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Per tributare un riconoscimento che non potrebbe certo ripagare il debito incommensurabile che la mia generazione ha nei confronti di Giorgio Nebbia, forse con Laura Conti il più straordinario innovatore tra quanti hanno colto nella capacità trasformativa del lavoro assoggettato al capitale il pericolo più grave di minare irreversibilmente la natura, la sua integrità, la sua indiscutibile attitudine di alimentare una vita buona sulla Terra, rubo le parole ad una nota con cui un amico mio e di Giorgio – Gian Paolo Poggio – ha annunciato una scomparsa purtroppo da tempo messa in un conto doloroso.

«Sapevo – scrive Gian Paolo - di Giorgio Nebbia attraverso i suoi articoli, in particolare i contributi, molto originali, che apparivano nel bollettino di Italia Nostra. L’ho conosciuto di persona verso la fine degli anni ’80, in occasione della vicenda dell’Acna di Cengio (Savona). Il suo approccio era assolutamente non convenzionale, non era più giovane ma partecipava direttamente agli incontri in alta Valle Bormida, e con lui la moglie Gabriella, sobbarcandosi un lungo viaggio. La sua impostazione del problema era chiarissima e, nello stesso tempo, molto impegnativa. Andava bene contestare la fabbrica per il suo impatto sulla salute e sull’ambiente ma bisognava studiare i cicli produttivi, sapere esattamente cosa produceva e quali erano gli scarichi inquinanti, cosa aveva prodotto nel corso dei suoi cento anni di attività. E questo non per una pur meritevole conoscenza storica ma per poter intervenire in modo efficace, in termini di bonifica, di risanamento dell’ambiente e di controllo sulla salute dei lavoratori e della popolazione. Da allora è stato per me e per la Fondazione Micheletti, l’interlocutore principale, un infaticabile e inflessibile stimolatore di attività, iniziative, il più delle volte invisibili perché dedicate alla salvaguardia degli archivi che hanno a che fare con la produzione, le manifatture, il lavoro, l’energia. Gli studi più rilevanti sono quelli che ha dedicato al ciclo delle merci, definendosi sempre orgogliosamente merceologo, anche quando la merceologia veniva abolita, un po’ come se si potessero abolire le merci. Di cui, anche un po’ per provocazione intellettuale, metteva sempre in evidenza la dimensione materiale, naturale, il carico quantitativo sulle matrici ambientali».

Per quanto mi riguarda ho goduto della sua amicizia e di una curiosità quasi stupita per l’attenzione che un sindacalista - quale ero io allora - dedicava non tanto all’incidente clamoroso sul lavoro, che faceva notizia, quanto alla ricostruzione degli effetti irreversibili che i cicli di trasformazione di materie e energia, fagocitate nel vortice di produzioni spinte alla massimizzazione del profitto, producevano “normalmente e quotidianamente” su un ambiente degradato e sui cambiamenti della biosfera, mai presa seriamente in considerazione come spazio vitale, luogo di riproduzione, bene comune da conservare. “Giorgio – conclude il nostro comune amico - era persona estremamente avvertita, libera da schemi ideologici, appassionato ma estremamente consapevole delle debolezze umane, e però ostinatamente aperto alla speranza. Occorrerà molto tempo per conoscere Giorgio Nebbia nelle sue molteplici dimensioni”. Oggi lo ricordiamo con lo smarrimento che solo l’affetto più intenso può in minima parte colmare.

Il “Grigia”, al secolo Franco Berlanda, scomparso nei giorni scorsi a 99 anni a Torino, aveva una vocazione “maieutica,” accompagnata da grande semplicità, sul senso della vita. Il suo antifascismo non era fermo ai giorni in cui salì a Cogne in valle d’Aosta per formare una delle prime brigate partigiane del Piemonte: antifascismo per lui voleva dire libertà, studio, insegnare “il bello” delle città, difendendole dal degrado, dalle barbarie della speculazione.

Laureatosi in architettura, fu stimato docente all’Università di Venezia ed uno dei più autorevoli dirigenti dell’INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica con Astengo, Renacco, Guiducci. La battaglia sul nuovo Piano Regolatore di Torino e sul consumo dei suoli in generale (il rapporto tra metri cubi edificati ed aree libere o destinate a servizi per la collettività) la condusse con grande decisione ed entusiasmo non solo nelle sedi istituzionali ma nei quartieri, nei consigli di fabbrica, nelle scuole di ogni ordine e grado suscitando anche qualche ironica riserva nel fronte amico, dove qualche compagno di complemento lo definì “urbamastico, urbamistico”.

Il “Grigia” non era credente, ma aveva molta considerazione nei confronti delle “moltitudini” per farle crescere, sollecitandole a «istruirsi, istruirsi ed ancora istruirsi», per dirla con Antonio Gramsci. Il suo laicismo non mancava mai di vederlo schierato evangelicamente dalla parte degli ultimi.



Premessa del 31 marzo 2018
È con amaro stupore che, cercando in internet tre fondamentaliarticoli di Enrico Berlinguer, non siamo stati capaci di trovarli in nessunadelle raccolte di testi storicamente e politicamente rilevanti comparsi nelsecolo scorso. Si tratta del saggio, articolato in tre parti, nel quale EnricoBerlinguer, segretario nazionale del Partito comunista italiano, commentava igravi avvenimenti del Cile e proponeva un’alternativa storica e politica all’avanzatadel capitalismo nella sua fase più aggressiva. L’assassinio del leadersocialista e capo del governo cileno Salvador Allende venne organizzato alculmine di una feroce guerra civile programmata, organizzata, dagli Usa diRichard Nixon ed Henry Kissinger ed eseguita dal loro sicario cileno generale AugustoPinochet, aveva provocato una profonda riflessione, a conclusione della qualeil leader del Pci aveva argomentatamene avanzato la sua proposta di un nuovo“compromesso storico”.
Quando adoperava questa espressione Enrico Berlinguer nonsi riferiva certamente a un accordo politico tra la sinistra e la Dc, come la sciatta pubblicistica dei nostri giorni lascia credere. I suoi riferimenti storici più vicini erano l’accordo sostanziale (il “compromesso”) tra classe operaia eborghesia per sconfiggere l’alleanza tra Vaticano e latifondisti delMezzogiorno e realizzare l’unità d’Italia nel XIX secolo, e quello tra borghesia e popolo che aveva sconfitto l'assolutismo dell'aristocrazia feudale nella Francia del XVIII secolo.
Ripubblichiamo oggi (marzo 2018) sullanuova edizione di eddyburgqueste pagine smarrite, per consentire a chi frequenta la rete digitale diritrovarle, e di divenir consapevole di due fatti storicamente rilevanti: il fortunato e micidiale colpo di stato del neoliberismo in Cile e la meno fortunata riflessione di Enrico Berlinguer (e.s.)
Premessa del 27 marzo 2004
Il 28 settembre 1973, all’indomani del feroce colpo distato col quale il generale Pinochet abbatté il legittimo governo democraticodi Salvador Allende, Rinascita (larivista settimanale del Pci) iniziò la pubblicazione di un saggio di EnricoBerlinguer, che proseguì nei successivi numeri del 5 e del 12 ottobre. Lariflessione aperta da quel saggio provocò modifiche profonde nell’assetto dellapolitica italiana. Nel tempo, la comprensione dei suoi contenuti si annebbiò.Abbastanza rapidamente, bisogna dire, anche a causa dell’applicazione meramentetatticistica e di breve respiro che parte consistente del gruppo dirigente delPci diede della ricca intuizione di Berlinguer e della strategia d’ampiorespiro con cui la sua analisi si concludeva. «Il nuovo grande “compromessostorico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza delpopolo italiano», che nella visione del leader comunista postulava una profondarigenerazione delle forze politiche esistenti, venne spesso ridotto a miopiaccordi di potere con i partiti così com’erano.
L’11 settembre 2003 l’Unità ha riproposto integralmente le tre parti del saggiodi Enrico Berlinguer. Rileggerlo aiuta anche a comprendere come la politica nonsia necessariamente quella cosa cui Berlusconi e i suoi simili e successori l’hannooggi ridotta.
La tragedia cilena e il golpeche rovesciò Allende aprirono un serrato dibattito in Italia. Un paese chestava guardando con molta attenzione a quel che avveniva nella nazionelatinoamericana. L’Italia - conclusasi di fatto l'esperienza del primocentrosinsitra - aveva attraversato un momento molto difficile, con la svolta adestra del governo Andreotti che aveva escluso i socialisti e imbarcato iliberali. Il movimento operaio, dopo l'autunno caldo, era attraversato da undurissimo confronto di posizioni. Molte di queste posizioni partivano proprioda una «lettura» dell’esperienza cilena per riproporre, anche nel nostro paese,il governo di unità delle sinistre. Forti erano anche i riferimenti alleposizioni del Mir, la sinistra radicale cilena che pur sostenendo Allende, loincalzava. In questa situazione, all’indomani del golpe, il segretario del Pci,Enrico Berlinguer – con una procedura piuttosto insolita – pubblicò sullarivista teorica del partito, «Rinascita», tre saggi, che ripubblichiamo.Rifletteva sulla difficoltà di un processo riformatore in un mondo bipolare,affermava il principio che «non basta il 51 per cento» dei consensi pergovernare. Era l’avvio della strategia del compromesso storico, che avrebbesegnato l’atteggiamento del più forte partito comunista europeo per tutti glianni ’80. (e.s.)
28.09.1973
IMPERIALISMO E COESISTENZA
ALLA LUCE DEI FATTI CILENI
di Enrico Berlinguer


Gli avvenimenti cileni sono statie sono vissuti come un dramma da milioni di uomini sparsi in tutti icontinenti. Si è avvertito e si avverte che si tratta di un fatto di portatamondiale, che non solo suscita sentimenti di esecrazione verso i responsabilidel golpe reazionario e dei massacri di massa, e di solidarietà per chi ne èvittima e vi resiste, ma che propone interrogativi i quali appassionano icombattenti della democrazia in ogni paese e muovono alla riflessione. Non giova nascondersi che il colpogravissimo inferto alla democrazia cilena, alle conquiste sociali e alleprospettive di avanzata dei lavoratori di quel paese è anche un colpo che siripercuote sul movimento di liberazione e di emancipazione dei popoli latino-americanie sull’intero movimento operaio e democratico mondiale; e come tale è sentitoanche in Italia dai comunisti, dai socialisti, dalle masse lavoratrici, datutti i democratici e antifascisti.

Ma come sempre è avvenuto difronte ad altri eventi di tale drammaticità e gravità, i combattenti per lacausa della libertà e del socialismo non reagiscono con lo scoramento o solocon la deprecazione e la collera, ma cercano di trarre un ammaestramento. Inquesto caso l’ammaestramento tocca direttamente masse sterminate dellapopolazione mondiale, chiamando vasti strati sociali, non ancora conquistatialla nostra visione dello scontro sociale e politico che è in atto nel mondo dioggi, a scorgere e intendere alcuni dati fondamentali della realtà. Ciò costituisceuna delle premesse indispensabili per un’ampia e vigorosa partecipazione allalotta volta a cambiare tali dati.

Anzitutto, gli eventi cileniestendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteridell’imperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano lasopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressionee di conquista, la tendenza a opprimere i popoli e a privarli della loroindipendenza, libertà e unità ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapportidi forza lo consentano. In secondo luogo, gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono edove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da unapropaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti inemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che leclassi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lascianoasservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni dirittocivile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propriprivilegi e il proprio potere.

Compito dei comunisti e di tutti icombattenti per la causa del progresso democratico e della liberazione deipopoli è di far leva sulla più diffusa consapevolezza di queste verità perrichiamare la vigile attenzione di tutti sui percoli che l'imperialismo e leclassi dominanti borghesi fanno correre alla libertà dei popoli eall’indipendenza delle nazioni, e per sviluppare in masse sempre più estesel’impegno democratico e rivoluzionario per modificare ulteriormente, nel mondoe in ogni paese, i rapporti di forza a vantaggio delle classi lavoratrici, deimovimenti di liberazione nazionale e di tutto lo schieramento democratico eantimperialistico. Gli avvenimenti del Cile possono e devono suscitare, insiemea un possente e duraturo movimento di solidarietà con quel popolo, un piùgenerale risveglio delle coscienze democratiche, e soprattutto un’azione perl’entrata in campo di nuove forze disposte a lottare concretamente control’imperialismo e contro la reazione.

A questo fine è indispensabileassolvere anche al compito di una attenta riflessione per trarre dalla tragediapolitica del Cile utili insegnamenti relativi a un più ampio e approfonditogiudizio sia sul quadro internazionale, sia sulla strategia e tattica delmovimento operaio e democratico in vari paesi, tra i quali il nostro.

Il peso decisivo dell’interventoUsa
Nessuna persona seria puòcontestare che sugli avvenimenti cileni ha pesato in modo decisivo la presenzae l’intervento dell’imperialismo nord-americano. La coscienza popolare l’ha avvertitoimmediatamente. Al di là di pur illuminanti episodi della cronaca politica ediplomatica relativa ai giorni del golpe e a quelli immediatamente precedenti,sta il fatto che, fin dall’avvento del governo di Unità popolare i gruppimonopolistici nord-americani presenti con posizioni dominanti nell’economiacilena (rame, Itt) e i circoli dirigenti dell’amministrazione degli Usa hannointrapreso una sistematica azione su tutti i terreni - dalla guerra economicaalla sovversione - per provocare il fallimento del governo Allende e perrovesciarlo.

Del resto, questo e altri modi diintervento degli Usa ai danni dei popoli e delle nazioni che aspiranoall’indipendenza non sono certo un’eccezione, ma, specialmente nell’AmericaLatina, la regola. Chi non ha presenti i brutali interventi in Guatemala, nellaRepubblica dominicana e in tanti altri Stati? E chi non sa che Cuba socialista,con la sua fermezza e con la sua unità, e grazie anche alla solidarietà e alsostegno dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti, ha dovutorespingere per anni manovre, provocazioni, boicottaggio economico, attacchidiretti al suo territorio e deve essere sempre vigilante per salvaguardareancor oggi la propria indipendenza?
Anche in altre zone del mondo, sitratti delle aree sottosviluppate dell’Asia e dell’Africa o si tratti deglistessi paesi di capitalismo avanzato (dal Giappone all’Europa occidentale) noncessano di manifestarsi la penetrazione dell’imperialismo americano e la suainiziativa, in tutte le forme possibili, per mantenere o estendere le sueposizioni economiche, politiche e strategiche.
Una situazione in movimento e di scontro
Che cosa può contrastare, limitaree far arretrare questa tendenza dell’imperialismo? La risposta più semplice èanche quella più vera: la modificazione progressiva dei rapporti di forza a suosvantaggio e a favore dei popoli che aspirano alla propria liberazione e ditutti i paesi che lottano per un nuovo assetto del mondo e per un nuovo sistemadi rapporti tra gli Stati. È proprio in questa direzione che va il processostorico mondiale da quasi sessanta anni, da quando la rivoluzione russa del1917 ha spezzato per la prima volta la dominazione esclusiva dell’imperialismoe del capitalismo. Da allora, e soprattutto dopo la vittoria sul nazismo, dopola vittoria della rivoluzione cinese e con il crollo del vecchio sistemacoloniale inglese e francese, l’area sottoposta al controllo dell’imperialismosi è andata restringendo. Sconfitta la politica folle e avventurosa chepretendeva poi rovesciare i regimi socialisti sorti dopo la seconda guerramondiale in Europa e in Asia (la politica del roll-back) le potenzecapitalistiche e gli stessi Usa sono ormai costretti a riconoscere che i regimisocialisti, ovunque esistenti, non possono essere toccati e che con essibisogna fare i conti e trattare.

Altri Stati, sorti dallo sfacelodel sistema coloniale, hanno potuto costruire e difendono con sempre maggiorevigore la propria indipendenza; e alcuni di tali Stati manifestano la tendenzaa orientare l’edificazione dei loro ordinamenti economici e sociali indirezione del socialismo. In questo quadro ha avuto e ha enorme portata lavittoria dell’eroico popolo del Vietnam, sostenuto dai paesi socialisti e da unpossente movimento internazionale di solidarietà, contro l’aggressioneamericana. Tale vittoria ha inflitto un nuovo duro colpo alle preteseimperialistiche, e rappresenta un nuovo determinante contributo al mutamentodei rapporti di forza nel mondo e al progredire di una politica di distensionee di pacifici negoziati nei rapporti fra gli Stati. Ma inoltre gli Usa sono oggicostretti a fare i conti con una crescente volontà di autonomia che si vienemanifestando, soprattutto negli ultimi anni, nei paesi dell’Occidenteeuropeo.

Infine, per grave che sia il colpoche viene dal rovesciamento del governo di Unità popolare in Cile, il moto diriscossa e di liberazione, che resta una realtà non cancellabile nei paesidell’America latina, non cesserà certo di esprimersi nelle forme più diverse edi trovare la strada per opporsi con successi anche parziali al dominionord-americano e alle cricche locali ad esso asservite. Non sta a dire proprioquesto il fatto che il colpo di Stato militare incontra nel popolo cileno esolleva in altri paesi latino-americani e ovunque una resistenza, una condannae una risposta quali non si erano verificate in occasione di altri colpi diStato reazionari?

Il riconoscimento della tendenzadi fondo che si va affermando nel processo storico mondiale - e che dà luogo, inultima analisi, a una progressiva riduzione dell’area del dominio delle forzeimperialistiche - non ci impedisce certo di constatare (e proprio dal Cile civiene in questi giorni un nuovo severo monito) che l’imperialismointernazionale e le forze reazionarie in molti paesi sono in grado di contenerela lotta emancipatrice dei popoli e in certi casi di infliggere duri scacchialle forze animatrici di tale lotta. Solo tenendo presente questo dato difatto, e cogliendo in ogni regione del mondo, in ogni paese e in ogni momentole forme concrete in cui si esprime o si può prevedere che si esprima, èpossibile evitare di essere colti di sorpresa, di cadere in errori e mettersiinvece in grado di organizzare e condurre un’azione rivoluzionaria edemocratica pronta e adeguata.
I due piani della lotta per la pace
Qualcuno si è domandato come siapossibile che interventi così brutali come quello effettuato in Cile dalleforze dell’imperialismo e della reazione continuino a verificarsi in una fasedella vita internazionale nella quale si vanno compiendo passi sempre piùspediti sulla via della distensione e della coesistenza pacifica nei rapportitra Stati con diverso regime sociale. Ma chi ha mai sostenuto che ladistensione internazionale e la coesistenza significano l’avvento di un’era ditranquillità, la fine della lotta delle classi sul piano interno einternazionale, delle controrivoluzioni e delle rivoluzioni?
La politica della distensione,nella prospettiva della pacifica coesistenza, è prima di tutto la via obbligataper garantire un obiettivo primario, di interesse vitale per tutta l’umanità eper ciascun popolo: evitare la catastrofe della guerra atomica e termonucleare,assicurare la pace mondiale, affermare il principio del negoziato come unicomezzo per risolvere le controversie tra gli Stati. Inoltre, la distensione e lacoesistenza, in quanto implicano la riduzione progressiva di tutti gliarmamenti e forme molteplici e crescenti di cooperazione economica, scientificae culturale, sia sul piano bilaterale che su quello multilaterale, sono unadelle vie per affrontare con sforzi congiunti i grandi problemi del mondocontemporaneo, quali quelli del sollevamento delle aree depresse,dell’inquinamento, della lotta contro l’indigenza e le malattie sociali,ecc.

La distensione e la coesistenzanon comportano di per sé, automaticamente e in un periodo breve, il superamentodella divisione del mondo in blocchi e zone di influenza, e quindi nonprecludono agli Usa la possibilità di interferire nei più vari modi, compresiquelli più sfacciati, nelle zone e nei paesi che essi vorrebbero acquisiti persempre dentro la sfera del loro dominio diretto o indiretto.
La divisione del mondo in blocchied aree diverse è un fatto che preesiste alla politica della distensione edella coesistenza in quanto è il risultato di tutto lo svolgimento del processostorico mondiale, dalla Rivoluzione d’Ottobre alla seconda guerra mondiale finoagli eventi, di diverso segno, di questi ultimi decenni che hanno determinatol’attuale dislocamento degli equilibri internazionali e interni. Né vadimenticato il peso negativo che esercitano sulla vita internazionale quelledivisioni fra i paesi socialisti che hanno il loro punto di massima serietà neicontrasti tra la Cina popolare e l’Unione Sovietica.

L’ulteriore mutamento dei presentiequilibri a favore delle forze del progresso dipende, in primo luogo, dallacapacità di lotta e di iniziativa del proletariato, dei lavoratori, delle massepopolari e delle loro organizzazioni in ogni singolo paese. Ma è anche evidenteche il progredire della distensione e della coesistenza costituisce unacondizione indispensabile per favorire il superamento della divisione del mondoin blocchi o zone d’influenza, per facilitare l’affermazione del diritto diogni nazione alla propria indipendenza e quindi, in ultima analisi, per ridurrele possibilità dell’interferenza imperialistica nella vita di altri paesi. Inpari tempo camminare decisamente sulla strada della distensione e dellacoesistenza significa sollecitare i processi di sviluppo della democrazia e dellalibertà in tutti i paesi del mondo, quale che sia il loro regime sociale.

Questa è la concezione che abbiamonoi della distinzione e coesistenza: una concezione dinamica e aperta, che simisura e si confronta con un’altra concezione, propria dell’imperialismo, ilquale, anche quando è costretto al negoziato con i paesi socialisti, pretendedi fissare il quadro mondiale allo status quo dei rapporti diforza in atto nel mondo e nei vari paesi. Da tutto ciò si conferma lanecessità di continuare a lottare tenacemente, sul piano internazionale, perfar avanzare il processo della distensione e della coesistenza e persvilupparne tutte le potenzialità positive e, al tempo stesso, di proseguire inogni paese le battaglie per l'indipendenza nazionale e per la trasformazione insenso democratico e socialista dell’assetto economico e sociale e degliordinamenti politici e statali.
Il nostro partito ha sempre tenutoconto del rapporto imprescindibile tra questi due piani. Da una parte, come ciha abituato a fare Togliatti, abbiamo cercato di valutare freddamente lecondizioni complessive dei rapporti mondiali e il contesto internazionale incui è collocata l’Italia. Dall’altra parte ci siamo sforzati di individuareesattamente lo stato dei rapporti di forza all’interno del nostro paese.
In particolare abbiamo sempre datoil dovuto peso in tutta la nostra condotta al dato fondamentale costituitodall’appartenenza dell’Italia al blocco politico-militare dominato dagli Usa eagli inevitabili condizionamenti che ne conseguono. Ma la consapevolezza diquesto dato oggettivo non ci ha certo portato all’inerzia e alla paralisi.Abbiamo reagito e reagiamo con la nostra iniziativa e con la nostra lotta.Tutti i tentativi di schiacciarci o di isolarci li abbiamo respinti. La nostraforza e la nostra influenza fra le masse popolari e nella vita nazionale sonoanzi cresciuti. Su questa strada si può e si deve andare avanti. Dunque,anzitutto, si tratta di modificare gli interni rapporti di forza in misura taleda scoraggiare e rendere vano ogni tentativo dei gruppi reazionari interni einternazionali di sovvertire il quadro democratico e costituzionale, di colpirele conquiste raggiunte dal nostro popolo, di spezzarne l’unità e di arrestarela sua avanzata verso la trasformazione della società.
In pari tempo, la nostra lotta ela nostra iniziativa vanno sviluppate anche sul terreno dei rapportiinternazionali, sia dando un nostro contributo a tutte le battaglie che inEuropa e in ogni parte del mondo possono condurre a indebolire le forzedell’imperialismo, della reazione e del fascismo, sia sollecitando una politicaestera italiana che affermi, insieme alla volontà del nostro paese di vivere inpace e in amicizia con tutti gli altri paesi, il diritto del popolo italiano dicostruirsi in piena libertà il proprio avvenire.

Decisi passi avanti possonocompiersi oggi in questa direzione perché le esigenze e le proposte che noiavanziamo si collocano in un quadro europeo caratterizzato da sensibiliprogressi della distensione e perché esse si incontrano con analogheaspirazioni e iniziative che si manifestano in altri paesi dell’Europaoccidentale. Da ciò abbiamo ricavato una linea che s’incentra nella proposta dilavorare per un assetto di pace nel Mediterraneo e per un’Europa occidentaleautonoma, pacifica, democratica. Lavorare per questo obiettivo non vuol direporre una tale Europa, e in essa l’Italia, in una posizione di ostilità o versol’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti o verso gli Stati Uniti. Chiciò volesse si proporrebbe qualcosa di assurdo, di velleitario e, in ultimaanalisi, di antitetico alla logica di una politica di distensione e di sviluppodemocratico per il nostro paese e per tutti gli altri paesi dell’Europa. Lalotta conseguente per questa linea di politica internazionale è partefondamentale della prospettiva che chiamiamo via italiana al socialismo.
Prime considerazioni sull’Italia
Gli avvenimenti cileni cisollecitano a una riflessione attenta che non riguarda solo il quadrointernazionale e i problemi della politica estera, ma anche quelli relativialla lotta e alla prospettiva della trasformazione democratica e socialista delnostro paese. Non devono sfuggire ai comunisti e ai democratici le profonde differenze tra lasituazione del Cile e quella italiana. Il Cile e l’Italia sono situati in dueregioni del mondo assai diverse, quali l’America latina e l’Europa occidentale.

Differenti sono anche il rispettivo assetto sociale, la struttura economica eil grado di sviluppo delle forze produttive, così come sono diversi il sistemaistituzionale (Repubblica presidenziale in Cile, Repubblica parlamentare inItalia) e gli ordinamenti statali. Altre differenze esistono nelle tradizioni enegli orientamenti delle forze politiche, nel loro peso rispettivo e nei lororapporti. Ma insieme alle differenze vi sono anche delle analogie, e inparticolare quella che i comunisti e i socialisti cileni si erano propostianch’essi di perseguire una via democratica al socialismo. Dal complesso delle differenze edelle analogie occorre dunque trarre motivo per approfondire e precisare meglioin che cosa consiste e come può avanzare la via italiana al socialismo.


05.10.1973
VIA DEMOCRATICA
E VIOLENZA REAZIONARIA
di Enrico Berlinguer


È necessario ricordare sempre leragioni di fondo che ci hanno portato a elaborare e a seguire quella strategiapolitica che Togliatti chiamò di «avanzata dell’Italia verso il socialismonella democrazia e nella pace». È noto che le origini di questa elaborazionestanno nel pensiero e nell’azione di Antonio Gramsci e del gruppo dirigente chesi raccolse attorno a lui e lavorò nel solco del suo insegnamento. Il Congressodi Lione del 1926 sancì la vittoria della lotta contro l’estremismo e ilsettarismo che avevano caratterizzato l’azione del partito nel primissimoperiodo della sua esistenza e che Lenin aveva aspramente criticato e invitatoenergicamente a superare. Il Congresso di Lione segnò l’avvio di quella analisicomunista della storia e delle strutture della società italiana che fu poi sviluppatae approfondita da Gramsci negli scritti dal carcere e negli orientamenti enell’attività del gruppo dirigente, guidato da Togliatti, che fu alla testa delpartito durante gli anni del fascismo e che lo rese capace di svolgere azionepolitica.
Ma il momento decisivo, per lavita del partito e per la vita del paese, dell’affermarsi e del pienodispiegarsi della scelta storica e politica che informa tutta la nostra azione,fu costituito dalla linea unitaria che indicammo e seguimmo nella guerra di liberazioneantifascista e dalla svolta di Salerno.
Dopo la liberazione, riconquistatele libertà democratiche, l’Italia si trovò nelle condizioni di paese occupatodagli eserciti delle potenze capitalistiche (Stati Uniti, Gran Bretagna).Questo dato di fatto non poteva davvero essere sottovalutato, così comesuccessivamente e ancor oggi non può essere sottovalutato il dato - che abbiamogià ricordato - costituito dalla collocazione dell’Italia in un determinatoblocco politico-militare. Dove, come nella Grecia del 1945, questa condizioneinternazionale non fu considerata in tutte le sue implicazioni, il movimentooperaio e comunista andò incontro alla avventura, subì una tragica sconfitta evenne ricacciato indietro, in quella situazione di clandestinità dalla qualeera appena uscito.

Ma non fu questo il solo fattoreche determinò le nostre scelte di strategia e di tattica. Il senso più profondodella svolta stava nella necessità e nella volontà del partito comunista difare i conti con tutta la storia italiana, e quindi anche con tutte le forzestoriche (d’ispirazione socialista, cattolica e di altre ispirazionidemocratiche) che erano presenti sulla scena del paese e che si battevanoinsieme a noi per la democrazia, per l’indipendenza del paese e per la suaunità. La novità stava nel fatto che nel corso della guerra di liberazione siera creata una unità che comprendeva tutte queste forze. Si trattava di unaunità che si estendeva dal proletario, dai contadini, da vasti strati dellapiccola borghesia fino a gruppi della media borghesia progressiva, a gran partedel movimento cattolico di massa e anche a formazioni e quadri delle forzearmate.

«Noi eravamo stati in prima filatra i promotori, organizzatori e dirigenti di questa unità, che possedeva unsuo programma di rinnovamento di tutta la vita del paese, un programma che nonvenne formulato in tavole scritte se non parzialmente, ma era orientato versola instaurazione di un regime di democrazia politica avanzata, riforme profondedi tutto l’ordinamento economico e sociale e l’avvento alla direzione dellasocietà di un nuovo blocco di forze progressive. La nostra politica consistettenel lottare in modo aperto e coerente per questa soluzione, la quale comportavauno sviluppo democratico e un rinnovamento sociale orientati nella direzionedel socialismo. Non è, dunque, che noi dovessimo fare una scelta tra la via diuna insurrezione legata alla prospettiva di una sconfitta, e una via dievoluzione tranquilla, priva di asprezze e di rischi. La via aperta davanti anoi era una sola, dettata dalle circostanze oggettive, dalle vittorie riportatecombattendo e dalla unità e dai programmi sorti nella lotta. Si trattava diguidare e spingere avanti, sforzandosi di superare e spezzare tutti gliostacoli e le resistenze, un movimento reale di massa, che usciva vittoriosodalle prove di una guerra civile. Questo era il compito più rivoluzionario cheallora si ponesse, e per adempierlo, concentrammo le forze». Così Togliatti si esprimeva in quella magistrale sintesi della nostra politicacon la quale aprì il rapporto presentato al X Congresso del partito.

Sappiamo bene che la politica dirottura dell’unità delle forze popolari e antifasciste perseguita dai gruppiconservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana- una politica che il paese ha pagato duramente - ha interrotto il processo dirinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Unesteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze atutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, haripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove,certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si eranounite nella Resistenza.

Il compito nostro essenziale - edè un compito che può essere assolto - è dunque quello di estendere il tessutounitario, di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento erinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato la grandemaggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questamaggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo. Soloquesta linea e nessun’altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori ereazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile, può faravanzare la trasformazione della società. In pari tempo, solo percorrendoquesta strada si possono creare fin d’ora le condizioni per costruire unasocietà e uno Stato socialista che garantiscano il pieno esercizio e losviluppo di tutte le libertà.

Abbiamo sempre saputo e sappiamoche l’avanzata delle classi lavoratrici e della democrazia sarà contrastata contutti i mezzi possibili dai gruppi sociali dominanti e dai loro apparati dipotere. E sappiamo, come mostra ancora una volta la tragica esperienza cilena,che questa reazione antidemocratica tende a farsi più violenta e feroce quandole forze popolari cominciano a conquistare le leve fondamentali del poterenello Stato e nella società. Ma quale conclusione dobbiamo trarre da questaconsapevolezza? Forse quella, proposta da certi sciagurati, di abbandonare ilterreno democratico e unitario per scegliere un’altra strategia fatta difumisteria, ma della quale è comunque chiarissimo l’esito rapido e inevitabiledi un isolamento dell’avanguardia e della sua sconfitta? Noi pensiamo, alcontrario, che, se i gruppi sociali dominanti puntano a rompere il quadrodemocratico, a spaccare in due il paese e a scatenare la violenza reazionaria,questo deve spingerci ancora più a tenere saldamente nelle nostre mani la causadella difesa delle libertà e del progresso democratico, a evitare la divisioneverticale del paese e a impegnarci con ancora maggiore decisione, intelligenzae pazienza a isolare i gruppi reazionari e a ricercare ogni possibile intesa econvergenza fra tutte le forze popolari.

È vero che neppure l’attuazionecoerente di questa linea da parte dell’avanguardia rivoluzionaria escludel’attacco reazionario aperto. Ma chi può contestare che essa lo rende piùdifficile e crea comunque le condizioni più favorevoli per respingerlo estroncarlo sul nascere?
L’eventualità del ricorso allaviolenza reazionaria «non deve dunque portare - come ha affermato il compagnoLongo - ad avere una dualità di prospettive e di preparazione pratica». A chisi chiede, anche alla luce dell’esperienza cilena, come si raccolgono e siaccumulano le forze in grado di sconfiggere gli attacchi reazionari, noicontinuiamo a rispondere con le parole del compagno Longo: «Spingendo a fondol’organizzazione, la mobilitazione e la combattività del popolo, consolidandoed estendendo ogni giorno le alleanze di combattimento della classe operaia conle masse popolari, realizzando in questo modo, nella lotta, la sua funzione diclasse dirigente». L’essenziale è dunque «il grado raggiunto da questamobilitazione e da questa combattività» nella classe operaia e nellamaggioranza del popolo.

Proprio la fermezza e la coerenzanell’attuazione di questi princìpi e di questi metodi di lotta politica hannoconsentito di abbattere la tirannide fascista, di ristabilire un regimedemocratico e di far fallire i tentativi compiuti dalle forze conservatrici ereazionarie - da Scelba fino ad Andreotti - di colpire le libere istituzioni ocomunque di ricacciare indietro il movimento operaio e popolare. Così èavvenuto, a partire dal 1947-’48, nella lotta contro la politica didiscriminazione, le persecuzioni e gli attentati liberticidi dei governicentristi. Così è avvenuto nel 1953 quando fu battuto il tentativo didistorcere in senso antidemocratico, con la legge-truffa, il meccanismoelettorale e la rappresentatività del Parlamento. Così è avvenuto nel 1960,quando fu stroncata sul nascere l’avventura autoritaria iniziata dal governoTambroni. Così è avvenuto nel 1964, quando furono sventate le manovreantidemocratiche e i propositi di colpi reazionari che videro anche iltentativo di coinvolgere e di utilizzare contro la Repubblica una parte delleforze armate e dei corpi di pubblica sicurezza. Così è avvenuto dal 1969, nellalotta contro la catena di atti di provocazione e di sedizione reazionaria efascista, ispirati e sostenuti anche da circoli imperialistici e fascisti dialtri paesi, con i quali si cercò di alimentare un clima di esasperata tensionee di determinare una situazione di marasma politico ed economico per aprire lavia a soluzioni autoritarie, anticostituzionali o comunque a una duraturasvolta verso destra.
In tutti questi casi noi abbiamosempre risposto facendo nostra la bandiera della difesa della libertà e delmetodo della democrazia, chiamando a lotte che sono state anche assai aspre, legrandi masse lavoratrici e popolari, e promuovendo la più ampia intesa econvergenza tra tutte le forze interessate alla salvaguardia dei princìpi dellaCostituzione antifascista. Queste esperienze vissute dallaclasse operaia, dal popolo italiano e dal nostro partito, confermano ilcarattere un po’ astratto di quelle tesi che tendono a ridurre schematicamenteal dilemma tra via pacifica e via non pacifica la scelta della strategia dilotta per l’avanzata verso il socialismo. Le vicende sociali e politiche che sisvolgono da tanti anni in Italia sono state pacifiche nel senso che non hannoportato alla guerra civile. Ma tali vicende non sono state certo tranquille eincruente: esse sono state segnate da lotte durissime, da crisi e scontriacuti, da rotture o rischi di rotture più o meno profonde. Scegliere una viademocratica non vuol dire, dunque, cullarsi nell’illusione di un’evoluzionepiana e senza scosse della società dal capitalismo al socialismo.

Sbagliato ci è sembrato sempreanche definire la via democratica semplicemente come una via parlamentare. Noinon siamo affetti da cretinismo parlamentare, mentre qualcuno è affetto dacretinismo antiparlamentare. Noi consideriamo il Parlamento un istitutoessenziale della vita politica e non soltanto oggi ma anche nella fase delpassaggio al socialismo e nel corso della sua costruzione. Ciò tanto più è veroin quanto la rinascita e il rinnovamento dell’istituto parlamentare è, inItalia, una conquista dovuta in primo luogo alla lotta della classe operaia edelle masse lavoratrici. Il Parlamento non può dunque essere concepito eadoperato come avveniva all’epoca di Lenin e come può accadere in altri paesi solocome tribuna per la denuncia dei mali del capitalismo e dei governi borghesi eper la propaganda del socialismo. Esso, in Italia, è anche e soprattutto unasede nella quale i rappresentanti del movimento operaio sviluppano e concretanouna loro iniziativa, sul terreno politico e legislativo, cercando di influiresugli indirizzi della politica nazionale e di affermare la loro funzionedirigente. Ma il Parlamento può adempiere il suo compito se, come disseTogliatti, esso diviene sempre più «specchio del paese» e se l’iniziativaparlamentare dei partiti del movimento operaio è collegata alle lotte dellemasse, alla crescita di un potere democratico nella società e all’affermarsidei princìpi democratici e costituzionali in tutti i settori e gli organi dellavita dello Stato.

A questo preciso orientamento sisono ispirate le molteplici battaglie che abbiamo condotto per la Repubblica eper la Costituzione; per realizzare con il voto alle donne la pienezza delsuffragio universale; per difendere il principio della rappresentanzaproporzionale contro il tentativo di liquidarlo; per assicurare giorno pergiorno alle Camere le loro prerogative contro ogni tendenza dell’esecutivo e dialtri centri del potere economico, politico e amministrativo di limitarle e svuotarle;e per affermare il principio e la prassi di una libera dialettica, senzapreclusioni e discriminazioni, fra tutte le forze democratiche rappresentatenel Parlamento. A questo stesso orientamento hanno obbedito e obbediscono lenostre battaglie per l’istituzione delle Regioni e per il rispettodell’autonomia e dei poteri degli enti locali.

Ma vi è anche un altro aspettoassai importante della nostra strategia democratica. La decisione del movimentooperaio di mantenere la propria lotta sul terreno della legalità democraticanon significa cadere in una sorta di illusione legalitaristica rinunciandoall’impegno essenziale di promuovere, sia da posizioni di governo che standoall’opposizione, una costante iniziativa per rinnovare profondamente in sensodemocratico le leggi, gli ordinamenti, le strutture e gli apparati dello Stato.La stessa nostra esperienza, prima ancora di quella di altri paesi, ci richiamaa tenere sempre presente la necessità di unire alla battaglia per letrasformazioni economiche e sociali quella per il rinnovamento di tutti gliorgani e i poteri dello Stato.

L’impegno in questa direzione deve tradursi inuna duplice attività: quella diretta a far sì che in tutti i corpi dello Statoe in coloro che vi lavorano penetrino e si affermino sempre più estesamenteorientamenti ispirati a una cosciente fedeltà e lealtà alla Costituzione esentimenti di intimo legame con il popolo lavoratore; e quella diretta apromuovere misure e provvedimenti concreti di democratizzazionenell’organizzazione e nella vita della magistratura, dei corpi armati e ditutti gli apparati dello Stato. Quest’azione può contribuire in misura assairilevante a far sì che il processo di trasformazione democratica della societànon prenda indirizzi unilaterali e non determini uno squilibrio tra settori chevengono investiti da questi processi e altri che ne vengono lasciati fuori oche vengono respinti in posizioni di ostilità: rischio, questo, gravissimo eche può divenire fatale.

In definitiva, le prospettive disuccesso di una via democratica al socialismo sono affidate alla capacità delmovimento operaio di compiere le proprie scelte e di misurare le proprieiniziative in relazione, oltre che al quadro internazionale, ai concretirapporti di forza esistenti in ogni situazione e in ogni momento, e alla suacapacità di badare, costantemente, alle reazioni e contro-reazioni chel’iniziativa trasformatrice determina in tutta la società: nell’economia, nellestrutture e negli apparati dello Stato, nella dislocazione e negli orientamentidelle varie forze sociali e politiche e nei loro reciproci rapporti. Si ripropongono così i problemidei criteri di valutazione dei rapporti di forza, della politica dellealleanze, del rapporto tra trasformazioni sociali e sviluppo economico e iproblemi degli schieramenti politici.


12.10.1973
RIFLESSIONI SULL’ITALIA DOPO I FATTI DEL CILE.
ALLEANZE SOCIALI E SCHIERAMENTI POLITICI
di Enrico Berlinguer


Abbiamo constatato che la viademocratica non è né rettilinea né indolore. Più in generale il cammino delmovimento operaio quali che siano le forme di lotta, non è stato mai né può essereuna ascesa ininterrotta. Ci sono sempre alti e bassi, fasi di avanzata cuiseguono fasi in cui il compito è di consolidare le conquiste raggiunte, e anchefasi in cui bisogna saper compiere una ritirata per evitare la disfatta, perraccogliere le forze e per preparare le condizioni di una ripresa del camminoin avanti. Questo vale sia quando il movimento operaio combatte standoall’opposizione sia quando esso conquista il potere o va al governo.

Ha scritto Lenin: «Bisognacomprendere - e la classe rivoluzionaria impara a comprendere dalla propriaamara esperienza - che non si può vincere senza aver appreso la scienzadell’offensiva e la scienza della ritirata». Lenin stesso, che è statocertamente il capo rivoluzionario più audace nella scienza dell’offensiva, èstato anche il più audace nel saper cogliere tempestivamente i momenti delconsolidamento e della ritirata, e nell’utilizzare questi momenti per prenderetempo, per riorganizzare le forze e per riprendere l’avanzata. Due esempirivelatori di queste geniali capacità di lenin furono il compromesso conl’imperialismo tedesco sancito con la pace di Brest Litovsk, e il compromessocon forze capitalistiche interne che caratterizzò quell’indirizzo che va sottoil nome di Nep (Nuova Politica Economica). Né va dimenticato che Lenin nonesitò a compiere tali scelte andando contro corrente. Queste due grandioperazioni rivoluzionarie, che contribuirono in modo decisivo a salvare ilpotere sovietico e a garantirgli l’avvenire, vennero attuate in condizioni storicheirripetibili, ma il loro insegnamento di lungimiranza e sapienza tattica rimaneintegro.

L’obiettivo di una forzarivoluzionaria, che è quello di trasformare concretamente i dati di unadeterminata realtà storica e sociale, non è raggiungibile fondandosi sul purovolontarismo e sulle spinte spontanee di classe dei settori più combattividelle masse lavoratrici, ma muovendo sempre dalla visione del possibile, unendola combattività e la risolutezza alla prudenza e alla capacità di manovra. Ilpunto di partenza della strategia e della tattica del movimento rivoluzionarioè la esatta individuazione dello stato dei rapporti di forza esistenti in ognimomento e, più in generale, la comprensione del quadro complessivo dellasituazione internazionale e interna in tutti i suoi aspetti, non isolando maiunilateralmente questo o quello elemento.

La via democratica al socialismo èuna trasformazione progressiva - che in Italia si può realizzare nell’ambitodella Costituzione antifascista - dell’intera struttura economica e sociale,dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del bloccodi forze sociali in cui esso si esprime. Quello che è certo è che la generaletrasformazione per via democratica che noi vogliamo compiere in Italia, ha bisogno,in tutte le sue fasi, e della forza e del consenso.

La forza si deve esprimere nellaincessante vigilanza, nella combattività delle masse lavoratrici, nelladeterminazione a rintuzzare tempestivamente - ci si trovi al governo oall’opposizione - le manovre, i tentativi e gli attacchi alle libertà, aidiritti democratici e alla legalità costituzionale. Consapevoli di questanecessità imprescindibile, noi abbiamo messo sempre in guardia le masselavoratrici e popolari, e continueremo a farlo, contro ogni forma di illusioneo di ingenuità, contro ogni sottovalutazione di propositi aggressivi delleforze di destra. In pari tempo, noi mettiamo in guardia da ogni illusione gliavversari della democrazia. Come ha ribadito il compagno Longo al XIII Congresso,chiunque coltivasse propositi di avventura sappia che il nostro partitosaprebbe combattere e vincere su qualunque terreno, chiamando all'unità e allalotta tutte le forze popolari e democratiche, come abbiamo saputo fare neimomenti più ardui e difficili. Del “consenso” la profondatrasformazione della società per via democratica ha bisogno in un significatoassai preciso: in Italia essa può realizzarsi solo come rivoluzione dellagrande maggioranza della popolazione; e solo a questa condizione, “consenso eforza” si integrano e possono divenire una realtà invincibile.

Tale rapporto tra forza e consenso è del resto necessario quali che siano leforme di lotta adottate, anche se si tratta di quelle più avanzate fino aquelle cruente. Il nostro movimento di liberazione nazionale, che fu unmovimento armato, ha potuto resistere e vincere perché era fondato sull’unitàdi tutte le forze popolari e democratiche e perché ha saputo conquistarsi ilsostegno e il consenso della grande maggioranza della popolazione. Del resto,anche sulla sponda opposta, si è visto che i movimenti antidemocratici e lostesso fascismo non possono affermarsi e vincere unicamente con il ricorso allaviolenza reazionaria, ma hanno bisogno di una base di massa più o meno estesa,soprattutto in paesi con una struttura economica e sociale complessa edarticolata. Ed è perfino ovvio ricordare che, più in generale, il dominio dellaborghesia non si regge solo sugli strumenti (da quelli più brutali a quelli piùraffinati) della coercizione e della repressione, ma si regge anche su una basedi consenso più o meno manipolato, su un certo sistema di alleanze sociali epolitiche. È il problema delle alleanze,dunque, il problema decisivo di ogni rivoluzione e di ogni politicarivoluzionaria, ed esso è quindi quello decisivo anche per l’affermazione dellavia democratica.

In paesi come l’Italia si devemuovere dalla constatazione che si sono create ed esistono una stratificazionesociale e una articolazione politica assai complesse. Lo sviluppo capitalistico italiano ha dato luogo alla formazione di unproletariato consistente. Questa classe che una lunga esperienza di lotte -siamo quasi a un secolo di battaglie proletarie - che l’opera educatrice delmovimento socialista che l’influenza decisiva che su di essa esercita dacinquant’anni il partito comunista, hanno reso particolarmente combattiva ematura; questa classe, che è la forza motrice di ogni processo ditrasformazione della società, tuttavia rimane pur sempre una minoranza dellapopolazione del nostro paese e della stessa popolazione lavoratrice. Così èanche, in misura maggiore o minore, in quasi tutti gli altri paesicapitalistici. Tra il proletariato e la grande borghesia - le due classiantagoniste fondamentali nel regime capitalistico - si è infatti creata, nellecittà e nelle campagne, una rete di categorie e di strati intermedi, che spessosi sogliono considerare nel loro complesso e chiamare genericamente «cetomedio», ma di ognuno dei quali in realtà occorre individuare e definire concretamentela precisa collocazione e funzione nella vita sociale, economica e politica egli orientamenti ideali.

Accanto e spesso intrecciati aquesti ceti e categorie intermedie e al proletariato esistono poi nella nostrasocietà strati di popolazione e forze sociali (si tratta, per esempio, di largaparte delle popolazioni del Mezzogiorno e delle isole, delle masse femminili egiovanili, delle forze della scienza, della tecnica, della cultura e dell’arte)che non sono assimilabili, come tali, nella dimensione di «categorie», e chetuttavia hanno una condizione nella società che le accomuna e in una certamisura le unisce, al di là della propria posizione professionale e persinodella propria appartenenza a un determinato ceto sociale.

Appare chiarissimo che per l’esitodella battaglia democratica che conduciamo per la trasformazione e ilrinnovamento della nostra società è determinante dove si situano, in che sensosono orientate e come si muovono queste masse, questi ceti intermedi, questistrati di popolazione. È del tutto evidente, cioè, come sia decisivo per lesorti dello sviluppo democratico e dell’avanzata al socialismo che il peso ditali forze sociali venga a spostarsi o a fianco della classe operaia oppurecontro di essa.
Da questa struttura economica estratificazione sociale dell’Italia noi non abbiamo ricavato soltantoconseguenze che riguardano la nostra politica nella fase attuale, ma abbiamofissato dei punti fermi che riguardano il posto che hanno nella rivoluzioneitaliana questioni come quella meridionale, femminile, giovanile, della scuolae della cultura, e la funzione dei ceti intermedi.

A proposito di questi ultimi, neldocumento, più impegnativo del nostro partito, che è la Dichiarazioneprogrammatica approvata dall’VIII Congresso (1956) si afferma: «Si stabilisce,oggettivamente, una concordanza di fini fra la classe operaia, che lotta controi monopoli e per abbattere il capitalismo, non più solo con le masse proletariee semiproletarie, ma con la massa dei coltivatori diretti nelle campagne e conuna parte importante dei ceti medi produttivi nelle città, ciò che consentenuove possibilità per l’allargamento del sistema di alleanze della classeoperaia e delle basi di massa per un rinnovamento democratico esocialista.
«La massa del ceto medio ècostituita da stratificazioni e gruppi sociali diversi, in relazione allediverse caratteristiche economiche e sociali e al diverso grado di sviluppodelle diverse zone. Pur essendo quindi necessario un approfondimentodifferenziato da zona a zona, la possibilità di una alleanza permanente dellaclasse operaia con strati del ceto medio della città e della campagna èdeterminata da una convergenza di interessi economici e sociali che traeorigine dallo sviluppo storico e dalla attuale struttura delcapitalismo...
«D’altra parte deve essere chiaroche per gruppi decisivi di ceto medio il passaggio a nuovi rapporti di tiposocialista o socialisti non avverrà che sulla base del loro vantaggio economicoe del libero consenso, e che in una società democratica che si sviluppi versoil socialismo sarà garantita la loro attività economica».

La strategia delle riforme puòdunque affermarsi e avanzare solo se essa è sorretta da una strategia dellealleanze. Anzi, noi abbiamo sottolineato che, nel rapporto tra riforme ealleanze, queste sono la condizione decisiva perché, se si restringono lealleanze della classe operaia e si estende la base sociale dei gruppidominanti, prima o poi la realizzazione stessa delle riforme viene meno e tuttala situazione politica va indietro, fino anche a rovesciarsi. Naturalmente, la politica dellealleanze ha il suo punto di partenza nella ricerca di una convergenza tra gliinteressi economici immediati e di prospettiva della classe operaia e quelli dialtri gruppi e forze sociali. Ma tale ricerca non va concepita e attuata inmodo schematico o statico. Occorre, cioè, indicare rivendicazioni e perseguireobiettivi che offrano concretamente a questi strati di popolazione e a questeforze e gruppi sociali una certezza di prospettive che garantiscano in formenuove e possibilmente migliorino il loro livello di esistenza e il loro ruolonella società, ma in un diverso sviluppo economico e in un più giusto e piùmoderno assetto sociale.

A questo scopo diviene necessariolavorare anche per determinare una evoluzione nella stessa mentalità di questiceti e forze sociali, nel senso di allargare in tutta la popolazione unavisione sempre meno individualistica o corporativa e sempre più sociale delladifesa degli interessi dei singoli e di quelli della collettività.

Noi non ci limitiamo, dunque, aricercare e a stabilire convergenze con figure sociali e categorie economichegià definite, ma tendiamo a conquistare e a comprendere in un articolatoschieramento di alleanze interi gruppi di popolazione, forze sociali nonclassificabili come ceti, quali sono, appunto, le donne, i giovani e leragazze, le masse popolari del Mezzogiorno, le forze della cultura, movimentidi opinione, e proponiamo obiettivi non soltanto economici e sociali, ma disviluppo civile, di progresso democratico, di affermazione della dignità dellapersona, d’espansione delle molteplici libertà dell’uomo. Ecco il modo con cuinoi intendiamo e compiamo il lavoro concreto per costruire e preparare le basi,le condizioni e le garanzie di quello che si vuole chiamare un «modello» nuovodi socialismo.

Un grosso problema che ci impegnain sede politica e che deve impegnare di più, in sede teorica, i marxisti e glistudiosi avanzati dell’Italia e dei paesi dell’Occidente, è come far sì che unprogramma di profonde trasformazioni sociali - che determina necessariamentereazioni di ogni tipo da parte dei gruppi retrivi - non venga effettuato inmodo da sospingere in posizione di ostilità vasti strati dei ceti intermedi, mariceva invece, in tutte le sue fasi, il consenso della grande maggioranza dellapopolazione. Ciò, evidentemente, comporta una attenta scelta delle priorità edei tempi delle trasformazioni sociali e comporta, di conseguenza, l’adoperarsinon solo per evitare un collasso dell’economia ma per garantire anzi, anchenelle fasi critiche di passaggio a nuovi assetti sociali sociali, l’efficienzadel processo economico.
Questo è certamente uno deiproblemi vitali che ha dinnanzi a sé un governo di forze lavoratrici epopolari; ma è un problema altrettanto fondamentale in un paese come l’Italia,ove una forza grande come la nostra uscita da tempo dal terreno della purapropaganda, cerca, fin da ora, dall’opposizione, con l’arma della pressione dimassa e dell’iniziativa politica unitaria, di imporre l’avvio di un programmadi trasformazioni sociali. Se è vero che una politica dirinnovamento democratico può realizzarsi solo se è sostenuta dalla grandemaggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di unapolitica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema dirapporti politici, tale che favorisca una convergenza e una collaborazione tratutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse diuna alleanza politica. D’altronde, la contrapposizione el’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo e dai quali masseimportanti della popolazione si sentono rappresentate, conducono a unaspaccatura a una vera e propria scissione in due del paese, che sarebbeesiziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenzadello Stato democratico.

Di ciò consapevoli noi abbiamosempre pensato - e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione -che l’unità dei partiti di lavoratori e delle forze di sinistra non ècondizione sufficiente per garantire la difesa e il progresso della democraziaove a questa unità si contrapponga un blocco di partiti che si situano dalcentro fino alla estrema destra. Il problema politico centrale in Italia èstato, e rimane più che mai, proprio quello di evitare che si giunga a unasaldatura stabile e organica tra il centro e la destra, a un largo fronte ditipo clerico-fascista e di riuscire invece a spostare le forze sociali epolitiche che si situano al centro su posizioni coerentementedemocratiche.

Ovviamente, l’unità, la forzapolitica ed elettorale delle sinistre e la sempre più solida intesa tra le lorodiverse e autonome espressioni, sono la condizione indispensabile per mantenerenel paese una crescente pressione per il cambiamento e per determinarlo. Masarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze disinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e dellarappresentanza parlamentare (cosa che segnerebbe, di per sé, un grande passoavanti nei rapporti di forza tra i partiti in Italia) questo fatto garantirebbela sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 percento.

Ecco perché noi parliamo non diuna «alternativa di sinistra» ma di una «alternativa democratica» e cioè dellaprospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolaridi ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazionecattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico. La nostra ostinazione nel proporrequesta prospettiva è oggetto di polemiche e di critiche di varia provenienza.Ma la verità è che nessuno dei nostri critici e obiettori ha saputo e saindicare un’altra prospettiva valida, capace di far uscire l’Italia dalla crisiin cui è stata gettata dalla politica di divisione delle forze democratiche epopolari, di avviare a soluzione gli immani e laceranti problemi economici,sociali e civili che sono aperti e di garantire l’avvenire democratico dellanostra Repubblica.

E del resto, a veder bene, lepolemiche e i tentativi di rendere impossibile la prospettiva che noiproponiamo non hanno impedito che essa, invece, si sia affermata e si afferminella coscienza di sempre più larghe masse popolari e nei loro movimenti reali,come anche, in una certa misura e in vari modi, nella stessa vita politica enei partiti. Sta qui la comprova che il problema da noi posto diventa ognigiorno più maturo e urgente. E se nessuno è in grado di prospettare una diversaalternativa democratica altrettanto valida e credibile rispetto a quella da noiproposta, ciò è perché tale diversa alternativa, in Italia, non c’è.

La nostra politica di dialogo e diconfronto con il mondo cattolico si sviluppa necessariamente su diversi piani econ diversi interlocutori. Vi è innanzitutto il problema, sulquale la nostra posizione di principio e la nostra linea politica sono note,posto dalla presenza in Italia della Chiesa cattolica, e dai suoi rapporti conlo Stato e con la società civile. Vi è poi il problema della ricerca di una piùampia comprensione reciproca e di una intesa operante con quei movimenti etendenze di cattolici che, in numero crescente, si collocano nell’ambito delmovimento dei lavoratori e si orientano in senso nettamente anticapitalistico eantiimperialistico.

Ma non si può certo pensare disfuggire all’altro grande problema costituito dalla esistenza e dalla forza diun partito politico come la Democrazia cristiana, che a parte la qualificazionedi «cristiana» che esso dà di se stesso, raccoglie nelle sue file o sotto lasua influenza una larga parte delle masse lavoratrici e popolari diorientamento cattolico.
Rinascita” ha pubblicato alcunimesi or sono una serie di articoli e di saggi nei quali sono stati esaminati evagliati i vari aspetti della questione della Dc. Rimandiamo a essi il lettore,limitandoci noi, in questa sede, a riproporre il tema nei suoi termini difondo. L’errore principale da cui bisognaguardarsi è quello di giudicare la Democrazia cristiana italiana, e anzi tuttii partiti che portano questo nome, quasi come una categoria astorica, quasimetafisica, per sua natura destinata, in definitiva, a essere o a diveniresempre o ovunque un partito schierato con la reazione. Ed è davvero risibileche a ciò si riduca, nella sostanza, tutta l’analisi sulla Dc che ci viene datada gente che, con tanta spocchia, cerca di salire in cattedra per impartire atutti lezione di marxismo.

Naturalmente il nostro giudiziosulla Dc è ugualmente lontano da quello che di essa danno quei suoi dirigenti iquali, rovesciando il contenuto ma mantenendo il medesimo metodo astorico cheora abbiamo criticato, presentano la Dc come un partito che, «per sua natura»,sarebbe il garante delle libertà e l’alfiere del progresso democratico. Inrealtà, entrambi i giudizi che abbiamo ricordato sono privi di effettivaserietà e hanno entrambi un carattere puramente strumentale. Il solo criteriomarxista, o che voglia essere anche solo fondato sulla serietà politica,consiste nel considerare la Dc sia nel contesto storico politico in cui ècollocata e opera che nella composita realtà sociale e politica che in essa siesprime. Solo in questo modo è possibile mettersi in grado di intervenire e diinfluire realmente sugli orientamenti e sulla condotta pratica di talepartito.

Noi abbiamo sempre avuto benpresente il legame tra la Democrazia cristiana e i gruppi dominanti dellaborghesia e il loro peso rilevante, e in certi momenti determinante, sullapolitica della Dc. Ma nella Dc e attorno ad essa si raccolgono anche altreforze e interessi economici e sociali, da quelli di varie categorie del cetomedio sino a quelli, assai consistenti soprattutto in alcune regioni e zone delpaese, di strati popolari, di contadini, di giovani, di donne ed anche dioperai. Anche il peso e le sollecitazioni provenienti dagli interessi e dalleaspirazioni di queste forze sociali si sono fatti sentire in misura più o menoavvertibile nel corso della vita e della politica della Dc e possono essere portatia contare sempre di più.

Oltre a questa varia econtraddittoria composizione sociale della Dc vanno prese in considerazione lesue origini, la sua storia, le sue tradizioni e le differenti tendenzepolitiche e ideali che si sono agitate e si agitano nel suo interno, da quellereazionarie a quelle conservatrici e moderate fino a quelle democratiche eanche progressiste. Tutto ciò contribuisce a spiegare come le vicende storichedi questo partito siano state assai tortuose e spesso contrassegnate da atteggiamentitra loro antitetici. Nato come partito popolare, democratico e laico esso sioppose all’inizio al movimento fascista, passando poi all’appoggio e allapartecipazione al primo governo Mussolini, staccandosene successivamente pergiungere, attraverso un faticoso travaglio, alla partecipazione alla lottaclandestina e all’impegno pieno e diretto nella Resistenza, al fianco e inunità con le forze proletarie e popolari.

Dopo la liberazione, dopol’avvento della Repubblica e dopo l’elaborazione della Costituzione, frutto diun accordo tra i tre grandi partiti di massa (comunista, socialista edemocristiano) fu proprio il partito democristiano - nel clima di divisione inEuropa e nel mondo creato dall’incipiente guerra fredda - il principaleartefice della rottura dell’alleanza di governo con i comunisti e con isocialisti, dell’unità sindacale e più in generale dell’intesa fra le forzeantifasciste. E fu proprio la Dc a condurre da quel momento una politica dicontrapposizione e di scontro frontale con il movimento operaio e popolare diispirazione comunista e socialista.

La sconfitta di questa politica,dovuta alle capacità di combattimento della classe operaia, dei braccianti, deicontadini, dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali e politiche, edovuta anche alla tenacia con cui il nostro partito non ha mai deflettuto dallasua linea unitaria, ha riaperto una prospettiva di avanzata al movimentodemocratico e al paese e ha creato una situazione nuova anche nella Dc. Essa,infatti, pur mantenendo l’ispirazione conservatrice e moderata della sua linea,è stata messa nella impossibilità di riportare il paese alla condizione dellaspaccatura verticale e della contrapposizione frontale. Quando un suo uomo,Tambroni, si avventurò nel tentativo estremo di ripristinare tale condizione,fu travolto rapidamente da un grande moto popolare e unitario e liquidato dalsuo stesso partito. Ma c’è di più: quando la Dc, sconfitta in questa sua linea,dette inizio a una manovra di nuovo tipo, con l’esperimento di centro-sinistraper giungere all’isolamento del Pci, essa fallì anche su questo terreno.

Dalla crisi di prospettivedeterminata dal fallimento di questi diversi tentativi per affermare una lineadi divisione nel popolo e nel paese la Dc non è ancora uscita. Essa avverte cheè assai difficile e che può essere gravido di avventure fatali per tutti e perse stessa giocare la carta della contrapposizione e dello scontro, ma non ègiunta ancora a intraprendere con coerenza una strada opposta. E sta proprio inciò una delle cause determinanti della crisi che attanaglia il paese.

Che fare? In quale direzionedobbiamo cercare noi di spingere le cose? Dalla sommaria ricapitolazione cheabbiamo fatto della composizione sociale e della condotta politica della Dcrisulta che questo partito è una realtà non solo varia, ma assai mutevole; erisulta che i mutamenti sono determinati sia dalla sua dialettica interna sia,e ancor più, dal modo in cui si sviluppano gli avvenimenti internazionali einterni, dalle lotte e dai rapporti di forza tra le classi e fra i partiti, dalpeso che esercitano sulla situazione il movimento operaio e il Pci, dalla loroforza, dalla loro linea politica e dalla loro iniziativa. Si pensi alla vicendapiù recente, quella del governo Andreotti: l’ostilità attiva delle massepopolari, la combattività e l’iniziativa unitaria dell’opposizione comunista,la battaglia del partito socialista e quella di gruppi, correnti e personalitàdella stessa Dc hanno portato allo sfaldarsi della coalizione di centro-destrae hanno creato una situazione in cui la stessa maggioranza di forze internaalla Dc che aveva portato Andreotti al governo, o che comunque lo sosteneva, èvenuta meno. La Dc ha dovuto abbandonare la linea e la prospettiva delcentro-destra.

Tali essendo la realtà della Dc eil punto in cui essa si trova oggi, è chiaro che il compito di un partito comeil nostro non può essere che quello di isolare e sconfiggere drasticamente letendenze che puntano o che possono essere tentate di puntare sullacontrapposizione e sulla spaccatura verticale del paese, o che comunque siostinano in una posizione di pregiudiziale preclusione ideologicaanti-comunista, la quale rappresenta di per sé, in Italia, un incombentepericolo di scissione della nazione. Si tratta, al contrario, di agire perchépersino sempre di più, fino a prevalere, le tendenze che, con realismo storicoe politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo edi un’intesa tra tutte le forze popolari senza che ciò significhi confusioni orinuncia alle distinzioni e alle diversità ideali e politiche checontraddistinguono ciascuna di tali forze.

Certo, noi per primi comprendiamoche il cammino verso questa prospettiva non è facile né può essere frettoloso.Sappiamo anche bene quali e quante battaglie serrate e incalzanti sarànecessario condurre sui più vari piani, e non solo da parte del nostro partito,con determinazione e con pazienza, per affermare questa prospettiva. Ma nonbisogna neppure credere che il tempo a disposizione sia indefinito. La gravitàdei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie ela necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppoeconomico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono semprepiù urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovogrande «compromesso storico» tra le forze che raccolgono e rappresentano lagrande maggioranza del popolo italiano.

il manifesto, 17 novembre 2017. È scomparso uno dei primi intellettuali che abbia riconosciuto e analizzato il nesso profondo tra lo sfruttamenti che il capitalismo compie sulle diverse risorse della societò e della Terra, dal lavoro alla persona umana alla natura

James O’Connor, nato nel 1930, professore emerito di sociologia ed economia alla University of Santa Cruz in California, è morto domenica scorsa 12 novembre 2017 nella sua casa di Santa Cruz. Accademico e studioso militante atipico e neo-marxista.

James O’Connor è stato da sempre impegnato nelle battaglie per la giustizia sociale nel mondo e per l’integrazione razziale negli Stati Uniti. O’Connor ha scritto testi fondamentali per la comprensione del capitalismo, essenziali per capire e combattere contro la catastrofe chiamata capitalismo. Il più famoso dei suoi moltissimi libri tradotti in tutto il mondo resta La Crisi fiscale dello Stato del 1973, ed.it. Einaudi 1979, prefato da Federico Caffè, dove ha analizzato la natura contraddittoria dello stato, che pretende di essere indipendente dal capitale (dalle classi dominanti), mentre invece ne serve gli interessi, senza svolgere la funzione di mediatore di tutti gli interessi in campo al fine di raggiungere il bene comune generale.

La pubblicazione della rivista Capitalism Nature Socialism (Cns), da lui fondata nel 1988 e diretta fino al 2003, quando ha passato il testimone per ragioni di salute, ha segnato una svolta importante nel suo pensiero e anche nel suo modo di definirsi marxista e neo-marxista nelle mutate condizioni internazionali.

«Nonostante l’ambientalismo costituisca uno dei più importanti movimenti sociali sia negli Stati Uniti sia negli altri paesi, e nonostante la crisi ecologica abbia ormai raggiunto il mondo intero, i marxisti e i socialisti hanno fatto finora pochi e deboli tentativi per dare una spiegazione teorica coerente di questi fatti», affermava O’Connor nel 1988, nella introduzione al primo numero della rivista statunitense, tradotta in Capitalismo Natura Socialismo n.1/1991.

È di questo periodo la formulazione della “seconda” contraddizione, quella tra capitale e natura, seconda rispetto alla prima, quella tra capitale e lavoro – seconda perché emerge dopo la prima in senso temporale, senza tuttavia sostituirla ("La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze", Capitalismo Natura Socialismo n. 6/1992)

La rivista italiana, diretta allora da Valentino Parlato e da chi scrive, e pubblicata nei primi anni da una società de il manifesto, nacque nel 1991 nel contesto di un network di riviste di ecologia politica comprendente anche la Spagna (con Ecologia Politica diretta da Juan Martinez Alier e la Francia con Ecologie et Politique diretta da Jean Paul Deléage), legate dalla stessa lettura della crisi proposta da O’Connor. La rivista italiana ebbe successo agli inizi, perché la critica di O’Connor ai vari marxismi allora esistenti – non a Marx – interpretava quella dei comunisti “dissidenti” italiani di allora e di una parte degli ambientalisti, su tre grandi temi: primo, che la crisi ecologica è causa di crisi economica e sociale, verità scomoda e per questo ancora oggi totalmente rimossa da politici ed economisti mainstream; secondo, che le due crisi sono due facce della stessa medaglia, come oggi afferma Papa Francesco; terzo, che i movimenti sociali – ambientalisti, femministi, urbani e dei lavoratori – sono determinanti al fine di superare la crisi della democrazia rappresentativa nella fase della globalizzazione finanziaria.

Le idee e i valori per cui Jim O’Connor ha vissuto e lottato non si sono certo inverati, ma sicuramente il suo impegno ha contribuito a tenerli vivi, e questo è quello che conta.

Per me è stato un amico leale sin dal nostro incontro a New York, dove lui era già docente di labour economics al Barnard College della Columbia University, e io studentessa di economia.

Non ci siamo mai persi di vista, e la nostra amicizia si è consolidata nella costruzione della rete di Cns, con incontri anche frequenti in Europa e in California, specie nella prima fase di questa iniziativa editoriale.

conques online, 4 novembre 2017. Il 1948 è l'anno in cui comincia ad allargarsi la forbice tra salari e profitti. Lo segnala l'ultimo discorso del grande sindacalista

«La mattina del 3 novembre 1957, poche ore prima di morire,Giuseppe Di Vittorio tiene questo discorso ai dirigenti e agli attivistisindacali di Lecco».

“Lo so, cari compagni, che la vita del militante sindacaledi base è una vita di sacrifici. Conosco le amarezze, le delusioni, il tempotalvolta che richiede l’attività sindacale, con risultati non del tuttosoddisfacenti. Conosco bene tutto questo, perché anch’io sono stato attivistasindacale: voi sapete bene che io non provengo dall’alto, provengo dal basso,ho cominciato a fare il socio del mio sindacato di categoria, poi il membro delConsiglio del sindacato, poi il Segretario del sindacato, e così via: quindi,tutto quello che voi fate, che voi soffrite, di cui qualche volta anche avetesoddisfazione, io l’ho fatto.

Gli attivisti del nostro sindacato, però, possono avere la profondasoddisfazione di servire una causa veramente alta. [...] Invito a discutere suquesto: è giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano amoltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimanganoche le briciole? E’ giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto deibisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle lorocreature? E’ giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perché questo è ilcompito del sindacato. [...]

Avete visto che cosa è avvenuto: mano a mano che ilcapitalismo riusciva ad infliggere dei colpi al sindacato di classe e allaCGIL, e quindi a indebolire la classe operaia, non solo si è verificata unadifferenza di trattamento dei lavoratori, ma come conseguenza di questadifferenza di trattamento, si è aperto un processo in Italia che tuttoracontinua. [...]

Si sono aperte le forbici, si è prodotto uno squilibriosociale profondo nella società italiana. Supponete, per esempio, che ilrapporto fra salari e profitti fosse 100 per i salari e 100 per i profitti nel1948. Come è andato sviluppandosi il processo? I profitti da 100 sono andati a110, i salari sono rimasti a 100. Poi i profitti sono andati a 150, i salarisono andati a 105; i profitti sono andati a 200, i salari sono andati a 107; iprofitti sono andati a 300, i salari rimangono a 107-8-9.
Quindi si sono aperte due curve: i profitti si alzano semprepiù e i salari stentano a salire, rimangono sempre in basso. Le conseguenze,allora, di questi colpi ricevuti dalla CGIL ad opera del grande capitalismo,delle scissioni, delle divisioni dei lavoratori quali sono state? Ecco: le duecurve, la curva dei profitti che aumenta sempre di più, e la curva dei salariche rimane sempre in basso. [...] La nostra causa è veramente giusta, serve gliinteressi di tutti, gli interessi dell’intera società, l’interesse dei nostrifigliuoli. Quando la causa è così alta, merita di essere servita, anche a costodi enormi sacrifici. So che una campagna come quella per il tesseramentosindacale richiede dei sacrifici, so anche che dà, certe volte, delusioniamare.

Ci sono ancora lavoratori che non hanno compreso, ma nonbisogna scoraggiarsi. Pensate sempre che la nostra causa è la causa delprogresso generale, della civiltà della giustizia fra gli uomini. Lavoratesodo, dunque, e soprattutto lottate insieme, rimanete uniti. Il sindacato vuoldire unione, compattezza. Uniamoci con tutti gli altri lavoratori: in ciò stala nostra forza, questo è il nostro credo. Lavorate con tenacia, con pazienza:come il piccolo rivolo contribuisce a ingrossare il grande fiume, a renderlotravolgente, così anche ogni piccolo contributo di ogni militante confluiscenel maestoso fiume della nostra storia, serve a rafforzare la grande famigliadei lavoratori italiani, la nostra CGIL, strumento della nostra forza, garanziadel nostro avvenire. Quando si ha la piena consapevolezza di servire una grandecausa, una causa giusta, ognuno può dire alla propria donna, ai proprifigliuoli, affermare di fronte alla società avere compiuto il proprio dovere.Buon lavoro, compagni”.

postilla

GiuseppeDi Vittorio assume il 1948 come l’anno in cui, in Italia, la curva dell’aumentodei profitti si distaccò da quelle dei salari e l'ampiezza della forbice aumentò continuamente. Quello fu infatti l’anno in cui la storia registra eventi che modificano profondamente gli equilibri tra ila crescita dei salari da un lato, i profitti e le renditedall’altro. Gli eventi principali, che provocarono la sempre più profondadivaricazione tra ricchi e poveri nei paesi “sviluppati”, furono la rottura, nel mondo dell’unità antifascista che avevasconfitto il nazifascismo, e in Italia lavittoria elettorale della Democrazia cristiana con la pesante intromissionedegli USA, l'estromissione delle sinistre dal pgovernola rottura del sindacato unitario dei lavoratori (la CGIL) con ildistacco elle due componenti CISL (aprevalenza democristiana) e Uil (a prevalenza socialdemocratica e repubblicana,mentre comunisti e socialisti rimanevano nella CGIL.

il manifesto,

Cerignola tornerà ad ospitare l’opera di Ettore de Conciliis dedicata a Giuseppe Di Vittorio. Il murale, sin dalla metà degli anni Ottanta abbandonato in frantumi nei depositi comunali – fu divelto per far posto ai nuovi cantieri di piazza della Repubblica – sarà ricollocato domani 3 novembre in piazza della Libertà. Con il restauro del murale «Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno» si conferma il recupero di una stagione pubblica e sociale della pittura italiana espressa tra gli anni sessanta e settanta del Novecento di cui de Conciliis, Rocco Falciano e le esperienze pittorico-installative del Centro di Arte Pubblica e Popolare di Fiano Romano restano un prezioso riferimento.

A Cerignola, intanto, si assiste ad un miracolo laico. L’opera, ridotta a scoria non più leggibile del nostro Novecento, tenuta in vita da un importante lavoro volontario che, negli anni, durante i vari trasferimenti, ha fotografato e documentato lo stato dei frammenti e permesso una prima catalogazione dei pezzi, ha confermato una straordinaria capacità di resistenza estetica. I lavori di restauro sul murale, in un hangar della zona industriale di Cerignola, sono appena terminati. Seguito dallo stesso de Conciliis, sui pannelli è intervenuto il lavoro Francesco Daddario. Il restauro, oltre al problema della caducità dei materiali industriali, si è presentato difficile per la messa in sicurezza ed il riassemblaggio dei quasi trecento frammenti in cui risultava scomposto. L’opera, completa investiva una superficie pittorica di circa centotrenta metri quadrati. I pannelli in Glasal – un fibrocemento simile all’eternit – accoglievano i colori delle resine industriali frammiste a pigmenti naturali.

L’opera – terminata in laboratorio nel settembre del 1974 e successivamente assemblata sul posto – evitando facili soluzioni agiografiche, racconta le vicende delle lotte contadine. Il volto del capo della Cgil si accompagna a quelli della moltitudine degli operai e dei braccianti. L’ulivo è raffigurato come rizoma ancestrale di un popolo che migra da un Mezzogiorno invaso dalle banconote partorite dal ventre della prostituta Babilonia. L’effetto fu disturbante.

Oggetto di una preoccupante campagna giornalistica, a tre giorni dalla sua installazione i neofascisti mitragliano il murale. Numerose, furono le testimonianze di solidarietà. In un suo scritto Renato Guttuso, ricordando l’esperienza di de Conciliis accanto a Siqueiros nel cantiere del Poliforum, definisce l’opera «generosa, geniale e disinteressata». Ad oggi, dell’originaria struttura installativa risultano quasi completamente recuperati i tre schermi laterali; completamente disperso, invece, quello inferiore.

Ancorati sui tre lati di un tronco di piramide rovesciato, i quattro pannelli, tagliati, a diverse altezze, in forma di bandiera, nel punto più alto raggiungevano, con la struttura metallica tubolare, i dieci metri. Dinamismo e integrazione plastica individuavano la struttura portante come forma significante capace di espandere e continuare la pittura. L’installazione, su tre lati, favoriva una lettura ottica d’insieme mentre, dal basso verso l’alto – con la presenza dello schermo oggi disperso – veniva assicurata la fruizione da un punto d’osservazione ravvicinato.

La possibilità di attraversare l’opera e la sua poliangolarità consentivano una particolare esperienza percettiva che, dal libero movimento dello spettatore, risultava aumentata, moltiplicata nella sua meccanica espressiva dalle infinite alterazioni delle sue possibilità visuali.

Confermata anche dalle letture di Carlo Levi e di Paolo Portoghesi, il murale per Di Vittorio guadagnava, nel suo rapporto con lo spazio pubblico, la coesistenza di valori pittorici, scultorei ed architettonici. La sfida, rinnovata nella nuova collocazione, resta quella di trovare, per un’opera che pittoricamente continua, in maniera aperta, ad interrogarci, il giusto rapporto tra percezione, spazio e invenzione plastica.

Riferimenti
Per comprendere (o ricordare) chi è stato Giuseppe Di Vittorio leggi l’articoloGiuseppe Di Vittorio e il “New Deal” per l’Italia, con i riferimenti in calce, e la Letterad’un bracciante sindacalista a un conte capitalista

È andata via Amalia Signorelli, l'antropologa che «si è inoltrata nel mondo "altro da noi" nel quale siamo tuttavia immersi e che quasi mai siamo in grado di comprendere e spiegare: gli immigrati, i subalterni (gramscianamente intesi) i discriminati nei rapporti di genere»

Percepire quanto potente sia la "compresenza dei vivi e dei morti" così ben argomentata da Aldo Capitini rende meno drammatico il nostro distacco da chi lascia questa terra e con ciò sembra sottrarci la ricchezza intellettuale, morale, emotiva con la quale ci ha alimentati.

In verità, la nostra vita è costantemente nutrita anche, o forse soprattutto, da chi "non c'è più"e che facciamo rivivere ogni volta che ascoltiamo una musica, guardiamo un'opera d'arte, leggiamo un libro importante avuto in dono – collettivamente- dal suo autore .

Come scienziati sociali, come studiosi di urbanistica e di culture urbane, siamo debitori ad Amalia Signorelli, che si spenta il 25 ottobre, di un patrimonio veramente importante di conoscenze e di strumenti metodologici con i quali leggere "l'esserci nel mondo", le sue trasformazioni, i conflitti sociali e culturali. Del suo maestro, il grande Ernesto De Martino, ci ha aiutato a capire la statura e a decifrarne i pensieri e lo stile, facendolo poi suo in modo autonomo e originale. E' così che ha saputo trasferire le categorie demartiniane nello studio delle dinamiche “indotte e condizionate dall'esistenza di uno spazio urbano costruito, dotato di certe capacità di costrizione e condizionamento dell'agire umano” (in Antropologia urbana, 1996:202).

Con la lente speciale del ben noto concetto di "crisi della presenza" Amalia Signorelli si è inoltrata nel mondo "altro da noi" nel quale siamo tuttavia immersi e che quasi mai siamo in grado di comprendere e spiegare: gli immigrati, i subalterni (gramscianamente intesi) i discriminati nei rapporti di genere.

Tenerissimo il suo gioire di fronte a Concettina, una delle contadine meridionali incontrate negli anni della sua ricerca antropologica sul tarantismo, che si rivolse a lei per chiederle di darle “la medicina per non comprare bambini”, la pillola anticoncezionale, e che Amalia ha interpretato come l'emergere di un'inedita volontà di un futuro “in cui l'eros non le fosse precluso dalla paura delle gravidanze a ripetizione”. E appassionata la sua vicinanza agli abitanti del centro storico di Pozzuoli "deportati"nel quartiere-ghetto di edilizia popolare di Monterusciello.

Ma la "comprensione" la vicinanza politica (quel rifiuto dello sfruttamento, del dominio, dell'alienazione come fatti inevitabili che hanno fatto di lei una donna coerentemente "di sinistra'") non ha impedito ad Amalia di ricercare con rigore scientifico le specificità e i connotati della cultura dei subalterni, della loro concezione dello spazio e delle loro relazioni con lo spazio, radicalmente e irrimediabilmente altre rispetto a quelle dei dominanti, a partire dai professionisti della progettazione urbana e architettonica.

Il suo importante saggio pubblicato sulla rivista "La ricerca Folklorica"(20, 1989) con l'eloquente titolo Spazio concreto e spazio astratto. Divario culturale e squilibrio di potere tra pianificatori e abitanti dei quartieri di edilizia popolare ha dato l'avvio ai successivi studi e scritti sulle città e sull'immigrazione che ci hanno proposto fino all'ultimo interpretazioni originali e decisamente controcorrente, anche rispetto a chi si sente parte della sinistra.

Nell'intervista di Simona Maggiorelli ripubblicata da Left il 25 ottobre, giorno della sua morte, Amalia parla della necessità di oltrepassare sia lo sterile razionalismo sia il decostruzionismo tutto emozionale per rintracciare quel filo rosso che collega tutti gli accadimenti della storia umana. Ma, aggiunge, se quel filo rosso non lo si riesce a trovare, “bisognerà costruirlo e costruirlo credibile”. Lei l'ha fatto e ora tocca a noi continuare.

Nuova Società

Tra i compagni con cui ho avuto modo di lavorare nel mio lungo percorso di impegno politico a livello istituzionale, Raffaele Radicioni occupa un posto particolare dovuto a due precisi fattori: la specificità dei complessi problemi che assieme abbiamo dovuto affrontare ed il suo carattere mite, saldamente impiantato però sulla coerenza ed il rigore del suo pensiero politico e intellettuale. Anche nei momenti più accesi di maggiore tensione del dibattito nella sala Rossa di Palazzo Civico, Raffo (come lo chiamavano gli amici) non ha mai alzato il tono della voce, rispondeva con pacatezza, punto su punto, anche alle accuse più grossolane che gli venivano rivolte, ad esempio, di voler ostacolare lo sviluppo della città, di essere un antiquato conservatore, contro la modernità e la crescita urbana e quindi anche economica.

Ci fu il caso di due consiglieri del Pci irretiti dalle sirene craxiane, molto di moda in quegli anni, che fecero il salto della quaglia, motivandolo perché contrari alla politica urbanistica dell’Assessore Radicioni che ledeva gli interessi della città. Con tono, si potrebbe dire evangelico, nella riunione del gruppo comunista che precedette l’infuocata seduta del Consiglio con all’ordine del giorno il caso, invitò tutti noi alla calma, quasi scusando i due voltagabbana «perché - disse - non sanno quello che stanno facendo, non sono in grado di capire». Non era altezzosità la sua, era una semplice, implicita critica rivolta al suo partito per il non sufficiente impegno culturale nella battaglia delle idee, tra la gente, per spiegare che il diritto alla casa, ad esempio, non significava costruire, costruire, senza regole, anonimi caseggiati alla periferia, privi di servizi in molti casi, come accade negli anni ’50, ’60, addirittura senza la urbanizzazione primaria: strade, fognature, illuminazione pubblica.

Così la modernità di una città per Radicioni non era decretata dal numero di grattacieli. Anche se il problema si pose con l’opera di una star dell’architettura, di un amico, un maestro sicuramente progressista collocato a sinistra, come Renzo Piano, progettista della sede dell’Istituto Bancario San Paolo, per soddisfare l’ambizione, per non dire il capriccio, dell’allora presidente dell’Istituto che ha voluto lasciare un ricordo di sé medesimo, nella città. Noi (uso il plurale perché anch’io venni così considerato) siamo stati definiti, scherzosamente, ma con un lieve senso di irrisione, “urbamistici”, o “urbamastici”. Torino è stata la culla di questa nuova disciplina, grazie al Movimento di Comunità fondato da Adriano Olivetti. Per essermi iscritto ad un corso tenuto dal prof. Giovanni Astengo, presso la sede di Comunità del mio quartiere, fui criticato poiché avevo ceduto al paternalismo del grande capitalista di Ivrea, dimenticando la lotta di classe. Il settarismo non è mai morto.

Infine voglio menzionare in questo ricordo sicuramente non esaustivo, la coerenza di Raffo contro il dissennato consumo dei suoli, contemporaneamente alla mercificazione, con la compra-vendita, delle cubature. I fautori di questo mercato (compresi molti parroci guidati da un uomo della Curia che hanno venduto la cubatura delle loro chiese ai proprietari delle case confinanti affinché potessero sopraelevare gli edifici esistenti) lo hanno giustificato definendolo in sede politica «urbanistica contrattata», in modo scriteriato sono giunti a fare cassa, per finanziare addirittura la spesa corrente, cioè, la parte ordinaria del bilancio.

Caro Raffo, nel rivolgerti l’ultimo saluto, credo di poter dire a nome di tutti coloro che, non retoricamente amano Torino, che la città ti è debitrice di riconoscenza. Tu hai rappresentato concretamente il vero schieramento progressista e riformatore poiché hai operato per un reale cambiamento ponendo quale base, quale comun denominatore, il valore dell’uomo. La sfida, tuttora aperta, è tra la cultura della “prossimità” e la cultura del “rambismo” che ha al centro esclusivamente il profitto e quindi i consumi. È necessario, come tu ci hai insegnato, riproporre questo confronto senza imbrogli e senza ipocrisie, senza temere l’accusa di non essere moderni: avere la capacità, la volontà, l’intelligenza di misurarsi con i reali valori della modernità significa affrontare le grandi contraddizioni presenti nella società contemporanea, per garantire un futuro a questa “macchina” meravigliosa che è la città dell’uomo.

Per ricordare all’indomani della sua scomparsa le posizionidi Raffaele Radicioni e la forza dei suoi argomenti riprendiamo il raccontodella polemica che si aprì all’interno del Pci e sulla sua stampa negli anni incui Raffo diede il meglio di sé.

Il nuovo tema che si affacciavanei dibattiti sull’urbanistica era quello della “urbanistica contrattata”. Ilprimo episodio rilevante fu una polemica sull’Unità, nell’estate del 1982,tra due assessori, entrambi comunisti, entrambi eletti in due grandi città:Maurizio Mottini, a Milano e Raffaele Radicioni, a Torino.

Mottini partiva dallaconsiderazione che «era emersa negli anni più recenti una critica diffusa,talvolta una insofferenza, nei confronti del concetto stesso di pianocome strumento del potere pubblico per affrontare e risolvere problemi diinteresse generale»; osservava correttamente come questo atteggiamento criticofosse un sintomo della più generale tendenza «al riflusso nel ‘privato’, allariscoperta dei valori e dei problemi dell'individuo», e come fosse collegato alfatto che «sul versante politico e ideologico siassiste al rilancio di un neoliberismo, che non di rado si tinge deicolori di una volontà di rivincita dei valori della conservazione o megliodella restaurazione» [M. Mottini, Urbanista, cambia piano, in «l'Unità», 18 agosto 1982].

Indubbiamente, le primeavvisaglie dei tentativi di “liberare” le decisioni sul territorio dai vincolidi regole dettate dall’interesse comune avevano radici nel più vasto processodi riflusso verso l’individualismo e il privatismo, nelle nuove ideologie chesi affermavano e nella ripresa di potere degli interessi economici di nuovodominanti. Mottini individuava però anche a sinistra segnali che andavano nellastessa direzione: è significativo, afferma, che «nell'ambito stesso dellacultura di sinistra il tema delle libertà individuali, come presupposto di unasocietà dinamica, venga additato come via d'uscita ai fenomeni di sclerosidelle forme realizzate partendo da una lettura consolidata e ortodossa dellalezione marxista».

Da queste premesse Mottinipartiva per esprimere una critica all’urbanistica: «Il piano urbanistico, comenormativa che regola il comportamento dei soggetti che decidono, ha prodottotroppo spesso disegni mai realizzati o realizzati in piccola parte»; «ciò che èin crisi - aggiungeva - non è il concetto di piano urbanistico, ma il concettodi gestione pubblica del piano urbanistico». La ricetta che proponeva è disostituire la gestione pubblica col governo pubblico, dovegovernare significa «utilizzare i meccanismi di mercato, indirizzandoli con unaserie di incentivi e disincentivi alla soluzione dei problemi di interessegenerale. Alla politica del vincolo occorre sostituire la politica dell'usopubblico dell'interesse privato».[ibidem]

Pianificazione territoriale eprogrammazione concertata tra pubblico e privato divengono momenti di un solodiscorso, «non più un prius definito eimmobile cui seguirà una sia pur complessa gestione di attuazione». In altreparole, il piano non è autonomo rispetto agli interessi economici, non delineaa priori le scelte necessarie per risolvere i problemi dal punto di vistadell’interesse collettivo, ma è un insieme di scelte che si concertano(contrattano) con gli interessi economici. Stupisce nel ragionamento diMottini il fatto che trascuri completamente di domandarsi quali siano gliinteressi economici con i quali il pubblico dovrebbe “contrattare” il destinodella città. Sembra ignorare che questi interessi non siano quelli legati alsalario e al profitto, al lavoro e all’impresa, all’attività economica voltaalla produzione di ricchezza da immettere sul mercato, ma semplicemente quelli,parassitari da ogni punto di vista, della rendita immobiliare.

Il contrasto all’appropriazioneprivata della rendita immobiliare è invece al centro dell’intervento criticodell’altro assessore all’urbanistica, Raffaele Radicioni.[R. Radicioni, Anche per l'urbanista il '68 è lontano, «l'Unità», 3 set. 1982.] Dopoun’ampia illustrazione dei difetti costituzionali rilevati nella legislazioneurbanistica e dei tentativi fallimentari dei parlamenti di sanarlicompiutamente (dalle sentenze costituzionali del 1968 alla proposta governativadi riconoscere pienamente la rendita immobiliare a valori di mercato),afferma che riconoscere, in caso d’esproprio o di vincolo, il valore di mercatodei suoli significherebbe optare «definitivamente a favore del potere diedificare congiunto inscindibilmente con il diritto di proprietà e per questavia [riconsegnare] alla proprietà privata, attraverso una leva economicairrefrenabile (il valore dei suoli), il potere e il diritto di decidere come,quanto, in che modo, trasformare la città». «Ma ciò che più preoccupa -prosegue l’assessore torinese - è constatare la distrazione con la quale negliultimi anni questa vicenda viene seguita dalle forze riformatrici, fra cuideterminante è il ruolo esercitato dal nostro partito». L’argomento «non èstato oggetto di agitazione e scarsi sforzi sono stati compiuti per suscitaresia il confronto politico che l'approfondimento culturale, assolutamentenecessari nel momento in cui leggi troppo sommarie o affrettate rivelano di nonreggere al vaglio della Corte Costituzionale».

«Per altro non passa occasione che nel nostro partito autorevoli e valenti compagni ci ricordino giustamente come ritardi e sconfitte, registrati dal movimento riformatore sui temi della casa, del governo della città sarebbero imputabili in ampia misura ad una frattura manifestatasi in alcuni periodi fra idee di riforme illuministe, patrimonio di intellettuali, ed esigenze, aspirazioni, di larghe masse popolari. Bene, io mi domando se dalla vicenda che ho richiamato si debba concludere che il tema del controllo sulla acquisizione della rendita (che penso costituisca uno degli strumenti principali del governo della città, se non il principale) sia da considerare ideologico o comunque fuori dalle possibilità di unità fra esigenze popolari per la casa, per la città, per l'equilibrio del territorio e gli orientamenti, le denunce, le esperienze di intellettuali ed amministratori».

«C’è una sola strada per usciredalla crisi della città, conclude Radicioni, «rilanciare nel Paese, fra lemasse popolari, nei luoghi di cultura, negli enti locali e ovviamente inparlamento una convinta battaglia con al centro il nodo della acquisizione allacollettività della rendita, come strumento fondamentale per il governo dellecittà». Ma le orecchie del Pci erano aperte ad altre musiche. Lo comprendemmomolto presto».
Da: Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia cheho vissuto, Corte del Fòntego editore, Venezia 2010, pp.116-117


«». L'Espresso, 23 luglio 2017 (c.m.c.)

Una società multietnica multiculturale, multirazziale, pluralista... È solo un ritornello, una giaculatoria rassicurante, o dietro questa formula sta nascendo davvero la cultura necessaria per affrontare un problema grandissimo, forse il più impegnativo e decisivo tra i molti che, oggi, si affollano e annunciano ovunque un cambiamento d'epoca?

La manifestazione più appariscente, e drammatica, è sicuramente quella che definiamo razzismo, che riappare in molti luoghi. Se però il razzismo è il fenomeno più noto, l'orizzonte da contemplare è ormai quello di società nelle quali la difficile ricerca di valori comuni e la necessaria coesistenza tra valori diversi rompono la trama degli abituali criteri di riferimento. Le nostre società non sono abbastanza forti né per assimilare l'"altro", né per respingerlo.

Respingerlo non possono, quando si tratti di un profugo o, più semplicemente di un lavoratore indispensabile a colmare vuoti. Assimilarlo non vogliono, non ne hanno i mezzi e la forza: o, spesso, è proprio l' "altro" che chiede un riconoscimento, non l'assimilazione. Chiede di violare il santuario della scuola laica portando il suo chador. Conserva magari l'antropologica propensione a fissare violentemente il rapporto tra i sessi, si porta dietro pratiche antiche e tremende, come l'infibulazione. E malgrado ciò (o proprio per ciò), esige poi diritti e eguaglianze che non stanno nei vecchi schemi, anzi ne rivelano le crepe, le debolezze.

Sono così proprio i nostri modelli più abituali e rassicuranti - la tolleranza, l'eguaglianza, il "melting pot" - ad apparirci bisognosi di ripensamento. È indispensabile vedere se essi sono in grado di comprendere una dinamica dei conflitti che va ben al di là della discriminazione più o meno violenta. Un esempio per tutti. Oggi si propone, giustamente, l'estensione agli immigrati di una serie di diritti civili, sociali, politici. Questa è una via sacrosanta, l'unica a poter impedire almeno le forme più brutali e formali di discriminazione. Ma, superato questo conflitto, se ne profila uno più difficile da risolvere. L'esperienza di molti paesi ci dice che proprio il riconoscimento di una pari cittadinanza agli immigrati scatena reazioni nei gruppi sociali che, socialmente o culturalmente, si sentono minacciati da questa maggior vicinanza di gruppi che escono da qualcuno dei ghetti in cui erano stati confinati. La parità - dovremmo saperlo - spesso annuncia nuovi conflitti.

Ma è la stessa nozione di eguaglianza a esser messa in discussione. La rinuncia alle identità irriducibili al modello prevalente appare la condizione stessa dell'eguaglianza, che si configura così in forme che ammettono un vero pluralismo solo in occasioni e casi determinati. È lo stile dell'America del "melting pot", dove l'essere riconosciuto come eguale dipendeva proprio dalla capacità di omologarsi. Ma è pure uno stile che, in nome di valori dominanti ed esclusivi, ha negato o ritardato il riconoscimento dei diritti delle minoranze.

Da qui il paradosso di una concezione dell'eguaglianza che custodisce il germe della discriminazione. Da qui la necessità di muoversi verso una concezione dell'eguaglianza fondata sul riconoscimento pieno delle identità diverse, che diviene così il fondamento del diritto alla identità, del diritto alla differenza. Da qui lo scolorirsi dell'immagine del "melting pot", sostituita da quella del "salad bowl". Non il crogiuolo nel quale ogni elemento si fonde, perde la sua identità e diviene irriconoscibile. Al suo posto, una "insalatiera" nella quale la mescolanza è possibile, in cui i diversi elementi rimangono riconoscibili.

Lungo questa strada c'è un rischio che viene reso esplicito da chi dice che il riconoscimento del pluralismo non può portare con sé la legittimazione delle idee più arretrate, di simboli di barbarie, di violazione di valori essenziali della civiltà. Ecco, allora, la domanda più generale: la regola del pluralismo è incondizionata o ammette eccezioni? E, se sì, secondo quali criteri? Le risposte sono difficili, e sono il segno della vera difficoltà che s'incontra quando si cerca di convertire l'antirazzismo in accettazione convinta di una prospettiva sociale segnata dalla presenza di diverse culture.

Questo non significa negare o mettere tra parentesi il fatto che sono stati faticosamente costruiti grandi valori comuni, quelli in cui s'identifica (o dovrebbe identificarsi) la nostra civiltà. Quel che si mette in discussione è l'esistenza di una cultura dominante, da accettare senza alcun preventivo confronto e senza ammettere la possibilità che questo confronto possa arricchire lo stesso quadro di valori e di criteri di riferimento nei quali ci siamo finora riconosciuti. In ciò sta la differenza tra assimilazione e integrazione. E quello che oggi ci appare un arduo ostacolo da superare può divenire l'occasione per la nascita di una organizzazione sociale dove proprio la fatica del confronto può far rinascere il senso della comunità. Non è un processo facile. Richiede un apprendimento collettivo, non esclude conflitti.

Né può essere affidato soltanto al fluire delle cose, alla buone volontà. Esige le sue regole, istituzioni, scelte, le sue "forzature". Servono politiche capaci di incidere sulla sostanza della loro condizione, e quindi investimenti in informazione, formazione, strutture, "azioni positive". Integrazione e costruzione di valori comunitari camminano insieme. E il senso di appartenenza a una comunità nasce e si sviluppa solo se si partecipa effettivamente alla sua vita, ai momenti nei quali la comunità si costruisce.
Il vedere l'"altro" insediarsi stabilmente nel proprio territorio produrrà spaesamenti, rifiuti, conflitti. Non c'è dunque una via rapida di pacificazione. Ma non ce n'è una diversa.

Un contributo da Parigi al ricordo di Marina, «donna di grande cultura, coraggiosa resistente che sfidava consistenti poteri politici ed economici», inviato a

eddyburg da una coppia di amici che, avendo conosciuto lei e i suoi "libretti", avrebbero voluto che il suo esempio si propagasse nel mondo


Marina Zanazzo, la femme qui osait ouvrir les yeux surVenise

Venise vient de perdre l’un de ses plus courageux lanceurs d’alerte: Marina Zanazzo s’est éteinte, à 61 ans, le soir du 12 juillet, après 18 mois de lutte acharnée contre un cancer du pancréas.


Marina avait créé une maison d’édition en 2005et lancé en 2011 une collection de livrets dénonçant, chacun, l’un des scandalesqui menacent Venise, sa Lagune et l’équilibre vital entre la cité et son cadreécologique. Ces livrets très denses, à la fois analytiques et synthétiques,réunis sous le titre Occhi aperti suVenezia, Yeux ouverts sur Venise, ont révélé des scandales, souvent quelquesmois avant qu’ils n’éclatent au grand jour .

Les auteurs étaient des universitaires, des journalistes, des spécialistesdont Marina rendait le propos accessible à tous. Cette femme de grande culture, cette courageuseRésistante défiait des pouvoirs politiques et économiques considérables. Ceux, notamment,de dizaines de notables complices dans l’affaire du Mose, (Modulo sperimentale elettronicomecanico), le barrage flottantinefficace, nocif mais utile pour détourner un milliard et demi d’euros !Et ceux de sociétés puissantes comme Benetton qui a dégradé l’antique Fontego dei Tedeschi, le transformant encentre commercial de luxe.

Marina a aussi affronté les politiques qui, àla commune même de Venise, se sont acharnés à amplifier encore un tourisme demasse qui étouffe la ville et chasse ses habitants des rues et de leurs maisons.Ces politiques et leurs complices maintiennent le passage des grands paquebots,les grandi navi, dans la Lagune, cequi creuse celle-ci, la transforme progressivement en bras de mer et sape lesfondations de Venise. Ces grandi navine rapportent rien à la ville de Venise et à ses habitants, n’enrichissent que l’organisationportuaire et des intérêts particuliers. Tous ces faits et autres méfaits sontdétaillés dans Occhi aperti su Venezia.

En exergue de ses courriels, Marina Zanazzoplaçait une phrase de Proust expliquant que les terres des barbares n’étaientpas celles qui n’avaient jamais connu l’art, mais celles, riches en chefsd’œuvres, qui ne savaient ni les apprécier, ni les préserver…

Epaulée par l’urbaniste Edoardo Salzano et l’archivisteLidia Fersuoch, sa directrice scientifique, Marina Zanazzo a, sur son chemin,rencontré tant d’entraves qu’elle a dû arrêter ses publications. Elle éditaencore hors collection, début 2016, un dernier livre au titre significatifaffirmant que « Venise est une ville » (Venezia è una città, Franco Mancuso). Elle préparait un ultimelivre dans ses Occhi aperti su Venezia,pour défendre une île de la Lagune menacée par des intérêts privés.

A la clôture de son activité éditoriale, Marinaavait décidé d’effectuer son Grand tour avec pour première étape Paris qu’elleallait contempler à nos côtés, perchée dans les nuages, au 28èmeétage d’une tour près de Montparnasse. Elle avait déjà dans sa poche le billetd’avion, lorsqu’elle découvrit sa maladie. Après avoir tant lutté contre le cancerde la corruption, elle était agressée en son corps par un autre cancer. Elleentama un nouveau combat et, malgré les souffrances, multiplia les projets, trouvala force de collaborer à un épais livre de Lidia Fersuoch, proposa de décorerd’un murales le parloir d’une prisonpour distraire les enfants visitant les prisonniers.

Sur sa page Facebook, elle publia une photod’elle, le crâne rasé, narguant son mal. Encore et toujours très belle.

Marina garda jusqu’au bout, tel un talisman,son billet d’avion pour Paris. I l y a un an, de sa voix chaude, chaleureuse, ellenous confiait un regret : les résistants qui combattent pour Veniserestent trop souvent en ordre dispersé, séparés par des querelles mineures. «Ilsdevraient s’unir sur l’essentiel: sauver Venise! » Parions que la disparition de Marina Zanazzo galvaniserases compagnons, leur donnera la force de faire revivre la collection des Yeux ouverts sur Venise et de continuer ainsià dénoncer les agressions menaçant la survie de ce qui reste de la Sérénissime.

Nous n’oublierons jamais cette grande et bellefemme qui, en janvier encore, arpentait Venise de son pas alerte, énergique.
Arletteet André-Yves Portnoff
Paris, le14 juillet 2017

«Sorriso e determinazione. E una voglia generosa di fare qualcosa per la sua città».

la Nuova Venezia, 13 luglio 2017 (m.p.r.)

Venezia. Sorriso e determinazione. E una voglia generosa di fare qualcosa per la sua città. Marina Zanazzo, 61 anni, ha smesso di soffrire. Se n'è andata lunedì sera, nel suo letto d'ospedale al Civile, dopo aver a lungo combattuto con la malattia. Era una persona di grande cultura, proprietaria-factotum di una piccola casa editrice, Il Fontego, che ha lasciato il segno nella società veneziana. Pubblicazioni coraggiose, quasi sempre controcorrente.

Libri di settore, urbanistica e storia di Venezia. E una piccola collana fortunata di libretti dal titolo Occhi aperti su Venezia. Blu per la storia e le curiosità veneziane, rossi quelli di inchiesta e denuncia. Tre euro in libreria, autori che scrivevano gratis, guadagni zero. Un'offerta culturale più che una operazione editoriale. «Si autofinanziano», diceva con orgoglio. Lei che cercava gli autori e li convinceva a dare il loro contributo. Correggeva le bozze, stampava e portava i pacchi nelle librerie. Il suo studio editoriale un magazzino nella storica Corte del Fontego, dietro campo Santa Margherita. Marina era una bella persona e una donna di carattere.
L'ho conosciuta quando, prima che le cronache se ne interessassero dal punto di vista giudiziario, mi aveva convinto a scrivere uno dei libretti sul Mose e le grandi opere. Scandali annunciati che poi scoppieranno dopo qualche mese. «Nel nome di Venezia, chiamiamolo così», aveva detto, migliorando in un attimo un titolo poco felice. «Perché nel nome di Venezia oggi tutto è permesso».
Amarezza e lucidità nel denunciare i tanti problemi di una città che sta perdendo l'anima. Testi raffinati, curati da Edoardo Salzano e Lidia Fersuoch, contributi di professori e intellettuali. Una collana che si era interrotta un paio d'anni fa quando i libretti non sono stati più autosufficienti e la crisi ha costretto a chiudere. I funerali si terranno domani alle 15 alla chiesa dei Carmini.

Oggi tutti inneggiano a Stefano Rodotà. Ieri, invece. Ricordiamo anche questo.

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2017 (c.m.c.)

«Renzismi - Da “non ho giurato su Rodotà e Zagrebelsky” a “il capo del partito dei parrucconi” fino alle contumelie di Eugenio Scalfari”»

«Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o Zagrebelsky». Dal livello di illogicità della frase si capisce che l’autore è Matteo Renzi. Era il 2014, e con l’aforisma consegnato al Corriere della Sera l’allora capo del governo voleva dare ad intendere che la Costituzione “chiamasse” la sua stessa riforma ad opera del gruppetto di ambiziosi toscani, e che questa chiamata fosse incompatibile con la battaglia dei professori contro lo scasso della Costituzione.

Dopo aver insultato chiunque gli si opponeva (“gufi”, “rosiconi”, “rancorosi”, “sabotatori”, “frenatori”), lo screanzato continuava: “Non è che una cosa è sbagliata se non la dice Rodotà. Si può essere in disaccordo con i professoroni o presunti tali, con i professionisti dell’appello (Rodotà aveva appena firmato l’appello di Libertà e Giustizia contro la svolta autoritaria, ndr), senza diventare anticostituzionali”.

Fu il “via libera” per bastonare i due giuristi, colpevoli di disturbare il manovratore con le loro “chiacchiere” (“sanno solo criticare”, disse il mai eletto a Porta a Porta). Per la Boschi, «i professori bloccano le riforme da 30 anni». Per i furbi del Foglio, Rodotà era “il capo del partito dei parrucconi”, e il suo nome fu messo in burletta a riprodurre l’invocazione del 2013 (“Rodotà-tà-tà”). Il "costituzionalista del Pd" Stefano Ceccanti tirò fuori su Twitter una proposta di legge del 1985 firmata anche da Rodotà (allora indipendente del Pci) per «sostituire il bicameralismo paritario con il monocameralismo puro»: la trovata, retwittatissima, doveva servire a screditare il Professore prendendolo in castagna.

La Boschi fu mandata a Agorà: «Trovo legittimo che Rodotà abbia profondamente cambiato idea, perché ricordo che nell’85 fu il secondo firmatario di una proposta di legge che voleva abolire il Senato». Inutile far ragionare una legione di stupidi: se gli si faceva notare che Rodotà non era a favore del bicameralismo ma contro la loro riforma anti-democratica, passavano al nuovo pseudo-argomento.

Intanto Renzi sfornava i suoi famigerati insulti: “radical chic”, “accozzaglia”, “professionisti della tartina al salmone”, “archeologi travestiti da costituzionalisti”, e dietro i pappagalli di Twitter, questi bulli con wi-fi autoproclamatisi classe dirigente, per i quali “Professore” è un titolo di demerito.

Pensare che prima della rielezione di Giorgio Napolitano, Renzi sentenziava: «Marini è un dispetto all’Italia, meglio Rodotà». Ma il giorno dopo, nella pioggia di rose tributata al redivivo Re, si sprecarono i rimbrotti a Rodotà, colpevole di essere il candidato alle Quirinarie del M5S. Per il Corriere (Cazzullo e Macaluso), «poteva attendersi un suo gesto di cortesia – il ritiro della candidatura – che però non c’è stato». Su Repubblica, Eugenio Scalfari sibilò: «Rodotà si è pubblicamente rammaricato perché il Pd e i vecchi amici non l’hanno contattato»; beh, «neanche lui ha contattato me». Chissà cosa avrebbe dovuto chiedergli: forse il permesso di pensarsi Presidente con Napolitano ancora vivo, considerato che se Scalfari deve scegliere «tra Gramsci e Togliatti, scelgo Gramsci» e «tra Andreotti e Moro scelgo Moro. Tra Togliatti e Berlinguer scelgo Berlinguer». E tra Rodotà e Napolitano? «Scelgo Napolitano… Il nome Rodotà in questo caso non mi è venuto in mente».

Un ricordo personale. Era la fine del 2010, Wikileaks aveva appena reso noti i cablogrammi dell’ambasciatore Usa: «Berlusconi vuole censurare Internet» per “favorire le proprie imprese” e silenziare “il dissenso”. Il riferimento era alla “legge Romani” e al disegno di legge dell’onorevole Gabriella Carlucci (ogni epoca ha la sua Boschi) per “la tutela della legalità (sic) nella rete Internet”.

Per l’agenzia che produceva il sito di YouDem, la tv della corrente veltroniana del Pd, mi proposi di intervistare Rodotà. I responsabili del sito ne furono entusiasti: a quel tempo il nome di Rodotà gli faceva comodo; ma mi raccomandarono di contingentare le dichiarazioni del Professore in modo da ricavarne “pillole” di pochi minuti, per un videoclip veloce, smart (il renzismo pre-esiste a Renzi). Telefonai a Rodotà. Mi disse che non avrebbe sottoposto la sua riflessione ad alcuna pillolizzazione, e mi invitò, se volevo, a fargli un’intervista degna di questo nome.

Contro il volere del management, mi presentai a casa sua, tra via Arenula e il Ghetto, dove mi accolse con la sua amabilità asciutta e il suo sorriso gentile. Alla fine dell’intervista, durata quasi due ore, disse: «Ci sarà sempre qualcuno che tenterà di limitare i diritti fondamentali coi pretesti più vari. Bisogna saperlo riconoscere».

«Dai diritti al web una grande eredità di analisi e riflessioni».

la Repubblica, 25 giugno 2017 (m.p.r.)




15 ottobre1976
AZIENDE, NON SCHEDATE I DIPENDENTI

Da molto tempo si sapeva che industrie pubbliche e private continuavano imperterrite a schedare i loro dipendenti, violando l’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori che vieta ogni indagine «sulle opinioni politiche, religiose e sindacali dei lavoratori ». Si sapeva pure che alcune aziende si erano rivolte a studiosi di diritto del lavoro per conoscere il modo migliore di aggirare quel divieto e avevano, quindi, adottato la tecnica delle indagini su “attitudini” o “propensioni” dei dipendenti: altre aziende, invece, non erano ricorse neppure a questa finzione ed erano rimaste fedeli ai vecchi metodi.
Questi clamorosi episodi non insegnano soltanto che non basta scrivere una norma per eliminare radicate abitudini alla discriminazione. Spingono pure a riflettere sulle ragioni complessive che hanno finora impedito un’effettiva garanzia della libertà di opinione dei lavoratori.

È vero che un disegno di legge su questa materia venne presentato nel 1974 dal ministro dell’Interno, Taviani; ma si trattò di una proposta fatta senza convinzione e che, soprattutto, ignorava l’ampiezza dei problemi, la necessità di una legge dettagliata e rigorosa, le esperienze degli altri paesi.
Ma, soprattutto, l’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori è indebolito dal restare un’eccezione in un sistema in cui la regola è quella della libertà indiscriminata di raccogliere informazioni su tutto e su tutti.
5 gennaio 1997
SU ABORTO E BIOETICA SERVE PIÙ LAICITÀ

Aborto, famiglia, morale sessuale, questioni in largo senso riconducibili alla bioetica sono i temi di una predicazione che ha assunto sempre più toni da crociata. Così il cattolico in politica, ovunque nel mondo, deve divenire braccio secolare della Chiesa, destinato ad incontrare, in una sorta di permanente trasversalismo, i suoi simili sparsi in tutto l’arco d’un Parlamento. Nella situazione italiana, questa posizione comincia a produrre effetti che incidono anche sulla politica quotidiana. Vi è già una concorrenza tra partiti che spinge ad un integralismo che mai s’era riscontrato nella storia repubblicana. L’insistenza su valori assoluti, non negoziabili, da parte di uno schieramento che scavalca il confine tra maggioranza e opposizione, incide sull’insieme della dinamica politica.

All’interno dell’Ulivo assistiamo ad una sorta di abbandono da parte delle componenti laiche e di sinistra, con una delega ai cattolici per tutto quanto riguarda i valori. Se questo fosse stato l’ atteggiamento della sinistra negli anni ‘60 e ‘70, se fossero state accettate come oggi le interpretazioni della parte più arretrata del mondo cattolico, non avremmo avuto il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia. V’erano in quel tempo una cultura forte e la capacità di farne un elemento attivo nella società, sì che furono vinte battaglie cominciate su posizioni minoritarie. La questione cattolica, dunque, merita una discussione che finora è mancata, e che coinvolge anche l’altra questione, quella della sinistra.


5 novembre 2010
ANTROPOLOGIA DEL CASO RUBY

Quando (Silvio Berlusconi) è “sceso in campo”, aveva già pronto il suo elettorato, frutto di una trasformazione in cui già si potevano cogliere i tratti del populismo: l’appello diretto ai cittadini che, convocati in piazza, venivano aizzati contro il nemico o ossessivamente chiamati a rispondere “sì” a qualsiasi domanda; la riduzione delle persone a “carne da sondaggio”; le donne neppure oggetto rispettabile, ma pura carne da guardare (le premonitrici ragazze di Drive In) o di cui impadronirsi. Non l’“amore per le donne”, ma le donne come suo personalissimo “logo”. Il tratto possessivo di questa antropologia politica è evidente. Il potere come esercizio di qualsiasi pulsione, con una brama proprietaria che non tollera limiti. La bulimia di volersi impadronire di tutto e lo sbalordimento che lo coglie quando accade che gli si chiede di rispettare qualche regola. Proprietario di tutto. Delle istituzioni. Delle persone che lo circondano.

Il caso Ruby è la sintesi, l’epitome, la rivelazione definitiva di tutto questo. Senza freni, Berlusconi si rivolge ai corpi dello Stato come se fossero cosa propria. Si fa gestore della vita delle persone incurante d’ogni regola. Ecco, dunque, giungere in soccorso quelli che gli costruiscono una giustificatrice genealogia erotica di statisti, evocando Cavour e Kennedy. Altri dicono che in Italia così fan tutti, prevaricando, chiamando prefetti e questori. Attraverso la giustificazione di Berlusconi si intravede una autoassoluzione di massa. E invece no, è tempo di finirla con queste miserabili descrizioni del carattere degli italiani, e cominciare a cercare quello che un tempo si chiamava un “riscatto”.


25 febbraio 2016
LE UNIONI CIVILI
E IL RISCHO “EXIT” CULTURALE

La discussione sulle unioni civili era cominciata sottolineando che finalmente era alle porte una legge da troppo tempo attesa, che avrebbe consentito all’Italia di recuperare un livello di civiltà dal quale si era allontanata e che, in questo modo, l’avrebbe riportata in Europa. Ma, avendo perduto troppi pezzi, la legge approvata finirà con l’essere considerata come una nuova testimonianza di una arretratezza di fondo che, anche quando si fanno sforzi significativi, non si riesce davvero a superare. Che cosa vuol dire Europa in una materia davvero fondamentale, non per una forzatura ideologica, ma perché riguarda i fondamenti stessi del vivere? Vuol dire costruzione di un sistema sempre più diffuso e condiviso di principi e regole, che è stato affidato ad un documento comune, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.

Proprio per il tema affrontato in questi giorni al Senato, l’innovazione della Carta è stata massima. L’articolo 21 ha vietato ogni discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. L’articolo 9 ha cancellato il requisito della diversità di sesso per il matrimonio e per ogni forma di organizzazione familiare, e i giudici europei seguono ormai questo criterio. Eguaglianza, parità dei diritti, libertà nelle scelte. Principi essenziali, che avrebbero dovuto guidare i dibattiti parlamentari e che lì, invece, sono comparsi in maniera sempre più pallida. Si finisce così con l’avere la sensazione che l’Italia - al riparo da un “Grexit” per ragioni economiche e da un “Brexit” per ragioni politiche - abbia scelto la strada di un “exit” dall’Europa tutto culturale.

31 marzo 2017
COME TUTELARE
LA NOSTRA DIGNITÀ DIGITALE

È vero che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea considera la tutela dei dati personali come un diritto fondamentale e che si insiste nell’affermare che «noi siamo le nostre informazioni». Ma questi riconoscimenti, in sé assai importanti, non sono sufficienti. Bisogna prendere le mosse dai mutamenti determinati dal fatto che la persona e il suo corpo sono ormai entrati a far parte della dimensione digitale. Così non si determina soltanto una diversa percezione della stessa fisicità, ma diventano possibili anche violazioni gravi della libertà e della dignità della persona, se l’utilizzazione di informazioni altrui avviene senza specifiche e adeguate regole e tutele di cui gli interessati possono direttamente servirsi.
Il saldo punto d’avvio è stato rappresentato dal riconoscimento alla persona del diritto fondamentale «di accedere ai dati raccolti che la riguardano e di ottenerne la rettifica» (Carta dei diritti fondamentali, articolo 8.2). Si può dire che il passaggio dei dati personali nel potere/ disponibilità di altri, in forme legittime, non ha come conseguenza l’esclusione della persona interessata. E non siamo di fronte soltanto ad un diritto di conoscenza, ma pure di controllo. Si realizza così una distribuzione di poteri, alcuni dei quali consentono alla persona interessata di intervenire attivamente nella gestione del bene costituito dai suoi dati in particolare grazie allo strumento della “rettifica”. Con un ulteriore interrogativo sullo sfondo: quale rapporto tra sfera pubblica e sfera privata si determina per effetto di questi mutamenti?
«Il modo migliore per ricordare questo nostro grande amico, per provare ad essergli grati, è continuare a lottare per costruire, con le sue parole e le sue idee, "una società diversa».

Libertà e giustizia, 24 giugno 2017

Si serra la gola alla notizia che non ascolteremo più la voce ferma, affettuosa e ironica di Stefano Rodotà. E si sente che da oggi, senza quella voce, siamo ancora un po’ meno sovrani: un po’ più indifesi, più soli, più fragili.

Quando capitava di camminare per strada in sua compagnia, invariabilmente succedeva che un cittadino si avvicinasse per salutarlo chiamandolo ‘presidente’. E non si riferiva alle sue tantissime presidenze (per esempio a quella del Partito Democratico della Sinistra, in un’epoca politica che oggi sembra remotissima), ma al fatto che per molti, per molti di noi, Stefano Rodotà era il presidente morale della Repubblica. Non c’erano polemica, o faziosità in questo dolce legame sentimentale: c’era invece un profondo senso di gratitudine. Tutti ricordiamo quell’aprile di quattro anni fa, in cui il nome di Rodotà risuonò per 217 volte nell’aula di Montecitorio dove si eleggeva il Capo dello Stato. E ad ogni lettura l’immaginazione correva verso un’altra Italia: un’Italia più libera, più dignitosa, più solidale. L’Italia della Costituzione e del popolo sovrano.

L’Italia che tante volte è scesa in piazza per questa Costituzione e questa sovranità: e Libertà e Giustizia ricorda con profonda gratitudine, tra tante occasioni di incontro e lotta comune, la presenza di Stefano alla grande manifestazione romana dell’ottobre del 2013 per difendere la “via maestra” della Costituzione.

Il Rodotà politico era la naturale – ma quanto coraggiosa! – conseguenza dello studioso che non ha usato la sapienza del diritto per rendere più potenti i detentori del potere, ma per restituirne un po’ agli oppressi, agli ultimi. Se dovessi indicare il nucleo della sua altissima lezione direi che ci ha insegnato – sono parole sue – «l’irriducibilità del mondo al mercato». La più essenziale delle lezioni di cui ha bisogno il mondo di oggi.

Tra i beni comuni che è vitale sottrarre alla dittatura del mercato, Rodotà ne indicava uno modernissimo quanto essenziale: la rete. «In questo spazio – ha scritto – tutti e ciascuno acquistano la possibilità di prendere la parola, acquisire conoscenze, creare idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, discutere, partecipare alla vita pubblica, costruendo così una società diversa, nella quale ciascuno può rivendicare il suo diritto ad essere egualmente cittadino. Ma questo diviene più difficile, se non impossibile, se la conoscenza viene recintata, affidata alla pura logica del mercato, imprigionata da meccanismi di esclusione che ne disconoscono la vera natura e così mortificano una ascesa che ha fatto della conoscenza in rete il più evidente dei beni comuni». Tra i tanti diritti al cui studio e alla cui difesa Rodotà ha dedicato una lunga vita felice è forse proprio il diritto alla conoscenza quello che oggi appare il fondamento più essenziale, e insieme più fragile, della nostra democrazia.

Il modo migliore per ricordare questo nostro grande amico, per provare ad essergli grati, è continuare a lottare per costruire, con le sue parole e le sue idee, «una società diversa».

Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia

in occasione dell’uscita di un libro "

Diritti e libertà nella storia d’Italia". Left, 24 giugno 2017 (c.m.c)

Stefano Rodotà Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli)

Restituire un pezzo di memoria assume inevitabilmente un significato politico e civile, oggi in Italia. Anche se il professor Stefano Rodotà a proposito del suo Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) si schermisce: «non voglio salire su un cavallo bianco -dice- ho solo cercato di rinfrescare il ricordo di certi fatti. Perché negli ultimi dieci anni anche in Parlamento si raccontano cose che nessuno anni fa avrebbe osato, perché si conosceva la storia di questo paese». Un attacco alla storia, (vedi i manifesti scandalo sulle Br in procura) che va di pari passo con l’attacco del Premier alle istituzioni. E non solo. Su questi temi, in occasione della presentazione del libro al Festival Parole di giustizia il 13 maggio a La Spezia abbiamo rivolto alcune domande al professore emerito di diritto dell’Università La Sapienza.

Professor Stefano Rodotà, dopo aver denunciato l’attacco alla Costituzione, ora lei parla di decostituzionalizzazione. Una deriva ulteriore?
«Sì, si usa la riforma della giustizia per eliminare in radice garanzie che la Carta prevede. Là dove, per esempio, è detto che la magistratura dispone direttamente della polizia giudiziaria si leva “direttamente” e si dice “secondo le modalità della legge”. Così una maggioranza qualsiasi potrà far fuori le garanzie sancite dalla Costituzione e protette dalla sua rigidità. E si potrà passare una serie di poteri a maggioranze ordinarie come l’attuale: blindata, che vota qualsiasi cosa. Intanto il Parlamento è stato ridotto a luogo di registrazione passiva della volontà del presidente del Consiglio e l’ altro sistema di controllo, di contropotere, di contrappeso necessario in ogni democrazia- la magistratura- è sempre più preso di mira».

Berlusconi parla di magistrati «eversori», stigmatizza la Corte costituzionale «covo di sinistra». Calunnia, altera la verità, anche quella storica. Perché una parte di italiani continua a credere alle sue falsità?
«Questa è la domanda chiave. Di risposta non ce n’è una sola. Al primo punto c’è l’informazione in Italia. Non dobbiamo cadere nella trappola berlusconiana che addita alcuni talk show come eretici nei suoi riguardi quando tutte le ricerche dicono che l’opinione pubblica si forma soprattutto con il Tg1 e il tg5. Che non riferiscono una serie di fatti oppure ne danno la versione di Berlusconi. Perfino l’Autorità delle telecomunicazioni- che pure non brilla di attivismo in queste materie- ha dovuto dire che non si può diffondere ogni giorno un comunicato o un video di Berlusconi Secondo punto: il Premier ha costruito intorno a sé, non “un sogno” come è stato detto, ma un blocco sociale su interessi come l’evasione fiscale. Per lui "l’evasione fiscale è legittima difesa". Da qui l’abbassamento della soglia di tutte le regole. Così accanto alle leggi ad personam, ecco l’eliminazione del falso in bilancio, di cui B. si è servito. Una “semplificazione” che fa scendere la legalità nella stesura dei bilanci. Parlo di un blocco sociale, dunque, costruito sui peggiori aspetti della società italiana come il non pagare le tasse. Anche se qualcosa comincia a scricchiolare: con questa crisi le piccole e medie imprese non riescono a stare sul mercato, i problemi che devono affrontare sono assai più vasti. Poi a tutto questo va aggiunto un terzo elemento: la debolezza dell’opposizione che, a mio avviso, ha regalato forza a Berlusconi».

Berlusconi dice che la sinistra è triste ed «ha una ideologia disumana e crudele». E alla convention dei Liberal del Pd Bill Emmott risponde che non va sottovalutato: «la sinistra ha una cultura del dolore». Così Enzo Bianco rilancia: «dobbiamo sorridere di più». Perché continuare a rincorrere Berlusconi. sul suo terreno?
«Per lungo tempo è stata sopravvalutata la capacità di comunicazione di Berlusconi. E si è pensato che adeguandosi al suo modello lo si sarebbe sconfitto. Non è accaduto. Proprio per l’asimmetria di potere: se io scelgo il modello media e i media sono di un altro, lotto con una mano legata dietro la schiena. Intanto si è persa la strada storica del rapporto con la società. Qualcosa, però, sta cambiando. La manifestazione delle donne, degli studenti, del lavoro e del precariato ci dicono di una ripresa di reazione sociale. E non sono più «i ceti medi riflessivi» di cui parlava Paul Ginsborg all’epoca dei girotondi. Ora la reazione che ci si deve aspettare dall’opposizione è che trovi i giusti canali di comunicazione con questo mondo che va in piazza e che ha bisogno anche di una sponda politica. Fin qui le reazioni sono state vecchie, impaurite e sbagliate. Si è detto non possiamo arrenderci al movimentismo. Come se non fosse qualcosa che sta avvenendo nella società…»

Dal suo libro emerge l’abisso fra uno Stato ancora in formazione che paventava lo strapotere della Chiesa e gli ultimi quindici anni in cui lei scrive: «si è assistito a pratiche politiche e a leggi che quanto più si avvicinavano alle richieste della Chiesa tanto più si allontanavano dalla Costituzione». Siamo sempre più lontani dal resto d’Europa?
«Nettamente e non è una valutazione preconcetta o ideologica. Prendiamo un dato di realtà: si discute in Parlamento di testamento biologico lasciando strada aperta a una posizione della Chiesa veramente violenta che parla di "indisponibilità della vita e di limiti invalicabili". Ora se noi andiamo in Germania, Francia o in Spagna non solo lì le norme sul biotestamento ci sono e da tempo, ma sono in forme tali che in Italia l’opposizione neanche penserebbe di proporle perché verrebbe accusata di chissà quali nefandezze, Siamo prigionieri di questo meccanismo: da noi vengono presentate come questioni di fede questioni che evidentemente di fede non lo sono come il diritto a rinunciare a idratazione e nutrizione forzata. Quelli della Chiesa diventano da noi punti di vista che pesano nella discussione politica al punto da frenarne l’autonomia e l’intelligenza. Perché c’è una presenza della Chiesa più intensa che altrove, ma anche per una politica debole. Per cui il Pdl si presenta come fedele braccio secolare delle volontà del Vaticano e non per reale adesione culturale, ma per averne sostegno. La debolezza della politica italiana ha aperto varchi enormi all’iniziativa della Chiesa».

Il vice presidente del Cnr, Roberto de Mattei ha organizzato un convegno contro l’evoluzionismo e uno sul fine vita in cui si attacca il protocollo di Harvard. Cosa ne pensa?
«De Mattei è libero di dire ciò che vuole ma rivestendo una carica istituzionale – perché il vertice del Cnr è nominato dal Governo – ha il dovere di rispettare l’opinione altrui e di non usare il denaro e il ruolo pubblico per fare propaganda a tesi che, per usare un eufemismo, hanno uno statuto scientifico molto debole.

«Ormai non c’è più confronto, si rifiuta il punto di vista dell’altro quando non lo si ritiene conforme alla propria particolare situazione. E’ il dato devastante introdotto dalla logica del berlusconismo che ha come regola la negazione dell’altro. Lei lo ricordava all’inizio: “tutti comunisti”, “tutti nemici della famiglia”; con questa premessa non è possibile guardare alla società italiana tenendo aperta la discussione. Il punto drammatico è la regressione culturale, che è anche regressione del linguaggio. Uno non si scandalizza moralisticamente della barzelletta di Berlusconi ma della degradazione dell’altro che c’è nel suo linguaggio, che poi è quello leghista.

«Non a caso si attacca un luogo di formazione del pensiero critico come la scuola pubblica: si vuole azzerare la capacità dei cittadini di valutare. Ma cattiva cultura produce cattiva politica, ed è ciò che stiamo vivendo. Anche per questo quando Donzelli mi ha proposto di rimettere in circolazione quel libretto aggiornandolo ho accettato. In una altra situazione avrei detto no, ci sono molti materiali. Ma oggi si va perdendo anche la memoria dei fatti elementari. Il Premier, per esempio, lamenta di non poter fare provvedimenti.

«C’è un travisamento della realtà istituzionale tanto che si imputa alla Costituzione e al Parlamento l’impossibilità di muoversi. Ma basta pensare che in un solo anno, il 1970, sono stati approvati l’ordinamento regionale, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, le norme sulla carcerazione preventiva, in sequenza rapidissima… E negli anni successivi le norme sulle pari opportunità sul lavoro, l’aborto, la riforma dello stato di famiglia. C’era una cultura politica e in Parlamento si andava per discutere davvero. Non mi meraviglia che un periodo come quello, in cui si attuava la Costituzione per i diritti e le libertà, oggi venga demonizzato».

«Un uomo di una statura morale e culturale fuori dal comune, che sarebbe stato un grande presidente della Repubblica. Lo ricordiamo qui ripubblicando uno dei suoi ultimi articoli».

MicroMega, 23 giugno 2017 (c.m.c)

Stefano Rodotà è stato uno strenuo difensore della Costituzione, di cui era un profondo conoscitore. Ha attraversato il suo tempo con saldissimi princìpi di giustizia sociale e laicità ed è stato al tempo stesso capace di grande modernità, con un’attenzione costante ai diritti civili e alle possibilità e ai rischi delle nuove tecnologie.

Nel secondo dopoguerra il dibattito sui limiti della scienza 
e della tecnologia era strettamente legato ai timori di distruzione 
del genere umano legati alla bomba atomica. Oggi le nuove sfide sono quelle del postumano, in cui la ‘soglia’ dell’umano viene travalicata aprendo certamente grandi possibilità ma ponendo anche nuovi, complessi interrogativi. Ed è sul terreno del diritto 
che si pongono le sfide più importanti: i princìpi di eguaglianza 
e dignità devono essere il faro per rimanere umani.
1. Quando, nel 1950, Norbert Wiener pubblica le sue riflessioni su cibernetica, scienza e società, sceglie come titolo L’uso umano degli esseri umani. In queste parole troviamo qualcosa che va oltre la storica consapevolezza dello scienziato per le conseguenze della sua ricerca. Vi è l’eco di un tempo cambiato, e non solo per la percezione lucida di quel che la tecnologia avrebbe determinato e che lo induce a una pionieristica riflessione sui rapporti tra l’umano e la macchina. Siamo a ridosso della seconda guerra mondiale e Wiener è tra gli scienziati più consapevoli dei rischi di una militarizzazione della scienza, tanto che rifiuta ogni finanziamento legato a queste finalità, ogni coinvolgimento in simili ricerche. Negando l’innocenza della scienza, nel 1947, in una lettera intitolata «A Scientist Rebels», ribadisce il suo rifiuto di incoraggiare «the tragic insolence of the military mind», che può determinare appunto usi inumani degli esseri umani, con un riferimento esplicito alle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. La riflessione sui rapporti tra scienza e società viene così legata alla responsabilità per gli effetti della ricerca scientifica e tecnologica, e proiettata nel futuro.

Sarà Günther Anders, mettendo al centro della sua riflessione proprio la bomba atomica, a cogliere nel 1956 la radicalità di questo passaggio, chiedendosi nel suo libro più noto se L’uomo è antiquato. E scrive: «Come un pioniere, l’uomo sposta i propri confini sempre più in là, si allontana sempre più da se stesso; si “trascende” sempre di più – e anche se non s’invola in una regione sovrannaturale, tuttavia, poiché varca i limiti congeniti della sua natura, passa in una sfera che non è più naturale, nel regno dell’ibrido e dell’artificiale».

Questo congedo dall’umano era cominciato trent’anni prima, quando Julien Huxley, al quale si attribuisce l’invenzione del termine «transumanismo», aveva concluso nel 1927 le sue riflessioni dicendo che «forse il transumanismo servirà: l’uomo rimarrà uomo, trascendendo però se stesso e realizzando così nuove possibilità per la sua propria natura umana». Il «trascendere» di Huxley ritorna in Anders, ma nelle ricerche successive l’ancoraggio sicuro nel rispetto della «natura umana» sembra svanire, comunque viene respinto sullo sfondo.

Nelle definizioni più recenti si parla di transumanismo o di postumano con riferimento alla «tecnologia che permette di superare i limiti della forma umana» o, più enfaticamente, al «movimento intellettuale e culturale che afferma la possibilità e la desiderabilità di migliorare in maniera sostanziale la condizione umana attraverso la ragione applicata, usando in particolare la tecnologia per eliminare l’invecchiamento ed esaltare al massimo le capacità intellettuali, fisiche e psicologiche». Postumano è inteso come «meglio dell’umano». Ma queste incondizionate aperture, di cui si vorrebbe l’immediata traduzione istituzionale in un «diritto alla tecnologia», rischiano proprio di eludere la questione pregiudiziale dell’uso umano degli esseri umani.

2. Non siamo privi di princìpi di riferimento, non abbiamo di fronte a noi una tabula rasa, quando affrontiamo oggi un tema così impegnativo, e comunque ineludibile. L’attenzione deve di nuovo essere rivolta al cruciale passaggio dell’ultimo dopoguerra, quando la riflessione sull’arma atomica venne accompagnata da quella, altrettanto sconvolgente, imposta dalla rivelazione dell’estremo uso inumano degli esseri umani avvenuto con la Shoà e con la sperimentazione medica di massa sulle persone, trasformate in cavie umane, come risultò dai processi a carico dei medici nazisti.

Dagli atti di quei processi Marco Paolini ha tratto uno straordinario spettacolo, intitolato Ausmerzen, parola che descrive la pratica di abbattere i capi più deboli in occasione della transumanza delle greggi. Una pratica codificata in particolare dal decreto firmato da Adolf Hitler il 7 dicembre 1941, che prevedeva che ebrei, rom, omosessuali, dissidenti politici catturati nei paesi occupati dalle truppe naziste sarebbero stati trasferiti in Germania, e lì sarebbero scomparsi «nella notte e nella nebbia». Qui viene sinistramente evocato l’Oro del Reno di Richard Wagner, quando Alberich indossa l’elmo magico, si trasforma in colonna di fumo e scompare cantando «Notte e nebbia, non c’è più nessuno». Ma ciò che scompare sono gli esseri umani, non più persone ma oggetti, disponibili per il potere politico e il potere medico.

Una reazione a questo esercizio del potere venne affidata nel 1946 al codice di Norimberga, un insieme di princìpi che si apre con l’affermazione «il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente necessario». È una sorta di rinnovato habeas corpus, che sottrae al medico il potere fino ad allora tutto discrezionale sul corpo del paziente, limitato solo da quel giuramento di Ippocrate che proprio i medici nazisti avevano tradito. Si è detto giustamente che così nasceva un nuovo soggetto morale, che l’umano riceveva un suo essenziale riconoscimento.

Ma la risposta più radicale, e più profonda, si trova nelle parole conclusive dell’articolo 32 della Costituzione italiana: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Viene così posto al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato.

Siamo di fronte a una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, a una rinnovata autolimitazione del potere. Viene ribadita, con forza moltiplicata, la promessa della Magna Charta. Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale «in nessun caso» si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, un’assemblea costituente, rinnova a tutti i cittadini quella promessa: «Non metteremo la mano su di voi», neppure con lo strumento grazie al quale, in democrazia, si esprime legittimamente la volontà politica della maggioranza, dunque con la legge. Anche il linguaggio esprime la singolarità della situazione, poiché è la sola volta in cui la Costituzione qualifica un diritto come «fondamentale», abbandonando l’abituale riferimento all’inviolabilità.

3. Autodeterminazione della persona e limitazione dei poteri esterni segnano così la via da seguire perché l’umano possa essere rispettato in quanto tale, sottratto alle pulsioni che vogliano cancellarlo. Sono criteri ancor oggi adeguati o hanno bisogno d’essere ulteriormente articolati e approfonditi per poter fronteggiare le nuove sfide continuamente poste dalle dinamiche della tecnoscienza?

Prima di cercare una risposta a questo interrogativo, tuttavia, è bene riflettere sul modo in cui la tecnologia viene oggi nominata, anche per gli oggetti di comune utilizzazione. Si parla, per esempio, di «smartphone». Compare la parola «intelligente». E questo non è un dettaglio, un’indicazione di poco conto, perché si descrive un passaggio – quello da una situazione in cui l’intelligenza era riconosciuta soltanto agli umani a una in cui comincia a presentarsi come attributo anche delle cose, di oggetti di uso quotidiano.

Entriamo così nella dimensione dell’intelligenza artificiale, della progressiva costruzione di sistemi in grado di imparare, e così dotati di forme di intelligenza propria. Una prospettiva che inquieta alcuni tra i protagonisti del mondo della scienza e della tecnologia – da Stephen Hawkins a Bill Gates, da Elon Musk a Jaan Tallin – che esasperano i rischi di un’evoluzione che porterebbe a creare sistemi dotati di un’intelligenza che li metterebbe in condizione non solo di creare nuove simbiosi tra uomo e macchina, ma di sopraffare e sottomettere l’intelligenza umana. Si è giunti a dire che si sta «evocando un demone», che ci si avvicina pericolosamente a quella che sarebbe «l’ultima invenzione dell’uomo», dunque a un rischio ben maggiore di quello determinato dalla bomba atomica.

Quattrocento scienziati hanno discusso questa prospettiva. In un documento non catastrofista, si mette in evidenza la crescente apparizione di sistemi autonomi, veicoli autonomi, forme autonome di produzione, armi letali autonome. Ma autonomia rispetto a che cosa? Il criterio di comparazione è chiaro: rispetto a una situazione nella quale le decisioni sono affidate alla consapevolezza e alla indipendenza delle persone, e quindi alla loro responsabilità. Ora, invece, l’autonomia sembra abbandonare l’umano e divenire carattere delle cose, ponendo problemi concreti di responsabilità civile (chi risponderà dei danni provocati da un’auto senza conducente?), privacy (quali garanzie di fronte a una continua e capillare raccolta delle informazioni personali sempre più facilitata, ad esempio, dall’impiego di droni?), futuro del lavoro (sono annunciate fabbriche interamente robotizzate), legittimità dell’uso di sistemi di armi letali (prevedere almeno una moratoria per quanto riguarda il loro impiego, considerando anche l’eventualità di un loro divieto, come già si è fatto per le armi chimiche o batteriologiche?).

In questo modo di affrontare le molteplici questioni poste dalle ricerche e dalle concrete innovazioni legate dall’intelligenza artificiale si coglie un bisogno di innovazione che investe direttamente la dimensione della regola giuridica. Se il tempo a venire è descritto come quello della «nostra invenzione finale: l’intelligenza artificiale e la fine dell’età umana», quale spazio rimarrebbe per quell’attività propriamente umana che consiste nell’agire libero e nel dare regole all’agire? Scompariranno i diritti «umani», e con essi i princìpi di dignità ed eguaglianza, o verranno estesi ad altre specie viventi e anche al mondo delle cose?

Nel ricostruire la dimensione del postumano si insiste sull’assoluta libertà della ricerca scientifica e sull’incondizionato riconoscimento del diritto alla tecnologia, specificato a livello individuale come «libertà morfologica», come diritto all’uso legittimo di tutte le opportunità che l’innovazione scientifica e tecnologica mette a disposizione delle persone. Nessun limite, dunque? Ma, discutendo proprio le tesi di Günther Anders, Norberto Bobbio metteva in evidenza come in esse la fondazione di una nuova morale assumesse un significato assolutamente prioritario e come i rimedi giuridico-istituzionali fossero condizionati dal raggiungimento di quell’obiettivo.

Questi due piani si sono via via sempre più intrecciati nel mutare di un contesto nel quale l’accento si è spostato dalla considerazione della sopravvivenza fisica dell’umanità, qual era implicata dal riferimento alla bomba atomica, a una sua trasformazione così radicale da portare a una sopraffazione dell’umano da parte del mondo delle macchine. Se, allora, si deve guardare nella direzione della costruzione di un contesto istituzionale coerente con la novità dei tempi, sono i princìpi del giuridico a dover essere presi in considerazione in quella loro particolare fondazione ad essi offerta dall’ultima fase del costituzionalismo – in primo luogo quelli di eguaglianza e di dignità, non a caso presenti, direttamente o indirettamente, nell’insieme della discussione che si sta svolgendo.

4. Questi temi sono entrati nel discorso pubblico con il diffondersi delle tecniche di riproduzione assistita e con l’emergere di ipotesi estreme, come quelle delle madri-nonne o della scelta di una coppia di lesbiche sordomute di ricorrere a quelle tecniche per avere figli anch’essi sordomuti. Ma ormai l’orizzonte si è assai dilatato, la definizione del campo del postumano non fa più riferimento soltanto alle innovazioni legate a biologia e genetica, ma è il risultato della convergenza di diverse discipline e esperienze, che vanno dall’elettronica all’intelligenza artificiale, alla robotica, alle nanotecnologie, alle neuroscienze.

Molte trasformazioni sono già visibili e giustificano la considerazione del corpo come «un nuovo oggetto connesso», addirittura come una «nano-bio-info-neuro machine», richiamando quell’«homme machine» di cui nel Settecento parlavano La Mettrie e D’Holbach. Si individua così una nuova dimensione dell’umano, spesso rappresentata come un campo di battaglia dove si combattono visioni inconciliabili. Le trasformazioni assumono così un valenza qualitativa inedita, anche se di esse possono essere rintracciate ascendenze persino sorprendenti, come in quelle Magnalia naturae, che Francis Bacon nel 1627 pone in appendice alla Nuova Atlantide, indicando le prospettive aperte dalla scienza: «prolungare la vita; ritardare la vecchiaia; guarire le malattie considerate incurabili; lenire il dolore; trasformare il temperamento, la statura, le caratteristiche fisiche; rafforzare ed esaltare le capacità intellettuali; trasformare un corpo in un altro; fabbricare nuove specie; effettuare trapianti da una specie all’altra; creare nuovi alimenti ricorrendo a sostanze oggi non usate».

Oggi si discute molto di realtà «aumentata», considerando il modo in cui l’elettronica trasforma l’ambiente in cui viviamo, e noi stessi. Ma Bacon, a ben guardare, ci parlava già di un uomo «aumentato», e questa è la terminologia alla quale ricorrono i tecnologi. Si entra così nel campo dello «human enhancement», di un potenziamento della condizione umana grazie all’eliminazione di vincoli naturali e culturali resa possibile dalla scienza, con un’estensione delle opportunità di vita.

Un uomo aumentato, o spossessato di quei tratti dai quali riteniamo che l’umanità non possa essere separata? Se spostiamo lo sguardo dalle premonizioni del passato alle ipotesi di oggi, ci imbattiamo in anticipazioni profetiche e promesse allettanti. Verrà un giorno, dicono i più radicali tra i transumanisti, in cui l’uomo non sarà più un mammifero, si libererà del corpo, sarà tutt’uno con il computer, dal suo cervello potranno essere estratte informazioni poi replicate appunto in un computer, e potrà accedere all’immortalità cognitiva e l’intelligenza artificiale viene presentata come quella che ci libererà dalle malattie e dalla povertà, dandoci una pienezza dell’umano, liberato dalle sue miserie. Ma questo «meglio dell’umano» può esigere un prezzo elevato, l’abbandono di consapevolezza e indipendenza delle persone, facendo assumere al postumano le sembianze di un’ideologia della tecnoscienza.

5. Ma già viviamo l’eclisse dell’autonomia della persona nel tempo del capitalismo «automatico». Grazie a un’ininterrotta raccolta di informazioni sulle persone, la costruzione dell’identità è sempre più affidata ad algoritmi, sottratta alla decisione e alla consapevolezza individuale. Possiamo dire che stiamo passando da Cartesio a Google. Non si può parlare dell’identità con le parole «io sono quello che io dico di essere», bensì sottolineando che «tu sei quel che Google dice che tu sei».

Partendo da questa constatazione, la persona viene conosciuta e classificata, la sua identità è affidata ad algoritmi e tecniche probabilistiche, si instaura una sorta di determinismo statistico per quanto riguarda le sue future decisioni, sì che la persona, declinata al futuro, rischia d’essere costruita e valutata per sue possibili propensioni e non per le sue azioni. Così, la separazione tra identità e intenzionalità, oltre a una «cattura» dell’identità da parte di altri, conferma una tendenza verso un progressivo allontanarsi dall’identità come frutto dell’autonomia della persona. Diventiamo sempre più «profili», merce pregiata per un mercato avido di informazioni, e sempre meno persone. Si appanna, fino a scomparire, la forza dell’umano nella costruzione del sé, ed è faticosa la ricerca di vie per reinventare l’identità nel tempo della tecnoscienza.

Sono continui gli scambi tra l’umano, il postumano e un mondo delle cose che manifesta una crescente autonomia. Non è senza significato il passaggio dall’internet 2.0, quello delle reti sociali, all’internet 3.0, l’internet delle cose. E il mondo delle cose è trasformato dalla presenza variegata dei robot, sempre meno riferibili alla sola dimensione fisica. Compaiono robot virtuali, appunto gli algoritmi che consentono il funzionamento dei computer che governano determinate attività, e robot sociali, che sarebbero poi quelli ai quali deve essere già riconosciuta «una piccola umanità». Piccola come unica possibilità o primo passo verso un’integrale «umanità» della macchina?

L’umano si distribuisce, esce dall’area che culturalmente gli era stata attribuita, il mondo delle cose si anima, e così a qualcuno sembra che debba essere certificata addirittura l’eclisse definitiva di quello che abbiamo chiamato umanesimo. Una nuova manifestazione di quel conflitto tra le due culture di cui tanto si parlò anni fa? Si annuncia piuttosto una passaggio radicale. Non solo l’assunzione di sembianze di macchina da parte dell’umano. Ma la creazione di sistemi artificiali in grado di imparare, dotati di una forma di intelligenza propria che li metterebbe in grado di sopraffare l’intelligenza umana, di creare una simbiosi macchina/uomo influente sulla stessa evoluzione della specie.

Due situazioni diverse, che tuttavia hanno in comune il problema della soglia, superata la quale si passerebbe da una dimensione all’altra. E in questo intreccio tra dati del presente e proiezioni nel futuro si colloca la faticosa costruzione di un contesto di regole e princìpi, di una RoboLaw in grado di massimizzare i benefici della seconda rivoluzione delle macchine.

Una nuova forma sociale si sta manifestando e, com’è già avvenuto in passato, i suoi effetti vengono subito misurati sul rapporto tra condizione postumana e destino del lavoro. Una società liberata dal lavoro o insidiata da più profonde servitù? Esclusioni crescenti o un «fully automated luxury communism»? Queste domande rinviano a un interrogativo più radicale, che si manifesta sempre più esplicitamente nelle discussioni: queste trasformazioni avvengano all’insegna del profitto o dell’interesse della persona? Per affrontare questo problema, il riferimento non può essere cercato nell’intelligenza artificiale, ma in quella collettiva, dunque nella politica e nelle decisioni che questa è chiamata ad assumere. Il vero rischio, infatti, non è quello di una politica espropriata dalla tecnoscienza. È il suo abbandonarsi a una deriva che la deresponsabilizza, induce a concludere che davvero malattia e povertà siano affari ormai delegabili alla tecnica e non problemi da governare con la consapevolezza civile e politica.

Questa politica non può essere senza princìpi. Lo dimostra, ad esempio, la questione dello human enhancement, del potenziamento dell’umano. Tema tutt’altro che astratto, perché il corpo si presenta non solo come oggetto connesso, ma come destinatario di interventi sempre più invasivi. Un’invasività, peraltro, che non evoca soltanto rischi, ma descrive recuperi di funzioni perdute, accesso a opportunità nuove, arricchimento dei legami sociali.

Chi governa questi processi? Torna qui il tema della libertà e dell’autonomia, essendo evidente che il potenziamento dell’umano non può risolversi nella disponibilità del corpo altrui, quali che siano le sue motivazioni, culturali, paternalistiche o autoritarie. Si è discusso della legittimità della decisione di una coppia di lesbiche sordomute di avere un figlio anch’esso sordomuto. Libertà di scelta, dunque, ma fino a quando le decisioni producono effetti nella sola sfera dell’interessato. E questo mette in discussione l’affermazione postumanista di un diritto incondizionato al ricorso a tutto ciò che la tecnoscienza mette a disposizione.

Il potenziamento dell’umano incontra poi il principio d’eguaglianza. Quale criterio governerà l’accesso alle opportunità offerte dalla tecnoscienza? La logica dei diritti o quella del mercato? Basta pensare al potenziamento dell’intelligenza e alle conseguenze di una situazione in cui questo potenziamento fosse legato alla disponibilità delle risorse necessarie per comprarlo sul mercato o a una situazione di privilegio sociale. Non basta più dire che così nascerebbe una società castale, perché storicamente questa forma sociale era fondata su una discriminazione culturale, economica, sociale, religiosa, che poteva sempre essere eliminata. Quando, invece, è implicato il corpo, nasce una distanza umana, come tale irredimibile. E la disparità delle intelligenze, accettata in nome del suo discendere da fatti naturali, non sarebbe più possibile nel momento in cui diverrebbe fatto socialmente determinato. Il legittimo rifiuto di questa deriva, che allontanerebbe l’umano dall’eguaglianza e dalle dignità, porterebbe a quelle che sono già state chiamate guerre tra umani e postumani.

Alla questione dell’eguaglianza si congiunge così quella della dignità, che ricompare quando le tecniche di potenziamento implicano forme di controllo esterno, permanenti o transitorie, quali possono essere quelle legate all’inserimento nel corpo della persona di dispositivi elettronici in grado di ricevere e trasmettere informazioni. Qui la regola non può essere, semplicisticamente, quella del consenso della persona interessata, essendo ben noti i condizionamenti della libertà di consentire. Quel che può essere ammesso è una modifica o un potenziamento transitorio, dunque reversibile in base alle decisioni dell’interessato.

Queste vicende dell’umano rinviano a una considerazione più generale che muove dall’osservazione secondo la quale l’umanità sembra uscita da due processi nelle apparenze opposti: l’ominizzazione, dunque l’evoluzione biologica, che ha portato all’emergere di una sola specie umana, con un processo di unificazione tendente all’universalismo; e l’umanizzazione, dunque l’evoluzione che si è articolata attraverso le culture, con un processo di diversificazione tendente al relativismo. Universalità e unicità, da una parte; differenziazione propria di ciascun gruppo umano, dall’altra. Nel tempo di un’innovazione scientifica che modifica le modalità della procreazione e costruisce integrazioni nuove del mondo umano con quello animale e con quello delle macchine, queste categorie non ci darebbero più una descrizione delle dinamiche umane adeguata alla profondità del cambiamento.

L’accento dovrebbe essere posto con intensità particolare proprio sull’ominizzazione, poiché la profondità del mutamento dei processi biologici e il loro intersecarsi con l’intero complesso delle innovazioni scientifiche e tecnologiche sembrano indicare una direzione che porterebbe a una diversificazione della specie umana, fino alla creazione di nuove specie. Nei processi di umanizzazione, al contrario, si colgono significativi segni di un movimento verso l’unificazione, di cui è testimonianza proprio il diffondersi di norme giuridiche comuni nei settori in cui l’umano è messo più visibilmente alla prova dalla tecnoscienza. Un radicale rovesciamento di prospettiva, dunque, che è stato anche descritto riferendosi alla speranza che l’umanità riuscirà a sostituire «la casualità del processo evolutivo con una auto-diretta re-ingegnarizzazione della natura umana». Processi che, comunque, ci portano fuori dalla logica dell’evoluzione darwiniana.

6. Possiamo fermarci alla contemplazione di questo orizzonte, che può apparirci smisurato? O dobbiamo guardare oltre, tornando a quell’uso umano degli esseri umani citato all’inizio? Su chi incombe la responsabilità di quest’uso umano? Infatti, anche se si accettasse la tesi una tecnologia tendenzialmente incontrollabile perché produttrice autonoma di fini sempre nuovi, non si potrebbe trascurare un’analisi delle forze concretamente all’opera, che orientano la ricerca, la sostengono e la finanziano, dando ai complicati tragitti tra umano e postumano la funzione di trasformare profondamente gli stessi rapporti sociali.

La diffusione della robotica, come già è avvenuto con l’elettronica, porta a una concentrazione del potere nelle mani di soggetti che ne controllano la dimensione tecnica. Con la sua esasperata enfasi sull’indefinita e libera espansione del potere individuale il progetto transumanista finisce con l’incarnare la logica di una competitività senza confini, di cui ciascuno è chiamato a essere protagonista. Se soccombe, è solo perché non è stato capace di cogliere le opportunità offerte dalla tecnoscienza. La nuova rivoluzione svela così un’anima antica e mostra inquietanti continuità con la logica di un incontrollato mercato concorrenziale.

L’umano, e la sua custodia, si rivelano allora non come una resistenza al nuovo, un timore del cambiamento o come una sottovalutazione dei suoi benefici. Si presentano come consapevolezza critica di una transizione che non può essere separata da princìpi nei quali l’umano continua a riconoscersi, aprendosi tuttavia a un mondo più largo e in continua trasformazione. Non è impresa da poco, né di pochi. Non basta evocare, per i rischi del futuro, la vicenda della bomba atomica, sperando che il tabù che l’ha accompagnata possa essere trasferito nei nuovi territori. L’impegno necessario esige un mutamento culturale, un’attenzione civile diffusa, una coerente azione pubblica. Parlare di una politica dell’umano, allora, è esattamente l’opposto delle pratiche correnti che vogliono appropriarsi d’ogni aspetto del vivente.

Articoli di Maurizio Caprara, di Luciana Castellina, di Andrea Fabozzi, di Norma Rangeri, Gaetano Azzariti, Marco Travaglio, da il Corriere della sera, il manifesto, Il Fatto quotidiano, 23,24 Giugno, 2017 (c.m.c)

Corriere della sera
ADDIO A RODOTA'
IL GIURISTA DELLE BATTAGLIE
SUI DIRITTI CIVILI
di Maurizio Caprara

Quando tra gli italiani il computer si chiamava ancora cervello elettronico, gli venne di fatto affidato dal Partito comunista italiano una sorta di mandato non ufficiale a dare la linea in materia. Non aveva la tessera del Pci, era deputato dal 1979 di quella famiglia in parte laica e in parte intransigente per vocazione che aveva il nome di Sinistra indipendente, aveva scritto nel 1973 per «il Mulino» un testo intitolato «Elaboratori elettronici e controllo sociale». Sarà stata metà degli anni Ottanta e fece scattare in alcuni dirigenti di Botteghe Oscure una sorta di riflesso condizionato: sa più di noi sull’argomento, ci dirà se l’informatica pone problemi per la libertà e in quale misura apre nuove strade. Cambierà i meccanismi della democrazia? Votare con schede elettroniche ci esporrebbe più a brogli o a occhiuti grandi fratelli orwelliani?

Talvolta questo atteggiamento di delega, di affidamento della ricerca del pensiero considerato più giusto era riservato dai comunisti, su questioni settoriali, agli intellettuali «rossi ed esperti». Ma Stefano Rodotà, nato a Cosenza, morto ieri a 84 anni, padre di Maria Laura, confinava con quel mondo senza rientrare in quel genere di intellettuali. È riuscito a essere di sinistra, anche molto di sinistra, senza che la sua personalità pubblica avesse una connotazione «rossa». Aveva avuto trascorsi radicali, è stato espressione di una laicità liberal-democratica intrecciata con elementi di socialismo. Ed è stato forse questo impasto a frenarlo dal rientrare nel classico rigore, e in una certa rigidità, della tradizione comunista.

Giurista in grado di trattare di diritto penale quanto di diritto costituzionale, garantista ai tempi delle leggi antiterrorismo, risoluto fino al puntiglio nel sostenere le proprie tesi politiche e allo stesso tempo reso morbido da un incedere e una voce tutt’altro che aggressivi, Rodotà, da esterno, contribuì a proporre a Botteghe Oscure una teoria dello Stato della quale il partito aveva bisogno. Nel suo caso, una teoria imperniata sulle libertà.

Nato rivoluzionario, consolidatosi poi nell’edificazione della Repubblica costituzionale, il Pci della fascia di dirigenti trenta-quarantenni legati ad Achille Occhetto avvertiva nella seconda metà degli anni 80 un bisogno di aggiornare il rapporto con le istituzioni impostato da Palmiro Togliatti. Quello lo si sarebbe potuto riassumere in rispetto verso liturgie dell’amministrazione dello Stato e in sostanziale capacità di influenza sui suoi meccanismi anche stando all’opposizione. Occhetto si sporgeva a prendere le distanze dal cosiddetto «consociativismo» che permetteva al partito di essere artefice di decisioni comuni con la Democrazia cristiana. Rodotà, calcando l’accento sulle libertà di scelta dei cittadini, forniva dall’esterno qualcosa di parallelo e diverso da quello che, dentro al partito, avevano maturato due capiscuola contrapposti: il patriarca della sinistra comunista Pietro Ingrao, proiettato nell’evocazione di una democrazia diffusa e «di massa», e il riformista Giorgio Napolitano, attento a spingere Botteghe Oscure verso orizzonti europei e socialdemocratici superando la tradizione comunista.

Intellettuale prestato alla politica per modo di dire — fu nel 1994 che uscì dalla Camera per tornare a tempo pieno allo studio — il professore di Diritto civile aveva una funzione di mente giuridica in quella rete senza stemma e senza inni che era il cosiddetto «partito di Eugenio Scalfari», il fondatore di Repubblica del quale Rodotà era collaboratore con la moglie Carla. Occhetto nel 1989 lo volle ministro della Giustizia e dei diritti dei cittadini nel «governo ombra» messo in piedi per dare al Pci un’aria più britannica prima di trasformarlo in Partito democratico della sinistra, formazione della quale Rodotà fu presidente del Consiglio nazionale.

Due sono stati i suoi bersagli in quegli anni. Francesco Cossiga da presidente della Repubblica: sulle riforme istituzionali e sulla struttura anticomunista Gladio, il giurista di sinistra gli attribuì atteggiamenti da «fasi che annunciano o precedono un colpo di Stato». Il presidente lo ricambiava con sfottò extra-protocollari, come il far sapere di prepararsi a regalargli un paio di pantaloni tirolesi di pelle con fondelli (per presa) rinforzati. L’altro obiettivo di Rodotà, Silvio Berlusconi.

Dal 1997 al 2005, la carica di Garante della privacy. Fuori dalla Camera nella quale era stato vicepresidente e capogruppo, al professore non sono mancate opportunità di ruoli pubblici. Fino all’autentica riscossa sui telegiornali quando nel 2013 venne candidato dai 5 Stelle al Quirinale, traguardo non raggiunto. Rodotà osservò sul Corriere che uno sconfitto era Beppe Grillo, al quale sconsigliava poi una campagna anti-europeista. Il capo dei 5 Stelle gli diede dell’«ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo». Pagina mesta. Incrocio tra due Italie, tra due stili. Che oggi val la pena di ricordare soltanto perché di Rodotà evidenzia autonomia e libertà di pensiero.

il manifesto
UN COMPAGNO,
CHE FU SUBITO PARTE DI NOI SINISTRA
di Luciana Castellina

Perché Stefano non risultò mai esterno e la sua diversità fu quella che Eduard Said ha chiamato «un aiuto fondamentale alla critica di se stessi»

Sapevo, sapevamo tutti, che Stefano era malato da tempo. Ma poiché, sebbene non con la frequenza di sempre, continuava a scrivere e a partecipare, alla fine abbiamo pensato – o ci siamo lasciati illudere dall’idea – che la cosa non fosse grave.Qualche settimana fa era seduto nella fila davanti a me al teatro Argentina per vedere l’ultima opera di Mario Martone. Non posso credere, non ci riesco, che non sia più con noi.

Come parlare di Stefano Rodotà, come ricordarlo, spiegarlo ai giovanissimi che certo lo conoscevano di fama, ma che non possono capire il significato della sua presenza politica in questo ultimo mezzo secolo, nel quale ha giocato un ruolo qualitativamente diverso da ogni atro protagonista di questo tempo, assolvendo ad una funzione essenziale? Una funzione storica. Mi spiego: Stefano Rodotà non era comunista, aveva una formazione diversa da quella del Pci e dalla nostra de Il Manifesto; ma di sinistra.

Qualcuno ha sempre detto di lui che era un liberal democratico, non lo so se era così, era certo un grande giurista ma io/noi l’abbiamo sempre sentito compagno, nel senso più pieno che occorre dare a questa parola. Era entrato nelle nostre vite attraverso quella speciale figura che il Pci nella sua epoca migliore aveva inventato: gli eletti nelle proprie liste non appartenenti all’organizzazione,i c.d. «indipendenti di sinistra». Fu una grande idea, perchè molti di loro ci portarono una folata di nuova e utile cultura. Ma con Stefano fu diverso: ci portò un contributo essenziale alla correzione del nostro modo di essere comunisti. Perché non risultò esterno, fu subito parte di noi, la sua diversità fu quella che Eduard Said ha chiamato «un aiuto fondamentale alla critica di se stessi».

Dovremo, vorrei io stessa, scrivere e spiegare molto di più su chi sia stato per noi tutti Stefano Rodotà. Non posso certo farlo ora perché si tratta di una riflessione storica che non può svilupparsi nei 30 minuti che dall’annuncio della sua scomparsa mi sono dati ora per scrivere. Non posso non aggiungere, tuttavia, il ricordo personale di un percorso che mi ha dato il privilegio di lavorare con Stefano gomito a gomito.

Nel 1980, nel tempo della crisi del compromesso storico e prima del pieno dispiegarsi del craxismo, come risultato di un appello firmato da Claudio Napoleoni e Lucio Magri, nasce Pace e guerra, prima mensile e poi settimanale, con l’intento di dar voce ad un’area di sinistra che tentò ancora un’incontro fra sinistra socialista, comunisti critici del Pci e area della cosidetta “nuova sinistra”,il Pdup innanzitutto. Direttori di Pace e Guerra furono Claudio Napoleoni, Stefano Rodotà e la sottoscritta ( più tardi anche Michelangelo Notarianni).

Con Stefano in particolare abbiamo lavorato insieme quotidianamente per quasi cinque anni, con una redazione fantastica di cui voglio ricordare fra i tanti nomi solo qualcuno che oggi sembra più eterogeneo: Gianni Ferrara ma anche Paolo Gentiloni, Massimo Cacciari, Giuliana Sgrena e Aldo Garzia. ( Ma anche Carla Rodotà, contributo prezioso al nostro lavoro). E una inedita, larghissima partecipazione della socialdemocrazia europea che in quegli anni vide la prevalenza di una splendide leadership di sinistra. Il nostro tentativo fu sconfitto. Sappiamo tutti come e perché. Ma continuo a credere non inutile. Anche se il Pci, sciogliendosi in malo modo, e il Psi con l’avventura craxiana, seppellirono quel tentativo di alternativa.

Ho ricordato Pace e Guerra perché quella esperienza non è per me e per molti compagni solo un ricordo molto importante, ma perché a quel tentativo politico Stefano Rodotà ha coerentemente lavorato per tutta la vita, nelle sedi in cui si è via via trovato ad operare ( non ultima, per importanza, la «nostra» Fondazione Basso, di cui è stato Presidente). Non era utopia, illusione.

Era un obiettivo possibile.Anche recentemente: non ci siamo mai arrabbiati abbastanza per il fatto che la sua candidatura a presidente della Repubblica sostenuta dai Cinque Stelle ( per una volta non ambigua) e da SeL sia stata fatta cadere dal Pd.Ho la massima stima di Mattarella, ma Stefano Rodotà, proprio per la sua storia e la sua personalità, e nonostante i limitati poteri del Qurinale, avrebbe forse potuto contribuire ad evitare il disastro attuale della sinistra.

Ciao Stefano, siamo molto tristi. Un abbraccio a Carla e a Maria Laura.

il manifesto
UN UOMO DI SINISTRA,
AL FUTURO.

di Andrea Fabozzi
«Una grande civiltà. Stefano Rodotà fuori e dentro le istituzioni, per i diritti e i nuovi bisogni, la biopolitica e i beni comuni. Fino alla candidatura al Quirinale»

«Per conto mio, rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità».

Sono le ultime parole di un pezzo scritto da Stefano Rodotà, quando – era l’aprile di quattro anni fa – si trovò a dover rispondere a un attacco pubblicato sul giornale per il quale scriveva da quarant’anni e firmato dal fondatore del giornale. Eugenio Scalfari lo accusava di non essersi ritirato dalla corsa per il Quirinale nel momento in cui era tornato «disponibile» (e poi rapidamente eletto) Giorgio Napolitano.

La storia è nota, è la più recente e anche la più clamorosa delle tantissime percorse dal giurista morto ieri all’età di 84 anni. Parlamentare in legislature lontane (dal 1979 al 1992), punto di riferimento per generazioni di giuristi, Rodotà tra il marzo e l’aprile del 2013 si trovò a essere acclamato nelle piazze dai militanti del Movimento 5 Stelle. E non solo da quelli, anche se fu dei grillini l’iniziativa di candidarlo a presidente della Repubblica. Iniziativa malissimo digerita dal Pd, allora a guida Bersani. E «ci si dovrebbe chiedere – scriveva ancora Rodotà rispondendo a Scalfari – come mai persone storicamente di sinistra siano state snobbate dall’ultima sua incarnazione e abbiano, invece, sollecitato l’attenzione del Movimento 5 Stelle».

Ma anche l’attenzione di Grillo finì nell’acido degli insulti, appena il signore del Movimento fu toccato dalle puntualizzazioni del professore sulla non autosufficienza della rete. Dopo averlo candidato al seggio più alto e aver fatto scandire il suo nome nelle piazze, Grillo rapidamente lo degradò «a ottuagenario miracolato dalla rete», così dimostrando che i king maker non sono necessariamente all’altezza dei loro candidati. E per la verità Rodotà non aveva neanche vinto le «quirinarie» inventate da Grillo sul suo blog che – con una partecipazione scarsina – avevano incoronato Milena Gabanelli e Gino Strada prima di lui, però si erano ritirati. Dopo quella polemica Rodotà continuò a scrivere per Repubblica, anche se con meno frequenza e non sempre in prima pagina. Anche perché l’ultima battaglia del professore è stata quella contro la riforma costituzionale e la legge elettorale di Renzi, due leggi che invece il quotidiano fondato da Scalfari ha sostenuto.

Questo suo impegno per il no gli era costato l’accusa, per lui particolarmente insopportabile, di conservatorismo. Prima Renzi poi Boschi individuarono in Rodotà l’avversario perfetto durante tutto l’iter della riforma costituzionale e poi nel corso della campagna referendaria. Era lui il «professorone» per eccellenza, che insieme ad altri aveva firmato (sul manifesto) il primo l’appello contro i rischi di autoritarismo. E quanto fu felice il presidente del Consiglio quando gli fecero sapere che proprio Rodotà nel 1985 aveva avanzato con i deputati della Sinistra indipendente (con Gianni Ferrara, suo grande amico) una proposta di legge per il monocameralismo.

Fece presto Renzi a concludere che Rodotà aveva cambiato idea solo per antipatia verso di lui e la sua riforma costituzionale – e il professore dovette spiegargli che con la legge proporzionale (e i partiti) di trent’anni prima quella sua proposta di riforma aveva tutto un altro segno. «L’Italicum è una legge arretratissima», diceva Rodotà nelle assemblee di quei giorni, sempre attento a non perdere di vista la prospettiva del cambiamento. Qualche volta lo si vedeva intervenire con le stampelle: «Non sono un professore pigro».

Nella sua presenza politica quarantennale c’è sempre stata questa spinta all’innovazione. Civilista più e prima che costituzionalista, lo guidava l’assillo dei diritti e dei bisogni, specie quelli nuovi, da garantire e difendere.

Dalla rappresentanza sindacale – tenne un comizio a Pomigliano, davanti alla fabbrica Fiat che non voleva riconoscere la Fiom – all’acqua, decisivo il suo contributo al referendum del 2011, ai beni comuni: a Roma lo ricordano gli occupanti del teatro Valle e quelli del cinema America. La biopolitica, alla quale ha posto attenzione tra i primi, sempre con un atteggiamento profondamente laico anche rispetto all’invadenza del diritto: «La regola fissa è destinata a essere travolta», avvertiva tutte le volte in cui rispondeva sulle grandi questioni della vita e della morte.

Giurista di grande fama anche all’estero (ha insegnato in diverse università del mondo) Rodotà è stato tra gli estensori della carta di Nizza, la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E poi è stato anche uno dei più attenti alle implicazioni della nuove tecnologie, sia come garante della Privacy (il primo quando fu istituita l’Authority nel 1997) sia più recentemente da presidente della commissione che, alla camera, ha scritto la carta dei diritti in internet.

«Alla mia età mi fa sinceramente piacere che qualcuno si ricordi di me», commentò con un filo di ironia la scoperta di essere il prescelto del blog di Grillo. In quei giorni in parlamento, senza il sostegno ufficiale del Pd, arrivò a raccogliere 250 voti dei grandi elettori; molti di più di quelli dei soli grillini. Ma la diciassettesima legislatura che poteva cominciare eleggendo Rodotà al Quirinale, era destinata a partire invece con la storica conferma di Napolitano per un secondo mandato. È questa legislatura, ormai avviata alla fine.

il manifesto
UN'EREDITA' PREZIOSA
di Norma Rangeri,

Caro professore, perché questo sei stato per tanti di noi, ora che ci lasci capiamo ancora di più quanto ci mancherai e quanto mancherai a tutto il paese. Nella nostra vita abbiamo conosciuto poche persone con il tuo profondo senso della democrazia.

Sarebbe riduttivo sostenere che hai insegnato molto agli italiani nelle battaglie in difesa dei diritti civili e sociali. Perché quel di più che ci hai trasmesso è stata l’importanza della parola «cittadino» accompagnata all’alto senso delle istituzioni. Il binomio cittadino – istituzioni ha caratterizzato il pensiero e l’insegnamento che tu, maestro di libertà, hai portato nella vita politica e culturale, dentro e oltre i confini nazionali.

Da questo punto di vista il tuo essere di sinistra ha marcato una differenza rispetto alla cultura marxista e a quella radicale che pure ha avuto grande importanza nella tua esistenza. Nella cultura marxista sei riuscito a infondere il valore fondamentale dei diritti civili che, ai tempi del Pci, erano praticamente sotto traccia. Invece al mondo radicale hai saputo trasmettere la necessità di impegnarsi anche per le lotte sociali.

Senso delle istituzioni, ruolo del cittadino, lotte per il lavoro, temi etici e diritti civili: tutto questo ti appartiene – e grazie a te ci appartiene, rendendoti perciò unico nella cultura democratica italiana.

Ma c’è un’altra cosa di cui sei stato interprete: il rispetto per l’altro. Nella politica nazionale questa disponibilità a capire le ragioni altrui è sempre stata una rarità perché hanno prevalso gli interessi di parte (e di partito), le lotte di potere, gli schieramenti… Da questi giochi preferivi restare lontano scegliendo di impegnarti sui valori, sui principi e sull’interesse generale.

Per tutte queste ragioni siamo convinti saresti stato un grande presidente della Repubblica, in particolare perché avresti difeso – in nome non di un passato storico, ma di una necessità per il presente e per il futuro – i fondamenti della Costituzione.

È con dolore che ti diciamo addio, caro professore, consapevoli del fatto che lasci una eredità culturale, giuridica, intellettuale e politica diventata bene comune per la sinistra e per la democrazia.

il manifesto
LA PASSIONE
DI UN MAESTRO DI VITA.

di Gaetano Azzariti

«Ciao Stefano. Con lucidità disegnava un futuro migliore e allo stesso tempo "possibile"»

Non è facile scrivere queste poche righe in un momento di profondo dolore per la scomparsa di un amico e di un maestro di vita. Stefano Rodotà non era solo il raffinato intellettuale e il protagonista di trent’anni di battaglie civili, era anche un uomo generoso e appassionato.

Il suo immenso carisma credo avesse molto a che fare con la passione che egli riusciva a trasmettere.
Affascinava e coinvolgeva Rodotà quando, con lucida razionalità, disegnava un futuro migliore e allo stesso tempo «possibile».

Ha iniziato ben presto a rappresentare il cambiamento.Lo ha fatto da studioso, quando giovanissimo ha contribuito in modo decisivo a far cambiare passo alla scienza del diritto civile. Erano gli anni ’60 del Novecento, quando uscirono le sue due prime monografie: una rivoluzione per gli studi del tempo.

Di fronte ad una cultura dei giuristi che ancora si attardava nel formalismo giuridico e faceva resistenza entro uno specialismo che relegava ai margini la costituzione repubblicana, ecco un giovane studioso che dimostrava la necessità del cambiamento. Oltre – e sopra – il diritto civile si staglia la costituzione, l’interpretazione giuridica non può che fondarsi su una legislazione per principi che pone al centro i diritti delle persone reali.

L’attenzione per i diritti ha segnato la vita di Rodotà. Non si è mai sottratto dinanzi alla difficoltà di affrontare certi temi. Dalla proprietà («il terribile diritto») ai beni comuni (una formulazione di cui oggi si abusa, alla quale Rodotà è riuscito per la prima volta e praticamente da solo a dare valore scientifico). Tutti temi trattati con realismo e mai dimenticando la materialità della dimensione dei diritti. In uno dei suoi libri più affascinanti «Il diritto di avere diritti» Rodotà indica la rotta agli studiosi di diritto che si riconoscono entro il progetto del costituzionalismo democratico e pluralista. Bisogna pensare ad un «costituzionalismo dei bisogni», scrive.

Dovremmo meditare a lungo la sua lezione, soprattutto in tempi come i nostri che appaiono dimenticare che è delle persone concrete che bisogna parlare.

Tra le ragioni che hanno portato Stefano Rodotà ad opporsi con grande coraggio e rigore all’ultimo tentativo di cambiare la costituzione v’è sicuramente la percezione che il revisionismo dominante non avesse nulla a che fare con i diritti dei cittadini, semmai ne aumentava la distanza, guardando solo alle ragioni del potere e non invece a quelle dei governati. L’ultima «Carta» di valore costituzionale che è stata scritta porta la sua firma. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, approvata a Nizza nel 2000.

È il catalogo più ampio mai scritto dei diritti e il più impegnato tentativo di far mutare rotta all’Europa: «dall’Europa dei mercati all’Europa dei diritti», come ebbe a scrivere. Dopo la sua approvazione l’Europa «ha voltato le spalle alla Carta» (sono ancora sue parole). Ancora una volta la politica si è dimenticata dei diritti. Ma, se i diritti diventano deboli spetta a nessun altro se non a noi difenderli. «il codice di questa impresa – scrive – ha un nome, e si chiama politica.

I diritti diventano deboli quando diventano preda di poteri incontrollati, che se ne impadroniscono, li svuotano e così, anche quando dichiarano di rispettarli, in realtà vogliono accompagnarli a un malinconico passato d’addio. I diritti, dunque, diventano deboli perché la politica li abbandona. E così la politica perde se stessa, perché in tempi difficili, e tali sono quelli che viviamo, la sua salvezza è pure nel suo farsi convintamente politica dei diritti, di tutti i diritti». La lotta continua e Rodotà continuerà a farci vedere la rotta. Sit tibi terra levis, Stefano.

il Fatto Quotidiano
SEMPRE DALLA PARTE GIUSTA,
QUINDI SEMPRE FUORI DA TUTTO
di Marco Travaglio

Un signore e un amico. Da tempestare ogni giorno per interviste, pareri,
consigli. E lui faceva i salti mortali per non farci mai mancare la sua voce
Marco, come sta tuafiglia? Dammi notizie!”. Stava già malissimo, il 5 giugno.
Eppure, appena lesse che la mia Elisa era rimasta schiacciata nella ressa di piazza San Carlo, mi telefonò per avere notizie, con la solita voce squillante e calma, cantilenante e ottimista. Come se stesse benissimo. Stefano Rodotà era anche questo: un vero signore e un amico caro. Mio e del Fatto. Uno di famiglia, da tempestare ogni giorno per interviste, pareri, consigli. E lui ogni volta faceva i salti mortali,tra una conferenza e una galleria (era spesso in treno), per non farci mai mancare la sua voce. Fino all’ultimo, il 23 maggio, quando ci spiegò perché era giusto e doveroso mettere in pagina l'intercettazione dei due Renzi su Consip perché“di assoluto rilievo pubblico”.

Trovava sempre le parole, i toni, gli argomenti giusti. Quando immaginiamo a chi vorremmo somigliare, il primo che ci viene in mente è lui:un hombre verticalintransigente ma pacato, combattivo ma sereno, politico ma etico tanto da non sembrare nemmeno italiano. E quando sentiamo proprio il bisogno di invidiare qualcuno, pensiamo ancora a lui.

Un uomo sempre dalla parte giusta: quella della Costituzione (contro Craxi e gli altri corrotti di Tangentopoli, contro B. loro degno epigono, contro la Bicamerale di D'Alema&B., contro le presunte riforme scassa-Costituzione
di B. e poi di Renzi) e dunque della laicità,della legalità e dei diritti. E dunque, nel Paese più bigotto, corrotto e autoritario d’Europa, sempre fuori da tutto. Non credete ai politici e ai tromboni del cordoglio automatico e del lutto posticcio: a quelli Rodotà non piaceva, e ricambiava.

Il vuoto della sua scomparsa lo avvertiranno molti cittadini, ma i politici e
gl’intellettuali da riporto sentiranno solo un grande sollievo: una spina nel fianco in meno. Quand’era presidente del Pds e nel 1992 fu candidato alla presidenza della Camera, a sbarrargli la strada per conto della peggior partitocrazia fu Giorgio Napolitano. Lo stesso che gli fu naturalmente
preferito nel 2013,quando il popolo della Rete votò Rodotà fra i tre presidenti della Repubblica preferiti alle Quirinarie dei 5Stelle e, dopo le rinunce di
Gabanelli e Strada, Grillo lo candidò al Colle con l’appoggio di Sel e della
base del Pd. Un gesto che, se anche fosse l’unica cosa fatta dai 5Stelle in
tutta la loro storia, potrebbe già bastare e avanzare per non renderla vana.

Per qualche giorno gli eterni padroni d’Italia furono pervasi da
un brivido di terrore: ma come, un uomo colto e perbene che non si
può né comprare né ricattare, un nemico dei compromessi al ribasso,un cultore dei beni comuni, un innamorato della Costituzione e del popolo sovrano, insomma un “moralista”e“giustizialista”(lui, vero garantista a 24 carati) sul Colle? Ma siamo matti?

Quanti di noi,in questi quattro anni, hanno provato a immaginare come sarebbe l’Italia se il Parlamento avesse eletto lui: forse avremmo conosciuto la nostra prima rivoluzione, quella della Costituzione. Certo non avremmo rivisto al governo B., Alfano, Verdini e altre sconcezze. Certo non avremmo questa Rai di regime. Certo avremmo ancora lo Statuto dei Lavoratori. Certo il governo non avrebbe potuto truffare 3,3 milioni di cittadini col trucco dei voucher. L’ultima battaglia referendaria in difesa della Carta fu un onore e un privilegio, anche perché ci consentì di combattere al suo fianco e, tanto per cambiare un po’, vincere.

La sera del 2 dicembre, al teatro Italia di Roma, eravamo tutti insieme per dire che “La Costituzione è Nostra”. Stefano si alzò nel teatro gremito e fu sommerso dai cori“Presidente! Presidente!”. Sarebbe stato un perfetto capo dello Stato, ma anche un ottimo premier, ministro, giudice costituzionale. Tutte cariche dovute, dunque mai ottenute.Grazie, Stefano: sarai sempre il Presidente che non ci siamo meritati.

«Addio Stefano Rodotà combattente galantuomo». Articoli di Massimo Giannini, Simonetta Fiori, Antonio Gnolo. Le interviste di Liana Milella a Gustavo Zagrebelsky e Giovanna Casadio a Emma Bonino.

la Repubblica, 24 giugno 2017 (m.p.r.)


L'UOMO DEI DIRITTI

di Massimo Giannini
«Ti ricordi cosa rispose Prodi al cardinal Ruini, ai tempi della polemica sulla procreazione assistita, no? “Sono un cattolico adulto”… Ecco, sai oggi di cosa avremmo bisogno? Di tanti “democratici adulti”’, di cittadini che hanno sete e fame di partecipazione, e che hanno voglia di rivitalizzare la democrazia. E guarda, io che giro l’Italia ti dico che ce ne sono tante, di persone così. Persone che si mobilitano, e che non hanno bisogno del leaderino di turno che le comandi, o le strumentalizzi». Passeggiavamo intorno a Via Teulada, quella sera di marzo di un anno fa. Stefano Rodotà era appena stato ospite in studio, a “Ballarò”, a parlare dei suoi cavalli di battaglia: i referendum, i beni comuni, i rapporti tra le élite e il popolo, i migranti. E nonostante stesse già toccando con mano il fallimento imminente di un’altra stagione politica, a ogni passo rinnovava il suo atto di fede illuminista: «Sono vecchio, ma non ho ancora smesso di credere nella ragione umana».
Ora che quel magnifico vecchio di 84 anni se n’è andato, di lui ci resta soprattutto questo. La testimonianza preziosa di un “democratico adulto” che non ha mai rinunciato un solo giorno a battersi per i diritti e per le regole, per l’uguaglianza e per la solidarietà. E di questa missione Rodotà ha riempito tutte le esperienze pubbliche che ha vissuto. Il professore universitario a Roma e il garante di Biennale Democrazia a Torino. Il simpatizzante radicale con Pannella e il parlamentare prima da indipendente del Pci poi del Pds di Occhetto. Il presidente dell’Autorità per la privacy e il direttore del Festival del diritto di Piacenza.
Stefano è stato un “combattente galantuomo”. Uno dei “vecchi più giovani” che io abbia mai conosciuto. Per la modernità con la quale ha affrontato tutte le sue sfide intellettuali. La curiosità che lo ha portato a occuparsi di mille cose. L’umiltà che lo ha spinto a studiare fino all’ultimo. Ne ha passate tante da quel 1933 a Cosenza. Le sfilate del sabato dei balilla e il Partito d’Azione scelto da suo padre. L’amore per Balzac e «le domeniche mattina al cinema con Moravia e Pasolini ». Gli insegnamenti di Arturo Carlo Jemolo e di Max Weber. Il rifiuto dell’offerta di lavoro con Adriano Olivetti («mi chiedo come un uomo così abbia potuto vivere e operare in un Paese come il nostro...») e quel po’ di soldi piovuti «dalla collaborazione con il Mondo di Pannunzio».
Rodotà era un concentrato di tensioni civiche e di passioni giuridiche. Ma non era un giurista di quelli che si limitano a spaccare in quattro la norma: la calava e la faceva agire nella vita quotidiana. Da studenti di legge, alla Sapienza, ci bevevamo i suoi libri. In pochi hanno avuto la sua profondità di pensiero e la sua fluidità di penna. Quando uscì in prima edizione Il terribile diritto, nell’81, per noi fu un’illuminazione. Lì dentro c’era già tutto. La “macchina della proprietà” che comincia a correre «a tutta velocità in un mondo costruito a una sola dimensione, quella del mercato come legge naturale, della riduzione all’economia di tutte le relazioni sociali». La sproporzione proprietaria come motore delle disuguaglianze, che schiaccia qualunque “idea morale di solidarietà”. E poi il successivo fallimento del mercato, l’urgenza di forme di controllo, «il legame sempre più stretto tra i diritti fondamentali e i beni necessari alla loro attuazione», la riscoperta della teoria dei “beni comuni” (dall’acqua alla conoscenza), il loro “uso sociale”, la “costituzionalizzazione della persona”.
I diritti e i deboli: Rodotà sapeva sempre da che parte stare. L’aveva saputo “senza se e senza ma” nel tumultuoso Ventennio berlusconiano, urlando al mondo il conflitto di interessi, le norme ad personam e le leggi-bavaglio del Cavaliere. Continuava a saperlo in questo confuso decennio di vacuo “oltrismo” identitario. Si indignava: «Basta con questa storia che non c’è più distinzione tra destra e sinistra! La distinzione c’è eccome, per me al centro della politica ci sono la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse. Non è sinistra, questa?» Uno così non poteva non incontrare Repubblica lungo la sua strada. Collaboratore fisso dalla fondazione del giornale, nel 1976. E ogni volta che lo chiamavi per chiedergli un editoriale, sapevi che ti sarebbe toccato un quarto d’ora di ragionamento mai banale, sulle cose da dire, sulla posizione da prendere. Ma sapevi anche che dopo un paio d’ore ti sarebbe arrivato un pezzo perfetto, che metteva sempre il giornale al “posto” giusto.
Parlavi di diritti negati nel lavoro? «Primo Levi scriveva: per vivere occorre un’identità, ossia una dignità. Senza dignità l’identità è povera, può essere manipolata. Difendere la dignità delle persone è difendere la democrazia». Parlavi di biotestamento? «Abbiamo il diritto ad esercitare in piena autonomia il ‘governo’ del nostro corpo. Il legislatore italiano, purtroppo, per la convivenza».
Aveva sempre idee forti, da opporre ai “debolismi” e ai populismi. Aveva un stella polare, che era la Costituzione. E in nome di questa si era schierato contro la riforma e il referendum di Renzi. «La pochezza del contenuto di quel testo è imbarazzante… E poi un manifesto come quello che chiede ai cittadini “vuoi diminuire ha il vizio o la propensione ad impadronirsi della vita delle persone ». Parlavi di privacy al tempo di Internet? «Io non voglio sapere che a 40 anni mi verrà una terribile malattia. Ma ci sarà qualcuno molto interessato a carpire questa notizia: un assicuratore o un datore di lavoro. E io devo essere tutelato». Parlavi dell’ondata xenofoba? «La paura del cittadino è comprensibile, ma gli impresari della paura che la cavalcano per lucrare una manciata di voti sono un pericolo il numero dei politici? Basta un sì”, incorpora clamorosamente l’antipolitica».
E se gli facevi notare «però Stefano, non sarete un po’ troppo conservatori, sul piano costituzionale?» lui quasi ti riaggrediva un’altra volta. «Questo lo pensa Renzi, che segue un percorso di riduzione della democrazia costituzionale. Io penso a un orizzonte espansivo di cambiamento della Costituzione». Solo una destra giornalistica cinica e votata al birignao poteva ironizzare sulla sua vana- gloria e sulla sua presunta “deriva grillina”. È vero che nel 2013 Grillò lo chiamò per candidarlo al Colle. Ed è vero che lui accettò. Ma non lo fece per infatuazione politica. «Solo un imbecille si sarebbe potuto illudere di vincere la corsa. Se ci ho messo la faccia lo stesso è perché uno con la mia storia aveva tutto il diritto di dimostrare che un’altra scena era possibile».
Gli si poteva anche non credere. Ma per lui parlano le cose che disse dei Cinque Stelle. Nel 2008, quando già intuiva i pericoli del cyberpopulismo: «Approderemo a una nuova utopia tecnopolitica? Vedremo il presidente.com? Una lettura miracolistica dell’Internet 2.0 e delle sue reti sociali sottovaluta il riprodursi di modelli in qualche modo plebiscitari». Nel 2012, quando ammoniva «Grillo al Nord dice non diamo la cittadinanza agli immigrati, al Sud che la mafia è meglio dei politici, questi movimenti sono estremamente pericolosi». Ci sarà un motivo, se poco dopo il capocomico genovese dettò la scomunica sul Sacro Blog: «Rodotà è un ottuagenario miracolato dalla Rete». Lui neanche gli rispose. Continuavano a sfotterlo a colpi di “Rodotà- tà-tà”, per la sua contraerea sul tetto della “Costituzione più bella del mondo”. Sarcasmo mal riposto, pure quello.
Stefano non aveva affatto il culto dell’intangibilità costituzionale, ma semmai della sacralità del costituzionalismo, che è bilanciamento dei poteri. Sapeva quello che tanti capataz contemporanei, a corto di visione e di legittimazione, hanno ormai dimenticato: la democrazia è limite. E la Costituzione non è un libro polveroso: è materia vivente.
Il “democratico adulto”, purtroppo, non vedrà l’esito delle sue e delle nostre battaglie. Non vedrà la fine dell’eterna transizione italiana. Negli ultimi mesi ripeteva spesso: «Chiudetemi in casa, quando comincerò a dare segni di squilibrio». Lui se ne va, senza aver mai cominciato. Gli altri restano, senza aver mai smesso.

GUSTAVO ZAGREBELSKY

“CREDEVA IN UNA SOCIETà FONDATA SUI BENI COMUNI”
Intervista di Liana Milella a Gustavo Zagrebelsky

«Per me è un grande dolore. Per il nostro Paese è un grande vuoto». Il professor Gustavo Zagrebelsky parla di Stefano Rodotà, il giurista stimato e il compagno di tante battaglie a difesa della Costituzione. Nella sua voce c’è commozione e rammarico per un amico di meno.

Cos’era Rodotà per lei, prima ancora che come giurista?
«Sto cercando le parole... Un uomo di grande rigore e grande cultura. Di molta moderazione e di molta costanza nel perseguire i suoi ideali. A ciò aggiungerei uno stile asciutto, e, non sembri una contraddizione, molto dolce».

A me suona ancora nelle orecchie la sua voce roca, sempre pacata anche quando il dibattito pubblico non risparmiava eccessi.

«Molti lettori di questo giornale ricorderanno le sue apparizioni in pubblico, anche in televisione, con questo modo di fare sempre chiaro, legato ai temi, slegato dalle persone con le quali poteva polemizzare».

Ma lui invece è stato oggetto di pesanti aggressioni…
«Sì, ne voglio ricordare in particolare una. Quando fu proposto come possibile presidente della Repubblica fu oggetto di un’ignobile campagna di denigrazione».

Qual è stato il suo contributo alla scienza del diritto?

«Io ho conosciuto Stefano Rodotà alla fine degli anni Sessanta (aveva esattamente dieci anni più di me), in riunioni di giovani e meno giovani giuristi, il cui frutto fu la creazione di una rivista che esiste tuttora, con Rodotà presidente del comitato scientifico, il cui titolo è Politica del diritto. Nel gruppo c’erano colleghi che hanno preso le vie più diverse come Cassese e Amato. La ragione fondativa della rivista era una visione del diritto come strumento di trasformazione sociale. Politico in quel senso, non nel senso della politica dei partiti. Nel senso di una visione politico-civile del diritto. In particolare per lui, per la sua strada successiva, il diritto a protezione ed emancipazione dei più deboli».
Un filone che lo ha accompagnato a lungo…
«Sì, fino all’ultimo, fino al fondamentale volume del 2015 dal titolo Il diritto di avere diritti. Rodotà iniziò come un qualunque giurista prodotto dall’accademia italiana, occupandosi di temi classici del diritto civile e della loro, come si dice, dogmatica. I suoi primi studi sono stati dedicati alla responsabilità civile e al contratto: più classici di così! Il terzo era sulla proprietà, il titolo - Il terribile diritto - dice già molto. Sul diritto di proprietà si costruì la società borghese dell’800 con le sue tensioni, le ingiustizie, le divisioni in classi. La proprietà veniva estrapolata dai concetti giuridici per essere immersa nella grande storia dei rapporti sociali. Il punto finale degli studi storico- prospettici di Rodotà è stato il suo interesse per i beni comuni, sottratti alla partigianeria dei proprietari e attribuiti alla gestione degli utenti».
Ma sul tema dei diritti Rodotà è andato molto più in là fino a guardarli anche nella società futura.
«Per l’appunto. Rodotà è stato un pioniere. Negli ultimi decenni si è occupato a fondo di temi come gli aspetti giuridici della bioetica, l’impatto delle nuove tecnologie sull’esistenza delle generazioni presenti e future, lo sviluppo della tecnica e i rischi di disumanizzazione della vita. E infine della disciplina giuridica e dei diritti della circolazione dei dati in rete».
Rodotà garante della privacy, paladino di un uso responsabile delle intercettazioni, senza violare il diritto di cronaca. Giudica la sua una posizione equilibrata?
«Era quella di chi si rende conto che esistono, e oggi esistono sempre più numerosi, problemi difficili, e difficili in quanto presentano diversi lati. È evidente che esiste un lato dell’essenziale libertà dell’informazione e uno della difesa della dignità delle persone. Anzi, a questo proposito, mi viene in mente che negli ultimi anni, l’interesse di Rodotà si era allargato dai temi strettamente giuridici, a quelli più ampi di natura culturale e morale».
A cosa allude?
«Ai suoi studi, piuttosto sorprendenti in un giurista che all’inizio professava un rigoroso positivismo – il diritto è nella legge, e fuori della legge non c’è diritto – a prospettive di natura cultural-morale. Mi riferisco ai suoi lavori sulla persona umana, sulla dignità, sulla solidarietà, in cui va oltre la prospettiva legata al diritto positivo».
L’impegno politico ha mai viziato la sua autonomia di giurista?
«Questa domanda evoca in me un’altra grande figura di giurista, che senza tradire mai la sua radice intellettuale, si è dedicato alla politica, Leopoldo Elia. Rodotà, laico rigoroso; Elia, cattolico rigoroso. Nessuno dei due disposto a compromettere la propria libertà intellettuale ed entrambi legati da un rapporto di stima e di collaborazione feconda».
Contro Berlusconi prima e contro Renzi poi, Rodotà ha difeso con la dottrina e in piazza la Costituzione. Battaglie forti le sue. Era in sintonia con lei, no?
«Sì, ma Rodotà ha attivamente partecipato a scritture e riscritture di testi costituzionali. Penso al suo impegno nell’elaborazione della Carta europea dei diritti e alla sua partecipazione ad alcune commissioni Bicamerali per l’ammodernamento della Costituzione».
Quindi non era un fanatico della Carta immutabile?
«No, non lo era. Infatti era favorevole al superamento del bicameralismo. Questa sua posizione è stata strumentalizzata nel dibattito recente. Quello che voleva Rodotà era il potenziamento della democrazia parlamentare. Si parlava, in quegli anni, di centralità del Parlamento. Ovvio che in una riforma che si potrebbe definire della centralità del capo del governo, Rodotà fosse contrario al depotenziamento del Parlamento che ne sarebbe derivato».
D’ora in avanti ci sarà un vuoto. Pensando a un “compagno di strada” nelle sue battaglie cosa le mancherà di Rodotà?
«Mi mancherà un collega mite, un maestro di quelli d’altri tempi, il cui sguardo era proiettato nell’avvenire. Ce ne fossero di giovani anagraficamente, ma giovani intellettualmente come Stefano Rodotà».

EMMA BONINO “UN LAICO COERENTE

SAPEVA CHE LA LIBERTÀ È FACILE DA PERDERE”
intervista di Giovanna Casadio a Emma Bonino

«Era un laico coerente, non di quelli a giorni alterni. Mancherà per la sua laicità, per le sue battaglie ma soprattutto per la sua coerenza». Emma Bonino, leader radicale, ex ministro degli Esteri, ricorda Stefano Rodotà con il quale ha avuto un dialogo mai interrotto. Rodotà affidò a lei nel 2012 il compito di parlare delle battaglie civili che hanno reso più moderna l’Italia al Festival del diritto di Piacenza, che aveva ideato.


Bonino, cosa ricorda di più di Stefano Rodotà: la laicità, le comuni battaglie per i diritti?

«Con Rodotà la famiglia radicale ha avuto momenti di grandi sintonie e anche di grandi distanze. Però la questione della laicità e dei diritti ci hanno visto insieme in molte iniziative forse con una accentuazione maggiore, almeno da parte mia, del tema dei doveri che sono inestricabilmente legati alla questione dei diritti: ogni diritto di libertà e responsabilità presuppone il dovere di consentirlo agli altri, che la pensano diversamente. E di Stefano voglio sottolineare la coerenza. Perché è raro un punto di vista laico e coerente. A volte ci sono comportamenti - spot, laici qualche volta e meno laici altre. È difficile, appunto, una posizione laica coerente, costa fatica nella vita politica o personale che sia».
È prezioso in Italia un punto di vista laico?
«C’è sempre più bisogno di laicità. Anche la convivenza tra le varie religioni presuppone che ci siano istituzioni laiche che garantiscano diritti e doveri. Per tutti. La libertà di espressione religiosa, di praticare la propria fede religiosa per me, che sono agnostica, è comunque un diritto basilare. Noi tutti siamo tentati di difendere i diritti quando ci riguardano. Questa è una delle debolezze delle battaglie sui diritti civili: ciascuno si occupa del suo».
A cosa pensa in particolare?
«Alla giustizia. Rita Bernardini ne sa qualcosa. A parte gli operatori del settore, ovvero magistrati, avvocati e carcerati, la gente si interessa alla questione giustizia o alle carceri solo quando ci passa.
Questo lo ricordava sempre Enzo Tortora».
Nella mentalità e nella realtà italiana c’è ancora un vulnus in fatto di laicità?
«Dal testamento biologico al fine vita, alla ricerca scientifica, direi proprio di sì. E Stefano è sempre stato sul fronte di queste battaglie. Per non parlare del dramma vissuto in Italia sulla fecondazione assistita, regolata da una legge oscurantista che è stata abbattuta dai ricorsi di alcune coppie le quali non si sono rassegnate ad andare a Barcellona o in altri paesi europei per gli interventi, e grazie alla testardaggine dell’Associazione Luca Coscioni e di Filomena Gallo».

Diceva Rodotà che è dai diritti che si misura la qualità di una società, è così?

«È così. E, aggiungo io, dall’applicazione dello stato di diritto a partire dalle istituzioni coinvolte».

E che i diritti non si acquisiscono tuttavia una volta per tutte.
«Anche perché ci sono nuovi diritti che la scienza ha scoperto e propone. L’eutanasia, ad esempio. Per noi radicali è una battaglia antichissima. Mi ricordo per la prima volta ne parlarono Loris Fortuna e Marco Pannella, a inizio anni Settanta. Il diritto alla scienza e alla libertà di cure, segnalo, è catalogato dalle Nazioni Unite. Tuttavia si evolve il mondo e anche il modo di stare al mondo. Importante è non farsi guidare dallo schema “io non lo farei, quindi tu non lo devi fare”. Che è un atteggiamento di cui non riusciamo purtroppo a liberarci. Penso al dibattito sulle unioni civili. Si stava discutendo di queste e un gruppo di femministe apre il fronte della maternità surrogata, chiedendone la proibizione a livello mondiale invece di percorrere la strada della regolamentazione per evitare il più possibile lo sfruttamento delle donne».
Raccontava Rodotà di essere stato iscritto solo al Partito radicale. Però non accettò la vostra candidatura al Parlamento nel 1979 bensì quella da indipendente nelle liste del Pci. Pannella riuscì a convincere Sciascia a candidarsi con voi, ma non Rodotà?
«Seguivo in quel periodo la prima campagna per l’elezione del Parlamento europeo, quando Sciascia si candidò con noi. Tutto nasceva da una impostazione diversa: Marco riteneva fosse importante riunire forze nelle liste cosiddette autobus, così da scuotere dall’esterno il corpaccione del Pci. Voleva ci fosse anche Rodotà che esprimeva l’area di cultura giuridica di tipo liberal. Mentre Stefano quello scossone voleva darlo dall’interno e puntò sulle candidature indipendenti nelle liste del Pci. Marco al contrario li chiamava “i dipendenti”».
Non fu Rodotà una personalità accomodante. Quanto è difficile oggi non essere accomodanti o scomodi?
«Oggi io mi auguro che si crei una resistenza rispetto ad accomodarsi tutti nella caricatura anti europeista, nazionalista, sovranista, tanto per citare i cliché che vanno per la maggiore e che non danno risposte ai problemi. Una moda che va forte, anche se ha avuto uno stop in Francia con Macron, ma anche in Austria e in Bulgaria. Non essere accomodanti ma partendo dalla realtà, senza suggestioni pericolose e false come le cose che si sono sentite al Senato sullo ius soli. Le immagini vergognose di quella zuffa hanno fatto il giro del mondo».

DA BIOETICA A PRIVACY,

IL VOCABOLARIO DI UNA VITA
di Simonetta Fiori

Le parole di Stefano Rodotà sono tante, quante ne servono a coprire l’incessante esplorazione in campi diversissimi. Ma non si può comprendere il suo dizionario autobiografico senza un lemma in particolare che ne riassume tutti gli altri. E questa parola è dignità. «Un termine che ha a che fare direttamente con l’umano », spiegava lo studioso. «Il rispetto della persona nella sua integrità».

Dignità. Non c’è aspetto dell’evo contemporaneo che non abbia trovato in Rodotà un interprete rigoroso e fedele al principio della dignità, ritenuta un valore fondante del costituzionalismo tedesco e italiano. Dignità sociale, nel rapporto con gli altri. Dignità nel vivere, dignità nel morire. E se gli si domandava negli ultimi tempi se fosse questa la parola chiave del suo impegno, rispondeva con la consueta semplicità: «Sì, ma l’ho scoperto piano piano: la dignità è un modo antropologico di vivere. Se io riconosco a una persona dignità non posso comportarmi come se questa consapevolezza non l’avessi mai acquisita».
Vita e regole. La vita è un movimento irregolare – scrive Rodotà citando Montaigne – e il diritto non sempre appare adeguato alla sua complessità. L’amore, la sessualità, la nascita, l’intimità, il dolore, la malattia, la fine: in alcune sfere dell’esistenza la norma può risultare inopportuna, intollerante, odiosa. «E allora bisogna fermarsi per tempo. Restituire valore a un diritto che sia al servizio del mestiere di vivere». Il principio di libertà di scelta fu difeso dal giurista nelle sue innumerevoli battaglie per la fecondazione assistita, per il matrimonio e le adozioni di coppie gay, per il testamento biologico.
Bioetica. Fu tra i primi a confrontarsi con la complessità di rivoluzioni scientifiche «che non mettono in discussione solo convinzioni radicate, ma la natura stessa di ciascuno, la sua antropologia». Le tecnologie riproduttive, l’analisi genetica, il diffondersi dei trapianti: per lo studioso la bioetica non si limitava a indicare una serie di temi né poteva assumere un tratto marcatamente normativo, ma doveva diventare «un luogo di elaborazione e confronto» tra discipline e convincimenti diversi.
Diritti. Teorizzò una cittadinanza globale fondata sui diritti. Dunque il superamento di una nozione di cittadinanza come proiezione di un’identità escludente. «Oggi assistiamo a pratiche comuni dei diritti. Le donne e gli uomini dei paesi dell’Africa mediterranea e del Vicino Oriente, lo studente iraniano e il monaco birmano si mobilitano attraverso le reti sociali, si rivoltano in nome dei diritti, scardinano regimi oppressivi». Nuova parola d’ordine mutuata da Hannah Arendt: il diritto di avere diritti.
Privacy. Sollecitato a dare una definizione di privacy, ne distinse i vari passaggi. Da «possibilità di scegliere quando esibirsi o quando rimanersene al riparo», il concetto di privacy si è poi esteso fino a includere «il diritto di poter controllare tutte le informazioni personali raccolte da altri». L’ultimo passaggio è legato alla rivoluzione digitale. «La privacy tutela il diritto di mantenere le mie caratteristiche non solo senza subire alcun tipo di discriminazione ma senza neppure perdere interi pezzi di identità». Il pericolo denunciato dallo studioso è la riduzione della persona a “un corpus di informazioni elettroniche”, primo passo verso la “società del controllo”.
Sinistra. Bussola imprescindibile della sinistra resta per Rodotà la triade “eguaglianza, libertà e fraternità/solidarietà”. Non è certo di sinistra «la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che decide e governa le nostre vite». Inaccettabile il principio che i diritti sanciti dalla carta costituzionale – istruzione o salute – possano essere vincolati alle risorse economiche.
Tecnopolitica. Di fronte alle manipolazioni rese possibile dalla rivoluzione digitale riteneva necessario cimentarsi con una “costituzione per Internet”, «con il modo in cui la tecnologia incontra il tema delle libertà e istituisce lo spazio politico».
Fine. Alla parola “morte” preferiva “fine”. Sosteneva di aver capito il dolore più dai romanzi di Carlo Emilio Gadda che dai testi del diritto. E a Gadda dedicò l’esergo di un capitolo intitolato La fine: «...le moribonde parole dello Incas. Secondo cui la morte arriva per nulla, circonfusa di silenzio, come una tacita, ultima combinazione del pensiero».

IL GRAN LETTORE DI BALZAC

CHE CREDEVA NELL'UNIONE TRA RAGIONE E SENTIMENTO
di Antonio Gnoli

L’umanità di uno studioso diviso tra l’analisi realistica su come riuscire a migliorare la vita di tutti i cittadini e l’idea che non c’è vera giustizia senza amore per la gente.

Tra le cose ultime che Stefano Rodotà ha scritto ricordo un libro sull’amore. Restai sorpreso. Non era l’amore un territorio che il mondo giuridico aveva tentato di assoggettare (sotto la forma del vincolo matrimoniale) o espungere come esperienza irrazionale? L’attenzione di Rodotà si posò sul fatto che l’esperienza dell’amore fosse dettata dall’incontro e dal conflitto tra la vita e le regole. Il diritto aveva vissuto vari secoli separato dalla vita civile. Rodotà provò a invertire quella rotta oppressiva, consapevole che ogni forma di ordine nasce dal disordine e dalle conseguenze che l’irruzione del nuovo può provocare.
Quando nel 2015, lo stesso anno del Diritto d’amore, uscì Il diritto di avere diritti, mi colpì l’esplicito richiamo a Hannah Arendt. Cosa significava quell’allusione diretta a un’autrice, ebrea tedesca, esule prima in Europa e poi in America? Da apolide, Arendt raccontò la propria ventennale condizione di profuga. Accanto ai panni della studiosa indossò quelli della vittima. Apparve evidente cosa volesse dire, nella sua drammatica semplicità, perdere il lavoro, la casa, la lingua, la famiglia, le radici. Cosa significava, insomma, per una persona essere privata di ogni diritto. Arendt comprese che non esiste diritto umano senza che l’umanità stessa si faccia garante della sua difesa e realizzazione. Di tutto questo Rodotà fu consapevole. Lo fu in quanto giurista e in quanto politico. Nonostante i dubbi, conservò sempre una forma di ottimismo che per lui fu come una seconda pelle. Fu un uomo duttile e colto. Curioso e libero di posarsi sui punti più critici della materia che aveva segnato la sua vita, cioè il diritto.
Credo che nell’educazione sentimentale giovanile gli avesse giovato la passione per la letteratura, esplorata in lungo e largo nella grande biblioteca del nonno. Fu anche grazie alla lettura di Balzac, alla sua Comédie humaine, che comprese la potente rifrazione del diritto sulla società. In un incontro che avemmo a casa sua si lasciò andare a qualche amarezza. Gli chiesi come avesse vissuto ed elaborato la vicenda della sua candidatura al Quirinale che lo vide bersaglio del fuoco mediatico. Rispose che non c’era molto da dire. In realtà, temo, che una qualche forma di delusione l’avesse provata. Aggiunse che in quella vicenda lui ci aveva messo il suo nome non perché pensasse davvero di farcela, ma perché uno con una storia come la sua aveva tutto il diritto di mostrare che un’altra scena era possibile: «Possibile, non probabile», precisò. Ho la netta impressione che nella differenza e nel confronto tra possibile e probabile si sia svolta l’esistenza di Stefano Rodotà. Il probabile come costruzione, calcolo, tecnica; il possibile come speranza, dignità, passione e, appunto, amore. Nell’allarmata visione degli ultimi tempi, si convinse che occorressero tanto la ragione quanto il cuore per combattere i vasti incendi di questo mondo.

Abbiamo ripreso su questo sito ciascuna delle sue lezioni. Lo ricordiamo nell'apertura di eddyburg di oggi con alcune delle sue parole che abbiamo condiviso di più (i.b.)

I DIRITTI CIVILI SPETTANO ALL'UOMO COME TALE, NON SOLO AL CITTADINO".

"Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica"
"Se i diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla dittatura, presto nessuno sarà più libero.”
“La «rivoluzione dei beni comuni», che ci porta sempre più intensamente al di là della dicotomia proprietà privata/proprietà pubblica; ci parla dell’aria, dell’acqua, del cibo, della conoscenza; ci mostra la connessione sempre più forte tra persone e mondo esterno, e delle persone tra loro; ci rivela proprio un legame necessario tra diritti fondamentali e strumenti indispensabili per la loro attuazione.”
„[... ] questa inarrestabile pubblicizzazione degli spazi privati, questa continua esposizione a sguardi ignoti e indesiderati, incide sui comportamenti individuali e sociali. Sapersi scrutati riduce la spontaneità e la libertà. Riducendosi gli spazi liberi dal controllo, si è spinti a chiudersi in casa, e a difendere sempre più ferocemente quest'ultimo spazio privato, peraltro sempre meno al riparo da tecniche di sorveglianza sempre più sofisticate. Ma se libertà e spontaneità saranno confinate nei nostri spazi rigorosamente privati, saremo portati a considerare lontano e ostile tutto quel che sta nel mondo esterno. Qui può essere il germe di nuovi conflitti, e dunque di una permanente e più radicale insicurezza, che contraddice il più forte argomento addotto per legittimare la sorveglianza, appunto la sua vocazione a produrre sicurezza.“
». l

a Repubblica Robinson, 18 giugno 2017 (c.m.c.)

Yona Friedman vive a Parigi, in una casa popolata di pupazzi, maschere, uccelli in legno che pendono dal soffitto, e dove per terra giacciono le sue installazioni confezionate con filo di ferro e legno flessibile.

Nel suo libro L’ordine complicato (Quodlibet, 2008), sembra esserci la chiave per capire come questo architetto novantaquattrenne, ebreo ungherese, professore in diverse università americane, concepisca il mestiere.

Un mestiere fatto di poche realizzazioni, molta creatività e molte riflessioni che hanno fatto di lui un guru. E molte sono le sue espressioni diventate celebri, come la “mobile architecture” o quelle consegnate ad altri suoi libri, da L’architettura della sopravvivenza (Bollati Boringhieri) all’ultimo, Tetti, che uscirà in Italia a luglio (Quodlibet). In Tetti, Friedman si misura con il tema a lui più caro: i modi per coinvolgere nell’architettura le persone che devono usufruirne e per rendere concreta la partecipazione, parola altrimenti avvolta in una cortina retorica.

A lui è dedicata una mostra che si apre il 23 giugno al Maxxi di Roma intitolata “Mobile Architecture, People’s Architecture” (a cura di Gong Yan ed Elena Motisi). Nella mostra, che si inaugura insieme a quelle sull’Italia di Zaha Hadid e sul Teatrino scientifico di Franco Purini e Laura Thermes, si ragionerà di questioni centrali nel lavoro di Friedman, il quale espone un adattamento della sua Ville Spatiale, una costruzione aerea che risale alla fine degli anni Cinquanta composta di abitazioni, strade e altre strutture progettate, appunto, da chi dovrebbe viverle. La mostra comprende bozzetti, installazioni, video e anche una sezione dedicata alla sua casa di Boulevard Garibaldi.

Friedman che cos’è l’architettura della sopravvivenza?
«L’idea nasce dalla ricerca del modo migliore per ridurre l’impatto negativo sull’ambiente di una costruzione, salvaguardando però un buon livello tecnologico e mantenendo i costi il più possibile bassi. È indispensabile riscoprire pratiche compatibili con un modo di vita più sobrio».

Lei ha raccontato di aver maturato quest’idea dalle esperienze della guerra, quando era partigiano in Ungheria, e del dopoguerra.
«Ho visto cosa sono la miseria, le coabitazioni forzate e l’importanza dell’aiuto reciproco. Ma la povertà è la condizione in cui vive oggi la maggior parte della popolazione mondiale. Negli anni Settanta ho visitato l’India e sono rimasto impressionato dalle tecniche di sopravvivenza negli insediamenti poveri della città. Ho imparato che il problema dell’abitare non è relativo alla casa ma ai mezzi di sussistenza. Il cibo e il tetto, insomma. Ho provato a sviluppare questa idea nei libri destinati ai giovani architetti occidentali».

Ma l’architettura contemporanea è orientata a incontrare i bisogni delle persone o solo di pochi privilegiati?
«La nostra attenzione deve essere destinata ai bisogni delle persone, in particolare di quelle più povere. Questo, almeno, è evidente per me, ed è evidente che questi bisogni non sono diversi in Europa come in Asia o in Africa».

Lei insiste per la partecipazione delle persone ai processi di costruzione. Ma concretamente questo come può avvenire?
«Il coinvolgimento degli abitanti sta in primo luogo nel lasciar decidere a loro quali problemi sono importanti. In secondo luogo, devono poter decidere quali tecniche sperimentare. E quindi occorre lasciarli fare e consigliare quando necessario. Ma la maggior parte degli architetti è gelosa del proprio ruolo e vuole mantenere lontano dalla progettazione chi abiterà l’edificio».

Come ha concepito l’idea della “Ville Spatiale”?
«Ho immaginato una situazione in cui le persone potessero progettare liberamente edifici a più piani senza imporre vincoli. Un modo per vedere come un’architettura pensata da chi deve abitarla alimenti l’improvvisazione».

E dove nasce la “mobile architecture”?
«È la base teorica della “Ville Spatiale” perché le scelte degli abitanti possono cambiare periodicamente. E dunque l’architettura deve essere flessibile, assecondando i bisogni che via via mutano».

Molti suoi colleghi vanno alla ricerca di effetti spettacolari. Cosa pensa delle “archistar”?
«Il termine “archistar” è esattamente l’opposto del mio mondo concettuale. Potremmo non escludere che gli architetti diventino artisti, ma l’architetto-artista è un equivoco. Io non penso che l’architettura come arte voglia dire realizzare su larga scala mediocri sculture. Gli architetti-artisti dovrebbero essere “scultori del vuoto”, perché l’architettura differisce dalla scultura in quanto la osservi dall’interno. E gli interni sono più importanti dell’esterno, perché è l’interno ad essere usato. L’esterno è solo il segno dello status sociale del proprietario».

Il grande pensatore liberale il quale «aprì un varco nella storia del pensiero economico attraverso cui passeranno prima le utopie dei cosiddetti socialisti ricardiani, poi la lucida anatomia del Capitale di Karl Marx, ed infine la critica di Piero Sraffa che scoprirà proprio in Ricardo le radici di un approccio all’economia radicalmente alternativo al pensiero unico liberista». il manifesto, 4 giugno 2017

Nella gelida Europa della Restaurazione, mentre l’ancien régime prova a soffocare la marea populista – così la chiamerebbero oggi – scatenata dalla Rivoluzione Francese, viene alle stampe nel cuore di Londra un’opera a suo modo sconvolgente, i Principi di Economia Politica di David Ricardo.

Era il 19 aprile 1817. «Il sistema di Ricardo è un sistema di discordie che tende a generare ostilità tra le classi sociali e tra le nazioni» tuonerà nel 1848 l’economista americano Carey, che denuncia Ricardo come il padre del comunismo ed il suo libro come «un vero e proprio manuale del demagogo, che punta al potere attraverso ruralismo, guerre e saccheggi». Ma come ha potuto un ricco borghese liberale, quale Ricardo era, farsi alfiere della lotta di classe?

Il carattere intimamente “sovversivo” dei Principi, colto da Carey, risiede nella particolare spiegazione che Ricardo elabora della divisione del prodotto sociale tra le diverse classi, una formula che rappresenta la distribuzione del reddito come un conflitto tra le classi sociali per la spartizione di un prodotto dato.

Il «grande significato di Ricardo per la scienza», afferma Marx, sta proprio nell’aver spinto l’analisi oltre la superficie delle apparenze fino a svelare la «effettiva fisiologia della società borghese». Alla superficie del sistema economico possiamo vedere solo i prezzi delle merci, che ci offrono un’immagine opaca delle relazioni economiche sottostanti: le classi sociali si contendono infatti le quote di un prodotto il cui prezzo varia con la suddivisione stessa, cosicché appare possibile immaginare che gli interessi di capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri possano convergere intorno all’obiettivo comune della crescita, una crescita capace di accontentare tutti – alimentando contemporaneamente profitti, salari e rendite.

Nelle parole ironiche di Marx, «se poi per caso si viene alle mani, come risultato finale di questa concorrenza tra terra, capitale e lavoro si avrà che, mentre essi litigavano sulla ripartizione, hanno totalmente accresciuto con la loro rivalità il valore del prodotto, a ognuno ne tocca una fetta più grande, cosicché la loro concorrenza stessa non appare che come la stimolante espressione della loro armonia».

Questo suggeriva l’allora indiscussa teoria del valore di Adam Smith, e questo ripetevano gli economisti conservatori come il reverendo Malthus, impegnati ieri come oggi a difendere gli interessi dell’establishment attraverso una narrazione che li descrive come interessi generali e non particolari: se esiste un bene comune (la crescita), il conflitto di classe appare come un elemento deleterio per la società nel suo complesso, perché impedisce la cooperazione pacifica tra le sue diverse componenti.

All’epoca di Ricardo, l’establishment era rappresentato dai grandi proprietari terrieri, ma una borghesia capitalistica in ascesa stava conquistando sempre maggiore potere economico e politico. Sarà il conflitto tra queste due classi a scatenare il dibattito scientifico tra Ricardo e Malthus, dibattito che sfocerà nella redazione dei Principi.

Malthus stava conducendo una battaglia in difesa dei dazi sulle importazioni di cereali, che avrebbero mantenuto elevato il prezzo dei principali prodotti agricoli (eredità delle guerre napoleoniche) garantendo così ampi guadagni alle rendite.N ella narrazione di Malthus, neanche a dirlo, tutti avrebbero usufruito dei guadagni derivanti dai dazi perché, argomentava il reverendo, i maggiori consumi dei proprietari terrieri avrebbero a loro volta arricchito l’intera società.

Le opere di Ricardo formano la punta di diamante della reazione suscitata da Malthus nella fiorente borghesia capitalistica: quando la rendita cresce sotto la spinta dei prezzi dei cereali, i profitti devono necessariamente ridursi perché cresce il valore monetario dei salari che i capitalisti devono corrispondere ai lavoratori.

Chiave di volta del ragionamento di Ricardo è la relazione inversa tra i salari e profitti: dal momento che i lavoratori consumano quanto appena sufficiente alla loro sussistenza, il maggiore prezzo dei prodotti agricoli si trasferirà interamente sui salari facendoli crescere proporzionalmente, e quindi i profitti riceveranno una quota minore del prodotto.

Questa rappresentazione plastica delle relazioni tra le classi sociali mette a nudo il contenuto puramente politico del problema, svelando gli interessi particolari dei proprietari terrieri nel mantenimento dei dazi.

Nonostante avesse dimostrato la sua superiorità sul campo delle idee, Ricardo perderà la sua battaglia politica con Malthus: i dazi e gli altri principali privilegi dell’aristocrazia terriera inglese resisteranno per oltre trent’anni agli attacchi della borghesia capitalistica inglese.

Tuttavia, l’eredità di Ricardo andrà ben al di là del suo tempo, travalicando persino gli interessi della classe sociale a cui l’autore dei Principi apparteneva. Una volta strappato il potere all’aristocrazia terriera, infatti, la borghesia sarà chiamata in causa dal nascente proletariato, le cui aspirazioni troveranno una legittimazione e una spinta proprio in quello stesso paradigma teorico che aveva aperto la strada all’abbattimento dell’ ancien régime.

Nei fatti, le pagine scritte da Ricardo duecento anni fa aprono un varco nella storia del pensiero economico attraverso cui passeranno prima le utopie dei cosiddetti socialisti ricardiani, destinate ad infrangersi sulle barricate del ’48 sotto i colpi della repressione, poi la lucida anatomia del Capitale di Karl Marx, che ispirerà l’assalto al cielo dei bolscevichi (altro e più noto ’17) ed infine la critica dell’economia politica di Piero Sraffa, il fraterno amico di Gramsci che scoprirà proprio in Ricardo le radici di un approccio all’economia «sommerso e dimenticato», forse proprio perché radicalmente alternativo al pensiero unico liberista.

Possiamo ora comprendere i timori di Carey, secondo il quale «le opere di Ricardo sono un arsenale per anarchici e socialisti, per tutti i nemici dell’ordine borghese». Un arsenale di cui ignoriamo il potenziale ogni volta che rinunciamo ad interpretare l’economia a partire dal conflitto di classe che anima la nostra società, fuori dalla retorica pacificante del bene comune.

«È possibile e ha senso raccontare ai ragazzi di oggi Barbiana? In che misura è lecito educare alla trasgressione di leggi ritenute ingiuste? E in che modo?».

comune.info, 2 giugno 2017 (c.m.c.)



Fabrizio Silei e Simone Massi Il maestro Orecchio Acerbo editore, Roma 2017, p.48, € 15

È possibile e ha senso raccontare ai ragazzi di oggi la scuola di don Milani? Ci provano Simone Massi e Fabrizio Silei, in un libro che trovo utile e bello. Ho nominato l’illustratore per primo perché il segno che caratterizza Il maestro, edito da Orecchio Acerbo, arriva in primo luogo dalle immagini graffiate di Massi. Quelle pagine inchiostrate col nero delle vecchie serigrafie evocano un tempo lontanissimo dal nostro. Sono passati solo cinquant’anni, ma chi ricorda le case contadine senza bagno e luce elettrica, a cui si arrivava solo camminando per sentieri o strade bianche? Quali ragazzi possono immaginare quel buio e quella povertà, se non arrivano dal sud del mondo?

“La scuola sarà sempre meglio della merda”, disse Lucio che aveva trentasei vacche nella stalla. Non si può comprendere nulla della radicalità di quella proposta educativa – che prevedeva dieci ore di scuola 365 giorni l’anno – se non si considera che l’alternativa era passare lo stesso tempo a spalare nelle stalle e a faticare con gli animali.

Fabrizio Silei racconta la scuola di Barbiana dal punto di vista di un ragazzo che non ci voleva andare e che vi fu trascinato dal padre analfabeta, offeso per come lo aveva ingannato e irriso il suo padrone. Il suo è un avvicinamento lento e guardingo al “prete matto”, come lo fu certamente quello di molti contadini del Mugello, sorpresi dalla presenza in parrocchia di quella meteora incandescente. Con scrittura piana e non retorica incontriamo l’amore di Lorenzo Milani per la parola che fa uguali e la pratica del leggere il giornale insieme, con attenzione, in ogni sua parte.

Edoardo Martinelli ha di recente raccontato a un gruppo di insegnanti come si imparava la storia lassù, confrontando le posizioni del Saitta con quelle dello storico inglese Mack Smith, e i due testi con le testimonianze orali dei genitori contadini che raccontavano l’orrore delle trincee della prima guerra mondiale. È quel modo di ricostruire la storia, confrontando posizioni diverse, che fornì a quei ragazzi gli strumenti per ragionare sulla lettera dei cappellani militari contro l’obiezione di coscienza.

Viene così evocato un nodo bruciante della relazione educativa: in che misura è lecito educare alla trasgressione di leggi ritenute ingiuste? E in che modo? «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla», sostiene il Priore.

«Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sostengono il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede».

Lorenzo Milani fu condannato e per arrivare alla legge che permette l’obiezione di coscienza al servizio militare ci vollero anni. Ma quella conquista la dobbiamo a lui e a testimoni persuasi come lui. È figlia di un maestro capace di insegnare con l’esempio ad avere coraggio, convinto che i ragazzi «bisogna che si sentano ognuno responsabile di tutto».

». il manifesto, 26 maggio 2017 (c.m.c.)

Negli ultimi mesi il nome di don Milani è risuonato in maniera quasi ossessiva sui principali canali d’informazione nazionale. Polemiche spesso vuote o comunque pretestuose, ma anche contributi di grande qualità e rilevanza, come l’opera omnia pubblicata in due tomi nella collana dei Meridiani di Mondadori e diretta da Alberto Melloni, a cui hanno collaborato Anna Carfora, Valentina Orlando, Federico Ruozzi, e Sergio Tanzarella. A quest’ultimo, docente di Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, dobbiamo anche la pubblicazione del libro Lettera ai cappellani militari. Lettera ai giudici (Il Pozzo di Giacobbe, pp. 168, euro 14.90). Si tratta di due testi particolarmente importanti nella produzione di Milani, Tanzarella li inserisce nel loro contesto storico e nella biografia del prete di Barbiana.

Nel primo dei due testi sono parole scritte quasi a caldo, dopo la lettura insieme ai suoi ragazzi del «comunicato stampa» pubblicato dai cappellani militari in congedo della regione Toscana. A Milani quell’accusa di viltà rivolta ai giovani obiettori che hanno pagato con il carcere la scelta di rifiutare la divisa è risultata intollerabile, soprattutto per la sua provenienza clerico-militare, quasi un simbolo del sistema di potere. Da qui la decisione di impegnare la sua scuola nella preparazione di un documento collettivo che viene inviato a più di 800 quotidiani.

Come è noto, la lettera ruota attorno al problema del diritto alla disobbedienza alla leva, ma il ragionamento si snoda in più direzioni che toccano alcuni nervi scoperti: la legittimità di un potere ingiusto, la possibilità stessa della guerra nell’età atomica, e poi l’utilizzo strumentale che è stato fatto dell’idea di patria per mobilitare le masse in difesa delle oligarchie. Milani propone quindi un excursus storico – dalle guerre risorgimentali, passando l’«inutile strage» del ’15-‘18 e le imprese fasciste – che individua nella Resistenza l’unica «guerra giusta», cioè «non di offesa delle altrui Patrie, ma di difesa della nostra», una guerra particolarmente significativa perché combattuta da un esercito che aveva disobbedito. Quindi entra nel merito dell’attualità italiana, uno dei pochi paesi cui l’obiezione rimane ancora reato grave.

In questo clima la decisione del settimanale comunista «Rinascita» – di cui è vice-direttore responsabile Luca Pavolini – di pubblicare la lettera fa esplodere il caso. Milani e Pavolini vengono denunciati da un gruppo di ex-combattenti per apologia di reato e istigazione a delinquere. Come emerge in maniera chiara dalla ricostruzione del curatore, l’arcivescovo di Firenze Florit non si mostra certo solidale e a Barbiana arrivano anche vere e proprie lettere di ingiuria e di minaccia (spalleggiate dalla campagna denigratoria della stampa fascista).

Esprimono vicinanza invece personalità di rilievo quali Giorgio La Pira e soprattutto Aldo Capitini, teorico della nonviolenza e organizzatore nel 1961 della prima marcia Perugia-Assisi, che decide di attivare una rete di solidarietà. Grazie alla ricerca di Tanzarella, fondata su una serie di fonti inedite (comprese, in particolare, le fonti processuali) sappiamo che Milani si era rivolto anche al giurista Arturo Carlo Jemolo e a Giorgio Peyrot, responsabile legale della Tavola Valdese a Roma, che lo avrebbero aiutato a organizzare la strategia difensiva. Il risultato sarà quella Lettera ai giudici che Milani, ormai gravemente ammalato, fa pervenire al Tribunale e distribuisce alla stampa nazionale.

È una testimonianza alta di moralità educativa (e sacerdotale), una lezione sulla disobbedienza civile che mette in discussione il potere di giudicare chi si batte per una legge giusta, chi si fa precursore dei tempi annunciati dalla trasformazione italiana, dal Concilio Vaticano II, ma non ancora recepiti dalla legge.

Dopo che i processi di Norimberga e Gerusalemme hanno sancito il dovere alla disobbedienza contro i crimini della guerra – scrive Milani – «condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li ha comandati». Sulla base della tradizione della Chiesa sul primato della legge di Dio, della Pacem in terris e, soprattutto, della Gaudium et spes, che ha riconosciuto le ragioni degli obbiettori e invitato il legislatore a tenerne conto, Milani difende poi la propria ortodossia e rilancia la battaglia sul duplice piano della riforma della Chiesa e della società, chiamata a tenere fede a quell’art. 11 della Costituzione che utilizza in maniera quasi profetica il verbo «ripudiare».

L’autore dichiara di non voler scendere sul piano delle disquisizioni dottrinali, ma nei fatti propone una revisione profonda in piena sintonia con quei padri conciliari che hanno dichiarato ingiustificabile la guerra nucleare.

Sul terreno politico e giuridico si muove invece la condanna di quell’accusa di viltà che, in virtù delle ricerche di Peyrot (ora ricostruite da Tanzarella), Milani può dichiarare estranea allo stesso linguaggio dei tribunali militari e dunque irricevibile. Il Tribunale gli darà ragione, ma la sentenza verrà ribaltata in Appello che condannerà Pavolini, ma non il parroco di Barbiana, deceduto il 26 giugno 1967.Il successivo ricorso in Cassazione porterà all’annullamento della sentenza di condanna perché il reato contestato era stato estinto dall’amnistia del 3 giugno 1966.

Nelle ultime battute della sua ricostruzione, Tanzarella ricorda la breve introduzione scritta da Milani, ma pubblicata in forma anonima, all’edizione delle due lettere del 1965 uscita con il titolo Il dovere di non obbedire. Questa scelta era presentata come più consona a «esprimere meglio le tesi fondamentali di queste pagine»: a più di cinquant’anni di distanza, e con alle spalle l’approvazione della legge Marcora del 1972 sull’obiezione, le lotte della Lega degli obiettori e la legge del 1998, gli interventi del magistero contro «le guerre umanitarie» e i passi avanti del diritto internazionale, possiamo pienamente dargli ragione e continuare a leggere le due lettere con lo sguardo rivolto al nostro presente di guerra e ai conflitti del futuro.

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