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Testo elaborato per il Seminario "Area metropolitana milanese: criticità sociali e alternative possibili per una nuova dimensione civile", tenutosi a Milano il 5 maggio 2007 per iniziativa della Federazione milanese del Partito della rifondazione comunista.

La ricerca procede per domande. Così ho pensato di articolare l'argomentazione a partire da domande, sperando che la mia curiosità scientifica incontri la vostra e che le risposte, in questa sorta di autointervista, siano all’altezza dei quesiti.

Il termine metropoli è di origine greca. Che differenza corre fra la metropoli antica e quella contemporanea?

Prima dell'età contemporanea sussisteva un limite: una soglia dimensionale percepita come misura necessaria, prima ancora che fosse imposta dalla realtà.

Nella Grecia antica l'espressione metropoli significa letteralmente «madre di città». A promuovere la nascita di nuovi organismi urbani è appunto il concetto di limite: una soglia dimensionale volta essenzialmente a conservare i rapporti comunitari, ovvero la ragione costitutiva dell'organismo urbano: ciò che Aristotele chiama «amicizia» come «scelta deliberata di vita comune» [1], condizione per «una vita pienamente realizzata e indipendente» [2]. Ippodamo da Mileto fissa la dimensione ideale a 10.000 cittadini, mentre per Platone il limite da non superare è ancora più basso: 5.040, un numero ritenuto «abbastanza grande per mettere la Città in condizione di difendersi dai suoi vicini o di aiutarli in caso di bisogno ma abbastanza ristretto perché potessero conoscersi tra loro e scegliere con cognizione di causa i magistrati» [3].

Una logica non diversa è seguita dalla libera associazione delle città-stato etrusche che Carlo Cattaneo definisce «vivajo di città» [4].

Non mancano, è pur vero, in età antica come in quella moderna, realtà che, nel segno della potenza, inseguono l’accrescimento dell'aggregato urbano. Giovanni Botero nel suo Delle cause della grandezza e magnificenza delle città (1588) non può non fare riferimento al caso di Roma. I Romani, egli sostiene, «stimando che la potenza (senza la quale una città non si può lungamente mantenere) consiste in gran parte nella moltitudine della gente, fecero ogni cosa per aggrandire, e per appopolar la patria loro» [5]. I fatti diedero loro ragione, dice Botero: è la maggiore grandezza demografica a consentire a Roma di riprendersi dopo pesanti sconfitte in battaglia. Ma lo stesso autore della Ragion di stato, richiamati anche altri casi di notevole accrescimento delle «communanze d’uomini», arriva alla conclusione che esiste un momento in cui la crescita si arresta [6]

Spaziando su un ampio quadro storico, Botero passa in rassegna i fattori che concorrono alla crescita delle città: l’autorità; la forza; il piacere offerto dalla bellezza del sito e dall’arte, a cominciare da quella del costruire; la «commodità» e la salubrità; la «virtù nutritiva» della campagna; la facile accessibilità e il ruolo cardinale negli scambi commerciali; l’estensione del dominio politico; la religione; la possibilità di «poter più comodamente e allegramente attender a gli studi»; la presenza delle istituzioni di governo e dell’«amministrazione della giustizia»; l’esistenza di un’industria florida; la «franchezza dalle gabelle»; e, infine, l’essere luogo di «residenza della nobiltà» e ancor più del principe. Un elenco assai esteso e apparentemente senza gerarchia da cui il consigliere di Carlo Borromeo trae però una sintesi: decisivi nell'accrescimento delle città sono, a suo dire, «la virtù attrattiva» (data da quella che oggi chiameremmo la qualità del vivere) e la disponibilità di «nutrimento e sostegno» ottenuta «o dal contado […] o da paesi altrui» [7]: una valutazione che oggi verrebbe collocata sotto il criterio della sostenibilità.

Ed è appunto qui che la contemporaneità segna una rottura. Come il modo di produzione capitalistico di cui è espressione e da cui è inscindibile, la metropoli contemporanea nasce all’insegna del superamento di ciò che precedentemente vincolava e limitava gli organismi urbani, compresi quei fattori che potevano portare a drastici ridimensionamenti, quando non alla morte della città. La metropoli è un organismo più resistente perché si alimenta delle differenze producendone di nuove [8], a cominciare dalle diversificate opportunità di investimento e di valorizzazione del capitale. Opportunità che, quando non possono essere fornite dal territorio su cui la città ha storicamente esercitato la sua influenza, vengono reperite altrove estendendo vieppiù le trame relazionali, visibili e invisibili.

Nei rapporti fra contesti ciò si traduce in nuovi legami di dominanza e dipendenza, mentre il riprodursi e l'estendersi delle disparità investe inevitabilmente la topografia sociale, ovvero la dislocazione spaziale dei ceti che compongono la società.

Quando prende avvio la vicenda della metropoli contemporanea?

Nel caso milanese i primi semi sono gettati già a metà seicento quando la campagna a nord della linea dei fontanili inizia a fare concorrenza alla città, bloccata dal dominio delle corporazioni. Fra sette e ottocento, quando ormai il capitalismo si afferma come modo di produzione dominante, quei semi cominciano a dare frutti consistenti, anche se inizialmente poco vistosi: il diffondersi capillare di un lavoro a domicilio nella tessitura per produzioni destinate al mercato; il sorgere di filande per la lavorazione della seta in ogni villaggio e infine la comparsa delle prime industrie concentrate lungo i corsi d'acqua (a cominciare dalle filature del cotone, integrate in seguito dalle tessiture; con sviluppi analoghi, anche se minori, in altri comparti tessili) [9].

La prima differenza a essere messa a frutto in modo nuovo è dunque quella fra città e campagna. Da statici, i rapporti fra le due realtà si fanno dinamici: un susseguirsi di azione e reazione in una nuova divisione del lavoro e con inedite assunzioni di ruolo sia da parte della campagna della piccola affittanza che da parte della città: processi destinati a cambiare i caratteri di entrambe.

Si tratta pur sempre della somma di città e campagna. Dove sta la novità?

Come la pila voltiana produce energia elettrica da due metalli (per es., rame e zinco) mediante l'aggiunta di un conduttore umido, così la metropoli contemporanea non è riducibile alla semplice sommatoria di città e campagna: è una realtà nuova che nasce dalla messa a frutto della diversità di potenziale dei due contesti, a cominciare dai diversi costi di riproduzione della forza lavoro. In questo caso il “conduttore umido” è, ça va sans dire, il mercato.

Le rivoluzioni nei trasporti e nella velocità fanno ovviamente la loro parte nel favorire l'intensificarsi e l’estendersi delle nuove relazioni.

Da allora quali sviluppi ha conosciuto il nuovo organismo?

La necessità di nutrirsi di differenze ha portato ad ampliare il raggio di azione e di influenza dei fulcri metropolitani. Lo sviluppo si è fatto travolgente arrivando a configurare il mondo intero come un reticolo gerarchico di metropoli fra loro in competizione.

Che conseguenze sui modi di concepire l’abitare e di configurare l’habitat?

Nella metropoli matura la mobilità dei fattori della produzione e le relazioni asimmetriche regolate dal mercato finiscono per avere la prevalenza sui legami verticali: le relazioni terra-cielo (il legame religioso) e il radicamento alla terra, che fino ad allora avevano contrassegnato il modo di abitare e di trasformare il mondo.

Se i vincoli regolatori indicati da Botero sono saltati, che ne è delle idee di organicità e di equilibrio?

Riferito agli aggregati insediativi, il termine organico può bene indicare i caratteri degli insediamenti – città, borghi, villaggi – strutturati e dimensionati su relazioni comunitarie. Dante Alighieri nel Convivio indica quattro livelli di organizzazione del convivere tra loro necessariamente concatenati: la famiglia, la vicinanza (la contrada, il quartiere), la città e lo stato [10]. La triade casa, quartiere, città è lo schema ordinatore della convivenza civile negli aggregati urbani in Europa fino a quando la metropoli matura non mette in discussione il principio organico con il disgregarsi delle relazioni storiche e le inedite manifestazioni fisiche che la caratterizzano (conurbazioni e slabbramenti degli abitati). Fino ad allora le relazioni comunitarie e l'identità condivisa si sono strutturate secondo due livelli integrati: il quartiere (o sestiere) e la città. È da questa duplice struttura relazionale che la città cristiana ha preso corpo e forma.

Che ne è dell'equilibrio a scala territoriale?

Su questo è interessante seguire Carlo Cattaneo. Il grande studioso coglie nel segno quando, per il caso italiano, mette l'accento sull’«intima unione [della città] col suo territorio» [11]. È meno convincente quando attribuisce a tale unione la prerogativa di «persona politica» [12] e di « stato elementare, permanente e indissolubile» [13] facendone il riferimento cardinale del suo progetto politico federale.

Eppure – si obbietterà – il Cattaneo è uno dei pochi che, ai suoi tempi, sa interpretare aspetti rilevanti delle radicali trasformazioni di cui è spettatore. È vero; ma l'autore della Città come principio ideale non vede, o ignora volutamente, come già ai suoi tempi le nuove relazioni economiche e territoriali abbiano l'effetto di scardinare un assetto consolidato da secoli, se non da millenni: un sovvertimento dei quadri relazionali che rende già allora impraticabile il suo progetto di una nazione costruita dal basso, attraverso un mosaico «equabile» di «stati elementari» [14]. Già nei primi decenni dell’ottocento, oltre al già richiamato cambiamento di segno dei rapporti città campagna, a travolgere gli equilibri precapitalistici interviene l'instaurarsi di un nuovo rapporto gerarchico fra le città.

Solitamente quando si dice metropoli si intende “grande città” e comunque raramente il termine viene usato in riferimento a un periodo antecedente al novecento. Ciò che lei e Graziella Tonon sostenete nei vostri scritti esce da tale uso comune del termine metropoli…

È questione di intendersi sulle definizioni, evitando soprattutto di cadere nelle trappole che si nascondono nelle ambiguità terminologiche.

L’assunzione di un metro quantitativo – in particolare la crescita dell'edificato – ha portato più di uno studioso a identificare nel secondo dopoguerra del novecento il periodo in cui in Italia fa la sua comparsa la metropoli [15]. Si tratta di un errore non meno grossolano di quello che colloca la rivoluzione industriale in Italia a partire dal periodo giolittiano.

Identificare la metropoli contemporanea con la “grande città” o con la cosiddetta “megalopoli” facendo riferimento ai soli aspetti fisici e funzionali– il gigantismo, le conurbazioni, la selezione delle funzioni – oscura il tratto distintivo del nuovo organismo: i suoi caratteri relazionali. Per capirci: ci possono essere città relativamente piccole che pure si pongono precocemente come fulcri di relazioni metropolitane estese (è il caso di Milano), e città di dimensioni assai maggiori la cui trama di relazioni metropolitane è al confronto più debole. In più di un caso il gigantismo urbano nasce dalla debolezza dell’hinterland. E questo accade non solo nel cosiddetto “terzo mondo”.

In che rapporto stanno allora città e metropoli?

Considerare città e metropoli come sinonimi finisce per avvalorare un uso improprio del termine città. Poco male se ciò non concorresse a rimuovere un problema cruciale. E cioè che la metropoli contemporanea tende a porsi contro la città. Nel senso che tende a un superamento della città per quanto concerne non solo i tratti fisico-funzionali ma anche le sue stesse ragioni costitutive. I processi molecolari alla base del fenomeno metropolitano tendono infatti a mettere in discussione il carattere peculiare dell'organismo urbano: il suo essere – per usare parole di Giandomenico Romagnosi, il maestro di Carlo Cattaneo – «una vera persona morale, avente una cert’anima con un certo corpo, mossa da particolari circostanze di un dato tempo, di un dato luogo, e con determinate esterne relazioni» [16].

Va anche detto, a scanso di equivoci, che non si tratta di un processo inevitabile: il carattere di «persona morale» degli aggregati insediativi può essere fatto rivivere mettendo in atto forti contromisure di rilancio dell’urbanità, come da diversi anni le municipalità più accorte stanno facendo in Europa.

Allo stesso tempo si parla molto di “città contemporanea”, di “città diffusa”…

Mai come negli ultimi decenni la parola città è stata usata in modo improprio. Non si è però potuto fare a meno di affiancarla con un aggettivo, come appunto nell'espressione "città diffusa", o in quella più recente di "città infinita"; locuzioni dove, a ben guardare, l’aggettivo nega il sostantivo. Siamo di fronte a una delle tante operazione di edulcorazione a cui ci ha abituato il mondo d’oggi e che servono a mascherare la realtà.

Che cosa si nasconde in questo caso?

L'assenza di qualità urbana. In tanta ricchezza individuale è venuta avanti una nuova povertà sociale sia nei caratteri architettonici dei luoghi sia nei quadri relazionali.

Cosa possiamo intendere per qualità urbana degli insediamenti e delle relazioni?

Facendoci anche qui aiutare dal Romagnosi, possiamo definire tale qualità come «spirito di socialità civile» [17] che si fa tangibile tanto nella civitas (il corpo sociale) quanto nell' urbs (la città fisica). Uno spirito che, perché venga mantenuto, richiede di essere continuamente rinnovato.

Perché è utile attivare uno sguardo di lungo periodo sulle vicende della città e della metropoli?

La prospettiva di lungo periodo può aiutare a capire meglio tratti persistenti della società, dell'ethos e delle mentalità, come anche il permanere di alcune linee di forza che agiscono nelle trasformazioni di cui siamo spettatori.

Per rimanere al contesto lombardo, c'è una relazione fra la dimensione relativamente piccola di una città come Milano – per non dire delle altre città lombarde – e il percorso compiuto dalla Lombardia fino ad agganciare le regioni più industrializzate. Tale percorso si distingue per un elevato grado di ruralità della forza lavoro industriale mantenuto su un lungo arco storico. Nella fascia intermedia della regione la popolazione della campagna più densamente popolata d'Europa è stata mobilitata su scala vastissima da una molteplicità di soggetti imprenditoriali che hanno accollato i costi di formazione dell'armatura industriale all'ambiente rurale.

La traiettoria seguita, certamente lunga e tortuosa, si è rivelata appropriata alle sfavorevoli condizioni di partenza (scarsa disponibilità di materie prime e di fonti energetiche; grave ritardo sul terreno tecnologico; debolezza finanziaria e imprenditoriale, aggravata dalla propensione redditiera del ceto possidente). Ruotando parassitariamente attorno alla famiglia-azienda della piccola affittanza dell’altopiano, si è dapprima potuto dare vita a un esteso basamento produttivo nel campo tessile (seta e cotone in primo luogo); quindi, quando grandi e medie industrie si sono addensate nelle immediate periferie urbane, è ancora l'altopiano – ormai non più definibile come semplice “campagna” – a dare un apporto decisivo con la sua vasta riserva di forza lavoro.

Si possono a questo punto elencare le peculiarità della metropoli milanese sul lungo periodo:

- il consolidarsi nei membri della famiglia-azienda rurale di un’idea dell'abitare come radicamento e orgogliosa indipendenza. È una conseguenza del fatto che l'habitat rurale dell'altopiano ha potuto essere percepito come centrale rispetto a molteplici opportunità di lavoro, almeno per tutto il percorso che va dalla condizione contadino-industriale a quella industriale-contadina, a quella decisamente industriale (con sbocchi significativi anche verso il lavoro indipendente),

- il relativo contenimento delle migrazioni interne e dell’urbanesimo. È un carattere legato al radicamento di cui si diceva: senza di esso, vista la forte concentrazione di attività industriali, l'inurbamento sarebbe stato assai maggiore;

- il precoce e intenso sviluppo del pendolarismo imperniato sull’area centrale della metropoli. Si tratta di un fenomeno che non ha l'eguale per ampiezza non solo in Italia ma nemmeno in Europa;

- il freno posto alla rendita immobiliare per una lunga fase. È un effetto dei tre caratteri prima richiamati. Una tale limitazione è andata a tutto vantaggio di uno sviluppo produttivo ad alta intensità di lavoro [18]: un modello che a lungo andare mostrerà tutti i suoi limiti;

- la complessità dell’apparato produttivo e delle relazioni. A questo si lega un tratto identitario di Milano-città venuto in particolare evidenza negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso: il suo carattere aperto e sincretico, la sua capacità di assimilare e metabolizzare.

C’è infine una peculiarità del quadro regionale: sia pure con il prevalere del contesto milanese, processi di tipo metropolitano hanno interessato anche i poli urbani di corona (Varese, Como, Lecco, Bergamo e Brescia). Da cui il configurarsi di un sistema originale di metropoli a grappolo[19].

Molti insistono sul policentrismo lombardo. È una definizione adeguata a definire i caratteri insediativi della regione?

L’elevatissimo addensamento di popolazione e attività della fascia intermedia rende la realtà lombarda più complessa di quanto non dica la formula che vuole la regione come un sistema policentrico. Se storicamente la fitta presenza di città e di borghi assume le caratteristiche di un reticolo policentrico, non si può ignorare che questa trama è a sua volta 'annegata' in un sistema insediativo precocemente diffusivo, cresciuto poi a dismisura con l'espansione travolgente del dopoguerra.

Il boom del trasporto su gomma e l'estendersi massiccio della rete stradale hanno favorito un processo espansivo/diffusivo che è andato ad aggiungersi e spesso a travolgere la già fitta struttura insediativa rurale. A partire dai primi anni settanta del novecento, l'espulsione di oltre mezzo milione di abitanti da Milano (a cui si sono aggiunti quelli fuoriusciti dalle piccole e medie città) ha favorito oltremodo questa tendenza, alimentando un sprawl di vastissime proporzioni che non sembra affatto essersi placato.

Se questo è a grandi linee il quadro, il riferimento al "policentrismo" appare più l’esplicitazione di un’intenzione progettuale: un obiettivo condivisibile in linea di principio, ma che, se portato avanti senza fare i conti con processi ormai consolidati, rischia di essere sterile, come ogni fuoriuscita dalla realtà. Con lo slogan del "policentrismo" proposto ad ogni piè sospinto, in verità, si 'cacciano sotto il tappeto' gli effetti devastanti dello sprawl: il fatto che si è venuta costituendo un’immensa periferia metropolitana, sia pure mitigata dal resistere in parte della trama policentrica storica.

Fra i sedimenti di questo modello insediativo e strutturale ce ne sono anche di natura politica?

Spicca, su tutti, il permanere, lungo lo sviluppo della metropoli, di una relativa ‘invisibilità’ di consistenti componenti operaie: prima le forze lavorative polverizzate nei villaggi e nelle cascine; poi, con il decollo della città industriale, gli operai pendolari [20]; infine quel vasto comparto di lavoratori che nella situazione attuale subisce tutti gli effetti di un'atomizzazione e di una precarietà che ricordano, per certi aspetti, quelli della lunga fase di decollo. Una condizione che, ben diversamente dal modello delle banlieu parigine, favorisce lo stemperarsi dei conflitti sindacali e sociali. Poco male o addirittura bene (a seconda dei punti di vista), se una tale condizione non impedisse a un’importante componente della società di autorappresentarsi e di vedere riconosciuto il suo apporto alla produzione di ricchezza.

Che caratteri presenta la “periferia metropolitana” nel contesto milanese?

Nell’ultimo mezzo secolo è rilevabile un legame strutturale fra due periferizzazioni: quella della residenza e quella dei posti di lavori nel secondario. L’una appare funzionale all'altra: il decentramento di popolazione ha determinato un'offerta di forza lavoro a cui la piccola industria e l’artigianato hanno potuto agevolmente attingere (con l’effetto di un sistema di rapporti casa-lavoro in larghissima misura affidati al mezzo di trasporto privato). Un circolo vizioso in cui il "piccolo è bello" mostra tutti i suoi limiti nel contesto internazionale.

A ciò si aggiunge l'alto costo individuale e sociale di un modello insediativo e relazionale dove gli elementi negativi superano, e di molto, quelli positivi di un tempo.

Un cenno merita infine il decentramento per poli che ha caratterizzato il terziario: un fenomeno insediativo i cui difetti maggiori stanno nell'essere affidato pressoché esclusivamente al mezzo di trasporto privato, con pesanti conseguenze sulla congestione del traffico che una accorta programmazione avrebbe potuto evitare.

Facciamo un passo indietro. Come si è reso possibile per Milano il passaggio alla condizione di città industriale?

Per spiegare il «grande scatto» che si determina fra la fine dell'ottocento e il primo decennio del novecento, più di uno storico ha messo l'accento sugli importanti elementi di rottura: il costituirsi della banca mista; l'affermarsi nella siderurgia della produzione a ciclo continuo e integrato; la disponibilità di una nuova fonte energetica, l'idroelettrica, che per la prima volta non vede l'Italia svantaggiata; l'ingresso nelle produzioni nuove (elettromeccanica e automobilistica); il raggiungimento di nuove economie di scala ecc. Se l'importanza di questi fattori è tale da avallare la tesi che «[...] i primi anni del nuovo secolo [furono] una vera e propria fase di “rivoluzione”» [21], ciò non deve impedire di vedere le due rivoluzioni che l'hanno preceduta e che sono rilevabili non solo e tanto attraverso misurazioni macroeconomiche, ma anche tenendo conto di diversi altri processi, a partire da quelli molecolari, e da quelli non meno decisivi sul terreno delle infrastrutture e delle strutture commerciali e finanziarie. Si possono richiamare brevemente (in parte li abbiamo già visti):

1. la penetrazione del mercato anche nei più isolati casolari (Carlo Cattaneo);

2. la capacità del capitale di dar vita a mercati del lavoro anche sotto il permanere formale di un lavoro indipendente;

3. il mutamento dei comportamenti demografici della famiglia-azienda della piccola affittanza, portata a riprodurre in abbondanza forza lavoro per il mercato;

4. il radicarsi di una cultura industriale e il costituirsi di vivai imprenditoriali e di propensioni all'investimento nell'industria;

5. l’apporto fornito dall'infrastrutturazione territoriale, in particolare da una rete di trasporti su ferro notevole sia a scala regionale (una fitta rete di ferrovie e tramvie) sia a livello internazionale [22];

6. infine tutto ciò che, con i trasporti, ha concorso a fare di Milano una piazza di mercato e un centro finanziario di primaria importanza, quantomeno in Italia.

Della prima rivoluzione – la formazione di una fitta intelaiatura produttiva nelle campagne – si è già detto. Quanto alla seconda – il superamento dell’impossibilità di far attecchire in città le attività industriali – un apporto rilevante è venuto da un incentivo fiscale: l'esenzione del circondario esterno dai dazi sui beni di consumo. È infatti il determinarsi della condizione che Carlo Cattaneo ha definito di «porto franco» [23] a favorire il concentrarsi, a stretto contatto con la città storica, di opifici, magazzini e popolazione (una compagine umana composita, alimentata sia dai ceti deboli espulsi a ondate successive dal cuore della città sia da masse crescenti delle famiglie di giornalieri e braccianti provenienti dalle campagne della Bassa irrigua, altra grande riserva di forza lavoro).

Come si ridisegna il quadro insediativo con il «grande scatto»?

Le maggiori concentrazioni industriali si appoggiano per lo più al sistema policentrico delle città a cui fa capo la rete ferroviaria principale. In pochi altri casi – Legnano, Sesto San Giovanni, Saronno ecc. – è l'industria stessa a precedere la formazione di insediamenti urbani, cambiando radicalmente il quadro di vita di borghi o villaggi agricoli. Il sistema ferroviario rimane comunque il supporto obbligato per le successive espansioni del metalmeccanico e del chimico, fino a che il mezzo privato su gomma e le spinte al decentramento non sono intervenuti a cambiare in senso diffusivo le opportunità localizzative.

A un certo punto la riserva di forza lavoro delle campagne della provincia e della regione non basta più. Quando si verifica il coinvolgimento massiccio di altri territori?

Già tra le due guerre si ha un primo ricorso a immigrazioni dal Veneto e dal Meridione. Ma, com'è noto, sono gli anni del miracolo economico (1956-62) a segnare una vera e propria rottura degli argini con le immigrazioni che hanno per origine privilegiata il Meridione. A rompersi è ovviamente anche il delicato equilibrio che aveva consentito a Milano di rimanere una città relativamente piccola rispetto alla notevole quantità di energie umane e materiali che utilizzava e metteva in moto.

Se il boom delle produzioni dei beni di consumo di massa (auto, elettrodomestici ecc.) ha portato a una sostanziale riconferma dell'armatura industriale formata dalla prima industrializzazione “pesante” (sia pure con nuove ramificazioni), la maggiore novità nel quadro insediativo è data dal riprodursi della periferia metropolitana: una urbanizzazione quasi totale delle campagne a nord di Milano, con tracimazioni verso le altre direzioni.

Il processo è stato esaltato da due fatti: 1) la nuova immigrazione si è configurata come trasferimento stabile di interi nuclei famigliari; 2) gli immigrati attivi non hanno occupato solo nuovi posti lavoro ma hanno innescato una vasta funzione sostitutiva delle forze di lavoro già presenti nella produzione.

Nel giro di meno di un decennio, dalla metà degli anni settanta alla metà del decennio successivo, la città industriale conosce un collasso verticale. Come si spiega un fenomeno di tale portata che nessuno ha saputo prevedere?

La ragione di fondo è semplice: nel giro di pochi lustri si sono annullate le differenze nei costi di riproduzione della forza lavoro che avevano costituito il motore della metropoli. A produrre tale annullamento l’innalzamento dei valori della rendita fondiaria anche nell’hinterland, esito del dilagare della colata di cemento e della infrastrutturazione stradale capillare.

Allo stesso tempo il balzo in avanti della rendita ha messo drasticamente in discussione la localizzazione urbana di molti complessi industriali (peraltro ormai scarsamente competitivi), con un vasto processo di chiusura o di decentramento di molte unità produttive nelle aree periferiche della metropoli e al di fuori di esse. Ne sono venute sintesi geografiche nuove con il persistere di alcune teste di ponte direzionali e finanziarie nella città e il dispiegarsi di molti cicli produttivi (auto, elettronica, chimica ecc.) su scala mondiale.

Negli ultimi decenni il decentramento a lungo raggio (in particolare verso i paesi dell’Est-Europa) ha investito diversi altri comparti, in una logica che vede quelle regioni occupare il posto un tempo riservato alle campagne della regione: un coinvolgimento di natura prettamente metropolitana.

Tutto questo non ha però portato affatto alla sparizione della produzione industriale dalla Lombardia. Si è al contrario verificato il proliferare di unità produttive polverizzate a cui lo sprawl insediativo ha fornito un humus ideale.

Torniamo a Milano. Attraverso quali trasformazioni è passato l'organismo urbano lungo la fase di avvio e sviluppo delle metropoli contemporanea?

Semplificando si possono individuare cinque fasi:

1.l’ascesa della città borghese. È l'epoca che Carlo Cattaneo ha chiamato della «magnificenza civile» [24]. La scelta della borghesia di eleggere il contesto urbano a teatro in cui legittimare anche sul piano culturale la propria egemonia fa del bene alla città. In questo Milano è al passo dei migliori processi riqualificazione urbana che interessano l'Europa;

2.la formazione della città duale. Con la crescita della città industriale si delinea una chiara distinzione, insieme funzionale e sociale, fra la città interna alle mura spagnole e il circondario esterno. La borghesia a questo punto sogna un modello insediativo e relazionale in cui «La grande industria fa sentire alla città i suoi benefici effetti, ma non è localizzata nella città stessa» [25]. Nel contempo vive la realtà del circondario come una minaccia alla sicurezza e appronta progetti urbanistici per rompere quello che considera un assedio.

La “città duale” è però anche il terreno di crescita di una dialettica politica inedita fra le componenti sociali e ciò contribuisce a fare di Milano un laboratorio politico della moderna democrazia nel nostro Paese;

3.l’affermarsi della città corporativa. È il risultato del perseguimento di una rigida struttura piramidale nella società e nella topografia sociale: una gerarchia classista che trova il suo culmine nel fascismo, i cui interventi di ingegneria sociale, realizzati attraverso pesanti operazioni sul corpo urbano, lasciano il segno;

4.il passaggio dal completamento del disegno corporativo alla dissoluzione della città industriale. Gli elementi distintivi di questa fase si possono schematicamente così riassumere: l'inasprirsi e poi il ridursi progressivo della dialettica sociale; l'avvio di un gigantesco esodo di popolazione; infine, la perdita di identità urbana, mal nascosta dal fiorire di vacui slogan (la "Milano da bere", MiTo ecc.);

5.la fase attuale, dominata dallo strapotere immobiliarista e che vede Milano in ritardo sul terreno del rinascimento urbano. C’è un divario abissale fra quello che si fa a Milano e i migliori esempi di rilancio della qualità urbana che da tempo interessano importanti città europee (Barcellona, Parigi, Madrid ecc.). Né i progetti in cantiere si dimostrano all’altezza di questo delicato passaggio storico.

Per concludere: quali problemi travagliano la metropoli milanese e quali proposte si possono avanzare per un miglioramento delle condizioni di vita?

La metropoli matura sembra la puntuale dimostrazione di quanto, già nei primi anni trenta del novecento, Robert Musil aveva intravisto: «c’è un aumento di potenza che sbocca in un progressivo aumento d’impotenza […]» [26].

Il contesto milanese è particolarmente segnato da patologie sia sul fronte della sostenibilità ecologica sia su quello della sostenibilità sociale. Ne indico tre, su cui rilevanti paiono le responsabilità della pubblica amministrazione (a tutti i livelli):

1.l’elevato consumo di suolo. Il carattere strutturale dello sprawl appare ulteriormente sancito dal fatto che la maggior parte delle amministrazioni locali ha nel consumo di suolo una fonte di finanziamento che consente di far quadrare i bilanci (disastrati anche da sprechi e inefficienze). Si è stabilito un nefasto meccanismo fiscale che rende gli enti locali cointeressati alla distruzione del paesaggio. È un legame che va tagliato, uscendo dalle dichiarazioni di principio di cui sono pieni i documenti di pianificazione territoriale a tutti i livelli;

2.la dissipazione di energie legate allo sprawl e a inefficienze nel sistema della mobilità, con pesanti conseguenze in termini di costi sociali e di competitività del sistema economico. A dispetto della prospettiva che, un secolo fa, con la conquista delle otto ore sembrava a portata di mano, non siamo diventati più ricchi, se per ricchezza intendiamo il tempo a disposizione per coltivarci. Ci ha pensato la metropoli contemporanea, con il suo assetto spaziale e relazionale, a occupare una parte crescente delle ore assegnate sulla carta al loisir. Abitare è diventato un lavoro: le economie di scala delle grandi concentrazioni di attività in logiche extra e anti-urbane – commercio, divertimento, lavoro – sono pagate dall' homo metropolitanus in termini di tempo. Lo stesso vale per l'altra faccia della medaglia: la dispersione della residenza. Si è istituito un baratto tacito e obbligato: io ti do delle opportunità - sconti sui prezzi dei beni di consumo e della casa - e tu, per goderne, ci metti il bene più prezioso di cui disponi: il tempo. Il prezzo, manco a dirlo, è pagato in modo inversamente proporzionale al reddito.

Che fare? Le scelte urbanistiche devono porre un alt alla dispersione. Allo stesso tempo vanno compiuti interventi incisivi volti a ridurre la mobilità obbligata e comunque il tempo bruciato dall'inefficienza della macchina metropolitana;

3.crisi della qualità urbana dei luoghi e delle relazioni sociali e il parallelo esplodere dei problemi della sicurezza. Il prezzo più alto è la rinuncia alla città. A pagarlo, in prospettiva, sono tutti i ceti sociali. Per una massa crescente di persone abitare equivale ormai a usufruire di una rete trasportistica che connette contenitori di funzioni. Il tra - lo spazio fra i contenitori - quando non è occupato dalla rete o custodito da quel che rimane dell'agricoltura è terra di nessuno. Ancora mezzo secolo fa il mondo umanizzato era fatto di luoghi e di paesaggi concepiti per accogliere la vita individuale e sociale: teatri che avevano il carattere di interni a cielo aperto. Questa condizione è ora progressivamente erosa. E, per mitigare l'inospitalità dei contesti metropolitani, si predispongono dei simil-luoghi e delle simil-città: quel che basta per dare una parvenza di libertà alla simil-vita.

Contro questo processo urge il rilancio dell’ urbis coltura (oltre che dell'agri coltura). L'esistenza della città è particolarmente minacciata da fenomeni di segmentazione e ghettizzazione sociale che conoscono una nuova virulenza. È la strada su cui tragicamente si sono incamminate le "città" del Sud-America: la disgregazione delle gated communities, ormai vere e proprie isole armate. Occorre che ci opponiamo con tutte le forze al realizzarsi di una simile prospettiva.

[1] Aristotele, Politica, III, 9, 1280 b, in Aristotele, Opere, vol. IX,Politica, Trattato sull’economia, Laterza, Roma-Bari 1991, p 88.

[2] Ivi, III, 9, 1281 a, Aristotele, Politica cit., pp. 88-89.

[3] G. Glotz, La Cité grecque, Michel, Paris 1928, trad. it. La città greca, Einaudi, Torino 1955, p. 39.

[4] C. Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lombardia, Milano 1844, ora anche in Id., Notizie naturali e civili su la Lombardia - La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, a cura di F. Livorsi e R. Ghiringhelli, introduzione di M. Talamona, presentazione di E. A. Albertoni, Mondadori, Milano 2001 (a cui nel séguito si riferiscono le citazioni), p. 65.

[5] G. Botero, Delle cause della grandezza e magnificenza delle città, Roma 1588, ora in Id., Della ragion di Stato - Delle cause della grandezza delle città, a cura di C. Morandi, Cappelli, Bologna, p. 375.

[6] «Non si creda alcuno [...] ch’una città vada senza fine crescendo. Egli è in vero cosa degna di considerazione, onde nasca che le città giunte a certo segno di grandezza, e di potenza, non passino oltre; ma, o si fermino in quel segno, o ritornino indietro». Ivi, p. 376.

[7] Botero, Delle cause cit., passim.

[8] Cfr. G. Consonni, G. Tonon, La fabbrica delle differenze. Note su genesi e sviluppo della metropoli contemporanea, in «Q.D. Quaderni del Dipartimento di Progettazione dell’architettura», a. III, n. 3, settembre 1985, pp. 11-14.

[9] Un quadro sintetico di questi processi è tracciato in G. Consonni, G. Tonon, La terra degli ossimori. Caratteri del territorio e del paesaggio della Lombardia contemporanea, in Aa. Vv., Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Lombardia, a cura di D. Bigazzi e M. Meriggi, Einaudi, Torino 2001, pp. 51-187. Cfr., inoltre, Id., Alle origini della metropoli contemporanea, in Aa. Vv., Lombardia. Il territorio, l’ambiente, il paesaggio, vol. IV, Electa, Milano 1984, pp. 89-164.

[10] «a la [vita felice] nullo per sé è sufficiente a venire sanza l’aiutorio d’alcuno, con ciò sia cosa che l’uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non può. E però dice lo Filosofo [Aristotele] che l’uomo naturalmente è compagnevole animale. E sì come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, così una casa a sua sufficienza richiede una vicinanza [quartiere o sestiere]: altrimenti molti difetti sosterebbe che sarebbero impedimento di felicitade. E però che una vicinanza [a] sé non può in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e fratellanza con le circonvicine cittadi; e però fu fatto lo regno». Dante Alighieri, Convivio [1304-1307] IV, IV.

[11] C. Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, in «Il Crepuscolo», a. IX, nei fasc.: 42, 17 ottobre 1858, pp. 657-659; 44, 31 ottobre 1858, pp. 689-693; 50, 12 dicembre1858, pp. 785-790; 52, 26 dicembre 1858, pp. 817-821, ora anche in Id., Notizie naturali cit., p. 239.

[12] Ivi, p. 198.

[13] Ibidem.

[14] È un paradosso che, con Graziella Tonon, ho già messo in rilievo in riferimento agli scritti del Cattaneo sulla Lombardia. Vedi Consonni, Tonon, La terra degli ossimori cit. (in part. il capitolo Lo squilibrio microfisico ovvero l’ingannevole equilibrio della Lombardia cattaneana, pp. 72-92). Cfr. inoltre il mio La città di Carlo Cattaneo, in «Contemporanea. Rivista di storia dell’Ottocento e del Novecento», a. VI, n. 2, aprile 2003, pp. 383-387.

[15] Si tratta di una opinione divenuta “senso comune” in un largo settore della pubblicistica prodotta da architetti e urbanisti italiani in questo dopoguerra, parallelamente alla “scoperta” della dimensione intercomunale della pianificazione. Nel convegno sul tema La nuova dimensione della città. La città regione, tenutosi a Stresa il 19-21 gennaio 1962 (Ilses, Milano 1962), Carlo Aymonino, ad esempio, sostenne che in Italia tra le due guerre «[...] la dimensione della città era ben lontana dall'assumere proporzioni metropolitane [...]» (Da una sintesi dell'intervento ad opera di Giancarlo De Carlo, ivi, pag. l82); ma di citazioni analoghe di potrebbe riempire un volume.

[16] G. Romagnosi, Della ragione civile delle acque nella rurale economia […] , in Id., Della condotta delle acque e della ragione civile delle acque. Trattati di Giandomenico Romagnosi riordinati da Alessandro De Giorgi, vol. V, Perelli e Mariani, Milano 1842-1843, p. 1200.

[17] Ivi, p. 1201.

[18] Cfr. G. Consonni, G. Tonon, Casa e lavoro nell’area milanese. Dalla fine dell’Ottocento al fascismo, in «Classe», a. IX, n. 14, ottobre 1977, pp. 165-259 e Id., Milano: classe e metropoli tra due economie di guerra, in Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Anno Ventesimo, 1979-1980, Feltrinelli, Milano 1981, pp. 405-510.

[19] Cfr. Id., La terra degli ossimori cit., in part. le pp. 162-171.

[20] Rinvio al mio Dalla città alla metropoli. La classe invisibile, in Aa. Vv., Milano operaia dall’800 a oggi, a cura di M. Antonioli, M. Bergamaschi, L. Ganapini, Cariplo-Laterza, Milano 1993, vol. I, pp. 19-36.

[21]L. Cafagna, La formazione di una “base industriale” fra il 1896 e il 1914, in Aa. Vv., La formazione dell'Italia industriale, a cura di A. Caracciolo, Laterza, Bari, 1977 (1969), p. 124

[22] Il capoluogo lombardo può assurgere a un ruolo di caposaldo logistico dei flussi commerciali fra l’Italia e il Centro Europa grazie alle scelte operate sui trafori ferroviari: dapprima quello del Gottardo (1882), scelto in alternativa ai tracciati per il Lucomagno e per lo Spluga, e poi quello del Sempione (1906) che, scelto, a sua volta, in alternativa al Monte Bianco, privilegia ulteriormente Milano rispetto a Torino negli scambi con la Francia.

[23]C. Cattaneo, Sui dazi suburbani di Milano. Lettera (III), ne «Il Diritto», 7 settembre 1863, ora anche in Id, Scritti sulla Lombardia, a cura di G. Anceschi e G. Armani, Ceschina, Milano 1971, vol. I, p. 440.

[24] C. Cattaneo, Sul progetto d’una piazza pel Duomo di Milano, ne «Il Politecnico», a. I, fasc. III, marzo 1839, ora in Id., Scrittisulla Lombardia cit., vol. II, p. 653.

[25] G. Colombo, Milano industriale, in Mediolanum, Vallardi, Milano, 1881, vol. III, p. 51. Cfr. V. Hunecke, Cultura liberale e industrialismo nell'Italia dell'Ottocento, in “Studi Storici”, a. XVIII, n. 4, ottobre-dicembre 1977, pp. 23-32. Cfr. Consonni, Tonon, La terra degli ossimori cit., in part. le pp. 118-127

[26] R. Musil , Der Mann ohne Eigenschaften, vol. I, Rowohlt Verlag, Berlin 1933, trad. it.: L’uomo senza qualità, vol. I, Einaudi, Torino 1982 (1a ed. 1957), p. 147.

Una nota di Fabrizio Bottini, da Megachip

Che la “questione sicurezza”, soprattutto quella immaginaria o comunque percepita, venga sbandierata in modo strumentale, nessun dubbio. Nella sua declinazione urbana, si accompagna in modo classico e quasi automatico a vari processi, più o meno legati alla speculazione edilizia e/o a un’idea generale di città espressa dai ceti dominanti.

È abbastanza noto come fra i vari motivi degli sventramenti ottocenteschi ci fosse la possibilità per la polizia di spostarsi rapidamente (per l’attacco o la ritirata) lungo i larghi boulevards. E anche quando il nemico è più subdolo come il colera di Napoli nell’Italia postunitaria, le campagne giornalistiche, le decisioni politiche, le conseguenti trasformazioni urbanistiche, portano sempre lo stesso marchio: la sicurezza (dalla malattia, dal crimine, dal degrado variamente inteso) usata come leva per imporre in punta di ruspa un’idea di città.

Passano gli anni, alle cariche a cavallo e alle ruspe si sostituiscono – a volte - altre cose, ma la sostanza sembra non cambiare di molto. Nel caso specifico del “problema Chinatown” a Milano, al centro di tutto c’è proprio l’idea di città, o meglio di metropoli, espressa storicamente dalla destra, e non necessariamente da quella politicamente targata così. Che si riassume in una forma piuttosto rozza di segregazione e speculazione, dove ognuno deve stare al suo posto: i quartieri terziari, la cosiddetta downtown, anche se non ha (ancora) i grattacieli; una fascia di quartieri ad alto valore immobiliare, magari con i divertimentifici alla happy hour e assimilati; poi la periferia in attesa di prossima promozione e valorizzazione, e ancora più fuori la città diffusa, parcheggio di tutto quanto non trova posto (ovvero non si vuole) nel proprio orticello.

La zona cosiddetta “Chinatown” è invece piuttosto eversiva rispetto a questo modello. È una di quelle zone che sarebbero piaciute alla studiosa americana di fatti urbani Jane Jacobs, scomparsa quest’inverno dopo mezzo secolo di lotte e libri famosi, tutti attorno ad un unico tema: la città come organismo complesso, ovvero non fatto di compartimenti stagni. La Jacobs contestava già negli anni Cinquanta le devastanti prospettive con cui osannati (allora e oggi) grandi architetti si volevano sostituire alla storia e alla società, dicendo solo: ma guardate! Guardate come funziona davvero un quartiere vitale, dove si abita, si lavora, si gioca, ci si incontra, si passeggia per strada e ci si conosce. Macché: il grande stratega degli spazi, e con lui il politico/amministratore che lo sostiene, di solito ha un proprio modello in testa.

Che nel caso del “quartiere cinese” non ci vuole molta immaginazione a prefigurarsi: basta passeggiare ad esempio verso la zona di Corso Como, non lontana, dove un’arteria storica su cui si affacciano dei cortili è stata totalmente prosciugata, e “valorizzata”. La questione quindi non è di composizione etnica, e neppure di generica efficienza urbanistica, ma di eliminare una pericolosa sacca di città vera e vitale, dove appunto si fanno tutte le cose della vita. A volte si potrebbero far meglio, ma non sta qui il punto. Un collega urbanista, Luca Tamini, ha fatto uno studio piuttosto interessante su quella zona, concludendo come ha dichiarato in una intervista al Giorno che qui sta nascosta “un’alternativa all’odierno quadrilatero di Montenapoleone”. Una ipotesi intelligente e lungimirante, che però forse non fa i conti col modello della Grande Milano accennato sopra: dove finirà tutto il resto, tutto quello che non ci azzecca con stilisti, modelle, mogli degli evasori e compagnia bella?

La risposta tecnica è già emersa: le attività all’ingrosso deportate in un polo specializzato nell’area metropolitana. Sempre per citare gli americani, che ahimè sono sempre più avanti di noi anche nelle porcherie, c’è un acronimo significativo: LULU. Che sta per Locally Unwanted Land Use, un uso dello spazio che non si vuole, e che va “altrove”, di solito dove lo si può imporre. In punta di ruspa, come negli antichi sventramenti, e magari anche con l’intervento della forza pubblica. E la cosa vale per tutte le altre attività unwanted, compresa ad esempio la residenza non ricca. Insomma, quanto ha ragione Filippo Azimonti, a dire che la sicurezza c’entra come i cavoli a merenda! Salvo, che come scusa per l’operazione di sgombero strisciante su larga scala. Nome in codice: LULU.

Nota: sul tema del "quartiere cinese" di Milano, vari articoli sia su Eddyburg Città Oggi / Milano, che su Mall Spazi del Consumo. Un "contributo" particolare quello di Franco Mancuso

Filippo Azimonti, Ma non è un problema di sicurezza, la Repubblica/Milano, 20 maggio 2007



Perché la comunità cinese di Milano è finita nel «patto sulla sicurezza» firmato venerdì dal sindaco Letizia Moratti e dal viceministro dell´Interno Marco Minniti? Si direbbe per la rivolta di Chinatown, per quelle bandiere della Repubblica popolare sventolate su un quartiere presidiato per la protesta contro il pugno di ferro usato dai vigili contro i traffici che vi si svolgono quotidianamente. Che l´amministrazione, evidentemente, interpreta come un attentato alla sicurezza della città. Declinando l´allarme del ministro Amato sul pericolo rappresentato dalle comunità ad etnia unica rispetto all´orizzonte multietnico che si impone per rendere efficaci le politiche di integrazione, in una salsa ambrosiana francamente imbarazzante.

Perché i cinesi in via Paolo Sarpi ci sono dal 1920: la più antica comunità d´immigrazione nella storia italiana; perché i cinesi la loro Chinatown se la sono comprata mattone per mattone dagli italiani che gradivano il pagamento in nero e in contanti di case ed officine; perché i cinesi non aggrediscono le vecchiette per strada. E allora è perché i cinesi bloccano il traffico con le loro mercanzie, fanno concorrenza sleale agli italiani (che Milano però l´hanno abbandonata da tempo); o forse perché denunciano il razzismo strisciante dei loro vicini di casa e cominciano a contestare i loro – i nostri – amministratori. E così che la protesta, l´orgoglio etnico, la capacità imprenditoriale si trasforma in un problema di sicurezza? Che si affronta come se la comunità cinese fosse quella Rom: allontaniamoli dalla città, non facciamoli più vedere, cacciamoli ad Arese, e facciamoli pure pagare, perché i cinesi, al contrario dei sinti, i soldi li hanno. Li hanno, ma sanno anche usarli.

Essendo loro degli imprenditori con alle spalle 4mila anni di affari e commerci, ci hanno già pensato da soli. E infatti stanno colonizzando altre aree della città con gli stessi metodi, sul filo della legalità, sperimentati con successo in Paolo Sarpi: viale Padova, viale Monza via Mac Mahon, Affori. Che hanno scelto in base a prospettive di investimento, logistiche, piani di sviluppo che ci sono ignoti ma che difficilmente baratteranno con un´area industriale dismessa offerta per di più a caro prezzo da una qualsiasi amministrazione. Perché loro navigano nel mercato, spregiudicatamente; l´amministrazione nel pregiudizio.

Chinatown non è il folklore multietnico della romana Piazza Vittorio. Non avrà un´orchestra di successo, ma coltiva affari di successo. E con gli affari, lavoro nero, immigrazione clandestina, ricatti e sfruttamento su un modello non troppo lontano da quello del caporalato edile della Bergamasca. Hanno imparato da noi come si fa impresa, aggirano come noi le leggi dello Stato, accumulano come noi fondi neri, sfruttano come noi la manodopera immigrata. E non per questo vengono sanzionati, ma per i furgoni in seconda fila. Uno strano criterio di legalità. E di sanzione.

E allora bisognerebbe dire la verità: che Chinatown è un luogo dell´investimento estero in Italia, quello che ci piace se è targato Olanda (ma non ci piace neanche quello perché minaccia l´"italianità" e poi loro sono protestanti) ma molto meno se si fa in maglietta spingendo 100 kg di borse molto probabilmente contraffatte bloccando il traffico in una strada che non è più italiana da almeno 20 anni. L´illusione è normalizzare la situazione dimenticando che quella che era una comunità di "profughi" dalla Cina comunista oggi ha riallacciato i rapporti con la madrepatria. Che non è la Romania ma la terza potenza mondiale. Che potrebbe dispiacersi apprendendo che i suoi cittadini vengono trattati come delinquenti. E a chi non è sordo l´ha già fatto capire.

Al polo fieristico di Rho Pero, un seminario su “L’emergere delle nuove città dalla trasformazione delle aree industriali dismesse” ha inaugurato il 22 maggio Expo Italia Real Estate, la principale fiera italiana dedicata allo sviluppo immobiliare; in programma, interventi di Federico Oliva, Roberto D’Agostino, Lanfranco Sen, Joan Busquets, William Kistler e una tavola rotonda (“le Città a confronto”) cui partecipano una fitta schiera di sindaci (Milano, Roma, Venezia, Bari, Barcellona, Lione, Francoforte, Toronto,..) e il Presidente della Provincia di Milano. Conclude il Presidente della Regione Lombardia, mentre il saluto di apertura spetta al Presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti.

La Rete dei Comitati Milanesi sottoscrive nei giorni precedenti all’evento un appello, rivolto al Presidente della Camera, dove denuncia in maniera circostanziata la rovinosa cementificazione in atto a Milano. Ma partecipare al seminario costa caro: 200 euro. E, come sempre nelle iniziative ufficiali milanesi, la partecipazione della società civile è rigidamente bandita.

In una mattina assolata, il Presidente della Camera prima di recarsi in Fiera decide, “per ragioni non personali, ma perché il compito delle istituzioni è anche di mettersi in ascolto delle popolazioni”, di incontrare la Rete dei Comitati nel giardino di via Confalonieri: uno spazio di verde pubblico di prossimità molto frequentato dagli abitanti dello storico quartiere Isola. Sono già in corso gli scavi per la costruzione dell’ennesimo parcheggio sotterraneo; il primo atto della realizzazione del Piano Integrato di Intervento Isola Lunetta progettato da Stefano Boeri su incarico del gruppo Hines Italia: un progetto che, malgrado i rendering seduttivi e la retorica partecipativa, ha ricevuto critiche severe dai cittadini e dalle loro associazioni (Fig. 1 e 2)

Sullo sfondo si staglia la Stecca degli Artigiani, già per metà demolita dopo il blitz salvifico della polizia contro gli spacciatori di cui si sono occupate le cronache milanesi delle ultime settimane, evidenziandone in particolare la tempistica molto favorevole all’avvio dei cantieri (Fig. 3).

Nel definire le strategie di riuso delle aree dismesse, occorre un progetto pubblico per la città che valorizzi la partecipazione delle popolazioni, i veri “esperti per esperienza”, sottolinea il Presidente della Camera: un progetto che salvaguardi le identità locali e ponga al centro il tema della inclusione sociale.

Questi temi sono stati probabilmente anche al centro degli interventi di molti sindaci di città europee invitati alla tavola rotonda in Fiera. Ma dopo l’ormai rituale evento internazionale, in Fiera si attendono i fatti: nuovi finanziatori per le formidabili opportunità di sviluppo del mercato immobiliare che le amministrazioni locali, grazie alla deregulation urbanistica in atto nel nostro paese, stanno mettendo a disposizione a piene mani.

Le parole del Presidente della Camera suonano come una generoso auspicio al quale si spera facciano seguito molto presto decisioni fattive da parte del governo in carica: in particolare, la rapida approvazione di una legge urbanistica che ricostituisca un quadro di regole ancorate al bene comune e ad una corretta applicazione del principio di sussidiarietà, e la istituzione delle Città Metropolitane.

Ma a quell’auspicio si contrappone a tutt’oggi, soprattutto a Milano e in Lombardia, una visione miope e municipalistica dell’azione pubblica che sta determinando una inesorabile e inarrestabile corsa alla cementificazione di risorse territoriali preziose e irriproducibili.

Nota: per chi vuole saperne di più sul declino di Milano, si consiglia un bel libro sull’imbarbarimento, anche urbanistico, dell’ ex capitale morale: Luigi Offeddu, Ferruccio Sansa, Milano da morire, Milano, Rizzoli, 2007; di seguito un articolo con la cronaca della visita di Bertinotti e poi scaricabile il Comunicato dei Comitati (m.c.g.)

Stefano Rossi, Bertinotti fra gli abitanti dell’Isola: “la politica deve ascoltare la gente”, la Repubblica cronaca milanese, 23 maggio 2007

Il presidente della Camera può stare seduto a un tavolo in mezzo a un giardinetto alle nove e mezza di mattina, a parlare con la gente senza formalità. Un quadretto da democrazia scandinava divenuto realtà ieri all´Isola, dove Fausto Bertinotti ha incontrato i cittadini a fianco della Stecca semidistrutta. Ha ascoltato molto e preso parecchi appunti con la sua Mont Blanc, prima di dire la sua. I rappresentanti dei comitati, dai quali era partito l´invito, hanno illustrato il loro cahiers de doléances: l´Isola, la trasformazione del recinto urbano della Fiera, un senso di scollamento fra cittadinanza e istituzioni per cui cento comitati milanesi in lotta denunciano l´insufficienza della politica.

Bertinotti ha affrontato il tema appena l´altroieri e la sua diagnosi non è diversa da quella dei cento milanesi che lo circondano in via Confalonieri. La politica non sa dare risposte alle necessità della gente, aveva detto a Roma. All´Isola esordisce così: «Il compito di chi rappresenta le istituzioni è ascoltare la popolazione». Non entra nel merito delle singole questioni urbanistiche, però ha un ricordo di Milano: «Ho visto mia madre allegra come non mai quando ci portarono l´acqua corrente nella nostra casa di ringhiera in periferia». E dunque, «non ho personale nostalgia per la città di ieri».

Nulla da dire nemmeno sulla necessità di fare spazio agli operatori privati («il loro ruolo è rilevante»), tuttavia la «crisi di identità» di Milano è certa e trova la sua causa («me lo dicono persone certo non di sinistra»), nella scomparsa della classe operaia. Questo malessere si riflette nell´aspetto di questa come di altre città: «È fallita l´urbanistica contrattata con la politica. E la progettazione ambiziosa e coraggiosa degli anni Sessanta ha subito grossi smacchi, costruendo quartieri nei quali gli abitanti, al posto del paradiso, hanno trovato un brutto purgatorio».

Dopo «troppi anni di prevaricazione del mercato sulla politica», il modello di sviluppo deve cambiare nel segno della «coesione e inclusione sociale» e del contributo di «comunità scientifiche allargate». Composte di esperti, certo, ma dati i precedenti poco incoraggianti, anche di persone «con l´esperienza di vivere» nel loro quartiere. «Non sono un assolutista - è la conclusione di Bertinotti - la qualità del vivere sia non il solo ma uno dei parametri. Fatemi vedere come vivono i bambini, se possono giocare insieme il progetto è buono».

Il presidente se ne va dal giardinetto appena finito dalla Hines. Intorno si vedono i cantieri della Hines, con la quale dieci associazioni su undici e gli otto artigiani della Stecca hanno trovato un accordo per trasferirsi in zona. Hines ha modificato il progetto e presentato al consiglio di Zona il piano per il verde: «Non si può dire che non dialoghiamo con il quartiere, qualche irriducibile ci sarà sempre». All´Expo Italia Real Estate della Fiera a Pero-Rho, dove Bertinotti dice le stesse cose, l´assessore all´Urbanistica Masseroli risponde così: «Sviluppo condiviso con la cittadinanza? È quanto stiamo facendo».

Comunicato dei Comitati

L’incubo del mattone senza regole

di Maurizio Bono,

Sarà che dopo quarant’anni il risveglio è brusco, ma sembra un incubo il modo in cui Milano, la grande città europea più incapace dalla fine del dopoguerra di mettere all’ordine del giorno il proprio rinnovamento urbano, adesso rischia di trasformarsi in un unico sfrenato cantiere. La proposta della società proprietaria dell’ippodromo di San Siro di lottizzare piste, trotto e scuderie, nella sua disarmante franchezza ha un pregio: non tira neppure in ballo (per adesso) il fascino dei grattacieli e della crescita metropolitana nel terzo millennio, si limita a fare quattro conti. L’ippica e le scommesse non vanno più bene come una volta? Pazienza, si cambia ramo. E se vuoi vendere 155 ettari di verde in piena città a chi offre di più, scartata la tentazione proibita delle coltivazioni di oppio, non ci vuole un genio per pensare al mercato del mattone. A questo punto, però, a qualunque latitudine abitata gli amministratori pubblici porrebbero un problema. E sarebbe bello poter essere certi che presto succederà anche da noi.

Gli argomenti per scartare anche la sola ipotesi (anziché buttare lì un "vedremo" che non può che far crescere le preoccupazioni) sono tanti e seri. Il primo è quello generale - ma vero - che a Milano il verde manca più dello spazio per costruire nuove case, e che è da folli distruggere il poco che c’è prima di aver risanato tutte le aree dismesse, le zone ancora piene di macerie, gli angoli da bonificare dal pattume delle vecchie industrie. Dove, in ogni caso (perfino nei più discussi tra i tanti cantieri già aperti, Varesine, Garibaldi, Fiera, Isola, Montecity...) il rapporto tra cubature di cemento e nuovo verde messo a disposizione della collettività resta il criterio universalmente accettato in occidente per stabilire la qualità di un progetto.

Ma prima ancora, e senza limitarsi al valore senza prezzo del verde, un freno alla tumultuosa ed entusiasta conversione dell’intera Milano in una gigantesca area di residenze e uffici dovrebbe venire dalla consapevolezza che una città non è fatta solo di condomini e palazzi.

Il cahier des doleances su tutto ciò di cui Milano ha urbanisticamente bisogno e che non ha, è così noto che potrebbe sottoscriverlo tanto i partecipanti alla fiaccolata del sindaco che i centri sociali: parchi, piscine, impianti sportivi, piste ciclabili, ma anche case popolari a basso prezzo per evitare lo scandalo dei subaffitti capestro ai poveracci, case per gli studenti in modo da attirarli in quella che si vorrebbe capitale dell’innovazione. E magari spazi adatti ai commerci all’ingrosso (dei carrellini cinesi ci si è già scordati?), un ortomercato gestibile (ci si è già scordati anche degli arresti?), zone nuove accettabili per il divertimento e un risanamento radicale, con la riduzione della concentrazione spontanea dei locali, in quelle super congestionate dei navigli e del centro dove la notte nessun dorme.

Cosa c’entra tutto ciò con i grandi cantieri della trasformazione urbana? Pochissimo, e il problema è proprio questo. Perché man mano che le fabbriche dei grattacieli prendono l’abbrivio e ad esse si aggiungono addirittura idee assurde come lottizzare i galoppatoi, è sempre più evidente che agli interessi-guida (in sé spesso legittimi) di speculatori e sviluppatori immobiliari non fa da contrasto nessuna capacità dell’amministrazione pubblica di ottenere in cambio di meditate e ragionevoli autorizzazioni ciò che alla città serve davvero. Fino al paradosso di ricevere dagli immobiliaristi, naturalmente a scomputo degli oneri, scintillanti musei griffati, auditorium ed eleganti show room che diventano fonte di imbarazzo per assessori che non sanno che farne, non avendo comunque in bilancio neppure i fondi per tenerli aperti. Ma si sa, fare i difficili coi buoni affari è antipatico, tagliare molti nastri è un piacere.

Torna a rischio il verde di San Siro

diGiuseppina Piano

Un grande parco e dei palazzi residenziali al posto di scuderie e ippodromo. La Snai, la proprietaria di tutta l’area ippica di San Siro, torna alla carica con il suo progetto di sempre: traslocare corse del trotto e cavalli e vendere un milione di metri quadrati, che messi dove sono valgono oro. Un progetto mai andato in porto, perché il Comune non ha mai concesso la variante al piano regolatore che darebbe via libera all’edificazione di case. La Snai ci riprova. E da Palazzo Marino l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli apre alla trattativa: «Pronti a discutere. Ma con un punto fermo: qualsiasi operazione deve avere un preminente interesse pubblico».

Non un sì. Ma neppure un no. E basta parlarne che dall’Unione la risposta è la trincea: «Mobilitazione» contro la «ripresa di forti pressioni speculative sulle aree», promettono subito i Verdi con Enrico Fedrighini. Che al sindaco e alla giunta manda a dire: «Hanno uno strumento semplice per mettere a tacere qualunque illazione: porre un vincolo urbanistico sull’intera area». «Non sappiamo se ci sarà un nuovo Piano regolatore che possa permetterci l’intervento. Se dovesse avvenire saremo pronti a trasferirci», riapre intanto il pressing sul Comune la Snai con il presidente Maurizio Ughi. In Comune in realtà il progetto proposto per quel milione di metri quadrati non è ancora arrivato, e l’assessore Masseroli avverte che «quello è un polmone verde fondamentale su cui bisognerà ragionare con grande attenzione». La trattativa per arrivare a un futuro diverso però si può fare.

Ma che cosa vorrebbe Snai? Tenersi solo un terzo del milione e mezzo di metri quadrati che ha oggi a San Siro, tenersi l’ippodromo del galoppo che è vincolato come monumento storico e che dunque non si potrà mai abbattere. E vendere il resto: l’ippodromo del trotto a fianco del Meazza, le scuderie, le piste di allenamento. La società ippica ha già dato un’opzione di cinque anni sull’acquisto alla società immobiliare Varo, la stessa che come advisor adesso tratterà con il Comune per ottenere il necessario via libera urbanistico a un’operazione che potrebbe valere oltre 300 milioni di euro. Per farci cosa? Già nel 2005 la società fece elaborare un progetto di riqualificazione dell’area all’architetto Stefano Boeri. Prevedeva di creare un grande parco al posto dell’Ippodromo del trotto ma anche delle abitazioni lungo il perimetro, un albergo e altri servizi di supporto al Meazza e agli appassionati di calcio (ristoranti e bar, negozi di merchandising). Il progetto, adesso, sarà rivisto ma resterà la sostanza: parco e verde, case, servizi per lo stadio.

Lo scoglio invalicabile da superare è il piano regolatore che prevede lì verde e attività sportive. Ma il piano regolatore, se il Comune volesse, si può cambiare. C’è da convincere Palazzo Marino, dunque. E lì non c’è solo l’assessore Masseroli che vuole andare a vedere le carte. Anche il collega Giovanni Terzi, assessore allo Sport, guarda con cauto interesse a un progetto che potrebbe influire sulla sempre rimandata vendita del Meazza a Milan e Inter: «Stiamo ragionando sul futuro dell’area e sulla cessione dello stadio. Valuteremo anche questa proposta».

Io ve l'avevo detto qualche settimana fa. S.O.S. da Milano, venite a salvarci. E voi: niente. Se volete ve lo dico in cinese!

Uno. Può seriamente Milano candidarsi all'Expo, scintillante vetrina del mondo, se non sa dove mettere 15 mila cinesi? Nel dubbio, raccoglie soldi con le multe ai cinesi.

Due. Il problema, a quanto pare, è spostare i cinesi che si ostinano ad avere i magazzini in una zona a ridosso del centro. La deportazione dei cinesi. Bisogna trovare un'area per l'ingrosso dei cinesi: qualcuno a Milano ha già gli occhi a forma di dollaro, e non è cinese per niente.

Tre. Generosamente il comune di Milano si offrirebbe di fornire l'area, ovviamente con «un introito alle casse dell'amministrazione». In cinese si legge così: ti rompo i coglioni finché non mi dai dei soldi.

Quattro. La città non è nuova alle deportazioni di massa. Dal centro alle periferie quando si è terziarizzato il centro. Poi il quartiere Garibaldi ha cacciato i poveri e si è fatto fighetto: una finta Parigi come può immaginarsela un cumenda milanese. La stessa pulizia etnica su base di reddito è prevista all'Isola, quartiere popolare che sarà grattacielizzato. Favelas e baraccopoli sono in aumento.

Cinque. Interessante risvolto mediatico: appena i cinesi si sono incazzati per una multa, i giornali si sono riempiti di Dragoni, Triadi, affari loschi, mafia cinese e spaventosi reati. Non so in Cina, non so a casa Moratti, ma a casa mia (Milano) questo si chiama criminalizzare.

Sei. I cinesi hanno valorizzato una zona che cadeva a pezzi pagando tanto e facendo lievitare i valori immobiliari. Ora non servono più: il metroquadro decinesizzato varrebbe il doppio.

Sette. Nonostante Milano sia saldamente in mano alla peggior destra da quattordici anni, per veder sventolare una bandiera rossa abbiamo dovuto aspettare qualche bottegaio cinese.

Allora, venite a salvarci o no? (e non dai cinesi).

Nota: qualche altro dato, su questo stesso problema, dal Sole 24 Ore, e le " origini storiche" della questione

Carlo Masseroli è assessore allo sviluppo del territorio del Comune di Milano

Non c´è dialogo senza chiarezza. Ho letto molta confusione nel presentare la radicale svolta nella politica urbanistica che il Comune ha comunicato pochi giorni fa alla città. Un nuovo strumento capace di proiettare Milano come benchmark di riferimento nel quadro delle riforme urbanistiche, qualcosa che non è mai riuscito a nessuna grande città prima d´ora. Non solo è sfuggito il significato di questa comunicazione, ma non ne è stato nemmeno colto l´oggetto.

In questi giorni abbiamo dato avvio a un processo, presentando un contenitore non un contenuto. Questo non perché il contenuto non ci sia, ma perché il contenitore, e mi riferisco al Piano di governo del territorio, rappresenta la vera rivoluzione. Una proposta culturale che apre al definitivo abbandono del Prg.

L´abbandono di un disegno teorico e calato dall´alto, di un modello gerarchico ed estremamente rigido, che si è dimostrato nell´esperienza incapace di raccogliere la sfida della città, e per questo ideologico. Che si è dimostrato essere vincolo a qualsiasi strategia di sviluppo. Dalla sua approvazione al giorno d´oggi si sono rese necessarie più di 300 varianti per adeguare il piano ai differenti e mutevoli bisogni di una società in forte cambiamento, dal Piano casa alle varianti per il Passante ferroviario, dalla riqualificazione di aree dimesse alla recente conclusione del processo di pianificazione delle zone di recupero. Da qui la necessità di uno strumento nuovo: il Piano di governo del territorio, dove la flessibilità diviene occasione di verifica continua e confronto dinamico, capace di offrire una risposta adeguata alla realtà che per sua natura è in continua trasformazione. Tale innovazione dello strumento apre a una molteplicità di opportunità e di obiettivi di trasformazione che costituiscono una soluzione adeguata al problema della progettazione e pianificazione strategica del territorio in un contesto sociale ed economico caratterizzato da forti cambiamenti.

Tre i documenti fondamentali del Pgt: il Documento di piano, il Piano dei servizi e il Piano delle regole. Da un unico strumento che regola e pianifica si passa a tre, permettendo così la separazione tra gli aspetti regolatori che hanno effetti diretti sul regime dei suoli e gli aspetti programmatori e strategici. Per quali obbiettivi? Per quale città? Per quale sviluppo? Il Piano di governo del territorio individua un obiettivo strategico generale, il "miglioramento della qualità della vita a Milano". Migliorare la qualità della vita a Milano significa, ad esempio, differenziare e articolare l´offerta di abitazioni rispetto alle diverse tipologie di domanda, migliorare la dotazione di servizi alla persona, incrementare e potenziare la dotazione di verde curato e realmente fruibile, migliorare le condizioni della mobilità, sia per chi risiede a Milano, sia per chi a Milano viene per lavorare o fruire dei suoi servizi, ridurre il consumo di suolo, salvaguardare la sostenibilità ambientale e il contenimento energetico. Entrare nel merito di ognuno di questi temi e predisporre uno strumento semplice, flessibile e trasparente che sappia tradurre in modo efficiente la strategia in realtà fisica ed esperibile, è il lavoro che abbiamo scelto di condividere con le parti istituzionali e private, con tutta la città. Ascolto, raccolta di suggestioni e contributi, costruzione e condivisione di un progetto complesso e articolato per l´avvio all´elaborazione definitiva dei contenuti che daranno risposta a qualsiasi domanda.

Milano Cemento su cemento. Milano manda in pensione (a suon di pedate) il vecchio Piano regolatore della città, e prepara la sua «rivoluzione» urbanistica. Scompare la vecchia «destinazione di uso» che vincolava le aree urbane alla programmazione del territorio e fa il suo ingresso, in pompa magna, la «Borsa dei diritti edificatori». Tutta la città diventa potenzialmente edificabile e i diritti di costruzione potranno essere scambiati nel nuovo «borsino del cemento», come lo ribattezza Milly Moratti, consigliere comunale dei Verdi. Dino Buzzati sognava (e disegnava) un tappeto di erba in piazza Duomo. «Ora - ironizza ancora Moratti - manca poco che non arrivino con il calcestruzzo persino lì». Perchè il principio alla base del nuovo Piano di governo del territorio è quello dell'«autoregolamentazione del mercato». La «mano invisibile», roba da ridere a pensare che ormai anche i più convinti liberisti cominciano a dubitare della sua infallibilità.

Le linee di indirizzo del nuovo Piano sono state presentate dall'assessore comunale Carlo Masseroli mentre l'approvazione è prevista entro il luglio 2008. L'iter insomma è ancora lungo ma la filosofia di fondo è piuttosto chiara. Non si può dar torto allo stesso Masseroli che parla di una vera e propria «rivoluzione». La sua, naturalmente. Quella, per usare le sue parole, contro il vecchio piano regolatore rivelatosi «uno strumento iniquo che attribuisce i diritti edificabili in modo disomogeneo e con effetti di sperequazione». Ora infatti, precisa Letizia Moratti, «ci sarà la certezza dei diritti di tutti i privati, nel rispetto delle indicazioni del pubblico».

Quel che una volta si chiamava «programmazione», oggi diventano «indicazioni». Quanto, come e dove si potrà costruire in città, lo deciderà il Comune. Il nuovo Piano di governo del territorio prevede però, e questo è certamente uno dei punti più «rivoluzionari», la scomparsa della destinazione d'uso. Quello strumento cioè con cui il vecchio Piano regolatore (l'ultimo a Milano risale al 1980) pianificava, in funzione dell'uso, le volumetrie realizzabili. Ora, tutte le aree, verde incluso, diventano potenzialmente edificabili. La decisione spetterà naturalmente al Comune. Ma chi, per fare un esempio, avrà i diritti di costruzione su un area in cui il Comune lo vieta (un parco, per dirne una), quegli stessi diritti potrà rivenderseli. Dove? Alla «Borsa dei diritti edificatori», dove domanda e offerta dovrebbero incontrarsi. Se prima cioè, in un'area non completata poniamo, il costruttore poteva metter mano al calcestruzzo solo seguendo la destinazione prevista dal piano regolatore, domani potrà essere sufficiente fare un salto in Borsa, comprarsi qualche diritto vacante, ed ecco finalmente aggiungere due piani a un palazzo. Nel gergo tecnico, la possibilità di comprare e vendere diritti di costruzione, si chiama «perequazione». Ironia della semantica, perchè non è poi così difficile azzardare scommesse su chi, nel complicato marchingegno, si beccherà le plusvalenze. E nel mercato immobiliare, ormai si sa, non si tratta certo di noccioline.

L'opposizione milanese lamenta di essere stata fino ad ora per nulla coinvolta nella discussione del documento. «Lo strumento può essere valido - dice Natale Comotti, responsabile urbanistica per l'Ulivo - Dipende da come sarà gestito». «Non fa ben sperare - aggiunge - il fatto che manchi dalle linee di indirizzo un capitolo a sè stante dedicato al verde». I timori sono legati al Parco Sud, enorme area verde che tocca Milano ma complessivamente lambisce una sessantina di Comuni limitrofi. Lo stesso assessore Masseroli ha usato parole non troppo enigmatiche: «Su alcuni parchi bisognerà fare una riflessione, per valorizzare le aree lasciate nel degrado». Perciò, conclude Comotti, «è essenziale che il confronto sul nuovo piano avvenga nel quadro della città metropolitana e sia quanto più largo possibile».

«Il nuovo Piano non è che un modo per premiare chi ha comprato in questi anni terreni su terreni» sostiene invece Basilio Rizzo, consigliere comunale del Prc. Un po' come dare la possibilità a chi ha speculato, di passare all'incasso. «Il fatto poi che non ci sia più un limite all'espansione della città - aggiunge - darà il via ora ad una corsa all'accaparramento di terreni».

Postilla

“Più cemento nella Milano del futuro”, titolava ieri la Repubblica nell’edizione milanese. “Prende forma il piano per il territorio, all’insegna della deregulation. Scompaiono le destinazioni d’uso, nasce una Borsa dei diritti edificatori che i costruttori potranno scambiarsi fra loro”. Questa la notizia che il manifesto riprende. È lo sviluppo di una linea proposta da un esimio urbanista, Luigi Mazza, con il quale a suo tempo si aprì una dura polemica (vedi Nota sul modello milanese e Scambio di lettere con Luigi Mazza). Ma c’è del nuovo.

Se è vero, come scrive Sara Farolfi, che “l'opposizione milanese lamenta di essere stata fino ad ora per nulla coinvolta nella discussione del documento” e che secondo il responsabile urbanistica dell’Ulivo “lo strumento può essere valido” a seconda di come viene gestito, allora bisogna convenire che il morbo s’è impossessato dell’intero Palazzo.

L’Italia è in una morsa: se dal Sud avanza l’abusivismo e l’illeggittimità, dalla Capitale del Nord prorompe il trionfo dei “diritti edificatori” sulle regole della convivenza civile. Per salvarci che faremo? Denunceremo, e magari abbatteremo qualche ecomostro in più?

C´è un piccolo bosco, sparpagliato sui 250.000 metri quadrati del vecchio recinto della Fiera in corso di trasformazione. Si tratta di 122 alberi, collocati per lo più come filari sui viali interni, per i quali non c´è più posto. Citylife, la società partecipata da Generali Properties, Ras, Fondiaria-Sai, Lamaro Appalti e Grupo Lar, ha deciso di non abbatterli ma di spostarli. Aceri, platani, querce e tigli troveranno una nuova collocazione in zona Bonola, vicino al Consiglio di Zona 8, in via Mafalda di Savoia, al Parco Pertini. Citylife si farà carico per tre anni della manutenzione.

Il trasloco, che è già cominciato e sarà concluso entro la fine della prossima settimana, costerà 200.000 euro ma il valore stimato delle piante, 25 specie diverse fra i 10 e gli 80 anni di età, è il doppio. La pianta più alta raggiunge i 25 metri, il diametro massimo è di 125 centimetri. In media, l´altezza è di 10 metri per un diametro di 30 centimetri. Altri 47 alberi, lasciati dove sono, continueranno a vivere nel nuovo insediamento di case e uffici, mentre 68 verranno abbattuti a causa del precario stato di salute.

L´operazione non è semplice. Le piante sono state potate per facilitare il trasporto, le radici protette da una grossa zolla di terra e disinfettate, il tronco è stato avvolto in fasce di iuta per protezione. Tutte sono state numerate e per ciascuna è stata indicata la parte esposta a nord, perché possano essere rimesse a dimora con lo stesso orientamento. Le funzioni vitali, come la produzione di linfa, sono infatti diverse a seconda dell´esposizione: «Se non si fa così, scoppia la corteccia», chiariscono gli agronomi.

Come le 28.000 lettere spedite al quartiere «per presentarci come nuovi vicini di casa e spiegare cosa faremo», dice Ugo Debernardi, presidente di Citylife, il trasloco degli alberi cerca di sopire le polemiche. Debernardi definisce «strumentale» la definizione di verde condominiale affibbiata dai comitati dei residenti a un parco che, «con 2.000 alberi, sarà il terzo in città per estensione». Citylife dichiara 130.000 metri quadrati, di cui 94.000 di parte più naturalistica (il cosiddetto core green). I comitati considerano parco solo questa porzione. Dalla Guida ai parchi e giardini di Milano del Comune risultano più grandi Parco Lambro e Parco delle Cave (entrambi 1.350.000 mq), Parco Forlanini (750.000), Parco Trenno (585.000), Parco Sempione (450.000), Montestella (370.000), Parco Trotter (200.000), Parco Alessandrini (172.000), Giardini Pubblici (160.000).

I residenti: "Non è così Il cemento è ancora troppo"

Luisa Rigobon, del comitato Residenti Fiera, con questa iniziativa migliora il bilancio ambientale del progetto Citylife?

«Rimane un´occasione persa per tutto il nordovest della città. Uno spazio verde significativo nell´area della Fiera fra Parco Sempione, Montestella, Boscoincittà, Parco delle Cave creerebbe un unico grande polmone contro l´inquinamento e l´emergenza caldo. Non bastano 86.000 metri quadrati (dopo le ultime correzioni al progetto sono in realtà 94.000, ndr)».

CityLife vi aggiunge 37.000 mq di piazze alberate, la sistemazione di aree comunali come il Vigorelli e le piazze Giulio Cesare e VI Febbraio, da chiudere al traffico. Il verde condominiale è calcolato a parte.

«La valutazione di impatto ambientale della Regione del 15 dicembre 2005, con importanti prescrizioni su viabilità, verde, urbanistica, è stata ignorata. Addirittura, il piano integrato di intervento è stato approvato il giorno dopo: si possono edificare 115 mq ogni 100 di superficie, l´indice normale è di 60 ogni 100».

L´iter amministrativo ormai è concluso.

«C´è ancora un tavolo aperto fra Comune, Fiera e Citylife. I comitati non sono ammessi ma noi continueremo a fare pressione sul Comune perché verde frammentato del progetto venga ricompattato e ampliato, riducendo l´edificato. Questo è un piano urbanistico che si proietta nel futuro, dato che sarà finito fra dieci anni, ridisegna un pezzo di città ma è stato concepito con una mentalità vecchia».

Se Citylife accettasse di "spalmare" le volumetrie su un´area più ampia, recuperando 65.000 mq che peraltro sono ancora di proprietà della Fiera, i comitati sarebbero soddisfatti?

«Sarebbe un´ottima soluzione. Stiamo raccogliendo le 1.200 firme necessarie per una udienza pubblica, come prevede lo statuto comunale, con la partecipazione dei cittadini e della giunta. Il progetto può ancora essere modificato».

La Fondazione Fiera Milano ha costruito il nuovo polo fieristico di Rho-Pero, e ha ceduto buona parte dell’area urbana della "vecchia fiera", 255mila metri quadrati, a Citylife, una cordata composta dal gruppo Ligresti, Generali, Ras, Lamaro e Lar.

Su quest’area verranno costruiti quasi un milione di metri cubi, tra abitazioni e uffici, con 15mila presenze: una nuova città. Si tratta di un progetto dal valore complessivo di circa 2 miliardi, sull’ultima grande area disponibile in Milano. I promotori lo descrivono come un caso esemplare di collaborazione pubblico-privato: si tratta dunque di un tema di interesse generale e non solo locale.

Il progetto

Il progetto ha suscitato numerose e forti critiche, da architetti e urbanisti oltre che dai "comitati" dei residenti. (1)

Per inserire tanta volumetria in poco spazio sono stati progettati tre altissimi grattacieli, forse belli per Shanghai, ma del tutto estranei all’anima del quartiere, e, lungo il perimetro della "vecchia fiera", una cinta di case alte 14-20 piani che incomberanno sugli edifici circostanti. Al verde è lasciato solo poco più di un terzo dell’area, e in parte si tratta di verde "condominiale", incuneato tra gli edifici, per cui il tanto vantato "parco" sarà ancor più ristretto e per larga parte in ombra. Si prevede un drammatico peggioramento del traffico attorno all’area, già oggi congestionata, per gli accessi ai novemila parcheggi sotterranei. Eppure, secondo un’indagine dell’Ocse, Milano risulta la seconda peggiore tra trenta città europee quanto a inquinamento e congestione del traffico. Con progetti come questo la situazione è certo destinata a peggiorare.

Tutte le critiche derivano, a ben vedere, dal vizio originale del progetto: consentire una volumetria abnorme, con un indice di edificabilità doppio rispetto a quello normalmente concesso per altri PII a Milano. Ma è proprio grazie a questa volumetria che la Fondazione Fiera ha potuto ricavare ben 523 milioni di euro dalla vendita del terreno. La domanda che si pone è perché il comune di Milano abbia concesso questa volumetria abnorme, visto che la costruzione di uffici e case di lusso non si configura certo come un progetto di interesse pubblico.

La collaborazione pubblico-privato

Torniamo al tema della "collaborazione pubblico-privato".

All’origine esisteva l’Ente autonomo Fiera internazionale di Milano, pubblico, al quale lo Stato cedette, nel 1922, la vecchia piazza d’Armi in quanto ente "non con mire speculative ma di pubblica utilità". Nel 1999, con un accordo di programma si decise di costruire il nuovo polo fieristico di Rho-Pero e di dismettere buona parte dei padiglioni della "vecchia fiera". Successivamente, l’Ente Fiera si è trasformato da ente pubblico in Fondazione di diritto privato, l’attività fieristica è stata scorporata nella Fiera Milano spa (quotata in borsa), e la Fondazione è divenuta in sostanza una "immobiliare" ("privata") che affitta i padiglioni alla Fiera Milano spa.

Il contributo del "privato" è stata la costruzione del nuovo polo fieristico, che resta peraltro proprietà della Fondazione. Questa possiede immobili valutati, prudenzialmente, 855 milioni e varie partecipazioni, tra cui la quota di controllo della Fiera Milano spa. 160 milioni ai prezzi di borsa), a fronte di debiti a lungo termine per soli 164 milioni (bilancio al 30.6.2006). Si tratta dunque di una Fondazione ricchissima, senza che il suo statuto indichi alcun specifico scopo sociale. Questo patrimonio è stato "privatizzato" senza alcun compenso per il "pubblico", che pure aveva finanziato e sostenuto in molti modi l’Ente Fiera nell’arco di novant’anni.

L’ultimo "regalo" del "pubblico" è stata appunto la possibilità di valorizzare al massimo il terreno della "vecchia fiera", concedendo una volumetria che pur penalizza gravemente la città, e accettando che la scelta tra i progetti selezionati, dalla stessa Fondazione, fosse determinata esclusivamente in base al prezzo offerto. Visto poi che, per rispettare lo standard di 44 metri quadri per abitante, "mancavano" 106mila metri quadrati, il comune ha concesso di "monetizzare" queste aree pubbliche mancati al prezzo irrisorio di 242 euro al metro quadro. In teoria il comune dovrebbe incassare, tra monetizzazione e oneri di urbanizzazione, 98 milioni. Ma una volta scomputati gli oneri che Citylife sosterrà per l’urbanizzazione e gli edifici di interesse pubblico (Museo del Design e del Bambino, di cui non si sentiva proprio il bisogno), al comune non resterà pressoché nulla, mentre dovrà farsi carico di pesanti investimenti per adeguare la viabilità. È poi ora prevista anche una nuova linea di metropolitana con fermata alle "Tre torri", ottima iniziativa, che aumenterà il valore degli immobili (e quindi i profitti di Citylife), ma con costi a carico della collettività.

In conclusione, questo esempio di "collaborazione pubblico-privato" sembra essere stato impostato esclusivamente in base alla logica del profitto "privato", della Fondazione e di Citylife, addossando invece alla collettività notevoli costi finanziari e pregiudicando irrimediabilmente la qualità della vita di una delle migliori parti della città.

L’esempio di Monaco

Era possibile una soluzione diversa? Certamente sì, perché i numeri indicano che i costi del nuovo polo di Rho-Pero avrebbero potuto essere ampiamente coperti anche limitando alla metà la volumetria concessa e quindi il ricavo dalla vendita del terreno. Forse, al comune, hanno sbagliato i conti, oppure si sono semplicemente adeguati alla logica del profitto.

Anche la Fiera di Monaco ha lasciato la propria sede storica, 110 mila metri quadrati nel cuore della città, per trasferirsi in uno spazio più ampio, in periferia. In quel caso la Fiera ha restituito alla città il terreno che aveva ricevuto, e la città ne ha pianificato lo sviluppo, anche con la costruzione di case private ma con stretti vincoli: 27 per cento di edilizia sociale, 20 per cento destinate a famiglie giovani, densità in linea con quelle esistenti, servizi pubblici di quartiere, parco e museo. È un esempio che mostra come sia possibile contemperare l’interesse pubblico con la logica dei costi, laddove vi sia un ente pubblico deciso appunto a difenderlo.

(1) Per una rassegna stampa, si veda www.quartierefiera.org oppure www.residentifiera.it

Il degrado di Milano continua, è a macchia di leopardo e non risparmia né centro né periferia, ci manca solo un´unità di misura: la sua "magnitudo", come per i terremoti. Ci arriveremo. Il degrado può essere in due fasi od in un´unica soluzione. Se è in un´unica soluzione si tratta del tempo che passa combinato con l´incuria e la sciatteria. Se è in due fasi si tratta del degrado iniziale (fase 1) – degrado del progetto, sua cattiva esecuzione, incompletezza dell´opera – e del degrado successivo (fase 2), ossia l´inizio dello scorrere del tempo ovviamente combinato con la nota incuria e sciatteria. Un esempio tanto pregnante quanto clamoroso: Piazza Duca d´Aosta, il degrado in due fasi. Il progetto di sistemazione della piazza degli architetti Antonio Zanuso e Carlo Chambry vinse il concorso bandito dal Comune di Milano nel 1988. Il concorso riguardava la sistemazione di tutto l´asse che va dalla fine di Via Turati fino a Piazza duca D´Aosta – dunque anche Piazza della Repubblica e Via Vittor Pisani - con i due risvolti di Piazza Luigi di Savoia e Piazza IV Novembre. Si trattava di ridare dignità a un pezzo di Milano, forse l´unico della Milano moderna, stravolto dalle costruzioni della metropolitana e del parcheggio di Via Vittor Pisani. Ricordando vagamente la vicenda, mi sono fatto mostrare il progetto per confrontarlo con la realtà. Non mi stancherò mai di ripetere che il progetto d´architettura non è come il salame, non si taglia a fette secondo l´appetito o, meglio, l´estro dei pubblici amministratori.

Di quel progetto se ne realizzò solo una parte - poi vedremo come - quella di Via Vittor Pisani e Piazza Duca d´Aosta. Ecco il primo avvio del degrado: realizzazione parziale, in questo caso meno della metà. I lavori cominciarono che era sindaco Paolo Pillitteri, poi ci fu Piero Borghini, poi il commissario Claudio Gelati, poi Marco Formentini e l´inaugurazione nel ´96: sei anni di lavori per sistemare il parterre di Piazza Duca D´Aosta e Via Vittor Pisani. Ma nemmeno questa parte rispettò il progetto originario. L´esecuzione di quel poco fu pessima e oggi, a dieci anni di distanza si vede perché il tempo è giustiziere e l´uomo ci mette del suo. I rivestimenti dei muretti delle aiuole sono caduti in molti punti, le pietre del lastricato sono per la maggior parte rotte – dovevano essere spesse 6 centimetri e furono posate da 4 – e dove sono state sostituite non lo si è fatto con lo stesso materiale: la piazza ormai è un arlecchino.

Le panchine di progetto lungo la facciata della stazione sono state rimosse – ci dormivano i barboni che adesso dormono nelle vicinanze – i due filari di magnolie sono la testimonianza del pollice verde milanese – quelle vive stentano e quelle morte sono state sostituite con altre di diversa specie - ed alcuni gradini divelti giacciono (da anni) abbandonati qua e là come i paracarri originari in granito. Delle due rotatorie per i taxi se ne realizzò solo una. Le piante lungo Vittor Pisani non attecchiscono perché non c´è terra sufficiente. La ciliegina sulla torta (ma non è certo chiuso il lunghissimo elenco degli scempi) è il sentiero guida per ciechi, quello che dovrebbe condurli all´ingresso della Regione ma finisce contro il muro di cinta. Non c´è pietà per nessuno. Questa è la Milano delle "eccellenze" che si candida all´Expo nel 2015. Questa è la città che la giunta vorrebbe illuminare di più. Santa penombra.

All´unanimità abbiamo deciso di dedicare un parco ad Antonio Cederna…» Così l´assessore Vittorio Sgarbi, un uomo la cui intelligenza è travolta dall´ansia, al termine della riunione nella quale si è allargato il Pantheon della toponomastica cittadina. L´insipienza dell´unanimità o insipienti all´unanimità? Non c´è molta differenza.

Nell´ottobre del ‘96, a poche settimane dalla morte di Antonio Cederna, uno dei fondatori di Italia Nostra, il professor Carlo Bertelli in un suo scritto lamentava come questo lutto avesse trovato pochissima eco sui quotidiani. Poca o nessuna eco ha avuto poi nel 2006 la ristampa di Vandali in casa, il libro col quale Cederna definiva vandalo chi distrugge l´antico, chi spreme il territorio per ricavarne il maggior reddito possibile. La sordità di Milano, dice Bertelli, è che questa è una città di ingegneri e di architetti, difficile da mobilitare sulla rinuncia al costruire: una delle grandi opzioni di Cederna. Non per nulla nel 1957 il manifesto di Italia Nostra diceva: «Uno dei presupposti della modernità è appunto quello di sapersi adeguare alla scelte urbanistiche e quindi rinunciare, ove occorra, a costruire».

Cederna poi fu soprattutto romano e dedicò tanta attenzione ai problemi urbanistici della capitale. Perché ricordarsene a Milano adesso? Mi piacerebbe pensare non tanto alle miserie pattizie di questa Giunta ma a una sorta di "onore delle armi". Onore a chi combatté contro tutto quello che sta facendo l´attuale Giunta, che hanno fatto le passate e che senza dubbio farà in futuro. Nel 1958 sul Mondo, il giornale di Pannunzio, scriveva: «La speculazione è responsabile della crisi edilizia e degli alloggi, in quanto mantenendo i prezzi dei terreni più alti del dovuto costringe i costruttori a costruire solo case medie e di lusso». Più tardi, nel 1967, preconizzava uno «sviluppo indifferenziato lungo le principali arterie, loro saldatura in interminabili suburbi, crescita abnorme». Nel 1990, ricordando che il governo Craxi nel 1984 aveva parlato della svendita dei beni demaniali «con allegra metafora chiamati "gioielli di famiglia"», scrive: «Sono proprio questi immobili che non devono essere alienati, ma ceduti ai poteri locali per essere destinati ad usi di esclusivo interesse pubblico... Perché la difesa dei vuoti, delle pause urbane, l´utilizzazione nell´interesse generale di quanto non serve più agli scopi per cui fu costruito deve essere l´impegno di fondo di una pianificazione urbanistica che renda meno invivibili le nostre città». In giunta non è andata così, niente onore delle armi, un gesto troppo intelligente e civile, invece solo il tonfo nella trappola dell´ignoranza su Antonio Cederna. Morì avendo perso la sua battaglia e noi milanesi con lui. Solo una battaglia, non la guerra. Speriamo.

Alla vicenda della speculazione edilizia dell’area storica della Fiera di Milano è stata dedicata un’attenzione distratta e locale. Dopo il mio primo, isolato testo sul Corriere della Sera (giugno del 2004), la stampa si è poco interessata della questione, tutta affidata alle proteste della popolazione circostante il futuro insediamento ed alla coraggiosa battaglia condotta dall’architetto Sergio Brenna e dal suo gruppo. Solo di recente le pagine milanesi di Repubblica hanno ospitato alcuni articoli di severo e giusto giudizio di Beltrami Gadola, che ha scritto «dell’eccellenza del peggio».

Si è parlato anzitutto delle scandalose procedure di concorso ed istituzionali che hanno segnato il destino della più grande area centrale disponibile della città di Milano. Purtroppo il caso Fiera non è isolato ed a Milano altre decisioni su grandi aree sono state prese negli ultimi anni con una sottomissione acritica alle mode e con una totale indifferenza alla storia urbana della città.

Ma il problema ha risvolti che meriterebbero un’attenzione più ampia da parte del governo stesso ed in particolare del ministro per i Beni e le attività culturali. Non basta la giusta battaglia per la difesa delle città d’arte se poi si consentono errori duraturi che consegneranno ai posteri la testimonianza della nostra capacità di costruire immagini urbane rappresentative solo di una cultura mercantile.

Sappiamo bene che, nonostante l’Italia si vanti di essere il paese dei monumenti e degli artisti, la cultura della forma urbana conta assai poco (quando è separata dalla rendita turistica) e che il destino della qualità morfologica e di uso delle sue città e del suo territorio sembra essere l’ultimo dei pensieri che preoccupano la collettività. Anzitutto, credo, perché istituzioni e politici sono attraversati, per quanto riguarda l’architettura, da dubbi ed ignoranze tanto ampi da rendere i loro giudizi molto incerti e quindi indifesi rispetto alle pressioni delle convenienze finanziarie, alle opinioni dei falsi competenti ed alle celebrazioni multimediali. Ancor più perché la stessa connessione tra pensiero politico e pensiero culturale è andata perduta, coperta dall’idea di libertà dell’artista come pura assenza di limiti ancorché come progetto critico.

Sembra che basti vincere qualche ridicola sfida come l’accumulo in altezza delle costruzioni o un «Guinness dei Primati» per l’edificio più inutilmente strampalato per affermare che la modernità globalizzata, cioè in realtà la sua provinciale imitazione, ha finalmente raggiunto la città più laboriosa d’Italia.

Naturalmente vi è anche l’aspetto, niente affatto secondario, delle critiche specifiche che al progetto dell’area Fiera sono state fatte; non solo alla frammentazione che rende insignificante il verde pubblico, alla totale astrazione dei principi ordinatori del nuovo insieme rispetto al contesto urbano, o all’estetismo privo di qualsiasi necessità delle forme inutilizzate con un puro obiettivo di marketing, ma anche a causa dell’indifferenza con la quale gli stessi responsabili della cultura si rendono complici, con evidente superficialità, di una posizione che vuole ridurre la pratica artistica dell’architettura a pura immagine comunicativa, rappresentazione iperrealista dello stato delle cose come il migliore dei mondi possibili.

L’assenza di ogni distanza critica, o meglio la sua trasformazione in estetica generalizzata, fa inesorabilmente decadere non solo le pratiche artistiche eccellenti ma anche il livello dell’onesto mestiere, lo trasforma nella cattiva coscienza dell’efficienza in sé o nella frustrazione, fatale per l’architetto di oggi, dell’assenza di successo mediatico, mentre trasforma l’architettura stessa in una forma di intrattenimento visivo.

Credo che tutto questo non interessi solo chi pratica la nostra disciplina, preoccupato del suo stato di corruzione ogni volta ingentilito da ingannevoli rappresentazioni pubblicitarie dove l’estetica diffusa delle mode trionfa. E quando tutto questo è estetico il giudizio può dissolversi. Ma purtroppo non si dissolvono né a Milano ma anche nel resto del paese, gli edifici durevolmente costruiti a partire da queste ideologie.

Sullo scandalo della ex Fiera di Milano questo sito ha dedicato molti articoli di denuncia, fin dal marzo 2004: alcuni presi dalla stampa, altri in esclusiva per eddyburg: segnaliamo quelli di Sergio Brenna del 24 marzo 2004, del 12 luglio 2005, del 5 luglio 2006, di Lodo Meneghetti del 31 ottobre 2004, e l’eddytoriale del 12 luglio 2004.

MILANO - La battaglia per rilanciare il paese agganciandolo all´Europa si vince o si perde a Milano. Ma non all´interno dell´angusta cerchia dei Navigli e nemmeno allargandone i confini a livello provinciale bensì rivitalizzando una «regione urbana» che ospita oltre 7 milioni di persone, produce il 17,2% del Pil nazionale e comprende un bel pezzo di Lombardia (Lodi, Pavia, Varese, Como, Lecco e Bergamo) oltre alla provincia di Novara in Piemonte. Solo così la città-regione milanese, oggi al trentesimo posto nella classifica mondiale stilata dall´Ocse del pil pro-capite (35,6 mila dollari) delle aeree metropolitane, potrà recuperare posizioni. E quindi completare il passaggio dall´economia manifatturiera a una società fondata sull´economia della conoscenza. A patto, però, di avere «una governance» capace di guidare politicamente lo sviluppo superando sia la dimensione cittadina sia quella provinciale e regionale.

A disegnare le linee guida per un riscossa possibile della «regione urbana» milanese, è stata la «Territorial Review», un poderoso studio di circa 200 pagine realizzato dall´Ocse e anticipato ieri da Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano. La stessa Ocse che ha già stilato una Review per la città di Helsinki, la conurbazione Copenaghen-Malmo e quella di Vienna-Bratislava, quindi per Melbourne, Atene, Montreal, Città del Messico. Più recentemente, negli ultimi 18 mesi, ci sono stati rapporti sulle due megalopoli coreane di Seoul e Busan oltre che su Stoccolma e Newcastle. In ognuno di questi studi sono stati indicati punti di forza e di debolezza con un´attenzione particolare allo scenario competitivo internazionale e alla capacità di attirare talenti e investimenti da tutto il mondo.

In questo quadro la sfida lanciata all´area metropolitana milanese e tramite Milano all´intero paese è da far tremare i polsi. Si tratta di conquistare sul campo il ruolo di capitale regionale dell´Europa meridionale nella produzione dei servizi avanzati (finanza, editoria, comunicazione, marketing, fiere) e di consolidare il ruolo di capitale globale nella moda e nel design. Per raggiungere questi traguardi la regione urbana milanese dovrà competere con una serie di concorrenti del calibro di Vienna-Bratislava, Lione, Barcellona e Monaco. Un compito arduo perché su 38 aree metropolitane censite dall´Ocse Milano si trova in 27ma posizione per quanto riguarda la produttività, dietro ad aree come Vienna, Lione o Francoforte.

Che cosa può imparare la regione-urbana milanese dall´esperienza dell´Ocse nello studio delle aree metropolitane? Gli economisti dell´Organizzazione citano quattro pre-requisiti indispensabili per accelerare una crescita virtuosa.

1. Milano ha bisogno di una «visione» complessiva del suo sviluppo futuro e quindi deve individuare una strada precisa per raggiungere i propri obiettivi. «Le numerose iniziative sviluppate nell´area metropolitana», ammoniscono gli economisti dell´Ocse, «non sono coordinate e questo riduce clamorosamente il loro effetto». I leader locali, spiegano ancora i ricercatori, utilizzando le risorse economiche per gli investimenti devono comunicare ai cittadini «un´idea chiara» dello sviluppo futuro.

2. L´area metropolitana milanese ha bisogno di «una politica di brand», per imporre una buona immagine sul mercato internazionale. «Essere considerata una città inquinata e congestionata», osservano ancora all´Ocse, «riduce le possibilità di sviluppare l´economia della conoscenza». Un punto dolente, quest´ultimo. Perché all´interno di una classifica europea delle 30 città meno inquinate, Milano si trova al ventinovesimo posto. Solo Mosca è in una posizione peggiore della metropoli lombarda. Un elemento che non incoraggia i migliori talenti presenti sul mercato a trasferirsi nell´area milanese.

3. La terza raccomandazione riguarda la necessità di stimolare la consapevolezza di «essere una comunità» all´interno dell´area metropolitana.

4. L´ultimo consiglio, strettamente legato al precedente, è la «definizione di una propria dimensione territoriale» adeguata allo sviluppo di politiche locali efficaci. Una nuova governance, dunque, capace di superare Comune, Provincia e Regione come «condizione necessaria ma non sufficiente» per innescare lo sviluppo locale. E ricominciare a correre.

Nota: l'articolo non è firmato a seguito di una protesta dei giornalisti; di seguito è scaricabile il documento originale OECD "Policy Briefing" della ricerca citata, che contiene anche le indicazioni per reperire quello integrale (f.b.)

OECD_Milan_policybrief

Poco meno di 10.500 metri quadri di aree trasformate e in trasformazione, 6.350 metri quadri di verde e servizi, oltre 10 miliardi di investimenti in opere di trasformazione urbanistica.

Ieri il sindaco, Gabriele Albertini, ha snocciolato i numeri della rivoluzione urbanistica che sta cambiando la faccia di Milano. La serie di dati non finisce qui: secondo il rapporto «Abitare Milano» curato da Angela Airoldi e Lanfranco Senn per il Certet, centro di economia regionale dei trasporti e del turismo dell'università Bocconi, gli interventi urbanistici voluti dall'amministrazione hanno creato 13 miliardi di euro di valore aggiunto e 23 miliardi di euro di fatturato. Consistenti anche i risvolti sul fronte del lavoro. In tutto 265 mila gli occupati coinvolti, di cui il 50 per cento nel settore costruzioni, 15 per cento nei servizi alle imprese, 13 per cento nel settore alberghiero e commerciale.

«In questo enorme processo di riqualificazione ci siamo avvalsi del lavoro dei migliori architetti del mondo, i Brunelleschi e i Bernini dei nostri giorni», ha detto Albertini. Anche a questo si deve, secondo il sindaco, l'elevato costo delle abitazioni a Milano: «L'affitto di un appartamento nel deserto del Sahara ha un valore minore rispetto ad uno in Central Park». L'assessore all'Urbanistica, Gianni Verga, ha rivendicato l'aumento del verde cittadino: «Parafrasando Celentano: dove c'era il cemento oggi c'è un prato».

Verga ha anche incitato il prossimo sindaco a proseguire sulla strada intrapresa da questa amministrazione. «In nove anni abbiamo fatto più che in qualunque altro periodo storico», ha rivendicato l'assessore. A meno di colpi di scena di fine mandato, il prossimo sindaco erediterà l'attuazione del piano per la costruzione di 20 mila alloggi a prezzi e canoni moderati o sociali nelle aree comunali in passato destinate a servizi.

I bandi di gara per i privati che vorranno partecipare all'impresa dovranno sintetizzare un delicato equilibrio. Da una parte l'esigenza di alloggi a prezzi sostenibili. Dall'altra l'economicità dell'iniziativa per imprese e cooperative coinvolte.

Un commento di Lodo Meneghetti

Potrei commentare questa rassegna dettata in stile berlusconiano con una bibliografia dei miei interventi in eddyburg relativi a Milano. Qualcuno ricorderà i testi “milanesi” fra quelli che diedero luogo al libretto Parole in rete (aprile 2005, presentato nel sito), o i più recenti compresi nelle Opinioni. Altro che “Milano è più bella”! Città tradita, rovinata, disastrata grazie all’opera, in concerto o in baraonda, di amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, commercianti. Beh, potreste spendere un quarto d’ora e leggere, degli ultimi, Perché no un parcheggio dentro il Duomo (giugno 05), Avere non avere casa a Milano (marzo 06), È l’auto il nemico numero uno della città (gennaio 06). Comunque fa ridere, se non rabbia, veder elencare numeri su numeri e auto-imbrodarsi di lodi, sindaco Albertini e assessore Verga, quando chi è davvero cittadino di Milano, cioè ci vive da sempre o da decenni, non fa altro che rimpiangere la città civilmente funzionante, affabile, anche bella nonostante le botte – in ogni senso – subite a cominciar dalla ricostruzione post-bellica. E poi nei numeri dichiarati ci dev’essere uno sbaglio oppure non sanno qual che dicono: mi riferisco alla prima riga del messaggio: 10.500 mq di aree sono solo un ettaro (sui 18.100 del territorio comunale), 6.350 di verde e servizi, sei decimi di ettaro. Stiamo sul loro terreno: chi sarebbero “gli occupati coinvolti”? Milano si è spopolata, salvo una certa fresca ripresa demografica dovuta a immigrati extra-comunitari. I cacciati dalla città, proprio a causa del mercato delle abitazioni liberista ossia perverso, rappresentano i forzati del pendolarismo. Ogni mattina entrano dai confini comunali 800.000 automobili, la ferrovia Nord, le linee statali, gli autobus interurbani scaricano centinaia di migliaia di commuter, li ricaricano alla sera. La città oggi tutta terziaria, finanziaria e commerciale, li considera pura merce. E non funziona, è schizofrenica, ce n’è una “del giorno” di due milioni e mezzo di abitanti e una “della notte” che è la metà.

Siamo all’arroganza, quasi all’insulto: capito l’Albertini? Giusti gli affitti alle stelle. Se volete stare a Milano dovete essere ricchi, io vi do i grattacieli dei nuovi Brunelleschi e Bernini: che sarebbero in primis il terzetto Hadid-Isozaki-Lebeskind al servizio del gruppo d’imprese Generali-Ligresti-Lanaro-Grupo Lar Desarollos Residentiales: il Central Park consisterebbe nel residuo di verde disperso sull’area ex Fiera dopo la realizzazione, appunto, dei tre mostruosi grattacieli previsti dagli architetti insieme a un circondarello di altri alti edifici, il tutto contestato senza tregua dai residenti prossimi. Intanto la giunta, invece di assegnare gli alloggi pubblici risistemati nelle case di proprietà comunale in zone pregiate, vuole venderli per ogni intero blocco-edificio a speculatori immobiliare e, semmai, realizzare, come dove quando non si sa, alloggi “popolari” nelle periferie più marginali. E peggio se cancellando le aree desinate ai servizi sociali.

“In nove anni abbiamo fatto…”. Sì, hanno abbattuto alberi e scavato enormi parcheggi sotterranei in piazze e viali anche centralissimi, sottraendo bellezza agli abitanti e invitando le auto a rimpiazzarla, hanno concesso migliaia e migliaia di spaventevoli interventi per il presunto ricupero dei sottotetti in ogni tipo di case, anche in bei palazzi dell’eclettismo, del Novecento, del Liberty, spesso effettivi sopralzi di un piano con nuovi tetti cuspidali. La nostra linea del cielo, patrimonio dei cittadini resistiti ancora volenterosamente propensi a girare la città guardando col naso all’aria l’altrettanto resistita architettura, è persa. Quanto alla vocazione degli amministratori ad occuparsi del traffico all’incontrario, vale a dire nulla fare per restituirci un po’ della vita perduta a causa del traffico privato in sé e del conseguente colossale inquinamento dell’aria, non ho più parole; a furia di protestare la gola è seccata, le corde vocali sono gonfie.

Lodo Meneghetti, Milano, 21 aprile 2006

Design, mobili, arredi stanno raccontando al mondo la creatività di Milano. È un peccato, però, che la medaglia presenti un rovescio. La mattina è un supplizio raggiungere il polo di Rho-Pero. Come accaduto per manifestazioni precedenti, code e intasamenti rendono impraticabili le strade intorno, fanno salire la tensione di operatori economici e abitanti, trasformano un fiore all'occhiello quale la nuova Fiera in oggetto di disagi e di invettive. È incredibile come Milano non riesca più a far quadrare politicamente ciò che il buon senso sarebbe stato sufficiente a rendere lapalissiano: le realizzazioni vanno coordinate. Per cui se si decide di portare fuori dalla città un'impresa delle dimensioni e delle capacità di richiamo della Fiera occorre ripensare e pianificare l'intera area. Altrimenti, se con una mano si attrae e con l'altra l'opera non viene resa gestibile si producono danni difficili da calcolare eppure reali. Qualche giorno fa su «Il Sole-24 Ore» Aldo Bonomi riferiva di una viaggio in Cina insieme a un gruppo di operatori proprio del mobile e mostrava le meraviglie che quel Paese sta facendo in termini di servizi espositivi. La risposta di Milano è la congestione di un pezzo di città e di hinterland? Agli imprenditori va bene di reggere la concorrenza con l'Asia in queste condizioni?

È difficile accettare che Milano non abbia un piano territoriale metropolitano, non riesca ad elaborare una idea di città pensata su un arco di dieci- vent'anni e secondo una visione strategica che riconosca e assegni funzioni, definisca servizi collettivi, disegni e organizzi il soddisfacimento dei bisogni, faciliti la distribuzione del lavoro, crei le occasioni perché la gente sia contenta e orgogliosa di stare qui, vivere bene, accogliere persone e risorse economiche così da farsi volano di progresso e di sviluppo solidale. Non c'è molto da inventare: basta rendersi moderni interpreti di una tradizione millenaria che ha reso grande la città ogni volta in cui ha avuto coscienza del suo ruolo «di mezzo» (Mediolanum, appunto) e non s'è chiusa, persa in interessi di parte, nella autoreferenzialità di specifici comparti, nell'egoismo individuale o di gruppo. È una sfida culturale che ci attende. Con interventi in singoli settori, opere anche apprezzabili ma non coordinate, risposte a sollecitazioni corporative non si va lontano. Una mentalità progettuale invece ci può far sperare e restituire fiducia, soprattutto ai giovani. Occorre smentire don Abbondio e i suoi eredi: uno il coraggio se lo può dare. E rischiare. Milano se lo aspetta, ne ha diritto.

La Nuova Fiera di Miano Polo Esterno in una Galleria di immagini nella prima apertura al pubblico della primavera 2005

«Non è solo indifferenza. È anche arroganza». Il professor Carlo Bertelli, storico dell'arte e dell'urbanistica, già sovrintendente a Brera, non è poi così convinto che sia solo la «polvere dell'amministrazione» a mettere a repentaglio i beni architettonici milanesi: «È anche quell'idea che bisogna fare i grattacieli, quando la modernità vera di Milano viene così poco considerata e valutata».

Che cosa rappresenta il Qt8 per Milano?

«Per Milano e anche per l'Italia, direi, visto che da noi non esistono altri esempi di quartiere sperimentali che invece all'estero sono più diffusi».

Quali furono le caratteristiche della sperimentazione?

«E’ stata una grandissima operazione di carattere urbanistico e ambientale realizzata sotto la guida dell'architetto Piero Bottoni a partire dal 1948, raccogliendo una serie molto articolata di lavori che si erano visti alle ultime Triennali».

Quali sono i segni più significativi del quartiere?

«Innanzi tutto, la grande collina, uno spazio verde assolutamente inedito, realizzato a terrazze con le macerie dei bombardamenti. E dal punto di vista architettonico, la chiesa di Vico Magistretti e Mario Tedeschi. Intorno, un quartiere ispirato al razionalismo e realizzato con architetture — e finIture — di qualità. In Italia è l'unico tentativo organico degli anni della ricostruzione postbellica, se vogliamo un paragone dobbiamo andare a Berlino nel quartiere Hansa-Viertel».

Il valore del Qt8 si è mantenuto al punto da richiedere una tutela?

«Il Qt8 resta ancora oggi un quartiere modello, una periferia non periferia immersa nel verde, collegata alla città e agli impianti sportivi. Anche se non tutti i servizi previsti sono stati realizzati».

Insomtna, il vincolo paesistico ci vuole?

«Assolutamente. Io credo si debba adoperare ogni energia perché questo esempio di urbanistica sana non vada perduto o snaturato. Se non per gli altri motivi che abbiamo detto, per il fatto che è unico. Perso quello non ne abbiamo altri».

Come mai Milano fa così fatica a valorizzare i propri luoghi significativi?

«L'indifferenza, innanzi tutto. Ma anche una certa arroganza, quel modello che pensa a fare i grattacieli sull'area della Fiera con l'idea che la modernità sia quella. Mentre la modernità vera di Milano viene così poco considerata e valutata».

Alla fine, hanno deciso tutto i gatti di Libeskind. «Abitavo a Milano, qui è nata mia figlia Rachel - racconta l´architetto polacco, tedesco e poi americano di adozione - e i miei gatti volevano sempre andare al parco». Da qui (anche) nasce l´idea del parco del megaprogetto CityLife, cordata che riunisce i tre gruppi assicurativi Generali, Ras e Progestim, più gli spagnoli della Lar e l´impresa di costruzioni Lamaro Appalti: il verde non «come collante ma al centro di tutto», continua Libeskind.

Alla presentazione del progetto che trasformerà il vecchio recinto espositivo della Fiera, l´architetto si fa un po´ prendere la mano dall´entusiasmo. Milano è «il paradigma del Bello», è il luogo del «bel tempo, malgrado qualche giornata grigia». Magari. La presenza del poker d´assi di CityLife è la vera novità di giornata: Libeskind, Arata Isozaki, Zaha Hadid e Pier Paolo Maggiora descrivendo il loro approccio al progetto raccontano la loro estetica di architetti. Emergono alcuni temi, come la multiculturalità che riunisce un italiano, un europeo americanizzato, un asiatico e una mediorientale, e l´idea che siamo di fronte al primo, vero progetto del ventunesimo secolo.

Sarà così? Di fronte alle obiezioni dei residenti, spiega l´assessore allo Sviluppo del territorio Gianni Verga, «le osservazioni sono state accolte, una trattativa è impossibile: non rientra nella mia cultura istituzionale. Per la prima volta a Milano un progetto è approvato prima della dismissione di un´area, non decenni dopo o mezzo secolo dopo come per Garibaldi-Repubblica».

Dopo il sì della giunta, che non ritiene di dover passare dal consiglio comunale, i cantieri dovrebbero essere aperti il 31 marzo 2006. Durata dei lavori, nove anni. Con le modifiche al piano originario, la giunta Albertini impegna la prossima a ristrutturare il Vigorelli per farne una struttura sportiva multifunzionale, grazie anche a 11 milioni di oneri di urbanizzazione versati da CityLife. Gli oppositori del progetto dicono che proprio l´inclusione del verde urbano di piazza Vigorelli, piazza VI Febbraio e piazza Giulio Cesare aumenti surrettiziamente gli standard del verde.

CityLife ribatte che, con 131.000 metri quadrati, il parco della Fiera sarà il terzo in città dopo Sempione (470.000) e Giardini Pubblici (160.000) e non è schiacciato dai grattacieli, incluse le tre famose torri dei tre architetti venuti da lontano: «Tanto Milano non si può permettere un Central Park», osserva Ugo Debernardi, presidente di CityLife. Il progetto è qualificato anche da due musei. Il primo e quello del Design, per il quale il presidente della Triennale, Davide Rampello, si augura «che ci sia consegnato un po´ prima del previsto 2014». Il secondo è il Palazzo delle Scintille, il più grande centro culturale per bambini d´Europa, improntato all´educazione non formale, vale a dire non scolastica, con mostre, laboratori, una scuola per l´infanzia e un nido. Anche se purtroppo, non tanto i bambini ma addirittura gli under 18, a Milano, sono appena il 15 per cento della popolazione.

La vecchia Fiera diventerà un nuovo centro della città, secondo i promotori. In questa cittadella autosufficiente di uffici, residenze, negozi, ristoranti, cinema, bar, sportelli bancari e postali, nuovo commissariato di polizia e nuova caserma della compagnia Magenta dei carabinieri, verranno ad abitare 4.500 persone e altrettanti la frequenteranno per lavoro.

La viabilità circostante il vecchio recinto fieristico sarà rivista, il traffico su via Gattamelata mandato in un tunnel sotterraneo, quando si troveranno i soldi lo stesso sarà fatto in viale Duilio. E poi rotonde, sensi unici, traffico canalizzato in corsie, una delle aree pedonali più grandi d´Europa e parcheggi sotterranei, 8.650, divisi fra residenti (3.648), uffici e commercio (2.775) e pubblici (2.227). Il cantiere da 366.000 metri quadrati sarà di 16.000 metri più grande di quello del Canary Wharf a Londra, dunque si cercherà di minimizzare - questa almeno è la promessa - il via vai di camion e l´impatto acustico, anche con un ampio riutilizzo dei materiali provenienti dalle demolizioni.

Gli abitanti: ma noi ricorreremo al Tar

Rolando Mastrodonato, presidente dell´associazione Vivi e progetta un´altra Milano, voi siete contrari al progetto di CityLife. Perché?

«Si costruisce in modo eccessivo, così come sarà eccessivo il flusso di auto. Ci sono gli interramenti per un paio di strade ma poi si torna in superficie, il traffico intorno alla Fiera impazzirà. Il parco è di 90.000 metri quadrati, aumenta alle cifre di cui parla CityLife solo tirando dentro le piazze VI Febbraio, Vigorelli e Giulio Cesare. Sarà un verde condominiale, fra palazzi da 27 piani e gli altri grattacieli, non accessibile per i cittadini. Una cittadella fortificata».

Parlate di un ricorso al Tar. Lo avete presentato?

«La giunta ha deciso venerdì, ci sono 60 giorni di tempo per il ricorso. Lo presenteremo perché la giunta non ha tenuto in alcun conto le osservazioni di associazioni e cittadini ed è venuta meno alle sue funzioni di controllo e indirizzo, permettendo volumetrie abnormi, incompatibili con l´ambiente. Inoltre il progetto deve passare dal consiglio comunale, sebbene la giunta sostenga il contrario».

L´assessore Verga sostiene, al contrario, che molte osservazioni sono state accolte.

«Non è così. L´assessore si ricordi che sono anche i nostri soldi di contribuenti a pagare i suoi progetti. Questa trasformazione è una pessima eredità per qualunque amministrazione futura, sia di destra o di sinistra. La prossima giunta dovrà modificarlo perché non è sostenibile. Ferrante è d´accordo con noi, alla Moratti abbiamo chiesto un incontro. Chiediamo che si apra una trattativa con noi».

Nota: qui la modesta opinione del sottoscritto su un altro progetto recente di uno degli architetti, Pierpaolo Maggiora (f.b.)

Per una città i giochi olimpici rappresentano una grande opportunità per presentare un'immagine nuova e per ridisegnare l'assetto urbano, portando grandi effetti nel riassetto del territorio, sulle infrastrutture e sull’economia. La candidatura di Milano ai Giochi del 2016 è l’occasione per inserire nuovi progetti di riqualificazione urbana all’ampia rassegna di quelli attualmente già in essere. La candidatura è un primo importante passo che deve far riflettere sulle opportunità ed i rischi che una eventuale vittoria comporterebbe: una breve analisi è d’obbligo.

Tra le prime vi sono le positive implicazioni economiche quali gli enormi investimenti che si ripercuotono sul PIL e sul tasso di disoccupazione, gli aumenti di visitatori nel settore del turismo, il miglioramento generale delle infrastrutture, la maggiore credibilità per una buona organizzazione e, non ultimo, i contributi elargiti dall’Unione Europea per interventi di sviluppo e miglioramento in vari settori. Effetti secondari si hanno anche grazie alle sostanziose risorse delle sponsorizzazioni, dei diritti televisivi e dei ricavi dei biglietti che, unitamente all’aumento dei consumi, aumentano considerevolmente il giro d’affari complessivo su scala nazionale.

Per meglio comprendere l’entità del fenomeno si possono citare alcuni esempi: le Olimpiadi di Sydney hanno contribuito al PIL australiano per 6,5 miliardi di dollari e creeranno 100.000 posti di lavoro nei dodici anni successivi, con un aumento dei turisti del 10% nel 2000 e con stime riguardanti le visite aggiuntive fino al 2006 di 1,5 milioni. Barcellona ha visto ridurre il suo tasso di disoccupazione dal 18,4% al 9,6% ed è diventata la terza città più visitata d’Europa.

Tali risultati sono stati ottenuti grazie ad una preventiva pianificazione degli interventi da attuare assieme ad una precisa programmazione delle azioni da intraprendere.

La storia dei Giochi è costellata da esperienze positive per città che, come Barcellona, Sydney, Los Angeles e Albertville, si sono fatte trovare preparate all’opportunità, ma anche negative quando questa preparazione è mancata: Atlanta sotto l’aspetto territoriale e dei trasporti oppure Montreal, Lillehammer, Calgary e Grenoble per aver mancato gli effetti economici positivi.

Dagli esempi del passato emerge quindi che le grandi trasformazioni funzionano solo quando supportate da una pianificazione strategica, cioè quando vengono impostati a priori gli obiettivi che si vogliono raggiungere, da attuare tramite il coinvolgimento di attori pubblici e privati. Le implicazioni dipendono direttamente dalla struttura del sistema economico che le supporla: saranno positive e rilevanti solo se il sistema è buono. La durata degli effetti del ciclo di vita delle Olimpiadi è stimato in 15 anni, che partono dal momento della candidatura fino alla valutazione ex-post degli effetti stabilizzati. Una riflessione è dunque d’obbligo: Milano in quale delle due categorie potrebbe ricadere? Per capire l’effetto sulla capitale lombarda è di aiuto analizzare quanto è accaduto in un caso di successo di una città con caratteristiche simili. È possibile delineare un parallelo con Barcellona per le caratteristiche che connotano le due città: l’importanza per le rispettive economie nazionali, le dimensioni (entrambe hanno circa 3 milioni di abitanti), il passato di città industriale, i complessi processi di riqualificazione urbana che le interessano, la necessità di definire un nuovo ruolo e conseguentemente una nuova immagine rappresentativa del cambiamento. Barcellona può quindi essere per Milano un valido esempio da seguire, presentando valevoli spunti per trasformare i Giochi in un momento determinante per il compimento del rilancio della città.

L’ esperienza di Barcellona 1992 rappresenta l’emblema positivo di un’occasione di definizione di nuova immagine e di marketing territoriale sfruttata al meglio ed un caso esemplare di riqualificazione urbana gestita perfettamente. Il progetto di riqualificazione urbana attuato in occasione dei Giochi è stato inserito in un progetto più generale che era già stato avviato e la nuova immagine della città perfetta a rappresentarla. Il risultato è stato far divenire Barcellona una vera icona del rinnovamento, città immagine della cultura e dell’ arte, e una tra le capitali europee più visitate dai turisti. Gli investimenti per le Olimpiadi sono stati destinati per il 60% in infrastrutture, per il 10% in costruzioni ed installazioni sportive, per il 12% in alberghi e per il 15% in abitazioni e uffici: si è quindi privilegiato l’ aumento del capitale urbano, cioè dell’intervento strutturale e non momentaneo.

Milano oggi, come lo era Barcellona, è coinvolta in un generale clima di rigenerazione con molteplici progetti di riqualificazione urbana che interessano diverse ed estese aree. I grandi progetti di Garibaldi-Repubblica, la zona della vecchia Fiera e di quella nuova di Rho-Pero, Porta Vittoria, i Navigli, Rogoredo-Montecity, ma anche la dismissione e ristrutturazione delle vecchie grandi aree industriali quali Bicocca, Bovisa, le aree Falck e Marelli, Maciachini, i progetti riguardanti i grandi parchi stanno cambiando il volto della città. Nel giro di una decina di anni, quando il progetto di ristrutturazione della vecchia Fiera sarà completato, Milano sarà una città diversa e nuova.

Come si possono inserire in questo contesto i progetti che verrebbero attuati? Perché il risultato finale risulti coerente i nuovi progetti, strutture ed infrastrutture andrebbero correlati e l’insieme dei progetti visti come un unico processo. Si può iniziare con il delineare quello che potrebbe essere realisticamente il punto di partenza: nel 2016 i grandi progetti ad oggi pianificati avranno aggiunto circa 8 milioni di metri quadrati di aree riqualificate, nuovi parchi, il potenziamento delle linee di metropolitana ed il completamento del passante ferroviario.

Cosa mancherà ancora alla nuova Milano? Quali sono le strutture collegate ai Giochi che dovrebbe avere? E quali le infrastrutture correlate di cui dovrebbe dotarsi? Quali servizi dovrebbe essere in grado di fornire? Le principali strutture richieste dal CIO sono il villaggio olimpico e della stampa, il centro per le comunicazioni e le numerose varie strutture sportive. Non secondari sono adeguati trasporti pubblici a livello locale ma anche regionale e nazionale, oltre ad un idoneo sistema ricettivo. Devono poi essere disponibili aree per il tempo libero: parchi, musei, spazi espositivi, centri commerciali.

Ma quali sono i punti di debolezza che potrebbero trasformare Milano 2016 in una occasione persa? Pur rimanendo la più importante città italiana in ambito economico e una delle principali metropoli europee, Milano ha perso competitività rispetto a molte altre città europee e soprattutto rispetto a quelle che sembrano essere le sue più dirette concorrenti: Lione, Monaco di Baviera, la stessa Barcellona. Mentre queste città si rinnovavano e apparivano in veste nuova, Milano non ha ancora realizzato i cambiamenti necessari per competere: investimenti in innovazione tecnologica, grandi progetti, valorizzazione della cultura e dell’arte. I punti di debolezza più palesi si riscontrano ancora oggi nella carenza infrastrutturale nei sistemi di mobilità e trasporto: strade, autostrade, ferrovie, aeroporti, logistica, viabilità urbana. Per la sfida olimpica Milano deve ancora allenarsi: se per gli atleti vale ancora la famosa frase del barone francese Pierre Fredi de Coubertin per cui “l’importante non è vincere, ma partecipare”, per le città la sconfitta ha oggi un costo troppo elevato.

MILANO Le difficoltà non mancano, e d’altronde non potrebbe essere diversamente per un progetto di così ampia portata, ma la convinzione di portare a Milano l’Expo nel 2012 si rafforza sempre più fra i suoi principali promotori. Che domattina, alle 11.30 nella Sala Gialla di Palazzo Marino, illustreranno alla stampa i dettagli della candidatura già presentata in Consiglio comunale lo scorso 21 febbraio. In prima linea figurerà il presidente del Consiglio comunale Vincenzo Giudice, di Forza Italia. che sarà affiancato dal presidente della Commissione Lavori Pubblici Fabrizio De Pasquale, dal consigliere comunale Manfredi Palmeri e dagli onorevoli Luigi Casero e Maurizio Lupi. «Ormai è un anno che siamo al lavoro per questo progetto - spiega Giudice - , da quando, cioè, Forza Italia chiese un emendamento al bilancio in previsione per il 2005 volto ad ottenere uno stanziamento per la presentazione della candidatura. Ebbene, la nostra richiesta è stata esaudita lo scorso dicembre e gode del pieno appoggio del sindaco Albertini, del Comune e della Regione, mentre nei prossimi giorni ascolteremo il parere della Provincia. Il prossimo passo, il più importante, sarà quello di riunire attorno ad un tavolo i privati interessati a sostenere l’Expo, perché senza il loro contributo l’impresa diventerebbe impossibile». In tal senso, però, Giudice si dichiara ottimista: «Siamo di fronte ad un evento che potrebbe segnare un deciso rilancio per Milano, come lo è già stato in passato per Siviglia e Lisbona, ed avere un consistente ritorno economico. Fra l’altro va ricordato che l’Expo concentra sì la maggior parte delle sue iniziative in un determinato periodo, la tarda primavera, ma in realtà rimane poi attivo tutto l’anno, attirando ogni mese un gran numero di espositori e di visitatori - sottolinea il presidente del Consiglio comunale. Alla luce di ciò, sono convinto che non si farà una gran fatica ad attrarre capitali, di cui Milano dispone in misura sostanziosa». Non è tutto: il progetto Expo 2012 viaggia a braccetto con un altro grande sogno, l’organizzazione delle Olimpiadi nel 2016. «Si sta agendo in sintonia, ma di certo per i Giochi le difficoltà sono maggiori, in primis perché Milano è ancora carente sul piano delle strutture sportive: per esempio manca uno stadio per l’atletica, uno per il nuoto ed il villaggio olimpico, anche se per quest’ultimo esiste già il progetto di realizzarlo a Rogoredo. In ottica Expo, invece, siamo messi decisamente meglio». Entriamo nei dettagli. «Beh, dal punto di vista delle strutture sfrutteremo il nuovo polo fieristico di Rho-Pero, così come la vecchia Fiera dove, in base al piano di recupero già attivo, sorgeranno nuovi edifici per l’esposizione e due alberghi - spiega Giudice. Non dimentichiamo, poi, che entro il 2012 potremo recuperare l’area di Garibaldi-Repubblica e disporre del nuovo Auditorium, oltre ad altre aree dismesse pronte per la riqualificazione. Di certo, andrà aumentato il numero delle strutture ricettive e alberghiere, al momento carente. Sotto l’aspetto dei collegamenti, invece, dovremmo avere in funzione almeno la metà della quarta linea di metrò che unirà Linate con il centro cittadino e Lorenteggio, dando la possibilità a tanti visitatori di raggiungere con più facilità la città». Le basi, insomma, non mancano, ma bisognerà poi battere la concorrenza delle altre città europee interessate: «Sarà fondamentale creare una forte lobby e avere appoggi in ogni angolo d’Europa. Per ora possiamo già contare su quello della Polonia, considerato anche il nostro gemellaggio con Cracovia, e con l’Ungheria: Budapest era interessata all’Expo, ma ha capito di non poter competere con Milano preferendo schierarsi al suo fianco».

Quanto valgono le aree dismesse ed in via di dismissione delle Ferrovie dello Stato a Milano? Nulla. A meno che...A meno che il Comune non pensi a renderle edificabili. Una volta edificabili il valore cambia.

Sì ma quanto? Si vedrà: lorsignori dicono che lo stabilirà il mercato. Più saranno edificabili e più varranno. I conti li faremo alla fine ma non è questo il problema perché il vero problema è di stabilire di chi sia questa nuova ricchezza che si crea dal nulla e che dipende solo da una decisione di politica urbanistica.

Io non ho mai avuto dubbi al riguardo, questa ricchezza appartiene per intero alla collettività locale all´interno della quale si trovano le aree: il loro valore è determinato da questa stessa collettività che col suo semplice esistere, con la sua attività, con i suoi investimenti, con le sue case, le sue strade e le sue piazze e con le sue proprietà private ne ha fatto un bene appetibile e di valore.

Queste aree sono un bene collettivo che ha perso, per ragioni storiche e tecniche, la sua funzione e che provengono da una ormai remota operazione di esproprio per pubblica utilità.

Tutto questo ragionamento per dire cosa? Per dire che l´accordo tra le Ferrovie dello Stato ed il Comune di Milano sul destino di queste aree, siglato "nelle solenne cornice della sala Alessi", come dicono lorsignori quasi fosse un trattato internazionale, è invece l´ennesima spoliazione a danno dei milanesi; la firma è del 25 luglio scorso e, tanto per non sbagliare, a Consiglio comunale ormai chiuso. Com´è l´accordo? Semplice: io Comune ti rendo edificabile le aree, tu Ferrovie della Stato te le vendi e incassi i soldi. Siccome qualcosa in cambio mi devi pur dare, se no è veramente insostenibile, mi prometti che i ricavi li destinerai al potenziamento del servizio ferroviario del nodo di Milano. Garanzie? Nessuna. Un progetto di potenziamento da vedere? Non c´è, solo parole.

Ma non voglio lasciar fuori il bello. Per indorare la pillola il Comune aggiunge: dai privati che si saranno comprati le aree dalle Ferrovie ne ricaveremo spazi verdi e superfici destinate all´edilizia economica. Insomma i milanesi torneranno ad essere proprietari ma solo di una parte di quel che era già loro. Sul resto promesse.

La stessa fine forse faranno le aree militari e le caserme, che già sono pronte al varo. Per me la logica è la stessa. Cosa offriranno in cambio alla città le Forze Armate? Mi viene freddo a pensarci: una missione di "peacekeeping" patrocinata dai milanesi? Che a qualcuno venga in mente di ridisegnare prima la città avendo tutte queste risorse territoriali a disposizione, valutarne le necessità e poi avviare trattative di vendita da posizioni di forza proprio non se ne parla.

Mai comprare ma vendere e fare in fretta, le elezioni sono alle porte va dimostrato dinamismo (disastroso), questo è il bello per chi non ha vero rispetto dei beni collettivi. Comunque il Comune nel suo comunicato di annuncio della lieta novella conclude dicendo che tutto avverrà con la massima trasparenza. Anche il vetro che separa il locale della sedia elettrica da quello dei testimoni è trasparente. Questo non vuol dire che quello che succede di là dal vetro vada bene. Dimenticavo i conti: per le Ferrovie stiamo parlando di un affare di almeno 500 milioni di Euro, ma forse anche il doppio.

luca beltrami gadola

L’occasione del Consiglio comunale aperto che a Milano, su richiesta dell’opposizione, il prossimo 19 luglio discuterà in via preventiva il PII sulle aree dell’ex Fiera di Milano, presentato da Fondazione Fiera per conto del suo promissario acquirente, la cordata CityLife (Progestim/Ligresti, Generali, RAS, l’immobiliare romana Lamaro/Famiglia Toti e la spagnola LAR) mi induce a raccogliere il tuo invito di qualche tempo fa a documentare e riflettere sugli effetti della "programmazione negoziata" in alcune situazioni concrete.

Il Comune di Milano nel giugno del 2000, quando era assessore all’urbanistica Maurizio Lupi, si è dotato di un Documento di Inquadramento urbanistico (DIU), strumento previsto da una legge regionale n. 9/1999 per l’indirizzo dei criteri di approvazione dei PII (Programmi Integrati di Intervento) e dei PRU (Programmi di Riqualificazione Urbana), sulla base di uno studio redatto dal prof. Luigi Mazza del Politecnico di Milano.

Il DIU indicava alcuni criteri localizzativi molto "capienti" (lo schema della cosiddetta T rovesciata, vale a dire le direttrici di nord-ovest/sud est dall’asse Sempione/aeroporto Malpensa a Linate aeroporto/Rogoredo e la perpendicolare a nord-est verso Sesto/Agrate/ aeroporto Orio al serio) ed alcuni criteri di quantificazione edificatoria (It = 0,65 mq/mq) e funzionale (40% di edilizia residenziale convenzionata).

In conformità a tali criteri, come ho detto, di per sé già molto capienti, il Comune era in grado cioè di legittimare quasi tutte le operazioni di trasformazione immobiliare di aree dismesse in gestazione da tempo.

Vi era in quel Documento un’unica indicazione che non rientrava nel "carrello della spesa" già confezionato dalle trattative in sospeso, accumulatesi nel corso degli anni precedenti: e, cioè, a partire da "’l’opinione diffusa tra gli addetti ai lavori che l’offerta esistente a Milano di spazi per uffici e servizi sia inadeguata alle richieste del mercato (che) nelle maggiori città europee è rivolta a superfici monopiano di grande dimensione, con luce diretta e ben dotate di tutti gli impianti necessari per la comunicazione trasmissione(…); (che) Milano sembra per ora esclusa da questo processo anche perché incapace di intercettare e trattenere gli investitori internazionali, (che) per dare un nuovo impulso a questo settore del mercato sia necessario il lancio di una nuova area, capace per caratteristiche funzionali e simboliche di reggere la competizione con le tradizionali aree centrali, (abbandonando) la tradizione milanese di evitare scelte selettive troppo forti, (con) il rischio di non disporre della dimensione di investimenti, di progettualità e di capacità promozionali in misura sufficiente per raggiungere la massa critica necessaria al decollo di un’area così attraente e visibile da attirare investimenti dall’esterno" si formulava l’ipotesi, per le nuove tipologie di terziario avanzato, "di scegliere una sola area e di concentrare su di essa sforzi progettuali e investimenti (con) l’utilità di far emergere alcuni nodi essenziali delle politiche degli usi del suolo e dei trasporti che riguardano la regione milanese: un’unica navetta su ferro che unisca Malpensa a Linate via Passante e Vittoria con la prospettiva nel tempo di giungere ad Orio al Serio (…)e l’opportunità di scegliere in qualunque momento l’aeroporto più conveniente, sempre con lo stesso mezzo e dovendo solo cambiare direzione. (…) sulla stessa linea dovrebbe essere collocata una stazione dell’alta velocità – l’ottimo sarebbe che stazione dell’alta velocità e stazione della nuova area direzionale coincidessero. Inoltre l’area dovrebbe essere direttamente collegata al sistema delle tangenziali autostradali. (…)"."La dimensione dell’area deve essere tale da permettere l’insediamento di uffici e servizi, ed insieme una parte rilevante di verde e spazi e attrezzature per il tempo libero e sportive: Bisognerebbe evitare un’area esclusivamente direzionale, sarebbe quindi necessaria una superficie sufficientemente ampia per permettere lo sviluppo degli uffici e l’insediamento anche di altre funzioni, compresa quella residenziale, in un contesto di particolare qualità ambientale. Il progetto dovrebbe diventare la prova della possibilità di costruire uno spazio urbano capace di fare concorrenza all’attrattività dei centri storici per qualità monumentale e ambientale. un’ambizione che dopo tanti disastri dell’urbanistica e dell’architettura moderna può far sorridere, ma è una condizione indispensabile per il successo del progetto. Un intervento nel settore nord-ovest avrebbe un rilievo strutturale sulla forma della regione urbana…"" [1].

Con le opportune verifiche e cautele è una prospettiva che ha una sua attendibile credibilità: per chi non ne avesse ancora riconosciuto la fotografia, si tratta delle aree attigue al nuovo polo fieristico di Rho-Pero (con progetto di Fuksas, scelto dal general contractor Astaldi), e le proprietà hanno i nomi di Cam (gruppo Pirelli), Cabassi e (per le funzioni integrative concesse) Fiera/Compagnia delle Opere. Tuttavia è l’unica indicazione che non ha avuto alcun seguito (se si escludono, in parte, le destinazioni alberghiere all’interno dell’area della nuova Fiera): evidentemente il mercato non è in grado di affrontare anche queste realizzazioni, senza mettere in crisi l’attuazione delle trattative già concluse in precedenza.

Sono, quindi, stati approvati, "allargandoli" anche ad alcune occasioni contermini forse non del tutto coerenti con lo schema della T rovesciata, diversi PRU disposti a raggiera nelle aree semicentrali: ex OM in viale Toscana, ex FINA in via Palizzi, ex Marelli in via Adriano, ex Montedison a Rogoredo (nobilitato con il nome più accattivante di Santa Giulia e con la "alta supervisione" di sir Norman Foster).

Si può discutere molto della coerenza con una reale visione strategica dei servizi generali che sono stati di volta in volta contrattati in questi interventi (ad esempio: perché un Centro Congressi per 8.000 posti a Rogoredo, dove non vi è alcuna struttura di trasporto pubblico di alta capacità ?) e del rapporto fra aree in trasformazione e struttura insediativa dell’intorno, ma quella scelta ha almeno il pregio di garantire che i nuovi insediamenti siano dotati della quantità di spazi pubblici e servizi proporzionati al loro peso insediativo.

Vi sono però due casi che fanno ampia eccezione a questa pur labile logica di indirizzo: l’area dell’ex Fiera di Milano, in corso di dismissione dopo il trasferimento della nuova Fiera nell’area dell’ex raffineria di Rho-Pero, e quella del Centro Direzionale (incompiuto dagli anni Cinquanta), oggi ribattezzato Garibaldi/Repubblica. Su queste due aree sono state approvate delle Varianti al PRG, mediante Accordi di Programma, che consentono densità edilizie quasi doppie (ex Fiera It= 1,15 mq/mq) e triple (Garibaldi/Repubblica It=1,60 mq/mq) di quelle previste dal DIU, senza alcuna previsione di edilizia convenzionata né adeguamento delle dotazioni di spazi pubblici alle maggiori quantità edificatorie consentite.

Se chiedete ragione delle scelte operate dai piani di intervento su queste due aree al responsabile comunale dell’istruttoria dei PRU, arch. Oggioni, o al consulente del Comune per il Documento di Inquadramento urbanistico, prof. Luigi Mazza, come mi è capitato di fare recentemente in pubblici dibattiti, essi declinano ogni responsabilità al riguardo, allargano le braccia sconsolati e rispondono che sono il frutto di decisioni di pura opportunità politica, sancite dagli AdP al di fuori qualunque criterio di razionalità urbanistica.

Da parte sua, l’attuale assessore all’urbanistica Giovanni Verga, in recenti convegni pubblici, ha giustificato tali scelte col fatto che nel caso Garibaldi/Repubblica ciò consente la realizzazione del grattacielo per i nuovi uffici della Regione (progetto Pei/Cobb), del palazzo (privato) della Moda (progetto Cesar Pelli), già riciclato in palazzo delle Idee, per il sostanziale disinteresse dei maggiori stilisti, e con lo scambio tra la privatizzazione del grattacielo degli Uffici Tecnici comunali e la realizzazione a costo zero di un nuovo grattacielo dove ricollocare tali uffici, e che l’indice edificatorio era quello necessario a finanziare il costo di quelle operazioni. E’ facile, ovviamente, obiettare che in realtà la somma non è affatto a costo zero, perché, con la triplicazione del volume, il costo lo pagherà la peggiorata condizione insediativa ed ambientale degli abitanti del quartiere.

Nel caso dell’ex Fiera la giustificazione è stata quella della necessità del finanziamento del nuovo quartiere fieristico e del ruolo che Fiera ha nell’economia del Paese. Ciò è stato reso possibile dall’introduzione fatta dalla L.R. 9/99 dell’ambiguo concetto di "standard qualitativo"(in pratica meno aree pubbliche, ma opere pubbliche più fantasmagoricamente rutilanti e costose: palazzi della moda, musei del design, centri congressi e chi più ne ha più ne metta) e monetizzazioni (che oggi non sono più garantite debbano tornare ad impiegarsi in aree od opere pubbliche), che consentono di approvare qualunque progetto che a Sindaco, Giunta e maggioranza consiliare del momento paia convincente, indipendentemente dalle dotazioni di aree pubbliche previste. Anzi, sempre più spesso, l’effetto di "scoop" dell’immagine di queste opere pubbliche affidate all’indiscutibilità della fama mediatica dei grandi nomi dello stilismo architettonico viene usata da amministratori in vena di cavalcare una sempre più pervasiva politica-spettacolo per giustificare la necessità di volumetrie adeguate a sostenerne il loro costo, tanto da indurre a riflettere se non sia giunto il momento di chiedere un’estensione delle rivendicazioni no logo anche al campo delle manifestazioni della creatività architettonica.

Ci si potrebbe chiedere, a ragione, quando mai verranno realizzate le aree pubbliche previste dal Piano Regolatore se, quando se ne approvano gli strumenti attuativi – sia pure in Variante, come sono i PII – le aree vengono a piacere convertite in opere o monetizzate ed usate in spese correnti. La domanda ha una risposta nel corollario della ricorrente lamentazione sulla scarsità di risorse per finanziare l’esproprio di aree pubbliche e la conseguente indicazione della necessità di introdurre una versione spuria della "perequazione volumetrica", che consiste nell’attribuire indici volumetrici virtuali a queste aree, in realtà, veri e propri premi aggiuntivi alla rendita che stravolgono le previsioni insediative e comportano esiti delle pratiche d’uso dei suoli imprevedibili nei loro effetti finali.

In ogni modo, prima ancora che i contenuti della Variante per l’area dell’ex Fiera fossero comunicati alla Giunta e al Consiglio comunale, Fiera ha pubblicato sulla stampa economico-finanziaria un invito agli aspiranti acquirenti a presentare progetti per attuare quelle previsioni, indicando come criterio di scelta quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa[2]. Già allora obiettai che non era chiaro se con ciò si dovesse intendere quella più vantaggiosa complessivamente (cioè, remunerazione della rendita fondiaria al proprietario dell’area + valore dei servizi pubblici proposti) o più vantaggiosa per il solo proprietario dell’area. Fiera indirettamente ha risposto alla fondatezza di questa obiezione modificando in corso di svolgimento il proprio bando di offerta di vendita, che prevedeva inizialmente una valutazione preventiva del prezzo di acquisto offerto, e comunicando che, invece, avrebbe selezionato un gruppo di progetti ritenuti accettabili, procedendo poi all’apertura delle offerte economiche e scegliendo quella di maggior importo. Anche così, tuttavia,non viene perseguito un criterio di maggior vantaggio complessivo.

Fiera avrebbe potuto, invece, scegliere un criterio che privilegiasse il vantaggio complessivo, se, ferma restando la base d’asta ritenuta necessaria alle esigenze finanziarie indotte dalla realizzazione del polo esterno e alla stima di valore dell’area, avesse deciso di impostare la gara su un criterio di ribasso delle volumetrie progettate rispetto a quelle massime contrattate. Fiera non ha mai reso noto ufficialmente quale fosse la base d’asta richiesta agli aspiranti acquirenti, anche se indiscrezioni la indicano attorno ai 250 milioni di Euro.

Tra i progetti presentati il Consiglio di Amministrazione di Fiera ne ha selezionati cinque, scegliendo infine quello che le garantiva la più alta remunerazione, cioè 523 milioni di Euro. Se è vero che la base d’asta era di 250 milioni, se ne deduce che ferma restando questa e riducendo proporzionalmente la volumetria, se ne sarebbe potuto realizzare meno della metà di quella assentita. Ma anche se vogliamo stare a dati più accertabili, cioè l’offerta più bassa tra quelle selezionate da Fiera pari a 378 milioni, il criterio della riduzione proporzionale dei volumi porterebbe ad un indice di 0,83 mq/mq e a una volumetria complessiva di 635.000 mc, che con la prevista cessione del 50% dell’area consentirebbe di soddisfare entro l’area almeno le dotazioni pubbliche locali di 26,5 mq/ab prescritte dalla legge urbanistica regionale. Ma così Fiera non ha voluto fare, trasformando l’abnorme densità edilizia che grava sull’area e sul quartiere (1,15 mq/mq di densità territoriale e più di 8 mc/mq di densità fondiaria !) interamente in surplus di rendita immobiliare. A quali finalità, scopi ed obiettivi esso sarà destinato non è dato sapere. Una quantità edificatoria così elevata su un’area così ristretta non può realizzarsi che con edifici molto alti e ravvicinati. Tanto ravvicinati che quasi tutti i progetti hanno dovuto utilizzare l’area pubblica inframmezzandola agli edifici privati per distanziarli almeno un po’.

Così fa anche il progetto CityLife (Ligresti, Generali, RAS, Lamaro e la spagnola LAR) che è quello prescelto da Fiera, che prevede tre torri di 220, 180 e 150 metri di altezza (progetti di Isozaki, Hadid e Libeskind) e una corona di edifici che vanno dai 50 ai 90 metri (da 14 a 23 piani, per lo più progettati dal quasi sconosciuto studio torinese di Pierpaolo Maggiora), che prospettano direttamente sugli edifici circostanti alti al massimo 8-10 piani.

D’altra parte, come si è detto, il Comune non aveva preventivamente indicato alcun obiettivo progettuale di interesse pubblico a Fiera, né – quindi – questa agli aspiranti acquirenti e ai loro progettisti. Eppure il problema urbanistico del quartiere Fiera era noto da tempo alla miglior cultura urbanistica milanese: la Fiera di Milano, si insediò nel 1922 sull’area dell’ex Piazza d’Armi, la cui giacitura aveva un orientamento difforme dai tessuti edilizi circostanti perché il Piano Beruto nel 1899 la disegnò secondo un’astratta simmetria con la giacitura del Cimitero Monumentale rispetto all’asse di corso Sempione. Essa ha, quindi, storicamente rappresentato un problema urbanistico irrisolto per la direttrice nord-ovest della città, provocando inconvenienti via via più gravi sia dal punto di vista viabilistico che di un corretto assetto insediativo urbano. Nel tempo numerosi studi e progetti cercarono di ovviare a tali inconvenienti proponendo riassetti urbanistici che ricomponevano l’andamento di quel brano di città rispetto al tessuto edilizio circostante: così nel 1937-38 con il Progetto di Concorso per la Nuova Fiera al Lampugnano di Bottoni, Lingeri, Mucchi, Terragni, nel 1938 con il Progetto Milano Verde degli architetti Albini, Belgiojoso, Bottoni, Gardella, Mucchi, Peressutti, Putelli e Rogers, nel 1945 con il Piano AR, tra il 1946 e il 1951 con i progetti di de Finetti su incarico del Consiglio di amministrazione della Fiera. Una traccia di continuità con tale atteggiamento è reperibile persino nello schema della cosiddetta T rovesciata proposta dal Documento di Inquadramento urbanistico del 2000.

Tuttavia ciò che non è stato fatto in sede di Variante può e deve essere fatto dal Comune in sede di esame del progetto di Piano di Intervento presentato da Fiera per conto del suo promissario acquirente. Occorre, innanzitutto, che il volume consentito venga riportato a quello previsto per tutti gli altri PII del Documento di Inquadramento Urbanistico (0,65 mq/mq), come avrebbe dovuto essere se non si fosse utilizzata illegittimamente la scappatoia dell’Accordo di Programma.

Inoltre, è necessario che il verde pubblico non venga utilizzato per distanziare gli edifici privati (lasciandolo oltre a tutto al buio delle loro ombre per gran parte dell’anno), ma venga mantenuto compatto (ciò che ne migliora la valenza in termini di vitalità della vegetazione ed effetti di termoregolazione dell’ambiente), funzionalizzandolo anche a schermare il nuovo insediamento dagli edifici circostanti. Ciò è tecnicamente possibile addirittura con le stesse volumetrie previste dalla Variante, come dimostra il progetto di Renzo Piano per Pirelli RE, selezionato e non scelto da Fiera solo per minor la minor remunerazione offertale, grazie al fatto che concentra le destinazioni terziarie in un’unica piastra e le residenze in un’unica torre.

Se si chiede all’Amministrazione comunale, quale che sia l’acquirente prescelto da Fiera, di impostare il confronto a partire dalla richiesta di una simile impostazione progettuale, Fiera replica che non può perché quella soluzione appartiene ad un aspirante acquirente (che l’ha fatta elaborare, assumendosene i costi), con il quale non ha sottoscritto il compromesso di vendita dell’area. E così si scopre che, in questa frenesia di privatismo, nemmeno le idee sono più di libera disponibilità, come accadeva nella pianificazione promossa dall’Ente pubblico: esse appartengono a qualcuno. Il Comune e i cittadini sono liberi di discutere solo le impostazioni progettuali dell’acquirente con cui il proprietario dell’area ha stretto un contratto.

E’ comprensibile e legittimo che Fiera tuteli prioritariamente i suoi interessi economici; ciò che non è comprensibile né legittimo è che il Comune subordini il proprio ruolo a quegli interessi anziché tutelare prioritariamente gli interessi della città e dell’ambiente. Sinora a questo ruolo ha surrogato l’azione spontanea dei cittadini del quartiere: quando vedremo fare il proprio dovere da parte dei nostri amministratori pubblici?. Il primo passo spetta al Consiglio comunale, che sinora si é occupato solo marginalmente della questione e solo per ratificare decisioni già prese in ambiti decisionali molto ristretti, dove non sono tenute in alcun conto le ragioni degli interessi collettivi dell’ambito urbano e dei cittadini, impegnando la Giunta a non presentare all’approvazione il PII proposto da Fiera per il vecchio recinto prima che tutti gli aspetti critici sopra illustrati siano compiutamente discussi e risolti.

Don Virginio Colmegna è uno dei più autorevoli esponenti del mondo della solidarietà milanese, ex direttore della Caritas e oggi alla guida della Casa della Carità Angelo Ariani, un istituto di prima accoglienza che è anche un particolarissimo osservatorio di disagi e di richieste d’aiuto. Colmegna è un “teorico-pragmatico”, se si accetta l’ossimoro: osserva le dinamiche della città tenendo come sfondo l’Europa e i grandi flussi dell’immigrazione internazionale, e qui sta il teorico; il suo aspetto pragmatico emerge nella ricerca, anche quotidiana, di soluzioni, nella sua attività appassionata per unire forze diverse che possano generare nuovo sviluppo. Il “Nuovo Rinascimento” di Milano è un concetto che non nega, ma ammette di “essere ottimista soprattutto grazie alla ragione”. Perché? gli chiediamo.

“Viviamo di forti contrasti. Da una parte il disastro quotidiano della precarietà, che è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere, dall’altro, per fare un esempio, l’inaugurazione della nuova fiera”.

Ma il mondo dell’economia che si dota di strutture è un segno di progresso per tutti.

“Per questo ho una visione ottimista, e il tessuto sociale di Milano mi aiuta ad esserlo. Se ci sono atteggiamenti di pessimismo, questi non mi appartengono. Eppure ...” Eppure?

“La sofferenza maggiore emerge quando non si crea uno sviluppo integrato. Non devono esserci una città del progresso e una città assistenziale, separate. La crescita della città dev’essere una sola e deve provenire dall’interno della sua struttura di valori”.

A Milano lo sviluppo è integrato o no?

“Nell’America latina le città hanno le favelas alloro esterno. Milano, certo, ha una dialettica stretta tra centro e periferia. Ma le aree dimesse invocano iniziative di rivitalizzazione e danno l’immagine cruda dell’emarginazione”.

Qual è questa immagine?

“È fatta di cinquemila persone, italiane e straniere, che vivono per strada e che pernottano in quegli edifici fatiscenti. Sono luoghi di pericolo per la città”.

Questo pericolo come va contrastato?

“Il problema non si risolve solo dal punto di vista della sicurezza, dell’ordine pubblico” Come, allora? “L’ emigrazione non va aiutata solo come emergenza. Il problema è di carattere strutturale, torniamo al concetto dello sviluppo integrato”.

Ci spieghi meglio “Faccio un esempio. Milano ha reagito al primo sviluppo economico con lo sviluppo integrato dell’area metropolitana, che è stata allargata per accettare l’emigrazione dal Mezzogiorno. Adesso che arrivano grandi flussi dall’Est, che i romeni sono la prima nazionalità di immigrati, l’ottica dello sviluppo è in ritardo. La povertà richiede sviluppo, non assistenza”.

Una visione quindi di ampio respiro “È un fatto culturale. Ha una sua forte premessa in un ripensamento dell’urbanistica, passa dalla ricerca di soluzioni ai problemi della casa e da un riequilibrio delle diversità sociali. Che tristezza assistere alle beghe di condominio della Scala, quando aver pensato il teatro degli Arcimboldi in periferia è un importante fatto che va letto in chiave di partecipazione; e in questo senso ricollocarlo adeguatamente è essenziale.

Che cosa intende per ripensamento dell’urbanistica?

“Milano non è la città, ma l’intera area metropolitana, integrata con i Comuni che la circondano. Me lo lasci dire: chi lavora nella povertà è più avanti dei politici. Sesto è Milano, Bresso è Milano. E tutto il territorio deve procedere a una, non a due velocità, e nel suo motore deve avere come propellente la cultura dello sviluppo”.

Non è un’operazione facile, lo ammetta.

“L’alternativa è quella di una città assediata dalla paura, nella quale i cittadini vivono disorientati. Solo la fiducia dà la voglia di vivere a Milano. La città cresce se si sa creare fiducia nelle relazioni”.

Sicurezza, dunque “I vertici in prefettura vanno bene, ma la questione va oltre. Ma il problema è quello della dignità sociale”

Lo spieghi da uomo pragmatico. “La soluzione al problema dell’emigrazione, al di là delle diversità culturali, sta nell’alleanza tra un’ ospitalità seria e il sistema economico”.

In che senso.

“Il mondo delle imprese ha bisogno degli immigrati, che sono ormai una forza lavoro insostituibile. Solo una cultura ristretta e criminale favorisce il lavoro nero, che è un cancro dell’economia, mortificazione del lavoro e fonte di concorrenza sleale. Occorre una sana alleanza di sviluppo”.

A che tipo di impresa pensa? “All’impresa in generale, indipendentemente dai settori, a quella dove c’è necessità di manodopera anche non specializzata. Penso all’edilizia, innanzitutto. Ai servizi. Ma anche all’assistenza domestica a domicilio, quella destinata agli anziani non autosufficienti”.

L’occupazione in questi settori è già in gran parte straniera.

“Sì, ma la città deve dotarsi di un registro culturale diverso. Il trend di crescita di Milano, non solo quello dell’occupazione, è sostenuto solo dagli extracomunitari. In altre parole, la popolazione aumenta perchè aumentano gli immigrati. Gli italiani tra gli 1 e i 15 anni sono meno numerosi di quelli dai 65 in su. Occorre un’iniezione di futuro. Possiamo parlare di Nuovo Rinascimento solo se c’è dialogo, rispetto, se si adottano i codici di quella che molti ormai chiamano “filosofia del meticciato”. A cominciare dalla scuola, che sempre più è frequentata da ragazzi nati qui da genitori stranieri, quindi da nuovi cittadini che si formano in Italia. Occorrono regole, capacità di gestione. Vanno creati strumenti di difesa dai conflitti e dalle rotture. Va aumentata la capacità di gestione. Insisto: una positiva visione di sviluppo. Le faccio un esempio...”.

Quale?

“L’ esperienza della Casa di prima accoglienza che dirigo è cominciata pochi mesi fa ed è piena di energia. Qui vicino c’è un asilo. C’era diffidenza nei confronti del nostro insediamento e fu chiesto di costruire un muro che tenesse ben separate le due realtà. Adesso no: i bambini vengono alle feste da noi. Abbiamo creato una struttura aperta alla partecipazione del quartiere, all’associazionismo, l’abbiamo fatta diventare una risorsa per tutti, non ha creato nessun problema. Anzi: la gente ormai sa che se si imposta male anche architettonicamente una struttura si abbassa il valore delle case circostanti. Tutto questo è un esempio per “fare rinascimento”.

Non sarà un fortunato caso isolato? “Lo sviluppo esiste se si ha anche il senso del limite. Prendiamo il problema degli zingari: nel contesto di un’area metropolitana va sterilizzato lo scontro pubblico e vanno applicate regole europee. Non possiamo metterli in campi di concentramento, fare sgomberi con la forza. Il problema torna: non scompare, torna. Come per i rifiuti: un libro intitolato Vite di scarto paragona gli emigrati a scorie umane da accogliere, ma che la gente vorrebbe che non ci fossero. Lo sviluppo è un nuovo modo di interpretare il pensiero urbano e la partecipazione”.

Non è mica facile “La sfida è attivare la responsabilità sociale dell’impresa, in una logica non individualista. L’impresa è un bene pubblico, va regolata in una logica di partecipazione. Si parte dall’assistenza, si passa all’ospitalità, ma l’obiettivo sono le occasioni lavorative. Lo sviluppo non può prescindere dalla crescita di dimensioni della persona”.

Le sembra che Milano risponda a queste sollecitazioni?

“Milano è aperta, anche se talvolta si sollevano polemiche sull’immigrazione. Ma la città ha forti tradizioni sociali diverse, cattolica, socialista, c’è un sottofondo di mecenatismo buono. La mia è una visione ottimista, ma non ingenua”.

Ci sono anche i pessimisti però “Sono quelli che hanno l’angoscia del vivere in città e che scappano alla fine della settimana. Stanno qui solo con l’affanno del lavoro. Occorrerebbe nei loro confronti Quasi un’azione pedagogica, perché per far vivere la città è necessario riversarvi energie positive. Milano non dev’essere la capitale del disagio”.

Come immagina Milano tra dieci anni?

“Dipende tutto dai prossimi tre. Le scelte importanti vanno fatte subito, senza rinvii. Il mutamento passa da una diversa concezione degli stranieri: non “utili invasori”, ma persone che prendono responsabilità nello sviluppo della città, con senso di appartenenza. Vanno riconvertite le fasce abbandonate, se no la città si carica di conflittualità e di paura”.

Che scelte occorre fare? “Creare un’area metropolitana, con un governo metropolitano, investendo in infrastrutture e trasporti per recuperare il senso della vicinanza e creare legami. Intervenire in fretta sulle aree degradate, sulle cascine, le industrie dismesse. Affrontare il problema dell’abitare e del lavoro. Milano deve collegarsi all’Europa, e usare bene i fondi messi a disposizione dalle politiche sociali degli ultimi anni. Se si creano le condizioni per sviluppo e vivibilità, le occasioni crescono e si moltiplicano”.

“Sono ottimista. Ottimista per volontà”.

MILANO - C’è molto di nuovo, a Milano, sotto il sole. Basta affacciarsi un pomeriggio dal portellone dell’elicottero AB 212 PS 81 della Polizia di Stato in volo nel cielo sopra Milano per notare che la città sta cambiando. Eccome! Milano sta smarrendo il tradizionale tetto a due falde rivestito in coppi rossi, quello delle sue basiliche e delle sue cascine, per far posto alla nascita di un nuovo quartiere posto a una ventina di metri da terra: il quartiere dei sottotetti. Perché lì in alto, negli ultimi cinque anni, si è sviluppata una città nella città. Che vedono solo i piccioni, è vero, ma che è grande - solo per la sua parte di recente costruzione - come tutto il quartiere Orlando di Livorno, un’area, per intendersi, di oltre 500 mila metri quadrati dove potrebbero esserci abitazioni e un porto per 800 barche! Una città estesa quanto la nuova Fiera di Rho-Pero che è «la più grande d’Europa»; quanto il Mall di Ontario Mills a Los Angeles che è «il più grande del mondo» e quanto il piano di recupero dell’Olona che attraversa due comuni: Cairate e Lonate...

Questa rivoluzione urbanistica senza un piano regolatore celeste si è sviluppata dal 1999, anno in cui è entrata in vigore la legge regionale 22 che consente la variazione dell’inclinazione delle falde del tetto per rendere abitativi i sottotetti (la legge 15 sul recupero dei sottotetti con già sufficiente altezza era entrata in vigore nel 1996). Così a Milano, nel ’99, sono stati rifatti 156 sottotetti per un totale di 23.400 metri quadri di superficie. Ma attenzione: nel 2000 gli interventi erano già saliti a 538 per oltre 80 mila metri quadrati; nel 2001 a 843 per 126 mila metri; nel 2002 gli interventi sono stati 1.019 per 152 mila metri e nel 2003 ben 1.048 per 157.200 metri quadrati. E così come esiste una Milano del sottosuolo fatta di cantine, canali e metropolitane, esiste ora una Milano sopra i tetti fatta di piscine, giardini pensili, abbaini, sopralzi, mansarde e cappuccine.

Decollando da Linate e sorvolando Milano sino alla periferia nord-ovest, la città sopra i tetti è un cantiere aperto che pare seguire, nella logica urbanistica, le fasce delle circonvallazioni: la zona più esterna e periferica non è toccata dal fenomeno dell’innalzamento dei sottotetti, anche perché fatta di abitazioni a torre costruite negli ultimi vent’anni. Qui, semmai, ci sono piscine e giardini con vista verso il centro città. La fascia intermedia è quella dei sopralzi in grande stile. Quella del centro storico entro i bastioni, invece, è caratterizzata da abbaini e cappuccine, perché forse i sopralzi sembravano troppo invadenti per trovar casa.

Basta che il comandante Francesco Cipriano abbassi un po’ di quota l’elicottero e si vede la vita di questa nuova città a un solo piano realizzata in quota. Qui non ci sono più gli stenditoi condominiali, terreno di storiche dispute tra massaie, e neppure i fili da tagliare all’antenna del vicino perché disturba. Ora, questa, è la zona più trendy di Milano, di quelli che vivono nei loft, prendono il sole ai bordi delle piscine private e leggono i giornali all’ombra dei ficus. Un secolo e mezzo dopo il trionfo della vita della bohème, i protagonisti dei sottotetti non sono più lo squattrinato poeta Rodolfo e Mimì dalla «gelida manina» e neppure gli artisti scapigliati del romanzo «Scene della vita di boheme» di Henri Murger, ma la high-society ambrosiana intesa a districarsi tra aria condizionata e liti condominiali.

Ma anche se non ci sono gli artisti della Scapigliatura, il sottotetto è ugualmente il luogo del trionfo della fantasia. Basta vederli! Ciascuno li ha rifatti come vuole. Le cappuccine sono spesso a due falde, ma qualcuno si è inventato il tetto tondo come quelli delle autofficine mentre i sopralzi sono dei grandi occhi di vetro sulla città. Come negarne la legittimità visto che nel Settecento il più grande architetto milanese, Francesco Croce, fece lo stesso rialzando di un piano il Palazzo della Ragione? Prosit!

Ma in alcuni condomini sono stati persino alzati dei tetti piatti: insomma, una cosa contro natura. Quanto alle mansarde, bisogna ricordare che hanno dato un volto riconoscibile a Parigi, e che sono state inventate alla fine del Seicento a Place Vendôme dal grande architetto Jules Harduin Mansart, dal quale hanno preso nome. Insomma: una copiatura da tre secoli fa! Dall’alto appare chiaro che non tutte le ciambelle sono però riuscite con il buco al punto giusto. Così per alcuni funghi velenosi come un’amanite che spuntano dai tetti di corso Lodi e di viale Umbria e per vari abbaini in stile cuccia di cane in pieno centro.

Scesi a terra le polemiche non mancano. L’assessore regionale Alessandro Moneta, firmatario delle leggi sui sottotetti, le difende. E spiega perché non si poteva costruire un po’ più con i piedi per terra. «Con la legge sul recupero dei sottotetti - dice - abbiamo cercato di frenare l’espansione abitativa sul territorio, che mangiava le poche aree agricole in prossimità di Milano». Quelle aree agricole così ben lavorate dalla mano dell’uomo che per Carlo Cattaneo erano una delle meraviglie d’Italia. Dunque leggi in difesa della bellezza del territorio come da verbo del governatore Roberto Formigoni? Risponde lo stesso presidente della Regione: «Quella di Moneta è una buona legge applicata male. Permette di risparmiare territorio. Se è stata utilizzata male è responsabilità di alcuni comuni, ma non di quello di Milano, e di alcuni progettisti: una legge non può stabilire i canoni del bello. Comunque stiamo introducendo dei parametri nella legge sul paesaggio a tutela della bellezza».

Ed è proprio per la tutela del paesaggio che i Verdi chiedono di bloccare ogni intervento. Ma le cucce dei cani sui tetti deturpano la città? La soprintendente regionale, Carla Di Francesco, frena; non si può vincolare tutto e bisogna puntare sulla qualità: «Meglio privilegiare i sopralzi ben progettati che gli abbaini». Già, ma chi stabilisce la qualità dell’intervento? Qui in terra non la stabilisce formalmente nessuno, anche se dal febbraio del 2003 il Comune di Milano ha imposto che gli interventi che mutano volumetria passino dalla Commissione edilizia per una valutazione, diciamo, anche «estetica». E il 70% degli interventi ammessi in commissione sono stati bocciati.

Ma a questo punto sono gli architetti a lamentarsi: i committenti vogliono spendere poco, ci sono le burocrazie da rispettare, le norme sulla sicurezza e ora anche una sorta di valutazione estetica senza nessun «prontuario» da seguire. Un rebus! Ma niente paura: il Comune di Milano starebbe predisponendo una mappatura tipologica degli interventi sulla base della quale fornire indicazioni pratiche. Peccato che per il direttore di «Domus», Stefano Boeri, una mappatura e un prontuario sono «proprio ciò che non ci vuole». E’ la deregulation celeste, bellezza!

Insomma, per vedere « il nuovo che avanza», a Milano non bisogna avere paura di volare. Anche sopra la Scala, dove s’innalza la madre di tutti i sopralzi: il cilindro di Mario Botta. Perché giunti a terra resta solo il traffico di viale Forlanini.

Prime indiscrezioni sulle variazioni che l'Assessore Verga proporrà nel caldo agosto milanese sul recupero dei sottotetti nel Centro Storico (zona A) e nelle zone di recupero (zone B2)

Il 3 febbraio 2003 il Consiglio Comunale ha approvato all'unanimità, con l'assenso dell'Assessore Verga, l'emendamento del Consigliere dei Verdi Baruffi che impediva il sopralzo dei tetti nel recupero dei sottotetti degli edifici del Centro Storico anteriori al 1940. L'emendamento bloccava le speculazioni edilizie nel centro storico consentite dalla Legge Regionale 22/99 sul recupero dei sottotetti, che avevano portato allo stravolgimento di importanti edifici ed ambiti della città.

Si erano subito scatenate le proteste di chi non poteva più creare un piano aggiuntivo negli edifici del centro storico come l'Associazione della Proprietà Edilizia e il Collegio dei Geometri e l'Assessore Verga aveva deciso di riaprire i termini delle osservazioni da parte dei privati. Nel frattempo le nuove norme valgono in regime di salvaguardia e molti edifici sono stati salvati dagli scempi. Ora, dopo più di un anno e approfittando dell'estate l'Assessore sta per firmare un nuovo testo - che dovrà nuovamente passare nei consigli di zona e in consiglio comunale - che consente la modifica della linea di colmo e di gronda e della pendenza delle falde anche per gli edifici anteriori al 1940, come stabilito dall'Aula di Palazzo Marino nel febbraio 2003 ed eliminando addirittura il vincolo per gli edifici anteriori alla data del 1858 (in vigore prima del 3 febbraio 2003). Il divieto di cambiare il profilo del tetto verrebbe mantenuto solo per gli edifici particolarmente significativi dal punto di vista architettonico, storico e testimoniale ma non per gli altri, anche se hanno valore ambientale. Nella bozza che è alla firma dell'Assessore verrebbe raccomandato di non modificare eccessivamente il profilo del tetto e di mantenere l'allineamento e la proporzione della facciata, ma senza indicazioni precise. Viene inoltre concessa alla Commissione Edilizia la possibilità di autorizzare la variazione del profilo del tetto anche in deroga ai pochi vincoli rimasti. Paradossalmente i centri storici dei comuni assorbiti nel comune di Milano nel 1923 (ad esempio Baggio, Lambrate, Precotto) sono maggiormente tutelati in quanto si potrà cambiare il profilo del tetto solo negli edifici costruiti dopo il 1935.

Anche nelle zone di recupero esterne al Centro Storico (zone B2) il Comune fa marcia indietro rispetto all'ultima versione della normativa inviata al Consigli di Zona: rinuncia a tutelare gli edifici con valore ambientale, e questo senza neanche chiedere il parere obbligatorio del Consigli di Zona. Inoltre la nuova normativa fa riferimento ad una classificazione degli edifici del centro storico che per ora è ancora limitata ad alcune zone e quindi consentirà ai proprietari degli edifici non classificati di fare quello che vogliono.

In base ad una ricerca effettuata dal Comune, la metà degli edifici del centro storico anteriori al 1940 non hanno valore architettonico, cioè non sono citati nei libri di architettura. Ma si sa che anche edifici non citati formano un tessuto che valorizza gli immobili più pregevoli. Inoltre il sopralzo di un edificio ha un notevole impatto anche sugli edifici circostanti.

La decisione dell'Assessore Verga rappresenta un cedimento agli interessi edilizi che vogliono sopralzare gli edifici di Milano per vendere appartamenti a prezzo elevatissimo. Il FAI aveva chiesto che la normativa milanese di tutela nei confronti della sciagurata legge regionale fosse estesa a tutti i centri storici della Lombardia, l'Ordine degli Architetti aveva chiesto nelle sue osservazioni di impedire la variazione del profilo del tetto in parti significative della città, appartenenti anche a quartieri differenti dal centro storico. L'assessore regionale al Territorio Moneta aveva criticato l'applicazione della sua legge fatta dal Comune di Milano e si era mostrato disponibile a cambiarla. "Ora il quadro sembra improvvisamente mutare - hanno dichiarato il consigliere comunale dei Verdi Maurizio Baruffi e Michele Sacerdoti, responsabile della campagna TettiProtetti - a favore di una normativa che ha già prodotto molti danni al panorama della città e che consentirà di far ripartire l'assalto alla diligenza. Se Verga firmerà un testo con questi contenuti ci attrezzeremo per una durissima lotta in Consiglio Comunale".

I Verdi chiedono che l'Assessore non firmi un provvedimento così sciagurato, che gli edifici anteriori al 1940 del Centro Storico continuino ad essere adeguatamente tutelati e che venga esteso a tutta la città il divieto di cambiare il profilo dei tetti di questi edifici. Infine sollecitiamo l'Assessore regionale Moneta a mettere mano alla revisione della legge secondo le indicazioni che aveva data negli scorsi mesi.

Bozza di lettera da inviare all’Assessore Verga

all'Assessore allo Sviluppo del Territorio del Comune di Milano

assessore.verga@comune.milano.it

p.c.

Gruppo Consigliare dei Verdi al Comune di Milano

tettiprotetti@gruppoverdiapalazzomarino.it

Oggetto: Modifiche agli art. 18, 18-bis e 19 bis del Piano Regolatore relative al recupero dei sottotetti

Egr. Assessore,

mi risulta che Lei stia proponendo al Consiglio Comunale di approvare una nuova versione degli articoli in oggetto che consentirà:

- di cambiare il profilo del tetto degli edifici del Centro Storico di Milano (zona A) costruiti anteriormente al 1940, facendo eccezione solo per gli edifici più importanti,

- di cambiare il profilo del tetto degli edifici delle zona B2 di Milano fuori dal Centro Storico definiti come immobili con valore ambientale e elementi di valore ambientale.

Questa sua decisione contraddice le sue promesse di estendere la normativa in vigore nel Centro Storico dal 3 febbraio 2003 ad altre zone di pregio della città, come richiesto da gruppi politici, associazioni, consigli di zona, singoli cittadini e giornali, in seguito alle scempio apportato agli edifici della città dal recupero dei sottotetti.

E' stata peraltro presentata dai Verdi in Consiglio Regionale una proposta di legge di modifica della Legge Regionale sui sottotetti che non consentirà più la variazione del profilo del tetto nel recupero dei sottotetti, e che si spera verrà discussa dopo l'estate. Ritengo che la sua decisione vada contro gli interessi della città e rappresenti un cedimento agli interessi speculativi che vogliono costruire nuovi appartamenti in zone di pregio da vendere a carissimo prezzo sul mercato immobiliare.

La prego pertanto di voler soprassedere alla sua decisione, di mantenere gli articoli in oggetto nella loro attuale versione, come approvata dal Consiglio Comunale e dai Consigli di Zona, e di estendere il limite del 1940 al resto della città.

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