Una Regione buttata al vento. Trasformata in una selva di pale eoliche alte cento metri, che stanno crescendo sui crinali, intorno ai borghi medievali, a pochi metri da tesori archeologici come Pietrabbondante e Sepino. Sull’utilità dell’eolico si può discutere. Ma qui si sta stravolgendo il paesaggio di una terra. Andate in Molise, consultate le carte ufficiali, le denunce di Italia Nostra, Wwf, Via col vento e delle associazioni degli abitanti: ci sono progetti per tremila pale. Una ogni chilometro quadrato. “In tutto 187 impianti, alcuni anche di venti “mulini” alti come grattacieli di centocinquanta metri. Su 136 comuni della Regione, ben 96 presto potrebbero essere invasi. Per gli altri 40 la sorte non sarà molto diversa: saranno assediati dai colossi del paese accanto. Senza contare i 3 impianti off shore che potrebbero nascere davanti alle spiagge di Termoli. Il Molise produrrà più energia eolica della Sicilia, sei volte più estesa”, racconta Giuseppina Negro del Wwf Molise. Un assalto silenzioso. Il Molise è terra splendida, ma remota, dimenticata dalla politica e dai giornali. Governata da Angelo Michele Iorio, governatore e senatore Pdl, famoso per una polemica su parenti e amici negli ospedali di mezza regione (Iorio detiene la delega all’Energia dopo la polemica rinuncia dell’assessore Franco Marinelli).
Il business
Qui si sono date appuntamento decine di società pronte a realizzare impianti. Ci sono colossi del settore, ma anche imprese con una manciata di addetti, molte con sede in Campania. Un dettaglio che ha fatto rizzare le antenne all’Antimafia: “La maggioranza delle società saranno sicuramente a posto – commenta un investigatore – ma l’eolico, proprio in Campania, è uno dei business preferiti da imprese in odore di camorra”.
Intanto la gente del Molise combatte da sola: manifestazioni e cortei. Fuori dalla Regione, però, nessuno ne parla. Allora eccoci a Pietrabbondante. Alzi la mano chi la conosce. Eppure qui si trova uno dei più straordinari anfiteatri del nostro Paese: un semicerchio di pietra costruito dai Sanniti nel II secolo avanti Cristo. In queste giornate di inizio estate a salire fin quassù, a mille metri, sembra di volare: davanti hai tutto il Molise. A Est le montagne che si sciolgono in colline verso l’Adriatico. A Ovest il chiarore del Tirreno. Intorno i crinali. Lo stesso paesaggio che aveva negli occhi Francesco Jovine quando negli anni Quaranta scrisse il suo Viaggio nel Molise: “Di qui si vede tutta la vallata, ampia, austera, solitaria, a boschi, a macchie, a burroni, a botri. Terra varia, tormentata da rocce, da valloni, da frane, ma tutta coltivata con sapienza antica; quella stessa che conoscevano i Sanniti”.
Sfregio all’ambiente
Pietrabbondante era la città sacra dei Sanniti. All’estero sarebbe una meta per milioni di turisti. Ma il teatro è coperto di erbacce. Intorno, come funghi, decine di pale. L’ultima sberla potrebbe arrivare nei prossimi giorni: il Tar si deve pronunciare sul ricorso contro un impianto da 13 pale a un chilometro dall’anfiteatro.
Immaginate se fossimo vicini al teatro di Taormina. Un’insurrezione. Qui tutto avviene nel silenzio. Michele Petraroia, consigliere regionale del Pd, da anni lancia appelli che cadono nel vuoto: “Ma da soli non abbiamo la forza per fermare l’invasione. Purtroppo che cosa si celi spesso dietro gli investimenti nell’eolico sta emergendo dalle inchieste in mezza Italia”.
Giovanni Tesoni, il sindaco di Pietrabbondante (centrodestra), si è arreso: “Ho detto sì all’impianto”, esordisce. Aggiunge: “Sarei contrario, queste rovine mi stanno a cuore… da bambino ci venivo a giocare”. Allora? “Dall’anfiteatro vedi decine di pale nei comuni vicini. Il danno è fatto. E poi le casse del Comune sono vuote. O costruiamo gli impianti o tagliamo i nostri boschi, non abbiamo altre entrate. Le rovine portano ventimila persone l’anno, 50 mila euro, ma il Comune non vede un centesimo. Vanno tutti allo Stato che qui fa lavorare sei persone, ma non tagliano nemmeno le erbacce”. Il noto archeologo Adriano La Regina, dopo essersi battuto per Roma, è una delle poche voci a difesa del Molise (l’altra è quella Vittorio Sgarbi): “Il Sannio è una terra straordinaria. Rischia di perdere una ricchezza molto maggiore di quella dell’eolico. A Pietrabbondante non ci sono solo il teatro e il tempio. Sulla montagna ci sono fortificazioni sannitiche. Proprio lì è previsto il nuovo impianto”, spiega La Regina.
Non basta. “Non abbiamo nemmeno i soldi per altri scavi”, allarga le braccia Tesoni. Già, i resti dei Sanniti emergono ovunque. Seguite Giulio, cercatore di funghi di Frosolone, vi porterà a Civitanova del Sannio. “Una mattina mentre andavo a porcini mi sono trovato davanti questi massi”, racconta. Dalla vegetazione emerge un enorme muro. È un forte dei Sanniti, roba di duemilacinquecento anni fa.
Addio limiti
Questo è il Molise. Come a Sepino. La Regina lo descrive così: “È una città romana perfettamente conservata: mura, torri, porte. Sul teatro si sono inseriti i palazzi del Settecento, sembra un piccolo teatro di Marcello (a due passi dal Campidoglio, a Roma, ndr) in mezzo ai campi”. Ma Sepino la sua battaglia l’ha appena persa: il Consiglio di Stato ha dato il via libera a un impianto di 18 pale. È la legge regionale a permetterlo. “All’inizio – racconta Giuseppina Negro – era stato previsto un limite di distanza per gli impianti, ma il Governo ha impugnato la legge… strano, soltanto quella del Molise”. Così sono arrivate le nuove linee guida: “E addio ai limiti previsti”.
Ma non ci sono soltanto i siti archeologici. San Pietro Avellana, Macchiagodena, Guglionesi, Riccia, San Martino in Pensilis, succede dappertutto. Come sui pascoli selvaggi di Acqua Spruzza a Frosolone. Siamo a milletrecento metri, su un altopiano popolato da cavalli allo stato brado e mucche. Camminando in mezzo a papaveri e ginestre all’inizio non te ne accorgi, poi ecco quel rumore continuo, martellante. Decine di pale eoliche prendono a sberle l’aria. Questa diventerà la colonna sonora nella vita della gente del Molise. A tutte le ore, ogni giorno dell’anno. Roba da impazzire. Se anche ti tappi le orecchie le hai davanti. Ovunque tu vada non potrai scappare.
Era stato il fiore all'occhiello del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dell'ex ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola. Il percorso intrapreso non sembrava ammettere sbandate, deviazioni o rallentamenti: il ritorno dell'energia nucleare in Italia era un obiettivo primario ed imprescindibile dell'agenda di governo, anche a fronte della scarsissima popolarità (e dei numerosi timori) che questa "tecnica energetica" riscuote ancora oggi in Italia.
Tre giorni fa la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della sentenza numero 215 del 9 giugno 2010, con la quale la Corte Costituzionale ha decretato un vero e proprio stop alla corsa all'atomo del governo italiano.
La legge incriminata è la numero 102, del 3 agosto 2009, conversione del decreto-legge numero 78. Con essa, all'articolo 4, il governo apriva alle procedure d'urgenza per la costruzione di nuove infrastrutture per la produzione di energia elettrica, da leggersi più comunemente come "nuove centrali nucleari".
Il governo aveva piena potestà esclusiva in materia di trasmissione e distribuzione e competenza congiunta con le regioni per quanto concerne la produzione e, quindi, la collocazione dei nuovi impianti.
Le nuove centrali rientravano in un piano di urgenza "in riferimento allo sviluppo socio-economico" (non a caso la legge in questione è il famoso "pacchetto anti-crisi") e si stabiliva la loro edificazione per mezzo di capitali "prevalentemente o interamente privati".
Ai fini di attuazione, il governo istituiva la figura di uno o più Commissari straordinari del governo, con poteri esclusivi e totali in tema di nuovi impianti energetici, al punto tale da poter scavalcare tutti gli enti coinvolti (a partire dai comuni e dalle regioni) per la scelta delle nuove sedi nucleari nazionali.
E' stato proprio il mix tra "ragione d'urgenza" ed "utilizzo di capitali privati" e la privazione dei poteri decisionali delle regioni in materia ad aver condotto la Corte Costituzionale a cassare l'intero articolo, nei commi che vanno dall'1 al 4.
Secondo quanto stabilito dalla suprema corte di giustizia italiana, "trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato. Invece la disposizione impugnata stabilisce che gli interventi da essa previsti debbano essere realizzati con capitale interamente o prevalentemente privato, che per sua natura è aleatorio, sia quanto all’an che al quantum".
Inoltre, per quanto concerne la depotenziazione delle regioni in materia, la Corte Costituzionale afferma che "se le presunte ragioni dell’urgenza non sono tali da rendere certo che sia lo stesso Stato, per esigenze di esercizio unitario, a doversi occupare dell’esecuzione immediata delle opere, non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi".
E conclude deliberando che "i canoni di pertinenza e proporzionalità richiesti dalla giurisprudenza costituzionale al fine di riconoscere la legittimità di previsioni legislative che attraggano in capo allo Stato funzioni di competenza delle Regioni non sono stati, quindi, rispettati".
Quanto stabilito dalla Consulta, ancora una volta nel silenzio quasi tombale della stampa nazionale, apre ad una vera e propria svolta in termini energetici e ostruisce, di fatto e sin da adesso, un percorso accelerato verso la creazione di nuove centrali nucleari.
Le procedure d'urgenza, che consentirebbero nell'ordine di 10-15 anni, di avere energia nucleare operativa in Italia, confliggono con la necessità imprescindibile del governo di attribuire i costi di produzione degli impianti ai singoli privati. E l'automatico decadimento delle ragioni d'urgenza, ipso facto, determinano il ripristino automatico della facoltà degli enti locali, ed in particolar modo delle regioni, di appoggiare o rigettare integralmente le scelte operative e territoriali dell'esecutivo nazionale.
Per un governo ancora privo di ministri deputati alla gestione delle questioni energetiche (dalle dimissioni di Claudio Scajola l'interim delle Attività Produttive è ancora nelle mani del premier Berlusconi), non si prospettano tempi facili. Il nucleare italiano è ad un passo dalla morte prima ancora della sua nascita. La battaglia dei governatori Vendola, Errani e Lorenzetti contro il nucleare italiano sembra aver portato ad una prima, gigantesca e, forse per gli stessi ricorrenti, insperata vittoria.
Nota
L'informazone è tratta dal blog di Alessandro Tauro. La sentenza della Corte (scaricabile qui di seguito) naturalmente non sfiora neppure tutte le argomentazioni contrarie e a nostro parere indiscutibili, così come le abbiamo esposte nell'appello Il territorio del nucleare, al quale continuiamo a chiedervi di aderire (f.b.)
Andrea Palladino, Davide contro Golia
Marco Bersani e Corradio Oddi, Per l’acqua e la democrazia
Ugo Mattei, Da uno a venticinque milioni
Francesca Stroffolini, Il privato costa di più
DAVIDE CONTRO GOLIA
di Andrea Palladino
Un milione di firme in due mesi. Il movimento per l'acqua pubblica riparte da cittadini e associazioni. Senza partiti e lobbies, contro la gestione delle multinazionali dei servizi. A luglio le firme in Cassazione. In primavera il voto
Un milione tondo tondo di firme per l'acqua pubblica. Ovvero duecento cinquantamila in più del traguardo che inizialmente il Forum si era dato per questa campagna referendaria. Una gigantesca grande risposta a politiche di governo liberiste. Un movimento in tanti aspetti simile a quello nato all'epoca del G8 di Genova: i partiti sono ospiti, una rete diffusa, capillare e solida di movimenti e associazioni. E' impossibile nelle pagine di un giornale elencare le centinaia di sigle che hanno reso possibile un obiettivo così straordinario. Si possono indicare le aree, sapendo che si sta facendo il torto a qualcuno: i cattolici progressisti insieme ai centri sociali, interi pezzi di sindacato (soprattutto Cgil e Cobas) insieme alle associazioni di consumatori, il mondo ambientalista al gran completo, fino ai lavoratori delle società che gestiscono l'acqua. E poi cittadini comuni, quell'onda che progressivamente cresce attorno al popolo viola, le piazze per la difesa del diritto all'informazione, pezzi di quell'Italia che vuole capire perché siamo il paese più autoritario, più liberista e meno libero d'Europa.
Per capire conviene fermarsi in uno dei banchetti sparsi in Italia: «Acqua pubblica? Non c'è bisogno di spiegare nulla, firmo subito», è la frase più comune. Poi la seconda domanda riguarda il marchio doc: «Non siete per caso quelli dell'Idv, vero?», come chiedeva un'anziana signora a Roma. Domande a fiumi: come difendersi dalle società private, come ribellarsi all'aumento delle tariffe, come fare le analisi all'acqua che beviamo. In un clima che può ricordare le feste di paese. Come quando sulla cima dello Zoncolan, durante il giro d'Italia, sono apparsi i banchetti, scatenando gli applausi dei tifosi. O come a Nettuno, la settimana scorsa, quando le persone hanno lasciato la spiaggia per andare ad ascoltare Ascanio Celestini, e a firmare.
A ripercorrere a ritroso la strada che ha portato alla mobilitazione milionaria, si trovano episodi che raccontano bene quanto vale questo milione di firme. Due erano gli ostacoli solo apparentemente insormontabili, i partiti politici e l'informazione. Partiamo dall'ultimo, è una storia che ci riguarda da vicino. Fino a pochi mesi fa il tema acqua pubblica era sostanzialmente un tabù. E d'altra parte guardando le grandi imprese e i forti poteri finanziari che si nascondono dietro la privatizzazione delle risorse idriche si trovano nomi che pesano nei media mainstream. Grandi gruppi come Acea, ad esempio, hanno tra gli azionisti industriali di peso come Caltagirone, salito oggi al 13% della società romana, pronto a scalare il gruppo in vista dell'ulteriore privatizzazione già avviata da Alemanno. Il nuovo colosso multiutility del Nord, Iride, ha visto l'ingresso pesante di F2I, alla cui presidenza siede il nuovo banchiere di dio Ettore Gotti Tedeschi, a capo dello Ior, la banca del Vaticano. O le potentissime lobby delle acque minerali, budget destinati alla pubblicità in grado di interferire nelle scelte del mondo televisivo. Golia contro le voci che hanno accompagnato in questi anni la crescita del movimento per l'acqua pubblica, raccontando cosa significa privatizzare l'acqua, trovandosi davanti alla porta i tecnici delle multinazionali e i vigilantes pronti a tagliare i tubi se non riesci a pagare.
Il vero ostacolo, quello apparentemente più difficile, è venuto però dai partiti, anche dell'opposizione. Al momento della presentazione dei quesiti fu l'Italia dei Valori, con un Di Pietro particolarmente agguerrito, a cercare di allungare una gamba per lo sgambetto. Prima l'IdV chiese un posto in prima fila nel comitato organizzatore del referendum, dopo aver capito che quell'anomalo movimento poteva arrivare molto lontano; poi forzò la mano, presentando un quesito alternativo - che mantiene il modello privato come una delle scelte possibili di gestione - sul tema dell'acqua.
Segue la questione Pd. O meglio, di una parte del Pd. O, meglio ancora, probabilmente di una parte minoritaria del Pd. Una posizione ufficiale, come è noto, ancora non c'è. Ufficialmente si è espresso contro i referendum e contro la totale gestione pubblica dell'acqua il gruppo che si riconosce nella componente "ecodem". L'impressione è che nell'alta dirigenza conti probabilmente molto il Pd "di governo", quella parte del partito che è storicamente vicina alle gestioni miste pubblico private - vedi il modello Toscana, o il colosso Acea - oggi in forte difficoltà rispetto ad un referendum chiaro e radicale.
I partiti della sinistra hanno invece accolto l'invito del Forum a dare una mano senza protagonismi. Federazione della sinistra, Sel, Verdi, Sinistra critica e PCdL fanno parte del comitato di sostegno al referendum, dando un sostegno deciso ma autonomo.
Quel milione tondo tondo di firme è dunque stato possibile grazie alla mobilitazione nata e cresciuta dal basso, nelle piccole sedi improvvisate di centinaia di comitati locali, abituati ad aprire le porte a cittadini di ogni tipo, arrivati con bollette a tre zeri in mano e magari con l'acqua staccata. Sono comitati dove in prima fila trovi le donne che fanno i conti per prime con la crisi economica e con la scientifica capacità predatoria delle multinazionali dei servizi, o gli anziani, memoria storica della capacità di combattere al minimo odore di ingiustizia. E poi professionisti, operai, insegnanti, precari stufi di essere visti come la parte flessibile del lavoro, stranieri che scoprono come l'Italia non sia quel paradiso promesso e non mantenuto. Un'esperienza di lotte e vertenze accumulate in cinque anni, partite dopo le prime privatizzazioni vere, spacciate per gestione mista.
La macchina organizzativa per i referendum è partita a fine marzo, grazie a volontari e forme creative di autofinanziamento. C'è chi ha creato il gadget richiestissimo delle borracce con la scritta "l'acqua non si vende", chi ha preparato i manifesti che univano il 25 aprile con la liberazione dell'acqua, chi si è ingegnato a realizzare i sistemi informatici per il conteggio delle firme. Ma subito tutti hanno capito la potenzialità dirompente dei tre quesiti: chiedere una gestione pubblica senza se e senza ma, mettendo all'angolo le mediazioni, gli interessi e quel sistema gelatinoso che garantisce lobbies e affari era quello che questo paese aspettava. Non servivano manifesti, campagne pubblicitarie e informazione diffusa. I referendum dell'acqua pubblica vincono proprio perché sono radicali, perché toccano sulla carne viva un paese ferito. Un vero uovo di Colombo.
PER L'ACQUA E LA DEMOCRAZIA
di Marco Bersani (Attac Italia) e Corrado Oddi(FP-Cgil)
In soli 50 giorni un milione di donne e uomini hanno firmato i tre referendum per la ripubblicizzazione dell'acqua. Un risultato straordinario, ottenuto da una grande coalizione sociale promossa dal Forum italiano dei movimenti per l'acqua e dal capillare e reticolare impegno di migliaia di comitati sorti in tutto il Paese. Senza padrini politici, senza grandi finanziatori, nel più completo silenzio dei più «importanti» mass media.
Qualcosa sta succedendo in questo paese. Una nuova narrazione sull'acqua e dei beni comuni, frutto di un decennio di sensibilizzazione e di mobilitazione sociale, è emersa, dimostrando come su questo tema abbiamo già vinto culturalmente. Basta vedere le scomposte reazioni dei fautori delle privatizzazioni - Governo, Confindustria e Federutility in primis - i quali, se solo pochi anni addietro potevano rivendicare apertamente il dogma del «privato è bello», sono oggi costretti a giocare in difesa, a negare di voler privatizzare, a diffondere cortine fumogene sul pericolo referendario. Consapevoli di aver perso il consenso, faticano tuttavia a rendersi conto di come dietro a questa straordinaria mobilitazione popolare ci sia molto di più.
Perché il milione di donne e uomini che hanno sottoscritto i referendum forse non hanno ancora interamente acquisito tutta la complessità del tema acqua e privatizzazioni, ma nel loro incedere a testa alta verso i banchetti hanno dimostrato una forte consapevolezza sulla posta in gioco : mettere uno «stop» all'ideologia del mercato come unico regolatore sociale e invertire la rotta, riappropriandosi dell'acqua e dei beni comuni, che solo una democrazia partecipata e condivisa può gestire a finalità sociali.
Quel milione di donne e uomini sono un nuovo anticorpo sociale che parla all'intero Paese e alla crisi economica, ambientale e di democrazia che lo attanaglia. Dice a chiare lettere che gli attacchi ai diritti sociali e del lavoro, la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni, la demolizione della Costituzione e della democrazia non sono uno scenario ineluttabile, bensì il frutto di scelte politiche ancora una volta dettate da questo governo e dagli interessi dei grandi poteri economici-finanziari.
Quel milione di donne e di uomini sta indicando un'altra direzione : dalla crisi si esce attraverso la redistribuzione del reddito verso il lavoro e i ceti più deboli e attraverso l'appropriazione sociale di ciò che ci appartiene, a partire dal bene più essenziale di tutti, l'acqua. Dalla crisi si esce attraverso un nuovo ruolo del pubblico e della democrazia, che devono essere fondati sulla partecipazione popolare.
In questi mesi, con quest'esperienza, si è costruito uno straordinario laboratorio sociale. Ma sappiamo che è solo il primo passo. Perché dalla vittoria culturale si passi alla vittoria politica, occorrerà, entro la prossima primavera, trasformare questo milione di firmatari in almeno 25 milioni di votanti. Sarà un percorso difficile ed entusiasmante; avrà bisogno di tutte le donne e gli uomini che vogliono liberare l'acqua, rifondare la democrazia, redistribuire la speranza. Oggi possiamo intraprenderlo con nuova fiducia, tutti insieme.
I due autori sono membri del Forum Italiano Movimenti per l'acqua
ACQUA BENE COMUNE-IL MANIFESTO
Da uno a venticinque milioni
di Ugo Mattei
Nessun giornale ha seguito negli anni la battaglia globale contro la privatizzazione dell' acqua tanto da vicino quanto il manifesto. In Italia la copertura mediatica fin qui ottenuta dall' imponente movimento politico che ci ha condotti al raggiungimento dello storico traguardo di un milione di firme per i Referendum promossi dal Forum (www.acquabenecomune.org) e dai giuristi del Comitato siacquapubblica (www.siacquapubblica.it) è stata pressoché inesistente.
Malgrado ciò, la consapevolezza dell' importanza della battaglia politica per i beni comuni che stiamo conducendo incominciando dall' acqua si sta diffondendo a tutti i livelli della società italiana con ritmo più che incoraggiante.
E all' esperienza di lotta italiana, la prima di queste dimensioni in un paese occidentale ricco, cominciano a guardare con interesse e speranza milioni di compagni di paesi lontani, soprattutto in America Latina. Sicché il Forum italiano in questi mesi interpreta l' avanguardia della lotta globale contro il più inquietante e pericoloso fra i saccheggi del bene comune che le multinazionali stanno perpetrando.
Il compito che ci attende di qui a circa un anno è molto impegnativo ma non impossibile. Sul piano giuridico occorre argomentare in modo stringente, per impedire alla Corte Costituzionale di scippare il movimento del suo diritto a far esprimere il popolo sovrano. Abbiamo preparato bene i quesiti, ma non di rado in passato, soprattutto in materia referendaria, la discrezionalità della Consulta si è trasformata in valutazione di opportunità politica. È anche per questo che abbiamo deciso di non fermarci dopo aver raggiunto la soglia di sicurezza (circa 650.000 firme) e che non ci fermeremo neppure ora che abbiam raggiunto la storica cifra a sei zeri!
Sul piano politico bisogna attivarsi fin da subito per portare alle urne circa 25 milioni di elettori per superare il quorum di validità (50% +1 degli aventi diritto) e far rivivere il nostro più importante strumento di democrazia diretta. Ciò rende indispensabile non abbassare la guardia dopo aver consegnato le firme e soprattutto inventare modi creativi per tenere alta l' attenzione e la mobilitazione sul nostro tema (perché Vasco o Ligabue non fanno una bella canzone?).
In ogni caso noi riteniamo che il successo di una battaglia come la nostra dipenda (come peraltro la salvezza ecologica del pianeta) più dalla moltiplicazione di microcomportamenti di attivismo politico che non dalla (improbabile) apertura di un grande dibattito sui media. È assai probabile che, come sempre , i nemici della democrazia diretta utilizzino la strategia di invitare gli elettori ad «andare al mare» per far fallire il referendum piuttosto che misurarsi democraticamente sul merito della questione che stiamo rivolgendo al corpo elettorale.
In pratica quindi ogni firmatario ha un anno di tempo per convincere 25 elettori che non hanno firmato ad andare a votare (anche no!) al referendum sull'acqua entrando così democraticamente nel merito dei nostri argomenti nostri e di quelli dei nostri antagonisti. Un anno per parlare di un tema reale mentre si prende il caffè o sul tram, facendo rivivere la democrazia della partecipazione respingendo quella delle rassegnazione e dell' astensionismo. Basterà che tutti convincano due non firmatari al mese, uno ogni due settimane! E per raggiungere anche qui una soglia di sicurezza, proviamo a convincerne uno a testa alla settimana. Non è impossibile.
Anche ai tempi del referendum elettorale contro la partitocrazia che produsse il crollo della prima repubblica Craxi e gli altri invitarono gli elettori ad andare al mare... Forse fra un anno, con la crisi che morde, matureranno finalmente le condizioni per spazzare questa oscena seconda repubblica fatta non solo di berlusconismo pacchiano ma anche di conformismo privo di speranza.
Il manifesto, pubblica tutti insieme sul suo sito una ricca selezione di scritti apparsi durante questa campagna perché vuole offrire uno strumento in più da utilizzare nel nostro mini-compito personale di persuasione... ricordiamo: due amici alla settimana da subito! Se avessimo avuto i soldi lo avremmo distribuito ai nostri lettori in edicola...ma questa è un' altra storia di beni comuni a rischio di cui purtroppo ci sentirete ancora parlare fra poco.
Il privato costa di più
di Francesca Stroffolini
Nel dibattito originato dai referendum per la gestione pubblica del servizio idrico integrato sembrano fronteggiarsi due posizioni: da un lato quella dei promotori che giustificano la necessità di mantenerne pubblica la fornitura con la natura di «bene comune» e socialmente rilevante dell'acqua, che non può dunque sottostare alle logiche di profitto; dall'altra la posizione di coloro che sostengono la convenienza di affidare al privato la gestione del servizio con la convinzione che questo di per sé garantisca minori costi, maggiori investimenti per il miglioramento della rete di distribuzione e quindi anche maggiore vantaggi per i consumatori in termini di minori tariffe e maggiore qualità. E' proprio questa convinzione che qui si intende brevemente mettere in discussione.
L'osservazione da cui partire è che nei settori regolamentati, come quello idrico, l'Autorità Pubblica non ha le stesse informazioni dell'impresa regolamentata riguardo alle caratteristiche del settore (tecnologia, domanda) e quindi ai costi efficienti di fornitura del servizio. Ne consegue che l'unico modo che ha per indurre l'impresa privata a ridurre i costi è consentirle di appropriarsi dei maggiori profitti che ne derivano. E' questo il meccanismo di regolamentazione del Price Cap, utilizzato nel settore idrico, che fissa un prezzo massimo che non varia, per un certo intervallo di tempo, al variare dei costi. In tal caso qualsiasi riduzione di costo, non modificando il prezzo, si traduce esclusivamente in profitto dell'impresa privata senza alcun beneficio per i cittadini.
Ma se il prezzo è indipendente dai costi, il profitto dell'impresa aumenta anche nel caso in cui la riduzione di costo derivi da fattori esterni non dipendenti dal comportamento dell'impresa: in tal modo il profitto si converte in pura rendita. Inoltre, proprio l'obiettivo del profitto fa sì che l'impresa privata non tenga conto degli effetti negativi che la riduzione dei costi può avere sulla qualità dei servizi né avrà incentivo a realizzare investimenti costosi quali quelli richiesti da manutenzione e miglioramenti della rete di distribuzione dell'acqua che generano benefici sociali di lungo periodo.
L'Autorità Pubblica non ha modo di ovviare a questi problemi, punendo l'impresa nel caso di cattiva qualità del servizio e di perdite nella rete idrica. Uno dei motivi è che la rete idrica è nel sottosuolo e la sua qualità non è accertabile, quando il contratto di concessione è affidato all'impresa privata. Inoltre, soprattutto nel caso di contratti di lunga durata, si possono verificare eventi esterni, non prevedibili al momento del contratto e non verificabili dalle parti, che influenzano i costi degli investimenti e della gestione dell'infrastruttura. Ne consegue la non dimostrabilità delle cause ultime di un'eventuale perdita o interruzione del servizio: comportamento non adeguato dell'impresa, eventi sopravvenuti o iniziali cattive condizioni della rete idrica. Il risultato è che l'Autorità Pubblica non può richiedere l'intervento di un terzo esterno (giudice) per punire l'impresa.
Infine, è opportuno rilevare che, a causa delle elevate economie di scala che caratterizzano il settore idrico, le imprese private sono spesso multinazionali operanti in diversi settori. Tale aspetto, unitamente alla necessità di garantire la fornitura del servizio, pone l'Ente locale in una posizione contrattuale di debolezza rispetto all'impresa privata, in caso di rinegoziazione del contratto per eventi imprevisti (es. aumenti dei costi), comportando inevitabilmente una modifica dei termini contrattuali a favore dell'impresa privata.
Alla luce di queste considerazioni ritengo che il «governo» del servizio idrico dovrebbe articolarsi sui seguenti punti:
a) proprietà pubblica della rete e gestione pubblica dell'infrastruttura e della fornitura del servizio idrico, sottratta alle logiche del profitto;
b) partecipazione e controllo diretto da parte dei cittadini e dei lavoratori alla gestione del servizio;
c) trasferimenti centrali agli Enti Locali per finanziare investimenti infrastrutturali.
Ciò richiama la necessità di rimettere in discussione il processo d'attuazione di un federalismo fiscale che - così come va delineandosi - inevitabilmente comporta la privatizzazione forzata dei servizi locali.
E' un compito irrealistico? Può darsi, ma forse la sinistra ha perso anche per aver scambiato per «realismo» la mancanza di coraggio nell'avanzare proposte davvero alternative rispetto a quelle che sono presentate come direzioni ineluttabili del mutamento nella organizzazione della cosa pubblica.
Mentre il colosso dell´energia Bp si avvia a gestire nell´Atlantico un'altra settimana del più enorme disastro ecologico della storia, il pozzo petrolifero continua ad espellere greggio e ad immetterlo nell´ambiente. L´operazione Top kill, che avrebbe dovuto soffocare la falla, per ora non ha risolto la situazione.
La Casa Bianca, com´è noto, è intervenuta direttamente nella persona del presidente Barack Obama. Egli, in pesante crisi di consensi, ha assunto un atteggiamento laconico, con cui si è sobbarcato con piglio deciso la responsabilità politica dell´accaduto, prendendo perfino un´aria pensosa, quando si è chinato a raccogliere sulla spiaggia un brandello oleoso, simbolo inquietante di un disastro ambientale che ha ormai sovrastato tutte le cognizioni e le capacità di controllo tollerabili.
Non è difficile immaginare come andrà a finire la cosa. Nonostante le preoccupazioni forse eccessivamente apocalittiche di Carol Browner, responsabile dell´ambiente dell´amministrazione americana, sicuramente il rimedio alla fine in qualche modo arriverà. E anche qualora dovesse essere auspicabilmente prima anziché dopo, il danno all´ecosistema si è già consumato irreparabilmente.
Lasciando un momento sullo sfondo però le soluzioni concrete, è quanto mai utile indugiare a riflettere un momento sulle ragioni che hanno reso possibile non tanto il verificarsi del fenomeno, quanto l´esistenza generale di un sistema economico di tal fatta, il quale inevitabilmente potrebbe portare in futuro qualsiasi Paese a trovarsi in situazioni simili se non peggiori dell´odierna.
Tanto per cominciare, l´accaduto ha qualcosa in sé d´istruttivo e di paradossale. E non si tratta dello scontato valore della retorica ambientalista, ma esattamente del suo contrario. I rischi, in effetti, che possono derivare alla natura dalle imprese industriali rivelano direttamente che l´ecologismo non è che un escamotage per sollevare un problema reale dal lato sbagliato, senza indicare e affrettare alcun tipo di soluzione vera e duratura che non sia il successo politico di qualche romantico venditore di sogni.
Mi spiego. Fermo restando il rispetto che si deve per qualunque idealismo, non mi sembra che le tante campagne fatte da eminenti personagi "verdi" in tutto il mondo siano servite a qualcosa fin ora, quando solo nel Golfo del Messico vi sono più di tremila pozzi attivi, affini, per non dire uguali, a quello danneggiato, che continuano ad estrarre petrolio nelle stesse condizioni di sicurezza assicurate da Bp. La marea nera che si espande, insomma, è il simbolo epocale dell´impotenza della politica, nonché l´emblema di quanto diverso sia il problema ecologico nelle sue cause e nei suoi effetti dalla politica ambientale che si continua ad ostentare.
L´interrogativo da porsi, in altre parole, è se abbia senso collocare solo a livello di consenso pubblico emozionale la questione dell´ambiente, quando la più grande e consolidata democrazia del mondo si trova inerte davanti all´onnipotenza delle multinazionali che lavorano l´olio nero. Il punto in questione, in questo caso, è evidente. La democrazia mostra il suo volto oscuro, incancellabile e disumano che, alle volte almeno, si chiama plutocrazia. Dove, cioè, gli interessi economici hanno un´influenza tanto grande, la democrazia finisce per divenire il ricettacolo degli utili micidiali e spregiudicati di colossali industrie petrolifere. Tanto che l´assunzione di responsabilità di Obama è parsa, in fin dei conti, di una debolezza estrema. Se non esiste a monte la forza di imporre e garantire dei criteri ambientali validi per tutti, certamente è impossibile farlo a valle, quando ormai il disastro si è consumato e la Bp si mostra pronta a pagare, senza batter ciglio, una somma pari al debito pubblico italiano pur di risolvere l´intoppo.
Il problema ecologico, in definitiva, insieme alle molte altre questioni cruciali per la sopravvivenza complessiva del genere umano, non può essere il vessillo di movimenti minoritari che speculano sulla cattiva coscienza di tutti noi, ma deve diventare la parte preminente di una nuova agenda etica dell´umanità.
L´alternativa è quanto mai chiara. O gli organismi internazionali, preposti all´elaborazione di regole valide per tutti, saranno in grado in futuro di stilare una tavola dei principi etici che devono indirizzare ovunque i comportamenti di tutti gli operatori economici, oppure ci troveremo sempre davanti a democrazie fragili che non riescono a vincere la tendenza sovrana degli interessi globalizzati delle grandi corporation.
E non si dica che quanto diciamo sia un´utopia impossibile da realizzare. Gli Stati Uniti per decenni hanno fatto prevalere sul mondo intero i loro obiettivi - quasi sempre giusti, per fortuna - governando le Nazioni Unite con il proprio prestigio e la propria influenza politica e militare. Oggi, purtroppo, è giunto il momento in cui i pericoli ecologici e umanitari impongono la condivisione di criteri antropologici ed etici in grado di garantire la sopravvivenza umana degli ecosistemi del pianeta, ben al di sopra cioè delle rendite economiche di qualche oligarchia.
Ed è proprio questo il nodo che Obama deve sciogliere: cambiare la politica, oppure rassegnarsi ad essere un gracile strumento, trascinato dalle onde del potere. Non è possibile, d´altronde, che il mercato vada avanti ad incrementare interessi e profitti dappertutto, mentre l´etica conti solo durante le campagne elettorali, per poi rimanere relegata nelle soffitte delle cancellerie tra le inutili scartoffie burocratiche.
In ultima istanza, l´ecologia è un valore solo se diviene parte fondamentale di un discorso etico universale, il cui compito è proteggere la qualità intrinseca della vita umana dai falsi ambientalisti di facciata e dagli opulenti egoismi di una planetaria casta di speculatori.
Andare a caccia di petrolio tra i vulcani è l'ultima frontiera delle corporation. La missione della San Leon Energy, compagnia irlandese con sede in Italia (in provincia di Lecce e a Roma) punta dritto ai giacimenti del canale di Sicilia, con una concessione ministeriale che lascia carta bianca per una porzione di 482 chilometri quadrati. Che in quei fondali ci siano cospicue riserve di gas e petrolio è noto da almeno 45 anni, quando le ricerche targate Eni individuarono il tesoro sommerso. Quel che allora non si conosceva era la presenza, in quei banchi sottomarini, di un gigantesco vulcano in attività: l'Empedocle, la cui posizione è a poche miglia dalla costa e il cui fermento è certificato dagli studi dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e dalle ricerche di Mimmo Macaluso, partite all'analisi dell'isola Ferdinandea, un piccolo cono di terra che affiora periodicamente per poi scomparire.
L'isolotto è una delle bocche del gigante sommerso. Che qualcuno tentasse di mettere le mani sul petrolio del Canale di Sicilia sembrava impossibile, proprio alla luce della presenza di vulcani in attività. A Sciacca se ne sono accorti quasi per caso. Un foglio di carta appeso all'albo pretorio comunale annunciava per fine maggio il termine utile per presentare le osservazioni contro la richiesta di autorizzazione formulata dalla società irlandese. I documenti presentati dalla San Leon Energy spiegano che le ricerche petrolifere verrebbero effettuate a meno di due chilometri della costa, in un'area dove non solo si trovano straordinari siti archeologici, aree marine protette e riserve naturali, ma soprattutto ci sono i vulcani attivi e un rischio sismico.
Il programma della compagnia irlandese prevede una fase di ricerca e due campagne di trivellazione. La ricerca, secondo i documenti, verrebbe effettuata con uno strumento che si chiama Air Gun, una sonda che spara colpi di aria compressa e crea onde sismo-elastiche. Se i dati relativi alla descrizione dell'area sono grossolani e inadeguati, non migliore l'analisi del rischio relativa al sistema di prospezione sismica. Gli scienziati la chiamano subsidenza antropica ed è il rischio sismico connesso alle campagne di ricerca del petrolio.
Il documento che ha consentito alla San Leon Energy la concessione del ministero dello Sviluppo economico è d'altra parte ricco di incongruità e stranezze. La descrizione delle marinerie costiere del versante sud della Sicilia e delle loro attività è davvero bizzarra. Nelle tabelle tecniche è scritto che a Sciacca, una delle principali sedi della pesca siciliana, esisterebbero solo tre pescherecci attivi nella pesca a circuizione, per poi sostenere che "il traffico marittimo per le motonavi di appoggio e rifornimento sarà limitato a un passaggio giornaliero da e verso il porto di approdo più vicino (presumibilmente Ancona)". Citare Ancona nella relazione dedicata alle ricerche del canale di Sicilia potrebbe significare che la San Leon Energy abbia interessi anche in Adriatico. E in effetti Finbarr Martin Bryant, il legale rappresentante della San Leon Energy, è anche al vertice della Petroceltic Elsa, altra società dublinese. E la Petrolceltic ha le concessioni per le ricerche nell'Adriatico. Entrambe le società, la San Leon e la Petroceltic, hanno sede al numero 6 di Northbrook road a Dublino. Una coincidenza?
Dopo l'addio di Scajola Tremonti ha spolpato all'osso il ministero per lo Sviluppo. La metà dei tagli ai vari dicasteri è infatti piombata su via Molise. Una resa dei conti economica ma soprattutto politica, visto che allo Sviluppo insieme a Romani sono rimasti due ex An come il finiano Urso (viceministro) e Saglia. Del tutto ignari - pare - della scure da un miliardo che si stava per abbattere sul loro portafoglio.
Tra i tagli decisi da Tremonti ce n'è uno che non migliora il bilancio dello stato e sega completamente una delle gambe su cui si regge il sistema di incentivi alle energie rinnovabili. In poche righe (art. 45), il decreto abolisce l'obbligo da parte del Gestore dei servizi energetici (Gse) di acquistare i «certificati verdi» in eccesso sul mercato elettrico.
Una norma anodina che però taglia all'improvviso e retroattivamente oltre mezzo miliardo di incentivi annui destinati a chi produce energia pulita da sole, vento, biomasse, acqua, etc. «In un colpo colpo e senza nessun beneficio per le casse dello stato - attacca Angelo Bonelli dei Verdi - si cancellano le certezze di chi investe nel futuro e si affonda un comparto come quello delle rinnovabili su cui altri paesi investono per creare migliaia di nuovi posti di lavoro».
Il meccanismo, introdotto da Bersani nel 2008, era fatto così: per i suoi impegni europei l'Italia è obbligata a produrre una quota di energia «pulita». Le aziende che non lo fanno perché bruciano petrolio, carbone o gas devono comprare i «certificati verdi» dalle aziende «pulite» come compensazione antiCO2. A fine anno, se si verificano disallineamenti tra domanda e offerta, il Gse interviene per comprare le quote di energia verde in eccesso garantendo stabilità e sviluppo al sistema. I costi finali venivano poi girati sulle bollette dei cittadini in una parte della tariffa A3 pari a circa 7 euro a famiglia all'anno. Il Gse nel 2009 ha acquistato «certificati verdi» in soprannumero per 630 milioni di euro. La stima per il 2010 - causa crisi e calo dei consumi elettrici - è calata a circa 550 milioni.
Al Gestore - che fa da mediatore in questa partita di giro «virtuosa» tra consumatori e aziende - ufficialmente non commentano le decisioni del governo. Ma negli uffici si fa notare che le domande per l'acquisto dei certificati sono già state presentate quasi tutte il 30 marzo scorso e quindi non è chiaro che fine faranno dopo il decreto e l'iter parlamentare.
Per le associazioni di categoria (Anev, Aper, Fiper, Agroenergia) si tratta di un colpo mortale che destabilizza investimenti e piani industriali già in via di sviluppo. Nel solo eolico - denuncia l'Anev - sono impiegati 25mila lavoratori (+5mila in un anno critico come il 2009). Intere aziende, prive di certezze industriali e di incentivi già stabiliti, potrebbero finire in bancarotta. Simone Togni, segretario generale dell'Anev, sottolinea che «l'Italia deve rispettare impegni europei molto precisi» e dunque deve garantire la produzione di energia rinnovabile. Energia che per gli stessi meccanismi dei certificati verdi, a regime «può abbassare le tariffe».
Secondo il Gse la quota effettiva di elettricità rinnovabile è il 18% del totale (il 23% non normalizzato). «La verità - spiegano sempre dal Gestore - è che dovremmo almeno raddoppiare la produzione per portare la quota al 28-35% in modo da assicurare gli obiettivi europei anche quando ci sarà la ripresa e l'aumento dei consumi».
Che al governo Berlusconi non piaccia la green economy è un eufemismo. Nucleare a parte, il sistema è abbandonato a se stesso. Il riordino degli incentivi (a partire dal conto energia per il fotovoltaico) è atteso da più di un anno. Mentre entro giugno il nostro paese presenterà a Bruxelles il «piano d'azione» che la comunità europea chiede a tutti i paesi per rispettare l'obiettivo del 20% di energia pulita entro il 2020. «I tagli alle rinnovabili e le polemiche sugli incentivi servono solo a rendere più 'digeribile' la scelta del nucleare», critica Roberto Della Seta, Pd ed ex Legambiente. Nel 2009 (dati Terna) il 16,3% dell'energia verde italiana è stata prodotta dai fiumi (idroelettrico), seguono biomasse (2,6%), eolico (2,4%), geotermico (1,8%) e fotovoltaico (0,2%).
«Chi semina vento raccoglie milioni» titolavo l’anno scorso una mia rubrica sulle lucrose speculazioni facilitate dalla installazione senza limiti e con fragilissime regole delle torri eoliche in quasi tutte le regioni italiane.
Che non avessimo tutti i torti lo hanno provato, da allora ad oggi, i numerosi provvedimenti giudiziari, con arresti, denunce e provati coinvolgimenti della criminalità organizzata che hanno colpito l´imprenditoria ambigua, fiorita ai margini di industrie di assoluto rispetto, grazie ad un sistema di incentivi considerato il più alto del mondo. Il che suscita una propensione al lucro illecito che infetta in modo trasversale amministrazioni di colore opposto. Se appena ieri è stato il centrodestra ad essere investito in Sardegna dall’autorità giudiziaria per i parchi eolici anche off shore in via di realizzazione, recentemente è qualche ex assessore della giunta Lojero in Calabria ad essere chiamato a render conto di una tangente di 2 milioni e 400mila euro per facilitare l’installazione del parco eolico di Isola Capo Rizzuto «di interesse delle multinazionali amiche», secondo una testimonianza raccolta dall´autorità giudiziaria. Dabbenuomini della politica e professionisti del malaffare non correrebbero certi rischi se i margini di profitto assicurati dietro l´usbergo santificante dell´energia pulita non fossero altissimi. Se, però, torno a richiamare l´attenzione dei lettori sull´argomento non è solo per sottolineare la deriva criminale che ne è scaturita ma per dare notizia di un recentissimo dossier (3 maggio 2010) su «L´eolico in Italia» che fornisce un quadro strutturale aggiornatissimo, anche sul piano delle varie situazioni regionali.
Il dossier è a cura degli Amici della Terra, Italia Nostra, Altura, Cnp, Mountain Wilderness, Lipu Puglia, Ola e il contributo di comitati e associazioni ambientaliste di tutte le regioni italiane. La cosa più nuova che vi abbiamo scoperto è che «gli incentivi possono essere riconosciuti anticipatamente ai titolari degli impianti anche su stime previsionali per l’anno successivo, effettuando un conguaglio a chiusura d’anno con i dati reali di produzione. È evidente che per il gestore della centrale eolica questo si traduce in un ulteriore vantaggio non trascurabile, paragonabile all’accesso al credito agevolato. È altrettanto palese come la stessa società abbia tutto l’interesse a sovrastimare le previsioni di produzione per lucrare sulla disponibilità per circa un anno della differenza di importo, utilizzabile eventualmente per altri investimenti: un prestito a tasso zero. Nessun altro imprenditore potrebbe vantare simili agevolazioni finanziarie. Ancor più per l’eolico off-shore (in alto mare), l’incentivazione è stata maggiorata di un ulteriore 50% rispetto all´eolico a terra, sebbene progetti di questo tipo fossero già stati proposti, e quindi ritenuti remunerativi, prima di tale incremento».
C’è da chiedersi come sia possibile in un periodo di lacrime e sangue, mentre le università sono allo stremo e la Finanziaria taglia a destra e a manca e vengono chiuse perché non c’è più un euro prestigiose istituzioni culturali, e le aziende languono per i ritardati pagamenti dello Stato, che nessuno proponga una riduzione degli assurdi sprechi per l’eolico. Non sarebbe ora di porre un freno? Di definire il mai varato Piano energetico nazionale con norme ferree e programmazione certa? A fine 2009 già scempiavano il paesaggio italiano 4400 torri con una produzione, seppur di scarsa qualità ed efficienza pari al 2% del fabbisogno elettrico (il più delle volte l´imprevedibilità dei venti impone di tenere una riserva "calda", cioè in funzione, di energia tradizionale, con ulteriori costi per far fronte alla domanda), a sua volta corrispondente a una frazione infinitesimale, lo 0,6%, del fabbisogno energetico.
Quanti "anemoni" ci sono dietro questa follia? Comunque nel 2003-2004 le agevolazioni ammontavano a 211 milioni, nel 2007 a 450. Negli anni seguenti si presume un incremento esponenziale.
Il flop della gestione emergenziale
Il piano rifiuti del governo naufraga sotto i colpi della crisi economica. Ieri è stata bloccata la contestata costruzione di una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio. E l'emergenza, passata la campagna elettorale, è dietro l'angolo
«Il Consiglio si impegna a proporre alle autorità competenti l'esclusione della Cava Vitiello dai siti destinati alla ubicazione di impianti di discarica», si legge nel documento approvato ieri dal Consiglio Provinciale di Napoli, una svolta ambientalista che si può comprendere a pieno solo se si legge il primo punto del testo approvato: «Coinvolgere la Regione Campania per un'ulteriore rifunzionalizzazione degli impianti Stir». Tradotto per i non addetti ai lavori, non ci sono i soldi per aprire un secondo sversatoio a Terzigno, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, dopo quello di cava Siri, che probabilmente costerà all'Italia una nuova procedura di infrazione della Comunità europea, che probabilmente ce ne comminerà anche una terza per i Cip6, la tassa che si paga sulla bolletta dell'energia elettrica per le rinnovabili e che invece finisce nelle tasche delle multinazionali dei termovalorizzatori. La prima condanna, arrivata a marzo, per aver messo in pericolo la salute dei cittadini campani ci sta già costando circa 500 milioni di euro di fondi comunitari congelati a Bruxelles. Di più, la provincia - a cui il governo ha affidato per decreto il ciclo rifiuti - si ritrova con le casse vuote e nessuna idea di come prendere in mano lo smaltimento dei rifiuti, ma a Roma, a Palazzo Santa Lucia e Palazzo Matteotti siedono esecutivi di destra e allora non si può gridare al disastro, meglio chiedere con cortesia al presidente Caldoro di riprendersi il problema utilizzando una formula gentile come «rifunzionalizzazione degli impianti» che si traduce nel fatto che il commissariato straordinario non ha messo in piedi nessun ciclo integrato dei rifiuti. È il miracolo dell'immondizia campana, problema risolto in tempo per far vincere le destre in campagna elettorale, ritornato a galla a urne chiuse.
Tra lanci di monete da parte dei comitati civici e primi cittadini che rivendicavano il diritto a scaricare per primi l'immondizia a Terzigno, come fosse una gara, o addirittura che chiedevano la gestione di sversatoi e termovalorizzatori, provocando la rumorosa protesta dei cittadini - «andate a informarvi», «ma chi vi ha eletto?» i commenti più gentili - sono venuti fuori alcuni dati. La cava Siri, attualmente in funzione ma prossima a esaurirsi, ha una capacità di 750mila metri cubi, cava Vitiello ha una capienza cinque volte più grande, 3.500.000 tonnellate, in grado da sola di ingoiare spazzatura per quattro anni, nascondendo ancora la portata del fallimento della politica a livello nazionale e locale. Per questo il sottosegretario Bertolaso non aveva esitato a schierare l'esercito contro le popolazioni per difendere la scelta dei dieci siti da mettere a discarica. Perché la raccolta differenziata in provincia di Napoli galleggia intorno al 16%, quando per legge dovrebbe raggiungere il 65% entro il 2012. I comuni virtuosi continuano a mandare il compost in Sicilia e in Veneto quando in regione sono già pronti 12 siti di compostaggio che, misteriosamente, non entrano in funzione. Non solo, la discarica di Chiaiano è già piena a metà e l'inceneritore di Acerra, inaugurato dall'ineffabile duo presidente del consiglio & l'uomo della protezione civile, continua a non funzionare, tra nuvoloni grigi che intossicano il paese e la linea 1 che dovrà rimare ferma fino a giugno per un misterioso guasto, l'ennesimo. Bertolaso però a dicembre scorso ha dichiarato vinta la battaglia della Campania e ha tolto le tende, lasciando oltre 20 milioni di debiti e le province con l'acqua alla gola. In quanto alle bonifiche, poi, è notte fonda. Nel Parco Nazionale del Vesuvio ci sono dieci discariche abusive e centinaia non censite ufficialmente.
Il miracolo proprio non funziona e allora il consiglio provinciale prova con le buone a bussare dal governatore proponendo di «modificare, unitamente alla Regione Campania, gli atti amministrativi relativi alla attuale programmazione del ciclo dei rifiuti, da trasmettersi al Governo Centrale e al Parlamento Europeo affinché possano essere riviste le posizioni sia economiche che legislative adottate da questi ultimi Enti» per consentire «la riduzione del volume di rifiuti conferiti nelle discariche, nonché la realizzazione di impianti ecocompatibili». Sarebbe bastato ascoltare i comitati.
I COMITATI
Cava Vitiello, la farsa della Provincia di Napoli
Stamane (ieri, ndr) si è tenuta la seduta monotematica del Consiglio Provinciale di Napoli sul tema dei rifiuti ed in particolare sull'apertura della seconda discarica nel Parco del Vesuvio, la Cava Vitiello. In presidio presso la sede del Consiglio in Piazza Santa Maria la Nova si sono radunati i cittadini dei comitati dell'area vesuviana e quelli di Chiaiano e Marano. I cittadini chiedono la chiusura delle discariche di Chiaiano (Cava del Poligono) e Terzigno (Cava Sari), il "no" deciso all'apertura della discarica di Cava Vitiello nel Parco Nazionale del Vesuvio, e un piano provinciale dei rifiuti fondato sul Tmb (trattamento meccanico biologico) e sulla differenziata porta a porta. Un piano, quello proposto dai comitati, che vedrebbe la chiusura delle discariche attuali ed una uscita dall'emergenza definitiva, senza più buchi da riempire e territori da devastare. Una delegazione di circa venti attivisti della zona vesuviana e di Chiaiano e Marano è stata autorizzata ad assistere alla seduta del consiglio.
La "farsa" messa a punto dalla giunta Cesaro è cominciata ben presto con le linee guida tracciate dall'assessore all'Ambiente Giuseppe Caliendo, che ha annunciato che la Provincia intende proseguire sulla strada delle discariche e degli inceneritori. Caliendo ha aggiunto il parere negativo dell'ente di Piazza Matteotti all'apertura della discarica di Cava Vitiello. Peccato che ben presto si è cominciato a comprendere le reali intenzioni della Provincia. L'ordine del giorno presentato dai capigruppo della maggioranza è stato ben presto destrutturato dai comitati presenti in aula.
La Provincia annuncia che le attuali discariche di Terzigno (Cava Sari) e Chiaiano (Cava del Poligono) hanno un'autonomia di ancora 12/16 mesi, dando però nel caso di Chiaiano dei dati di conferimento assolutamente sbagliati. La Provincia segnala in 800 tonnellate al giorno il conferimento che secondo gli enti locali è invece di 1300 tonnellate al giorno. Ciò ci racconterebbe dei tempi notevolmente minori. La Provincia non dice apertamente quando saranno chiuse le due discariche, e addirittura per la Cava Sari parla di un utilizzo prolungato «fino al raggiungimento degli obiettivi del piano provinciale». Non solo, ma i capigruppo di Cesaro annunciano il parere contrario all'utilizzo della nuova discarica di Cava Vitiello nel Parco del Vesuvio «a condizione che vengano raggiunti gli obiettivi del piano». La cosa assurda è che la Provincia si impegna a presentare il famoso piano di cui sopra entro il prossimo 31 dicembre. Insomma tutto sarebbe subordinato al raggiungimento degli obiettivi di un piano che non esiste nemmeno.
Il consigliere provinciale del Prc Tommaso Sodano, che ha presentato un suo ordine del giorno bocciato dal consiglio, ha specificato che «la Provincia dal primo gennaio è l'ente preposto alla gestione delle discariche del territorio provinciale, dunque non si può scaricare su altri enti responsabilità diretta dell'ente».
In questo modo la Provincia dimostra di non avere la benché minima idea di come si gestisca un piano rifiuti. Nell'ordine del giorno, la maggioranza di destra della Provincia fa continuo riferimento alla Regione che però ha competenze solo sugli inceneritori. I consiglieri provinciali delle destra hanno dimostrato ancora una volta di non voler decidere per non assumersi le responsabilità davanti ai cittadini.
LEGAMBIENTE
«Il sottosegretario ha lasciato una bomba a tempo»
Un gruppo di cittadini del vesuviano circonda Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania, all'uscita dalla Sala del consiglio di Santa Maria La Nova. Non hanno potuto assistere alla seduta straordinaria sul caso Terzigno causa posti per il pubblico limitati, ma non sono andati via. Il loro interlocutore è un volto noto tra gli attivisti antidiscarica, tra i protagonisti della video inchiesta sui rifiuti Biùtiful cauntri di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero. «Nessuna buona notizia, cosa hanno detto? E che devono dire...» spiega, il no all'apertura della seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio è una notizia di quelle che non servono a rassicurare.
Del Giudice, l'assessore provinciale all'ambiente anche oggi ha rivendicato come giusta la decisione di aprire il primo sversatoio della cava Sari. Ma lì non vigono le leggi europee per le aree protette?
La motivazione è che si trattava di un'ex discarica legale, ma è una scusa che non regge. Era stata chiusa perché non a norma con l'impegno a bonificarla e invece si sono sommati carichi inquinanti a carichi inquinanti, rendendo il ripristino dei luoghi sempre più difficile. E poi non si considera il consumo di suolo in un luogo di pregio, dove per statuto l'ente parco dovrebbe proteggere la biodiversità.
Eppure ribadiscono che lo sversatoio è a norma e non produce danni per la popolazione e l'ambiente.
È impossibile stimarne l'impatto perché la provincia è la prima a non avere gli elementi. Non hanno volumi di conferimento certi e nemmeno la caratterizzazione dei rifiuti sversati, in questo modo non è possibile individuare l'entità dei danni. Il sottosegretario Guido Bertolaso è stato bravissimo a nascondere i dati fino all'ultimo, ha imposto una coltre di silenzio militarizzando le aree così come tutto il fumo mediatico è servito a nascondere il fatto che non avevano un reale piano per i rifiuti. La sola cosa certa che ha fatto è stata individuare le zone per le discariche in modo da prendere tempo, lasciando la bomba a tempo innescata, pronta a esplodere tra quattro anni.
Una parte dei sindaci del vesuviano però continua a difendere il piano Bertolaso.
Sì, sono gli stessi che nel loro intervento in consiglio hanno confuso una discarica con gli Stabilimenti di tritovagliatura e imballaggio (sono i vecchi Cdr rimodulati per triturare e impacchettare gli scarti di talquale, ndr), sono gli stessi che fingono di non vedere che gli impianti di compostaggio ci sono, sono dodici, e non si domandano come mai non entrano in funzione. La domanda vera è una: con chi ha contrattato il piano rifiuti Bertolaso? Non con le popolazioni, allora sorge il dubbio che la controparte siano state le banche, proprietarie delle ecoballe ricevute in garanzia dalla Impregilo in cambio dei finanziamenti, le stesse che spingono per mantenere questo modello fallimentare a base di rifiuti, discariche e inceneritori tenuti in vita con i Cip6.
«L'acqua è un bene comune, di proprietà collettiva, essenziale e insostituibile per la vita». La disponibilità e l'accesso all'acqua potabile fa parte dei «diritti inviolabili e inalienabili della persona umana, diritti universali non assoggettabili a ragioni di mercato». La Puglia segna un colpo sul terreno della buona amministrazione e della buona politica. Il primo atto della seconda giunta Vendola è una riforma senza precedenti dell'acquedotto pugliese. Il ddl approvato ieri sarà il primo ad approdare nel nuovo consiglio regionale. «Contiamo di approvarlo definitivamente entro l'autunno», spiega l'assessore Fabiano Amati.
E' un provvedimento straordinario per quello che c'è scritto ma anche per come è stato costruito. Questa versione infatti nasce grazie a due diverse delibere dell'ottobre scorso che hanno istituito un tavolo paritetico formato da 5 esperti scelti dalla regione e 5 esperti scelti dal comitato pugliese «acqua bene comune» e dal forum italiano dei movimenti per l'acqua.
Il risultato finale è quasi una bestemmia ai tempi del decreto Ronchi. Il ddl trasforma il più grande acquedotto d'Europa in un «soggetto di diritto pubblico senza finalità di lucro che persegue il pareggio di bilancio» (art. 5). La regione pagherà di tasca propria una quota minima vitale di acqua (stabilita in base alle tabelle Oms) a ogni cittadino pugliese. Tra i nuovi principi che regolano il «servizio idrico integrato» (art. 2) si stabilisce che deve essere «privo di rilevanza economica e sottratto alle regole della concorrenza», affidato «esclusivamente» a una «azienda pubblica regionale» in grado di garantirlo secondo «efficacia, efficienza, trasparenza, equità sociale, solidarietà, senza finalità lucrativa e nel rispetto dei diritti delle generazioni future e degli equilibri ecologici». La regione istituirà due fondi per l'acqua: il primo garantirà i livelli essenziali a livello locale, il secondo (fondo di solidarietà internazionale) finanzierà il sostegno a progetti di «cooperazione decentrata e partecipata» nei paesi in via di sviluppo.
Il ddl precisa infine che gli eventuali utili nel bilancio dell'Aqp saranno finalizzati «esclusivamente al miglioramento del servizio».
Ma come sarà gestita in concreto la nuova società? Il ddl prevede un «consiglio di sorveglianza» aperto a «lavoratori, associazioni ambientaliste, consumatori, sindacati e rappresentanti di comuni e cittadini». Ai vertici dell'Aqp siederanno un presidente e un vicepresidente scelti direttamente dal presidente della regione.
Gli altri tre membri del consiglio di amministrazione invece saranno eletti da un'assemblea di tutti i comuni pugliesi, in base al principio una testa, un voto. Ogni sindaco esprimerà al massimo due preferenze e avrà tanti voti quanti sono i cittadini residenti nel comune all'ultimo censimento. I vertici durano in carica tre anni, possono essere rinnovati una sola volta anche non consecutiva e in caso di gravi inadempienze o inerzia possono essere revocati dal presidente della regione.
Soddisfatti i comitati pugliesi. «E' un disegno di legge inedito nel merito e nel metodo - commenta Margherita Ciervo del comitato regionale «acqua bene comune» - primo perché si sceglie una ripubblicizzazione vera e la partecipazione». E poi perché «sicuramente è la prima volta in Italia e forse anche in Europa che una legge sull'acqua viene scritta in modo congiunto da istituzioni e comitati attraverso un tavolo ufficiale e non una semplice consultazione».
Ovviamente la strada dell'approvazione definitiva non è priva di difficoltà. Finora l'Aqp era una spa a totale partecipazione pubblica. Per prima cosa la Puglia (che possiede l'87% delle azioni) dovrà comprare il restante 13% dalla regione Basilicata. Secondo una stima di Ernst & Young si tratta di una spesa di 12,2 milioni di euro. E poi ci si aspetta sicuramente una battaglia col governo Berlusconi. «La concessione dell'Aqp scade nel 2018 - spiega Amati - sembra lontano ma per la burocrazia è un attimo». Senza contare che non tutto il Pd (vedi area dalemiana) è favorevole a una soluzione di questo tipo per la gestione dell'acqua.
Ma che in Puglia la questione sia piuttosto sentita dai cittadini lo dimostrano le firme raccolte per i tre referendum sull'acqua pubblica: in soli tre week-end ne sono state raccolte 48mila. Ben oltre l'obiettivo prefissato e già quasi un decimo del totale necessario. Sarà un autunno caldo.
Oggi si può contribuire a invertire la rotta per fermare il saccheggio dei beni comuni andando a firmare i tre referendum sull'acqua. Lo hanno capito in tantissimi accalcati ogni giorno ai banchetti di raccolta firme. Il movimento referendario intorno all'acqua "bene comune" costituisce il più entusiasmante segnale di vitalità politica da molto tempo a questa parte. Lo hanno capito centinaia di migliaia di persone, pur frastornate dalle imitazioni fasulle come il referendum dell' Idv o la petizione del Pd che "il meglio è nemico del bene", soprattutto quando a proporre soluzioni migliori rispetto ai tre referendum è chi per anni non ha fatto nulla di concreto per fermare la deriva liberista, la privatizzazione, il saccheggio in cui il nostro paese si è abbandonato. A partire dalla "fine della storia" e dal collasso della prima repubblica.
La battaglia referendaria sull' acqua come bene comune, è oggi una civilissima epifania italiana di un violento scontro globale prodotto da una nuova grande trasformazione che, come quella descritta da Polanyi agli albori della modernità, cerca sempre più di concentrare nelle mani di pochi la ricchezza di tutti. Intorno ai nostri banchetti si sta svolgendo la battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri costituzionali, e l'homo oeconomicus, furbo, speculatore, irresponsabile e pronto a tutto pur di arricchirsi ancora un po'. Una battaglia furibonda che, in una diversa e più drammatica declinazione, abbiamo visto in questi giorni nelle piazze di Atene. Da una parte comunità di persone in carne ed ossa, portatrici di diritti e di preoccupazioni politiche e culturali che affondano le radici nel passato e gettano ponti verso il futuro. Dall'altra le corporation, realizzazione mostruosa dell' homo oeconomicus, che massimizzano il profitto di brevissimo termine senza scrupoli né preoccupazioni per il bene comune, per la storia, per la natura, per la stessa sopravvivenza.
E' la battaglia dell' interesse privato contro il bene comune, qualcosa di ben più grande e ben diversamente complesso rispetto alla riduzione, utilizzata da tanti politici in Italia ed Europa, dell' economia e della finanza contro la politica. Lo scontro è quello fra una retorica bipartisan sulla crescita, lo sviluppo, l'efficienza, la meritocrazia, che altro non è che arbitrio dei Consigli di Amministrazione e una realtà di lavoratori di migranti di persone ordinarie sempre più soccombenti e spremute da processi sociali determinati solo dal profitto. Quasi sempre politica e capitale finanziario stanno dalla stessa parte, che non è quella delle persone.
In questa battaglia non è ammesso non schierarsi, perché la scelta è tra aprire la via a nuovi modelli di governo democratico ed ecologico dell' economia o rilegittimare il modello dominante in crisi e collocarsi così dalla parte del capitale anziché delle persone e delle comunità.
Caro senatore Della Seta, cercare di delegittimare come "schematiche" le posizioni chiare e oneste di quanti dicono «solo chi firma i tre referendum vuole l'acqua bene comune», costituisce una strategia che non sta dalla parte delle persone e dei loro bisogni ma da quella dei Consigli di Amministrazione e del chiacchiericcio da super-vertici tecnocratici. Suvvia! Ha firmato perfino Franceschini!
Oggi, dopo vent'anni, siamo finalmente giunti alla fine della fine della storia. Le code ai banchetti referendari in Italia, come i lavoratori disperati nelle piazze in Grecia, dicono al mondo che bisogna invertire la rotta.
I beni comuni devono rimanere fuori dalle logiche di mercato. Possono essere gestiti solo nell’interesse del territorio cui appartengono, del suo sviluppo e dei suoi abitanti. Guardando al passato si trovano soluzioni di grande modernità, come quelle che le comunità hanno adottato da sempre per amministrare i boschi o gli alpeggi Quando il bene comune diventa una merce
Circa 250 mila cittadini hanno firmato per il referendum "L’acqua non si vende" che, senza scendere in tecnicismi, ha lo scopo di fermare la privatizzazione dell’acqua pubblica. Io sto con loro, firmo; non solo, ma sono a favore delle proposte che stanno arrivando da più parti per rendere effettiva la possibilità delle amministrazioni locali di dichiarare il servizio idrico «privo d’interesse economico», escludendolo così dal pacchetto di servizi da "liberalizzare" secondo il decreto Ronchi. Questo decreto, infatti, consente la privatizzazione degli acquedotti e dei vari servizi idrici collegati, previa gara d’appalto. Così facendo si consentirà a potenti gruppi di interesse economico di trattare l’acqua come fosse una qualunque merce, e quindi di farci pagare non tanto un servizio, come oggi accade in situazioni di gestione pubblica, ma il bene stesso, come se esso appartenesse a chi ce lo "vende". Il privato ha come fine quello di fare utili, le strade possono essere due: aumentare i prezzi o risparmiare sugli investimenti. Sono contro la privatizzazione dell’acqua non perché sia contro la privatizzazione tout court, ma perché il modo di procedere di questo decreto sta consegnando le reti idriche nelle mani di capitalisti senza imporre loro nessuna regola che li obblighi a proteggere l’essenza di quello che è un bene comune.
Questo è l’acqua: una cosa di tutti. Una cosa che tra l’altro comincia a scarseggiare a livello planetario, e quindi fa gola a livello economico. Non va semplicemente comprata e venduta però, va gestita affinché tutti ne abbiano, perché non ci siano sprechi, perché non venga inquinata, o usata per fini industriali e rimessa in circolo senza essere depurata, perché ce ne sia ancora per tanto tempo.
Vorrei però che fosse chiara una cosa: la ragione dell’avversione alla privatizzazione non risiede in una presa di posizione aprioristica contro il privato. In linea teorica nulla vieterebbe una corretta gestione dell’acqua da parte di un privato che se ne assumesse il servizio. Il problema è che una corretta gestione di un bene comune può essere realizzata solo da un attore fortemente radicato sul territorio, che si ponga come obiettivo lo sviluppo di quel territorio, la sua protezione e quella dei suoi abitanti e dei loro diritti. Ed è molto difficile che questo avvenga affidando la gestione dell’acqua anziché a enti locali a società di capitali o a banche.
***
Lcacqua però è soltanto lo spunto per fare una riflessione più ampia. Perché qui stiamo perdendo di vista una cosa intoccabile: i beni comuni devono esulare dalle logiche di mercato. Il che non significa che ci sia una formula esatta per la loro gestione. Intendo dire che non è detto che debba per forza essere lo Stato a farsene carico, deve invece poter partire una reale condivisione: che sia proprietà collettiva a gestione privata, che sia tutto pubblico o che sia un mix delle due cose non ha importanza, perché ci sono formule alternative, vecchie e nuove. Stiamo vendendo o svendendo tutto, dando in gestione a chi ha come unico fine l’accaparramento, mentre certe cose non si dovrebbero toccare. Ricordo un grande del Barolo, l’indimenticato Bartolo Mascarello, che si scagliò contro la curia di Alba, rea secondo lui di aver venduto a dei privati delle vigne storiche, vigne che erano a "beneficio collettivo", tra i migliori cru di Langa.
È solo un esempio delle tante risorse comuni che la nostra Italia sta perdendo, e che avevano resistito anche alle spinte più privatistiche tipiche dell’Ottocento e Novecento. "Vicinie", "partecipanze", "comunaglie", "ademprivi", "società degli originari", demani comunali: boschi, terreni agricoli, spiagge e coste, pascoli, terreni a uso civico che per secoli erano a disposizione di tutti, di cui la comunità si faceva carico per mantenerli e sfruttarli con senso del limite e garanzie per il futuro. Proprietà collettive o insieme di risorse naturali gestite dal Comune, dalla parrocchia, da gruppi di famiglie, reti di vicinato e associazioni, secondo regole complesse che risalgono in molti casi anche al Medioevo. Sono quelli che inglese si chiamano "commons". Ci sono ancora esempi in Emilia, con le partecipanze agrarie che hanno origine ai tempi delle prime formazioni comunali e ancora oggi si trasmettono per discendenza diretta di padre in figlio: enti privati di diritto pubblico che hanno un regolamento per l’assegnazione (a rotazione) delle terre per il diritto d’uso e di coltivazione. Oppure pensiamo alle regole che le comunità si sono sempre date per la raccolta di erba, frutti di bosco, funghi e legname nei terreni comuni.
Perché dobbiamo ridurre tutto a una dicotomia tra pubblico e privato, che è stucchevole quasi quanto quella tra destra e sinistra? Guardo al passato e vedo soluzioni di grande modernità, che potrebbero aiutarci nella gestione dell’acqua, nel ripristino dei pascoli, nel mantenimento dei boschi e degli alpeggi (che stanno tra l’altro diventando sempre più terreno di sfruttamento a danno dei malgari, i quali ogni anno si vedono aumentare arbitrariamente gli affitti per basi d’asta dove spesso corrono da soli, perché gli unici rimasti a fare quel lavoro). Guardo al passato e vedo geniali soluzioni per lo sfruttamento locale delle biomasse (sfalci e legnami da buttare); luoghi dove costruire orti collettivi gestiti magari dai pensionati a beneficio della comunità; un paesaggio difeso e valorizzato; reti idriche locali, all’avanguardia ed efficienti, che garantiscono acqua a tutti, a prezzi tendenti allo zero, se non del tutto gratis.
Bisogna ridare dignità giuridica a queste antiche forme di gestione, perché realizzano ciò che né il pubblico puro, né il privato puro sono in grado di garantire: i beni cui tutti hanno diritto, le risorse delle nostre terre, mari e acque. Ci metto anche il cibo, perché la stessa dignità va riconosciuta a forme di partecipazione collettiva in tema di cibo: che cosa sono i gruppi d’acquisto solidali, gli orti collettivi urbani o il modello della community supported agriculture nato negli Stati Uniti, in cui si prevede l’acquisto anticipato di tutta la produzione di un agricoltore da parte di un gruppo di cittadini che poi si vedono recapitare a casa regolarmente, perfettamente maturi e in stagione i prodotti? Sono cose né pubbliche né private, né leghiste né comuniste, né passatiste né utopiche. Modelli che funzionano, collettivi e innovativi, al di là di schemi stantii che ormai hanno solo più questi scopi: fanno arricchire qualcuno, scarseggiare le risorse di tutti, perdere la nostra libertà, il senso di far parte di una comunità e di avere potere sulle nostre stesse vite, lasciandoci da soli, a pagare bollette sempre più salate.
Il più grosso conflitto ambientale-energetico della storia del Cile ha un decisivo risvolto italiano: Enel. Per difendere la Patagonia cilena dalle enormi dighe progettate da Endesa il vescovo Luis Infanti e i leader del movimento Patagonia Sin Represas sono in missione in Italia. In particolare partecipano come “azionisti critici” il 29 aprile all'assemblea dell'Enel che acquisendo Endesa è diventata azionista di maggioranza dell'impresa Hydroaisèn, proprietaria di diritti dell'acqua e promotrice dell'iniziativa.
Il progetto è di cinque grandi dighe nel cuore della Patagonia cilena, nei fiumi Baker e Pascua, duemilatrecento chilometri a sud di Santiago del Cile. L'energia verrebbe portata a Nord da un elettrodotto altrettanto lungo, una fila di tralicci senza precedenti. Da una parte, dalla parte del progetto, ci sono le promesse di indipendenza energetica, tutta in fonti “pulite”, quali sarebbero le dighe. Dall'altra, dalla parte degli oppositori, non c'è solo l'accusa di devastazione ambientale in una delle ultime macro-aree intatte del pianeta, e lungo i ben 2.300 chilometri necessari per l'elettrodotto.
Ci sono anche divergenze sulle fonti energetiche e questioni di proprietà. I fiumi sono privati, e su questo punto l'iniziativa Patagonia sin represas si salda con la campagna per la rinazionalizzazione dell'acqua in Cile, che fu venduta ai privati dal regime militare. Punto di riferimento della campagna è il senatore Guido Girardi che ha lanciato il logo “Recuperiamo l'acqua per il Cile” e che spiega: “la nostra è stata una delle privatizzazioni più spinte del mondo, non si tratta solo di gestione degli acquedotti ma di concessioni private permanenti sulla proprietà delle fonti e dei corsi d'acqua.” Nel caso specifico del progetto Hydroaysen, il “consiglio per la difesa della Patagonia” non chiede solo di bloccare il progetto delle dighe, ma chiede a Enel di restituire i diritti dell'acqua, acquisiti da Endesa quando Pinochet privatizzò anche i fiumi. “È legale, ma eticamente è una situazione insostenibile, chiederemo a Enel di trovare il modo di restituire questa concessione al popolo cileno” dice il vescovo della regione di Aysen.
Luis Infanti, nato a Udine ma da 35 anni in Cile, ha anche scritto una lunga lettera pastorale, un saggio divulgativo teologico-scientifico e pratico, intitolato significativamente “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”. Dal punto di vista energetico, al posto delle grandi dighe – una tecnologia che Patagonia sin Represas definisce “pesante e obsoleta” - gli oppositori insistono sul risparmio energetico e sul solare, sull'eolico e sulla geotermia. La stessa Enel, con la sua Endesa, ha avviato interventi del genere in Cile, con nuovi capta-tori solari nel deserto del Nord.
La polemica sulle grandi dighe è aperta in tutto il mondo. All'interno della Banca Mondiale, che ne ha finanziate molte, si era aperta una fase di revisione critica sull'opportunità ambientale e persino energetica di questi enormi progetti.
Ma paradossalmente sono state le esigenze internazionali di impegni per la riduzione delle emissioni da petrolio e da gas a far risorgere lo spettro delle dighe giganti. In Brasile la controversia – tra magistratura statale e federale - è in questi giorni sul progetto Belo Monte , contestato anche da artisti internazionali come Sting e Cameron. In Cile il governo è sostanzialmente favorevole al progetto delle 5 grandi dighe ma ufficialmente non si sbilancia. Il neo eletto presidente Pinhera non vuole provocare la opinione pubblica, che secondo i sondaggi dell'anno scorso sarebbe al 52-55% contraria. Per ora i problemi del terremoto hanno posto in secondo piano la questione dighe. Tutto è ancora sotto procedura d'impatto ambientale. Attualmente il duello di carte bollate è ad alto livello. L'impresa Hydroaysèn ora deve rispondere a 1.114 osservazioni presentate dalla “Commissione dell'Ambiente”, una sorta di Arpa cilena che fa anche le Procedure di Valutazione Ambientale. Il Consiglio di difesa della Patagonia aveva riversato sugli uffici della Commissione migliaia di osservazioni firmate dai cittadini, con tanto di scene teatrali di consegna delle casse di documenti. Di queste osservazioni la Commissione ha selezionato una parte, e l'impresa ha chiesto tempo fino al 30 giugno per rispondere. Juan Pablo Orrego, coordinatore di Patagonia Sin Represas, ieri a Milano per il convegno della rivista Valori sull'azionariato critico in vista delle assemblee degli azionisti di Eni ed Enel, ha confidato le sue preoccupazioni. “Enel-Endesa e il loro partner cileno Colbun stanno per dare il via a una nuova offensiva di pubbliche relazioni per conquistare il consenso. Stanno arruolando nuovi manager di alto livello, e soprattutto l'ex direttore della Televisione Pubblica, Daniel Fernandez. La nostra campagna per difendere la Patagonia, una delle ultime zone incontaminate del pianeta è sostenuta da molte organizzazioni nordamericane. Ma ci è difficile arrivare all'opinione pubblica italiana, che potrebbe condizionare Enel”.
Il fotovoltaico è diventato una delle tecnologie portanti del nuovo modello energetico che si sta affacciando grazie alla terza rivoluzione industriale, la "rivoluzione verde". Vi sono tuttavia crescenti perplessità sul suo uso intensivo e centralizzato, che coinvolge molti terreni agricoli d´Italia e d´Europa.
Se si configura secondo il modello energetico cui siamo stati abituati, il fotovoltaico rischia infatti di fare danni quali erosione dei suoli, perdita di fertilità, di terreni agricoli, di biodiversità, cibi e sovranità alimentare.
Sia chiaro: il fotovoltaico rimane centrale nella rivoluzione energetica, bisogna soltanto fare in modo che non comprometta altre risorse utili e sfrutti invece la miriade di spazi a lui più adatti. Sono questioni che vanno prese seriamente come dimostra uno studio scientifico dell´Arpa Puglia inviato alla Regione il 2 marzo scorso. Nel 2009 la stima dell´Arpa è che siano stati installati in Puglia impianti fotovoltaici per 738 MW, impegnando una superficie agricola di circa 2.214 ettari, mentre nei primi due mesi del 2010 sono giunte richieste d´installazioni a fronte di altri possibili 1217 ettari rubati all´agricoltura: un vero boom, giustificato dallo sforzo dell´amministrazione di portarsi avanti nel raggiungimento del famoso obiettivo 20-20-20 (la riduzione del venti per cento delle emissioni di CO2 e l´implementazione del 20 per cento dell´energia totale prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020). Sforzo apprezzabile ma che in questo caso merita cautela: questi impianti hanno un impatto ambientale da tenere assolutamente in considerazione se, come sta avvenendo, sono fortemente concentrati in alcune aree.
Con distese enormi di pannelli fotovoltaici i suoli sottostanti perdono permeabilità; l´attività biologica tende a morire dando luogo a fenomeni di desertificazione che ne decreterebbero l´infertilità e aumenterebbero il pericolo di alluvioni. Inoltre non si può calcolare che succederà quando tutti questi pannelli andranno smaltiti.
Si tenga poi conto che le reti energetiche che abbiamo non sono ancora pronte a tali incrementi: basti il dato che in Puglia le perdite di energia per trasmissione sulla rete ammontano a circa il 70 per cento dell´energia prodotta da fonti rinnovabili.
"Andiamoci piano con i pannelli", verrebbe da dire, ma il problema vero non sono i pannelli: è una visione che risente ancora della vecchia logica centralistica delle energie fossili, secondo cui bisogna "concentrare" in poche centrali la produzione, quando invece le fonti del 20-20-20 (il sole, il vento, l´acqua, la biomassa) sono per loro natura distribuite e non concentrate come l´uranio, il gas, il carbone o il petrolio.
Questa idea che le energie rinnovabili vadano raccolte in "grandi centrali" anziché in milioni di piccole installazioni distribuite, è l´ibrido per cui le energie del futuro andrebbero prodotte secondo le logiche del passato. Ciò provoca l´equivoco di fondo secondo cui l´energia rinnovabile sarebbe "sostenibile" per definizione, mentre non è così. Se si creano dei danni ambientali, anche il fotovoltaico (e qualunque altra tecnologia rinnovabile) diventa "insostenibile".
In realtà c´è un modo sostenibile di inserire il fotovoltaico nel mix energetico e nel contesto agricolo. Per farlo bisogna privilegiare l´autoconsumo e la produzione più distribuita possibile. In pratica questo si traduce con politiche mirate a portare il fotovoltaico sui tetti in ambito urbano e industriale - e in luoghi abbandonati, come capannoni o strade dismesse - mentre per quanto riguarda l´ambito agricolo, a seguire regole che lo rendono compatibile con la sovranità alimentare del territorio e la produzione locale del cibo.
Esistono oggi tecnologie come il fotovoltaico su serra; quello per azionare pompe irrigue e sistemi di refrigerazione o altri consumi legati alla trasformazione: sono sostenibili. Per quanto riguarda i terreni coltivati poi, nulla vieta di utilizzare pannelli montati su piloni abbastanza alti da permettere la coltivazione dei prodotti nella terra sottostante.
All´impiego in aree agricole bisogna però aggiungere le enormi potenzialità in ambito urbano e industriale: da uno studio condotto in Sicilia, emerge che anche utilizzando soltanto il 6,5 per cento delle superfici disponibili su fabbricati sia residenziali, sia industriali nella regione, si potrebbe ottenere una potenza superiore a quella complessiva già installata su tutto il territorio nazionale.
Un modello distributivo di questo tipo, oltre a permettere un´integrazione nel tessuto urbano, industriale e rurale, garantisce anche un altro enorme vantaggio: la redistribuzione della ricchezza prodotta dall´energia. Si darà lavoro a migliaia di piccole e medie aziende installatrici e se ne creeranno di nuove; ma anche il cittadino, il piccolo imprenditore e chiunque disponga di una superficie adatta, potranno godere del reddito supplementare ventennale garantito dall´incentivo statale.
La sfida futura per i governi sarà quella di promuovere un modello distribuito: le regioni che per prime lo implementeranno permetteranno a tutti, e non solo ai grandi gruppi finanziari e alle banche, una reale uscita dalla crisi e una crescita duratura e legata alle risorse del territorio, a sistemi di economia locale.
c.petrinislowfood.it
Sul manifesto di domenica il presidente di Publiacqua spa Erasmo D'Angelis tesse le lodi del modello toscano di gestione dell'oro blu. Assumiamo pure che la Toscana (o Cuba) siano, per ragioni di cultura politica generale, modelli «virtuosi» di misto.
Questo fatto, proprio come l'argomento per cui in certe realtà italiane a gestione pubblica le cose vanno malissimo, nulla apporta contro la necessità e la superiorità teorica del modello di gestione democratica ed ecologica dell'acqua che si ritiene di poter raggiungere tramite il referendum. Innanzitutto, la presenza di un pubblico disastroso non sta a significare che il suo "commissariamento" da parte del privato sia la soluzione migliore. A parte il fatto che esistono anche esperienze interamente pubbliche estremamente virtuose (mi piace ricordare qui quella di Cuneo), dobbiamo aver ben chiaro che il modello misto pubblico-privato declinato in funzione del profitto, garantito dalla legge Galli e poi da quella Ronchi, costituisce il miglior brodo di coltura dell'affarismo partitocratico ed autoritario. Esso pone le premesse istituzionali per la divisione leonina di costi e benefici (costi pubblici, benefici privati) laddove i secondi non sono solo benefici economici tout court per gli investitori privati (Acea, ecc) ma anche benefici per il personale politico o parapolitico coinvolto nella gestione mista. Si tratta di vantaggi altrettanto privati anche se meno visibili, che si concretizzano in termini di favori privati all'elite politica, se non direttamente in quattrini per le campagne elettorali. Non mi stupisce affatto che questo modello di gestione del "pubblico interesse", tipico di gran parte del terzo mondo, possa purtroppo aver coinvolto anche l'acqua cubana. Il problema è la confusione fra l'interesse pubblico e quello delle élites politiche.
Ciò naturalmente vale anche per altre questioni, come per esempio la gestione dei rifiuti, e ancor più vistosamente le grandi opere pubbliche come la Tav o il Ponte sullo Stretto. Questo mi pare spieghi sia alcune delle posizioni del Pd, che continua a difendere il misto "for profit garantito" utilizzando la più screditata delle idee, quella per cui i soldi per gli investimenti li metterà il privato, sia la posizione che sta emergendo nell'Idv.
Premesso che nel Pd esistono posizioni apertamente referendarie quali quella di Roberto Placido, premiato con oltre 11.000 preferenze nel disastro del centrosinistra piemontese, mi pare chiaro che la posizione dei cosiddetti ecodem può soltanto considerarsi ipocrita. Ma come si fa a pensare che nel Parlamento più impotente della nostra storia repubblicana, dove una maggioranza trasversale larga come poche altre difende per le ragioni suddette il "misto for profit garantito" (dall'acqua all' energia, alle grandi opere) possa avere qualsiasi speranza di passare una riforma che non garantisca al 100% i saccheggiatori del bene comune? Proprio questa osservazione ha convinto l' intero arco di forze del "Forum Acqua Pubblica" ed il "Comitato Rodotà sì acqua pubblica" a convergere convintamente sulla soluzione referendaria. Realisticamente, infatti, tanto la legge di iniziativa popolare sull'acqua voluta dal Forum, quanto il progetto di legge delega sui beni pubblici della Commissione Rodotà non avrebbero forza politica sufficiente in questo Parlamento se non sostenuti da un imponente movimento di massa quale quello che potrebbe essere innescato dal referendum. A maggior ragione il referendum convince tutti quanti hanno a cuore il vero interesse pubblico (non quello delle élites di partito), per il fatto che i tre quesiti che abbiamo elaborato, attaccando direttamente il modello di gestione mista "for profit garantito", pongono serie premesse teoriche per un nuovissimo modello di governo ecologico e democratico dei beni comuni, ispirato all'art. 43 della Costituzione, che finalmente inverta la rotta neoliberista.
E veniamo a Di Pietro. Ero presente con i compagni del Forum all'incontro con l'Idv (Di Pietro, De Magistris, Brutti) del 12 marzo scorso e. pur nello sconforto generale per un clima davvero povero dal punto di vista democratico, ero rimasto favorevolmente colpito per il fatto che Di Pietro avesse detto espressamente di voler far propri i nostri tre referendum. Su premesse comuni culturalmente e politicamente così nette e avanzate, avevo ragionato, si troverà certamente un'intesa di metodo. Mi ero sbagliato. Credo ora semplicemente che Di Pietro, fatti due conti, si sia reso conto di essere ormai parte di quell'élite politica il cui interesse privato, come quello di tutto il fronte partitocratico antireferendario, è ben servito dal "misto for profit garantito". Come dicono i resistenti della Val Susa: sarà dura!
Immaginerò di essere un inviato francese in Italia per le elezioni regionali. Il fatto è che durante una sua trasferta in Francia, qualche tempo fa, Berlusconi fece delle spese. Comprò delle piccole sculture in bronzo, dei cosmetici, se non sbaglio, e quattro centrali nucleari.
In Italia sarebbe stato macchinoso, e per di più c’era stato il referendum del 1987, e l’80 per cento di No. Poi perfezionò quel suo acquisto privato firmando a Roma un contratto con Sarkozy. In Italia l’ostilità di principio al nucleare era naturalmente diminuita rispetto ai giorni di Chernobyl, ma le obiezioni di merito erano caso mai rincarate. Una spesa colossale – caricata, chiacchiere a parte, sul denaro pubblico; tempi lunghissimi per una quota molto bassa – chiacchiere a parte, il 4,5% dei consumi finali di energia; militarizzazione dei siti e pacchia di ecomafie; preoccupazioni insuperate sulla sicurezza e soprattutto la certezza di non sapere che cosa fare delle scorie, comprese quelle del nucleare già dismesso.
Una spesa simile sarebbe andata a scapito delle energie rinnovabili. Ma un’obiezione di fatto soverchiava le altre: dove sarebbero state piazzate le centrali? Potete scommettere che neanche l´amministratore delegato dell’Enel – cioè la persona più affezionata al balzo in Borsa garantito dal programma nucleare – accetterebbe una centrale nel proprio giardino, nemmeno sotto tortura. Infatti, in una trasmissione televisiva del dicembre scorso, l’amministratore delegato, che dev’essere un umorista e un tecnico della trasparenza, dichiarò di sapere dove sarebbero state situate le centrali, ma non lo avrebbe rivelato nemmeno sotto tortura. La tortura da noi non esiste, non ai piani alti, e così il governo tacque a sua volta sul sito delle centrali a venire. In verità, per fare le cose in regola, votò in agosto una legge che rinviava di sei mesi la comunicazione dei siti designati: solo che i sei mesi scadevano alla fine di febbraio, e le elezioni regionali, mannaggia, erano alla fine di marzo. Dunque: acqua in bocca.
Nel frattempo, come succede per i nostri segreti di Pulcinella, l’elenco dei siti era stato reso pubblico da fonti benemerite. Bene: l’inviato francese che deve riferire in patria dello stato dell’affare ha preso nota. Una centrale a Chioggia? «Sì al nucleare, ma niente centrali in Veneto», ha proclamato il candidato Zaia. A Fossano e Trino? «Il nucleare è la soluzione –ha detto il leghista Cota – ma mai in Piemonte». Formigoni ha chiarito di essere per il nucleare, ma non in Lombardia, e «non in questo momento». Magari a Palma di Montechiaro, in Sicilia? «Ci batteremo a costo di barricarci per impedirlo», ha avvisato Lombardo. A Oristano? «In Sardegna non c’è posto per le centrali», ha tagliato corto il governatore Pdl Cappellacci. Latina, Montalto? «Nel Lazio non ce n’è bisogno», ha assicurato la Polverini. Forse a Mola di Bari, Nardò, Manduria? «Sono favorevole al ritorno al nucleare», ha detto il candidato Pdl Palese. Ah, ecco. «Però non in Puglia!» Ah, appunto. L’abruzzese Chiodi è stato laconico: «Sono favorevole, ma non in Abruzzo». Ci mancherebbe altro. Non cito i governatori e i candidati del centrosinistra perché grazie al cielo non uno di loro è favorevole al ritorno al nucleare. Che cosa scriverà dunque l’inviato francese? Il quale peraltro non avrà mancato lo spettacolo del coro dei candidati in piazza San Giovanni, nel quale si giurava fedeltà al patto di governo, che contiene il ritorno al nucleare. Potrebbe pensare allora che governatori e candidati tirano l’acqua al proprio mulino, ma Berlusconi tiene dritta la barra.
Ma ecco che Berlusconi, passando dalla Puglia, ha detto anche lui che il nucleare è bello, ma in Puglia no, e l´avrebbe detto in qualunque regione si fosse trovato a passare, così come è pronto a dire in Israele il contrario di quello che dirà a Ramallah fra mezz’ora, e Dio non voglia che passi da Teheran. In un tale imbarazzo, e volendo magari andare incontro alle aspettative dell’Edf, che ha venduto a Berlusconi le centrali in cambio della fontana di Trevi, l’inviato francese potrà riferire enigmaticamente che l’Italia è pronta per il nucleare, con l’eccezione delle sue regioni. Guardate che ci siamo arrivati davvero, visto che si è proposto di costruire le centrali nucleari italiane in Albania.
Questa incredibile pagliacciata avrebbe meritato di coprire ed esaurire un’intera campagna elettorale. Neanche tanto sul sì o il no al nucleare, quanto sui farseschi sotterfugi di una politica che compra le centrali come fossero popcorn, le tiene chiuse nel sacchetto, e poi si ingegna a farle ingoiare ai cittadini, a partire da lunedì pomeriggio. In tutto l’Occidente sono in costruzione due soli impianti nucleari, uno in Francia e uno in Finlandia, con la tecnologia francese scelta dall’Enel e dal governo italiano. L’impianto finlandese avrebbe dovuto essere consegnato un anno fa, si parla ora del 2012 e i costi sono già aumentati del 60 per cento. I sistemi di questi impianti sono stati messi in mora dalle agenzie per la sicurezza nucleare francese, britannica e finlandese.
Nel 2008 per la prima volta gli investimenti privati negli impianti di energia rinnovabile nel mondo hanno superato quelli per tecnologie a combustibili fossili. Da noi, Verdi, Democratici, Radicali, Sinistra, hanno elaborato programmi importanti, e valorizzato le esperienze di riconversione ecologica dell’economia italiana e di conversione dei consumi e delle aspirazioni. «Con la sua piccola e media impresa, con il patrimonio storico di saperi e di tradizioni artigianali, con la varietà produttiva mai completamente domata dagli imperativi della grande industria, il nostro è un Paese d’elezione della green economy». Ma il governo italiano è l’unico che non si sia proposto di affrontare la crisi puntando sull´economia verde. Ermete Realacci, responsabile per il Pd della green-economy, cita la sentenza di Berlusconi all´inizio della crisi: «Occuparsi di ambiente in un momento di crisi è come fare la messa in piega quando si ha la polmonite». Ognuno parla di quello che sa: economia di parrucchieri.
La battaglia dell'acqua sfida italiana in Patagonia
di Paolo Hutter
Da una parte le promesse di indipendenza energetica, tutta in fonti rinnovabili. Dall'altra l'accusa di devastazione ambientale in una delle ultime macro-aree intatte del pianeta. Il progetto di cinque grandi dighe nel cuore della Patagonia cilena, nei fiumi Baker e Pascua, duemilatrecento chilometri a sud di , ha suscitato il più vasto e colto movimento di protesta nella storia dei conflitti ambientali in Cile. Non solo manifestazioni e petizioni locali, ma documentari, libri di fotografie, manifesti appesi in tutto il Cile, concerti, canzoni, omelie, studi, controinchieste. Una vicenda che, sorprendentemente, ha anche un forte risvolto italiano. Da una parte c'è Enel, proprietaria di Endesa e quindi azionista di maggioranza dell'impresa Hidroaysèn, proprietaria dei diritti dell'acqua e promotrice dell'iniziativa. Dall'altra ci sono le forze locali e i gruppi ambientalisti uniti nel Consiglio di Difesa della Patagonia che hanno deciso di farsi rappresentare dal vescovo di Aysèn, Luigi Infanti, nato a Udine, e di contare sulla sua prossima "missione diplomatica" in Italia.
Ma ovviamente la controversia è soprattutto un grosso nodo da sciogliere per il governo del primo presidente di destra appena eletto, Sebastian Piñera, il cui cuore batte per dighe e tralicci, ma il cui cervello suggerisce estrema prudenza per non passare fin da subito da uomo che preferisce gli affari all'ambiente. In campagna elettorale il tema è stato abbastanza rimosso, soprattutto nel ballottaggio. I candidati minori di sinistra - Marco Enriquez Ominami e Jorge Arrate - hanno sposato la causa di Patagonia "sin represas" (senza dighe) ma non l'hanno enfatizzata. Sia Piñera che Frei (il candidato del centrosinistra che ha perso le elezioni, ndr) erano e sono invece comunque favorevoli allo sfruttamento idroelettrico dei fiumi, ma non potevano rischiare di perdere voti preziosi. Soprattutto dopo che tre differenti sondaggi hanno mostrato una percentuale di contrari alle dighe in Patagonia oscillante tra il 52 e il 58 per cento. Nei programmi elettorali dei due principali candidati si è parlato genericamente di energie rinnovabili e le poche volte che sono stati interrogati sul progetto Hidroaysen hanno risposto che «gli organi preposti faranno le valutazioni di impatto ambientale, e le decisioni saranno tecniche».
Il duello di carte bollate ha raggiunto livelli altissimi. L'impresa Hidroaysèn deve rispondere a 1.114 osservazioni presentate dalla Conama, e ha chiesto più tempo, fino al 30 giugno. Aveva presentato la sua prima Valutazione d'impatto ambientale nel 2008. Il Consiglio di difesa della Patagonia aveva riversato sugli uffici della Conama migliaia di osservazioni di cittadini. Gli uffici avevano quindi presentato 2.698 obiezioni. Hidroaysen aveva chiesto nove mesi di proroga, poi altri due, consegnando le sue risposte il 20 ottobre 2009. Le attuali 1.114 osservazioni sono la risposta alla risposta dell'impresa.
Le contestazioni riguardano innanzitutto l'impatto delle cinque grandi dighe sul corso dei fiumi, sul paesaggio circostante, sulla biodiversità e sulle specie in via di estinzione. Per i cinque bacini verranno inondati oltre quattromila ettari adiacenti ai fiumi Baker e Pascua. Poca roba, ribatte Hidroaysen, rispetto alle dimensioni della regione e a quanto inondano le nuove dighe in genere nel mondo. Qualche anno fa vi fu un forte conflitto con alcune decine di famiglie di mapuches - l'etnia indigena del Cile - che vivono in quello che doveva diventare il bacino della centrale idroelettrica Ralco, sempre di Endesa (allora non ancora Enel) nel centro sud del Cile.
L'immagine della donna mapuche che, furente, sputa in faccia a un dirigente di Endesa fece il giro del paese. Ma questa volta non c'è un problema di indigeni da delocalizzare. E forse per questo Endesa, all'inizio, pensava che il progetto avrebbe avuto la strada spianata. Dopo tutti i problemi che ci sono stati con l'approvvigionamento di gas dall'Argentina puntavano sull'argomento "energia pulita prodotta al di qua delle Ande". Ma gli ambientalisti sostengono che i bacini, soprattutto quelli più alti, altereranno la temperatura favorendo lo scioglimento dei ghiacciai.
Gli operatori turistici della Patagonia sono contrari. Lucio Cuenca della Ocla - dell'Osservatorio Conflitti Ambientali - sostiene che le cinque grandi dighe provocherebbero più emissioni perché danneggerebbero le capacità di assorbimento della CO2 da parte della flora acquatica che verrebbe stravolta. Apparentemente sono argomenti tecnici raffinati e opinabili. Ma nelle corde di Patagonia sin Represas c'è molto di più.
Il vescovo di Aysen, Luis (in origine Luigi) Infanti, rappresenta bene il mix di argomenti ideali, sentimentali e scientifici che hanno reso così popolare la causa del "no alle dighe", anche a migliaia di chilometri di distanza. L'ho incontrato qualche giorno fa, in un assolato pomeriggio estivo, nella canonica di una parrocchia di Santiago del Cile. Appuntamento non facile, poiché Infante rifiuta di possedere un cellulare. Mi sono trovato di fronte un cinquantasettenne alto e dinamico, che veste come un parroco in clergyman e il cui principale motivo d'orgoglio è quello di aver portato nella sperduta Coyhaique dal Brasile il teologo della liberazione Leonardo Boff. Persona affabile e appassionata, ha tagliato una fetta d'anguria e me l'ha offerta. Ma ad emozionarmi è stato altro. Infante mi ha raccontato di essere arrivato in Cile, sbarcando a Valparaiso dall'Italia, il 12 agosto del 1973, per terminare il seminario e laurearsi in teologia. È lo stesso giorno, mese e anno in cui io, studente di Lotta Continua, entravo in Cile in pullman dal Perù, per andare a conoscere da vicino l'esperienza di Unidad Popular. Poi, lui, in Cile ci è rimasto, fino a diventare vescovo. E ora ci incontriamo, trentasei anni dopo, per parlare delle dighe dell'Enel.
Nelle interviste, come nella sua Lettera pastorale - "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana" - Infante evoca significati simbolici, teologici, antropologici in difesa del corso naturale dei fiumi della Patagonia: acqua fonte di vita, sorella acqua. Tra le citazioni c'è il discorso del capo indiano Seattle, della tribù Squamish, che nel 1865 ammoniva il governatore bianco: «I fiumi sono nostri fratelli. Dovreste trattare i fiumi con la stessa delicatezza con cui trattereste un fratello». Su un filone analogo del resto troviamo buona parte dei testi delle canzoni del disco Voci per la Patagonia, brani realizzati per Patagonia sin Represas da quattordici autori pop e folk di successo, Inti Illimani compresi (hanno composto per la causa la Cueca de los Rios ).
Il vescovo sa bene che questi argomenti non bastano e altrettanto bene ha imparato, dagli ambientalisti di Ecosistemas, Chile Sustentable, Ocla a declinare il tema generale dell'energia. «Non c'è bisogno di ferire la Patagonia quando ci sono immense potenzialità di energia grazie al sole, al vento, alla geotermia». Del resto la lunghezza e l'impatto dell'elettrodotto che si dovrebbe realizzare, quella striscia di duemilatrecento chilometri di tralicci per portare l'energia da Aysèn a Santiago, sono forse il punto più debole del progetto. Per l'opinione pubblica c'è poi un aspetto che travalica le questioni ambientali: la proprietà delle acque. Luis Infanti partecipa anche alla campagna per la rinazionalizzazione dell'acqua. Il regime di Pinochet ne aveva avviato la privatizzazione con il Codice delle acque del 1981, attribuendo in concessione interi bacini fluviali. Stiamo parlando di tutta l'acqua, non solo - come in Italia - della gestione degli acquedotti. «Comprando Endesa, Enel ha acquisito automaticamente la proprietà delle acque dei fiumi» dice il vescovo, e preannuncia così uno dei temi delle conferenze che farà a Roma a fine aprile: «È legale, ma eticamente è una situazione insostenibile. Chiederemo a Enel di trovare il modo di restituire questa concessione al popolo cileno». Il vescovo: "Verrò molto presto a Roma per chiedere un ripensamento"
L'oro blu, ricchezza contesa che spacca l'America Latina
di Omero Ciai
La più famosa guerra dell'acqua in America Latina scoppiò a Cochabamba nel gennaio 2000. Il governo boliviano - alla presidenza c'era l'ex dittatore Hugo Banzer - aveva ceduto ad un gruppo americano, Bechtel, il compito di distribuire l'acqua potabile ai 600mila abitanti della città. Il primo effetto fu un sostanzioso aumento delle tariffe che scatenò una rivolta popolare e la revoca della concessione. Dai tumulti per l'acqua a Cochabamba nacque anche il movimento che, sei anni dopo, portò alla presidenza un indio aymara, l'ex "cocalero" Evo Morales, affidandogli l'obiettivo di "rinazionalizzare" le risorse (acqua, gas, petrolio, litio) e difenderle dalle multinazionali straniere.
Episodi analoghi avvennero in quegli anni anche in Uruguay, Argentina, Ecuador: tanto che a partire dal 2003 le grandi compagnie internazionali si sono ritirate dall'area scoraggiate da perdite finanziarie, regole poche chiare e clima politico ostile. Riguardo all'oro blu l'America Latina ha un situazione singolare. Tutto il subcontinente (compresa l'America Centrale) rappresenta il 12 per cento della superficie terrestre, il 6 per cento della popolazione mondiale, ma possiede il 28 per cento delle riserve di acqua dolce del pianeta. Non solo: secondo i dati Fao appena il 19 per cento dell'acqua viene usata per il consumo domestico, il 9 dall'industria e il 73 per l'agricoltura. Ma quasi cento milioni di persone non hanno accesso diretto all'acqua potabile e diventeranno 130 milioni nel 2015. Scenario perfetto per le "guerre dell'acqua" dei prossimi decenni.
Al Bid (Banca interamericana di sviluppo) e al Fondo monetario sono ancora convinti che una soluzione si possa trovare attraverso la privatizzazione dell'acqua come proposero all'inizio degli anni Novanta quando, dopo le crisi del debito, il reinserimento del Sudamerica nel mercato globale venne trainato dall'esportazione delle materie prime e dalla svendita delle risorse naturali. Conservarne la proprietà pubblica - sottolineano - non ha risolto i problemi infrastrutturali, per esempio, né a Cochabamba, dove almeno il 30 per cento delle case è, dieci anni dopo, ancora senz'acqua; né a Lima dove, nei sobborghi,i più poveri si forniscono coni camion cisterna e pagano il servizio quattro o cinque volte di più che nei quartieri borghesi di Miraflores. Due emergenze, estreme e recenti, sono quelle rappresentate da Città del Messico, con il 40 per cento delle risorse idriche che si perdono per assenza di manutenzione; e da Caracas, dove Hugo Chavez ha inventato la "doccia del buon socialista", mai oltre i tre minuti.
Tra i fiumi dell'Amazzonia, il tesoro sotterraneo dell'Acquifero Guaranì, le Ande o la Patagonia, l'acqua è distribuita malissimo ma ce n'è in abbondanza. Però il tema dell'acqua si lega a quello dell'energia (le contestate dighe da costruire in Amazzonia) e all'agricoltura (il polemico intervento sul Rio Sao Francisco per irrigare il desertico NordEst). Così, "sviluppo o ambiente" finirà per essere l'altro bivio foriero di conflitti.
1. Motivi di carattere generale
alla base della scelta del ricorso all’istituto referendario
ex art. 75 Cost.
Il 18 novembre, alla camera dei deputati si approvava, con ricorso alla fiducia, il decreto Ronchi, che all’art. 15 avviava un processo di dismissione della proprietà pubblica e delle relative infrastrutture, ovvero un percorso di smantellamento del ruolo del soggetto pubblico che non sembra avere eguali in Europa[1]. Contemporaneamente nella sala Nassirya di Palazzo Madama, Stefano Rodotà, presidente della commissione per la riforma dei beni pubblici, insieme a Giovanni Conso, presidente onoraro dell’ accademia dei lincei, e a una nutrita delegazione di consiglieri regionali piemontesi, presentava alla stampa il disegno di legge delega di riforma della disciplina codicistica dei beni comuni depositato in Senato per iniziativa unanime del consiglio regionale piemontese.
A render ancor piu’ grave nel merito e nel metodo l’approvazione del decreto Ronchi vi e’ il fatto che esso e’ stato approvato ignorando il consenso popolare che soltanto due anni fa si era raccolto intorno alla legge d’iniziativa popolare per l’acqua pubblica (raccolte oltre 400.000 firme), oggi in discussione in parlamento. Nel frattempo cinque regioni hanno impugnato il decreto Ronchi di fronte alla corte costituzionale lamentando la violazione di proprie prerogative costituzionali esclusive.
Ad un indirizzo politico chiaro si contrappongono dunque segnali di resistenza verso un governo che ha in mente un progetto rozzo, ma chiaro: la svendita del patrimonio pubblico, la volontà di fare affari attraverso lo sfruttamento dei beni comuni, ovvero quei beni di appartenenza collettiva, tra i quali ovviamente spicca l’acqua. L’ultimo grande bottino, l’ultimo grande saccheggio.
Mentre il testo della commissione Rodotà finalmente inizia il suo percorso legislativo, pur fra mille ostacoli e trabocchetti, con il chiaro e trasparente obiettivo di valorizzare le ricchezze pubbliche essenziali quali le risorse naturali, l’acqua, le grandi infrastrutture, i beni funzionali all’erogazione del welfare e la proprietà pubblica immateriale, il decreto Ronchi diventa legge (l. n. 166 del 2009), collocando tutti i servizi pubblici essenziali locali sul mercato, sottoponendoli alle regole della concorrenza e del profitto, espropriando il soggetto pubblico e quindi i cittadini dei propri beni faticosamente realizzati negli anni sulla base della fiscalità generale.
Mentre in maniera più o meno diffusa ci si sta rendendo conto come negli ultimi anni la gestione privata dell’acqua abbia determinato un aumento delle bollette del 61% ed una riduzione drastica degli investimenti per la modernizzazione degli acquedotti, della rete fognaria, degli impianti di depurazione, il governo e la sua maggioranza approva una legge che, imponendo la svendita forzata del patrimonio pubblico e l’ingresso dei privati, alimenterà anche sacche di malaffare e fenomeni malavitosi facilmente riconducibili alla camorra, alla ndrangheta, alla mafia.
La malavita già da tempo ha compreso il grande business dei sevizi pubblici locali, si pensi alla gestione dei rifiuti, e la grande possibilità di gestirli in regime di monopolio. La criminalità organizzata dispone di liquidità che come è noto ambiscono ad essere “ripulite” attraverso attività d’impresa.
Per chi conquisterà fette di mercato, l’affare è garantito. Infatti, trattandosi di monopoli naturali, l’esito della legge sarà quello di passare da monopoli-oligopoli pubblici a monopoli-oligopoli privati, assoggettando il servizio non più alle clausole di certezza dei servizi delineati dall’Unione Europea, ma alla copertura dei costi ed al raggiungimento del massimo dei profitti nel minor tempo possibile.
Le due grandi multinazionali Suez e Veolia, anche attraverso il supporto logistico di compiacenti imprese locali, sono pronte al grande ultimo assalto, ma anche per le utility di derivazione comunale oggi quotate a piazza affari, il decreto Ronchi potrà rappresentare a danno dei cittadini, dell’ambiente, della salute e non da ultimo dell’occupazione, una grande occasione da non perdere.
Come giuristi viene da sorridere quando si leggono alcune affermazioni quali quelle espresse da Roberto Passino, attuale presidente del Co.N.Vi.R.I. (Commissione Nazionale di Vigilanza sulle Risorse Idriche) il quale, in merito all’acqua, al Sole 24 ore di giovedì 19 novembre, ha dichiarato che poca conta se il gestore sia una S.p.A. controllata dal pubblico o dal privato, conta che tutte le leggi confermino da anni l’acqua come bene pubblico, che gli impianti idrici sono tutti di proprietà pubblica, che l’organismo di controllo è pubblico e che la formazione delle tariffe è in mano pubbliche.
Purtroppo le cose non stanno cosi’. Anche studenti del primo anno di economia o di diritto sanno bene che tra proprietà formale del bene e delle infrastrutture e gestione effettiva del servizio vi è una tale asimmetria d’informazioni, al punto da far parlare di proprietà formale e proprietà sostanziale, ovvero il proprietario reale è colui che gestisce il bene ed eroga il servizio.
Sappiamo bene quale é la debolezza dei controlli e la loro pressoché totale incapacita’ di incidere sulla governance della società, sappiamo bene quanto è debole e ricattabile politicamente, e non solo, tutta la dimensione tecnocratica delle autorità di regolazione. Ma soprattutto sappiamo bene che il governo e il controllo pubblico diventano pressoché nulli nel momento in cui ci si trova dinanzi a forme giuridiche di diritto privato, regolate dal diritto societario.
Si abbandonino dunque una volta per tutte queste ipocrisie che ruotano intorno alle false dicotomie pubblico-privato, proprietà-gestione e si affermi finalmente che un bene è pubblico se è gestito da un soggetto formalmente e sostanzialmente pubblico, nell’interesse esclusivo della collettività, e che gli eventuali utili devono essere rinvestiti nel servizio pubblico o eventualmente in altre attività dal forte impatto sociale, ricadenti nel territorio. Altrimenti diverra’ difficile far comprendere ai cittadini che le false liberalizzazioni non sono che nuovi trasferimenti di risorse comuni dal pubblico al privato, che determinano una crescita dei prezzi delle commodities e dei beni e servizi annessi, così come un aumento dei prezzi finali dei servizi di pubblica utilità. Si configurerà cosi’ un governo iniquo dei servizi pubblici essenziali, che inibirà la sua fruizione proprio a quella parte dei cittadini che ne avrebbe più bisogno. Una legislazione che colpisce al cuore dunque la nostra Costituzione ed in particolare i principi di eguaglianza, solidarietà e di coesione economico-sociale e territoriale.
Questa legge, attraverso la svendita di proprietà pubbliche, serve al governo “per far cassa”, o al piu’ per compensare i comuni dei tagli di risorse delineati in finanziaria.
È veramente triste pensare che i grandi principi ispiratori della nostra Carta costituzionale, che avevano negli anni posto le basi e legittimato il governo pubblico dell’economia, secondo una logica ed una prospettiva di tutela effettiva dei diritti fondamentali, finiscano mortificati al fine di favorire qualche gruppo industriale straniero ed italiano: una maggioranza trasversale proclama principi liberisti ma introduce al contrario posizioni di rendita privata che saranno poi impossibili da sradicare.
Si riparta dunque dalla legge di iniziativa popolare, dal testo della commissione Rodotà e dal suo preciso obiettivo di governare i beni pubblici e i beni comuni nell’interesse dei diritti fondamentali della persona e soprattutto nel rispetto dei principi costituzionali.
2. Oggetto dei quesiti referendari:
ripristinare la gestione pubblica di tutta l’ acqua
concepita come bene comune.
Al fine di recidere le basi culturali e tecnico-gestionali della privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, attraverso il decreto Ronchi, si è pensato con la redazione dei seguenti tre quesiti di concentrarsi in questa fase referendaria sul bene comune pubblico per eccellenza: l’acqua.
Una battaglia di più ampie proporzioni che investe beni comuni, beni sociali e beni sovrani ad appartenenza pubblica necessaria va invece portata avanti in parlamento attraverso lo schema di disegno-legge delega per la riforma di quelle parti del codice civile (proprietà pubblica) “mercantili” e disarmoniche rispetto al quadro costituzionale (lavori commissione Rodotà).
Così come parallelamente continua a fare il suo corso il progetto di legge ad iniziativa popolare sulla ripubblicizzazione dell’acqua che, se approvato, introdurrebbe in Italia, una disciplina omogenea ed efficace su tutto il territorio nazionale e sistematica di settore, sia dal punto di vista dei principi, che delle regole e degli aspetti gestionali.
I quesiti referendari dunque che si vanno a presentare sono tre:
1. Abrogazione dell’art. 23 bis (12 commi) della l. n. 133 del 2008 relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica;
2. abrogazione dell’art. 150 (quattro commi) del d. lgs. n. 152 del 2006 (c.d. codice dell’ambiente), relativo alla scelta della forma di gestione e procedure di affidamento, segnatamente al servizio idrico integrato;
3. abrogazione dell’art. 154 del d. lgs n. 152 del 2006 (c.d. codice dell’ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della remunerazione del capitale investito.
3. Argomentazioni a supporto del quesito referendario n. 1.
In via preliminare, va osservato che la giurisprudenza della Corte costituzionale nei giudizi di ammissibilità è estremamente ondivaga e di difficile interpretazione, utilizzando la stessa parametri elastici e principi eterogenei per giudicare di volta in volta i quesiti referendari.
Detto ciò, in merito al quesito n. 1, va rilevato che trattasi di una norma collocata all’interno di un provvedimento relativo allo sviluppo economico, alla semplificazione, alla competitività, alla stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria. Dunque, si è in presenza di una norma che da un punto di vista formale non presenterebbe limiti espliciti ed impliciti di ammissibilità referendaria. Tuttavia, l’ambiguo, strumentale e pretestuoso incipit dell’art. 23 bis così recita: “..le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica in applicazione della disciplina comunitaria”.
Pertanto, tale disposizione, pur nella sua genericità - non sono infatti esplicitate le fonti comunitarie di riferimento che dovrebbe “applicare” - si “auto-proclamerebbe” norme di attuazione di obblighi comunitari. Come è noto, vi è un orientamento della Corte che tende a ritenere inammissibili i quesiti se violativi di obblighi comunitari, se relativi alla controversa figura delle c.d. “leggi comunitariamente necessarie”. In sostanza la Corte costituzionale, partendo dal limite degli obblighi internazionali sancito dall’art. 75 Cost., ha elaborato una giurisprudenza che ad essa riconduce il limite delle “leggi comunitariamente necessarie”.
Con le sentenze nn. 31, 41 e 45 del 2000 la Consulta non ha ritenuto ammissibile il referendum su quelle leggi che sono indispensabili affinché lo Stato italiano non risulti inadempiente rispetto agli obblighi comunitari, dal momento che l’eliminazione di tali norme è possibile solo con la contemporanea introduzione di disposizioni conformi al diritto dell’Unione Europea.
Queste precisazioni inducono alla dovuta prudenza, anche se da un punto di vista formale potrebbero essere superate evidenziando la natura diversa, non comunitaria, del provvedimento nel quale è inserita la disposizione, e da un punto di vista sostanziale si potrebbe sostenere che la norma in oggetto, al di là del generico richiamo alla disciplina comunitaria, non è direttamente attuativa di obblighi comunitari, e dunque non dovrebbe essere interpretata dalla Corte come “norma comunitariamente necessaria”.
Il regime concorrenziale ed il ricorso alle regole competitive del mercato, volute dal diritto comunitario, infatti sono già presenti nei modelli espressi dalla normativa vigente, tanto è che, al di là delle alchimie dell’ in house e del relativo controllo analogo, non pongono lo Stato italiano in posizione inadempiente nei confronti del diritto comunitario.
Se è vera, come è vera, la pretestuosità del richiamo al diritto comunitario, il testo oggetto del quesito referendario, nell’ambito dell’attuale assetto normativo, esprime una scelta politica, rafforzando due dei tre vigenti modelli: il regime privatistico tout court ed il regime misto (pubblico-privato). Invece, il modello dell’affidamento diretto in house viene posto come deroga ed eccezione. Si tratta di una scelta politica che più che incidere sul regime della concorrenza incide sugli assetti proprietari (pacchetti azionari e infrastrutture), ponendosi in contrasto con il principio comunitario della neutralità rispetto agli assetti proprietari.
Pertanto, l’abrogazione di tale norma non dovrebbe porre lo Stato italiano in una posizione di inadempienza rispetto agli obblighi comunitari, la norma in oggetto non andrebbe intesa quale “legge comunitariamente necessaria” ed il quesito referendario dovrebbe essere tendenzialmente ritenuto ammissibile dalla Corte Costituzionale.
Oltre alla problematica legata alle c.d.” leggi comunitariamente necessarie” va evidenziato che il referendum sull’art. art. 23 bis “aggredisce” una norma che ha per oggetto tutti servizi pubblici locali di rilevanza economica, dunque oltre all’acqua molto altro. La Corte dunque in sede di ammissibilità potrebbe sollevare obiezioni circa la congruità del fine perseguito rispetto al quesito proposto che appunto inciderebbe su tutti i servizi pubblici locali a rilevanza economica. La Corte potrebbe dichiarare che la richiesta referendaria non sarebbe idonea a conseguire lo scopo dichiarato andando ultra petita.
Anche queste possibili osservazioni, che potrebbero provenire dalla Corte, se da una parte ci inducono a procedere con la giusta prudenza e consapevolezza di un percorso incerto, dall’altra potrebbero essere superate, laddove ben evidenziata la coerenza e l’omogeneità del quesito in sé, ancor più se letto in collegamento sistematico con gli altri due quesiti. Infatti, i quesiti contengono, come espressamente voluto dalla Corte, una matrice razionalmente unitaria, dal carattere dell’omogeneità, che permetterebbe all’elettore il voto consapevole su una domanda strutturata in maniera inequivocabile[2]. L’obiettivo, nella sua unitarietà ed omogeneità, si propone in maniera netta di ripubblicizzare il servizio idrico integrato, ponendolo al di fuori delle regole del mercato ed affidando ad un soggetto “realmente” pubblico la gestione. Il quesito, come vuole la Corte, incorpora “ l’evidenza del fine intrinseco all’atto abrogativo”, esprime una netta e chiara alternativa al modello di cui all’art. 23 bis, che dovrebbe contribuire al giudizio di ammissibilità[3]. Per completezza, va anche detto che la varietà di qualificazioni che la giurisprudenza della Corte tende a conferire al criterio dell’omogeneità del quesito ha spinto parte della dottrina (Cariola) ad intravedere in tale categoria diversi segni di affinità con il giudizio sulla ragionevolezza delle leggi.
Ma la preoccupazione dei giudici costituzionali risiede oltre che nella valutazione in sé della struttura formale del quesito, finalizzata a consentire la consapevole manifestazione del voto popolare, anche nel tipo di effetti che potrebbero scaturire sulla normativa risultante dall’abrogazione a mezzo di referendum (Pizzolato-Satta). La Corte s’impone di verificare che l’abrogazione popolare lasci indenne “una coerente normativa residua immediatamente applicabile”[4]. Tale impostazione non va erroneamente intesa come una forma per legittimare referendum propositivi, ottenute dalla manipolazione del testo legislativo. Sul punto, è la Corte stessa che rigetta la categoria dei referendum propositivi quale risultanza della manipolazione normativo-abrogativa, affermando che sarebbe la legge stessa o singole disposizioni di essa a contenere una capacità operativa[5]. In sostanza, da parte della Corte vi sarebbe una netta accettazione dei referendum manipolativi, non intendendoli quali referendum dal carattere propositivo.
Comunque, nel caso di specie, l’abrogazione totale dell’art. 23 bis, non soltanto è al di fuori dalle ipotesi del referendum manipolativo, ma altresì non genererebbe un vuoto normativo, infatti la gestione del servizio idrico potrebbe essere affidata, anche nel caso di abrogazione referendaria dell’art. 150 del d.lgs. n. 152 del 2006, in conformità a quanto previsto dal vigente ’art. 114 TUEL del 2000, ovvero in affidamento diretto all’azienda speciale, eventualmente anche organizzata in forma consortile.
Tali aziende, gestendo servizi privi di rilevanza economica, estranei alla logica tariffaria della prestazione e della controprestazione (principio del corrispettivo), quanto meno per quanto attiene all’erogazione del minimo vitale, così come determinato dall’Organizzazione mondiale della sanità, non sarebbero sottoposte all’obbligo di cui al comma 8 dell’art. 35 della legge finanziaria 448 del 2001, ovvero all’obbligo di trasformarsi in s.p.a. Si introdurrebbe, in attesa dell’approvazione della legge di iniziativa popolare, tale da sistematizzare gli aspetti organizzativi e funzionali, un modello di gestione “realmente” pubblico.
Detto questo, va evidenziato che la sola abrogazione dell’art. 23 bis determinerebbe di fatto la reviviscenza dei modelli di gestione di cui all’art. 113 del testo unico degli enti locali di cui al d.lgs. n. 267 del 2000. Quindi non si reintrodurrebbe una vera ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e i soggetti aggiudicatari sarebbero ancora liberi di scegliere tra modello privato, modello misto (cfr. sentenze Corte di giustizia nelle cause C-29/04, C-410/04) e modello in house.
Ma, in particolare, ciò che svilirebbe l’esito referendario, laddove incentrato soltanto sull’art. 23 bis è che tale abrogazione lascerebbe del tutto inalterate le gestione miste, private e in house affidate e tuttora operanti, sulla base dell’art. 113 TUEL, sul territorio nazionale. Proprio quelle gestioni che hanno generato un peggioramento del servizio, un aumento delle tariffe ed una netta riduzione degli investimenti di natura infrastrutturale.
Si riproporrebbe la problematica inerente agli affidamenti in house, più volte evidenziata dalla Corte di Giustizia (sentenze della Corte di giustizia nelle cause C-26/03[6], C-84/03, C-29/04[7], C-231/03, C- 340/04[8], C-573/07[9]) e dal Consiglio di Stato (Cons. St., Ad. Pl. 3 marzo 2008 n. 1; parere Sez. II n. 456/2007; Cons. St., sezione V, decisione 9 marzo 2009, n. 1365[10]; Cons. St. Sez. Vdecisione 28 novembre 2007 – 23 gennaio 2008, n. 136[11]; Cons. St. Sez. V sentenza 23 ottobre 2007, n. 5587[12]; Cons. St.Sez. Vdecisione 18 settembre 2007, n. 4862[13]; Cons. St.Sez. VIsentenza 1 giugno 2007, n. 2932[14]; Cons. St. Sez. VI sentenza 3 aprile 2007, n. 1514[15]; Cons. St. Sez. VI, n. 1514 del 3 marzo 2007[16]) e l’obiettiva difficoltà da parte dell’ente locale ad esercitare sulla società pubblica quel controllo analogo, così come formulato e richiesto dalla giurisprudenza comunitaria (sentenze della Corte di giustizia nelle cause C-26/03, C-458/03[17]).
Rimarrebbe inalterato, in tutta la sua drammatica intensità, il problema della gestione diretta attraverso società pubbliche che fisiologicamente esprimono forme giuridiche inidonee, per la fonte normativa che le regolamenta (diritto societario), a svolgere realmente una funzione sociale e di preminente ed assoluto interesse generale. Infatti, alcuna norma, ancor meno di livello statutario, può garantire che una volta affidato il servizio, tali società non tendano anche attraverso gli artifizi delle scatole cinesi, alla diversificazione delle funzioni (fenomeno delle multiutilties) e alla delocalizzazione dell’attività con buona pace dei livelli occupazionali (sentenze della Corte di giustizia nelle cause C-26/03, C-458/03).
In estrema sintesi, presentarsi dinanzi al corpo elettorale, attraverso il referendum abrogativo, per chiedere la ripubblicizzazione dell’acqua, senza chiedere l’abrogazione dei modelli di gestione privatistica, sarebbe una truffa nei confronti dei cittadini. Quindi l’abrogazione dell’art. 23 bis, in merito alla gestione delle risorse idriche, avrebbe quale unico obiettivo di riequilibrare il rapporto tra i tre modelli di gestione, lasciando inalterato il processo di privatizzazione in corso. La presentazione del solo quesito referendario relativo all’art. 23 bis, risulterebbe dunque necessaria, ma non sufficiente a ripristinare in Italia il governo pubblico dell’acqua, non vi sarebbe un’assoluta congruità del mezzo al fine, tra l’intento chiaramente percepibile dalla formulazione del quesito e l’idoneità dell’abrogazione referendaria alla sua realizzazione[18].
4. Argomentazioni a supporto del
quesito referendario n. 2
Il ragionamento di cui al paragrafo 3, ci ha indotto a non fermarci appunto all’art. 23 bis ma a presentare altresì il quesito referendario per abrogare anche l’art. 150 del d.lgs. n. 152 del 2006. Articolo (seppur norma di carattere speciale) al momento abrogato implicitamente dall’art. 23 bis, ma che rivivrebbe dal momento della sola abrogazione dell’art. 23 bis.
Tale articolo, ai commi 1, 2 e 3 richiama espressamente l’art. 113 del d.lgs. n. 267 del 2000, rinviando a tale norma per i modelli di gestione. In sostanza, l’abrogazione di tale disposizione, limitatamente al servizio idrico integrato, non consentirebbe più il ricorso ai suddetti tre modelli di gestione. È evidente che per i servizi pubblici locali, diversi da quello idrico, tali modelli continuerebbero ad essere vigenti.
Come si è anticipato, in questo scenario abrogativo rimane ovviamente vigente l’art. 114 del d.lgs n. 267 del 2000 relativo all’azienda speciale. Ciò significa che, limitatamente al servizio idrico integrato, gli enti aggiudicatari potranno legittimamente affidare il servizio ad un’azienda speciale, estranea agli obblighi di cui all’art. 35 della l. n. 448 del 2001, ciò in assoluta coerenza con il vero spirito pubblicistico contenuto nel progetto di legge ad iniziativa popolare e in assoluta armonia con lo spirito di fondo del progetto formulato dalla Commissione Rodotà.
A seguito dell’abrogazione di tale disposizione, la gestione del servizio idrico, in attesa dell’approvazione della legge-quadro nazionale ad iniziativa popolare, potrebbe dunque essere affidata ad un ente sostanzialmente e formalmente pubblico, scongiurando ipotesi di vuoti normativi.
Il servizio diverra’ cosi’ strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica” - la cui qualificazione, anche alla luce del protocollo n. 26 del Trattato di Lisbona può essere determinata dai livelli di governo più vicino ai cittadini - sarà nuovamente di interesse generale e il diritto all’acqua, quanto meno per i cinquanta litri giornalieri (igiene, salute, alimentazione), sarà assolutamente estraneo a logiche tariffarie, ponendo i relativi costi a carico della fiscalità generale.
In questo modo il diritto all’acqua riacquisterebbe a pieno titolo il suo status di diritto umano e diritto fondamentale dei cittadini, assolutamente, nella sua quantità vitale, non subordinabile a qualsiasi logica mercantile ed economica di profitto, da gestirsi anche “nell’ interesse delle generazioni future” secondo la definizione del progetto Rodota’.
5. Argomentazioni a supporto del
quesito referendario n. 3
Si ritiene poi che il terzo quesito sia necessario per incidere e quindi abrogare la logica del profitto contenuta in una parte del comma 1 dell’art. 154 del d.lgs. n. 152 del 2006. In particolare, s’intende abrogare quella parte che afferma che “la tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico ed è determinata tenendo conto…..dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.
Si tratta di un’abrogazione parziale, ovvero soltanto di alcune parti del complesso normativo, ma il quesito possiede una sua integrità semantica che dovrebbe difenderlo dinanzi ad eventuali obiezioni della Corte che lo tendessero a qualificare come referendum manipolativo. Tra l’altro, come si è detto, la stessa Corte, rigettando la tesi del ritaglio e della manipolazione come strumenti di mistificazione tesi ad affermare forme di referendum propositivo, ha affermato che sarebbe la legge o singole disposizioni di essa a contenere intrinsecamente una propria capacità operativa, in grado di resistere ad eventuali ablazioni relative a formule grammaticali o linguistiche, dalle quali scaturirebbe una nuova disciplina già presente in potenza nell’originaria versione[19]. In linea dunque con la Corte scaturisce una nuova disciplina, che tende a rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua, ancora una volta dunque un tassello che va inquadrato nel complesso sistematico dei quesiti referendari.
In sostanza per rafforzare il modello pubblicistico estraneo alle logiche mercantili occorre abrogare tale inciso in quanto allo stato consente al gestore di fare profitti sulla tariffa e quindi sulla bolletta. In particolare con tale norma il gestore, al fine di massimizzare i profitti (remunerazione del capitale) carica sulla bolletta dell’acqua un 7%. Tale percentuale costituisce un margine di profitto, assolutamente scollegato da qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. La sola logica accettabile per l’ acqua come bene comune e’ viceversa quella del “no profit”.
I cittadini dunque con la vigenza di tale norme sono doppiamente vessati, in quanto da una parte il bene acqua è commercializzato e inteso alla stregua di qualsiasi altre bene economico e dall’altra sono obbligati, per consentire ulteriori proifitti al gestore, di pagare in bolletta un surplus del 7%.
Attraverso la presentazione di questi tre quesiti, letti ed interpretati secondo un collegamento sistematico, può effettivamente partire una grande battaglia di civiltà e di tutela per i diritti fondamentali, che potrebbe successivamente essere estesa a tutti i beni comuni. Si tratta di iniziare operativamente ad invertire la rotta per ripristinare il governo pubblico dell’acqua al di fuori e contro qualsiasi logica mercantile, di saccheggio e di profitto.
Roma, 5.2.2010Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Stefano Rodotà
[1] A fine 2009 il processo affaristico di dismissione e svendita del patrimonio pubblico continuava, nascondendosi dietro il federalismo demaniale
[2] Corte costituzionale n. 16 del 1978.
[3] Corte costituzionale n. 29 del 1987.
[4] Corte costituzionale n. 32 del 1993, n. 47 del 1991, 13 del 1999.
[5] Corte costituzionale n. 33 del 2000.
[6] Un'autorità pubblica, che sia un'amministrazione aggiudicatrice, ha la possibilità di adempiere ai compiti di interesse pubblico ad essa incombenti mediante propri strumenti, amministrativi, tecnici e di altro tipo, senza essere obbligata a far ricorso ad entità esterne non appartenenti ai propri servizi. In tal caso, non si può parlare di contratto a titolo oneroso concluso con un entità giuridicamente distinta dall'amministrazione aggiudicatrice. Non sussistono dunque i presupposti per applicare le norme comunitarie in materia di appalti pubblici.
La partecipazione, anche minoritaria, di un'impresa privata al capitale di una società alla quale partecipi anche l'amministrazione aggiudicatrice, esclude in ogni caso che tale amministrazione possa esercitare sulla detta società un controllo analogo a quello che essa esercita sui propri servizi.
Pertanto, nell'ipotesi in cui un'amministrazione aggiudicatrice intenda concludere un contratto a titolo oneroso relativo a servizi rientranti nell'ambito di applicazione ratione materiae della direttiva 92/50, come modificata dalla direttiva 97/52, con una società da essa giuridicamente distinta, nella quale la detta amministrazione detiene una partecipazione insieme con una o più imprese private, le procedure di affidamento degli appalti pubblici previste dalla citata direttiva debbono sempre essere applicate.
[7] qualora un’autorità aggiudicatrice sia intenzionata a concludere un contratto a titolo oneroso, riguardante servizi che rientrano nell’ambito di applicazione materiale della suddetta direttiva, con una società giuridicamente distinta da essa, nel capitale della quale detiene una partecipazione con una o più imprese private, devono essere in ogni caso applicate le procedure di appalto pubblico previste da tale direttiva.
[8] Qualora l’eventuale influenza dell’amministrazione aggiudicatrice venga esercitata mediante una società holding, l’intervento di un siffatto tramite può indebolire il controllo eventualmente esercitato dall’amministrazione aggiudicatrice su una società per azioni in forza della mera partecipazione al suo capitale.
[9] Nel caso in cui il capitale della società aggiudicataria è interamente pubblico e in cui non vi è alcun indizio concreto di una futura apertura del capitale di tale società ad investitori privati, la mera possibilità per i privati di partecipare al capitale di detta società non è sufficiente per concludere che la condizione relativa al controllo dell'autorità pubblica non è soddisfatta. L'apertura del capitale rileva solo vi è un'effettiva prospettiva di ingresso di soggetti privati nella compagine sociale, altrimenti, il principio di certezza del diritto esige di valutare la legittimità dell'affidamento in house sulla base della situazione vigente al momento della deliberazione dell'Ente locale affidante.
L'attività della società in house deve essere limitata allo svolgimento dei servizi pubblici nel territorio degli enti soci, ed è esercitata fondamentalmente a beneficio di questi ultimi.
Nel caso di specie, anche se il potere riconosciuto alla società aggiudicataria, di fornire servizi ad operatori economici privati è meramente accessorio alla sua attività principale, l'esistenza di tale potere non impedisce che l'obiettivo principale di detta società rimanga la gestione di servizi pubblici. Pertanto, l'esistenza di un potere siffatto non è sufficiente per ritenere che detta società abbia una vocazione commerciale che rende precario il controllo di enti che la detengono.
[10] «Il requisito del controllo analogo non sottende una logica “dominicale”, rivelando piuttosto una dimensione “funzionale”: affinché il controllo sussista anche nel caso di una pluralità di soggetti pubblici partecipanti al capitale della società affidataria non è dunque indispensabile che ad esso corrisponda simmetricamente un “controllo” della governance societaria.»
[11] E’ illegittimo l’affidamento senza gara di un servizio pubblico, quando manca il requisito del controllo analogo: nel caso di specie, infatti, l’ente affidatario, presentava lo statuto di una normale società per azioni, senza alcun raccordo tra gli enti pubblici territoriali e la costituzione degli organi sociali.
[12] In tema di appalto, la possibilità di ingresso nella società di nuovi soggetti pubblici potrebbe essere ammessa, legittimamente, nel solo caso di in house providing (con partecipazione totalitaria pubblica).
[13] Nel caso di costituzione di società miste per l’affidamento diretto di servizi pubblici locali non occorre che la società sia costituita al solo scopo di gestire proprio quel determinato servizio pubblico oggetto dell’affidamento, ben potendo lo statuto della società comprendere finalità più ampie, ed ottenere per esse, l’affidamento diretto di servizi pubblici.
[14] Non è obbligatorio l’avvio del procedimento ad evidenza pubblica quando: - l’amministrazione esercita sul soggetto affidatario un "controllo analogo" a quello esercitato sui propri servizi; - il soggetto affidatario svolge la maggior parte della propria attività in favore dell’ente pubblico di appartenenza. La partecipazione pubblica totalitaria è elemento necessario, ma non sufficiente, per integrare il requisito del controllo analogo; sono necessari maggiori strumenti di controllo da parte dell’ente pubblico rispetto a quelli previsti dal diritto civile: - il consiglio di amministrazione della s.p.a. in house non deve avere rilevanti poteri gestionali e l’ente pubblico deve poter esercitare maggiori poteri rispetto a quelli che il diritto societario riconosce alla maggioranza sociale; - l’impresa non deve aver «acquisito una vocazione commerciale che rende precario il controllo» dell’ente pubblico e che può risultare, tra l’altro, dall’ampliamento dell’oggetto sociale; dall’apertura obbligatoria della società ad altri capitali; dall’espansione territoriale dell’attività della società a tutta il territorio nazionale e all’estero; - le decisioni più importanti devono essere sottoposte al vaglio preventivo dell’ente affidante.
[15] La delibera di affidamento in house di lavori di restauro di beni culturali è illegittima: tale procedimento di assegnazione deve essere espressamente ammesso dalla normativa di settore, trattandosi di eccezione al principio generale dell’evidenza pubblica; ne segue l’obbligo di risarcimento dei danni in favore dei lavoratori coinvolti, sub specie di perdita di chance subita da questi ultimi perchè sono stati ingiustamente privati della possibilità di partecipare alla gare pubbliche che il Comune avrebbe indetto se avesse operato correttamente.
[16] «in ragione del “controllo analogo” e della “destinazione prevalente dell’attività”, l’ente in house non può ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma deve considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa»
[17] Gli artt. 43 CE e 49 CE nonché i principi di parità di trattamento, di non discriminazione e di trasparenza devono essere interpretati nel senso che ostano a che un’autorità pubblica attribuisca, senza svolgimento di pubblica gara, una concessione di pubblici servizi a una società per azioni nata dalla trasformazione di un’azienda speciale della detta autorità pubblica, società il cui oggetto sociale è stato esteso a nuovi importanti settori, il cui capitale deve essere a breve termine obbligatoriamente aperto ad altri capitali, il cui ambito territoriale di attività è stato ampliato a tutto il paese e all’estero, e il cui Consiglio di amministrazione possiede amplissimi poteri di gestione che può esercitare autonomamente.
[18] Corte costituzionale n. 35 del 2000, n. 36 del 2000, n. 43 del 2000, n. 48 del 2000.
[19] Corte cost. n. 33 del 2000.
A Urbania, l’antica Casteldurante del Ducato di Urbino, si è votato domenica sull’installazione di 24 pale eoliche, alte 120 metri, sui monti soprastanti: clamorosamente l’81 % degli elettori ha votato “no” dopo un dibattito vivo, ricco di informazioni. Le obiezioni che hanno fatto breccia: si tratta di paesaggi molto belli e integri dove turismo e agriturismo cominciano a rendere, di terreni franosi, di un ecosistema assai delicato, popolato da specie animali e vegetali pregiate e così via. Un voto contro l’eolico? No, un voto per un eolico pianificato in modo attento, da installare dove vi siano le condizioni ambientali e paesaggistiche, fuori dalle zone tutelate. Un segnale preciso rivolto ai politici marchigiani, in generale a istituzioni che riluttano ormai a pianificare anche l’uso dei beni irriproducibili dando via libera al business speculativo.
L’eolico ha conosciuto una diffusione sregolata. I megawatt di potenza eolica installata sono 4.850 (1.114 soltanto nel 2009). Ottenuti però con un numero assai elevato di pale gigantesche (100-120 metri), soprattutto nel Sud dove cominciano a levarsi proteste, richieste di moratoria. Tale diffusione è avvenuta ovunque i Comuni più indebitati si rendessero disponibili alle proposte, lì per lì allettanti, di procacciatori di affari e di aziende. Salvo pentirsi perché il rumore e il movimento delle pale fa fuggire animali, insetti e... turisti. Spesso residenziali, magari stranieri (anche dai monti di Urbania hanno minacciato di andarsene). Diano le Regioni il buon esempio creando tavoli comuni con le associazioni, a cominciare dagli agricoltori.
Fra l’altro, in Italia, i venti non sono forti, né, soprattutto, costanti. La loro intensità – a parte alcune zone di Sicilia e Sardegna – è la metà circa di quella misurabile in Danimarca, in Scozia o in Irlanda. Tante pale e poca energia. Bisogna quindi studiarne, con le Soprintendenze, la compatibilità con paesaggi spesso arricchiti da colture di pregio. Nel caso di Scansano (Grosseto), patria del vino Morellino, il parco eolico, poi bocciato, a cose fatte, dal Tar su ricorso di un grande produttore vinicolo, era chiaramente fuori posto. Non lo sarebbe stato nel paesaggio industriale di Piombino o di Livorno. Non lo sarà nel porto di Savona dove la locale Autorità progetta di rendersi con l’eolico autonoma per una serie di consumi. Non lo sarebbe nelle zone industriali attive o dismesse. Problemi che si pongono, sia pure in minor misura, per il fotovoltaico (ben più adatto a noi) se gli impianti maggiori non verranno sottoposti a pianificazione. La potenza installata è di oltre 800 megawatt, raddoppiata in un anno, sia pure con incentivi. Bisogna continuare, e però pianificando con rigore. Non dobbiamo giocarci il Belpaese. Valore “in sé” , ma pure economico
In un documento anti-centrale nucleare, quindici regioni italiane lamentano, rispetto alla delega del governo per la localizzazione dei siti «l’ennesimo vulnus al principio di leale collaborazione» e chiedono «intese più forti». Questo il risultato raggiunto da una riunione degli assessori regionali all’Ambiente, che si è svolta ieri a Roma.
La legge (approvata a fine luglio, la 99/2009) sul ritorno al nucleare è stata impugnata da 11 regioni per «incostituzionalità». E - riferiscono gli assessori - «da una lettera che il ministro Fitto ha inviato alla presidenza del Senato il 28 dicembre scorso» per accompagnare lo schema di decreto attuativo del provvedimento, si evince come «non venga preso in considerazione» il parere degli enti locali.
Il documento anti-centrale è stato formulato dalle stesse 11 Regioni (oltre alla Toscana, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Molise) che hanno impugnato la legge sul ritorno al nucleare ma il documento ha poi ricevuto il sostegno anche da parte di Veneto, Campania, Sardegna e Sicilia, arrivando così a un totale di 15 regioni. Per gli assessori «il decreto non è assolutamente coordinato con la normativa vigente».
Eccesso di delega.
Le Regioni lamentano che per l’autorizzazione, la localizzazione e la realizzazione degli impianti nucleari si ricorra a «una mera intesa di Conferenza unificata invece di intese più forti con le Regioni interessate territorialmente». Si parla anche di «un eccesso di delega» relativamente «alle procedure autorizzative oltre che al quadro pianificatorio strategico nazionale che esclude le Regioni e il loro piani energetici». Inoltre, il Consiglio dei ministri potrebbe superare «il diniego regionale all’intesa mediante una deliberazione motivata».
Piano energetico.
Il Piano energetico serve, si dice, «a capire dove si vuole andare e in che modo». Secondo l’assessore del Lazio, Filiberto Baratti, è «folle procedere verso il nucleare senza un Piano».
Deposito scorie.
Si parla delle «scorie che ci saranno senza pensare a quelle pregresse presenti sul territorio dall’86» che avrebbero bisogno dell’individuazione di un deposito nazionale.
Vas.
In quanto alle procedure di impatto ambientale e strategico, «si nota che la procedura Vas prevista dal decreto, non tiene conto della localizzazione degli impianti, limitandosi a essere una procedura autorizzativa solo su parametri».
Agenzia nucleare.
Il ruolo dell’Agenzia risulta «ambiguo, essendo di fatto l’unico ente cui tutti i diversi enti competenti rilasciano le singole autorizzazioni.
Misure compensative.
Lo schema, si legge nel documento, «non individua le Regioni tra i destinatari delle misure compensative né prevede che le Regioni abbiano la competenza a effettuare l’attività programmatoria, di indirizzo e di verifica. Questo, rivelano gli assessori, crea «un corto circuito istituzionale» in cui non solo «non si rispettano più le regole ma il governo non rispetta nemmeno le sue stesse leggi».
“È finita l’emergenza rifiuti in Campania”, ha dichiarato in conferenza stampa il sottosegretario Guido Bertolaso il 17 dicembre scorso al termine del Consiglio dei ministri che ha emanato un decreto legge in materia. È vero, se fine dell’emergenza significa il formale passaggio delle competenze dal Commissario straordinario a Regione e Province, come prevede il decreto. Ma questi lunghi 15 anni hanno provocato un tale disastro al territorio campano cui difficilmente, Regione e Province, riusciranno a rimediare.
FORMAGGI E RIFIUTI.
Basta andare nelle campagne del casertano per capirlo. E nessuna storia lo chiarisce meglio di quella dell’azienda bufalina “Cesare e Giulio Iemma”, di Pastorano, provincia di Caserta, patria del caratteristico formaggio filante. La famiglia Iemma vanta due primati: quello di gestire il primo caseificio al mondo ad aver trasformato il latte di bufala in mozzarella, ricotta, provola e burro; e quello di prima azienda ad aver introdotto la mungitura meccanica. Un’azienda che esporta in tutto il mondo, con standard di qualità massimi certificati dall’americana Food & Drug Administration, e un fatturato di quasi 8 milioni di euro al 30 novembre 2009. Un’azienda che in altri Paesi e contesti verrebbe trattata con i riguardi che spettano all’eccellenza. Ma in Italia, e in Campania, invece di essere valorizzata e protetta, è costretta a sorvegliare pezzo pezzo il territorio confinante, per evitare che vi installino impianti di stoccaggio di rifiuti, anche speciali (e quindi più pericolosi) che possono inquinare il terreno, l’aria, l’acqua.
L’ASSEDIO.
Fra le tante battaglie intraprese, una dura ormai da un anno e mezzo. Da quando gli Iemma hanno scoperto che un sito per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici era stato trasformato in stoccaggio di rifiuti speciali con il beneplacito di Regione e Provincia e la benedizione della chiesa locale. La storia comincia nel 2000, quando su un terreno vicino, la Curia di Capua ottiene la concessione edilizia per realizzare i capannoni per i fotovoltaici, che nel 2005 cede alla società Esogest Ambienti srl, di Casapulla, che si occupa invece della gestione integrata dei rifiuti liquidi e solidi. La società chiede e ottiene senza tanto penare le autorizzazioni per convertire l’attività. Regione e Provincia infatti esprimono parere favorevole di compatibilità ambientale, senza compiere “alcun sopralluogo tecnico necessario per acquisire una più approfondita cognizione del contesto”.
Lo dice il Tribunale amministrativo regionale al quale diciotto mesi fa si sono rivolti gli Iemma insieme ad altri imprenditori bufalini della zona, una volta smascherato l’inganno, ben coperto. Il decreto regionale di autorizzazione dell’impianto, infatti, dopo mesi dall’adozione e fino al ricorso al Tar, non era stato ancora pubblicato nel Bollettino ufficiale della Regione. Il “contesto” di cui parla il tribunale è quello di “un territorio sin dall’antichità definito felix per la fertilità del terreno” spiega Giuseppe Messina, agronomo, funzionario del ministero dello Sviluppo economico, negli anni Novanta vicesindaco di Caserta.
Una zona che ospita più dell’80 per cento del patrimonio bufalino italiano, prima per la produzione di fragole, di nettarine, seconda per la produzione di ciliegie. Conta ben 13 prodotti fra Igp, Dop e Doc, tre marchi di acque minerali conosciute in tutto il mondo” dice Messina. Il Tar ha dato ragione agli imprenditori annullando i decreti istituzionali, ma per un anno e mezzo (la sentenza del tribunale è del 6 febbraio 2008) è rimasto tutto bloccato al Consiglio di stato che solo l’11 dicembre scorso ha ascoltato la Esogest che aveva proposto appello insieme alla Regione. “La nostra terra – dice Manuela Vigliotta – è preda di continui attacchi concentrici. Qui non è solo un fatto di camorra, ma anche di mala politica, di interessi industriali. Come si fa a competere?”.
QUINDICI CHILOMETRI.
L’obiettivo è scongiurare che si estenda anche a queste terre delicatissime quella invasione di ecoballe e di tonnellate di rifiuti sversati appena 15 chilometri più in là, nei vari impianti eredità del quindicennio dell’emergenza. Fino alle ultime discariche previste dal governo nel 2008 “per legge, quindi senza alcun accertamento tecnico preventivo – afferma Lorenzo Tessitore del Coordinamento regionale rifiuti (Co.re.ri) – per far fronte proprio all’emergenza, così ci è stato detto”. “Per capirsi – dice l’agronomo Messina – il tutto sta in due Comuni, San Tammaro e Santa Maria La Fossa. Si dice, in un Comune abbiamo fatto un impianto, poi faremo una discarica in un altro. Ma si presuppone che gli impianti distino fra loro centinaia di chilometri”. Invece sono appena 320 metri quelli che separano il sito di stoccaggio di Ferrandelle nel Comune di Santa Maria La Fossa, da quello di compostaggio di San Tammaro che è affiancato alla discarica “Maruzzella 1” e al sito di stoccaggio “Maruzzella 2”.
Alle spalle c’è la nuova discarica “Maruzzella 3”, da un milione 600mila metri cubi. È la più grande in regione, aperta con un’ordinanza del presidente del Consiglio nel 2008, la stessa che sempre a San Tammaro ha previsto anche un sito di stoccaggio delle ecoballe da bruciare nel costruendo inceneritore di Santa Maria La Fossa, su cui la magistratura avrebbe scoperto la longa manus del clan dei Casalesi. Un chilometro e mezzo più avanti ci sono altre due discariche, “Parco Saurino 1” e “2”, e la vasca di “Parco Saurino 3” mai utilizzata. Alle spalle, lo Stoccaggio di ecoballe di Pozzobianco. “Insomma, nel ventricolo sinistro della produzione di elezione dell’agricoltura casertana – afferma Messina - sono state allocate 6-7milioni di tonnellate di rifiuti che costituiscono un bubbone gravissimo per l’economia, il territorio e l’ambiente”. “È evidente - dice Tessitore - che l’emergenza non è stata affatto risolta, solo spostata dalle città alle campagne”.
L’emergenza mai risolta dell’immondizia campana
La crisi dei rifiuti in Campania è iniziata nel 1994 con la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina del primo commissario di governo con poteri straordinari a causa dello “stato di emergenza” relativo allo smaltimento ordinario dei rifiuti solidi urbani (Rsu). L’11 febbraio 1994 l’allora presidente del Consiglio dei ministri, Carlo Azeglio Ciampi, ha emanato un decreto. Con quel provvedimento il governo italiano prendeva atto dell’emergenza ambientale che si era venuta a creare nelle settimane precedenti in numerosi centri campani, a causa della saturazione di alcune discariche. Si individuava nel prefetto di Napoli l’organo di governo in grado di sostituirsi a livello territoriale a tutti gli altri enti locali coinvolti a vario titolo e, quindi, preposto a esercitare i poteri commissariali straordinari. Lo stato di emergenza in Campania è cessato ufficialmente, dopo oltre 15 anni, in conseguenza di un decreto legge approvato dal governo il 17 dicembre 2009, che ha fissato il 31 dicembre 2009 come il termine dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario.
Avete presente il finale di certi film western in cui il vecchio sceriffo salta sull´ultima diligenza, per affrontare le incognite e i pericoli di un viaggio avventuroso, mentre sta arrivando in città la prima scoppiettante automobile? Ecco, la scena assomiglia a quella che stiamo vivendo in questo momento in Italia, dopo il rilancio del nucleare e l´approvazione dei due decreti legislativi varati ieri dal Consiglio dei ministri.
Una «revanche tricolore», è stata definita con qualche accento di trionfalismo, vale a dire una rivincita. Ma alla fine in realtà potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro, se non proprio una sconfitta o addirittura una disfatta.
Il fatto è che - a più di vent´anni di distanza dal referendum popolare con cui la grande maggioranza degli italiani bloccò lo sviluppo dell´energia nucleare - il governo italiano rischia adesso di adottare gli impianti di terza generazione, considerati tuttora troppo costosi e insicuri, mentre stanno per arrivare sul mercato quelli di quarta generazione che dovrebbero invece affrontare alla radice il problema della sicurezza e in particolare delle scorie radioattive, favorendo perciò l´abbattimento dei costi. Al di là di qualsiasi pregiudizio ideologico, dunque, oggi la questione è essenzialmente economica: non è più una "guerra di religione", bensì una guerra di cifre e di soldi.
Si dice: l´Italia deve ridurre la dipendenza energetica dall´estero, causata dalle forti importazioni di petrolio e di gas. Giusto. Ma la verità è che il nostro Paese non ha neppure giacimenti di uranio e deve procurarselo altrove. E lo stesso uranio, come il petrolio e tante altre risorse naturali, è comunque in via di esaurimento. Si dice ancora che l´uranio, rispetto ai combustibili fossili, è più economico. Vero. Ma non si tiene conto, o non si tiene conto abbastanza, che l´energia nucleare costa molto di più per la costruzione delle centrali e appunto per lo stoccaggio e lo smaltimento delle scorie. Poi c´è la questione delle fonti rinnovabili, a cominciare dal sole e dal vento, prodigate generosamente da madre natura. Negli ultimi tempi, la lobby filo-nucleare ha promosso la tesi che l´energia atomica e quella "verde" non sono alternative, anzi sono compatibili, vanno sviluppate entrambe. Bene. Ma di fatto l´enorme investimento che occorre per il nucleare minaccia di sottrarre troppe risorse alle rinnovabili che vanno comunque incentivate.
Alla luce di tutte queste considerazioni, allo stato degli atti il decreto legislativo predisposto dal governo non offre elementi rassicuranti in ordine alla localizzazione dei siti nucleari e nemmeno in ordine ai costi di costruzione e gestione delle centrali. E sono proprio i due punti su cui s´incardinano le resistenze degli ambientalisti e di buona parte dell´opposizione.
In base alla "legge sviluppo" approvata a metà agosto, l´elenco dei siti avrebbe dovuto essere già stilato entro sei mesi. E invece viene ulteriormente rinviato, con ogni probabilità per evitare un boomerang elettorale alle prossime regionali di primavera. Tanto più che le Regioni, a dispetto della propaganda sul federalismo, non verranno né interpellate né consultate.
Quanto ai costi, a parte l´incertezza che pesa da sempre e ovunque su questo capitolo, il provvedimento contempla sia un meccanismo di compensazione a favore dei Comuni che accetteranno di ospitare le centrali sia una campagna d´informazione promozionale. Da una parte, insomma, c´è la cosiddetta "monetizzazione del rischio"; dall´altra, un "battage" pubblicitario, presumibilmente a colpi di spot in tv, per convincere i cittadini ad acquistare il prodotto, come se si trattasse di un fustino per la lavatrice o di una nuova bibita ipocalorica. Con il consenso, si tende a comprare così anche la sicurezza, la salute, la vita.
Il culmine del paradosso è che l´Italia sta imboccando la "via francese" al nucleare proprio nel momento in cui Oltralpe 18 centrali sono bloccate per guasti o incidenti e la Francia è costretta a importare energia dall´estero. Nel frattempo, la fredda Germania continua a produrre più energia solare di noi. E l´Umpi, una piccola azienda di Cattolica che ha sviluppato brevetti e tecnologie per il risparmio energetico nell´illuminazione stradale, ap-plica già questi sistemi a oltre centomila punti luce in Arabia Saudita e illumina perfino La Mecca.
COPENAGHEN - Doveva essere un blitz. L´intesa tra i potenti del pianeta che dettano i tempi della politica e, aprendo il portafoglio, costruiscono le basi per un accordo globale sul clima a misura di chi è arrivato per ultimo. Ma la conferenza di Copenaghen, che sembrava chiusa dopo il patto al ribasso tra Stati Uniti e Cina, si è riaperta a sorpresa in nottata. L´assemblea Onu ha deciso di non fermarsi di fronte al fatto compiuto continuando fino all´alba a macinare proteste contro la cancellazione dei target per il taglio dei gas serra. Poi, quando tutto sembrava finito e il presidente danese si era convinto di aver sedato la protesta, il dibattito si è riaperto proseguendo a oltranza fino al primo pomeriggio.
A guidare la rivolta di un fronte composto da paesi dell´America latina e dell´Africa e dalle piccole isole sono stati sette irriducibili che hanno resistito alle pressioni rinunciando ai benefici economici derivanti all´accordo: Venezuela, Nicaragua, Cuba, Bolivia, Costarica, Sudan, Tuvalu. Il dissenso è stato messo agli atti e ha bloccato l´accordo che, in base al meccanismo Onu, prevede il consenso unanime.
Alla fine l´intesa è stata trovata con un espediente tecnico. L´assemblea delle Nazioni Unite «ha preso nota» di un documento chiamato Accordo di Copenaghen. Sono due pagine e mezzo, 12 punti che contengono solo due numeri. Il primo è la soglia di crescita della temperatura da non sfondare a fine secolo: 2 gradi. Il secondo riguarda i fondi da mettere a disposizione per il trasferimento di tecnologie pulite ai paesi meno industrializzati: 10 miliardi di dollari l´anno subito, che verranno progressivamente aumentati fino a diventare 100 miliardi l´anno nel 2020.
L´Accordo di Copenaghen, proposto dagli Stati Uniti e dal Basic (Brasile, Sudafrica, India e Cina) è stato appoggiato con una certa sofferenza dall´Unione europea. «Non nascondo la mia delusione», ha detto Josè Barroso, presidente della Commissione europea, «ma questo è stato il primo di molti altri passi». «Il nostro futuro non è in vendita, non accettiamo i 30 denari», ha dichiarato invece Apisai Ielemia, il presidente di Tuvalu, riferendosi ai 30 miliardi di dollari in tre anni messi a disposizione dai paesi ricchi.
E anche sul fronte italiano si registrano malumori. Per il ministro dell´Ambiente Stefania Prestigiacomo si tratta di un «accordo al ribasso: la presenza di Obama, che doveva rappresentare la svolta di questa conferenza, non ha sbloccato la situazione». Per i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante l´accordo «non definisce alcun criterio sostanziale per verificare le azioni e i risultati dei singoli paesi: è una battuta d´arresto nella lotta al global warming».
Ma la partita non è chiusa. Il segretario generale dell´Onu Ban Ki-moon ha annunciato che si andrà avanti per cercare l´accordo vincolante e l´assemblea delle Nazioni Unite ha votato due documenti che impegnano a proseguire le trattative. Entro gennaio i paesi industrializzati dovranno stabilire i target di riduzione di gas serra. E a dicembre, alla conferenza sul clima di Città del Messico, con gli Stati Uniti che probabilmente avranno adottato una legge nazionale per il taglio della CO2, Onu ed Europa torneranno alla carica per ottenere target legalmente vincolanti. Il mini accordo di Copenaghen potrebbe crescere. Ma l´attesa non è gratis: il debito climatico aumenta giorno per giorno.
Vedi l'appello promosso da Riccardo Petrella e Carla Ravaioli.
Il bene strappato
Guglielmo Ragozzino
Come l'Idriz di un tempo - l'acqua pizzichina, dicevano le mamme ai bambini - anche l'acqua che da domani sgorgherà dal fontanone di Montecitorio conterrà una polverina magica: un pizzico di capitale. Senza tema di cadere nell'ideologia, è proprio il capitale che fa la differenza. Per il pensiero unico che guida l'economia, è insopportabile l'esistenza di un bene pubblico, comune a tutte le persone. Deve essere strappato, venduto, messo a frutto. Non è un problema di maggiore efficienza, di eliminazione degli sprechi, di lotta alla corruzione. Tutto quello che esiste deve essere messo a valore, deve rendere, non in termini di quantità prodotte, ma di ricavi e dividendi.
Così l'acqua. Il primo risultato, del resto ammesso anche dai fautori di destra del nuovo provvedimento - e dagli ambigui sostenitori della privatizzazione idrica, attualmente nella minoranza - è che l'acqua al rubinetto costerà di più. La spiegazione sarà la solita. L'acqua è vita, diranno a chi si oppone, non vorrete avere la vita gratis: non sarebbe morale. Il secondo risultato sarà la selezione tra i consumatori. E' intuitivo che tra una bidonville e un campo di golf sarà quest'ultimo ad avere la meglio. Soprattutto durante la siccità. Non si può giocare a golf con un'erba ingiallita. Invece si può fare a meno di lavarsi nelle baraccopoli; quelli del golf ne sono sicuri.
Nella lotta di classe che ogni tanto si riapre, sono i pochi, capitalisti, finanzieri, che fanno i guai, pur se si vantano di essere i portatori di ogni innovazione. E sono i tanti, gli altri, che pagano i prezzi e sono costretti a comprare l'acqua in bottiglia.
Se l'acqua diventa merce, quella in bottiglia è una merce che vale di più; e la «minerale» che sgorga da qualche buco della terra o da qualche altissimo, purissimo, freddissimo ghiacciaio ancora di più: per l'acqua c'è una prima, seconda e terza classe di consumatori. Il prezzo finale è in buona parte pubblicità.
L'acqua è di tutti. Tra 2007 e 2008 il Forum dei movimenti dell'acqua ha raccolto firme per una legge: quattrocentomila firme. Era uno straordinario coinvolgimento di milioni di persone. Così, per l'Italia quanto è lunga, è oggi convinzione diffusa che l'acqua sia un bene comune e che chi l'ha rubata, prima o poi dovrà restituirla. La cultura dei beni comuni non si limita poi a rimpiangere l'acqua perduta, a chiederla indietro e basta, ma si allarga ad altri campi, ad altri beni.
Forse quelli del pensiero unico ricorderanno domani il furto dell'acqua come una sconfitta disastrosa.
Su tariffe e profitti, e a pagare è lo Stato
Andrea Palladino
Il decreto Ronchi ha aperto la porta alla privatizzazione massiccia dei servizi idrici. Era un esito politicamente scontato, ma con conseguenze pesantissime. Mai come in questo caso l'affidamento ai privati è la peggior soluzione per la gestione di un servizio pubblico. Dietro i bilanci milionari della multiutilities - pronte ora a prendere in mano il poco rimasto allo stato - c'è un sistema che permette alti profitti, bassi investimenti e tariffe alte. Cosa che altri paesi - come la Svizzera, il Belgio, gli Usa e parte dei comuni francesi - hanno capito molto bene, tanto da difendere con forza la gestione pubblica. Occorre, prima di tutto, fare chiarezza sul punto centrale della vicenda: è la forma societaria della Spa a suggellare la privatizzazione di un servizio. Poco importa, in realtà, se si tratti di un gruppo a capitale misto pubblico-privato o interamente privato. La mission, in questi casi, è il profitto e la speculazione, spesso finanziaria, e non di certo il miglioramento della rete e del servizio idrico.
Il caso più importante è sicuramente la romana Acea, la principale società di gestione dei servizi idrici in Italia e tra le prime dodici nel mondo, che già oggi controlla i rubinetti del Lazio, della Toscana, di parte dell'Umbria e della Campania. È stata trasformata da Rutelli, alla fine degli anni '90, da azienda municipale - la sua forma storica dal momento della creazione nel 1907, quando sindaco di Roma era Nathan - in società quotata in borsa. Oggi tra i principali soci privati - che detengono il 49% del pacchetto azionario - ci sono la Suez e Caltagirone, oltre agli speculatori che scambiano giornalmente le azioni in Borsa.
Il maggior bacino idrico gestito da Acea è l'Ato 2, che comprende l'intera provincia di Roma. Un ambito territoriale composto da più di cento comuni, dove ogni sindaco - escluso quello di Roma - possiede appena lo 0,00003% delle quote societarie. Nulla, quindi. Non solo: i patti parasociali obbligano i cento e più primi cittadini della provincia di Roma ad esprimersi univocamente, bloccando sul nascere ogni possibile dissenso. Eppure all'epoca dell'affidamento del servizio idrico ad Acea il centrodestra (attraverso l'ex presidente della provincia Silvano Moffa, An) e il centrosinistra (con la voce dell'ex sindaco di Roma, Walter Veltroni) presentarono la nuova società come «a prevalente capitale pubblico locale».
La scelta della Spa ha avuto immediate conseguenze proprio sugli investimenti, sulla qualità dell'acqua e sulla tariffa. Secondo quanto era stato calcolato al momento dell'affidamento il territorio della provincia di Roma avrebbe avuto bisogno di almeno 3,6 miliardi di euro di opere idrauliche nei trentanni della concessione. Nel piano degli investimenti, però, la cifra scese drasticamente a poco più di due miliardi. Inserire, infatti, l'intero budget nel piano finanziario avrebbe comportato una tariffa talmente alta da rendere politicamente e socialmente ingestibile la situazione. Il resto? Le soluzioni sono due: o lo mette lo stato o le opere necessarie non verranno fatte.
Chi ieri in parlamento sosteneva, dunque, che la privatizzazione è necessaria per poter intervenire sulle reti idriche mentiva apertamente. Tutti gli investimenti dovranno essere fatti basandosi esclusivamente sulla tariffa: ovvero il conto lo pagano interamente i cittadini, mentre i lavori verranno gestiti dalle multinazionali. Non solo. La legge quadro sulle risorse idriche - che il decreto Ronchi non ha abolito - prevede che al gestore venga assicurato un ricavo garantito pari al 7% del capitale investito. Nel caso di Acea - primo operatore del servizio idrico in Italia - solo per la provincia di Roma la "remunerazione del capitale" supera abbondantemente i 73 milioni di euro all'anno (dati 2008 tratti dalla relazione della segreteria tecnica operativa), interamente pagati con le bollette dell'acqua. Soldi che non finiscono in opere o nel risanamento delle reti idriche, ma nelle tasche degli azionisti. Al momento dell'affidamento, infatti, Acea ha valutato il valore del suo apporto (posizionamento sul mercato, management, conoscenze accumulate) in quasi un miliardo di euro. Un "capitale investito" che va remunerato, anche ad investimento zero. Dal 2003 al 2008 questo meccanismo ha portato nelle casse di Acea - e quindi nelle tasche degli azionisti - 404 milioni di euro. Soldi che se fossero stati gestiti dai consorzi pubblici avrebbero potuto finanziare il rifacimento dell'intera rete idrica della provincia di Roma.
La mancanza degli investimenti che caratterizzano la gestione privata delle Spa ha un impatto immediato sulla qualità dell'acqua e sulla salute dei cittadini. La zona a sud di Roma avrebbe bisogno di interventi immediati sugli acquedotti. Qui, come in molte parti d'Italia, l'acqua ha tassi di arsenico oltre la norma. Per ora Acea ha chiesto la deroga ai limiti di legge - che il governo e la Regione Lazio hanno concesso - promettendo lavori nei prossimi anni. Se gli investimenti si pagano a caro prezzo - quando vengono fatti - è la tariffa a colpire subito i cittadini. Nel giro di un anno l'incremento delle bollette ha sfiorato il 5%, mentre l'amministratore delegato di Acea ha già chiesto un aumento a due cifre. Per fare cosa? «Servono tanti investimenti», ha spiegato, dimenticando che gli utili distribuiti negli ultimi anni erano più di 100 milioni. Un affare troppo ghiotto per lasciarlo nelle mani dei comuni.
Tutte le mosse per bloccare la legge
Marco Bersani*
Avevano studiato tutto per bene. La privatizzazione dell'acqua inserita in un decreto legge che nulla aveva a che fare con la stessa, il provvedimento tenuto sotto silenzio, le veline dei grandi mass media amici dei poteri forti e il consueto immobilismo delle opposizioni parlamentari. Ma improvvisamente il giocattolo si è rotto: migliaia di e-mail hanno inceppato i computer di deputati e senatori, oltre 50 mila firme raccolte in pochi giorni sono state consegnate alla Presidenza della Camera, un presidio numeroso e colorato ha inondato Montecitorio e diverse decine di iniziative sono state organizzate in tutto il Paese. La campagna "Salva l'Acqua" promossa dal Forum italiano ha fatto precipitare il castello di carte: tutti hanno dovuto prendere atto della gravità della norma che si andava approvando e hanno dovuto prendere posizione (perfino le opposizioni sono uscite dal letargo).
Ed eccoli, governo e presidente del Consiglio, costretti a chiedere la fiducia perchè consapevoli di non averla. Hanno deciso di consegnare l'acqua ai privati e alle multinazionali, hanno consapevolmente ignorato una legge d'iniziativa popolare, firmata da oltre 400.000 cittadini, che giace nei loro cassetti dal luglio 2007, hanno ascoltato le sirene di Confindustria, ignorando la forte sensibilità sociale e la diffusa consapevolezza popolare sull'acqua come bene comune e diritto umano universale. Ma la battaglia per l'acqua pubblica è appena cominciata. Chiederemo a tutte le Regioni di seguire l'esempio della Puglia e di impugnare per incostituzionalità la nuova legge.
Promuoveremo in tutti i Comuni delibere d'iniziativa popolare per inserire negli Statuti il principio dell'acqua bene comune e diritto umano universale e la definizione del servizio idrico come "privo di rilevanza economica", sottraendolo così alla legislazione nazionale. Chiederemo ai 64 Ato, oggi affidati a Spa a totale capitale pubblico e dunque a rischio di finire nelle mani dei privati, di scegliere la loro trasformazione in enti di diritto pubblico, gestiti con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali, così come si appresta a fare l'Acquedotto pugliese. E chiameremo tutte e tutti a una grande manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell'acqua e la difesa dei beni comuni per il 20 marzo, giornata mondiale dell'acqua, e a una settimana dalle elezioni regionali. E valuteremo l'ipotesi di indire un referendum. Perchè si scrive acqua, ma si legge democrazia.
* Forum italiano dei movimenti per l'acqua
La legge passa, le regioni pensano alla Consulta
Carlo Lania
Come annunciato la Lega ha presentato il suo ordine del giorno per chiedere al governo di valutare se siano possibili deroghe, in modo da lasciare ai comuni «virtuosi» la possibilità di continuare ad affidare la gestioni dei servizi pubblici senza effettuare gare. Una volta fatto il suo dovere, buono solo per addolcire un po' la pillola ai suoi sindaci, il Carroccio è però immediatamente rientrato nei ranghi e ha votato come tutti la fiducia al decreto Ronchi che privatizza l'acqua, decreto che passa così con 320 voti a favore e 270 contrari. «Non si muore per una legge, si muore se salta il governo», spiega ai suoi Umberto Bossi . Voto blindato a parte, anche ieri però il governo ha mostrato tutte le difficoltà del momento. Neanche il tempo di gustarsi il risultato dell'ennesimo voto di fiducia, ed ecco che l'esecutivo va sotto su una serie di ordini del giorno dell'opposizione: sei bocciature secche di fila - cinque delle quali su odg dell'Italia dei valori - rese possibili dal vuoto che domina i banchi della maggioranza. Un risultato che fa tornare di corsa in aula tre ministri - La Russa, Ronchi e Vito - e che obbliga il leghista Matteo Brigandi a parlare a lungo per dar modo ai suoi di richiamare i colleghi ormai già sulla strada di casa. Uno sforzo inutile, tanto che alla fine lo stesso Ronchi annuncia di accettare tutti gli odg. «Oggi la maggioranza parlamentare non c'è e vive un travaglio profondo», dice il deputato dell'Idv Massimo Donati, mentre per l'Udc Marco Vietti il governo «ha preso atto che non c'è più la sua maggioranza».
Ma nonostante il via libera ottenuto dalla Camera, non è detto che per la nuova legge la strada sia tutta in discesa. Il governatore della Puglia Nichi Vendola ha già annunciato di voler ricorrere alla Corte costituzionale contro la legge che apre la strada alla privatizzazione dell'acqua. Le ragioni del ricorso sarebbero nel conflitto di attribuzioni aperto dalla nuova normativa, e in particolare con l'articolo 117 della Costituzione che affida al legislatore nazionale competenze per quanto riguarda la tutela della concorrenza. «L'acqua però non è una merce, ma un bene e non è quindi assoggettata ai criteri della concorrenza», spiega l'assessore ai lavori pubblici della regione Fabiano Amati.
E la Puglia potrebbe non essere l'unica Regione a decidere per il ricorso. La settimana prossima la Conferenza delle regioni deciderà che fare, ma nel frattempo il presidente Vasco Errani non nasconde il suo malumore e parla chiaramente di «forzatura» da parte del governo : «Ancora una volta viene meno la collaborazione e il rispetto delle competenze», spiega. Ancora più esplicito Errani lo diventa quando parla come presidente della sua Regione, l'Emilia Romagna: «Per quel che mi riguarda, personalmente, penso che questo provvedimento che va oltre l'applicazione delle norme comunitarie, ponga questioni serissime sia sui rifiuti che sulla risorsa acqua, che non può che essere pubblica».
Ieri il governo ha tentato di smorzare le polemiche negando che il decreto Ronchi apra la strada alla privatizzazioni. «Si vogliono combattere i monopoli, le distorsioni e le inefficienze», ha detto il ministro per le Politiche comunitarie, mentre il collega Brunetta si è addirittura detto convinto che la riforma «aprirà alla concorrenza e abbasserà i prezzi». Rassicurazioni che però lasciano il tempo che trovano tra i consumatori, sempre più preoccupati per le conseguenze che la privatizzazione dell'acqua porterà all'economia delle famiglie. Al punto che più di un'associazione ha già fatto i conti. Per il Codacons una volta a regime, cioè tra tre anni, la riforma comporterà rispetto a oggi un aumento medio del 30% sulle tariffe dell'acqua. Previsioni ancora peggiori arrivano invece dal responsabile dei servizi a rete del Movimento difesa del cittadino (Mdc) , secondo il quale gli aumenti in bolletta saranno del 40%» visto che «si aggiungerà la necessità dei profitti delle Spa con inevitabile conseguenze sulle tariffe». Cittadinanzattiva, infine, ha annunciato l'inizio di una raccolta di forme per promuovere un referendum che cancelli la legge.
Cina e Stati uniti, insieme, producono il 40% di tutte le emissioni umane di anidride carbonica. Gli scienziati hanno mostrato che le emissioni sono responsabili del riscaldamento climatico e dei disastri ambientali conseguenti. La Conferenza delle nazioni unite che si aprirà il 7 dicembre a Copenhagen, dopo una lunga preparazione, caricata di tutte le speranze, ha il compito di decidere forme comuni di mitigazione e adattamento - o per dirla tutta, di sopravvivenza. Cina e Stati uniti hanno però deciso, insieme, di non accettare vincoli di sorta. Sono disponibili a una dichiarazione d'intenti, politica e forte, ma non a un impegno preciso. A questo punto, la Conferenza danese potrebbe anche non cominciare. Il suo esito deludente è scontato. Il 40% si è chiamato fuori.
I due paesi del nuovissimo G2 si equivalgono per le emissioni, ma mentre quelle cinesi crescono anno dopo anno, quelle della potenza rivale si stanno, lentamente, riducendo. Pechino esige un risarcimento preventivo per l'inquinamento americano del passato; non vuole dollari, visto che ne ha già troppi, ma tecnologie appropriate. Washington, dal canto suo, afferma la propria disponibilità a tagliare le proprie emissioni all'unisono con gli altri grandi inquinatori, ma non prima degli altri. Da sempre l'America pretende di decidere in modo autonomo; e oggi il problema del presidente Barack Obama è quello di strappare al suo Senato un voto accettabile sulla sanità. A questo fine è disposto a ogni compromesso, per quanto devastante sia sul piano ambientale.
Nel frattempo, a Roma, la Conferenza della Fao (Organizzazione del cibo e dell'alimentazione) si è aperta con queste parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon: «Oggi moriranno 17mila bambini. Di fame». La scarsità di cibo, in forma grave, tocca ormai un miliardo di persone.
I problemi sono noti: l'aridità crescente, forma crudele e inevitabile dei cambiamenti climatici, la rapina di terreni fertili alle popolazioni poverissime, denunciata da Manitese, la produzione agricola indirizzata all'esportazione verso i consumi dei ricchi, il potere delle multinazionali dei semi. Le promesse del Millennio di dimezzare la fame entro il 2015 resta lettera morta. Agli affamati solo buoni consigli, cinque in tutto e anche assai complicati. Solo per capire di che si tratta occorre un dottorato in scienze alimentari e politiche. Cinque consigli e niente soldi. I 44 miliardi di dollari promessi dai paesi ricchi sono aria fritta.
Sempre a Roma, sempre oggi, per rendere onore alla fame e all'aridità crescente, all'inquinamento dell'aria, si sta vendendo l'acqua ai privati. Alla Camera dei deputati si decide di privatizzare. Un frammento dell'opposizione si oppone; tutti gli altri stanno a guardare. Per qualche modesto intrigo politico la Lega ha cambiato posizione e grandi gruppi, italiani e multinazionali stanno vincendo la partita dell'acqua. Stanno vincendo non vuol dire che abbiano già vinto. I movimenti dell'acqua - il Forum, il Contratto mondiale - sono ancora in campo.
Le tre questioni - aria, pane, acqua - sono beni comuni, inalienabili. Nessuna persona dovrebbe esserne privata; nessuna costretta a mendicare. Il capitale che vuole impadronirsi di tutto non è in gran forma. Ha quasi portato alla rovina il pianeta. Si dovrebbe metterlo in condizione di non nuocere, non uccidere, non inquinare. Non rubare la nostra acqua.