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Nei giorni scorsi gli ispettori dell’Unione europea, dal cui rapporto dipende l’apertura della procedura di infrazione a carico dell’Italia, hanno visitato i CDR, gli impianti che imballano l’immondizia; poi il surreale cantiere dell’inceneritore di Acerra, il più grande d’Europa. Quello che Veolia, il colosso francese che gestisce questo tipo di impianti in molti paesi del primo, secondo e terzo mondo, si è rifiutato di gestire a causa della mancanza delle minime garanzie politico-istituzionali (sic). E anche quello che il neoassessore regionale all’ambiente Walter Ganapini si è precipitato a rifinanziare, come primo atto della nuova gestione. Gli ispettori hanno percorso le strade dell’hinterland, incassate tra due muri continui di rifiuti. Alla fine, sui giornali di ieri, le anticipazioni sul desolato responso dei tre tecnici giunti da Bruxelles: la Commissione prende atto di come la Campania non abbia ancora una strategia per uscire dalla crisi.

Quattordici anni di gestione commissariale e un miliardo di euro sono dunque stati spesi senza uno straccio di strategia. Un brivido corre lungo la schiena al pensiero che lo stesso gruppo dirigente sia tuttora al lavoro per programmare (e possibilmente gestire) la spesa dei 15 miliardi di euro di fondi comunitari che pioveranno sulla Campania nei prossimi sei anni.

Qualche altra spigolatura, sempre dai giornali di ieri: in un contesto di arretramento complessivo del nostro paese, la Campania occupa ora, tra le regioni italiane, il fanalino di coda nella graduatoria del reddito stilata da Eurostat. Nello scorso fine settimana il Grand Hotel Vesuvio, sul lungomare di fronte al Castel dell’Ovo, ha registrato solo 16 presenze (non era mai accaduto in un secolo e mezzo di storia). Nel frattempo gli agricoltori campani, per vendere, sono costretti a oscurare le etichette, celando la provenienza dei prodotti.

In un drammatico finale di partita, la denuncia di oggi del supercommissario De Gennaro: la gestione di questi ultimi mesi di crisi, i più drammatici, è stata basata su informazioni sbagliate, su carte false. Le ultime verifiche tecniche hanno infatti accertato come le vecchie discariche che il commissariato di governo intendeva riattivare per smaltire le 300.000 tonnellate che sommergono ancora le strade, siano realmente non idonee, proprio come sostenuto dalle popolazioni, dai comitati, dalle assise. Insomma, si riparte da zero.

La denuncia di De Gennaro è un’ammissione di bancarotta dell’amministrazione, l’estrema manifestazione del paradosso manzoniano più volte descritto da eddyburg: in un contesto nel quale la legalità, i controlli democratici, la coesione territoriale e la fiducia sono completamente saltati, al massimo dei poteri discrezionali corrisponderà simmetricamente il massimo dell’impotenza e dell’incapacità di governo.

Il problema dei rifiuti non può essere isolato dal suo contesto, cioè dalle produzioni e dai prodotti che li generano, dai modi del loro consumo. Alla luce del contesto il tema rifiuti si colloca all’interno di una contesa tra culture diverse in cui le posizioni dei contendenti si radicano entrambe nell’ambito della modernità; ma con esiti sempre più divergenti. Ritroviamo la stessa contrapposizione tanto sulle grandi questioni dell’umanità, come guerre o cambiamenti climatici, quanto in quelle minute della vita quotidiana – compresa la produzione di rifiuti – il cui effetto cumulativo decide il destino del pianeta

Da un lato abbiamo la cultura della crescita, affidata alla tecnica e al mercato, più o meno corretto con interventi “politici”, ma anch’essi di natura tecnica; non a caso chiamati sempre più spesso “manovre”. Qui, alle aspettative sullo sviluppo tecnologico viene affidato anche il rimedio ai “danni collaterali” prodotti dalla tecnica: alla superiorità nella tecnologia bellica il compito di garantire l’ordine mondiale messo in forse dalla disseminazione di armi micidiali; all’energia nucleare, alla cattura del carbonio, all’idrogeno, il compito di neutralizzare i cambiamenti climatici provocati dai combustibili fossili, il cui utilizzo non deve conoscere tregua per non ostacolare la crescita. L’assunto è semplice: la tecnologia ci ha dato il benessere; la tecnologia rimedierà ai suoi danni collaterali.

Nella vita quotidiana la cultura della crescita è promozione del consumo per il consumo; del consumo per mandare avanti la macchina produttiva; del consumo per sostenere occupazione e redditi. Consumo di beni sempre più inutili mentre miliardi di uomini mancano del minimo necessario. Il “danno collaterale” del consumo è costituito dai rifiuti, perché tutto ciò che viene prodotto è destinato a trasformarsi in rifiuto in un lasso di tempo sempre più breve. Quindi, tanto vale produrre direttamente rifiuti: l’usa-e-getta (nel cui novero rientrano tutti gli imballaggi “a perdere”) non è altro che fabbricazione di rifiuti destinati a qualche effimera funzione per il tempo più breve possibile.

Ma la cultura della crescita ha sempre una “tecnologia” pronta per rimediare a tutto: Per i rifiuti, prima c’era la discarica, più o meno “controllata”; poi l’inceneritore (il sogno di “mandare in fumo” tutto ciò che non ci serve); poi il “termovalorizzatore” (la produzione di energia più costosa mai comparsa sulla Terra: il termovalorizzatore manda in fumo con rendimenti energetici infimi non solo quello che brucia, ma anche tutta l’energia consumata per produrre i materiali che usa come combustibile e che potrebbero invece venir riciclati); infine il “ciclo integrato” dei rifiuti, inframmettendo tra pattumiera e inceneritore altre macchine per separare il secco dall’umido e “un po’” di raccolta differenziata; ma non troppa; altrimenti il termovalorizzatore si spegne.

Il secondo contendente di questa contrapposizione è la cultura della sobrietà. Non è organizzata, né sponsorizzata, né roboante; ma in qualche modo si radica in ciascuno di noi quando realizziamo che la rincorsa ai consumi è soprattutto una corsa alla produzione di rifiuti che rende tutti più poveri e intasa il mondo. Anche la cultura della sobrietà è figlia della modernità: non è frutto della penuria, della nostalgia per il passato o di una volontà di espiazione; bensì di saperi che ci guidano a usare le risorse in modo ragionevole. Non ha inventato macchine volanti, ma il deltaplano, che permette di realizzare il sogno di Icaro sfruttando i movimenti dell’aria; o la bicicletta, che moltiplica il rendimento dello sforzo che si fa per camminare; o il trasporto flessibile che combina velocità, comodità e risparmio di spazio, di risorse e di energia. Non ha realizzato la fusione a freddo – la pietra filosofale che trasformava il piombo in oro e oggi dovrebbe trasformare l’acqua in idrogeno – ma i pannelli fotovoltaici e le pale eoliche, che possono fornire all’intero pianeta tanta energia quanta ne basta per una vita moderna e agevole. Ma solo in un quadro di contenimento e perequazione nell’utilizzo delle risorse.

Meno consumi producono meno rifiuti; ma a ridurre la produzione di rifiuti sarà soprattutto quello che si consuma e il modo in cui lo si fa: le nostre scelte di acquisto. Cioè: meno imballaggi superflui (oggi sono il 40 per cento dei rifiuti urbani in peso e il 70-80 per cento in volume), cominciando da bottiglie e flaconi a rendere cauzionati; meno prodotti usa-e-getta (un altro 10 per cento): l’usa-e-getta ha sostituito per una frazione di secolo prodotti che prima si usavano fino alla consunzione; ma oggi ci sono sostituti dei prodotti usa-e-getta che costano e inquinano meno e sono più comodi e igienici di tutti i loro predecessori: nuovi pannolini lavabili o lavastoviglie che evitano il ricorso a piatti e bicchieri di plastica nelle mense. Più prodotti venduti sfusi (“alla spina”), a partire dai detersivi; meno sprechi di avanzi alimentari, per lo più frutto di una spesa fatta senza programma, come ricordava pochi giorni fa Carlo Petrini; più compostaggio domestico dei rifiuti organici (ovunque si disponga di spazi adeguati, e lo può essere anche un balcone); adozione di prodotti tecnologici modulari (computer, hi-fi, cellulari, elettrodomestici), in modo che per adeguarli ai progressi della tecnologia non sia necessario cambiare tutta l’attrezzatura, ma solo le componenti logore od obsolete; una moderna regolazione e incentivazione del mercato dell’usato, per non mandare in discarica o in fumo quello che milioni di persone sono ancora disposte a usare. E poi, ma solo poi, raccolta differenziata capillare porta-a-porta, responsabilizzando gli addetti perché intrattengano un rapporto diretto con gli utenti; impianti decentrati di compostaggio e di recupero dei materiali; incentivi agli acquisti ecologici (green procurement) per enti pubblici e imprese, per fornire un mercato ai materiali riciclati.

Sono cose semplici, alla portata di cittadini, enti locali e imprese grandi o piccole, ma tanto più urgenti, anche ricorrendo a misure straordinarie, quanto maggiore è l’emergenza rifiuti che soffoca un territorio. Intervenire alla fonte, in base alla gerarchia delle priorità indicata oltre trent’anni fa da Ocse ed Europa: riusare, ridurre, riciclare, e poi smaltire – “termovalorizzatore” e discarica – solo quello che rimane. Ma se si fa tutto ciò, che cosa resta da bruciare in un “termovalorizzatore”? Quasi niente: non l’acqua (60-70 per cento) contenuta nel residuo organico sfuggito alla raccolta differenziata; non la carta talmente bagnata da non poter essere conferita insieme a quella riciclabile; non il vetro e le lattine che invece di bruciare assorbono calore. Ma neanche quel poco di plastica che ne resta dopo una buona raccolta differenziata (che al 2012, per decisione coincidente – caso quasi unico – degli ultimi governi sia di destra che di sinistra, dovrà raggiungere l’obiettivo del 65 per cento). Perché la plastica è fatta con il petrolio e non potrà più essere assimilata a una fonte di energia rinnovabile e fruire di quegli incentivi che in passato hanno fatto ricchi i gestori degli inceneritori – primo tra tutti quello famosissimo di Brescia – a spese dei fondi pagati da tutti noi per promuovere l’energia del sole, del vento, dei residui dei boschi e delle colture bioenergetiche.

E allora? Allora, anche nel campo dei rifiuti, la cultura della sobrietà ha soluzioni, anche tecnologicamente molto sofisticate, e tutte già sperimentate, per raggiungere risultati che la cultura della crescita non riuscirà mai a conseguire, immobilizzata com’è in attesa di inceneritori che sarà sempre più difficile e costoso realizzare e soprattutto far funzionare senza incentivi (negli Stati Uniti non se ne costruiscono più da 15 anni, mentre in molte città del Nord America la raccolta differenziata ha raggiunto il 60 per cento in poco più di un anno). La crisi drammatica della Campania deve essere l’occasione per un ripensamento profondo e generale su queste alternative.

Titolo originale: Welcome to the Post-Carbon World– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Non deve essere per forza la fine del mondo. Certo edifici, produzione di elettricità, trasporti, produzione di alimenti e gestione delle foreste, contribuiscono ad aumentare la massa dei gas serra. Ma ci sono a portata di mano soluzioni amiche del clima. Partiamo da fuori del mondo, per iniziare a immaginare soluzioni molto terra-terra.

Apollo a Terra: Houston, avete un forte sovraccarico di carbonio nell’atmosfera. Subirete un grave surriscaldamento se non riuscite a metterlo sotto controllo.

Terra a Apollo: Ricevuto. L’abbiamo individuato vent’anni fa, ma la Casa Bianca ci dice di non preoccuparci e continua a tagliarci il bilancio. Avete qualche idea brillante?

Apollo a Terra: Hello, Houston? Abbiamo interessanti sviluppi, qui. Riceviamo chiari segnali visivi, e non vengono dalla Terra. Ci date cinque minuti? … Non ci crederete, ma è vero: non siamo soli. Ci stanno spedendo materiali da qualcosa che si chiama Archivi Intergalattici. Dicono che la crisi da riscaldamento è piuttosto normale sui pianeti che hanno grossi depositi di energie fossilizzate. Raccomandano di passare rapidamente a energie semplici, a partire da sole, vento, terra, oceani. Ci dicono, anche, di non aspettare troppo!

Terra a Apollo: Ci state creando un bel po’ di rimescolamento, qui, Apollo. Ma a parte quello, quanto tempo abbiamo? Si parla di un taglio dell’80% delle emissioni di carbonio per il 2050: sarà abbastanza?

Apollo a Terra: Ho paura di no, Houston. Dicono 25 anni, massimo, e pianeti simili che non hanno effettuato la conversione hanno sofferto perdite del 15%: collasso totale della civiltà ed ecologico. Non è una prospettiva carina. Poi ci vogliono dieci milioni di anni per un parziale recupero ecologico. Non credo che vorreste arrivarci, signore.



Terra a Apollo: Qualche consiglio che ci può essere utile?

Apollo a Terra: Certo. Sembra che i pianeti poi collassati siano stati presi dal panico. Gli Archivi mostrano che le intelligenze avanzate traggono stimoli dalla capacità di vedere in prospettiva, non dalla paura. É come nel football, signore: si vince per la tenacia e la determinazione, non riducendo gli errori. I pianeti che sono collassati non sono riusciti a collaborare. Si è interrotta l’ispirazione, si sono rinsecchite le intuizioni. Ha preso piede il panico, la gente ha cominciato ad accumulare cose, ha smesso di credere nel futuro. Una volta accaduto questo, è di fatto finito tutto, anche se in realtà poi ci sono voluti ancora un paio di secoli.

Terra a Apollo: Ci fate battere i denti, Apollo. No hanno qualche caso di inversione di tendenza? Qualche pianeta che stava collassando, e poi ce l’ha fatta?

Apollo a Terra: Certo: parecchi. Gli Archivi mostrano come i pianeti che hanno avuto successo abbiano trasformato le proprie crisi del carbonio in balzi evolutivi in avanti. Hanno smesso di dar colpe, e cominciato ad apprezzare il capitale di conoscenze che gli era stato messo a disposizione dai combustibili fossili, consentendo di sviluppare le energie solari e geotermiche. Hanno smesso con l’atteggiamento pauroso e difensivo, collaborando per una transizione rapida. Riaccendendo l’impulso creativo, hanno compiuto più facilmente il passaggio a nuove tecnologie e stili di vita.

Terra a Apollo: Grazie, Apollo. A quanto pare abbiamo un lavoro pronto da fare, qui. Passo e chiudo!

Edifici verdi e intelligenti



Gli edifici usano molta energia, dunque non sorprende il fatto che essi siano responsabili del 30-40% delle emissioni di CO2. La sfida qui riguarda due obiettivi: realizzare edifici nuovi che siano carbon neutral, e adattare tutti gli edifici esistenti in modo da eliminare la loro impronta di carbonio.

Il primo obiettivo è il più facile. In Germania, le case Passivhaus consumano il 95% in meno di energia per riscaldamento e condizionamento, utilizzando super-isolanti, esposizione solare, recupero efficiente del calore. In Europa ci sono 6.000 case costruite coi criteri Passivhaus. I regolamenti edilizi dovrebbero richiedere che tutte le nuove case fossero realizzate con questi criteri.

Non c’è carenza di innovazione. A Guangzhou, Cina, la Torre del Fiume delle Perle, 69 piani, produrrà più energia di quanta non ne consumi, usando turbine a vento inserite in due piani dell’edificio, sistemi solari fotovoltaici, acqua riscaldata col sole. A Målmo, Svezia, la torre Turning Torso, oltre ad essere alimentata da energie eoliche e solari prodotte localmente, ricicla i rifiuti organici producendo biogas che si può osare sia per cucinare che per far andare glia autobus cittadini. Nella città cinese di Rizhao, il 99% degli edifici in centro usa acqua riscaldata dal sole. In Spagna, tutti i nuovi edifici e quelli sottoposti a interventi di rinnovo edilizio devono ricavare il 30-70% dell’acqua calda da pannelli solari.

L’iniziativa Architecture 2030 preme perché tutti i nuovi e rinnovati edifici degli Stati Uniti siano carbon neutral al 100% entro il 2030: un obiettivo unanimemente approvato dalla Confederazione nazionale dei Sindaci.

La Gran Bretagna si sta muovendo più in fretta: chiede che tutti gli edifici siano carbon neutral entro il 2016. Il criterio Usa LEED ( Leadership in Energy and Environmental Design) per gli edifici verdi, deve evolversi nella medesima direzione.

La sfida è invece molto più ardua per gli edifici esistenti. Gran parte dei proprietari potrebbe ottenere una riduzione dal 20% al 50% nel consumo di energia investendo in nuove finestre, super-isolanti, sistemi di recupero del calore, apparecchiature e caldaie più efficienti. Si possono introdurre sistemi fotovoltaici e riscaldamento solare, e calore carbon-neutral ottenuto dallos cambio termico con aria, terra, acque, scarichi. Ci sono caldaie che bruciano biocarburanti, e in alcune zone della Svezia sistemi di teleriscaldamento che fanno circolare acqua bollente per ottanta chilometri senza dispersioni significative di calore. I super-isolanti, insieme all’ombra degli alberi e a tetti di colore bianco, possono ridurre il carico per il condizionamento.

Per sostenere un rapido rinnovo, c’è bisogno di crediti fiscali, meccanismi di autofinanziamento, norme come la Residential Energy Conservation Ordinance, che richiede ai proprietari di San Francisco e Berkeley di intervenire sui propri edifici prima di venderli. La Germania finanzia interventi completi di modernizzazione di tutti i vecchi edifici ad appartamenti. Londra ha attivato il Green Homes Concierge Service per aiutare i proprietari nelle migliorie. A partire dal 1993, il piccolo centro austriaco di Güssing (4.000 abitanti) ha ridotto le proprie emissioni di CO2 di un incredibile 93%, orientandosi tra l’atro verso il teleriscaldamento centralizzato a biocombustibili per gli edifici. É solo un problema di immaginazione e determinazione.

Spostarsi carbon free



Dieci anni fa, molte persone pensavano che il carburante del trasporto futuro sarebbe stato l’idrogeno. Poi venne la speranza dei biocarburanti. Oggi entrambi questi sogni sono svaniti, di fronte alla realtà delle equazioni che rappresentano il loro completo ciclo vitale, di fonti insostenibili.

Certo ci sarà ancora un ruolo per l’idrogeno, e per i biocombustibili là dove possono essere prodotti in modo sostenibile dagli scarichi, alghe, erba di prato. Sta comunque emergendo vincente l’elettricità. Il veicolo elettrico, che non era mai morto, rinasce sia come solo elettrico (EV) nel caso di Tesla, G-Wiz, e Modec, sia in quanto Plug-in Hybrid Electric Vehicle (PHEV).

Il viaggio nell’epoca del dopo carbonio parte però dalle nostre gambe. I nostri antenati si sono spostati a piedi per tutto il pianeta, e dunque recuperiamo il diritto di camminare sicuri e tranquilli sulla nostra Terra. Riprogettiamo le nostre città e periferie con percorsi sinuosi che portano a negozi di quartiere e parchi. Se il 5% dei nostri spostamenti del dopo carbonio sarà a piedi, sarà una riduzione del 5% del bisogno di carburanti liquidi.

Poi c’è la bicicletta. A Copenaghen, Danimarca, il 33% dei pendolari va a lavorare in bicicletta. A Davis, California, dove si costruiscono piste ciclabili sin dagli anni ‘60, il 17% dei pendolari fa lo stesso. A Parigi, l’amministrazione ha collocate 20.000 Vélib’ (che sta per “ vélo liberté” ovvero “libertà in bicicletta”) nelle strade cittadine che chiunque può usare per una piccola tariffa. Se vi fanno male i muscoli, basta un piccolo aiuto elettrico e la vostra bicicletta volerà su per le salite. Negli inverni coperti di neve, i ciclisti viaggiano con gomme chiodate. Se i nostri spostamenti con questo mezzo raggiungono il 10%, complessivamente si ha una riduzione del 15%.

Poi ci sono i mezzi pubblici. Boulder, Colorado, ha riorganizzato il proprio servizio per rendere gli autobus più piccoli e frequenti: aumentando i passeggeri di cinque volte. Hasselt, Belgio, offre gli autobus gratuiti, pagati dalle imposte cittadine: e aumenta i passeggeri di dieci volte. Nelle città più amiche del trasporto pubblico, gli autobus sono dotati di sistemi GPS e orari elettronici, così da essere informati esattamente su quando arriveranno. Dobbiamo fare immensi investimenti nel trasporto pubblico, autobus rapidi (come le metropolitane leggere, ma sulle normali strade) e linee di lusso per pendolari con prese per i computer portatili e servizio caffetteria. Se diventano così il 20% dei nostri spostamenti, si arriva a una riduzione complessiva del 35%, diciamo del 30% visto che gli autobus anche ibridi hanno comunque bisogno di carburanti liquidi.

Si può aggiungere il telelavoro e la teleconferenza per un 5%, treni comuni e a alta velocità per un altro 5%, e abbiamo ridotto la necessità dei carburanti liquidi del 45%. E passiamo alle automobili. Dato che l’80% dei nostri spostamenti in macchina avviene entro il raggio di autonomia di una batteri da EV o PHEV, questo potrebbe ulteriormente ridurre la necessità di carburante liquido. Se usiamo i materiali moderni più leggeri, riducendo il peso sino all’80%, i consumi calano sino al 5%, che può essere coperto da biocarburanti derivati da rifiuti o alghe.

Per ridurre la necessità di spostamenti su camion per lunghe distanze, occorre riorganizzare le economie locali in modo che possano rispondere alla maggior parte dei bisogni, e utilizzare per il resto veicoli da trasporto ibridi e a idrogeno. Per i trasporti via mare, la risposta può essere nelle navi a vela SkySails e nell’idrogeno ricavato tramite piattaforme oceaniche da sole, vento e onde. Per il volo, forse dirigibili a elio e biocarburanti, ma comunque nessuna risposta semplice.

Cent’anni fa, quasi tutti andavano a piedi, o a cavallo. L’era dei derivati del carbonio ci ha dotato di un guado dal passato al futuro. É ora di uscirne, e avviarsi verso il futuro.

Nota: Guy Dauncey ha scritto questi articoli per il numero monografico Stop Global Warming Cold , della rivista YES! . Guy insieme a Patrick Mazza è autore di Stormy Weather: 101 Solutions to Global Climate Change , New Society Publishers



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La vicenda dei rifiuti urbani in Campania, , così come ha già messo in evidenza la Commissione Barbieri, non può che essere il risultato di problemi politici e istituzionali irrisolti ed anzi incancrenitisi in lunghi anni. Il fatto che siano stati alimentati ed abbiano alimentato un ambiente di illegalità e speculazione peggiora la situazione ma non la giustifica. Se dopo quattordici anni nessuna istituzione nazionale o locale è stata capace di risolvere il problema e se non è servita la nomina di commissari straordinari vuol dire che c’è qualcosa di profondo da modificare nelle politiche per i rifiuti, nel funzionamento delle istituzioni, nello stesso modo in cui i partiti interpretano la loro funzione. Di questo bisogna prendere atto ma di questo ad oggi non c’è traccia nel comportamento dei partiti e delle istituzioni locali e nazionali. Lo dimostra il fatto, accaduto negli stessi giorni, riguardante i rifiuti industriali di Bagnoli e del porto di Napoli. Alla fine di Dicembre il Governo nazionale, Presidenza del Consiglio in testa, le Regioni della Campania e della Toscana, le autorità locali di Napoli e di Piombino hanno firmato un Accordo di Programma Quadro in virtù del quale un milione e duecentomila tonnellate di rifiuti industriali del vecchio insediamento siderurgico di Bagnoli e oltre settecentomila tonnellate dei fondali del porto di Napoli saranno portati a Piombino per essere smaltiti in vasche in costruzione e da costruire nel porto. Progetto davvero strano per molti motivi. Perché a Piombino, dove esiste uno stabilimento siderurgico funzionante, non è stato ancora risolto il problema dello smaltimento dei rifiuti industriali accumulati nel corso degli anni né vi è un piano per quelli che vengono e verranno prodotti nel presente e nel futuro. Perché le infrastrutture necessarie allo smaltimento di quelli di Bagnoli non esistono ancora e perché lo smaltimento sarebbe potuto avvenire a Napoli in vasche portuali simili a quelle di Piombino negli stessi tempi. Perché è ingiustificato spendere oltre 40 milioni di euro per il trasporto. Perché con gli stessi investimenti si può avviare, con logiche di programmazione, sia il risanamento di Bagnoli che quello di Piombino.

Naturalmente anche in questo caso vi sono vicende, lunghe di anni, di poteri straordinari dati ad autorità locali napoletane, di nomine di commissari, di società costituite ad hoc, di quantità enormi di soldi inutilizzati o sperperati senza che niente si sia concretamente mosso salvo le procedure, estenuanti soprattutto per la ricerca di scorciatoie puntualmente smentite, per l’approvazione degli strumenti necessari all’ampliamento del porto di Napoli nel cui ambito il problema delle bonifiche industriali doveva essere risolto. Ma la cosa strana è che a Piombino questi strumenti non esistono ancora, né esistono i progetti per la realizzazione delle opere necessarie a recepire i rifiuti di Bagnoli e che contemporaneamente si pensa di cominciare a sversarli nelle vasche piombinesi entro l’Ottobre del 2008. Poiché è evidente che in questi tempi con le procedure normali di legge l’impresa sarebbe impossibile ecco allora che si inventano, non paghi dei fallimenti passati, procedure straordinarie, fondate su un’emergenza che non esiste, tali da aggirare autorizzazioni, pareri e regolari gare d’appalto e poteri straordinari addirittura richiesti dal Sindaco di Piombino e dal Presidente dell’ Autorità portuale della stessa città. Insomma procedure d’emergenza per un’emergenza fittizia che lasciano irrisolto il problema dei rifiuti industriali di Piombino e che trasportano a Piombino un’esperienza fallita a Napoli. Fallita non a caso perché è proprio la natura della procedura dell’emergenza che contrasta con la logica programmatoria necessaria a risolvere i problemi così enormi e sofisticati delle bonifiche industriali. Si arriva persino al ridicolo, se non fosse tragico, che si prevede di iniziare opere infrastrutturali imponenti prima che gli strumenti urbanistici siano approvati, bastando, si scrive, la loro semplice adozione.

Poiché in quest’operazione sono coinvolti sia la Presidenza del Consiglio che alcuni Ministri, sia le Regioni che le Province ed i Comuni e non si può pensare che non conoscano leggi e regolamenti, l’unica ipotesi plausibile è che in loro sia maturata la convinzione che le leggi ed i regolamenti, che loro stessi hanno anche recentemente approvato, sono inutili ed anzi inapplicabili e che dunque per risolvere problemi di questa natura è meglio non applicarli ricorrendo a norme straordinarie e di emergenza. Convinzione assai preoccupante di per sé ma che oltretutto deve fare i conti con le seguenti domande: “Ma non è stata proprio questa la logica che ha portato alla situazione attuale dei rifiuti urbani della Campania? Perché si persevera a seguire la stessa strada di fronte al palese fallimento che ci ha reso ridicoli in tutto il mondo? Dove è andato a finire quel principio di semplice buon governo di cui la sinistra ha menato vanto per tanti anni? Non è meglio, ammaestrati dall’esperienza, tornare alla logica della programmazione senza seguire scorciatoie inutili ed anzi dannose?”.

Titolo originale: Villes amphibies, îles artificielles – Traduzione per eddyburg di Fabrizio Bottini

Se si avvereranno le previsioni per il riscaldamento climatico dei prossimi decenni, i Paesi Bassi saranno sottoposti a una minaccia tripla. L’innalzamento del livello degli oceani e la recrudescenza delle tempeste metteranno a dura prova il sistema di dighe e polder che mantiene all’asciutto il territorio nazionale, e che si trova già in gran parte al di sotto del livello del mare. Inoltre, la moltiplicazione dei periodi di forte pioggia in Europa provocherà delle piene improvvise sulla Mosa e sul Reno, che attraversano il paese. Infine, i Paesi Bassi sono sempre più bassi: intere province il cui suolo è composto di torba, si affossano inesorabilmente.

Come hanno già fatto in passato, anche stavolta gli olandesi si sono mobilitati. Il possente apparato di ingegneria e lavori pubblici resta fedele alla grande tradizione di lotta sistematica contro l’invasione delle acque: afferma che sarà sufficiente alzare le dighe, rinforzare sbarramenti e chiuse, moltiplicare le stazioni di pompaggio e ripristinare le dune costiere anziché ricoprirle di asfalto.

Di fronte a questa «scuola classica» ci sono gruppi di architetti, urbanisti, imprenditori, e amministratori locali, che tentano di immaginare soluzioni innovative, di rottura con la tradizione: invece di dichiarare una guerra infinita all’acqua, perché non reimparare a vivere un po’ più in armonia con essa?

I partigiani dell’approccio «naturale» hanno appena ottenuto la prima vittoria, col lancio di un grande progetto nazionale, che consiste nell’ampliare i letti della Mosa e del Reno distruggendo le dighe, per ricostruirle più lontano, a distruggere terrapieni e edifici che rischiano di fare da tappo in caso di piena. Il progetto prevede anche la formazione di «fiumi verdi», zone a funzione multipla che a seconda dei periodi saranno via via prati, acquitrini, laghi.

Nelle città, la messa in pratica di questi nuovi principi comporterà degli sconvolgimenti ancor più spettacolari, anche di mentalità. Uno dei punti principali di sperimentazione sarà la splendida città storica di Dordrecht, costruita su un’isola fluviale, alla confluenza di quattro corsi d’acqua e vicino a un estuario nel quale si insinua il mare durante l’alta mare. Dopo anni, l’amministrazione aveva previsto di demolire una zona industriale vicina al centro per realizzare un nuovo quartiere d’abitazione e attività. Tenendo conto del futuro innalzamento del livello dell’acqua, municipalità e commissione idraulica (istituzione potente e rispettata eletta a suffragio universale) hanno modificato il piano introducendo un nuovo concetto: il quartiere anfibio, nel quale l’acqua può entrare e uscire senza turbare troppo la vita degli abitanti.

Il margine del futuro quartiere verrà sopraelevato grazie a un largo terrapieno ad arco circolare, sul quale verranno realizzati dei normali edifici. Al contrario, il centro verrò affossato e trasformato in zona di inondazione in grado di contenere l’acqua in caso di piena. La grande novità, è che anche la zona bassa sarà abitata. In questo caso, l’amministrazione municipale ha chiesto alla ditta BTP Dura Vermeer e allo studio di architettura britannico Barker and Coutts di pensare a delle abitazioni di tipo nuovo. Alcune saranno galleggianti, costituite di pontoni in legno e polietilene rivestito di cemento. Altri saranno «anfibi»: i pontoni semplicemente posati al suolo in periodo di acque basse, inizieranno a galleggiare all’arrivo delle piene. Per evitare che vadano alla deriva, saranno organizzati attorno a un pilone centrale piantato al suolo. Ci saranno addirittura delle abitazioni “inondabili”: il pianterreno realizzato assemblando materiali resistenti all’acqua, con gli impianti elettrici installati nel soffitto. Con la medesima logica, strade e percorsi del quartiere saranno in realtà dei pontoni galleggianti articolati. Gli spazi pubblici saranno a volte parchi o spiazzi, altre volte laghi o piccole insenature di sosta.

Chris Zevenbergen, uno dei responsabili della società Dura Vermeer, sembra molto sicuro: "All’inizio, ci hanno preso per pazzi furiosi, ma poi l’idea che il medesimo spazio potesse avere usi molteplici è stata rapidamente accettata, in un paese sovrappopolato come il nostro. Dobbiamo fare in modo che architetti e ingegneri idraulici riscoprano un lavoro comune. Ricorreremo a tecnologie sperimentate. Per esempio, siamo già in grado di realizzare pontoni solidi e leggeri, che restano stabili anche con le onde". La società ha già realizzato una lottizzazione pilota di cinquanta abitazioni fluttuanti e anfibie, a Maasbommel. Resta da vedere se il grande pubblico avrà davvero voglia di abitare questi quartieri acquatici. Le prime ricerche condotte dagli agenti immobiliari sembrano molto positive per le case fluttuanti, mentre il concetto dell’abitazione inondabile è più difficile da vendere.

Altri esperti si impegnano perché i Paesi Bassi si lancino in una nuova epoca di grandi opere, ad esempio con l’innalzamento del livello di alcuni polder con sabbia ricavata dal fondo del mare del Nord: operazione impensabile nel passato, ma ora realizzabile grazie a potenza dei motori e tecniche di fertilizzazione dei suoli.

Adrian Geuze, noto architetto e urbanista di Rotterdam, ha ideato un progetto ancor più ambizioso: la creazione, a una trentina di chilometri al largo delle coste di Fiandra e Olanda, di cinque lunghe e strette isole artificiali. La più grande raggiunge i 100 km di sviluppo. "É meno costoso e meno difficile di quanto non sembri”, afferma Geuze. “D'altronde le nostre imprese sono impegnate a costruire le isole artificiali di Dubai“. Forma e dimensioni delle isole verranno calcolate tenendo conto di migliaia di fattori naturali. Saranno «dinamiche», vale a dire che il litorale si evolverà secondo venti, maree, correnti. Proteggeranno le regioni costiere dalle tempeste frangendo la forza delle onde, e permettendo di stabilizzare la sponda, diminuire l’entità delle maree, limitare l’erosione. Ci si potranno far crescere boschi e prati, installare attrezzature per il tempo libero e porti industriali, a farsi peso di parte dell’attività di Rotterdam. La vita potrà svilupparsi grazie al fatto che le dune artificiali trattengono l’acqua piovana, e diventeranno falde freatiche.

Ma nonostante tutti questi progetti futuristi, nei Paesi Bassi si sa di doversi anche preparare al peggio. Nel novembre 2008, il governo organizzerà un’esercitazione d’allerta allarme nazionale, destinato a verificare l’efficacia dei servizi pubblici e d’urgenza in caso di inondazione catastrofica.

Nota: oltre i toni spettacolari e un poco propagandistici da rivista di architettura, va notato il ricorrere di alcuni elementi del dibattito già emersi, con toni assai diversi, nel caso dell’inondazione di New Orleans (f.b.)

Niente è cambiato. Si è tentato – tardi, tardissimo – ma non si è risolto nulla. L’esercito, i volontari, la pazienza e le proteste. Ma tutto versa nello stesso stato di prima. O quasi. Il centro e le piazze vengono salvati, si cerca di non farli soffocare dai sacchetti. E nella scelta dei luoghi in cui raccoglierli emerge la differenza fra le zone e le città. Zone dove conviene pulire per evitare che turisti e telecamere arrivino facilmente, strade dove vivono professionisti e assessori. E invece altre dove la spazzatura può continuare ad accumularsi. Tanto lì la monnezza non va in prima pagina. I paesi divengono discariche di fatto. Tutta la provincia è un’ininterrotta distesa di sacchetti. E la rabbia aumenta. Spazzatura ai lati delle strade, o che si gonfia in collinette multicolori fuori dai portoni, dove sono apparse scritte come "non depositare qui sennò non si riesce più a bussare". Niente è cambiato se non l’attenzione. Dalla prima pagina alle cronache locali.

Lentamente tutto questo rischia di divenire abituale, ordinario: la solita monnezza, parte del folklore napoletano, quotidiana come lo scippo, il lungomare e la nostalgia per Maradona. E invece qui è tragedia. Spazzatura ovunque, discariche satolle, gonfie, marce. Camion stracolmi, in fila. Proteste. E poi dibattiti, indagini, dimissioni, e colpevoli, ecologisti, camorristi, politici, esperti. Maggioranze e opposizioni e cadute di governo. Ma la monnezza resiste a tutto. E continua ad aumentare. La spostano dal centro alla periferia, la spediscono fuori città, qualcosa fuori regione. Però non basta mai, perché quella si riforma, si accumula di nuovo. Tutti pronti a parlare, in un’orchestra che emette suoni talmente confusi da divenire indecifrabili come il silenzio.

Certo risulta difficile credere che se Roma, Firenze, Milano o Venezia si fossero trovate in una situazione simile avrebbero continuato a far marcire i sacchetti nelle loro piazze, a tenersi strade bordate di pannolini e bucce di banana, a lasciar invadere l’aria dall’odore putrescente degli scarti di pesce. Difficile immaginare che in una di queste città la notte girino camion che gettano calce sopra ai cumuli per evitare che le infezioni dilaghino e soprattutto che vengano incendiati.

Il rinascimento napoletano finisce così, coperto di calce. Si sbandierava la rivincita della cultura, ma sotto il tappeto delle mostre, dei convegni e delle parole illuminate le contraddizioni erano pronte a esplodere. Non c’erano solo stuoli di progetti culturali e promozionali per il turismo. Negli ultimi cinque anni sono spuntati in un’area di meno di 15 km enormi centri commerciali. Prima il più grande del Sud Italia nel casertano, poi il più grande di tutt´Italia, poi il più grande d’Europa e da poco uno tra i più grandi al mondo: un’area complessiva di 200.000 mq, con 80 negozi di brand nazionali e internazionali, un ipermercato, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica con 11 schermi e 2500 posti a sedere. Ultimo arrivato, a Nola, il Vulcano Buono progettato da Renzo Piano che ha tratto spunto dall’icona napoletana per antonomasia: il Vesuvio. Una collina artificiale, un’escrescenza del suolo che segue le uniche e sinuose forme del vulcano. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, un complesso di 150 mila metri quadri coperti e 450 mila in tutto. Si costruiscono centri commerciali come unico modo di far girare soldi. Quali soldi? Le stime dell’Istat segnalano che la Campania cresce meno del resto d’Italia. La regione è mortificata nei settori dell’agricoltura e dell’industria e incapace di compiere il salto di qualità nel comparto dei servizi. E per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale s’attesta a 21.806 euro per abitante, al Sud non supera quota 14.528. Keynes diceva che quando l’accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene. Riguardo il nostro paese bisognerebbe sostituire al termine casinò la parola centro commerciale. Così rimangono, tra queste cattedrali di luci e cemento, gli interrogativi di sempre. Perché a Napoli c’è tutta questa spazzatura? Come è possibile quando cose del genere non accadono a Città del Messico e nemmeno a Calcutta o a Giakarta? È incomprensibile. Bisogna quindi essere didascalici. Perché le discariche napoletane sono piene? Semplice. Sono state usate male, malissimo. Sversandoci dentro di tutto, senza controllo. Chi gestiva le discariche non rispettava i limiti, né le regole riguardo alle tipologie. Somiglianti più a buche fatte male che a strutture per lo sversamento, le discariche si riempivano di percolato divenendo laghi ricolmi di un frullato di schifezze, fogne a cielo a aperto. E così si sono riempite presto, e non solo di rifiuti urbani. Scavare crateri enormi, portare giù il camion e poi, uscito il conducente, saldare le porte del tir e sotterrare: era un classico. Un modo per non toccare i rifiuti nemmeno con un dito. Il tutto dava un guadagno talmente alto da poter sacrificare, intombandoli, interi tir. A Pianura, racconta la gente, c’è persino una carcassa di balena, e a Parete pacchi e pacchi di vecchie lire.

Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan. A loro non ci si può ribellare. Ma siccome allo Stato invece sì, spesso contando su una buona dose di pazienza dei reparti antisommossa, si fa ostruzione alle sue decisioni perché non accada poi che si inneschino i consueti accordi. Si preferisce rinunciare persino agli aiuti economici destinati a chi vive nei pressi della discarica, piuttosto che correre il rischio di finire marci di cancro per qualche sostanza intombata di nascosto. Certo, tra i manifestanti ci sono anche i ragazzotti dei clan pagati 100 euro al giorno per far chiasso, bloccare strade, saper lanciare porfido e caricare. Ma loro rendono soltanto esasperate paure che invece sobbollono in tutti. E le rendono isteriche perché più spazzatura ci sarà, meno controlli ci saranno per le ditte pagate per raccoglierla e più l’uso dei macchinari in mano ai clan sarà abbondante.

E più le discariche saranno bloccate, meglio si potranno infiltrare camion colmi di rifiuti speciali da nascondere mentre quelli bloccati fuori fanno da copertura. E i consorzi e la politica? I consorzi che gestivano i rifiuti lo facevano per conto di imprenditori e boss, mentre la responsabilità della politica locale e nazionale stava nella solita logica di non affidare posti a chi aveva competenze tecniche, bensì ai soliti personaggi con il solo requisito di essere in quota ai partiti. Quanti posti di lavoro distribuiti in periodi preelettorali, in strutture dove la raccolta dei rifiuti o la differenziata rappresentavano puramente un alibi. Perché non si è fatto nulla? Perché l’emergenza fa arrivare soldi a tutti. E quindi di emergenza si vive. Finita l’emergenza, finiti i soldi. Bisognava forse ribellarsi anche nei giorni in cui i clan prendevano terre. E il termovalorizzatore di Acerra su cui tanto si discute, che per anni non è stato costruito e ora lentamente sta per realizzarsi? Quel genere di impianto non è dannoso, dichiarano gli oncologi, al centro di Vienna uno simile è persino divenuto un palazzo prestigioso. Certo. Ma in un territorio dove l’indice di mortalità per cancro svetta al 38.4%, chi rassicura la gente che negli impianti verrà bruciato solo quel che si deve? Quale politica saprà mantenere la promessa di massimo controllo in una terra che è stata definita la Cernobyl d’Italia? Il centrosinistra ha creduto di essere immune dalle infiltrazioni camorristiche perché la questione camorra riguardava l’altra parte. Ma non era così. Le porte dei circoli della sinistra si sono aperte ai clan mai come in questi ultimi anni.

E il crimine è stato percepito come un male naturale, fisiologico. La politica ha continuato a presentarsi sempre più come qualcosa di indistinto con l’affare e il crimine. Destra e sinistra uguali, basta mangiare. Il qualunquismo italiano forse non è mai stato così sostenuto dall’esperienza. E oggi occupano, bloccano, non collaborano perché non si fidano più di nessuno.

Non c’è altro da dire e da fare. Togliere, togliere la monnezza subito. Non si può più aspettare. Togliere e poi capire chi ha ridotto così questa terra e accorgersi che i meccanismi che qui hanno portato allo scempio totale sono gli stessi che governano in modo meno mostruosamente suicida l’intero paese. In questi giorni mi è venuta in mente una scena di un racconto di Salamov, forse il più grande narratore dell’aberrazione del potere totalitario. Quando i soldati sovietici misero in isolamento alcuni prigionieri del gulag, tutti invalidi tranne Salamov, pretesero che consegnassero le loro protesi: busti, dentiere, occhi di vetro, gambe di legno. A Salamov che non ne aveva, il soldato, scherzando, chiese: "E tu che ci consegni? L’anima?". "No, l’anima non ve la do" rispose. Prese una punizione durissima per aver difeso qualcosa che fino ad allora credeva inesistente. Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un’anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi.

Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Nella catastrofe dei rifiuti il tempo scorre, ma è immobile. Non c’è ieri. Non c’è oggi. Perché questo presupporrebbe che si fosse risposto, ieri, a domande cui nessuno, oggi, ha ancora voglia di rispondere. Come è potuto accadere? Chi ha consegnato la Campania e con lei il Paese intero alla sua sventura, alla sua umiliazione? E perché?

«Non esistono innocenti», è la risposta che si raccoglie nell’epicentro del dramma, come nella sua periferia, il Parlamento, dove tanto inutilmente quanto ciclicamente ne è stato annunciato l’epilogo (da ultimo il 19 dicembre scorso) da tre diverse commissioni di inchiesta (nella tredicesima, quattordicesima e quindicesima legislatura). È una finzione. La catastrofe non è una notte in cui tutti i gatti sono neri. Dove, con tratto molto italiano, le responsabilità sono "sistemiche" e dunque anonime. La catastrofe ha dei padri. Ha un suo incipit. Di cui, purtroppo, le migliaia di tonnellate di rifiuti che ancora avvelenano le strade che vedete in queste foto sono solo la coda.

L’incipit è un Grande Progetto che si è fatto mostro e che oggi, ha un nome che tutti hanno imparato a conoscere: "ecoballe", il combustibile da rifiuti ("CDR") per la produzione di energia, il "rifiuto dei rifiuti", il suo prodotto "nobile". Doveva essere l’oro di Napoli e ne è oggi la tomba. Ha schiantato il sistema, "il ciclo", come lo chiamano gli addetti. Ne ha semplicemente cancellato l’esistenza. Doveva alleggerire la pressione sulle discariche per finire in due inceneritori che lo avrebbero trasformato in ricchezza. È ridotto a immenso bolo di materia marcescente, irriciclabile, che ostruisce, a valle, ogni possibile sbocco di ciò che continua a essere prodotto a monte (7 mila tonnellate di rifiuti al giorno). Di ecoballe se ne contano almeno 6 milioni e mezzo da oltre una tonnellata ciascuna, 43 volte la volumetria dello stadio san Paolo. Se ne impilano ogni giorno 2.500 di nuove. Per incenerirle non sarebbero sufficienti i prossimi 33 anni. Divoreranno ogni nuovo metro cubo utile di discarica che il prefetto Gianni De Gennaro riuscirà (forse) ad aprire.

Le trincee di Melito, Pozzuoli, Casoria, Quarto, sono le escrescenze del mostro. Ne testimoniano la storia. Che ha le stimmate di un grande gruppo industriale del Paese, Impregilo, e della famiglia, i Romiti, che l’ha guidato nell’avventura campana. Che racconta di una gara d’asta (1999) assai singolare. Di come, chi e perché, a Roma e a Napoli, nel centro-destra e nel centro-sinistra, negli uffici del commissario straordinario all’emergenza, ha ritenuto conveniente, soltanto sette anni fa, una scommessa industriale politicamente subalterna, che nel suo atto costitutivo aveva scritte le ragioni del suo sicuro fallimento, tecnico e finanziario. Per la quale la Procura di Napoli ha incriminato i vertici di Impregilo (interdicendone la partecipazione a gare pubbliche per un anno e sequestrandone i beni per 780 milioni di euro), il governatore della Campania Antonio Bassolino e i tecnici del commissario straordinario per una truffa che si è fatta disastro ambientale (nell’assoluto disinteresse, il processo da 64 faldoni, 200 mila pagine e 28 imputati, è nella fase della sua udienza preliminare).

In queste cinque settimane, nelle cronache del dramma, lo sguardo è rimasto fisso ai cassonetti, la storia del mostro, i nomi dei suoi protagonisti, sono come evaporati. Se evocati, se ne sono piccatamente risentiti. Torniamo a farne qualcuno: Cesare Romiti; Antonio Bassolino (governatore della Campania e commissario straordinario all’emergenza dal 2000 al 2004); due diversi ministri dell’ambiente in governi di centro-sinistra - Edo Ronchi e Willer Bordon - un ministro dell’ambiente di centro-destra (Matteoli), Antonio Rastrelli (ex governatore della Campania nella stagione che precede quella di Bassolino); i tecnici (non sono molti) di un commissario straordinario all’emergenza che, oltre ad essere stato un centro di spesa fuori controllo (oggi si procede alla sua liquidazione), ha operato per almeno cinque anni (2000-2005) in perenne conflitto di interesse.

Eppure, la storia non è poi così complessa. È solo impresentabile. Nel 1999, Impregilo, azienda che ha sin lì costruito solo ponti e strade e non sa neppure cosa sia un cassonetto, vince una gara per il nuovo ciclo virtuoso di smaltimento (ecoballle e inceneritori) che impone di premiare i meno capaci tecnicamente. È preferita all’Enel (che ottiene il doppio del punteggio tecnico), perché offre una tariffa stracciata - 83 lire per chilogrammo di rifiuto smaltito - di cui, curiosamente, quando le buste dell’incanto devono essere ancora aperte l’allora e attuale direttore generale del ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini, vaticina in pubblici convegni a Milano già l’importo (Mascazzini sarà il primo dei dirigenti a essere riconfermato dal ministro Pecoraro Scanio, lo stesso che, nei giorni in cui manifestava contro l’inceneritore di Acerra e nel mettere poi piede al ministero ne chiedeva e prometteva la cacciata). È preferita all’Enel, perché Impregilo, in quegli anni, non è solo mattoni e movimento terra. È, quando mancano soltanto dieci mesi alla resa dei conti elettorale (le elezioni 2001), il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Perché risponde a un criterio di economicità che non si pone la domanda più semplice (come è possibile assicurare a un prezzo così basso un servizio che funziona?) e che mette d’accordo tutti. Governatori campani di centro-destra (Antonio Rastrelli) e centro-sinistra (Antonio Bassolino). Ministri della Repubblica dell’Unione (Edo Ronchi e Willer Bordon) e del Polo (Matteoli). E naturalmente Impregilo, che è certa (come del resto avverrà), una volta vinta la gara, di poter rinegoziare a mano libera un contratto di cui a tal punto non onorerà l’oggetto, da dover essere rescisso (2005), a catastrofe ormai compiuta. Anche perché, gli uffici del commissario straordinario all’emergenza, che ne dovrebbero sorvegliare gli adempimenti, ne sono una dependance. Dove, per dirne una, chi (Salvatore Acampora) aveva scritto il capitolato di appalto della gara vinta da Impregilo, ne sarebbe diventato, regolarmente retribuito (un miliardo e mezzo di lire), "ingegnere capo" responsabile per l’inceneritore di Acerra. Dove, per dirne un’altra, il responsabile del progetto tecnico che avrebbe dovuto regalare alla Campania un nuovo ciclo dei rifiuti (il professore Raffaele Vanoli) apriva i suoi uffici ai generosi consigli di un figuro come Mario Scaramella, il futuro calunniatore della Commissione Mitrokhin. Dove lo studio legale (avvocato Enrico Soprano) incaricato di curare l’interesse della cosa pubblica, contemporaneamente curava gli interessi della sua controparte, Impregilo.

Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Non c’è un oggi, perché gli è stato rubato ieri.

Postilla

Interrogativi e denunce più che giusti, ma qualche imprecisione. L’appalto con Impregilo, truffa documentata e gigantesco alibi alle negligenze di tutti, fu aggiudicato e perfezionato dai “governatori”-commissarii Rastrelli e Losco (centrodestra) e non dal “governatore”-commissario Bassolino (centrosinistra). Il primo torto di quest’ultimo fu di aver firmato il contratto e aver liquidato politicamente chi gli aveva caldamente e argomentatamene sconsigliato dal farlo.

E tra i colpevoli, sarebbe bene ricordare tutti quelli che, potendolo (poiché governavano e governano) avrebbero potuto iniziare ad affrontare il problema dei rifiuti da dove logicamente esso inizia: dalla loro produzione. Avrebbero potuto – l’altro ieri, ieri, o anche oggi – a ridurre la produzione abnorme di rifiuti decretando l’obbligo di eliminare quei giganteschi orpelli dei confezionamenti inutili, che costituiscono la percentuale più elevata della mondezza urbana. Come tutti quelli che, ancora oggi, ritengono che il problema dei rifiuti (e moltissimi altri problemi ambientali) si risolvono con la tecnologia e con i poteri straordinari e la facoltà di deroga, anziché con un’ordinaria amministrazione sistematicamente volta all’interesse comune.

L’emergenza rifiuti in Campania e tutto ciò che si sta accompagnando in questi giorni a contorno, inducono alcune riflessioni.

Una prima riflessione riguarda la virulenza con cui si è affrontata questa emergenza, solo in piccolissima parte da rubricare come ‘protesta civile delle popolazioni coinvolte’. Protesta che comunque andrebbe letta in modo assai critico perché di civile in questi cumuli di immondizia non c’è praticamente nulla. I protagonisti di questa virulenza sono stati gruppi di giovani che sembrerebbero pagati dalla camorra a Napoli, prezzolati per fomentare disordini a Cagliari. Ma non è ben chiaro ancora da chi. Ciò che accomuna questi giovani è la violenza come modalità espressiva principale, per lo più praticata in gruppo. Oggi il pretesto della violenza è la questione dei rifiuti, ieri lo è stato il risultato di una competizione sportiva, e domani chissà che altro. Il punto è che questi giovani per esistere sembra che non abbiano nient’altro che usare comportamenti distruttivi che, talvolta, si trasformano tragicamente in autodistruzione. Qual è l’identità di questi giovani? Dagli arresti effettuati, sembrerebbero giovanissimi, per così dire vecchie conoscenze senza arte, cultura e mestiere. Su quelli che commettono reati l’intervento deve essere ovviamente penale; ma sugli altri, quelli più deboli e che vengono trascinati dal gruppo, forse vanno pensati interventi mirati soprattutto in termini di recupero sociale. La politica dovrebbe usare molta cautela quando inasprisce il confronto, non tanto nei contenuti quanto nei toni e nell’uso delle parole, perché è molto facile che diventino pretesto di reazione in ambienti dove prevalgono forme tribali e subculturali Questi giovani mi riportano alla mente l’omicidio di Marotto che ho sempre pensato compiuto ad opera di mani giovani. Balordi come quelli di Cagliari. Ma c’è una differenza di fondo: i giovani di Cagliari che delinquono usano pietre, grate di ferro, molotov; mentre in molti dei nostri paesi dell’interno, come è il recente caso di Orgosolo, i giovani che delinquono usano armi da fuoco non per far ( semplicemente) del teppismo ma per uccidere.

Una seconda riflessione riguarda la penosa deresponsabilizzazione dei politici che, più di altri, in questi ultimi 15 anni hanno governato Napoli e la Campania. Mi riferisco esplicitamente a Sassolino, alla Iervolino e alle classi dirigenti complessivamente intese che hanno manifestato una totale mancanza di senso autocritico su come hanno operato in questi anni. Perché una cosa è certa: i cumuli di rifiuti nelle strade di questa regione sono l’esito di una politica incapace, quando non corrotta o collusa con la criminalità. Lo confesso, per la prima volta mi sono ritrovata d’accordo con le parole schiette del ministro Di Pietro. Al contrario il presidente Soru si è accollato la responsabilità di condividere l’emergenza campana, accogliendo in Sardegna una piccola parte di rifiuti. Lo ha fatto in solitudine mentre, da vetero parlamentarista e molto poco presidenzialista, sono convinta che anche in situazioni di emergenza vanno attivati i processi decisionali della democrazia. Ma non è su questo che voglio ora soffermare la mia attenzione, ma sul fatto che la scelta di condivisione di Soru non sia da definire un atto altruistico, oneroso per la Sardegna e da taluni definito folcloristicamente dipendente dall’Italia. Credo più semplicemente che lo abbia fatto perché ciò che accade a Napoli riguarda direttamente anche tutti noi, così come ciò che accade ai nostri territori dovrebbe riguardare le altre parti d’Italia. Non per astratto e banale buonismo, bensì essenzialmente per ragioni di senso di appartenenza al nostro Paese e anche per ragioni utilitariste. In merito a queste ultime, ipotizziamo per un attimo che la Campania venga lasciata sola a gestire l’emergenza rifiuti. E supponiamo anche che scoppi un’epidemia. Qualcuno può pensare che l’eventuale epidemia rimanga confinata nei ristretti confini amministrativi della Campania? Ciò non accadeva neppure nel Medioevo, figuriamoci oggi, quando è sufficiente che un aereo faccia la tratta Napoli-Roma-Olbia per portare in un baleno virus e batteri, che siano di origine campana o sarda è del tutto irrilevante. Il mio esempio non è catastrofista, d’altra parte non lo sono neppure per carattere, ma è ormai abbondantemente acquisito, sotto il profilo culturale e sociale, che basta un battito d’ali di una farfalla in Cina per determinare un uragano dall’altra parte del mondo.

Una terza riflessione riguarda gli amministratori locali dei territori sardi. Se riesco a cogliere tutte le ragioni strumentali dell’opposizione - pur non comprendendo le aggressioni verbali, i toni alti e gli attacchi personali -, non posso invece comprendere la chiusura di quegli amministratori del centro-sinistra ad accogliere i rifiuti campani. Mi riferisco in particolare a quelli del nord-Sardegna. Più che a ragioni di preoccupazione ambientale, questa chiusura sembra essere suggerita da fatti interni al nascente partito democratico, quando non a paure di perdere consensi. Credo che il valore di un politico (riferito al maschile e al femminile) si misuri essenzialmente su due elementi: la capacità di fare delle cose buone per i territori che amministra; la capacità di fare le scelte giuste anche quando queste scelte possono ridurne la sua popolarità. Questi amministratori, per il momento, hanno evaso la seconda opzione, ma soprattutto, hanno dimostrato di non possedere quel senso della comunità che invece è sempre stata una caratteristica culturale della sinistra.

A cosa serve uno storico dell'ambiente? Ci può aiutare a comprendere da dove viene fuori un disastro ecologico come quello a cui stiamo assistendo in queste settimane in Campania? Evidentemente sì, perché la crisi dei rifiuti non è un prodotto di forze della natura ineluttabili, ma il frutto di decisioni delle persone e delle comunità coinvolte. Per dipanare la complicatissima matassa di atteggiamenti, fatti e comportamenti che spiegano l'attuale emergenza, lo storico dell'ambiente Marco Armiero, attualmente in forze a Stanford, California, ma nato e cresciuto a Napoli, ha progettato un archivio delle lotte ambientaliste in Campania: da Acerra a Pianura, da Battipaglia a Serre, da Tufino a Giugliano, una lunga serie di testimonianze permetterà di capire perché in Campania ci si ribella alle infrastrutture per gestire la spazzatura, con più veemenza e più spesso che altrove. Armiero, che ha girato gli Stati Uniti, tra Yale, Berkeley, e ora Stanford, ha visto da vicino l'emergere, oltreoceano, di un nuovo paradigma di battaglie ambientaliste, riunite intorno alla bandiera della «giustizia ambientale».

I detrattori vedono questo vessillo come la versione politically correct della famigerata sindrome N.i.m.b.y., altro acronimo di origine statunitense che sta per «Not In My Backyard», non nel mio cortile di casa: una sindrome da molti derubricata a pura espressione di egoismo campanilista. In realtà, ci spiegano teorici come Donald Worster, Carolyn Merchant, John McNeill (nei giorni scorsi a Napoli per partecipare ad un workshop sulla storia ambientale promosso dal dottorato in storia della società europea dell'Istituto Italiano di Scienze Umane), nelle nuove proteste ambientaliste si saldano vecchie parole d'ordine ecologiste con una nuova forma di lotta di classe. «Questi ricercatori», spiega Armiero, «hanno scoperto che in America i quartieri e i territori più inquinati sono quelli abitati prevalentemente da afroamericani e ispanici, che sono anche le fasce di popolazione più povere. Questo fenomeno è stato teorizzato da un importante sociologo, Robert Bullard, il quale ha definito questa strategia di gestione dei rischi ambientali come ‘‘path of less resistence'', la ricerca della linea di minor resistenza». L'assunzione è che gli amministratori scelgano di collocare le infrastrutture a rischio ambientale nei pressi di comunità più povere e meno istruite, perché è meno probabile che queste abbiano i mezzi, la cultura e il peso politico per ribellarsi. Un'ipotesi di cui anche in Campania gli studiosi vogliono verificare la consistenza. Ecco perché è importante raccogliere le testimonianze di quelli che si organizzano per opporsi.

Alcuni dati sono già disponibili: ad esempio, l'80 per cento delle testimonianze proviene da donne. «Primo», spiega lo storico, «perché alcune donne hanno più tempo libero e suppliscono all'assenza dei mariti scegliendo forme di partecipazione meno tradizionali di quelle scelte dai maschi, che privilegiano i partiti e altre ‘‘organizzazioni'' classiche, viste come più funzionali ai propri interessi. Ma soprattutto — aggiunge — perché nella nostra cultura è la donna a preoccuparsi maggiormente per la salute dei figli e dei parenti, è a lei che spetta il ruolo biologico di preservare la specie».

Nota: sul più volte citato caso americano si veda ad esempio la cronaca dell'ingiustizia ambientale nel caso di New Orleans, di Robert Bullard tradotto da The New American City (f.b.)

A Napoli, il 21 Dicembre 2007, nel corso di un’affollata manifestazione alla Mostra d’Oltremare, con presenza predominante di giovani, promossa dal comitato campano per la Lista Civica, Nicola Capone, segretario generale delle Assisi della città di Napoli e del Mezzogiorno, che ruotano attorno all’Istituto di Studi Filosofici di Marotta e Gargano e a Palazzo Serra di Cassano, testimone della rivoluzione napoletana giacobina e antisanfedista del 1799, mi ha consegnato quattro fascicoli sui rifiuti a Napoli e in Campania.

I fascicoli delle Assise, pubblicati nel Bollettino omonimo, diretto da Francesco De Notaris, ex senatore della Rete e da Francesco Iannello, sono innanzitutto una testimonianza dell’impegno civile e intellettuale di tanti giovani e meno giovani, rappresentanti, a giusto titolo l’intellighenzia napoletana, i quali, a dispetto del degrado e della violazione di tutti i diritti più elementari, studiano, fanno proposte e non si rassegnano. La lettura dei bollettini è illuminante e sarebbe stata di notevole aiuto agli amministratori comunali e regionali per risolvere il problema, diventato tragedia, e che ha fatto il giro del mondo.

Le questioni affrontate, con i contributi di professionisti e tecnici di valore e di grande prestigio sono essenzialmente tre:

la violazione di tutte le norme di legge italiane ed europee, come causa determinante del disastro rifiuti; le scelte sbagliate come causa dell’emergenza permanente e incentivo agli affari e allo spreco di denaro pubblico; le conseguenze gravissime per la salute dei cittadini e il degrado dell’ambiente.

Partendo dal primo punto la tesi sostenuta e dimostrata, accettata oramai in qualsiasi latitudine, è che se si violano i capisaldi dello smaltimento dei rifiuti e cioè: riduzione, riciclaggio, recupero e riuso e si pensa di sostituire questa strategia, peraltro stabilita da tutta la legislazione italiana ed europea, attraverso la costruzione e l’uso di grandi inceneritori o termovalorizzatori che poi sono sostanzialmente la stessa cosa, le conseguenze sono sempre uguali e inevitabili. In altre parole, i rifiuti non possono essere smaltiti come li produciamo e bisogna produrne di meno. Il professor Guido Viale lo spiega con una immagine domestica molto efficace: i rifiuti sono un “flusso” e se ne creano di nuovi ogni giorno. Pertanto, da qualche parte devono “defluire”, o in impianti di recupero o in discariche a “perdere”. Ma se il getto del rubinetto è maggiore della portata dello scarico occorre: stringere il rubinetto, aprire un secondo flusso, disintasare lo scarico. Stringere il rubinetto significa diminuire la quantità di rifiuti prodotti, costituiti per il 70 per cento da imballaggi. Quindi si deve dare un taglio alla vendita di prodotti imballati. Il secondo deflusso è la raccolta differenziata prevista dalle leggi del nostro paese per il 60% dei rifiuti urbani nel 2011, oggi al 40% in Lombardia e al 10% a Napoli. La raccolta differenziata è efficace se viene fatta porta a porta con impegno dei cittadini e vigilanza delle amministrazioni. Essa porta soldi attraverso la vendita dei rifiuti separati (carta, plastica, vetro, umido, ecc.) che vanno a ruba. Per cui, chi fa la raccolta differenziata guadagna, chi butta i rifiuti in discarica fa guadagnare i proprietari delle discariche. Persino in Campania, alcuni comuni fanno raccolta differenziata al 90% e il comune guadagna. Il sindaco di Atena Lucana il 15 dicembre 2007 l’ha spiegato a Repubblica con queste parole: «Io per legge dovrei coprire almeno il 50% dei costi con i soldi dei cittadini. Glieli faccio risparmiare. Copro con la vendita dei rifiuti. Basta differenziarli». Con una raccolta differenziata del 60-65 % il residuo indifferenziato si riduce al 35% del totale dei rifiuti. Ma questa parte indifferenziata non può andare direttamente negli inceneritori. Per legge deve essere separata la parte di materiale combustibile dalla quella inerte e organica e questo compito avrebbero dovuto svolgerlo i cosiddetti CDR, i sette impianti previsti in Campania. Solo che non l’hanno fatto perché nessuno ha controllato e ora sono sparse ovunque sette milioni di tonnellate di cosiddette ecoballe che di eco hanno molto poco, inquinano e non si sa dove portarle. Se la separazione è ben fatta, in discarica o in un termovalorizzatore, ci va meno di un terzo del residuo. Nel caso della Campania che produce oltre 7200 tonnellate di rifiuti al giorno e, senza riduzione degli imballaggi e smaltimento rapido, ne produrrà oltre 8000 in tempi brevi, se le cose fossero state fatte a modo rispettando le leggi, si porrebbe il problema di smaltire un terzo del residuo e cioè circa 1000 tonnellate al giorno. Dopo avere incassato molti soldi ricavati dalla raccolta differenziata.

Se si tiene conto che il solo termovalorizzatore di Acerra, costruito senza valutazione di impatto ambientale, con una tecnologia vecchia di 30 anni, brucerà 2000 tonnellate di residuo, si capisce che è sovradimensionato e che gli altri due previsti non servono. Eppure la previsione dei costi è di 5 miliardi di euro. Inoltre bisogna considerare che con qualsiasi impianto che brucia le sostanze emesse: diossina o i suoi precursori, furani, idrocarburi policiclici ecc, sono sempre inquinanti e dannose per la salute dei cittadini.

Come lo sono i rifiuti interrati nella provincia di Caserta e di Napoli, una volta chiamata terra di lavoro per la grande fertilità e Campania Felix, che oggi include aree chiamate “triangolo della morte” nelle quali, come dimostra lo studio dell’Osm («Trattamento dei rifiuti in Campania - Impatto sulla salute umana»), i tumori sono aumenti del 400% e almeno 250 mila persone sono intossicate da sostanze altamente inquinanti presenti nell’aria, nell’acqua, nel terreno. Della situazione si occupa l’Associazione medici acerrani, animatore il dottor Andrea Bianco, insieme ad altri medici e specialisti che insegnano all’università di Napoli come i professori Comella e Puzone, i quali lamentano isolamento e minacce. Uno di Loro, Montano, denuncia che un «fiume di denaro viene elargito dal Commissario alla popolazione bisognosa per comprarne il silenzio».

Finora i capisaldi di uno smaltimento corretto dei rifiuti (raccolta differenziata, riciclaggio, riuso e riutilizzo) previsti dal decreto Ronchi del 1997, dal decreto legge N. 245 del 2005, convertito in legge nel 2006, dalla direttiva ambientale del 2004/35/CE, sono stati ignorati e non solo a Napoli.

Ultimo problema e non certo per importanza, riguarda la struttura commissariale e il contratto con Impregilo. Il Commissariato, infiltrato da uomini della camorra, ha assunto a tempo indeterminato 2316 dipendenti a tre milioni delle vecchie lire al mese, con una spesa di 55 milioni di euro all’anno, i quali, secondo quanto ha riferito il Commissario Catenacci di fronte alla Commissione di Inchiesta sui rifiuti: «al bar spendono tutti i soldi giocando a zecchinetta». I commissari che si sono succeduti hanno sprecato circa due miliardi di euro. «Il Commissariato, invece di percorrere i binari della normativa europea e italiana di attuazione e cioè invece di imboccare, come prima cosa, la strada di raccolta e di recupero dei rifiuti prescrittagli e sollecitata dalla commissione Via (valutazione di impatto ambientale, ndr), dal ministro degli Interni e dal ministro dell’Ambiente, si comportò come se la legge non esistesse». Lo scrive Raffaele Raimondi, presidente emerito della Cassazione. Per le stesse ragioni, la Commissione Parlamentare di Inchiesta, nella relazione del 19 dicembre 2007 ne chiede la soppressione immediata.

Il contratto con Fisia-Italimpianti del gruppo Impregilo, poi, non credo abbia precedenti. Gli impianti previsti vengono costruiti con denaro pubblico, restano di proprietà della società privata, la quale, per smaltire le ecoballe e gli altri rifiuti mediante i termovalorizzatori da costruire, dovrebbe ricevere i contributi dello Stato CPI6, destinati alle energie rinnovabli e “assimilate”. Una somma enorme di denaro, che in base ai contratti, la cui validità era di 10 anni, si aggirava attorno ai 2,5 miliardi di euro. Lo scrive Alberto Lucarelli il quale sottolinea che «se il riconoscimento del sussidio CIP6 fosse attribuito direttamente alle ecoballe e non agli impianti, avremmo le disponibilità finanziarie per lo smaltimento immediato di questi rifiuti». Insomma, i napoletani, ma anche noi tutti, come suol dirsi, cornuti e mazziati!

Per tutte queste ragioni a Napoli si profila la prima sperimentazione della nuova legge sulla “class action” approvata con la Finanziaria che, per il numero di richieste e la quantità e qualità dei danni, potrebbe essere davvero imponente e costituire un precedente rivoluzionario.

Postilla

Chi guarda appena un po’ al di là del suo villaggio sa da anni che la produzione straordinariamente ricca di rifiuti minaccia di sommergerci, e che l’unico modo di proteggerci durevolmente dall’essere seppelliti da ciò che produciamo (ricordate Italo Calvino, Leonia, 1972?) è produrne di meno e riciclare quello che è possibile. Dopo lo scandalo di Napoli e della Campania, i cui “governanti” stanno ancora lì in sella, ormai lo sanno tutti. Non c’è giornale serio che non ricordi che la quota degli inutili imballaggi e dei prodotti “usa e getta” è preponderante, che gran parte dei rifiuti si può riciclare, cioè riutilizzare, e che la chiave di volta del sistema è la generalizzazione della raccolta differenziata. Lo sanno tutti, fuorché chi governa.

Affrontare il problema da questo punto di vista impone scelte coraggiose. Impone di contrastare le tendenze dominanti nel mondo della produzione e del commercio. Impone di proibire gli incarti inutili, gli imballaggi esuberanti, gli orpelli pubblicitari nei quali vengono presentate e avvolte le merci. Impone di scoraggiare l’impiego dei prodotti “usa e getta”. Impone quindi di aprire un fronte di lotta nei confronti di poteri forti – anzi, dominanti dove la politica è debole.

E impone di lavorare con coraggio e determinazione politica nei confronti dei produttori ultimi di rifiuti. Mi riferisco alla “raccolta differenziata”, secondo, se non primo, passo d’una seria politica di riduzione dei rifiuti. È un’impresa difficile, perché induce ad affrontare il cittadino in quanto tale: per vincere le sue pigrizie, le sue abitudini, alcune sue piccole comodità. Perciò esige l’assunzione di questo tema come questione politica centrale: non qualcosa da appaltare alla mera tecnica, ma da curare come azione politica. Ricordo che quando a Venezia, molti anni fa, si avviò la raccolta differenziata nel centro storico l’assessore all’ambiente (era Paolo Cacciari) girava la mattina per le calli per verificare il comportamento non solo dei raccoglitori (che erano stati accuratamente formati) ma dei cittadini, rimproverando quelli che non rispettavano gli standard stabiliti e resi noti con decine di assemblee.

La questione dei rifiuti è centrale nella nostra epoca, per un’infinità di ragioni. È il simbolo di un meccanismo che non funziona; può essere la testimonianza della possibilità di cambiarlo, o almeno di correggerlo dei suoi danni più appariscenti.

E’ difficile aspettarsi un risultato dal piano del governo per i rifiuti della Campania. Perché in quel piano non c’è niente di nuovo. I punti «qualificanti» sono:

1) Raccolta differenziata. E’ una prescrizione già contenuta in una legge dello stato del 1997, che i commissari non hanno mai attuato. Il piano non indica le misure per cui questa volta dovrebbe riuscire, ma solo scadenze per il suo avvio.

2) Conferimento ad altre regioni «volonterose » delle centomila e più tonnellate di rifiuti che ingombrano le strade campane. Anche questo è già stato chiesto e fatto in altri periodi. E’ ovvio che in mancanza di garanzie che la storia non abbia a ripetersi le difficoltà frapposte dalle altre regioni crescono.

3) Utilizzo immediato di quattro discariche – o cinque, se verrà inclusa Pianura – già indicate dal precedente commissario Bertolaso e tre delle quali sono già state oggetto di mobilitazioni popolari contro la loro apertura; perché sature o in siti inadatti. Non risulta che Regione, Province o commissari abbiano mai effettuato una mappatura del territorio campano per individuare siti compatibili con questa funzione. Si è sempre cercato di utilizzare i siti già compromessi (gravando su popolazioni la cui salute è stata distrutta da queste servitù), nonostante che indicazioni su siti adatti dal punto di vista geologico e idrologico siano state a suo tempo fornite a Bertolaso da alcuni geologi che queste indagini le avevano svolte per proprio conto.

4) Apertura «nel medio termine» di tre inceneritori: sono quello di Acerra, in costruzione da quattro anni e in programma da dieci, che non sarà pronto prima del 2009 e quello di Santa Maria la Fossa, a soli quindici chilometri dal primo (anch’esso in programma da dieci anni). Anche qui vale il principio di insediare gli impianti più inquinanti nei territori più compromessi; con l’aggravante che in questo caso la decisione sui siti è stata delegata all’impresa aggiudicataria della costruzione e della gestione degli impianti. Il terzo inceneritore verrà localizzato a Salerno, città il cui sindaco si è da tempo dichiarato disponibile a ospitarlo, anche se il sito non è stato ancora indicato e la mobilitazione popolare contro questa decisione sta già montando. Ma l’apertura dei due nuovi inceneritori, posto che si facciano, non potrà avvenire prima di tre-quattro anni. E nel frattempo?

Ridurre, riciclare, recuperare, smaltire.

Nulla dice il piano del governo circa i cinque milioni di «ecoballe» accumulate ai piedi dei sette impianti di tritovagliatura (i cosiddetti Cdr) e infarcite di rifiuti tossici infilati più o meno clandestinamente dalla camorra. Tutti i Cdr sono attualmente fermi; per guasti tecnici, o per decreto della magistratura, o per mancanza di spazio dove stoccare la «produzione». Si tratta di un’altra ecobomba di dimensioni planetarie, che se venisse smaltita nel megainceneritore di Acerra, se entrerà in funzione, lo terrebbe occupato per non meno di 5-7 anni, mentre in attesa dei nuovi inceneritori si accumulerà un numero quasi uguale di altre ecoballe.

Che cosa bisogna fare, allora? Bisogna attuare in modo drastico le priorità dell’Ue, della normativa nazionale e di quella regionale.

Primo: ridurre; secondo: riciclare; terzo: recuperare solo quello che non è possibile riciclare; quarto: smaltire solo quello che non è in alcun modo recuperabile. E in emergenza queste regole vanno attuate con misure straordinarie.

Ridurre: ogni giorno la Campania produce 6-7000 tonnellate di nuovi rifiuti urbani. Anche se altre regioni italiane accetteranno di assorbire quelli ammonticchiati per le strade, tra quindici giorni saremo punto a capo. Tra un mese e mezzo sarà stata riempita completamente la discarica di Serre – l’unica oggi aperta in Campania – e per aprirne altre il commissario si sentirà autorizzato a usare gli stessi sistemi adottati a Genova.

Il 40% in peso di quei rifiuti è composto da imballaggi; un altro 10% da altri prodotti usa e getta. Si tratta in massima parte di vetro, plastica, carta e cartone, che in volume occupano in discarica oltre il 60 e nei cassonetti fino al 90% dello spazio disponibile. Il resto è composto quasi esclusivamente da materiale organico (avanzi di cucina), inerti e rifiuti ingombranti (mobili e elettrodomestici depositati accanto ai cumuli di rifiuti perché non ci sono centri e servizi di raccolta ad hoc). Bisogna fermare questo flusso. Se si allaga la casa, prima di asciugare il pavimento e strizzare gli strofinacci occorre chiudere i rubinetti. E la Campania è «allagata» dai rifiuti.

Ma come fare? Va proibita la vendita dei prodotti usa e getta fino al lontano ritorno a una lontana «normalità». Per lo meno di quelli più ingombranti: i pannolini possono essere sostituiti con prodotti lavabili di concezione moderna: sono più economici e igienici per chi li usa e molto meno costosi per chi li deve smaltire. Un comune li può addirittura regalare a chi ne ha bisogno – come si comincia fare a Reggio Emilia e in altre città – con la sicurezza di risparmiare sullo smaltimento.

Lo stesso vale per le stoviglie usa e getta. I comuni devono proibirle emettere a disposizione - a pagamento - di chi le usa abitualmente, cioèmense e fast food, servizi mobili di lavaggio: si possono organizzare in pochi giorni, in attesa che le utenze si dotino delle necessarie strutture. Vanno bloccati all’uscita dalla catena distributiva tutte le bibite in vuoti a perdere, acqua minerale compresa, se non nei territori dove l’acqua del rubinetto non è potabile. E’meglio questo «sacrificio» o continuare a vivere tra cumuli di rifiuti? Vanno eliminati gli imballaggi superflui, in attesa che i distributori si dotino di servizi logistici in grado di garantire l’utilizzo esclusivo di vuoti a rendere e di dispenser per la vendita di prodotti sfusi, come ormai fanno molte catene distributive nel nord e nel centro Europa, ma anche alcune catene italiane.

Ma che cosa si può fare nell’immediato? Si devono spacchettare alle casse dei supermercati e ai banchi dei negozi i prodotti acquistati, in modo che gli imballaggi superflui vengano immediatamente convogliati verso gli impianti di riciclaggio. A Natale, con la campagna «Disimballiamoci» Legambiente aiuta i consumatori volenterosi a sbarazzarsi degli imballaggi superflui presidiando con i suoi volontari le uscite dei supermercati. In Campania la stessa cosa va resa obbligatoria, impegnando in questa funzione alcune migliaia dei lavoratori finora addetti a una inesistente raccolta differenziata. E spiegando alla popolazione che questo è l’unico modo per liberarsi dai cumuli di rifiuti sotto casa e dalla necessità di aprire ogni giorno nuove discariche. Naturalmente per farlo ci vuole personale formato (rapidamente), consultato e aggiornato (quotidianamente) per avere il polso delle risposte della popolazione.

Uscire dalla monnezza non è utopia.

E’ una proposta folle? Può sembrare. Ma è più folle questa proposta o il comportamento di governatori, amministratori e commissari che per 14 anni hanno lasciato incancrenire la situazione fino a questo punto? D’altronde è una proposta che va nella direzione in cui si muove un numero crescente di amministrazioni nei contesti più «civili» dell’Europa e degli Stati Uniti: dalla Silicon Valley al Canada, dall’Austria all’Olanda, dalla Germania alla Nuova Zelanda. Napoli e la Campania potrebbero approfittare dell’emergenza per superare in un colpo solo il gap tra la posizione infima che occupano oggi e i primi posti a livello mondiale. Esattamente come12 anni fa Milano, sommersa dai rifiuti, aveva saputo superare l’emergenza mettendo a punto in pochi mesi un modello poi ripreso da molte città europee.

Anche la raccolta differenziata (per la quale la legge prescrive l’obiettivo del 65% entro cinque anni), se da un lato si avvantaggerebbe molto di poter operare su flussi di rifiuti già liberati dalla maggior parte degli imballaggi superflui e dei prodotti usa e getta, richiede comunque una mobilitazione straordinaria che i comuni che hanno già raggiunto questo obiettivo ben conoscono. La raccolta deve essere fatta porta a porta; il personale che la fa deve essere formato e investito di una responsabilità che richiede una elevata professionalità: quella di imparare a conoscere il territorio attraverso i rifiuti prodotti; di dialogare con la popolazione; di individuare i problemi e proporre soluzioni. L’addetto alla raccolta differenziata porta a porta non è più un facchino ma un lavoratore front-line.

Serve un grande lavoro con la persone, ma i risultati poi arrivano: non c’è un solo abitante dei comuni che fanno bene la raccolta differenziata che vorrebbe tornare indietro. Naturalmente ci vogliono impianti per trattare le frazioni raccolte. Nell’immediato si potrà ricorrere ad altre regioni, che riceveranno i materiali riciclabili della Campania più volentieri dei suoi rifiuti indifferenziati. Ma bisognerà individuare in fretta i siti e costruire gli impianti - soprattutto quelli di compostaggio - nella regione. Possono essere accolti meglio di una discarica o di un inceneritore. In fin dei conti si tratta di fare un patto con la popolazione: meno impianti inquinanti di smaltimento finale in cambio di più impegno nel ridurre e riciclare i rifiuti. Infine, molta parte del territorio campano dispone di condizioni adeguate per promuovere il compostaggio domestico, magari distribuendo gratuitamente compostatori, istruzioni per l’uso e assistenza tecnica continua a chi vuole provarci e riducendo così in misura consistente il conferimento di rifiuto organico. Se l’obiettivo del 65% verrà raggiunto, quando saranno pronti (se saranno pronti) i due nuovi inceneritori, i rifiuti campani da smaltire si saranno ridotti a un terzo di quelli attuali; e se sarà attivata una politica drastica di riduzione, come quella proposta qui, a molto meno di un quarto. Il «combustibile derivato dai rifiuti» prodotto da un impianto a norma è meno della metà del materiale immesso: cioè la metà della capacità dell’inceneritore di Acerra. E a quel punto, a che cosa serviranno gli altri due inceneritori? Si rischierà, in Campania come in tutta Italia, di ritrovarsi nella situazione della Germania, che, dopo aver avviato una vera raccolta differenziata si ritrova con un eccesso di capacità di smaltimento, cioè di inceneritori e di discariche. E’ per questo infatti che la Germania accoglie così volentieri i rifiuti campani: per tenere in funzione impianti che altrimenti non potrebbero ammortizzare. Se invece non si ritiene perseguibile l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, perché è stata fatta una legge che prescrive quest’obiettivo, confermando un’analoga norma del governo Berlusconi, che fissava l’obiettivo al 60% al 2011?

Resta il problema delle bombe ecologiche di cui il piano del governo non si occupa: i milioni di tonnellate di rifiuti tossici nascosti in discariche, clandestine e non, e i milioni di ecoballe che a norma di legge non potranno essere affidate a nessun inceneritore. Qui è improcrastinabile un piano di bonifica di ampio respiro e di portata nazionale, soprattutto per la quantità di risorse sia finanziarie che tecniche e umane da mobilitare. Costerà sicuramente molto di più dei due miliardi di euro che il commissario ha sperperato nel corso di quindici anni e dovrà essere messo a carico delle finanze dell’intero paese. Perché là, nelle fosse, nelle cave, nei pascoli e nelle discariche di tanta parte della Campania – e verosimilmente della Calabria e della Puglia – sono seppelliti i rifiuti di cui si è liberato a basso costo per decenni tutto il sistema industriale del paese. Ed è giusto che a pagare sia tutto il paese.

1. Perché non si sono mai domandati se si producono troppi rifiuti, e non hanno agito sulla produzione e sul commercio per ridurli all’origine?

2. Perché non hanno promosso e attivato la raccolta differenziata, unico strumento capace di adoperare come risorsa gran parte dei rifiuti e da ridurre massicciamente il costo di eliminazione dei residui?

3. Perchè hanno affidato la soluzione del problema (dell’emergenza) a “commissari straordinari”, quando si tratta di compiti che richiedono un impegno ordinario di buona amministrazione?

4. Perché per lo stoccaggio hanno scelto sempre e sistematicamente siti sbagliati perché pericolosi per l’inquinamento delle falde idriche, per l’instabilità dei terreni, per la distruzione di risorse territoriali preziose, per la densità della popolazione “sottovento”?

5. Perché la “destra” ha appaltato l’intero ciclo dei rifiuti a un’impresa privata e la “sinistra”, pur avvisato per tempo dell’errore, ha confermato e ribadito la scelta cancellando chi l’aveva avvertita?

6. Perché non hanno mai coinvolto i cittadini in una discussione seria sulle cause, sui rimedi possibili, sulle azioni necessarie, proponendo programmi credibili e monitorandone l’attuazione?

7. Perché, quando i nodi derivanti dalla loro incapacità di governo vengono al pettine, non trovano altra soluzione se non quella di mandare l’esercito o – addirittura – minacciare di mandare i carri armati?

Nessuno si chiami fuori, perché nessuno è esente da colpe. Ma non tutti sono uguali: le graduatoria della colpevolezza coincide con la graduatoria del potere.

Ho avuto modo di parlare ad Antonio Bassolino due volte nel corso degli ultimi dieci anni.

La prima, alla fine degli anni ’90, quando lui era stato rieletto sindaco, e prima che accettasse il Ministero del Lavoro. Gli illustrammo il piano della rete stradale di Napoli. Lui ascoltò e fece domande, sembrava ancora interessato all’attività di programmazione degli uffici. Certo, non erano già più i tempi della prima giunta, quella formata da un gruppo di intellettuali, tecnici e politici che in tre anni aveva messo in campo una strategia di riforme mai vista da queste parti, in grado di appassionare i cittadini, e di rimettere in moto gli ingranaggi arrugginiti dell’amministrazione. Il vento era cambiato: fuori i cervelli, i civil servant, dentro gli uomini d’apparato, i fiduciari, i signorotti delle tessere.

La seconda volta, l’estate scorsa, ho avuto modo di parlare a Bassolino in occasione di una riunione convocata dalla Regione per lanciare un fantomatico piano per la Campania regione sostenibile d’Europa (sic!). Avevo davanti un uomo molto diverso, incupito, ripiegato su sé stesso, profondamente solo. Gli dissi francamente quello che pensavo. Al punto al quale eravamo giunti, sostenibilità in Campania non significava uscire sulla stampa e in TV con improbabili annunci di chissà quali nuove iniziative, quanto piuttosto ridare slancio e credibilità all’amministrazione ordinaria, integrando e mettendo a sistema tutti gli strumenti di piano e di programma prodotti negli ultimi anni, tra i quali un buon piano territoriale regionale, il primo prodotto dalla Regione dalla sua istituzione nel 1970. Insomma, riprendendoci in carico un territorio commissariato da quindici anni. Fu il solo ad ascoltarmi, mentre gli altri partecipanti non riuscivano più di tanto a celare il disinteresse o fastidio per un intervento inopportuno, inutilmente critico, non collaborativo, sottilmente provocatorio.

La crisi dei rifiuti che scaraventa Napoli sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo è la crisi di questo modo di pensare, di vivere, di governare. E’ la crisi di un sistema che ha preferito istituzionalizzare l’emergenza, piuttosto che rafforzare e qualificare i poteri ordinari, e questo significa tutto in una regione dove, per ogni 100 euro di PIL legale, Gomorra ne produce altri 40 con il ciclo cave-cemento-edilizia abusiva-rifiuti.

Sono momenti difficili quelli che ci tocca vivere in questi giorni, con i turisti che disdicono le prenotazioni, e i prodotti agricoli di Campania felix che stentano sempre più a trovare mercato, perchè i marchi di qualità ai quali abbiamo lavorato in questi ultimi vent’anni si sono trasformati in marchi d’infamia. I danni ambientali, sociali ed economici del disastro non sono quantificabili. L’unica cosa che sappiamo è che, quando la bufera sarà passata, è dall’amministrazione ordinaria che bisognerà ripartire. Ci chiediamo solo con quale capitale di fiducia, con quale propellente politico, visto che quello che avevamo è stato impiegato per dar fuoco ai cumuli di rifiuti.

Vedi anche: Privatizzare i rifiuti è sbagliato ((6.7.2004), I commissari straordinari in Campania (29.8.2005), Discariche e lontre (5.4.2007)

Il Royal Town Planning Institute, in risposta all’annuncio del ministro per le Attività produttive John Hutton riguardo al piano di costruzione di nuove centrali nucleari, ha criticato il metodo usato dal governo per introdurre questa politica. Quell’annuncio rappresenta esattamente il modo in cui non si deve agire nel caso di scelte nazionali. Il governo ha mancato al proprio dovere di consultare adeguatamente le comunità direttamente interessate. Non si è nemmeno dimostrato che non esistono opzioni alternative, né perché il nucleare sia il metodo più efficace nel futuro.

Robert Upton, segretario generale del RTPi, ha affermato: “Non è questo il modo di impostare una politica nazionale. Il governo ha mancato al proprio dovere di una consultazione onesta e aperta a tutte le opzioni. Non si sono coinvolte le comunità.

“Il governo deve trarre insegnamento da questo errore anche per costruire le linee applicative per la organizzazione nazionale del territorio così come delineate dal progetto di legge quadro [Planning Bill] attualmente all’esame del Parlamento”.

L’anno scorso Greenpeace aveva portato il governo di fronte all’alta corte con l’accusa di non aver intrapreso adeguate consultazioni pubbliche. Il giudice si era espresso favorevolmente a Greenpeace dichiarando che il processo delle consultazioni era stato “gravemente carente” e “proceduralmente iniquo”. Come risposta, l’allora primo ministro Tony Blair aveva osservato che si sarebbero modificate le modalità di consultazione, ma non le scelte.

QUI il sito del RTCPI col comunicato originale (f.b.)

È GIÀ singolare che una forza politica rappresentata in Parlamento, nelle amministrazioni locali e perfino nel governo nazionale, decida di acquistare una pagina pubblicitaria su un giornale non per diffondere le sue idee o raccogliere voti, ma per difendersi dalle accuse che le vengono rivolte. Lo hanno fatto l’altro ieri i Verdi con un "avviso a pagamento" su Repubblica, per chiarire quali sono le loro "colpe" sull’emergenza rifiuti o meglio quelle che – come si legge nel testo – "in modo disonesto e strumentale, molti cercano di scaricare" su di loro.È un’autodifesa che merita di essere presa in considerazione, almeno da parte di chi vuole capire – al di là delle strumentalizzazioni politiche e mediatiche – chi sono i veri colpevoli di questo disastro ambientale e civile, a cominciare dalle imprese appaltatrici guidate dall’Impregilo che l’hanno determinato.

Premesso che "da 14 anni la legge attribuisce al Commissario straordinario tutte le competenze e i poteri per l’emergenza rifiuti in Campania", i Verdi riassumono in otto punti quello che hanno fatto nel frattempo: 1) hanno chiesto più volte di sciogliere una "struttura commissariale inefficace e inadeguata" che fra l’altro ha sperperato due miliardi di euro dei contribuenti; 2) hanno contrastato il "fallimentare" Piano di smaltimento dei rifiuti che ha prodotto cinque milioni di ecoballe; 3) hanno denunciato costantemente il giro del malaffare camorristico e le infiltrazioni delle ecomafie nel traffico dei rifiuti; 4) hanno proposto un moderno modello di gestione dei rifiuti, in linea con le Direttive europee; 5) hanno contributo ad avviare la raccolta differenziata in oltre 150 Comuni della Campania; 6) hanno sostenuto la realizzazione dell’unica discarica controllata e funzionante nella regione, quella di Serre; 7) hanno ottenuto la possibilità di commissariare i Comuni che non effettueranno la raccolta differenziata; 8) e infine, hanno contribuito a fermare il meccanismo perverso del cosiddetto CIP6, oltre 30 miliardi di euro sottratti alle energie rinnovabili e destinati ad alcune potenti lobby industriali.

Le uniche "colpe" che i Verdi sono disposti ad ammettere, dunque, sono da una parte quella di aver detto "no ad affaristi, camorristi ed ecomafie" e, dall’altra, quella di aver detto "sì alla raccolta differenziata e alla salute dei cittadini". E chi è in buona fede, se proprio non vuole rendergliene merito, deve almeno prenderne atto. Il partito del Sole che ride farebbe bene, piuttosto, a riflettere sulla propria immagine, sulla propria credibilità e capacità di comunicazione, per verificare se in qualche caso non ha peccato di estremismo o di massimalismo, compromettendo l’efficacia delle sue iniziative.

Quali sono, allora, i nomi dei veri colpevoli? Lo stesso leader dei Verdi, il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, nell’intervista rilasciata mercoledì scorso al nostro giornale, ne ha fatto esplicitamente uno: quello di Cesare Romiti. E ha richiamato il "disgraziato appalto alla Fibe del gruppo Impregilo", la società di costruzioni e ingegneria di cui Romiti ha mantenuto il controllo dopo l’uscita dalla Fiat fino al 2005 e la presidenza fino al 2006, che ha prodotto 5 milioni di tonnellate di ecoballe.

Il nome di Cesare Romiti non figura per la verità nella richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla Procura di Napoli per il processo che avrebbe dovuto aprirsi proprio oggi e che è stato rinviato per lo sciopero degli avvocati. Ma in compenso ci sono quelli dei suoi due figli, Pier Giorgio e Paolo, rispettivamente nella qualità di amministratore delegato di Impregilo e di direttore commerciale di Fisia Italimpianti controllata dallo stesso gruppo. Insieme ad altre 26 persone, tra cui spicca l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, sono imputati "in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso" di vari reati come frode, truffa, inadempimento dei contratti d’appalto, stoccaggio illegale di rifiuti e abuso d’ufficio.

Nelle 45 pagine del provvedimento, emesso dopo un’indagine durata cinque anni, c’è la ricostruzione precisa – data per data, cifra per cifra – del "puzzle" che ha originato l’emergenza in Campania da dieci anni a questa parte. E sebbene molti reati rischino di cadere in prescrizione, questo sarà comunque il primo processo sui rifiuti contro le imprese e i rappresentanti della Pubblica amministrazione, nel quale anche il Wwf si costituirà parte civile. Paradossalmente, oltre alla presidenza del Consiglio dei ministri e alla Protezione civile, nel lungo elenco delle parti offese compaiono la stessa Regione, tutte le Province e i Comuni della Campania.

A dare il via al grande scandalo della spazzatura è un’ordinanza commissariale del 12 giugno 1998, con cui furono indette le gare d’appalto per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti. A seguito dell’aggiudicazione all’Impregilo e alle aziende controllate, i contratti vengono stipulati il 7 giugno 2000 e il 5 settembre 2001. Prevedono l’obbligo di costruire sette impianti di produzione di cdr (combustibile derivato da rifiuti); di edificare due termovalorizzatori e di gestirli secondo le prescrizioni della normativa di settore.

Ebbene, in base all’accusa della Procura napoletana, gli imputati hanno presentato progetti difformi dagli atti di gara o hanno realizzato impianti difformi dai progetti approvati, in violazione degli obblighi contrattuali. L’Impregilo dei fratelli Romiti e le altre società del gruppo hanno prodotto cdr di qualità diversa da quella concordata, con un potere calorifico inferiore e un’umidità superiore al 25%, ma soprattutto con valori di piombo, cromo, arsenico e cloro ben oltre i limiti previsti. Il compost non risultava idoneo a essere utilizzato per recuperi ambientali. In numerose circostanze le ditte appaltatrici "hanno rifiutato o fortemente ritardato il conferimento dei rifiuti solidi urbani con i camion delle aziende di raccolta", costringendo così il Commissario straordinario e i sindaci a disporre l’imballaggio della spazzatura e il trasporto in altre regioni italiane o all’estero. Spesso sia i trasporti sia la gestione delle discariche sono stati subappaltati, con il rischio di alimentare le infiltrazioni camorristiche. E infine, la grande balla delle ecoballe: in attesa di realizzare i termovalorizzatori, non è stato effettuato il recupero energetico dalle balle di cdr.

Quanto al Commissario Antonio Bassolino, al vicecommissario Raffaele Vanoli e al subcommissario Giulio Facchi, la loro colpa in sostanza è quella di non aver impedito che tutto ciò accadesse nell’esercizio delle loro funzioni. Nel provvedimento della magistratura, si cita un fitto elenco di ordinanze con cui gli amministratori pubblici hanno consentito la violazione degli obblighi contrattuali e la pratica dei subappalti. O comunque, non le hanno contestate e denunciate.

È per tutte queste ragioni che Raffaele Raimondi, presidente emerito della Corte di Cassazione, in qualità di magistrato e di presidente del Comitato giuridico per la difesa dell’Ambiente, ha presentato recentemente un ricorso contro l’Impregilo alla Corte europea per disastro ambientale. L’accusa, com’è già accaduto nei casi di Marghera e di Severo, è di aver attentato alla salute dei cittadini. E il reato in questione è ancora più grave di quelli contestati dalla Procura di Napoli, tanto da superare anche i rischi di prescrizione e i termini di indulto.

I dati dei rapporti di Legambiente, quello nazionale e il fascicolo presentato ieri a Napoli nell'Istituto filosofico, confermano che in Campania si continua a perpetuare un massacro ambientale. La triade di rifiuti, veleni e cemento firma un patto d'acciaio contro un territorio maltrattato da trafficanti, camorristi, imprenditori, tecnici e amministratori pubblici conniventi.

In cifre significa che la regione, in Italia, dal secondo posto del 2005 passa al primo per i reati ambientali commessi: solo nel 2006 ci sono stati 3.169 illeciti accertati, otto reati al giorno, uno ogni tre ore; con 2.861 persone denunciate o arrestate e 1.362 sequestri effettuati. Nei fatti significa che esiste un sistema di 64 clan camorristici con a disposizione un giro di 6 miliardi di euro, tra fatturato legale e illegale. Affari che arrivano dalla tratta dei rifiuti tossici, ma anche da quelli «puliti», nonché dall'edilizia abusiva. Uno scempio.

Un'emergenza ancora più pericolosa se unita all'incapacità di gestione istituzionale, negli ultimi 13 anni, del ciclo integrato dell'immondizia. Due mondi che si guardano proprio per le connivenze tra la criminalità organizzata, enti e strutture preposte alla raccolta e allo smaltimento. E' di lunedì l'ultima protesta dei cittadini dell'agro aversano, il regno dei Casalesi. A Gricignano, Casal di Principe e San Cipriano le popolazioni sono scese in strada e hanno gettato davanti alle caserme dei carabinieri cumuli di rifiuti. La contraddizione è che in quei comuni attualmente non c'è nessuna crisi in atto. E' verosimile dunque che le tensioni siano fomentate in prospettiva. La discarica di Villaricca, che da ottobre per accordi presi con l'amministrazione comunale, accoglie i sacchetti di mezza Campania ora è giunta a saturazione. Nel frattempo però non sono stati ancora individuati siti di sversamento alternativi, (i cittadini di Serre e Lo Uttaro si oppongono a diventare la pattumiera della regione). Con l'estate alle porte si avvicinano le cicliche emergenze regionali, la camorra lo sa e preme per soluzioni d'urgenza in cui infiltrare i propri uomini (siano questi imprenditori o proprietari di terre).

Rischi reali, basta andare a leggere il rapporto di Legambiente: anche nel ciclo dei rifiuti la Campania detiene il primato negativo. Sono 448 le infrazioni accertate, 453 le persone denunciate e arrestate e 175 i sequestri. Quanto alle ecomafie il quadro è ancor più disperante: è di oltre 600 milioni di euro il giro d'affari annuo, con oltre 10 milioni di tonnellate di veleni sversati negli ultimi due anni. «Sappiamo che ormai operare effettivamente per lo smantellamento del controllo dei rifiuti dobbiamo fare di più - ha detto il ministro Alfonso Pecoraio Scanio - dobbiamo cioè utilizzare quelle tecnologie avanzate e coinvolgere tutti i settori per contrastare i crimini dell'ecomafia». Ma il senatore Tommaso Sodano, presidente della commissione ambiente è critico: «Il rapporto di Legambiente è come al solito impressionante ma non ci coglie di sorpresa». Ma se era già noto cosa è stato fatto dal governo in un anno? «Per il momento - dice Sodano - non vedo provvedimenti forti e al contrario, solo tentennamenti nell'imboccare la strada delle energie rinnovabili». Quindi ha ricordato che «il ddl governativo per l'abolizione dei finanziamenti pubblici a petrolieri, inceneritori e carbone non è ancora stato incardinato». Un'altra buona notizia.

Perfino sul fronte dell'abusivismo edilizio la Campania sbaraglia i concorrenti: con 1.166 infrazioni, 1509 persone denunciate e 470 sequestri. A febbraio l'ultima «scoperta»: un quartiere completamente abusivo (centinaia di appartamenti) sorto dalla sera alla mattina a Casalnuovo (Na). Secondo Legambiente in Campania vivono i migliori maestri del cemento fai-da-te. Sono circa 6000 le costruzioni abusive realizzate nel 2006. Nove giorni e nove notti, 227 ore di lavoro per mettere in piedi una villetta monofamiliare. Ogni giorno sono all'opera circa 100 operai, capaci di scavare anche decine di piscine, tutte orientate verso il mare. Solo la guardia di finanza negli ultimi due anni ha sequestrato 100 cantieri per un valore di 98 milioni di euro. «Davanti a questi numeri - spiega Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania - nella nostra regione l'abusivismo fa più paura del Vesuvio».

Per raccontare gli ultimi capitoli dell’odissea dei rifiuti in Campania è impossibile sfuggire alle trappole del gergo. La novità non è tanto quella di un’intera regione oramai preda del NIMBY: le proteste contro la decisione del supercommissario Bertolaso di localizzare una nuova discarica a Serre di Persano pongono l’ulteriore dilemma se sia preferibile il criterio “dirt on dirt ”, localizzando la discarica in un sito già inquinato, piuttosto che quello “dirt on clean”, piazzandola cioè in aree “pulite” o addirittura, nel caso di Serre, di conclamato pregio ambientale, a due passi dall’oasi naturalistica che ospita gli ultimi esemplari di lontra in Campania.

D’altro canto, la trattativa diretta che si è instaurata tra ministero dell’ambiente, commissariato e comitato di opposizione locale, il cui risultato è per ora il ridimensionamento della discarica da 2 milioni a 700 mila tonnellate, certifica una volta di più il deficit di credibilità della Regione, incapace di trovare il bandolo di un’emergenza (?) che dura da tredici anni, e che ha coinvolto tre diverse amministrazioni e ben cinque commissari straordinari (Rastrelli, Losco, Bassolino, Catenacci, Bertolaso).

Ad appesantire ulteriormente il quadro, la brutta notizia di stamane, dell’arresto del vice di Bertolaso per presunte collusioni camorristiche. Piove sul bagnato.

Tornando alla Regione, l’occasione per una tardiva correzione di rotta l’ha pure avuta, con la recente approvazione di una legge sui rifiuti, che definisce i paletti del nuovo piano regionale, in sostituzione di quello strampalato che l’emergenza l’ha alimentata ed amplificata, e che era di fatto basato sull’impacchettamento della monnezza tal quale e l’incenerimento nei due mega impianti di Acerra e S. Maria la Fossa, realizzati in project financing dal gruppo Impregilo di Cesare Romiti.

Occasione mancata, se la maggioranza con un autoemendamento ha cassato in extremis uno degli articoli politicamente più impegnativi della legge, quello che imponeva alle cinque province di segnalare tempestivante al commissario straordinario due siti ciascuna per la localizzazione delle discariche.

Evidentemente, il tempo delle assunzioni di responsabilità non è ancora giunto per la politica campana, e l’ombrello commissariale, seppur ridotto a colabrodo, fa ancora comodo.

A testimoniare il disagio, la significativa astensione di Gerardo Rosania, uno dei consiglieri campani maggiormente avvertiti in materia territoriale: uno di quelli che le responsabilità istituzionali non le ha mai schivate, lui che da sindaco di Eboli ha demolito centinaia di villette abusive sulla duna demaniale, in una regione nella quale un altro sindaco, quello di Casalnuovo, non si era accorto della nascita di un intero rione abusivo finanziato da Gomorra spa perché “nascosto dai cespugli” (sic!).

La lezione per il centrosinistra campano, al termine di un ciclo politico iniziato nel ’93, è amara assai, ed è quella che non esistono scorciatoie: la strada per la rinascita del Mezzogiorno d’Italia non può essere quella di una modernizzazione perseguita a botta di deregolamentazioni, privatizzazioni, esternalizzazioni dei processi decisionali, deroghe alle valutazioni preventive e ai controlli, perché “altrimenti si perdono i fondi”. La cosa da fare è meno suggestiva e immaginifica: restituire dignità e credibilità alle istituzioni, capacità alla pubblica amministrazione, nel rispetto delle procedure ordinarie, nel rispetto della legge, recuperando il passo riformista di Rossi-Doria, dei “…cavalli dal fiato lungo”.

In questi giorni si sta decidendo in Parlamento l'importante partita degli inceneritori. Oggi, i rifiuti bruciati negli inceneritori sono considerati una fonte d'energia assimilata alle rinnovabili, e per questo chi li brucia incassa un sacco di soldi, prelevati dalle nostre bollette dell'elettricità. Succede dal 1992. La Finanziaria di quest'anno doveva porre fine a questo scempio della salute e del portafoglio dei cittadini: nessun inceneritore costruito dopo il 31 dicembre 2006 avrebbe più beneficiato dei finanziamenti.

Ma c'è un emendamento che vuol cambiare le cose all'ultimo momento sostituendo il termine “costruiti” col termine “autorizzati”. Un inceneritore non lo si costruisce in una settimana, ma lo si può benissimo autorizzare. I lobbisti della cosiddetta “termovalorizzazione” (altra presa in giro linguistica) l'avranno così spuntata di nuovo.

Qui dal Trentino dove abito questa faccenda assume un sapore di beffa. Da anni si parla della costruzione di un inceneritore che dovrà bruciare tutti i rifiuti indifferenziati della Provincia. Ma non si era mai arrivati al dunque. Senonché, in questi ultimi giorni, in maniera tempisticamente sospetta, sono arrivate le prime autorizzazioni alla costruzione. Così, gli amministratori provinciali si assicurerebbero per il rotto della cuffia quei finanziamenti all'incenerimento che hanno sempre detto di non tenere in alcun conto. “L'unica nostra preoccupazione – hanno sempre sostenuto – è di evitare la discarica a quel 20-30% di rifiuto residuo che avanza anche coi migliori sistemi di raccolta differenziata”.

Ma la soluzione al problema dei rifiuti passa non solo dalla loro differenziazione, ma anche (soprattutto) dalla loro riduzione. La frazione di residuo secco che in effetti non può che rimanere anche coi migliori sistemi di differenziazione – su questo hanno ragione i lobbisti dell'incenerimento – si può infatti ridurre solo facendo un ulteriore passo. La soluzione è cambiare gli attuali sistemi di produzione e consumo. Il ‘ bad industrial design' di cui parla il padre della strategia Rifiuti Zero ( http://www.zerowaste.org) , lo statunitense professor Paul Connett, deve diventare un ‘good industrial design', capace di garantire la totale riciclabilità dei prodotti.

Questo cambiamento può accadere solo se produttori e consumatori si accordano per andare con decisione verso questa direzione. E' in genere a questo punto che il dibattito si avvita su se stesso senza portare da nessuna parte. Il primo passo spetta ai consumatori! No, spetta ai produttori! Io produttore vorrei, ma poi il consumatore non compra… No, sono io consumatore che vorrei, ma poi il prodotto sullo scaffale del supermercato non ce lo trovo… E avanti così, mentre i rifiuti si ammucchiano e le discariche si esauriscono…

La cosa triste è che tecnologie produttive e tecniche di distribuzione per uscire da questa impasse ci sarebbero, se solo le si volesse davvero impiegare. Lo dimostrano i nuovi modi di produrre e consumare che, nella logica della riduzione dei rifiuti, vengono messi in pratica qua e là in maniera sporadica, nell'ambito delle realtà più evolute nella gestione sostenibile dei rifiuti. L'acquisto del latte fresco dai distributori automatici, i detersivi alla spina, il vuoto a rendere, i prodotti sfusi: sono tutte soluzioni praticabili.

In Trentino, dove l'opposizione all'inceneritore è forte, esperienze di questo genere non mancano, ma restano fortemente minoritarie. Gli amministratori provinciali fingono di incentivarle, ma la loro idea è un'altra: “Il cambiamento dei sistemi produttivi e dei criteri di progettazione – mi ha fatto notare l'assessore all'Ambiente della Provincia Autonoma di Trento – contrasta con logiche di mercato che rendono impossibile il recupero. Ad esempio un'automobile è costruita con materiale recuperabile per oltre il 90% ma i costi per smontarla completamente sono insostenibili. L'esperienza di altre realtà, in particolare estere, di imporre con legge divieti o obblighi ha aperto una lunga serie di contenziosi perchè, comunque la si guardi, cambiamenti rilevanti nell'attività produttiva comportano notevoli investimenti”. Ma il punto non è tanto quello di imporre il cambiamento al sistema produttivo, quanto di indurlo, ad esempio cominciando dall'evidenziare la cosiddetta verità dei costi, che tiene conto anche di quelli ambientali, ed è in grado di rendere economicamente sostenibile, come insegna il citato professor Connett, persino lo smontaggio di un'automobile.

Proprio in questi giorni Nimby trentino ( http://ww.eccetera.org ), l'associazione che da tre anni guida l'opposizione all'inceneritore, ha celebrato il millesimo giorno di digiuno di protesta portato avanti a catena dai cittadini. Il coordinatore Adriano Rizzoli critica le scelte di facciata di un'amministrazione che punta sulla differenziata, ma poi trascura completamente la strategia della riduzione e del “ good industrial design”. “A causa di quale tipologia di rifiuti – si domanda Rizzoli – si prendono le dissennate decisioni di costruire gli inceneritori? Quanti rifiuti non riciclabili si potrebbe fare a meno di produrre? Quanti di essi si potrebbero rimpiazzare con del materiale riciclabile grazie a un'appropriata progettazione?”

Se si va a mettere le mani nel rifiuto residuo si scoprono cose molto interessanti. Rizzoli l'ha fatto, scoprendo che nel 2005, ben oltre la metà del residuo secco prodotto in Trentino, e che in futuro brucerà nell'inceneritore, era in realtà materiale riciclabile. E la parte non riciclabile? In essa è molto consistente la presenza dei poliaccoppiati, tipo tetrapak, per intenderci. “Allora non si potrebbe spingere per la totale sostituzione dei contenitori in tetrapak con contenitori di materiale riciclabile?”. Un'altra frazione importante del residuo secco non riciclabile è quella dei tessili sanitari. “E chi sa che anche i pannolini, se prodotti in un certo modo, si possono riciclare?”.

Il buon senso suggerirebbe innanzitutto di riflettere bene sui dati dell'analisi merceologica del residuo secco, e poi di fare il massimo sforzo per ridurre quanto non si può riciclare. Solo dopo si dovrebbe decidere se vale la pena di pianificare o meno un inceneritore, che rappresenterebbe una soluzione rigida e irreversibile. “Invece – prosegue Rizzoli – da noi in Trentino s'è fatto esattamente il contrario: prima s'è frettolosamente previsto un mega-inceneritore da 400.000 tonnellate l'anno, poi s'è aggiustato il tiro rimpicciolendolo di volta in volta man mano che si sono constatati i frutti della differenziazione. Se si avesse la pazienza e l'onestà di aspettare anche gli effetti di decise azioni di riduzione, alla fine non si potrebbe che decidere di abbandonare per sempre l'idea di costruirlo”.

A meno che quell'idea la si abbia per intascare i soldi pubblici che finanziano l'incenerimento. Il subdolo tentativo di questi giorni di far rientrare dalla finestra tali finanziamenti sembrerebbe indicare che le cose stanno purtroppo così.

Le questioni poste da Giovanni Valentini con il suo articolo su “Repubblica” del 29 agosto a proposito del Piano per la gestione dei rifiuti in Sicilia (o meglio, del piano degli inceneritori di Cuffaro) meriterebbero risposte puntuali che non è facile riassumere.

Tra le tante cose sagge che dice, Valentini incappa però in qualche inesattezza:

Il Consiglio di Stato, intanto, non ha dato alcun via libera (tant’è che i lavori di sbancamento nei siti sono tuttora sospesi) ma ha riformato l’ordinanza del TAR Catania laddove questo sospendeva anche i lavori preparatori che non comportano la modifica dei luoghi (e quindi progettazioni, piani finanziari, ecc.).

Per evitare poi che dalla lettura dell’intervento di Valentini si tragga l’impressione che in Sicilia – se pur con qualche contraddizione – il commissario-presidente Totò Cuffaro stia operando per il meglio e che sono gli ambientalisti e le popolazioni colpite dalla “sindrome Nymby” ad ostacolare una corretta gestione della problematica dei rifiuti, provo a riportare sinteticamente i motivi dell’opposizione di Legambiente e di altre associazioni, motivi esposti in decine di documenti, denunce, ricorsi.

Il piano regionale, palesemente, non è conforme né alla normativa nazionale né a quella europea. Se questa affermazione è fondata lo dirà, speriamo presto, la Commissione Europea a cui Legambiente e WWF hanno presentato una denuncia d’infrazione. Intanto l’ha detto con chiarezza l’ex ministro Edo Ronchi, intervenendo a Palermo ad un convegno organizzato da Legambiente.

Per affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti l’Europa s’è dotata di una politica detta delle 4 R: riduzione (della produzione di rifiuti), raccolta differenziata, riciclaggio, recupero di energia. Non si tratta d’una disorganica elencazione di obiettivi, né di fattori il cui ordine può essere cambiato arbitrariamente, quanto piuttosto dei punti essenziali d’una strategia costruita su precise priorità. Bisogna dare prevalenza alle politiche di riduzione dei rifiuti e contestualmente riciclare il maggior numero di materie, sempre con l’obiettivo di risparmiare risorse (materie prime ed energia necessarie per produrre beni che poi si trasformerebbero in rifiuti). Il recupero di energia dai rifiuti (attraverso la combustione) è solo l’ultimo dei sistemi in ordine di priorità e deve riguardare esclusivamente quella frazione dei rifiuti che sfugge alla raccolta differenziata o che non può essere riciclata.

Il piano regionale inverte le priorità indicate dalla UE dando precedenza e centralità al sistema della termovalorizzazione che dovrebbe smaltire almeno il 60% dei rifiuti prodotti dai siciliani, mentre il conseguimento della quota del 35% di raccolta differenziata – obiettivo obbligatorio per tutti dal maggio 2003 e già raggiunto nel 2002 da quelle regioni italiane che, come la Sicilia, erano in emergenza negli anni ‘90 – viene rimandato al 2008 senza, fra l’altro, prevedere alcuna misura che ne assicuri il rispetto. Se poi si confronta il piano con l’ordinanza n° 333 che ha dato il via libera al sistema della termovalorizzazione, ci si trova davanti ad una realtà ancora peggiore: le quantità che la Regione s’è impegnata a conferire alle quattro Associazioni Temporanee di Imprese che dovranno trattare i rifiuti sono praticamente pari al totale di quelli prodotti in Sicilia, con l’esclusione della piccola quota di raccolta differenziata che attuano i comuni e che, notoriamente, non supera il 6%. La capacità d’incenerimento degli impianti è addirittura superiore al totale dei rifiuti prodotti in Sicilia. Per essere ancora più chiari, il sistema è stato studiato per consegnare nelle mani delle imprese per i prossimi vent’anni, a partire dal 31 marzo 2004 o da quella data in cui verranno superate tutte le difficoltà insorte nel frattempo, l’intero settore dello smaltimento – dal trasporto alla discarica e all’incenerimento. E tutto ciò prevedendo a favore delle imprese garanzie più che straordinarie. Per esempio:

a) la tariffa viene ritoccata al rialzo anche se diminuisce il quantitativo dei rifiuti conferiti – paradossalmente, più differenziata fai e più ti aumenta la tariffa;

b) un impegno della Regione assolutamente acritico affinché “ le aree di interesse dell’Operatore Industriale siano rese disponibili, unitamente a tutte le autorizzazioni e permessi necessari alla realizzazione del Sistema e permettere il corretto svolgimento delle attività su tali aree senza impedimenti ed entro i termini previsti”. Un impegno che già faceva presagire il rigetto di qualunque fondata obiezione dei cittadini e delle collettività locali sulla scelta dei siti già fatta in splendida solitudine dall’Operatore Industriale e che ha prodotto pareri favorevoli a difettose Valutazioni d’Impatto Ambientale;

c) nessuna penalità per il fermo impianti (basterà dire che si tratta di manutenzione), neppure a seguito di un eventuale sequestro della Magistratura;

d) la promessa che quando l’Operatore si sarà stufato di continuare l’attività o (solitamente dopo dieci anni) non troverà conveniente rinnovare il termovalorizzatore, la Regione subentrerà nella proprietà degli impianti acquistando i ferrivecchi o pagando il canone di locazione;

e) un organismo di vigilanza nominato dal Commissario delegato ma pagato dall’Operatore Industriale.

È forse per farci dimenticare tutto ciò – compreso il fatto che sembra si sia decretata la fine di ogni programma per una decente raccolta differenziata – che la struttura commissariale si è data ad una frenetica ricerca di un’impossibile legittimazione ed ha promosso una massiccia campagna volta a convincere i siciliani che il problema dei rifiuti è ormai risolto con la realizzazione di quattro mega-inceneritori? Si assicura che così spariranno le discariche ma si omette di dire che comunque bisognerà smaltire, in discarica, quel famoso 37% di umido (circa un milione di tonnellate l’anno) che non sarà mai un compost di qualità, come dimostra l’analogo sistema di selezione meccanica in funzione in Campania per produrre le ingestibili eco-balle. E sempre in discarica dovranno finire 400mila tonnellate l’anno di rifiuti speciali (ceneri e residui di combustione) prodotti dagli inceneritori.

A proposito di “scelte di civiltà”, inoltre, bisognerebbe ricordare che a Copenhagen, a Vienna, a Parigi – ed in tutte le città straniere che ci vengono portate come moderno esempio di compatibilità tra inceneritori e centri urbani – la raccolta differenziata è ben oltre il 50%; si brucia meno roba e molto ben selezionata. La scelta fatta in Sicilia dal commissario-presidente Cuffaro, in violazione delle leggi nazionali e comunitarie, è invece quella di bruciare la maggior parte dei rifiuti “tal quale” (si leggano i decreti autorizzativi), direttamente dal cassonetto al forno. Sul piano etico, ambientale e sanitario una decisione barbara e inaccettabile; sul piano economico una manna per chi gestirà gli impianti incassando almeno 80 euro per ogni tonnellata di rifiuti che gli verranno consegnati, oltre al lauto contributo CIP6 per ogni chilowattora prodotto. È un affare grosso quanto quello per il famigerato Ponte sullo Stretto che si tenta di far passare nel silenzio. Per quale ragione non si rendono pubbliche le convenzioni che sono state stipulate con le A.T.I. e non si dice chiaramente quanto costerà a ciascuno questo sistema?

Non meno grave infine che tutti gli impianti siano ubicati in prossimità o addirittura all’interno di aree SIC e ZPS. Paradossalmente l’inceneritore di Augusta verrebbe costruito sulla stessa area della centrale Enel già contaminata da diossina, accanto al sito archeologico di Megara Iblea. La scelta dei siti non è stata fatta dalla struttura commissariale o da organi istituzionali, bensì lasciata agli stessi operatori industriali ai quali è stato affidato l’appalto. La Commissione Europea ha poi avviato una procedura d’infrazione, tramutatasi in deferimento alla Corte, nei confronti dell’Italia per come in Sicilia si è affidato il settore ai privati in violazione delle norme sugli appalti.

Sul versate della salubrità, al di là del ruolo di testimonial affidato al prof. Veronesi, il danno sanitario accertato, per esempio ad Augusta, è già fin troppo noto ed i continui dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità non sono però finora serviti a modificare la scelta dei siti.

Ci sembra urgente comprendere la portata, sul piano della tutela dell’ambiente e del rispetto della legalità, di ciò che si sta mettendo in moto in Sicilia. E cioè:

1) Di fatto, si affida il delicatissimo settore dei rifiuti a quattro A.T.I., le quali si serviranno di altre aziende private che – da troppo tempo e con molte ombre – gestiscono la raccolta e le discariche in Sicilia. Avete sentito qualcuno protestare per essere stato escluso dal business?

2) Alle imprese vengono garantite per vent’anni condizioni e tariffe vantaggiosissime per loro ma estremamente sfavorevoli per i cittadini utenti, un introito certo di alcune centinaia di milioni di euro l’anno per lo smaltimento e altrettanti dall’energia elettrica prodotta dagli inceneritori e pagata dagli utenti con la tariffa CIP6.

3) Pur di accontentare tutti, i rifiuti viaggeranno da un capo all’altro dell’isola. Per esempio quelli di Catania, Siracusa, Enna e Ragusa ad Augusta; quelli di Messina a Catania. Il biglietto, ovviamente, lo pagheremo noi.

A ben pensarci tornano in mente le pagine di storia siciliana che parlano delle esattorie: si esigeva male per il pubblico ma i privati incassavano aggi favolosi. Che il servizio fosse efficiente non importava a nessuno, tutto però era funzionale al mantenimento del potere.

Spero sia chiaro a tutti che queste questioni, o altre ancora su chi sono mai i soci locali della Falck (può a aiutare a capirlo l’articolo di Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” del 24.11.04), non possono essere tenute dietro la cortina (fumogena, è il caso di dire) degli edifici disegnati dalla buonanima di Kenzo Tange.

Enzo Parisi / Legambiente Sicilia

A un anno dalla rivolta popolare contro l’inceneritore di Acerra, guidata congiuntamente dal sindaco comunista e dal vescovo, nella cittadina ai piedi del Vesuvio le ruspe si sono fermate perché - a forza di scavare nel terreno - una falda freatica ha allagato il cantiere. Tra la Campania e la Puglia, intanto, è in corso una disputa sulla collocazione di un nuovo impianto di smaltimento al confine tra le due regioni che è arrivata a contrapporre i rispettivi governatori di centrosinistra, Antonio Bassolino e Nichi Vendola. E in Sicilia, il progetto della Regione per la costruzione di quattro termovalorizzatori, bloccato da un ricorso al Tar e sospeso all’unanimità dalla stessa assemblea regionale fino al 30 settembre, ha appena ricevuto un via libera dal Consiglio di Stato: il "valore politico" di quella decisione, secondo l’ordinanza, "non incide direttamente sugli atti amministrativi e sulla loro efficacia".

Sullo sfondo di un Sud che aggiunge ai suoi mali storici la malagestione dei rifiuti, sotto la minaccia delle discariche abusive e l’ombra della criminalità organizzata che si allunga su quest’ultimo business, il caso siciliano rischia di diventare un paradigma nazionale. Con buona pace del glorioso generale Garibaldi, le due Italie continuano a dividersi perfino sulla spazzatura. E il nostro povero Mezzogiorno, in ritardo anche sulla raccolta differenziata rispetto al resto del Paese, rimane pericolosamente in bilico tra un degrado urbano e ambientale che è sotto gli occhi di tutti e una possibile modernizzazione civile, irta però di ostacoli e ambiguità.

Da quando nel ‘99 fu dichiarata l’emergenza rifiuti nell’isola, la Regione Sicilia ha avviato un piano d’intervento ispirato, almeno sulla carta, ai principi della sostenibilità. Il ciclo completo - come si fa già altrove - prevede innanzitutto la raccolta differenziata, presupposto indispensabile per separare il secco dall’umido, la carta, la plastica, il legno, il vetro e i metalli; poi la produzione di compost, un fertilizzante per usi agricoli; quindi la selezione e il riutilizzo dei rifiuti non riciclabili; e infine la produzione di energia attraverso una rete di termovalorizzatori, gli impianti nei quali si bruciano ad altissime temperature i materiali dotati di sufficiente potere calorifico.

In questi cinque anni, dopo la nomina dello stesso presidente della Regione Salvatore Cuffaro a Commissario straordinario per l’emergenza, la situazione è andata gradatamente migliorando con una tendenza verso gli standard nazionali: la raccolta differenziata è aumentata, mentre le discariche su tutto il territorio regionale si sono ridotte dalle 357 iniziali a 114. Ma c’è ancora molto da fare per allineare la Sicilia agli obiettivi del "decreto Ronchi" che nel ‘97 fissò il tasso di raccolta differenziata al 35% sul totale della produzione di rifiuti urbani: tanto più che il Nord ha già superato il 30%, il Centro è intorno al 15, mentre il Sud e le isole sono ancora sotto il 6.

Il piano della Regione Sicilia prevede la realizzazione di quattro termovalorizzatori: uno a Bellolampo, alle porte di Palermo; gli altri ad Augusta (Siracusa), Casteltermini (Agrigento) e Paternò (Catania), per servire altrettante aree omogenee a cavallo di nove province. I primi tre impianti sono stati appaltati al gruppo Falck con alcuni partner locali, il quarto sarà realizzato da un altro gruppo. L’investimento complessivo ammonta a circa un miliardo di euro, con 1.500 occupati nella fase di costruzione e altrettanti in quella di gestione.

Ma è soprattutto sul doppio vantaggio, ambientale ed energetico, che punta il consorzio Actelios per superare le resistenze delle popolazioni locali e del fronte ecologista che hanno prodotto lo stop bipartisan dell’assemblea regionale contro il piano del presidente-commissario. Con l’installazione dei termovalorizzatori, da una parte verrebbe trattato e smaltito circa il 70% dell’attuale produzione regionale di rifiuti; dall’altra, verrebbe installata una potenza di 150 megawatt per una produzione di energia elettrica sufficiente a soddisfare il 20% del fabbisogno della popolazione siciliana. E così le discariche si ridurrebbero a 8 in tutta l’isola, con una diminuzione della massa dei rifiuti pari all’80%.

Per sostenere il piano, e difendere naturalmente i propri interessi aziendali, il gruppo Falck ha affidato il progetto degli impianti allo studio dell’architetto giapponese Kenzo Tange (scomparso recentemente), con l’intento dichiarato di trasformarli in altrettanti monumenti industriali e renderli così esteticamente più accettabili. Ma, per vincere l’ostilità degli ambientalisti, è soprattutto sul nome di Umberto Veronesi che il consorzio fa ora affidamento: l’ex ministro della Sanità ha accettato la presidenza di un comitato a cui spetterà il compito di monitorare la salubrità dei territori dove verranno installati i termovalorizzatori. Un oncologo di fama mondiale, insomma, come testimonial di tutta l’operazione.

Al di là delle motivazioni ideologiche e politiche, dunque, il caso siciliano riassume emblematicamente tutte le contraddizioni che qui o altrove alimentano la "guerra dei rifiuti". Gli ambientalisti hanno senz’altro ragione a insistere sull’esigenza prioritaria di ridurne innanzitutto il volume complessivo, con l’uso di materiali biodegradabili al posto delle buste o bottiglie di plastica e delle lattine, per incrementare quindi la raccolta differenziata ed evitare il sovradimensionamento degli impianti. Sta di fatto però che in tutto il Sud (e a dirlo qui è un meridionale, immune da qualsiasi tentazione di razzismo) la spazzatura è ancora una questione di abitudini o di cattive abitudini, di educazione o maleducazione civica, di igiene pubblica che spesso diventa emergenza sanitaria, diciamo pure di cultura: basta osservare le montagne di sacchetti, scatole e scatoloni ammassati abitualmente intorno ai cassonetti o agli angoli delle strade, per rendersene conto. E allora, proprio in difesa delle popolazioni interessate e dell’ambiente in cui vivono, occorre procedere realisticamente per fermare il degrado e impedire guasti maggiori.

In Sicilia, come in Campania, in Puglia o altrove, tutti abbiamo il problema dei rifiuti da smaltire, ma nessuno vorrebbe farlo nel proprio paese, nella propria città, provincia o regione. Gli inglesi, cultori del pragmatismo, la chiamano con un acronimo "sindrome Nimby": not in my backyard, non nel mio cortile ovvero nel mio giardino, insomma non a casa mia. Con tutte le garanzie necessarie, a cominciare da quelle sulla separazione dei materiali per finire al controllo delle emissioni, si tratta perciò di decidere la collocazione degli impianti di smaltimento nel modo più trasparente possibile, sulla base di valutazioni oggettive e ragionevoli.

Il termovalorizzatore, come raccontammo un anno fa da Brescia in un’inchiesta sull’Italia dei rifiuti, può rappresentare una risposta moderna a un problema antico e sempre più grave. Non è un mostro e non deve diventare un tabù. Sono oltre trecento, del resto, gli impianti di questo genere già attivi nel resto d’Europa. E se in un’ottica di "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con lo sviluppo e con la tutela della salute, si riesce a smaltire i rifiuti, a ricavarne energia e a ridurre l’inquinamento, vuol dire che avremo trovato la quadratura del cerchio.

Si veda anche l'intervento di Antonio di Gennaro

Fingiamo che l’annegamento dei cittadini campani in un mare di rifiuti non sia anche un problema di ordine pubblico e di malavita organizzata e che dipenda, come altrove in Italia, solo dall’ingente quantità di pattume che riusciamo a produrre, qualcosa come oltre 650 kg per persona ogni anno. Cosa dovremmo fare operativamente per avviare a una soluzione definitiva la questione? Una discarica non è mai la soluzione globale del problema rifiuti, sebbene quello di gettare gli avanzi attorno sia uno dei gesti più antichi dell’uomo. Una discarica è solo un buco per gettare soprattutto materia organica - la cosiddetta «frazione umida» - che copre circa il 30% del complesso dei rifiuti solidi urbani (Rsu), cioè resti di frutta e verdura, avanzi di cibo, ossa, bucce e quant’altro. Poi c’è la carta (28%), la plastica (16%), il legno e i tessuti (4%), il vetro (8%) e i metalli (4%), insieme con gli altri rifiuti che compongono la «frazione secca». E la frazione umida puzza, pure se, paradossalmente, l’aria di una discarica è certamente più salubre di quella del centro storico di Napoli, strangolato dal traffico. La puzza dei rifiuti non è gradevole, ma non intossica, come invece le diossine dei cassonetti incendiati per le strade.

Le discariche poi sono pericolose perché, a lungo termine, comunque inquinano: per quanto isolate artificialmente e poste in luoghi geologicamente adatti, sono soggette a perdere liquidi con probabile contaminazione di falde idriche, suoli e gas. Le discariche mangiano territorio e spazi comuni, alterano il paesaggio, richiamano gabbiani, topi, cornacchie, piccioni. Insomma i buchi non funzionano, perché dovremmo ancora sorbirceli magari per sempre? Non è nemmeno una soluzione bruciare i rifiuti, come si suggerisce a gran voce, non tanto per i problemi di carattere ambientale legati alle ceneri solide o ai fumi emessi al camino, carichi di diossine e polveri sottili anche quando restano nei limiti di legge. Da questo punto di vista un inceneritore non è più malefico del traffico cittadino responsabile di centinaia di migliaia di morti l’anno solo in Italia. Piuttosto è il bilancio energetico a essere in difetto perché si ottiene molta meno energia da un oggetto bruciato rispetto a quella che si è dovuta impiegare per costruirlo. Bruciare i rifiuti non conviene.

Due sono le soluzioni e le conosciamo bene: primo, produrre meno rifiuti, cioè ridurre di peso e volume gli imballaggi, cosa che aziende e ditte non hanno ancora cominciato significativamente a fare. Secondo, raccogliere i rifiuti in maniera differenziata e riciclarli, operazione che porta quattro vantaggi: allunga la vita delle materie prime, riduce gli inquinamenti, fa risparmiare energia e tutela il paesaggio dall’apertura di nuove cave e miniere. È un’operazione vecchia, che già si faceva nel nostro Paese negli Anni 60, quando i netturbini venivano a raccogliere fino davanti la porta di casa il contenuto dei secchi zincati foderati di fogli di giornale. Anzi, fino dalla Napoli del Settecento, le cui strade erano pulitissime, perché tutto veniva portato agli orti della campagna per ammendare il terreno e coltivare.

Si dice: però in Campania c’è un’emergenza. Ma che emergenza è quando se ne parla da almeno quindici anni e non si sono fatti passi in avanti di un qualche rilievo? Forse la via per uscire dall’emergenza è quella di considerarla cronicizzata e di comportarsi come il buon senso vorrebbe prendendo il tempo che ci vuole: campagne di educazione sul problema, partenza di una seria strategia per la raccolta differenziata e riciclaggio, seguendo l’esempio di comuni più piccoli, ma oculati che hanno capito - prima della camorra - che i rifuti possono diventare un affare (pulito) quando non li si considera più scarti, ma risorse. Almeno fino a quando non si arriverà al sospirato (ma forse utopistico) azzeramento dei rifiuti. Nell’ormai mitologico comune di Peccioli (Pi) arrivano oltre 600 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani che qui vengono trattati e producono oltre tre milioni di euro l’anno con i quali l’amministrazione provvede alle spese correnti e anche a quelle straordinarie. Non contenti, a Peccioli hanno costituito un azionariato popolare per cui i cittadini si dividono i guadagni dello smaltimento controllato che gestiscono: 5 mila azionisti per un affare che non prevede speculazioni di Borsa e che non può conoscere crisi. Proprio quindici anni fa a Peccioli i rifuti erano un’emergenza, oggi sono una risorsa, converrebbe rifletterci.

«Devo tornare al mare, al solitario mare e al cielo...». Da quand'ero studente, questi versi di John Masefield non hanno mai smesso di emozionarmi. La nostra relazione d'amore con l'acqua salata è una strana faccenda. I greci veneravano l'Egeo «scuro come il vino», ma le popolazioni atlantiche erano più timorose che innamorate del mare, fino a non molto tempo fa. Solo nel XIX secolo il mare è diventato una meta desiderabile. I romantici hanno esaltato tutta la natura selvaggia ma delle icone romantiche solo il mare ha veramente resistito.

D'estate andiamo al mare in massa per nuotare, navigare, pescare. Ce ne stiamo, con l'acqua alle ginocchia, anche solo a guardarlo incantati. È come se l'umanità, i cui lontani antenati sono usciti dagli oceani, inconsciamente desiderasse ritornare a ciò che W.H. Auden chiamava «l'alfa dell'esistenza».

Il richiamo del mare è così forte che sempre più gente decide di andarci a vivere in permanenza. Sorprende sapere che oggi due terzi della popolazione mondiale risiede a meno di 80 chilometri dal mare. Le 16 maggiori città del mondo, con tre sole eccezioni, si trovano sul mare. Negli Usa circa la metà di tutte le nuove case vengono costruite vicino all'uno o all'altro «scintillante oceano»; una ricerca della fine degli anni Novanta diceva che gli americani si trasferivano sulle coste al ritmo di 3600 al giorno. Ma, nonostante il nostro professato amore, trattiamo il mare con sommo disprezzo. Masefield vedeva solo una «grigia foschia sul volto del mare». Oggi la superficie del mare è lordata da una spaventosa quantità di spazzatura. Ci piace andare al mare, ma quando ci arriviamo, inspiegabilmente, lo copriamo di plastica. Da una recente verifica è emerso che sulle 269 spiagge inglesi prese in considerazione si trovava una qualche spazzatura mediamente ogni 50 centimetri; un aumento di più dell'80% rispetto al decennio passato.

I colpevoli sono, in parte, quei tipi insopportabili che non possono andare a contemplare un panorama senza lasciarsi dietro un sacchetto vuoto di patatine e una lattina di birra (i malfattori più incalliti lasciano venti mozziconi di sigaretta e un pannolino sporco). Tuttavia questi sudicioni inveterati, per quanto odiosi, non sono il problema maggiore. Dappertutto si possono vedere orrendi residui di bottiglie di plastica. E la plastica, di sicuro il prodotto più detestabile della nostra età dell'idrocarburo, galleggia. Non è biodegradabile. Fa rumore quando ci si cammina sopra. E luccica nei giorni di sole, come per farsi ancor più notare.

I rifiuti di plastica sono ormai un problema mondiale. Quando il naturalista Tim Benton si è recato, non molto tempo fa, sull'atollo disabitato di Ducie Island, la più lontana delle Isole Pitcairn, a 5 mila miglia a est dell'Australia, ha trovato sulle sue coste 953 oggetti portati dal mare; e tra di essi c'erano 268 pezzi di plastica, 71 bottiglie di plastica, 29 pezzi di tubi di plastica e la testa di due bambole di plastica. E questi relitti sono solo la parte più evidente del torrente di spazzatura che la nostra specie getta in mare ogni giorno. Solo New York scarica 500 tonnellate di liquami di fogna. Il totale giornaliero di olii proveniente da fonti umane è poco meno di un milione di galloni. Il Mare del Nord contiene una quantità di fosfati 8 volte superiore a quella di 20 anni fa. Il mare sarà sempre profondo, ma è ancora blu?

In teoria ci sarebbero modi per far cessare tutto questo, per far rispettare i divieti di gettare rifiuti in mare. Tutte le navi mercantili, per esempio, potrebbero essere munite dei compressori di spazzatura realizzati dalla marina degli Usa. Ma ho il sospetto che anche così i marinai non smetterebbero di gettare in mare le loro bottiglie di Coca Cola. In fondo non vedono mai le spiagge in cui quelle poi finiscono.

Oppure le autorità locali potrebbero sorvegliare le spiagge, dare multe esemplari a coloro che le sporcano e organizzare regolarmente pulizie su vasta scala. Tuttavia non ho abbastanza fiducia nelle autorità locali: se le si tirano in ballo si finirà probabilmente per veder interdire del tutto alla gente l'accesso al mare.

Che cosa fare, allora? Questo pensiero mi ha tormentato per tutte le ore passate quest'estate in Galles a riempire sacchi con i rifiuti altrui. E sono arrivato a una risposta piacevolmente semplice. La soluzione è quel che sto facendo — con i volontari che si sono uniti a me, alla mia famiglia e ai nostri amici della vicina Nature Reserve in uno sforzo collettivo per pulire la nostra costa. In breve, è sempre la stessa storia. Se vuoi che qualcosa sia fatto, in questo mondo, fallo tu. Masefield ha intitolato la sua poesia «Febbre del mare». Ma ora è il mare, non il poeta, ad avere la febbre. Solo noi, che amiamo sinceramente il mare, possiamo curarlo.

(Traduzione di Maria Sepa)

Da Italo Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972, p. 119.

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.

Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere il resto dell’esistenza di ieri è circondato da un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta portata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.

Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.

Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.

Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sè montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.

Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori: per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

Poche letture aiutano a interpretare le controverse vicende del governo dell’ambiente in Campania più dell’aureo libricino di Giorgio Agamben sullo stato di eccezione: la sospensione, giustificata con l’esigenza di tutelare i poteri pubblici di fronte a rischi e minacce eccezionali, di norme, garanzie e procedure che regolano l’ordinario funzionamento dello stato. All’approssimarsi per alcuni di essi del primo decennale dall’istituzione, è al concetto di stato di eccezione, più che a quello di emergenza che si deve oramai ricorrere per giustificare in Campania l’esistenza dei commissariati di governo di lungo corso, cui è demandata pressoché per intero la gestione di settori ambientali cruciali: rifiuti, emergenza idrogeologica, sottosuolo di Napoli, bonifiche, tutela delle acque, disinquinamento del fiume Sarno.

Perché lo stato di eccezione ha questa caratteristica: come nel caso della guerra al terrorismo internazionale, è più semplice decretarne l’inizio che programmarne la scadenza, dichiarando preventivamente con chiarezza gli obiettivi da perseguire, oltre i quali lo stato di eccezione non ha più ragion d’essere. Può allora succedere che la sospensione del regime ordinario possa dilatarsi indefinitamente, ben al di là delle motivazioni iniziali, inducendo testimoni avvertiti come Donato Ceglie a considerare i commissariati di governo campani come una “riforma istituzionale non dichiarata”.

In realtà, l’irresistibile propensione ai commissariamenti è una delle eredità della prima repubblica, con alcune differenze: mentre quella rispolverava i commissari soprattutto in occasione dei grandi hazard, sciagure naturali, terremoti, alluvioni, la seconda tende a farvi ricorso per gestire i rischi tecnologici – rifiuti, inquinamento, degrado ambientale – le conseguenze indesiderate della modernizzazione che caratterizzano la società del rischio descritta da Ulrich Beck.

I commissariamenti campani come stato di eccezione dunque, estremo tentativo di difesa dello stato dall’endemica inadeguatezza delle sue articolazioni locali, troppo esposte all’influenza di una criminalità organizzata in grado di muovere da sola un fatturato che, secondo i dati de Il Sole 24 Ore, equivale al 32% del pil regionale. Con un controllo ferreo, come evidenziato nel Rapporto Ecomafia 2005 di Legambiente, proprio di settori chiave tra cui il ciclo del cemento e degli inerti, il traffico di rifiuti, l’edilizia abusiva.

Ad ogni modo, quali che siano le buone ragioni per loro istituzione, è la durata stessa dei commissariati che impone oggi una serena valutazione del loro operato, con riferimento a tre aspetti tra di loro strettamente connessi: efficacia, sostenibilità politica, coerenza con gli obblighi assunti in sede comunitaria.

Riguardo al primo aspetto il giudizio non può che essere problematico. A dieci anni dall’istituzione del commissariato, la Campania è ancora in piena emergenza rifiuti mentre a Sarno, dopo le frane del ’98, le opere per la messa in sicurezza progettate dal commissario per l’emergenza idrogeologica sollevano perplessità crescenti, legate al loro impatto sull’ambiente ed alla effettiva capacità di mitigazione del rischio, come documenta in maniera convincente il libro che Antonio Vallario ha dedicato alla vicenda (Sarno, sei anni dalla catastrofe, Alfredo Guida editore)

Al di là del valore dei risultati conseguiti, c’è poi un problema di sostenibilità politica. In particolare, ci si chiede quanto sia giusto che le competenze delle amministrazioni ordinarie siano così vistosamente erose, mutilate dalle gestioni commissariali, in settori chiave che toccano capillarmente l’esistenza quotidiana dei cittadini e gli assetti territoriali, proprio mentre è in atto un processo che, attraverso l’elezione diretta e la redistribuzione costituzionale delle competenze, mira a dotare presidenti regionali, provinciali e sindaci di maggiore visibilità, poteri, autonomia e, in ultima analisi, responsabilità nei confronti degli elettori.

C’è infine un ultimo aspetto: lo stato di eccezione decretato con i commissariamenti straordinari in Campania, comporta una sostanziale sospensione delle direttive comunitarie in materia ambientale, insieme a tutti i meccanismi di controllo, valutazione e partecipazione pubblica che esse prevedono. Al di là di ogni facile ironia sugli eurocrati di Bruxelles, è utile ricordare come tutte queste procedure non costituiscano un’inutile farragine burocratica, quanto piuttosto l’unica, perfettibile strada che le democrazie liberali hanno sino ad ora escogitato per creare intorno a questioni contraddittorie e complesse, quali quelle ambientali, due condizioni indispensabili per una governance efficace: la responsabilizzazione di cittadini e portatori di interessi, la legittimazione del potere pubblico.

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