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Norberto Bobbio nasce a Torino il 18 ottobre 1909. Studia al liceo Massimo D'Azeglio. In quegli anni conosce Leone Ginzburg, Cesare Pavese e Vittorio Foa.

Nel 1927 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, allievo di Francesco Ruffini, Luigi Einaudi e Gioele Solari. Nel 1931, dopo la laurea, si trasferisce in Germania e a Heidelberg frequenta i corsi di Gustav Radbruch. Stringe amicizia con Karl Jaspers e poi, a Marburg, con Renato Treves e Ludovico Geymonat.

Nel 1932 consegue una seconda laurea in filosofia con una tesi sulla fenomenologia di Husserl. Nel 1934 ottiene la libera docenza e, con il saggio L'indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica, comincia una intensa collaborazione con riviste scientifiche non solo italiane.

Nel 1935 è coinvolto nella retata con cui il regime fascista cerca di liquidare il gruppo torinese di Giustizia e Libertà. Arrestato il 15 maggio, insieme a Vittorio Foa, Carlo Levi, Augusto Monti e Cesare Pavese, viene rilasciato con una semplice ammonizione. L'8 luglio Bobbio decide di scrivere a Mussolini per affermare la sua adesione al fascismo.

Alla fine dello stesso anno ha un incarico all'università di Camerino. Due anni dopo è, con Guido Calogero e Aldo Capitini, nel processo di costituzione del «movimento liberal-socialista». Nel 1938 concorre per l'abilitazione al ruolo di docente, ma viene prima escluso e poi riammesso grazie alla mediazione di uno zio generale che fa intervenire De Bono con una lettera a Mussolini. Ottiene la cattedra a Siena.

Nel 1941 cura per Einaudi una edizione critica della Città del sole di Campanella. E' l'inizio di una collaborazione che lo farà diventare uno dei più ascoltati consiglieri dello Struzzo. Il 28 aprile 1943 sposa Valeria Cova. Resteranno insieme per 57 anni, fino alla morte di lei. Nel `43 a Padova è arrestato dai repubblichini. Rilasciato a febbraio del `44 pubblica La filosofia del decadentismo.

Nel 1946 escono due saggi su Karl Popper editi dalle riviste «Belfagor» e «La rivista di filosofia». La sconfitta alle elezioni del 1948 del Partito d'Azione coincide con il suo ritiro dalla scena politica. Nel 1955 in due importanti raccolte, gli Studi sulla teoria generale del diritto e Politica e cultura, affronta il ruolo dell'intellettuale nella società. Partecipa a un viaggio di intellettuali italiani in Cina ma non cambia il suo giudizio critico nei confronti del maoismo. Dal `55 al 1965 si occupa dei grandi classici del pensiero politico moderno. Gli scritti di questo periodo saranno raccolti nel volume Teoria generale del diritto.

Nel 1968 appoggia con convinzione l'unificazione socialista. Della contestazione studentesca condivide le «esigenze di rinnovamento» ma ne critica l'«esasperazione verbale». Nel 1969 escono i Saggi sulla scienza politica in Italia dove si occupa dei teorici delle elites. Sempre nello stesso anno viene pubblicato un Profilo ideologico del Novecento italiano, una brillante sintesi di fatti, protagonisti e tendenza della nostra cultura. Nel 1971 esce Una filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo. La pubblicazione nei «Quaderni di Mondo Operaio» di un saggio in cui nega l'esistenza di una teoria marxista dello Stato provoca un vivace dibattito che coinvolge Bobbio nelle vicende del Psi.

Nel 1976 esce Quale socialismo? Discussione di un'alternativa che contiene le sue riflessioni su «questione socialista e questione comunista». Comincia la sua collaborazione con La Stampa. I suoi articoli saranno pubblicati in Ideologie e poteri in crisi, L'utopia capovolta, Verso la seconda Repubblica. Nel 1978 fa parte del gruppo che sostiene la candidatura Giolitti al congresso socialista di Torino. I suoi rapporti con Craxi saranno cordiali ma distanti politicamente e culturalmente. E già nei primi anni `90 Bobbio sottolineerà i rischi legati all'indifferenza per la «questione morale» e la deriva verso la «democrazia dell'applauso» del Psi. Il 16 maggio 1979 tiene la sua ultima lezione universitaria. In quell'anno escono Società e Stato nella filosofia politica moderna e Il problema della guerra e le vie della pace.

Nel 1984 viene nominato senatore a vita da Pertini. Pubblica Il futuro della democrazia e la raccolta dei ritratti politici e intellettuali Maestri e compagni. Nel 1989 raccoglie gli scritti su Thomas Hobbes e pubblica Il terzo assente sul problema della guerra e della pace. Nel 1990 esce L'età dei diritti, mentre l'intervento Una guerra giusta?Sul conflitto del Golfo suscita una vasta discussione tra gli intellettuali italiani.

E' del 1993 la prima edizione di Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, un pamplhet che raggiunge tirature da best-seller. Lo stesso anno ritorna sul ruolo degli intellettuali con Il dubbio e la scelta. Sono del 1996 la raccolta De senectute e altri scritti autobiografici e Tra due repubbliche, scritti del periodo della Resistenza. Nel 1997 esce l'Autobiografia; nel 1999, Michelangelo Bovero raccoglie gran parte della sua opera nel volume Teoria generale della politica. Del 2001 è un Dialogo intorno alla Repubblica.

Pubblichiamo per gentile concessione del Centro Studi Piero Gobetti parte del discorso inedito sulla Resistenza tenuto daNorberto Bobbioil 20 aprile ‘55 al Centro Universitario Cinematografico di Torino.

Vi sono alcuni giovani, a quanto leggo in una lettera pubblicata su Ateneo, i quali vorrebbero si mettesse una pesante pietra tombale sulla Resistenza, perché è stata una «guerra fratricida», come se colui che difende la libertà potesse riconoscere come fratello colui che la opprime, o colui che sofferse nei campi di sterminio nazisti potesse riconoscere come fratello colui che aiutava in patria i nazisti a prolungare il loro dominio in Europa. «Fratricida» solo nel senso che tutti gli uomini sono fratelli; ma allora tutte le guerre, e non solo la Resistenza, sono fratricide. Orbene vorrei invitare uno di questi giovani, che ostentano tanta saggezza, di andare a leggere uno dei quei giornali studenteschi che si stampavano nel periodo «glorioso» del fascismo, quando questi giornali erano diventati «politici», ma di quella sola politica che piaceva ai gerarchi e il loro compito principale era di attaccare, con maggiore accanimento e maggiore improntitudine di quel che fosse lecito ai rispettabili quotidiani, i nemici che di volta in volta i gerarchi indicavano loro. Se non prova vergogna o orrore, vuol dire che la sua testa è ermeticamente chiusa a comprendere i problemi della democrazia e del progresso civile (…). Ma se arrossisce, o magari scoppia in una risata, o ammette che ora si possono scrivere cose magari non sempre sublimi, ma non si cade più nella cieca faziosità o nella ciarlataneria di venti anni fa, vuol dire che anch´egli ormai respira, magari senza accorgersene, o non volendolo riconoscere, la nuova aria creata dalla Resistenza. E quest’aria poi, creata dalla Resistenza, è semplicemente l’aria della libertà. Se dovessi dire in breve quel che distingue un regime di libertà da un regime di servitù direi che mentre la servitù è un malanno per tutti, anche per coloro che ne traggono vantaggio, la libertà è un beneficio per tutti, anche per coloro che la sconfessano.

Oltretutto, coloro che rifiutano la Resistenza italiana devono rifiutare il grande moto storico di liberazione che ha scosso tutta l’Europa. La Resistenza italiana è solidale con la Resistenza europea. Gli apologeti del fascismo come gloria nazionale, si rassicurino: il fascismo nel 1943 era diventato un moto quasi universalmente europeo, e ovunque sinonimo di violenza e terrore. L’Italia ha avuto un indiscusso primato; ma la gloria di essere stata fascista l’ha poi dovuta dividere, fortunatamente, con gli altri paesi. Ebbene, la Resistenza rappresenta l’inserimento di una parte degli italiani nella lotta europea per la libertà. Vogliamo respingere la resistenza italiana? Dobbiamo allora, se vogliamo essere coerenti, respingere anche la Resistenza europea. Ma chi respinge la Resistenza europea, dovrà assumere su di sé la responsabilità di dichiarare che il suo ideale di vita sociale sono i campi di sterminio e la discriminazione razziale. Non volete la Resistenza? Allora volevate Hitler. La storia è una selva intricata, dove non vi è talora che un piccolo sentiero che conduce all’aperto. Nei momenti cruciali ci pone di fronte a dure alternative. O di qua o di là. (…)

A coloro che non vogliono più saperne della Resistenza perché in Italia le cose non vanno come dovrebbero andare, c’è da rispondere che la nostra non sempre lieta situazione presente dipende da una ragione soltanto: che non abbiamo ancora appreso tutta intera la lezione della libertà. E siccome l’inizio di questo nuovo corso della libertà è stata la Resistenza, si dovrà concludere che i nostri malanni, se ve ne sono, non dipendono già dal fatto che la Resistenza sia fallita, ma dal fatto che non l’abbiamo ancora pienamente realizzata.

Dopo dieci anni cominciamo soltanto ora a comprendere di quali enormi difficoltà sia irta la vita di un regime libero. Abbiamo imparato che un regime di servitù, quand’è giunto al momento della sua esasperazione, si può strozzare in poco tempo, ma la libertà per consolidarla ci vogliono decenni. Per uccidere un malvagio, basta un tratto di corda. Ma per fare un uomo onesto, quante cure, quanti affanni, quanti sacrifici. E poi, qualche volta, nonostante la buona volontà, non ci si riesce neppure.

Squillano in continuazione i telefoni di casa Foa a Formia. I giornali vogliono sapere di Bobbio. E Foa, il suo vecchio amico fin dai tempi dell’università, sempre restio a usare la memoria perché preferisce ragionare sul futuro, sa di dover parlare. Alle agenzie dice di essere commosso non addolorato. E si capisce che per Foa la morte ha chiuso una bella vita, una vita «positiva»: la commozione al posto del dolore testimonia il privilegio della vita del suo amico filosofo. «Ci siamo conosciuti quando eravamo studenti universitari. Laureati nello stesso luglio del 1931, facoltà giuridica dell’università di Torino».

Lei era già antifascista?

«Io sì».

Bobbio, invece?

«Non si impegnava politicamente e non era mai stato un cospiratore ma io ho sempre pensato, anche allora, che le sue idee fossero idee pulite e non idee torbide. L’ho conosciuto sempre come un uomo dalle idee pulite. Col pensiero rivolto al futuro collettivo. Mai idee rivolte alla violenza contro gli altri. In realtà, al di la di quel che ha detto, Bobbio non è mai stato fascista».

A Torino eravate un gruppo consistente...

«Sì. Amici che si frequentavano e si divertivano anche. Andavamo a ballare. Sia ben chiaro: non eravamo gente che si vedeva solo per studiare. C’era il cinema, il ballo, il trovarci con le ragazze. C’erano poi anche i gruppi di attività cospirativa, che però erano un’altra cosa. Con Bobbio era una vita di amicizia orientata in modo positivo».

Con lui ha mai parlato delle sue attività cospirative?

«No. Pensavo che non avesse senso metterlo al corrente di una attività di cui lui non faceva parte. Lui si occupava di studio ad altissimo livello e ritenevo fosse giusto si occupasse di questo. La differenza tra lui ed altri è tutta qui: lui ha sempre privilegiato lo studio e la riflessione rispetto alla politica contingente».

Chi c’era nella squadra di amici di cui Bobbio e lei facevate parte?

«Eravamo tanti. C’erano i fratelli Galante-Garrone, Alessandro e Carlo. Molto importante per il suo ruolo, Giorgio Agosti. C’era Livio Bianco e tutti i partigiani che poi sarebbero confluiti in Giustizia e libertà. Ettore Gelli, Carlo Ziini, Alberto Levi fratello di Natalia, Leone Ginzuburg. Molti altri come Carlo Levi e altri ancora».

In queste vostre amicizie di giovani contava il filo dell’antifascismo?

«Secondo me contava molto anche se non era mai dichiaratamente espresso. Non si poteva dire tranquillamente “sono antifascista” se non eri dentro un certo giro. Parlavi delle altre cose attribuendo un senso positivo di rispetto degli altri, di profonda aspirazione alla giustizia sociale. E già questo era un prendere posizione».

Poi le strade si sono diversificate. Lei finì in carcere. Si perse di vista con Bobbio?

«Quando uscii di prigione, erano gli ultimi giorni d’agosto del 1943 (pochi giorni dopo ci fu l’occupazione tedesca e dovetti tornare in clandestinità nella Resistenza), appena fuori andai a trovare i miei genitori che erano sfollati sulle colline torinesi. Due giorni dopo venne a trovarmi in macchina Bobbio. Aveva saputo che ero uscito e voleva vedermi. Non ci vedevamo da dieci anni, io li avevo trascorsi in carcere e...»

...Il presidente del Consiglio direbbe che anche lei aveva avuto il privilegio di essere mandato in «villeggiatura» dal fascismo...

«...E’ naturale! ma lasciamo perdere... Naturalmente, parlammo della situazione e io rimasi molto colpito dalla forza del suo sentimento socialista che non era schematico per nulla, perché non c’era nulla di schematico in Bobbio. In Bobbio la ricerca era ricerca vera, mai schematismo. Ma c’era calore e passione nella ricerca del senso della giustizia sociale. Mi colpì moltissimo. Anche perché erano molti anni che non parlavamo di queste cose e per la prima volta dopo tanto tempo discutevamo insieme e liberamente di tutto questo».

Foa, quando capì che Bobbio era uno studioso di altissimo livello?

«Si capì subito. In lui c’era una cosa straordinaria. Amava molto la democrazia ma aveva anche questo spirito di critica della democrazia. Sapeva che nella democrazia ci sono molte cose che non vanno e che quindi bisogna amare la democrazia ma anche criticarla, conoscere le cose che non vanno e correggerle: le ingiustizie, le violenze, gli arbitri. È stato il portatore di un senso dinamico nella lotta per l’affermazione della democrazia».

Dopo di allora vi siete ritrovati nel partito d’azione. Bobbio come ci arrivò?

«Lui seguì una via diversa dalla mia. Una via che veniva dal Veneto, da Padova. Bobbio aveva partecipato all’attività padovana».

Né Bobbio né lei siete mai stati comunisti. Lei però fece l’esperienza del Psiup, molto vicino all’Urss. Bobbio, invece, fu sempre molto severo sull’esperienza dei paesi che vennero chiamati del socialismo reale.

«Tra Bobbio e me non fu questa la differenza. Anche io sono sempre stato molto severo con l’Urss. Lui era un socialista moderato. Apparentemente moderato, perché in realtà aveva principi molto fermi. Io invece ero più legato alle vicende politiche più contingenti. Se però dobbiamo pensare al contributo di Bobbio lo vedrei non tanto nel contenuto immediato delle sue posizioni politiche quanto nel valore dell’esempio, dell’esempio civile che lui ci ha dato. Lui ha concepito la politica anche come educazione attraverso l’esempio ed è secondo me un contributo molto importante di cui la Repubblica italiana gli è debitrice. Siamo debitori della capacità di vedere nella politica anche l’insegnamento di un costume e di un comportamento».

Per Bobbio, lei e i vostri amici di generazione, l’etica quanto ha pesato? Avevate letto molti libri, più delle generazioni successive, ma la morale quanto contava?

«Per alcuni i libri sono stati decisivi. Per altri, hanno inciso di più le esperienze. Io credo che ognuno di noi è stato fatto dall’esperienza. Tenga conto che eravamo diversi uno dall’altro anche quando poi insieme sentivamo il valore etico, che era vero».

Quando l’ha incontrato per l’ultima volta?

«Ci siamo incontrati spesso. Spesso Bobbio è venuto a pranzo a casa mia. E l’ho incontrato anche a casa del figlio Andrea. Bobbio era molto legato alla famiglia, è un aspetto molto positivo della sua vita. Ho sempre molto ammirato il modo affettuoso di Bobbio e la sua tenerezza verso i figli e la moglie, Valeria Cova, una donna singolarmente attiva e positiva, una persona deliziosa morta pochi anni fa. Io sono ancora oggi molto legato a due dei suoi figli: Luigi ed Andrea».

Cosa ci lascia Bobbio?

«Possiamo dire che lascia agli italiani, e non solo agli italiani, la lezione di come si deve vivere insieme. Intanto, bisogna imparare a vivere, e non è una cosa facile. E a vivere insieme, non è una cosa facilissima. Bisogna saperlo fare e imparare a farlo. Lui ci ha insegnato a fare queste cose qui».

Norberto Bobbio aveva compiuto novantaquattro anni il 18 ottobre. Si spegne con lui una delle più alte e generose coscienze critiche della nostra democrazia. Si cancella il promemoria vivente d´un secolo. Da oltre sessant´anni, quando collaborò agli esordi clandestini del partito d´Azione e ancora prima, quando, giovane professore, incappò nei rigori giudiziari del fascismo, la sua presenza nella vita politico-culturale italiana si è fatta sentire nelle forme più varie, con elaborazioni teoriche e interventi di attualità. Fu lui, sulla metà degli anni Cinquanta, a stabilire con Palmiro Togliatti un dialogo sia pure aspramente contestativo, legato alla convizione che fosse necessario legare più saldamente l´estrema sinistra alle nostre istituzioni. Più tardi, vennero dal professore torinese le più decise obiezioni alla politica craxiana. Essa - dopo un inizio che giudicò promettente - gli parve tradire quegli ideali socialisti che da sempre lo animavano.

Con la sua azione di stimolo e di monito, il filosofo torinese avrebbe poi seguito i momenti di svolta della sinistra italiana dopo la dissoluzione dell´universo comunista. Da ultimo, aspramente contestato dai cultori di quella voga storiografica per i quali l’azionismo (o ciò che ne resta) è il nemico giurato, Bobbio ha diradato i suoi interventi. Ma le sue messe a punto, pur soffuse di un’amarezza da vegliardo, sono altrettante lezioni.

Dalla fine degli anni Settanta ho intrattenuto con Norberto Bobbio rapporti continui. Gli telefonavo. Ci vedevamo a volte a Torino. Più regolarmente a Roma, nella sua stanza all’hotel Santa Chiara o nel suo piccolo ufficio di senatore a vita in palazzo Giustiniani, finché le condizioni di salute gli hanno consentito di partecipare alla vita parlamentare. Bobbio percorreva amabilmente i suoi ricordi, interveniva sull’attualità. Di queste conversazioni trascrivevo i brani che più mi colpivano, dividendoli per argomento. Quei fogli mi aiutano a ricordarne i gesti, la voce, la sobria passionalità, i disinganni.

Maestri e compagni. Fra i primi amici fu Leone Ginzburg, compagno di classe di Bobbio al liceo D’Azeglio di Torino. Originario di Odessa, ebreo, aveva girato il mondo. Intorno al 1925, era già un antifascista deciso. Gli amici provavano nei suoi confronti un certo complesso d’inferiorità. Li impressionava il sentir dire da un loro coetaneo che Mussolini era un ciarlatano, che avrebbe distrutto l’Italia. Ciò completava la lezione di antifascismo impartita da alcuni insegnanti. Uno era Zino Zini, professore di filosofia, mite e dottissimo. Aveva collaborato all’Ordine nuovo di Gramsci, era comunista. Per i fascisti, un sovversivo. Un reprobo era considerato anche il professore d’italiano Umberto Cosmo, ex redattore della Stampa ed ex neutralista: come dire, agli occhi del regime, un nemico. «Due professori così lasciano il segno», raccontava Bobbio. Ma ancora più profonda fu l’influenza di Augusto Monti. Insegnava anche lui italiano, ma nella sezione B del D’Azeglio (Bobbio era nella A), avendo per allievi Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Einaudi. Monti li incontrava, con Bobbio, Ginzburg e Vittorio Foa, una volta la settimana al «Rattazzi», un piccolo caffè al centro di Torino. Il professor Monti dirigeva allora, in incognito, Il Baretti, la terza rivista di Piero Gobetti, che sopravvisse al suo fondatore per un paio d’anni. Bobbio, Mila, Ginzburg vi scrissero i loro primi articoli. «Attraverso Monti e la collaborazione al Baretti, per noi Piero Gobetti sarebbe diventato un personaggio mitico». Più tardi, all’università, Bobbio avrebbe trovato altri professori avversi al regime: Luigi Einaudi, Francesco Ruffini, Gioele Solari.

Il primo arresto. A venticinque anni, laureato in giurisprudenza e in filosofia, Bobbio si considerava politicamente meno maturo di un Ginzburg o di un Mila. Meno convinto dell’antifascismo. Il suo primo scritto «consistente» uscì sulla Cultura di Giulio Einaudi, la rivista per la quale l’editore sarebbe stato arrestato l’anno successivo. Il 15 maggio del ?35 arrestarono anche Bobbio, nella grande retata che liquidò il gruppo torinese di Giustizia e Libertà. Vi furono coinvolte una trentina di persone: fra i primi Ginzburg, Foa e Mila, che erano a capo del movimento. Foa e Mila andarono in carcere. Antonicelli e Pavese, al confino. Bobbio, visto come un congiurato «a latere», venne liberato dopo una settimana. Questo precedente non danneggiò troppo la sua carriera accademica. Al concorso per cattedra, che si tenne nel ?38, Bobbio fu inizialmente espulso in conseguenza dell’arresto di tre anni prima. Ma poi venne reintegrato (anche per l’intervento di Emilio De Bono, amico di famiglia) e vinse il concorso. Presidente della Commissione era Giuseppe Capograssi, un cattolico antifascista.

L’insegnamento. Per tre anni, giovane docente a Camerino. Poi, ordinario di filosofia del diritto a Siena: un biennio di studio intenso. Ma anche di contatti politici. Bobbio ha una piccola auto, viaggia con piacere. A Perugia c’è Aldo Capitini, uno dei capi del liberalsocialismo, il movimento fondato da Guido Calogero che continua la tradizione di Giustizia e Libertà. Figlio del guardiano del palazzo comunale di Perugia, Capitini ha per sé una stanzetta in alto, nel municipio, sotto il campanile: questa specie di abbaìno diventa un punto di convegno per dissidenti politici. Capitini di tanto in tanto interrompe la conversazione per correre a suonare le campane (è un compito che gli ha affidato suo padre).

Capitini aveva pubblicato nel ?37 una sorta di libro-guida dell’antifascismo, Elementi di un’esperienza religiosa. I temi portanti erano tre: la non collaborazione al male, la non-menzogna, la non-violenza. Tutti di alta spiritualità. «A Perugia ci si vedeva con Walter Binni, letterato, figlio del farmacista di piazza del Duomo, e con Arturo Massolo, professore di filosofia al liceo. A Siena, i liberalsocialisti erano Mario Delle Piane, Leone Bortone e Michele Gandin. In totale, pochissimi».

Nel partito d’Azione. Di antifascisti Bobbio ne trova pochi anche a Padova, dove va a insegnare nel ?40. Ad esempio, un suo assistente di grande avvenire accademico, Enrico Opocher. Nel Veneto c’erano altri gruppetti. A Treviso Bruno Visentini, vicino a Giustizia e Libertà. Appunto a Treviso avvenne, nel ?42, la fondazione del Partito d’Azione veneto. Arrivò da Milano Ugo La Malfa. Era l’unico che avesse partecipato alla vita politica prefascista, nel gruppo di Giovanni Amendola. «Rappresentava», testimonia Bobbio, «il nostro tramite con il "mondo di ieri"». Nel Partito d’Azione Bobbio sarà vicino al gruppo fiorentino, capeggiato da Calamandrei e Tristano Codignola. Ma provava una solida analogia d’idee con i torinesi, provenienti da Giustizia e Libertà: fra gli altri, Alessandro Galante Garrone, Giorgio Agosti.

Ascoltando Croce. Bobbio conobbe il filosofo nel 1933. Da Meana, in val di Susa, dove villeggiava d’estate, Benedetto Croce andava spesso a Torino, alla Biblioteca nazionale. Bobbio era laurendo in filosofia. «Che cosa consulta?», gli chiese una mattina il senatore. «Sto studiando Husserl». «Ah, interessante», fu il laconico commento. Ma ci furono altri incontri, nella casa torinese di Oreste Rossi, cognato di Croce, o dall’italianista Carlo Dionisotti. Poi il filosofo napoletano si trasferì, d’estate, a Pollone nel Biellese. Poco distante aveva casa Franco Antonicelli. Ancora una volta, Croce era fisicamente vicino agli antifascisti torinesi. Parlava volentieri, ascoltava poco. Ma Bobbio e gli altri ragazzi avevano letto tutti i suoi libri. «Dividevamo il mondo in crociani e non crociani: chi non era crociano era un povero diavolo». L’essere impregnati di Croce li aiutò molto, nel momento di fare una scelta avversa al regime littorio. Più tardi il Croce politico militante, con il suo liberalismo e la sua polemica contro il Partito d’Azione, li scontentò. Ma non per sempre. Nel profondo, Bobbio ha continuato a considerarlo il maestro della sua giovinezza.«Ho sempre pensato che Croce, non ostante il suo spiritualismo di tradizione tedesca, avesse un grande senso della realtà. A differenza di Gentile». Verso il teorico dello Stato etico ebbe infatti un atteggiamento assai più cauto. Oscillava fra il considerarlo «un uomo intellettualmente vigoroso e moralmente generoso» e a bollarne gli atteggiamenti politici come quelli d’«un retore e un corruttore».

Altri maestri. Nel Profilo ideologico del Novecento, Bobbio cita in coppia Luigi Einaudi e Gaetano Salvemini. «Ci hanno insegnato», diceva, «che per fare politica occorre conoscere i problemi uscendo dalle astruserie filosofiche». Entrambi erano legati a Cattaneo, «l’ unico filosofo italiano che non sia un metafisico». In Cattaneo s’era riconosciuto con entusiasmo Piero Gobetti, figura centrale del liberalismo. «Salvemini, Einaudi, Gobetti: la lezione di Cattaneo l’ho ricevuta da queste tre fonti». Altri maestri di realismo politico sono, per Bobbio, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca.

Il secondo arresto. E’ a Padova, il 7 dicembre del 1943. Il federale della città ha ordinato che i docenti dedichino una lampada votiva ai martiti fascisti. Bobbio, con qualche collega, si rifiuta e finisce in manette. Per qualche settimana lo tengono chiuso in una caserma. Seguono tre mesi di permanenza a Verona, in quel carcere degli Scalzi dove sono rinchiusi Ciano e gli altri «traditori» del 25 luglio. Il giorno della loro fucilazione, il filosofo torinese è lì.

Prigione. Interrogatori. Una mattina, per spaventarlo, fanno credere al detenuto Bobbio di aver arrestato anche sua moglie, incinta. «Se non confessate dov’è nascosto Concetto Marchesi, né voi né vostra moglie uscirete vivi da qui». Marchesi, celebre latinista, è un capo dell’antifascismo, legato al Pci. Bobbio, che non sa dove sia, viene rilasciato nel febbraio del ?44.

Che cos’è un intellettuale. E’ una persona che deve essere «indipendente» dalla politica, non «indifferente» ad essa. Non deve asservirsi al potere. Deve però occuparsi anche di questioni nelle quali sono in gioco rapporti di potere. «Seminare dubbi è certo una funzione importante dell’intellettuale». Seminarne. Nutrirne. A costo di apparire, o di essere, fragile. L’uomo di cultura «non è al di sopra della mischia. Viene trascinato, come tutti». Anche Benedetto Croce? Certo, anche lui. Durante la prima guerra mondiale, era un Realpolitiker. Irrideva gli ideali. E’ famosa una frase che scrisse nel 1917. Suonava così: «Io sarò sempre grato a Marx per avermi liberato dalle alcinesche seduzioni della dea Giustizia e della dea Libertà». Poi, venuto il fascismo, con quelle dee Croce ha dovuto fare i conti. E’ diventato un campione, appunto, di libertà.

Lui e i comunisti. Fu molto seguita la discussione fra Bobbio e Togliatti. Si svolse fra il ?54 e il ?55 fra Nuovi Argomenti e Rinascita. «Allora i comunisti erano presi dall’idea del Partito con la p maiuscola. Il partito di massa come il "novello Principe", per dirla con Gramsci». Lui, Bobbio, sosteneva che i diritti dell’uomo sono il presupposto di qualsiasi convivenza civile, e non accettava la distinzione (sulla quale Togliatti insisteva) tra «libertà formale» e «libertà sostanziale». Il professore non tollerava di veder sbeffeggiati gli «ideali dell’Ottantanove». Le posizioni, fra i due, erano molto lontane. Ma, almeno, si parlava. Bobbio ne era compiaciuto. «Il mio intervento terminava così: "Ora il dialogo è veramente cominciato"».

L’ideologia italiana. Ecco uno dei bersagli polemici di Norberto Bobbio. Si tratta di «un certo spiritualismo di maniera» che pervade la nostra cultura e che «scomunica, dovunque appaiano, positivismo, empirismo, utilitarismo come filosofie volgari, anguste, mercantili, impure». Cattaneo ne fu una vittima, «soffocato tra giobertismo e idealismo». Più tardi, Giovanni Gentile sarebbe stato uno dei campioni dello spiritualismo (di destra). I marxisti, fino a qualche decennio fa, erano gli araldi di una sorta di spiritualismo rovesciato «che contrapponeva allo Spirito con la s maiuscola la Materia con la m maiuscola». Queste filosofie dell’assoluto, delle certezze, del progresso garantito hanno ritardato, secondo il pensatore appena scomparso, lo sviluppo in Italia di quelle correnti pragmatiste, neoempiriste, neopositiviste, di radice anglosassone, che studiosi come il suo collega Nicola Abbagnano, a Torino, credevano più adatte a una società democratica e pluralista. Quando il sapere empirico diventerà davvero una bussola per la politica?. Era la domanda che il filosofo torinese, fervido seguace di Carlo Cattaneo, non si stancava di porsi.

La democrazia è un’abitudine? In Italia essa, secondo Bobbio, non era mai stata molto di casa. Invece oggi c’è. E’ entrata, a dispetto di tutto, nel costume. In democrazia è naturale che prevalgano le filosofie adatte a questo modo di vivere: cioè di tipo relativistico, empiristico appunto, non assolutizzanti. Ciò si accompagna alla scomparsa dell’intellettuale rivoluzionario, che crede davvero alla grande avventura della trasformazione. Avendo perso il senso di quella sua «missione», l’intellettuale trova presso i politici forse minor ascolto di prima. Qualche esempio concreto? Craxi conquista nel 1976 il Psi. Qualche tempo più tardi, un gruppo di uomini di cultura di «area» socialisti (Bobbio è fra questi) rende pubblica una lettera in cui si danno dei consigli al nuovo segretario. Craxi li respinge, «dicendo di non riconoscere alla corporazione degli intellettuali alcun diritto privilegiato».

La cultura e i sergenti. Poco entusiasta di Craxi (ancor meno lo sarà di Berlusconi), il filosofo torinese cercava però di capire tutto. Anche l’«antintellettualismo» dei politici. Citava, trovandola assai espressiva, una battuta che Julien Benda inserì in un suo libro, desumendola da un aneddoto tolstoiano. Durante una marcia militare un sergente strapazza brutalmente un soldato. Accanto c’è un intellettuale, che si rivolge scandalizzato al sergente: «Che diamine, lei non ha mai letto il Vangelo?». «E lei», ribatte il sergente, «non ha mai letto il regolamento militare?». Emerge dall’apologo il timore che il ceto politico diventasse una casta con un suo apposito «Vangelo».

La politica, un duello civile. E’ del 1994 il libro più fortunato di Bobbio. S’intitola Destra e sinistra. Lo pubblica l’editore Donzelli, avrà numerose ristampe, raggiungendo una diffusione del tutto insolita nella saggistica politica. E’ una sorta di testamento. Pur considerandosi un moderato e giudicando anacronistico ogni estremismo, Bobbio non condivide l’appiattimento che porta con sé l’asserita «caduta delle ideologie». La politica rimane per lui un universo conflittuale. Destra e sinistra non sono termini obsoleti. Nessuna «corsa al centro» smentisce l’esistenza di queste due realtà in competizione, anzi la rafforza. «Quale centro potrebbe nascere senza due poli»?, insisteva nel chiedersi Bobbio. Il centro, più che un’appartenenza, è una qualità della politica. Una sinistra che guardi verso il centro, e una destra che guardi anch’essa al centro sono garanzia di alternanza nelle moderne democrazie. Per moderata che sia, la sinistra non deve smarrire il senso della propria distinzione. Fra i suoi connotati, prevalente è l’atteggiamento nei riguardi degli immigrati. A sinistra, si tende a vedere nel «diverso» l’uomo.

Il disinganno. La scesa in campo di Berlusconi gli procurò dubbi inquietanti, fino ad indurlo a domandarsi se si trattasse di un politico autoritario o semplicemente di uno sprovveduto, incapace di «ponderare la differenza fra il manager di una grande impresa e l’uomo di governo». Più di recente, il filosofo ha salutato con ottimismo l’ingresso dell’Italia nell’euro: una dimostrazione, al cospetto dei partner europei, che «siamo una nazione, uno stato degni di rispetto». Ma è uno stato d’animo contraddetto da eventi di segno opposto. Da ultimo, il risultato delle elezioni europee del 13 giugno 1999 gli è parso un drastico rovesciamento del nostro sistema politico. Nella «sconfitta disastrosa» riportata in quella consultazione dalla sinistra italiana (una sinistra «sparpagliata e litigiosa»), Bobbio ravvisava un rovesciamento del nostro sistema politico: dalla partitocrazia - disse in quei giorni - si è passati alla «partitopenìa»: ciè, per paradosso, non ostante la loro proliferazione numerica, a una penuria di partiti veri. Specie a sinistra. Quello di Berlusconi, che in certi momenti sembra trionfare, non è infatti un partito vero, ma la protesi di una persona.

Un’Italia piena di incognite. Ecco il panorama che Bobbio contemplava al termine della vita. Ma la vita, è ovvio (ripeteva nella sua serena partecipazione di «intellettuale e di insegnante che si è occupato spesso di politica»), sarebbe continuata dopo di lui. Possibilmente, ad opera di quelli che restano, senza pause e senza distrazioni. Come egli preferiva.

TORINO - Chiede "Funerali semplici, privati, non pubblici", "civili", anche se afferma di non considerarsi "nè ateo nè agnostico". Sono alcune delle ultime volontà che Norberto Bobbio ha stabilito prima di morire e che sono state lette oggi pomeriggio nella camera ardente, chiusa al pubblico e alla presenza del presidente della Repubblica Ciampi, del rettore Rinaldo Bertolino e delle altre autorità, da uno dei figli, Luigi.

Sullo sfondo la musica della "Passione secondo san Giovanni" di Bach, così come indicato dal filosofo e senatore a vita.

"Ho compiuto 90 anni il 18 ottobre. La morte dovrebbe essere vicina - scrive Bobbio - A dire il vero l' ho sentita vicina tutta la vita. Non ho mai neppure lontanamente pensato di vivere così a lungo. Mi sento molto stanco, nonostante le affettuose cure di cui sono circondato, di mia moglie e dei miei figli. Mi accade spesso nella conversazione e nelle lettere di usare l'espressione 'stanchezza mortale'. L'unico rimedio alla stanchezza mortale è il riposo della morte. Requiem aeternam dona eis Domine. Nell'ultimo bellissimo coro della Passione secondo San Giovanni di Bach, il coro subito dopo la morte di Cristo canta: 'Ruht wohl' (riposa in pace)".

"Desidero funerali civili in comune accordo con mia moglie e i miei figli - aggiunge nel suo 'testamento' Bobbio - in un appunto del 10 maggio 1968 'più di 30 anni fa trovo scritto: 'vorrei funerali civili. Credo di non essermi mai allontanato dalla religione dei padri, ma dalla Chiesa si'. Me ne sono allontanato ormai da troppo tempo per tornarvi di soppiatto all'ultima ora. Non mi considero nè ateo nè agnostico. Come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi".

"Funerali semplici, privati non pubblici. Raccomando caldamente ai miei familiari questo mio desiderio - insiste Bobbio - ho avuto nella mia vita, anche in occasione dei miei 90 anni, pubblici riconoscimenti, premi, varie forme di onoranze che ho accettato pur essendo convinto che eccedessero i miei meriti. Alla morte si addice il raccoglimento, la commozione intima di coloro che sono più vicini. Il silenzio. Breve cerimonia in casa o, se sarà il caso, in ospedale. Nessun discorso. Non c' è nulla di più retorico e fastidioso che i discorsi funebri. E poi il trasferimento a Rivalta per essere sepolto nella tomba di famiglia".

Sulla lapide "soltanto nome e cognome, data di nascita e di morte, seguiti da questa unica dicitura 'figlio di Luigi e Rosa Caviglia'. Mi piace pensare - conclude Bobbio - che sulla mia lapide il mio nome compaia insieme a quello dei miei genitori".

"Mio padre, alessandrino, è stato il capostipite dei Bobbio di Torino; la tomba è stata fatta costruire da lui nel paese, che ha molto amato, di sua moglie. Il mio nome, unito a quello dei miei genitori, oltretutto, dà il senso della continuità delle generazioni. La famiglia dia la notizia della morte a funerali avvenuti con un necrologio composto con le parole semplici con cui sono in genere scritti i necrologi della gente comuni".

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