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E' passato un quarto di secolo da quel 26 aprile 1986, quando, in uno dei quattro reattori della centrale nucleare di Chernobyl, nell'Ucraina allora sovietica, venne a cessare il flusso dell'acqua che raffreddava il nocciolo del reattore, quello in cui uranio e plutonio, bombardati con neutroni, si scindono e liberano energia ad alta temperatura. La temperatura del nocciolo si alzò, così, ad un valore tale da provocare l'incendio della massa di grafite che circondava il nocciolo, la fusione del nocciolo stesso e una esplosione che distrusse la struttura superiore del reattore. Dal tetto scoperchiato furono gettati nell'aria, per alcuni giorni, fiamme e fumi radioattivi.

Gli operatori e i pompieri presenti, e altri venuti dalle città vicine, si adoperarono per spegnere l'incendio con i pochi mezzi a disposizione, nella grande confusione di strutture contorte e crollate. Per fermare la fuoriuscita di materiale radioattivo esposero le loro vite a radiazioni mortali; morirono tutti, così come morirono i piloti degli elicotteri che a ripetizione sorvolarono il reattore ancora in fiamme per gettare al suo interno centinaia di migliaia di tonnellate di sabbia e cemento e piombo, in modo da fermare la reazione nucleare che procedeva ancora. Se non ci fosse stato il loro sacrificio, la radioattività delle polveri e gas che si sparsero e ricaddero nell'Europa centrale e meridionale, fino in Italia, avrebbe avuto conseguenze ben più disastrose.

La storia è raccontata da Grigori Medvedev nel libro "Dentro Cernobyl", pubblicato nel 1996 dalle edizioni La Meridiana di Molfetta, un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole perché è una specie di "Cuore" del ventesimo secolo. Qualche città italiana farebbe bene a intitolare una strada o una piazza ai "martiri di Chernobyl", agli eroi che, in quelle terre lontane, a prezzo della loro vita, evitarono che fossimo contaminati in modo molto più grave e salvarono tante delle nostre vite. Le zone intorno al reattore di Chernobyl, ancora oggi contaminate dalla radioattività, furono fatte sgombrare dalla popolazione; molti abitanti di tali zone erano stati avvelenati dalla nube radioattiva; molti bambini e ragazzi portano ancora nel loro corpo le conseguenze di tale contaminazione. Il disastro fu accompagnato da episodi di generosità e solidarietà internazionale. Il chirurgo americano Robert Gale, specialista di trapianti di midollo osseo, corse subito in Ucraina e per molto tempo operò i malati più gravi; anche questa storia è raccontata in un libro dello stesso Gale e in un film dal 1991, "Chernobyl", del regista Anthony Page, che ancora circola in qualche televisione e che meriterebbe di essere visto da tanti italiani.

Ho voluto ricordare i molti episodi di solidarietà e generosità internazionale --- per anni molti bambini ucraini hanno trascorso dei periodi di vacanza in Italia, ospiti di organizzazioni di volontariato --- piuttosto che le squallide e scomposte reazioni che si ebbero in Italia dopo l'incidente, in quell'aprile e maggio di 25 anni fa. La catastrofe di Chernobyl mostrò che le denunce del movimento antinucleare non erano fanfaluche di ecologisti: davvero l'energia nucleare non era né sicura, né pulita. Si ebbero anche improvvise conversioni da posizioni filonucleari a posizioni antinucleari; insomma una brutta storia italiana che impedì di prendere decisioni sensate e rapide nell'interesse della salute dei cittadini.

Naturalmente, come sempre avviene quando ci sono disgrazie collettive, ci fu chi speculò andando a comprare grano radioattivo a basso prezzo per rivenderlo fraudolentemente in Italia; ci fu chi importò rottami metallici radioattivi, finiti poi chi sa dove. Anche questo traffico internazionale di "merci radioattive", in mancanza di controlli e di corrette informazioni all'opinione pubblica, fu una delle conseguenze di Chernobyl.

Il referendum del novembre 1987 dimostrò che la maggioranza degli italiani del nucleare aveva avuto abbastanza, e in tutto il mondo ci fu un rallentamento nella costruzione di centrali, anche se la scelta di ricorrere al nucleo atomico per le bombe atomiche e per l'elettricità commerciale ha continuato a fare sentire i suoi effetti nefasti sotto forma di incidenti e inquinamenti nell'estrazione e nella produzione dell'uranio e nel suo arricchimento, nell'uso militare dell'uranio impoverito, a cui vanno aggiunti i pericoli associati alla necessità di seppellire, non si sa dove, i residui radioattivi delle centrali.

Dopo un po' di anni c'è stata una resurrezione della passione per le centrali nucleari, fino alla recente catastrofe di Fukushima. Vorrei concludere con le parole del libro di Medvedev prima citato: "Gli eroi e i martiri di Chernobyl ci hanno fatto comprendere l'impotenza dell'uomo di fronte a ciò che l'uomo stesso crea, nella sua presunzione di onnipotenza". 


In nome dell’acqua pubblica, uno dei quesiti referendari propone l’abrogazione di un intero articolo di legge (il 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112, più volte modificato). Inutile dire che (contrariamente a quanto vogliono farci credere i pasdaran del referendum) quell’articolo di legge non ha nulla a che fare con la proprietà della “risorsa acqua”, ma solo con le modalità di gestione del servizio idrico. È invece utile sottolineare che il 23 bis (come viene familiarmente chiamato dagli addetti ai lavori) riguarda anche altri servizi pubblici locali, tra cui i trasporti. L’eventuale abrogazione del 23 bis, dunque, riporterebbe il trasporto locale alle norme vigenti prima del giugno 2008. Qualcuno potrebbe fare spallucce e dire “poco male: dopotutto, il 23 bis non innovava granché”. Certo, il 23 bis non era la rivoluzione che alcuni speravano (e altri temevano); ma rispetto alla normativa precedente qualche pregio l’aveva. Vale la pena ricordare che - abrogato il 23 bis - tornerebbero a valere esclusivamente le norme del pasticciato e reticente Regolamento europeo CE/1370/2007 e dell’ormai lontano D.Lgs. 422 del 1997, nelle parti migliori purtroppo superato proprio dal Regolamento europeo. Non fosse altro, il 23 bis dice almeno con chiarezza che la modalità ordinaria di affidamento dei servizi è “la procedura competitiva ad evidenza pubblica” e pone una serie di vincoli agli affidamenti “in house”, cui invece il citato Regolamento comunitario lascia più o meno libero corso. Dunque, se il 23 bis verrà abrogato con il referendum del 12 giugno, liberi tutti di ricorrere al “fatto in casa”.
Chissà come è contento il sindaco di Roma Alemanno del regalo che gli vogliono confezionare le vestali dell’acqua pubblica! Proprio nei giorni scorsi, in previsione di un esito abrogativo del referendum, il leader capitolino ha stretto accordi con i sindacati per confermare ad libitum il regime “in house” del trasporto pubblico romano (il fascino del “casereccio” a Roma è irresistibile) e ha poi accettato le dimissioni di quell’amministratore delegato che, nella bufera dei mesi scorsi, era stato nominato alla guida dell’Atac per riportare un po’ di ordine e di moralità in azienda. Purtroppo, il regalo non sarà solo per Alemanno: infatti è ormai esplicita e dichiarata la volontà di buona parte degli amministratori locali di non fare gare per diminuire il costo dei servizi locali, anche in caso di sprechi vistosi o gestioni dissennate: sono certi che le loro imprese non potranno fallire e che i contribuenti (e gli utenti) alla fine saranno chiamati a pagare. Sono anche convinti, evidentemente, che perderanno meno consensi così facendo piuttosto che ottenendo gestioni più sane e meno costose. Anche solo per dare loro finalmente torto, sarebbe bello che il quesito referendario venisse sonoramente bocciato.

Postilla

A parte il solito tono aggressivo e insolente che si commenta da solo, Boitani e Ponti ribadiscono il mantra e confermano i limiti (ormai davvero imbarazzanti) della loro professione. In primo luogo, ignorano quanto tutti fuorché gli economisti neoliberisti sanno da oltre mezzo secolo: separare la proprietà dalla gestione, particolarmente in ambiti come i servizi pubblici, ma anche in via generale, è operazione strutturalmente impossibile e quindi fondamentalmente ideologica. Berle e Means hanno mostrato come il management (avido di profitti e benefici privati) sia il vero proprietario. Oggi la nozione giuridica di bene comune delegittima interamente anche sul piano teorico ogni operazione di riduttivismo positivistico. Non ci basta che l’ acqua sia pubblica. Deve essere governata come un bene comune!

Inoltre i nostri irriducibili neoliberisti assumono una petizione di principio che non fa onore a una rivista avente qualche pretesa di scientificità. La “gara” aprendo al privato darebbe risultati più desiderabili della gestione in house! La gara per un monopolio naturale, in regime di asimmetria informativa grave, porta conseguenze disastrose per l’ interesse pubblico. Noi pensiamo esattamente il contrario ossia che la gestione pubblica abbia potenzialità che quella privata non ha. Sul piano teorico ciò risulta ovvio, perché la ricerca del profitto privato non puo’ dare soddisfazione a diritti e bisogni fondamentali quali acqua, trasporto, smaltimento rifiuti ecc. per l semplice fatto che la logica che deve governare questi settori non puo’ che essere ecologica, ossia di riproduzione e non di produzione. Poi sul piano concreto sarebbe bello comparare situazioni comparabili. Di esempi di malagestione privata ne abbiamo a bizzeffe. Rimando qui al bel libro di Alessandro Zardetto, H2Oro .

Ugo Mattei

Acqua è una parola che ha occupato le cronache di queste settimane del marzo 2011. Il 22 marzo è stata celebrata la giornata mondiale dell'acqua; sabato 26 marzo ci sono state manifestazioni nazionali a sostegno del referendum, che si terrà il 12 giugno, contro la privatizzazione dell'acqua. Ho sostenuto, e voterò con convinzione "si" in questo referendum che propone l'abrogazione delle norme delle leggi 99 e 166 del 2009 (IV governo Berlusconi) che autorizzano, anzi impongono la partecipazione di capitali privati nelle operazioni di prelievo dalle fonti naturali (sorgenti, fiumi, acque sotterranee, per definizione pubbliche, della collettività, e gratuite) di circa 8 miliardi di metri cubi all'anno di acqua, di distribuzione dell'acqua nei milioni di rubinetti delle abitazioni italiane, di depurazione delle acque di fogne e di riscossione delle relative tariffe, un affare di oltre dieci miliardi di euro all'anno.

Chi vuole abrogare le norme di legge esistenti chiede che tali ingenti somme siano riservate a imprese pubbliche che, ci si augura, operino "pro bono publico", nell'interesse pubblico, dei cittadini utenti e acquirenti dell'acqua, il bene essenziale per la vita.



Finora abbiamo parlato di affari, di spartirsi dei soldi, mentre "acqua" significa molte altre cose di cui meno si parla. Nelle chiese cattoliche domenica scorsa è stato letto un brano del Vangelo che racconta che Gesù, un giudeo, è andato a chiedere e ha ottenuto l'acqua da bere da una samaritana (fra l'altro di non illibati costumi, ma questo poco conta), appartenente ad un popolo, gli abitanti della Samaria, che i concittadini di Gesù odiavano con tutto il cuore. 

C'è, in questo breve racconto, la ricetta per la soluzione di un problema, quello della sete, che esisteva duemila anni fa e che esiste ancora di più oggi; la sete può essere alleviata soltanto con la solidarietà fra persone e regioni e popoli, che, anche se si odiano cordialmente e hanno interessi contrastanti, hanno a disposizione una comune fonte di acqua; penso ai popoli che accedono, ciascuno con i propri egoismi, alle acque dei fiumi internazionali come quelle del Giordano o del Tigri e Eufrate o del Mekong, eccetera. Conflitti per l'acqua ci sono anche in Europa, per le acque del Reno o del Danubio che passano attraverso molti paesi, ciascuno dei quali vuole una propria quota di acqua e inquina, per la sua parte, l'acqua che arriverà ai paesi a valle.

E anche in Italia ci sono simili situazioni; non si può certo dire che i pugliesi odiano gli abitanti della Basilicata o della Campania o del Molise, ma ci sono conflitti per spartirsi le acque dei bacini idrografici che si estendono fra le rispettive regioni, ciascuna con la sua sete e i suoi diritti.

"Giornata dell'acqua" dovrebbe significare un impegno a considerare le risorse di acqua dolce, non certo infinite, come "bene comune" attraverso accordi che superino le divisioni politiche, religiose, ideologiche. Quanto siamo ancora lontani, quanto poco la parola solidarietà risuona nelle scuole, nelle aule parlamentari, nelle conferenze internazionali, quanto denaro sprecato: si pensi a quello speso per gli armamenti che portano la morte e che potrebbe essere investito in acquedotti, fognature, depuratori che portano la vita.



Ma la giornata mondiale dell'acqua suggerisce anche altre considerazioni su problemi che sono sotto i nostri occhi ogni giorno. Può essere autunno, inverno, primavera, estate, ma sempre più spesso le acque escono dagli argini dei fiumi, allagano le campagne, le abitazioni, le officine, distruggono ricchezze e vite umane; le acque impregnano la terra denudata dal diboscamento e scorrono via veloci, trascinano a valle frane che interrompono strade e distruggono ponti. Nessun governo e, devo dire, nessuna parte politica, pone al primo punto, fra le grandi riforme, le opere per la difesa del suolo, per la sistemazione del corso dei fiumi, per la pulizia del greto dei torrenti, per il rimboschimento e la difesa del verde esistente, l'applicazione dei divieti di edificazione nelle zone note e dichiarate ufficialmente a rischio idrogeologico.

Capisco bene che molte delle zone a rischio sono appetibili per la speculazione edilizia, ma governare dovrebbe pur comprendere il coraggio di dire no alle opere, private e pubbliche, che trasformano l'acqua, da fonte di vita, a fonte di morte e di distruzione.

Ho davanti agli occhi le facce disperate delle persone che, dopo una alluvione, con i piedi nel fango, si guardano intorno a cercare quanto resta del letto, del bancone, dei macchinari, in Basilicata come in Lombardia, nelle Marche come nel Veneto, in Sicilia come in Liguria, una dolorosa "Unità" dell'Italia a mollo. Chi sa che, prima del 200° anniversario dell'Unità, qualche governo non riesca ad inserire nei suoi programmi quello della difesa del suolo e del governo delle acque.

Questo articolo è stato inviato anche alla Gazzetta del Mezzogiorno

Era difficile credere che l’Italia potesse tornare davvero al nucleare. Ora, dopo Fukushima, decisioni come la "pausa di riflessione" di un anno suonano irrisorie. Non è del solo nucleare che si tratta, ma di un intero modo di avere a che fare con la natura, e fra gli umani. Di un’intera preistoria, gloriosa e rovinosa. I colpi che subiamo senza saperli prevedere, e tanto meno prevenire, hanno riportato all’ordine del giorno la questione dell’eterogenesi dei fini, cioè della probabilità che i risultati delle nostre azioni vadano a finire lontano dagli scopi che ci eravamo proposti. Siccome l’eterogenesi dei fini è una formula difficile, ora si dice cigno nero. (I cigni neri esistono davvero - in Patagonia hanno nero il collo e rosso attorno agli occhi, bellissimi, e tutti neri in Australia). Probabilmente, oltre che rassegnarci al fatto che i frutti dell’albero che scuotiamo cadono fuori dal cesto, dobbiamo rimettere in causa gli stessi scopi che abbiamo dato per scontati lungo qualche migliaio d’anni. Abbiamo bisogno di una conversione ecologica, che è altra cosa da una riconversione produttiva: come il passaggio da una vita da cacciatori a una da tessitrici. Torniamo a Fukushima e al suo antefatto, Hiroshima. L’anno scorso morì, a 93 anni, l’ingegnere Tsutomu Yamaguchi. Tutto il mondo ne parlò, aveva fatto un memorabile discorso alle Nazioni Unite, ed era l’unica persona ufficialmente riconosciuta come superstite a due bombe atomiche. Yamaguchi era in trasferta a Hiroshima il 6 agosto 1945, fu ferito e ustionato, rientrò a Nagasaki in tempo per la seconda bomba, il 9 agosto. Ebbe l’impressione che il fungo atomico l’avesse inseguito. Le vittime giapponesi sopravvissute a quel primo esperimento atomico (i morti furono 240 mila subito, altri 270 mila per gli effetti delle radiazioni) si vergognarono a parlarne, o non vollero, più ancora di quanto sia successo ai superstiti di Auschwitz. Yamaguchi ne tacque fino al 2005, quando il suo secondo figlio, anche lui sopravvissuto a Nagasaki, morì di cancro.

Il Giappone, solo destinatario, finora, di un bombardamento atomico, prese su sé la missione di porre riparo a quella catastrofe trasformando l’energia nucleare in una risorsa pacifica. È questo a rendere così definitiva la tragedia di Fukushima. La correzione di un errore immane tradotta in una replica dell’errore. Eterogenesi dei fini la più impressionante. Il fine da rimettere in causa è la fiducia senza riserve nel progetto di domare e dominare la natura, la passione per una scienza impaziente di ogni limite che non sia meramente tecnico e provvisorio. E l’abitudine cui rinunciare è la mortificazione provata di fronte alla necessità di tornare indietro, di disfare il già fatto. Di fronte al Regresso. Così per il nucleare, ma non solo per il nucleare.

Certo, il nucleare è davvero "un’altra cosa". Gli ultimi anni si vanno riempiendo di cigni neri e di emergenze, l’11 settembre e il crollo finanziario, lo tsunami giapponese e le rivolte arabe: non abbastanza da persuadere coloro che non sono disposti a cambiare strada, e anzi invitano a imboccare più risolutamente la strada di prima, che sia la divinità del mercato o la perennità dell’homo automobilista. I reattori di Fukushima si erano appena crepati che un coro esaltato proclamava l’impegno ad "andare avanti" sulla strada del nucleare. ("Avanti!", antica e nobile parola d’ordine dell’epoca del Progresso). Tra i ripensamenti, mi ha colpito la lettera di Umberto Veronesi qui, dove distingue fra l’"errore umano" di Cernobyl e Three Mile Island, e l’"incidente di strategia" di Fukushima. (Anche per Fukushima si farà presto -(si è già fatto)- a invocare l’errore umano). Veronesi sembra confidare che gli errori umani siano correggibili fino a offrire la "sicurezza". Ma l’errore non è soltanto un difetto rivedibile dell’umanità, è l’umanità stessa. Si può spingersi a dire che niente è più umano che l’errore: cioè l’agire secondo un’intenzione riflessa, e il suo scacco. Col nucleare, questa probabilità risulta in effetti catastrofici. Al mondo sono in funzione 453 centrali nucleari, e una è bastata allo scempio di Fukushima. "Ma lo tsunami è stato eccezionale": già. Un errore della natura? La natura li fa, chiedete all’islandese: solo che non li premedita, né li usa per castigarci, muove la coda distrattamente. Propongo a Veronesi, che crede a quel che dice (addirittura alla ineluttabilità del nucleare, pena la fine del genere umano) di immaginare che l’errore umano sia nella decisione stessa di piegare e impiegare l’energia nucleare. Non è questione di abdicare alla scienza, al contrario: di chiederle di trovare altre strade alla convivenza umana.

Il nucleare è "altra cosa": ma insieme è, per eccesso, rivelatore di una relazione distruttiva con la terra in cui e di cui viviamo: anche ordinariamente e "pacificamente" distruttiva. Che sia così, sono in moltissimi ormai a intenderlo: ma anche a provare una sensazione di impotenza e di resa, perché ci siamo spinti assai oltre in un modo di produrre e consumare e vivere, e per la giusta diffidenza verso vecchi miti di palingenesi, e nuovi miti di "decrescita". Così, spaventati di ammettere l’emergenza universale, rincorriamo le innumerevoli emergenze particolari, come quel giocoliere del Circo di Pechino che fa girare una lunga fila di piatti sui bastoncini e corre di qua e di là a dare un altro colpettino al piatto che ciondola e sta per cadere.

C’è bisogno di cambiare, nelle persone e nelle cose. C’è un verbo riflessivo e uno transitivo: convertirsi e riconvertire. Si può scegliere di farlo, o si può essere costretti: è come scegliere di rinforzare l’argine, o aspettare che la piena l’abbia travolto. Come a Lampedusa. Ci sono persone pazienti e competenti che affrontano l’agenda dettata da premesse come queste, senza sottovalutare la portata dell’impresa, ma senza lasciarsene intimidire fino alla rassegnazione e, appunto, all’abitudine. Lo fece Alexander Langer, lo fa, con tanti altri, Guido Viale. I lettori di Repubblica ne conoscono gli interventi puntuali (e anche profetici) su alcune delle abitudini "irrinunciabili" e "irreversibili" che sembrano diventate una seconda – o terza e quarta – natura, in questa parte di mondo, e si sbrigano a diventarlo anche nelle altre: l’automobile privata, il pieno di monnezza, il trionfo della confezione e del consumo usa e getta. Si intitola appunto, un nuovo saggio appena uscito di Viale, La conversione ecologica (NdA, Rimini). Spiega che non si dà una cultura adeguata allo stato del pianeta se non nel riconoscimento di chi è venuto prima e nella disposizione a cambiare rotta e animo, combinando lungimiranza e prossimità, capacità di pensare in grande e di agire in piccolo, responsabilità e iniziativa "dal basso" e, dovunque sia possibile, impegno di reti e istituzioni. Chi lo legga, e non sia avvezzo a questo dibattito, si ritroverà dapprima diviso fra una sensazione di enormità e una di inevitabilità: "non c’è alternativa", infatti. Poi, cominciano i problemi concreti. A partire da quegli effetti della globalizzazione qui spesso e variamente trattati, cui si possono immaginare due tipi di risposte. Uno (Scalfari lo chiama dei "vasi comunicanti") prova a immaginare in quale punto possano incontrarsi le opposte tendenze, quella rapida del lavoro nei paesi "sviluppati" a degradarsi e venir meno, e quella lenta nei paesi "emergenti" a conquistarsi remunerazioni e diritti decenti. Un incontro per il quale si dovrebbe pensare all’idea "come nuova" di un’associazione Internazionale dei lavoratori – e dei cittadini. Un’altra risposta punta soprattutto alla "riterritorializzazione" di produzioni e consumi, a cominciare dall’autonomia alimentare ed energetica e dalle relazioni di prossimità, "a km zero": un modo di vita in cui le cose viaggino il meno possibile, e siano le idee, i saperi, e le persone stesse, a fare il giro di un mondo sempre più condiviso. È possibile che i due approcci, piuttosto che contrari, si mostrino complementari. Per riportare lavoro e consumo al loro luogo bisogna attenuare la convenienza parassitaria della delocalizzazione e dei viaggi intercontinentali delle merci.

Quanto al bene comune, che di un movimento vasto e mondiale è diventato la parola d’ordine più o meno ideologica, ebbe un tempestivo manifesto nell’acquaforte di Goya dai "Disastri della guerra", con l’ecclesiastico vampiro che legifera "contro il bene comune". Così distante da un altro frate, che chiamava l’acqua sorella, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta, et non l’avrebbe mai privatizzata.

Un lettore mi fa notare che la mia presa di posizione contro il ritorno italiano al nucleare (Repubblica del 17 e 21/3) mal si concilia con i precedenti articoli avversi alle «due fonti alternative fondamentali, l’eolico e il fotovoltaico». Ma allora, si chiede il lettore, dovremmo tornare al Medioevo? Cercherò di dissipare questo dubbio ma per l’immediato vorrei segnalare una preoccupazione ben più incombente. E, cioè, la ripresa della campagna per un ristabilimento pieno degli incentivi da parte, tra l’altro, di gruppi mafiosi più volte finiti tre le maglie della Giustizia e di politici che hanno fatto dell’ecologia uno strumento di influenze e tangenti. Ora gli incentivi per i due settori sono stati in Italia i più alti del mondo e i più dannosi per l’ambiente e il paesaggio. Tocco solo due punti: I) l’eolico è sostenibile, pur sempre con incentivi, se il vento spira quasi sempre e spira forte. In proposito i calcoli internazionali danno un limite minimo di funzionamento che si aggira mediamente sulle 2000 ore/anno per assicurarne una convenienza relativamente economica. Su questo plafond si basano i parchi eolici degli altri Paesi, mentre da noi i venti sono assai meno impetuosi ed hanno finora dato prova di poter spirare come dolci zefiri per 1.252 ore/anno in rapporto alla potenza installata. Un vero fallimento ma non per gli installatori, i gestori e soprattutto i «facilitatori», come vengono denominati i promotori-faccendieri che spesso perfezionano fino alla virgola il dossier per le autorizzazioni, costruzioni, incentivi, tangenti sottostanti incluse e che intascano il pattuito e rivendono l’affare ad altri.

La convenienza per tutti era fin qui assicurata dalla dimensione, la più alta del mondo, degli incentivi, rimborsi, certificati verdi e quant’altro.

Tremonti, dunque, non poteva certo tagliare scuola, cultura e spesa sociale lasciando indenne quest’orto protetto. Se una critica può esser mossa, tale da richiedere una modifica, riguarda la retroattività di taluni provvedimenti che colpiscono proprio alcune industrie del fotovoltaico che avevano agito secondo le direttive già impartite. Comunque, contro la potatura eolica, si leva ora il coro delle proteste trasversali che mette assieme «volenterosi» dei diversi schieramenti politici e qualche organizzazione ecologista «embedding». II) Per il fotovoltaico il discorso è diverso. A parte il costo altissimo di questa tecnologia, va considerato il disastro paesaggistico di migliaia di ettari di terreni agricoli ricoperti da praterie di specchi fotovoltaici (altra cosa sono i pannelli solari per l’acqua calda nelle abitazioni). Per contro grandi impianti fotovoltaici possono venire istallati senza danno sui tetti di capannoni, edifici industriali, strutture pubbliche e private con coperture adatte (stazioni, autorimesse, ecc.) e quant’altro non rovini il paesaggio. La priorità della salvaguardia deve, invece, essere assicurata per i terreni agricoli che fanno parte inscindibile del patrimonio ambientale.

Vi è, inoltre, da notare che appare assurdo concentrare gli sforzi solo sulle fonti rinnovabili elettriche quando l’elettricità rappresenta il 30% del contenuto energetico delle fonti primarie (per questo anche l’uso del nucleare avrebbe un effetto assai relativo sui consumi totali che potrebbe in gran parte essere sostenuto da usi energetici efficienti) mentre l’energia termica copre il 39,4 %. (e i carburanti il 22,2). Per contro è stato calcolato che le rinnovabili termiche possono dare ben il 49% dell’energia rinnovabile (attraverso la geotermia, i pannelli solari, pompe di calore, biomasse, caldaie a condensazione), valendosi di tecnologie italiane di avanguardia, e facendo parte integrante dei progetti di riqualificazione del tessuto residenziale e dei piani di efficienza industriale. Infine offrono opportunità per centinaia di migliaia di nuovi posti.

Eppur esse non sono state neppure individuate come tipologia dall’assurdo sistema di incentivazioni messo in piedi dai nostri governi.

Oggi, a Roma, i promotori del referendum sull´acqua avviano non tanto la loro campagna elettorale, quanto piuttosto una grande riflessione destinata a incidere non poco sul corso della politica. In questi mesi è sembrato che i movimenti sempre più presenti nelle piazze e i partiti confinati nei loro palazzi (o in tv) appartenessero a mondi diversi, lontani.

Mondi persino caratterizzati da reciproche diffidenze. Quante volte nel centrosinistra si sono levate voci contro i rischi del movimentismo? Quante volte gli organizzatori delle manifestazioni hanno orgogliosamente sottolineato che nelle loro piazze non v´era alcun simbolo di partito?

Ora quei due mondi sono obbligati ad avvicinarsi sempre di più, fino ad incontrarsi nelle fatali giornate dei referendum. Lì confluiranno iniziative diverse. Alcune, quelle riguardanti il nucleare e il legittimo impedimento, sono state promosse dall´Italia dei Valori. Altre due, che hanno come oggetto la gestione dell´acqua, sono nate da una straordinaria mobilitazione di persone, gruppi, associazioni che, senza alcun sostegno del sistema dell´informazione, hanno raccolto un milione e quattrocentomila firme, un risultato mai raggiunto nella storia referendaria. Così i partiti sono chiamati a definire il loro rapporto con questo mondo che li circonda e che si esprime con modalità irriducibili agli schemi stanchi e ripetitivi di una politica logorata. Non dovranno confrontarsi con l´antipolitica, ma con la realtà di una politica diffusa. Nella maggioranza sono già evidenti i segni di una fuga dai referendum, la speranza che il quorum non venga raggiunto. E le diverse e variegate opposizioni hanno una occasione, forse irripetibile, per cominciare a ricostruire un consenso non più logorato da logiche oligarchiche, da culture autoreferenziali, da tattiche di brevissimo respiro.

Vi è un tratto che avvicina proposte referendarie nelle apparenze così lontane. È il "comune", quello che ci porta (o dovrebbe portarci) al di là degli egoismi e dei particolarismi, verso l´interesse generale, e così costruisce legami sociali. È giusto, allora, che siano i cittadini a dire la parola definitiva. Di che cosa ci parlano i referendum? Di un bene al quale è affidata la sopravvivenza - l´acqua. Di una condizione che riguarda la nostra stessa vita - la sicurezza. Di un principio dal quale una democrazia non può mai separarsi - l´eguaglianza.

Attraverso questioni specifiche si giunge così a nodi essenziali dell´organizzazione sociale. E, eccezion fatta per il legittimo impedimento in cui si riflette lo stato miserando in cui si trova la legalità in casa nostra, si tratta di questioni che attraversano l´intero pianeta. Una conferma, drammatica, arriva proprio dalle vicende di queste settimane. La catastrofe in Giappone ha riproposto il tema dell´energia nucleare con una radicalità che nessuna furberia consolatoria può eludere. Per il Maghreb si stima che, se non verranno prese misure adeguate, si andrà verso una crisi idrica che, nel 2050, interesserà il 90% della popolazione di quell´area.

Pensiamo davvero che ci si possa inoltrare in questo futuro che è già presente con le categorie concettuali, le coalizioni d´interesse, gli strumenti ai quali ci siamo finora affidati? Parole nuove percorrono il mondo. No copyright, software libero, accesso all´acqua, al cibo, alla salute, alla conoscenza, ad Internet come nuovi diritti fondamentali della persona. Intorno a questa inedita prospettiva sta davvero nascendo un altro genere di cittadinanza, non più legata all´appartenenza ad un territorio, ma caratterizzata appunto dalla dotazione di diritti che ogni persona porta con sé, quale che sia il luogo in cui si trova.

Così, davvero, l´intero mondo si configura come uno spazio "comune".

Ingenua utopia, illusione, estremo bagliore di una "ideologia" dei diritti fondamentali ormai al tramonto? O non è piuttosto vero che proprio l´osservazione della realtà ci mostra il numero crescente di persone che si mobilita in nome di diritti che non sono ricavati dal "canone occidentale", ma corrispondono a condizioni materiali dalle quali ci si vuole liberare e che spingono verso il nuovo "costituzionalismo dei bisogni" che ispira, ad esempio, le carte costituzionali di quello che era detto il Sud del mondo? E sono proprio i diritti così intesi ad indicare la via per una loro effettiva soddisfazione, che porta appunto verso i beni comuni, espressione di una diversa razionalità politica, economica, sociale, culturale. Si individua così una categoria di beni "a titolarità diffusa", sottratta alla pura logica mercantile, messa in rapporto diretto con tutti gli interessati, in tal modo promotrice di eguaglianza.

Non sono soltanto parole d´ordine. La considerazione dell´acqua come bene comune, sottratta alla stessa tirannia della contrapposizione tra pubblico e privato, ispira azioni concrete, capillari. Municipalità grandi e piccole si muovono in questa direzione. Ieri Parigi, oggi Berlino, dove si è appena svolto un referendum che ha visto il 90% dei votanti esprimersi per un ritorno alla gestione pubblica. Si obietta: ma lì ha votato solo il 27% della popolazione. Quanto basta per superare il quorum, fissato al 25%, per evitare manovre volte a sterilizzare il voto dei cittadini attivi e consapevoli (il vergognoso caso italiano del referendum sulla procreazione assistita), per rincuorare quanti fidano ancora nella possibilità di rivitalizzare la stanca democrazia rappresentativa grazie alla partecipazione convinta delle persone. Ricordiamo che il Trattato di Lisbona si è mosso proprio in questa direzione, prevedendo che un milione di cittadini europei possa presentare proposte per l´attuazione dei trattati.

Di fronte ad una prospettiva così ricca e così impegnativa, davvero una sfida per tutti, come reagisce il Governo della Repubblica? Prima opponendosi all´ammissibilità dei referendum e, una volta di più, la Corte costituzionale ha smentito la sua tesi. Ora ricorrendo al sotterfugio di una moratoria riguardante il nucleare, accompagnata da una virtuosa dichiarazione di un ministro che si è augurato che i cittadini non votino cedendo a strumentalizzazioni, all´emozione suscitata dal disastro giapponese. Dio mio, quanto deve essere emotiva Angela Merkel se dichiara «prima si uscirà dal nucleare e meglio sarà».

L'icona è tratta dal blog di Vito Vetrano

Il rapporto acqua-città, il dramma dei paesi poveri e le buone pratiche nel colabrodo Italia. A meno di tre mesi dal referendum, la giornata mondiale dell'acqua diventa l'occasione per rispondere alle sfide globali rappresentate dalla gestione della risorsa più preziosa

Ci sono due motivi sostanziali per cui la giornata mondiale dell'acqua quest'anno è dedicata al tema Acqua per la città: come rispondere alle sfide dell'urbanizzazione. La metà del genere umano vive in agglomerati urbani, e si calcola che tra vent'anni quasi il 60% della popolazione sarà stipata nelle principali città del mondo: 5 miliardi di persone. Essendo così decisivo il rapporto acqua-città, il problema ormai chiama direttamente in causa la responsabilità politica delle singole amministrazioni, delle aziende e di tutti i cittadini che possono influire direttamente nella gestione dell'acqua in contesti urbani - basti pensare al referendum di giugno. Di questa sfida parla il dossier preparato dal Comitato italiano Contratto Mondiale sull'acqua (www.contrattoacqua.it).

La situazione mondiale

La mancanza di acqua nelle aree più povere del pianeta (Asia e Africa) apre scenari drammatici. Almeno 5 milioni di persone ogni anno abbandonano le campagne per trasferirsi in città, 493 milioni di persone non hanno servizi sanitari, 789 milioni sopravvivono senza accesso all'acqua e il 27% della popolazione urbana nei paesi del sud del mondo non ha la rete idrica in casa. E il futuro non promette niente di buono, se è vero che nei prossimi venti anni in questa area del pianeta la popolazione è destinata a raddoppiare. Ma l'impatto dell'urbanizzazione ormai si fa sentire anche nelle città industrializzate, dove 497 milioni di persone hanno servizi igienici in comune e dove il 38% della crescita della popolazione è concentrato nelle periferie, con accampamenti totalmente sprovvisti di acqua e servizi. Sono i poveri che abitano a «casa nostra».

Acqua e povertà

La sfida più importante sarebbe quella di fornire acqua a quelle 828 milioni di persone che oggi vivono nelle baraccopoli. I poveri, oltretutto, pagano un litro d'acqua fino a 50 volte di più dei loro vicini ricchi, in quanto sono costretti a rifornirsi dai privati. Stime non proprio confortanti dicono che la popolazione dei quartieri poveri è destinata ad aumentare di 27 milioni di persone all'anno. Ma c'è chi muore di sete e chi l'acqua può sprecarla: si passa da una disponibilità media pro-capite di 425 litri al giorno per un cittadino statunitense ai 10 litri per un abitante del Madagascar (237 per un italiano e 20 per una intera famiglia africana). Allora si può ben dire, come ha scritto L'Osservatore Romano, che «l'acqua è un bene troppo prezioso per obbedire solo alle ragioni del mercato e per essere gestita con un criterio esclusivamente economico e privatistico».

Inquinamento, salute e sprechi

Ogni giorno, nelle principali città, 2 milioni di tonnellate di rifiuti umani vengono smaltiti in corsi d'acqua. La mancanza di impianti di depurazione nei paesi poveri, e gli scarichi industriali fuori controllo, provocano gravi problemi di salute (la malaria è ancora una delle principali cause di morte in molte aree urbane). La gestione degli acquedotti fa acqua da tutte le parti: i livelli di perdita delle reti idriche raggiungono anche il 70%, con una disonorevole media italiana del 47%. In totale, la quantità d'acqua potabile che ogni anno viene dispersa nelle principali città è stimata attorno ai 500 milioni di metri cubi.

Città e acque in bottiglia

Gli italiani continuano ad essere i più forti bevitori in Europa di acqua minerale (194 litri a testa, più del doppio della media europea, per un totale di 12,5 miliardi di litri imbottigliati). Le aziende produttrici gestiscono affari colossali (2,3 miliardi di euro all'anno) pagando alle Regioni pochissimi euro all'anno per lo sfruttamento delle fonti di acque minerali: sono 189, per 321 marche commercializzate. A livello di bilancio familiare, significa che una famiglia di quattro persone spende tra 320 e 720 euro all'anno per bere acqua minerale.

L'impatto ambientale di questo consumo scriteriato è presto detto: l'Italia produce 12,4 miliardi di bottiglie l'anno consumando 655 tonnellate di petrolio, scaricando in aria 910 mila tonnellate di CO2 e (nella spazzatura) 200 mila tonnellate di plastiche, il cui smaltimento è a carico degli enti locali, cioè dei cittadini. Inoltre, solo il 18% delle acque minerali imbottigliate viaggia su rotaia: significa che ogni anno 300 mila Tir fanno avanti e indietro per far aumentare i profitti stratosferici delle multinazionali o delle aziende che imbottigliano un bene comune.

Buone pratiche in città

Il Comitato italiano per un Contratto mondiale dell'acqua dieci anni fa ha lanciato l'idea di ricostruire e riattivare nelle città «punti d'acqua pubblica» come momenti di riscoperta e socializzazione del bene più prezioso. Da eventi inizialmente simbolici, oggi hanno preso corpo tre specifiche campagne che danno un prezioso contributo nella costruzione di un nuovo rapporto tra acqua e città.

1) L'etichetta dell'acqua del sindaco: si tratta di una campagna di sensibilizzazione per contrastare la tendenza a denigrare l'acqua del rubinetto, sottoscritta da diverse amministrazioni che hanno «sponsorizzato» la bontà della loro acqua, con il risultato che oggi l'acqua del rubinetto, dopo anni, è riapparsa nelle mense scolastiche di diverse città (Roma, Firenze, Milano, Bologna, Perugia...).

2) Le Case dell'Acqua: diverse amministrazioni hanno reintrodotto punti di ristoro collettivi (in giardini, piazze, scuole e stazioni) per contrastare l'uso di acque minerali.

3) Le fontanelle pubbliche: la proposta di realizzare nuove fontanelle o erogatori di acqua pubblica (anche frizzante) è stata accolta da numerosi comuni italiani, che oggi offrono ai cittadini sorsate di prodotto gratis o a prezzi stracciati. Piccole gocce di saggezza.

Meno minerale e più rubinetto

Gli italiani spendono di più per comprare acqua minerale che per acquistare vino. Dai dati forniti dall'Istat in occasione della Giornata mondiale dell'acqua, Coldiretti ha desunto che l'acquisto di minerale è la prima voce di spesa del bilancio familiare destinata alle bevande (19,71 euro al mese per famiglia). Tra alcolici e analcolici, ogni famiglia italianaspende complessivamente 41,06 euro al mese. La minerale per la prima volta ha superato il vino per il quale le famiglie italiane spendono 12 euro mensili. Negli ultimi 30 anni la spesa per il vino si è dimezzata, il consumo procapite è sceso a 40 litri per persona all'anno, per un totale di 20 milioni di ettolitri circa. L'uso della minerale è in calo mentre cresce il consumo dell'acqua del rubinetto (+1,2% negli ultimi dieci anni). Secondo l'Istat la spesa media per famiglia per il servizio idrico integrato domestico (acquedotto, canone fognatura, canone di depurazione) si aggira intorno ai 270 euro all'anno. Una famiglia su dieci (10,8%) lamenta disservizi nell'erogazione. L'Italia è come sempre divisa in due. Al sud le segnalazioni di inefficenze salgono al 18,7% (Calabria 33,4%, Sicilia 28,3%). Al nord si fermano al 5,8% delle famiglie. Conseguentemente al sud si spende di più per l'acqua minerale (20,34 al mese per famiglia contro 18,75 euro spesi al nord). Il calo di consumo di minerale cresce tanto più aumenta la fiducia nei confronti dell'acqua del rubinetto. Il 32,8% delle famiglie ha almeno un componente che non si fida dell'acqua del rubinetto con punte là dove è peggiore la situazione degli acquedotti (Sicilia, 64,2%, Calabria 52%). Le famiglie che acquistano minerale nel 2009 erano il 63,4%, mentre nel 2000 erano il 64,2%. La fiducia nel rubinetto però crolla quanto più aumentano i costi in bolletta. Rispetto al 2008 i rincari medi si attestano al 6,7% (Viterbo +53,4%, Treviso +44,7%). Dal 2000 ad oggi, 80 capoluoghi su 115 hanno ritoccato la bolletta per un aumento totale del 64,4%.

Quando l'Onda riprende il movimento dell'acqua

di Ro. Ci.

Primo appuntamento di una settimana piena di impegni per il movimento studentesco, ieri si è svolta nella facoltà di fisica della Sapienza di Roma un'affollata assemblea a sostegno della campagna referendaria per la ripubblicizzazione dell'acqua pubblica, contro il nucleare e per la difesa dei beni comuni. «Dal movimento degli studenti al movimento per l'acqua» era il tema dell'iniziativa organizzata insieme al comitato romano per l'acqua pubblica che ha ribadito le ragioni di votare due Si per l'acqua e uno contro il nucleare al referendum del 12 giugno. Gli studenti romani parteciperanno alla manifestazione nazionale di venerdì prossimo organizzata dal forum italiano dei movimenti per l'acqua pubblica e partiranno verso le due da piazzale Aldo Moro, «Siamo convinti - hanno scritto in un'appello insieme al Comitato Referendario «2 Sì per l'Acqua Bene Comune», l'agenzia italiana per la campagna e l'agricoltura responsabile ed etica e la Fondazione Rosa Luxemburg - che una vittoria ai referendum costituisca una prima e fondamentale tappa per riconsegnare il bene comune acqua alla gestione partecipativa delle comunità locali e per invertire la rotta e sconfiggere le politiche liberiste e le privatizzazioni dei beni comuni».

Il legame con la campagna del Forum per l'acqua risale a due anni fa quando la legge 133 ha legato le sorti dell'acqua con quella della scuola e dell'università. Con quella finanziaria il governo Berlusconi ha voluto privatizzare i servizi idrici municipali e ha tagliato 8 miliardi alle scuole e 1,3 miliardi all'università. Da allora i contatti si sono consolidati e non sono mancati i riconoscimenti come quello del 22 dicembre scorso quando gli studenti che manifestavano contro l'approvazione del Ddl Gelmini sull'università consegnarono uno dei loro pacchi regalo al comitato per l'acqua pubblica di San Lorenzo a Roma.

«Abbiamo aderito al comitato referendario "Vota Sì per fermare il nucleare" che si è costituito da poco più di un mese - affermano gli studenti che aderiscono a Link-Uds - la necessità di investire sulle energie verdi e di una riconversione energetica non è nata con il terremoto in Giappone». Sempre alla Sapienza, giovedì prossimo è prevista una giornata di iniziative e convegni che terrà a battesimo il nuovo gruppo «Unicommon» (ex Uniriot), mentre tra venerdì e domenica sono previste l'assemblea nazionale di «Ateneinrivolta» alla facoltà di Fisica e quella sull'«altrariforma» universitaria convocata da Link-Uds presso la facoltà di Economia.

I due colpi, il sisma e le onde di tsunami, che in rapida successione si sono abbattuti venerdì scorso sul Giappone sono stati senza dubbio alcuno fuori dall’ordinario. Il terremoto di magnitudo 9,0 è il più forte mai registrato nell’arcipelago nipponico e il quinto per potenza mai registrato al mondo. Lo tsunami, con onde alte fino a 10 metri, è avvenuto sottocosta e in pochi attimi ha raggiunto e devastato un territorio pianeggiante.

Le perdite umane sono state alte: si parla di migliaia di morti. Ma gli esperti non hanno dubbi: in qualsiasi altra parte del mondo, con analoga intensità abitativa, sarebbero stati ben maggiori. Basta ricordare che proprio lo scorso anno ad Haiti un terremoto di magnitudo 7,0 – di due ordini di grandezza meno potente – e senza tsunami ha causato quasi 300.000 morti. Pur nella tragedia, il Giappone ha dimostrato che per capacità tecnologica e cultura della prevenzione non ha pari al mondo.

Tuttavia oggi il mondo è col fiato sospeso a causa di un effetto secondario del terremoto e dello tsunami: la crisi del sistema nucleare. Non il collasso, si badi bene. Perché nessun dei 55 reattori che costituiscono il sistema nucleare giapponese è collassato e tutti quelli a rischio sono stati spenti automaticamente non appena è stata registrata la scossa sismica. Ma una crisi del sistema, quella sì c’è stata. Il sistema ausiliario di refrigerazione non ha funzionato bene, soprattutto (ma non solo) in alcuni reattori della centrale di Fukushima. Provocando una crisi seria: perché già oggi, mentre la situazione è ancora in evoluzione e minaccia di peggiorare, quello ai reattori giapponesi è considerato il più grave incidente della storia del nucleare civile dopo Chernobil. L’ISPRA, l’Ente pubblico di ricerca italiano che si occupa di ambiente e anche di sicurezza nucleare, classifica l’incidente di Fukushima al livello 5 della scala INES (International Nuclear Event Scale), che va da 1 a 7. Le autorità nucleari francesi lo classificano, addirittura, al livello 6.

Le notizie sono ancora frammentarie. Non sappiamo se c’è stata, in qualcuno dei reattori, fusione del nocciolo. Non sappiamo se i giapponesi riusciranno a refrigerare i reattori surriscaldati. Sappiamo però che ci sono state diverse esplosioni, di natura chimica, che hanno provocato emissioni, più o meno controllate, di nubi definite nocive dal governo giapponese.

Non conosciamo né la quantità né la natura della radiazione liberata nell’ambiente. Sappiamo però che il governo di Tokio ha deciso di evacuare l’area intorno alla centrale per un raggio prima di 10, poi di 20, poi di 30 chilometri.

Non conosciamo ancora le cause precise della crisi del sistema ausiliario di refrigerazioni in così tanti reattori. E solo una conoscenza dettagliata potrà trasformarsi in una spiegazione significativa. Tuttavia una cosa è certa: il sistema nucleare giapponese – o, almeno, una parte di esso – non è stato progettato e realizzato per sopportare i due terribili colpi: il terremoto di altissima intensità e l’arrivo in tempi rapidissimi delle terribili onde di tsunami.

Bisogna capire se l’imprevisto è risultato tale perché imprevedibile. Oppure per carenze di progettazione. Il nodo non è da poco. Perché, in ogni caso, propone domande cui non è semplice rispondere.

Poniamo che il doppio colpo imprevisto in Giappone fosse imprevedibile. Questo non ci deve portare a rivedere profondamente i fondamenti teorici su cui costruiamo i nostri sistemi di prevenzione del rischio? Se, al contrario, il grave incidente è stato tale per colpa oggettiva dei progettisti (era prevedibile e non è stato previsto) nel paese a elevatissimo sviluppo tecnologico e a elevatissima cultura della prevenzione, non è il caso di rivedere in profondità il modo in cui mettiamo in pratica i fondamenti teorici della prevenzione del rischio?

Rispondere a queste domande viene prima della domanda che oggi campeggia sulla prima pagine e persino sulle agende delle cancellerie di : nucleare sì o nucleare no?

ROMA— L’allarme per la paura di una eventuale fuga radioattiva dalla centrale nucleare di Fukushima, in seguito al terremoto in Giappone, riapre in Italia la polemica sul nucleare. «Occorre riflettere sull'apocalisse che è avvenuta in Giappone— ha commentato Leoluca Orlando dell’Italia dei Valori —. Quanto sta accadendo è la testimonianza del pericolo del nucleare, energia ormai obsoleta» . Antonio Di Pietro ha aggiunto: «Diciamo no alle 13 centrali nucleari che il governo Berlusconi vuole aprire. Un errore tagliare sulle rinnovabili per tornare al nucleare» .

L’Italia dei Valori è tra i promotori del referendum contro la riapertura delle centrali nucleari, fortemente criticate anche dai Verdi di Angelo Bonelli, da Legambiente e Wwf e dal governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia. Per Bonelli «l'emergenza atomica giapponese deve far riflettere sulle parole di chi, in Italia, con troppa superficialità, dice che il nucleare è sicuro» .

Ma Cnr, Enea e Forum nucleare italiano assicurano invece che non ci sarà l’effetto Chernobyl. «Le centrali nucleari sono sicure. Chi è contrario è fermo a una vecchia mentalità ideologica che si basa su presupposti sbagliati» , spiega l’oncologo Umberto Veronesi da poco nominato direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. «Le fughe radioattive mi sentirei di escluderle. Nella peggiore delle ipotesi si tratta di materiale contaminato da radiazioni ma non ci sarà il cosiddetto "effetto Chernobyl"» ha spiegato Valerio Rossi Albertini del Cnr.

«Ci fa piacere che il Cnr escluda un effetto Chernobyl— ha replicato il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza —. Ma questo non ci tranquillizza, anche il rilascio di piccoli contaminanti mette a repentaglio la salute umana. Ci auguriamo fortemente che il governo riveda il suo masochistico programma nucleare» . Paolo Clemente, responsabile del laboratorio rischi naturali dell’Enea, spiega che nelle centrali nucleari «i sistemi di sicurezza si spengono automaticamente. E così è accaduto in Giappone. Solo in uno, questo meccanismo non ha funzionato a regola d'arte» . Ma secondo Alfiero Grandi, presidente del comitato «Sì alle rinnovabili No al nucleare» , anche un solo caso è pericoloso.

Postilla

Nel dibattito sull’energia appare poco la questione di fondo: davvero serve produrre tutta l’energia che dicono? E per che cosa? Tanti hanno dimostrato il consumo crescente di energia serve solo a mantenere in piedi un sistema economico folle, perverso e disumano, basato sulla produzione di merci sempre più inutili, che devono essere prodotte in grande quantità solo per poter far camminare la macchina della produzione, ma che hanno così poca utilità per lo sviluppo dell’uomo (quello vero) che quelli che comandano hanno fatto diventare stupidi tutti a furia di imbonimenti pubblicitari. Gli studiosi seri lo dimostrano da almeno mezzo secolo, eppure chi controlla l’informazione (e costruisce e alimenta l’ideologia dominante) è riuscito a cancellare questa verità dal mondo delle idee che hanno diritto di circolazione.

Nella retorica generalmente barocca di Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia e leader di "Sinistra, Ecologia, Libertà", in questo modo "si spegne il sole per favorire il nucleare". Ovvero, "il governo uccide il fotovoltaico". E verosimilmente non è facile coniare una sintesi più efficace, per riassumere e denunciare gli effetti perversi del decreto legislativo contro le energie rinnovabili.

Con il provvedimento predisposto dal ministro Romani, non si rischia di bloccare soltanto i finanziamenti e quindi gli investimenti a favore di un pilastro portante della "green economy", quanto l´intero sviluppo economico dell´Italia a cui il suo stesso dicastero è intitolato, compromettendo la credibilità istituzionale e l´affidabilità del nostro Paese come dimostra anche la protesta dell´Associazione delle banche internazionali. Tanto più nel momento in cui le tensioni planetarie, a cominciare dalle forti turbolenze nella Libia di Gheddafi, spingono al rialzo il prezzo del petrolio e ripropongono il problema della nostra dipendenza energetica dall´estero.

Il decreto contro il sole e contro il vento non fa che confermare, dunque, i sospetti e le preoccupazioni del fronte ambientalista che fin dall´inizio aveva individuato nel rilancio del programma nucleare il pericolo di uno stop alle rinnovabili. Un´inversione di tendenza che in realtà rivela una sorta di scambio occulto fra scelte e strategie alternative, interessi e capitoli di spesa. E naturalmente anche fra le rispettive lobby, quella dei pannelli fotovoltaici o delle pale eoliche e quella ben più potente e aggressiva dell´atomo.

Alla base di questa opzione, non c´è infatti un´economia di mercato con le classiche regole della domanda e dell´offerta. C´è piuttosto un´economia di Stato, destinata in entrambi i casi a essere sostenuta o assistita – almeno per lungo tempo – dagli incentivi e dai finanziamenti statali. Ma c´è soprattutto – o meglio, dovrebbe esserci – l´interesse pubblico, l´interesse generale, l´interesse comune dei cittadini.

Quali sono, precisamente, questi interessi? Quello economico e quello ambientale. Lo sviluppo e l´indipendenza energetica. La sicurezza e la salute. E ciascuno di noi è libero di stabilire la gerarchia che preferisce, tenendo conto dei costi e dei benefici, dei vantaggi e dei rischi.

Quello che non si può fare è propalare notizie false e tendenziose; lanciare allarmi o peggio ancora ricatti mediatici sui costi dell´energia verde; oppure "raccontare frottole", come contesta apertamente il senatore Francesco Ferrante (Pd) al presidente del Consiglio, a proposito del peso delle rinnovabili sulle bollette. A parte l´Iva che nel 2010 ha gravato da sola per un miliardo di euro, come se si trattasse dell´acquisto di un bene o servizio, il responsabile delle Politiche per l´energia del Partito democratico ricorda polemicamente che gli utenti italiani continuano a pagare sull´elettricità 300 milioni di euro all´anno per il nucleare che non esiste più nel nostro Paese dal 1987; oltre 1,2 miliardi per il famigerato "CIP 6" che, invece di essere destinato effettivamente a incentivare le fonti alternative, s´è risolto in un regalo ai petrolieri; e più di 355 milioni in agevolazioni alle Ferrovie dello Stato.

Al contrario poi di quanto tenta di accreditare la propaganda governativa, l´atomo non assicura affatto l´indipendenza energetica: per il semplice motivo che per produrre il nucleare occorre l´uranio e l´Italia non possiede notoriamente giacimenti di tale combustibile. Resta infine, come una maledizione biblica, la questione tuttora irrisolta dello stoccaggio e smaltimento delle scorie radioattive.

La verità è che a tutt´oggi l´energia nucleare è ancora troppo cara e troppo rischiosa. Per paradosso, considerando gli investimenti necessari e appunto i finanziamenti statali, all´Italia costerebbe di più produrla in proprio che continuare a importarla dalla Francia. E ragionevolmente non c´è neppure da temere che questa decida all´improvviso d´interrompere le forniture: si tratta infatti di una produzione a ciclo continuo che non può essere ridotta o sospesa ed essendo in esubero, rispetto al fabbisogno nazionale francese, non troverebbe altri sbocchi sul mercato.

A tagliare definitivamente la testa al toro, il fattore tempo. Per costruire una centrale nucleare, occorrono almeno 10-15 anni. L´Italia non potrebbe permettersi di aspettare tanto, anche per non rischiare di essere condannata a pagare le pesanti sanzioni previste per chi, secondo il Protocollo di Kyoto, non rispetta il cosiddetto "pacchetto clima" varato dall´Unione europea e già approvato anche dal nostro Parlamento, con la formula "20-20-20": vale a dire, 20% in meno di emissione di gas-serra, 20% di risparmio energetico e 20% in più di fonti rinnovabili, entro il 2020. Meno di dieci anni. E per rispettare quella scadenza, bisogna cominciare a lavorare subito.

L'acquedotto più grande d'Europa è una società per azioni a totale capitale pubblico ma assoggettata al diritto privato. Una legge ne chiede il passaggio al diritto pubblico e la sottrazione definitiva al mercato. Per questo, e per sostenere i referendum, i comitati suonano la carica Oggi a Bari movimenti per l'acqua pubblica manifestano per chiedere l'approvazione della legge sulla ripubblicizzazione dell'Aqp

Oltre un milione e quattrocentomila le donne e uomini che hanno sottoscritto i referendum perché l'acqua venga sottratta dalla logiche di mercato e dal rischio della privatizzazione. Un movimento partito dal basso che oggi, a Bari (ore 9.30, Piazza Umberto) segnerà la prima tappa di un percorso di mobilitazione popolare che il 26 marzo arriverà a Roma, per chiedere che l'acqua sia e rimanga un «bene comune». Animato dal comitato pugliese Acqua bene comune e dal Forum italiano dei movimenti per l'acqua, il movimento oggi scende in piazza non solo per affermare il sì alla ripubblicizzazione dell'acquedotto pugliese, per sostenere i due referendum sull'acqua bene comune e per fermare il nucleare, ma la riflessione si allarga sulla deriva liberista dei governi che in Italia e in Europa negli ultimi 15 anni hanno spinto verso la privatizzazione dei servizi pubblici, dalla sanità all'istruzione, fino ad arrivare, appunto, all'acqua.

Che oggi diventa il simbolo per eccellenza del concetto di bene condiviso. Proseguendo su un percorso già iniziato nel 2008, la sfida ultima del Comitato è portare il ddl per la ripubblicizzazione (nella versione originaria) dell'acquedotto pugliese, in Consiglio regionale prima dei referendum sull'acqua pubblica, in programma il 12 giugno prossimo. Secondo il Comitato «approvare tale disegno di legge prima dello svolgimento dei referendum, sancirebbe la volontà della Regione Puglia di rivendicare l'autonomia ad assumersi la responsabilità in tema di gestione pubblica del servizi idrico rispetto agli obblighi imposti dalla vigente legislazione». In Puglia infatti l'acquedotto è una società per azioni e, pur essendo a totale capitale pubblico (la Regione Puglia detiene il 100% delle azioni) è gestita secondo le regole del diritto privato. Il rischio reale è che parte delle azioni possa essere venduta ai privati. Rischio che si è corso il 25 febbraio 2009 - ricorda il Comitato - quando in Consiglio regionale il Pd, attraverso il suo capogruppo in Consiglio, presentò una mozione per vendere una parte delle azioni ai privati. Per fortuna tale mozione venne ritirata grazie alla forte e costante mobilitazione dei movimenti per l'acqua e, più in generale, della cittadinanza.

Il ddl in funzione anti-privatizzazione nasce nel dicembre 2009, sulla spinta e grazie alla collaborazione tra Comitato pugliese Acqua bene comune, Forum italiano dei movimenti per l'acqua e Regione Puglia. È approvato in giunta con alcune modifiche rispetto al testo licenziato dal tavolo tecnico, poi corrette, come richiesto dal Comitato, in una successiva delibera di giunta del febbraio 2009. Il testo non è stato però portato in Consiglio regionale entro la fine della legislatura.

L'attuale Giunta ha licenziato nuovamente il disegno di legge a maggio 2010, ma solo ad ottobre sono state avviate le audizioni presso le commissioni regionali competenti (II, Affari Generali e V, Ecologia, Tutela del Territorio e delle Risorse Naturali). «Nichi Vendola e l'assessore alle Opere pubbliche e Protezione Civile, Fabiano Amati - ricorda il Comitato - si impegnarono a portare il ddl in Consiglio prima della fine del mandato della giunta Vendola, cosa che però non avvenne. In campagna elettorale Vendola si impegnò a nome della sua coalizione, a trasformare il ddl in legge entro i primi 100 giorni del suo nuovo governo». Ma il ddl per ripubblicizzare l'Aqp giace ancora nelle commissioni competenti. In compenso, la mobilitazione non si è mai arrestata. Allo scadere dei 100 giorni dalla riconferma di Vendola alla guida della Regione, il Comitato provinciale Acqua bene comune di Brindisi ha inviato una lettera aperta alle commissioni consiliari competenti, ai consiglieri di maggioranza e agli assessori della giunta regionale pugliese, per ricordare l'impegno assunto in campagna elettorale chiedendo di procedere con sollecitudine alla calendarizzazione del disegno di legge sulla ripubblicizzazione dell'acquedotto pugliese. Il 28 dicembre 2010, invece, a seguito di un incontro con il Forum pugliese dei movimenti per l'acqua e del Coordinamento pugliese degli enti locali, Amati aveva dichiarato che «ci stiamo impegnando affinché la Puglia approvi un disegno di legge che possa effettivamente rendere pubblica la gestione del servizio idrico integrato, ed è per questo che nel prossimo mese di gennaio saremo in grado di portare in Consiglio regionale un testo che terrà conto anche delle indicazioni contenute nella recente sentenza della Corte costituzionale». La Corte, infatti, appena un mese prima, aveva rigettato il ricorso presentato da Puglia (la prima a presentarlo), Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Piemonte, che chiedevano l'abrogazione delle norme del decreto Ronchi relative alla privatizzazione dei servizi idrici, affermando che «le regole che concernono l'affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, ivi compreso il servizio idrico, ineriscono essenzialmente alla materia 'tutela della concorrenza', di competenza esclusiva statale». Un grave precedente, quello della Corte, che mette in relazione la «rilevanza economica» di un bene pubblico che, per definizione, dovrebbe essere scevro da logiche di profitto.

Nel mese di gennaio 2011 sono stati presentati diversi emendamenti al ddl originario e la preoccupazione dei movimenti era dettata dal fatto che «il provvedimento si stesse profilando con differenze sostanziali rispetto all'idea di partenza». Gli emendamenti proposti prevedono, tra l'altro, la possibilità che l'Aqp gestisca attività in stretta conseguenza della gestione del servizio idrico integrato attraverso la costituzione di società miste cioè da società di diritto privato con capitale privato. Ma l'acqua è considerata solo «la punta dell'iceberg della privatizzazione dei beni comuni». Il Comitato vuole avviare un percorso per la riappropriazione sociale di tutti i beni comuni e la realizzazione di un modello di gestione trasparente, pubblico e partecipativo attraverso politiche autorganizzate e dal basso. Per dire che un'altra Italia è possibile. Qui ed ora.

Il ministro degli interni della Repubblica di Bunga Bunga ha comunicato ieri che il referendum contro la privatizzazione dell'acqua si terrà il più tardi possibile, ossia domenica 12 giugno. La motivazione è che quel giorno una gran parte delle laboriose popolazioni della Repubblica si troveranno al mare o imbottigliate in coda nei loro grandi Suv e che quindi non potranno raggiungere le urne, facendo così saltare il quorum. L'annuncio costituisce il solito schiaffo in faccia al Presidente della Repubblica che, non consultato, si troverà a firmare un decreto che costerà ai pochi fra i cittadini che pagano le tasse una cifra vicina ai 10 milioni. Tanto si potrebbe risparmiare accorpando il referendum alle consultazioni amministrative, come richiesto dai Comitati promotori. Ma naturalmente si sa che Bunga Bunga è in solide condizioni economiche e quindi quei milioni si possono tranquillamente sprecare (anzi investire) allo scopo nobile di mandare deserte le urne. Del resto, sappiamo bene che il suddetto ministro degli Interni è compagno di partito di un altro brillante esponente della cultura istituzionale della Repubblica di Bunga Bunga, quel Calderoli che ha legato inestricabilmente il proprio volto a quello del porcellum.

Il tentativo di far saltare il quorum del referendum, si sa, ha per scopo quello di difendere il decreto Ronchi nei confronti di qualsiasi tipo di discussione democratica obbligando così, con un fiat dal centro, ogni territorio a spogliarsi senza fiatare dei propri beni comuni, in primis l'acqua, facendo sì che i soliti amici che finanziano le campagne elettorali romane (e non solo) possano lucrare profitti osceni alla faccia del popolo sovrano. Tutto ciò non solo è perfettamente coerente con l'idea di democrazia praticata dalla Lega, ma potrebbe consentire una volta di più di «darla a bere» ai poveri allocchi che sui territori qualche settimana prima del referendum avranno votato per il più potente partito del nord, quello che davvero governa la Repubblica di Bunga Bunga. Si mormora peraltro che la scelta del ministro dell'Interno sia largamente condivisa da diversi brillanti e ambiziosi esponenti del principale partito di finta opposizione della Repubblica di Bunga Bunga i quali, già ricoprendo importanti responsabilità amministrative al nord, fanno a gara con Ronchi nel portarsi avanti nella svendita dei beni comuni, non solo acqua ma anche tram e spazzatura. Ciò costituisce un altro tratto comune fra questi esponenti dell'opposizione, il suddetto ex ministro delle Politiche comunitarie e l'attuale ministro dell'economia e futuro premier della Repubblica, ai quali per onestà e completezza va associato anche l'esponente più prestigioso del partito delle «manette come valore», molto attivo a sua volta nelle piazze di Bunga Bunga. Tutti costoro infatti per mesi si erano improvvisati esperti di diritto comunitario e di diritto costituzionale, straparlandone senza pudore. Poi la Corte Costituzionale li ha invitati ad andare a seguire un corso di diritto europeo. Se lor eccellenze ritenessero di accettare l'invito dovrebbero però fare un po' in fretta, visto che molto presto l'università non ci sarà più, grazie al trattamento riservatole dalla ministra bresciana di Bunga Bunga, avvocatasi in Calabria. Anzi no, potranno frequentare comunque, per ragioni di puro merito, una scuola di eccellenza o magari basterà il Cepu.

Noi, da parte nostra, l'esame di diritto europeo lo abbiamo passato a pieni voti e umilmente lavoriamo per portare a 25 milioni di votanti il nostro milione e mezzo di firme. In fondo il ministro ci ha regalato un po' di tempo. Dato il sistema dei media di Bunga Bunga, possiamo utilizzare solo i banchetti per cercare di spiegare al popolo che il 12 giugno si deve andare a votare rinunciando a qualche ora di tintarella. Il banchetto è uno strumento lento ma ci darà l'opportunità di convincere la gente comune a non votare per chi dice di stare con la democrazia e il popolo mentre sta solo con i saccheggiatori e i ladroni per impedire (slealmente) che i territori decidano a casa loro come governare i propri beni comuni.

"Fiumi battete le mani", ha commentato Padre Zanotelli quando ha saputo che i quesiti referendari contro la privatizzazione dell´acqua erano stati accolti. «Cittadini, battiamo un colpo», mi viene da dire dopo aver osservato per giorni la pressoché totale indifferenza di media e politici su questo tema.

La campagna referendaria è iniziata, ma non ce ne siamo accorti perché siamo insabbiati in questa politica di piccolissimo cabotaggio, che rema a fatica da una notiziola giudiziaria all´altra. Non è un caso se tra i quesiti referendari l´unico che ha avuto dignità di stampa è quello che chiede l´annullamento della legge sul legittimo impedimento.

Ma, come diceva Einstein, non possiamo pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità con cui li abbiamo creati. Abbiamo creduto che il mondo della politica fosse interamente e costantemente al servizio del bene pubblico. Quella politica ha prodotto una norma inaccettabile, che addirittura dimentica alcune leggi fondamentali del tanto amato libero mercato.

Sì, perché nel libero mercato si deve essere liberi di vendere ma anche di comprare. Le due controparti (la domanda e l´offerta) si possono influenzare reciprocamente, stanno in una sorta di rapporto paritario, o per lo meno presunto tale. Se tu alzi troppo i prezzi io non compro, e quando vedrai che nessuno compra allora abbasserai i prezzi. Questo può succedere solo se tu sei libero di vendere e io sono libero di comprare. Ma se tu possiedi qualcosa di indispensabile per la mia stessa esistenza, allora la mia libertà di acquistare non esiste. L´acqua, l´aria, le sementi, la salute, l´educazione, la fertilità dei suoli, la bellezza dei paesaggi, la creatività.... non possono essere assimilate alla categoria delle merci.

Il diritto necessita di nuovi paradigmi per gestire i cosiddetti "beni comuni". Se i beni comuni diventano proprietà di qualcuno, tutti gli altri, ad esclusione di quel "qualcuno" ne avranno un danno, la loro vita sarà in pericolo.

Ora, siamo a questo punto: esiste una norma che rende privatizzabile l´acqua e con quei referendum la possiamo cancellare. Occorre però che vadano a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto. Nelle ultime elezioni politiche gli aventi diritto erano circa 47 milioni. Mal contati, occorre che circa 25 milioni di cittadini italiani, si rechino a votare.

Ma prima di tutto questo occorre che siano informati, che sappiano dove informarsi, che si rendano conto che siamo nel bel mezzo di una campagna referendaria fondamentale. A chi affidiamo questo incarico? Quella che ha prodotto la legge sulla privatizzazione? Oppure all´informazione, quella che si lascia trascinare nelle sabbie mobili della politica? Occorre iniziare a far da noi. "Uscirne da soli – diceva don Milani – è l´avarizia. Uscirne insieme è la politica". Ecco, usciamone insieme da questo pantano, e creiamo, in ogni città, un nuovo soggetto politico, che faccia da punto di riferimento per la difesa dei beni comuni e l´informazione che li riguarda. Oggi lavorerà sull´acqua, ma le emergenze non scarseggiano: dalla cementificazione dilagante alle polveri sottili nell´aria alle lapidi fotovoltaiche sui campi fertili, dalle scuole senza carta igienica alle strade piene di immondizia.

La politica dei partiti non ce la fa. Non ha strumenti né energie, in questo momento, culturali o intellettuali, per una simile rivoluzione. Occorre che i cittadini si attivino. Senza bandiere, né raggruppamenti di sigle: non importa a nessuno sapere che berretto abbiamo sulla testa, importa sapere che pensieri abbiamo dentro la testa e che azioni sappiamo produrre. Chiamiamola Azione Popolare, come suggerisce Settis nel suo libro "Paesaggio, costituzione, cemento" (Einaudi), o in qualsiasi altro modo. Ma sbrighiamoci, perché abbiamo bisogno di queste nuove strutture, leggere, puntuali, attente, legate ai municipi, alle parrocchie alle bocciofile, non importa: basta che coagulino persone che agiscano come presidi di cervelli e cuori sui territori, nelle grandi città come nei borghi. Oggi si diano da fare per far sapere a tutti di cosa si sta parlando quando si parla di acqua pubblica, quali valori sono in gioco, quali pericoli sono in agguato. Il comitato promotore dei referendum "Acqua bene comune" ha fatto, finora, i miracoli. Quasi un milione e mezzo di firme raccolte e due quesiti su tre passati è un risultato straordinario. Adesso i territori si mobilitino, fino a quando non avremo la certezza che 25 milioni di italiani sono andati a votare: altrimenti i referendum non saranno validi. Poi, statene certi, quelle strutture non resteranno senza lavoro. Lo dico con un po´ di tristezza, perché in un mondo ideale non dovrebbero avere nulla da fare. Ma siamo nel mondo reale, e c´è tanto lavoro da fare perchè diventi il miglior mondo possibile.

Alle volte anche le denunce giornalistiche servono. Vedi, ad esempio, la campagna che da anni sosteniamo su Repubblica, sia contro le truffe che, grazie agli eccessivi incentivi, si accompagnano al proliferare degli impianti eolici, sia contro la devastazione del paesaggio agricolo in seguito alla messa in opera su troppo vaste estensioni di terreno di pannelli fotovoltaici (nella sola Toscana vi sono richieste in tal senso per 4000 ettari). Ora il governo, sotto impulso di Tremonti, interessato a stringere i cordoni della borsa, ha approfittato del passaggio della legge di recepimento delle direttive europee in materia di fonti energetiche rinnovabili per inserirvi anche una revisione del sistema degli incentivi. Le lobby che si erano già attivate per impedire la riforma dei certificati verdi, si sono subito messe all’opera per mantenere le loro posizioni di privilegio, mentre, avvalendosi dell´anno a disposizione, prima che la nuova legge sia operativa, i loro referenti, mafiosi e no, si apprestano ad una corsa sfrenata alle nuove installazioni per acquisire i diritti vigenti prima che decadano. Per bloccare questa più che probabile scorribanda, le principali associazioni ambientalistiche, con alla testa Italia Nostra, hanno chiesto una moratoria di tutte le autorizzazioni per i nuovi impianti fino a quando la riforma non sarà pienamente operativa.

In questa rubrica, quasi sempre ipercritica verso politici e amministratori, mi sia consentito una volta tanto indicare positivamente l’operato del presidente della Giunta toscana, Enrico Rossi, che già porta a suo vanto dieci anni di assessorato alla Sanità, impiegati per rendere la rete asl la più efficiente d’Italia. Eppure anche qui l’attacco speculativo stava prendendo piede e qualche tempo fa denunciammo che la Maremma, comprese le zone archeologiche di Populonia e Baratti, era minacciata da ampi insediamenti di energia solare. Ora mi è pervenuta una nota informativa di pugno di Enrico Rossi, che annuncia due provvedimenti urgenti a difesa del suolo. Il primo, preso dopo i recenti dissesti idrogeologici e franosi in varie zone della Toscana (Massa Carrara, Lucca, gli argini del Serchio e dell´Ombrone), impone nei territori a rischio, per otto mesi-un anno, il blocco di ogni edificazione per procedere alla loro messa in sicurezza, alla verifica degli strumenti urbanistici e al loro eventuale adeguamento e altrettanto per i piani di protezione civile.

L´altra decisione combina insieme tre fattori fondamentali per lo sviluppo della Toscana: l´incentivazione della produzione di energie alternative, le produzioni agricole di qualità e la tutela del paesaggio. «Abbiamo deciso – mi scrive Rossi – di consentire l´installazione di impianti fotovoltaici sul territorio, ma di evitare le distese di pannelli nelle aree di pregio, come i siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell´Unesco (tra cui la Val D´Orcia), quelle di notevole interesse culturale, quelle vincolate, le zone all´interno di visuali o panorami la cui immagine è storicizzata, zone contigue a parchi archeologici e culturali, le aree naturali protette, le zone umide e anche aree classificate a rischio idraulico e geomorfologico o interessate da interventi di messa in sicurezza. Paesaggio e agricoltura di qualità sono il biglietto da visita della Toscana nel mondo, una delle maggiori attrattive del turismo nella nostra regione e una delle principali voci dell´export agroalimentare. Incentiviamo l´uso delle energie alternative ma certamente esse debbono essere compatibili con il nostro territorio e le sue produzioni di qualità». Mancano due cose da questi lodevoli impegni di buona volontà: la loro rapida traduzione in legge regionale per renderle esecutive; e un’analoga moratoria, accompagnata da una stretta regolazione per l´eolico visto che anche in Toscana vi sono decine di impianti di enormi dimensioni in attesa della Via (Valutazione d´impatto ambientale).

Perché la nostra rete è in condizioni così disastrose? Chi saranno i protagonisti della gara per gestirla? 
Chi gestisce oggi il sistema idrico nazionale? E quali novità saranno introdotte a fine anno dal Decreto Ronchi? 
La domanda che in questa fase tutti si fanno è questa: per l´utente è meglio un gestore pubblico o uno privato? 


MILANO - Il risiko dell´oro blu si prepara a ridisegnare la mappa dell´acqua italiana. Nei prossimi 12 mesi - salvo stop dal referendum di giugno - un po´ di maxi utility italiane, i grandi costruttori di casa nostra e un´agguerrita pattuglia di colossi stranieri si affronteranno in una partita miliardaria: la riorganizzazione della rete idrica tricolore con un´apertura più decisa ai privati. I vincitori si spartiranno un Bingo da sogno: il ricco (e anticiclico) mercato delle bollette - già cresciute del 65% dal 2002 a fine 2010 - e la gestione dei 64 miliardi di euro di investimenti necessari per rimettere in sesto i 300mila chilometri di tubi che trasportano il prezioso liquido dalle sorgenti fino ai rubinetti di casa nostra. Un colabrodo «non degno di un paese avanzato» - come dice tranchant il Censis - che perde per strada 47 litri ogni 100 immessi in rete, con un danno di 2,5 miliardi l´anno.
La strada a livello legislativo è già tracciata: entro dicembre - dice il Decreto Ronchi - gli enti locali dovranno aprire definitivamente ai privati questo mercato. Mantenendo la proprietà dell´acqua ma affidandone a terzi la gestione industriale. C´è solo un ultimo (fondamentale) ostacolo per questa rivoluzione che rischia di avere conseguenze importanti anche per il portafoglio dei consumatori: il referendum di giugno che chiede l´abrogazione del provvedimento, lasciando il servizio idrico nazionale in mano allo Stato. Ma quanta acqua potabile abbiamo in Italia e perché la nostra rete è in condizioni così disastrose? Chi saranno i protagonisti di questa corsa all´oro blu? Ed è vero che con lo sbarco dei privati nei rubinetti di casa pagheremo bollette molto più alte?



UN TESORO DAL CIELO


Giove pluvio ha avuto un occhio di riguardo per il Belpaese. Sull´Italia, certifica Eurostat, cadono in media 296 miliardi di metri cubi l´anno di pioggia (per il 42% al nord) cifra che ci mette al sesto posto nel continente dietro Francia (485), Norvegia (470), Spagna (346) e vicini a Svezia (313) e Germania (307). Al netto dell´evaporazione e dei deflussi abbiamo accesso a 157 miliardi di metri cubi (3mila l´anno per abitante). Un capitale immenso che però - come spesso accade nel nostro paese - non riusciamo a far fruttare visto che in rete pompiamo "solo" 136 metri cubi a testa ogni dodici mesi.


Dove si perde tutto questo ben di Dio che piove dal cielo? In buona parte nei fiumi e sottoterra. «L´Italia non ha gli invasi necessari per conservare questo tesoro per i periodi siccitosi», ripete da anni l´Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni (l´agricoltura consuma 20 miliardi di metri cubi l´anno contro i 16 dell´industria e i 5,2 per consumi domestici). I 337mila chilometri di acquedotti tricolori ci danno così accesso solo a un terzo di quanto è disponibile in pozzi e sorgenti. E quando bene siamo riusciti a imbrigliare l´acqua in un tubo, non riusciamo a trasportarla sana e salva a destinazione: di100 litri raccolti alla fonte, al rubinetto ne arrivano solo 53. A Bari, certifica l´Istat, bisogna mettere in rete 206 litri per riuscire a consegnarne 100. A Palermo 188, a Trieste 176. Milano (dove i smarriscono solo 11 litri ogni 100) e Venezia (9) sono mosche bianche in questa liquidissima galassia di sprechi che butta dalle sue falle - calcolano Civicum e Mediobanca - qualcosa come 2,5 miliardi di euro di oro blu ogni anno. In Germania, per dire, la dispersione è di sette litri su 100 (e lì è una cifra che fa scandalo) mentre la media europea è del 13%.


IL QUADRO DI REGOLE


Chi gestisce oggi la rete idrica nazionale? Cosa cambierà con il decreto Ronchi che - salvo successo del referendum - allargherà la presenza dei privati nel settore da fine 2011? Fino a pochi mesi fa il quadro di regole era quello disegnato dalla legge Galli a metà degli anni ‘90. Un´Italia dell´acqua "federale" divisa in 92 Ambiti territoriali ottimali (Ato) pubblici - prima se ne occupavano 8.500 comuni - che dopo aver steso un programma di interventi necessari per migliorare la rete dovevano riaffidare il servizio. Una piccola rivoluzione accompagnata dal passaggio da un sistema tariffario rigido (regolato dal Cipe per tutto il paese) a una tariffa reale media in grado di coprire gli investimenti e un rendimento garantito al gestore (il 7%). Con un tetto di incremento annuo per i prezzi al consumo fissato comunque al 5%.
La metamorfosi però va ancora a rilento. A 15 anni dalla riforma, dei 92 Ato - dice il Blue Book 2010 di Utilitatis - solo 72 hanno provveduto ad affidare il servizio. E l´acqua è ancora saldamente in mano pubblica. Ben 34 Ato hanno girato la gestione a realtà controllate al 100% da enti locali. In tredici casi è stata passata a società quotate ma a forte presenza pubblica come le multitutility e in altri dodici ad aziende miste pubblico-privato. Solo 6 Ato - di cui cinque in Sicilia - hanno consegnato le chiavi dei loro acquedotti (ma non la proprietà) interamente ai privati. Cosa cambierà a fine 2011? Il Decreto Ronchi farà decadere tutti gli affidamenti in house, quelli a società interne, a meno che non si apra il capitale per almeno il 40% a un socio privato. Le municipalizzate potranno invece conservare la gestione solo se la quota pubblica del loro capitale scenderà sotto il 40% a giugno 2013 e sotto il 30% a fine 2015.



I NUOVI PADRONI DELL´ORO BLU


Chi sono i protagonisti privati di questo risiko dell´oro blu? L´identikit dei concorrenti ai nastri di partenza è già abbastanza chiaro. Anche perché molti di loro hanno già messo uno zampino nel mercato idrico nazionale e si stanno organizzando da tempo per la grande partita della privatizzazione. A far gola non è soltanto il business dell´acqua in sé. Anzi: «Il tetto al 5% dell´incremento delle tariffe è un limite che spaventa molti potenziali investitori», ammette Adolfo Spaziani, direttore di Federutility. Il boccone più grosso sono gli investimenti necessari per tappare le falle degli acquedotti nazionale: una torta gigantesca da 64,1 miliardi nell´arco dei prossimi 30 anni (compresi interventi su fogne e impianti di depurazione), stima il Blue Book 2011, che fa gola anche ai costruttori.
Da dove arriveranno questi soldi? Per il 14%, stima il Censis, da aiuti pubblici a fondo perduto. Per il resto saranno finanziati con le bollette. L´aumento necessario tra il 2010 e il 2020 - calcola Utilitatis - sarebbe del 18%. Soldi. Tanti. Che hanno già attirato diversi pretendenti al business dell´acqua privata. La pattuglia tricolore vede in campo tre big e qualche comprimario. Acea, la municipalizzata romana nel cui capitale sta crescendo rapidamente il gruppo Caltagirone (attivo nelle costruzioni), ha già oggi 8 milioni di utenti in diversi Ato a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria. Non solo. La società capitolina non ha mai nascosto il suo interesse per l´Acquedotto Pugliese (che Nichi Vendola sta cercando di blindare in mano pubblica) e ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche verso la Lombardia. L´astro emergente - pronto a sfidare Acea per la leadership tricolore - è la Iren, la utility nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia e partecipata da IntesaSanpaolo. Opera già in Emilia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia. E ha stretto un´alleanza azionaria di ferro con F2I, il fondo per le infrastrutture di Vito Gamberale, pronto a una scommessa importante sul business dell´acqua. Alla finestra c´è anche la Hera, la utility bolognese, forte nella regione d´origine ma ai nastri di partenza - almeno in apparenza - con piani meno ambiziosi. Mentre A2a e Acegas si muovono per ora solo a livello locale.
Chi sono i big stranieri pronti a scalare l´acqua tricolore? Due hanno già scoperto le carte: Suez, il colosso transalpino, in campo a fianco dell´Acea, con cui già lavora in Toscana e Umbria e il rivale francese Veolia, che distribuisce l´acqua nell´Ato di Latina, a Lucca, Pisa, Livorno e nel Levante ligure. Una sbirciatina al dossier Italia l´hanno data gli inglesi di Severn Trent (che ha già messo un piedino in Umbria) e gli spagnoli di Aqualia sbarcati da tempo a Caltanissetta.



IL REBUS PUBBLICO-PRIVATO


Meglio per l´utente un gestore pubblico o privato? La risposta naturalmente non è facile. E l´esperienza degli ultimi anni non aiuta certo a sciogliere il dubbio. Ci sono amministrazioni pubbliche più che efficienti ed economiche - Milano ad esempio spreca poca acqua e ha una delle tariffe più basse d´Europa - e altre con bilanci e acquedotti che fanno acqua in tutti i sensi. I privati hanno spesso prezzi più alti ma in media tendono a garantire più servizi e investimenti. Proviamo a far parlare i pochi dati disponibili. Primo fatto: in assenza di un´authority che regoli il settore nessuno, pubblico o privato, riesce a rispettare gli impegni. Gli investimenti previsti dagli Ato nei loro primi anni di vita sono stati realizzati solo al 56%, dice il Coviri, l´ente che vigila sul settore con pochissimi poteri.


Le realtà a controllo pubblico sono riuscite a mandarne in porto molto meno del 50% («anche perché lo stato taglia gli stanziamenti e loro non riescono a finanziarsi sul mercato o con nuove tasse», sostiene Spaziani). Le Spa miste e le municipalizzate li hanno ridotti "solo" del 13% in base agli studi del Blue Book. «Però da quando nell´acqua operano i privati l´occupazione è scesa del 30% e i consumi sono aumentati della stessa misura», sottolinea Marco Bersani del Forum movimenti per l´acqua pubblica. La legge Galli, per assurdo, ha ingessato il sistema. Fino al 1995, quando pagava tutto Pantalone (alias lo Stato), si spendevano 2 miliardi l´anno per la manutenzione di acquedotti, fogne e depuratori. Oggi siamo fermi a 700 milioni. Roma taglia e i privati, in assenza di meccanismi tariffari premianti, investono con il contagocce.



IL NODO DELLE TARIFFE


I privati fanno pagare di più l´acqua? Questo, naturalmente, è il dato che interessa di più l´utente finale che fino a quando vede l´acqua scorrere dal rubinetto di casa si preoccupa più del suo portafoglio che dei buchi della rete a monte. Anche qui - sul fronte della bolletta - i dati empirici sono per ora pochi. Certo gli affidamenti degli Ato ad aziende miste o private che hanno promesso più investimenti hanno comportato un balzo secco della bolletta. Nel 2002 ogni italiano pagava in media 182 euro l´anno per il servizio idrico. Oggi siamo a 301, il 65% in più. Gli abitanti di Toscana (462 euro di spesa l´anno), Umbria (412), Emilia (383) e Liguria (367) - le regioni dove il processo di privatizzazione è più avanti - sono quelli che scontano prezzi più elevato (i lombardi, per dire, spendono 104 euro). Dei 25 Ato con tariffe al top, 21 sono privati o in gestione mista. «Ma una spiegazione c´è - dice Spaziani - . Lì si investe di più mentre gli Ato a gestione pubblica privilegiano per ovvi motivi di consenso politico la tariffa bassa al servizio efficiente». Ma non sempre è così: «Ad Agrigento c´è la bolletta più alta del paese e l´acqua arriva due volte la settimana e solo in due terzi della città - dice Bersani - . Salvo poi scoprire che il gestore privato Girgenti Acque ne vende un bel po´ a Coca Cola per fare una bevanda gassata». A Latina - dove il Comune è affiancato da Veolia - i costi sono schizzati «tra il 300 e il 3000%» calcola Bersani e 700 famiglie si autoriducono ogni mese la bolletta pagando il giusto (dicono loro) al Comune.
A fine 2010 un metro cubo d´acqua costava 1,37 euro (con picchi di 2,28 per l´alta Toscana e di 0,66 a Milano). Nel 2020 saremo a quota 1,63, il 18% in più con punte di +75% per l´area di Lecco (che passa alla tariffa media) e del 67% nell´Ato Bacchiglione gestito da Aps-Acegas. «Ma attenzione - dice Giuseppe Roma della Fondazione Censis - restiamo comunque ben al di sotto di quanto si spende nel resto d´Europa». Un berlinese paga per l´acqua quasi mille euro l´anno, a Bruxelles la bolletta è di 580, a Varsavia 545. A Barcellona, Oslo, Helsinki e San Francisco siamo al doppio dei 200 dollari della capitale italiana. «Purtroppo dobbiamo rassegnarci - spiega Roma - . Il dilemma pubblico-privato è un falso problema: il sistema fa acqua da tutte le parti. Due italiani su dieci non hanno il servizio di fogna, al sud quasi uno su due riceve acqua non depurata. Non importa chi gestirà la rete in futuro. Per far funzionare la rete dobbiamo alzare e non di poco il prezzo. Le tariffe oggi riflettono solo la ricerca di consenso politico». Senz´acqua, in fondo, non si può stare. E - come ricorda Spaziani - per la bolletta idrica spendiamo oggi solo lo 0,8% delle uscite mensili contro il 2% per il telefono, il 5,3% in elettricità e riscaldamento, il 14,9% per i trasporti e lo 0,9% per le sigarette. Per non parlare, dulcis in fundo, del più assurdo dei paradossi: in Italia una famiglia di 4 persone spende in media 340 euro l´anno in acqua minerale. Trentanove in più di quanto stanzia (lamentandosi) per quella che arriva dal rubinetto.

PostillaForse varrà pure la pena di ricordare che per accumulare l’acqua in eccesso alla capacità di consumo basterebbero i vasti depositi sotterranei creati dalla natura. Solo che si rispettassero quegli strumenti di pianificazione, messi a punto nel secolo scorso, con i quali si era deciso che la difesa pianificata delle acque doveva avere la priorità su agni altra decisione di trasformazione, che uguale priorità doveva avere la tutela del paesaggio, e che le decisioni di coinvolgere nuovi territori nella laterizzazione (trasformazione della terra in una repellente crosta di cemento e asfalto) dovevano avere la loro rigorosa premessa in una pianificazione orientata (e limitata) dal soddisfacimento dei fabbisogno socialmente rilevanti. Perciò la battaglia per l’acqua pubblica è strettamente legata alla battaglia contro il consumo di suolo e per una corretta pianificazione del territorio.

Ieri abbiamo partecipato, con la nostra memoria e i nostri argomenti, ad un alto momento di democrazia. Il referendum ha riacquistato la sua forza originaria, quella voluta dai nostri Costituenti, è uscito dal cul de sac dei tecnicismi e dei limiti giurisprudenziali in cui era stato condotto a partire dei primi anni del 2000. La Corte costituzionale, dietro istanza di circa un milione e mezzo di cittadini, pronti a divenire 30 milioni per dire no a quel processo di privatizzazione selvaggio voluto dal decreto Ronchi, ha dichiarato ammissibile il referendum promosso dai comitati contro il saccheggio dei beni comuni e la dismissione della proprietà pubblica. Ha dichiarato ammissibile il quesito che espunge il profitto dalla gestione del servizio idrico. Insomma uno stop a quel progetto affaristico e letale di contaminazione pubblico-privato che già aveva interessato le varie mafie locali (passando dall'acqua, ai trasporti ai rifiuti), troppo spesso collettori di voti e consensi elettorali.

Il tema dei beni comuni è entrato per la prima volta nel dibattito processuale dinanzi alla Corte, agganciato al tema dei servizi pubblici ed alla tutela dei diritti fondamentali: si è aperta dunque nel nostro Paese una nuova stagione di democrazia. I cittadini si sono riappropriati del diritto di esprimersi sui beni comuni, sui beni di loro appartenenza, su quei beni che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona e sono informati al principio e alla salvaguardia intergenerazionale. Si è ridato significato e dignità all'art. 1 della Costituzione, ovvero al principio che assegna al popolo la sovranità, in una stagione di tragedia della democrazia rappresentativa. ipartire dunque dalla campagna referendaria, ma non soltanto per raggiungere il quorum di voti necessario per la validità del referendum, ma anche per dare inizio ad una grande battaglia per la difesa dei beni comuni. Ripartire dalla campagna referendaria per aprire una stagione di lotta sul tema dei diritti violati: lavoro, università, migranti, ambiente.

Il "popolo dell'acqua" che a questo punto potrà incidere sulle politiche pubbliche del nostro Paese, e che dovrà pretendere la moratoria di tutti i processi di privatizzazione in corso, dovrà dunque essere pronto a manifestare tutta la sua indignazione e voglia di partecipazione contro tutti i soprusi e le angherie sempre più espressione di una società feudale e post-moderna. Da ieri c'è un nuovo soggetto politico con il quale il desolante sistema dei partiti parlamentare ed extra-parlamentare dovrà finalmente fare i conti.

Gli autori hanno rappresentato il Comitato per il no davanti alla Corte Costituzionale

DECISIONI IN TEMA DI AMMISSIBILITÀ DEI QUESITI REFERENDARI

La Corte costituzionale, in data 12 gennaio 2011, ha deliberato in ordine all’ammissibilità delle seguenti richieste di referendum abrogativo:

n. 149 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 1) “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione”: ammissibile

n. 150 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 2) “Servizio idrico integrato. Forme di gestione e procedure di affidamento in materia di risorse idriche. Abrogazione”: inammissibile

n. 151 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 3) “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma”:ammissibile

n. 152 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 4) “Norme limitatrici della gestione pubblica del servizio idrico. Abrogazione parziale”: inammissibile

n. 153 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 5) “Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme”: ammissibile

n. 154 Reg. Ref. (richiesta di referendum n. 6) “Abrogazione della legge 7 aprile 2010, n.51 in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale”:ammissibile

Le sentenze saranno depositate entro i termini previsti dalla legge.

dal Palazzo della Consulta, 12 gennaio 2011

Berlusconi ha annunciato il quarto dei miracoli con i quali, nel giro di pochi giorni, libera dai rifiuti Napoli e la Campania. I precedenti tre sono andati male; la spazzatura non se ne è andata dalle strade, oppure è ricomparsa dopo qualche mese. Qualcuno - per esempio il manifesto - lo aveva previsto fin dai primi mesi del suo governo. Non era difficile: Bertolaso non stava facendo altro che accumulare i rifiuti in discariche - illegali - che presto si sarebbero riempite. Mentre venivano trascurate, ma anche ostacolate, le misure di un ciclo «virtuoso» dei rifiuti: riduzione alla fonte, promozione del riuso, raccolta differenziata spinta, compostaggio - domestico, in impianti o in fattoria - della frazione organica; impianti per il recupero degli imballaggi; revamping degli impianti per la separazione, il trattamento e il recupero della frazione indifferenziata; studi - perché nulla se ne sa; nemmeno quante sono realmente - per risolvere il problema delle ecoballe; bonifica delle zone - ma si tratta di due intere province! - devastate dai rifiuti tossici ad opera della camorra; misure per prevenire il ripetersi di quelle pratiche; ma, soprattutto, una collocazione alternativa per due terzi degli oltre 25mila addetti campani al ciclo dei rifiuti (almeno il triplo del necessario), assunti o abbindolati con l'idea che la gestione dei rifiuti fosse un pozzo senza fondo in cui sprofondare senza alcun progetto, oltre ai residui dei nostri consumi, anche gli scarti di una gestione dell'occupazione dissennata.

Unico obiettivo strategico del governo, come nei devastanti 14 (allora) anni di commissariamento (di cui quasi 6 sotto la diretta responsabilità dei precedenti governi Berlusconi), la corsa agli inceneritori: il deus ex machina a cui affidare una sparizione dei rifiuti di cui non si sa più come bloccare la crescita: quattro, o cinque, oppure tre, di nessuno dei quali sono stati ancora stabiliti progetto o localizzazione definitiva. E' solo stato messo in funzione, con fanfare, grancassa e passaggi di mano complessi e secretati, l'inceneritore di Acerra, il cui progetto è vecchio di 50 anni e che funziona un giorno sì e l'altro no.

Eppure, per oltre due anni, a Berlusconi è stato accreditato il «miracolo» della scomparsa dei rifiuti campani: non solo dai suoi supporter, ma anche da avversari che hanno preso per buona la propaganda del governo senza fare inchieste né avere un'idea del problema: dai maggiori quotidiani nazionali, che hanno più volte tributato ampi riconoscimenti al governo, ai dirigenti del Pd, che ha approvato tutti i disastri perpetrati da Bertolaso. E questo, nonostante che in Campania, nel 2008, fosse all'opera un forum rifiuti a cui partecipavano decine di organismi di base, di associazioni del volontariato, i sindacati, le associazioni imprenditoriali, le camere di commercio, che di idee e informazioni in proposito ne stava producendo a iosa.

Vediamo per esempio che cosa scriveva il 6 agosto 2008 su la Repubblica Tino Iannuzzi, segretario regionale del PD campano: «Abbiamo giudicato con favore la nomina da parte del governo, del sottosegretario Bertolaso, figura autorevole di dirigente dello stato e di uomo delle istituzioni. Il suo operato, in proficua e leale collaborazione con la regione e gli enti locali, è stato intenso e positivo con interventi emergenziali e urgenti, che hanno consentito il superamento della fase più acuta della crisi, con la rimozione dei rifiuti dalle strade». Nemmeno accorgersi che il grosso della rimozione dei rifiuti era stata già realizzata - con metodi più che discutibili - dal precedente commissario De Gennaro sotto il governo Prodi! E, prosegue Iannuzzi: «Abbiamo sostenuto con determinazione le scelte dei siti per la localizzazione di nuove discariche e degli impianti necessari per un ciclo moderno e completo di gestione dei rifiuti. Simbolicamente (sic!) abbiamo detto e ripetiamo che sindaci del Pd con la fascia tricolore non saranno mai alla testa di proteste popolari per contestare le decisioni... Ci siamo posti l' obiettivo di lavorare, nella conversione del decreto legge sui rifiuti». E' il decreto che oltre ai quattro inceneritori e alle dieci discariche - tre delle quali persino Berlusconi è stato costretto a annullare, perché contrarie alla legge, alla salute e al buon senso - autorizzava le discariche campane ad accogliere anche rifiuti tossici - quelli fino ad allora sversati nei Regi Lagni del Casertano - e gli impianti di depurazione degli scarichi civili ad accogliere anche reflui industriali; smantellava gli impianti di separazione del secco dall'umido e di trattamento di quest'ultimo, perché tutto potesse finire negli inceneritori, la cui capacità era sovradimensionata proprio per evitare la raccolta differenziata; non stanziava alcun fondo per questa - anche se fissava al 2010 (ormai trascorso!) l'obiettivo del 50 per cento - né per il compostaggio della frazione organica. E bravo Iannuzzi!

Che così continuava: «E' stato il Pd, con l'emendamento del sottoscritto approvato in commissione mmbiente della camera, a favorire la concessione degli incentivi Cip6 per i termovalorizzatori di Salerno, Napoli e Santa Maria La Fossa. Su questo tema ostico i parlamentari campani del Pd si sono battuti con coraggio e forza, nel partito e nella discussione in aula per la concessione, in via straordinaria ed eccezionale, di contributi indispensabili per superare le tante e rilevanti difficoltà che ostacolano da noi la costruzione dei termovalorizzatori». Due anni dopo è uno degli esponenti di punta del Pdl, Gaetano Pecorella, presidente della commissione parlamentare di indagine sulla presenza della malavita organizzata nel ciclo dei rifiuti, a spiegare che la partita degli inceneritori avrebbe dovuto essere chiusa da tempo: « residuale, perché si dovrà puntare sul riutilizzo dei materiali, sviluppando la fase del recupero. E' l'obiettivo, per esempio, che hanno in Germania: quello di arrivare al 90 per cento di riutilizzo. L'avvenire è questo». (Liberal, 20.10.2010).

Perché allora insistere sugli inceneritori? Per incassare la rendita degli incentivi Cip6, che l'Unione europea ha messo al bando. E chi se ne frega se i rifiuti restano per strada per qualche anno ancora. Sugli inceneritori passano anche, a volo radente sostanziose tangenti su cui in Campania la componente del Pdl più direttamente legata alla camorra sta mettendo le mani, con la loro assegnazione alle amministrazioni provinciali che controlla. Altro che mezzo per eliminare dalla gestione dei rifiuti la camorra, come hanno sempre sostenuto gli inceneritoristi ad oltranza! Leggere, per saperne di più, il libro La Peste di Tommaso Sodano. E per finire, Iannuzzi non fa una parola sugli «esuberi» del settore; il che, per un partito che dovrebbe occuparsi dei lavoratori, sembra una grave dimenticanza.

Dunque, se siamo arrivati a questo punto (discariche piene, impianti di compostaggio e di trattamento (Stir, ex Cdr) chiusi o fuori uso, raccolta differenziata, con poche significative eccezioni, a terra, consorzi e comuni indebitati fino al collo e impossibilitati ad avviare un ciclo virtuoso, migliaia di lavoratori a rischio di licenziamento) lo dobbiamo non solo a Berlusconi e Bertolaso, ma anche al Pd, che in materia (ma non solo) la pensa esattamente come loro.

Così, tra le scelte del Pd spicca anche la gestione dissennata dell'Asìa, l'azienda di igiene urbana di Napoli. Certo, la situazione ereditata dal management nominato dalla giunta Iervolino all'inizio del 2008 non era delle più rosee: raccolta differenziata quasi a zero, mezzi vecchi e non funzionali, personale anziano, in larga parte in subappalto, mancanza - come ovunque, in Campania - di impianti di compostaggio; scarsità di risorse liquide e forte indebitamento. Ma in due anni la raccolta differenziata su tutto il territorio cittadino avrebbe potuto venir organizzata. Decine e decine di comitati, di associazioni, di parrocchie e molte municipalità erano pronte a dare una mano (e avevano dimostrato una certa efficacia nei giorni più duri dell'emergenza). Salerno è riuscita in un anno a passare dal 14 al 70 per cento; Napoli è ancora sotto il 20, procede con passo da lumaca ed è anche tornata indietro. Perché Asìa ha puntato tutto su quello che chiama «chiusura del ciclo», cioè sull'inceneritore per bruciare tutto subito: prima cercando una partecipazione in quello di Acerra; poi aspettando quello di Napoli.

Nel frattempo non ha costruito nemmeno una stazione ecologica per i rifiuti ingombranti (li potete vedere per strada in tutte le «cartoline» televisive di Napoli; nemmeno un impianto di compostaggio (per cui c'erano due progetti già pronti); ha avuto in gestione gli impianti di separazione secco-umido di Tufino e Giugliano: il primo quasi nuovo e il secondo (dove c'è stata anche un infortunio mortale) appena ristrutturato; e li ha mandati in malora. Adesso utilizza parzialmente quello di Santa Maria Capuavetere, in provincia di Caserta, che funziona a pieno ritmo: il che significa che quegli impianti possono essere rimessi a nuovo. Ha gestito in modo demenziale, risparmiando sulle coperture in terra dei rifiuti sversati, la discarica Sari di Terzigno, che adesso le è stata giustamente sottratta. Così non sa più dove sversare; e quindi non può neanche raccogliere. Per i conferimenti dipende interamente dall'amministrazione provinciale in mano al PDL di Cesàro e Cosentino, che, in vista delle elezioni, hanno tutto l'interesse a far marcire la situazione per addossarne la responsabilità alla Giunta «di sinistra» di Napoli.

Poi c'è il problema delle ecoballe: nessuno ne parla, ma c'è quasi un miliardo di garanzie bancarie (con istituti di primaria rilevanza nazionale) affidati a quel mucchio di rifiuti come fossero altrettanti barili di petrolio (e lo diventeranno se si farà un numero sufficiente di inceneritori per smaltirle beneficiando degli incentivi CIP6). Ma se dovessero venir smaltite altrove, a pagamento, si trasformerebbero in un costo astronomico di almeno un paio di miliardi. Così, finché la cosa non sarà chiarita, a tenere in sospeso la vicenda dei rifiuti campani, oltre alla camorra e all'inettitudine di molte amministrazioni locali, ci sarà anche un pool di banche.

Infine c'è l'esercito, che continua a «presidiare» discariche e inceneritore. I militari in servizio vengono pagati (Ministero della Difesa) come se fossero in missione in Afghanistan a rischiare la vita. Ma, controllando le discariche, sanno dove portare i rifiuti che molti Comuni sono costretti a tenere per strada perché non hanno a disposizione impianti di conferimento. Così non è raro vedere squadre di decine di militari prelevare un cumulo di rifiuti stradali per cui basterebbero due addetti alla nettezza urbana. Anche per questo l'emergenza non finirà molto presto.

Nell'immediato, una soluzione per superare l'emergenza (e poi procedere subito su tutti gli altri punti) ci sarebbe: a Parco Saurino, in provincia di Caserta e in terra di camorra, c'è una discarica vuota da 300mila metri cubi (ampliabile fino a 600). C'è da anni e avrebbe potuto evitare anche l'emergenza del 2008, se fosse stata messa a disposizione. Invece è rimasta vuota per drammatizzare la situazione campana su cui Berlusconi stava conducendo la sua vittoriosa campagna elettorale. Adesso Berlusconi sostiene che qualcuno ostacola i suoi piani. Sa di che cosa parla. C'è qualcuno, nel suo stesso partito, molto interessato a mantenere le mani sui rifiuti. Costui non vuole levargli le castagne dal fuoco per fargli riuscire di nuovo il «miracolo»: fino a che, per lo meno, non gli saranno state consegnate le chiavi di tutto il ciclo dei rifiuti: cominciando dalle deroghe sulla tracciabilità dei rifiuti, che ha tanto fatto arrabbiare (per finta) lo pseudo ministro Prestigiacomo (www.guidoviale.blogspot.com)

Il bacino amazzonico cattura tra i 12mila e i 16mila km cubici di acqua l'anno, di cui solo il 40% scorre lungo i fiumi. Il resto viene restituito all'atmosfera mediante evapotraspirazione delle foreste, e si distribuisce a tutta l'America del Sud. La deforestazione riduce l'umidità che, trasportata dai venti, contribuisce all'equilibrio idrico di vaste aree del continente, oltre ad accentuare l'erosione e il drenaggio superficiale, che sottrae acqua non solo all'irrigazione naturale dell'Amazzonia, ma anche ai terreni agricoli più lontani.

Nel 2026, una Amazzonia «ultima riserva mondiale di cereali», attraversata da nuove strade e megaprogetti per l'energia e l'integrazione regionale, attirerà investimenti per miliardi di dollari, ma con una riduzione delle foreste e dell'acqua pulita, provocando un grave degrado ambientale accentuato dal cambiamento climatico.

È questo lo scenario di «Sull'orlo del baratro», il rapporto di Geo Amazonia elaborato negli ultimi due anni con il contributo di 150 scienziati di otto paesi della regione amazzonica, coordinati dal Centro de Investigación de la Universidad del Pacífico, con sede a Lima, Perù.

Lo studio «Prospettive ambientali in Amazzonia», patrocinato dal Programma delle Nazioni unite per l'ambiente (Unep) e l'Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica (Acto), e diffuso la scorsa settimana, delinea quattro possibili scenari futuri, secondo diverse variabili. Il più ottimistico, «Amazzonia emergente», prevede per il 2026 una migliore gestione ambientale e controllo delle attività produttive, in base al principio «chi inquina paga», ma ancora con un ritardo nelle tecnologie ad efficienza energetica e nello sfruttamento efficace della biodiversità. Secondo un altro scenario, «Luci ed ombre», la regione starà ancora cercando percorsi di sviluppo sostenibile, con uno specifico accento su scienza, tecnologia e innovazione, e tentando di frenare le attività produttive più dannose. «L'inferno è verde», prospetta un futuro più drammatico, con una «perdita irreversibile della ricchezza naturale e culturale», più povertà e maggiori disuguaglianze.

La metodologia Geo (Global environment outlook) elaborata dall'Unep, è interessante perché offre una visione d'insieme e descrive «possibili situazioni condizionate da diversi fattori e incertezze» per orientare le decisioni, ha commentato Marcos Ximenes, direttore dell'Istituto di ricerca ambientale dell'Amazzonia (Ipam), che ha contribuito alla stesura del rapporto.

La grande sfida è che poi tutte queste informazioni e conoscenze devono essere «prese seriamente dai responsabili delle decisioni», ha detto Ximenes, ricordando la sua esperienza con altri rapporti Geo che alla fine non hanno portato a nessun risultato concreto. Ad ogni modo, questo processo di conoscenze deve diventare permanente, con maggiori risorse e più promozione. Questo primo rapporto è stato elaborato con pochi fondi e contributi volontari, ha lamentato. I dati e le analisi di Geo Amazonia non sono nuovi né attuali o completi, ma il fatto di averli raccolti in modo sistematico è una novità, anche perché includono l'intera regione e non solo le componenti nazionali, ha commentato Adalberto Veríssimo, dell'Istituto per l'uomo e l'ambiente dell'Amazzonia (Imazon). Per la prima volta, sono stati presentati i dati sul disboscamento dell'intero bacino amazzonico, anche se «sicuramente sottovalutati», poiché i vari paesi, eccetto il Brasile, non hanno ancora sviluppato sistemi di misurazione adeguati, ha spiegato.

L'area disboscata totale, secondo il rapporto, era di 857.666 km quadrati nel 2005, equivalente al 17% dell'intera regione amazzonica. L'espansione della deforestazione ha raggiunto la media annuale di 27.218 chilometri quadrati tra il 2000 e il 2005. La deforestazione riguarda già il 18% dell'Amazzonia, di cui un 15% in Brasile, ha stimato Veríssimo, responsabile del monitoraggio del fenomeno nella parte brasiliana. Secondo l'esperto, sarebbe «ottimistico» il bilancio sulle minacce alla biodiversità - che stima 26 specie già estinte; 644 «ad alto rischio» e 3.827 «in pericolo» e «vulnerabili» - poiché basato su informazioni di diversi anni fa. Geo Amazonia avrebbe però un ruolo positivo, in quanto stimolerebbe i paesi a migliorare le capacità di ricerca e di monitoraggio, orientando studi e stabilendo priorità, ammette lo studioso.

È fondamentale l'aggiornamento costante. Il rapporto, per esempio, non riporta la riduzione della deforestazione in Brasile dello scorso anno, che ha smentito una correlazione fino a oggi comune, secondo cui l'aumento dei prezzi agricoli nel mondo comportava un aumento della deforestazione per fare spazio a nuove colture, ha osservato Paulo Barreto, di Imazon. Di fatto, la deforestazione in Brasile continua a ridursi da prima della crisi economica mondiale, quando erano ancora molto alti i prezzi della soia e della carne di manzo - fattori tradizionalmente legati all'espansione dell'attività agricola e dell'allevamento in Amazzonia, ha spiegato.

Lo scenario che emerge dal rapporto non lascia molto spazio all'ottimismo. L'allevamento, attività maggiormente responsabile della deforestazione, è passato da 34,7 milioni di capi di bestiame nel 1994 a 73,7 milioni nel 2006 nell'Amazzonia brasiliana, e si espande a un ritmo accelerato nelle aree amazzoniche di Bolivia e Colombia. Anche la soia, l'estrazione del legno e mineraria, i grandi progetti idroelettrici brasiliani e altri portati avanti dalla Iniziativa per l'integrazione dell'infrastruttura regionale sudamericana (Iirsa), considerati prioritari per il governo brasiliano, esercitano pressioni economiche sulle foreste e la biodiversità amazzoniche.

La pressione demografica è evidente in una popolazione che cresce più rapidamente della media nazionale. I poco più di cinque milioni di abitanti del 1970 si sono moltiplicati per sei, raggiungendo i 33,5 milioni nel 2007, cioè l'11% del totale della popolazione degli otto paesi amazzonici. Diviso in sette capitoli, il rapporto Geo Amazonia copre dagli aspetti territoriali alla situazione attuale e agli scenari futuri.

Dalle conclusioni emerge un crescente degrado dell'ecosistema e la necessità di una maggiore partecipazione delle comunità locali nella discussione per definire «linee d'azione», come costruire una visione integrale, armonizzare politiche pubbliche, delineare strategie comuni e promuovere la valorizzazione economica dei servizi ambientali.

(traduzione francesca buffo)

Dalla crisi globale alla crisi ambientale, alla crisi di civiltà. L'Amazzonia come esempio vivo e scottante del livello raggiunto dalla distruzione dell'ambiente. E' stata questa la questione centrale di oggi all'ottavo Forum sociale mondiale. In diversi tavoli di lavoro si è andati elaborando una diagnosi: l'Amazzonia è lo scenario di una doppia domanda. La prima coinvolge movimenti ambientalisti di tutto il mondo che lottano per la preservazione della foresta, con i governi della regione che rivendicano la loro sovranità. La seconda mette di fronte i popoli indigeni e i contadini che vivono nel territorio, e giganteschi progetti stradali e energetici promossi da quegli stessi governi. Dietro queste questioni si trovano sia le differenze e contraddizioni esistenti tra movimenti popolati e governi progressisti dell'America latina, sia la disputa per un altro modello di sviluppo o di civiltà.

L'Amazzonia è una metafora dei dilemma che attraversano la sinistra, dilemmi grandi quanto la stessa regione. L?America latina è cresciuta negli ultimi anni esportando materie prime. I governi progressisti hanno intercettato risorse straordinarie per i loro programmi favorendo lo sfruttamento petrolifero, minerario e forestale, dando anche facilitazioni alla produzione estensiva di soia, Ma l'espansione di queste attività ha provocato forti conflitti con comunità indigene e contadini.

Il Rio delle Amazzoni è il fiume più lungo e ricco del pianeta. Insieme con il Canada è la maggiore riserva di acqua dolce del pianeta. Nasce sulle Ande del sud del Perù e sbocca nell'oceano Atlantico. Ha più di mille fiumi tributari di una certa importanza. Attorno al fiume cresce la maggiore selva tropicale del pianeta, estesa su 5,5 milioni di chilometri quadrati in Brasile [60 per cento], Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Surinam, Venezuela e Guyana francese. La ricchezza della sua biodiversità è complessa ed esplosiva, ma il suo equilibrio è molto fragile: in parte della foresta lo strato di humus non oltrepassa i 30 o o40 centimetri.

La pressione privata su questa terra e queste risorse naturali è enorme. Si cerca di costruire grandi dighe idroelettriche, espandere l'estrazione mineraria e l'agro-business, seminare soia e ingrassare bovini. Secondo il Coordinamento delle organizzazioni indigene dell'Amazzonia brasiliana [Coiab], «l'Amazzonia ha perduto negli ultimi trent'anni 80 milioni di ettari di foresta a causa di attività di sviluppo non durevole». Il rischio che la foresta si trasformi in una savana, in modo irreversibile, è reale.

L'umanità intera deve essere preoccupata per l'Amazzonia, dice il teologo Leonardo Boff, secondo il quale «il Forum mondiale deve fare pressione sul governo brasiliano perché elabori una politica chiara, esplicita e oggettiva per conservarla. Non lo ha fatto. Ci sono politiche occasionali per risolvere conflitti sulla terra e impedire lo smantellamento di alcune zone, ma non molto di più». Secondo Boff, l'Amazzonia è il banco di prova del nuovo paradigma di civiltà che occorre costruire, basato su una diminuzione dei livelli di consumo. Bisogna ridurre, riciclare e riutilizzare, dice.

Le voci che nel Forum mettono in guardia sul pericolo che incombe sull'Amazzonia sono molteplici e diverse. Tra molte altre, si trovano quelle dei contadini del Movimento Sem Terra del Brasile, di ambientalisti e di scienziati. Ci sono, anche, gli attivisti vegetariani, che insistono sul fatto che dietro ogni hamburger che mangiamo c'è un albero in meno. «Consumando carne, voi state finanziando la devastazione dell'Amazzonia. Non siate complici di questo crimine. Diventate vegetariani», dice la loro propaganda. Che offre come dimostrazione il fatto che, tra il 1990 e il 2006, la quantità di capi di bestiame allevati in questa regione sia aumentata del 180 per cento, da 26 milioni di animali a 73 milioni.

Lungo il Rio delle Amazzoni vivono 135 popoli originari, Rappresentanti di molti di essi si trovano al Forum, e hanno dedicato una parte molto grande dei loro sforzi a mettere in guardia circa i pericoli di pendono sui loro habitat. Vestiti con i loro tipici abbigliamenti e con il corpo dipinto di rosso e di nero hanno invocato lo spirito degli antenati per salvare la foresta. «Veniamo ad alzare la voce dei popoli indigeni che non vogliono che le loro terre e le loro acque siano trasformate in merci da vendere», ha detto la aymara Viviana Lima. Il fatto è che, come ha detto Jorge Nancucheo, rappresentante del Coordinamento andino delle organizzazioni indigene, «soffriamo dell'avanzata delle multinazionali che arrivano e calpestano i nostri territori, saccheggiando la nostra acqua, i nostri boschi, le nostre risorse naturali. Prima avevamo una economia in cui non esisteva la fame, nella quale i nostri bambini non morivano. Oggi noi indigeni siamo i più poveri dei poveri. Questo modello è in crisi, ma non è morto».

L'avanzata della modernità selvaggia sulla foresta minaccia anche le terre di indigeni, contadini, estrattori di caucciù e pescatori. La situazione è così grave che il governo di Lula ha dovuto ingoiare il boccone amaro delle dimissioni di Marina Silva, ministra dell'ambiente e riconosciuta ambientalista, stanca di dover affrontare praticamente da sola i voraci interessi delle grandi compagnie. «Il governo di Lula – dicono i Sem Terra – ha appoggiato l'avanzata di questo modello predatorio in Amazzonia». Come esempio di questo c'è la denuncia fatta da analisti sociali, rappresentanti dei popoli inadatrdigeni e attivisti rurali contro l'impresa multinazionale Vale do Rio Doce, colpevole della devastazione della foresta amazzonica. In origine era una compagnia statale, ma Henrique Cardoso [precedente presidente brasiliano, ndt.] la privatizzò nel 1997. E' l'impresa mineraria più grande dell'America latina e la seconda nel mondo. Il cuore delle sue operazioni è un vasto territorio nell'Amazzonia centrale conosciuto come Carajàs.

Dopo oltre vent’anni di silenzio ritornano. Per farsi sentire non badano a spese. I colossi dell’energia hanno infatti deciso d’investire 6 (sei) milioni di euro in una grande e suadente campagna pubblicitaria a favore del nucleare . (La fonte è il Sole 24 ore. ) In questi giorni sugli schermi televisivi appare una partita a scacchi. Primissimo piano sulla scacchiera e sulle mani che muovono i pezzi. I due interlocutori accompagnano ogni mossa con una affermazione. Dice uno dei giocatori: “Sono contrario all’energia nucleare perché mi preoccupo dei miei figli.” Talmente generico che appare quasi come un pregiudizio. Facile la replica del secondo scacchista che afferrando il cavallo afferma : “Io sono favorevole: anche loro avranno bisogno di energia e tra 50 anni non potranno più contare solo sui combustibili fossili.” Possiamo forse negare che il petrolio è in via di esaurimento? Commovente: si prodigano per il futuro dei nostri figli. Naturalmente gli spot televisivi sorvolano sui problemi della sicurezza e minimizzano il non risolto problema dello smaltimento definitivo delle scorie, lungamente e altamente radioattive. Eppure non c’è un solo sito sicuro e funzionante in tutto il mondo e gli USA hanno abbandonato, dopo anni d’inutili esperimenti, costati 8 miliardi di dollari, il deposito di Yucca Mountain in Nevada.In questo spot non viene toccato il tema dei costi. Forse perché autorevoli studi, come il recente rapporto del MIT, Massachustts Insitute of Tecnology, valutano il costo dell’elettricità da nucleare maggiore di quello prodotto sia dal gas che da fonti rinnovabili. Non è un caso che il 61% della nuova potenza elettrica installata in Europa nel 2009 è rappresentata da impianti alimentati da fonti rinnovabili. Ma, non possiamo certo pretendere che queste informazioni ci vengano fornite da chi punta a fare affari con il nucleare. Domandiamoci piuttosto perché sentono il bisogno di convincerci sulla bontà di un ritorno al nucleare nel nostro paese. Non si sentono al riparo dalle decisioni già assunte dal governo?

Tre notizie sembrano preoccupare realmente la lobby dell’atomo. La prima. Ieri (21 dicembre) sono state consegnate alla Camera dei deputati le firme a sostegno della proposta di legge d’iniziativa popolare“Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima”.Decine di migliaia di firme, di cui oltre 8000 di cittadini del Veneto, per dire no al nucleare e si alle energie rinnovabili. Un’occasione per il tanto vituperato parlamento di recuperare credibilità affrontando i problemi veri sollevati dai cittadini. La seconda. La recente delibera del governo non convince le Regioni che si riservano un diritto di veto, territorio per territorio,sul nostro “rinascimento atomico”. La terza. L’appello di 200 imprenditori guidati dal vice Presidente di Confindustria Pistorio, contro la follia del nucleare. In particolare questi ultimi sostengono che non si possono sommare tutti gli investimenti possibili, occorre scegliere. Non ci sono soldi per investire su tutto. L’appello recita “Lo scenario prospettato dal Governo, 25% di elettricità atomica e 25% di rinnovabili al 2030, comporterebbe una enorme distrazione di risorse a discapito delle nuove energie (efficienza energetica e rinnovabili). La costruzione delle centrali nucleari interesserebbe, peraltro, una piccola minoranza di società italiane, mentre larga parte degli investimenti finirebbe all’estero. Nella migliore delle ipotesi, quando fra 10-12 anni si iniziasse a generare elettricità nucleare, se ne avvantaggerebbero pochi comparti industriali energivori e sarebbe lo Stato, attraverso la fiscalità generale, o gli utenti attraverso l’aumento delle bollette, a cofinanziare il nucleare. Questo perché il costo delle nuove centrali è estremamente oneroso”. In sostanza la scelta nucleare determinerebbe, necessariamente, una sottrazione di intelligenze, di risorse economiche, per giunta durante la peggiore crisi degli ultimi due secoli, rispetto ai più promettenti settori dell’efficienza e delle rinnovabili che saprebbero attivare, come in parte stanno già facendo, ricadute economiche e occupazionali immediate.

Considerato anche il limitato consenso nel Paese, pensiamo che il progetto nucleare si arenerà, ma avrà fatto perdere all’Italia tempo e ricchezze. Per questa ragione ci siamo rivolti al Parlamento con una proposta di legge che si propone non solo l’obiettivo di bloccare il tentativo di tornare al nucleare in Italia ma anche e soprattutto quello di mettere ordine nelle scelte degli investimenti, occupazionali, ambientali e di tutela della salute che sono il risultato di un’azione coerente di salvaguardia del clima, almeno per la parte che dipende da noi. Ci rivolgiamo però anche al Presidente Zaia perché anche nel Veneto, come sta facendo per esempio l’Emilia Romagna, si adotti un Piano energetico regionale improntato all’efficienza energetica: un piano di riqualificazione energetica degli edifici che ne riduca i consumi di elettricità e calore e sposti le attività del settore edile verso la manutenzione e riqualificazione del già costruito abbandonando la cementificazione del territorio (le recenti alluvioni non hanno insegnato nulla?); un piano per sottoporre il Veneto ad “una cura del ferro” per spostare la mobilità delle persone dalla gomma al ferro, metropolitana di superficie e tram, e al cabotaggio sulle autostrade del mare e le idrovie, concentrando in questa direzione gli investimenti anziché su strade e nuove devastanti autostrade.

E poi serve una più attenta pianificazione per l’installazione delle fonti rinnovabili (solare termico e fotovoltaico) privilegiando l’istallazione sui capannoni e le case ed escludendo i terreni agricoli e ancora, mini impianti geotermici, eolici e idroelettrici su piccoli salti.

Pensate forse che questo sia il programma dei soliti ambientalisti sognatori che, come ironizza Tremonti, “si trastullano con i mulini a vento”? Allora vi consiglio per le vacanze natalizie una interessante lettura che vi spiazzerà. Si tratta delle “Proposte di Confindustria per il Piano Straordinario di Efficienza Energetica 2010”. Lo studio, ricco di analisi di dettaglio, giunge alle seguenti conclusioni di sintesi: “Il complesso delle misure di efficienza energetica nei vari settori industriali porterebbe ad un risparmio potenziale del nostro paese nel periodo 2010 – 2020, pari a oltre 86 Mtep di energia fossile, per raggiungere la quale si attiverebbe un impatto socio-economico pari a circa 130 miliardi di euro di domanda, un aumento della produzione industriale di 238,4 miliardi di euro ed una crescita occupazionale di circa 1,6 milioni di unità di lavoro standard”. Dunque unmilioneseicentomila posti di lavoro contro i diecimila propagandati dai promotori del nucleare. Per giunta con un effetto positivo sul bilancio statale. Non è materia sufficiente per aprire un dibattito pubblico?

L’autore è responsabile del dipartimento Ambiente e territorio della CGIL Veneto

Se il pianeta ha la febbre a Cancun non è stata curata, anzi. Nulla di vincolante è stato deciso nell'accordo uscito all'alba di ieri, nonostante l'enfasi data dai governi riuniti e dalla stampa al testo conclusivo emerso dalle due settimane di lavori.

Cancun conferma sostanzialmente il consolidamento della logica emersa a Copenaghen, ampliando i meccanismi attraverso cui la gestione della crisi ambientale e climatica passa attraverso la finanziarizzazione e nuove speculazioni economiche. Il fondo verde, i mercati di carbonio e il meccanismo dei Redd+ non sono altro che false soluzioni che istituiscono una sorta di “diritto di inquinare”, in base al quale i paesi industrializzati continuano con le emissioni pagando “indulgenze” compensative che si risolvono nell'ennesimo ricatto verso i paesi del sud del mondo.

Che la logica di Copenaghen sia stata trasferita a Cancun è dimostrato anche dal ruolo centrale affidato qui in Messico alla Banca Mondiale, che paradossalmente, dopo esser stata tra i colpevoli della crisi economica ed ecologica, gestirà per i primi tre anni il Green Fund.

Ben lontani da incorporare nel proprio linguaggio espressioni come 'debito ecologico' , su cui invece i movimenti per la giustizia ambientale di tutto il mondo insistono, nei documenti si continua a puntare sull'urgenza del trasferimento tecnologico, ribadendo il ruolo centrale del settore privato e dei meccanismi finanziari.

Una “soluzione” palliativa che non risolve le cause principali, che facilita solo la creazione di nuovi mercati per le aziende già pronte a investimenti internazionali su larga scala e al mercato di nuove tecnologie definite 'appropriate per l'ambiente'. Tutto senza focalizzare l'impatto socio-economico, senza trattare degli effetti sulle popolazioni direttamente colpite e costrette alle migrazioni - che pure interesseranno anche i paesi più sviluppati, messi di fronte alla sfida posta dai nuovi e massicci flussi in entrata.

Dopo 5 anni di conferenza delle Parti nulla è stato risolto, anzi. Mentre a Cochabamba in soli tre giorni lo scorso aprile 40.000 delegati di 142 paesi e 40 rappresentanti di altrettanti governi avevano raggiunto un accordo che individuava le cause della crisi sistemica proponendo misure concrete per far fronte alla crisi climatica. Proposte che dopo essere state incluse nelle negoziazioni preliminari, sono rimaste lettera morta a Cancun, decisione che ha causato il no della Bolivia all'accordo finale.

La crisi ecologica non è fatta solo di cambiamenti climatici. È anche disastri ambientali, nuovi e massicci flussi migratori, distruzione di economie locali, violazione del diritto al cibo e alla salute e la distruzione di milioni di vite umane. Di fronte a questa consapevolezza nessun adattamento è possibile.

Parlare di giustizia climatica significa oggi in realtà parlare di relazioni di potere, di sistemi economici, processi produttivi e modelli di consumo. Per questo siamo più che mai convinti che per affrontare il maniera concreta la crisi sistemica (economica, ecologica, finanziaria, energetica, alimentare e migratoria ) occorra rimettere al centro la giustizia sociale ed ambientale.

È questa la scommessa concreta ed urgente che i movimenti e la società civile di tutto il mondo hanno iniziato ad assumere per unire sempre di più le lotte e le alternative in marcia dal nord ad sud del mondo, dalle fabbriche alle campagne, dalle città ai territori con un unico obiettivo comune: cambiare il sistema, non il clima.

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Con la decisione dell'Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione che ha completato il controllo per così dire di "legalità ordinaria" dei quesiti referendari sull'acqua bene comune si è compiuto un altro piccolo ma significativo passo avanti istituzionale nella direzione giusta. Non era tanto il controllo formale di validità di almeno mezzo milione di firme a preoccupare, visto che il Forum ne aveva consegnate e certificate quasi il triplo.

Preoccupava invece una possibile confusione fra il limpido e charissimo disegno tecnico-giuridico contenuto nei nostri tre quesiti e l'ambigua formulazione del quesito referendario presentato dall' Italia dei Valori. Confusione che si era temuta, vista la proposta dell'Ufficio centrale per il referendum di accorpare il nostro secondo quesito volto ad abrogare i modelli privatistici formali di gestione (Spa indipendentemente dalla natura pubblica o privata dell'azionariato) con quello dipietrista, che invece fa salva la gestione inhouse formalmente privatistica. L'accorpamento non c'è stato e quindi la Corte Costituzionale sarà chiamata a pronunciarsi entro il 15 febbraio sulla "legalità costituzionale" della nostra operazione complessiva.

Naturalmente, il controllo di legalità ordinaria non è limitato alla validità delle firme ma si estende al controllo circa la vigenza formale delle leggi sottoposte a referendum, cosa non del tutto banale in un quadro normativo complesso come quello attualmente vigente, in cui si sono susseguiti negli anni molti interventi legislativi tanto contingenti quanto capaci di far scivolare il referendum su una buccia di banana. Per noi redattori dei quesiti, quindi, c'è la soddisfazione di essere riusciti a ricostruire in poco tempo un edificio referendario congruente con i criteri di legalità formale richiesti (il referendum nel nostro ordinamento è solo abrogativo) ma tuttavia capace di proporre un quadro radicalmente innovativo, che ieri la Cassazione ha riconosciuto coerente al suo interno.

Se tutto il nostro impianto riuscirà a passare indenne anche il vaglio della Corte Costituzionale, in giugno gli elettori avranno di fronte una scelta di grande chiarezza e radicalità: continuare nel processo di progressiva "recinzione" del bene comune acqua o finalmente invertire la rotta?

È evidente che questa domanda, che abbiamo posto sul piano tecnico in modo assolutamente prioritario per l'acqua, coinvolge sul piano politico l' intero sistema dei beni comuni, toccando una quantità di interessi di grande delicatezza e valore. Non sorprende quindi affatto che la copertura mediatica continui ad essere quasi completamente assente in modo ormai imbarazzante dal punto di vista democratico.

C'è da augurarsi che le cose cambieranno se la Corte Costituzionale nel proprio giudizio di costituzionalità del nostro impianto sarà a a sua volta disposta a riconoscerne la piena coerenza con la Costituzione. Nel farlo essa avrebbe certo la prerogativa costituzionale di spingersi, con sentenza manipolativa, a dichiarare incostituzionale la Legge Ronchi qualora la data certa dei suoi effetti (a oggi il 31-12-2011) non venisse a sua volta procrastinata di un anno nell'ipotesi in cui il Parlamento dovesse essere sciolto, con conseguente rinvio del referendum ad una data del 2012 (successiva quindi agli effetti "saccheggiatorii" della legge che si vuole abrogare).

Questa sarebbe una bella ed innovativa giurisprudenza costituzionale, che darebbe prestigio alla Corte rendendola garante del rispetto della volontà del popolo sovrano che deve esprimersi in modo rilevante (e non dopo che il bottino è stato sottratto) su una questione troppo importante per passare sotto silenzio.

La recente scoperta che alcune iniziative di edilizia residenziale e commerciale di Milano sono state previste su terreni che nascondevano nel sottosuolo discariche di rifiuti industriali, ripropone un grave problema ambientale sempre accantonato che, silenzioso e nocivo, riemerge continuamente.

L'industria, soprattutto chimica e metallurgica, è basata sulla trasformazione di materie prime naturali - petrolio, carbone, minerali, rocce, eccetera - nelle merci volute: plastica, acciaio, carbonato sodico, alluminio, gomma, eccetera. Inevitabilmente tale trasformazione è accompagnata dalla formazione di scorie e residui; quelli gassosi finiscono nell'atmosfera e lì si disperdono, ma quelli liquidi e quelli solidi finiscono nel terreno e spesso lì rimangono per tempi lunghi e lunghissimi. L'industria, nata nella metà dell'Ottocento, all'inizio si è insediata addirittura nel centro delle città: a Milano le prime fabbriche chimiche erano in pieno centro, lungo i canali che attraversavano la città; poi a poco a poco, soprattutto dall'inizio del Novecento, le fabbriche si sono spostate alle periferie, fuori dal centro storico.

Nella loro rapida diffusione alcune industrie sono sorte, poi fallite, poi sostituite da altre; sono cambiati i processi produttivi, le materie prime, le merci prodotte e sono cambiate e si sono stratificate nel sottosuolo le scorie.

Le scorie non sono corpi morti e inerti; alcune subiscono, a contatto con le acque sotterranee, trasformazioni e reazioni che ne modificano la pericolosità e ne aumentano la mobilità al punto che talvolta riemergono in superficie col loro carico di veleni.

Il caso più famoso e drammatico è quello della cittadina di Love Canal, vicino alle cascate del Niagara: un canale abbandonato fu utilizzato, negli anni cinquanta del secolo scorso, come discarica di rifiuti tossici di una vicina industria chimica. Il tutto fu ricoperto di terra e dimenticato; poi il terreno fu venduto al comune di Niagara Falls che vi costruì sopra un quartiere residenziale e una scuola. Nel 1976 le piogge intense hanno allagato la discarica e hanno portato in superficie molte sostanze velenose che hanno provocato malori e malattie negli abitanti e nei bambini. L'evento scandalizzò l'America; gli abitanti furono fatti sloggiare, le case e la scuola furono abbattute, e il governo si decise ad emanare leggi per la bonifica delle zone contaminate, con forti investimenti e costi pubblici. Poco dopo un caso simile di terreno contaminato da sostanze tossiche, portate in superficie da un'alluvione, colpì la cittadina americana di Times Beach.

Di fronte a questi e simili eventi i paesi europei si decisero ad emanare norme per la bonifica delle zone contaminate da rifiuti e scorie industriali pericolosi. In Italia si intervenne con tutta calma, dopo il 1998, e soltanto nel 2001 fu pubblicato un elenco delle zone contaminate di importanza nazionale, con l'indicazione delle sostanze nocive presenti; vi sono poi altre zone da bonificare indicate dalle Regioni e altre ancora; in tutto sono state stimate in 4400 le aree industriali contenenti nel sottosuolo rifiuti tossici e di queste soltanto il 10 percento risulta bonificata.

Un rapporto della Legambiente intitolato: "La chimera delle bonifiche", ha denunciato la lentezza delle operazioni di messa in sicurezza delle zone inquinate; le stesse operazioni di bonifica, tecnicamente complicate e costose, vengono rallentate da infiniti contenziosi con i proprietari dei suoli che sono poi spesso le imprese che vi hanno scaricato i propri rifiuti nocivi. Spesso i suoli abbandonati dalle industrie sono attraenti per le speculazioni edilizie e vengono venduti senza sapere, o facendo finta di non sapere, che cosa c'è sotto.

Eventi come quello ricordato, alla periferia di Milano, non sono rari; qualche tempo fa è stata denunciata la costruzione di edifici pubblici e privati sulla discarica di scorie industriali tossiche a Crotone in Calabria. Per evitare i danni e i relativi costi occorrono varie cose.

Prima di tutto occorre conoscere dove le industrie, che si sono succedute sul territorio italiano nel secolo e mezzo dell'industrializzazione italiana, hanno scaricato le proprie scorie e che cosa queste contengono; un compito difficile che richiederebbe una indagine sulla localizzazione delle vecchie fabbriche, sulla conoscenza delle materie prime utilizzate, delle merci prodotte e dei residui che ciascun ciclo produttivo ha generato. Di molte attività industriali si sono persi i documenti, perfino spesso si sono perse le tracce, e nessuno saprà mai quali materie prime sono state usate, senza contare che, nel corso della sua vita, una fabbrica, per lo stesso ciclo produttivo, usa materie prime differenti, provenienti da differenti paesi.

Spesso i caratteri delle materie prime e delle merci prodotte e delle relative scorie non era nota non solo alle pubbliche amministrazioni, che pure avrebbero dovuto vigilare su quello che avveniva nel loro territorio, ma alle stesse imprese e ai tecnici e ai lavoratori. Le cose si aggravano continuamente da quando si stanno diffondendo le industrie che "trattano" i rifiuti di altre industrie, residui e scorie di cui non sanno niente per cui finiscono nel sottosuolo i rifiuti tossici del trattamento di altri rifiuti tossici.

La più utile celebrazione dei 150 anni dell'Italia unitaria, che sono anche quelli dell'Italia industriale, consisterebbe nella mobilitazione di storici, chimici, ingegneri, merceologi, geografi per ricostruire la storia e la geografia delle fabbriche, dei processi produttivi e della localizzazione e natura dei loro rifiuti. Solo con una simile indagine si possono avviare delle serie operazioni di bonifica che richiederebbero il lavoro di specialisti di discipline che non si sono mai insegnate in nessuna università: la scienza e la tecnica dei rifiuti industriali e del loro trattamento. Solo così si evitano futuri costi e dolori.

Questo articolo è pubblicato contemporaneamente sulla Gazzetta del Mezzogiorno

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