirenti di aver omesso o alterato alcuni parametri nelle analisi di laboratorio aiutando così l´imputato a "eludere le investigazioni della Procura della Repubblica", ma poi rimasto tranquillamente al suo posto.

Ora, sulla stessa statale 96 che collega Bari e Altamura, ai confini di quello che sarà il Parco naturale dell´Alta Murgia, è stato appena sequestrato dalla magistratura un mega-impianto per la lavorazione dei rifiuti, costruito dalla Tersan-Prometeo in violazione dei vincoli paesaggistici e urbanistici. A detta dei proprietari, dovrebbe essere uno stabilimento all´avanguardia per la produzione di "compost", il materiale di riciclo che poi viene utilizzato come terriccio e fertilizzante. Ma in realtà, con le sue 800 tonnellate al giorno di rifiuti che potrebbero arrivare a 1000, compresi magari le plastiche e i fanghi al cromo che hanno già contaminato la zona, questa rischia di diventare una micidiale "bomba ecologica", come denuncia da tempo - insieme a tutto il fronte ambientalista - l´associazione culturale "SenzaReti" che ha promosso la raccolta di cinquemila firme di cittadini per un referendum comunale contro il progetto.

E´ proprio la Puglia, secondo il Corpo forestale dello Stato, la Vandea dei rifiuti, il regno delle discariche abusive, la regione italiana che ne nasconde il maggior numero: 600, di cui una gran parte ancora attive, pari al 12 per cento del totale. Ma in tutto il Mezzogiorno questo è ormai un business diffuso e redditizio, intorno a cui prospera la cosiddetta ecomafia. Altro che raccolta differenziata, recupero e riciclaggio dei contenitori; altro che inceneritori o termovalorizzatori per bruciare i rifiuti e ricavarne energia. Al Sud siamo ancora alla preistoria, all´età della pietra, al traffico clandestino in mano alla criminalità più o meno organizzata. E il peggio è che i rifiuti di ogni genere, compresi quelli tossici, arrivano qui da tutt´Italia e perfino da tutta Europa.

In Campania, in Puglia, in Calabria e in Sicilia, opera a pieno regime quella che Legambiente chiama la "Rifiuti SpA", una grande centrale che tratta e smaltisce abusivamente i rifiuti cosiddetti speciali, meglio ancora se pericolosi, inquinando così l´ambiente e anche il mercato. Ormai è diventato un tema ricorrente nelle denunce dei magistrati che operano in prima linea nelle regioni meridionali. «Il fenomeno delle ecomafie - avverte il procuratore generale di Bari, Riccardo Di Bitonto, nella Relazione con cui ha inaugurato lo scorso anno giudiziario - costituisce un paradigma della strategia della moderna criminalità organizzata. La presenza delle organizzazioni delinquenziali non si manifesta più unicamente attraverso il compimento di delitti di sangue. I crimini strutturali di queste organizzazioni sono quelli silenziosi della penetrazione nell´economia e nel ciclo dei rifiuti».

In un Mezzogiorno che dovrebbe vivere principalmente di agricoltura e turismo, la montagna di immondizia smaltita illegalmente non è neppure quantificabile con esattezza. Per approssimazione, ammonta a qualche milione di tonnellate di residui, spesso altamente pericolosi, che hanno finito per contaminare aree anche molto vaste. Lungo le rotte dei traffici illeciti, da Nord a Sud, viaggia davvero di tutto: scorie derivanti dalla metallurgia termica dell´alluminio; fanghi prodotti dalle concerie; polveri di abbattimento fumi, derivanti spesso da industrie siderurgiche; trasformatori con oli contaminati da Pcb (i famigerati policlorobifenili); reflui liquidi contaminati, come quelli al mercurio dell´Enichem di Priolo; ma anche rifiuti e terre provenienti da attività di bonifica. Si sta verificando, purtroppo, quello che Legambiente aveva già segnalato: le attività illecite della "Rifiuti S. p. A." rischiano di pregiudicare le stesse attività di risanamento dei siti contaminati.

Oltre alla varietà e alla pericolosità dei rifiuti illeciti, a preoccupare ancora di più gli ambientalisti è la grande fantasia delle attività di smaltimento illegale: fanghi industriali altamente contaminati sono utilizzati come fertilizzanti in aziende agricole; polveri per l´abbattimento dei fumi, particolarmente tossiche, finiscono nelle fornaci in cui si producono laterizi oppure nei cementifici; residui di fonderia vengono smaltiti nelle fondamenta di cantieri edili; rifiuti speciali e pericolosi sono trasformati in rifiuti urbani, apparentemente innocui, da avviare agli impianti di incenerimento; rifiuti prodotti in Campania vengono smistati ufficialmente in impianti autorizzati allo smaltimento in Abruzzo, ma in realtà finiscono in discariche abusive della stessa Campania, con relative compensazioni economiche in nero tra le società coinvolte nei traffici; rifiuti pericolosi vengono miscelati illegalmente oppure occultati sul fondo di fusti che contengono sostanze apparentemente innocue, come nel caso di Priolo.

Il Mezzogiorno, insomma, grande "pattumiera d´Italia". Come se già non bastassero la disoccupazione, la povertà, l´immigrazione clandestina, il contrabbando, la criminalità organizzata e quant´altro. O forse, proprio a causa di tutto questo.

Giovan Battista de’ Medici

«Folle farla qui, è zona vulcanica. Sono gli affari a guidare le scelte»

Il geologo all’università Federico II ed ex consulente del commissariato ai tempi di Bertolaso: le mie proposte? Cestinate

Professor de’ Medici parliamo della discarica di Pianura. «Per carità, è un scelta folle». Giovan Battista de’ Medici, geologo applicato e idreogeologo, professore alla Federico II di Napoli. Per due mesi ha collaborato con il Commissariato straordinario all’emergenza rifiuti ai tempi di Bertolaso. Il suo compito era quello di individuare siti per lo stoccaggio dei rifiuti, cosa che ha puntualmente fatto. Le sue proposte evidentemente non erano gradite e, come si dice, qualcuno ha deciso di fare a meno della sua collaborazione.

Professore, perché giudica la discarica di Pianura una scelta folle?

«Innanzitutto siamo in una zona protetta, un parco naturale. E non è possibile che lo Stato costruisca discariche proprio qui. Lo vietano la normativa e il buon senso. Ma il problema più grave è che siamo in una zona vulcanica attiva, dove il rischio di bradisismo è fortissimo. C’è poi un pericolo concreto di inquinamento delle falde acquifere, e stiamo parlando di falde idrotermali, anche se nessuno lo dice».

Che fine hanno fatto i siti alternativi che lei proponeva?

«Non lo so, ho presentato una relazione dettagliata corredata da un dvd con tutte le proposte».

Lo hanno cestinato?

«È un mistero. I siti che proponevo rispondevano ad una serie di requisiti: lontananza dai centri abitati, raggiungibilità, terreni che non fossero di grande pregio paesaggistico o economico e che fossero soprattutto impermeabili».

Dov’erano questi siti?

«In provincia di Avellino, Alta Irpinia e Baronia, si tratta di luoghi che sono stati sempre valutati idonei per attività di questo tipo ma che nessuno ha mai voluto utilizzare».

Perché, secondo lei?

«Guardi che dietro i terreni da impiegare come discariche ci sono fortissimi interessi economici. Dissi a Bertolaso di intervenire, gli ricordai che come commissario aveva poteri decisionali straordinari. Non lo fece».

Il 27 luglio scorso lei è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Cosa ha detto?

«Ho portato anche lì la mia proposta».

La sua audizione è stata secretata, perché?

«Questa è una novità che apprendo adesso».

Torniamo a Pianura.

«Che è l’ultimo esempio di scelte sbagliate. Pensi che tra le località indicate come siti per stoccare i rifiuti ce n’era uno a Carinola, in provincia di Caserta. Si tratta di un’area ad altissima produttività agro-alimentare, questa è la zona della mozzarella di bufala, un’attività che dà lavoro a 20mila persone. Una follia. Non so quali interessi ci siano dietro proposte di questo genere».

Professore, qualcuno propone l’utilizzo delle cave sottratte alla camorra.

«Sono contrario. Primo perché si tratta di terreni di natura calcarea e per impermeabilizzarli occorrono investimenti fortissimi. Secondo perché così lo Stato di fatto condona i proprietari che non hanno provveduto, come per legge, a bonificare le cave».

Dopo 14 anni di gestione commissariale siamo ancora in emergenza, qual è il suo giudizio?

«Sono indignato e allarmato. Allarmato perché per risanare i siti di stoccaggio delle ecoballe ci vorranno anni. I terreni sono inquinati dal percolato che rilascia nel terreno sostanze altamente tossiche. Indignato perché sono stati sprecati miliardi e ci siamo ridotti a questo punto. Se tutto andrà bene ci vorranno almeno cinque anni per tornare alla normalità».

Francesco Forgione

«Il sistema dei commissari è criminogeno»

Il presidente della commissione Antimafia: sui rifiuti la politica ha fallito

«Il ciclo dei rifiuti ha sostituito nell’economia criminale il ciclo del cemento che si era invece imposto dopo il terremoto dell’Irpinia. La tragica modernità della camorra sta anche in questo. I rifiuti oggi sono il grande affare che fa da collante fra la criminalità organizzata, ambienti politici collusi e imprese». Il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Francesco Forgione sa bene quanto gli affari milionari dello smaltimento dedi rifiuti stiano a cuore alla criminalità organizzata. Ma sa bene quanto questa situazione sia figlia di errori politici, di sottovalutazioni e cattive gestioni che oggi rischiano di condannare la politica campana.

Presidente, sembra ormai appurato che accanto alle proteste popolari ci sia chi soffia sul fuoco in nome degli affari camorristici.

«Purtroppo sì. La camorra è forse il soggetto più interessato al ciclo dei rifiuti in quanto parte di un sistema di interessi a cavallo fra la politica, l’economia e le istituzioni che si è radicato in Campania crescendo e lucrando sul business dell’immondizia. Anche grazie alla miopia della politica, in Campania e non solo».

In queste ore lei ha ripetuto spesso che è arrivato il momento di abbandonare la strada della gestione commissariale. Come mai?

«Perché contiene in sè fattori criminogeni. Quando in nome dell’emergenza si possono spezzettare gli appalti, quando per operare non è più necessaria la certificazione antimafia in un territorio in un cui la criminalità la fa da padrone, è chiaro che sussistono tutte le condizioni perché la camorra si muova per avere la sua parte in un immenso giro di denaro. È un dato ineludibile. E la camorra in questi anni, ha gestito interamente il ciclo dei rifiuti: dalla raccolta, all’individuazione dei siti necessari fino alla smaltimento. Il commissariamento ha fatto in modo che questo sistema si consolidasse senza contrastare i fattori criminogeni: oggi la politica campana paga questa incapacità di mettere in discussione l’intero sistema, la sua illusione di poterlo gestire senza ripensarlo totalmente».

Senza parlare di quella politica che invece si è messa da tempo a disposizione degli interessi criminali.

«In Provincia di Napoli sono più i consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose che quelli sopravvissuti, siano essi di centrosinistra che di centrodestra. Questo significa che la politica in Campania non è più in grado di offrire una visione alternativa della gestione dei programmi, dei contenuti e dell’intero sistema della relazioni sociali. Ed è un problema che riguarda l’intero Mezzogiorno, non soltanto la Campania: è l’incapacità di dare risposte pubbliche. È arrivato il momento che il centrosinistra affronti una riflessione radicale sulla funzione di governo nel sud Italia. Non basta la sostituzione delle classi dirigenti se restano immutate le dinamiche di potere, per questo credo sia arrivato il momento di scelte di rottura. Forse siamo ancora in tempo per recuperare il rapporto di fiducia fra la funzione di governo e le popolazioni».

NAPOLI - Intorno alla culla del "mostro" che deve nascere, un cordone di trecento poliziotti distribuiti in piccoli drappelli presidia tutte le vie di accesso giorno e notte, ventiquattr´ore su ventiquattro. E il travaglio rischia di continuare, in queste condizioni, almeno per un paio d´anni.

Il "mostro" è l´inceneritore di Acerra, alle porte di Napoli, teatro della sommossa popolare che a metà agosto ha provocato una guerriglia fra dimostranti e forze dell´ordine, con numerosi feriti da una parte e dall´altra. La culla è un quadrato di trecento metri per trecento, circa dieci ettari di terreno una volta agricolo, dove è aperto il cantiere per il termovalorizzatore della discordia, l´impianto che dovrebbe bruciare i rifiuti e trasformarli in energia.

Basta girare per le strade del paese per capire che la rivolta cova sotto le ceneri, pronta a riesplodere da un momento all´altro. Le scritte sui muri, perfino quelli davanti al Municipio, o sulle lenzuola appese ai balconi, sono perentorie e minacciose. "No all´inceneritore"; "No alla diossina"; "Termovalorizzatore = tumore"; "Non ci arrenderemo mai"; "Pagherete caro, pagherete tutto". E così via, con accuse di racket e di mafia all´indirizzo dell´azienda costruttrice, del governo e del commissario straordinario per l´emergenza rifiuti, un´emergenza che in Campania dura ormai da dieci anni.

Sono i soliti "terroni" - brutti, sporchi e cattivi - che non vogliono l´inceneritore e preferiscono tenersi l´immondizia per strada? Sono gli ambientalisti che alimentano l´allarmismo e il panico tra la popolazione ignorante? E´ la camorra che soffia sul fuoco per difendere il business delle discariche abusive? Oppure c´è dell´altro, un´altra verità più complicata e nascosta che può essere utile anche lontano da qui, fuori da questa regione, per mettere a fuoco la questione rifiuti su scala nazionale?

Per quanto il caso di Acerra abbia certamente caratteristiche e aspetti del tutto specifici, è in realtà il paradigma di un degrado che ancora una volta spacca in due l´Italia e contrappone un Nord più ricco ed evoluto, dotato già di 34 inceneritori, a un Sud più povero e arretrato dove ne funzionano al momento soltanto 4, mentre il Centro ne ha 10. Il fatto è che questo ritaglio della "Campania felix", compreso fra Nola, Marigliano e appunto Acerra, destinato dalla natura alla coltivazione dei pomodori, delle patate e dei carciofi, s´è trasformato ormai da tempo in un "triangolo della morte": una landa infelice soffocata dai veleni della diossina, con una crescita dei tassi mortalità per tumori più alta di quella nazionale, tra discariche abusive, falde acquifere inquinate, pozzi chiusi per ordine della magistratura e pascoli proibiti per ragioni cautelative. E´ più che comprensibile, perciò, che lo spettro dell´inceneritore più grande d´Europa, con la tipologia più vecchia e inquinante, provochi da queste parti l´effetto di una miccia in una santabarbara, accendendo le paure degli abitanti, per lo più contadini e commercianti.

"Il nostro è un territorio già malato che avrebbe bisogno di una grande bonifica", spiega con una fermezza pari alla moderazione Giovanni La Montagna, professore di Lettere e filosofia al liceo, consigliere comunale della Margherita ed esponente di punta del Comitato cittadino contro l´inceneritore. Proprio intorno a questo movimento popolare, s´è saldata la "santa alleanza" catto-comunista fra il Comune "rosso" e la Curia locale: da una parte il sindaco di Rifondazione, Espedito Marletta, a capo di una giunta anomala di centro-sinistra, con il trattino, senza i Ds e i socialisti; dall´altra, il vescovo Giovanni Rinaldi. Verrebbe da pensare a un remake di "Peppone e don Camillo", se non fosse che il sindaco è un tranquillo funzionario dell´Ufficio delle Entrate di Napoli, con un fratello sacerdote; mentre monsignor Rinaldi ha l´aria paciosa e rassicurante di un parroco di campagna.

Impegnato in prima linea contro l´inceneritore, come tanti altri vescovi del Mezzogiorno sul fronte della criminalità organizzata, della droga o dell´immigrazione clandestina, a chi gli ricorda il suo ruolo di "pastore d´anime" lui risponde senza scomporsi: "L´uomo è fatto di anima e corpo. Se si ammala l´una, soffre anche l´altra e viceversa". Sebbene i richiami della Conferenza episcopale l´abbiano indotto a una maggiore prudenza, dopo le violenze e gli scontri di metà agosto, monsignor Rinaldi non sembra intenzionato a rinunciare però alla sua "testimonianza cristiana in favore della vita, della salute e dell´ambiente".

Se quello di Acerra è diventato dunque un caso-limite, per le condizioni particolari di questa zona che precedono di gran lunga le polemiche sull´inceneritore, la colpa non è certamente del vescovo, del sindaco né tantomeno della popolazione. Si legge in un appello diffuso congiuntamente dalle maggiori associazioni ecologiste e sottoscritto da Andrea Masullo per il Wwf, Ciro Pesacane per il Forum ambientalista e Maurizio Gubbiotti per Legambiente: "Accade a volte che per un interesse generale fondamentale una comunità locale debba sobbarcarsi oneri e rischi particolari, ospitando sul proprio territorio impianti nocivi all´ambiente e alla salute. Ma quando ciò accade le argomentazioni oggettive e serie dei proponenti usualmente vengono spese per creare quel consenso senza il quale in una democrazia non si possono imporre rischi o vincoli a nessuno".

Qui, invece, dopo dieci anni di emergenza rifiuti e di allarme diossina, di tumori e di malattie respiratorie, di proteste e di mobilitazione popolare, il cantiere per il mega-inceneritore è stato aperto all´indomani di Ferragosto con l´intervento della forza pubblica. La collocazione dell´impianto, come sostiene un documento dell´ufficio stampa della Diocesi di Acerra, "è stata decisa dalla ditta vincitrice dell´appalto (mandataria la Fisia Italimpianti, mandante l´Impregilo del Gruppo Fiat - ndr) e non dagli organismi democraticamente eletti per il governo del territorio". E infine, il parere della Commissione Via (valutazione di impatto ambientale) risale al dicembre ?99; "non appare chiaramente positivo"; ed è stato espresso in una relazione "scandalosa e piena di contraddizioni": tanto che il 6 luglio 2000 l´allora ministro dell´Ambiente, Willer Bordon, ha "convenuto sulla contraddittorietà del parere espresso dalla Commissione", riconoscendo anche che "la tecnologia proposta dalla Fisia non è particolarmente innovativa e la documentazione presentata è in parte lacunosa e sommaria".

Se esistono al Nord o altrove termovalorizzatori che funzionano, producono energia e non inquinano, come vedremo nel corso di questa inchiesta, ciò non significa dunque che - a parte le violenze o le strumentalizzazioni della camorra - la rivolta popolare di Acerra sia infondata e illegittima. In attuazione delle direttive europee, il decreto Ronchi del 5 febbraio ?97 prescrive tre fasi nella gestione dei rifiuti: prevenzione della loro produzione, cioè riduzione delle quantità; poi recupero, reimpiego e riciclaggio dei contenitori o degli imballaggi; e quindi da ultimo lo smaltimento. L´intero processo, però, si basa necessariamente sulla raccolta differenziata, per separare i diversi materiali e in particolare la plastica, i rifiuti industriali e quelli chimici. Altrimenti, buttando tutto insieme nello stesso forno, si rischia di produrre - oltre al combustibile - anche altra diossina e altri veleni. Solo che per legge la raccolta differenziata dovrebbe arrivare almeno al 35 per cento del totale, mentre in Campania raggiunge appena il dieci per cento.

(1. continua)

A proposito del termovalorizzatore di Acerra ecco un articolo di Antonio Di Gennaro

Ho ricevuto nei mesi scorsi diverse sollecitazioni a intervenire sulla questione dei rifiuti a Napoli e in Campania. Ho sistematicamente declinato l'invito per il fatto di non riuscire a capire cosa succedesse esattamente. Come mai le autorità locali (responsabili dei governi regionale, provinciale e comunale) non sono mai stati seriamente contestati (fino a ieri) dalla popolazione per la loro incapacità o mancanza di volontà di affrontare il problema? I risultati elettorali delle ultime elezioni hanno premiato alla grande Antonio Bassolino e Rosa Iervolino per loro indubbi meriti, ma nonostante la assoluta inanizione rispetto alla questione dei rifiuti. E ancora non trovo una riposta. O, forse, la risposta sta proprio nella confusione, nel fatto che i diretti interessati concorrono a rendere la situazione poco chiara.

Non parliamo poi degli opinionisti: Dio ce ne scampi. Chi rivela al Tg1 che le responsabilità vanno individuate nelle regioni del Nord che si accordano con la camorra per portare a Napoli e in Campania i rifiuti tossici. Chi trova la soluzione affidando la gestione di Napoli a governanti stranieri (come un giovane autore intervistato con larghezza da Repubblica). Chi se la prende con la tolleranza dei napoletani. Chi - tanto per cambiare - richiede l'intervento dell'esercito.

Sulla prima spiegazione - nota da una decina di anni grazie al lavoro dei magistrati - c'è da obiettare che ciò non riguarda le cento mila tonnellate di rifiuti da smaltire ora. Il fatto stato è terribile e bisogna ancora indagare sul fenomeno e soprattutto sui suoi potenziali effetti. Ma c'entra poco o niente con le montagne di rifiuti, certo schifose, ma meno pericolose e certamente evidenti e alla luce del sole. Segue il solito gusto napoletano per l'autodenigrazione collettiva che non porta da alcuna parte. C'è poi sempre la trovata dell'esercito, sistematicamente ricorrente quando ci sono guai a Napoli, invocata questa volta non a caso anche dalla Lega.

Il grande protagonista nelle spiegazioni è la Camorra. Tutti sanno e dicono che è colpa della camorra: dalla casalinga di Voghera a Bassolino. Questa è la spiegazione vincente. Peccato che non sia una spiegazione. La camorra - ovviamente - c'è e fa affari. E c'era anche quando insieme ai politici tangentisti lucrava sulle discariche (tanto a chilo al politico di turno). Ma il riferimento alla camorra finisce per essere generico e mitico. Sarebbe utile capire cosa fa esattamente e quali sono gli intrecci e con quali politici opera e come. Se ne invoca invece il ruolo per spiegare sia la gestione dei rifiuti che le rivolte. Nel vederla dappertutto si finisce per non vederla dov'è.

Tra l'altro la spiegazione pan-camorrista fa assolutamente comodo ai politici perché così non devono spiegare la loro incapacità o mancanza di volontà. Il governatore Bassolino ha dichiarato di voler restare al suo posto per portare avanti l'impegno nella lotta alla camorra. Viene da chiedersi cosa ha fatto da quando è governatore in materia di rapporto camorra/rifiuti. Sarebbe stato utile per la Regione se avesse condotto anche la lotta contro il ruolo dell'Impregilo (che tanta parte ha nella mancata volontà o possibilità di affrontare la questione dei rifiuti in Campania). E mi chiedo perché non se ne parli quasi mai. Mistero napoletano.

Un altro pezzo di mistero sta nei messaggi che inviano i politici. Le vuote dichiarazioni del ministro Nicolais che, dopo aver cenato con il Presidente della Repubblica a Capri, si dichiara «molto dispiaciuto per la situazione» mi hanno lasciato più stupefatto che indignato. Ma poi ho capito che sono le meno gravi. Ben più preoccupanti mi sembrano le allusioni e i messaggi in codice che si inviano i politici locali (il presidente di questa o quella provincia che si lamenta «per non aver avuto risposta alla sua offerta» per la soluzione del problema) Rosa Iervolino, sindaco di Napoli, poi se la prende con chi ha scelto il sito di Pianura e appoggia i rivoltosi. Certo, si tratta di uno dei posti più belli del paese (il parco degli Astroni) per altro già distrutto dalla speculazione edilizia (con o senza camorra). Anche lei ci poteva pensare prima. Mistero.

Quando poi la televisione - inquadrando Villa Rosbery (la residenza napoletana del Presidente della Repubblica a Posillipo) - fa sapere alla nazione che il Presidente ha preferito stare a Capri a per marcare la distanza da Napoli, ho pensato che si è raggiunto il colmo. E ancora non c'è stata alcuna smentita da parte del Quirinale.

Questa è Napoli. O forse no: forse c'è anche dell'altro. Ma in questo momento il peggio domina. Domina nella realtà e domina anche nell'immaginario. Il successo delle descrizioni orribili di Napoli (piene di creazioni anche immaginifiche, come quelle dei container pieni dei cadaveri sfusi di cinesi) hanno un successo strepitoso. Le specifiche responsabilità vengono annegate nel mare delle spiegazioni antropologiche. E tutto va avanti come prima. Ma questa è un'altra storia, anche se forse vale la pena di ritornarci sopra.

Io resto con le mie domande senza risposta in questo mistero napoletano. Continuo a chiedermi perché non si è dato un calcio a Romiti e all'Impregilo. Non conosco benissimo i fatti. Ma se ho capito, la storia nasce con un presidente fascista della Regione che fa un accordo capestro e poco credibile con Romiti (Impregilo) - ne accenna l'intervista di Ganapini sul Manifesto di Venerdì. Poi arriva il grande governatore democratico e ci resta intrappolato. Perché non si è denunciato l'accordo, mobilitando la gente, perché non si è fatto chiarezza subito sulla questione di Acerra? Mistero. Altro mistero è la mancata scelta dei comuni di procedere effettivamente alla raccolta differenziata. Andava fatta e si poteva fare comunque e in ogni caso.

E' stata la camorra a impedire a Rosa Iervolino, sindaco di Napoli, di far funzionare effettivamente la raccolta differenziata a Napoli? O c'è dell'altro? Mistero napoletano anche qui. E perché non è stata fatta - che so - a San Giorgio a Cremano che ha la palma della invasione della spazzatura? Anche qui è stata la Camorra a ordinarlo? Non lo escludo, ma sarei curioso di sapere come ha fatto, con chi si è accordata. Per ora è un mistero.

C'è invece un fatto per nulla misterioso che riguarda una errore politico gravissimo, che si aggiunge a quello della mancata pratica della raccolta differenziata, esso riguarda l'assenza di partecipazione democratica. Fin dai tempi del regalo a Romiti si poteva stabilire (oltre che forme diverse di uso) un rapporto diverso con la popolazione contrattando qualità, dimensioni e ruolo dell'impianto. E ad Acerra, come in ogni altro luogo, distruzione o deposito della spazzatura (per l'emergenza ma soprattutto per la prospettiva di stoccaggio e distruzione di spazzatura meno pericolosa) andavano, e vanno, offerte contropartite per la popolazione, da negoziare e discutere con essa.

Speriamo che tutto il pandemonio di questi giorni porti almeno a questo esito.

Sullo scandalo dell'affidamento all'Impregilo vedi l'articolo di Antonio di Gennaro per eddyburg Privatizzare i rifiuti è sbagliato (6.7.2004)

Prima il Maggio dei monumenti, con le televisioni e la stampa internazionale che rimandano a scala planetaria l’immagine di Napoli umiliata dai rifiuti; ora la protesta degli abitanti di Montecorvino che per alcuni giorni ha tagliato in due la nazione. Perché tanti problemi in Campania, nonostante una gestione commissariale dei rifiuti che dura da più di dieci anni?

Secondo Donato Ceglie, il magistrato che da anni si occupa di crimini ambientali nell’area casertana, il commissariamento di lungo corso in Campania non solo dei rifiuti, ma anche di settori cruciali quali le cave, le acque e il dissesto idrogeologico, deve essere considerato come una vera e propria riforma istituzionale strisciante, non dichiarata, che ha esautorato l’amministrazione ordinaria di ogni voce in capitolo e potere di controllo, allontanando in molti casi la soluzione dei problemi, anziché facilitarla.

Ad ogni modo, le premesse dell’attuale crisi dei rifiuti vanno ricercate nella scelta della giunta regionale Rastrelli, che ha preceduto quella attuale presieduta da Antonio Bassolino, di privatizzare l’intero ciclo regionale dei rifiuti con il meccanismo della finanza di progetto, sulla base di un capitolato che demandava alla progettualità privata ogni aspetto, compreso il dimensionamento e la localizzazione degli impianti di trattamento e termodistruzione. Il progetto prescelto prevedeva la realizzazione nella piana campana di due mega inceneritori, di cui uno proprio nel bel mezzo degli orti di Acerra, una delle pianure più fertili del globo terracqueo.

Il resto è storia nota. Ad Acerra si organizzano prontamente i comitati di protesta, con i blocchi, i picchetti e le processioni, che hanno sino ad ora impedito l’avvio dei lavori di costruzione. Nel frattempo la raccolta differenziata, senza la quale i termodistruttori non potrebbero nemmeno funzionare, non decolla come dovrebbe. I privati, in project financing, continuano ad imballare spazzatura, con i siti di trattamento che si saturano progressivamente di “ecoballe”. Sino al punto che, anche nell’ipotesi che il termodistruttore per miracolo entrasse in funzione domattina, occorrerebbero oltre 40 anni per bruciarle tutte. Intanto, con annunci solenni, vengono chiuse, una dopo l’altra, tutte le grandi discariche regionali che, come dimostrato dalle indagini di Donato Ceglie, hanno funzionato per vent’anni come pattumiera d’Italia e d’Europa, alimentando un lucrosissimo traffico di rifiuti di ogni tipo gestito da un comitato d’affari comprendente la camorra, la massoneria deviata, imprenditori locali. Grandi discariche, proprio come quella di Parapoti, che il super commissario Catenacci è costretto ora temporaneamente a riaprire, nell’impossibilità di trasferire in altre regioni o sui treni per la Germania, per intero, le 7.500 tonnellate di rifiuti che le città campane quotidianamente producono.

Insomma, l’esperimento campano dimostra una volta per tutte come problemi socialmente ed ambientalmente complessi, quale quello dei rifiuti, siano difficilmente gestibili con il solo ricorso a metodi privatistici, quale è quello della finanza di progetto. Questo perché ci sono aspetti critici, legati alla localizzazione degli impianti, alla perequazione territoriale dei costi e dei benefici, alla costruzione di un consapevole consenso, al controllo dell’efficienza dei processi di trattamento ed al monitoraggio della qualità dell’ambiente, che non possono essere esclusivamente demandati all’azione privata.

In questa vicenda, l’errore di Bassolino è stato quello di non poter (o, peggio, di non voler) rinegoziare il contratto con la società aggiudicataria, ristabilendo le prerogative dei pubblici poteri, quando ormai era chiaro che la strada prescelta non portava da nessuna parte.

Ad ogni modo, c’è un’altra considerazione da fare: al di là degli aspetti settoriali e di processo, l’emergenza rifiuti rappresenta una delle manifestazioni dello squilibrio patologico che affligge il territorio campano. L’epicentro della crisi - la provincia di Napoli e la Terra di Lavoro - rappresenta circa il 12% del territorio campano, ma ospita più di tre quinti della popolazione regionale complessiva. E’ il territorio della Campania Felix, mortificato da cinquant’anni di sviluppo dissennato. Dalla fine degli anni ’50 ad oggi una irrefrenabile spinta speculativa ha quintuplicato le aree urbane, nonostante l’incremento demografico sia stato inferiore al 25%. Il territorio rurale si è così progressivamente trasformato, in assenza di un minimo di pianificazione, in una sorta di terra di nessuno, non più campagna ma non ancora città. Uno spazio ritenuto erroneamente privo di valori ambientali, sociali e produttivi intrinseci: una discarica urbanistica all’interno della quale si è inteso via via localizzare le attività che la città respinge, di natura sia legale che illecita. Attività il più delle volte incompatibili con l’utilizzo agricolo, perché capaci di degradare irreversibilmente la salubrità e l’integrità delle risorse ambientali, portando inaccettabili minacce alla salute degli abitanti, come testimoniano le impressionanti statistiche sull’anomala incidenza di malattie tumorali in alcune aree del casertano.

E’ in questi territori che ora la gestione commissariale intende far atterrare i pur necessari inceneritori, le discariche, gli impianti di trattamento.

Senza pensare che, in contesti così martoriati, è solo all’interno di un progetto credibile di riequilibrio e recupero del territorio, dei suoi valori e delle sue qualità, che la pubblica amministrazione può richiedere alle comunità locali l’accettazione responsabile di eventuali, ulteriori sacrifici necessari per il superamento delle condizioni di emergenza.

Altro che project financing. La parola giusta era pianificazione.

In Campania la situazione di emergenza dura ormai da 14 anni; ma può essere affrontata solo con misure estemporanee, rimandando a una ipotetica "fase due" gli interventi strutturali che dovrebbero porre le basi di una gestione "normale"? Gli obiettivi di lungo periodo non vanno fin da ora incorporati nelle misure immediate?

I rifiuti sono un flusso: ogni giorno se ne creano di nuovi che ogni giorno devono "defluire" da qualche parte: o in impianti di recupero o in discariche "a perdere". Ma se il getto del rubinetto è maggiore della portata dello scarico occorre: 1) stringere il rubinetto; 2) aprire un secondo deflusso; 3) disintasare lo scarico.

Stringere il rubinetto. Per ridurre la produzione dei rifiuti – peraltro è l´obiettivo prioritario della normativa europea e nazionale, mai seriamente preso in considerazione – occorre intervenire sui prodotti che li generano. I rifiuti urbani sono costituiti da imballaggi per circa il 40 per cento, se misurati in peso; ma se misurati in volume, che è quello che riempie i cassonetti e invade le strade, si arriva al 65-70 per cento. Buon senso suggerisce che la prima misura da prendere sia un taglio drastico alla vendita di prodotti imballati. Il Commissario straordinario ha i poteri per farlo.

Si può fare? Si può. E in tempi più rapidi di tutte le misure previste e mai adottate finora, anticipando un indirizzo che ha e avrà sempre più spazio nelle politiche ambientali dell´Unione Europea. Alcuni prodotti (dai detersivi al riso, dall´olio alla pasta) vengono ormai venduti sfusi in molti supermercati sia europei che italiani. Sono esperimenti di successo che in Campania, per aver un impatto immediato, dovrebbero essere resi obbligatori in modo generalizzato. Per i prodotti da banco e per la frutta e verdura confezionata su ingombranti quanto inutili vassoietti si tratta invece di usare sacchetti leggeri. Per molti prodotti igienici e sanitari occorre imporre confezioni ridotte al minimo, già in commercio; oppure lo "spacchettamento" del prodotto alle casse. Per i beni durevoli, il ritiro dell´imballaggio alla consegna. Per tutti i liquidi alimentari (compresa l´acqua minerale, di cui in Italia c´è un consumo smodato, senza confronto con tutto il resto del mondo) la vendita va limitata a quelli in contenitori a rendere, sia in vetro che in plastica, con l´imposizione di adeguate cauzioni, come avviene in molti paesi europei. Altri prodotti usa e getta possono essere disincentivati con imposte addizionali ad hoc (un anticipo sugli oneri di smaltimento) o sovvenzionando i prodotti sostitutivi riusabili: valga per tutti il caso dei pannolini per bebé e anziani, che sono la disperazione di tutti gli addetti allo smaltimento.

Gli esercizi commerciali e i loro fornitori dovranno attivare, con il concorso delle rispettive associazioni e delle Camere di commercio, canali di invio degli imballaggi recuperati direttamente agli impianti di trattamento o di imbottigliamento, senza gravare sulla raccolta dei rifiuti domestici (è la cosiddetta "logistica di ritorno"). Sarà un onere all´inizio pesante sia per i consumatori, ormai abituati a portarsi a casa quintali di costosi e spesso inutili contenitori, sia per gli esercizi commerciali, costretti a destinare nei loro locali sempre troppo stretti uno spazio ai cartoni e ai vuoti a rendere. Ma per entrambi è meglio che scavalcare una montagna di immondizia per entrare in un negozio. Senza contare che una misura drastica in Campania potrebbe dare una sferzata a tutto il sistema industriale, mettendolo al passo con i tempi.

Aprire un secondo deflusso: la normativa italiana prescrive obiettivi di raccolta differenziata dei rifiuti urbani del 60 per cento al 2011 (secondo gli artt. 1108 e 1109 della finanziaria 2007), o del 65 per cento al 2012 (secondo l´art. 205 della L. 152/06: il cosiddetto "Codice ambientale" del precedente governo). Per anni in Campania sono stati "impiegati" in una raccolta differenziata che non si è mai fatta decine e decine di migliaia di lavoratori senza alcun risultato. Perché la raccolta differenziata è stata considerata un "bacino occupazionale" in cui si sovrapponevano e configgevano gestioni dei comuni, degli appaltatori privati, dei consorzi, delle giunte regionali (di destra e di sinistra) senza che il Commissario facesse nulla per mettere ordine nella materia. La raccolta differenziata, per essere efficiente, deve essere fatta porta-a-porta, con una responsabilizzazione diretta non solo di ogni singolo utente, ma soprattutto degli addetti. A questi spetta individuare le diverse tipologie di utenze servite, i loro problemi, e contribuire a trovare le soluzioni più acconce per ciascuna di esse con un confronto in seno ai rispettivi gruppi di lavoro. E´ una scelta organizzativa che "personalizza" il servizio e "professionalizza" gli operatori. Richiede un´organizzazione capillare, la formazione continua degli addetti, personale motivato e incentivato, e maggiori risorse: infinitamente meno, comunque, di quelle che sono state sprecate in anni di gestioni scellerate. Anche in Campania la raccolta differenziata funziona se la si organizza bene; e i cittadini sono contenti.

Disintasare lo scarico: I quattro anni che ci separano dal 2012 sono il minimo indispensabile, tra gare, autorizzazioni, progettazione e cantiere, per mettere in esercizio il secondo inceneritore campano con cui il commissario Bertolaso pensa di risolvere il problema sul lungo periodo. Ma è molto difficile che glielo lascino fare: oltre ai comitati che si oppongono, ci sono le amministrazioni comunali che, a torto o ragione, utilizzano poteri di veto e lungaggini burocratiche per dilazionare le scelte. Non è una specificità della Campania; anche a Torino, Reggio Emilia, Trento, Roma e in molte altre città le amministrazioni "lavorano" da anni a un inceneritore, e non se ne è fatto niente.

Gli inceneritori servono a "smaltire" i rifiuti; la produzione di energia elettrica e riscaldamento, con efficienza energetica bassissima rispetto al riciclaggio dei materiali bruciati, è sempre solo un "sottoprodotto". Emettono diossine (un inquinante micidiale per la salute) o i loro "precursori": vuol dire che le diossine non rilevate al camino si formano poi in atmosfera con le sostanze emesse. Non sono più un business, perché sono stati ormai esclusi dagli incentivi cosiddetti CIP6 destinati alle fonti energetiche rinnovabili (sole, vento, biomasse, sottosuolo). Senza incentivi sono macchine mangiasoldi e nessun privato si azzarderà più a investire in questi impianti se non sarà più coperto da corpose sovvenzioni pubbliche: cioè dalla possibilità di presentare il conto finale al contribuente. Un semplice calcolo basta a dissolvere le aspettative affidate a questi impianti. La Campania produce 7.300 tonnellate di rifiuti urbani al giorno. Senza interventi di riduzione, ne produrrà circa 8.000 nel 2012. Riducendo gli imballaggi, in tre anni potrebbe invece dimezzarne la produzione. Comunque, il 65 per cento di raccolta differenziata porterebbe il residuo indifferenziato da avviare a smaltimento al 35 per cento: meno di 3.000 tonnellate al giorno.

Il rifiuto indifferenziato non può comunque finire direttamente in un inceneritore; deve prima essere sottoposto a un trattamento che separa il materiale combustibile (carta, plastica, stracci) da quello inerte (cocci) e organico (residui alimentari da inertizzare). E´ il lavoro dei sette impianti cosiddetti CDR (impianti di trattamento meccanico-biologico) che in Campania hanno prodotto dieci milioni di "ecoballe" accumulate finora in enormi piramidi maleodoranti: non perché mancavano gli inceneritori, ma perché la separazione non è stata fatta bene e nessuno, per anni, l´ha controllata. Le ecoballe campane non sono combustibile, che avrebbe un mercato anche senza bisogno di inceneritori, ma cumuli di immondizia a cielo aperto che nessuno vuole e che col tempo cominciano a sfasciarsi. L´intasamento dello "scarico" non è costituito dalla mancanza di inceneritori, ma dal cattivo funzionamento dei cosiddetti CDR. In ogni caso, se la separazione è ben fatta, all´inceneritore va meno della metà, o anche solo un terzo del rifiuto residuo: se al 2012 la Campania rispetterà le regole, non più di 1.400 tonnellate al giorno, e molte meno di 1.000 se verrà imposta una restrizione sugli imballaggi: siamo ben al di sotto della capacità dell´inceneritore di Acerra (2.000 tonnellate al giorno), se e quando entrerà in funzione: con consistenti disponibilità aggiuntive per incenerire, nel tempo, anche l´accumulo pregresso.

La priorità non è dunque costruire nuovi inceneritori: questo è stato l´alibi con cui per 14 anni sono stati dilazionati gli interventi più efficaci, più economici, di più rapida realizzazione e più validi sia per l´occupazione che per la creazione di nuove imprese. Con la conseguenza che oggi, mentre si progetta di esportare la monnezza campana in Romania (dopo Lombardia, Emilia, Basilicata e Germania), gli stabilimenti campani per la lavorazione dei rifiuti da imballaggio importano la plastica da fuori, perché la raccolta differenziata della regione non ne produce abbastanza.

Titolo originale: Chinese toxic spill flows into Russian city – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le autorità delle zone più orientali della Russia oggi hanno fatto appello alla calma, mentre i veleni riversati dalla Cina arrivavano nella città di Khabarovsk.

La chiazza – che si estende per quasi 200 chilometri – è entrata nel territorio della città poco dopo il tramonto, dicono i funzionari.

Comunque, si insiste sul fatto che i livelli di inquinamento dell’Amur sono entro i limiti di sicurezza e si continuerà a fornire acqua potabile.

”Abbiamo fatto tutto quanto possibile per proteggere e filtrare le acque, e non intendiamo chiudere l’acqua a Khabarovsk” ha dichiarato il governatore Viktor Ishayev. Ha fatto appello ai 580.000 abitanti della città, a “restare calmi”.

L’inquinamento è stato innescato da un’esplosione in un impianto chimico nel nord-est della Cina il 13 novembre.

L’esplosione ha mandato 100 tonnellate di benzene e altri veleni nel fiume Songhua, costringendo la città di Harbin a chiudere gli impianti di acqua potabile ai propri 3,8 milioni di residenti per cinque giorni.

Da allora, la chiazza si è spostata lungo la corrente del fiume. È entrata nel territorio della Russia la scorsa settimana, spingendo gli abitanti di Khabarovsk ad accumulare acqua da bere, per lavarsi e cucinare.

Una linea telefonica d’emergenza è stata inondata di chiamate preoccupate.

“Tentiamo di non farci prendere dal panico, ma naturalmente c’è paura” ci dice Irina Zakonnikova, abitante della città.

Il piccolo appartamento, che divide col marito e due figli adolescenti, è stipato di bottiglie, pentole e altri recipienti pieni d’acqua.

Si stanno usando tonnellate di carbone per filtrare i contaminanti dalle scorte d’acqua prelevate dal fiume Amur, che normalmente fornisce tutta la città.

I funzionari regionali confermano la presenza di nitrobenzene nelle acque, ma aggiungono che la concentrazione è entro livelli accettabili e non c’è pericolo per la salute.

Comunque, fra i sospetti per le rassicurazioni ufficiali, qualcuno ha affermato che non è sicuro usare l’acqua del rubinetto.

”Gli abitanti hanno accumulato acqua, e questo dovrebbe essere sufficiente a bastare per due o tre giorni” dice Vladimir Ott, responsabile regionale del Servizio Federale Risorse Naturali.

La chiazza potrebbe impiegare quattro giorni a passare attraverso Khabarovsk, ma gli esperti avvertono che gli effetti ambientali saranno di lungo termine. Benzene e nitrobenzene, entrambi più pesanti dell’acqua, probabilmente si insedieranno sul fondo del fiume e si attaccheranno al ghiaccio.

Col disgelo primaverile così non si inquinerà solo l’acqua del fiume, ma anche le sponde, secondo Yevgeny Rozhkov, ingegnere dell’Agenzia Metereologica dell’Estremo Oriente.

L’amministrazione regionale ha proibito la pesca sull’Amur – probabilmente per i prossimi due anni – e gli abitanti hanno riempito i frigoriferi di pesce surgelato.

here English version

Titolo originale: Beyond the Harbin Chemical Spill – Traduzione di Fabrizio Bottini

New York – Il riversamento di veleni questo mese nel fiume cinese Songhua ha obbligato ad evacuare migliaia di persone; ha avvelenato le riserve d’acqua a milioni di abitanti del nord-est della Cina, compresa Harbin, la principale città della regione; ora minaccia l’approvvigionamento per settanta città e villaggi russi a valle del corso del fiume. Sinora, la maggior parte delle analisi seguite al disastro si sono concentrate sulle sfide per gli abitanti della città e i problemi determinati da una scarsa applicazione delle norme ambientali, da funzionari locali corrotti, dalla lentezza e difficoltà con cui sono state rese disponibili le informazioni alle popolazioni colpite.

Ma si sono persi di vista due punti di gran lunga più significativi riguardo alla perdita, di 100 tonnellate di benzene, un potente prodotto petrolchimico cancerogeno che causa le leucemia. Primo, non si tratta di un evento isolato, ma della manifestazione di un problema strutturale di dimensioni molto superiori per la Cina, che colpisce in modo sproporzionato le zone rurali dove abita la maggior parte della popolazione. Secondo, il mondo nel suo insieme è implicato a vari livelli nella questione, e non può più fingere che sia altrimenti.

Lontano dalle brulicanti megalopoli di Pechino e Shanghai ci sono gli entroterra rurali della Cina: motore e discarica della crescita e sviluppo economico senza precedenti del paese. Queste zone rurali forniscono alle città del boom economico una manodopera a buon mercato, non sindacalizzata, proveniente da villaggi di poveri contadini nel pieno di una crisi sociale e ambientale. È qui che si localizzano molte industrie nocive, dove i riversamenti di benzene hanno iniziato a scorrere e scorreranno ancora, lontano dagli occhi dei media internazionali.

I lavoratori delle campagne operano in condizioni che sono tra le più antigieniche e pericolose del mondo, in queste remote industrie di villaggio e cittadina sparse per il paese. Questi subfornitori delle corporations cinesi e internazionali diffondono inquinamento nell’aria, nell’acqua, nel suolo. E quando la salute dei lavoratori è distrutta dentro queste fabbriche, essi tornano a coltivare le povere terre residue attorno ai propri villaggi: ormai discariche di veleni per questa produzione senza regole.

Ho trascorso buona parte degli anni ’80 lungo il fiume Songhua. Ricordo distintamente di aver bevuto acqua di pozzo rossastra inquinata in un villaggio privo di qualunque altra fonte idrica di quella avvelenata dalla piccola fabbrica del luogo. La possibilità di scelta per gli abitanti era o di bere quell’acqua o andarsene, aggiungendosi ai 200 milioni di contadini cinesi in cerca di lavoro ogni giorno nelle città cinesi.

Alternative del genere sono il rovescio della medaglia del successo economico della Cina a partire dai primi anni ‘80, che ne ha fatto il produttore di una quota costantemente in crescita dell’industria mondiale. La fenomenale crescita del paese si è accompagnata a un saccheggio delle risorse della sua base rurale, con un declino nell’accesso dei contadini ai servizi di base, sanitari e dell’istruzione, è un solco profondo e in rapida crescita fra aree urbane e rurali, fra una minoranza di ricchi e una maggioranza di poveri.

Questioni de genere possono apparire distanti. Ma le loro manifestazioni concrete stanno sugli scaffali del nostro Wal-Mart o dell’Ikea. La Cina rurale, il suo ambiente, la sua gente, sono la base portante di una catena globale che si collega all’emergere della Cina come piattaforma industriale preferita dalle corporations globali.

Se sono i lavoratori e l’ambiente cinese a pagare in massima parte i costi, noi al di fuori dei confini del paese, sempre pronti a comprare beni a basso prezzo senza pensare ai loro impatti sociali e ambientali – specie in contesti remoti e nascosti come la Cina rurale – ne godiamo i benefici. E pure indirettamente ne sosteniamo anche i costi.

Le compagnie mondiali continuano ad accorrere verso la Cina a metter su fabbriche per evitare le regole ambientali e del lavoro vigenti altrove, le organizzazioni sindacali, e trascinano le comunità di tutto il pianeta verso il basso nella lotta per la concorrenza a questa piattaforma industriale socialmente ed ecologicamente distruttiva.

Dobbiamo renderci conto di questa triste realtà, e affrontare la conseguente sfida alle comunità di tutto il mondo. È troppo facile lanciare un momentaneo grido di sgomento in ogni caso di notizia di disastro ambientale, puntando il dito contro leaders locali corrotti e industriali, o anche al fallimento del sistema di regole cinesi, solo in attesa del prossimo evento, una settimana più tardi. Invece, dobbiamo affrontare direttamente questi modi ambientalmente e socialmente insostenibili che abbiamo scelto per produrre e consumare globalmente.

Nota: Joshua Muldavin, professore di Geografia e Studi sull’Asia al Sarah Lawrence College, sta scrivendo un libro sugli impatti sociali e ambientali del processo di sviluppo in Cina dell’epoca post-Mao. Il testo originale al sito dello International Herald Tribune(f.b.)

Il governo cinese si prepara a "bombardare" chimicamente i cieli per provocare la pioggia: è l´estremo rimedio allo studio, contro l´apocalisse di sabbia e polveri tossiche che si è abbattuta da una settimana su Pechino e tutte le regioni settentrionali del paese. Una miscela esplosiva di inquinamento e intemperie naturali è all´origine dell´emergenza ambientale.

Le tempeste che soffiano dalla Mongolia Interna, alimentate dalla deforestazione e dalla desertificazione, hanno scaricato su Pechino nella sola notte fra lunedì e martedì 20 grammi di polveri per ogni metro quadro, l´equivalente di 300.000 tonnellate di sabbia cadute sugli abitanti della capitale. Il disastro colpisce anche la città portuale di Tianjin, le provincie dello Shanxi, Hebei e Shandong. L´immensa nube giallastra ha ricoperto 1,61 milioni di chilometri quadrati, colpendo 562 città e 200 milioni di abitanti.

A Pechino strade, automobili, alberi e tetti delle abitazioni sono coperti da un fine strato di terriccio, il sole è invisibile da giorni, il cielo è grigio antracite. I vortici di vento in una megalopoli afflitta da mesi di siccità rendono l´atmosfera irrespirabile. Le sabbie del deserto si mescolano alle polveri di migliaia di cantieri edili in azione, alle emissioni carboniche di un traffico automobilistico sempre più congestionato. L´ospedale Chaoyang di Pechino ha rivelato ieri che è triplicato il numero di pazienti ricoverati al pronto soccorso per problemi respiratori, la televisione di Stato Cctv conferma che tutte le strutture sanitarie sono assediate da persone colpite da malattie dei polmoni, degli occhi e della pelle. I mezzi di informazione lanciano appelli alla popolazione perché resti in casa, la polizia tenta di far chiudere i cantieri edili e coprirli con teli finché non si placano i vortici di polveri. È uno scenario da perfect storm, l´incubo che Pechino non avrebbe mai voluto avere, mentre mancano solo due anni alle Olimpiadi e le autorità di governo hanno promesso un drastico miglioramento delle condizioni ambientali. Mantenere quegli impegni oggi sembra un´impresa disperata.

La tempesta di sabbia è solo l´ultimo segnale di un degrado spaventoso degli equilibri ecologici. Normalmente queste tempeste stagionali provenienti dalle regioni desertiche della Mongolia avvengono con una frequenza media di sei all´anno, ma su Pechino se ne sono già abbattute otto dall´inizio del 2006. È un altro prezzo che la Cina sta pagando alla sua formidabile crescita economica. L´industrializzazione a tappe forzate che ha trasformato la Cina nella fabbrica del pianeta ha anche fatto esplodere i consumi energetici, alimentati a maggioranza dalle centrali elettriche a carbone altamente inquinanti. Le maggiori metropoli si avvicinano al collasso demografico: Chongqing supera i 30 milioni di abitanti, Pechino Shanghai Canton e Shenzhen si avvicinano alla soglia dei 20 milioni ciascuna. Con la motorizzazione privata sale inesorabilmente il livello delle emissioni carboniche nei centri urbani. Dall´inizio del 2006 Pechino ha avuto 16 giornate di "cieli puliti" in meno rispetto allo stesso periodo del 2005.

Il primo ministro Wen Jiabao, nel piano quinquennale presentato al Congresso il mese scorso, ha indicato la difesa dell´ambiente tra le priorità del suo governo. Ma finora i tentativi di arginare il dissesto ecologico sono insufficienti e inefficaci. Le campagne di riforestazione lanciate per creare dei cordoni di difesa naturale attorno a Pechino sono dei timidi palliativi, mentre la desertificazione avanza insieme con il prosciugamento di fiumi e laghi, nell´emergenza idrica provocata dall´industrializzazione. L´inquinamento prodotto dalla Cina si trasforma rapidamente in un problema planetario, si fanno frequenti i ritrovamenti di polveri tossiche cinesi nei cieli della Corea, del Giappone, della California e perfino della East Coast americana.

Proprio mentre Pechino soffoca sotto l´immensa nube gialla, procede verso la conclusione un cantiere della capitale che è il simbolo di una disperata lotta contro il tempo. È la nuova sede della facoltà di Scienze ambientali dell´università Tsinghua, frutto di una cooperazione italo-cinese che coinvolge il nostro ministero dell´Ambiente, il ministero della Scienza e della Tecnologia della Repubblica popolare, il Politecnico di Milano e lo studio di architettura Mario Cucinella. Il palazzo in costruzione nel campus della Tsinghua è un condensato di tutte le tecnologie più avanzate per il risparmio energetico e la tutela dell´ambiente. Dai vetri speciali isolanti ai pannelli per l´energia solare, dalle terrazze coperte di vegetazione ai dispositivi per l´illuminazione naturale, il Sieeb (Sino-Italian Ecological and Energy Efficient Building) è il prototipo di un nuovo modo di costruire. Ma visitare il cantiere in questi giorni offre uno spettacolo di un´ironia crudele. Le squadre di operai cinesi, incluse donne e ragazzi giovani, annaspano nelle nuvole di sabbia che sommergono i materiali avanzati spediti dalle aziende italiane. Le baracche-dormitorio dei muratori sono coperte dalle polveri. Il prezioso gioiello del design "verde" italiano è avvolto nella nebbia acre dello smog che brucia occhi e polmoni, mentre tutt´attorno il paesaggio urbano è una selva di grattacieli tirati su in tempi record, con criteri tutt´altro che eco-compatibili. La nuova sede della facoltà di Scienze ambientali sarà pronta per l´inaugurazione due anni prima delle Olimpiadi. È un altro record di velocità che va ad aggiungersi alle performance dell´edilizia cinese. Ma la promessa che quel cantiere rappresenta sembra allontanarsi ogni giorno.

Non è pazza la mucca. È pazzesco tutto ciò che la circonda, sostiene Piero Bevilacqua, storico dell' Università di Roma. E cioè: un' agricoltura che ha smarrito le sue regole, riducendosi ad essere il ramo subalterno dell' industria chimica; i luoghi di allevamento degli animali che si sono trasformati in «ospedali zootecnici per la produzione di carne e latte su larga scala»; la totale artificialità in cui è precipitato un ambiente «che confligge sempre più apertamente con la vita reale» e con la sua storia millenaria e che ora si consegna alle modificazioni genetiche. La mucca è savia. Le ragioni storiche della crisi alimentare europea si intitola il libro che Bevilacqua sta per pubblicare da Donzelli (pagg. 144, euro 11,30: esce lunedì) e che piomba alla vigilia del vertice Fao dove anche di questo si discuterà. Bevilacqua è il principale storico dell' agricoltura italiana (suoi i tre volumi editi da Marsilio fra il 1989 e il 1991), è studioso del paesaggio e del territorio: non è possibile, secondo lui, raccontare la vicenda umana senza calarla in un contenitore naturale, senza intrecciare la storiografia con i dati materiali della vita collettiva, arricchendola con altre discipline, la geografia, l' agronomia, la chimica. Perché, professore, la mucca non è pazza?

«Perché è il risultato rigorosamente coerente del modo di produzione agricolo che si è affermato nell' età contemporanea». Niente di sorprendente? «Il morbo della Bse ha un' origine fortuita. Ma la storia non è mai una catena di ovvie casualità. È molto probabile che l' infezione si sia diffusa attraverso le farine animali ottenute incenerendo carcasse di montone. Mi domando: perché mai un animale erbivoro come la mucca si è cibato di farine animali?».

Giro a lei la domanda.

«È la conseguenza della trasformazione imposta all' allevamento degli animali, che nella maggioranza dei casi sono ingrassati in una condizione di patologia controllata».

Che cosa vuol dire?

«Vuol dire che i grandi allevamenti sono dei laboratori in cui si fanno sperimentazioni. Gli animali sono nutriti con i mangimi, e dosi e qualità sono controllate solo dagli allevatori e non dagli animali stessi. Le cose che mangiano, il fatto che restino immobili, stretti l' uno all' altro, provocano ai bovini malattie che vengono curate con ormoni, vitamine, antibiotici, antiparassitari. È un' industria ospedaliera della carne».

È anche un circolo vizioso.

«Sì. Più si rende artificiale la vita degli animali, più sono necessarie iniezioni di artificio per contenere i danni provocati dall' artificio».

Un paradossale gioco di parole. Quando è iniziata questa trasformazione?

«Fino alla seconda guerra mondiale, gli allevamenti europei conservano un certo equilibrio fra la vita libera degli animali e la vita in stalla. L' allevamento arricchisce il paesaggio agrario, stabilizza gli equilibri ambientali. E il bestiame fa parte di un' azienda agricola, fornisce il letame per la concimazione e mangia i foraggi coltivati. Le stalle servono per proteggere gli animali, ma ogni buon allevatore ottocentesco sa che non può tenere una mucca troppo tempo al chiuso. Tutta la letteratura agronomica del XIX secolo insiste perché non manchino l' aria, la luce, il moto e anche il fango e la pioggia».

È l' introduzione dei mangimi che sconvolge queste regole?

«I mangimi sono il prodotto di una ossessione. Quella di fornire agli animali un' alimentazione più ricca per aumentare il loro peso. In Inghilterra, alla fine dell' Ottocento, si scopre che i panelli di semi usati per produrre olio fanno ingrassare i bovini».

Ma anche la convenienza economica favorisce questo uso. «Certamente. Ed è così, per l' ossessione di comprimere i costi, che negli ultimi anni siamo arrivati a incenerire le bestie morte, a sbriciolare anche zoccoli, peli, penne e interiora, e a servire questa farina ai bovini. Profitto e competizione hanno sovvertito tutte le leggi naturali». Quand' è che i mangimi sostituiscono il foraggio naturale?

«La chimica entra in scena a metà dell' Ottocento in Francia, Germania e Gran Bretagna. Ma a lungo convive con le tecniche tradizionali: prende il sopravvento soltanto un secolo dopo. Pensi che uno dei padri della chimica moderna, lo scienziato che elabora le formule per produrre concimi industriali, il tedesco Justus von Liebig...». ...quello dei dadi da brodo? «Sì, proprio lui. Bene, Liebig è fra i primi ad allarmarsi siamo intorno al 1840 per il fatto che l' agricoltura possa uscire dal grande circuito che le aveva sempre assicurato la vita. Ogni uomo, animale, essere vivente, diceva Liebig, consuma della materia minerale che deve essere restituita alla sua origine se si vuole che la vicenda produttiva continui».

Vale a dire?

«A quel tempo l' agricoltura è ancora inserita in un circuito vitale. La terra si concima con il letame animale e con i residui delle attività contadine, la cenere di legna o di torba, l' erba e il fogliame decomposto. E alla fertilità dei terreni contribuisce anche la città: si utilizzano i rifiuti domestici e lo stesso letame umano. Fra le pagine più belle del Goethe viaggiatore figurano quelle dedicate ai raccoglitori di immondizie per le vie di Napoli che trasportano il loro carico negli orti».

L' irruzione della chimica spezza questo cerchio?

«Sì, è un elemento estraneo. I mangimi e i concimi chimici sono prodotti industriali, non fanno parte del circolo millenario sul quale si è retta l' agricoltura».

Ma possiamo tornare ai modi di produzione dei secoli scorsi?

«Non è questo il punto. Dobbiamo domandarci però dove ci porta l' agricoltura intensiva e industriale».

Secondo lei dove porta?

«È già in un vicolo cieco. L' agricoltura europea accumula eccedenze, scivolando da una crisi di sovrapproduzione in un' altra. Tutte le volte che la tecnica umana assoggetta oltre un certo limite la natura, forse riesce ad aumentare temporaneamente la quantità di prodotto, ma alla lunga si trasforma in elemento di distruzione».

Per esempio?

«I concimi chimici aumentano la produttività, ma impoveriscono l' humus del terreno che diventa sempre più mineralizzato e quindi più soggetto alle erosioni. Più concime si mette, più ce ne vuole. Si saccheggiano le miniere di potassio e di fosforo, l' azoto avvelena le falde idriche, si inquina l' ambiente, si indebolisce la vita delle piante e scade la qualità dei prodotti. E poi i concimi producono parassiti. L' azoto modifica la fisiologia delle piante e le rende più vulnerabili agli insetti. Fin dagli anni Trenta si studia l' ipotesi che gli antiparassitari selezionino i parassiti, li rendano più potenti e producano nuove malattie».

Però antiparassitari, concimi e mangimi sono più economici.

«È vero fino a un certo punto. Dal 1910 al 1985 la produttività è cresciuta di quattro, cinque volte, l' impiego di concimi di sedici, diciassette volte, persino di venti in Spagna». Lo stesso vale per gli allevamenti? «In Germania una mucca dopo tre cicli di lattazione è ormai deperita. Un tempo un vitello viveva quindici anni. Oggi la media è sette. E sa come si fronteggia questa moria? Importando animali da tutto il mondo oppure aumentando le spese per le medicine e per i veterinari. La vicenda della Bse è uno dei più gravi casi di smacco dell' economia di mercato nell' ultimo mezzo secolo». Esistono alternative a queste pratiche agricole? «Per molte razze pregiate di bovini si adottano altre cure. È il caso della chianina in Toscana, della modicana in Sicilia, oppure della marchigiana o della podolica. Ma di un' agricoltura diversa si parla fin dagli anni Trenta, quando si compiono sperimentazioni biologiche e biodinamiche nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Australia. Viene recuperata molta tradizione, ma si utilizzano anche le nuove conoscenze dell' entomologia». Quali, per esempio? «Le piante hanno sempre vissuto in un ambiente biologicamente complesso. Accanto alle colture i contadini europei conservavano molte specie selvatiche, in cui si annidavano i cosiddetti insetti pronubi, quelli che divorano i parassiti. Questi sistemi sono un cardine dell' agricoltura diversa si parla fin dagli anni Trenta, quando si compiono sperimentazioni biologiche e biodinamiche nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Australia. Viene recuperata molta tradizione, ma si utilizzano anche le nuove conoscenze dell' entomologia».

Quali, per esempio?

«Le piante hanno sempre vissuto in un ambiente biologicamente complesso. Accanto alle colture i contadini europei conservavano molte specie selvatiche, in cui si annidavano i cosiddetti insetti pronubi, quelli che divorano i parassiti. Questi sistemi sono un cardine dell' agricoltura biodinamica. Oggi invece si tende a sfruttare anche l' ultimo centimetro quadrato, si abbattono le siepi, si estirpano gli arbusti. Un tempo i terreni si lasciavano riposare e si variavano continuamente le coltivazioni. Ora vediamo solo gigantesche distese di monocolture».

Quali vantaggi può ricavare l' agricoltura dalle modificazioni genetiche?

«Parlo da storico, quindi nulla posso dire sulla nocività degli Ogm. Mi sembrano comunque un ulteriore balzo nell' artificialità e noi sappiamo che ogni salto tecnologico in questo settore genera problemi più complicati di quelli che si volevano risolvere».

A cosa pensa?

«Si dice che gli Ogm resistano ai parassiti, addirittura che possano salvare prodotti di qualità oggi minacciati di estinzione. Ma noi sappiamo che la virulenza dei parassiti non è un dato naturale, bensì storico. La loro forza cresce perché l' ambiente è degradato. Chi ci assicura che le piante geneticamente modificate non divengano poi vittime di nuovi parassiti o di vecchi parassiti oggi inoffensivi? La strada da seguire, quella che ci suggerisce la storia, è che l' agricoltura torni iuxta propria principia».

Titolo originale: L.A. all over again – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Con un’economia spumeggiante che cresce del 9% l’anno o più, ma con problemi per la disponibilità di energia, la Cina non ha alternative al ricorso a petrolio da fonti esterne. Ma gli americani sono rimasti sorpresi quando una compagnia cinese è emersa come potenziale concorrente per l’acquisizione della Unocal Corp. poi è stata la Cina ad essere sorpresa, dalla feroce reazione politica di alcuni ambienti conservatori USA, che ha obbligato la CNOOC Ltd. a ritirare le offerte la scorsa settimana.

Lo stupore da entrambe le parti mostra come Cina e USA siano poco preparati a rapportarsi l’uno all’altro nei termini del 21° secolo. Ma con l’economia globalizzata in espansione, che continua a pesare sull’ambiente mondiale, ciascuna nazione ha più da guadagnare che da perdere studiando i problemi energetici dell’altra.

La Cina dovrebbe guardare gli USA, e chiedersi: se il prezzo della crescita è aria irrespirabile, acqua imbevibile, città che non funzionano e strade congestionate, per quanto una nazione può sostenere un boom economico?

Quello che la Cina ha imparato dagli Stati Uniti, è che una prospera industria automobilistica diffonde la crescita verso le attività correlate, come acciaio, vetro, plastica, petrolio, finanza e assicurazioni. Quello che sembra non aver imparato, è l’alto prezzo che si può pagare, per una crescita del genere.

A Pechino, dove il numero di auto cresce del 20% l’anno, la velocità media del traffico è scesa dai 45 chilometri l’ora del 1994 ai 12 del 2003: un passo che è possibile mantenere anche su una bicicletta. Come nelle città americane, il livello crescente di proprietà dell’auto coincide con un brusco declino dell’utenza dei mezzi pubblici. Negli anni ’70 a Pechino usava i mezzi pubblici il 70% della popolazione. Oggi è solo il 24%.

I pendolari in bicicletta, un tempo ubiqui nelle strade cinesi, sono stati esclusi dalle arterie di traffico principali, per far posto alle auto. Più cinesi guidano, e aumenta la domanda per una versione locale dello sprawl in stile californiano, con immacolate lottizzazioni di casette a bassa densità unifamiliari, lontane dai posti di lavoro. Come i californiani, i pendolari cinesi si spostano più lontano e passano più tempo in viaggio, consumando più benzina e producendo più inquinamento. È chiaro che la cultura dello sprawl californiana non fornisce il miglior modello di sviluppo sostenibile.

La Cina dovrebbe guardare a Curitiba, nel Brasile meridionale, o a Tokyo, che unisce alta diffusione dell’auto privata a bassi usi quotidiani, offrendo buoni trasporti pubblici e adottando rigidi limiti alla circolazione. Si possono comprare quante auto si vuole (e stimolare l’industria automobilistica, e l’economia), ma non usare l’auto per ogni spostamento.

Non sono solo le città cinesi ad essere sottoposte a pressione. Anche le vaste aree rurali attirano industrie fumose, discariche e altre fonti inquinanti espulse dalle città. I mezzi di comunicazione occidentali hanno riportato di violente proteste di contadini contro l’inquinamento.

Circa 15.000 contestatori vicino a Xinchang, 250 chilometri a sud di Shanghai, hanno ribaltato auto della polizia e tirato pietre, per la rabbia contro l’inquinamento e le condizioni di lavoro insicure, per l’uso di prodotti chimici pericolosi da parte di una fabbrica farmaceutica. A ottanta chilometri di distanza, a Dongyang, circa 10.000 rivoltosi chiedevano la chiusura di una fabbrica di pesticidi.

Una volta evidenti i costi umani in crescita, un sorprendente numero di funzionari governativi, accademici e altri ha iniziato a parlare apertamente della follia dei modi di crescita in Cina. Il Centro per i Trasporti Sostenibili cinese sta redigendo raccomandazioni per promuovere un sistema meno dipendente dal petrolio straniero. Si spera anche nelle recenti azioni dell’Agenzia per la Tutela dell’Ambiente. A lungo considerata organismo debole, da poco l’agenzia si è mossa d’autorità in casi di progetti di costruzione di alto livello promossi da altre agenzie governative.

Le sfide ambientali cinesi possono diventare gravi, al punto da impedire la crescita economica. Ora il secondo produttore mondiale di emissioni serra, la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti entro il 2025, per il discutibile posto di Numero 1, secondo il Pew Center on Climate Change. L’Accademia Cinese di Pianificazione Ambientale riferisce che le malattie connesse all’inquinamento atmosferico contano per il 2%-3% sul prodotto nazionale lordo, e calcola che per il 2020 la cifra salirà al 13%.

Glu USA dovrebbero considerare la Cina non un rivale, ma un partner, offrendo aiuti per individuare soluzioni innovative. Per prima cosa, gli USA potrebbero iniziare col buon esempio. Il rifiuto dell’amministrazione Bush di sottoscrivere il protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, basato in parte sull’esenzione per la Cina e altri paesi in via di sviluppo, manda il messaggio per niente gratificante che il paese protegge i suoi interessi a spese dell’ambiente mondiale. Il Presidente Bush potrebbe chiedere al Presidente cinese Hu Jintao di unirsi a lui nello sforzo a ridurre i consumi di benzina e la dipendenza dagli impianti energetici a carbone in entrambi i paesi, e tagliare alte fonti di gas serra.

Le imprese USA che cercano investimenti in Cina potrebbero influenzare le condizioni locali con una selezione di prodotti, imprese associate e venditori. Per esempio, la General Motors potrebbe trarre vantaggi dalla minor produzione cinese e costi di mercato, per sviluppare veicoli a maggior efficienza nei consumi. Una volta realizzati, questi nuovi veicoli potrebbero essere prodotti anche negli USA per i nostri consumatori.

Il progetto EMBARQ della Energy Foundation e World Resources Institute hanno sostenuto progetti di trasporto pubblico velocissimi per le città cinesi, simili allo MTA, linee autobus Metro Rapid di Los Angeles. Ora alcuni lungimiranti funzionari cinesi vogliono andare oltre, e cercano aiuto per le cause profonde delle lacune energetiche e di trasporto, a individuare i modi per scoraggiare l’uso dell’auto e ridurre le distanze degli spostamenti pendolari.

Invece di combattersi la limitata disponibilità di energie non rinnovabili del mondo, Cina e USA dovrebbero unire le forze per mostrare al mondo un nuovo modello di prosperità: calcolata non solo in dollari o yuan, ma in termini di città vivibili e ambiente salubre.

Nota: il testo originale sul sito del Los Angeles Times; in questa stessa sezione di Eddyburg, Il Nostro Pianeta, oltre che in Megalopoli e Territorio del Commercio altri articoli sul rapporto fra sviluppo urbano/economico cinese, occidentale, e degrado ambientale (f.b.)

Bhopal, vergogna senza fine

GALAPAGOS

Il capitalismo - ci ha insegnato Marx nei Grundrisse - è uno straordinario sistema innovativo. Però, spesso, sa essere staordinariamente cattivo: non rispetta i valori umani, la vita stessa delle persone, come insegnano le migliaia di morti nelle miniere di carbone della Cina. Il capitalismo uccide nella produzione e spesso anche nel consumo: uccide con medicinali affrettatamente immessi sul mercato; uccide con l'amianto del quale da tantissimi anni si conoscono le conseguenze micidiali; uccide uccidendo l'ambiente, riversando sostanze mortali sulla terra, nelle acque, nell'atmosfera. Difficile fare una graduatoria tra i cattivi: al primo posto, però, non c'è dubbio va collocata la Union Carbide. Oggi fanno venti anni dal disastro ambientale di Bhopal: una Seveso moltiplicata per mille. Ma, al contrario di Seveso (che a livello Ue ha prodotto una direttiva di una qualche utilità) non ha portato nulla, se non morte a disperazione. A cominciare da quella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984. Fu un inferno: una nube tossica di gas chiamato «isocinato di metile» fuoriuscito da un impianto per la produzione di pesticidi della Union Carbide avvolse moltissimi quartieri della città. La gente moriva come mosche sulle quali viene spruzzato il Ddt, quel diclorodifeniltricloro etano, oggi vietato (ma usato in molti paesi sottosviluppati) che un tempo veniva sciaguratamente usato per combattere i pidocchi sulla testa dei nostri figli.

Furono 40 le tonnellate di gas mortale a essere scaricate sulle povere case a essere inalate da centinaia di miglia di persone. Il risultato fu disastroso: in pochi giorni morirono 7 mila persone. Altre 15 mila sono morte negli anni successivi per aver respirato il veleno e sono almeno 100 mila gli indiani che soffrono di malattie respiratorie croniche, di tumori, di tubercolosi. Le cifre sono da bomba atomica: non a caso molti parlano di Bhopal come di una «Hiroshima industriale». Le colpe della Union Carbide non si limitano alla fuga di gas: nascose per giorni le informazioni mediche su quel gas che erano preziose per soccorrere la popolazione e dopo 20 anni la gente è ancora in attesa di rimborso equo dei danni subiti e quel che è peggio la zona seguita a essere contaminata e la gente a ammalarsi.

Un'inchiesta della Bbc su Bhopal ha denunciato che la popolazione seguita a ammalarsi per l'acqua contaminata i cui valori di inquinamento sono 500 volte superiori agli standard previsti dall'Organizzazione mondiale per la sanità. Tutta la zona, insomma seguita a essere contaminata: a 20 anni di distanza nessun processo di decontaminazione è stato avviato. La Dow Chemicals nel 2001 ha assorbito la Union Carbide, ma non l'impianto di Bhopal lasciato a marcire e a contaminare ancora di più il territorio. Ma la Dow Chemical non è migliore della Union Carbide: i suoi prodotti come ad esempio il Numagol-Fumazone uccidono di cancro i bananeros che disinvolte multinazionali (a conoscenza degli effetti nocivi) utilizzano sulle piantagioni: perché sul prezzo delle banane e sui profitti quelle povere morti di contadino latino americani o cittadini indiani non vengono mai conteggiate.

Una strage lunga vent'anni

MARINA FORTI

Lo stabilimento della Union Carbide di Bhopal, importante città industriale nel cuore dell'India, si trova in una zona popolare molto abitata: addossati ai muri di cinta ci sono almeno cinque colonies, borgate di case assai modeste, a volte solo baracche. Di fronte ai cancelli della fabbrica di fertilizzanti e pesticidi c'è la borgata di Jayaprakash Nagar, con centinaia di migliaia di persone. Per gli abitanti di queste borgate, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 è ancora ricordata come un incubo. Quella notte la fabbrica si è trasformata in una sorta di bomba chimica: l'impianto che sintetizzava fosgene-isocianato di metile si è surriscaldato, una cisterna è esplosa e 40 tonnellate di un cocktail letale è stato sparato in aria. La nuvola di gas ha investito le borgate a nord della fabbrica e centinaia di migliaia di persone l'hanno respirata. Qualcuno è morto nel sonno. Gli altri hanno cercato la fuga: ma non c'era scampo al gas. Chi ricorda quella notte descrive strade disseminate di cadaveri, gente che invocava aiuto vomitavando sangue, bambini che soffocavano. E' stata una notte di guidatori di risciò che tentavano di portare persone in ospedale, capistazione che fermavano treni prima che si avvicinassero a bhopal, medici che non sapevano cosa fare. Per parecchie ore dopo l'esplosione i dirigenti della fabbrica hanno continuato a dire che non era successo nullo, una piccola fuga ma tutto sotto controllo. Quella notte sono morte tra duemila e 6.000 persone: le stime variano, intere famiglie sono scomparse senza lasciare traccia. Molte di più sono morte nei mesi successivi per le conseguenze dell'avvelenamento: è accettata la stima di 15mila. La Union Carbide a Bhopal ha fatto oltre ventimila vittime: viene chiamata una «Hiroshima chimica». Ieri migliaia di persone hanno ricordato quella notte, vent'anni dopo: manifestazioni a Bhopal stessa, una fiaccolata all'università di New Delhi, proteste e commemorazioni un po' ovunque nel mondo. Ma non intendevano solo commemorare le vittime di un disastro passato. Bhopal è una tragedia del presente, per diversi motivi. Il primo è che nella città nel cuore dell'India centinaia di migliaia di persone continuano a soffrire le conseguenze fisiche di quella notte. Le autorità contano ufficialmente 570mila gas affected people, persone che nella strage hanno perso qualcuno - coniuge, genitore o figlo - o che sono rimaste menomate dal gas. Si stima che 150mila persone soffrano di mali cronici: per lo più al sistema respiratorio, allergie, disordini ginecologici, disordini riproduttivi, disturbi nervosi o turbe psichiche. Non che siano mancate le cure: a Bhopal c'è anche un nuovissimo ospedale dedicato proprio alle vittime della Union Carbide, costruito nel 1998 col ricavato della vendita delle azioni della Union Carbide India. Ma i mali cronici restano.

Non solo. Bhopal è un'ingiustizia presente. La Union Carbide è riuscita a «chiudere» le sue responsabilità, nel 1989, patteggiando con il governo indiano un risarcimento di 470 milioni di dollari, sette volte meno la cifra rivendicata in un primo tempo dal governo indiano (che si era costituito in legale rappresentanza delle vittime): se l'è cavata con 43 centesimi di dollaro per ogni azione quotata in borsa. Di responsabilità penali non si parla: i dirigenti dell'azienda non si sono mai presentati ai tribunali indiani. L'allora presidente della multinazionale statunitense, Warren Anderson, formalmente ricercato con l'accusa di omicidio plurimo, vive da agiato pensionato da qualche parte negli Usa e nessuno a Washington intende estradarlo.

Di quei risarcimenti, i sopravvissuti hanno ricevuto circa 2.200 dollari in risarcimento per i defunti, e circa 400 dollari per i vivi, piccola somma una tantum distribuita tra il 1994 e il `95. Dopo lunghe battaglie popolari, in ottobre una sentenza della Corte suprema indiana (non la prima) ha ingiunto al governo di procedere a distribuire tra le vittime ufficiali il resto dei soldi versati da Union Carbide (che nel frattempo hanno fruttato: oggi sono circa 327 milioni di dollari).

La cosa più grave però è che il vecchio stabilimento della Union Carbide, in disuso da quella notte di vent'anni fa, continua a uccidere. Nelle carcasse arruggicite della fabbrica, tra i capannoni ormai diroccati, abbiamo visto migliaia di tonnellate di sostanze tossiche: residui di naftolo, urea, ddt, polveri ormai indurite che fuoriescono da sacchi sdruciti, resine nerastre che filtrano da bidono corrosi dalla ruggine, fiocchi di amianto che si staccano dalle vecchie guarnizioni. Nel `94, dopo proteste popolari e indignazione pubblica, 44 tonnellate di residui tossici catramosi erano stati rimossi, ma quello che resta basta ancora a contaminare terreni e falde idriche. Diverse indagini indipendenti hanno mostrato che l'acqua dei pozzi a cui attingono le borgate attorno allo stabilimento contiene metalli pesanti come mercurio e piombo, che il piombo è nel latte materno. Manca un'indagine epidemiologica più sistematica ma è abbastanza per allarmarsi. Le istituzioni pubbliche indiane ne sono consapevoli. Ma bonificare un sito simile costa parecchio: e Dow Chemical, che nel 2001 ha assorbito la vecchia Union Carbide, afferma di non aver nessuna responsabilità. Nella fusione, Dow non ha acquisito il catorcio di Bhopal, formalmente in custodia del governo indiano. Così decine di migliaia di persone continuano ad assorbire veleni, lentamente.

Titolo originale: Beijing’s Quest for 2008: To Become Simply Livable – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

PECHINO, 27 agosto – C’è uno schermo vicno a Piazza Tiananmen che conta i giorni che mancano ai Giochi Olimpici dell’estate 2008, e ogni giorno appare prezioso: Pechino deve realizzare o rinnovare 72 impianti sportivi e strutture di allenamento, asfaltare 59 nuove strade e completare tre nuovi ponti entro la cerimonia di inaugurazione.

Un compito che travolgerebbe la maggior parte delle città, ma Pechino è tanto efficiente nel versare cemento che il Comitato Olimpico Internazionale ha chiesto di rallentare, anziché terminare le realizzazioni troppo presto. Molto più difficile per Pechino sarà, invece, mantenere la promessa di ospitare un’Olimpiade “verde”, oltre all’obiettivo della nuova variante del piano regolatore generale: diventare “una città sostenibile per abitare”.

”È un concetto nuovo per noi” ha dichiarato Huang Yan, vice direttrice della commissione urbanistica, presentando il piano regolatore in aprile. “Non ci avevamo mai pensato prima”.

Per i 15,2 milioni di abitanti di Pechino, quel commento non rivela niente di nuovo. La città è intasata da ingorghi di traffico, col numero delle automobili che è più che raddoppiano in soli sei anni. La qualità dell’aria, dopo anni di continuo miglioramento, di recente si è assestata per alcuni indici, e ha iniziato a peggiorare per altri, mentre Pechino si colloca sempre fra le peggiori città del mondo per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico. La fornitura idrica è tanto al limite, che molti esperti hanno chiesto il razionamento.

Anche con l’incombente obiettivo delle realizzazioni olimpiche in corso nei settori settentrionali della città, il sindaco aggiustatutto Wang Qishan ha dichiarato che i suoi pensieri sono rivolti spesso a questioni non-olimpiche. In un discorso all’inizio dell’anno, Wang diceva di essere assediato dalle proteste pubbliche, e “le questioni calde sono sempre spazzatura, fogne, gabinetti pubblici e traffico”. La città è piena di migliaia di vecchie e puzzolenti latrine pubbliche, che sta velocemente cercando di sostituire.

”Ovunque guardo” ha riportato l’organo ufficiale governativo in lingua inglese China Daily, “sembra che ci siano problemi”. L’unica persona che non si lamenta, secondo il sindaco, è sua moglie.

Non è sicuro, che Pechino riesca a tradurre il suo teorico abbraccio alla “vivibilità” in veri miglioramenti nella qualità della vita, in una città che spesso appare come un immenso cantiere (ce ne sono, più o meno, 8.000 aperti).

Gli osservatori sono scettici. Attribuiscono le attuali intenzioni dichiarate di Pechino al fallimento delle precedenti politiche di piano, e incolpano il governo per uno sviluppo rampante, che ha distrutto molta parte della città storica, producendo il guazzabuglio di quella nuova emergente.

”La cattiva urbanistica degli scorsi decenni è diventata motivo di imbarazzo per l’amministrazione” dice Wang Jun, il cui libro best-seller, “Storia di una città”, documenta la demolizione di molti quartieri storici “ hutong”, le vecchie e densamente popolate énclaves di vicoli stretti e tortuosi con le cadenti case a corte.

Wang afferma che Pechino non si è mai ripresa dagli anni ‘50, quando il principale storico dell’architettura nazionale Liang Sicheng ammoniva che distruggere gli hutongs avrebbe portato a traffico e inquinamento, e chiedeva urgentemente a Mao di conservare le antiche mura Pechino. Invece, Mao le demolì in quanto simbolo del feudalesimo cinese.

Più di recente, gli hutongs sono stati demoliti spostando un imprecisato numero di migliaia di persone, per far spazio alle migliaia di nuovi intervento che si sono ingoiati la città.

”Ora le vecchie previsioni sono realtà” dice Wang dell’inquinamento e del traffico.

La costante pressione, su Pechino e le altre città cinesi, è quella dell’immigrazione. La Cina è nel mezzo di uno dei momenti di urbanizzazione più rapidi della storia, con 300 milioni di persone che si prevede migreranno verso le città nei prossimi 15 anni.

La popolazione della sola Pechino potrebbe superare i 21 milioni entro il 2020, se la crescita continua al ritmo di oggi.

La signora Huang dice che gli urbanisti sono stati obbligati e rivedere le priorità. Pechino ora comprende una vasta area geografica, per la maggior parte montagnosa e punteggiata da villaggi rurali.

Il nuovo piano generale vuole creare centri satellite suburbani per allentare le pressione demografica sul centro. L’industria manifatturiera, per esempio, sarà concentrata a est, l’alta tecnologia a ovest. La signora dice che l’accesso limitato all’acqua e le carenze energetiche nazionali hanno reso essenziale una pianificazione più attenta.

”Nel passato, non pensavamo alla questione delle risorse” dice. “Ci concentravamo esclusivamente sullo sviluppo”.

Il Partito Comunita al potere considera le Olimpiadi come il comitato di benvenuto della Cina verso il resto del mondo, e tutta Pechino sta aspettando il 2008. Il governo ha deliberato che i principali progetti vengano completati diversi mesi prima della cerimonia di apertura. Le strutture olimpiche saranno terminate entro la fine del 2007.

Ma non è ancora chiaro se Pechino sarà in grado di rispettare gli obiettivi della propria promessa olimpica “verde”. I funzionari si sono impegnati a spostare alcune fabbriche, a chiuderne altre. Migliaia di camion e taxi pesantemente inquinanti sono stati sostituiti da veicoli con rigidi limiti per quanto riguarda le emissioni.

Lo scorso anno, i funzionari municipali hanno festeggiato quando Pechino, anche se solo per un pelo, ha rispettato l’obiettivo di 227 giornate cosiddette “Cielo Azzurro”, basato sui livelli di tre principali sostanze inquinanti nell’atmosfera.

Ma alcuni abitanti erano tanto scettici da accusare il municipio di manipolazione dei dati. Un recente rapporto dell’ufficio ambientale dell’ambasciata USA a Pechino ha riconosciuto l’incremento delle giornate “Cielo Azzurro”, ma sottolinea che gli standards utilizzati sono meno rigidi di quelli americani. Il rapporto rivela che il numero dei giorni con “livelli di inquinamento estremamente nocivi” è caduto da 17 a 5, e che l’indice generale è invece risalito sull’arco annuale.

Lo studio ha anche rilevato che i livelli di alcuni particolati nell’aria erano di parecchie volte più alti che nelle principali città americane, e che Pechino potrebbe non raggiungere l’obiettivo dell’adeguamento ai criteri di qualità dell’aria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità entro il 2008.

L’impennata nell’auto privata – il cui numero sta raggiungendo i tre milioni – diminuisce i vantaggi ottenuti dalle azioni su camion e taxi inquinanti. Le auto private sembrano sempre più incombenti sulla città, e il comune risponde con una frenetica costruzione di strade, anche se si espandono metropolitane e ferrovie leggere. “Essenzialmente, è come usare il modello Los Angeles per risolvere il problema di New York” commenta lo studioso Wang Jun.

Los Angeles, naturalmente, potrebbe anche fornire un po’ di ispirazione a Pechino, avendo ridotto drasticamente i propri livelli di inquinamento.

Anche ora, ci sono momenti in cui l’inquinamento cade, e Pechino si rivela per quello che potrebbe essere. In agosto, dopo una serie di forti piogge, il cielo era oltremodo azzurro e si vedeva chiaramente il cerchio di montagne irregolari attorno alla città.

Ma sono giornate rare. Non lontano dalla Piazza Tiananmen, l’ufficio urbanistica municipale offre qualche immagine di come si spera apparirà Pechino entro il 2008, con un impressionante modello in scala: il quartiere degli affari snello gruppo di torri avveniristiche; il complesso olimpico che si eleva elegante a nord, circondato da spazi verdi; l’antica Città Proibita al centro.

Appare tutto ordinato, persino possibile, ma forse è solo perché manca qualcosa di importante: in quel modello non ci sono quasi persone, o automobili.

Nota: il testo originale al sito del New York Times (f.b.)

Il record c’è, ma è decisamente negativo. La Commissione Europea ha diffuso nei giorni scorsi il rapporto Eper (European Pollutant Emission Register), una sorta di radiografia dell’inquinamento europeo. Il rapporto è frutto di un’analisi dettagliata compiuta a partire dal 2001 su un campione di oltre novemila tra aziende, discariche e stabilimenti della vecchia Europa dei Quindici allargata a Norvegia e Ungheria. Cinquanta le sostanze tossiche prese in considerazione.

Una apposita “lista nera” individua le aziende che da sole producono più del 10 per cento delle emissioni totali rilevate in Europa per una determinata categoria. Fra esse figurano anche diverse società italiane, dislocate in tutto lo stivale. Segno che l’inquinamento di casa nostra non ha particolari preferenze geografiche. È complessivamente diffuso.

Per una questione di comodità, elenchiamo le “aziende tossiche” a partire dal nord. A sorpresa scopriamo che l’insospettabile Valle d’Aosta, rinomata per la sua aria salubre e per il suo ambiente incontaminato, vanta la poco invidiabile presenza, sul suo territorio di un mostro come la Magnesium Products of Italy di Verres, che da sola produce il 25,2 per cento del totale di fluoruro di zolfo nell’Unione europea.

Poco più a sud, la Radici Chimica di Novara, città il cui distretto industriale è finito nel mirino degli ambientalisti, che lo descrivono come un paesaggio post-atomico, sarebbe responsabile del 17,6 per cento del totale delle emissioni di protossido di azoto. Sempre da quelle parti, in provincia di Vercelli, località Valduggia, sorge la “Sitindustrie Internationa”, rinomata a partire da adesso per l’emissione del 25,9% dei composti organostannici, delle sostanze spesso usate per le vernici navali.

Seguendo la rotta del Po’ fino a Mantova e poi deviando a nord, si arriva dritti a Porto Marghera. Figuriamoci se il Mostro della Laguna poteva non far parte della lista nera. Lo stabilimento di Porto Marghera è responsabile del 25,1% del totale di esaclorobutadiene, meglio noto per questioni di sobrietà come Hcbd.

Scendendo a sud e sconfinando in Romagna troviamo l’azienda Hera, una discarica di rifiuti urbani e speciali non pericolosi (non per l’aria) con sede a Baricella (Bologna) che produrrebbe il 21,9 per cento del totale delle emissioni di metano nella Ue. Il Centro ecologico di Ravenna emette il 14,4% del totale delle emissioni di dicloroetano (DCE). Notizia dei giorni scorsi: Hera ha firmato il contratto definitivo per l’acquisto del 100% di Ecologia Ambiente, società che gestisce le attivtà del

Polo Ecologico di Ravenna. Se la fusione andasse in porto, l’Emilia Romagna si trasformerebbe in una piccola Hiroshima. Ti pareva se poteva mancare anche Nagasaki: l’impianto di trattamento chimico-fisico-biologico del depuratore di Lugo (Ravenna) produce il 12% del totale delle emissioni di azoto europee.

Andiamo a Sud. Lo stabilimento di Taranto Ilva, secondo l’Eper produrrebbe il 10,2% del totale delle emissioni di monossido di carbonio (CO), mentre dalle ciminiere dello stabilimento brindisino Enipower fuoriesce il 13,7% del totale delle emissioni di zinco. Non male.

Infine la Sardegna. Avremmo potuto prenderla in considerazione prima, quando eravamo ancora alle prese con i mostri del Regno Sabaudo. Ma abbiamo preferito la lezione di storia contemporanea piuttosto che quella di storia moderna. Lo Stabilimento Syndial di Porto Torres emette il 14,3% del totale delle emissioni di diossine e di furani. Il depuratore consortile di Olbia (Sassari) che produce il 10,1% delle emissioni di fosforo e il 18,4% di TOC. Chiudere con un doppio primato fa sempre effetto.

MILANO - «Si spesero ottocentomila franchi invece dei sette milioni del progetto originario. Si risparmiò sugli strumenti di misurazione. E venne cancellato un recipiente di recupero in caso di esplosioni. Se quel recipiente ci fosse stato, la diossina non sarebbe uscita dallo stabilimento dell´Icmesa».

Domani saranno passati trent´anni. Jorg Sambeth era il giovane direttore di produzione del gruppo Hoffman La Roche. Lo chiamarono da Seveso mentre era in vacanza sulle montagne svizzere: «È scoppiato il reattore». Era l´inizio della tragedia di Seveso, la contaminazione che avrebbe devastato un pezzo di Lombardia mettendo per la prima volta l´Italia davanti al lato più cupo del boom economico e dell´industrializzazione selvaggia. Per la legge italiana, Sambeth è uno dei colpevoli di quel disastro: cinque anni di condanna in primo grado, uno e mezzo in appello. Durante il processo, ha scelto la linea voluta dall´azienda: incidente imprevedibile. Ma quando si è convinto di essere stato un capro espiatorio, ha raccontato la sua verità in un libro. Il libro è diventato un film: Gambit di Sabine Gisiger. In Svizzera, dove Sambeth vive, il film è stato visto e applaudito. In Italia, nel paese dell´Icmesa, il film non è mai arrivato. Non lo hanno voluto le sale. Non lo hanno voluto neanche le librerie.

Eppure gli ultimi dati dicono che la storia di Seveso non appartiene solo alla memoria. Nella zona in cui quella mattina di luglio si sparsero i veleni dell´Icmesa, quest´anno mancano all´appello venti neonati maschi. Il rapporto delle nascite, che da sempre vede venire al mondo più bambini che bambine, a Seveso si è invertito. I medici non hanno dubbi: il motivo è nella nuvola di trent´anni fa, che ha cambiato senza ritorno gli organismi di quelli che allora erano ragazzini, e che oggi sono padri.

I ragazzini del 1976 continuarono a giocare a lungo nei campi invasi dalla diossina prima che qualcuno lanciasse l´allarme. Il reattore scoppia il 10 luglio 1976. I primi, cauti, provvedimenti sono del 15. Solo il 17 la notizia finisce sui giornali. Solo il 26 luglio inizia l´evacuazione della "zona A". Un ritardo che Sambeth spiega senza eufemismi. «Ci vollero cinque giorni perché venisse convocata una unità di crisi. Il presidente era in viaggio in Brasile. Il numero due disse: non si parla. Le società non dovevano essere nominate e non doveva essere nominata la diossina. Era successo un incidente durante la produzione del triclorofenolo e basta. La linea era: non sappiamo cosa è successo esattamente, vi informeremo a tempo debito, fino ad allora non c´è pericolo per nessuno».

Fin da subito, i vertici dell´azienda sapevano che l´esplosione del triclorofenolo - la sostanza base per la produzione del tranquillante Valium - aveva sviluppato e liberato diossina. Ma non lo dissero, lasciando i medici italiani a interrogarsi su quelle macchie che invadevano le facce dei bambini di Seveso. «Resistetti tre giorni - racconta Sambeth - poi venni di nuovo in Italia. Non dire ai medici che curano gente ferita di cosa si tratta, pur sapendolo... Non è possibile. Come fa il dermatologo a riconoscere che si tratta dell´inizio della cloracne, che è stata la diossina?». Sambeth parlò, e l´Italia scoprì una nuova parola: diossina.

Per 447 persone, soprattutto bambini, ci furono danni alla pelle, a volte terribili. Quattromila animali domestici morirono, migliaia dovettero venire uccisi. Centinaia di abitanti vennero evacuati e le loro case abbattute. Solo pochi giorni fa la Regione Lombardia ha dato lo status di parco naturale al Bosco delle querce, l´area verde di sessantadue ettari realizzata dopo la bonifica sul luogo del disastro. Si è persa la memoria di quella farsa che fu la sparizione dei 41 fusti con la diossina, ritrovati dopo una caccia interminabile in una discarica francese e inceneriti infine in Svizzera. E senza risposta è rimasta la domanda sollevata nel 1993 dal giornalista tedesco Ekkehard Sieker in un suo film: la diossina dell´Icmesa era davvero una conseguenza non voluta della produzione di triclorofenolo, o era un´arma chimica deliberatamente prodotta per il mercato bellico?

Quando gli si parla di questo, è come se a Sambeth un nuovo fantasma attraversasse lo sguardo. «Sì, l´impianto era così concepito che ci si poteva domandare: sembra fatto apposta per questo». Ma più in là non va. Di fantasmi, forse, gli bastano quelli che si porta dentro da trent´anni.

Chi è Laura Conti e che c'entra con Seveso, in un profilo di Giorgio Nebbia

Solo gli addetti ai lavori, e una minoranza di cittadini bene informati, oggi sanno che una pratica corrente dell’agricoltura del nostro tempo è il diserbo chimico. Le cosiddette erbacce non vengono più estirpate manualmente o meccanicamente, come accadeva in passato, ma la loro distruzione è affidata a molecole chimiche che si incaricano di annientare il loro sistema ormonale, lasciando in vita le colture utili. Si tratta di una pratica che ha cominciato a diffondersi nel nostro Paese all’indomani della seconda guerra mondiale e che ormai è accettata universalmente come una consuetudine normale. Essa offre infatti la possibilità di risparmiare lavoro e quindi di ridurre i costi aziendali. Fa parte quindi delle innovazioni tecniche inaugurate dall’agricoltura industriale nel XX secolo, che hanno reso la nostra agricoltura sempre più competitiva ma al tempo stesso i nostri agricoltori sempre più subordinati all’industria chimica e soggetti a margini decrescenti di profitto.

Oggi anche su piccoli appezzamenti di terreno, in ogni regione d’ Italia, si pratica sistematicamente questa operazione di avvelenamento selettivo del terreno per avere campi privi di erbe indesiderate. Può capitare che persino il personale dei comuni e delle provincie, incaricato di tenere sgombri i bordi delle strade, ricorra a simili mezzi, oltre al decespugliatore meccanico.

Chi possiede gli strumenti per leggere il paesaggio, e le condizioni del terreno, girando per le nostre campagne può scorgere le tracce visibili della silenziosa guerra chimica oggi in corso. Sempre più frequentemente gli interfilari di vigneti e frutteti appaiono completamente nudi, salvo radi ciuffi d’erba rosseggianti che sembrano sopravvissuti al passaggio del fuoco. Tutto ciò nonostante l’agricoltura biologica abbia da tempo scoperto e sperimentato - valorizzando vecchi saperi contadini - i vantaggi del mantenimento controllato dell’erba nel campo(inerbimento).Questa pratica infatti assicura la difesa del suolo dall’azione dalla pioggia battente e dai processi di erosione, la conservazione dell’humus e della vita biologica del terreno, la difesa della biodiversità, una crescita più sana delle piante, una superiore qualità organolettica dei frutti, ecc.

Ma il ricorso al diserbo chimico continua anche perché esso fa parte di un sistema che ha finito coll’imporre le regole del profitto anche all’ambito incomprimibile della vita. L’agricoltura industriale, infatti, ha abolito le antiche rotazioni delle colture - con le quali si curava la fertilità del terreno e si conteneva la proliferazione delle erbe spontanee - e ha affidato interamente alla chimica il compito di produrre, con i concimi di sintesi, i prodotti agricoli, e di distruggere le piante indesiderate con i diserbanti. Questi ultimi fanno dunque anche parte di un circolo vizioso che agli effetti indesiderati prodotti dall’alterazione degli equilibri naturali risponde con una ulteriore assoggettamento della vita organica alla chimica.

Ebbene, a parte le considerazione esposte, ci sono almeno quattro fondamentali ragioni per dire basta a questo modo violento e barbarico di fare agricoltura: 1) I diserbanti sono altamente nocivi alla salute umana, soprattutto degli agricoltori che li usano. Alcuni componenti come il 2,4 ­ D e il 2,4,5 ­ T (quest’ultimo presente nei defolianti usati dagli americani nella guerra contro il Vietnam) sono gravemente indiziati di ingenerare tumori e i linfomi-non-Hodgkin .( H.Norberg-Hodge/P.Goering/ J.Page, From the ground up. Rethinking industrial agricolture, Zed Books, London 2001, p.19). Una campagna dove sempre più frequentemente circolano tali veleni è destinata a diventare un luogo altamente insalubre tanto per gli agricoltori che per tutti noi.. 2) I diserbanti non solo sono gravemente nocivi alla fauna campestre(uccelli, serpi, talpe, ricci, rospi, grilli, cicale, ecc.) ma sopprimono anche gran parte della vita biologica del terreno. E il terreno non è un semplice supporto neutro per le coltivazioni, quale lo ha reso l’agricoltura industriale, ma un organismo vivente su cui crescono le piante da cui ricaviamo il nostro cibo. Esso è, a pensarci bene, la base stessa della vita. Di ogni vita sulla terra. E’ difficile immaginare che possa sopportare a lungo l’avvelenamento chimico selettivo dei diserbanti. Così come appare difficile immaginare che si possano produrre alimenti sani da un habitat in cui la vita viene così sistematicamente perseguita.. 3) I diserbanti inquinano gravamente le falde acquifere. Noi non sappiamo che cosa succederà - e che cosa succeda già adesso - delle fonti da cui i comuni attingono le risorse idriche per distribuire l’acqua potabile ai cittadini. Dopo anni di diserbo chimico sempre più intenso è facile prevedere che i veleni saranno diffusamente presenti nelle nostre falde. Ora, che una delle risorse più preziose della nostra vita e delle nostre economie, bene sempre più scarso, risorsa strategica per il futuro, debba essere distrutta da una delle pratiche più dissennate che l’uomo abbia immesso nell’agricoltura recente è un paradosso che ripugna a ogni elementare buon senso.

4) Infine, un paradosso a cui la scienza e la tecnica, nel corso dell’età contemporanea, ci hanno spesso abituati. I diserbati si rivelano alla lunga inutili e controproducenti per lo stesso fine per cui sono utilizzati. Riporto le testimonianze di due esperti italiani, appartenenti all’ambito dell’agricoltura convenzionale: "L’introduzione della pratica del diserbo chimico ha provocato una profonda modifica della struttura della vegetazione spontanea. I tratti fondamentali di questo cambiamento possono essere riassunti da una parte nella riduzione della ricchezza floristica e dall’altra nell’abbondanza di un numero ristretto di specie.Pertanto, negli agro-ecosistemi si è ridotto il numero totale di specie infestanti e quelle adattatesi alle nuove condizioni imposte dalla tecnica, per un fenomeno di compensazione, hanno assunto una elevata densità di individui. Il risultato di questo processo è stato un progressivo avvicinamento ecofisiologico tra malerbe e colture, fino ad arrivare, in pratica, a strette associazioni tra specie infestante e specie coltivata, che rendono poco efficaci i trattamenti chimici.Le infestanti sono riuscite ad evolvere strategie ecologiche per sfuggire all’azione dei trattamenti. Si deve infatti tener conto che il diserbo chimico è in grado di colpire solo la quota di infestazione in atto, ma lascia sostanzialmente indisturbata quella non visibile, definita potenziale, dovuta ai semi e agli organi di propagazione agamica presenti nel terreno. L’infestazione potenziale può rappresentare oltre il 90% della infestazione totale" (P.Catizone-G.Dinelli , Il controllo della vegetazione infestante, in Accademia nazionale di Agricoltura, L’agricoltura verso il terzo millennio attraverso i grandi mutamenti del XX secolo, Edagricole Bologna 2002, pp. 596-97)

Questa pratica rappresenta dunque una delle procedure alla lunga più inutili, inquinanti, dannose e costose (per gli agricoltori e i consumatori) oggi presente nella agricoltura del nostro tempo. Essa va integralmente estirpata dalla nostra agricoltura come una delle scelte più sbagliate ed infauste della tecnoscienza contemporanea. Non c’è alcuna ragione - a parte gli interessi dell’industria chimica e i problemi tecnici che pongono le risaie della pianura padana - perché tale forma di avvelenamento delle nostre campagne duri un giorno in più. Il risparmio di lavoro che il diserbo chimico consente, rispetto a quello meccanico, non può più essere calcolato in termini puramente aziendali, come è stato fatto dissennatamente finora. Se nel computo si immettono i molteplici costi sociali, economici, biologici, ambientali che il suo uso comporta il bilancio puramente aziendale mostra la sua non più occultabile cecità.

E’ grande francamente lo stupore di fronte alla mancanza di iniziative dei movimenti ambientalisti su tale fronte. Che cosa si attende per avviare una grande iniziativa popolare perchè il diserbo chimico sia gradualmente, ma definitivamente bandito dall’agricoltura italiana? Perché si tarda ad avviare una campagna ambientalista che investa tutta l’agricoltura europea? Qualcuno obietterà prontamente che l’abolizione dei diserbanti creerà uno svantaggio competitivo all’agricoltura del Vecchio Continente. E’ appena il caso di ricordare che la competizione sul piano della quantità è ormai un vecchio obiettivo da paese poveri e che l’agricoltura italiana ed europea ha ormai davanti a sè più vasti orizzonti qualitativi da perseguire.

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Titolo originale: Australia looks beyond Kyoto with new pact – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

È stato annunciato oggi dal governo federale un nuovo accordo fra Australia, Stati Uniti, India, Cina e Sud Corea per sviluppare nuove tecnologie per ridurre le emissioni di gas serra.

L’Australia entro quest’anno ospiterà il primo incontro di rappresentanti dei governi firmatari per negoziare i dettagli di un patto considerato dal governo Howard come alternativo al protocollo di Kyoto.

Ma i partiti dell’opposizione e i movimenti ambientalisti affermano che l’accordo è solo una copertura della riluttanza australiana a tagliare le emissioni, e che ignora il mercato esistente delle energie rinnovabili.

I critici sottolineano anche come Australia e USA – che hanno rifiutato di ratificare il protocollo internazionale di Kyoto per tagliare le emissioni – stessero facendo meno della maggior parte dei paesi in via di sviluppo per affrontare il proprio inquinamento da gas serra.

Scopo dell’accordo, secondo fonti governative, è lo sviluppo di tecnologie commercialmente valide entro il 2012, quando diventerà efficace il protocollo di Kyoto.

Queste soluzioni tecnologiche comprendono il filtraggio delle emissioni e l’interramento dell’anidride carbonica prodotta dalle centrali energetiche a carbone. Saranno anche stabiliti accordi di condivisione tecnologica ed esportazione. Nonostante l’Australia sia all’avanguardia in molte di queste tecnologie, allo stadio attuale nessuna di esse è commercialmente matura.

Il ministro degli esteri, Alexander Downer, dovrà discutere i particolari del patto con i suoi corrispondenti di India, Cina e Sud Corea, nell’incontro al vertice dei ministri degli esteri della Association of South-East Asian Nations di Laos.

Il direttore esecutivo della Australian Conservation Foundation, Don Henry, dice che gli USA “evitano il problema di fissare obiettivi di taglio delle missioni. La Cina mostra più serietà su questo aspetto, sia rispetto all’Australia che agli USA”.

Il ministro federale per l’Ambiente, Ian Campbell, ha dichiarato ieri che presto saranno annunciati i particolari dell’accordo. “È chiaro che il protocollo di Kyoto non porterà il mondo dove desidera”, ha detto il senatore Campbell.

”Dobbiamo affrontare i grandi emissori, dobbiamo impegnare le nazioni che non si sono impegnate su Kyoto, dobbiamo assicurarci di sviluppare tecnologie che amplino la produzione di energia, perché ne abbiamo bisogno di più”.

Cina e India hanno già fatto notevoli progressi verso la copertura del proprio fabbisogno energetico, e nello spostamento a fonti pulite come il vento.

L’Australia ha alcuni obiettivi fissati di energie rinnovabile a circa il 2% di tutta la produzione, ma il governo ha rifiutato di incrementarli.

Il leader dei Verdi, Bob Brown, afferma che alla base del nuovo patto stanno le lobbies del carbone USA e australiane.

Le cinque nazioni del patto segreto comprendono quattro dei maggiori produttori mondiali di carbone: Cina, USA, India e Australia. “È denaro del contribuente deviato, dallo sviluppo di tecniche per energie pulite e rinnovabili, verso il tentativo di bruciare carbone in modo meno sporco”.

COSA CI ASPETTA

● Le temperature in Australia cresceranno in media annuale di 1-6 gradi entro il 2070.

● Questo significherà più ondate di caldo, incendi e siccità, minacce alla produzione agricola, alle proprietà, alla vita.

● Gli insediamenti costieri saranno più vulnerabili ai cicloni, tempeste, inondazioni.

● Il mutamento climatico potrebbe far traboccare dighe, lasciarne in secca altre, aumentare i rischi di caduta di tensione elettrica a causa di picchi di domanda o incendi boschivi.

● Saranno messi in pericolo posti di lavoro nella pesca, agricoltura e allevamento. Ne soffrirà anche il turismo, con il rischio per ecosistemi come la Grande Barriera Corallina.

Nota: questo articolo del Sidney Morning Herald è stato ripreso dal sito sul riscaldamento globale Cimate Ark (f.b.)

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