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Siamo ad un passo dall’Eldorado. In barba ai profeti di sventura, ai “quaresimalisti dell’Apocalisse”, come Dario Paccino tanti anni fa apostrofava gli ecologisti imbroglioni, ancora una volta sarà la tecnologia ( green) a salvarci. Magari non tutti lo raggiungeranno in tempo. Qualche decina di milioni di “profughi ambientali” si perderanno per strada, risucchiati dalla “lenta” catastrofe climatica: desertificazione, salinizzazione, erosione e perdita di fertilità dei suoli agricoli. (Non dimentichiamoci che un terzo della popolazione della Terra vive ancora del proprio lavoro contadino). Altri (un altro terzo della popolazione vive inurbata negli inferni degli slum delle megalopoli) non potranno usufruire delle costose opere di mitigazione degli effetti e di adattamento al caos climatico: desalinizzazione dell’acqua del mare, combustibili alternativi, aria condizionata, barriere di difesa contro l’eustatismo, ecc. ecc. Ma per chi ha le risorse economiche sufficienti la meta è a portata di mano. Nei pacchetti anticongiunturali di “stimolo” dell’economia varati da tutti i governi del mondo (a partire da Cina, Usa, Germania, Francia, nell’ordine di grandezza degli impegni) spiccano i programmi di Clean Energy, Low Carbon, Eco-tech, ecc. Una New Deal verde, tanti piani Marshall ambientalisti, una nuova “grande transizione”.

Danimarca e Germania hanno già varato piani energetici che prevedono la decarbonizzazione (fossil free) delle loro economie in quarant’anni. Giusto in tempo per fronteggiare l’esaurimento del petrolio (previsto per metà secolo). Il miracolo si chiama efficienza (la riduzione dei flussi di energia e di materie prime impegnate nei cicli produttivi e di consumo) e fonti alternative: eolico, fotovoltaico, biomasse. Chi avrà in mano queste tecnologie non solo salverà sé stesso dalla crisi di approvvigionamento dovuta dalla progressiva, inevitabile rarefazione delle materie prime, senza risentirne, ma anzi potrà vendere brevetti, licenze, macchinari ai competitor più arretrati. Insomma, i più lungimiranti, chi ha più soldi da metterci ora, potrà ricavarne più domani. Il giro di affari della green economy ha raggiunto i 530 miliardi di dollari (il Pil della Svizzera), ci informava il Sole 24 ore. C’è già chi è pronto a giurare che la prossima “bolla speculativa” riguarderà proprio il comparto specializzato dei fondi di investimento “verdi”: acqua, biocarburanti, energie rinnovabili in genere. L’imposizione di standard ambientali (di emissione, di riciclabilità, ecc.) sempre più stringenti creeranno il mercato necessario per piazzare i nuovi prodotti “ecocompatibili”. Sembra una partita win-win: ci guadagna l’ambiente, ci guadagna anche il capitale investito. Così anche l’ultimo negazionista del climate change si è pentito. Nuclei di resistenza sono rimasti solo nel Ministero dell’Ambiente italiano e nelle miniere di carbone in Polonia. Chissà perché?

Vediamo la questione più da vicino con l’aiuto di Antonio Cianciullo e Gianni Silvestrini (La corsa della Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo, Edizioni Ambiente 2010). Non si tratta solo di recuperare e introdurre pratiche virtuose di lotta agli sprechi, autoproduzione decentrata di energia elettrica, riciclo di materiali, ecc. La novità sono i grandi impianti solari nelle aree desertiche sahariane: il progetto del consorzio Desertec capeggiato da imprese tedesche e quello Transgreen capeggiato da imprese francesi per l’installazione di impianti solari a concentrazione con annessa rete “super grid” per rifornire il 15% del fabbisogno elettrico di tutta l’Europa entro il 2050. Per di più tali impianti possono contemporaneamente anche desalinizzare l’acqua del mare, pronta per imbottigliarla e venderla agli Emirati. Vista dal satellite la superficie necessaria per soddisfare con tecnologie solari la domanda elettrica mondiale (un quadrato di 300 Km di lato) appare poca cosa rispetto alla superficie totale dei deserti del pianeta. Fattibile. Stesso scenario per il grande eolico offshore: è stato calcolato che tra vent’anni potrebbe soddisfare il 30% della richiesta elettrica europea. Aggiungiamoci le alghe appositamente coltivate negli oceani per farne biocarburanti e risolveremo anche il problema di cosa mettere nelle automobili (a basso consumo, ibride e a car sharing, si intende) senza sottrarre terra all’agricoltura.Il trionfo della tecnologia verde ci farà uscire dalla crisi economica e ambientale in un colpo solo. Sarà vero?

Ci sono dati di fatto e teorie comprovate che contraddicono l’ottimismo messo in scena dai fautori della industria verde. Il “consumo di natura” procapite, di materiale netto (minerali, combustibili, biomasse, ecc.), (vedi le tabelle Physical imput-output dell’Istat, segnalate da Giorgio Nebbia) continua ad aumentare anche nella “matura” Europa, nonostante diminuisca l’incidenza del costo dei materiali sul Pil. Evidentemente aumenta l’efficienza dei processi di trasformazione, ma ciò fa aumentare – non diminuire - i loro consumi. Si chiama effetto Jevons, dal nome dell’economista che a metà Ottocento non si capacitava del fatto che le nuove caldaie a vapore pur aumentando la resa energetica non facessero diminuisse l’uso del carbone. Se una famiglia risparmia nella bolletta della luce (ad esempio, installandosi un pannello solare) non è affatto detto che sia intenzionata a ridurre i consumi: anzi è più probabile che aumenti la dotazione e l’uso di elettrodomestici vari. Si chiama anche “trappola tecnologica”: l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.

Anche i consumi mondiali delle commodities (riso brillato, mais, zucchero, cotone, semi di soia, rame …) e dei materiali riciclabili (ferro, carta, legno…) sono in enorme aumento, nonostante la crisi. Per non parlare dei consumi di petrolio che continuano ad aumentare ad un ritmo dell’1,2% all’anno: un vero “incubo energetico”, verso l’ Oil Crunch, il raggiungimento del picco della capacità produttiva ipotizzata a 87 milioni di barili all’anno nel 2012. Poi, incomincerà una discesa precipitosa.

Nonostante le molte chiacchiere, non siamo ancora entrati nell’era dell’economia post-materialista, della società dei servizi e al plusvalore “evoluto” estratto solo dalla produzione dei beni cognitivi. I supporti fisici dell’economia sono ancora decisivi. Anche per la auspicata (vedi gli interventi di Guido Viale) riconversione ambientale industriale. Pensiamo solo al silicio (necessario per i pannelli solari), al litio (per le batterie elettriche, il cui valore è passato in pochi anni da 350 a 3.000 dollari la tonnellata), ai minerali e alle “terre rare” (tantalio, tungstenio, ecc.) necessari per microprocessori, telefonini e per tutte le nanotecnologie. Ha ricordato il commissario Ue al Commercio, il belga Karel De Guch (il Sole 24 ore del 19 novembre 2010), che le difficoltà delle imprese europee nell’approvvigionamento di materie prime si stanno facendo sempre più acute: “le carenze rappresentano un rischio sistemico per l’economia”. tanto che: “la Ue ha delineato la possibilità di prevedere ritorsioni economiche (toh!) contro paesi che ostacolano le esportazioni di materie prime”.

Ho l’impressione che se la green economy seguirà le regole dettate dal market sistem poche speranze ci saranno di sfuggire alla catastrofe climatica. Né il mercato, né le tecnologie ci salveranno. La riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 nei prossimi 40 anni, il rientro dentro la soglia delle 350 parti per milione di CO2 in atmosfera, il contenimento dell’aumento della temperatura in un grado centigrado a fine secolo… sono tutti obiettivi che non si raggiungono se non mettendo mano al “profilo metabolico” delle nostre società (come dice Juan Martinez Alier) tendo conto della doppia insostenibilità della situazione attuale: verso la natura (limiti delle risorse disponibili) e verso i nostri simili poveri (distribuzione ineguale, ingiusta e disumana delle limitate risorse disponibili). Il sociologo Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita, ha scritto: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso” (in Valori).

La green economy, quindi, si presta a coltivare la grande illusione di poter continuare a produrre e consumare come e più di prima, senza fare i conti con il carico di illegittima appropriazione e distruzione di risorse comuni all’intera umanità (presente e a venire) che ciò comporta.

La lavatrice che si programma al mattino e parte appena trova disponibile elettricità verde al miglior prezzo. Il palazzo-robot che ascolta i bisogni dei suoi inquilini e offre l´energia just in time eliminando gli sprechi. La macchina con la spina, che scivola via senza rumore e senza emissioni. La discarica che mangia il metano, abbattendo i gas serra. Il mini pannello solare che basta a tenere acceso un frigorifero e una lampadina nei villaggi più sperduti. Non è la lista dei desideri degli ecologisti, è l´offerta del mercato. E se alla conferenza sul clima di Cancun la politica arranca, l´economia galoppa.

È stata la pressione delle eco industrie a cambiare le previsioni lasciando, ancora una volta, il timone in mano a Pechino: Cina, India, Giappone e Corea del Sud nel 2020 rappresenteranno il 40 per cento degli investimenti in energia pulita, davanti ad America e Europa. In ballo ci sono, secondo le previsioni del "Pew Charitable Trusts", 2.300 miliardi di dollari in dieci anni: tanto vale il mercato dell´energia pulita, un mercato che è stato già ipotecato da chi ha scommesso al momento giusto, quando gli altri esitavano. L´Italia tra il 2010 e il 2020 avrà a disposizione un business potenziale da 90 miliardi di dollari, ma per afferrare questa possibilità dovrà accelerare il passo.

«Le grandi industrie si sono presentate a Cancun con determinazione e visione di lungo periodo», racconta Monica Frassoni, presidente dei Verdi europei. «Qua e là ci potrà essere del greenwashing (aziende che si spacciano falsamente per eco-compatibili, ndr), ma nel complesso hanno scelto la strada dell´efficienza per un´ottima ragione: risparmiano. Ad esempio la 1E, una piccola impresa inglese di informatica, ha messo a punto un software che consente di programmare gli impianti elettronici delle grandi aziende: è riuscita a tagliare di 5 milioni di euro le bollette della Dell semplicemente ottimizzando la gestione dei computer. E la Whirpool si è presentata a Cancun con elettrodomestici che partono automaticamente nelle ore in cui il costo dell´elettricità è più basso».

Una parte dei 20 milioni di posti di lavoro green previsti dal Global Climate Network entro il 2020 nelle 9 maggiori economie del mondo verrà dai rifiuti e dalle biomasse. E anche l´Italia ha carte da giocare nel campo dell´innovazione e dei progetti. Per diminuire i danni da metano, un gas responsabile di quasi un quinto del riscaldamento globale, è stato brevettato il GeCO2, la macchina mangia metano prodotta da un testimonial di Greenpeace, Francesco Galanzino, il maratoneta che ha vinto la gara dei 4 deserti in un anno: elimina completamente le emissioni di questo gas che vengono dalle discariche.

E per recuperare i 7,5 milioni di tonnellate annue di biomassa disponibile si potrebbe, secondo i calcoli di Riccardo Valentini, docente di scienze forestali all´università della Tuscia, realizzare una rete di impianti capace di creare 40 mila posti di lavoro. Sono piccole centrali che utilizzano residui di lavorazione agricola, potature e scarti del ciclo agro-industriale prodotti nel raggio di poche decine di chilometri.

Loro sulla luna, noi sulla Terra. La sensazione che si ha qui a Cancun è esattamente questa, parlando con i delegati delle organizzazioni sociali, contadine e indigene che da tutto il mondo sono accorse con l’obiettivo di fermare la febbre del pianeta. La separatezza tra i governi, che alloggiano al «Moon Palace » ed i movimenti e la società civile è sempre più netta. Con il passare delle ore aumenta la convinzione dell’ennesima occasione sprecata.

Dal Moon Palace nessuna proposta convincente. Invece di affrontare le responsabilità ed individuare le soluzioni per smetterla una volta per tutte con le politiche energivore, inquinanti ed insostenibili, la governance globale appare interessata unicamente a capire come monetarizzare a proprio vantaggio la crisi ecologica. Stando così le cose, a fine secolo la temperatura della terra sarà oltre 5 gradi superiore a quella attuale.

Il 3 dicembre qui a Cancun si è realizzata una mobilitazione per denunciare il ruolo della Banca Mondiale, che con la propria politica dei prestiti in questi ultimi venti anni ha causato molti dei disastri ambientali. «Giubileo Sud», una delle reti globali impegnate da anni sulle questioni del debito dei Paesi poveri, ha promosso questa prima mobilitazione pubblica chiedendo che la BM esca dagli accordi sul clima.

Associazione A Sud

Oggi torna in piazza il movimento per l'acqua, bene comune. Vi sono iniziative in ogni regione, ciascuna convocata da un particolare comitato che le lotte hanno fatto emergere. Ogni comitato è cresciuto con un problema specifico da risolvere - una fonte inaridita o sottratta, un imbroglio, un sopruso - e per questo è sostenuto da un consenso esplicito e di massa; ma, in Italia, una rete unisce le diverse esperienze - l'unione che fa la forza - dall'esigenza di resistere all'attacco delle multinazionali e dei poteri forti, decisi a loro volta a impadronirsi dell'oro blu, in vista del formidabile affare in arrivo: la scarsità idrica nei prossimi anni e decenni. Come primo atto, il movimento chiede oggi di sospendere ogni decisione che possa provocare un ulteriore slittamento verso la privatizzazione, sulla scorta del «decreto Ronchi», finché almeno la volontà della popolazione non si sia potuta esprimere nei referendum.

Non si tratta solo di una lezione di democrazia applicata alla vita di tutti, tutti i giorni; vi è anche un suggerimento, quello di guardare oltre, verso la Terra che ci circonda e ci sostiene. Il movimento dell'acqua, pratico e legato ai fatti, è profondamente ambientalista, anzi è il maggior contributo italiano alla sopravvivenza del pianeta, l'unico che ci caratterizzi. La corsa mondiale alla privatizzazione dell'acqua può subire proprio qui, proprio da noi, una sconfitta decisiva. Dal movimento italiano può nascere un blocco per tutte le multinazionali del globo.

In questi giorni è in corso il vertice di Cancun, in Messico; anzi, senza che nessuno se ne sia accorto, esso è già arrivato a metà del suo percorso. Doveva servire a rimediare ai guasti e agli stupidi egoismi di Copenhagen, proprio un anno fa, ma se mai ha peggiorato la deludente situazione di allora.

Un anno inutile è passato, rendendo ancora più acuto il pessimismo di chi rifletta sul futuro, sulla Terra che lasceremo ai nostri incolpevoli nipoti. C'è dunque chi pensa che sarebbe opportuno lasciar perdere questa strategia dei vertici mondiali onnicomprensivi che si susseguono, con formidabili sprechi in viaggi e riunioni preparatorie, senza mai raggiungere risultati di sorta, ma alimentando sospetti e sfiducia, dimostrando anzi, ancora una volta, che non c'è via di uscita: non nella discussione, non nella inutile democrazia. Ma la discussione, nella democrazia, è l'unica forza che abbiamo.

Se non c'è tra le delegazioni, nell'ansia del vertice, la convinzione di essere sul crinale della storia umana. Se manca la preoccupazione di avere un compito decisivo nel offrire, o non offrire, alle generazioni, una forma accettabile di sopravvivenza, con politiche anche aspre, ma intelligenti, dedicate a questo obiettivo, rispettose dell'altro e dell'equità: Se molti sono convinti che è in corso una gara nella quale i forti e i furbi sopravvivono e degli altri si perde anche la traccia; proprio allora il nostro compito è quello di insistere, di spiegare, di offrire le buone ragioni; a Cancun e qui.

Ma visto che si evita questo livello di discussione, meglio trattare di un problema soltanto e cercare di portarlo a soluzione. Per esempio l'acqua.

Noi del manifesto non ci metteremo sulla sponda del fiume, per vedere gli effetti dell'inondazione o viceversa della siccità, per dare voti e criticare e commentare, all'asciutto - e all'ombra. Siamo dalla parte di chi si dà da fare, siamo una parte del movimento e vogliamo contribuire alla sua tenuta con quello che abbiamo e sappiamo. Una certa capacità di scrivere, un bel po' di persone amiche, di compagni che ci danno fiducia e ci aiutano: che scrivono per noi e per voi. Così è stato possibile dare vita al nostro quarto fascicolo speciale, «Gasati», dedicato ad Ambiente Energia e Mobilità che sarà in edicola martedì 7 dicembre, insieme al quotidiano abituale, per un modico prezzo.

Non si tratta di un contributo risolutivo, vista la pochezza delle nostre forze e l'enormità del problema davanti a noi. Speriamo però di contribuire a una discussione aperta, di muoverci nella direzione giusta, di offrire un orientamento. Difendiamo tutti insieme la nostra Terra (e il nostro giornale).

Le chiamano “bombe d’acqua”, sono precipitazioni intense quanto quelle di un anno intero e concentrate in un fazzoletto di poche centinaia di metri quadrati. Spianano le culture e sfondano i tetti delle costruzioni. Frequenti nelle aree subtropicali, abbiamo cominciato a fare la loro conoscenza nell’ultima alluvione nel Veneto. I meteorologi ci dicono che sono una conseguenza del fatto che l’aria calda trattiene più vapore acqueo di quella fredda. Scrive Bill Mc Kibben (Terra, Edizioni Ambiente, 2010): “Nelle zone aride aumenta l’evaporazione e quindi la siccità. Quando poi finisce nell’atmosfera, prima o poi l’acqua torna giù”. Ecco spiegato molto semplicemente il fenomeno per cui le precipitazioni totali su alcuni aree del pianeta sono aumentate di molto con eventi meteorologici estremi: temporali che in un solo giorno rovesciano decine di centimetri di pioggia. Ne sanno qualcosa le popolazioni dei comuni della pedemontana veneta da quindici giorni impegnati a svuotare cantine e riparare tetti. (Vedi i resoconti nel sito di Carta Estnord: due morti, migliaia di sfollati, decine di migliaia di case allagate, un miliardo di danni).

E’ incredibile come nemmeno di fronte ad eventi così evidenti non vi sia alcuna capacità (nei mass media e nelle forze politiche mainstream) di connettere i sempre più frequenti disastri “locali” alla catastrofe naturale globale in corso. Ci si azzuffa con “Roma ladrona” per ottenere qualche milione di risarcimenti, al massimo ci si lamenta per i mancati interventi di manutenzione delle opere di regimentazione delle acque, ma nessuno prende parola per denunciare lo scandalo di un governo che rema contro le pur insufficienti e balbettanti iniziative dell’Unione Europea sulle emissioni di gas serra. Sembra che gli ultimi negazionisti delle cause antropiche del caos climatico siano annidati nel Ministero dell’Ambiente italiano, oltre che in Polonia. Ma se ai polacchi possiamo concedere la giustificazione della necessità di sfruttare le miniere di carbone, per l’Italia la presenza dell’immarcescibile direttore generale Corrado Clini, plenipotenziario per i negoziati sul clima da Kioto a Copenaghen, dimostra che tutti i governi succedutesi di centrosinistra e di destra sono rimarti succubi ai voleri degli intoccabili padroni dell’energia: dall’Eni di Scaroni alla Sorgenia di De Benedetti, dalla Saras di Moratti agli inceneritori della premiata ditta Marcegaglia. Per non ricordare che gli italiani detengono i primati mondiali di produzione pro capite di cemento e di automobili in circolazione. Il nostro, cioè, è il modello industriale più energivoro che si possa immaginare. L’urgenza di una sua riconversione (variamente ricordata dagli scritti di Guido Viale e da pochi altri economisti) viene quotidianamente negata dalle politiche economiche governative e confindustriali. Questa è la prima ragione del declino economico e del disastro ambientale in Italia.

Anche per queste “peculiarità” nazionali, il percorso di avvicinamento a Cancun nel nostro paese deve essere più impegnativo; deve rompere il velo di ignoranza e di omertà calato sulle questioni climatiche. A questo scopo è nata una rete (Rigas) molto vasta di associazioni e comitati che prepara il contro-vertice di Cancun con varie iniziative, così come già successe lo scorso anno in occasione del precedente “incontro tra le parti” di Copenaghen.

Innanzitutto va richiamata l’attenzione sui rischi che l’umanità sta incorrendo. Il più accreditato climatologo del mondo, scienziato della Nasa, James Hansen (Tempeste, con introduzione di Luca Mecalli, Edizioni Ambiente, 2010) ci avverte che se dovessimo continuare a bruciare tutti i combustibili fossili che conosciamo - e che con tanto accanimento cerchiamo di estrarre in fondo agli oceani e tra le rocce bituminose - “le calotte glaciali si fonderebbero completamente con un innalzamento finale del livello del mare di 75 metri e gran parte di questo processo si svolgerà nell’arco di qualche secolo”. Spiega bene Mc Kibben: “Siamo all’inizio del cambiamento più vasto e profondo mai registrato nella storia dell’umanità, pari solo a quei grandi pericoli che abbiamo potuto leggere nelle tracce lasciate nelle rocce e nel giaccio (…) Non si tratta di un cambiamento transitorio, è la Terra che sta mutando (…) La calotta polare artica si è ridotta di 2,8 milioni di chilometri quadrati, più di quanto sia mai stato registrato nella storia (…) I tropici si sono espansi di due gradi di latitudine a nord e a sud, con la conseguenza che alla fascia climatica tropicale si sono aggiunti altri 22 milioni di chilometri quadrati. A conseguenza di ciò, le regioni subtropicali aride si spostano ora verso nord e verso sud, con gravi conseguenze per i milioni di persone che vivono in queste regioni aride di recente formazione (…) Le barriere coralline cesseranno di esistere come strutture fisiche entro il 2100, forse 2050”.

Tutti gli altri effetti sugli ecosistemi si possono trovare ben elencati e classificati nell’ultimo Living Planet Report del WWF 2010 (anno internazionale della biodiversità): l’indice del pianeta vivente continua a scendere mentre la pressione antropica sulla biosfera (impronta ecologica) continua a salire.

La rivista “Nature” ha pubblicato studi in cui si rivela che l’ultima volta in cui i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera raggiunsero i valori simili a quelli attuali (390 parti per milione) fu circa 20 milioni di anni fa; ma allora il mare salì di 20 metri e le temperature di 10 gradi centigradi.

Conclude Mc Kibben: “L’Olocene è ormai agli sgoccioli e l’unico mondo che gli umani hanno conosciuto all’improvviso vacilla”. L’Olocene è la nostra era geologica, il cui inizio è stato fissato 11.700 anni fa, all’interno della quale si è potuta sviluppare la civiltà umana ad iniziare dal neolitico, 7.000 anni fa.

Insomma, di fronte a mutamenti irreversibili così sconvolgenti, servirebbe una energia positiva inversa: una rabbia benedetta, una santa indignazione… una sollevazione morale capace di imporre l’obiettivo del rientro delle emissioni in atmosfera di CO2 nella soglia delle 350 parti per milione per contenere l’incremento della temperatura ad un grado massimo centigrado a fine secolo. A partire da questo obiettivo sarebbe possibile declinare una serie di politiche specifiche. Basti pensare che il settore agroalimentare (e della carne in particolare) genera da solo tra il 40 e 50% delle emissioni globali di gas serra. Pensiamo poi ai trasporti, all’edilizia, all’energia… Per ogni settore, in ogni parte della terrà sarebbe necessario calcolare i flussi di materie e di energie impegnati nei cicli produttivi e di consumo e pianificarne la loro riduzione; ricalcolare il “metabolismo sociale” (come dice Joan Martinez-Alier, L’ecologia dei poveri, Jaka Book, 2010) di ogni attività umana in funzione della sostenibilità ambientale e tenendo conto dell’equità sociale. Politiche ambientali e politiche sociali si devono sposare. Sono noti gli enormi squilibri nella produzione pro-capite di gas climalteranti tra i vari paesi del mondo e, al loro interno, tra le diverse classi sociali. Peggio ancora: nessuno calcola che in realtà la grande parte di emissioni di CO2 nelle “fabbriche del mondo” in Cina o India in realtà è dovuta alla produzione “delocalizzata” di merci che consumiamo in questo emisfero del pianeta e che quindi andrebbero correttamente addebitate a noi, non a loro (“emissioni per procura”). Vanno poi calcolati anche i debiti climatici accumulati dalle società del nord del mondo in secoli di saccheggio e di colonizzazione del sud.

A Cancun sappiamo già cosa (non) accadrà. Avremo la conferma che dall’alto, dai vertici, dalla governace mercatoria, nulla di buono può venire per i cittadini del mondo, per i commoners espropriati dall’uso dei beni comuni della terra: dopo il suolo, l’acqua e l’aria. Anche questa volta dovremmo cominciare dal basso, a “fare la rivoluzione” in casa nostra, a partire dal rivendicare piani energetici comunali che rispettino gli obiettivi di Kioto sul modello delle Transition Town, filiere agroalimentari corte, zero sprechi e zero rifiuti, acqua in caraffa, più piste ciclabili e aree pedonali, certificazioni delle abitazioni… insomma una vera e profonda riconversione ecologica dell’economia, degli stili di vita, delle istituzioni pubbliche.

Invece di dare risposte sensate, la consorteria che controlla il Pdl campano - e non solo campano - si sta scannando per accaparrarsi i milioni che Berlusconi ha promesso, con un decreto che il presidente Napolitano dovrebbe promulgare senza averlo ancora nemmeno visto. E comunque dobbiamo sapere che la soluzione non verrà certo da lì.

A sette mesi dalla visita della delegazione del parlamento europeo, che aveva constatato il disastro provocato da 14 anni di gestione commissariale dei rifiuti campani e dai due di gestione Bertolaso, è ora la volta di una delegazione della Commissione europea, il cui responso è molto più gravido di conseguenze; perché non potrà che confermare il blocco dei finanziamenti Ue determinato da una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Il capodelegazione ha già dichiarato che rispetto a due anni fa niente è cambiato (il che non è esatto, perché la situazione si è ulteriormente aggravata) e presto la Commissione europea dovrà prendere atto di quello che si è finora rifiutata di ammettere: e cioè che le numerose denunce dei molti comitati che si sono rivolte a lei e al parlamento europeo sono pienamente fondate; e che le smentite del governo e di Bertolaso, secondo cui tutto era in via di riordino e l'emergenza era stata superata, erano sonore balle.

Il disastro è infatti completo, ma le strade per porvi rimedio sono ormai chiuse. Le province di Salerno, Benevento e Avellino stanno meglio; la raccolta differenziata ha fatto dei passi avanti; ma sono senza impianti di compostaggio e le loro discariche, riempite dai rifiuti della provincia di Napoli, sono quasi piene. La provincia di Benevento ha deciso di costruire a Casalduni una struttura che ricalca il centro riciclo di Vedelago, il che permetterà di riciclare tutto quanto residua dalla raccolta differenziata: un passo importante verso l'obiettivo "rifiuti zero". Ma le province di Napoli e Caserta sono al tracollo: i rifiuti si accumulano per strada; Asìa, l'azienda di igiene urbana di Napoli, ma come lei molti altri comuni, non hanno né i mezzi né il denaro per raccoglierli, per pagare i lavoratori, per mettere in campo raccolte differenziate di emergenza (Bertolaso ha lasciato le casse vuote e una montagna di debiti). Aspettavano i "termovalorizzatori", perché l'idea è sempre quella di buttare negli inceneritori il rifiuto tal quale, come si è fatto fino ad ora nelle discariche.

Berlusconi è stato costretto a cancellare le discariche su cui Bertolaso contava per continuare a nascondere il disastro che ha imbastito, e ora non c'è più impianto in grado di accogliere più rifiuti di quanti già non ne ingoi; i depositi "temporanei", aperti nei luoghi più contaminati dai sedici anni della passata gestione commissariale, rigurgitano e nessuno lascia più passare i camion della "munnezza".

Ma non la vogliono nemmeno le altre regioni (con l'eccezione della santa Toscana): è la terza volta che dalla Campania si invoca l'altrui solidarietà «per l'ultima volta». Gli Stir, già Cdr, i sette impianti di trattamento meccanico biologico che, se fossero stati fatti funzionare, avrebbero potuto evitare il disastro (hanno una capacità superiore a tutta la produzione di rifiuti urbani della regione) sono fermi: intasati dai rifiuti accumulati al loro interno: prima (gestione Impregilo) per produrre più ecoballe possibile, per lucrare gli incentivi CIP6 quando fossero stati pronti gli inceneritori; poi, a partire dalla prima gestione Bertolaso (2006), per incuria e per far credere che tutto fosse risolto. L'inceneritore di Acerra funziona male e a singhiozzo. Ma fino a quando saranno pronti i tre (o quattro) inceneritori che Bertolaso non è nemmeno riuscito a far progettare in due anni e mezzo di potere assoluto e incontrastato, dove andranno mai i rifiuti campani? All'estero? Mancano i soldi per pagare queste spedizioni, già costate all'erario di tutto il paese 500 milioni di euro (dei due miliardi sperperati dai 12 commissari in forza dal 1994).

Sarebbe ora di dare voce e poteri ai tanti comitati che si sono battuti e si battono contro questa gestione dissennata. La riconversione ambientale può partire da qui.

L'icona è tratta da http://img9.imageshack.us/img9/2039/1216224867992anastasia0.jpg

La Consulta fa acqua

di Andrea Palladino



È un intervento pesante e profondo quello della Corte costituzionale, che l'altro ieri ha depositato la sentenza di respingimento dei ricorsi fatti dalle regioni Calabria, Toscana, Liguria e Campania contro la legge Ronchi. I giudici della Consulta non si sono limitati a considerare legittime dal punto di vista costituzionale le nuove norme del governo Berlusconi che forzano le tappe della privatizzazione dell'acqua, obbligando i comuni a ricorrere a società di capitali con gare europee. La sentenza, in realtà, va ben oltre: l'intero impianto legislativo degli ultimi anni che ha aperto le porte alle multinazionali dei servizi idrici viene considerato assolutamente compatibile con la Costituzione, con la normativa europea e con quella nazionale. «Decisione devastante», è il commento che girava ieri all'interno del movimento per l'acqua pubblica.

È ancora presto per avere uno studio dettagliato sull'impatto che questa sentenza avrà. Oltre al referendum - che continua a seguire la sua strada, divenendo sempre più importante - i fronti aperti in Italia sul tema della gestione dell'acqua sono tanti. In primo piano c'è sicuramente la nuova legge pugliese, che sta per andare in discussione. Voluta con forza dai movimenti per l'acqua pubblica, fatta propria da Vendola che l'ha messa tra i primi punti del suo programma di governo regionale, punta a sciogliere l'attuale forma di società per azioni per creare un ente di diritto pubblico chiuso ermeticamente alle possibili scalate dei privati. Ora la via pugliese all'acqua pubblica potrebbe essere pesantemente influenzata dalle scelte della Consulta. Nella lunga sentenza - ben 136 pagine - il giudice estensore Franco Gallo spiega che «la normativa riguardante l'individuazione di un'unica Autorità d'ambito e la determinazione della tariffa del servizio secondo un meccanismo di price cap attiene all'esercizio delle competenze legislative esclusive statali nelle materie della tutela della concorrenza e dell'ambiente, materie che hanno prevalenza su eventuali competenze regionali, che ne risultano così corrispondentemente limitate».

Dunque, rispetto all'autonomia delle regioni prevarrebbe l'orientamento del governo centrale. E con Berlusconi a Palazzo Chigi i margini di manovra sono ovviamente estremamente ridotti. Il pronunciamento ha riaperto le speranze del Pdl pugliese, che da sempre punta alla privatizzazione dell'acquedotto, già al centro di appetiti francesi alla fine degli anni '90. Immediato il commento del capogruppo regionale del Pdl Rocco Palese: «Vendola rinunci a portare avanti una legge illegittima». Per ora le due commissioni del consiglio regionale che stanno valutando la proposta di legge per la ripubblicizzazione degli acquedotti hanno optato per una pausa tecnica, dando «la possibilità ai capigruppo ed ai commissari di prendere visione dell'articolata sentenza di 136 pagine».

Le parole della Consulta in realtà colpiscono al cuore l'insieme delle autonomie locali, in un sussulto decisamente centralista. L'opposizione alla privatizzazione dell'acqua è infatti cresciuta soprattutto grazie al movimento dal basso, ai comitati cittadini, alle regioni che hanno scommesso sulla gestione pubblica e a tantissimi comuni che chiedono di riprendersi gli acquedotti privatizzati. Da due anni centinaia di consigli comunali stanno infatti inserendo negli statuti la dichiarazione dell'acqua come servizio senza rilevanza economica. Una formula che esclude, di conseguenza, il ricorso a gare pubbliche e alle società per azioni, sia private che miste. È quello che può essere definito il cuore del più ampio movimento del referendum. È forse questo il vero nemico per il ministro Fitto, uno dei principali sostenitori della privatizzazione: «La Corte ha fatto anche giustizia di singolari tentativi di sostenere la natura non economica del servizio idrico integrato», ha commentato ieri.

In questo scenario il referendum per l'abolizione della legge Ronchi e delle altre norme che di fatto hanno già privatizzato il sistema idrico assume un valore centrale. Fondamentale è la richiesta di moratoria chiesta dal Forum dei movimenti per l'acqua pubblica: fino al voto dei cittadini che nessuno tocchi l'acqua. L'appuntamento per pubblicizzare la richiesta è fissato per il 4 dicembre, con la mobilitazione di centinaia di comitati locali.





Una sentenza che non rispetta

i beni comuni

di Ugo Mattei



La guerra delle valute, i segnali prevedibilmente sconfortanti sulla «ripresa economica» e le fibrillazioni politiche nostrane mostrano come anche in Italia il ciclo inaugurato con la «fine della storia» si sia esaurito. Il nuovo scenario che si sta profilando sarà fondato su una regressione dell'asse Atlantico e sul progressivo tramonto dell'egemonia statunitense, sul piano prima economico, successivamente politico e finalmente culturale. Mentre sotto il profilo economico e politico i segnali non sono ambigui, molto più complessa si profila la partita culturale. In quest'ambito si intravedono i segnali di una ripresa di iniziativa da parte di un'elaborazione di sinistra, dopo che «la fine della storia» ne aveva provocato uno snaturamento profondo. Per vent'anni abbiamo assistito, impotenti, alla trasformazione della sinistra in un'«altra destra» che, sul piano della cultura giuridico-istituzionale, ha sostanzialmente offerto i due contributi essenziali per la strutturazione del nuovo (dis)equilibrio capitalistico fuoriuscito dalla caduta del Muro di Berlino. In primo luogo l'idea dello Stato regolatore, e in secondo luogo quella del dialogo internazionale fra le Corti supreme. Si tratta di due nozioni, entrambe figlie dell'egemonia culturale statunitense, che condividono un grande disegno di tecnologizzazione del diritto e della politica all'insegna di una presunta neutralità istituzionale (è la stessa logica ipocrita del governo tecnico). Lo Stato regolatore deve limitarsi a presiedere, come un arbitro in un incontro di tennis, al rispetto delle regole formali della concorrenza, rinunciando a favore dei privati a ogni ruolo attivo del pubblico nell'economia. A questo quadro di regressione ottocentesca verso uno Stato minimo guardiano passivo dell'efficienza economica (crescita, produttività, sviluppo, ecc) si cerca di recuperare un volto umano attraverso il «dialogo fra Corti supreme». Saranno così i giudici costituzionali di tutto il mondo, oracoli dell'ideologia borghese dei diritti individuali fondamentali, ad elaborare una giustizia (formale) universalista che faccia da contrappeso al trionfo della tecnica e dell'economia.

La valenza ideologica di questo quadro di riferimento fideistico, fondato sull'idolatria del mercato e del regime di legalità, è stata da più parti denunciata nella sua natura reazionaria. Da tempo, inoltre, la cultura giuridico-politica si è posta alla ricerca di nuovi strumenti capaci di invertire la rotta rispetto alla sciagurata mistificazione anti-politica delle privatizzazioni cammuffate da liberalizzazioni. Giustamente si è osservato che una dimensione ecologica e di lungo periodo comincia a caratterizzare in modo non ambiguo quella parte sempre più ampia della sinistra che si svegliata dal sonno delle «lenzuolate», mentre il movimento referendario per l'«acqua bene comune» allarga ben oltre la sinistra un grido d'allarme che soltanto chi si finge sordo non può sentire.

Con la sentenza che rigetta il ricorso di sei regioni contro il decreto Ronchi che obbliga alla privatizzazione dei servizi pubblici e dell'acqua, la Consulta manda un segnale molto preoccupante. Infatti, stabilendo che «le regole che concernono l'affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, ivi compreso il servizio idrico, ineriscono essenzialmente alla materia tutela della concorrenza, di competenza esclusiva statale», la Corte banalizza questioni di importanza primaria quale l'elaborazione teorica della nozione giuridica di bene comune. Così facendo essa si dimostra vecchia e prigioniera di una logica tecnocratica da fine della storia che le impedisce di produrre cultura giuridica adeguata ai tempi che stiamo vivendo. La prolissità della decisione non nasconde la debolezza teorica di un'argomentazione apodittica e contraria allo stesso diritto europeo. Speriamo che queste retrive convinzioni tecniche che ne hanno fatto un baluardo dello Stato regolatore non siano prodromiche a un respingimento del referendum il prossimo gennaio, perché ciò trasformerebbe un incidente di percorso tecnico-giuridico in un autentico abuso politico-costituzionale.

Sempre maggiore è l’attenzione al tema dei cosiddetti "green jobs" o lavori verdi. Pare infatti che attualmente l’offerta occupazionale sia nel contesto urbano sia in quello rurale possa riguardare fin da subito fino a 4 milioni di nuovi posti di lavoro nel mondo industrializzato e una cifra anche superiore nei Paesi in via di sviluppo. A rilevarlo il rapporto: "Green Jobs: Towards decent work in a sustainable, low-carbon world" realizzato da due Agenzie delle Nazioni Unite: l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e l’OIL (Organizzazione internazionale del Lavoro), che verrà presentato il prossimo 16 novembre a Milano (auditorium Regione Lombardia) nel corso del convegno "Progettare, lavorare, pensare il futuro della terra", organizzato dalla Fondazione culturale di Banca Etica e dalla Fondazione Roberto Franceschi nell’ambito del progetto Gjusti (Green Jobs, Università, Scuole, Territorio, Imprese). Tra i relatori l’ecologista

E’ un trend positivo confermato anche dall’andamento degli investimenti destinato a raddoppiare dagli attuali 1.370 miliardi di dollari l’anno a 2.740 miliardi entro il 2020. In Germania per esempio i capitali scommessi in tecnologie sono addirittura quadruplicati e toccheranno il 16% dell’intera produzione industriale con una forza lavoro superiore a quella delle industrie di macchine utensili e auto. Lo studio analizza inoltre gli sbocchi di occupazione verde nell’agricoltura, industria, servizi, nella pubblica amministrazione, sostenendo che queste opportunità possano rappresentare una via d’uscita dalla crisi.

Grazie ai finanziamenti Cariplo le due Fondazioni hanno avviato il progetto nella Zona 9 di Milano e nell’Oltrepò Pavese e coinvolto tre Istituti Scolastici di istruzione secondaria, l’Università Bicocca di Milano, l’Università degli Studi di Pavia, il sindacato, il mondo imprenditoriale, la Pubblica Amministrazione. Dal sondaggio svolto dall’Istituto Piepoli sui temi e sulle proposte emerse nei due seminari risulta che il 58% degli intervistati si è impegnato in progetti di sostenibilità ambientale negli ultimi tre anni. Mentre la società di consulenza Boston Consulting si è concentrata sulla situazione negli Stati Uniti con un recente focus che sostiene che nei tre settori in cui ci sono migliori prospettive vale a dire trasporti, efficienza energetica e generazione di energia i posti di lavoro verdi dovrebbero passare dagli attuali 570 mila a 2,4 milioni entro il 2020 secondo lo scenario più ottimista (1,1 milioni secondo quello più pessimista), con un incremento dunque del 300%. Tra i futuri obiettivi politici: assicurare una continuità ai cosiddetti lavori sostenibili anche quando verranno a mancare i finanziamenti del governo, creare ulteriori opportunità di occupazione. Il futuro di queste opportunità d’impiego dipende dunque molto dalla velocità con cui verranno create e dalla loro capacità di durata.

SIENA. La ricerca di petrolio e di idrocarburi come il metano, dopo l'approvazione della legge 30 luglio 2010, n. 122, è ripartita velocissima in Italia e il Ministero dello Sviluppo Economico è stato lesto a concedere e far approvare dagli enti locali tanti dei permessi di ricerca richiesti. Si stima che oggi siano in azione 700 trivelle e che in 100 nuove aree di perforazione stiano per cominciare i lavori! Si pensa sempre che il problema sia per gli altri, ma da giugno è attiva la concessione che riguarda l'area del fiume Bruna nel comune di Roccastrada per la ricerca di metano e petrolio. Quindi la probabilità di vedere pozzi estrattivi tra la Maremma e il Chianti è molto più alta di quello che ci si può immaginare. Le stime petrolifere affermano che

Nel sottosuolo italiano si possono nascondere cento milioni di tonnellate di petrolio, a grande profondità, circa 800-1200 metri, una goccia (4 per cento) nell'oceano del fabbisogno nazionale, ma che sembra far gola lo stesso.

Ora non vi è senese che, andando in giro nel mondo, non sentisse ovunque magnificare la bellezza della nostra terra. In effetti, se la guardiamo con occhi diversi dai nostri che vivendoci tutti i giorni non sappiamo apprezzarne la specificità, il territorio della nostra provincia è il risultato miracoloso della forza della natura e di un sapiente intervento dell'uomo nel piegarla alle proprie necessità. Una sequenza di pozzi petroliferi tra Castellina in Chianti e San Giovanni d'Asso, solo per citare due comuni che hanno dato parere positivo alla richiesta d'esplorazione del sottosuolo a una società australiana (che risulta non avere dipendenti), che potrebbe avere effetti devastanti per inquinamento e modifica della morfologia del territorio è l' immagine che presto si presenterà agli occhi dei turisti di tutto il mondo. Perché dal 4 agosto 2010, la società Heritage Petroleum ha presentato alla Provincia di Siena anche la documentazione per il VIA sulla istanza denominata "Cinigiano", oltre a quella già raccontata su questo quotidiano on line nel precedente articolo denominata "Siena", e l'iter burocratico si avvia, nel silenzio dei media, alla sua approvazione.

Come si fa la ricerca di idrocarburi? Si provocano delle esplosioni e si studia la generazione e il moto delle onde rifratte e riflesse, misurandole con degli strumenti chiamati geofoni. Individuato il giacimento, si crea un pozzo esplorativo che nel nostro caso dovrebbe essere di rilevanti dimensioni dovendo trivellare per almeno 1000 metri di profondità. Potrebbero interferire con le falde acquifere termali, per esempio, di rilevante importanza nella nostra provincia, da Rapolano a Bagno Vignoni. La gestione dei rifiuti e del materiale di risulta come i fanghi oleosi potrebbe essere importante, come il ripristino degli ambienti inquinati dai pozzi.

Ma agli australiani, se non per imposizione, potrebbe non interessare tutto ciò (non sono interessati nemmeno alla propria terra – cfr. Diamond “Collasso”), e in poco tempo potrebbe essere devastato un territorio costruito più o meno sapientemente in secoli dall'uomo. E non dimentichiamoci che al largo dell'isola d'Elba, in una delle zone più protette dal punto di vista ambientale, c'è una istanza per trivellazioni marine, proprio davanti alle coste in cui andiamo ogni estate a fare il bagno...

Lexdc Siena, da il cittadino online

Le mamme vulcaniche hanno vinto: Berlusconi, Bertolaso e la loro corte dei miracoli hanno perso. Ha vinto la lotta dura. Cortei e manifestazioni a ripetizione non avevano ottenuto niente; quando sono bruciati i compattatori, Terzigno è balzata al centro dell'attenzione. Un brutto precedente per il Governo; una indicazione ineludibile per chi ha delle rivendicazioni da portare avanti.

Ora, oltre alla discarica Cava Vitiello, non si farà neppure quella di Serre: due siti su cui il governo Berlusconi si era impegnato addirittura con una legge (unico caso al mondo in cui i siti delle discariche vengono nominativamente indicati per legge). Per questo bisognerà tornare in Parlamento, abrogare la L. 213 (recepimento del DL. 90), o una parte di essa, e farne una nuova. Speriamo che questa volta la cosiddetta opposizione non dia carta bianca al governo come ha fatto nel 2008.

Ma dove porterà Berlusconi i rifiuti che non deve più sversare a Terzigno e a Serre? Poiché le discariche di Ariano Iripino e Savignano (aperte illegalmente da De Gennaro con Prodi), quella Chiaiano (aperta illegalmente da Bertolaso) e quella di Ferrandelle (già esistente, ma inutilizzata all'epoca dell'emergenza del 2008: serviva ad acutizzare la tensione per far vincere Berlusconi; infatti è in terra di camorra) sono quasi piene, bisognerebbe aprire quella del Piano del Formicoso (prevista anch'essa dalla L. 213), ancora da costruire, ma molto capiente; contro cui a suo tempo c'è già stata una mobilitazione popolare, con i sindaci e Vinicio Capossela, tanto da costringere Berlusconi a promettere (come ha cercato di fare anche a Terzigno): «Resta nella lista, ma sarà l'ultima!» Adesso torna a essere la prima.

Perché, al di fuori delle discariche, in venti mesi di poteri straordinari Bertolaso non ha fatto niente; e quello che aveva programmato è demenziale. Che cosa prescrive la L. 213/08? Politiche di riduzione: zero. Raccolta differenziata: al 50% entro il 2010 (il tempo scade!). Ma chi doveva farla? I Comuni. Con che cosa? Con fondi del commissario che non sono mai arrivati (tranne ad alcuni Comuni, che li hanno spesi bene: vedi Salerno, passato dal 7 al 70% in un anno). Ma poi, una volta che il Commissario avesse levato le tende, la palla passava alle Province, che in base alla legge regionale 40 e successive modifiche (in vigore dal marzo 2008) avrebbero dovuto gestire tutto il ciclo dei rifiuti, compreso il rilevamento del personale dei consorzi, addetti - dal 1998 - alla raccolta differenziata. In venti mesi un commissario avrebbe dovuto mettere le Province in grado di farla, la raccolta differenziata: fondi, organizzazione, impianti, personale selezionato in modo da assegnare alla gestione dei rifiuti solo quello adatto per condizioni psicofisiche ed età, destinando ad altre attività - da concordare con la Regione - gli esuberi. Invece, niente. Bertolaso se ne è andato - per poi tornare, con la sua felpa dai bordini tricolore, quattro giorni fa - lasciando dietro di sé il deserto. In compenso Maroni ha commissariato uno dei pochi (in realtà, molti) sindaci che la raccolta differenziata la facevano sul serio, perché si è rifiutato di trasferire le sue competenze a un consorzio assolutamente inefficiente.

Andiamo avanti: trattamento dei rifiuti raccolti. La legge 213 non prevede impianti di compostaggio pubblico: di quelli che già c'erano, uno, quasi pronto (S. Tammaro), era stato usato dal precedente commissario come «deposito temporaneo di rifiuti» e riempito di ecoballe che sono tutt'ora lì; gli altri due non erano mai stati collaudati e ancora oggi non sono in funzione (i comuni virtuosi nella raccolta differenziata dell'organico pagano 200 euro a tonnellata per spedire la frazione in Veneto o in Sicilia). La legge poi prevede la chiusura dei sette impianti ex CDR che dovrebbero dividere la frazione indifferenziata residua (al massimo il 50%, secondo la legge) in secco e umido, stabilizzare quest'ultimo per portarlo in discarica senza produrre odori e infestazioni di ratti, insetti e gabbiani; e avviare a «termovalolorizzazione» (cioè incenerimento) il resto: non più, quindi, di metà della metà dei rifiuti prodotti ogni giorno in Campania (che sono 7.500 tonnellate). Per legge, gli ex CDR (nuovi e costruiti con fondi Ue) avrebbero dovuto essere venduti come rottame, o trasformati in impianti di compostaggio, se un privato, dopo averli liberati dai rifiuti organici non trattati accumulati per anni sulle linee di stabilizzazione (nei cui miasmi erano costretti a lavorare gli addetti), se ne fosse assunto il rischio. Quindi?

Quindi l'intera produzione di rifiuti era destinata all'incenerimento senza selezione o pretrattamento. Per questo la legge 123 prevedeva la costruzione in Campania di ben quattro inceneritori (poi diventati cinque, quando Berlusconi si è reso conto che in un inceneritore «normale» le ecoballe non avrebbero mai potuto venir bruciate): con una capacità di incenerimento superiore a tutta la produzione di rifiuti della regione. L'incenerimento sarebbe stato finanziato dagli incentivi CIP6: quegli incentivi, già prorogati in violazione della normativa europea per l'inceneritore di Acerra (e per questo Impregilo, l'impresa costruttrice, aveva dato le sue ecoballe in pegno, come se fossero barili di petrolio, alle banche; che ora si aspettano il guadagno promesso); gli stessi incentivi che il Pd aveva poi proposto di estendere a tutti gli impianti campani (proposta subito accolta da Berlusconi).

Ma poiché gli inceneritori erano - e sono - ancora da costruire e quello di Acerra non era - e non è ancora - a norma, nel frattempo i rifiuti dovevano per forza andare in discarica; ovviamente indifferenziati, dato che gli impianti di trattamento dovevano essere chiusi. Quando si è finalmente accorto che il ferrovecchio di Acerra non avrebbe mai potuto smaltire i rifiuti giornalieri e i milioni di eco balle che gli erano destinati, Bertolaso, cambiando rotta senza cambiare la legge, ha ribattezzato «Stir» i Cdr, trasformandoli in tritattutto per sminuzzare - senza separazione - i rifiuti indifferenziati prima di mandarli in discarica o ad Acerra: «Merdaccia» chiamava questo materiale Marta Di Gennaro, la collaboratrice di Bertolaso, che li spacciava per rifiuti «stabilizzati» e che per questo era stata prima arrestata e poi salvata dalla Procura di Roma. È proprio il materiale contro cui sono insorti gli abitanti del Parco del Vesuvio.

Allora, siccome tutto sarebbe finito in discariche, la L. 213 ne prevedeva ben 11 (poi diventate 12), di cui: quattro in aree protette (cosa vietata da una precedente legge mai abrogata); due già costruite da De Gennaro, in aree geologicamente a rischio (infatti franano) e uno in area di camorra (famiglia Schiavone), dove avrebbe dovuto sorgere anche il quarto inceneritore. E poiché i rifiuti indifferenziati generano percolato (non «pergolato» come ha detto Berlusconi, che lo ha confuso con il compost), e la camorra ci infila dentro tutte le schifezze che vuole, la legge 213 prevede anche che il percolato possa essere trattato in impianti di depurazione degli scarichi civili (cosa vietata e pericolosissima) e che discariche e inceneritori potessero accogliere anche rifiuti tossici industriali: cosa che è effettivamente avvenuta. Insomma, la gestione Berlusconi-Bertolaso dell'emergenza rifiuti ha moltiplicato il disastro campano, lasciando poi la patata bollente alle Province, ormai governate in gran parte dai satrapi del «premier». E adesso, poveruomo, dove li metterà i rifiuti, per perpetrare il suo «miracolo»?

Poveri campani; altro che poveruomo! Adesso, in attesa degli inceneritori - che, parola di Berlusconi, verranno costruiti in 18 mesi, anche se non sono stati nemmeno progettati in 30 - i rifiuti non trattati e puzzolenti verranno sparpagliati in discariche esaurite - ma in cui si può sempre cercare di stipare qualcosa in più - o illegali (leggi Camorra); a partire da quella di Giugliano, adiacente al più grande deposito di ecoballe di tutta la Galassia. E Bertolaso, che è riuscito a farsi organizzare da Santoro un Anno Zero senza contraddittorio, riprenderà a devastare la Campania; come ha fatto alla Maddalena, all'Aquila, a Giampillieri e in mille altri posti. Fino a che altre mamme vulcaniche, o di pianura, non lo fermeranno: una volta per tutte.

“Abbiamo lavorato trent’anni per avere questo parco e adesso ce lo stanno distruggendo”. Pasquale Raia, responsabile Aree Protette di Legambiente Campania, sotto il Vesuvio ha combattuto la sua battaglia. Una battaglia che ha due martiri: i consiglieri comunali di Ottaviano, l’avvocato Pasquale Cappuccio, freddato nel settembre del ‘78 mentre era in auto con la moglie e Mimmo Beneventano, ammazzato nel novembre del 1980 davanti casa. Lottavano contro la speculazione edilizia che con la complicità della camorra di Ottaviano, quella di Raffaele Cutolo, stava cambiando faccia al territorio: costruzioni abusive che portavano cave; cave che, una volta svuotate dei materiali da costruzione, chiamavano rifiuti da interrare. Un ciclo della malavita che non accettava oppositori e che aveva modificato un’area dalle enormi bellezze naturali in una periferia malconcia della città di Napoli. “Dagli anni ‘60 e fino al 1994 in questo territorio si contavano quattro grandi discariche e diverse cave più o meno legali. Nel 1995, con l’istituzione del Parco Nazionale del Vesuvio, iniziarono gli abbattimenti dei manufatti abusivi, i divieti di cava, la chiusura degli sversatoi e il ritorno graduale alla normalità”.

Il parco ha un regolamento?

Nel 2008 il Consiglio regionale della Campania ha approvato il ‘piano del parco’ con le regole di tutela dell’ambiente e delle comunità che vi risiedono.

Che tipo di tutele ci sono?

L’area è divisa in quattro zone. Le prime due, quelle più prossime al cratere, godono di una ‘protezione integrale’. La terza ha una specializzazione agricola. La quarta prevede la possibilità di costruire piccole aree a servizio turistico.

Che succede se qualcuno costruisce in un’area tutelata come quella del parco?

Se si costruisce un muretto a secco arrivano le guardie forestali e fanno un verbale. Non si può costruire e non si può cavare. Ovviamente non si potrebbe neanche aprire una discarica.

Ma rispetto alle quattro zone di protezione dove si trova la cava Vitiello?

A cavallo tra la seconda e la terza area. Nella seconda, per intenderci, per norma non si possono fare neanche le visite guidate. Invece qui hanno costruito in poche settimane anche una strada asfaltata per permettere ai camion che trasportano i rifiuti di muoversi meglio. Non sappiamo chi l’abbia costruita, con che soldi, e a che titolo. Non ha ancora passato il collaudo, ma servirà a spostare i rifiuti nel parco nazionale.

Oltre che tutelare il paesaggio, il territorio ha delle produzioni di eccellenza...

Qui ci sono le cantine del Lacryma Christi e produzioni di qualità come il “piennolo”. Il produttore di questa varietà di pomodoro, oggi, ha inscenato anche una protesta a Terra Madre, al Salone Internazionale del Gusto di Torino, per dare pubblicità a questo scandalo che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti.

Secondo lei perché si è scelto di portare i rifiuti nel Parco del Vesuvio?

Per due motivi. Il primo è che i “buchi” lasciati dalle cave andavano ripristati prima che qualcuno immaginasse di riportarci i rifiuti. Il secondo è che la cava è gestita da A2A e Asia, la società che raccoglie i rifiuti a Napoli, e per loro è molto meno costoso portare l’immondizia sul Vesuvio che fuori regione.

«La cricca, con il suo affarismo amorale, ha abitato in Campania prima di estendere i suoi tentacoli» si legge nell'introduzione al libro La peste. La mia battaglia contro i rifiuti della politica italiana, autori Nello Trocchia e Tommaso Sodano (Rizzoli; 18,50 euro; 250 pp), in libreria da questa settimana. Giornalista il primo, politico il secondo, eletto al Senato, Sodano ha fatto parte della commissione d'inchiesta sulle Ecomafie ed è stato poi presidente della Commissione ambiente, dalle sue denunce è partita l'inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio dell'ex governatore Antonio Bassolino, della famiglia Romiti e dell'Impregilo (azienda costruttrice dell'inceneritore di Acerra). Oggi è consigliere provinciale per la Federazione della Sinistra e dai banchi dell'opposizione continua a seguire la vicenda rifiuti da vicino, visto che proprio l'ente di piazza Matteotti deve gestirne il ciclo.

Sodano, non era finita la crisi?

Il 26 marzo dell'anno scorso, Berlusconi allestisce un set hollywoodiano per l'inaugurazione del termovalorizzatore, con tanto di flash mentre preme il tasto d'avvio. «È un gioiello, quelli dell'Impregilo sono degli eroi, problema finito» ripeteva davanti alle telecamere. A parte il fatto che l'inquinatissima Acerra era il posto meno adatto, l'impianto è stato avviato in violazione della normativa italiana ed europea. La Commissione Ambiente aveva chiesto 27 adeguamenti, lo inaugurarono con un ordinanza in deroga. Mancavano cose come il piano per lo smaltimento delle ceneri, i controlli al camino e il rilevamento della diossina. A febbraio di quest'anno ci doveva essere il collaudo. A giugno sono andato in Procura a chiederne il sequestro. Se vuoi visionare i documenti del collaudo, alla A2A ti rispondono che non si trovano. A settembre poi si è fermato del tutto. È un impianto obsoleto che doveva bruciare cdr di qualità, invece grazie alle deroghe brucia talquale, le sostanze organiche miscelate alla plastica generano fumi acidi che hanno corroso i refrattari della caldaia. Su poco più di 500 giorni di funzionamento, le centraline per le polveri sottili hanno registrato 250 sforamenti. E la Impregilo pretende anche 350 milioni di euro per cedere l'impianto alla regione.

A Terzigno si rischia il disastro con un secondo sversatoio

La prima volta che se ne discusse ero senatore, ci sono le intercettazione del braccio destro di Bertolaso, Marta Di Gennaro, che parla con il direttore generale del ministero dell'Ambiante, Gianfranco Mascazzini, ridono delle mie denunce, lui spiega di essere alla ricerca di una polverina magica, tipo la calce, che mischiata con i rifiuti li rende meno puzzolente, in modo da sversare nel parco nazionale del Vesuvio. In Europa solo il 20, 25% dell'immondizia va in discarica, a Napoli e Caserta la differenziata non arriva al 20 e dovrebbe salire al 60% entro il 2012. Nel frattempo non hanno aperto i siti di compostaggio per la frazione umida, gli impianti di vagliatura non sono a norma, nessun accordo con la grande distribuzione, con i mercati, i cimiteri per abbattere la produzione di immondizia.

La provincia ha un'idea di come gestire il futuro ciclo dei rifiuti?

Dicono di avere un piano che, però, parte dall'esistente e cioè dalle discariche, dagli impianti di tritovagliatura e da Acerra, a cui aggiungere un nuovo inceneritore a Giugliano, dedicato alla montagna di ecoballe, e a Napoli nella zona di Ponticelli, dove c'è già una centrale a turbogas. Nessuno dei due luoghi, altamente inquinati, verrà bonificato, a Napoli est poi dovevano fare il parco urbano, ripristinare la linea di costa e restituire il mare alla città... e invece dovranno cercare altre discariche per smaltire i rifiuti speciali prodotti da tre inceneritori.

Assalti agli automezzi, bombe carta, secondo te chi sono gli autori?

I politici di destra e sinistra per oltre dieci anni hanno utilizzato i disoccupati, i corsisti, gli Lsu come riserva elettorale, in cambio sono stati assunti nei consorzi di bacino di Napoli e Caserta, pagati spesso per non fare nulla, il lavoro veniva appaltato a ditte esterne. Alcuni di loro sono stati i primi a denunciare questa situazione. Con il decreto di fine emergenza molti rimarranno senza lavoro, questo genera reazioni violente. Le società provinciali devono mettere ordine nella materia, valorizzando dove possibile le risorse interne.

L'IDEA DELLA PROVINCIA

Riaprire discariche dismesse.

Allarme degli ecologisti

Dodici bottiglie molotov miracolosamente affiorate da un vigneto di Terzigno, alla vigilia della visita del premier nei paesi vesuviani. Sindaci che, nell'attesa dell'avvento, scrivono al papa. Il ciclo rifiuti campano sembra definitivamente sfuggire alla razionalità umana.

Ieri durante la seduta del consiglio provinciale il presidente Luigi Cesaro ha fatto il punto della situazione. La prima notizia è che per non aprire cava Vitiello si dovranno ampliare altre discariche già esistenti o dismesse, «con una gestione degli impianti post mortem». E già così le popolazioni, a cominciare da quella di Chiaiano, hanno di che terrorizzarsi. Ieri i Verdi hanno fatto un sopralluogo in località ex cava Ranieri, nelle campagne di Terzigno: una discarica dismessa, utilizzata nel 2000 per fronteggiare l'emergenza.

«Questo, che ora è un lago di spazzatura, ebbe nel 2007 un finanziamento per la bonifica da parte del ministero dell'Ambiente e della provincia di Napoli» ha raccontato Francesco Emilio Borrelli. Ampio circa 500 metri quadrati, l'invaso, dopo la saturazione, fu coperto da un telone che, a causa delle piogge, è collassato trasformandosi in un lago artificiale di liquami maleodoranti colmo d'immondizia.

Nel suo intervento Cesaro ha illustrato le direttive del nuovo piano provinciale: 5 impianti di compostaggio, per tre già decisa la destinazione (Pomigliano d'Arco, Napoli Est ed Afragola), 9 milioni di euro ai comuni per 34 isole ecologiche e 7 milioni di euro per l'acquisto di automezzi e attrezzature. A Teverna del re, a Giugliano, l'impianto di incenerimento dedicato alla montagna di ecoballe non a norma prodotte dalla Impregilo.

La provincia, però, non è pronta a varare il piano industriale delle SapNa, per cui ci vorrà una proroga di un anno con annesso allargamento dei cordoni della borsa, già benedetto da Guido Bertolaso a settembre, altrimenti il piano rimane lettera morta. Infine, la colpa della crisi è dei comuni, soggetto sottointeso il sindaco di Napoli, come da direttive impartite dal premier.

«Dal centrodestra arrivano solo mistificazioni - dice il capogruppo provinciale del Pd Giuseppe Capasso -. Dimenticano che in circa 14 comuni della provincia amministrati dal centrodestra, per oltre 1 milione di abitanti, e quindi più grande della città di Napoli, la raccolta differenziata è inferiore al 20%. Il presidente Cesaro si è superato quando ha affermato che è possibile evitare l'apertura della Cava Vitiello continuando a riempire di monnezza il vulcano più famoso del mondo».

Se il sindaco di Napoli preferisce non replica a Berlusconi, l'amministratore delegato di Asìa, Daniele Fortini, ribatte: «La città è pulita: la crisi, durata 48 ore, per ora è finita. La discarica di Chiaiano ha una capienza di circa 160 mila tonnellate, dipende dalla mole dei conferimenti la durata residua dell'impianto, che a oggi smaltisce 850 tonnellate. Stesso discorso per Terzigno: mancano circa 200 mila tonnellate all'esaurimento dell'impianto. Ma i conferimenti qui raggiungono le 1800 tonnellate giornaliere».

«Se teniamo al 40 per cento la soglia da raggiungere per la differenziata, la termovalorizzazione non la faremo mai... Quindi se è vostra intenzione, maggioranza e opposizione, dovete abbassare la quota della differenziata». Così, secondo Repubblica del 23 settembre, l'intercettazione di una telefonata tra il ras dei rifiuti dell'Abruzzo Rodolfo Di Zio e l'Assessore regionale all'ambiente, entrambi arrestati ed entrambi in combutta tanto con maggioranza che con l'opposizione della Regione, nonché con la società lombarda Ecodeco - ma anche con il comitato anti-discariche - per costruire nella regione uno o due inceneritori e garantirsi un quantitativo di rifiuti da bruciare sufficiente ad alimentarli. Da notare che il 40 per cento di raccolta differenziata è una prescrizione di legge valida su tutto il territorio nazionale da raggiungere entro l'anno in corso, mentre al 2012 questa percentuale dovrà salire al 65 per cento; anche se per chiedere l'abbassamento della soglia si è già mosso persino l'Anci, l'associazione dei Comuni italiani: anch'esso preoccupato, evidentemente, che gli inceneritori attivi o in programma nei rispettivi territori di riferimento restino "all'asciutto".

Quello che il signor Di Zio pretendeva era una modifica della legge regionale che abbassasse la raccolta differenziata rispetto agli standard regionali, senza preoccuparsi della normativa nazionale, consapevole del fatto che con il "federalismo" le regioni, delle leggi nazionali, se ne fottono. Non ci potrebbe essere smentita più chiara e sincera - perché proferita dalla viva voce di un affarista del settore - della tesi tante volte sostenuta su giornali, in Tv, in convegni "scientifici" e in mille e mille Consigli comunali, provinciali e regionali, secondo cui raccolta differenziata e incenerimento (ribattezzato "termovalorizzazione" per indorare la pillola) non sarebbero incompatibili ma complementari; né conferma più pregnante della tesi degli ambientalisti più seri - quindi, non di quelli, come Realacci, trasformatisi in sponsor dell'incenerimento - che hanno sempre sostenuto che o si fa l'una o si fa l'altro.

Ed eccoci di fronte alla spiegazione del disastro della Campania, dove da sedici anni la raccolta differenziata è al palo (con l'eccezione di alcuni comuni "virtuosi", uno dei quali è stato anche commissariato dal ministro dell'Interno Maroni perché il suo sindaco faceva "troppa" raccolta differenziata) in attesa degli inceneritori previsti dal "piano" regionale: prima quattordici, poi tre, poi uno, poi quattro, poi cinque, poi non si sa più: quello che c'è, inaugurato in pompa magna dal duo Berlusconi e Bertolaso un anno e mezzo fa, con tanto di pernacchio agli ambientalisti, non funziona e non funzionerà mai; ma è bastato a tener ferma la raccolta differenziata e ad accumulare dieci milioni di tonnellate di ecoballe nelle campagne più fertili della penisola, perché doveva fare ricca, con gli incentivi all'incenerimento, prima l'Impregilo (la società più amata da Berlusconi, dopo Mediaset), poi l'A2A, la multiservizi dei sindaci berlusconiani di Milano e di Brescia.

Ed ecco spiegato anche il disastro dei rifiuti siciliani, in attesa anch'essi da una decina di anni di quattro inceneritori (poi cancellati; per diventare subito dopo nove; uno per Provincia; per di più in una Regione che le Province si è impegnata ad abolirle). O eccoci di fronte alla spiegazione del perché in Emilia, regione una volta nota per la sua buona amministrazione, ma da tempo controllata dal colosso Hera e dai suoi inceneritori, la raccolta dei rifiuti porta a porta si fa con il contagocce e i cassonetti stradali - molto sporchi - dominano il paesaggio urbano. O, ancora, ecco spiegato il mistero di Argelato: l'unico comune italiano che ha respinto con un referendum promosso dalle destre la raccolta dei rifiuti porta a porta, costringendo alle dimissioni il sindaco del Pd che l'aveva fortemente voluta; e questo nonostante che il Pd vi abbia ancora qualcosa come il 70 per cento dei voti. Perché Hera, nel momento di assumere la gestione dei rifiuti ad Argelato, aveva mobilitato i quadri del Pd... per mettere sotto scacco loro il sindaco.

Il fatto è che la raccolta dei rifiuti, se è differenziata e soprattutto se è "spinta" con il porta a porta, è un servizio di vicinato: richiede un rapporto diretto, un colloquio permanente, un'interazione bidirezionale tra gli utenti e l'azienda (e con gli operatori dell'azienda): per promuovere l'adeguamento continuo del servizio, la qualificazione del personale (si tratta, in fin dei conti, di un servizio front-line) e la collaborazione della cittadinanza. Più la direzione e gli interessi dell'azienda si allontanano dal territorio, più evanescente - e inefficace - diventa questo rapporto.

Hera, che è ormai una multinazionale - ha intrecciato interessi e azionariato persino con una società inglese - è un buon esempio di questo processo. I suoi interessi centrali sono la finanza, la borsa, i grandi impianti (soprattutto gli inceneritori) mentre il servizio di raccolta è sempre più delegato in subappalto a cooperative dove si risparmia sui salari, non c'è formazione, il turnover è altissimo e il coinvolgimento del personale nullo. In queste condizioni la raccolta porta a porta è solo un onere e non promette niente di buono. Quello che vale per i rifiuti urbani vale per tutti i servizi pubblici locali: gestione delle acque, trasporto e mobilità, distribuzione di gas ed energia elettrica (più si risparmia o si installano fonti rinnovabili, meno l'azienda guadagna); ma poi anche cultura, assistenza sociale, ecc. Taglieggiando l'utenza, queste grandi aziende sono anche in grado di destinare ai comuni che ne sono azionisti una quota dei loro profitti. «Io sono contento perché Hera destina un milione all'anno di dividendi al mio Comune» mi ha detto una volta un militante del Pd. Sì, ma da dove li ha presi?

In questo modo è l'azienda che controlla il comune e non viceversa. L'inceneritore di Brescia (ex ASM; oggi di A2A), la gallina dalle uova d'oro della rifiutologia italiana, è un esempio da manuale. Se il comune di Capannori (in provincia di Lucca) è riuscito a diventare un campione italiano di raccolta differenziata (e il primo a puntare sull'obiettivo rifiuti zero) è perché ha mantenuto - insieme ad altri quattro comuni di media dimensione - il controllo di un'azienda di igiene urbana con il cento per cento di azionariato pubblico: cosa che la legislazione italiana ormai mette al bando, imponendo, sotto le false apparenze della "liberalizzazione", la privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Se ad Argelato vince invece il ritorno alla raccolta dei rifiuti con i cassonetti stradali, è perché la multiservizi Hera ha ormai assunto il comando sulle vicende politiche a amministrative del territorio.

La monnezza in Campania stava tornando da mesi, ma parlarne era vietato quasi fosse una bestemmia. Ora si scopre che non si era risolto nulla, solamente tamponato: il più delle volte nascosto

"Perché gli abbiamo creduto a Berlusconi, e mo' come se ne uscirà?". "Lo sapevo che tornava la monnezza e che Berluscone non aveva risolto niente. Questa è la politica". Sono le prime due frasi che ascolto da una radio locale che lascia sfogare i napoletani, che qui chiamano il primo ministro rendendo al singolare il suo nome: Berluscone, che avevano considerato il risolutore dell'emergenza rifiuti.

Oggi tutto è tornato come prima, ad appena un anno dal decreto legge del 31 dicembre del 2009 che sanciva la fine dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario.

In realtà da mesi stava lentamente tornando la spazzatura ovunque ma parlare di nuova emergenza rifiuti sembrava impossibile, era vietato come la peggiore delle bestemmie. Ma il centro di Napoli è tornato a puzzare come una discarica, la provincia di Caserta ha nuovamente le strade foderate di spazzatura, la popolazione è tornata a ribellarsi per l'apertura di nuove discariche, terrorizzata che queste raccolgano non solo i rifiuti leciti ma anche quelli illeciti, come sempre accaduto nelle discariche campane.

Non si era risolto nulla. Solo tamponato. Il più delle volte nascosto. In certi territori lontani dai riflettori, lontani dall'attenzione dei media, la spazzatura non è mai scomparsa dalle strade. Ora il grande bluff si è compiuto e mostra la sua essenza. Ed a pagarne il prezzo, come era prevedibile, è il territorio, la salute delle persone, l'immagine di Napoli nuovamente carica di spazzatura. Chi diffama Napoli, verrebbe da chiedere al primo ministro? Le foto, chi racconta lo scempio? O le strade sommerse di rifiuti? La città torna a sopportare la monnezza con i fazzoletti sui nasi quando l'odore è troppo acre perché il caldo fa marcire i sacchetti. I mercati rionali costruiscono le proprie bancarelle sulla spazzatura non raccolta del giorno prima, e le persone fanno la spesa camminando tra rifiuti. Per lo più le persone ormai fanno finta di niente. Sperano solo che le montagne non arrivino ai primi piani come successo l'ultima volta.

L'alba sul nascente governo Berlusconi si era levata liberando Napoli e la Campania dalle tonnellate di spazzatura; ora il tramonto cala su un governo meno coeso e che molti vedrebbero allo sbando, dietro le piramidi di spazzatura che tornano, identiche. L'emergenza rifiuti si fondava su un problema che sembrava insormontabile. Le discariche campane erano satolle e la magistratura, valutandole illegali, le chiudeva impedendo ulteriori conferimenti. Non c'era più spazio per i rifiuti, e le strade divenivano nuove discariche, che non avevano bisogno di approvazione e che non si poteva per decreto chiudere o riaprire. Le strade, tutte, dai quartieri più popolari del centro storico e delle periferie, a quelli collinari, costituivano le naturali valvole di sfogo. Si bruciava in campagna spazzatura per ridurla in cenere, cenere meno voluminosa e più comoda da smaltire, e così facendo si è avvelenata la terra. L'intervento del governo ha reso territorio militare le discariche: alla magistratura quindi è stato impedito di chiuderle e ai cittadini di avvicinarsi per controllare cosa accadesse a pochi metri dalle loro case. Questo provvedimento, accettato come un male inevitabile, doveva servire a dare ossigeno alle amministrazioni per costruire alternative che però non sono mai partite.

La raccolta differenziata è la vera vergogna della Campania e di Napoli. Non si riesce ad organizzarla al meglio nemmeno nei piccoli centri. Si pensi ai tanti comuni dell'Avellinese e del Beneventano che hanno le campagne invase dalla spazzatura, ma sono troppo periferici per fare notizia. Ad oggi Napoli ha solo poche aree in cui viene svolta la raccolta porta a porta, l'unica davvero efficace perché implica un controllo dal basso del cittadino sul cittadino. Raccolta che per legge avrebbe dovuto raggiungere già il 40% dei rifiuti conferiti mettendo in moto un circolo virtuoso che la città aspetta ormai che arrivi dal cielo, come fosse un miracolo. La stessa Asìa, in un volantino da poco distribuito nell'unico quartiere dove la differenziata porta a porta è attiva da due anni - i Colli Aminei - , si è detta preoccupata perché il quantitativo di rifiuti indifferenziati negli ultimi mesi è aumentato, come se quel quartiere che doveva essere la testa d'ariete, la punta di diamante di un'area devastata, si fosse reso conto che i suoi sforzi e il suo virtuosismo valgono quanto una goccia in un mare di disservizi. E a quel punto a che serve differenziare. 

Meglio buttare tutto nella solita montagna di monnezza. Si sa che i termovalorizzatori non sono mai realmente partiti. Non quello di Napoli, non quello di Salerno, non quello di Santa Maria la Fossa e quello di Acerra è partito solo in parte. Anche su questo piano quindi le cose non sono andate come il governo aveva promesso e il risultato è stato il totale fallimento di un processo che non poteva contare solo sul senso civico dei cittadini. Avevano promesso di non aprire più discariche ed invece ne stanno aprendo un'altra nel parco del Vesuvio, in un'area di interesse naturalistico rarissima. L'emergenza rifiuti è stata manna per la politica campana ed è stata utilizzata per costruire un meccanismo di consulenze e appalti emergenziali. Se hai intere provincie sommerse, devi necessariamente stanziare danaro straordinario. E quindi consulenti e imprese sui quali non può esserci controllo serrato.

L'equilibrio su cui si regge il ciclo dei rifiuti in Campania è estremamente fragile. Per mandare in tilt una macchina che è tutt'altro che oleata, basta bloccare il flusso di danaro che arriva nelle casse delle provincie e dei comuni. Basta far finire i soldi in un groviglio di appalti e subappalti. A Napoli l'Asìa, l'azienda che fornisce i servizi di igiene ambientale alla città, ha circa 3000 dipendenti e affida parte dei sevizi a Enerambiente, società veneta dedicata ai servizi ecologico-ambientali e alla gestione integrata dei rifiuti, che di dipendenti ne ha 470. A sua volta Enerambiente attinge per la gestione dei rifiuti alla cooperativa Davideco che ha 120 dipendenti e agli interinali che forniscono almeno altri 150 dipendenti. In questa catena infinita di appalti e subappalti lievitano i costi e le clientele e quest'anno trascorso dal decreto di fine emergenza non è servito a mettere in moto il circolo virtuoso di cui la città aveva bisogno, ma a oliare nuovamente la macchina dello spreco e del ricatto.

Dopo l'inchiesta che ha visto Nicola Cosentino accusato dall'Antimafia di Napoli di essere stato un riferimento politico della camorra attraverso il settore rifiuti, in queste ore, sembrerebbe realizzarsi di nuovo ciò di cui si è scritto: la centralità della monnezza in Campania che arriverebbe persino, attraverso Nicola Cosentino, a configurarsi come una pistola puntata alla tempia del governo. Ovvero, come tramite di ogni rapporto tra Berlusconi e il politico casalese ci sarebbe la gestione del ciclo dei rifiuti. Nel dibattito politico di questi ultimi mesi si è fatto riferimento a come Cosentino, leader indiscusso del Pdl in Campania, avesse dalla sua molti sindaci, i consorzi, la vicinanza di imprenditori e quindi potesse formalmente, se solo lo decidesse, bloccare il meccanismo di raccolta rifiuti. Il voto alla Camera, se si crede all'ipotesi di un Cosentino imperatore nel settore dei rifiuti, con il no all'utilizzo delle intercettazioni sembrerebbe essere un dono fattogli per cercare di riportare la nuova emergenza a una "normalità" di gestione consolidata. Ma questo può saperlo solo Cosentino stesso.

Quanto ai bassoliniani, che nel settore rifiuti hanno fatto incetta di voti e clientele, certamente non risulteranno in questa fase concilianti verso la situazione e anche dal loro versante ci sarà ostruzionismo e voglia di tornare ad avere prebende e potere attraverso la crisi. O si tratta con loro o tutto si ferma. Serve ricordare che l'emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l'anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. In tutto questo la camorra naturalmente continua il suo guadagno che cresce ad ogni passaggio. Nei camion che serviranno alla nuova emergenza, nel silenzio caduto sul ciclo rifiuti perché i roghi nelle campagne continuano a gestirli i clan, bruciando rifiuti, sino al business dei terreni dove chissà per quanti decenni verranno depositate le ecoballe ormai mummificate il cui fitto viene pagato direttamente nelle loro mani.

Non mi stancherò mai di dirlo: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza,

Noi donne e uomini dei movimenti sociali territoriali, della cittadinanza attiva, del mondo dell’associazionismo laico e religioso, delle forze sociali, sindacali e politiche, del mondo della scuola, della ricerca e dell’Università, del mondo della cultura e dell’arte, del mondo agricolo, delle comunità laiche e religiose

che in questi anni e in tutti i territori

- abbiamo contrastato la privatizzazione del servizio idrico, perché sottrae alle collettività un diritto essenziale alla vita;

- abbiamo promosso e partecipato, nel Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua o in altri percorsi, a iniziative ed azioni, socializzando i saperi e le esperienze, rafforzandoci reciprocamente, allargando la sensibilizzazione e il consenso;

- abbiamo promosso con oltre 400.000 firme una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e la sua gestione partecipativa;

- abbiamo promosso mobilitazioni territoriali, manifestazioni nazionali e appuntamenti internazionali per riappropriarci di ciò che a tutti appartiene, per garantire a tutte e tutti un diritto universale, per preservare un bene comune per le future generazioni, per tutelare una risorsa naturale fondamentale;

-abbiamo promosso una campagna referendaria che si è conclusa con lo straordinario risultato di oltre un milione e quattrocentomila firme raccolte;

consapevoli del fatto che

- il voto referendario apre una stagione decisiva per l’affermazione dell’acqua bene comune e della sua gestione pubblica e partecipativa;

- la battaglia dell’acqua è assieme una battaglia contro il pensiero unico del mercato e per una nuova idea di democrazia;

- la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua e del servizio idrico è incompatibile con conservazione della risorsa acqua, degli ecosistemi e più in generale dell’ambiente;

- una vittoria ai referendum della prossima primavera potrà aprire nuove speranze per un diverso modello economico e sociale, basato sui diritti, sui beni comuni e sulla partecipazione diretta delle persone;

facciamo appello a tutte le donne e gli uomini di questo paese

perché, in questi mesi che ci porteranno al referendum si apra una grande stagione di sensibilizzazione sociale sul tema dell’acqua, e si produca, ciascuno nella sua realtà e con le sue attitudini e potenzialità, uno straordinario sforzo di comunicazione sull’importanza della vertenza in corso e sulla necessità del coinvolgimento di tutto il popolo italiano, con l’obiettivo di arrivare all’affermazione dei tre referendum abrogativi.

Tutte e tutti assieme possiamo affermare l’acqua come bene comune, sottrarla alle logiche del mercato, restituirla alla gestione partecipativa delle comunità locali.

Tutte e tutti assieme siamo coinvolti nel problema e possiamo divenire parte della soluzione.

Il tempo è ora. Perché si scrive acqua e si legge democrazia.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Comitato Promotore dei referendum per l'Acqua Pubblica

Perciò il governo vuole sciogliere le camere

Servizi pubblici in saldo. Referendum a rischio

di Ugo Mattei

Sono da oltre un mese negli Stati Uniti e vedo quindi le cose italiane da una certa distanza e in una prospettiva comparativa che mi consente una percezione non offuscata dal dettaglio quotidiano della polemica politica. Mi occupo anche qui di beni comuni e constato che il referendum italiano attira l'attenzione di molti miei interlocutori, accademici e non. Tutti si dimostrano colpiti dalla brutalità del tentativo con cui il governo italiano cerca di «lisciare il pelo» (qui mi dicono brown-nose) alle multinazionali mettendo sul piatto una torta così ricca. Tutti mi dicono che neppure i più sensibili alle corporation fra i senatori di questo paese (e qui in California Dianne Feinstein lo è molto) oserebbero neppure proporre tanto e tanto in fretta. Qui al saccheggio dei beni comuni come «uscita dalla crisi» certamente mirano in tanti (amministrazione Obama compresa) ma la cosa avviene in modo più graduale, senza tanto brutale piratesco coraggio. Infatti, mi dice un'osservatrice acuta, questa italiana non sarà affatto una privatizzazione ma una ennesima corporatization, ossia un trasferimento diretto (e colluso) alla corporation, entità che ormai scavalca la divisione tradizionale fra pubblico e privato (e lo sappiamo bene dopo la reazione alla crisi finanziaria). Proprio come il movimento globale per i beni comuni ma con motivazioni ed effetti opposti.

E allora in questa prospettiva più ampia emerge un'interpretazione dell'incomprensibile farsa della crisi della destra (e della balbettante opposizione della sinistra) italiana, meno legata allo scontro fra singoli ego dei nostri improbabili politici. Teniamo in considerazione infatti che in prospettiva globale l'Italia è da sempre un paese semiperiferico a sovranità limitata (da Europa, Nato, Fmi e Vaticano) perché tutte le scelte importanti sono eterodirette (economia ed esteri sono almeno dalla «seconda repubblica» in mano a due maggiordomi, rispettivamente di Fmi Ocse e Nato). Ebbene la questione di grande rilevanza economica in ballo in Italia oggi è il referendum contro la corporatizzazione finale dei servizi, ed è proprio questo movimento di popolo che preoccupa i cosiddetti poteri forti globali.

Berlusconi non è in grado di mantenere quanto promesso: di lui non ci si fida più. Di qui la fortissima pressione per lo scioglimento delle Camere, che nel nostro diritto costituzionale significa «rinvio di un anno» del referendum. In effetti il decreto Ronchi è una «legge provvedimento» che dispiega i suoi effetti a data certa, sicché solo il referendum vinto entro il 2011 effettivamente disinnescherebbe la soluzione «corporatizzatrice» finale che sta tanto a cuore al potere globale. Insomma, dal punto di vista economico (il solo rilevante davvero) rinviare significa costringere il popolo sovrano (non sensibile agli interessi multinazionali come i suoi rappresentanti parlamentari) a chiudere le gabbie a buoi fuggiti, con gran brindisi in borsa delle corporation. Ecco spiegata la fibrillazione. Naturalmente a Camere sciolte si aprirebbe una questione costituzionale del tutto nuova nel nostro paese.

È costituzionalmente ammissibile il rinvio di un anno, provocato da organi di democrazia indiretta (Governo e Parlamento), che svuota interamente di significato uno strumento di democrazia diretta? Possono i rappresentanti del Popolo Sovrano togliere la parola al Popolo Sovrano che rappresentano? Evidentemente in caso di scioglimento anticipato delle Camere saranno gli organi di garanzia preposti al controllo della coerenza costituzionale del nostro ordinamento (Corte Costituzionale e Presidente della Repubblica) a doversi pronunciare. Noi riteniamo che si debba arrivare a un contestuale rinvio di un anno degli effetti della legge Ronchi sottoposta a referendum, in modo da evitare questo strappo costituzionale.

In altre parole, in caso di scioglimento, non a fine 2011 ma a fine 2012 dovrebbe scattare l'obbligo di «messa a gara», evitando di far fuggire i buoi prima che si possano chiudere le stalle. Ricordiamo che una volta venduti i servizi pubblici diviene difficilissimo recuperarli alla proprietà pubblica, perché scattano i requisiti di riserva di legge e indennizzo a tutela dei beneficiari privati della corporatizzazionesaccheggio. Insomma una bella questione da approfondire giuridicamente per capire quali forme tecniche debba prendere la nostra sacrosanta questione di sostanza costituzionale provocata da quella brutale struttura di provvedimento-saccheggio a data certa del decreto Ronchi che tanto colpisce gli osservatori di queste parti.

Che gli effetti politici del Referendum siano già ora una corsa bipartisan contro il tempo, per scappare col bottino prima che il popolo si pronunci, è già evidente a Torino. Infatti Chiamparino, adempiendo con zelo anche ai desiderata regionali bipartisan di Bresso e Cota, sta premendo sull'acceleratore della corporatizzazione del trasporto pubblico torinese (Gtt). Sebbene un comitato di cittadini stia raccogliendo molte firme per chiedere una moratoria almeno fino all' espletamento del referendum sul Decreto Ronchi (sulla base del quale la «messa a gara» sta avvenendo) il sindaco non sente ragioni.

Per un futuro più potabile

di Guglielmo Ragozzino

A Firenze l'assemblea dei movimenti in difesa dell'acqua pubblica, per passare dalla raccolta delle firme al referendum. E alla vittoria che impedisca di trasformare l'oro blu in merce. Da Cochabamba all'Amiata, dal generale al particolare, la lotta continua

FIRENZE - Antonio che ha il microfono chiama alla presidenza tutti insieme i diecimila militanti che hanno raccolto le firme tra aprile e l'estate. È una battuta, ma i rappresentanti di quei diecimila, venuti in centinaia a Firenze alla casa del Popolo di S. Bartolo a Cintoia, non ci trovano niente da ridere, anzi applaudono convinti. Tutti sanno cosa è stato il lavoro di raccolta e mobilitazione. Sanno poi che ora occorre proseguire. Come si passi dalla raccolta delle firme al referendum e alla vittoria che stabilisca che in questo paese l'acqua non è una merce, ma un diritto, un bene comune, inalienabile, non è facile stabilirlo. L'assemblea consiste proprio in questo: misurare l'ostacolo e trovare strategie e tattiche, alleanze e percorsi per superarlo. Non esaltazione, ma lavoro ragionevole.

Il discorso ufficiale per un'Assemblea sui referendum futuri in Italia lo tiene Oscar Oliveira che arriva da Cochabamba per dare una mano e chiedere aiuto. Poi altri toccano il tema delle dighe sul Tigri e dell'imperativo morale di salvare Hasankeyf, una delle più antiche città del mondo. Si parla della falda dell'Amiata che è, o era, la maggiore dell'Italia centrale e ora si è abbassata di 200 metri, perdendo miliardi di litri, anche e soprattutto per i prelievi dell'Enel e dei suoi impianti geotermici. Probabilmente quelli di Astrid non capirebbero, ma così la democrazia universale dell'acqua ha avuto una giusta cornice. Dal generale al particolare, l'obiettivo comune e la lotta intelligente sull'acqua potabile, della città e del circondario, da difendere e da salvare. Tra gente dell'acqua i discorsi sono semplici e condivisi.

Per semplicità di discussione si fanno emergere quattro temi: il futuro dell'acqua con le vertenze locali e la possibilità di arrivare a una moratoria generale, il quorum da raggiungere con il punto essenziale del finanziamento per la campagna verso il voto, la gestione pubblica partecipata e infine il pianeta acqua: Cochabamba, il Kurdistan, l'Amiata.

Viene descritto in primo luogo con precisione (da Marco Bersani) il calendario che aspetta il movimento ed è tra il giuridico e il lunare. Noi lo riportiamo, secondo gli appunti, ma senza certezze, anzi con beneficio d'inventario: la Corte di Cassazione il 1 ottobre chiude il rubinetto alla raccolta di firme - ci sono i tre referendum di Di Pietro, uno dei quali è sulla privatizzazione dell'acqua e potrebbe sempre materializzarsi una richiesta per un referendum sconosciuto. Poi c'è la verifica delle firme, con l'eventuale proposta di accorpare richieste referendarie simili. Questa fase dura fino al 31 ottobre. Fino al 15 dicembre la Cassazione riflette, per poi scaricare, con una sentenza, il problema alla Corte Costituzionale che entro il 10 febbraio deciderà della proponibilità dei referendum: tutti o qualcuno. E già questo è un terreno minato. Qualche giorno prima, il 20 gennaio, la Corte indica il giorno in cui delibererà. Questo perché fino a tre giorni prima è possibile indirizzare memorie alla Corte. Quindi un'altra data da ricordare: tre giorni prima della decisione, finiscono i giochi e la Corte si ritira.

Poi, se tutto va bene, la gimkana continua. Tocca al governo, sempre che esista ancora e sempre che non abbia inventato una serie di leggi per ottenerne l'esclusione di tutti i referendum o almeno di quelli che ci stanno a cuore in modo surrettizio. Tocca al governo decidere la data dei referendum, tra il 15 aprile e il 15 giugno. In quel periodo ci sarà anche un voto amministrativo, per esempio a Milano e spetterà al governo accorpare i referendum alle elezioni, oppure scegliere date diverse. Difficile immaginare una data diversa da quella più sfavorevole ai referendum.

Se questi sono gli ostacoli e le insidie principali, di certo ve ne sono altri disseminati e ancora oscuri. Spetta a un gruppo di giuristi, esperti e affezionati ai problemi della democrazia e dell'acqua, il compito di affrontare nel modo migliore le difficoltà. Franco Russo tra gli altri ha ben descritto la fase. Servono persone capaci di praticare la Corte oltre che i movimenti, serve gente con un buon tasso di credibilità presso gli alti magistrati. Devono però spiegare bene cosa stanno facendo, confrontarsi con il movimento. Da qui nasce una proposta che oggi discuterà l'assemblea plenaria, di un convegno di carattere giuridico e liquido insieme, per mettere a punto la strategia e la tattica.

Si discute molto di moratoria e di moratorie, quella generale e quelle locali. Concordano tutti e tutte sul punto dell'ingiustizia di una serie di decisioni irrimediabili sulla gestione idrica in molte località, quando sono state raccolte firme in quantità e pendono i referendum. La volontà popolare è stata disprezzata: qualcuno vuole imbrogliare la situazione tanto da rendere impossibile tornare indietro. Alcuni fanno presente la disparità delle situazioni locali: non si chiude la stalla della moratoria quando i buoi sono scappati.

In generale è difficile il confronto con gli altri, con quelli che non hanno ancora messo l'acqua al centro della democrazia per la quale lottano. Come si apre il discorso ai milioni di voti che serviranno a giugno inoltrato, quando, finite le trappole, si andrà a votare per il referendum?

Il problema delle alleanze si presenta sempre davanti a un movimento ragionevole; e questo lo è. Oggi (per voi che leggete) si deciderà di partecipare il 16 ottobre alla giornata di lotta della Fiom, si andrà per scuole (e fuori dalle scuole) per convincere gli studenti che ne vale la pena e che si lotta anche per loro e con loro; quando in dicembre, a Cancun il mondo discuterà di acqua, anche l'Italia del movimento non farà mancare il suo appoggio, solo perché c'è altro da fare, monitorare la Cassazione. E ci sarà anche un nuovo 20 marzo - sarà il 19, per motivi di calendario - quando tutto il movimento, ma tanti e tante di più si daranno appuntamento a Roma per sostenere il nostro referendum.

Altrove, in altre riunioni si parla d'altro. Quanti soldi servono per il referendum? A chi li si chiede, chi li amministra? Dobbiamo contare solo sulle nostre forze, è giusto tassarsi ancora? Avere un tesoriere non snatura il movimento? Domande, domande

Il diritto umano all'acqua

Appena proclamato, già svilito?

di Riccardo Petrella

Questa settimana verificheremo, in due circostanze, se i gruppi dominanti degli Stati, che si sono opposti alla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (Riag) del 28 luglio scorso - che ha riconosciuto l'accesso all'acqua potabile ed ai servizi igienici come un diritto umano fondamentale - saranno riusciti a sminuirne la portata e ad annacquarne il contenuto. La prima circostanza, la più importante ai nostri fini, è l'approvazione giovedì 23 settembre a Ginevra da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite del rapporto dell'esperto indipendente sul «diritto umano all'acqua e ai servizi igienici» (Recdu).

La seconda circostanza è rappresentata dalla conferenza di valutazione dello stato di realizzazione degli «Obiettivi del millennio per lo sviluppo» che si terrà da lunedì a mercoledì 22 settembre a New York nella sede dell'Onu.

Come è noto, l'obiettivo della riduzione al 2015 della metà delle persone che nel 2000 non avevano accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici figura fra gli obiettivi retoricamente più enfatizzati in questi ultimi anni. Se il rapporto dell'esperto indipendente al Consiglio dei diritti umani dell'Onu è approvato nella sua stesura attuale esso rappresenterà un passo indietro notevole rispetto alla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 28 luglio. Per tre motivi.

Anzitutto perché il Recdu non riconosce il diritto umano fondamentale all'acqua in quanto tale ma si limita a considerare che «i diritti umani all'acqua e ai servizi igienici sono diritti componenti del diritto a uno standard di vita adeguato e quindi dei diritti contenuti all'art. 11 dell'International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (Icescr)». Il che significa, contrariamente a quanto riconosciuto dalla Riag, che per il Consiglio dei diritti umani dell'Onu il diritto all'acqua non esiste in se stesso, ma è di natura strumentale alla realizzazione del diritto ad uno standard di vita decente. Questo e inaccettabile e sminuisce il valore della Riag.

Secondo motivo: legando il diritto all'acqua alla Convenzione Icescr e non all'International Covenant on Civil and Political Rights (Iccpr) secondo la quale i diritti da essa coperta sono giustiziabili, l'approvazione del Recdu mantiene la tesi (difesa dagli Stati contrari alla Riag) che il diritto umano all'acqua non può e non deve far parte dei diritti umani giustiziabili, cioè a dire per i quali è possibile portare davanti alla giustizia gli Stati e altri soggetti pubblici e privati in caso di non rispetto del diritto. Anche in questo caso si tratta di un «declassamento» della natura e dell'importanza del diritto all'acqua, inaccettabile e infondato.

Terzo motivo, ancora più forte e preoccupante dei precedenti: il Recdu «riconosce che gli Stati sono liberi di optare per l'implicazione di soggetti non-statali nella gestione dei servizi idrici». Questo significa in maniera chiara e categorica: a) la piena legittimazione data da parte dell'organismo dei diritti umani dell'Onu alla privatizzazione dei servizi idrici e alla loro inclusione nella sfera mercantile. Le grandi imprese multinazionali private dell'acqua, così come la Banca Mondiale e tutti gli altri organismi internazionali «pubblici» implicati nella politica dello «sviluppo», in particolare la Commissione dell'Unione europea, non mancheranno di utilizzare questa decisione per spingere in favore dell'ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione borsistica dei servizi idrici. Non solo, anche il governo Berlusconi non mancherà l'occasione per cercare di legittimare il decreto Ronchi e sostenere che questo è conforme ai principi del diritto all'acqua riconosciuto dall'Onu!

b) l'affermazione che secondo il Cdu non v'è incompatibilità tra diritto umano fondamentale all'acqua e privatizzazione dei servizi idrici, il che è assolutamente mistificatorio perché, per definizione, nel mercato non vi sono diritti né obblighi riguardo eventuali diritti (il mercato può addirittura togliere la proprietà di un bene e, grazie ai meccanismi di dominio oligopolistico, ridurre in polvere la cosiddetta libertà d'investimento). L'approvazione del Redcu rinforzerebbe l'egemonia ideologica culturale in materia di diritti umani e sociali e dei beni comuni della teologia capitalista universale.

Occorre reagire, specie in Italia e dall'Italia dove più di un milione e quattrocentomila cittadini hanno firmato in favore di tre referendum miranti, per dirla in breve, all'abrogazione delle disposizioni legislative approvate dal governo Berlusconi allo scopo di privatizzare i servizi idrici (e l'acqua). Un mail-bombing gigantesco lunedì e martedì prossimi al Consiglio dei diritti umani dell'Onu e al Segretario generale delle Nazioni Unite sarebbe un'azione molto efficace.

Per quanto riguarda la conferenza delle Nazioni Unite sugli «Obiettivi del millennio per lo sviluppo», tutto indica che i gruppi dominanti degli Stati del «Nord» cercheranno, con l'aiuto e la complicità dei loro simili dei paesi del «Sud» e delle agenzie dell'Onu, di dimostrare - e fare approvare nella risoluzione finale della conferenza - che se l'obiettivo della riduzione di metà delle persone senza accesso ai servizi igienici non sarà raggiunto, l'obiettivo relativo al dimezzamento della popolazione senza accesso all'acqua potabile sarebbe stato di già realizzato.

Una grande conquista, proclameranno, che confermerebbe, diranno, la giustezza delle scelte e delle politiche operate in questo campo dai dirigenti mondiali (compresa quindi la privatizzazione dei servizi idrici e la mercificazione dell'acqua, dichiarata bene economico dall'Onu nel 1992).

I dati ufficiali confermano i progressi realizzati a proposito dell'acqua potabile, soprattutto in Cina e in Brasile (e in quest'ultimo paese grazie alla campagna «un milione di cisterne»). Si tratta però, in generale, di dati risultanti da mistificazioni statistiche. Al di là delle cifre, gli affamati, gli assetati, gli abitanti delle baraccopoli, i poveri assoluti, i senza lavoro si conteranno ancora al 2015 in miliardi.

I dominanti sono incapaci - non è una sorpresa - di far cambiare rotta al mondo. Il fallimento della società mondiale fondata sui principi della sovranità e della sicurezza «nazionali», cioè dei più forti, e sulla ri-universalizzazione del capitalismo è totale. Occorrerà nei mesi che verranno attaccarsi a tale fallimento e inventare, a partire dai beni comuni e dalle città, una nuova mobilitazione altermondialista.

Ricordo che l'Icescr è stato ratificato da 160 Stati ma non ancora (a dicembre 2008) dagli Stati Uniti

Il 9 settembre tra le 18,30 e le 19,00 circa la zona compresa tra Amalfi e Maiori è stata investita da un’intensa precipitazione che in un’ora ha fatto cadere al suolo da 50 a 70 mm; alla fine dell’evento circa 150 mm di pioggia hanno inondato la superficie del suolo. Il pluviometro di Ravello non ha registrato tutto l’evento perché l’interruzione dell’erogazione della corrente elettrica lo ha messo fuori uso. Alle 18,59 sarebbe giunto un fax della Protezione Civile Regionale al Comune di Atrani con il quale si avvisava che il pluviometro (prima del tilt) aveva registrato precipitazioni tali da fare scattare l’allarme “relativamente agli scenari di rischio per eventi pluviometrici della CLASSE I ..”. Si avvisava che avrebbe potuto verificarsi il disastro che ad Atrani era già in atto. L’eccezionale evento piovoso è stato causato da cumuli nembi che si sono autorigenerati sul versante sudorientale dei Monti Lattari tra Amalfi e Maiori. Il bacino imbrifero del Vallone Dragone (circa 5 kmq) che attraversa Atrani è incastrato tra ripidi versanti costituiti da rocce calcaree ricoperte in gran parte da suolo non incastrato nel substrato e da livelli di lapilli sciolti. La parte inferiore è prevalentemente terrazzata e coltivata mentre la parte superiore è coperta da castagneti e boschi cedui.

L’acqua di precipitazione generalmente si infiltra nel sottosuolo per cui solo le parti impermeabilizzate alimentano il deflusso superficiale. Eventi piovosi come quello del 9 settembre possono causare l’innesco e scorrimento di flussi fangoso- detritici rapidi che si alimentano con i sedimenti sciolti e inglobano i detriti eventualmente accumulati abusivamente nell’alveo. La vegetazione arborea che ha radici nel suolo non incastrato nel substrato non può impedire i dissesti citati. Altri dissesti si possono originare dai versanti ripidi boscati devastati dagli incendi a causa dello strato di cenere che impermeabilizza il suolo; così l’acqua che defluisce si trasforma rapidamente in colata detritico-fangosa che si riversa nell’alveo. Da circa 15 ettari di versante incendiato si possono alimentare flussi detritici incanalati che possono raggiungere portate di circa 100 mc/sec. Anche le colate rapide di fango che possono innescarsi nella parte alta del bacino, una volta raggiunto l’alveo vi si incanalano dando origine a flussi veloci con portate superiori alle precedenti.

Le immagini filmate evidenziano la considerevole portata del flusso che ha invaso l’abitato di Atrani trasportando tronchi, frammenti di legno bruciacchiati, grossi massi e inglobando decine di autoveicoli e moto nelle strade urbane.

Come al solito, il tratto urbano del vallone era stato trasformato in strada che scorre sul vallone; identica situazione di Casamicciola devastata dalle colate di fango del 10 novembre 2009. Il flusso fangoso detritico non è stato smaltito dall’alveo tombato e si è riversato sulla strada sovrastante devastando e causando la scomparsa di una ragazza. I primi rilievi evidenziano che per vari minuti l’alveo intubato del Dragone ha smaltito una consistente portata stimata intorno ai 100 mc/sec. In seguito all’incremento della portata il flusso fangoso ha completamente riempito l’alveo e si è riversato sulla sovrastante Via dei Dogi defluendovi con portata massima quasi simile a quella dell’alveo.

Le immagini amatoriali evidenziano che contemporaneamente in mare affluivano i due flussi (quello dell’alveo intubato e quello che dopo avere percorso la via dei Dogi aveva devastato la Piazza Umberto I infilandosi nell’arco aperto del viadotto della Strada statale trascinando in mare decine di auto e moto). Per vari minuti flussi velocissimi (velocità stimata tra 30 e 60 km orari circa) hanno scaricato in mare portate stimate intorno ai 200 mc/sec, nettamente superiori a quelle che l’alveo intubato poteva smaltire in sicurezza. Valutando che circa il 50% del flusso poteva essere costituito da acqua (il resto era detrito, tronchi ecc.) durante il periodo di portata massima possono essere stati smaltiti in mare da 20.000 a 50.000 mc di acqua circa. Da quale parte del bacino provenivano, l’influenza che possono avere esercitato eventuali rifiuti scaricati abusivamente in alveo, l’eventuale cedimento di terrazzi agricoli, eventuali colate di fango nella parte montana del bacino sono alcuni degli aspetti che saranno accertati al fine di “capire” l’evento e di elaborare adeguate proposte di messa in sicurezza. Il 20 agosto scorso avevo pubblicato un articolo dal titolo “I meteo-serial- killer (i cumulo nembi) si verificheranno anche nel prossimo autunno? Ancora indifesi aspettiamo che colpiscano” nel quale evidenziavo che, come è noto nella letteratura, i cumuli nembi (da me denominati meteo-serial-killer) sono perturbazioni che si innescano ed evolvono rapidamente localmente quando si verificano particolari condizioni atmosferiche; richiedono una particolare morfologia della superficie terrestre. E non si possono prevedere! Mentre le perturbazioni meteo che interessano vaste aree sono fenomeni prevedibili e tracciabili, non c’è nessun modello numerico in grado di avere una capacità predittiva di un cumulo nembo che interessa un’area limitata provocando precipitazioni fino a 100 mm all’ora. Questo fenomeno si è verificato il 1 ottobre scorso nel messinese, nell’aprile 2006 e il 10 novembre 2009 ad Ischia, tra il 5 e 6 maggio 1998 nel sarnese, il 19 giugno 1996 nella Garfagnana, tra il 24 e 25 ottobre 1954 nel salernitano. Le vittime sono state diverse centinaia. Considerando che i cumuli nembi hanno causato danni enormi e centinaia di vittime, che essi “agiscono” in maniera ripetitiva in relazione ai periodi e alle condizioni morfologiche e meteo, mi chiedevo “Come mai la ricerca è così indietro?”. Eravamo alla fine di agosto e prossimi ad uno dei periodi per l’attivazione del meteo-serial-killer e ancora indifesi i cittadini possono solo attendere sperando che non colpirà? è mai possibile che all’inizio del terzo millennio non si possa fare niente per la prevenzione? Dopo il disastro del messinese evidenziammo che l’attuale sistema di monitoraggio delle precipitazioni non è in grado di capire in tempo reale se un cumulo nembo stia investendo una parte della superficie del suolo. La prevenzione dei danni alle persone, almeno, può contare su circa 30-60 minuti di tempo, in relazione alle caratteristiche fisiche locali. Che si può fare in questo tempo ridotto? Solo attivare dei piani di protezione dei cittadini accuratamente preparati e sperimentati. Considerando che le persone potenzialmente esposte agli effetti devastanti dei meteo-serial-killers sono almeno 500mila in Campania e che è impossibile mettere in sicurezza il territorio che è stato oggetto di diffusa e impropria, secondo le leggi della natura, occupazione, si ribadisce l’importanza di avvertire i cittadini che si può attivare subito una difesa, almeno, della vita umana. Fatalità, imprevedibilità dell’evento, colpa di qualcuno? è già iniziato il solito “protocollo” di azioni post disastro che, finora, ha lasciato tutto come prima.

Non era difficile essere profeti di disgrazia a proposito della ricerca di idrocarburi nel Golfo del Messico. Gli standard di sicurezza non sono, di fatto, rispettati dal 1979, anno del primo grave incidente, e ancora non è stata nemmeno affrontata la situazione derivata dalla falla della Deepwater Horizon, quando un nuovo incidente, i cui contorni sono singolarmente ancora incerti, riapre una questione che deve trovare una risposta definitiva.

È possibile trivellare allegramente tutta la crosta terrestre senza pagare un prezzo ambientale elevato? A questa domanda abbiamo risposto affermativamente per oltre un secolo, ma invece di approfittare della seconda tecnologia al mondo per investimenti e innovazione (prima del petrolio c’è solo l’industria delle armi) al fine di lavorare in condizione di «safety first», abbiamo abbassato i livelli di sicurezza. Un tempo un incidente in fase di trivellazione o produzione era piuttosto raro, oggi rischia di diventare frequente, non esattamente a causa della crisi economica, visto che il margine di profitto sugli idrocarburi è talmente enorme da non mandare ancora fallita la Bp, pure se si dovrà impegnare per mezzo secolo al ritmo di qualche miliardo di dollari all’anno, se vuole riportare la vita nel Golfo.

Ma questa situazione è figlia dell’attuale grado raggiunto dall’esplorazione petrolifera mondiale: la maggior parte dei grandi giacimenti è stata scoperta negli Anni Settanta e, se si vuole ancora esplorare, restano due frontiere, i Poli e le profondità oceaniche. Per ragioni di carattere ambientale e scientifico l’Antartide è off-limits, protetta da un trattato del 1959 che vacilla ma ancora tiene. L’Artico è oggetto di appetiti, ma, per ora, i costi sono troppo elevati. Restano i fondali oceanici, anche a profondità di qualche migliaio di metri, target un tempo impossibile per via delle difficoltà tecniche, oggi reso possibile dall’aumento dei ricavi. Che si tratti dell’Oceano Atlantico o del Mediterraneo, assistiamo a una fiorire di permessi di esplorazione senza eguali, anche alle nostre latitudini (quasi 40.000 kmq di nuove richieste fatte da ditte non meglio conosciute che comprano permessi di ricerca in Adriatico e nel Tirreno settentrionale, mettendo nel mirino addirittura il santuario dei cetacei). In vista di un rincaro dei prezzi la corsa al nuovo giacimento continua, sperando di compensare i costi con un barile a più di 100 dollari.

Nel 2009 la produzione italiana di petrolio offshore è stata 525.905 tonnellate: 353.844 in Zona B (Adriatico centrale) e 172.061 in Zona C (Tirreno meridionale e Canale di Sicilia) ma Legambiente fa notare che nei primi due mesi del 2010 la produzione è aumentata in totale di quasi il 35%, passando da 83.882 tonnellate a 113.136. Nello specifico è stata registrata una flessione dell’8% in Zona B (passando dai 58.020 tonnellate del 2009 alle 53.470 del 2010) e un notevole aumento pari al 130% in Zona C (passando dai 25.863 tonnellate del 2009 alle 59.666 del 2010). In Zona B il petrolio si estrae da 5 piattaforme e da un totale di 35 pozzi, in Zona C il greggio si estrae da 4 piattaforme e da un totale di 41 pozzi. Tutto questo grazie alle semplificazioni della normativa approvate dal governo e a un prezzo del barile a livelli sempre più elevati, fino a rischiare l’ubicazione in aree di elevato pregio ambientale.

È vero che sono ancora più gravi i problemi che provocano le petroliere, ma l’incidente di aprile e quello di ieri stanno cambiando le statistiche: forse ancora non sono così frequenti, ma i danni che provocano sono micidiali. Il presidente Obama aveva minacciato una moratoria alle perforazioni nel Golfo del Messico: deve ora essere conseguente a questa sua estrema decisione, così come si dovrebbe fare immediatamente nei nostri mari, dove un incidente avrebbe conseguenze ancora più gravi per via delle dimensioni ridotte. Le piattaforme internazionali non sono protette da convenzioni come l’Iopc (International Oil Pollution Compensation), forse perché troppo onerose: fatto sta che il prezzo lo paga poi comunque la collettività.

Gli idrocarburi sono stati un regalo avvelenato del nostro pianeta, una specie di cavallo di Troia che non abbiamo potuto esimerci dall’accogliere. Ma all’inizio del terzo millennio sarebbe ora di rispedirlo indietro e tentare altre strade.

Le attività umane possono svolgersi soltanto utilizzando beni materiali la cui unica fonte è la natura: il cibo per mangiare, il cemento per la costruzione degli edifici, il gasolio per muoversi, i tessuti per difendersi dal freddo, i ventilatori per difendersi dal caldo: tutti richiedono materiali la cui vera fonte è la natura. Anche i servizi, beni apparentemente immateriali, richiedono delle cose fisiche, materiali. Per comunicare con una persona lontana occorre usare un telefono che è fatto di plastica e di semiconduttori e che funziona perché è rifornito di elettricità che scorre su fili di rame rivestiti di plastica e viene da una centrale fatta di acciaio e cemento e alimentata con carbone, prodotti petroliferi o gas, che arrivano alla centrale attraverso navi o tubazioni, provenendo da pozzi o gallerie che affondano la radici meccaniche "nella natura".

Lo stesso vale per l'acciaio e la gomma dei mezzi di trasporto, per la carta necessaria, per l'informazione, per l'istruzione e per tutti gli altri servizi. Anche altri "beni" come la felicità, la dignità, la libertà, possono essere "goduti" soltanto se si dispone di cose materiali: una casa, acqua pulita, un lavoro, le attrezzature per essere curati se malati, la possibilità di "conoscere" attraverso libri e televisori, tutti oggetti e materie che si possono ottenere soltanto usando e trasformando le risorse biologiche e minerali della natura. Si può ben dire che ogni bene o ogni servizio della nostra vita sociale ed economica si ottiene "mediante natura". 



Sfortunatamente la natura è dispettosa: a mano a mano che ci regala qualcuna delle sue ricchezze ci punisce perché, per usarle, dobbiamo trasformarle e alla fine ci resta fra le mani qualche residuo o scoria o rifiuto di cui possiamo liberarci soltanto rimettendolo nei corpi naturali con sgradevoli effetti: possono essere gas o polveri che finiscono nell'atmosfera e poi nei polmoni, o alterano il clima; possono essere liquami che sporcano i fiumi e ci impediscono di berne le acque o sporcano il mare e ci impediscono di fare il bagno; possono essere mucchi di rifiuti solidi puzzolenti difficili da smaltire. Per attenuare i danni e disturbi provocati dalle nocività ambientali, inevitabilmente associati al godimento delle merci, e dei servizi offerti dalle merci, ogni singola persona, le imprese, i governi devono affrontare dei costi monetari per filtri, depuratori, cambiamenti tecnologici.



Per sapere quanto costano gli inquinamenti provenienti dalla produzione e dall'uso delle merci e dei servizi e su chi ricadono tali costi occorre conoscere "abbastanza" esattamente quanti chili di polveri, gas, liquami e rifiuti solidi accompagnano la produzione e l'uso di ogni chilo di benzina o di acciaio o di patate, di tessuto o di gomma, di ogni chilowattora di elettricità, eccetera. Un bel lavoro che dovrebbe mobilitare chimici, merceologi, statistici, e che dovrebbe fornire ai governanti delle corrette informazioni, se vogliono migliorare per davvero l'ambiente, se vogliono far ricadere equamente i costi in proporzione all'inquinamento che ciascun soggetto economico provoca.



Queste indagini sono l'oggetto della contabilità ambientale, uno speciale capitolo delle discipline economiche e ambientali. Si tratta di integrare le statistiche monetarie, che riportano le quantità di denaro prodotto o richiesto dall'agricoltura, dall'industria, dai commerci, dai trasporti, dalle famiglie, con statistiche sulle rispettive emissioni ambientali. L'Istituto Nazionale di Statistica italiano (Istat) in questi ultimi anni ha pubblicato delle utili tavole (se ne è parlato anche in questo giornale) nelle quali sono indicate, a livello nazionale e regionale, le quantità, in tonnellate o migliaia o milioni di tonnellate, di acidi, polveri, gas, metalli tossici, eccetera, immesse nell'atmosfera, dalle varie attività "economiche".

Tali dati sarebbero in grado di indicare ai governanti, ma anche alle imprese, se è più utile filtrare i fumi di una acciaieria o quelli di un cementificio, o se è bene obbligare per legge l'uso di carburanti meno inquinanti, o se è meglio bruciare carbone o gas naturale nelle centrali, o se è meglio eliminare i rifiuti con discariche o inceneritori. Nelle tavole ricordate la quantità di agenti inquinanti è indicata al fianco della quantità di denaro associata a ciascun settore e, ancora più importante, a quante giornate di lavoro sono associate a ciascuna attività inquinante.



Proprio nelle scorse settimane l'Istat ha fornito ulteriori informazioni pubblicando il n. 2 del 2010 degli "Annali di Statistica", un grosso volume di 462 pagine (consultabile anche in Internet), che spiega come ampliare le statistiche ambientali sotto forma di tabelle dette PIOT (Physical Input-Output Tables). In tali tabelle è indicata, oltre alla quantità dei rifiuti generati da ciascun settore economico, anche il peso dei gas atmosferici e dell'acqua, dei minerali e dei prodotti vegetali e animali estratti dalla natura, che "circolano" attraverso i vari settori economici: dalla natura, alla produzione, al consumo, ai rifiuti che ritornano alla natura nell'aria, nelle acque, nelle discariche. Le tabelle PIOT indicano quanta materia, in innumerevoli forme, per centinaia di milioni di tonnellate di merci e di rifiuti, accompagna ciascuno degli innumerevoli scambi di denaro che hanno luogo ogni anno nell'economia italiana. Poiché tutta la materia che entra nei cicli economici non può sparire e da qualche parte si deve ritrovare, tali tabelle, fra l'altro, consentirebbero di svelare tutte le attività ambientali clandestine o fraudolente.



Per avere delle tabelle PIOT continuamente aggiornate c'è ancora molto da lavoro da svolgere nella pubblica amministrazione e nelle Università e fa piacere vedere citate dall'Istat le ricerche degli studiosi di Merceologia dell'Università di Bari, impegnati da molti anni in queste indagini. C'è da sperare che il nuovo volume dell'Istat finisca sul tavolo di ministri, presidenti di regione, sindaci e assessori: dovrebbe essere un successo editoriale ! Speriamo anche che lo leggano.

PALANZANO (PARMA) - Raccontano, su queste montagne, che il Marino, il vento che arriva dal mare, è prezioso come la nebbia attorno al Po. «La nebbia è indispensabile per i culatelli di Zibello. Il Marino raccoglie invece i profumi dei castagni e li porta negli stabilimenti di stagionatura dei prosciutti. É per questo che sono speciali». Il vento del mare oggi rischia però di portare verso la valle ben altri odori: polveri sottili, Pm10, monossido di azoto, ceneri uscite da nuove centrali a biomassa e a biogas che stanno spuntando come funghi poco sotto il crinale dell’Appennino. «Qui da noi - dice Franco Ferrari, presidente di un comitato di protesta nato a Palanzano - abbiamo solo tre tesori: l’aria, l’acqua, la natura. Ma c’è chi vuole fare soldi in fretta e rischia di rovinare tutto».

Le alte valli Parma, Cedra ed Enza sono la porta d’ingresso, dalla parte dei monti, della food valley più famosa d’Italia: quella del Parmigiano reggiano e del prosciutto. «Noi non siamo - racconta Maria Carla Magnani, che presiede un altro comitato a Corniglio - contro il progresso e tanto meno contro imprese che diano lavoro. Ci sono centrali a biomasse o biogas che funzionano benissimo, ad esempio in Trentino Alto Adige, ma quelle sono state studiate bene e hanno un impatto positivo sul territorio. Sono progettate e gestite dai Comuni o comunque da enti pubblici. Da noi ci sono invece solo imprese private che provocherebbero soltanto devastazione».

Si incontrano i piccoli dei caprioli e dei cervi, sulle strade di Vaestano. In questa frazione di Palanzano - quaranta abitanti d’inverno, centinaia in estate - si vogliono costruire due impianti. «Si tratta di due centrali - dice Franco Ferrari - entrambe con una potenza di 999 kw l’una. Questo perché, per una potenza inferiore ai 1.000 kw, non servono autorizzazioni provinciali o regionali: basta una Dia, dichiarazione inizio attività, consegnata al Comune. Ambedue gli impianti sono sproporzionati. La centrale a biogas, per funzionare, dovrebbe usare 300 tonnellate di liquami di stalla al giorno, ma qui a Palanzano sono rimaste tre o quattro stalle e la più grande, con 150 vacche, ha già un impianto a biogas che funziona benissimo. I liquami dovrebbero essere dunque raccolti in un raggio di cinquanta chilometri, anche in provincia di Reggio Emilia.

Una via vai di cisterne, anche perché il residuo solido - pari al 60 - 80% del totale - viene riconsegnato ai produttori. Il residuo così trattato è difficilmente utilizzabile. A Pilastro di Langhirano i coltivatori hanno protestato perché il residuo di un’altra piccola centrale danneggia il foraggio destinato alle vacche del parmigiano. E non abbiamo notizie sugli impianti di depurazione. Perché fare una centrale così in una località, Nacca, dove c’è una sola strada larga due metri e mezzo, praticamente un senso unico?».

Anche la biomassa crea problemi. «Serve la legna dei boschi ma qui nessuno ha interpellato i proprietari. Il rischio è che il cippato arrivi da fuori, il porto di La Spezia non è così lontano. A volere la centrale è un Consorzio volontario di agricoltori locali, che ha una sede presso un commercialista ma non ha capitale sociale. Eppure è previsto un investimento di almeno 6 milioni di euro. Il rischio è evidente: si ottengono le autorizzazioni, si parte in qualche modo, si costruisce e poi arriva chi è in grado di pagare davvero l’investimento. E’ per questo che abbiamo raccolto 1.400 firme - fra i residenti e chi è nato qui poi è andato a studiare e lavorare lontano ma non ha lasciato la propria casa di montagna - e le abbiamo consegnate al sindaco Giorgio Maggiali. Per ora non abbiamo avuto risposte esaurienti».

Anche a Corniglio il comitato Pro Val Parma ha fatto conti precisi. «Per alimentare la "nostra"centrale a biomassa - racconta la presidente Maria Carla Magnani - servono 13.000 tonnellate di cippato (legna tritata) all’anno, con uno stoccaggio di 100.000 tonnellate di legname. Per questo sarebbero necessari 100.000 chilometri quadrati di bosco e noi ne abbiamo diecimila, il 40% dei quali inaccessibili e 1.800 demaniali perché dentro a un parco. I rimanenti 4.200 ettari in cinque o sei anni verrebbero rasi al suolo per dare da mangiare alla centrale. Questo ovviamente non è possibile. E allora, per alimentare l’impianto, dovranno arrivare centinaia di Tir da lontano. La stessa stazione di stoccaggio è prevista a Villafranca Lunigiana, più di quaranta chilometri di strade di montagna».

Un investimento di 5 milioni di euro, da parte di una Sas con 10.000 euro di capitale, costituita all’inizio del 2010. «La nostra paura è che dentro al cippato possa finire di tutto, anche le porcherie e che una volta avviata la centrale possa trasformarsi in un inceneritore mascherato. Anche noi abbiamo pronte 1.500 firme di protesta. Sappiamo che verranno prodotte 260 tonnellate di ceneri all’anno. Dove andranno a finire?». Tante domande ancora senza risposta e una paura: che il Marino possa essere cancellato dal profumo dei soldi.

Nel corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo «sviluppato», i redditi da lavoro dipendente hanno subito una riduzione di circa dieci punti percentuali di Pil a favore dei redditi da capitale e dei compensi professionali. L'aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del precariato ha reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente per vivere decentemente. La crisi ha messo in luce - e continuerà a farlo per anni - la profondità di questa trasformazione.

Una parte dell'impoverimento delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l'indebitamento (mutui, acquisti a rate, carte di credito, «prestiti d'onore», usura) sul cui traffico è ingrassata la finanza internazionale con i suoi beneficiari, poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati. Questo processo ha alterato profondamente la struttura industriale del mondo. La produzione dei beni di consumo più popolari ha progressivamente abbandonato i paesi già industrializzati, per trasformare la Cina e gran parte del Sudest asiatico in un'area manifatturiera al servizio del resto del mondo. In compenso è enormemente cresciuto, al servizio dei ceti politici, manageriali e professionali più ricchi o di autentici rentier, ormai diffusi in tutti i paesi del mondo, un consumo opulento costituitosi in un vero e proprio comparto, denominato per l'appunto «lusso», che riunisce indifferentemente gioielli, abbigliamento, pelletteria, arredamento, auto, imbarcazioni, aerei personali, resort turistici, case e uffici principeschi, a cui è stato in larga parte delegato il compito di sostenere produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione: una sorta dei «keynesismo» di seconda generazione, in cui a sostenere la domanda non è più la spesa pubblica, ma quella dei ricchi.

Questa nuova allocazione delle risorse dà la misura dei guasti, in gran parte irreversibili, di un trentennio di liberismo. Difficilmente un aumento dei redditi popolari e della conseguente domanda di prodotti di consumo potrebbero avere effetti sostanziali su produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione; a meno di promuovere un processo di riterritorializzazione che, insieme alla rilocalizzazione degli impianti, investa contestualmente anche i modelli di consumo, gli stili di vita e la tipologia dei beni e dei servizi prodotti.

Come eliminare gli sprechi



È altamente improbabile, comunque, che nei prossimi anni si possa assistere a un sostanziale recupero salariale, visti gli attuali rapporti di forza, che in tutto il mondo hanno messo alle corde il lavoro dipendente: grazie alla facilità con cui le produzioni possono essere delocalizzate in paesi con salari e protezioni ambientali più basse (e con un interventismo di Stato più elevato: vedi il caso Fiat Serbia); ma anche ai flussi migratori messi in moto dalla globalizzazione: sia dell'informazione e dei trasporti che quella della miseria. Caso mai è più probabile che continui il trend di deflazione salariale attuale.

Pertanto, senza sminuire l'importanza di mantenere aperto il fronte della lotta per il salario, la difesa delle condizioni di vita dei percettori di redditi bassi - o di nessun reddito; o di qualche forma di assistenza progressivamente erosa dallo strangolamento del welfare state - va probabilmente affrontata con altri mezzi: soprattutto attraverso una riconversione dei modelli di consumo che non riduca l'accesso ai beni di base irrinunciabili - o che addirittura lo migliori - limitando però gli esborsi monetari, i consumi superflui e gli sprechi.

È ovvio che di questo indirizzo possono e dovrebbero diventare un punto di riferimento tutti coloro che hanno conservato una maggiore possibilità di aggregazione, e che in moti casi sono anche i più direttamente colpiti: cioè gli operai delle fabbriche, in particolare di quelle investite dalla crisi o sul punto di esserlo. Ma le loro battaglie potranno avere esiti positivi se riusciranno a mettere in moto processi che coinvolgano anche altre fasce sociali.

Innanzitutto, trasformazioni in questa direzione potranno avere tanto più successo quanto più le entità associative troveranno sostegno, legittimazione e supporti tecnici ed economici da parte delle amministrazioni locali; e, naturalmente, quanto più riusciranno a sviluppare una interlocuzione, legata a precise convenienze, con una parte, almeno, dell'imprenditoria: a partire da quella impegnata nel sistema distributivo e nel comparto agricolo, ma senza trascurare l'artigianato - soprattutto quello di manutenzione - e, attraverso processi più mediati, anche la grande impresa di produzione e di servizio. Il meccanismo che accomuna i diversi processi è, o parte, dallo stesso problema: aggregare domanda.

La politica dei vuoti a rendere



Cominciando dalle cose più semplici: la nostra spesa quotidiana è composta in larga misura da imballaggi inutili e costosi (Coldiretti ha calcolato, per una serie di items di largo consumo, che spesso l'imballaggio assomma a un terzo del valore del prodotto e a volta lo supera: la quarta settimana di salario se ne va direttamente nel cassonetto). Buone pratiche dal successo ormai consolidato dimostrano che molti di questi imballaggi, destinati a inquinare l'ambiente sotto forma di rifiuti e ad aggravare i bilanci dei Comuni (e degli utenti che pagano la Tia o la Tarsu) sotto forma di servizi di igiene urbana, possono essere eliminati con circuiti di vuoto a rendere o, in molti casi, con la vendita alla spina. Dove gli enti locali si sono impegnati a promuovere questi sistemi, diffusione e accettazione sono state più rapide. Lo stesso vale per l'usa e getta, dalle stoviglie ai gadget ai pannolini.

Tra il campo e il negozio l'intermediazione dei prodotti freschi assorbe fino a quattro quinti del prezzo finale. I Gas (Gruppi di acquisto solidale) hanno dimostrato che in molti casi è possibile instaurare rapporti diretti con gli agricoltori, garantendo la qualità biologica del prodotto, un maggior ricavo per i produttori e un risparmio per i consumatori. Un vantaggio analogo - anche se con minori controlli - lo offrono i farm market (mercati aperti alla vendita diretta da parte dei produttori agricoli). In entrambi i casi i Comuni possono giocare un ruolo centrale, innanzitutto nell'autorizzare, ma anche nel promuovere e sostenere, entrambi i processi.

Gli acquisti dei Gas, che sono una forma di auto-organizzazione dal basso, possono progressivamente estendersi a una gamma molto più ampia di prodotti, compresi molti beni durevoli: forse non tutte le intermediazioni possono essere facilmente bypassate; ma una convenzione con distributori disponibili, specie se promossa o garantita da un'amministrazione locale, può alleggerire notevolmente i ricarichi.

Da oltre un anno il mercato dell'energia è stato liberalizzato. Certo gli utenti non possono seguire giorno per giorno i corsi del kWh per scegliere di volta in volta il fornitore più economico. Ma quello che non può fare il singolo lo può fare per conto di tutti un'associazione; specie se a promuoverla o a garantirla è un Ente locale in grado di mettere a disposizione anche le competenze specifiche necessarie; magari ingaggiando o costituendo una Esco (Energy Saving Company, cioè una società autorizzata a svolgere operazioni del genere). La stessa operazione si può fare contrattando direttamente anche le bollette telefoniche e di connessione con i provider informatici.

E veniamo agli interventi più pesanti: costi e consumi di riscaldamento e condizionamento (e persino quelli di illuminazione) possono venir contenuti drasticamente con interventi sulle apparecchiature, sull'impiantistica e sugli involucri degli edifici, tutte cose che oggi sono incentivate e che potrebbero fruire di un Ftt (finanziamento tramite terzi) se eseguiti su larga scala. Una modalità che può azzerare i costi di installazione, ma a cui nessun privato ha la possibilità di accedere singolarmente. Un'iniziativa dell'Ente locale per promuovere l'accesso a questa opportunità in forma associata potrebbe sortire risultati rilevanti. Ovviamente il primo a mettere in ordine i propri edifici e impianti (anche per il suo effetto dimostrativo) dovrebbe essere l'Ente locale stesso, magari imponendo lo stesso intervento ai soggetti su cui può avere voce in capitolo: a partire dagli ospedali, grandi consumatori di energia per riscaldamento, raffrescamento, forza motrice e sterilizzazione.

Questo discorso vale a maggior ragione per il ricorso alle fonti rinnovabili; solare termico per acqua sanitaria e preriscaldamento dei locali, fotovoltaico, ma anche eolico (dove ce ne sono le condizioni), minieolico e biogas nelle aziende agricole e negli stabilimenti sparsi sul territorio.

L'auto (acquisto, assicurazione, carburante, manutenzione, parcheggio e multe) divora da un terzo alla metà dei redditi bassi. Si dice che nessuno è disposto a staccarsi da questa sua protesi, e in parte è vero. Ma un servizio efficiente di mobilità di linea e personalizzata, promuovendo e organizzando car pooling, car sharing e trasporto a domanda, può permettere, soprattutto a chi l'auto propria o due auto in famiglia non può più permettersele, di farne a meno: con risparmi sostanziali.

Recuperare i beni dismessi



Una grande risorsa è infine nascosta nel mercato dell'usato, oggi marginalizzato da un cumulo di divieti e dalle stigmate dell'esclusione. La quantità di beni durevoli avviati alla discarica o alla rottamazione senza essere né consunti né inutilizzabili è immensa. Qui il ruolo delle amministrazioni pubbliche può essere centrale. Sia per autorizzare raccolta, selezione, riabilitazione e commercio dei beni oggi destinati a ingrossare il flusso dei rifiuti (si pensi solo a quello che arriva nelle stazioni ecologiche), sia per legittimare e riconoscere un merito sociale a chi pratica, in qualsiasi posizione lungo la filiera del riuso, il recupero dei beni dismessi.

Strettamente legate alla estensione del riuso sono la capacità e la possibilità di riparare e di tenere in esercizio i beni durevoli che si guastano. Una capacità che può essere insegnata e diffusa: sia facendo riacquistare a ciascuno di noi, nei casi più semplici, una manualità a cui abbiamo rinunciato da tempo; sia creando le condizioni perché, nei casi più complessi, un esercito di artigiani sia disponibile a costi accettabili a prendersi cura dei beni da riparare; per permetterci di continuare a usarli, o per cederli a chi è disposto a riusarli.

È questo un grande bacino occupazionale, da tempo trascurato, ma che, oltre a ridurre gli sprechi, ha il vantaggio di riunire nella stessa persona manualità, attenzione (e persino amore) per le cose che ci circondano e competenze tecniche anche di altissimo livello: gli elementi essenziali del paradigma dell'«uomo artigiano» (Richard Sennett) in cui si concretizza la figura di lavoratore che ci porterà fuori, in positivo, dall'era fordista. Oltretutto, la presenza e l'accessibilità di reti diffuse e capillari di riparatori possono indurre una parte dell'apparato industriale a riconsiderare come fattori competitivi durata e riparabilità dei beni messi in commercio. Due caratteristiche oggi totalmente sacrificate all'alimentazione dei mercati di sostituzione; ma due formidabili fonti di risparmio per il consumatore.

Estate rovente o piogge torrenziali, siccità o diluvi un po’ dappertutto. In Italia il caldo è stato soffocante per gran parte di giugno e di luglio. Ed è stato aggravato, nelle grandi città, dall’ozono troposferico, che ha impoverito l’ossigenazione dell’aria che respiriamo. Ma l’estate è stata torrida in tutta Europa, negli Stati Uniti, Cina, Russia. Sopratt ut to, e per la prima volta, in Russia, colpita da un’ondata di calore mai raggiunta nei 130 anni di registrazioni ufficiali. Gli incendi spontanei dei boschi che lambiscono anche Mosca non hanno precedenti. Altrove, invece, abbiamo avuto alluvioni devastanti, inedite soprattutto in Pakistan.

Allora, è proprio vero che il clima sta cambiando? Io credo di sì; ma di per sé il gran caldo così come i grandi freddi non costituiscono prova sufficiente di niente. Anche se una frequenza crescente di oscillazioni climatiche estreme rafforza i nostri sospetti. Ma molti governi, Italia in testa, non fanno nulla per creare un’opinione «verde» né per affrontare seriamente il problema del collasso ecologico. La crisi economica è e resta grave, ma il problema della crescente invivibilità del nostro pianeta è molto, molto più grave. Eppure da noi è fiorita soltanto l’industria dell’eolico, dei mulini a vento. Ed è fiorita quasi s ol t a nt o perché fonte di tangenti e di intrallazzi. Perché l’energia prodotta dal vento è largamente un imbroglio, visto che la nostra penisola non ha abbastanza vento per giustificarla.

Anni fa il portavoce per eccellenza, di fatto, degli interessi petroliferi e di gran parte della grande industria è stato il da-nese Bjorn Lomborg , che con il suo molto reclamizzato libro L’ambientalista scettico negava la stessa esistenza del problema ecologico e anche la crescente scarsità delle risorse energetiche e dell’acqua. Ma Lomborg ora dichiara che «il riscaldamento globale esiste, è provocato dall’uomo, e che l’uomo deve fare qualcosa per porvi rimedio». Bene. Alla buon’ora. Lomborg soggiunge, però, che «la tattica consistente nell’incutere timore, per quanto abbia buone intenzioni, non è la soluzione giusta». D’accordo. Ma quale è la soluzione giusta?

Gli scienziati che oggi studiano il clima, la rarefazione delle risorse naturali e, in ultima analisi, il problema della nostra sopravvivenza, sono migliaia. S’intende che pos-sono s bagliare . Ma l a scienza procede provando e riprovando. E noi già dis poniamo di un enorme patrimonio di dati e di conoscenze che però vengono bellamente ignorate dai più.

Il fatto è che gli esseri umani non si muovono «a freddo» guidati dalle ragioni della ragione. Gli umani si attivano «a caldo», se hanno paura o se mossi da passioni (ivi incluse la passione per il potere e per il denaro). E così la scienza ricorre, per farsi ascoltare, a proiezioni con date ravvicinate di scadenza. Ma noi siamo in grado di prevedere un percorso, dei trends, non il «quando». Dunque predire scadenze è sbagliato; ma non farlo rende la predizione inefficace. Come uscire da questo circolo vizioso? Non lo so. Ma so che la politica dello struzzo dei nostri governanti è la politica peggiore.

Il nucleare è cosa buona e giusta. L’undicesimo comandamento suonerebbe così, secondo l’opuscolo dalmessianico titolo Energia per il futuro:quarantasette pagine di omeliaincondizionata a favore dell’energiadell’atomo, confezionate dallaMAB.q– agenzia che cura la comunicazionedell’Enel – e distribuite urbiet orbi in allegato con i periodici ufficialidi diverse diocesi italiane, daOristano a Trento, da Agrigento a Padova.

La benedizione atomica, si legge nell’opuscolo, arriverebbe proprio dal Pontefice il quale «ha auspicato l’uso pacifico della tecnologia nucleare ». Nessun dubbio: qualche riga più in là emerge ancora più netto l’orientamento della Chiesa, «la cui posizione ufficiale in materia è stata espressa dal cardinale Renato Raffaele Martino, presidente emerito del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace: “La Santa Sede è favorevole e sostiene l’uso pacifico dell’energia nucleare, mentre ne avversa l’utilizzo militare”».

Seguono quaranta e più pagine di spot cuciti addosso all’idea che l’atomo sia una scelta salvifica: pulita, sicura, poco costosa, capace di rinfilare l’Italia dentro i tetti fissati dal protocollo di Kyoto. Peccato che se e quando si metteranno in moto i reattori nucleari, l’Italia sarà già in ritardo per il rispetto degli accordi sul clima. Matant'è: quale sponsor migliore, per l’atomico made in Italy, di un viatico religioso? SCOPRI LO SPONSOR I giornali delle diocesi prendono le distanze dai contenuti: nonsono stati loro a redarre l’opuscolo, si sono limitati a ospitarlo come una pubblicità, anche se in nessuna pagina sta scritto che si tratta di un’inserzione a pagamento e men che meno da chi è finanziata. Per capire chi in realtà abbia firmato questa operazione di sdoganamento catto- nucleare, facendola passare per un’obiettiva e asettica informazione, bisogna scivolare fino all’ultima pagina.

Qui, nel retrocopertina, si scopre che a curare la pubblicazione è stata tale MAB.q, ermetica sigla dietro cui si nasconde l’agenzia di comunicazione di Egidio Maggioni, responsabile del Centro Tv Vaticana, che nel suo portafoglio clienti vanta un intero filone religioso – Radio Vaticana, Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, Teleradio Padre Pio, Azione Cattolica, Comune di Lourdes – ma anche nomi di peso come Fondazione Cariplo, Regione Lazio ed Enel. Enel, appunto, che della torta nucleare si accaparrerà una fetta consistente: suoi quattro degli otto reattori che sorgeranno in Italia. L’Ente nazionale energia elettrica nell’opuscolo figura più o meno come una comparsa nei titoli di coda, sfuggente, pressoché invisibile: risulta aver messo a disposizione solo il suo archivio fotografico ed offerto la collaborazione di un suo esperto, ma è intuibile chi abbia ispirato il progetto, attraverso il suo braccio operativo Sviluppo Nucleare Italia. Ed è intuibile che MAB.q sia l’anello di congiunzione tra l’Enel e la Chiesa. Del resto, quando Radio Vaticana aprì le porte alla pubblicità, è stato proprio il gigante dell’energia elettrica l’inserzionista di punta.

Quanto abbia fruttato l’allegato ai periodici diocesaninon è dato sapere: alcuni di loro, di fronte alle proteste dei lettori, si sono affrettati a prendere il largo dai contenuti e a giustificare la scelta con le difficoltà economiche causate dall’abolizione delle tariffe postali agevolate per la stampa. Nessuna smentita o distinguo sono arrivati invece dal Vaticano, a cui non potrebbe essere sfuggita una strumentalizzazione, se di questo si trattasse, delle parole del Papa, a cui viene attribuita una netta posizione pro-nucleare. Singolare, e chissà quanto casuale, è poi notare che nella geografia scomposta della distribuzione del libretto compaiano alcuni fra i territori più accreditati per l’installazione delle centrali come Oristano, che si candida a ospitare un impianto nella piana di Cirras, e Agrigento, dove designato sarebbe il centro di Palma di Montechiaro. Qui, semmai dovessero sorgere, i reattori saranno avviati con tanto di aspersione dell’acqua santa.

Firmate la petizione di eddyburg.it IL TERRITORIO DEL NUCLEARE

STORIE

A caro prezzo

Più è privata e più costa

di Andrea Palladino

La multinazionale romana Acea aumenterà le bollette fino al 20% per accontentare gli azionisti. E non anticiperà gli investimenti nelle zone in emergenza idrica. Ma, non avendo rispettato il contratto con i comuni della Provincia, dovrebbe pagare una penale di 20 milioni di euro. Che potrebbero servire a diminuire i costi per i cittadini. Ma i sindaci la salvano: rivedremo la regola

Il diavolo si nasconde nei dettagli, dice un vecchio detto. E a volte in una banale bolletta dell'acqua si può scoprire la più grande balla che viene raccontata da qualche anno a questa parte: la gestione privata e il mercato sono l'unica vera soluzione per salvare i nostri acquedotti.

Conviene partire dalla fine della storia, dalla fattura che arriva nelle case italiane. Più precisamente dei romani, la cui acqua è fornita da tempo immemorabile da Acea, società divenuta nel frattempo privata e primo gestore italiano.

Il prezzo è giusto?

La bolletta dell'acqua si basa su una variabile indipendente, vero totem della gestione privata: il ricavo garantito per il gestore. Poco importa se c'è la crisi, ad Acea - così come ad Hera o Iride, ad Acqualatina o alla calabrese Sorical - alla fine dei conti gli utili devono essere garantiti. L'esempio più classico di come il prezzo dell'acqua si basi sui diabolici meccanismi del ricavo garantito viene da Firenze, dove il sistema idrico è gestito da Publiacqua, società controllata da Acea Holding. Quando i fiorentini iniziarono a risparmiare l'acqua, la società chiese di aumentare il prezzo per compensare la flessione della vendita.

Qualcosa di simile accadrà a Roma. Dal primo gennaio 2011 la società romana potrà fatturare solo i metri cubi realmente erogati e non una cifra a forfait, un sistema che ha garantito finora un ricavo stabile e sicuro ad Acea. Un atto dovuto, visto che in questo senso la legge parla chiaramente. Ma facendo i conti la società si è accorta che avrebbe incassato meno di quanto dovuto ed ha chiesto di aumentare la tariffa, con un incremento che in alcuni casi potrebbe arrivare al 20%. Chi comanda sul tavolo alla fine sono i conti, gli utili e gli azionisti.

Se la qualità sparisce

Il prezzo dell'acqua nella capitale d'Italia ha però qualche dettaglio - decisamente significativo - in più. Il contratto che regola la gestione del servizio idrico - approvato dai consigli comunali di 74 comuni della provincia oltre che di Roma - prevede un sistema per garantire l'efficienza di Acea. C'è un parametro nel costo dell'acqua - chiamato Mall - che dovrebbe diminuire il ricavo riconosciuto ad Acea quando qualcosa non funziona. In sostanza ogni anno, secondo il contratto in vigore, il gestore deve presentare i dati sui reclami, sulle interruzioni del servizio, sulla riduzione dell'erogazione dell'acqua e su altri parametri che misurano la qualità. Alla fine - si legge sempre nel contratto - ne deriva un numero in grado di ridurre i soldi che verranno dalle bollette.

Dal 2003 - anno della convenzione con Acea - ad oggi questo parametro non è stato mai applicato. Il perché lo spiega un documento preparato dalla segreteria tecnica operativa dell'Ato 2 e distribuito ieri ai sindaci della provincia di Roma: «Fino ad ora nonostante le numerose richieste il gestore non ha integrato tutte le informazioni necessarie per il calcolo di tali parametri e risulta quindi impossibile, a meno di simulazioni, calcolare il valore reale del parametro Mall». E subito dopo l'organo tecnico che si occupa di vigilare sulla gestione di Acea prova a fare due conti: «Tale simulazione, se fosse confermata, comporterebbe una penale di circa 20 milioni di euro all'anno». In altre parole, se il contratto con Acea fosse stato rispettato e si fosse calcolato il parametro che misura la qualità del servizio, alle famiglie di Roma e provincia l'acqua sarebbe costata 20 milioni di euro in meno. Un cifra che potrebbe arrivare - secondo il calcolo teorico realizzato dai tecnici - a 160 milioni di euro, considerando il periodo dal 2003 al 2010. Cifre difficili da confermare, visto che fino ad oggi Acea non ha fornito tutti i dati richiesti e dovuti.

La risposta la società l'ha data ieri durante la conferenza dei sindaci dei comuni della provincia di Roma. «Quel parametro non ci piace», ha spiegato l'amministratore delegato di Acea Ato 2 Sandro Cecili. E subito è arrivato l'assist da chi avrebbe dovuto far rispettare quella regola: rivedremo il sistema, hanno spiegato dal tavolo della presidenza dell'Ato 2.

L'utile è sacro

Il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti ha un ruolo importante nella gestione dell'acqua nella zona di Roma. Coordina l'autorità d'ambito e rappresenta i comuni nell'assemblea dei soci di Acea Ato 2. Non ha un gran potere in realtà, visto che Acea Holding ha in mano il 97% del pacchetto azionario, lasciando il resto diviso tra provincia e i 74 comuni gestiti. Sarà forse per questo che la sua proposta di anticipare gli investimenti nelle zone dove l'emergenza idrica dura da anni è caduta nel vuoto. Di fronte ad un utile milionario la provincia di Roma aveva chiesto che il 50% fosse utilizzato come anticipo di cassa per intervenire subito. Nessun regalo, ovviamente, perché quei soldi «Acea li avrebbe integralmente recuperati con la tariffa nei prossimi anni», come spiega l'assessore provinciale all'ambiente Michele Civita. Ma Acea Holding - che ha il controllo pressoché totale della società che gestisce l'acqua in provincia di Roma - ha risposto con un no secco: quei soldi vanno agli azionisti. In fin dei conti loro l'acqua la vendono, e a che prezzo.

ACQUA IN BOCCA

Quando speculazione edilizia ci cova

di An. Pal.

L'interesse dei palazzinari romani per Acea - primi fra tutti il gruppo Caltagirone, divenuto primo socio privato - non ha solo un valore speculativo, legato ad investimenti in un settore a ricavo garantito. Acqua e cemento sono in realtà strettamente legati. Nessun piano di espansione urbanistica può funzionare se dove arrivano i palazzi non dovessero esserci acquedotti e fognature. Sapere dove realizzare condomini, villette e lottizzazioni significa avere la certezza della presenza - più o meno futura - dell'acqua. E a volte è proprio su questo versante che giocano i gestori delle risorse idriche. Sta accadendo proprio in questi giorni ad Aprilia.

«Festa d'Aprilia» era il titolo che annunciava la scelta rivoluzionaria del comune in provincia di Latina. Il consiglio comunale a fine aprile aveva votato una delibera chiara e netta: Acqualatina deve restituirci gli impianti, visto che non abbiamo mai approvato la convenzione di gestione. La società privata partecipata da Veolia non rispose. È rimasta silenziosa, aspettando, come si dice, il cadavere del nemico scorrere sul fiume. Qualche giorno fa lo stesso sindaco che aveva promosso quella delibera, il socialista D'Alessio, ha garantito di voler cedere ad Acqualatina una nuova parte di fognatura. Il motivo di questa scelta è presto detta: senza quell'atto tanti costruttori non potranno avere l'abitabilità e vendere gli appartamenti appena realizzati. Senza acqua e senza fogne l'espansione edilizia non sarebbe possibile.

Qualcosa di analogo accade anche in provincia di Roma. Ci sono città nella zona a sud della capitale dove i depuratori servono solo la metà della popolazione. È il caso di Velletri, dove decine di cantieri sono stati realizzati in una zona con fogne a cielo aperto, senza collegamento alla depurazione. Quando chi comprerà quegli appartamenti andrà da Acea, si vedrà negare l'allaccio dell'acqua. E se il sindaco non vorrà trovarsi davanti alla porta i palazzinari infuriati dovrà contrattare con il gestore romano gli interventi.

Lo stesso - in scala maggiore - avviene con l'acqua potabile. Migliaia di persone si stanno spostando dalla capitale verso i Castelli romani, zona in eterna emergenza idrica e con la maggiore speculazione edilizia della regione Lazio. E le chiavi dell'acquedotto sono in mano ad Acea.

POLEMICA

Chiamparino, non privatizzare i servizi pubblici

di Ugo Mattei

Come ben noto è in corso una campagna referendaria volta alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato su tutto il territorio nazionale. Tale campagna chiama in modo chiaro e non ambiguo l'elettorato a pronunciarsi sull'inadeguatezza della società per azioni (anche a capitale interamente pubblico) e della logica privatistica ed aziendalistica che essa sottende nella gestione del servizio idrico integrato. Si chiede fra l' altro l'abrogazione completa dell'art 15 del cosiddetto decreto Ronchi. Il servizio idrico integrato è una specie del più ampio genere servizio pubblico, ed il decreto Ronchi infatti non riguarda il solo servizio idrico ma tutti i servizi pubblici di interesse economico. Ne segue che allo stato attuale si trova sotto esame referendario una parte cospicua della normativa ai sensi della quale sono messi a gara i servizi pubblici. I dati raccolti in tre anni di lavoro presso l'Accademia Nazionale dei Lincei e pubblicati nel volume "Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica" (a cura di Mattei-Reviglio e Rodotà per il Mulino, 2007) mostrano come quasi vent'anni di privatizzazioni in Italia abbiano comportato dei fenomeni generali e costanti: aumento dei prezzi al consumo; declino negli investimenti; aumento del budget per la pubblicità; aumento degli stipendi dei managers; aumento delle spese per le parcelle di servizi professionali quali studi legali e consulenti vari.

La visione politica del movimento referendario (che ha raccolto ormai oltre un milione di firme) è quella di far rivivere in Italia le condizioni per una piena attuazione dell'art. 43 della Costituzione, quello che governa la riserva e il trasferimento di attività naturalmente monopolistiche (come il servizio idrico) o di primario interesse generale (e qui potrebbero aprirsi scenari entusiasmanti, dalla riconversione di Termini Imerese e Pomigliano ai trasporti urbani) a «comunità di utenti e di lavoratori».

Purtroppo la lettura della delibera comunale di Torino che vuole «mettere a gara» l'intero settore del trasporto pubblico urbano (Gtt) non senza avervi prima scorporato, con un' operazione di puro diritto societario, la metropolitana (servizio per sua natura in perdita e quindi assai meno appetibile per il privato) mostra l'arretratezza che ancora domina i principali partiti del centrosinistra. La logica che informa la delibera è infatti quella puramente aziendalistica (e privatistica) nel merito, nel metodo e (ancor più fastidiosamente) nella retorica. La clamorosa superficialità giuridico-politica dell'operazione è denunciata anche dall'Agenzia per i servizi pubblici locali del Comune di Torino (un organismo indipendente di consulenza giuridico-amministrativa) nel suo parere a proposito del proposto «contratto di servizio per l' erogazione dei servizi relativi alla mobilità urbana», redatto in esecuzione della delibera comunale. Il contratto infatti sembra un caso di scuola dell'incapacità per il «principale» (il Comune) di governare le «asimmetrie informative» che favoriranno l'«agente» (la società di diritto privato che gestirà la mobilità). Purtroppo i problemi tecnico-giuridici segnalati dall'Agenzia non sono rimediabili con meri cambi del testo contrattuale per il semplice fatto che le contingenze future in una materia tanto complessa quanto la mobilità urbana non sono prevedibili e governabili ex ante. Questo limite strutturale del diritto dei contratti a governare il rapporto fra principale ed agente è ormai arcinoto nella letteratura giuridica ed economica (che infatti sempre più spesso propone il trust).

Purtroppo nel nostro sistema istituzionale "tornare indietro" dopo una privatizzazione fallimentare è estremamente difficile. Infatti le garanzie contro l'espropriazione per pubblica utilità tutelano il privato contro il ritorno al pubblico. In sostanza a Torino un'amministrazione comunale in scadenza muove passi irreversibili verso la privatizzazione di un servizio pubblico essenziale quale il trasporto locale (che andrebbe governato con la stella polare dell'ecologismo e non certo dell'aziendalismo) proprio mentre è in corso un processo referendario volto a cancellare il presupposto fondamentale (legge Ronchi) che legittima quest'azione.

Mi pare ci sia più di una ragione giuridica, politica e di opportunità perché Chiamparino rinunci al suo proposito e perché, più in generale, la cittadinanza si attivi per impedire questi colpi di coda del grande saccheggio del pubblico a favore del privato: a Torino come altrove i sostenitori politici dell'aziendalismo stiano disperatamente tentando di battere sul tempo Corte Costituzionale e referendum.

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