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Le cronache abbondano di episodi che testimoniano il legame tra corruzione e affermazione della criminalità organizzata nelle regioni del Nord. È importante interrogarsi sulle falle del sistema che agevolano questo perverso connubio, al di là delle responsabilità penali delle persone coinvolte. L’entità del giro di affari nell’edilizia e la presenza di meccanismi ancora troppo opachi, tanto nella formazione delle scelte quanto nei successivi controlli, costiuiscono un formidabile “brodo di coltura” nel quale si ramifica e consolida la criminalità.

Nella seconda giornata, Serena Righini ha presentato il suo lavoro di tesi, incentrato su questo tema. Qui di seguito riportiamo il testo, appositamente scritto per eddyburg. In calce sono scaricabili le slide della presentazione.

Negli ultimi mesi sono state numerose le inchieste e le indagini condotte dalla Magistratura e dalle Forze dell’Ordine che hanno svelato, anche in territori fino a poco tempo fa considerati off-limits per la criminalità organizzata, importanti operazioni e trasformazioni urbanistiche che vedono coinvolti, in intrecci poco trasparenti, cosche mafiose ed esponenti del mondo istituzionale.

Spesso il nesso tra criminalità organizzata e territorio viene circoscritto al fenomeno dell’abusivismo edilizio tralasciando di analizzare in che modo i processi decisionali possono venire alterati dalle pressioni della criminalità organizzata che, in questo modo, può orientarli a proprio vantaggio, compromettendo la competitività e lo sviluppo del territorio. Infatti appare sempre più evidente come il pesante condizionamento esercitato dalla mafia sulle scelte di pianificazione sia spesso la causa dello stravolgimento di un ordinato sviluppo urbanistico, che viene così scavalcato da interessi di tipo criminale che sono di ostacolo a una gestione del territorio che abbia come obiettivo il perseguimento dell’interesse collettivo. Alcuni fenomeni che, seppure non imputabili esclusivamente all’agire mafioso, sono influenzati negativamente da eventuali infiltrazioni, sono tipicamente quelli legati alla sovraproduzione edilizia (fenomeno che può essere ricondotto alla necessità di investire e riciclare i proventi di altri traffici illegali nell’attività edilizia da parte delle cosche), ma anche alla cosiddetta “ecomafia”, settore che comprende i reati ambientali, perpetrati in particolare negli ambiti del movimento terra e del ciclo di gestione dei rifiuti, notoriamente caratterizzati da una forte presenza mafiosa.

La relazione tra criminalità organizzata e pianificazione, nella realtà del nord Italia, può essere ricondotta a un approccio tipicamente speculativo nella gestione del territorio che si collega anche al fenomeno della corruzione, coinvolgendo parti sempre più estese sia della componente politica che di quella gestionale e amministrativa di molti enti locali.

Il contesto del nord Italia presenta, a tal proposito, alcune caratteristiche che sembrano favorire le infiltrazioni degli interessi criminali nella gestione del territorio. Da circa un decennio la Regione Lombardia ha avviato un processo di riforma urbanistica che, in nome della semplificazione e dell’efficienza, ha introdotto procedure di pianificazione e programmazione sempre più de-regolative. Il nuovo sistema lombardo di “pianificazione negoziata” è imperniato su un modello di partnership pubblico-privato che priva le strutture pubbliche degli strumenti non solo di controllo ma anche di guida delle scelte strategiche; non prevede criteri oggettivi e prestazionali che regolino la contrattazione e consente, in questo modo, processi decisionali opachi e criteri di valutazione molto discrezionali.

Lo strumento paradigmatico di questa stagione urbanistica lombarda è il Piano Integrato d’Intervento con il quale le Amministrazioni Comunali, previa adozione di un Documento d’Inquadramento (che indica gli obiettivi che si intendono raggiungere e che comunque è modificabile in ogni momento), possono indirizzare le proprie scelte di sviluppo a seconda delle opportunità – o delle proposte – che il contesto immobiliare offre loro.

È facile comprendere, a questo punto, come il contesto lombardo, nonostante alcune ancora forti resistenze soprattutto di carattere propagandistico volte a tutelare l’immagine della “Milano capitale morale d’Italia”, offra ampi varchi per le infiltrazioni criminali.

E forse non è un caso se dalle indagini della Direzione Investigativa Antimafia emerge come nell’ultimo decennio si sia progressivamente diffusa e radicata la presenza della malavita organizzata al nord, fenomeno peraltro dimostrato anche dalle classifiche annuali redatte da Legambiente sui reati ambientali, nelle quali la Lombardia guadagna posizioni ogni anno, e dai dati relativi alle operazioni antiriciclaggio che, nel 2009, hanno visto localizzate nel nord Italia circa la metà di segnalazioni registrate nell’intera penisola.

Nonostante questi dati non lascino dubbi, la percezione mafiosa sul territorio lombardo resta ancora molto bassa. Le attività criminali compaiono raramente sotto i riflettori e non provocano allarme sociale, raramente ricorrono alla violenza, mai alle stragi; piuttosto si presentano con una nuova generazione di “mafiosi con le scarpe lucide”, sempre più inseriti nei settori vitali dell’economia nei quali si presentano con formule e operazioni finanziarie molto avanzate, ricorrendo al decisivo supporto della cosiddetta “zona grigia”.

Società intestate a prestanome che, tramite la corruzione di esponenti politici e di tecnici, si aggiudicano appalti per la realizzazione di opere pubbliche oppure ottengono i permessi per la realizzazione di operazioni immobiliari, anche in difformità con gli strumenti urbanistici vigenti, rappresentano quello che la magistratura definisce un “sistema consolidato e capillare”, nel quale non sempre è di immediata definizione il confine che separa una realtà mafiosa da pratiche speculative e di corruzione prive però di fini criminali.

Un caso di speculazione e corruzione: le inchieste Parco Sud e Parco Sud II

Le inchieste della Magistratura, Parco Sud e Parco Sud II, che hanno interessato il comune di Trezzano sul Naviglio, consentono di comprendere molto bene i meccanismi che portano l’alterazione dei processi decisionali, e quindi delle scelte amministrative, a tutto vantaggio degli interessi criminali nei territori dell’hinterland milanese. Trezzano è un paese di circa 20.000 abitanti, localizzato nella periferia sud occidentale di Milano; circa un anno fa è balzato agli onori della cronaca in seguito all’arresto di numerosi esponenti del clan ‘ndranghetista dei Barbaro-Papalia e a quello dell’ex sindaco, oltre al coinvolgimento di alcuni consiglieri e del responsabile dell’ufficio tecnico comunale.

Qui è stato proposto, e approvato, un piano di Lottizzazione che interessa un’area a margine del tessuto urbanizzato, localizzata in prossimità del limite del Parco Agricolo Sud Milano, nonostante alcuni vincoli urbanistici - dettati dalla presenza di due pozzi idrici e di un corso d’acqua con relative fasce di rispetto - imponessero importanti limitazioni edificatorie.

Nell’istruttoria della pratica questi vincoli sono semplicemente omessi dalla cartografia e dagli estratti di Piano Regolatore; non viene redatta la relazione idrogeologica che avrebbe dovuto attestare la compatibilità tra il progetto e la vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee; non vengono rispettate le distanze dai pozzi di captazione né dal corso d’acqua.

Confrontando l’assetto planimetrico del progetto con i vincoli esistenti è evidente come la situazione progettuale del Piano di Lottizzazione sia molto diversa da quella legale e si può facilmente comprendere che il rispetto della normativa vigente avrebbe comportato uno sfruttamento edificatorio ridotto e quindi minori introiti economici da parte dell’operatore immobiliare vicino al clan ‘ndranghetista.

Ri-regolazione e trasparenza per costruire vantaggio sociale

Ai fini della tutela della legalità, se da un lato appare sempre più anacronistico insistere esclusivamente sul potenziamento delle forze dell’ordine e sull’azione repressiva, dall’altro la ricerca di nuovi strumenti che, anche nel campo urbanistico, siano in grado di ostacolare gli interessi della criminalità organizzata, rischia di diventare un mero esercizio tecnico che, in assenza di un serio intervento sulla trasparenza dei processi decisionali e sul coinvolgimento di tutte le componenti sociali, appesantirebbe ulteriormente l’apparato normativo senza apportare reali contributi e benefici.

L’attivazione di processi di pianificazione maggiormente integrati e partecipati può essere efficace solo se accompagnata da un ripensamento circa le funzioni e il ruolo dell’amministrazione pubblica. Per poter diventare strumenti efficienti per la tutela degli interessi collettivi nei processi di governo del territorio le diverse proposte - politiche attive, standard più esigenti, valutazioni ambientali strategiche - hanno bisogno di un attore pubblico che sia in grado di rappresentare la propria visione strategica e il proprio progetto di territorio inserito in una prospettiva di lungo periodo, all’interno della quale collocare le singole scelte decisionali, che solo in questo modo non sarebbero più dipendenti da proposte e offerte immobiliari estemporanee.

Inoltre il soggetto pubblico deve saper costruire, attorno alle proprie scelte politiche, il maggior livello possibile di consenso sociale. Consenso sociale che non deve essere perseguito tramite il soddisfacimento degli interessi più forti, siano essi di natura più o meno lecita, quanto tramite l’elaborazione di uno scenario di sviluppo locale il più largamente condiviso.

Infatti qualsiasi seria strategia di contrasto non può che agire nella direzione della trasparenza per tutelare gli interessi della collettività e per rompere quegli intrecci che le organizzazioni criminali stringono con il mondo politico e istituzionale e che consentono una gestione del territorio troppo spesso asservita a interessi di dubbia legalità

Nella prima e nella seconda giornata della scuola di eddyburg abbiamo affrontato, da un punto di vista teorico e storico, le nozioni fondamentali relative alla rendita urbana, focalizzando le conseguenze negative del rapporto degenerato tra i percettori delle rendite e i decisori pubblici. Nella terza giornata proviamo a sviluppare in positivo il ragionamento, a partire da due domande:

- quali strumenti consentono di “contrastare la rendita”, così come scritto nel titolo della scuola?

- verso quali obiettivi e finalità concrete (quale tipo di città) possiamo orientare le trasformazioni urbanistiche, se ci liberiamo del peso eccessivo della rendita?

Per provare a rispondere, riprendiamo alcune indicazioni emerse nella prima giornata.

Salzano e Camagni hanno spiegato i modi in cui si forma la rendita urbana e come essa, negli ultimi 20 anni, si sia trasformata, accresciuta e redistribuita (in quel circolo perverso che ha determinato la “bolla immobiliare”); questa mutazione ha rinsaldato il blocco edilizio rendendo assai problematica la separazione tra profitto capitalistico e rendita, sia per la coincidenza dei soggetti (gli stessi soggetti che producono beni investono nel mattone), sia per l’amplissima base proprietaria che alimenta questo meccanismo (un mondo di piccoli proprietari sostiene sulle proprie spalle, senza rendersene conto, il gigante economico).

Le politiche economiche nazionali incidono sui meccanismi di redistribuzione del sovrappiù che si realizza sul territorio e sulle possibilità di destinarlo ad investimenti duraturi. Una parte dei problemi attiene a questioni direttamente pertinenti al nostro ambito di intervento ed è su queste ultime che ci vogliamo concentrare.

Molto schematicamente, possiamo focalizzare il nostro ragionameno su tre punti:

a. le decisioni e gli interventi sulla città producono rendita ; quest’ultima è ineliminabile nell’attuale sistema economico sociale, ma non incomprimibile; proprio perché consapevoli di questo, abbiamo una grande responsabilità con i piani urbanistici; questi ultimi possono essere concepiti come strumento per produrre rendita (o, più precisamente, investimenti immobiliari), oppure come strumento per rispondere ad una domanda sociale; la differenza non è (solo) etica, ma attiene alle conseguenze sulla qualità della città, della società e dell’economia. A Bagnoli le scelte del PRG (basso indice di edificabilità e consistenti opere pubbliche) hanno determinato un ‘riposizionamento’ verso il basso dei valori immobiliari dell’area nei libri contabili della proprietà. Il minusvalore registrato coincide con la quota di rendita ritenuta inessenziale o dannosa per la collettività. Il caso di Milano è, per ragioni opposte, altrettanto emblematico. Il nuovo piano è palesemente inadeguato a fornire risposte a domanda sociale, ma perfettamente congegnato per produrre rendita: generano metri cubi le aree verdi del parco sud, si prevedono densità elevate all'interno della città (anche sulle aree pubbliche dismesse), è consentita una massima flessibilità per le destinazioni d’uso, come se fossero interscambiabili. In che modo il piano interagisce con la domanda di spazi, effettiva o drogata dalle aspettative che si formano al momento stesso delle decisioni di piano? A quali segmenti intende dare risposta, con quali obiettivi, in termini di ricadute sociali ed economiche? Quale "filosofia" esprime? Se il piano è lo strumento attraverso il quale rendere pubblico questo bilancio tra domanda e offerta, affinché sia verificato e valutato dai cittadini per essere poi assunto dall’amministrazione, ci rendiamo conto dell’importanza che assumono le scelte urbanistiche.

b. Di questa deriva non sono unici responsabili gli enti locali male amministrati: in nome della scarsità di risorse pubbliche, le politiche statali giustificano e incentivano la svendita del territorio e la consegna agli immobiliaristi di decisioni che spetterebbero agli enti locali e allo stato. Con ciò alimentando la rendita e la forza degli immobiliaristi, anziché contrastarle, e - conseguentemente - producendo una città più ingiusta e più brutta. Affinché si possano sviluppare le politiche urbanistiche che riteniamo virtuose (ambientalmente, socialmente ed economicamente) occorre pretendere – a scala nazionale e regionale – modifiche alle leggi e alle politiche di finanza, affinché sia ricostituito un quadro accettabile nel quale le amministrazioni locali possano muoversi. L’esempio mirabile della costituzione spagnola indica la direzione da perseguire nel riequilibrare il quadro giuridico, oggi troppo incerto e sbilanciato a favore degli interessi singoli rispetto a quelli collettivi. Né i silenzi, né le ambiguità possono essere accettabili: socializzare la rendita deve essere ritenuto un diritto per i cittadini e un dovere per le amministrazioni locali. Al contempo, i meccanismi di finanziamento delle politiche locali devono essere profondamente rivisti: da un lato, si tratta di rivedere oneri di urbanizzazione, contributi di miglioria, oneri ‘ambientali’, affinché le trasformazioni si facciano carico di una quota di investimenti pubblici strettamente correlati; dall’altro occorre trasferire risorse alle politiche territoriali e urbane, argomento che riprenderemo;

c. una volta ridefinita la cornice, occorre attrezzarsi per valutare le proposte dei privati sulla base di criteri qualitativi e non su aspetti meramente finanziari (i nuovi quartieri che Maria Cristina Gibelli ed io mostreremo sono radicalmente differenti – nell’organizzazione, nella forma e nelle funzioni – dagli ammassi di condomini, palazzine e capannoni che vengono proposti dagli immobiliaristi nostrani) o meramente formali (i nostri uffici tecnici che cosa valutano, oltre alla conformità giuridica? Fino a che punto, quest’ultimo profilo assorbe tutti gli altri?); una quota della rendita può essere socializzata; lo dimostrano gli esempi che faremo, tutti basati su un rapporto pubblico-privato ricondotto entro un alveo di ragionevolezza: se il piano risponde ad una domanda sociale, è all’amministrazione pubblica che competono le decisioni urbanistiche; fermo restando il profitto del privato nel costruire e rivendere, le rendite possono essere socializzate almeno in parte (attraverso opere pubbliche e realizzazione di edilizia sociale/innovativa…) stabilite mediante accordi e convenzioni; gli esempi che porteremo mostrano che è possibile muoversi in questa direzione (come illustrato da Camagni nelle edizioni passate della scuola, gli oneri accollati ai “developer” a Milano ammontano a meno di 1/10 del valore di mercato, mentre nel modello So.bon ammontano a 1/3);

d. la pretesa che la costruzione della città possa essere interamente delegata al settore immobiliare (project financing) è illusoria; le città richiedono certamente investimenti privati, ma anche una mole consistente e prolungata nel tempo di investimenti pubblici (nelle infrastrutture, nelle reti, nella gestione delle attrezzature, nelle politiche per le persone e i luoghi – cfr. libro Spazi pubblici). Pur rinviando alla prossima edizione della scuola una trattazione più approfondita di questo argomento, dobbiamo (1) togliere alibi alla speculazione edilizia (cfr., nelle letture, i commenti al PTR del Veneto), (2) porci il problema della quantità di risorse e della loro allocazione, ovverosia pretendere maggiore attenzione verso le politiche per le città (altro che chiacchiere sul federalismo) e prendere atto dell’avvenuta “rivoluzione urbana senza un’adeguata rivoluzione istituzionale” (la dilatazione e coalescenza degli insediamenti causa una duplice debolezza, tanto delle iniziative dei comuni maggiori quanto dei tentativi di promozione dell’intercomunalità basati esclusivamente su approcci volontaristici ; la capacità dei nostri territori di esprimere ‘strategie territoriali’ di medio periodo è molto bassa… ecc.).

Quali strumenti consentono di “contrastare la rendita”? Verso quali obiettivi e finalità concrete (quale tipo di città) possiamo orientare le trasformazioni urbanistiche, se ci liberiamo del peso eccessivo della rendita?

Per rispondere a queste domande abbiamo chiesto a Maria Cristina Gibelli di evidenziare le condizioni e gli strumenti entro i quali l’iniziativa privata e il partenariato pubblico-privato posso essere orientati al raggiungimento di obiettivi di interesse generale: riqualificazione delle città, promozione di vivibilità e urbanità, all’attenzione all’ambiente, incremento della coesione sociale.

Nel primo intervento l’attenzione è focalizzata sui modi in cui, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, in Europa, il partenariato pubblico-privato è stato orientato al raggiungimento di obiettivi di rigenerazione economica e fisica, coesione sociale, promozione di vivibilità e urbanità, attenzione all’ambiente.

Nel secondo intervento sono illustrati e commentati criticamente alcuni esiti concreti del partenariato pubblico-privato in Francia, Spagna e Germania, caratterizzati da regia pubblica, trasparenza dei processi e del “quadro contrattuale”, benefici collettivi concretamente valutabili.

In calce le slide delle due presentazioni.

L’indebolimento del tessuto sociale e, ancor di più, della classe dirigente (pubblica e privata) hanno un ruolo tutt’affatto marginale nel mancato contrasto all’appropriazione privata della rendita.

Fabrizio Bottini, tornando alle radici dell'urbanistica contemporanea con un caso storico emblematico, ci parla della città come “costruzione collettiva” "Sono gli uomini a fare le città, poi sono le città a fare gli uomini", si afferma in un sussidiario per le scuole, con il quale i principali rappresentanti dell'economia cittadina di Chicago vogliono spiegare ai ragazzi l'importanza delle decisioni sull'assetto della città.

L’intervento di Bottini, in apparenza lontano nel tempo e nello spazio, è prezioso per non dimenticare che:

- la città è una costruzione collettiva;

- la città è tale quando è capace, attraverso i suoi amministratori e i suoi abitanti, di riflettere su se stessa e agire di conseguenza.

In calce le slide della presentazione.

Nel sito Mall alcuni estratti del manuale, tradotti e presentati da Fabrizio Bottini.

Nell'ambito della prima parte (La rendita) della lezione di Edoardo Sazano (vedi testo) Roberto Camagni ha inserito una serie di commenti, precisazioni e approfondimenti relativi alla rendita urbana, focalizzando l'attenzione sulle conseguenze negative del rapporto degenerato tra i percettori delle rendite e i decisori pubblici.

Gli argomenti trattati sono stati soprattutto:

- La rendita in generale e le condizioni per la sua formazione.

- La rendita urbana, sua ineliminabilità e suo carattere di “reddito non guadagnato” e residuo (non costo) di produzione.

- I meccanismi di formazione della rendita fondiaria in relazione agli interventi pubblici.

- Gli effetti della rendita, della sua mancata socializzazione e della “sottocapitalizzazione” delle città.

- La rendita oggi, il rapporto tra rendita e potere, il finanziamento dei beni pubblici e la tassazione delle rendite.

Camagni ha utilizzato le slides scaricabili qui sotto.

Come sarà la città “resiliente”, ovverosia capace di adattarsi alle condizioni del futuro, in uno scenario post-petrolifero? Piste ciclabili e strade libere dalle auto collegano le case-solari ai negozi, alle aree verdi e ai servizi, oppure ad una fermata del tram per raggiungere un posto più lontano in città. Davanti alla scuola i genitori aspettano in bici o a piedi i loro figli, e non rinchiusi nelle loro auto. È presente un negozio dove gli agricoltori del posto vendono prodotti biologici… Uno stereotipo? Un’utopia? Non esattamente, dato che stiamo descrivendo il quartiere Vauban a Friburgo.

Il quartiere Vauban di Friburgo costituisce un esempio di straordinario interesse. Proprietà pubblica dei suoli, regia complessiva del processo di attuazione (dall'ideazione alla realizzazione), socializzazione degli incrementi di valore del suolo derivanti dall'urbanizzazione, trasparenza dei processi e ampio spazio alla partecipazione, inquadramento delle realizzazioni all'interno di politiche urbanistiche e ambientali unitariamente concepite...

Questi e altri requisiti, peraltro condivisi in molte esperienze di rinnovo urbano e di realizzazione di nuovi insediamenti promosse nel nord Europa, sembrano indispensabili per assicurare che le operazioni di trasformazione delle città assicurino vantaggi per gli abitanti futuri e per tutti i cittadini, e non rappresentino mere occasioni di valorizzazione immobiliare.

In calce le slide di Mauro Baioni.

L'espansione delle città viene sollecitata dai proprietari dei suoli, che si avvantaggiano degli straordinari incrementi di valore connessi con il cambio delle destinazioni d'uso. Riconnettere le scelte della pianificazione ad un’analisi della domanda è il primo passo, fondamentale, per impedire che i percettori della rendita decidano a loro esclusivo vantaggio le sorti della città e del territorio.

Georg Frisch, parlando del PTC di Caserta, ci dimostra - dati alla mano - in che modo la domanda di spazi (se non è artificiosamente sostenuta) può trovare risposte adeguate nella città esistente, senza consumare suolo ulteriore e incentivando la riconversione di aree e di edifici dismessi per destinarli a nuove funzioni. L’arresto della crescita urbana, e della deriva infrastrutturale ad essa strettamente legata, può diventare un obiettivo concreto e praticabile. Nel caso particolare della provincia di Caserta, costituisce un'occasione per il riscatto di un territorio divenuto emblema dei mali peggiori del nostro paese.

In calce le slide della presentazione.

Nell'ambito della lezione a due voci con Piero Bevilacqua, De Lucia ha contribuito a illustrare, le ragioni per le quali la rendita immobiliare è così forte in Italia e le ragioni del consolidamento del cosiddetto “blocco edilizio”, sottolineando le conseguenze della cattura del decisore da parte dei percettori delle rendite in termini di equità sia in termini di efficienza (come testimoniano i problemi insoluti della casa, dei trasporti, dell’ambiente e del lavoro). Si è soffernato soprattutto sulle possibilità del potere politico di dminare, o comunque fortemente ciondizionare, l'incremento e la destinazione della rendita immobioare, riferendosi soprattutto alla fase del fascismo e a quella degli "anni della speranza" (anni 60 e 70 del secolo scorso).

Di seguito una nota su alcuni argomenti trattati, con una bibliografia essenziale.



Appunti per l’intervento alla scuola di eddyburg

sulla rendita fondiaria

La rendita fondiaria quale fattore decisivo della condizione urbana si manifesta pienamente, secondo me, dopo la seconda guerra mondiale mentre, durante il fascismo, era controllata dal potere politico (cfr. P. e R. Della Seta). Non si deve peraltro trascurare che, fino al fascismo, era stata modesta l’espansione urbana e quindi era limitato il campo di applicazione della rendita.

Non disponiamo di dati ufficiali ma penso che debba ritenersi corretta la stima che solo il 10 per cento dello spazio attualmente urbanizzato lo fosse già prima della seconda guerra mondiale (quello più o meno corrispondente ai nostri centri storici)

Nell’immediato dopoguerra, la rendita – ogni forma di rendita – si dilata in tutte le direzioni e sono inesistenti, o comunque inefficaci le azioni di contrasto della pubblica amministrazione. Che, anzi, non di rado, consapevole o meno, agisce a sostegno dei percettori di rendita. Il caso probabilmente più clamoroso è quello dell’Ina-casa, ente che peraltro, fece fronte con efficienza e tempestività (e spesso anche con ottime soluzioni architettoniche) al suo compito istituzionale di costruire alloggi di carattere popolare. Chiarissima in proposito è la descrizione che I. Insolera e G. Marcialis fanno degli interventi Ina-casa sulla via Tuscolana a Roma nei primi anni Cinquanta.

La necessità di un deciso intervento della mano pubblica per abbattere la rendita e realizzare così una consistente riduzione del costo degli alloggi si manifesta con evidenza all’inizio degli anni Sessanta, in occasione dei primi governi di centro sinistra. Ma i risultati sono deludenti, ed è nota la drammatica vicenda del ministro Sullo (E. Salzano).

La riforma del regime dei suoli che non era riuscita a Fiorentino Sullo, anche perché non sostenuta dal consenso popolare, approda invece a concreti risultati nel corso degli anni Settanta, a seguito dei grandi movimenti di lotta per la casa e per una più civile condizione urbana che si erano sviluppati a partire dalla fine degli anni Sessanta. Ma dura poco …

Sono convinto che, dopo l’assassinio (politico) del ministro Sullo, continua ad agire una sorta di sindrome Sullo che induce i politici italiani di ogni schieramento a rifuggire dalle posizioni di autentico contrasto alla rendita. Secondo Antonio Cederna e altri studiosi, la strategia della tensione, che ha inizio con le bombe di piazza Fontana del dicembre 1969, è una risposta al grande sciopero nazionale per la casa del 19 novembre 1969.

Comunque, alla fine degli anni Settanta, il quadro legislativo italiano in materia di urbanistica e di politica abitativa è sicuramente soddisfacente.

Ma proprio all’inizio del nuovo decennio ha inizio la controriforma. La rendita, a mano a mano, recupera le posizioni perdute, soprattutto attraverso:

- nuovi istituti fondati sulla deroga agli strumenti urbanistici

- la crescita vertiginosa dell’abusivismo che devasta le regioni meridionale (tre condoni in 18 anni)

- la scomparsa dell’edilizia pubblica.

Una delle forme più vistose di arretramento della politica urbanistica è il nuovo piano regolatore di Roma, approvato nel 2008 totalmente asservito alla rendita fondiaria, soprattutto attraverso l’invenzione dei diritti edificatori.

Eppure non è impossibile operare scelte in controtendenza, come nel caso del progetto Bagnoli (V. De Lucia).

Bibliografia minima



- Italo Insolera e Giusa Marcialis, L’azione privata, nel numero monografico 100-1002, dicembre 1971, di «Centro sociale», dedicato a La politica della casa in Italia.

- Italo Insolera, L’urbanistica, in Storia d’Italia, vol. V, I documenti, Einaudi, Torino, 1973, in particolare: Il meccanismo della rendita fondiaria, pp. 436 sgg. e Fine e continuità dell’urbanistica fascista, pp. 480 sgg.

- Piero Della Seta, Roberto Della Seta, I suoli di Roma. Uso e abuso del territorio nei primi cento anni della capitale, Editori Riuniti, Roma, 1988, in particolare: Il piano regolatore del 1909, la tassa sulle aree fabbricabili, le demanializzazioni, pp. 95 sgg. e Il decreto legge 6 gennaio 1941, n.2 e il principio dell’esproprio generalizzato, pp. 129 sgg.

- Vezio De Lucia, La legge urbanistica del 1942, in V. Cazzato (a cura di), Istituzioni e politiche culturali in Italia negli anni Trenta, Istituto poligrafico e zecca dello Stato, Roma, 2001.

- Edoardo Salzano, Fondamenti di urbanistica, Editori Laterza, Roma – Bari, 1998.

- Vezio De Lucia, Le mie città, Diabasis, Reggio Emilia, 2010.

- Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori, Milano, 2010, in particolare pp. 155 sgg.

L’inverno del 1969, con il grande sciopero nazionale (19 novembre) e l’attentato di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre), è uno dei momenti cruciali della storia del secondo dopoguerra del nostro paese. Nella grande manifestazione viene ribadito con forza il diritto alla casa e si chiede una riforma urbanistica che sottragga le scelte urbanistiche alla speculazione. Il movimento studentesco e quello operaio sembrano, per un attimo, in grado di unire le forze per rivendicare un paese differente, più democratico e giusto. Di lì a qualche tempo sarà approvata la legge sulla casa, ma il profondo rinnovamento richiesto da studenti, intellettuali e mondo operaio verrà impedito con tutti i mezzi, compresi quelli sanguinari.

Le ragioni dello sciopero e il contesto, nazionale e internazionale, sono tratteggiati nello scritto di Oscar Mancini, dirigente sindacale Cgil, che riportiamo di seguito.

Il “biennio rosso” 1968-69

e lo sciopero nazionale per la casa



Lo sciopero generale del 19 novembre ’69 giunge al culmine dell’autunno caldo. Anzi, di una stagione politica, quella del “biennio rosso” 69/69, nella quale irrompono sulla scena le classi subalterne e le nuove generazioni e, qualche anno dopo, una straordinaria rivoluzione femminista.

Un periodo di eccezionale fermento sociale, la più grande stagione di azione collettiva nella vita della Repubblica durante la quale cambiano i rapporti di forza tra le classi sociali e le “opinioni” cambiano i “costumi” degli italiani.

Insomma, l’Italia diventò più libera rispetto al passato. La campagna di deprezzamento, svalutazione quando non di vera e propria denigrazione del 68/69 fa parte integrante del clima degradato di questi nostri giorni ed è funzionale alla liquidazione di conquiste storiche: dal welfare alla privatizzazione dei beni comuni, dal contratto nazionale di lavoro al diritto di sciopero secondo la nuova/vecchia dottrina liberista di Marchionne/Sacconi.

Il movimento del ”biennio rosso” trae origine da cause che possiamo definire”interne” nel senso che rappresentano una peculiarità del nostro paese ma anche da una “matrice esterna”, nel senso che il “68” italiano partecipava ed interagiva con un più generale movimento su scala internazionale che vedeva mobilitarsi la gioventù studentesca di numerosi altri paesi all’est come all’ovest.

Cause “interne”



Il secondo dopoguerra fu un periodo di grandi cambiamenti. L’Italia compì il passaggio da Paese agricolo a Paese industriale e milioni di contadini poveri emigrarono al Nord e all’estero.

Nel ventennio 1951/71 la distribuzione geografica della popolazione italiana subì uno sconvolgimento. L’emigrazione più massiccia ebbe luogo tra il 1955 e il 1963. Gli anni del cosiddetto “boom economico”. La tendenza migratoria si bloccò brevemente a metà degli anni 60, ma riprese fortemente negli anni 1967/71. In tutto, tra il 1955 e il 1971, 9.140.000 italiani sono coinvolti in migrazioni interregionali. Le città del triangolo industriale furono naturalmente quelle che esercitarono una maggiore attrazione per questi migranti determinando un massiccio esodo dal mezzogiorno.

Questo flusso improvviso trasformò le grandi città italiane che crebbero a dismisura senza un corrispettivo sviluppo dei servizi. Scuole, ospedali, case, trasporti, tutti beni di prima necessità, restarono parecchio indietro rispetto alla rapida crescita dei consumi privati.

Infine, il “miracolo” accrebbe in modo drammatico il già serio squilibrio tra Nord e Sud.

Per rendere emblematicamente l’idea di quanto drammatico fosse il problema della casa Paul Ginsborg racconta la storia di Antonio, secondo di cinque figli di una famiglia di Bronte, un paese della Sicilia.

Trasferitosi dapprima in Toscana dove lavora in miniera approda a Milano dove trova ospitalità da un cugino con il quale condivide l’unico letto in una piccola stanza così descritta: “con una sola finestra, i vetri rotti, sostituiti da cartone. Accesa la luce, la lampadina era così piccola che la stanza rimaneva in penombra”.

Appena si sentiva pronto, e dopo aver risparmiato un po’ di denaro, l’immigrato chiamava la famiglia a raggiungerlo. Spesso lasciava a casa, in campagna, i propri genitori e li andava a trovare d’estate.

Per la famiglia arrivata al Nord iniziava subito il dramma di trovare una casa dove sistemarsi.

Le città settentrionali erano assolutamente impreparate per u n afflusso così massiccio e le famiglie erano pertanto costrette a vivere, proprio negli anni del “miracolo”, in condizioni estremamente precarie. A Torino, i nuovi abitanti della città, trovarono alloggio negli scantinati e nei solai del centro, negli edifici destinati alla demolizione, in cascine abbandonate dell’estrema periferia.

Ovunque si verificarono atteggiamenti razzisti, e spesso gli appartamenti non venivano dati in affitto ai meridionali, costretti così a vivere quattro/cinque persone per stanza, in un’unica camera divisa da tende e vecchie coperte. Gabinetti e lavandini si trovavano nei corridoi ed erano in comune per una decina di famiglie, almeno 40/50 persone.

Benché quello della casa fosse il problema più drammatico non era l’unico. L’assistenza sanitaria era inadeguata, e nelle scuole i bambini erano costretti ai doppi e tripli turni. Queste condizioni favorirono l’emergere di un diffuso razzismo verso non solo i “terroni”ma anche verso i veneti “polentoni”.

In una prima fase anche il lavoro era elemento di divisione. Molti immigrati trovavano lavoro attraverso pseudo-cooperative che rifornivano le fabbriche di manodopera a basso costo. Si trattava di uno dei classici sistemi per dividere i lavoratori, dal momento che gli operai settentrionali vedevano minacciato il loro potere contrattuale da questi “terroni” che facevano lo stesso lavoro per solo un terzo del loro salario. Quando queste sedicenti cooperative, in seguito ad una lotta sindacale, furono messe fuorilegge e nel tempo si unificò il mercato del lavoro la fabbrica divenne uno straordinario luogo di socializzazione e di costruzione di quella forte solidarietà di classe che diede origine alle lotte dell’autunno caldo.

Anche perché, all’interno delle fabbriche, nel frattempo, molte cose erano mutate. La grande ristrutturazione, seguita alla crisi del 64/65 aveva portato ad una maggiore meccanizzazione, all’uso diffuso della catena di montaggio e all’applicazione tayloristica del lavoro: quindi mansioni parcellizzate e aumento dei ritmi di lavoro.

“L’operaio massa divenne così” divenne così il soggetto sociale centrale del biennio rosso che prese avvio il 19 aprile 1968 a Valdagno con l’abbattimento della statua del Conte Marzotto.

Le basi materiali dell’esplosione della protesta nelle Università devono essere invece rintracciate nelle riforme degli anni sessanta.

Con l’introduzione della scuola media dell’obbligo, per la prima volta si era creato un sistema di istruzione a livello di massa che apriva nuovi orizzonti a migliaia di ragazzi dei ceti medi e della classe operaia. L’accesso alle facoltà scientifiche era stato aperto anche agli studenti provenienti dagli istituti tecnici.

In poco tempo la popolazione universitaria quasi raddoppiò entrando in un sistema che era già in avanzato stato di disfunzione.



La “matrice esterna”



Il movimento che nel sessantotto si sviluppò su scala internazionale puntava a sovvertire valori ormai in crisi, propri dell’equilibrio del secondo dopoguerra, che aveva sorretto le motivazioni della guerra fredda e del rapporto tra il Nord e il Sud del pianeta.

Pensiamo al processo di decolonizzazione e alla guerra di liberazione condotta dai Vietcong, i quali, proprio il 31 Gennaio del ’68, primo giorno del Tet, il capodanno buddista, iniziarono un’offensiva che li porterà fino ad assediare l’ambasciata statunitense a Saigon.

Per darvi un’idea del clima di quegli anni, consentitemi un ricordo personale. Il 27 Febbraio del ’69 la visita in Italia del presidente Statunitense Richard Nixon, responsabile dei bombardamenti al napalm contro la popolazione vietnamita, provoca grandi manifestazioni a Roma al grido “ Nixon boia go home “ e “ la Nato sarà il nostro Vietnam “.

Ho ancora negli occhi i caroselli delle camionette della polizia lanciate contro di noi in piazza Esedra, l’emozione per la morte dello studente Stefano Congedo che precipita da una finestra di Magistero nel tentativo di sfuggire ai fascisti e l’arresto, che anch'io subii a notte fonda, insieme ad altri 200, su un tetto di fronte a Palazzo Chigi dove ci eravamo rifugiati per sfuggire alle manganellate dei poliziotti.

Alcuni storici sostengono che “l’autunno caldo” è figlio del “Maggio” Francese e che esiste una “ liaison” tra il “Maggio ‘68” e la “Primavera di Praga”. Ma tutti sappiamo che queste due storiche pietre miliari durarono appena “l’espace d’un matin”.Entrambe crollarono sotto gli attacchi della polizia e l’invasione dei carri armati Sovietici, condannata non solo dalla C.G.I.L. ma anche dal PCI.

Cosicché il generale De Gaulle poté dichiarare. “La chienlit est finie” ( la baraonda è finita) e il Rude Pravo poté scrivere: ” L’ordine regna a Praga”. In sostanza quegli eventi furono bloccati e finirono non soltanto troppo presto ma troppo male.

Questo non fu il caso dell’autunno caldo Italiano che non chiuse ma piuttosto aprì un periodo di profondi cambiamenti nel sistema sociale italiano, una nuova era per un’intera generazione di giovani, di lavoratori, d’intellettuali.

Perché in Italia il processo sociale e l’ondata politica che partirono con il ‘68/’69 furono così lunghi? Essi, infatti, scavarono in profondità lasciando un’eredità importante che si proietterà nel corso di tutti gli anni ’70. La sconfitta sindacale alla Fiat nel 1980 ( anche allora la Fiat) fu un segno che tutta un’era veniva finendo e apriva la strada al rampantismo craxista.

Una ragione non secondaria che spiega la durata è, come scrive Asor Rosa che “solo in Italia – solo in Italia in tutto il mondo – movimento studentesco e movimento operaio crebbero solidalmente, tendendosi la mano”.

Vi contribuì certamente l’apertura che il PCI, a differenza del PCF, manifestò nei confronti del movimento studentesco. A differenza di Giorgio Amendola che auspicava una “battaglia su due fronti”, contro il potere capitalista e contro l’estremismo studentesco, Luigi Longo – il segretario – riconosceva che il movimento studentesco “aveva scosso la situazione politica ed era stato largamente positivo nell’indebolire il sistema sociale italiano”.

Ma vi contribuì ancor più la CGIL e massimamente i sindacati dei metalmeccanici della FIOM CGIL e della FIM CISL. Un tipico slogan della CGIL durante il 69 era stato: “portare la rivendicazione operaia nel cuore della società”. Sfortunatamente il maggior partito dei lavoratori non portò se stesso nel cuore dello Stato. A impedirlo intervennero le ovvie resistenze in campo moderato ma anche il terrorismo e l’uccisione di Aldo moro per opera delle BR. Un classico esempio di eterogenesi dei fini.

La rivoluzione sociale



Tuttavia pur in un quadro così complesso e contrastato furono anni di autentica rivoluzione sociale. Una grande massa di operai, giovani e in gran parte ex braccianti e contadini poveri pervenivano per la prima volta ad una visione del mondo ed acquisivano una coscienza di classe. Non chiedevano solo più salario, ma esprimevano una domanda nuova di dignità, di libertà della persona, di cultura ( meno ore di lavoro e più formazione).

Grandi furono le conquiste. Il 1969 si apre con due successi storici per il mondo del lavoro: la chiusura della vertenza sulle pensioni e sulle “gabbie salariale”; termina il 21 dicembre con la conquista del contratto dei metalmeccanici dopo un’aspra vertenza durata oltre quattro mesi.

Si sancirono per la prima volta le 40 ore di lavoro, aumenti salariali uguali per tutti, vincoli al lavoro straordinario, diritto di assemblea, riconoscimento dei Consigli di Fabbrica come agenti contrattuali, riduzione delle differenze tra operai e impiegati a partire dal trattamento di malattia etc.

Questo esito era stato preparato da una varietà di lotte in tanti luoghi di lavoro dai contenuti e dalle forme del tutto originali che aveva preso avvio ancora il 19 Aprile del 68 con l’abbattimento della statua del conte Marzotto a Valdagno:

per la difesa della salute contro la monetizzazione dei rischi;

per il riconoscimento di forme di democrazia diretta a livello di unità produttiva: l’assemblea e il Consiglio di Fabbrica eletto su scheda bianca a livello di reparto, di linea, di squadra;

per il controllo degli organici e la riduzione dei ritmi di lavoro;

per aumenti salariali indipendenti dal rendimento e contro il cottimo;

per la settimana di 40 ore;

per la parità di trattamento tra operai e impiegati.

Queste rivendicazioni si accompagnarono comunque a lotte più generali. Dopo i successi conseguiti sulle pensioni e il superamento delle gabbie salariali un’altra grande conquista si realizzò l’anno successivo con l’approvazione da parte del Parlamento dello “Statuto dei lavoratori” (legge 300/70). Per la prima volta, come si disse allora, la Costituzione entrava in fabbrica. La legge tutelava la libertà e la dignità del lavoratore riconoscendogli la libertà d’opinione, la tutela della salute, il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa e venivano riconosciuti i principali diritti sindacali.

Dovremo invece attendere il dicembre del ’78 per vedere entrare in vigore la legge che istituiva il servizio sanitario nazionale che garantiva per la prima volta in Italia, l’assistenza gratuita e diretta a tutti i cittadini.

La vertenza casa



E’ in questo contesto che il 19 Novembre del ’69 il sindacato – al singolare come si diceva allora per sottolinearne il carattere unitario – cioè CGIL CISL UIL, proclamarono uno sciopero generale con manifestazioni in tutte le province che riscosse un grande successo di partecipazione.

Si avviarono subito complicate trattative con il governo che durarono per tutto il 1970/71.

Le forze che premevano per una riforma del settore abitativo e della pianificazione urbanistica erano ben più forti che all’epoca di Sullo e del primo centro-sinistra ma le resistenze alla riforma erano sempre forti.

Che cosa rivendicavano le tre Confederazioni? La piattaforma inviata al governo nel settembre del 69 richiede una “politica organica della casa” fondata su un “consistente e sistematico intervento pubblico” per assicurare “a tutti i cittadini condizioni abitative adeguate ad un livello civile di vita collettiva”. In che cosa consiste un’organica politica della casa? Innanzitutto nella “realizzazione di progetti di urbanizzazione entro cui dovrebbe operare l’ente pubblico per la casa” comprensivi “non solo delle abitazioni, ma dei servizi civili e delle infrastrutture di comunicazione necessarie”. In sostanza i sindacati dei lavoratori con questa piattaforma non intendono che siano soddisfatti soltanto i “meri bisogni abitativi” ma anche quelli più generali che riguardano le condizioni civili, “i grandi servizi pubblici relativi alla scuola, alla salute, all’utilizzazione del tempo libero e alla ricostruzione di un tessuto associativo di vita dei quartieri e delle città”. Non sfugge alle Confederazioni che tale progetto “richiede e pretende l’emanazione di una nuova legislazione urbanistica che deve regolare il regime delle aree urbane attraverso il diritto di superficie e l’esproprio generalizzato”. Vi è dunque la consapevolezza che il diritto alla casa per affermarsi deve “tagliare le unghie alla rendita” attraverso un diverso regime dei suoli e che l’intervento pubblico è indispensabile anche attraverso “una politica sociale della casa che fa gravare una quota del costo delle abitazioni sulla collettività e ne rapporta il prezzo alle disponibilità di reddito dei lavoratori”. Ne consegue che “le abitazioni restano di proprietà dell’ente pubblico che le cede in locazione alle famiglie secondo criteri di politica sociale”. Gli otto punti della dettagliata piattaforma individuano anche obiettivi immediati come “il blocco degli affitti e dei contratti di locazione per un periodo di tre anni” e individua gli strumenti e i criteri per “il reperimento dei mezzi finanziari” attraverso una “riforma tributaria” fondata su un sistema fiscale “realmente progressivo, che colpisca più duramente chi più ha, che non lasci le porte aperte ai grandi evasori, che realizzi cioè il disegno delineato dalla nostra Costituzione”.

E’ dunque una piattaforma, quella al centro dello sciopero generale del 19 Novembre del ’69, fondata su una strategia che ricerca, come si scrisse allora, “soluzioni generali e non particolari condizioni di privilegio corporativo”. In sostanza quello sciopero rivendicava “un diverso sviluppo economico, sociale e politico dell’intera società nazionale”. Per questo ebbe tanto successo.

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