la Repubblica
Rifiuti, sigilli in discarica Roma a rischio-Campania
di Cecilia Gentile
ROMA - Sigilli al gassificatore di Malagrotta, alla periferia ovest della capitale. I carabinieri del Noe sono arrivati ieri mattina presto, a due giorni dall’inaugurazione, fissata per domani, e hanno chiuso l’impianto costruito per trasformare in energia 500 tonnellate di ecoballe al giorno, ricavate da 1500 tonnellate di rifiuti indifferenziati.
Per i carabinieri e per la Procura di Roma, che ha aperto un’inchiesta, quel gassificatore è l’ennesimo schiaffo ad un territorio già devastato da impianti inquinanti e ad alto rischio. A Malagrotta non c’è solo la discarica più grande d’Europa, che dal 1984 ha accumulato oltre 30 tonnellate di rifiuti perseguitando la popolazione della zona con i suoi miasmi. Nella stessa area ci sono una raffineria, un impianto per rifiuti tossici ospedalieri, un deposito di carburanti, una gigantesca cava. Il decreto legislativo 334/99, conosciuto come Seveso 2, vieta che nello stesso sito siano concentrati più impianti industriali ad alto rischio. Bisogna capire allora chi e perché ha rilasciato l’autorizzazione alla costruzione del gassificatore. Per questo i carabinieri hanno portato via dagli uffici della Regione Lazio tutti i documenti della pratica, iniziata con la precedente giunta Storace e proseguita con quella Marrazzo. Altra ragione del sequestro, l’impianto antincendio risultato non a norma.
«E’ un segno che lo Stato esiste», commenta soddisfatto il presidente del comitato dei residenti Sergio Apollonio, da sempre avverso al nuovo impianto. Per Guido Bertolaso, sottosegretario per l’emergenza rifiuti in Campania, invece, il sequestro del gassificatore di Malagrotta «non è un segnale positivo», perché riapre la strada allo spettro dell’emergenza proprio come in Campania. La fase del commissariamento nel Lazio è finita il 31 dicembre 2007. Ma il vero superamento dell’emergenza è tassativamente subordinato alla realizzazione del piano rifiuti, che prevede, in primis, la chiusura definitiva della discarica di Malagrotta, la raccolta differenziata al 50% nel 2011, l’attivazione di questo e di altri gassificatori, per un totale di quattro in tutta la regione.
«A Malagrotta la discarica è in esaurimento da molti anni - prosegue Bertolaso - ma si è succeduta una proroga dietro l’altra». Malagrotta ormai scoppia. Ma, per stessa ammissione del presidente Piero Marrazzo, Roma non potrà fare a meno di una discarica, specialmente nei prossimi due anni, che saranno di transizione. Dunque, o il Comune del sindaco Pdl Alemanno individua un nuovo sito, oppure la Regione governata dal Pd lascerà aperta quella di Malagrotta, decidendo ulteriori ampliamenti, come già fatto in precedenza. Finora la proposta per aree alternative è solo una: Monti dell’Ortaccio, a tre chilometri da Malagrotta, e viene dallo stesso proprietario della discarica e del gassificatore, Manlio Cerroni.
la Repubblica
L’urbanista Vezio De Lucia: una concentrazione smisurata
di Carlo Alberto Bucci
ROMA - «Una smisurata concentrazione, territoriale e imprenditoriale: ha due facce ma una medesima radice la natura della crisi dei rifiuti nella capitale», spiega l’architetto napoletano Vezio De Lucia, 70 anni, uno dei maggiori urbanisti italiani, dopo aver precisato: «Non intervengo però nel merito al sequestro giudiziario avvenuto a Roma».
Allora professore, troppi impianti a Malagrotta?
«Sì, non è possibile posizionare in un’area così limitata la più grande discarica d’Europa, una raffineria, un impianto di smaltimento di rifiuti tossici ospedalieri e, ora, anche un gassificatore».
Qual è l’altro aspetto negativo della concentrazione?
«Un intero sistema non può essere nelle mani solo dei privati. E a Roma, per giunta, di un solo privato».
Si rischia l’emergenza rifiuti come a Napoli?
«La situazione territoriale è diversa, nella capitale non esiste la congestione urbana che caratterizza l’hinterland della città del Golfo. Ma certo che il sistema rifiuti a Roma è in crisi e bisogna procedere celermente con provvedimenti ad hoc».
Ad esempio?
«Innanzitutto uscendo dalla logica dell’emergenza, perché è una condizione che mette i problemi in una spirale catastrofica. Bisogna lavorare per potenziare il Piano dei rifiuti».
Qualche consiglio?
«La raccolta differenziata al 19 per cento non è degna di una capitale europea».
A Napoli si finisce in galera se si abbandonano i rifiuti in strada. Lei approva? Ed estenderebbe la norma?
«È difettosa dal punto di vista del diritto, ma sta avendo un effetto positivo. A Napoli la situazione della "monnezza" è drammatica davvero».
il manifesto
Malagrotta alla campana
di Andrea Palladino
È stato un fulmine a cielo già poco sereno il sequestro degli impianti di incenerimento di rifiuti di Malagrotta, alle porte di Roma, disposto ieri dal Gip Marina Finiti. A pochi giorni dall'inaugurazione - prevista per domani - i carabinieri del Noe hanno messo i sigilli all'impianto ed hanno richiesto alcuni documenti alla Regione Lazio, contestando la mancata certificazione antincendio. Non un fatto da poco, visto che l'impianto si trova a pochi metri dai serbatoi di Gpl e da una raffineria. Il provvedimento è arrivato dopo pochi giorni dalla condanna dei gestori della discarica di Malagrotta - gli stessi che hanno costruito l'impianto sequestrato - per smaltimento abusivo di rifiuti speciali, emessa dal Tribunale di Roma il 3 novembre scorso. L'inceneritore che dovrà servire la capitale era stato duramente contestato dai comitati cittadini e dalle principali associazioni ambientaliste, che non credono alle garanzie sull'affidabilità della tecnologia scelta.
La storia dell'impianto ruota attorno ad un brevetto, che nasce in Svizzera alla fine degli anni '80, Thermoselect, acquistato negli anni scorsi dalla giapponese Jfe, partner tecnologico del gruppo Cerroni, gestore di Malagrotta. La tecnologia prevede la produzione di gas dai rifiuti solidi urbani, che viene poi bruciato per ottenere energia, finanziata con i contributi Cip6. Il nome Thermoselect è però accuratamente evitato dai tecnici del gruppo Cerroni. Meglio non raccontare la storia poco gloriosa del brevetto svizzero, meglio dimenticare l'inizio poco glorioso. Ma i cittadini di Malagrotta, un po' testardi, vogliono invece capire. Thermoselect è un nome svizzero per un impianto che viene sperimentato per la prima volta proprio in Italia, esattamente a Fondotoce, vicino Verbania. Era il giugno 1992 quando, dopo una mobilitazione degli ambientalisti, viene sequestrato l'impianto in Piemonte: gli scarichi emettevano cianuro e c'era un rischio serio di esplosione. La sperimentazione che doveva durare sei mesi fu interrotta e dopo alcuni anni i dirigenti della Thermoselect Gunter Kiss, Gugula Freytag e Franz Riegel furono condannati per aver scaricato abusivamente sostanze tossiche nei fiumi che defluivano nel lago Maggiore. Un altro troncone dell'inchiesta fu trasferita al Tribunale di Roma. Nel 1999 l'impianto chiuse definitivamente e oggi è uno dei tanti mostri industriali abbandonati che popola l'Italia.
Non andò meglio in Germania, dove un impianto simile, a Karlsruhe, fu spento nel 2004, dopo aver lasciato un buco di circa 500 milioni di dollari. Anche lì i problemi di sicurezza preoccuparono le autorità, tanto che la stampa locale chiamò la tecnologia Thermodefect. Potenza delle parole.
È il 2005 e il brevetto svizzero riappare in Giappone. «Siamo pienamente soddisfatti delle prestazioni degli impianti», raccontò il vicepresidente della Jfe Sumio Yamada annunciando di aver acquistato il brevetto, sperimentato «con successo» in Italia. Ed è Franz Riegel - lo stesso condannato per l'avvelenamento dei fiumi in Piemonte - a spiegare dal Giappone, dove nel frattempo si è trasferito, come il gassificatore Thermoselect possa risolvere anche i problemi italiani. «L'Italia vive da tempo una situazione di emergenza - disse nel 2005 - e la nostra tecnologia funziona, lo ha dimostrato l'impianto di Fondotoce». L'alleanza tra il gruppo guidato da Manlio Cerroni - vero dominus dei rifiuti nel Lazio - e la Thermoselect era allora già in atto. Nel 2004 - durante un'audizione in commissione bicamerale rifiuti - Manlio Cerroni faceva riferimento all'impianto di Karlsruhe come modello per Malagrotta. Impianto che dopo pochissimo veniva chiuso. Nello stesso periodo Mauro Zagaroli, direttore tecnico della Co.La.Ri. di Cerroni, divulgava in diversi seminari la tecnologia Thermoselect. Slides e presentazioni ancora disponibili su Internet, anche se il brevetto svizzero non viene oggi mai citato nei documenti ufficiali.
Dalla Regione spiegano che la tecnologia è ormai sicura, perché utilizza il Cdr che è un combustibile controllato, mentre a Fondotoce usavano il «tal quale». Chi produce il Cdr però è lo stesso Cerroni, che gestisce la discarica e il gassificatore. E basta una variazione della qualità del Cdr per avere problemi di stabilità nel processo, lo stesso «inconveniente» avuto in Piemonte negli anni '90 e in Germania fino al 2004. I cittadini e le associazioni hanno cercato inutilmente in questi anni di capire meglio come funziona l'impianto sequestrato ieri. «Quando abbiamo chiesto di avere dettagli sulla tecnologia dell'inceneritore di Malagrotta ci è stato opposto il segreto industriale», racconta Raniero Maggini, presidente del Wwf Lazio, «il punto poi è capire quanto sia affidabile il Cdr prodotto come combustibile per l'impianto, pensando anche al fatto che i responsabili sono appena stati condannati per aver introdotto abusivamente rifiuti pericolosi nella discarica di Malagrotta». Rifiuti che sarebbero potuti finire nel Cdr destinato all'impianto, mettendone a rischio la sicurezza. La Regione fa però sapere che tutti i documenti disponibili li ha sempre forniti ai cittadini ed alle associazioni e di aver sempre mantenuto la massima trasparenza.
La sensazione è che il sequestro possa essere solo il primo atto di una serie di iniziative giudiziarie. Con una spada di Damocle che pende sul Lazio, quella dell'emergenza e dei rifiuti nelle strade, che potrebbe essere usata per far digerire la tecnologia Thermoselect, tornata in Italia dopo un passaggio giapponese. E mentre a Malagrotta l'impianto scalda i motori, Cerroni insieme ad Acea e Ama sta riproponendo la stessa tecnologia anche per l'impianto di Albano, a sud di Roma. Anche qui con l'opposizione dei cittadini e dei partiti della sinistra, anche qui giurando che il gassificatore è sicuro e che Fondotoce e Karlsruhe sono brutti ricordi del passato, anche qui raccontando che l'alternativa è l'emergenza in pieno stile campano.
Non si tratta soltanto di una figuraccia, un'altra brutta o pessima figura a livello internazionale. Questa volta è qualcosa di più e di peggio. E l'intervento immediato del presidente della Repubblica, con l'invito a tutelare l'economia rispettando l'ambiente, lo conferma in modo formale. L'opposizione del governo italiano al "pacchetto verde" dell'Unione europea non è la solita gaffe di Berlusconi, sempre pronto a contraddirsi e a smentire se stesso. Qui siamo al rifiuto ideologico; al boicottaggio programmato delle misure per contrastare l'effetto serra, con tutti i danni che ne derivano per l'ambiente, per la salute dei cittadini e in fin dei conti anche per la produzione e per l'economia.
Ma il peggio è che questa linea è ispirata e sostenuta ufficialmente dai vertici di Confindustria, con un atteggiamento tanto miope quanto corporativo, in un riflesso condizionato dalla crisi finanziaria e dalla recessione incombente. Quasi che i nostri imprenditori, incalzati dall'altalena delle Borse, allarmati dalla riduzione dei consumi e forse anche allettati dall'annuncio degli aiuti di Stato, subissero una sorta di "richiamo della foresta" e volessero tornare indietro di venti o trent'anni, per salvaguardare la sopravvivenza delle loro aziende a scapito dell'emergenza ambientale.
L'ecologia come optional, insomma, se non proprio come costo aggiuntivo. Un extra, un accessorio di cui si può fare anche a meno pur di risparmiare e conservare i margini di profitto. O magari, un lusso che in questo momento non possiamo permetterci.
Con un ministro dell'Ambiente come Stefania Prestigiacomo, di cui i giornali sono costretti a parlare quando finisce fuori pista con l'aereo di servizio più che per i servizi resi al Paese, il governo di centrodestra tende naturalmente a identificarsi con gli interessi prevalenti dell'industria, rinunciando così a una responsabilità di mediazione e di guida in funzione dell'interesse collettivo. In sincronia con l'andamento dei mercati, il crollo dell'attenzione e della sensibilità ambientalista costituisce ormai una tendenza o una deriva generale, un "main stream", una corrente dominante di fronte alla quale non c'è ragionamento o calcolo che regga.
È una regressione culturale che minaccia di isolare l'Italia dal resto dell'Europa e di produrre per di più gravi danni alla nostra economia, come ha avvertito ieri Francesco Rutelli dalle colonne di "Europa", dichiarando la disponibilità dell'opposizione ad appoggiare il governo per negoziare al meglio le condizioni per il nostro sistema produttivo. Ma bisogna riconoscere che in qualche misura questa è anche la conseguenza di un ambientalismo radicale e massimalista, a cui il centrosinistra non ha saputo contrapporre finora un valido e convincente progetto riformista. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Quando il commissario europeo all'Ambiente, Stavros Dimas, contesta pubblicamente le stime del governo italiano in ordine ai costi del "pacchetto ambientale", in realtà scopre un bluff destinato a durare solo una mano di gioco. In base ai suoi conti, il nostro Paese dovrebbe spendere fra i 9,5 e i 12,3 miliardi di euro all´anno per combattere l'effetto serra, vale a dire l'inquinamento e il mutamento del clima, mentre è uno di quelli che farebbe l'affare migliore per la conversione e il rilancio di un'industria moderna, in grado di competere sul mercato globale. E intanto, nel giro di quarantotto ore, il presidente del Consiglio parla prima di 25 e poi di 18 miliardi, come se fosse una trattativa commerciale, una compravendita immobiliare o l'acquisto di un calciatore.
Non è stato proprio lui, del resto, a dichiarare trionfalmente pochi giorni fa che la crisi finanziaria era risolta e che l'economia reale non ne avrebbe risentito? Ecco invece le Borse che continuano ad andare su e giù come sull'ottovolante. Ed ecco le imprese giustamente preoccupate per il trend negativo dei consumi che tocca perfino quelli essenziali, come i prodotti alimentari o l'abbigliamento. Forse sarebbe ora che qualcuno lo sfidasse apertamente, il presidente Berlusconi, richiamandolo alla promessa di ridurre le tasse per sostenere i bilanci delle famiglie che non arrivano alla fine del mese e quelli delle piccole e medie imprese.
Per un Paese come il nostro, povero purtroppo di materie prime e straordinariamente ricco di risorse naturali, artistiche e culturali, la centralità della "questione ambientale" rappresenta al contrario una scelta obbligata. Questo è il maggior investimento che possiamo fare sul nostro presente e sul nostro futuro, anche al di là delle ragioni vitali che lo impongono. E non solo per quella che rimane tuttora la prima industria nazionale, cioè per il turismo e per il suo indotto; bensì per tutto il "made in Italy", per l'industria della qualità, dello stile e della creatività; per quella della trasformazione, del valore aggiunto, della moda, del design e magari dell'elettronica, dell'informatica, della bioingegneria o della biomedica.
Piuttosto che rinnegare l'impegno in difesa dell'ambiente, e quindi della salute collettiva, l'Italia dovrebbe rilanciare semmai la ricerca e la sperimentazione sulle fonti alternative: quelle che - come il sole e il vento - madre natura mette gratuitamente a nostra disposizione, per abbattere le emissioni nocive. E poi sviluppare l'applicazione su larga scala dell'idrogeno, come vettore di energia verde. Magari sfruttando il laboratorio delle nostre "isole minori" dotate in abbondanza di queste risorse, per conciliare un tale programma anche con la tutela del paesaggio, secondo il Protocollo d'intenti sottoscritto recentemente a Capri dal ministero dei Beni culturali e dall'associazione Marevivo.
Fu proprio da una piccola isola italiana, Ventotene, che partì nel 1941 l'idea dell´Unione europea con il "Manifesto" di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. E quella non sembrò allora meno utopistica di quanto appaia oggi l'energia pulita, naturale, rinnovabile.
Il nucleare non fornisce risposte convincenti all'emergenza climatica e il ricorso all'atomo potrebbe rivelarsi fatale per un'economia fragile. Eppure il «sentimento prevalente» del paese subisce la campagna del governo Berlusconi, sostenuta dall'opportunismo dei capofila dell'economia italiana.
1. Un'impresa dissennata. Secondo l'Ipcc al 2020 saremo già in piena emergenza climatica se non interverranno prima riduzione dei consumi e blocco delle emissioni di Co2. In tali tempi ravvicinati il ricorso al nucleare risulta pressoché ininfluente. A un impianto nucleare, con 40 anni di funzionamento previsto, occorrono i primi 9 anni di esercizio per pareggiare l'energia spesa nella costruzione. Tenuto conto di 4 anni di lavori e di 5 tra localizzazione e progettazione, un sistema che sviluppa 1 impianto/anno darebbe energia netta positiva solo dal 19˚ anno (anche nel piano di Scajola arriveremmo al 2028). Se si raggiungesse entro il 2030 l'obiettivo buttato lì da Berlusconi - il raddoppio nel mondo delle centrali nucleari esistenti - per le emissioni globali di Co2 la riduzione sarebbe solo del 5% . Occorrerebbe una nuova centrale ogni 2 settimane da qui al 2030, spendendo tra 1.000 e 2.000 miliardi di euro, aumentando il rischio di incidenti e aggravando la questione irrisolta delle scorie. Se poi guardassimo oltre il 2030, il nucleare dovrebbe arrivare a pesare almeno per il 20-25% del mix elettrico per rallentare il cambiamento climatico. Occorrerebbero almeno 3 mila centrali nucleari in più (oggi sono 439): 3 nuove centrali al mese fino a fine secolo, con prezzi alle stelle dell'uranio in via di esaurimento.
2. Clima e acqua : emergenze ambientali. Lungo l'intero ciclo di vita dell'uranio, dalla miniera al reattore, si registrano emissioni di Co2 inferiori, ma confrontabili con quelle che accompagnano il ciclo del gas naturale. Sono emissioni connesse all'esercizio della centrale, ma soprattutto alle fasi relative a costruzione, avvio, posizionamento in loco del combustibile fissile, che possono avvenire attualmente solo con l'impiego molto elevato di fonti fossili nell'area di costruzione e in miniera. Inoltre, agli impianti nucleari occorrono enormi quantità di acciaio speciale, zirconio e cemento, la cui produzione richiede carbone e petrolio. Sommando tutto, la Co2 emessa nel ciclo completo di un impianto nucleare corrisponde all'incirca al 40% di quella prodotta dal funzionamento di una centrale di pari potenza a gas naturale. Senza contare lo stoccaggio finale dei rifiuti, per cui mancano esempi. L'energia nucleare è destinata solo alla fornitura di elettricità, che conta per il 15% degli usi finali di energia nel mondo (il restante 85% va in trasporti, calore per riscaldamento e processi industriali). Un aspetto critico, spesso taciuto, nel processo nucleare è la quantità di acqua necessaria. Per evitare rischi di incidente catastrofico l'acqua ai reattori deve fluire, per asportare l'eccesso di calore, in volumi 10 volte superiori a quelli delle centrali tradizionali, con dispersione in vapore in aria e ritorno nel letto a elevata temperatura. Dove le filiere atomiche hanno subito una diffusione massiccia, come in Francia, la crisi idrica si è già manifestata. In questo paese il 40% di tutta l'acqua fresca consumata va a raffreddare reattori nucleari.
3. Sicurezza. Il nucleare comporta seri e irrisolvibili problemi di sicurezza. A 22 anni dall'incidente di Chernobyl, non esistono ancora garanzie né per la contaminazione «ordinaria» radioattiva da funzionamento, né per l'eliminazione del rischio di incidente nucleare catastrofico. Piccole dosi di radioattività nell'estrazione di uranio e durante il normale funzionamento delle centrali, non sono rilevabili in tempo reale, ma solo registrabili per accumulo a posteriori. Vi sono esposti i lavoratori, come nel caso dei tre recentissimi incidenti consecutivi di Tricastin , in Francia, e la popolazione che vive nei pressi della centrale, come nel caso recente, di Krsko, in Slovenia. In un processo di combustione, spegnendo l'impianto, cessa anche la produzione di calore. In una centrale nucleare, invece, anche quando la reazione a catena viene «spenta», i prodotti di fissione presenti nel nocciolo continuano a liberare calore. Se non può essere rimosso, questo determina la fusione del combustibile e il rilascio catastrofico di materiale radioattivo, che si disperde nello spazio e permane attivo nel tempo. E' un'eventualità insopprimibile di una probabilità di catastrofe prevista e connaturata alla progettazione, che rende imponderabile il rischio nucleare. Nonostante l'enfasi che si vuole porre su un'ipotetica «quarta generazione» operativa solo dopo il 2030 (?), con i reattori in grado di eliminare parte delle scorie (?), l'impiego di miscele di combustibile meno pericolose (?), oggi si possono realizzare solo centrali intrinsecamente insicure. Le scorie radioattive sono tra i problemi più noti in relazione alle centrali nucleari. Non esistono soluzioni concrete. Le circa 250 mila tonnellate di rifiuti radioattivi prodotte finora nel mondo sono tutte in attesa di siti di smaltimento definitivi. Il problema rimane senza soluzioni, producendo effetti incommensurabili sul piano economico. Sarebbe impossibile affrontarlo ex novo su scala nazionale e irresponsabile trascurarne le conseguenze. In Italia, però, nel governo nessuno si preoccupa delle scorie prodotte dall'ipotizzato piano nucleare.
4. Esauribilità e costi. Secondo le stime del World energy council , l'uranio estraibile a costi convenienti è pari a 3,5 milioni di tonnellate, a fronte di un consumo annuo di circa 70 mila tonnellate. Al ritmo attuale l'uranio è disponibile solo per 40-50 anni. Se aumentassero le centrali, inizierebbe una competizione internazionale per questa risorsa scarsa. Il ciclo nucleare ha costi diretti e indiretti troppo elevati, e perciò destinati a essere scaricati sulla collettività. Di fatto, il nucleare è la fonte energetica più costosa che ci sia. Negli ultimi anni, il prezzo dell'uranio è cresciuto di sei volte, passando da 20 $ per libbra del 2000 ai 120 $ del 2007 e si prevede salirà. Inoltre, gran parte del costo dell'elettricità da nucleare è legato alla progettazione e realizzazione delle centrali: il doppio di quanto ufficialmente dichiarato, per i tempi di ritorno di 20 anni. Aggiungendo anche i costi di smaltimento delle scorie e di decommissioning degli impianti, le cifre sono imprecisabili, ma più alte delle altre fonti. Il Kwh da nucleare risulta apparentemente poco costoso dove lo stato si fa carico di sicurezza, ricerca e inconvenienti di gestione, ma soprattutto delle scorie e smantellamento delle centrali. Sono proprio questi costi e la possibilità di ripensamento dei governi in crisi finanziaria, a aver scoraggiato gli investimenti privati negli ultimi decenni. Nel caso dell'Italia, nonostante la propaganda di Scajola e soci, il nucleare non consentirebbe di ridurre la bolletta energetica. Infatti, per un totale di 10-15mila Mw di potenza installata su una decina di impianti, occorrerebbe costruire da zero tutta la filiera, investendo tra i 30 e i 50 miliardi di euro (scorie escluse) con i primi ritorni solo dopo 15 o 20 anni e sicuramente bollette più salate.
Da domani viaggeremo con i conti in rosso, consumeremo più risorse di quelle che la natura fornisce in modo rinnovabile. Ci stiamo mangiando il capitale biologico accumulato in oltre tre miliardi di anni di evoluzione della vita: nemmeno un super intervento come quello del governo degli Stati Uniti per tappare i buchi delle banche americane basterebbe a riequilibrare il nostro rapporto con il pianeta. Il 23 settembre è l’Earth Overshoot Day: l’ora della bancarotta ecologica.
Il giorno in cui il reddito annuale a nostra disposizione finisce e gli esseri umani viventi continuano a sopravvivere chiedendo un prestito al futuro, cioè togliendo ricchezza ai figli e ai nipoti. La data è stata calcolata dal Global Footprint Network, l’associazione che misura l’impronta ecologica, cioè il segno che ognuno di noi lascia sul pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più, i rifiuti.
Il 23 settembre non è una scadenza fissa. Per millenni l’impatto dell’umanità, a livello globale, è stato trascurabile: un numero irrilevante rispetto all’azione prodotta dagli eventi naturali che hanno modellato il pianeta. Con la crescita della popolazione (il Novecento è cominciato con 1,6 miliardi di esseri umani e si è concluso con 6 miliardi di esseri umani) e con la crescita dei consumi (quelli energetici sono aumentati di 16 volte durante il secolo scorso) il quadro è cambiato in tempi che, dal punto di vista della storia geologica, rappresentano una frazione di secondo.
Nel 1961 metà della Terra era sufficiente per soddisfare le nostre necessità. Il primo anno in cui l’umanità ha utilizzato più risorse di quelle offerte dalla biocapacità del pianeta è stato il 1986, ma quella volta il cartellino rosso si alzò il 31 dicembre: il danno era ancora moderato. Nel 1995 la fase del sovraconsumo aveva già mangiato più di un mese di calendario: a partire dal 21 novembre la quantità di legname, fibre, animali, verdure divorati andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi; il prelievo cominciava a divorare il capitale a disposizione, in un circuito vizioso che riduce gli utili a disposizione e costringe ad anticipare sempre più il momento del debito.
Nel 2005 l’Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre. Quest’anno siamo già al 23 settembre: consumiamo quasi il 40 per cento in più di quello che la natura può offrirci senza impoverirsi. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, l’anno in cui - se non si prenderanno provvedimenti - il rosso scatterà il primo luglio sarà il 2050. Alla metà del secolo avremo bisogno di un secondo pianeta a disposizione.
E, visto che è difficile ipotizzare per quell’epoca un trasferimento planetario, bisognerà arginare il sovraconsumo agendo su un doppio fronte: tecnologie e stili di vita. Lo sforzo innovativo dell’industria di punta ha prodotto un primo salto tecnologico rilevante: nel campo degli elettrodomestici, dell’illuminazione, del riscaldamento delle case, della fabbricazione di alcune merci i consumi si sono notevolmente ridotti. Ma anche gli stili di vita giocano un ruolo rilevante. Per convincersene basta confrontare il debito ecologico di paesi in cui i livelli di benessere sono simili. Se il modello degli Stati Uniti venisse esteso a tutto il pianeta ci vorrebbero 5,4 Terre. Con lo stile Regno Unito si scende a 3,1 Terre. Con la Germania a 2,5. Con l’Italia a 2,2.
«Abbiamo un debito ecologico pari a meno della metà di quello degli States anche per il nostro attaccamento alle radici della produzione tradizionale e per la leadership nel campo dell’agricoltura biologica, quella a minor impatto ambientale», spiega Roberto Brambilla, della rete Lilliput che, assieme al Wwf, cura la diffusione dei calcoli dell’impronta ecologica. «Ma anche per noi la strada verso l’obiettivo della sostenibilità è lunga: servono meno opere dannose come il Ponte sullo Stretto e più riforestazione per ridurre le emissioni serra e le frane».
Il punto di maggiore convergenza, o completa coincidenza, tra maggioranza e opposizione, compresa la stampa estera (per anni l'unica vera opposizione a Berlusconi), rappresentata dal settimanale Newsweek è sicuramente il giudizio sul successo di Berlusconi nell'affrontare l'«emergenza rifiuti» in Campania. Un'emergenza, dopo i risultati immediati di Napoli «ripulita», che si avvia verso la sua definitiva soluzione. Ma è proprio così? Analizziamo le principali misure adottate.
Uno. Berlusconi ha nominato il capo della Protezione civile, Bertolaso, sottosegretario all'emergenza rifiuti in Campania. Bertolaso era già stato commissario straordinario nello stesso ruolo e si era dimesso con un atto da molti assimilato a una fuga. Una fuga dovuta alla mancata realizzazione del piano di nuove discariche in cui smaltire i rifiuti che si andavano accumulando per strada. Pochi giorni dopo la sua «rinomina» la magistratura campana ha azzerato i vertici della Protezione civile proprio per reati attribuiti al modo assai «disinvolto» in cui aveva gestito i rifiuti campani. Ora, o la magistratura campana fa parte di un complotto teso a perpetuare il disastro, come sostiene Berlusconi, che per questo l'ha esautorata, oppure la nomina di Bertolaso andrebbe sottoposta a beneficio di inventario.
Due. Berlusconi avrebbe liberato in meno di tre mesi le strade della Campania dai rifiuti. La rimozione dei rifiuti era stata realizzata in gran parte dall'esercito durante la gestione del predecessore di Bertolaso. Con i rifiuti raccolti per strada - circa 300 mila tonnellate - Di Gennaro aveva riempito la discarica di Serre, spedito diverse decine di migliaia di tonnellate in Germania e aperto una serie di «depositi temporanei»: cioè accumulato dentro capannoni industriali tonnellate e tonnellate di rifiuto tal quale, rimasto lì a putrefare per mesi, evitando tra l'altro - non si sa perché - di usare una discarica perfettamente attrezzata, in località Parco Saurino (Ce), misteriosamente rimasta inutilizzata sia sotto Di Gennaro che sotto Bertolaso. Da allora quei «depositi temporanei» non sono stati più svuotati. I rifiuti che Bertolaso ha rimosso dalle strade, quindi, sono solo 15 mila tonnellate residue, che ha potuto smaltire nelle «nuove» discariche di S. Arcangelo e Savignano predisposte anch'esse da Di Gennaro. Discariche aperte in violazione di impegni sottoscritti dai precedenti commissari, solo grazie all'intervento dell'esercito, autorizzato a difenderle dalle comunità locali come «siti di interesse strategico nazionale». Un precedente le cui conseguenze sono state sottovalutate: tornerà molto utile al governo per impedire a chiunque di ficcare il naso nella conduzione degli impianti nucleari che ha in programma.
Tre. Berlusconi ha varato un piano di nuove discariche. Le undici discariche in programma sono quanto basta per sotterrare i rifiuti urbani di tutta la Campania per anni, anche se non venisse fatto nemmeno un grammo di raccolta differenziata. Perché questa dilatazione, nel tempo e nelle dimensioni, del sistema più vecchio, inquinante, insalubre e distruttivo di «smaltire» i rifiuti? Per evitare, in attesa degli inceneritori - che, come mostra il caso di Acerra, tarderanno parecchio a arrivare - il trattamento intermedio: quello che nel rifiuto indifferenziato separa il secco dall'umido, la frazione organica da quella combustibile e dal sottovaglio. In questo modo si garantisce al futuro incenerimento l'intera produzione di rifiuti: esattamente quello che voleva e ha fatto la Fibe in sei anni di gestione sciagurata dei rifiuti campani, realizzando discariche non autorizzate sotto forma di depositi temporanei di «ecoballe».
Quattro. Berlusconi ha imposto la realizzazione di quattro inceneritori. Perché quattro, con una capacità equivalente all'intera produzione di rifiuti urbani della regione senza raccolta differenziata (Rd)? Per smaltire rifiuto tal quale, ben sapendo che in queste condizioni l'obiettivo del 50% di Rd non avrà alcuna possibilità di essere perseguito, come otto anni di attesa dell'inceneritore di Acerra hanno ampiamente dimostrato. Ma che convenienza c'è mai in tutto ciò? Nessuna, se ci si attiene ai costi industriali delle diverse operazioni: raccolta differenziata, riciclaggio, compostaggio, trattamento intermedio del residuo, incenerimento, discarica. Ma miliardi (di euro!), invece, se bruciando rifiuti si incassano gli incentivi CIP6, che erano stati aboliti in ottemperanza alla normativa europea, e che Prodi ha reintrodotto per il solo inceneritore di Acerra e il Pd ha voluto estendere a tutti i futuri inceneritori campani. Miliardi che gli utenti i saranno tenuti a pagare con la bolletta elettrica.
Cinque. Berlusconi sostiene che i 4 inceneritori servono per bruciare il «pregresso»: gli 8 milioni di tonnellate di «ecoballe» che Fibe e Commissari straordinari hanno accumulato in attesa di incassare gli incentivi CIP6 non potranno mai venir smaltite in un normale inceneritore, ma su quelle ecoballe non si sa che cosa contengano e i pochi saggi effettuati hanno provato che non possono finire né in un inceneritore né in una discarica normale, dato che approfittando delle «distrazioni» delle autorità, la camorra è riuscita a infilarci dentro di tutto. Ci vogliono degli impianti ad hoc, che non hanno niente a che fare con il trattamento dei rifiuti urbani. Ma è certo anche prima che si cominci a bruciare le ecoballe nei nuovi inceneritori e a gratificarne lo «smaltimento» con gli incentivi CIP6, entrambe le decisioni verranno impugnate dalla Commissione europea, aprendo le porte a una nuova procedura di infrazione contro l'Italia.
Sei. Berlusconi, per prevenire questi divieti, ha autorizzato le discariche, gli inceneritori e persino i depuratori della Campania a ricevere rifiuti e reflui tossici, contrassegnati con codici Cer (codice europeo dei rifiuti) che ne vietano il trattamento in impianti ordinari. E questo, nonostante che la Campania, oltre a una straordinaria dotazione di impianti di trattamento intermedio dei rifiuti urbani (i cosiddetti Cdr di cui il piano di Berlusconi prevede lo smantellamento), abbia anche una dotazione straordinaria di impianti di depurazion ove trattare il percolato delle discariche: tutti fuori uso per una gestione scellerata, ma facilmente riattivabili per chi avesse una cultura della manutenzione. E' ovvio che anche questa decisione verrà impugnata dalla Commissione europea, con il rischio di nuove penali, ma anche di rimandare sine die la soluzione dell'emergenza. La quale non può trovare soluzione che in una gestione ordinaria, fondata sulla Rd spinta - prevista, è vero, dal piano Berlusconi, ma senza alcuna misura concreta per attivarla - e nel trattamento mirato delle diverse frazioni raccolte, compresa quella del rifiuto indifferenziato.
Riassumendo: la «pulizia» di Napoli - o, meglio, del suo centro - e la violazione dei patti per aprire le due nuove discariche in cui stipare la nuova produzione di rifiuti erano già state realizzate quasi completamente sotto Di Gennaro. Berlusconi si è preso la gloria di un lavoro altrui.
La «strategia» per risolvere definitivamente il problema, cioè la costruzione di quattro inceneritori, è ancora tutta da realizzare; e non sarà facile: per adesso funzionano a pieno ritmo le discariche, mentre vengono lasciati inutilizzati gli impianti di Cdr che potrebbero risolvere in modo pulito e economico il problema nel giro di pochi mesi. Per far funzionare i futuri inceneritori, Berlusconi, con l'aiuto del Pd, ha reintrodotto gli incentivi CIP6 a spese di tutti gli utenti elettrici del paese e ha autorizzato il trattamento di rifiuti e reflui tossici sia nelle discariche e negli inceneritori che nei depuratori.
Quanto alla raccolta differenziata, può attendere: se non si farà, si sotterrerà o si brucerà tutto. Se si farà, la Campania, per tenere accesi i suoi inceneritori, potrà continuare a ricevere rifiuti da altre regioni, come ha sempre fatto.
In compenso è stato smantellato il controllo di legalità sulla gestione dei rifiuti (abolendo il principio del giudice naturale) e è stato messo l'esercito a presidiare i «siti di interesse nazionale»: due precedenti che renderanno la difesa dell'ambiente ardua per tutti, in tutta l'Italia, per tutti gli anni a venire.
«Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l'esattezza, 100 impianti da 170 mila tonnellate all'anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in Campania - cominceranno a bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l'Ue avvierà contro l'Italia una nuova procedura di infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai quali l'energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi - non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare!
E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata. Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l'Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili».
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l'obiettivo non dichiarato dell'Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti. Perché oltre che nocivo per la salute - la cancerosità delle sue emissioni è comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell'incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell'aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c'è stata, già in campagna elettorale, un'intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli dell'attuale opposizione. Un'intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi campana c'è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto il paese - Pnt dell'Anida.
Carissimi, è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli, dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata. La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità. Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12: " Solo falsità l'unoall'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a nascondere ciò che tramano in cuore. Come rettili strisciano, e i più vili emergono, è al colmo la feccia".
Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli , non avrei mai pensato che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori.Sono convinto che Napoli è solo la punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti. Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti. I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma soprattutto a vivere con sobrietà. E' stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio nazionale dei rifiuti tossici.
Infatti esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna" di Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania.Questo perché diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia. Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte (Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli) e nelle campagne del Casertano. Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni , leucemie. Il documentario Biutiful Cauntri esprime bene quanto vi racconto. A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai potentati economici-finanziari.Infatti questa regione è stata gestita dal 1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti,scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti. In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro, per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non hanno proprio nulla : sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si possono nè incenerire, né seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re ". E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro.Noi, senza fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte. Il nostro non è un disastro ecologico -lo dico con rabbia- ma un crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi finanziari. Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due ordinanze:una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori della Campania che "trasformano la merda in oro -come dice Guido Viale- Quanto più merda, tanto più oro!".
Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n.90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli funzionare. Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all'anno! E' chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente (al 70 %), non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori. E' da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata. Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione.
Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti. "Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i Campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale-così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato "pericoloso"qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare, come altrove accade, i diritti dei Campani ...
Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell'ordine,è terrorizzata e ha paura di scendere in campo). Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo.Abbiamo distribuito alla stampa i volantini :"Lutto cittadino. La democrazia è morta ad Acerra.Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso".
Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso parteciparvi!) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è sotto processo).Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera, a gestire i rifiuti.Quella italiana sarà quasi certamente la A2A ( la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti, si papperà anche l'acqua di Napoli.Che vergogna! E' la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l'economia di shock! Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!)... Non abbandonateci. E' questione di vita o di morte per tutti. E' con tanta rabbia che ve lo scrivo.Resistiamo!" .
Padre Alex Zanotelli, Napoli, 12 luglio 2008
Non sarà cominciata una commedia satirica, divertente e spaventosa? Argomento: la catastrofe climatica e la crisi petrolifera uccidono il rischio atomico.
Nella riunione annuale del G8 in Giappone il presidente americano George W. Bush torna a caldeggiare la costruzione di nuove centrali nucleari. Per salvare il clima il mondo deve scoprire la «bellezza dell’energia atomica». Anche i governi europei - tra i quali l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna - vogliono reintrodurre l’energia atomica, ribattezzata "eco-energia" (secondo la definizione del segretario generale della Cdu, Ronald Pofalla), nel gioco di potere della politica energetica. Forse anche gli "Stati canaglia" diventeranno ben presto "eco-Stati". Di fronte a questa svolta politico-linguistica è necessario richiamare alla memoria quanto segue.
Qualche anno fa il Congresso degli Stati Uniti affidò a una commissione scientifica l’incarico di sviluppare un linguaggio o un sistema di simboli che avrebbe dovuto mettere in guardia anche dopo diecimila anni sulla pericolosità dei depositi di scorie atomiche americani. Il problema da risolvere era questo: come devono essere i concetti e i simboli adatti a comunicare un avvertimento a coloro che vivranno fra migliaia di anni? La commissione era composta da fisici, antropologi, linguisti, studiosi del cervello, psicologi, biologi molecolari, studiosi dell’antichità, artisti, ecc. Essa dovette anzitutto chiarire questa questione: fra diecimila anni ci saranno ancora gli Stati Uniti? La risposta della commissione governativa fu ovviamente facile: Usa forever! Ciò nonostante, il problema di fondo, ossia avviare oggi un dialogo con il futuro, si dimostrò poco a poco insolubile. Gli esperti cercarono esempi nei simboli più antichi dell’umanità, studiarono la costruzione di Stonehenge (1500 a. C.) e le piramidi, indagarono sulla storia della ricezione di Omero e della Bibbia. Questi testi, però, risalivano tutt’al più a qualche migliaio di anni fa, non diecimila. Gli antropologi suggerirono il simbolo del teschio, ma uno storico ricordò che per gli alchimisti il teschio simboleggiava la resurrezione e uno psicologo condusse esperimenti con bambini di tre anni: se si incollava l’immagine del teschio a una bottiglia essi gridavano impauriti «veleno», ma se la si affiggeva a una parete, esclamavano eccitati «pirati»!
Proprio la scrupolosità scientifica della commissione rese evidente che perfino la nostra lingua fallisce di fronte al compito di informare le generazioni future sui pericoli che abbiamo introdotto nel mondo a causa dell’utilizzo dell’energia atomica.
Gli attori che devono garantire la sicurezza e la razionalità (lo Stato, la scienza, l’industria) giocano un gioco molto ambivalente. Essi non sono più fiduciari, ma sospetti: non più manager del rischio, ma anche fonti di rischi. Infatti, pretendono che la gente salga su un aereo per il quale non esiste nessuna pista di atterraggio.
La "cura dell’essere", risvegliata in tutto il mondo dai rischi globali, ha portato nella discussione politica a un concorso per la rimozione dei grandi rischi. I pericoli incalcolabili generati dal mutamento climatico devono essere "combattuti" con i pericoli incalcolabili legati alle nuove centrali nucleari. Molte decisioni sui grandi rischi non comportano la scelta tra alternative sicure e rischiose, ma quella tra diverse alternative rischiose, spesso la scelta tra diverse alternative i cui rischi si riferiscono a dimensioni qualitativamente diverse e non sono comparabili. Le forme odierne del discorso scientifico e pubblico non sono all’altezza di simili valutazioni. Qui i governi scelgono la strategia della consapevole semplificazione, presentando la decisione come una decisione tra alternative sicure e rischiose, ridimensionando l’imponderabilità dell’energia atomica e centrando l’attenzione sulla crisi petrolifera e sulla catastrofe ambientale.
Occorre rilevare che le linee di conflitto della società mondiale del rischio sono linee culturali. Nella misura in cui i rischi globali sfuggono ai normali metodi scientifici di imputabilità e configurano un ambito di relativo non-sapere, la percezione culturale, ossia la fede nella realtà o nell’irrealtà del rispettivo rischio mondiale assume un’importanza centrale. Per quanto concerne l’energia atomica, abbiamo a che fare con un clash of risk cultures, con uno scontro fra culture del rischio. Così l’esperienza di Chernobyl in Germania è valutata in modo diverso che in Francia o in Gran Bretagna, in Spagna o in Italia. Per molti europei i pericoli del mutamento climatico sono ormai molto più importanti dei pericoli dell’energia atomica o del terrorismo. Mentre dal punto di vista di molti americani gli europei soffrono di isteria ambientale e di isteria da "Frankenstein-food", gli americani agli occhi dei molti europei sono vittima di un’isteria da terrorismo.
Fino a poco tempo fa in Germania sarebbe equivalso a un suicidio politico perorare in una campagna elettorale l’abbandono dell’abbandono dell’energia atomica. Ma da quando il mutamento climatico in quanto prodotto dall’uomo e le sue conseguenze catastrofiche per la natura e la società sono considerati certi, le carte nella società e nella politica si sono rimescolate. È però del tutto sbagliato presentare il mutamento climatico come una via irreversibile verso la catastrofe umanitaria. Infatti, il mutamento climatico dischiude insperate opportunità di riscrivere le priorità e le regole della politica. Così, ad esempio, la cancelliera tedesca Angela Merker può mettere i Verdi di fronte a un dilemma, contestando loro il monopolio dell’"eco-politica" e costringendoli a una discussione sulla falsa alternativa tra energia atomica e politica climatica.
In effetti qualcosa si sta preparando. Il continui aumenti del prezzo della benzina giovano, sì, al clima, ma minacciano di portare a un regresso collettivo. L’esplosione dei costi dell’energia riduce lo standard di vita e produce un rischio di povertà nel mezzo della società. Di conseguenza la priorità della sicurezza dell’energia, ancora valida vent’anni dopo Chernobyl, viene messa in discussione dalla domanda: quanto a lungo la maggioranza dei consumatori potrà mantenere il suo standard di vita di fronte ai costi sempre crescenti dell’energia elettrica, del gas e dell’automobile?
Su ciò fa leva la cancelliera tedesca Angela Merkel: chi, come i Verdi, respinge il ritorno al nucleare si rende colpevole nei confronti di una politica climatica preventiva e provoca nella massa della popolazione la paura del declino. In questo modo essa cerca di spingere gli elettori nelle braccia della Cdu, che promette ciò che si esclude a vicenda: essere mobili come lo si è stati finora e, nello stesso tempo, salvare il mondo dalla catastrofe climatica.
Ma chi non degna di considerazione il "rischio residuale" dell’energia atomica disconosce la dinamica politica e culturale della società del rischio residuale. I critici più irriducibili, più convincenti e più efficaci dell’energia atomica non sono i Verdi - per quanto importanti e irrinunciabili essi siano. L’avversario più influente dell’industria atomica è l’industria atomica stessa.
Ma quand’anche ai politici riuscisse questa trasformazione semantica dell’energia atomica in eco-energia, quand’anche i contromovimenti sociali si perdessero nelle loro divisioni, a tutto ciò continuerebbe pur sempre a fare da contrappunto il contropotere reale del pericolo. Esso è costante, duraturo, indipendente dalle interpretazioni, presente anche là dove i manifestanti si sono stancati da un pezzo. La probabilità di incidenti improbabili cresce con il numero degli impianti di eco-energia atomica: ogni "evento" ridesta i ricordi di tutti gli altri eventi, accaduti in ogni parte del mondo.
Infatti, rischio non significa catastrofe. Rischio significa l’anticipazione della catastrofe, che può avvenire non in un determinato tempo e in un determinato luogo, ma ovunque. Non occorre che in Europa accada una mini-Chernobyl; basta che si diffonda un sospetto di negligenza o di qualche "errore umano" da qualche parte nel mondo perché i governi dell’eco-energia atomica si ritrovino di colpo sul banco degli imputati, con l’accusa di aver giocato alla leggera e in malafede con gli interessi di sicurezza della gente.
I pericoli dell’energia atomica ecc. non possono essere né visti, né ascoltati, né gustati, né annusati. E dunque, cosa può fare nella società mondiale del rischio il "cittadino consapevole" che non ha organi di senso per questi pericoli prodotti dal progresso e di conseguenza è privato della sovranità del proprio giudizio? Facciamo un esperimento mentale: cosa accadrebbe se la radioattività desse prurito? I realisti, detti anche cinici, risponderanno: si inventerebbe qualcosa, ad esempio una pomata, per "spegnere" il prurito. Un affare proficuo e promettente, quindi. Certo, ben presto arriverebbero - e godrebbero di grande risonanza pubblica - le spiegazioni secondo le quali il prurito non significa nulla, forse deve essere correlato a fenomeni diversi dalla radioattività, e comunque non è dannoso; fastidioso, ma dimostrabilmente innocuo. Qualora tutti si grattassero e andassero in giro con la pelle rossa e si realizzassero servizi fotografici con modelli o riunioni manageriali dove tutti i presenti non smettono di grattarsi, è probabile che queste spiegazioni di comodo non sopravviverebbero. Perciò, nel confronto con i grandi pericoli moderni la politica e la società si troverebbero davanti a una situazione del tutto nuova: ciò su cui si discute e su cui si tratta sarebbe ora culturalmente percepibile.
L’ultimo libro di Ulrich Beck è Conditio humana. Il rischio nell’età globale, Laterza editore 2008.
Traduzione di Carlo Sandrelli
Se ne parla ormai con allarme da molti mesi. Agli abituali 800 milioni e passa di affamati annualmente censiti dalla FAO se ne va aggiungendo un numero imprecisato che aumenta di giorno in giorno.Analisti e commentatori hanno chiarito soprattutto le ragioni congiunturali di ciò che sta avvenendo: crescita della domanda, soprattutto di carne e quindi di mangimi nei Paesi emergenti, annate di prolungata siccità in importanti regioni cerealicole, vaste superficie di suoli convertiti ai biocarburanti, aumento del prezzo del petrolio, speculazione finanziaria sui titoli delle materie prime, ecc. E tuttavia l’attuale fase non è un congiuntura astrale, il fatale combinarsi di “fattori oggettivi”. Luciano Gallino, su Repubblica, ha ben messo in luce le responsabilità dell’Occidente nel determinare le condizioni dei nostri giorni. Ma le responsabilità non sono solo recenti, rimandano a una storia di scelte e di strategie che occorre rammentare se si vogliono trovare soluzioni durevoli a un problema di così scandalosa gravità.
La diffusione epidemica della fame nel mondo ha una origine storica ormai non più recente.Essa nasce con la rivoluzioneverde avviata dagli USA negli anni ’60 in vari Paesi a basso reddito e proseguita con crescente intensità nei decenni successivi. Quella rivoluzione venne definita verde perché essa aveva il compito strategico di contrastare, nelle campagne povere del mondo, l’onda rossa del comunismo.Essa doveva impedire che l‘avanzare di una rivoluzione sociale – come quella che aveva consegnato la Cina al partito comunista di Mao – investisse altre aree del mondo povero di allora. Ed era verde non perché rivestisse anticipatrici connotazioni ambientalistiche, ma perché puntava a una radicale trasformazione tecnologica dell’agricoltura senza sovvertire i rapporti di proprietà.Non la liquidazione dei latifondi, ancora così diffusi in tutti i continenti, né la distribuzione della terra ai contadini, ma una via tecnologica.Essa puntava a innalzare la produzione unitaria, a modernizzare le campagne sul modello occidentale, risolvere il problema elementare del cibo per tutti e fornire così un potere stabile alle classi dirigenti locali amiche dell’Occidente. In una fase storica in cui una moltitudine di Paesi si stava liberando dal giogo coloniale una rivoluzione sociale nelle campagne costituiva una eventualità tutt’altro che remota..
La rivoluzione verde si è imposta attraverso un dispositivo molto semplice: la difusione di un “pacchetto tecnologico”(technical package )composto da sementi ad alte rese, concimi chimici, pesticidi, ecc. Tutti gli elementi del pacchetto erano indispensabili e fra loro interdipendenti per la riuscita dell’innovazione. Senza i concimi chimici le sementi non davano rese elevate, senza i pesticidi le piante, create in laboratorio, venivano decimate dai parassiti.E occorreva, infine, un ricorso senza precedenti all’uso dell’acqua. D’un colpo i saperi millennari con cui i contadini avevano provveduto sino ad allora alla produzione del proprio cibo venivano sostituiti da uno schema tecnologico calato dall’alto su cui essi non avevano più alcun potere. Non potevano più utilizzare le loro sementi, perché dovevano ormai acquistarle all’esterno, e così il concime, i pesticidi, più tardi i diserbanti, ecc. Essi dovevano limitarsi ad applicare i dettami di una scienza esterna di cui non capivano i meccanismi e che alterava gravemente il loro habitat naturale. Ma la loro agricoltura diventava dipendente dall’industria agrochimica occidentale. Oggi i contadini che sono rimasti sulla terra subiscono l’aumento generale dei prezzi di tutti questi imput esterni dipendenti dal petrolio..Di passaggio rammentiamo che l’introduzione degli Ogm aggiungerebbe a queste spese di esercizio anche il pagamento delle royalties sui semi protetti da patenti: con quali vantaggi per risolvere il problema della fame è facile capire.
Ma allo spossessamento culturale si è accompagnato, ancor più violento, lo sradicamento sociale. La grande maggioranza dei contadini non era in grado di reggere le spese di esercizio di quella nuova agricoltura e abbandonava le campagne. D’altra parte, per applicare con piena efficienza economica il pacchetto tecnologico occorreva puntare sulle grandi aziende, accorpare le piccole proprietà coltivatrici, abolire le agricolture miste ( che garantivano l’autosuffcienza alimentare delle famiglie), estendere le monoculture, introdurre i trattori. Era il trionfo dell’agricoltura industriale, con pochi addetti ( in regioni del mondo affamate di lavoro) che aumentava significativamente la produzione globale dei vari Paesi, ma spingeva milioni di contadini ad abbandonare la terra, costringendoli a comprare il modesto cibo quotidiano che prima producevano con le proprie mani. Ma quei contadini non hanno trovato fonti di reddito alternative. Diversamente da quanto è accaduto in Europa o in USA, nella seconda metà del ‘900, non hanno avuto la possibilità di trovare lavoro nelle fabbriche o nei servizi urbani. Hanno creato un nuovo esercito do poveri. La crescita delle megalopoli asiatiche e latino-americane, la diffusione delle baraccopoli in Africa e in varie altre regioni del mondo, nel secolo scorso, sono in gran parte l’esito di queste migrazioni rurali. E qui la fame trionfa.
A partire dagli anni ’80, con le politiche della Banca Mondiale e del FMI volte ad “orientare al mercato” le economie dei Paesi a basso reddito, le scelte avviate con la rivoluzione verde hanno ricevuto una definitiva consacrazione. Ma esse hanno mostrato, in maniera ineccepibile, il loro stupefacente fallimento. L’innegabile successo economico-produttivo di quelle scelte non ha affatto scalfito l’iniquità sociale dei rapporti sociali e dell’accesso ai mezzi di produzione, soprattutto alla terra. Esemplare il caso dell’India. Qui, tra il 1966 e il 1985 la produzione di riso è passata da 63 milioni di tonnellate a 128, facendo di questo Paese uno dei maggiori esportatori di derrate fra i Paesi poveri. Eppure la maggioranza degli oltre 800 milioni di affamati si trova oggi in India. Qui, nel 2000, si è verificato un surplus di cereali di 44 milioni di tonnellate, che sono state destinate all’esportazione, come vuole il credo liberista. Ma diversamente esemplare è il caso dello Stato indiano del Kerala. Qui, nel 1960, è stata realizzata un’ampia riforma agraria, che ha distribuito la terra ai contadini – il 90% della popolazione - assegnando ad essi una superficie non superiore agli 8 ettari.La fame del resto dell’India qui è sconosciuta, l’ambiente è integro, le foreste ben curate. Eppure il Kerala ha una densità di 747 individui a km2, il triplo di quella della Gran Bretagna. D’altra parte è ben noto: numerose ricerche condotte in USA, in Europa e in giro per il mondo hanno mostrato la più elevata produttività unitaria della piccola proprietà coltivatrice rispetto alla grande azienda agricola. Senza considerare che essa garantisce la rigenerazione della terra, impiega poca energia, acqua, pesticidi, conserva la biodiversità agricola, riduce la produzione di CO2.
Dunque, dopo tanti decenni di questa strategia verde oggi tutti possono ammirarne i mirabolanti successi: il numero degli affamati nel mondo non è mai significativamente diminuito e oggi rischia di conoscere una nuova e tragica impennata. L’agricoltura dipende da potenze economiche inesistenti solo mezzo secolo fa: i colossi chimico-sementieri la cui strategia può condizionare la vita di intere popolazioni. Cargill, Dupont, Monsanto,ecc accrescono i loro affari mentre anche nella civilissima Europa si diffonde il salariato agricolo semischiavile e ovunque continua l’esodo dalle campagne. Eppure governi, organismi internazionali, esperti perseguono nel loro vecchio errore: voler trasformare le campagne del Sud nella copia delle agricolture industriali occidentali. La panacea è sempre la stessa, garantire l’espansione del cosiddetto libero mercato. Pazienza se il mondo tende a diventare un’immensa megalopoli e le campagne si ridurranno a poche monoculture lavorate con le macchine. Quanto agli affamati è sufficiente l’elemosina degli aiuti, che servono a smaltire le eccedenze agricole dei Paesi ricchi e a tacitare la coscienza delle più ipocrite classi dirigenti di tutta la storia contemporanea.
I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengono raccolti, più o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani - quelli che ciascuno di noi produce - non c'è quasi altro.
I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioè di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (più prima che poi) buttato, perché non ci servivano più. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche più in volume, cioè prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po'; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l'organico è pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi - in gran parte superflui - e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perché abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di ciò che spendiamo. Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c'è l'equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane.
Un'amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come è suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si può fare. In molti paesi europei e in qualche città italiana si è già cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi - evitando l'eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso è più pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell'usato, che consente a chi non può permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualità; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.
Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterrà sempre finalità redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioè a farci assimilare sempre più a un paese del Terzo mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai più tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l'usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di più, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall'aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioè di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passerà sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipenderà sempre più dall'adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura diminuiscono. Non è detto che questo peggiori la qualità della vita. In molti casi può migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria - se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre più, però, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioè per strada o alla televisione. Ma è una transizione che non può essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno può essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E' una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici - soprattutto locali - è decisivo. Per questo non possiamo più essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, né delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco - peraltro motivati - tra cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti è una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.
Imporre la riduzione degli imballaggi all’origine: questo sarebbe un argomento politico in una società nella quale la politica non fosse serva dell’economia e la guidasse. Ma ne siamo molto lontani. Ancora più lontana una società nella quale l’economia non avesse nella ricerca affannosa del massimo profitto l’unbico suo motore.
Se si vuole far tornare alla normalità la gestione dei rifiuti in Campania la prima cosa da fare è porre fine alla sequela di falsità, denigrazioni e insulti verso le popolazioni della regione che pagano anni di responsabilità altrui. E rispondere a 2 domande.
1. Perché, se gli sversamenti di rifiuti tossici provenienti da tutte le regioni d'Italia durano da decenni, chi ora fa barriera contro le discariche dei propri rifiuti non si è opposto anche a quelle devastazioni? La prima risposta è che la popolazione campana non si comporta diversamente da quella di qualsiasi altro territorio inquinato da rifiuti industriali. Ci si accorge «dopo» di ciò, quando il danno è fatto; spesso anni dopo, quando si cerca una diversa destinazione d'uso dei siti. Ma ci sono altri fattori.
a. L'ignoranza delle conseguenze ambientali e sanitarie - ma anche economiche e sociali - di quelle operazioni. Di qui l'importanza di un'educazione ambientale vera, adeguata a una società industriale e non relegata a qualche «progetto educativo» che si sovrappone senza modificarli ai curricula scolastici: dalle elementari all'educazione permanente. Oggi, se interrogate un abitante di Napoli sul ciclo dei rifiuti, le sue fasi, le alternative praticabili, troverete una conoscenza che lascia a bocca aperta persino gli esperti. Conoscenza acquisita a proprie spese. Ponete le stesse domande al cittadino di una regione «a posto» con i rifiuti e vedrete quanta strada ha ancora da fare. Questa cultura, di cui c'è un vitale bisogno per governarsi, non riguarda solo i rifiuti, ma l'energia, le acque, l'assetto idrogeologico, l'urbanistica, la mobilità, l'agricoltura, ecc. Certo la tv non ha contribuito granché.
b. Non parliamo di un territorio qualsiasi. Nelle province di Napoli e Caserta il territorio è controllato dalla camorra; partner utilizzato da molte industrie di tutto il paese per sbarazzarsi a basso costo dei loro rifiuti. Opporsi alla camorra, soprattutto dove le amministrazioni sono colluse, presenta dei rischi. E' vero che in questi territori c'è una contiguità con la malavita organizzata che riguarda tanto molte istituzioni pubbliche e imprese quanto una parte rilevante della popolazione. E' una contiguità senza soluzioni di continuità: tra la cosca criminale arcinota e il cittadino o l'amministratore compromessi non c'è quasi mai rapporto diretto, bensì mediazioni e «diluizioni» che passano attraverso finanziamenti, appalti, favori, assunzioni, consulenze, protezioni, raccomandazioni, prestiti, e quant'altro. A volte senza sapere veramente con chi si ha a che fare. In contesti simili, tacciare tutte le mobilitazioni popolari - anche le più odiose, come l'assalto al campo rom di Ponticelli - come «camorristiche» è il modo migliore per spingere sempre più gente nell'abbraccio della malavita. E tuttavia denunce e esposti di singoli cittadini o di organismi collettivi sono stati numerosi, da anni; spesso senza esiti. Ma molte delle inchieste sulla malavita organizzata sono partite da quelle denunce.
c. Il litorale campano da Castelvolturno a Castellammare è una delle aree più densamente popolate del mondo. Realizzare impianti dall'indubbio impatto ambientale e sanitario in contesti del genere non è certo impossibile, ma richiede rigore e selezione delle soluzioni meno lesive per la popolazione. Nessuno ha mai proposto una discarica a Milano non dico in Parco Sempione, ma nemmeno a Monte Stella; oppure a Roma, non dico a Villa Borghese, ma neppure a Villa Ada. Perché allora a Napoli una delle poche aree ancora verdi, densamente abitata, deve diventare la discarica di tutta la città? Lo stesso vale per l'inceneritore di Acerra, costruito nel sito più inquinato e più cancerogeno d'Europa, o per Agnano, dove se ne vuole fare un altro, inutile anche per chi ama questi impianti. Gli impianti ovviamente si devono fare: ma commisurandone alla «capacità di carico» dei territori dimensioni, localizzazione, impatto e tipologia. Perché, allora, solo inceneritori e non compostaggio e riciclo, come molti comuni hanno chiesto di fare? I cittadini campani chiedono che prima di costruire un nuovo impianto - e non dopo - il sito sia bonificato dai guasti pre-esistenti, per non aggiungere inquinamento a inquinamento. Invece la localizzazione di molti impianti sembra aver seguito la logica opposta: sono stati fatti nelle aree già compromesse. Il che equivale a avvelenare la popolazione. Ovvio che le reazioni siano drastiche.
2. Ma perché mai in Campania «non si fa la raccolta differenziata»? Dove le amministrazioni si sono date da fare - una cinquantina di comuni, anche di dimensioni consistenti - la raccolta differenziata ha raggiunto livelli di eccellenza. Dove non si è fatta è perché i comuni l'hanno delegata al Commissario o a consorzi che non se ne sono occupati. Ma, soprattutto, perché è stato loro impedito di farla. Da chi? Dai sostenitori dell'inceneritore. L'associazione delle banche italiane (Abi), sponsorizzando con un intervento illecito e a danno dei concorrenti, il gruppo Impregilo, che aveva presentato il progetto tecnico di inceneritore peggiore - ma che poi ha vinto la gara - faceva notare fin dal 1999 che per garantire un adeguato rientro dei costi sostenuti dall'impresa era necessario ridurre al massimo il prelievo alla fonte dei rifiuti combustibili, cioè carta e plastica. Senza questi materiali, infatti, l'inceneritore «si spegne». Di qui l'esigenza di bloccare la raccolta differenziata, frazione organica compresa. Tanto che nel 2001, la Fibe (l'azienda del gruppo Impregilo cui era stato consegnato il monopolio dei rifiuti campani) ha imposto la chiusura e lo smantellamento dell'impianto di compostaggio di S. Maria Capua Vetere, in funzione da due anni, perché «i rifiuti erano suoi» e intendeva mandarli tutti nel futuro inceneritore di Acerra, facendoli passare attraverso uno degli impianti di selezione del rifiuto indifferenziato (i cosiddetti Cdr) appena aperti: impianti che ha poi usato non per alimentare l'inceneritore, non ancora pronto dopo sette anni, ma per produrre montagne di ingestibili ecoballe. Senza impianti di compostaggio non si può raccogliere l'umido. Così, quando il consorzio Caserta2 ha realizzato un nuovo impianto a San Tammaro, il commissario gli ha riempito i capannoni di ecoballe nonostante che per quell'uso, lì di fronte ci fosse un piazzale grande come quattro campi di calcio. Così, per uscire dall'emergenza, si rende «indispensabile» l'inceneritore; anzi, quattro: perché i campani «non vogliono fare la raccolta differenziata».
Certo, come ovunque in Italia, ci saranno anche state in passato delle resistenze verso una raccolta differenziata porta a porta: quella che, dopo un periodo di avviamento, costa meno e toglie i cassonetti dalle strade. Ma invece di affrontare le difficoltà, troppe amministrazioni le hanno assecondate o indotte, per continuare con i vecchi sistemi e i vecchi appalti e «lasciar lavorare» Fibe e commissari. Oggi però, con montagne di rifiuti per strada, non c'è un solo cittadino campano che non voglia fare la raccolta differenziata «spinta». Anzi, in molti quartieri si sono organizzati per farla da soli, bypassando aziende, comuni e consorzi; anche se poi è difficile trovare chi viene a prelevare il materiale raccolto. La crisi della Campania va affrontata cominciando con il restituire alle sue popolazioni, con atti concreti, il rispetto che è loro dovuto.
L’abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani è un dato di fatto, consolidato dal tono e sempre più anche dalle parole dei politici impegnati sul fronte della "sicurezza". I primi, i rifiuti urbani, sono lo scarto e il residuo non consumato dei nostri "consumi", cioè di quello che ciascuno di noi compra tutti i giorni. I secondi, i rifiuti umani, sono lo scarto, il residuo non assimilato, dell’ininterrotto processo di riorganizzazione e di riconfigurazione della società. Ma la "società" siamo noi e anche i rifiuti sociali sono un nostro prodotto.
Generiamo i rifiuti urbani individualmente, ciascuno per conto proprio, ma all’interno di processi di produzione-consumo-scarto in larga parte predeterminati da altri. Produciamo rifiuti sociali collettivamente e anonimamente; ma poi ciascuno di noi deve fare i conti con la propria coscienza: con il grado e la misura in cui partecipa alla formazione e alla conferma dei processi di esclusione in atto; che possono portare anche molto lontano: per esempio all’incendio di campi nomadi e al rogo di chi ci abita, riedizione plebeo-leghista ("nord e sud uniti nella lotta") del porrajmos con cui i nazisti hanno a suo tempo sterminato mezzo milione di zingari.
L’abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani non dovrebbe destare scandalo perché è una verità comprovata; e può suscitare indignazione solo se e quando questo sentimento diventa il filo conduttore per fare i conti con il problema e cercare di venirne a capo.
Una città invasa dai rifiuti urbani, come Napoli e larga parte della sua provincia e del Casertano è il contesto ideale non solo per la produzione incontrollata di rifiuti umani, ma anche per il loro accumulo in forme che rendono sempre più difficile il ritorno alla "normalità". Il disordine ambientale promuove il disordine sociale e trasforma il nostro rapporto con le cose in un modello per il nostro rapporto con le altre persone. Accumulare cose che non ci servono e buttare via a casaccio tutto ciò che ci dà fastidio è un principio informatore della società e dell’economia in cui e di cui viviamo; ma è il principio che ha messo la Campania in ginocchio e che sta portando al pettine i nodi di tutto il modello di vita e pensiero che ha guidato prima lo sviluppo industriale dell’Occidente e poi il processo di globalizzazione che investe il pianeta Terra: un modo d’essere e di pensare – l’impalcatura storicamente determinata in cui si manifesta lo spirito dei tempi – che ci spinge, parallelamente, a non adoperarci per ridurre al minimo, cioè per prevenire, i problemi dell’emarginazione sociale e la produzione di rifiuti umani, ma a spingerli invece al massimo.
Che fare allora? Per alcuni la soluzione sta nel fuoco purificatore dell’inceneritore e nella continua e sempre più affannosa ricerca di siti e buchi in cui sotterrare la montagna di rifiuti che ci assedia. È quattordici anni, da quando ha avuto inizio la gestione commissariale dei rifiuti in Campania, e forse anche da prima, che i fautori di questa soluzione, senza molto preoccuparsi delle sue controindicazioni, aspettano gli inceneritori che non sono mai arrivati e che, anche quando, e se, arriveranno, non basteranno più a bruciare le montagne di rifiuti, le ecoballe e i depositi di inquinanti sotterrati in ogni dove che questa attesa ha provocato. Quanto alle discariche, è ormai chiaro che in un tessuto sociale denso e in un territorio compromesso come quello campano non c’è più spazio per sistemare, nemmeno "provvisoriamente" i rifiuti al ritmo in cui vengono prodotti. Di qui il caos, istituzionale e normativo, prima ancora che ambientale, in cui è stata fatta precipitare la regione.
Così non saranno i roghi purificatori dei campi nomadi – che campi non sono, ma suoli pregiati che fanno gola agli immobiliaristi, e nomadi sono i loro abitanti solo perché vengono continuamente cacciati dall’uno all’altro – non saranno quegli incendi a "ripulire" le nostre città dalla loro incomoda presenza: l’attesa della soluzione salvifica, oggi al centro dell’agenda politica, non farà che incancrenire il problema. Mentre il tentativo di trovare sempre nuovi siti – e buchi – in cui confinare i loro abitanti ha prodotto solo la loro moltiplicazione, così come un cassonetto circondato da sacchetti di immondizia abbandonati, perché non riesce più a contenerli e non viene svuotato in tempo, diventa un punto di accumulo di ogni sorta di altri rifiuti. Ma alla luce dei risultati raggiunti e dei guasti realizzati da quattordici anni di commissariato speciale per i rifiuti, l’idea di affrontare il problema dei rom con altri commissari speciali alla sicurezza dovrebbe far rabbrividire chiunque.
Una politica attenta alle cose e alle persone – una politica che dovrebbe radicarsi nei comportamenti e nell’educazione di ciascuno di noi – dovrebbe mirare innanzitutto a ridurre con la prevenzione la produzione di rifiuti e i meccanismi dell’emarginazione; e poi apprestare, per ciò che comunque il ciclo ordinario delle nostre esistenze non riesce ad assorbire, strumenti e circuiti di riciclaggio e di reinserimento sociale che evitino o riducano al minimo il ricorso sia alle discariche e ancor più agli inceneritori: rifiuti zero – o quasi, dato che non possiamo più permetterci l’utopia – sia per le cose che per le persone. Una raccolta differenziata in cui gli scarti del consumo si raccolgono e vengono incanalati in maniera ordinata nei contenitori e verso gli impianti preposti a reimmetterli in un successivo ciclo di produzione è la premessa indispensabile per avere una città pulita, senza monnezza e senza sporcizia per le strade; un ambiente urbano "vivibile"; una ricostituzione dei legami sociali basati sulla solidarietà e non sulla necessità di danneggiare gli altri per salvaguardare se stessi.
Un sistema di accoglienza, di inquadramento, di accompagnamento alla scuola, all’assistenza sanitaria, all’inserimento lavorativo, alla cittadinanza degli individui e delle comunità che non hanno le risorse materiali e culturali per provvedervi in proprio è la premessa indispensabile per evitare l’accumulo continuo e incontrollato di materiali umani di scarto in siti e buchi che fungono irrimediabilmente da attrattori di un’umanità sempre più ai margini del consorzio sociale.
Costruire dal basso – visto che dall’alto non arriva niente di buono – una politica del genere costa di più, non solo in termini di risorse materiali e finanziarie, ma anche culturali e morali, del disinteresse e del cinismo che hanno prodotto i campi nomadi – una realtà che esiste solo in Italia, nonostante che tutti i paesi d’Europa siano destinatari di afflussi incontrollati di migranti – e che prima o dopo è destinata inevitabilmente a sfociare nei roghi. Ma alla fine i risultati si vedono perché in questo modo si evitano i costi economici e gli inconvenienti sociali e morali legati allo smaltimento finale – e alle "soluzioni finali". Scusate la brutalità.
Finalmente è arrivata la soluzione agognata per risolvere l'emergenza rifiuti in Campania: dieci nuove discariche e qualche inceneritore con recupero energetico (il termine termovalorizzatore, si sa, non ha senso scientifico o tecnico, neanche nelle regolamentazioni comunitarie). Il problema è che questa nuova soluzione assomiglia parecchio alle vecchie: quando si è insediato il Commissario De Gennaro, cinque mesi fa, la questione era sgomberare le strade di Napoli, e per farlo si è cercato di aprire nuove e vecchie discariche (non riuscendovi sempre), di mettere in funzione nuovi inceneritori (non riuscendovi mai), di esportare i rifiuti in Paesi più civilizzati (riuscendovi quasi sempre), dove gli scarti sono considerati risorse. Il problema è che questa soluzione assomiglia molto a scopare la polvere sotto il tappeto per avere la casa pulita.
In nessuna parte del mondo le discariche eliminano i rifiuti, anzi, li concentrano, con problemi ambientali che è ormai anche inutile approfondire: infiltrazioni nelle falde, percolati, liquami, per non parlare del maleodore. Senza contare che aprire nuove discariche sarebbe contro la legge nazionale e anche contro le normative comunitarie. E in nessuna parte del mondo bruciare rifiuti è un sistema per eliminarli, perché, come dovrebbe essere noto, in natura nulla si può distruggere e dunque le tonnellate di rifiuti si trasformeranno in ceneri (spesso velenose) e polveri (spesso tossiche). Certo, un inceneritore con recupero di energia e di calore non è un tabù contro cui combattere guerre di religione - ci sono problemi molto più devastanti, come il traffico cittadino -, ma è un controsenso energetico, perché per fabbricare oggetti e materiali si è impiegata molta più energia di quella che se ne ricava bruciandoli. E poi in Italia ci sono già abbastanza impianti: costruirne di nuovi può significare scoraggiare l'unica vera soluzione al problema dei rifiuti, la raccolta differenziata e il riciclaggio (un folle piano regionale siciliano prevede addirittura di bruciare il 65% dei rifiuti, come a dire condannare la raccolta differenziata a non superare mai il 35%, quando in tutta Europa si punta al 70-80% e a San Francisco si va verso l'opzione rifiuti-zero).
Se si fosse cominciato - alla prima emergenza di 15 anni fa - con un piano integrato di raccolta differenziata dei rifiuti campani, non saremmo a questo punto. Se lo si fosse fatto cinque mesi fa, avremmo ora qualche prospettiva, ma continuare a pensare che la questione possa risolversi con discariche e inceneritori vuol dire non aver compreso che, così, i rifiuti si accumuleranno di nuovo, e saremo alle solite, solo avendo perso ancora del tempo. Come da gennaio a oggi. E come dimostra il fatto che aver sgomberato oltre 200.000 tonnellate di pattume non ha risolto un granché. Ma sono i numeri che parlano: a Torino - una grande città del Nord i cui cittadini non sono antropologicamente diversi dai napoletani - nel 2003 si raccoglieva in maniera differenziata solo il 20% dei rifiuti. In cinque anni si è passati a oltre il 40%, attraverso campagne di educazione ambientale fino nelle scuole promosse dall'amministrazione comunale e dalla municipalizzata. Pensiamo a Napoli: se si fosse recuperata almeno la frazione umida (residui di pasti, bucce) avremo avuto il 30% in meno di rifiuti, cioè 75.000 tonnellate di meno all'inizio dell'emergenza. Cioè più spazio nelle discariche (dunque meno discariche) e meno commercio di rifiuti, dunque più risorse da destinare al riciclaggio.
Riciclare raddoppia la vita dei materiali, permette di spendere meno energia e, dunque, di inquinare di meno e fa in modo che si aprano meno miniere e cave. Se poi le ditte si impegnassero a ridurre definitivamente gli imballaggi, usando, per esempio i fogli di plastica termosaldati, che, una volta sgonfiati, si riducono a una pallina di qualche centimetro; se la distribuzione permettesse di acquistare i prodotti sfusi a peso e non a confezione; se le municipalizzate non si scomponessero in migliaia di subappalti incontrollabili, allora i nostri sforzi personali sarebbero premiati e non staremmo qui a temere di finire come a Manila, nella cui discarica vivono gli 80.000 abitanti di un posto chiamato Lupang Pangako (letteralmente «terra promessa»), fra commerci di ogni tipo, contrabbando e riciclaggio su commissione. Ma anche per questa volta non è aria.
Un impianto grande quindici campi di calcio. Adibito alla lavorazione del mais. Il business mondiale del «bio» etanolo sbarca ufficialmente anche nel Belpaese (a Rivalta Scrivia, un piccolo paese di 800 anime in provincia di Alessandria), per mano dell'Italian Bio Products. Un sodalizio tra il Gruppo Ghisolfi e quello Gavio, Marcellino, azionista di quella Impregilo sotto inchiesta (attraverso la Fibe) per la questione dello smaltimento dei rifiuti in Campania.
Ignorate le critiche dell'Onu e della Fao, allarmate dall'uso «per autotrazione» dei cereali, causa dell'innalzamento mondiale dei prezzi di questi prodotti. Vincoli morali e non solo. Ma non per quelle imprese italiane che negli agrocarburanti hanno visto fonte di profitto. I nuovi «produttori» di «bio» etanolo però non hanno fatto i conti con le resistenze della popolazione, tanto che a Rivalta ancora non sono iniziati i lavori per la costruzione. L'impianto è «ecocombustibile - è scritto nel progetto dell'Ibp - risponde alle direttive europee sull'accesso a tecnologie avanzate»: una struttura di 107 mila mq e composta da 35 silos alti da 12 a26 metri che trasforma attraverso un ciclo di cogenerazione a gas il mais in etanolo. Con una sua produzione annuale di 200 mila tonnellate, in media con gli altri impianti europei, che invece svetta in Italia. La prima, per l'esattezza, insieme all'altra industria di agrocarburanti in costruzione a Zinasco (Pavia).
Il mais verrebbe preso per il 50% dalla «Padania» e per l'altra metà importato dalla Romania, non escludendo l'uso di quello transgenico. Il sodalizio Ghisolfi-Gavio ha in mente un progetto lungimirante, prefiggendo di aprire le porte successivamente anche alla cellulosa. Obiettivo: vendere il prodotto finale alle compagnie petrolifere, a cui è consentito in base a una regolamentazione europea miscelare fino al 5% l'etanolo nella benzina. Un vero e proprio giro di affari.
Il progetto è uscito allo scoperto lo scorso 26 luglio, in concomitanza con la corsa mondiale verso le cosiddette benzine verdi: il consiglio comunale di Tortona - Rivalta è una sua frazione - vota all'unanimità una «variante d'uso», richiesta dal gruppo Ghisolfi, di un terreno agricolo. «E' il più grande investimento industriale della storia della città - commentava il sindaco del Pdl Marguati - Un disegno all'avanguardia che poggia su solidissime basi».
Ma gli abitanti di Rivalta e della provincia da subito si sono opposti contro la favola del «carburante ecologico» e un'imposizione calata dall'alto. Si sono organizzati in un movimento di difesa del territorio: «580.000 tonnellate di acqua all'anno da pescare in una zona attualmente definita predesertica, 200.000 tonnellate di Co2 scaricate nell'aria - dichiara Enzo del comitato - Cosa ci sia di sostenibile nel progetto del bioetanolo nessuno è ancora riuscito a spiegarlo. Questo impianto è utile esclusivamente per chi lo costruisce e contribuirà a far aumentare il prezzo del mais nel sud del mondo come in Italia». Da questione etica diventa motivo di preoccupazione economica anche per i consumatori nostrani. Così da luglio 2007 il movimento ha raccolto 4000 firme contro l'impianto, costruito un'assemblea con i No Tav e i No Dal Molin e dato vita ad una partecipata manifestazione lo scorso 7 giugno.
Intanto l'inizio dei lavori, previsto per ottobre 2007, non c'è ancora stato. La legge sulla pubblica sicurezza del 1931, infatti, intima a costruire ad almeno a 600 metri da fabbriche di esplosivi: questione che interessa Rivalta Scrivia con la Nobel Sport Martignoni, un'industria che produce inneschi da cartucce (quindi materiale esplosivo), a 300 metri dal terreno comprato dal colosso Ghisolfi-Gavio. Anche se l'ostacolo potrebbe essere aggirato a giorni dall'Ibp con la richiesta di una deroga nazionale «ad hoc». A quel punto inizierebbe la costruzione. «Gli agrocarburanti sono moralmente e politicamente insostenibili, un crimine contro l'umanità», dichiara Andrea del movimento. «Sia chiaro - aggiunge - che siamo pronti a fermare le ruspe con i nostri corpi. Lo faremo per difendere la nostra terra e per non essere complici di chi affama i popoli del mondo». Per ora una sola certezza: il «bio» etanolo, da tempo guardato con distanza e disinteresse, è diventato una questione anche italiana.
Sarà pure un impianto vecchio, obsoleto, antiquato, quello sloveno di Krsko, come lo era certamente quello sovietico di Chernobyl. E sarà pure ingiustificata la paura. Ma istintivamente si stenta a credere, tanto più con il ricordo drammatico dell'86 ancora nella memoria e negli occhi, che "al momento non c'è pericolo di contaminazioni", come recitano i primi comunicati ufficiali.
"Al momento", si precisa. Anche allora non c'era pericolo, la situazione era sotto controllo, la nube radioattiva sarebbe stata fermata. E invece, silenziosa e invisibile, dilagò in tutta Europa, arrivò fino all'Italia e oltre, scavalcando confini e barriere doganali.
Quanti furono effettivamente i morti di Chernobyl? Quante sono le vittime di quel disastro? E quanti bambini, nati successivamente, ne portano ancora i segni nel proprio organismo, sulla propria pelle, nel proprio animo? Nessuno sa dirlo con certezza. La maledizione biblica del nucleare continua.
Auguriamoci che questa volta non sia così. Che la portata dell'incidente sia circoscritta e limitata. Che l'allerta possa rientrare rapidamente, come annuncia la nostra Protezione civile. Ma in pieno revival nucleare quello che arriva da Krsko è più che un segnale d'allarme: è un monito, un richiamo a pensare a riflettere.
Non c'è nulla di ideologico in tutto questo, se non nel senso etimologico delle idee, delle valutazioni e delle scelte che la questione comporta. Il nucleare non è un tabù e non può essere neppure un totem da adorare come un feticcio.
Non occorreva aspettare il "campanello" di Krsko per sapere che, anche nel caso di impianti più moderni ed efficienti, le centrali nucleari non sono né sicure né tantomeno economiche. Non sono sicure in rapporto ai rischi altissimi che un qualsiasi incidente può produrre e ancora meno lo sono in rapporto allo smaltimento delle scorie. E non sono neppure economiche, queste cattedrali dell'atomo, perché richiedono enormi investimenti governativi per la costruzione e la manutenzione, la sorveglianza degli impianti, la sicurezza delle aree circostanti.
È vero: la crisi globale incalza, il petrolio è arrivato alle stelle, l'economia mondiale ristagna o regredisce. Ma solo il cinismo della disperazione può indurre alla fuga dalle responsabilità. Non c'è alibi per il ricatto nucleare. L'umanità può anche rassegnarsi a fare il conto dei costi e dei benefici, ma deve calcolare a parte il prezzo dell'autodistruzione, il rischio di scomparire per crescere, il pericolo mortale dello sviluppo.
Non è un caso, del resto, che negli Stati Uniti non si costruiscono più centrali atomiche da vent'anni a questa parte e che in Europa i nuovi impianti si contano sulle dita di una mano. La stessa enfasi con cui viene invocato oggi il mito del "nucleare sicuro", il cosiddetto nucleare di quarta generazione che nessuno sa dire se e quando arriverà mai, rivela la mancanza di sicurezza attuale. O quantomeno, l'insufficienza del livello di sicurezza.
La verità è che la crisi energetica mette in discussione il nostro modello di sviluppo economico-sociale, il paradigma dei nostri consumi e anche dei nostri costumi: per dire, la tendenza collettiva allo sperpero, alla distruzione delle risorse naturali, al saccheggio sistematico del patrimonio ambientale. E perfino l'emergenza rifiuti, a Napoli e in tutto il Mezzogiorno d'Italia, ne è un prodotto e un riflesso. Una società che consuma troppo, a spese soprattutto delle generazioni future; un mondo in cui una metà fa la dieta macrobiotica e l'altra metà fa la fame o muore letteralmente di fame; un pianeta dove si combatte contemporaneamente contro l'obesità e contro la carestia.
Eppure, per ridurre la dipendenza dal petrolio e dagli altri combustibili fossili che inquinano l'atmosfera, provocando il surriscaldamento della Terra e il cambiamento climatico, la prima fonte energetica è già pronta, a portata di mano, disponibile: ed è il risparmio energetico, le piccole buone abitudini quotidiane, ma soprattutto la tecnologia per ridurre i nostri consumi. E poi la ricerca, compresa quella sul "nucleare sicuro"; lo sviluppo delle fonti rinnovabili; la riscoperta del sole e del vento che madre natura prodiga gratuitamente a tutta l'umanità.
Speriamo davvero che sia soltanto un segnale quello che viene da Krsko. Ma in ogni caso non sottovalutiamolo. Non lo rimuoviamo dalla nostra coscienza collettiva. È un richiamo alla ragione, alla consapevolezza, alla responsabilità. E potrebbe anche essere provvidenziale.
Monnezza, poteri e contropoteri
di Guglielmo Ragozzino
Massimo Malvegna, consigliere delegato di Fibe-Impregilo, la società delle ecoballe e del termovalorizzatore di Acerra, è sicuro del fatto suo: nel suo impianto si può bruciare qualsiasi rifiuto; al massimo si tratterà di fare una buona manutenzione. «Ci si può mettere l'amianto, quello che si vuole...» ha spiegato, intervistato ieri dal Gr1 Rai: le emissioni saranno sempre nei limiti delle normative europee. Dichiarazione assai sicura, ma non condivisa dalla magistratura di Napoli. E la magistratura, preoccupata per l'amianto o per la disinvoltura, ha messo in custodia cautelare lui, altri sei dirigenti del gruppo e poco meno di venti altre persone che hanno a lungo operato e comandato sul ciclo dei rifiuti a Napoli e in Campania.
Non è la prima inchiesta sull'attività di Fibe, in collegamento con la protezione civile. Per i magistrati di Napoli, la Fibe e quel modo di rimuovere o eliminare i rifiuti non è una soluzione ma fa parte del problema. Anzi ne è diventato una componente decisiva, anche perché quella scelta di ecoballe più bruciatore per produrre elettricità esclude recisamente ogni altra soluzione. Con il Cdr, il combustibile da rifiuti, chiamato ecoballe familiarmente, si guadagna due volte, prima raccogliendolo e trattandolo e poi bruciandolo, come fosse carbone. Occorre raccoglierne, trattarne e bruciarne più che sia possibile. Se poi il trattamento non avviene sul serio, ma solo per finta, allora si guadagna tre volte, visto che anche il trattamento viene pagato e ci si può dividere parecchi proventi.
Oggi leggerete sui giornali formidabili retroscena sui poteri dello stato che si azzannano: servizi contro protezione civile, governo A contro governo B, regione contro prefetti, magistratura contro tutti, camorra che se la ride. Noi sentiamo soprattutto l'ennesima sconfitta, lo smarrimento. C'è una voglia diffusa di mandarli tutti al diavolo, anche per l'insopportabile coazione a ripetere, manifestata dai poteri: lo stesso Guido Bertolaso, la stessa Fibe di sempre.
C'è la convinzione che non se ne uscirà mai, ma occorre reagire. E' certo difficile, in una situazione tanto compromessa, non rassegnarsi, ma continuare a fare il proprio lavoro, alla ricerca di un bene comune, tanto arduo da raggiungere, spesso non potendosi fidare di quello che lotta a fianco a te e che potrebbe agire a pagamento, essere un mestatore. In effetti i rifiuti, ripete spesso Guido Viale, sono interessanti perché sono una specie di immagine del mondo, degli usi e dei consumi di tutti noi; così anche la forma della lotta. Intanto cresce a Napoli una generazione di persone competenti. Alcuni citano l'esempio di Val di Susa: come lassù è cresciuta una schiera di tecnici-militanti che ne sanno di più del più famoso professore di scienza trasportistica, così a Napoli e dintorni c'è un popolo che ormai sa tutto dei rifiuti, del loro ciclo e della chimica per gestirli e prevenirli. Bisogna solo dare a queste mani, a questa cultura, strumenti che vadano oltre la scopa di legno e di saggina.
Schiaffo per Bertolaso Pd e Pdl lo difendono
di Adriana Pollice
Ieri pomeriggio ha incontrato nel capoluogo partenopeo il sindaco di Terzigno per discutere della discarica da costruire. Consueto sfoggio di efficienza per Guido Bertolaso, che non si ferma nemmeno quando la procura mette ai domiciliari alcuni dei sui collaboratori negli anni in cui ricopriva il ruolo di commissario straordinario ai rifiuti, incluso il suo braccio destro Marta Di Gennaro. Lo stesso procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore sottolineava: «La popolazione deve sapere che vigiliamo in modo autonomo sulla correttezza dell'azione di tutti gli attori coinvolti. Devono avere fiducia perché molte delle persone indagate non ricoprono più incarichi». I vertici delle imprese coinvolte, dalla Fibe all'Impregilo, però sono al loro posto così come alcuni funzionari che allora, come oggi, partecipano alla gestione della crisi rifiuti.
I pm Noviello e Sirleo, con i risultati della loro nuova inchiesta, riprendono il lavoro dove si era fermato l'altro atto d'accusa ai protagonisti del disastro immondizia. Una situazione che, secondo la procura, è proseguita immutata, continuando a passare sopra normative e leggi, grazie a collusioni e connivenze. Il decreto legge presentato del governo Berlusconi sembra sanare la situazione da qui in avanti ma non fornisce alcun ombrello per quanto fatto fino a ieri. Così i processi diventano due e si prosegue a sperare nella prescrizione. Qualcuno poi si è lasciato insospettire per la tempistica. Un modo per sabotare i piani del governo su Chiaiano secondo la destra, una vendetta postuma dell'ex ministro all'Ambiente Pecoraro Scanio, tra gli affondatori di Bertolaso prima maniera, e persino una resa dei conti con De Gennaro, in corsa per lo stesso incarico. Un'ipotesi, però, smentita dalla tempistica, visto che gli atti sono stati depositati a gennaio scorso.
La politica, nonostante il nuovo terremoto, prosegue a cavalcare la crisi rifiutandosi di prendere in considerazione qualsiasi elemento che esuli dal teorema emergenza-leggi speciali-discariche-inceneritori. Se il presidente della Repubblica Napolitano esorta tutti a fare la loro parte, Sergio D'Antoni per il Pd dà piena fiducia a Bertolaso: «La persona giusta. Tanto è vero che era stato scelto anche dal centrosinistra» scordandosi di sottolineare che l'altra volta non fu una grande performance la sua. Solo Idv, con Nello Formisano, ribatte che l'azione dei magistrati può far luce sui motivi per cui in Campania «l'emergenza rifiuti abbia potuto protrarsi per ben quindici anni».
Solidarietà anche dalla sindaca Iervolino. In sintonia con la destra Ermete Realacci, ministro ombra Pd dell'Ambiente: «Non sarà la giustizia a risolvere il problema dei rifiuti in Campania, ma mi auguro che agisca per accompagnare la soluzione e non la ostacoli come qualche volta ha fatto con interventi fuori contesto», non indicando però quale sarebbe il contesto a cui dovrebbe attenersi la magistratura.
Un fiume in piena di solidarietà da parte delle forze al governo per Bertolaso e il prefetto di Napoli Alessandro Pansa da parte del sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, che prova a giocare la carte del dubbio: «Senza voler formulare nessuna ipotesi di complotto e nessuna illazione, mi limito a osservare che rispetto a una richiesta di misure cautelari formulata a gennaio, l'esecuzione dell'ordinanza avviene pochi giorni dopo il varo del decreto rifiuti che sta sollevando reazioni, anche, nel mondo giudiziario».
Rocco Buttiglione invece si lascia prendere dall'entusiasmo dichiarando, a proposito del neosottosegretario ai rifiuti, «se a suo tempo avessero lasciato fare a Bertolaso, oggi non avremo l'emergenza. L'urgenza dei tempi non lascia spazio a discussioni infinite». Pacato come sempre il sottosegretario alle Infrastrutture, Roberto Castelli: «La statura istituzionale di alcuni degli inquisiti lascia aperta la porta al sospetto di essere di fronte ad una azione intimidatoria».
A mettere in fila le carte dei processi e le reazioni politiche, sembra evidente che le responsabilità del disastro rifiuti in Campania coinvolga le forze di governo da entrambi i lati dello schieramento, tutte in fila dietro gli interessi della Impregilo, niente di strano se nessuno mette in dubbio la credibilità di Bertolaso o avanzi anche solo qualche timida domanda sul suo ex braccio destro. Poche storie, è l'emergenza, baby.
I «rompiballe» che taroccavano i rifiuti. Grazie al commissariato
di Francesca Pilla
Sembra di vedere all'opera 'o sistema. Ecoballe non a norma vengono prelevate dai siti di trasferenza, si triturano facendoci passare sopra i camion, la spazzatura diventa poltiglia ed è codificata come materiale trattato, ma in realtà proviene direttamente dai cassonetti in strada. Un lavoro clean, per citare «Gomorra» di Garrone, ma invece di essere commissionato dai clan dell'antistato, si realizza attraverso le connivenze di dirigenti del commissariato straordinario, delle strutture regionali campane, fino alla complicità di un militare distaccato alla protezione civile (Rocco De Frenza). Così per due anni si è consentito lo smaltimento illecito di rifiuti, anche pericolosi, nelle discariche di Lo Uttaro (Ce) e Villaricca (Na), nonché il trasferimento con i treni in Germania. Così per quasi 24 mesi un gruppo di funzionari si è messo in tasca i proventi dell'emergenza, si è assicurato la «permanenza» della struttura «speciale» e ha ottenuto avanzamenti di carriera.
L'inchiesta Rompiballe
E' questo l'impianto accusatorio dell'«operazione Rompiballe», e anche se la procura di Napoli ha tentato all'ultimo momento di ribattezzare l'inchiesta, mai nome fu più appropriato. I «seccatori» ancora loro, i pm Noviello e Sirleo dell'inchiesta Fibe-Impregilo, con il procuratore aggiunto De Chiara, che ieri hanno depositato al gip Rossana Saraceni la richiesta di custodia cautelare per 25 persone. Tra i nomi illustri l'attuale prefetto di Napoli Alessandro Pansa, accusato di falso in atto pubblico in qualità di commissario e la vice di Bertolaso, Marta Di Gennaro. Ma a essere sul banco degli imputati è anche la solita compagnia di giro che ha gestito e gestisce in gran parte ancora oggi lo smaltimento dell'immondizia.
E' come se fosse il sequel di un film di successo, il lasso di tempo preso in esame dai magistrati infatti è immediatamente seguente a quello dell'indagine madre ormai in fase di dibattimento. Un periodo che va dal 2006 alla fine del 2007, dall'anno cioè in cui Bertolaso, allora commissario, rescisse il contratto con l'Impregilo - salvo poi conferire alla stessa impresa, la scorsa settimana, l'incarico di terminare l'impianto di Acerra - fino al passaggio di mano a Pansa. «Anche se non in qualità di società secondo la legge 231 come nella precedente inchiesta - spiega l'avvocato Tizzoni - ma nella persona fisica dell'ad di Fibe Massimo Malvagna che mi ha nominato suo difensore». Le ipotesi di reato contestate vanno dal traffico illecito di rifiuti e falso ideologico in atto pubblico, fino alla truffa aggravata ai danni del consiglio dei ministri, della Protezione civile, del Commissariato straordinario, indotti in errore con l'aggravante del danno patrimoniale. Ai domiciliari, tra gli altri, sono finiti i sei capimpianto dei cdr incriminati (quelli di Giugliano, Caivano, Casalduni, Piano d'Ardine, Battipaglia, Tufino), il dipendente regionale ed ex della Protezione Civile Michele Greco, il presidente della Ecolog, Roberto Cetera e il direttore tecnico, Lorenzo Miracle, il gruppo cioè che fino all'ultima commessa aveva curato il trasporto dei rifiuti campani in Germania.
Bertolaso a «Gomorra»
Nell'ordinanza di oltre 600 pagine depositata ieri sono diversi i passaggi che configurano uno scenario alla Gomorra e che se fossero provati potrebbero dare la stangata definitiva alla credibilità dello stato sull'emergenza. In primis a Bertolaso, non indagato, ma che in un dialogo con la sua vice si lascia andare a descrizioni di scarsa professionalità riguardo al trattamento dei rifiuti. Come nella conversazione del 30 maggio 2007 quando Bertolaso in merito alla relazione sulle tonnellate da mandare alla discarica salernitana di Parapoti dice al suo braccio destro «e tu fai una relazione molto semplice, dici abbiamo portato 17mila tonnellate o quante cazzo ne avete portate, questa sera finisce tutto. Bertolaso l'altro ieri si è preso schiaffi prima da quelli di Parapoti poi da quelli di Acerra, non ha più guance da offrire per queste vicende, quindi alternative non l'abbiamo L'unica cosa che mi sembrerebbe da immaginare è quella di portare tal quale a Parapoti ma non so se la cosa è fattibile». La Di Gennaro chiama quindi Rosetta Sporviero, la pasionaria della discarica che chiese come garanzia sul sì alla riapertura l'intervento di Napolitano, per convincerla a prendere materiale non trattato, «tanto è lo stesso perché la nostra fos è uguale al tal quale».
E ancora sul sito temporaneo la Di Gennaro, ad esempio, si rivolge a Bertolaso perché riferisca a una terza persona, «se trova i Noe, se possono stare lì ad Acerra. I Noe giusti, persone collaborative», e Bertolaso risponde: «Va bene però, ecco, che ci sia comunque qualcuno da noi che registra tutti i camion che entrano e faccia le foto. Facciamo comunque vedere che c'è un'attività di sorveglianza... andiamo in giro in elicottero senza la macchina fotografica, come abbiamo fatto l'altro giorno».
Serre, «una porcata»
Fare finta di controllare dunque. E' così che a Lo Uttaro, come si legge nell'ordinanza, sono stati inviati rifiuti diversi dal sovvallo oltre ai pericolosi? E' per questo che a Villaricca, secondo la relazione del dottor Iacucci, consulente dei pm, è stata ritrovata «un'abnorme produzione di percolato, non imputabile in alcun caso alla naturale produzione»? Perfino a Macchia Soprana, la discarica simbolo di Serre su cui si è dimesso, nel luglio del 2007, l'attuale sottosegretario non sarebbe stata predisposta a norma: «Così come intendono farla loro è una porcata», sono le parole testuali di Marta Di Gennaro. Una valutazione confermata in una successiva telefonata con Aiello, il capo dell'ufficio legislativo del dipartimento. La Di Gennaro dice tra altre cose che quel progetto è un «trappolone tecnico» di cui «non possiamo avere la responsabilità perché è tecnicamente inaccettabile» e che così facendo «becchiamo tutti, tu, tua figlia, tua nonna, l'avviso di garanzia per disastro ambientale». Alla fine però quella pattumiera da 750mila tonnellata è stata aperta vicino all'Oasi naturale protetta di Persano, come imposizione ai serresi.
«Non comprende e si rattrista» il segretario generale dell’Associazione nazionale energia del vento, Simone Togni, per le mie critiche alla allocazione, al di fuori di ogni pianificazione energetica nazionale, di innumerevoli parchi eolici che, dopo il Sud, ora dilagano in Toscana e altrove, con devastazione di insostituibili beni paesaggistici e rurali, grazie ad incentivi lucrosi. La prima tesi dell’Anev è che «non vi sono in Italia incentivi pubblici per l’eolico», essendo i certificati verdi un meccanismo che ricade sui produttori privati inadempienti.
Si tratta di una mezza bugia. Infatti il costo dei Cv (contributo premiante per i produttori di energia alternativa), se in una fase intermedia viene in parte ripagato dai produttori di energia «sporca», che li acquistano, anche a prezzo maggiorato, sul mercato libero per rientrare nei parametri di Kyoto (con lucro aggiuntivo per i produttori di energia alternativa), nella fase finale viene scaricato sui consumatori, attraverso una maggiorazione della bolletta. Del resto nelle direttive del Gestore del Sistema elettrico si indicano le norme «per poter accedere all’incentivo», senza schermi semantici.
Forse il sig. Togni non le ha lette. Così come non spiega perché i Cv italiani abbiano il costo più alto del mondo, almeno secondo la classifica pubblicata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Ma quel che soprattutto mostra di ignorare è che oltre a questa voce, i costruttori dei parchi eolici ricevono contributi diretti, se allocati al Sud, in base alla legge 488 sull’industrializzazione del Mezzogiorno (dall’inchiesta dell’Espresso risulta il forte interessamento mafioso) mentre, se situati in Toscana e altrove, il sostegno pubblico avviene tramite contributi regionali ed europei.
Posso girargli, ad esempio, il testo pubblicato dalla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea della concessione rilasciata alla società Cosvig per la costruzione dei parchi eolici di Montecatini Val di Cecina (Pisa) e Monterotondo Marittimo (Grosseto) dove, oltre a una linea di credito, si assicura «un contributo regionale a fondo perduto di 3.067.200 euro» con l’assicurazione di poter «fruire di ulteriore finanziamento a fondo perduto per gli altri MW installabili». Per un altro parco eolico, quello di Scansano, i contributi sono andati al gruppo spagnolo Gamesa. Gli esempi possono continuare ma passo all’altro argomento dell’Anev secondo cui «nessun paesaggio viene devastato dalla realizzazione di impianti eolici più di una qualsiasi altra opera di origine umana (sic!)».
Rispondo pubblicando la foto che mostra due opere di «origine umana»: il castello di Montepò a Scansano e le torri eoliche che lo circondano. E´ proprio su questo scempio che sta deliberando il Consiglio di Stato anche perché le autorità toscane si erano rifiutate di sottoporre l’opera sia alla Valutazione d’impatto ambientale sia al placet della Sovrintendenza di Siena-Grosseto con la scusa che la zona non era vincolata. Ed ora la Giunta regionale teme, secondo quanto «la Nazione» attribuisce al presidente Martini, che i 14 milioni stanziati in bilancio per l’eolico... finiscano al vento.
Ragion per cui la Regione «farà tutto ciò che sarà possibile fare per scongiurare lo smantellamento dell’impianto». Sembra una sceneggiatura impazzita del Don Chisciotte con i mostruosi mulini a vento all’assalto del castello di Dulcinea. E’ assente purtroppo la saggezza di Sancho Panza.
La favola atomica
Gianni Mattioli, Massimo Scalia
Ministri, politici e Confindustria ripetono che dall'energia nucleare si può trarre energia abbondante, tanto da liberarci dalla schiavitù del petrolio e del gas, energia pulita, tanto da contrastare l'incubo del cambiamento climatico, energia a prezzi ben più limitati, tanto da ridar fiato alla nostra stanca economia.
Tutto ciò è una favola, non ha alcun fondamento scientifico razionale: non poco o tanto discutibile, semplicemente inesistente. Tanto che sorge una domanda ingenua: è possibile che ministri, politici e industriali possano proclamare tante assurdità senza che un tecnico amico gli suggerisca qualche dato?
Basterebbe guardare gli altri paesi nucleari: forniscono un quadro di crisi dell'energia nucleare, documentata dai rapporti dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie) e, in particolare, dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) delle Nazioni Unite.
L'energia nucleare abbondante. Di che parliamo? Oggi essa copre il 6,4% del fabbisogno mondiale di energia, e di uranio fissile, a questo ritmo modesto di impiego, secondo il rapporto Aiea del 2001 ce n'era per 35 anni. Certo, si potrebbe ricorrere all'uranio 238, ben più abbondante in natura: si tratta di un tipo di uranio non fissile, ma attraverso il processo di cattura di un neutrone, si puo trasformare in plutonio, materiale fissile, anzi ingrediente principale per le bombe. Materiale dunque ad alto rischio di proliferazione militare e anche sanitario: un milionesimo di grammo è la dose che può essere letale per inalazione. La Francia, che aveva perseguito con decisione questa strada, l'ha abbandonata col venir meno dell'urgenza strategica della force de frappe.
La questione delle scorie radioattive provenienti dalla fabbricazione e dall'impiego del combustibile nucleare. Solo per l'Italia, con il suo modesto passato nucleare, si tratta di un centinaio di migliaia di metri cubi, da sistemare in modo che non vengano più a contatto - per «ere» intere - con l'ambiente, la falda idrica, tutti noi. Oggi non c'è soluzione. Si era fatto molto affidamento - anche per Scanzano - sulle strutture geologiche saline, fidando sul carattere idrorepellente: l'acqua è un temibile avversario per la sua capacità di fessurazione di qualsiasi contenitore e conseguente messa in circolazione dei materiali radioattivi. La fiducia è crollata qualche anno fa, quando, nel corso della messa a punto del deposito Wipp del New Mexico, l'acqua ha fatto irruzione là dove non ci si sarebbe aspettati di trovarla e, inoltre, si è anche ipotizzata la possibile circolazione d'acqua a causa dell'insediamento di materiali ad alta temperatura (a causa della loro radioattività) con conseguente alterazione delle condizioni di stabilità geologica. Oggi si spera nelle rocce argillose e la Francia indirizza a queste strutture geologiche la sua ricerca.
Ma allora quanto costa il kilowattora, in una situazione nella quale il ciclo del combustibile nucleare è tutt'ora materia di ricerca fondamentale?
E si torna alla complessità di una tecnologia che ripropone il problema della radioattività, l'insoluta sfida che conosciamo dal 1896, con la scoperta di Becquerel. E' questo in definitiva il fattore che ha fatto lievitare il costo dell'energia prodotta, man mano che le popolazioni (e i lavoratori) statunitensi chiedevano standard di protezione sempre più elevati.
Vorremmo ricordare a ministri, politici e Confindustria che tutt'ora il danno sanitario da riadioazioni non ammette soglia al di sotto della quale non c'è rischio: dosi comunque piccole - questa è la valutazione della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti - possono innescare i processi di mutagenesi che portano al danno somatico (tumori, leucemia) o genetico. Da qui la lievitazione dei costi per la riduzione di rilasci di radiazioni, si badi, in condizioni di funzionamento di routine, degli impianti. E, a maggior ragione, la questione della sicurezza da incidenti.
Nasce da tutto questo il progressivo abbandono del nucleare civile, che dal 1978 diviene totale per gli Usa e all'inizio degli anni '90 per tutti i paesi Ocse (con la sola eccezione del Giappone), Francia compresa. Di qui il consorzio di ricerca guidato dagli Stati Uniti, Generation IV, che proclama la messa a punto di un reattore che si vorrebbe più sicuro, che usi con maggior efficienza l'uranio, non proliferante e che dovrebbe costare di meno. Il prototipo non è atteso prima del 2025, ma il premio Nobel Carlo Rubbia giudica già insufficiente il programma.
In questo quadro è incredibile parlare di energia pulita e poco costosa: il Department of Energy situa a 0,06 euro il prevedibile costo del kWh al 2010 e vien da sorridere se si pensa al costo del vento e alla sua formidabile espansione, altro che nucleare, su scala mondiale.
Certo, le imprese elettromeccaniche devono pur lavorare e forniscono impianti per esempio a Cina e India, ma continuano a non piazzarli in casa: solo gli enormi incentivi del provvedimento di Bush fanno dire alla Exelon, una delle principali elettriche Usa, che, in virtù di quegli incentivi, partiranno un paio di impianti entro il decennio, ancora di terza generazione, come di terza generazione è quello che si annuncia in Francia in mancanza di meglio.
È questo che ci propongono Governo, politici e industriali? Attendiamo chiarimenti.
Dai reattori alle scorie, un'eredità ingombante
Eleonora Martini
L'Italia sarebbe pronta, secondo la visione del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, per il ritorno alla produzione di energia atomica. Eppure, a distanza di vent'anni dalla chiusura delle centrali nucleari, il paese è ancora alle prese con lo smaltimento delle scorie radioattive derivanti dall'attività di quegli impianti e stoccate in alcuni depositi temporanei, o lasciate esattamente là dove sono state generate. Senza contare i rifiuti che ancora non ci sono ma che verranno fuori dallo smantellamento delle quattro centrali spente e in «custodia passiva» da diciotto anni, e dai quattro impianti di sperimentazione del ciclo del combustibile nucleare.
Quando infatti verranno completamente smontati (il termine usato è decommissioning) i quattro reattori nucleari attualmente sotto gestione dell'Enel - Caorso (Emilia), Trino Vercellese (Piemonte), Latina e Garigliano (Lazio) -, e i quattro impianti che erano al servizio del ciclo del combustibile - Itrec (Basilicata), Eurex (Piemonte) Pec (Emilia Romagna) e Cirene (Lazio) -, i circa 80-90 mila metri cubi di rifiuti che ne deriveranno dovranno essere posti in sicurezza per 100 mila anni, il tempo necessario per il decadimento radioattivo.
A questi vanno sommati, secondo un dossier che Legambiente ha stilato a novembre scorso e secondo l'inventario curato dalla stessa Apat, circa «250 tonnellate di combustibile irraggiato - pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese -, e i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria». Per un totale di circa 25 mila metri cubi di rifiuti radioattivi presenti ancora sul territorio italiano. Nel 2003 il governo Berlusconi e la Sogin (la Società di gestione degli impianti nucleari finita più volte nelle polemiche per una discutibile gestione del generale Carlo Jean), avevano progettato di accumulare questa montagna di scorie in un unico sito a Scanzano Ionico, in Basilicata. Non se ne fece nulla perché «il sito non era stato studiato con rilievi sul campo, ma solo con indagini bibliografiche», come spiega Legambiente.
Attualmente tutte le centrali, tranne Caorso, sono state svuotate delle scorie radioattive e dal combustibile irraggiato che vi erano stoccati. Fino a qualche anno fa ce n'erano 950 metri cubi a Latina, 2.200 a Garigliano, 780 a Trino Vercellese (dove giacevano nella piscina di decadimento anche 47 elementi di combustibile irraggiato pari a 14,3 tonnellate), e 1600 a Caorso (assieme a 1032 elementi di combustibile irraggiato). È proprio qui, nella centrale piacentina, che è rimasta l'ultima tranche di 235 tonnellate di combustibile irraggiato da trasferire entro il 2008 in Francia per essere vetrificate grazie alla tecnologia della Framatome, la ditta che ha vinto la gara per il trattamento. La vetrificazione però non risolve il problema della radioattività: perché siano ridotte a scorie di seconda categoria, meno pericolose e longeve, andrebbero incenerite. Per quanto riguarda invece lo smantellamento, fissato entro il 2015, degli impianti destinati al trattamento del combustibile e alla ricerca scientifica, che hanno anche la funzione di piccoli depositi di rifiuti radioattivi, Legambiente calcola una spesa di circa 862 milioni di euro.
Ma sul groppone, a distanza di più di venti anni, all'Italia sono rimasti anche i depositi di scorie, sia quelli di terza categoria (le più pericolose da stoccare per centinaia di migliaia di anni) che quelle di seconda (generalmente di natura ospedaliera, meno pericolose e con un tempo di decadenza radioattiva di poche centinaia di anni). I più grandi sono tre, quello di Saluggia in Piemonte, la Casaccia, il centro di ricerche dell'Enea vicino a Roma, e a Rondella (Basilicata). Senza contare le 5 mila tonnellate di grafite radioattiva ancora da smaltire, dell'impianto di Latina dove era in funzione un reattore di fabbricazione britannica a gas-grafite. Nel sito piemontese di Saluggia ci sono 110 metri cubi di liquidi radioattivi per i quali è prevista la cementificazione dei silos, una procedura lunga validata dalla commissione tecnico-scientifica ma che richiede ancora molti anni. Il deposito della Casaccia invece è destinato a stoccare solo rifiuti a bassa radioattività. Infine a Rondella, l'impianto Itrec contiene 3 metri cubi di liquido radioattivo, anche qui in attesa di cementificazione, e ancora 64 elementi di combustibile irraggiato da trattare (in tutti questi anni ne sono stati «lavorati» solo 20). Il problema è che stiamo parlando di Torio, un elemento di cui nessuno vuole occuparsi in Europa. Altra tecnologia, americana. Quello che è stipato a Rondella infatti è il risultato del primo trattamento effettuato con il metodo della centrale nucleare americana Elk River, dove negli anni '60 venivano spedite le scorie e i combustibili radioattivi.
Insomma, non sembra proprio un paese pronto a tornare all'atomo.
L’Africa è il continente che sarà colpito più duramente di tutti dal cambiamento del clima. Piogge e inondazioni inimmaginabili, siccità prolungate, conseguenti raccolti andati a male, rapido processo di desertificazione – volendo citare soltanto alcuni dei sintomi del riscaldamento globale – di fatto hanno già iniziato ad alterare l’aspetto del continente africano. I più poveri e i più vulnerabili tra gli abitanti di questo continente saranno particolarmente colpiti dagli effetti delle temperature in aumento: in alcune aree dell’Africa le temperature sono salite a un ritmo doppio rispetto al resto del pianeta.
Nei Paesi ricchi, l’incombente crisi climatica è motivo di preoccupazione, in quanto essa avrà un impatto sia sul benessere economico sia sulla vita delle popolazioni. In Africa, però, regione che non ha contribuito quasi in nulla al cambiamento del clima (le sue emissioni di gas serra sono irrilevanti rispetto a quelle di altre zone industrializzate del pianeta), la crisi climatica determinerà la vita o la morte.
Di conseguenza, l’Africa non deve tacere a fronte delle realtà del cambiamento climatico e delle sue cause. I leader africani e la società civile africana devono essere coinvolti nel processo decisionale globale su come affrontare e risolvere la crisi del clima, con metodi efficaci e al contempo equi.
Per questo motivo, quando i capi di Stato del G8 si sono incontrati all’inizio di giugno a Heiligendamm in Germania, ho inviato loro un appello nel quale sollecitavo i Paesi industrializzati a dare il buon esempio, essendo essi inoltre i principali responsabili del cambiamento del clima. Ora, quindi, i leader dei Paesi industrializzati devono intraprendere i passi decisivi e risolutivi volti a contrastare il cambiamento del clima. Essendo inoltre loro i principali inquinatori, i Paesi industrializzati hanno altresì la responsabilità di aiutare l’Africa a ridurre la sua vulnerabilità e ad aumentare le sue capacità di adattamento al cambiamento del clima. I Paesi industrializzati devono mettere in essere i meccanismi atti ad aumentare i finanziamenti, rendendoli costanti nel tempo e affidabili, destinati alle prime vittime della crisi del clima, in Africa e in altre regioni in via di sviluppo.
Sappiamo che tra ambiente, governance e pace esiste un legame preciso molto profondo ed è essenziale pertanto che la nostra definizione di pace e sicurezza sia allargata fino a includervi una gestione consapevole e responsabile delle limitate risorse della Terra, come pure una loro spartizione più equa. Il cambiamento del clima rende quanto mai impellente la necessità di tale ridefinizione.
Affinché gli esseri umani utilizzino e condividano in modo più equo e giusto le risorse che la Terra offre, i sistemi di governo devono essere maggiormente dinamici e inclusivi. La popolazione deve provare un senso di appartenenza. Le voci delle minoranze devono essere ascoltate, anche se poi sarà la maggioranza a decidere. Sono necessari sistemi di governo che rispettino i diritti umani e la legalità, e promuovano spontaneamente l’equità.
Molti dei conflitti e delle guerre si combattono per avere accesso o il controllo o la distribuzione di risorse quali acqua, carburanti, terreni da pascolo, minerali e terra. Del resto, è sufficiente pensare al Darfur: negli ultimi decenni il deserto del Sudan Occidentale si è ampliato a causa della siccità e di piogge occasionali, fattori imputabili al cambiamento del clima. Di conseguenza, i coltivatori e gli allevatori si sono scontrati per contendersi la poca terra arabile e l’acqua, mentre leader privi di scrupolo hanno approfittato di questi conflitti per scatenare violenze di massa. Sono state uccise centinaia di migliaia di persone. Molte di più sono profughe tra vere e proprie campagne di intimidazione, stupro di massa e rapimenti.
Gestendo meglio le risorse, riconoscendo il rapporto che esiste tra gestione sostenibile delle limitate risorse e conflitti, avremo invece maggiori probabilità di prevenire le cause profonde delle guerre civili e delle guerre in generale, e di conseguenza creeremo un mondo più pacifico e più sicuro.
L’ambiente, in ogni caso, si degrada poco alla volta e la maggioranza delle persone potrebbe non accorgersene: se sono povere, egoiste o avide, potrebbero essere troppo concentrate sulla propria sopravvivenza o sulla necessità di soddisfare le proprie necessità più immediate e i propri desideri e non preoccuparsi per le conseguenze delle proprie azioni. Sfortunatamente, la generazione che distrugge l’ambiente potrebbe non essere la medesima che ne pagherà le conseguenze. Saranno le generazioni future a dover affrontare le conseguenze delle azioni devastatrici dell’attuale generazione.
La responsabilità di affrontare i problemi ai quali ci troviamo di fronte – ivi compresa la crisi del clima – in tempo utile per il bene comune impone ai governi una volontà politica visionaria, e al mondo delle corporation una responsabilità sociale.
Per quanto concerne il clima siamo chiamati tutti a fare qualcosa di concreto. Molti Paesi che hanno vaste foreste e una considerevole copertura di vegetazione proteggono la loro biodiversità e godono di un ambiente sano e pulito. Alcuni di essi, però, si dedicano a un accanito disboscamento e abbattimento di alberi o attingono alla biodiversità lontano dai propri confini. È pertanto estremamente importante iniziare a considerare il nostro pianeta un tutt’uno, e adoperarci a proteggere l’ambiente non soltanto a livello locale, ma soprattutto a livello globale.
Le pressioni per sacrificare le foreste e far spazio per gli insediamenti umani, l’agricoltura o l’industria sono continue e non potranno che aumentare in un mondo surriscaldato nel quale il clima è sempre più instabile. Da un punto di vista politico, è estremamente più conveniente e opportunistico sacrificare il bene comune a lungo termine e la responsabilità intergenerazionale per la convenienza e i vantaggi del presente. Ma dal punto di vista morale è nostro dovere agire per il bene collettivo. Abbiamo la responsabilità di salvaguardare i diritti delle generazioni, di tutte le specie, che non sono in grado di farsi sentire. La sfida globale del cambiamento del clima ci impone di non pretendere niente meno di questo, dai nostri leader come da noi stessi.
L’autrice, Premio Nobel per la Pace 2004, è membro del Parlamento del Kenia e fondatore del Green Belt - copyright Ips Columnist Service - Traduzione di Anna Bissanti
Uno dei grandi successi iniziali del Mercato comune (oggi Unione europea) parve essere la politica agricola.
Essa stabiliva, appunto, che tutta la produzione dei Sei paesi fondatori (Francia, Germania, Italia e Benelux) venisse messa in comune e protetta dalla concorrenza estera mediante dazi alle frontiere. Ogni anno si riunivano i ministri e stabilivano i prezzi validi per i 12 mesi successivi: tot per un quintale di grano, tot per un ettolitro di latte, tot per la carne, per il burro, per l’olio e così via. Il prezzo veniva fissato in modo che anche il produttore meno efficiente trovasse il suo rendimento. Se non riusciva a vendere il suo prodotto sul mercato libero, quel che restava veniva, comunque, acquistato e stoccato da Bruxelles al prezzo stabilito. Chi ci guadagnava di più erano naturalmente gli agricoltori più efficienti – francesi, tedeschi e olandesi – che producevano grandi quantità a costi minori e, quindi, con profitti crescenti. In breve il meccanismo incentivò la produzione di quantità enormi e invendibili sul mercato di burro, latte, carne. La linea di coltivazione del grano superò le latitudini abituali e salì verso il nord della Germania. I magazzini comunitari traboccavano di prodotti stoccati.
La politica agricola devastò per decenni i bilanci comunitari, fino a quando si riuscì, almeno in parte, a riformarla sovvenzionando direttamente i contadini. Il meccanismo aveva, peraltro, almeno un vantaggio: manteneva l’integrità del paesaggio agreste della vecchia Europa.
Questo precedente mi è venuto alla mente per la sua analogia con quel che stanno producendo gli incentivi pubblici alla produzione dell’energia eolica. Anche questa volta il fine è «buono»: sviluppare le energie alternative (sole, vento, biomasse, fotovoltaico, ecc.) il cui costo di produzione è troppo alto per competere con petrolio e gas, così come l’agricoltura europea non poteva competere con quella americana. Con la differenza in peggio che questa volta l’integrità di un paesaggio agreste unico al mondo, come quello delle campagne e paesi italiani, viene devastato in partenza con la creazione dei cosiddetti «parchi eolici», foreste di torri di acciaio alte almeno da 110 a150 metri munite di pale che girano vorticosamente quando spira vento sufficiente per produrre energia. Il più delle volte, peraltro, ne producono poca perché le zone prescelte, per lo più collinose, sono scarsamente ventose, ma l’evenienza non conta: costruttori e gestori ci lucrano egualmente. Ho già affrontato il tema («Linea di confine» del 17/3 e del 7/4 us) ma vi torno perché prevale nei mass-media una visione idilliaca di una gravissima operazione speculativa internazionale. Ferma restando la giustezza di sostenere, anche con aiuti pubblici, la creazione di fonti alternative, è evidente che questo impulso va coordinato in un piano energetico nazionale che stabilisca in partenza dove è utile incrementare il sole e il fotovoltaico, dove la geotermia, dove le biomasse (trasformazione dei rifiuti), dove l’eolico per costanza dei venti e salvaguardia del paesaggio, di quanto può essere realizzato con il risparmio di energie convenzionali, quanta energia nucleare conviene importare, ecc. Tutto questo manca e il meccanismo è stato abbandonato al western di un mercato senza regole. Una volta annunciati gli incentivi, che per l’eolico risultano tra i più alti d’Europa e anche del mondo, sia per la costruzione che per la gestione, è cominciata la corsa all’offerta di impiantare le torri, presentata alle Regioni o direttamente ai comuni, affamati di soldi, da parte di gruppi imprenditoriali di lungo corso o sorti per l’occasione e anche di faccendieri di ogni risma ("L’Espresso" del 17/4 ha pubblicato una inchiesta di Marco Lillo, degna di Gomorra, sul coinvolgimento di mafia e camorra). Che queste torri producano energia o girino a vuoto poco importa, i finanziamenti corrono lo stesso. Nel 2006 il Mezzogiorno, dove è stata utilizzata anche la legge 488 per l’industrializzazione, ha speso 468 milioni di euro per torri in gran parte inutili. E’ cominciata anche la devastazione della Toscana, attraverso contributi regionali a fondo perduto oltre alla lucrosissima speculazione sui certificati verdi. Così, se nessuno arresterà lo scempio, dalle colline di Scansano a quelle di Massa Marittima, dall’Aretino ai dintorni di Pisa vedremo moltiplicarsi le torri eoliche accanto a quelle medievali, tra vigneti doc impoveriti, vecchi casali e agriturismi svalutati, paesani offesi e turisti scoraggiati. Vien da citare il Commiato di D’Annunzio dalla Versilia: «... e, se barbarie genera nel vento/ nuovi mostri...».
I piccoli comuni italiani fanno festa perché sanno di essere una risorsa preziosa, sebbene troppo spesso ignorata. Fino a qualche decennio fa non avevano un ruolo, appartenevano a una provincia sorniona che se voleva evadere dal suo isolamento - dorato o subìto - poteva solo guardare alla città. Oggi no. Internet ha reso ogni piccolo nucleo abitato un centro del mondo, diversificato secondo ogni prospettiva e integrato in una rete internazionale di affinità elettive.
E vivere in piccoli centri è oggi un privilegio che spesso permette di fuggire ai problemi delle zone urbane sovraffollate e sovrainquinate. Ma c’è di più. Di fronte alla crisi ambientale che sta emergendo, i piccoli comuni sono più reattivi e pronti a cambiare registro, a diventare luoghi di sperimentazione e di emulazione di buone pratiche.
In primo luogo c’è ancora spazio fisico, agricoltura e suolo non cementificato per intenderci, per mettere in pratica la filiera corta, la coltivazione delle biomasse, l’uso delle energie rinnovabili. Ma poi c’è il tessuto sociale giusto che permette il dialogo con i cittadini e l’attuazione in tempi brevi di nuovi stili di vita. La Lombardia è la regione italiana con il maggior numero di piccoli comuni, ce ne sono 1152 sotto i 5000 abitanti. A Cassinetta di Lugagnano, nell’ovest Milano, il sindaco Domenico Finiguerra combatte strenuamente per salvare il suolo agrario da nuove autostrade e cementificazioni annesse, e fa bene: in vista della scarsità alimentare che aleggia sul mondo i terreni che oggi i palazzinari gli vogliono sottrarre nutriranno la Milano di domani. A Roncoferraro, provincia di Mantova, anche se di abitanti ne ha 6600, da un paio d’anni funziona l’impianto termico alimentato a cippato per scaldare gli edifici pubblici con i pioppi coltivati in zona. Tornando in provincia di Milano, Albairate ha applicato l’elettronica alla raccolta rifiuti e fa pagare i cittadini non sulla base della superficie occupata, ma della quantità prodotta e differenziata. A Rocca Susella, nell’Oltrepo Pavese, 229 abitanti, si sta realizzando un villaggio ecologico a energia rinnovabile. A Mezzago si è istituita la Deco, Denominazione comunale di origine, per favorire il consumo di prodotti locali, come l’asparago rosa: meno chilometri percorsi, meno inquinamento, meno rifiuti. L’Associazione dei Comuni Virtuosi è piena di buoni esempi da imitare: ora tocca ai grandi. A quando, per esempio, la raccolta dell’umido a Milano? Si produrrebbe tanto buon compost per l’agricoltura dei comuni limitrofi e si chiuderebbe un cerchio virtuoso.
Il problema dei rifiuti in Campania ritorna periodicamente di attualità, occupando prepotentemente le prime pagine dei giornali. Le immagini che ci vengono proposte sono sempre più esasperate e drammatiche: piramidi di spazzatura per le strade delle città, proteste che raggiungono livelli di tensione molto alta, scontri, vertici istituzionali di vario genere che si concludono in annunci di risoluzioni puntualmente rivelatesi fallimentari.
Da dove è iniziato tutto questo? Di chi è la colpa? E c’è una soluzione? Gli articoli ospitati su eddyburg analizzano il problema, mettendo a fuoco alcuni aspetti cruciali di quella considerata da più parti un’emergenza. Si tratta di articoli che partono dal 2004.
Antonio Di Gennaro, in due articoli scritti per eddyburg a distanza di un anno circa, evidenzia due questioni essenziali: chi gestisce il ciclo dei rifiuti? Ed è ammissibile esautorare l’autorità pubblica consegnando il potere decisionale alla gestione commissariale? In un articolo del 2004, Privatizzare i rifiuti è sbagliato, spiega come il ricorso al meccanismo del project financing significhi nei fatti delegare ai privati scelte decisive che spettano al pubblico. E’ il privato, infatti, che sceglie dove localizzare i termovalorizzatori, ma lo fa in funzione del proprio profitto più che in funzione dell’interesse pubblico. E così, può accadere che la localizzazione di una struttura così invasiva venga decisa in una zona come Acerra, già interessata da gravi problemi di inquinamento, scatenando immancabilmente le proteste e le rivolte dei cittadini. Ce le descrivono due articoli, Rifiuti, Acerra blocca Napoli di Francesco Pilla su il manifesto e Il vescovo, i verdi, il sindaco rosso. Ecco la crociata dell’inceneritore di Giovanni Valentini su la Repubblica. La seconda questione, sottolineata da Di Gennaro nell’articolo Commissariati straordinari in Campania: emergenza o stato di eccezione?, del 2005, è quella della gestione commissariale. Può l’emergenza giustificare una così prolungata delega dei poteri da parte dello Stato? Con il commisariamento, lo Stato fa un passo indietro e l’emergenza non è più sintomo di un problema ma giustificazione per non decidere.
Gestione commissariale e necessità che la politica assuma le sue responsabilità ritornano in un articolo di Di Gennaro, Discariche e lontre, sempre del 2005, che prende spunto dalla decisione di Guido Bertolaso, neo-commissario, di localizzare a Serre di Persano una nuova discarica, a due passi da un’oasi naturalistica. Su Serre di Persano la polemica si protrarrà ancora a lungo: due anni dopo, nel 2007, il geologo Giovan Battista dè Medici spiega in conferenza stampa come non siano stati valutati siti alternativi per la localizzazione delle discariche (Non hanno cercato siti alternativi). In particolare, si punta il dito contro la decisione di utilizzare cave dismesse, poco idonee da un punto di vista geologico ad accogliere rifiuti e troppo vicine ad aree protette.
Non mancano i dati che danno la dimensione dell’emergenza. Da una parte il rapporto di Legambiente sui reati ambientali, uscito nell’aprile 2007 e riportato da un articolo del il manifesto,Veleni, rifiuti e cemento, ‘o business della camorra: confermato il primato campano per reati ambientali e uno sconcertante giro d’affari delle cosiddette ecomafie. Dall’altra, nel maggio dello stesso anno, i dati dell’APAT, l’agenzia ministeriale per la protezione dell’ambiente, che mettono in luce una situazione di grave rischio igienico-sanitario di tutto il territorio regionale; di questi dati si parla in un’inchiesta del Corriere del Mezzogiorno, riportata integralmente in Campania, la Regione dei veleni.
Alcuni articoli delineano anche alcune possibili soluzioni. Antonio Cianciullo, in un articolo su la Repubblica dal titolo Abusivismo, ecoballe e camorra “Ma cambiare strada è possibile” (maggio 2007), sulla base di interviste a tecnici ed esperti, indica la raccolta differenziata come primo importante passo verso la risoluzione del problema.
Più articolati gli interventi di Guido Viale. In un articolo su il manifesto del 22 maggio 2007, Che fare della mondezza campana, fa una puntuale analisi delle molteplici cause che hanno decretato lo stato di emergenza, ricostruendo l’infinita “catena di errori”. In un altro articolo uscito su la Repubblica il 2 giugno 2007, Quali misure per l’emergenza rifiuti, vengono indicate alcune possibili soluzioni: nel momento in cui il flusso dei rifiuti aumenta considerevolmente, la soluzione non sta solo nel loro smaltimento attraverso discariche e termovalorizzatori, ma anche nella loro riduzione, attraverso, ad esempio, la raccolta differenziata e la limitazione degli imballaggi.
Il 2008 inizia nel segno dell’emergenza, con la riapertura della discarica di Pianura chiusa nel 1996. Molti gli articoli inseriti tra il 5 e il 10 gennaio. Antonio Di Gennaro, nell’articolo scritto per eddyburg Crisi dei rifiuti e crisi della politica, punta il dito contro l’istituzionalizzazione dell’emergenza.
Michele Serra, su la Repubblica, se la prende con chi governa, in particolare con la Regione, perché non è riuscito a mettere mai in discussione scelte palesemente sbagliate ( Rifiuti, ancora roghi e scontri. La UE minaccia sanzioni); Massimo Serafini, su il manifesto ( Una politica usa e getta), e Roberto Saviano, su la Repubblica ( Ecco tutti i colpevoli della peste di Napoli), sottolineano invece il ruolo da protagonista della camorra, soprattutto nello smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Saviano, in particolare, parla dei consorzi pubblici-privati come del “sistema ideale per aggirare tutti meccanismi di controllo”.
Enrico Pugliese, nell’articolo Tutto si spiega: è un mistero napoletano uscito sul il manifesto, pone alcuni interrogativi: perché non si è mai fatta chiarezza sull’appalto di Impregilo per la costruzione del termovalorizzatore di Acerra? E’ l’incapacità politica o la camorra a impedire la raccolta differenziata dei rifiuti? O la verità, forse, è che la camorra è anche un buon capro espiatorio per coprire le inefficienze della politica? E attendono una risposta anche le Sette domande sui rifiuti poste da eddyburg, che coprono sinteticamente l’intero arco dei problemi: dalla quantità dei rifiuti prodotti fino alla gestione politica della questione.
Il geologo Giovan Battista dè Medici, a un anno dalla fine della sua collaborazione con il Commissariato straordinario, ripropone in un’intervista uscita sull’ Unità ( «Folle farla qui, è zona vulcanica») le sue tesi sull’inidoneità dei siti prescelti per le discariche. E sempre sull’ Unità un’intervista a Francesco Forgione, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che propone drasticamente la fine dei commissariamenti ( «Il sistema dei commissari è criminogeno»).
Di fronte agli scontri di Pianura, però, ancora una volta gli inceneritori vengono proposti come la risoluzione definitiva del problema, dimenticando che quello di Aversa, se e quando venisse completato, non riuscirebbe a smaltire le piramidi accumulate nemmeno a pieno regime. E chi si farebbe carico del rischio connesso alla combustione di ecoballe di cui nessuno garantisce la sicurezza? Queste le considerazioni di Guido Viale nell’articolo uscito su il manifesto Incenerire è un po’ morire.
La raccolta differenziata, con la separazione dei rifiuti umidi da quelli secchi, e una limitazione degli imballaggi sono due soluzioni immediatamente praticabili e meno costose degli inceneritori: sono queste le tesi di fondo di due articoli pubblicati su il manifesto il 10 gennaio 2008, Il mondo in scatola di Gabriele Polo e Due sacchetti per uscire subito dall’emergenza, di Paolo Cacciari.
Di possibili soluzioni e di come trarre vantaggio dallo smaltimento dei rifiuti parla anche Mario Tozzi in un articolo uscito su la Stampa il 12 gennaio 2008, Dove i rifiuti diventano una risorsa.
L’articolo di Giovanni Valentini, La grande balla delle ecoballe, del 14 gennaio, approfondisce la questione dell’appalto del termovalorizzatore di Acerra e della relativa inchiesta della Procura di Napoli. Guido Viale, nell’articolo pubblicato su il manifesto il 16 gennaio, Quattro soluzioni per il problema dei rifiuti, ritorna sulle soluzioni immediatamente realizzabili per affrontare l’emergenza, sottolineando ancora una volta la necessità di produrre meno rifiuti. Elio Veltri, su l’Unità del 17 gennaio, evidenzia un altro aspetto, la scelta di concentrare gli inceneritori in aree già pesantemente inquinate (Rifiuti, uno scandalo italiano).
Con l’avvio del piano del neo commissario straordinario De Gennaro, inizia il viaggio dei rifiuti verso le altre Regioni: la Sardegna è la prima ad offrire la propria disponibilità, scatenando scontri che prendono direttamente di mira il Presidente Soru. Antonietta Mazzette, in un articolo scritto per eddyburg, Quando la politica diventa violenza, riflette sulla tendenza a reagire con una violenza spesso inaudita di fronte alle cause più disparate: oggi sono i rifiuti, domani una partita di calcio.
Sempre dalla Sardegna, Giorgio Todde commenta gli scontri con ironia e amarezza , sottolineando come mentre nel resto d’Italia si commenti positivamente l’immediata disponibilità dell’isola, a Cagliari si scatenino le proteste e le violenze (L’immagine). E sempre in un articolo scritto per eddyburg, Guardare al di là di Napoli, Lodovico Meneghetti guarda all’emergenza campana da un punto di vista più generale, considerando i rifiuti solo l’ultima prova di un’Italia che “mangia” il suo territorio.
Da più parti, le proteste campane vengono additate come tipico caso di protesta NIMBY: lo storico dell’ambiente Marco Arniero spiega invece come in America i territori più inquinati siano anche i più poveri che spesso non hanno altra via d’uscita che la protesta organizzata (Un archivio delle lotte di resistenza ambientale da Serra a Pianura).
Le violenze e gli scontri continuano ad attirare l'attenzione dei media, un po' meno riescono a farlo i veri colpevoli del disastro campano: nell'articolo Perchè sono tutti colpevoli , uscito su la Repubblica il 2 febbraio 2008, Carlo Bonini prova a farne qualche nome, più e meno noto. Roberto Saviano nell'articolo uscito su la Repubblica il 4 febbraio, L'anima perduta della monnezza di Napoli, cerca di spiegare perchè gli abitanti preferiscano tenersi la spazzatura piuttosto che aprire le discariche: in un territorio con elevati tassi di mortalità per cancro, la discarica appare infatti un rimedio peggiore del male che si propone di risolvere.
In una corrispondenza per eddyburg da Piombino del 15 febbraio (Commissariamenti e poteri speciali anche in Toscana), Paolo Bonisperi racconta la previsione di smaltimento dei rifiuti dell'Italsider di Bagnoli presso il porto di Piombino. Ancora una volta, emergono follie emergenziali e assenza di programmazione: Piombino dovrà costruire delle vasche di smaltimento per i rifiuti di Bagnoli senza aver prima smaltito i propri.
Ben presto, ci si rende conto che le proteste degli abitanti non sono poi così infondate. A dirlo è proprio Gianni De Gennaro, costretto ad ammettere che i siti da lui stesso indicati per la riapertura delle discariche sono totalmente inidonei. Oltre ad un articolo pubblicato il 16 febbraio sul Corriere della Sera (Rifiuti, De Gennaro: piano irrealizzabile), ne parla anche Antonio Di Gennaro in un commento scritto per eddyburg (Carte false).
Le dichiarazioni del prefetto De Gennaro, riportano ancora una volta la discussione sul problema economico e sociale che sta alla base della questione rifiuti, e non solo in Campania. Guido Viale, in un articolo pubblicato su la Repubblica il 5 marzo (Come vincere la sfida dei rifiuti) spiega che non basta affidarsi alla tecnologia – il termovalorizzatore – ma che bisogna intervenire sui consumi e sulle abitudini per risolvere radicalmente l'accumulo dei rifiuti.
Oltre a quelli sull’emergenza campana, eddyburg ospita altri articoli sul problema dei rifiuti. Veleni, mafie e discariche: è il Sud la pattumiera d’Italia è un’inchiesta di Giovanni Valentini per la Repubblica, del 21 ottobre 2004, che racconta in particolare le criticità ambientali della Puglia. Sempre di Valentini è un articolo sull’emergenza rifiuti in Sicilia, Le due Italie divise anche dai rifiuti, del 29 agosto 2005; all’articolo, in cui l’autore si dimostra a favore dei termovalorizzatori purchè realizzati in un’ottica di “ambientalismo sostenibile” assumendo un posizione critica verso gli ambientalisti, risponde Legambiente Sicilia con un comunicato pubblicato su eddyburg il 31 agosto 2005 ( A proposito di “ambientalismo sostenibile”: qualche precisazione dalla Sicilia).
Nell'articolo del 29 agosto 2005, Ultima spiaggia sulla plastica, l'autore Niall Ferguson pone il problema dell'inquinamento marittimo: in particolare, pone il problema dei rifiuti di plastica che soffocano le spiagge e che vengono abbandonati in mare.
La necessità di ripensare i sistemi di produzione delle merci per affrontare radicalmente il problema dei rifiuti è il tema di fondo dell’articolo di Marco Niro, Inceneritori: perché?, pubblicato su megachip.info nel dicembre 2006.
E poi, naturalmente, la metafora di Italo Calvino, Leonia, la città seppellita dai rifiuti, che era nascosta in altri scritti di eddyburg e che abbiamo riportato in evidenza in occasione della discussione in atto
L’approccio al parco cittadino è di solito riduttivo: un momento di tregua dal traffico, un frettoloso godimento estetico di una natura artefatta sebbene reale rispetto a quella dei cartelloni pubblicitari o delle finte edere di plastica che tappezzano certe facciate. C’è ben di più dietro un’area verde urbana. Qui alberi e prati assorbono acqua dal suolo e la fanno evaporare dalle foglie: il processo abbassa la temperatura dell’aria circostante nei mesi estivi. Ecco perché un’area verde rende più vivibile la canicola di città rispetto a un ardente parcheggio asfaltato. Nel parco il suolo non è stato sigillato e impermeabilizzato ma respira, è vivo, ospita un’immensità di insetti, funghi e batteri che mantengono in attività il ciclo degli elementi. Una cacca di cane sul marciapiede è uno scomodo rifiuto e basta, sul suolo vivo verrà in breve distrutta da un esercito di organismi che la trasformeranno in nutrimento per i vegetali.
Questo è il modo in cui funziona, da miliardi di anni, l’ecosistema, e il suolo rappresenta l’anello di chiusura del ciclo rifiuti-nutrimento. Una goccia di pioggia che cade sul cemento defluisce rapidamente nelle fognature, e se la precipitazione è violenta, rischia di allagare le cantine.
Una goccia che cade su un suolo vivo penetra in profondità, alimenta la vita e la falda idrica e si depura: la berremo molto tempo dopo quando le pompe degli acquedotti saranno andate a cercarla sottoterra. Gli alberi, gli arbusti, il prato, offrono anche rifugio a uccelli e altri animali che in molti casi contribuiscono ad abbattere un’eccessiva infestazione di insetti, divorano zanzare e altri parassiti. Insomma, là, nel parco, si svolge qualcosa di molto più importante della sola passeggiata con il cane e i bambini: si dipana l’essenza stessa del funzionamento del pianeta.
Se percepita e vissuta, questa consapevolezza ha un grande valore formativo e didattico: in un mondo sempre più virtuale e artificializzato, ricordarsi, anche a pochi metri dai quartieri più urbanizzati, di quali sono le regole ferree e ineludibili dell’antichissimo gioco della vita, di cui anche noi volenti o nolenti siamo parte, è una necessità per la nostra sopravvivenza. Eppure c’è chi non sembra curarsi di questi valori fondanti. Ruspe e betoniere ogni giorno divorano in modo irreversibile il nostro suolo e ciò che ci vive sopra. Il bosco di Gioia non c’è più. Quisquilie, era solo un ettaro. Ora è il momento delle minacce ai grandi parchi periferici, parchi che hanno un valore in più, chiamandosi "agricoli": ci sono sì il suolo e il verde, ma c’è pure l’agricoltura, quella millenaria ammirata da Cattaneo, la più raffinata del mondo, c’è la cascina lombarda che da sempre è stata nutrimento della città e della sua economia sostenibile, oggi mortificata dai cibi che arrivano via aerea da oltreoceano. Anche a Cascina Campazzo, due passi da piazza Abbiategrasso, le ruspe rombanti sono pronte a sloggiare le vacche. Al posto del distributore di latte fresco avremo lattine di Coca-Cola.
"Vento, vento portami via con te..." recitava una celebre canzone degli anni Quaranta che si dice inducesse Mussolini a gesti di scongiuro, dopo un rapporto della polizia in cui si segnalava come spesso il finale venisse cambiato in "... portalo via con te". Quell’aria mi è tornata alla mente leggendo la lettera di protesta inviatami dal segretario generale dell’Anev (Associazione nazionale energia del vento), Simone Togni, che si dice «dispiaciuto», per la mia rubrica intitolata «Il vento soffia miliardi a scapito del paesaggio» ("Repubblica" del 17 us). Eppure è proprio così, checché ne dica il gentile rappresentante dei promotori dell’eolico che mi accusa di «non voler vedere gli aspetti positivi di questa tecnologia pulita... mentre l’unico impatto reale è quello paesaggistico e proprio per combatterlo l’Anaev ha sottoscritto un protocollo che impegna i nostri associati al rispetto di regole virtuose, protocollo sottoscritto anche da Wwf e Legambiente».
Dopo aver ribadito con incauta noncuranza che l’unico inconveniente sarebbe quello «visivo» (per cui basterebbe chiudere gli occhi per evitare il fastidio?) lo scrivente cambia le carte in tavola e si produce in una difesa ad oltranza delle energie rinnovabili, su cui siamo cento volte d’accordo, con l’avvertenza, per contro, a non confonderle tutte nello stesso cesto, perché l’eolico, se esteso nelle dimensioni già in atto e, ancor più in quelle annunciate (20.000 pale su piloni di cemento di 120 metri – ma anche di 170 – e conficcati per 25 m nel terreno), devasterebbe il paesaggio italiano, soprattutto quello collinare e dei clivi montani. Bisogna inoltre calcolare che per trasportare turbine e pali occorre una rete di ampliamenti stradali e di nuove arterie dove far passare migliaia di autotreni in andata e ritorno in zone con forti pendii, sovente geologicamente franose, occorrono inoltre scavi per centinaia di chilometri per gli elettrodotti, nuove linee elettriche aeree, cabine, piazzole, installazioni di illuminazione delle turbine per la sicurezza aerea. Tutto a carico della spesa pubblica statale e locale. Una vera e propria follia dietro cui, però, come diceva Shakespeare, vi è sovente una «logica». In questo caso la logica di una fruttuosa speculazione all’italiana, con profitti sicuri per i costruttori e gestori degli impianti e aggravio per le bollette degli utenti sui quali verrà scaricato il sovrapprezzo energetico. In uno studio del Wwf, favorevole in linea di principio ad una razionale utilizzazione dell’eolico si legge: «La valorizzazione dell’energia prodotta da impianti eolici che beneficiano dei certificati verdi (che i produttori di energie alternative possono rivendere alle industrie inquinanti per farle rientrare contabilmente nei parametri di Kyoto, ndr) ammonta a circa 190 euro per mwh (il MegaWatt equivale a 1000 kiloWatt, ndr). In gran parte d’Europa l’incentivazione, ad esempio in Germania, è compresa tra i 55 e gli 87 euro per mwh. L’elevata remunerazione garantita dal meccanismo di incentivazione in Italia ha quindi determinato una corsa all’eolico negli ultimi anni». Su tutto ciò il portavoce dell’Anev tace, ma sorvola anche sul fatto che la vantata Convenzione con le organizzazioni ambientaliste è scaduta e il Wwf non l’ha rinnovata perché, come mi scrive il segretario generale, prof. Michele Candotti, «non ha avuto impatti pratici e non si è arrivati a una posizione comune e ad un consenso sulle linee guida per la localizzazione degli impianti».
Alla lettera è allegato uno studio su quel che sta avvenendo nelle varie Regioni. Cito qualche breve passaggio: «Da un rapido esame su tutti i procedimenti autorizzativi regionali si evince che la potenza eolica installata o autorizzata è stimabile in circa 5000 mw, di gran lunga superiore ai 2500-3000 mw previsti per l’intera Italia... I progetti presentati solo da Sicilia, Calabria, Sardegna, Puglia e Basilicata ammontano ad oltre 12.000 mw!... Se alcune regioni hanno inserito ultimamente dei tetti massimi ciò non ha impedito che venissero approvati impianti in aeree ad alta vulnerabilità ambientale o eccedenti per ben sei volte (Sicilia) le capacità di distribuzione della rete elettrica. Ne emerge un quadro desolante caratterizzato da innumerevoli esempi di malagestione territoriale... con conseguente degrado di siti protetti, la scomparsa di comunità faunistiche di rilievo, l’adulterazione di paesaggi plurivincolati, il degrado di valori storici, archeologici e culturali». A questo punto il Wwf invoca almeno una moratoria per bloccare e regolare la sfrenata "bora" che rischia di devastare il Bel Paese.