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«». MicroMega, 28 marzo 2017 (c.m.c.)

Prefazione di Luciano Gallino all'ebook "Per una moneta fiscale gratuita" a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, edito da MicroMega nel 2015.

Questo libro a più voci osa proporre, nientemeno, che allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso lo stato, massima istituzione politica, si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla – adottando però modi, le banche, che non aiutano a combattere né l’una né l’altra.

Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro (che nella nostra lingua chiamiamo moneta quando ci riferiamo a denaro che ha una sua specifica connotazione nazionale, tipo la sterlina, la corona o il franco svizzero).

Per gli stati dell’eurozona, in forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro, sia esso formato da banconote, depositi, regolamenti interbancari o altro; a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 (mi riferisco alla versione consolidata del Trattato) di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica – a cominciare dagli stati membri. Per quanto attiene alle banche centrali nazionali della zona euro, esse non possono più emettere denaro; nondimeno sono libere di ricevere miliardi in prestito dalla BCE a interessi risibili. Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili.

Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile. Debbono perseguire politiche economiche fondate su una moneta straniera, appunto l’euro, ma se hanno bisogno di denaro debbono chiederlo in prestito alle banche private, pagando loro un interesse assai più elevato di quello che esse pagano alla BCE. Vari stati della UE – nove per l’esattezza, tra cui Regno Unito, Danimarca e Svezia - hanno invece scelto di restare fuori dall’euro e non a caso hanno affrontato con maggior successo la lotta alla crisi.

Le banche private creano denaro in due modi.[1] Il modo più noto e discusso, in specie a causa del ruolo che esso ha avuto nello scatenare la crisi del 2007, consiste nel concedere un credito, senza togliere un solo euro ad altri correntisti o al proprio patrimonio. L’operazione consiste semplicemente nell’inscrivere sul conto corrente di qualcuno, con pochi tocchi al computer, una certa somma a titolo di prestito. La stessa somma figurerà nel bilancio della banca da un lato come passivo (la somma che la banca si è impegnata a mettere a disposizione del cliente), dall’altro come un attivo (la somma che il cliente ha promesso di restituire). Si stima che il denaro così creato rappresenti nella UE (in questo caso l’eurozona più i paesi non euro) circa il 95 per cento di tutto il denaro in circolazione. Al confronto, le banconote stampate dalla BCE, di cui la TV ci ripropone l’immagine dieci volte al giorno, sono bruscolini.

Un altro modo di creare denaro da parte delle banche private, assai meno compreso e discusso del precedente, anche tra gli economisti, consiste nell’emettere prodotti finanziari che possono venire convertiti facilmente in denaro liquido. Si tratti di obbligazioni aventi per collaterale un debito ipotecario (CDO), di titoli garantiti da un attivo (ABS), di certificati di assicurazione del credito (CDS) o di un qualsiasi altro titolo “derivato” (nel senso che il suo valore deriva dall’andamento sul mercato di un’entità sottostante) inventato dagli alchimisti finanziari, esso può venire venduto in qualsiasi momento al suo valore di mercato. Di solito, o meglio in media, quest’ultimo è di molto inferiore al valore nominale (o nozionale, come dicono gli addetti ai lavori) del titolo, ma nell’insieme si tratta pur sempre di cifre colossali.

A fine 2008, ad esempio, l’ammontare nominale dei derivati “scambiati al banco”, cioè al di fuori delle principali borse, si aggirava sui 680 trilioni di dollari, mentre il loro valore di mercato superava i 32 trilioni – corrispondenti, all’epoca, a oltre la metà del Pil del mondo. La facilità con cui è possibile a chiunque trasformare i derivati in liquidità ha indotto un economista austriaco, Stephan Schulmeister, a definirli una forma di “denaro potenziale”. Ciò rende la distinzione cara a molti economisti tra “denaro” (che è liquido) e “patrimonio finanziario” (che invece non lo sarebbe) del tutto priva di senso.[2]

Personalmente credo che la definizione meno problematica dei Certificati di Credito Fiscale che gli autori propongono lo stato italiano emetta, nella misura di un centinaio di miliardi il primo anno, e 200 miliardi l’anno in seguito, sia appunto quella che vede in essi una forma di “denaro potenziale”. I CCF sono distribuiti gratuitamente a vari gruppi di popolazione, a cominciare dai disoccupati o dai giovani in cerca di prima occupazione, e ad imprese che si impegnino ad assumere nuovo personale per realizzare (piccole ma numerose) opere pubbliche.

Trascorsi due anni dall’emissione, i CCF possono venire utilizzati per pagare qualsiasi tipo di imposte o tasse dovute allo stato, a regioni o comuni. Ma sin dal momento della loro emissione essi possono venire venduti a terzi, utilizzati come mezzo di pagamento, versati a un creditore a titolo di collaterali e altro. La loro convertibilità in denaro contante o moneta elettronica è istantanea. Il risultato dell’operazione è che nell’economia verrebbero immessi a regime 200 miliardi di denaro potenziale che può diventare in breve denaro fresco, destinato non alla speculazione o ad accrescere l’accumulazione di patrimoni privati, bensì a sostenere in modo mirato e selettivo il soddisfacimento di quelli che Keynes chiamava “bisogni assoluti” da parte di strati di popolazione in difficoltà, e di piccole imprese.

Oltre ad essere erogato gratuitamente dallo stato, il denaro potenziale costituito dai CCF presenta diversi vantaggi rispetto a quello emesso a fiumi dalle banche private in forma di derivati o altro. Proverò a indicarne alcuni:

1) Il loro valore non è soggetto ad alcun rischio di svalutazione sul mercato dei titoli, sia quello borsistico che quello OTC (dove si scambiano i titoli “al banco”). Un CCF da 100 euro alla fine varrà sempre 100 euro, qualsiasi cosa accada sui mercati. Dove invece può accadere che una CDO o un CDS che al momento dell’emissione valevano 100, tempo dopo, quando si vuole rivenderli, valgano la metà o meno.

2) Il denaro potenziale rappresentato dai CCF è denaro legalmente “pieno” (nel senso che si applica all’espressione “legal tender”) poiché essi vengono per definizione accettati per pagare le tasse allo stato. Che è il maggior riconoscimento a cui qualsiasi forma di denaro possa pretendere, quale che sia la sua apparenza o denominazione come moneta circolante in una nazione.

3) I CCF appresentano una prima riconquista da parte dello stato (modesta, ma l’importante è cominciare) del potere di creare denaro a fronte del potere assoluto che finora hanno detenuto le banche private. Questo non sarebbe soltanto un fatto tecnico: sarebbe un evento politico di prima grandezza.

4) I CCF costituirebbero un primo passo indolore, o se si vuole sperimentale, in direzione di una riforma incisiva del sistema finanziario in essere, resa indispensabile dai suoi gravi difetti strutturali (su questo punto essenziale ritorno poco oltre per concludere).

5) Diversamente dai comuni crediti bancari, per i quali la destinazione del credito erogato da parte del debitore è quasi sempre indifferente, fatta salva (e non sempre) la solvibilità di quest’ultimo, i CCF verrebbero emessi per finanziare specifici progetti di utilità collettiva.

La proposta dei CCF non nasce dal nulla. Tiene conto degli studi in materia del Levy Institute, uno dei più noti dipartimenti di economia degli Stati Uniti, e del gruppo di New Economic Perspectives, in specie i lavori di Warren Mosler e L. Randall Wray, che ha studiato l’introduzione in Argentina, ai tempi della crisi, di titoli per certi aspetti simili ai CCF. Tra i precursori dei CCF sono stati ampiamente esaminati i TAN (Tax Anticipation Notes ossia Titoli di Anticipo Tasse), usati per decenni negli Stati Uniti. Quando uno stato o anche un comune di laggiù vuol realizzare un determinato progetto – per dire, ristrutturare un ospedale o ampliare un parco pubblico – ma ha problemi di bilancio, emette una certa quantità di TAN con i quali paga in tutto o in parte le imprese che ci lavorano.

A suo tempo, quando lo riterranno conveniente, queste ultime li useranno per saldare debiti fiscali. Una importante differenza dei TAN a confronto dei CCF è che i primi sono emessi in generale da un singolo ente per un valore limitato – in media alcune centinaia di milioni di dollari – mentre nel caso dei CCF si parla di centinaia di miliardi. Inoltre hanno come scopo un singolo progetto ben delimitato, laddove i CCF non hanno, per così dire, confini prestabiliti. Ciò nonostante, nel febbraio 2015 studiosi del Levy Institute hanno suggerito al ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, di emettere una buona dose di TAN per fronteggiare la carenza di liquidità che affligge il paese. Una firma di punta del “Financial Times”, Wofgang Munchau, ha approvato l’idea.

Anche in Europa vari autori si sono soffermati sul concetto di “moneta fiscale”. Tra loro Bruno Théret del CNRS è lo studioso i cui argomenti hanno forse i maggiori contatti con quelli che sorreggono la proposta dei CFF. Vale la pena di citare un suo passo: «Il federalismo fiscale come noi lo proponiamo, in sintonia con diverse esperienze storiche, propone una rottura del monopolio bancario privato dell’emissione di moneta. Esso suppone che gli stati membri dispongano della capacità di emettere una loro propria moneta detta ‘fiscale’ perché garantita dalle loro entrate fiscali. L’idea soggiacente è che le entrate fiscali di domani (entrate anticipate) possono servire di garanzia per una iniezione monetaria fatta oggi. Le monete così create, appunto perché la loro circolazione è ristretta al territorio nazionale (o regionale), contribuirebbero a a rilanciare l’attività in una economia che soffre per la recessione e la sotto-occupazione.»[3] Va inoltre ricordato che due degli autori qui presenti hanno pubblicato nel 2014 un corposo libro sul tema dei CCF.[4] La proposta dei CCF, in sostanza, ha spalle solide.

Nei mesi scorsi diversi commentatori della proposta in questione, partendo dall’appello diffuso dai promotori che viene riprodotto all’inizio del volume, si sono soffermati soprattutto sul fatto se i CCF siano o meno una moneta parallela all’euro, se siano in contrasto con le norme UE, se rappresentino o meno un fattore di inflazione e altro. Si tratta, oso dire, di questioni secondarie. La questione centrale è che questa proposta rappresenta nella UE il primo tentativo concreto di togliere alle banche il potere esclusivo di creare denaro in varie forme, per restituirlo almeno in parte allo stato.

E’ una delle maggiori questioni politiche della nostra epoca. Di essa si discute sin dall’esplosione della Grande Crisi Globale (GCG) del 2007, e il nucleo della discussione è la necessità di procedere a drastiche riforme del sistema finanziario, inclusa la sua parte in ombra (equivalente come totale di attivi più o meno a quella operante alla luce del sole),[5] prima che esso provochi una nuova crisi. Le lobbies bancarie internazionali, più l’incompetenza o la complicità dei governi, hanno finora bloccato qualsiasi serio intervento in tale direzione. La riforma di Wall Street, basata sulla legge Dodd-Frank del 2010, non ha minimamente impedito al sistema bancario di diventare a tutt’oggi ancora più grosso, complesso e opaco di quanto non fosse prima del 2007 – appunto le tre caratteristiche che hanno fornito il materiale esplosivo per la GCG.

Le riforme in discussione nei parlamenti di Francia, Germania e Regno Unito; l’Unione Bancaria europea da poco varata; le norme di Basilea 3 (più di 500 pagine al posto delle 30 di Basilea 1), equivalgono al tentativo di sollevarsi dalla palude tirandosi per il proprio codino – tentativo riuscito finora, dicono, soltanto al barone di Münchhausen. Al confronto, la proposta dei CCF è un campione di concretezza e aderenza ai problemi reali soggiacenti alla crisi della Ue. Meriterebbe quanto meno di venire seriamente dibattuta.

Anche perché nei riguardi delle riforme del sistema finanziario il vento, da vari segni, sta forse cambiando. Il 15 aprile 2015 la senatrice democratica Elizabeth Warren ha tenuto al Levy Institute una conferenza di eccezionale vigore sul tema “Il lavoro non finito della riforma finanziaria.” Mai un membro influente del Congresso si era spinto così avanti nel chiedere interventi risolutivi in ordine ad alcuni dei principali vizi strutturali del sistema finanziario. In sintesi la senatrice Warren ha chiesto di porre finalmente termine al principio del «troppo grandi [le banche] per lasciarle fallire»; di dividere chiaramente le istituzioni depositarie dalle banche di investimento – che è il dispositivo introdotto dalla legge Glass-Steagall del 1933, abolita da Clinton nel 1999 dopo che Reagan e i suoi avevano già provveduto a svuotarla di ogni efficacia; di impedire alle istituzioni finanziarie di ingannare le persone; di denunciare il lassismo dei regolatori i quali «allorchè le piccole banche infrangono la legge… non esitano a chiudere le banche e gettare i dirigenti in prigione… ma non lo fanno per le maggiori istituzioni finanziarie». A queste si limtano a dare “uno schiaffetto sul polso” e dire “per favore non fatelo di nuovo”.[6]

Un altro segno di possibili mutamenti sul fronte delle riforme finanziarie proviene dall’Islanda. Su richiesta del Primo ministro, è stato redatto e pubblicato a metà marzo 2015 un lungo rapporto intitolato La riforma monetaria – Un miglior sistema monetario per l’Islanda. Il rapporto avanza l’idea che il miglior modo per riformare la finanza consista nell’eliminare del tutto il potere delle banche private di creare denaro, accogliendo la proposta delle associazioni del circuito “Positive Money”, molto attivo nel Regno Unito ma presente in forze in altri 17 paesi, dalla Germania alla Svizzera.[7]

La proposta consiste nel restituire per intero allo stato, ad una data prefissata, la sovranità esclusiva quanto a creazione di denaro. Le banche continuerebbero a fare il loro mestiere di accogliere depositi, custodirli, assicurare i flussi di pagamento, ma non potrebbero prestare ovvero dare a credito nemmeno un soldo che non esista già. Il credito potrebbe derivare soltanto o dal loro patrimonio, oppure da risparmiatori che consentono a che il loro denaro sia prestato a terzi, con un minimo di rischio compensato da un tasso adeguato di interesse. La cosa interessante è che il rapporto è caldamente appoggiato da Adair Turner, il quale non è l’ultimo venuto, essendo stato dal 2008 al 2013 presidente dell’Autorità per i Servizi Finanziari del Regno Unito. D’accordo, l’Islanda è un paese piccolo, e la crisi del 2007 l’ha colpita con eccezionale durezza. Ma il problema di cui si occupa il rapporto è assolutamente generale.

Bisogna lasciare la situazione qual è, o convenire con Adair Turner che «la creazione di denaro è troppo importante per venire lasciata ai soli banchieri»?[8] Un interrogativo al quale la proposta qui contenuta dei CCF non si limita a rispondere positivamente, ma indica pure una strada praticabile per attuare un principio basilare in essa insito: cominciare su scala limitata a restituire allo stato il potere sovrano di emettere denaro, allo scopo di ovviare rapidamente ai disastri che le politiche di austerità hanno prodotto.

NOTE

[1] Sui diversi generi di denaro creato dalle banche v. L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011, spec. cap VII, e Il colpo di stato di finanze e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, Torino 2013, p. 105 sgg.

[2] S. Schulmeister, Geld als Mittel zum (Selbst)Zweck, in K. P. Liessmann (a cura di), Geld. Was die Welt im Innersten zusammehalt, Zolnay, Vienna 2009, p. 168 e passim.

[3] B. Théret, con la collaborazione di W. Kalinowski, De la monnaie unique à la monnaie commune. Pour un fédéralisme monetaire européen, Institut Veblen pour les reformes économiques, Parigi 2012, pp. 4-5. Corsivo mio.

[4] M.Cattaneo, G. Zibordi, La soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana, Hoepli, Milano 2014.

[5] Cfr, Gallino, Il colpo di stato…, op. cit. , cap. 4.

[6] E. Warren, The Unfinished Business of Financial Reform, relazione tenuta il 15/4/2015 alla 24a Conferenza annuale in onore di Hyman P. Minsky, passim. Il testo è disponibile nel sito del Levy Institute.

[7] Un buon punto di partenza per esplorare questo circuito internazionale è il sito inglese http://www.positivemoney.org/.. L’opera più approfondita e attuale in tema di ritorno alla sovranità monetaria dello stato è J. Huber, Monetäre Moderniesierung. Zur Zukunft der Geldordnung: Vollgeld und Monetative, 3a ed., Metropolis, Marburg 2013.

[8] A. Turner, Foreword a F. Sigurjónsson, Monetary Reform – A better monetary reform for Iceland, Reykjavik 2015, p. 8.

(28 marzo 2017)


«Pensiero critico quale capacità di esercitare un giudizio cercando quali alternative esistono, anche in situazioni dove non sembrano essercene, e di scegliere tra di esse guardando a quelle che vanno in direzione dei fini ultimi piuttosto che alla massimizzazione dell’u

tile». MicroMega online, 2 gennaio 2017 (c.m.c.)

Voglio iniziare mettendo in luce alcuni fattori che ritengo fondamentali per definire la figura e il pensiero di Luciano Gallino. (…) Il primo elemento è la sua volontà, il suo impegno – soprattutto negli ultimi vent’anni della sua vita, quelli che mi sono più vicini – di fare pensiero critico: quel tipo di pensiero che oggi è drammaticamente passato di moda. Un tempo, anche in Italia e non solo c’erano gli intellettuali impegnati, per non parlare degli intellettuali organici a certe forme di partito e di cultura.

Luciano Gallino era impegnato anche facendo opera di divulgazione sui media, esponendosi anche politicamente, ma soprattutto era disorganico rispetto alla cultura dominante di oggi, cioè alla sommatoria di neoliberismo e di ordoliberalismo. Il suo era appunto un pensiero critico, l’unica forma possibile e autentica di pensiero – ma dire pensiero critico è quasi una tautologia, il pensiero è critico o non è pensiero -, perché pensare, ragionare, riflettere possono esserlo solo in senso critico, problematico, riflessivo, di approfondimento. Il pensiero critico è l’unica forma di pensiero che Gallino – e io con lui – ammetteva. Dove l’aggettivo appunto rafforza semplicemente il sostantivo. (…).

Critica, dunque, ma non per il gusto – autoreferenziale e improduttivo - di criticare; critica – invece - per andare a scavare sotto la superficie del senso comune e dei luoghi comuni e delle nuove ideologie come appunto il neoliberismo/ordoliberalismo; o per svelare l’apparenza delle ombre della nostra caverna di Platone, ombre (o mondo virtuale) che scambiamo sempre più per realtà.

Critica, infine come modalità per smascherare il potere, le ideologie, ma anche il nostro conformismo, l’opportunismo dell’indifferenza, e soprattutto la rassegnazione che ci prende come unica forma di reazione all’azione pedagogica dell’ideologia neoliberale; e quindi, critica contro quella stupidità che Gallino vedeva nelle politiche europee di austerità e di Fiscal compact, nei neoliberisti e negli ordoliberali al potere nell’eurocrazia di Bruxelles e di Francoforte, oltre che di Berlino. Ma al potere soprattutto nella società, perché il neoliberismo vuole creare un uomo nuovo, vuole pervadere l’intera società e trasformarla in mercato e la vita in competizione, si propone come un tutto – io dico, come una religione - e vuole essere soprattutto una biopolitica (come ha sostenuto Michel Foucault) governando la vita intera delle persone e delle società.

Luciano Gallino era un intellettuale che amava dunque il pensiero critico (quel pensiero, cito, «inteso quale capacità di esercitare un giudizio cercando quali alternative esistono, anche in situazioni dove non sembrano essercene, e di scegliere tra di esse guardando a quelle che vanno in direzione dei fini ultimi piuttosto che alla massimizzazione dell’utile») e non smetteva di praticarlo e di insegnarlo.

Perché era importante (è sempre importante, anche se faticoso) dire il vero, fare parresia direbbe ancora Foucault, smascherare le menzogne del potere perché, come recita la frase di Rosa Luxemburg citata da Gallino nel suo ultimo libro (uscito pochi giorni prima della morte), Il denaro, il debito e la doppia crisi, spiegati ai nostri nipoti: Dire ciò che è, rimane l’atto più rivoluzionario. Perché, appunto dire ciò che è - e non ripetere ciò che il potere dice, questa sì è cosa davvero rivoluzionaria in una società – la nostra – conformista pur negando di esserlo e manipolata incessantemente da una pedagogia neoliberista (che per molti aspetti è «una perversione della vecchia dottrina liberale», secondo Gallino) ma che è pervasiva e invasiva.

Pensiero critico anche contro la rassegnazione, dicevo: perché Gallino – secondo elemento della sua personalità da mettere in luce, lui piemontese austero ma aperto al nuovo e al cambiamento - ha sempre affiancato la critica alla proposta. Era sociologo che studiava la società, ma dallo studio e dall’analisi traeva poi spunto per passare alla proposta. Perché convinto, come detto, che c’è sempre almeno una alternativa rispetto a ciò che si fa e a ciò che si pensa – e anche in questo suo voler proporre sempre almeno un’alternativa vi era la critica del neoliberismo e dell’ordoliberalismo (tema del nostro ultimo scambio di mail) per i quali invece non esisterebbero alternative al mercato e al capitalismo. Capitalismo che Gallino non voleva distinguere dall’economia di mercato (come cercano di fare ad esempio gli ordoliberali) - il primo problematico, la seconda sempre virtuosa - perché capitalismo ed economia di mercato sono la stessa cosa. Distinguerli - perché dire sistema di mercato sarebbe più tranquillizzante rispetto a capitalismo - è solo «una frode linguistica e concettuale». E tuttavia - mi aveva detto in un’intervista uscita sulla rivista Alfabeta2, nel 2014 - «il superamento del capitalismo mi sembra ancora un obiettivo lontano. Ma disciplinarlo, il capitalismo, questo si può. E si deve. E subito».

Anche perché il capitalismo – scriveva Gallino - avrà a che fare con una probabilità e con una certezza: la probabilità è che il futuro del capitalismo sia una stagnazione senza fine; la certezza è invece la crisi del sistema ecologico, «per contrastare il quale occorrerebbe rivedere a fondo il funzionamento dell’economia e il modo di ragionare su di essa». Ma di questo torneremo a parlare alla fine.

E procediamo con ordine. Partiamo dal lavoro, tema centrale nelle riflessioni di Gallino. Anche qui, la Olivetti era stata una scuola speciale. Lo ricordava - nel libro sotto forma di intervista a Paolo Ceri intitolato L’impresa responsabile (il modello Olivetti, appunto) - citando il padre di Adriano Olivetti, Camillo che ricordava al figlio: «tu puoi fare qualunque cosa, tranne licenziare qualcuno per motivo dei nuovi metodi di lavoro, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia» – e viene subito da pensare a oggi, quando si parla nuovamente di morte di milioni di posti di lavoro per effetto di quella che chiamiamo già quarta rivoluzione industriale, quella del digitale e del capitalismo di piattaforma, che porta a nuove tecniche di lavoro via rete e nuovi modi di organizzazione del lavoro. O quando, sempre nel testo citato ma anche ne Il lavoro non è una merce, Gallino ricordava come la Olivetti avesse vissuto una crisi di sovra-produzione nel 1953 e di come Adriano Olivetti la risolse non licenziando 500 operai, come suggerito dal management di allora - che in parte licenziò e in parte trasferì - ma assumendo 700 nuovi impiegati commerciali, ribassando i prezzi della macchine e così rilanciando le vendite. Un’autentica eresia, per i modelli imprenditoriali e capitalistici di oggi.

Dunque, il lavoro. Che era un diritto, come è scritto nella nostra Costituzione – Costituzione che forse, ed è una considerazione personale ma che Gallino sicuramente condividerebbe - dovremmo applicare davvero, prima di modificarla malamente e in senso oligarchico.Lavoro che è diventato o è ridiventato – come se il vecchio Progresso si tramutasse in Regresso, per una ennesima eterogenesi dei fini della storia - ciò che non doveva mai più essere, cioè una merce.

Mercificando, reificando non solo il lavoro ma anche i lavoratori. E quindi, ecco il suo libro del 2007, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità. Che aggiornava il saggio del 2001, intitolato: Il costo umano della flessibilità. Libro del 2007 dove subito ammetteva: «mentre in quel saggio del 2001 intravedevo alcuni modi per rendere sostenibile la flessibilità senza intervenire più che tanto sulle sue cause, reputo oggi che sia su queste» – cioè appunto sulle cause della flessibilità – «che occorre porre la maggiore attenzione», perché la tempesta che sta travolgendo le forme novecentesche del lavoro e la considerazione del lavoro come diritto sociale, «deriva dall’aver messo in competizione tra loro, deliberatamente il mezzo miliardo di lavoratori del mondo che hanno goduto per alcuni decenni di buoni salari e buone condizioni di lavoro, con un miliardo e mezzo di nuovi salariati che lavorano in condizioni orrende, con salari miserandi. La richiesta di accrescere i lavori flessibili, è un aspetto di tale competizione».

(…) Aggiungendo subito dopo: «Il problema che la politica dovrebbe affrontare sta nel far sì che l’incontro, che prima o poi avverrà, tra queste due parti della popolazione mondiale, avvenga verso l’alto della scala dei salari e dei diritti, piuttosto che verso il basso». L’auspicio, come sappiamo, si è risolto nel suo contrario – il benchmark è sempre il lavoratore sfruttato dell’Asia o il lavoratore sempre più precarizzato e uberizzato dell’Occidente - e da qui i successivi interventi di Gallino sul tema, e penso al suo La lotta di classe dopo la lotta di classe, del 2012, uscito nel pieno della crisi causata dal capitalismo finanziario oltre che dalla diffusione delle nuove tecnologie.

Per vedere come la tempesta non sia passata, ma si aggravi sempre più – pensiamo al caso di Apple. Azienda leader delle nuove tecnologie ma anche dell’immaginario collettivo, della tecnica come forma o come esperienza religiosa-quasi misticheggiante (per noi feticisti tecnologici), ma che sfrutta i lavoratori cinesi che producono gli iPhone con turni di 12 ore al giorno per sei giorni alla settimana. O agli effetti del JobsAct italiano, per il quale gli ultimi dati evidenziano, ancora una volta che la flessibilizzazione del lavoro non produce occupazione (come vorrebbe il non-pensiero dominante; ancora: neoliberismo & ordoliberalismo) ma disoccupazione e altra flessibilizzazione - e soprattutto precarizzazione del lavoro e quindi delle vite di tutti. O pensiamo ancora ai ragazzi di Foodora, saliti alle cronache di questi ultimi giorni per le loro proteste contro i tagli salariali e la loro precarizzazione lavorativa (l’essere lavoratori dipendenti di fatto, ma essere considerati formalmente come lavoratori autonomi della gig economy, l’economia dei lavoretti, o meglio, come preferisco chiamarla: economia della sopravvivenza in tempi di crisi).

Gallino definiva la flessibilità in questo modo: «si usano definire flessibili, in generale, o così si sottintendono, i lavori o meglio le occupazioni che richiedono alla persona di adattare ripetutamente l’organizzazione della propria esistenza – nell’arco della vita, dell’anno, sovente del mese o della settimana – alle esigenze mutevoli della o delle organizzazioni produttive che la occupano o si offrono di occuparla, private o pubbliche che siano. Tali modi di lavorare, o di essere occupati impongono alla gran maggioranza di coloro che vi sono esposti per lunghi periodi un rilevante costo umano, poiché sono capaci di modificare o sconvolgere, seppure in varia misura, oltre alle condizioni della prestazione lavorativa, anche il mondo della vita, il complesso dell’esistenza personale e familiare».

E per definire meglio il processo in atto allora - e ancora di più oggi - distingueva tra flessibilità dell’occupazione e flessibilità della prestazione. La prima consiste «nella possibilità, da parte di un’impresa, di far variare in più o in meno la quantità di forza lavoro (…) quanto maggiore è la facilità di licenziare o di occupare salariati con contratti atipici e di breve durata». La flessibilità della prestazione si riferisce invece «all’eventuale modulazione, da parte dell’impresa, di vari parametri» quali «l’articolazione differenziale dei salari per ancorarli ai meriti individuali o alla produttività di reparto o di impresa, la modificazione degli orari, il lavoro a turni, gli orari slittanti, quelli annualizzati, l’uso degli straordinari». A questi esempi potremmo aggiungere oggi, e ancora, il lavoro uberizzato, una certa sharing economy, la gig economy.

E dalla flessibilità/flessibilizzazione del lavoro alla precarietà il passo era ed è breve. Scriveva Gallino: «Il termine precarietà non connota la natura del singolo contratto atipico, bensì la condizione umana e sociale che deriva da una sequenza di essi, nonché la probabilità, progressivamente più elevata a mano a mano che la sequenza si allunga, di non arrivare mai a uscirne. (…) La precarietà oggi è dappertutto, scriveva già tempo addietro Pierre Bourdieu. Il lavoro precario ha provveduto a riportare indietro di generazioni» il mondo del lavoro. Deliberatamente, ancora una volta, perché questo serviva e serve a garantire competitività e produttività al nuovo capitalismo che si stava sviluppando con e grazie alla rete; e perché serve a trasformare il mercato del lavoro – orrendo concetto, visto che sottintende un mercato di individui/persone - e a piegarlo alle esigenze economiche ma soprattutto ideologiche del neoliberismo e dell’ordoliberalismo.

Una precarietà che da una parte toglie il futuro; e dall’altro alimenta – e dovremmo ricordarlo, oggi che vediamo nascere o consolidarsi movimenti populisti in molte parti del mondo – l’antipolitica, l’astensionismo, l’indifferenza verso le cose comuni; e dall’altro ancora toglie identità al lavoratore, lo de-soggettivizza (non è più un soggetto, ma un oggetto del mercato) e insieme lo de-socializza, lo aliena dagli altri e da una società dove, in nome della competizione, sono state rottamate l’uguaglianza, la solidarietà e quindi, conseguentemente, la libertà.

Gallino aveva anche distinto (come in Financapitalismo) tra produzione di valore ed estrazione di valore. La prima produce e crea valore ad esempio costruendo una casa, una scuola, producendo un farmaco utile a debellare malattie; la seconda estrae valore e pensiamo alla speculazione finanziaria o immobiliare o al Big Data, con imprese che producono profitto estraendo valore – con il data mining - dai dati che lasciamo gratuitamente in rete. Ma il processo di estrazione del valore, scriveva Gallino è qualcosa che riguarda in parallelo anche l’organizzazione del lavoro, come: «pagare il meno possibile il tempo di lavoro effettivo; far sì che le persone lavorino, in modo consapevole o no, senza doverle retribuire; minimizzare, e laddove possibile azzerare, qualsiasi onere addizionale che gravi sul tempo di lavoro, quali imposte, contributi previdenziali, assicurazione sanitaria e simili» –- e mi piace ricordare gli scritti di Gallino a proposito dell’introduzione, alla Fiat, del Wcm, il world class manufacturing, la nuova organizzazione del lavoro e che fu anche oggetto del referendum tra i lavoratori nel 2010: Wcm iper-moderno secondo la Fiat, iper-taylorista, cioè vecchio - o peggio che vecchio, anche se 2.0 - secondo Gallino, producendo un’ulteriore intensificazione dei ritmi e dei tempi di lavoro, tanto che ben 19 pagine su 36 del documento allora presentato dalla Fiat ai sindacati erano dedicate alla metrica del lavoro; e la flessibilità è anche, ad esempio, in 80 ore di straordinari a testa che l’azienda può imporre ai lavoratori, a sua discrezione e senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso di soli due o tre giorni. L’obiettivo – commentava Gallino - è sempre aumentare la produttività, riducendo anche i tempi morti, come le pause; il modello o l’ideale è invece il robot che non rallenta mai il ritmo, non si distrae e soprattutto non protesta.

Ma perché questa flessibilizzazione del lavoro? Tutto nasce - provo a riassumere brevemente qualcosa che è ancora in corso – con la supposta crisi del modello fordista (fatto di grandi fabbriche, molti lavoratori, produzione di massa di beni standardizzati, lavoro disciplinare e disciplinato secondo l’organizzazione scientifica del lavoro di Taylor, quella che Zygmunt Bauman ha definito la modernità pesante - ma anche il matrimonio di interesse tra capitale e lavoro ovvero più cresce la produzione più crescono i salari, più è possibile redistribuire parte dei profitti) e quindi, poi – nel momento in cui il fordismo sembra entrare in crisi - il passaggio dal fordismo a quello che in troppi hanno definito come post-fordismo.

Post-fordismo dominato dalla produzione snella secondo il modello Toyota; dal just-in-time; dalla esternalizzazione di fasi di produzione ma oggi anche dei lavoratori perché questo è l’uberizzazione del lavoro; dalla auto-attivazione e dalla motivazione dei lavoratori al diffondersi della psicologia del lavoro (che porta a far fare senza quasi avere più l’ordine di dover fare); il passaggio dal lavoro come prestazione in cambio di un salario al lavoro come collaborazione con l’impresa (o con la rete), oggi come condivisione anche in cambio di un salario/compenso decrescente; e poi la personalizzazione dei consumi (vera o meglio: presunta) e dei messaggi pubblicitari; il passaggio dalla modernità pesante alla modernità liquida (ancora Bauman), dove niente ha più forma stabile e durevole (relazioni e amore compresi), mentre il consumatore è libero di muoversi in rete, come pure le stesse imprese e la rete è ovviamente de-territorializzata e de-materializzata.

Ovvero, scriveva Gallino: «La generalizzazione del modello organizzativo fondato sul criterio per cui tutto deve avvenire giusto in tempo conduce all’interiorizzazione da parte del lavoratore d’una sorta di catena invisibile che costringe a lavorare a ritmi frenetici, pur in assenza di controlli ravvicinati da parte dei capi». Il post-fordismo ha fatto cioè introiettare a ciascuno cosa deve fare e come nonché il principio dell’accelerazione continua e dell’intensificazione crescente della propria prestazione.

Al confronto, Tempi moderni di Chaplin è la preistoria dell’organizzazione del lavoro in rete, ma la rete – aggiungiamo – è solo la vecchia catena di montaggio con altri mezzi o in altra forma.(…) Il punto di arrivo – e l’obiettivo è stato pienamente raggiunto, ma si perfeziona sempre di più - è avere anche un lavoratore che sia flessibile. Just-in-time. Idea apparentemente geniale e apparentemente nuova (in verità l’industria automobilistica americana aveva cominciato a introdurre flessibilità nei suoi stabilimenti fin dagli anni ’30, arrivando a presentare un nuovo modello o un modello aggiornato ogni anno, attivando quelle tecniche di invecchiamento psicologico dei prodotti che tanta parte hanno anche oggi nella motivazione a consumare e nello spingere a innovare sempre e comunque).

Se non fosse che in questo modo – flessibilizzando il lavoro e impoverendo i lavoratori, invece di raddoppiargli il salario come aveva fatto Ford nel 1914 – si impoverisce anche la domanda, generando il circolo vizioso in cui siamo sprofondati non tanto dalla crisi del 2008, ma da almeno trent’anni, quelli appunto dell’egemonia dell’ideologia neoliberista, della globalizzazione e delle nuove tecnologie.

(…) Flessibilizzazione del lavoro e dei lavoratori, per la flessibilizzazione - o meglio la riduzione progressiva - dei diritti del lavoro, del diritto al lavoro e del lavoro come diritto. Un altro degli obiettivi del capitalismo e del mondo dell’impresa, che non hanno perso l’occasione offerta dalle nuove tecnologie individualizzanti per indebolire non solo il sindacato e per ridurre quel poco di democrazia che era riuscita, negli anni ’70, a varcare i cancelli delle fabbriche e degli uffici, ma gli stessi lavoratori.

Facile, riducendo nuovamente il lavoro a merce, nonostante il lavoro e una giusta retribuzione siano diritti universali e quindi inalienabili dell’uomo (oltre che secondo la Costituzione italiana); e nonostante il fatto che la Dichiarazione di Filadelfia del 1944, concernente le finalità dell’Organizzazione internazionale del lavoro – ricordata appunto da Gallino – affermi solennemente che il lavoro non è una merce. E invece sì. Perché questo voleva il neoliberismo – il mercato come unico valore e come unica forma di organizzazione anche sociale. Per una società che deve essere anch’essa flessibile (richiamando Richard Sennett), quindi perennemente attiva, perennemente al lavoro o alla ricerca di un lavoro quale che sia, alzando sempre più l’asticella della produttività e insieme della flessibilità.

Dove individualizzazione e flessibilizzazione sono determinate soprattutto dalle nuove tecnologie, perché: «Senza Itc non sarebbe possibile coordinare unità produttive che non si arrestano mai e che debbono essere collegate in tempo reale con mille altre unità produttive e distributive nel mondo . (…) Esiste dunque una relazione speciale tra le nozioni di lavoro flessibile, società flessibile e società dell’informazione».

E quindi, «all’organizzazione sociale si chiede di assomigliare sempre di più all’organizzazione di un’impresa. Come sappiamo le imprese decentrano, si frammentano in unità sempre più piccole e mutevoli, coordinate da reti globali di comunicazione sempre più efficienti e capillari. L’organizzazione aziendale si appiattisce, diminuendo e fluidificando i livelli gerarchici, generalizzando il lavoro di squadra, puntando a esternalizzare tutte le attività che non attengono alla sua missione primaria». (…). Una flessibilità cresciuta sempre più dall’anno (il 2007) di pubblicazione di Il lavoro non è una merce. I processi di flessibilizzazione, outsourcing, sharing e di individualizzazione dei rapporti di lavoro sono cresciuti a dismisura fino a diventare la norma e insieme la normalità del lavoro e della vita di oggi.

Perché singolarizzazione contrattuale, individualizzazione pseudo-imprenditoriale, retoriche dell’autonomia e della libertà, flessibilità e adattamento come nuova condizione esistenziale (come vocazione-beruf individuale) sono, appunto parte essenziale e insieme premessa (la biopolitica, direbbe Michel Foucault) dell’esplosione, frantumazione e impoverimento del lavoro di questi decenni. Grazie a questo, oggi il capitalismo delle piattaforme e gran parte di quella che si è autodefinita sharing economy (ma non lo è) – così come ieri il capitalismo cognitivo, il mito post-operaista dell’intelligenza collettiva, l’economia della conoscenza - mettono al lavoro e sfruttano (estraendo appunto valore invece di produrre valore da redistribuire) il lavoro dei singoli singolarizzati e isolati e quindi più flessibili e disciplinati, più utili e docili (ancora Foucault) e quindi meglio integrabili nell’apparato.

Grazie (anche) al passaggio – come sosteniamo, usando ed estendendo le riflessioni di Luciano Gallino – non dal fordismo a un virtuoso post-fordismo, ma dal fordismo concentrato delle grandi fabbriche di ieri al fordismo individualizzato di oggi, con una rete (e i suoi algoritmi) che è sempre più mezzo di connessione eteronoma di ciascuno nella grande fabbrica globale digitale. E l’uberizzazione diffusa del lavoro, si dice, consentirà di comprare lavoro e competenze in caso di bisogno (è il lavoro on demand) e a prezzo decrescente, scomporrà ancora di più le organizzazioni d’impresa, flessibilizzerà ancora di più il mercato del lavoro, produrrà migliaia di falsi imprenditori di se stessi – ma questo non è davvero niente di nuovo, se non l’estremizzazione del vecchio just in time applicato alle risorse umane. Ed è lavoro quasi-servile, quindi peggio che fordista. Riverniciato di modernità e di ineluttabilità, dove vince chi è più veloce ad adattarsi.

(…) Ma vi è un aspetto importante sul tema delle nuove tecnologie che vorrei sottolineare. Ricordando che gli anni ’90 del ‘900 sono stati gli anni della new o net economy, dell’esplosione della rete e del tecno-entusiasmo, tutti allora convinti che i vecchi e fastidiosi cicli economici fossero finalmente finiti e che, proprio grazie alle nuove tecnologie fosse iniziata una nuova era di benessere crescente per tutti e che – soprattutto – queste nuove tecnologie avrebbero permesso di lavorare meno, di avere più tempo libero, di fare meno fatica, portandoci nella società della conoscenza e del lavoro immateriale se non alla realizzazione del general intellect marxiano.

Riconosceva invece Gallino, smentendo il tecno-entusiasmo dei molti se non dei più: le ricerche condotte in diversi paesi europei, «descrivono, al contrario, situazioni diffuse di intensificazione (che vuol dire fare più cose nel medesimo tempo) e densificazione del lavoro (che significa, invece, soppressione di ogni tipo di pausa nel calcolo dell’orario)». Il processo è inarrestabile, e oggi siamo arrivati nella società del 24x7, l’intensificazione e la densificazione del lavoro sono cresciute ancora, è caduta la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita, siamo oggetti economici (lavoratori, consumatori, innovatori) in servizio permanente effettivo e siamo felici di esserlo (se non opponiamo resistenza e opposizione vuol dire che accettiamo questo meccanismo), autonomamente o con l’aiuto di un coach o della nuova figura del chief happiness officer, traducibile come capo del servizio felicità di un’impresa. Ovvero, la realtà prodotta dalla terza rivoluzione industriale è stata ben diversa dalle promesse, e tale rischia di essere la situazione prodotta dalla nuova, quarta rivoluzione industriale.

Ancora un passo indietro, dal 2001 de Il costo umano della flessibilità, al 1998 e a un altro libro importante di Gallino: Se tre milioni vi sembran pochi. Sottotitolo: Sui modi per combattere la disoccupazione. Un libro che si schiera apertamente contro il pensiero unico neoliberista trionfante in quel decennio – ridefinito come Pec, pensiero economicamente corretto – e contro le ricette di moda allora, anche nell’Università e sui mass media. Quelle per cui: ci sarà ripresa economica se ci sarà più flessibilità per le imprese di licenziare, i giovani devono adattarsi a questa flessibilità e abbandonare l’idea del posto fisso, le innovazioni tecnologiche creano sul lungo termine più occupazione di quanta ne distruggano nel breve termine e anche questa volta non sarà diverso dalle grandi innovazioni del passato, lo stato sociale è la causa di tutti i mali dell’economia.

Un libro dove si parla anche e necessariamente di nuove tecnologie che, secondo Gallino hanno spezzato il circolo virtuoso tra tecnologia e occupazione del passato e la rottura ha un carattere strutturale e non solo congiunturale. Arrivando all’automazione ricorsiva – «robot che fabbricano robot, computer che controllano la fabbricazione di computer, computer che controllano le attività di computer e di reti di computer, software che controllano la produzione e la riproduzione industriale di software», e oggi, aggiornando quel testo di venti anni fa diremmo: gli algoritmi e il Big Data – alle imprese virtuali alla incessante re-ingegnerizzazione organizzativa, alla esternalizzazione/outsourcing dei processi, alla lean production, all’impresa a rete e alla delocalizzazione. Tutte trasformazioni indotte, prodotte, permesse, facilitate dall’innovazione tecnologica della rete.

E poi, la terza parte del libro, quella appunto propositiva per uscire dall’impasse occupazionale e che riprenderà poi nei suoi ultimi saggi e articoli sui media. Partendo dal fatto che in Italia esiste una autentica miniera di lavoro ancora non sfruttata, dalla difesa del suolo alla tutela ambientale, dai beni culturali alla formazione e ricerca. Un lavoro da creare non tanto per «moltiplicare gli oggetti da avere in casa» (traducibile in ‘più consumismo’), bensì per migliorare la qualità della vita. Per questo, scriveva - denunciando un problema che da allora si è semmai drammaticamente aggravato - è però indispensabile «allungare l’orizzonte temporale della politica», uscendo dalla logica del breve termine, che la politica ha appreso purtroppo dal mondo dell’impresa, su cui sta rimodellando se stessa, uccidendo se stessa.

(…) Ancora un breve passo indietro, questa volta al 1983 e al libro, Informatica e qualità del lavoro. Un libro che mi piace citare non solo perché affronta nuovamente il tema delle tecnologie dell’informazione, allora agli inizi, Gallino osservandole con grande chiarezza nei loro possibili effetti; non solo perché lo stile è tutto diverso dai libri citati in precedenza, qui frasi più complesse con ricca dotazione di tabelle e di schemi; quanto perché pone all’attenzione del lettore un tema che mi è caro, quello del rapporto tra impresa e democrazia e tra nuove tecnologie (la tecnica) e democrazia.

Lavoro e democrazia e fabbrica. Con tutti i problemi che questo intreccio tra doveri e diritti produce in termini di autonomia e di eteronomia, di riconoscimento di diritti e di coinvolgimento dei lavoratori nei processi di lavoro e decisionali, in termini di costruzione dell’organizzazione stessa del lavoro. Dove quindi la distinzione tra autonomia ed eteronomia, tra persuasione e manipolazione si fa sempre più labile, tanto più quando, come oggi, si chiede al lavoratore di interiorizzare e di introiettare i valori dell’impresa per cui lavora - a prescindere dal come questo lavoratore è occupato.

E’ quella che io chiamo alienazione ben mascherata, perché l’alienazione non scompare, ma è ben occultata da meccanismi di coinvolgimento, empatia, auto-attivazione dei dipendenti nella logica d’impresa. Teniamo poi presente che se allora la democrazia in fabbrica era un tema di discussione e non si metteva in dubbio il fatto che nell’impresa dovesse esserci almeno un po’ di democrazia, oggi è condiviso (anche dai miei studenti ed è difficile smontare questa certezza) che nell’impresa non possa e non debba esserci democrazia, perché l’impresa è dell’imprenditore e può farci ciò che vuole.

(…) Le tecnologie dell’informazione, scriveva Gallino nel 1983, stanno cambiando le nostre vite, individuali e collettive e il nostro modo di lavorare, soprattutto per la velocità con cui avvengono. Se in meglio o in peggio, si domandava, non dipenderà dalle loro caratteristiche oggettive, quanto dai criteri che guideranno il loro sviluppo. Ovvero: le tecnologie dell’informazione possono fare molto per migliorare la qualità del lavoro umano, ma le stesse potenzialità della tecnica possono anche asservirlo ulteriormente o impoverirlo in misura mai vista prima; o addirittura per eliminarlo. «Per il momento», scriveva, «varie scelte sono ancora possibili».

Oggi, in tempi di algoritmi che tutto sanno di noi e tutto determinano in noi, algoritmi che addirittura sono il nuovo imprenditore o il nostro nuovo responsabile del personale (penso ancora a Uber e a Foodora), tutto si è fatto ancora più complicato e difficile. (…). «Quale che sia la struttura dell’azienda, permane il conflitto tra individuo e organizzazione. Esso non è altro che una versione del conflitto tra affettività e norma, tra interessi privati e interessi collettivi e come tale è insopprimibile».

Conflitto insopprimibile, ma la democratizzazione può limitarlo. Anche o soprattutto mediante e mediata dalle nuove tecnologie, scriveva Gallino, «eliminando per quanto possibile, l’accesso differenziale alle risorse, soprattutto l’informazione», e allo stesso tempo riducendo «i tempi di consultazione delle preferenze, l’onerosità e infine i costi del sistema democratico, il che significa, anzitutto, accelerare i tempi di consultazione delle preferenze, di formazione di una volontà generale e di esplorazione di azioni alternative».Democrazia e nuove tecnologie, un matrimonio possibile dunque. Ma perché questo accada, aggiungeva Gallino, occorre «una effettiva volontà di democratizzazione». Che è appunto ciò che sempre più manca, portandoci lentamente verso quella che chiamo l’autocrazia degli algoritmi).

(…) E veniamo agli ultimi anni. Quelli di riflessione sui processi di finanziarizzazione dell’economia, del colpo di stato di banche e governi, di fine delle classi sociali e della lotta di classe perché vinta dai ricchi invece che dal proletariato, delle disuguaglianze crescenti e poi la doppia crisi in cui siamo immersi. Anni spesi a difesa dell’intelligenza, della democrazia vera contro le perversioni della tecnocrazia europea e contro quell’ assolutismo esercitato dal mercato - anzi, dal capitalismo. Contro l’egemonia del neoliberismo e dell’ordoliberalismo, contro la trasformazione della società in puro mercato, contro la de-sovranizzazione del demos ad opera delle oligarchie e degli oligopoli economici e finanziari.

E il colpo di stato di banche e governi. Un titolo forte. Preso – riassumeva Gallino nell’intervista per Alfabeta2 – «dalla scienza politica e applicato alla nostra realtà economica di questi ultimi anni. Scienza politica che parla appunto di colpo di stato quando una parte della società si appropria con la forza di poteri che altrimenti non le spetterebbero. Le Costituzioni democratiche ovviamente escludono l’ammissibilità del colpo di stato (che cancella libertà, democrazia e società in nome di un presunto stato di eccezione). Quello che è successo in Europa in questi ultimi sei anni è appunto un colpo di stato. Contro le Costituzioni dei singoli Stati ma anche contro gli stessi trattati dell’Unione europea.

«Un golpe strisciante, in un certo senso. Perché tutto ciò che è accaduto, era già scritto, era stato iniziato dalla Thatcher e poi sviluppato da Reagan negli Stati Uniti, il loro era il neoliberismo di Milton Friedman e prima ancora di Friedrich von Hayek, poi applicato un po’ ovunque nel mondo dal Fondo monetario, dall’Ocse, poi dall’Unione europea e dalla Bce. Per anni il neoliberismo è stato davvero il pensiero unico economico dell’Occidente e delle sue istituzioni economiche. E sembra che nessuna correzione sia possibile (…). L’Europa è vittima sacrificale di un’autentica teologia economica, di una teologia neoliberale. Secondo la quale il mercato è sempre efficiente, lo Stato è sempre spreco e inefficienza, la competizione è una pratica virtuosa. Sono clamorosi errori. Ma questa teologia è ancora vincente nell’opinione pubblica, soprattutto nelle università, nell’accademia, nei mass media».

Oggi, in Europa, continuava, si sta verificando «un pericoloso arretramento dell’intero processo democratico, di una portata tale da essersi verificato, finora solo quando un sistema democratico è stato sostituito da una dittatura». (…). E aggiungeva: «Sin dal 2010, la Commissione e il Consiglio europeo hanno avviato un piano di trasferimento di poteri dagli stati membri alle istituzioni europee che, per la sua ampiezza e il grado di dettaglio rappresenta una espropriazione inaudita, non prevista neppure dei trattati, della sovranità degli stessi stati».

Che fare? Gallino immaginava un nuovo New Deal. Perché il New Deal «non è cosa del passato. Certo, la realtà di oggi è in parte diversa. Ma l’idea resta validissima. Soprattutto davanti allo scandalo della disoccupazione (…). Ed essere senza lavoro è una condizione ancora peggiore del non avere un reddito, perché mina la stima di sé, minaccia la coesione sociale e non si crea valore perché senza lavoro non c’è crescita, mentre non vale il contrario (come invece si crede oggi). Lo stato allora deve intervenire direttamente per creare occupazione (e Roosevelt, in pochi mesi, diede un lavoro, quindi stima sociale e autostima, a oltre 4 milioni di disoccupati americani). Oggi serve qualcosa di simile. L’ostacolo non è la mancanza di risorse finanziarie, l’ostacolo è ideologico. Oggi l’egemonia neoliberista fa credere a tutti e a ciascuno che la disoccupazione sia una colpa individuale del lavoratore. Che non si adatta, che non abbassa le sue pretese, che non è flessibile. Questo ostacolo ideologico va superato. Perché appunto ostacolo non sono le risorse, ma i dogmi neoliberisti».

(…) E veniamo al suo ultimo libro, quello sulla doppia crisi, recuperando alcune parti di questo suo testamento politico e intellettuale – non saprei come altrimenti chiamarlo – che lui aveva appunto dedicato ai nipoti, ma in fondo tutti siamo oggi in qualche modo suoi nipoti. Un libro amaro, perché, scrive, «quel che vorrei provare a raccontarvi è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale e morale. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza, e quella di pensiero critico». (…) Ma c’è di più: le riforme economico-sociali imposte dall’Europa, «lasciano chiaramente intendere che in gioco non c’era soltanto la demolizione dello stato sociale, ma la ristrutturazione dell’intera società secondo il modello della cultura politica neoliberale, o meglio di una sua variante: l’ordoliberalismo».

E ancora: «Causa fondamentale della sconfitta dell’uguaglianza è stata, dagli anni Ottanta in poi, la doppia crisi, del capitalismo e del sistema ecologico, quest’ultima strettamente collegata con la prima». Perché alla sua crisi a molte facce, il capitalismo («che pare davvero si stia avviando verso la sua fine» – ha scritto Gallino, anche se non sappiamo ancora quando ciò avverrà) ha reagito «accrescendo lo sfruttamento irresponsabile dei sistemi che sostengono la vita, nonché ostacolando in tutti i modi gli interventi che sarebbe necessario adottare prima che sia troppo tardi».

E quindi, la crisi del capitalismo e la crisi ecologica «non sono due eventi che si possano affrontare separatamente».

Gallino chiudeva il suo libro-testamento con un capitolo quinto – scendendo nuovamente nel concreto – dedicato alla ricerca di alternative. Proposte che vanno nella direzione di attuare mutamenti profondi nel modo di produzione, di lavorare e di consumare; nel sistema finanziario; nell’organizzazione dei processi politici, nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze, nella rivalutazione della società civile e dei corpi sociali intermedi.

(…) E allora arriviamo al tema delle classi sociali, che sembrano scomparse ma che invece esistono, sosteneva Gallino, solo che – utilizzando la distinzione marxiana – sono tornate ad essere classi in sé (il proletariato, come detto, non è mai stato così numeroso come oggi) ma non classi per sé (sono incapaci di agire collettivamente e progettualmente), hanno perduto ogni possibile coscienza di classe, sono incapaci di diventare soggetto collettivo. (…) Gallino scriveva (in La lotta di classe dopo la lotta di classe) che occorre rilanciare la dialettica all’interno della società, tra capitale e lavoro, tra culture politiche differenti.

Perché coloro che stanno alla base della piramide sociale possano finalmente dimostrare, ai politici di destra ma soprattutto di sinistra, che esistono, che sono stanchi di essere sconfitti e che si stanno ri-attrezzando per cambiare il corso della storia. (…) Qualcosa forse si muove, scriveva. E tuttavia, se una vera forza di opposizione non si formasse neppure ora, «quello che ci attende è un ulteriore degrado dell’economia e del tessuto sociale». E tuttavia: «Nessuno è veramente sconfitto se riesce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è, può essere diversamente e si adopera per essere fedele a tale ideale». E quindi: «Considerate questo piccolo libro come un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa».

E a mia volta concludo dicendo: considerate anche voi questo mio ricordo di Luciano Gallino come un modesto tentativo per coltivare un po’ di pensiero critico nell’età, appunto, della sua scomparsa.

* estratti della conferenza di Lelio Demichelis alla Fondazione Calzari Trebeschi - Brescia, 27 ottobre 2016. Il testo completo su: www.fondazionetrebeschi.it - Lelio Demichelis insegna Sociologia economica all’Università degli Studi dell’Insubria.

«Repubblica e un testo inedito che spiega come l’uscita dall’Euro possa essere una scelta progressista e non populista». La Repubblica

Uscire dall’euro per abbandonare le ricette neoliberiste che lo hanno governato negli ultimi anni. Uscire dall’euro ma non rinunciare all’idea di Europa. Dunque rimanere nella Ue riprendendo la nostra moneta nazionale per tornare ad essere liberi nelle scelte politiche ed economiche.

Il saggio di Luciano Gallino che conclude la raccolta dei suoi articoli comparsi su Repubblica è un testo inedito, scritto un mese prima della scomparsa del professore. Una sorta di testamento intellettuale dunque, il tentativo di ragionare con lucida e spietata semplicità su quello che a sinistra è rimasto un tabù per molti anni prima che la crisi greca mescolasse definitivamene le carte in tavola. L’idea cioè che si potesse uscire dalla moneta unica in nome di una posizione né nazionalista né populista ma anzi progressista, per essere più aderenti all’idea orginaria dei padri fondatori dell’Europa, non certo per rifiutarla. Una posizione che si porta implicitamente dietro l’affermazione del tradimento dello spirito originario della costruzione europea.

Negli articoli che precedono l’inedito e che sono già stati pubblicati, Gallino ricostruisce la genesi di quel tradimento. Che non deriva solo dal pervasivo diffondersi dell’ideologia neoliberista di quà e di là dell’Atlantico ma anche dalla scelta di trasferire il debito dai privati e dalle banche agli Stati e dalla folgorante vittoria tedesca nelle trattative per stabilire il valore dell’euro, una moneta, sostiene Gallino, «costruita a misura di marco». Premesse che non facevano prevedere nulla di buono.

Gallino arriva addirittura a citare la fosca e purtroppo azzeccata previsione del giovane Keynes sulle conseguenze disastrose per l’intera Europa del trattato di pace vessatorio per i tedeschi che concluse la prima guerra mondiale. Se quel giudizio valeva allora per la Germania perché non avrebbe dovuto valere nel 2013 per la Grecia prona di fronte ai dettami della Troika?

Oggi, a pochi mesi di distanza dal saggio di Gallino, l’idea che si possa tornare indietro nella costruzione progressiva dell’Europa sta diventando di stringente attualità. In Gran Bretagna, dove l’adesione all’eurozona non è mai stata accettata, un referendum propone ora di uscire addirittura dall’Unione. Così, ancora una volta, le proposte di Gallino che a prima vista apparivano non di rado radicali, si dimostrano in realtà animate da un insospettato riformismo di fondo.

Solo chi ha seguito negli anni il professore sa che quella del riformismo radicale non è una scoperta tardiva ma è stata la cifra della sua attività di studioso. Il saggio di Gallino si presenta come un vero e proprio manuale giuridico per capire quali sono le leggi e gli articoli che possono consentire il recesso dall’euro. Questione che non basta il ritorno alla normalità dello spread a considerare definitivamente archiviata.

Con Luciano Gallino, a cui oggi Torino darà l’ultimo saluto, se ne va via la dimostrazione più evidente di quanto la retorica della gioventù sia farlocca e demagogica. L’anagrafe non è garante di nulla, se non di una, peraltro solo statistica, salute migliore. L’essere giovani non è una patente di intelligenza.

La giovinezza, sbandierata come un programma politico, non produce in automatico né elasticità mentale, né progressismo, né pensieri illuminati, etici o lungimiranti. Non è un dispositivo per la generazione automatica di rivoluzionari, la giovane età. È un tempo, e il tempo è un organismo delicato: se mal trattato si ammala, e se si ammala il tempo si ammala il mondo.

Questa mattina verrà cremato un uomo di 88 anni, un intellettuale non incline al compromesso, lucido nel suo pensiero, visionario di quello che c’era – ovvero refrattario a ogni propaganda – insubordinato, impavido, osteggiatore di ogni status quo imposto come tale, disinnescatore di tutti gli ordigni ideologici. Questa mattina passerà attraverso il fuoco un gran lettore, ovvero, per definizione, qualcuno che non si accontenta del mondo che ha, qualcuno che quel mondo vuole interrogarlo, metterlo alla prova di una domanda.

Ha guardato in faccia il mondo della finanza e ha visto che non era un destino ma una scelta degli uomini, e quella scelta aveva un prezzo che solo alcuni avrebbero pagato. Ha guardato frontalmente le promesse e si è accorto, dati alla mano, che le parole posso ingannare, e che le promesse possono essere bugie vestite bene. Ha pensato che essere vecchi non fosse un valore ma una responsabilità, quella di mettere a disposizione di chi arriva una lettura aggiuntiva del mondo.

Per questo amava la letteratura, e per questo andava orgoglioso di avere tradotto quel romanzo immenso che è L’uomo invisibile di Ralph Ellison. Perché con la letteratura condivideva l’impertinenza, ovvero il sabotaggio costante di ogni forma prestabilita: l’ostilità a ogni accettazione acritica non come atto di protesta ma di cittadinanza, e in qualche modo di piacere.

Luciano Gallino era tutto questo, e naturalmente molto di più. E a metterle in fila, tutte queste che ho elencato sembrerebbero prerogative dell’età giovane. Della sua età aveva la compostezza, le abitudini estetiche, il rispetto di codici comportamentali che vorremmo non desueti ma assodati una volta per tutte.

Dall’altra parte, a Palazzo Chigi, abbiamo un Presidente del Consiglio di 40 anni. Stando all’anagrafe e al contesto in cui opera, quello della politica, si potrebbe persino definire giovane.

L’essere giovani è stato un programma elettorale, e grazie alla retorica del largo-ai-giovani si è fatto largo anche lui. Poi ha imposto politiche conformi ai diktat della finanza mondiale, chino ai voleri dei poteri forti, nell’applicazione più prevedibile di ricette già consolidate, in una postura politica già rodata in decenni di politiche italiane deleterie. L’ha fatto, però, trasformando la gioventù in una bandiera, devitalizzandola, degiovanizzandola. Ha trasformato la gioventù in propaganda.

L’ha fatto con la modalità, questa sì, di un uomo giovane, con tutta l’energia raddoppiata dall’età. Ha messo la gioventù in gabbia, ci si è fatto un selfie insieme, e poi ha lasciato che altri lanciassero qualche nocciolina di sostegno. Tutto questo oggi brucerà di più, quando, dopo il fuoco, Luciano Gallino sarà cenere.

Luciano Gallino ha scritto fino all’ultimo, fino a pochi giorni fa, quando le forze sono venute meno.

Perché sentiva l’importanza - forse anche l’angoscia - di ciò che aveva da dire. E cioè che il mondo non è «come ce lo raccontano». Che il meccanismo che le oligarchie finanziarie e politiche dominanti stanno costruendo e difendendo con ogni mezzo - quello che in un suo celebre libro ha definito il Finanz-capitalismo - è una follia, «insostenibile» dal punto di vista economico e da quello sociale. Che l’Europa stessa - l’Unione Europea, con la sua architettura arrogantemente imposta - è segnata da un’insostenibilità strutturale. E che il dovere di chi sa e vede - e lui sapeva e vedeva, per il culto dei dati e dell’analisi dei fatti e dei numeri che l’ha sempre caratterizzato -, è di dirlo. A tutti, ma in particolare ai giovani. A quelli che di quella rovina pagheranno il prezzo più amaro.

Non per niente il suo ultimo volume (Il denaro, il debito e la doppia crisi) è dedicato «ai nostri nipoti». E reca come exergo una frase di Rosa Luxemburg: «Dire ciò che è rimane l’atto più rivoluzionario».

Eppure Gallino non era stato, nella sua lunga vita di studio e di impegno, un rivoluzionario. E neppure quello che gramscianamente si potrebbe definire un «intellettuale organico».

La sua formazione primaria era avvenuta in quella Camelot moderna che era l’Ivrea di Adriano Olivetti, all’insegna di un «umanesimo industriale» che ovunque avrebbe costituito un ossimoro tranne che lì, dove in una finestra temporale eccezionale dovuta agli enormi vantaggi competitivi di quel prodotto e di quel modello produttivo, fu possibile sperimentare una sorta di «fordismo smart», intelligente e comunitario, in cui si provò a coniugare industria e cultura, produzione e arte, con l’obiettivo, neppur tanto utopico, di suturare la frattura tra persona e lavoro. E in cui poteva capitare che il capo del personale fosse il Paolo Volponi che poi scriverà Le mosche del capitale, e che alla pubblicità lavorasse uno come Franco Fortini, mentre a pensare la «città dell’uomo» c’erano uomini come Gallino, appunto, e Pizzorno, Rozzi, Novara… il fior fiore di una sociologia critica e di una psicologia del lavoro dal volto umano.

Intellettuale di fabbrica, dunque. E poi grande sociologo, uno dei «padri» della nostra sociologia, a cui si deve, fra l’altro, il fondamentale Dizionario di sociologia Utet. Straordinario studioso della società italiana, nella sua parabola dall’esplosione industrialista fino al declino attuale. E infine intellettuale impegnato - potremmo dire «intellettuale militante» - quando il degrado dei tempi l’ha costretto a un ruolo più diretto, e più esposto.

Gallino in realtà, negli ultimi decenni, ci ha camminato costantemente accanto, anzi davanti, anticipando di volta in volta, con i suoi libri, quello che poi avremmo dovuto constatare. È lui che ci ha ricordato, alla fine degli anni ’90, quando ancora frizzavano nell’aria le bollicine della Milano da bere, il dramma della disoccupazione con Se tre milioni vi sembran pochi, segnalandolo come la vera emergenza nazionale; e poco dopo, nel 2003 - cinque anni prima dell’esplodere della crisi! - ci ha aperto gli occhi sulla dissoluzione del nostro tessuto produttivo, con La scomparsa dell’Italia industriale, quando ancora si celebravano le magnifiche sorti e progressive della new economy e del «piccolo è bello».

È toccato ancora a lui, con un libro folgorante, ammonirci che Il lavoro non è una merce, per il semplice fatto che non è separabile dal corpo e dalla vita degli uomini e delle donne che lavorano, proprio mentre tra gli ex cultori delle teorie marxiane dell’alienazione faceva a gara per mettere a punto quelle riforme del mercato del lavoro che poi sarebbero sboccate nell’orrore del Jobs act, vero e proprio trionfo della mercificazione del lavoro.

Poi, la grande trilogia - Con i soldi degli altri, Finanzcapitalismo, Il colpo di Stato di banche e governi -, in cui Gallino ci ha spiegato, praticamente in tempo reale, con la sua argomentazione razionale e lineare, le ragioni e le dimensioni della crisi attuale: la doppia voragine della crisi economica e della crisi ecologica che affondano entrambi le radici nella smisurata dilatazione della ricchezza finanziaria da parte di banche e di privati, al di fuori di ogni limite o controllo, senza riguardo per le condizioni del lavoro, anzi «a prescindere» dal lavoro: produzione di denaro per mezzo di denaro, incuranti del paradosso che l’esigenza di crescita illimitata dei consumi da parte di questo capitalismo predatorio urta contro la riduzione del potere d’acquisto delle masse lavoratrici, mentre la spogliazione del pianeta da parte di una massa di capitale alla perenne ricerca d’impiego distrugge l’ambiente e le condizioni stesse della sopravvivenza.

E intanto, nelle stanze del potere, si mettono a punto «terapie» che sono veleno per le società malate, cancellando anche la traccia di quelle ricette che permisero l’uscita dalla Grande crisi del ’29. È per questo che l’ultimo Gallino, quello del suo libro più recente, aggiunge ai caratteri più noti della crisi, anche un altro aspetto, persino più profondo, e «finale».

Rivolgendosi ai nipoti, accennando alla storia che vorrebbe «provare a raccontarvi», parla di una sconfitta, personale e collettiva. Una sconfitta - così scrive - «politica, sociale, morale». E aggiunge, poco oltre, che la misura di quella sconfitta sta nella scomparsa di due «idee» - e relative «pratiche» - che «ritenevamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico».

Con un’ultima parola, in più. Imprevista: «Stupidità». La denuncia della «vittoria della stupidità» - scrive proprio così - delle attuali classi dominanti.

Credo che sia questo scenario di estrema inquietudine scientifica e umana, il fattore nuovo che ha spinto Luciano Gallino a quella forma di militanza intellettuale (e anche politica) che ha segnato i suoi ultimi anni.

Lo ricordiamo come il più autorevole dei «garanti» della lista L’Altra Europa con Tsipras, presente agli appuntamenti più importanti, sempre rigoroso e insieme intransigente, darci lezione di fermezza e combattività. E ancora a luglio, e poi a settembre, continuammo a discutere - e lui a scrivere un testo - per un seminario, da tenere in autunno, o in inverno, sull’Europa e le sue contraddizioni, per dare battaglia. E non arrendersi a un esistente insostenibile…

Nel rimpiangere il maestro che ci ha lasciati l'autore ce ne ricorda una pagina, che anche per noi è fondamentale. La Repubblica, blog "Articolo 9", 9 novembre 2015
Senza Luciano Gallino siamo più soli, più disarmati, meno capaci di capire il presente e di costruire un futuro diverso: uso il plurale, parlo di tutti coloro che credono che un altro mondo sia possibile.

In queste ore tristissime possiamo fare solo una cosa: rileggerlo, con animo profondamente grato.

«Se si guarda alla sua irresistibile ascesa come ideologia dominante dell'ultimo terzo del Novecento e del primo decennio Duemila, bisogna partire dalla constatazione che il neoliberalismo è una dottrina totalitaria che si applica alla società intera e non ammette critiche. In forza del suo dominio tale dottrina ha profondamente corrotto la vita sociale, il tessuto delle relazioni tra le persone, su cui le società si reggono; con i suoi errori ha condotto l'economia occidentale ad una delle peggiori recessioni della storia; ha straordinariamente favorito la crescita delle disuguaglianze di reddito, di ricchezza di potere. ...

«È la più grande forma di pandemia del XXI secolo. È anche un grande pericolo per la democrazia. Per cui sarebbe necessario combatterla ogni giorno mediante rinnovate dosi di pensiero critico in ogni singolo luogo in cui si riproduce: nella scuola, negli atenei, nei manuali, nei quotidiani, in tv. Allo sguardo del pensiero critico, il neo liberalismo è nudo. L'ermellino che vanta è in realtà un panno di poco prezzo.
«Bisogna puntare a moltiplicare il numero di persone che così lo vedono. E, perché no, dare retta a Keynes, là dove dice (alla fine della Teoria generale) che prima o poi sono le idee, più ancora che gli interessi costituiti, a essere davvero pericolose, per il meglio e per il peggio. Che è uno dei pensieri utilizzati con maggior destrezza dal neoliberalismo, insieme con il concetto di egemonia, al fine di costruire un mondo dove il peggio tocca solo ai deboli, e il meglio ai più forti. Bisognerebbe tentare di rovesciare tale principio, allo scopo di costruire qualcosa di meglio a favore dei più deboli»
(L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi. L'attacco alla democrazia in Europa, Torino, Einaudi, 2013, pp. 251, 268)

Parole alle quali viene da rispondere con il Max Weber della Scienza come professione (1917): «Ne vogliamo trarre l’insegnamento che anelare e attendere non basta, e faremo altrimenti: ci metteremo al nostro lavoro, e adempiremo “alla richiesta di ogni giorno” come uomini, e nel nostro lavoro».

Grazie, professor Gallino: che la terra le sia lieve.

Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2015

Quando ho sentito a Bruxelles la notizia della morte di Luciano Gallino mi è tornata in mente un’immagine della più bella autobiografia mai scritta, Dei miei sospiri estremi, di Luis Bunuel. Verso la fine del libro e della vita, ormai ottuagenario, il grande maestro surrealista, “ateo per grazia di Dio”, racconta un sogno, quello di uscire qualche volta dal cimitero per andare soltanto fino all’edicola, comprare l’ultima edizione e vedere a che punto sia giunta la follia del mondo. Fino agli ultimi mesi, ormai provato dalla malattia, dalle operazioni e dai ricoveri, Luciano Gallino è rimasto un uomo profondamente appassionato al futuro del nostro Paese, dell’Europa, del mondo.

Uno sguardo lungo che ha ispirato le sue ultime opere, per così dire pedagogiche, dove ha cercato di spiegare con parole semplici alle generazioni più giovani quanto stava accadendo nelle società occidentali, in gran parte alle loro spalle. Da molto tempo i fatti si erano incaricati di dare ragione alle sue lucide, chiarissime analisi s ul l’evoluzione del capitalismo globalizzato e sulle conseguenze catastrofiche di una sballatissima costruzione dell’Unione europea.

Nessuno come Gallino, neppure il giustamente celebrato Piketty, ha saputo raccontare in anticipo la follia delle oligarchie dominanti conservatrici, l’utopia negativa di voler rispondere alla crisi più potente degli ultimi ottant’anni, dalla Grande Depressione, con una ricetta ideologicamente opposta a quella del ’29, distruggendo lo stato sociale, imponendo assurde politiche di austerità e svalutando il lavoro e i diritti.

Nei suoi saggi e articoli erano annunciati già gli effetti catastrofici che si sarebbero materializzati negli anni, dal declino dei ceti medi alla ricomparsa di masse di poveri nel ricco Occidente, fino al furto di vita e futuro ai danni delle nuove generazioni e al pericolo di veder risorgere un nuovo fascismo in tutta Europa. Si può dire che l’avventura della Lista Tsipras, con tutti i suoi limiti certo, ma anche col merito di aver dato rappresentanza a una cultura di sinistra minacciata di estinzione dal trasformismo renziano, sia nata tutta attorno al pensiero di Luciano Gallino. Nel panorama conformista e provinciale della vita intellettuale italiana, le idee di Gallino erano un’oasi d’intelligenza e coraggio. In un Paese che ama gli anticonformisti soltanto in occasione degli anniversari della morte, si può soltanto sperare che questi meriti non gli vengano riconosciuti fra quar ant’anni, come per Pasolini.

ALa Repubblica, 9 novembre 2015




UN INTELLETTUALE RARO CHE ALLA PURA ANALISI
UNIVA SEMPRE L’EMPATIA PER I “VINTI”
di Guido Crainz
Un intellettuale raro, Luciano Gallino. Raro per l’arco complessivo del suo percorso, da quel luogo magico che è stata la Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta sino al ruolo svolto nei grandi campi del sapere sociologico; dall’Università di una città- simbolo dell’Italia industriale come Torino alle esperienze internazionali, e sino ai puntuali interventi connessi all’attualità. Un intellettuale raro per l’intreccio stretto fra ricerca scientifica e impegno civile, nel suo rigoroso seguire il delinearsi di un mondo e il suo dissolversi: con un’attenzione costante sia alle nervature interne di esso che alle ricadute umane dei processi che lo attraversavano.

Si riflette infatti nelle sue ricerche il definirsi del mondo industriale in Italia, il suo tardivo ed intenso espandersi, il suo specifico profilo; e poi il suo progressivo rimodellarsi ( Il lavoro e il suo doppio) e incrinarsi ( La scomparsa dell’Italia industriale) sino al suo radicale trasformarsi nell’era della globalizzazione. Senza rimuovere i drammi umani e le lacerazioni che quella dissoluzione ha provocato e provoca; con un’intensa attenzione ai nessi fra Globalizzazione e diseguaglianze, a Il costo umano della flessibilità o ai profili de L’impresa irresponsabile. Con l’analisi attenta delle forme e delle modalità complesse del lavoro, delle trasformazioni tecniche e al tempo stesso delle dimensioni umane che entravano in gioco.

È sufficiente scorrere alcuni titoli dei suoi libri per cogliere la ricchezza di un percorso e questo rinvia ad un altro suo tratto: alieno dalle più rigide ideologie del marxismo di scuola quando esso sembrava imperante, e alieno dalle liquidazioni altrettanto ideologiche di patrimoni conoscitivi quando quelle liquidazioni sono dilagate. Si legge con passione un libro-intervista di tre anni fa, La lotta di classe dopo la lotta di classe. Con la riflessione sull’attuale ridefinirsi delle classi sociali, in una puntuale contestazione di chi ne nega l’esistenza; e con la delineazione di una lotta di classe (economica, sociale, culturale) condotta oggi dalle classi dominanti contro le classi lavoratrici e le classi medie. Con l’analisi non dello scomparire ma del progressivo estendersi - oltre la fabbrica e anche oltre il lavoro - di forme molteplici di dominio quotidiano.

Con l’analisi delle tragedie indotte non solo dai processi economici ma anche dal Dramma di una società disgregata, per citare un articolo pubblicato nel marzo del 2010 su questo giornale: una riflessione su quelle lacerazioni indotte dalla crisi di cui testimoniavano i drammi, e i suicidi, di imprenditori e di operai del Nord-Est. «Per resistere a un simile carico di rabbie e scoramento», scriveva, sarebbero necessarie coesioni sociali oggi quasi dissolte. Sarebbero necessari “gruppi di sostegno” che un tempo esistevano: «Certamente ne esistono ancora, ma forse non abbastanza». Era un’analisi e al tempo stesso un richiamo a responsabilità collettive: come tutti i suoi scritti.


IL RIFORMISTARIGOROSO CHE CI HA RACCONTATO
LE METAMORFOSI D’ITALIA
di Paolo Griseri

Di Luciano Gallino, scomparso ieri all’età di 88 anni, mancherà la testimonianza rigorosa e appassionata, la serietà d’analisi che consentiva a tutti coloro che si occupano della società italiana di avere uno sguardo non preconfezionato sui mutamenti dell’ultimo mezzo secolo. Soprattutto mancherà il suo essere punto di riferimento, quasi una cartina di tornasole del mutare delle posizioni altrui: il suo mite radicalismo d’indagine aveva finito per farlo passare, negli ultimi anni, come un intellettuale no global mentre era semplicemente il coerente sostenitore di un riformismo rigoroso e non cortigiano. Dunque un riformismo autentico.

Dal capitalismo dal volto umano di Adriano Olivetti alla girandola impazzita della crisi dei mutui subprime, Luciano Gallino ha conosciuto e analizzato l’intera parabola del rapporto capitale-lavoro nella seconda parte del Novecento. Utilizzando come metro di valutazione le persone che in quei processi venivano rese protagoniste o schiacciate.

Non avrebbe potuto essere diversamente. Ivrea, negli anni Cinquanta e Sessanta, è stata uno dei principali laboratori di analisi sociale e anche scuola di formazione per intellettuali e futuri esponenti della classe dirigente italiana. Lo ha raccontato nell’intervista su Adriano Olivetti riproposta lo scorso anno da Einaudi con il titolo L’impresa responsabile. Quasi una provocazione se si pensa a certe società quotate in Borsa. Ma, all’epoca, una specie di parola d’ordine per gli intellettuali riuniti intorno dall’azienda di Ivrea. La Olivetti di Adriano e la Torino di Gianni Agnelli erano, all’epoca, i due poli possibili della via italiana al capitalismo. Olivetti chiama Gallino nel 1956 a fare da consulente e sembrava una bestemmia, una stravaganza per un capitano d’industria. Le due one company town sistemate a soli 40 chilometri di distanza, rivaleggiavano sul modello di capitalismo che proponevano.

Una competizione vera, a colpi di marketing sociale: ancora alla fine degli anni Settanta ci fu chi osservò che sull’autostrada i cartelli chilometrici verso Torino erano sponsorizzati dalla Fiat e quelli sulla carreggiata opposta, verso Ivrea, dalla Olivetti. Industria di massa che aveva sconvolto la geografia sociale di Torino quella degli Agnelli, città-comunità che realizzava prodotti d’avanguardia quella degli Olivetti. È in questo secondo campo che il giovane Gallino aveva cominciato a studiare il lavoro e le sue conseguenze sulla società, all’ufficio “Studi relazioni sociali”.

È all’Università di Torino che negli anni Settanta inizia il suo percorso di docente e di ricercatore. Arriva in un momento particolare per la storia sociale ma anche per gli studi sociologici. A Torino il punto di riferimento era per tutti Filippo Barbano, uno dei pionieri della sociologia italiana. Erano anni in cui era diventata una scelta quasi obbligata per un intellettuale coniugare studio e verifica sul campo in una città che era diventata inevitabilmente un gigantesco laboratorio sociale. Approfondire i saggi teorici e distribuire questionari davanti ai cancelli delle fabbriche erano le due principali attività dei sociologi.

Gallino non amava le mode intellettuali. Alle narrazioni preferiva i numeri, l’analisi scientifica dei dati, e questo gli ha reso la vita non semplicissima sia negli anni Settanta del Novecento sia in questo primo scorcio del nuovo millennio. Non aveva nemmeno timore di schierarsi. La sua adesione al comitato promotore della lista Tsipras alle elezioni europee è la dimostrazione che il riformista Gallino non era un intellettuale timoroso di sporcarsi le mani. Era invece convinto della necessità di un cambio radicale di sistema, non solo economico ma anche culturale. E per arrivarci non vedeva altra strada se non quella dello studio e della comprensione dei meccanismi sociali. Non amava scorciatoie populiste: «Senza un’adeguata comprensione della crisi del capitalismo e del sistema finanziario, dei suoi sviluppi e degli effetti che l’uno e l’altro hanno prodotto nel tantivo di salvarsi — scriveva — ogni speranza di realizzare una società migliore dell’attuale può essere abbandonata».

Lo studio ma anche la proposta. Il suo piano per creare lavoro e uscire dalla crisi negli anni difficili dello spread alle stelle è stata una delle rare proposte concrete. Quell’idea di prender- si cura dell’Italia, utilizzare gli investimenti pubblici per creare lavoro, ristrutturare scuole e riparare strade è forse il vero testamento del sociologo che sapeva guardare oltre lo stato di cose esistente.


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