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il manifesto, la Nuova Venezia, 15 agosto 2018. Il crollo del ponte di Genova è effetto ed emblema delle politiche territoriali basate sul dominio del “blocco edilizio» in Italia. Articoli di Paolo Berdini e Andrea Fabozzi e l'intervista di Alberta Pierabon a Carmelo Maiorana.


il manifesto
CITTÀ E TERRITORIO. DA 7,3 A 2,2 EURO A KM LA SPESA PER LA MANUTENZIONE
di Paolo Berdini

«Infrastrutture. La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano che abbia le risorse per la cura ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale»

Le città e i territori costano. Bisogna costruire infrastrutture, ponti, servizi. Bisogna poi tenere in vita e in sicurezza quelle opere. Servono risorse umane ed economiche. Nella storia delle nostre città e dei territori questa legge ineludibile è stata sempre rispettata. Il sistema della manutenzione era un elemento prioritario della vita nazionale e c’erano le istituzioni pubbliche che presidiavano quella fondamentale funzione. L’Upi, Unione provincie italiane afferma che la spesa per chilometro (ci sono 152 mila chilometri di strade regionali e provinciali) in pochi anni è passata da 7,3 a 2,2 euro a chilometro. Nulla.

La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano – si può’ affermare con certezza – che abbia le risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale. Servirebbero somme imponenti. Lo sviluppo lineare della rete stradale comunale supera il milione di chilometri. Sicurezza e decoro della vita di tutti i cittadini necessiterebbero di alcune centinaia di miliardi di euro. Ci sono soltanto tagli.

Il ponte di Genova non era un’opera minore. Era un’infrastruttura nevralgica del sistema paese. Evidentemente la follia liberista non si è fermata alle opere minute. E’ dilagata in ogni settore, comprese le opere affidate in concessione, come il sistema autostradale italiano. E mentre l’imponente sistema nazionale va in rovina continua l’assedio per costruire altre opere stradali. Domina una cultura imprenditoriale che comprende solo i processi incrementali e non si occupa del tema della manutenzione gettando il paese intero in un pericolosissimo vicolo cieco. E’ la stessa logica perversa che sta facendo marcire un immenso patrimonio immobiliare pubblico in ogni luogo urbano poiché non ci sono risorse per rimetterlo in vita. Evidentemente qualche potentato immobiliare o finanziario vuole acquisirlo a poco prezzo impoverendo tutti i cittadini.

La manutenzione attiva viene disprezzata a confronto della cultura del “nuovo”. Un tragico errore. Non c’è giorno in cui un chiacchiericcio insopportabile ci dice che il futuro è in concetti fumosi come le smart city. Penso con dolore di fronte a tante vite umane distrutte, a quali prospettive per le più innovative aziende e per i giovani potrebbero diventare realtà avviando l’istallazione di sensori che tengano sotto osservazione tutti i ponti stradali esistenti ponendoli a sistema attraverso tecnologie satellitari. Anas ha in programma di realizzare un tale sistema sui suoi 12 mila viadotti ma bisogna passare all’immenso patrimonio diffuso di 50 mila viadotti, molti di vecchia concezione. Servono centinaia di miliardi.

Facile a dirsi. Difficile a farsi in tempi di scomparsa del concetto di Stato e di assenza di risorse pubbliche.

Solo tre esempi. Un decreto ministeriale del 2001 prevedeva la costituzione del catasto della rete stradale italiana, opera prioritaria per poter programmare. Non è stato fatto nulla e per sapere qualcosa dobbiamo ricorrere a studi di Unioncamere.

Dopo ogni terremoto si sentono le solite chiacchiere. Intanto non è ancora avviato un concreto piano di messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente e il recente terremoto dei monti Sibillini ha finanziamenti modesti. Un intero territorio montano è abbandonato da due anni. Frane e smottamenti sono una costante in un territorio giovane e tormentato come il nostro. Manca ancora di essere completata la carta geologica e il censimento delle frane e il loro monitoraggio.

Il tragico crollo di Genova può essere uno spartiacque per avviare il paese sull’unica prospettiva di crescita, quella della messa in sicurezza e della manutenzione specialistica che apra al settore produttivo italiano la prospettiva di un salto culturale e tecnologico. Spiace che di fronte a questo scenario ci siano importanti forze imprenditoriali che hanno preso a pretesto questa immane tragedia per portare acqua alla realizzazione di grandi opere.

L’Italia ha certo bisogno di alcune opere che rendano moderno il sistema infrastrutturale. A patto di discuterne in modo maturo e trasparente con le comunità cittadine e – soprattutto – riversare ogni risorsa umana, progettuale e economica pubblica sulla prospettiva del salto tecnologico e culturale che il paese attende.

la Nuova Venezia
«LA MAGGIOR PARTE DEI NOSTRI PONTI STA MALE

E I CONTROLLI LI FANNO SOGGETTI INTERESSATI»
Intervista di Alberta Pierobon a Carmelo Maiorana

«Da quando l'ha saputo, ha passato ogni minuto della giornata a pensarci. Va da sé, la tragedia di Genova ha sconvolto tutti ma su di lui ha scavato un baratro. Perché nella sua testa, come in un film, si sono succedute le immagini della radiografia del ponte Morandi crollato e l'elenco delle responsabilità». Lui si chiama Carmelo Maiorana, ha 64 anni, non procede per ipotesi, piuttosto per analisi: è ingegnere strutturista, ordinario di Scienza delle costruzioni all'università di Padova. Ma prima delle questioni tecniche e delle relative spiegazioni, per forza si fa strada con angoscia un'analisi anche questa strutturale. Purtroppo strutturale, che riguarda un malcostume tutto italiano.

Come mai, professore, nessuno ha colto i segnali che hanno portato a questa tragedia?
«Questo è il problema. In Italia siamo indietro e tanto. La maggior parte dei nostri ponti ha necessità di un monitoraggio ininterrotto e di manutenzione costante. Operazioni che hanno dei costi».
Quindi è mancato il monitoraggio?
«Qui un altro problema. Io sostengo che chi si occupa dei controlli dovrebbero essere persone fuori dai giochi, persone che dicano la verità, libere di dire la verità. Invece spesso proprio chi è incaricato di monitorare, la verità non la dice: il perché è facile da spiegare. Perché dicendola teme di non avere più lavori di consulenza. E' semplice, ed è questo il malcostume».
Un malcostume che quando presenta il conto, lo presenta in vite, vite umane.
«Per questo sarebbe necessario, fondamentale, che chi si occupa del monitoraggio avesse il coraggio di mettere sotto accusa chi fa male i lavori, e senza paura. Sarebbe fondamentale che fossero persone fuori dai giochi».
In Italia com'è lo stato dei ponti, in generale?
«La maggior parte risale al Dopoguerra, e il calcestruzzo armato dopo 50-60 anni ha bisogno di essere un osservato speciale».
A cosa ha pensato appena sentita la notizia dello spaventoso crollo? A quale causa?
«Subito ho pensato a un cedimento di fondazione. Invece così non è stato. Si è visto chiaramente dalle prime immagini: il pilone centrale è rimasto lì, non è crollato. Ho scrutato immagini e foto, tutto quello che ho trovato».
Quindi qual è la sua spiegazione?
«Quel ponte era una struttura fortemente degradata. Dopo 50 anni gli attacchi chimici e atmosferici hanno fatto la loro parte, a maggior ragione vicino al mare. Solfati e cloruri causano l'erosione del copriferro, la parte esterna del calcestruzzo armato. Dunque le armature rimangono a nudo e l'azione corrosiva avanza. E il pericolo di crollo diventa enorme. Questo è successo. Altro elemento che emerge è l'apparente assenza di segni premonitori, quindi di rottura fragile o dovuta a instabilità: questo fa presumere che sia avvenuta una crisi instabile delle parti compresse delle strutture di sostegno. E il crollo per instabilità dell'equilibrio è improvviso a meno che il manufatto non sia stato monitorato per lungo tempo con apposita strumentazione, anche in grado di percepire le emissioni acustiche date da eventuali microfessurazioni in atto. Per questo sono fondamentali il monitoraggio e la manutenzione: la durabilità delle strutture è un tema di cui ci stiamo occupando, le tecnologie ci sono».

Se ne vedono tanti ponti in queste condizioni?
«Sì, tanti. Troppi. Li vedi, tutti arrugginiti, malconci».
Come si possono ripristinare?
«O si smontano e direi che è una soluzione improbabile oltre che estremanente costosa o si ripristinano con varie modalità, ripeto le tecnologie ci sono».

il manifesto
QUEI LAVORI URGENTI ATTESI DA VENT'ANNI

di Andrea Fabozzi

«Il mostro di Genova. La caccia alle responsabilità parte dal pessimo stato degli "stralli" denunciato da tempo. Il governo sembra puntare l'indice sul gestore Autostrtade per l'Italia. Che ai genovesi disse: il ponte Morandi è malato, ma non crolla. Per averlo ricordato, il movimento No Gronda finisce sotto accusa. Eppure la grande opera non prevede l'abbattimento del vecchio viadotto

Era prevedibile, previsto, annunciato. Come sempre nelle tragedie, ma qui si tratta di un ponte alto 90 metri, largo 18 e lungo oltre un chilometro le cui cattive condizioni erano impossibili da ignorare. Non le ignorava Autostrade per l’Italia, la società concessionaria, che parlava di «intenso degrado della struttura» già sette anni fa. Anche se ieri ha assicurato che «non c’era nessun elemento per considerare il ponte pericoloso». E invece non si contano i pareri di ingegneri, strutturisti e tecnici delle costruzioni in genere che da tempo lanciavano allarmi sullo stato di salute degli “stralli”, i tiranti di acciaio che in questo particolare tipo di ponte sono chiusi nel cemento armato precompresso. Tant’è che, non fosse crollato ieri, il pilone al centro della ponte sarebbe stato sottoposto a un colossale lavoro di ristrutturazione da oltre 20 milioni di euro. Un’opera di retrofitting, secondo la definizione della gara di appalto chiusa a giugno, in pratica il tentativo di ammodernare una struttura vecchia di cinquant’anni.

Era l’unico ponte “strallato” di tutta la rete autostradale italiana, e «la statica di un ponte di questo tipo dipende fondamentalmente dallo stato di salute degli stralli», ha spiegato ieri il direttore dell’Istituto della costruzioni del Cnr Occhiuzzi. I tiranti del Morandi si corrodevano e perdevano tensione più velocemente di quanto era stato previsto all’epoca della costruzione, quando oltretutto il volume di traffico attuale era inimmaginabile. Tant’è che negli anni Novanta i cavi di uno dei tre piloni da 90 metri erano già stati rinforzati e nel frattempo alcuni cavi esterni erano stati montati per contenere i pericoli. C’era stata anche l’immancabile interrogazione parlamentare, del senatore genovese Rossi, che nel 2016 chiedeva senza risposta cosa il governo intendesse fare di fronte al «preoccupante cedimento dei giunti».

Nel marzo di nove anni fa, nel corso di uno dei dibattiti pubblici che si tennero a Genova sul progetto della «Gronda autostradale» a ponente, che avrebbe sottratto parte del traffico al ponte Morandi, un rappresentante di Autostrade spiegò che il viadotto «costa 250mila euro l’anno di manutenzione straordinaria». E poi aggiunse: «Il ponte non sta benissimo, ma non è ancora morto. E non crolla». Due mesi dopo davanti alle commissioni consiliari di Genova, i rappresentanti di Autostrade fornirono altre rassicurazioni sulla sicurezza e stabilità dell’opera a seguito dell’intervento degli anni Novanta (come si legge nel documento conclusivo del dibattito pubblico). Le rassicurazioni sono state poi riprese dai «No Gronda», e ieri un vecchio post sul sito del Movimento 5 Stelle in cui si parlava della «favoletta dell’imminente crollo del ponte Marconi» è stato indicato come prova delle responsabilità di chi si è opposto alla nuova opera. Resta il fatto che l’ultimo progetto della Gronda non prevede l’abbattimento del ponte Marconi.

A spingere per la nuova grande opera è ovviamente Autostrade, la società il cui 90% del capitale è nelle mani del gruppo Atlantia, maggiore azionista Benetton – ieri in borsa ha bruciato oltre un miliardo di capitalizzazione perdendo oltre il 5%. Immediatamente dopo la tragedia, i ministri Salvini e Toninelli hanno aperto la caccia ai responsabili: «Pagheranno caro». Il ministro grillino delle infrastrutture ha avvertito che «la manutenzione a qualsiasi livello compete ad Autostrade mentre ai tecnici del ministero compete seguire gli interventi straordinari». Straordinario era appunto l’intervento che, più di vent’anni dopo, avrebbe dovuto completare la messa in sicurezza. Straordinario è pagato con fondi pubblici. Mentre i lavori in corso al momento del crollo, si è chiarito nel corso della giornata, non erano altro che un intervento per «riqualificare» le barriere di sicurezza, nulla a che vedere con la statica.

La società concessionaria Autostrade per l’Italia nel 2017 ha registrato ricavi per quasi quattro miliardi. Merito quasi esclusivo dei pedaggi al casello. Una sorta di tassa i cui ricavi però vanno solo in minima parte allo stato. Come spiega l’ultimo rapporto al parlamento dell’autorità di regolazione dei trasporti, sono cresciuti del 35% negli ultimi otto anni.

Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2016 (p.d.)

Oltre 500 posti auto interrati. Seimila camion di terra e roccia scavati nel monte di Portofino e sostituiti da cemento”. È tutto scritto in un esposto depositato presso la Procura di Genova. Racconta l’ultima pagina della febbre da box che si sta mangiando uno dei promontori più famosi del mondo e Camogli. Un nuovo posto auto ogni dieci abitanti, come se a New York ne costruissero 2 milioni.

Parliamo di uno dei borghi più belli e delicati della Liguria. Con quei suoi palazzi antichi alti sulle rive. Con i vicoli che si aprono sul mare. Era il 2009 quando venne lanciato l’allarme per la costruzione di un nuovo albergo da settemila metri quadrati, un pugno nell’occhio proprio ai margini del centro storico. Poi nuovi palazzi, case.

I veri affari, però, si fanno sotto la superficie. Con i box auto appunto. Soprattutto con la mega-operazione accanto alla stazione ferroviaria. Un piano approvato anni fa e poi via via rinnovato, ampliato. Fino all’ultima versione che prevede due lotti: uno per 235 posti interrati (più 36 all’aperto), più un secondo per 225 box (più 25 posti in superficie). Tutto su quattro piano interrati. L’esposto è firmato da decine di persone, tra l’altro da Andrea Bignone, presidente della sezione genovese di Italia Nostra. Nella premessa si legge: “Oltre all’impatto rilevante sulla città di Camogli, evidenti sono i gravissimi rischi per l’ambiente e l’assetto idrogeologico della zona, ma anche per la pubblica e privata incolumità e per la sicurezza della linea ferroviaria e la stazione a pochi metri dall’area interessata”. Emanuele Giudice, urbanista di vecchia data e socio di Italia Nostra, chiede “che sia fatta chiarezza sulle procedure che hanno portato all’assegnazione dei lavori alla società Novim di Milano, unico concorrente della gara”. Ancora: “Che si spieghino i vantaggi economici per l’amministrazione pubblica di un progetto che è chiaramente molto favorevole al privato”.

Francesco Olivari (sindaco Pd di Camogli e già in passato membro dell’amministrazione) risponde: “Quei posti auto sono necessari per la viabilità del paese”. Cinquecento posti per cinquemila abitanti? “Sono stati fatti accurati studi in proposito. E quell’area era già stata rimaneggiata in passato”. L’ingegner Giorgio Frassella della Novim assicura: “La procedura seguita è regolarissima. A noi alla fine resteranno meno della metà dei posti, gli altri diventeranno parcheggi a rotazione del Comune”.

Ma i comitati e tanti cittadini non sono d’accordo: “A Camogli hanno già costruito decine e decine di parcheggi negli ultimi anni. Mentre all’estero allontanano le auto dai borghi più belli, noi ne portiamo centinaia. Nonostante ci sia una stazione ferroviaria in centro”. E non ci sono soltanto i box di Camogli. Dall’altra parte del promontorio, a Santa Margherita, c’è il progetto per il porticciolo: un investimento da decine di milioni che prevede moli, bagni extralusso, centri benessere, oltre a posti auto interrati.

A realizzarlo la Santa Benessere & Social Srl, già guidata da Andrea Corradino, fedelissimo dell’ex senatore Luigi Grillo (Pdl). Tra i soci una società anonima lussemburghese a sua volta controllata da società delle isole Vergini e di Panama), la Rochester Holding, che fa capo a Gabriele Volpi. Lo stesso Volpi – che è diventato miliardario con il petrolio nigeriano e recentemente si è visto sequestrare un aereo privato dalla Finanza – che adesso sarebbe interessato anche ad altri progetti immobiliari tra Rapallo (con Flavio Briatore) e Recco (con imprenditori vicini alla Curia di Tarcisio Bertone). Volpi e Briatore sono compagni di cene del governatore ligure Giovanni Toti. Il padre del nuovo Piano Casa che, racconta Emanuele Giudice di Italia Nostra, “rischia di portare di nuovo il cemento sul monte di Portofino”.

Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2015

Orti e filari di vigne coltivati su terreni altamente inquinati nella zona dell’Alessandrino. Eccola la nuova terra dei fuochi. Inedita e impressionante. La fotografia emerge dalle carte della procura di Torino che due giorni fa ha eseguito 3 arresti, sequestrando 6 aziende tra cave e impianti di recupero rifiuti. Ben 65 le persone indagate per un’inchiesta nata nel 2011 su segnalazione di Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità di Genova. Tra loro c’è un imprenditore, il quale, secondo gli investigatori del Noe e della Forestale, ha riempito i terreni della Cascina Aliprandina (Tortona) con materiale contaminato, coltivandoci cavoli e uva.

Non manca poi il sospetto dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nel grande business dei rifiuti. I magistrati lo dicono chiaramente affrontando la figura centrale di Francesco Ruperto (arrestato due giorni fa). Secondo gli investigatori l’imprenditore alessandrino assieme al figlio sarebbe uno dei dominus del traffico illecito. Fino all’operazione di due giorni fa, Ruperto aveva subito interdittive antimafia per i suoi presunti rapporti da un lato con il boss lombardo Carmine Verterame coinvolto nel maxi-blitz Infinito del 2010 e dall’altro con esponenti di rilievo della cosiddetta ’ndrangheta di Seminara. Nelle migliaia di intercettazioni messe agli atti, Ruperto risulta in contatto con Valerio Bonanno, anche lui indagato, e, secondo l’accusa, ras dei rifiuti nella zona di Alessandria con la sua Servizi ambientali piemontesi. È da una loro telefonata che emergono gli interessi nello smaltimento dei terreni provenienti dagli scavi del Terzo Valico per la linea dell’Alta velocità.

In particolare risulta che la società di Ruperto è assegnataria di noli a caldo di macchine operatrici da parte della Co.Ge.Fa, la società che ha vinto l’appalto (non indagata). Inoltre il Cociv (subcontraente della società Tav spa) individuò in una cava a Tortona di proprietà dell’Euroter il luogo per lo smaltimento del cosiddetto “smarino”. La Euroter, per i pm, è gestita di fatto dalla famiglia Ruperto. E del resto, sostengono le carte dei pm, lo stesso Ruperto dimostra di aver contatti con importanti partner industriali, su tutti il Gruppo Gavio. L’inchiesta ha anche un’appendice ligure sui lavori con il gruppo industriale Giacomazzi (non indagati). Sul piatto c’è la bonifica a Torre Campi in provincia di Genova. Si tratta di un’area occupata da un vecchia industria del ‘900. Quel terreno, sostiene il pm, dopo essere stato analizzato in maniera non proprio trasparente finiva nelle cave dell’Alessandrino. Accuse da verificare.

Il 6 luglio 2011, poi, il Noe esegue una perquisizione negli uffici della Soc. Torre Campi srl. Emerge che il presidente del Cda è Vittorio Piccardo, il quale risulta proprietario della Ponte X srl. Non è l’unico, oltre a lui compare anche il calabrese Gino Mamone, che, secondo informative degli investigatori, sarebbe “punto di contatto” tra ambienti ndranghetisti e politica. I fratelli Mamone sono titolari della Ecoge, anch’essa indagata nell’inchiesta. Nel novembre scorso Gino Mamone assieme a Vincenzo e Luigi è stato coinvolto nell’indagine Albatros su un giro di escort per ottenere commesse in appalti per i rifiuti. Secondo la procura di Genova, i tre avrebbero pagato cene e prostitute all’ex dirigente dell’Amiu, l’azienda municipalizzata che si occupa della gestione dei rifiuti, Corrado Grondona per ottenere appalti per loro e altri imprenditori amici. Il nome di Gino Mamone compare anche nell’indagine Pandora. Viene descritto come imprenditore amico delle cosche e amico dei politici. Intercettato dirà: “Io sono amico di tutti”.

Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015

Santa Margherita (Genova). Non è sufficiente il no di Renzo Piano. Non conta il parere di migliaia di cittadini, la battaglia di comitati e associazioni ambientaliste. Non importa neppure se milanesi e torinesi sono pronti ad abbandonare in massa le seconde case in Riviera. Insomma, non basta che questa politica folle si sia dimostrata un fallimento, per l’ambiente, ma anche per l’economia, per le tasche della gente.

Una nuova colata di cemento è pronta a scendere sul Monte di Portofino: nuovi moli e costruzioni a Santa Margherita. Mentre a Camogli si annunciano altri box per le auto. Se ti fermi a guardare questa terra dal mare – come fece Truman Capote e, prima di lui, Guy de Maupassant – vedrai ancora mulini e frantoi. Muretti a secco che sfidano le leggi di gravità. Sentieri che tagliano ulivi e orti terrazzati. Sì, li vedrai, ma sempre meno.

Per scoprire la Liguria di oggi e domani devi osservare i rendering (si chiamano così le simulazioni al computer degli architetti). Allora troverai cemento, posti auto, terreni da sbancare. Certo, nelle immagini taroccate dei progettisti sembrano sempre belli, poi nella realtà è tutto diverso. Nemmeno questo paradiso naturale noto in tutto il mondo è risparmiato. Con la complicità delle istituzioni, come accade da decenni in Liguria. E dietro ai progetti si ritrovano nomi di imprenditori cari alla politica e perfino alla Curia.

A Santa Margherita se ne sono accorti nel febbraio 2011, quando viene presentato il progetto del nuovo porticciolo. Un investimento da 70 milioni che prevede moli, bagni extralusso, centri benessere, oltre a 250 posti auto interrati. La firma è dello studio Gnudi di Milano, a commissionarlo la Santa Benessere & Social Srl e il suo presidente Andrea Corradino, fedelissimo del senatore Luigi Grillo (Pdl), in seguito arrestato per lo scandalo Expo 2015. E dietro c’è un po’ di tutto. Persino una società anonima lussemburghese (a sua volta controllata da società delle isole Vergini e di Panama), la Rochester Holding, che fa capo a Gabriele Volpi. Un self-made man che dalla tuta blu da metalmeccanico è passato ai pozzi petroliferi nigeriani. È qui che costruirà il suo impero, forse grazie anche all’amicizia con l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, escluso nel 2007 dalla corsa alla presidenza perché accusato di corruzione. A dirlo non è qualche fanatico oppositore, ma il Comitato Permanente per le Investigazioni del Senato americano.

Volpi è un Berlusconi in salsa ligure: jet privato, patrimonio forse a nove zeri. Consenso guadagnato grazie allo sport: la stellare Pro Recco di pallanuoto come il Milan di Sacchi. Poi lo Spezia calcio. E, si sussurra, anche la Sampdoria: è lui il finanziatore dietro a Er Viperetta? Volpi smentisce.

Di fronte a un simile quadro - e a un progetto che promette di gettare migliaia di metri cubi di cemento sulla riva del mare – i sammargheritesi alzano la voce. Si costituiscono nel comitato “Difendi Santa”. E, alla fine, convincono il Comune a tornare sui suoi passi, forti anche di uno sponsor d’eccezione come Renzo Piano. “Qualsiasi nuovo intervento potrebbe compromettere l’intera marina” tuona l’archistar genovese. Tutto rientrato? Nient’affatto. Perché sei mesi dopo spunta un secondo progetto, presentato dall’A.T.I. Porto Cavour, un consorzio che raduna un pool di operatori portuali decisi a proseguire sul solco tracciato dalla Santa Benessere. “Parliamo di un piano meno invasivo rispetto al precedente, ma che andrebbe ad alterare in modo sensibile e permanente l’intero complesso, toccando sia il porticciolo che il retroporto” denuncia Marco Delpino del Comitato “Difendi Santa”.

Ma chi c’è dietro questa cordata nata all’improvviso che s’ispira al conte di Cavour (“il primo a voler realizzare il porto a Santa Margherita” spiegano i promotori) e ripropone, con qualche lieve modifica, un restyling già bocciato in giunta? Cambiano i nomi, si sprecano i paragoni illustri, ma le facce - e i portafogli - potrebbero essere sempre gli stessi, in una sorta di Gattopardo in salsa ligure. Il giudizio definitivo su entrambi i progetti è atteso per il prossimo 11 marzo dalla Conferenza dei Servizi. Ma la partita potrebbe proseguire ad oltranza con il ricorso al Tar e, infine, al Consiglio di Stato. “Il porto qui ha una funzione strategica cruciale - spiega Delpino - Se dovesse finire nelle mani di pochi privati, potrebbe diventare il trampolino di lancio per impadronirsi, un domani, dell’intera città”. Mentre Bruxelles impone l’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050, la Liguria consuma fino all’8,4% di suolo (contro il 7,3% nazionale, dati Ispra). Senza contare il record di case non occupate (332mila su un milione).

Un quarto d’ora di auto al di là del promontorio ed ecco Camogli, su cui incombe un maxi-progetto per la realizzazione di due autosilos da quasi 500 posti totali, tra box e posti auto pubblici e privati, oltre a una sessantina di posteggi in superficie. Approvati dal Comune e ora al vaglio della Conferenza dei servizi, i due parking dovrebbero sorgere sull’area dell’ex scalo ferroviario, la cui riqualificazione è affidata allo Scalo Srl, una società partecipata al 51% dal Comune e al 49% dalla Novim Srl di Lecco, a sua volta controllata dalla Colombo Costruzioni.

In principio si era parlato anche di alcune palazzine residenziali, poi scongiurate dalla precedente giunta. Restano i parcheggi. Con numeri da far tremare i polsi: 4 piani interrati, 70mila metri cubi di terra e roccia movimentati, per cui saranno necessari non meno di 3 anni di lavori. “Una follia urbanistica – la definisce Stefano Massone del Comitato Scalo ferroviario Camogli – che avrebbe gravi ripercussioni non solo sul piano ambientale, ma costerebbe a Camogli anche anni di blocco della circolazione, una preoccupante riduzione dei parcheggi e un drastico impatto sul turismo, oltre a tutte le incognite idrogeologiche e di assetto territoriale”. E, infine, l’affondo. “Concediamo al privato un’area pubblica per realizzare una speculazione da oltre 6 milioni di euro stimati, senza alcun vantaggio concreto per il paese”.

Il 7 marzo centinaia di cittadini scenderanno in piazza contro il progetto più pesante degli ultimi 150 anni. Ma per centinaia di liguri che manifestano, molti altri tacciono. E magari si preparano a votare per la stessa maggioranza di centrosinistra - prima guidata da Claudio Burlando, ora da Raffaella Paita - che ha puntato sulla politica del cemento. Con i risultati noti a tutti: la Liguria è la regione del Nord con i più alti tassi di disoccupazione.

La nuova “rapallizzazione“

C’è perfino una parola apposta: rapallizzazione. Fu coniata nel secondo Dopoguerra per indicare uno sviluppo urbanistico selvaggio. Un vocabolo che nacque proprio dalla cittadina ligure di Rapallo. Oggi sono passati più di cinquant’anni, ma la Liguria si trova di nuovo minacciata dal cemento. La breccia è stata aperta dalla legge sui porticcioli voluta dall’allora ministro Claudio Burlando. Poi arrivarono i piani regionali. Memorabile una frase di Burlando pronunciata nel 2005: “Un mio amico di Bologna (Prodi, contrario alla cementificazione, ndr) si è augurato di vedere sulle nostre spiagge più ombrelloni e meno porticcioli. Io invece dico: più ombrelloni e più porticcioli”.

E così è stato, grazie anche all’appoggio del centrodestra, soprattutto di Claudio Scajola, padrino del nuovo porto di Imperia. Operazione finita con costi lievitati e moli mezzi vuoti. Così in pochi anni i posti barca sono passati da 14mila a quasi 24mila. E dovevano arrivare a 30mila. Intorno immancabili operazioni immobiliari, magari firmate da architetti amici della sinistra. Un altro porto da mille posti doveva nascere a Marinella, alle foci del fiume Magra, noto per le alluvioni. Progetto lanciato da un’impresa della banca rossa Mps. Nella società sedeva il tesoriere della campagna elettorale di Burlando. La crisi della banca ha fatto arenare il porto.

Ma la scommessa sul cemento continua. La Regione di Burlando ha varato un piano casa che gli ambientalisti Angelo Bonelli e Roberto Della Seta hanno definito “il più devastante d’Italia”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’economia ligure è al collasso. Anzi, rischia di essersi mangiata la sua più grande ricchezza: l’ambiente che garantisce il 20% del pil con il turismo.

La Repubblica, 13 ottobre 2014 (m.p.r.)

Un sindaco via, l’altro, a male parole. Genova li spazza via dal suo cuore incollerito come detriti alluvionali. Nel fango, della classe dirigente galleggia solo chi ha più pelo sullo stomaco. E dunque ha l’astuzia di non farsi vedere lì in mezzo ai negozianti dell’ultimo quadrilatero commerciale sopravvissuto nel centro cittadino, sempre gli stessi, ancora una volta a spalare e buttar via merce. A loro si chiede il coraggio di ricominciare, di vincere lo scoramento, l’adesso basta. Ma chi ce l’ha ancora, il coraggio di guardarli in faccia?

Il sindaco Doria si è presentato fra i suoi concittadini alluvionati ieri, in netto ritardo. Beppe Grillo, opportunamente, ha rinviato a martedì, sempre che la pioggia e il Bisagno diano requie. Perfino i propositi insurrezionali lanciati in piazza Corvetto l’anno scorso, durante le cinque giornate di sciopero a oltranza degli autoferrotranvieri, e poi a piazza della Vittoria coi Forconi, si smorzano nell’impotenza conclamata di una classe dirigente che annaspa tutta quanta, mentre Genova resta in balia delle acque che scorrono nel suo sottosuolo.
Il premier Renzi se la cava scrivendo su Facebook che le passerelle in questi casi non servono. Il governatore Burlando, commissario dei lavori di copertura del Bisagno e dello scolmatore del rio Fereggiano rimasto sulla carta, preferisce andare in visita nei paesi sinistrati dell’entroterra. Già l’anno scorso la rivolta degli autoferrotranvieri che paralizzò Genova suggerì prudentemente a Renzi e Burlando di annullare un incontro congiunto organizzato in vista delle primarie Pd. Genova è città soggetta a moti d’ira, funesti come i cataclismi naturali che la violentano con prevedibile sistematicità. Basta che piova forte, succede tutti gli anni. Si sapeva che sarebbe successo ancora. E intanto?
Qui si percepisce il vuoto della politica. O meglio la paura di osare una forzatura che avrebbe potuto in seguito costringere le amministrazioni locali al pagamento di risarcimenti salati, nel caso avesse dato il via libera a opere su cui pendevano ricorsi al Tar. Per questo i 35 milioni già stanziati sono rimasti nel cassetto. Un caos tale che a settembre il sindaco stesso è andato in confusione: ha protestato contro gli inaccettabili ritardi provocati dalla magistratura, ignorando che due mesi prima il Tar del Lazio aveva revocato il blocco da lui denunciato. Anche se, bisogna precisarlo, l’alluvione non si sarebbe evitata comunque. Perché il tempo necessario a prevenire la nuova sciagura, uguale identica a quella del 4 novembre 2011 e delle tante altre precedenti, era già stato sprecato. La psicosi del ricorso ha prevalso sull’urgenza di impedire nuove catastrofi.
Sono centomila i genovesi che vivono nel rischio permanente di alluvione. Le stesse opere approvate per rimediare il dissesto di una cementificazione scellerata, sono antidoti parziali che non garantiscono una città che necessiterebbe di interventi radicali. I funzionari dell’Arpal, l’agenzia regionale dell’ambiente che non ha dato l’allarme, lavorano con tecnologie inadeguate. Nessuna task force per l’emergenza era stata predisposta. La retorica encomiastica sugli angeli del fango, i ragazzi senza vanghe e senza stivali accorsi in sostegno ai sinistrati, stride con la realtà di una pubblica amministrazione impreparata a coordinarli.
Così, nel disastro strutturale divenuto cronico, sprofonda anche il senso dello Stato, la fiducia nelle istituzioni. E un uomo perbene come il sindaco Marco Doria, riluttante al protagonismo mediati- co, diviene suo malgrado emblema di una debolezza inquietante. «Fossi stato il sindaco mi sarei incatenato a Roma finché non si fossero decisi a dare il via libera ai lavori», è la frase più gentile che gli ha gridato un ragazzo durante il sopralluogo di ieri. Lui incassa impietrito, gli chiedono di essere quello che non è e non sarà mai. Lo insultano. Che si dimezzi lo stipendio di cinquemila euro per dodici mensilità. Che prenda la vanga e si metta a pulire i tombini, visto che prima non ha fatto nulla.
Altro che Sbloccaitalia, e magari si potessero addossare alla non meglio precisata burocrazia tutte le colpe, come ha scritto ieri Renzi sparando la cifra stratosferica di due miliardi (certo non tutti per Genova). Intanto il sindaco ha fatto il minimo che poteva fare per alleviare la caduta in disgrazia economica dei cittadini alluvionati: ha sospeso il pagamento delle tasse municipali. Ma è su quello che Doria e Burlando non hanno fatto prima, che restano aperti gli interrogativi.
Ricordo il fastidio con cui il sindaco-professore, sollecitato a guidare una rivolta contro il patto di stabilità che rischiava di mandare in tilt i servizi pubblici, denunciava l’anno scorso la degenerazione personalistica della politica. Uomo di sinistra affezionato alle regole della rappresentanza democratica, trascinato dalla generosità di don Andrea Gallo a riempire il vuoto provocato dalle divisioni interne del Pd, Doria si negava a chi gli chiedeva prestazioni muscolari da Mission Impossible. Può anche darsi che avesse ragione, lo si è visto in primavera quando l’establishment cittadino si afflosciava miseramente a seguito dello scandalo Carige in cui il banchiere Berneschi si è portato dietro buona parte della Genova che conta.
Ma è nel rapporto con una natura maligna e con una città perennemente in pericolo che la fragilità di Doria si ritrova messa a nudo. Cosa deve fare un sindaco quando sa che alle prime piogge torrenziali sarà di nuovo alluvione? Va bene dire no alla sceneggiata di incatenarsi a Roma, ma è mai possibile che l’alternativa sia un’inazione rassegnata?
Così si è prodotto uno squarcio doloroso nel cuore stesso di Genova. Dai banchi del pesce e della frutta del Mercato Orientale ai piccoli esercizi commerciali di Borgo Incrociati, giù verso il mare fino alla Foce e a Piazzale Kennedy, senza risparmiare via XX settembre. Stavolta i danni sono stati maggiori di tre anni fa, anche se il morto è uno solo anziché sei. Negli stessi negozi in cui nel 2011 il fango si era fermato a mezzo metro d’altezza, in questi giorni è tre volte tanto. L’Arpal non lo aveva previsto, il sindaco è andato alla prima del teatro Carlo Felice. Ma la pioggia cadeva torrenziale e i torrenti ribollivano anche in assenza di segnalazioni formali. L’hanno avuta vinta il fatalismo e la rassegnazione.
Nei giorni dell’alluvione Beppe Grillo aveva convocato a Roma il raduno del Circo Massimo e non se l’è sentita di rientrare precipitosamente a Genova. Chissà, forse neanche lui è più il Grillo di una volta. Prudente è anche la sua decisione di rinviare a domani una protesta — con richiesta di dimissioni di Doria — che deve anch’essa subordinarsi alle previsioni meteorologiche avverse. Temo però che ci sia dell’altro: anche il capopopolo del “tutti a casa”, il leader dell’antipolitica, perfino Beppe Grillo forse avverte che questo fango sta trascinando con sé ogni speranza.

Articolo21.org, 12 ottobre 2014

Vorrei chiedere ai colleghi che conducono i telegiornali: non usate più l’espressione “bomba d’acqua” al posto di nubifragio, fortunale, forte temporale, ecc. A parte che tecnicamente la “bomba d’acqua” è un’altra cosa, ma, evocandola, sembra che assolviate chi ha assistito, come a Genova, inerte ad una nuova tragica alluvione. La terza disastrosa che colpisce e sconvolge il capoluogo ligure in cinque anni. Non siamo di fronte ad eventi eccezionali, né, tantomeno, a “calamità naturali”. Siamo di fronte ad un caso “di scuola” della distruzione di un sistema idrogeologico naturale manomesso e devastato dall’uomo nei decenni

Le polemiche più immediate riguardano soprattutto il mancato preallarme della Protezione Civile e del Comune, ma c’è ben altro a monte di quel pur deplorevole ritardo. Perché Genova? Ma potremmo dire perché il Gargano, Olbia, la foce del Tevere, la collina trevigiana o Messina? Perché la nostra bella Italia è sempre più sfigurata dal cemento+asfalto e quindi resa in tal modo fragilissima. Genova poi è un caso da manuale dell’imprevidenza di massa, anche della stupidità e del menefreghismo. Come si può assistere ai grovigli del Tar (la cui istituzione è fra le principali cause di rallentamento dei lavori indispensabili) senza muovere un dito, vedendo che i fondi stanziati nel 2010 non producono una sola opera di imbrigliamento, di difesa, neppure la demolizione di una tombatura di torrente, o di uno degli edifici-killer?

Sono passati ben 44 anni dalla tragica alluvione del dicembre 1970, che seminò lutti in più di quaranta famiglie e devastazioni in mezza Genova. Mi ci trovai in mezzo per caso, inviato da Milano ad un convegno marittimo alla Fiera del Mare dove rischiammo di rimanere intrappolati dalla piena di Bisagno e Polcevera. Rimasti al buio, riuscimmo a scappare, a piedi, avendo per guida il console della Compagnia portuale, Agosti, verso il centro di piazza De Ferrari. Da lì vedemmo che la città a monte era illuminata e pressoché normale, mentre verso Brignole tutto era buio e sommerso. Tragicamente buio e sommerso, con 44 morti.

Il giorno dopo scoprimmo che i letti di fiumi e torrenti su in alto non erano stati ripuliti da quando gli ultimi contadini se n’erano andati e che in basso gli stessi erano stati improvvidamente occupati, rialzati e ristretti da orti, campi da calcio e da tennis in serie, circoli sportivi e ricreativi, creando così le condizioni ottimali perché straripassero. Negli anni successivi si è continuato a cementificare le alture genovesi, quasi a strapiombo sulla città, coi Forti antichi che sorgono fra 400 e 800 metri di altitudine, a sradicare bosco e sottobosco, a desertificare campi e pascoli. Col risultato di far precipitare le acque piovane a valle, sulla città, ad una velocità un tempo rallentata da boschi, coltivi, terrazzamenti, ecc. ed ora divenuta pazzesca grazie all’asfaltatura ossessiva di ogni viottolo. In basso poi si sono lasciati costruire edifici, anche di notevole cubatura, a filo delle sponde, o sul percorso dei corsi d’acqua costretti fra argini di cemento, e magari “tombati” in città, i quali, in regime di piena, “esplodono” letteralmente invadendo case e strade divenute a loro volta vorticosi corsi d’acqua. Nel Sud tutto è aggravato da un disperante abusivismo edilizio che ha costipato colline, pianure, ripe di fiumi, alvei di torrenti e di fiumare, pareti, colate di fango. Ma anche a Genova non si è scherzato quanto a stravolgimento del tessuto urbano con le lottizzazioni, ben nel cuore del centro storico, di Madre di Dio e di Piccapietra, e con grandi quartieri in montagna, di fatto. Per una città la cui popolazione peraltro è drasticamente calata: dalla punta di 816 mila residenti del 1981 ai 586mila del 2010, con una diminuzione del 28,2 per cento. E magari si vuole “rilanciare l’edilizia”.

Ci si può rassegnare a tanto disastro? Assolutamente no. Che si può fare? Molto, se si concentrano subito fondi e investimenti sulla difesa e la ricostruzione idrogeologica dell’Italia, sulla messa in sicurezza ambientale, anche anti-sismica (dove ci sono più frane, i terremoti risultano devastanti). E’ il più vero, urgente, incombente dramma nazionale, da affrontare con un non meno urgente e adeguato piano anch’esso nazionale, articolato per regioni, per bacini idrografici. Il suo costo è stato calcolato in 40 miliardi scalati in più anni, ovviamente. Tanti. Però se non si comincia mai, lo sfacelo aumenta e con esso i danni, i morti, gli sfollati, i senza lavoro. E novembre deve ancora arrivare.
Nel 1989 la tanto deprecata Prima Repubblica si era data un’ottima legge, la n. 183, che istituiva Autorità di Bacino, da quelle nazionali (sette, dal Po al Volturno) alle locali, sul modello dell’Authority del Tamigi che aveva risanato il grande fiume, la rete idrica e protetto l’ambiente fluviale della “great London”. Là l’Autorità funziona avendo riunito in sé i poteri di ben 11mila enti. Qui Comuni e Regioni insofferenti di una Autorità superiore si sono applicati con puntiglio a smontare e a svuotare quella buona legge. Un suicidio di massa che tv e giornali dovrebbero raccontare. Altro che prendersela ogni momento con la Prima Repubblica!

Bisogna ridare poteri alle Autorità di ogni livello, stroncare l’abusivismo con pene esemplari (il 90 % delle costruzioni a Olbia o nel Gargano sono abusive, anche in pieno Parco Nazionale!), demolire subito tutto ciò che ostruisce alvei e aree di golena, ovunque, nel Po come nell’Arno e nel Tevere, creare cooperative giovanili che sistematicamente ripuliscano a monte i letti di fiumi e torrenti, canali e canalette di adduzione, concentrare su questo quadrante gran parte dei fondi pubblici. O vogliamo spendere molto di più per rattoppare, ricucire qua e là (come abbiamo fatto sin qui) e assistere a sempre nuovi lutti e rovine?

Un Salva Italia strategico, pianificato insomma: altro che questo Sblocca Italia del governo Renzi teso ad eludere vincoli e piani, a cancellare i controlli delle Soprintendenze (magari esse stesse) e di altre Autorità territoriali rendendo i costruttori, figurarsi, i responsabili di se medesimi. La semplificazione burocratica può avvenire soltanto riunendo i molti passaggi cartacei in alcuni passaggi strategici però efficaci, non eliminando i controlli. E’ il momento di riportare in onore – per un nuovo New Deal italiano del territorio e del paesaggio – la pianificazione. Altrimenti, come profetizzava Antonio Cederna, ci resteranno davvero “brandelli d’Italia”.

CINQUE TERRE (La Spezia) — C'è una frana invisibile. Che non fa morti. Ma annichilisce certezze e annebbia lo sguardo sul futuro. C'è aria di anno zero in questo paradiso violentato dal fango e dal dolore. Assieme alle case, ai ponti e alle strade, è il «modello Cinque Terre», frutto di un fragilissimo mix tra territorio e turismo (la tanto decantata «sostenibilità») a venire giù. Di colpo.

Quei 367 milioni di metri cubi caduti in una manciata di ore su queste terre (tanto per rendere l'idea: due volte il lago del Vajont) non hanno solo ucciso 10 persone (e 3 sono disperse), hanno anche strappato l'ultimo velo su un paradiso che per troppo tempo non ha voluto vedere il virus che lo divorava dentro. «Ci siamo venduti la terra, la casa e l'anima» dice l'ingegnere Franco Siccardi che insegna costruzioni idrauliche all'università di Genova. Il diavolo del business che divora l'angelo dell'ambiente. Il turismo unica religione. Come se Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore potessero essere governati con la logica del divertimentificio romagnolo.

Lo scrittore Maurizio Maggiani, 60 anni, ligure di Castelnuovo Magra, un Campiello e il premio Strega nel carnet, ha mirato al cuore sulSecolo XIX: «Da 30 anni si è smesso di contenere i corsi d'acqua, rinforzare le terrazze e i muretti a secco. La gente si è arricchita in un colpo solo. Oggi chi possiede anche solo una cantina non ha nessuna intenzione di lavorare». E non si è fermato qua. A rischio di tracimare anche lui, si è scagliato contro Monterosso («Non esiste più da 20 anni»), contro la politica del Parco delle Cinque Terre, la cementificazione, gli abusi.

«Maggiani sputa nel piatto dove mangia. Se siamo morti da 20 anni, come mai lui continua ad avere l'ombrellone in prima fila?». È un ringhio quello di Angelo Betta, sindaco alluvionato di Monterosso (giunta civica con simpatie di centrodestra): «Cementificazioni? Quando mai? Ma lo sapete che qui ci sono vincoli ferrei, siamo nel Parco delle Cinque Terre. È dal '77 che non si costruisce niente...». Eppure gli ambientalisti gli fanno le pulci. Un autosilo da 300 posti in cima al paese. La piscina di un hotel a picco sul mare. E poi quella storia di presunti abusi edilizi in cui è finito il senatore Luigi Grillo, potente ras di queste valli e presidente della commissione Lavori pubblici, per alcuni interventi nella sua tenuta di Buranco: che ora è nel mirino della Procura di La Spezia, ma che in passato ha avuto titoloni perché lì si produce il vino sciacchetrà davanti al quale nel 2004 Silvio Berlusconi e l'allora governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, sancirono la pace.

Betta artiglia ogni accusa: «Il parcheggio? Ne abbiamo bisogno come il pane: questo paese passa da 1.500 abitanti a 20 mila per 8 mesi all'anno. La piscina? Una vasca di 100 metri quadrati, tutto autorizzato. Il senatore Grillo? È solo il crollo di un muro, che la magistratura faccia pure il suo lavoro».Un tempo si arrivava alle Cinque Terre con il trenino o scarpinando per sentieri. Oggi è un brulicare di auto. L'unico modo per centrare l'obiettivo dei 5 milioni di turisti all'anno. Un tempo i muretti a secco, le «miagie», imbrigliavano i versanti e le comunità montane pagavano i contadini che ci lavoravano. Ora le «miagie» scoppiano e finiscono a valle. E i figli dei contadini fanno gli affittacamere o i bagnini. «Qui molti si sono arricchiti e a diventare povero è stato il territorio» dice l'ambientalista Claudio Frigerio, uno dei primi a puntare il dito contro la gestione del Parco da parte di Franco Bonanini, detto il «Faraone», finito in manette un anno fa con alcuni funzionari di Riomaggiore per una storia di licenze e falsi.

Ora il carrozzone è in mano al commissario Aldo Cosentino, eppure qualcosa si è fatto: aumentati gli ettari coltivati (nel 1950 erano 1.350, nel 1999 solo 80, nel 2010 sono tornati a superare i 100); obbligo di coltivare 3 mila metri quadrati per chiunque faccia anche piccoli lavori sulla casa; recuperati terrazzamenti. Una goccia nel mare. «È prevalso un modello di gestione — dice il geologo Alfonso Bellini — che trascura la conservazione dell'ambiente perché non ha un ritorno economico immediato». Il sindaco di Vernazza, Vincenzo Resasco, non nega: «Il turismo è manna, ma sappiamo che senza ambiente non c'è business...». Ecco un buon inizio per l'anno zero.

L’amico del cardinal Tarcisio Bertone, l’amico di Gianpiero Fiorani (emigrato in Nigeria dove si occupa di petrolio) e il braccio destro del senatore Pdl Luigi Grillo (a sua volta legato ai furbetti del quartierino). Con una serie di società con sede in Lussemburgo e in paradisi fiscali stanno investendo centinaia di milioni, comprando mezza Liguria, pronti a sbarcare in Toscana. Cemento, pallanuoto e calcio, sono dappertutto. A cominciare dal contestato progetto per il porto di Santa Margherita.

Si parla di un investimento da 70 milioni che prevede moli, bagni extralusso, centri di talassoterapia, giardini pensili e 250 box interrati in una delle località più famose del Mediterraneo. Un progetto che ha visto l’opposizione di comitati di cittadini e di liguri del calibro di Renzo Piano. Ma amministratori e giornali locali non hanno dubbi: “Si trasformerà la cittadina in un salotto eco-sostenibile”. A guardare le immagini dei rendering dello studio architettonico Gnudi sorge, però, qualche dubbio: ecco i moli, le passerelle di legno degli stabilimenti e gli enormi scalini di cemento proprio sul mare. L’architetto Giorgio Gnudi, però, assicura: “Abbiamo studiato ogni dettaglio per ridurre l’impatto. Siamo pronti a discutere”.

Ma il cemento è la punta dell’iceberg, il grosso della storia sta sotto il pelo dell’acqua. E racconta un intreccio di nomi che vantano amicizie dal Senato al Vaticano. A realizzare il nuovo porticciolo sarà infatti la società Santa Benessere & Social srl. Tra i soci c’è la Rochester Holding, società anonima lussemburghese (a sua volta controllata da società delle Isole Vergini e di Panama), un “dettaglio” che potrebbe suscitare polemiche se il Comune dovesse affidarle una concessione pubblica. Per ammissione di chi propone il progetto, la società fa capo a Gabriele Volpi. Originario di Recco, poi emigrato a Lodi e quindi in Africa, oggi risiede a Lagos (Nigeria) e guida un impero con 15 mila dipendenti e 300 milioni di patrimonio che fino a pochi anni fa risultava controllato da società offshore. È un uomo schivo, nonostante il jet personale e lo yacht da 60 metri, che ha fatto la sua fortuna fornendo appoggio logistico alle multinazionali del petrolio. Volpi ha sempre respinto le voci che lo associavano al commercio di armi: “Non ho mai avuto bisogno di fare cose del genere”. Insomma, leggende metropolitane. Volpi oggi è una potenza nella sua Liguria. Oltre alle attività edilizie si è lanciato in avventure sportive che gli procurano largo consenso: è proprietario della Pro Recco che sta sbancando il campionato italiano di pallanuoto. Suo anche lo Spezia Calcio. Ma Volpi non ha mai nascosto la sua amicizia con Fiorani (anche lui in passato interessato a investire in Liguria il frutto delle sue operazioni finanziarie). Anzi, il furbetto del quartierino dopo le disavventure giudiziarie del 2005 scelse una partita della Pro Recco per ricomparire in pubblico.

L’operazione di Santa Margherita, però, rivela altre alleanze di Volpi. Presidente di Santa Benessere & Social è Andrea Corradino (che guida anche lo Spezia Calcio). Area Pdl, Corradino è l’avvocato dell’onorevole Luigi Grillo. E qui le coincidenze si moltiplicano: Grillo, uomo del Pdl nel mondo delle banche, è stato condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per l’inchiesta Antonveneta sui furbetti. E proprio l’influenza di Grillo nel sistema bancario e nella Cassa di Risparmio della Spezia, dicono i critici, avrebbe portato Corradino alla presidenza di Carispezia.

Non basta: nel cda della Santa Benessere ecco Gianantonio Bandera, costruttore amato dalla Chiesa. Ma soprattutto dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone, ex cardinale di Genova. Bandera è membro del cda dell’impresa che sta realizzando a Roma un progetto caro al Vaticano, ma ancora più contestato di quello di Santa Margherita: auditorium, uffici e laboratori dell’ospedale Bambino Gesù (presieduto da un altro fedelissimo di Bertone, Giuseppe Profiti, condannato a sei mesi per l’inchiesta genovese di Mensopoli). Bandera è consigliere di società che fanno capo all’Amministrazione Patrimonio della Sede Apostolica ed è stato nominato dalla Curia di Genova Magistrato della Misericordia, fondazione che amministra i beni della Diocesi destinati ai poveri, un patrimonio enorme.

Ma il trio è impegnato anche nella mega operazione immobiliare nelle aree dismesse della Iml, a Recco: stadio di pallanuoto, residenze per gli atleti, hotel a 4 stelle, uffici, più gli immancabili parcheggi con residenze. Altra operazione che divide la popolazione. Nella società San Rocco Immobiliare spa ritroviamo Corradino e Bandera. Proprietaria dell’impresa è la Recina Invest, società con sede in Lussemburg, a sua volta con rimandi a Panama (Daedalus Overseas inc) e alle Isole Vergini Britanniche (Bright Global sa).

Lo stesso schema replicato a Recco nella Sant’Anna srl. Stavolta si parla del progetto di riqualificazione della piscina (con la costruzione di posti auto sotterranei in riva al mare) che sarebbe gestita dalla Pro Recco di Volpi. Basta? No, Bandera era impegnato in operazioni immobiliari nei terreni delle parrocchie della Riviera. Ma sono bruscolini, l’imprenditore pensa in grande, per diventare uno dei signori della Liguria con investimenti di almeno 200 milioni: attraverso il consorzio Lavagna Futura ha proposto un progetto di riqualificazione del porto di Lavagna, il più grande del Mediterraneo (1.300 posti barca). Poi si parla di Lerici e, dicono ambienti a lui vicini, della Toscana. Del resto a Carrara c’è già la sede di molte sue società, negli uffici del commercialista Giulio Andreani (candidato sindaco di Carrara nel 2002 con il centrodestra). Progetti realizzati contro la popolazione? No, secondo il sondaggio commissionato a Renato Mannheimer il 57% dei residenti è favorevole al porto di Santa Margherita. C’è, però, chi, come il giornalista Marco Preve, ricorda un dettaglio: “Mannheimer compare come socio o titolare di quote in diverse società che si occupano di comunicazione, finanza e immobiliare. In una di queste, la Opera Multimedia in liquidazione di Pavia, ha tra i suoi soci anche l’Union des Banques Suisses, che controlla interamente uno dei soci dell’impresa che realizzerà il porto”.

L’ ultima volta, due anni fa, era sceso in campo addirittura Renzo Piano. Una stroncatura netta, senza appello, da parte dell’archistar genovese per la colata di cemento che avrebbe dovuto trasformare uno dei più antichi porticcioli d’Italia, un’ansa naturale fatta apposta per pescherecci, gozzi e yacht di medie dimensioni, in un’anonima megastruttura come tante che costellano le nostre coste. Allora la sollevazione di big, intellettuali e, soprattutto, dei cittadini di Santa Margherita Ligure bloccò quella che venne ritenuta unanimemente una mera speculazione edilizia.

Ora ci riprovano e puntualmente riesplodono le polemiche. Santa Margherita non è Rapallo, simbolo nazionale dello stravolgimento ambientale, del cemento e dell’edilizia selvaggia (non a caso è stato coniato un neologismo, «rapallizzazione», per identificare il tirar su case senza rispetto del territorio) e ha sempre conservato un’alta sensibilità in difesa delle sue colorate abitazioni storiche, gli edifici ad anfiteatro affacciati sul porto, le piazzette e i vicoli pittoreschi, i negozi ricercati. Tanto da diventare approdo e rifugio per numerosissimi milanesi e torinesi, lombardi e piemontesi.

Il nuovo progetto, proposto dalla società «Santa Benessere & Social» prevede un investimento di 70 milioni di euro, un notevole ampliamento del porto e la riqualificazione della zona a sud (sono state già rilevate le licenze di tre stabilimenti balneari) con la creazione di un centro di talassoterapia sul modello della francese Saint Malo. Per quanto riguarda il porto l’obiettivo è di allungare la diga foranea di 80 metri e il molo di sottofluttuo di un centinaio di metri, con la creazione di 150 nuovi posti barca in grado di garantire lo stazionamento per tutto l’anno anche di maxiyacht di oltre 50 metri. Il centro di talassoterapia sarebbe invece dotato di 250 parcheggi interrati, 25 suites, piscine, campi da tennis, negozi e ristoranti. Secondo i promotori verrebbero garantiti 195 posti di lavoro più altri 350 nell’indotto, con una ricaduta annuale sul territorio di 31 milioni di euro.

Ma chi sono questi promotori? Si tratta di imprenditori e professionisti che stanno pianificando importanti business nel levante ligure, ma che hanno intenzione di sbarcare anche a Genova e non solo. La «Santa Benessere & Social» fa capo a una società lussemburghese, la Rochester Holding, a sua volta controllata da società domiciliate nelle Isole Vergini e a Panama, ma comunque riconducibili a Gabriele Volpi. Nato a Recco, 68 anni, uomo d’affari (ricchissimo, jet Falcon 900 da 11 posti, yacht da 60 metri, società off shore, uffici a Londra, villa sopra Santa Margherita) opera da trent’anni in Nigeria (ha anche la cittadinanza) nell’indotto del petrolio e del gas attraverso la holding Intels: possiede terminal portuali e organizza la logistica e i campi con tanto di scuole, ospedali, mense e tutti i servizi per migliaia di dipendenti Eni e Bp. Amico di Gianpiero Fiorani sin dai tempi in cui, ragazzo, lavorava alla Lodi, Volpi è proprietario della Pro Recco (che è un po’ il Barcellona della pallanuoto) e dello Spezia Calcio. Secondo alcuni sarebbe accreditato come futuro patron della Sampdoria il giorno che Riccardo Garrone passasse la mano.

Accanto a Volpi, come amministratore delegato della «Santa Benessere», troviamo il costruttore Gianantonio Bandera, uomo vicinissimo al Segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone dai tempi della sua permanenza a Genova. Proprio il cardinale lo ha voluto nel cda della Fondazione Magistrato di Misericordia che amministra immobili della curia genovese (Angelo Bagnasco che la presiede lo ha riconfermato) e nel cda della Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Padre Pio), oltre a sceglierlo fra i realizzatori del nuovo centro dell’ospedale Bambin Gesù a Roma. Presidente della «Santa Benessere», infine, è l’avvocato Andrea Corradino, presidente di Banca Carispezia (gruppo Credit Agricole), vicepresidente dello Spezia Calcio e legale di fiducia del senatore Pdl Luigi Grillo, intimo (anche per via delle comuni vicende giudiziarie) dell’ex governatore Antonio Fazio e di Fiorani. Un gruppo affiatatissimo che troviamo anche dietro ad altre due operazioni immobiliari milionarie per cambiare il volto di Recco.

Se contro il vecchio progetto di porto turistico vi fu il no compatto di intellettuali, ambientalisti e amministratori pubblici, questa volta si registrano alcuni distinguo. Il comune, con il sindaco Roberto De Marchi in testa, è possibilista. Allettato dagli ipotetici nuovi posti di lavoro in un periodo effettivamente molto difficile sul fronte occupazionale, il sindaco ha detto che il progetto è «un’ipotesi sulla quale lavorare». Rossella Rosa, presidente della delegazione Portofino Tigullio del Fai (Fondo Ambiente Italia) parla addirittura «di riqualificazione di cui c’era bisogno».

L’avvocato Francesco Maria Ortona, leader della vecchia battaglia con il movimento «Tuteliamo Santa», spara invece ancora una volta ad alzo zero. Definisce il progetto «surreale» e paventa «una rapallizzazione trent’anni dopo». Il giornalista e uomo di mare Piero Ottone teme uno snaturamento di Santa e si schiera contro il progetto. Suo un accorato appello in cui scrive: «Spero ardentemente nella conservazione di Santa Margherita così com’è, perla del Tigullio, città e porto di incomparabile bellezza, una delle poche meraviglie che siamo riusciti finora a conservare in un’Italia molto mal ridotta». E di «rischio di svendita del territorio» parlano l’associazione internazionale «Amici del Monte di Portofino» guidata da Raffaello Uboldi, l’associazione «Gente di Liguria» con Marco Depino e l’associazione «Città Futura» con Alberto Cattaneo. E Piano? Per ora tace. Anche se con Bandera ha un precedente. Il costruttore qualche anno fa aveva proposto una marina nel quartiere genovese della Foce, poco distante dalla Fiera. L’architetto liquidò così il progetto: «Un porticciolo di quelli che impestano l’Italia».

Oggi il Consiglio Regionale voterà un piano da cui dipende il destino del paesaggio. In Liguria se ne parla da mesi, ma anche i Verdi ed esponenti nazionali del Pd sono intervenuti per lanciare l’allarme: il Piano Casa voluto dal centrosinistra di Claudio Burlando ha rischiato di superare a destra le norme di Ugo Cappellacci. Capire esattamente che cosa preveda l’ultima versione per i cittadini è un rebus: ogni giorno il testo cambia, con la sinistra che chiede vincoli, ma l’assessore Idv e una parte del Pd che li tolgono.

L’assessore Idv “sbianchetta” i vincoli del Piano Casa. Senza nemmeno avvertire la sua maggioranza fa un regalo ai signori del mattone che potrebbero riversare sulla Liguria 40 milioni di metri cubi di cemento. Ormai il Piano Casa della Liguria è diventato un caso nazionale per il centrosinistra e soprattutto per il partito di Antonio Di Pietro che pure nei manifesti elettorali portava scritta in evidenza la parola “ambiente”.

Oggi il Consiglio Regionale voterà un piano da cui dipende il destino del paesaggio. In Liguria se ne parla da mesi, ma anche i Verdi ed esponenti nazionali del Pd sono intervenuti per lanciare l’allarme: il Piano Casa voluto dal centrosinistra di Claudio Burlando ha rischiato di superare a destra le norme di Ugo Cappellacci. Capire esattamente che cosa preveda l’ultima versione per i cittadini è un rebus: ogni giorno il testo cambia, con la sinistra che chiede vincoli, ma l’assessore Idv e una parte del Pd che li tolgono (per la felicità del Pdl e dei costruttori). Secondo l’ultima versione modificata in extremis il Piano sarà applicabile agli immobili parzialmente condonati (un nodo particolarmente indigesto per la sinistra), ma sarà leggermente corretta la norma più devastante che avrebbe consentito di spostare i capannoni industriali in zone residenziali e di trasformarli in case incrementando addirittura i volumi. Un disastro per l’ambiente. Secondo il nuovo testo le strutture industriali potranno essere spostate, ma se diventeranno case non potranno essere ampliate. Pare.

Ma andiamo con ordine: un mese fa l’assessore all’Urbanistica Marylin Fusco (Idv, vicepresidente della Regione) presenta quella che dovrebbe essere l’ultima versione del Piano. E pur in una Liguria ormai ricoperta dal cemento scoppia la rivolta: il Piano Casa firmato Fusco prevede ampliamenti per gli immobili condonati e per i manufatti industriali e artigianali (leggi capannoni) fino al 35 per cento. Non solo: possibilità di demolire e ricostruire con aumento volumetrico estesa a tutti gli immobili, dunque non soltanto a edifici pericolanti e ruderi. Ancora: si parla di comprendere anche gli alberghi.

Insomma, sarebbe una pietra tombale sull’ambiente di una regione che campa sul turismo, ma paradossalmente punta tutto sul mattone. Angelo Bonelli, presidente nazionale della Federazione dei Verdi lancia l’allarme: “Quarantacinque milioni di metri cubi di nuove costruzioni. Il piano casa della Liguria è come Attila. Per questa regione, per il suo paesaggio, ma anche per il turismo e l’economia sarebbe un colpo fatale. Sta per arrivare una seconda rapallizzazione”. Così anche una parte della maggioranza di centrosinistra si sveglia e alza la voce. Prima si decide di congelare il Piano, poi si arriva a un accordo tagliando gli aumenti volumetrici per gli edifici industriali. Marylin Fusco non nasconde la sua delusione, sostenuta paradossalmente soprattutto dal centrodestra che ha sempre sostenuto la norma.

Ma quando la battaglia sembra finita ecco la sorpresa, come ha rivelato Alessandra Costante sul Secolo XIX: il documento concordato dalla maggioranza approda in Commissione con un testo sostanzialmente modificato. Ecco ricomparire il via libera alla demolizione dei capannoni produttivi e il loro spostamento, fino a un massimo di 10mila metri cubi e con l’aumento del 35 per cento della volumetria, anche in zone residenziali senza troppi vincoli legati agli indici del Puc. Insomma, i consiglieri regionali si ritrovano davanti un documento che pare accogliere le osservazioni di Marco Melgrati, il vice presidente della commissione Attività Produttive, ex sindaco Pdl di Alassio, architetto, plurindagato per illeciti urbanistici. I consiglieri di centrosinistra fanno un salto sulla sedia: Fusco non li aveva informati delle modifiche sostanziali al documento. Non tutti, almeno. Il capogruppo del Pd, Nino Miceli, al Secolo XIX ammette: “Sì, io lo sapevo: se le obiezioni hanno un fondamento devono essere prese in considerazione”. E ricomincia la mediazione. “Abbiamo costruito un emendamento che mantiene il premio del 35 per cento per le attività produttive quando vengono delocalizzate, ma se invece c’è un cambio di destinazione d’uso e l’intervento diventa residenziale perché il Puc lo prevede, allora viene cancellato l’incremento”, spiega Miceli. Assicura: “E’ una norma più restrittiva di quella vigente”.

Ma i Verdi e i Radicali non sembrano per niente convinti. Per domani annunciano una protesta contro il Piano. Ci sarà anche Domenico Finiguerra, sindaco anti-cemento noto in tutta Italia. E pensare che dal Pd nazionale già l’anno scorso erano arrivati chiari segnali di allarme: “È il piano più cementizio d’Italia”, aveva attaccato il Roberto Della Seta (Pd), accusando la “lobby del cemento” interna al partito. Pippo Civati e Debora Serracchiani non erano stati meno duri: “Se la realtà del Piano varato da un’amministrazione di centrosinistra dovesse superare le fantasie di Berlusconi, ci sarebbe da preoccuparsi. Il centrosinistra ligure abbia la forza di distinguersi da questo modo di procedere. La nostra generazione non si deve macchiare degli stessi errori compiuti dalla precedente”.

Il Pd ligure, però, già allora aveva fatto capire che aria tirava: “Serracchiani e Civati farebbero bene a pensare ai fatti loro, anziché parlare di cose che non conoscono”, disse Mario Tullo, allora segretario ligure del Pd. Insomma, nonostante le accese proteste di associazioni, comitati e cittadini, nonostante i timidi dissensi, il Pd va dritto per la sua strada. Del resto negli ultimi quindici anni centrosinistra e centrodestra hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo e si sono votati al cemento. Claudio Burlando, pur con recenti ripensamenti, è stato uno dei massimi sponsor della colata di cemento che ha portato ovunque in Liguria nuovi porticcioli (siamo quasi a trentamila posti barca, uno ogni 47 abitanti). Il 12 ottobre 2005 disse: “Un mio amico di Bologna (Prodi, ndr) si è augurato di vedere sulle nostre spiagge più ombrelloni e meno porticcioli. Invece io dico: più ombrelloni e più porticcioli”. Così ecco nascere porticcioli di centrodestra e di centrosinistra: a Imperia 1.400 posti barca, voluti fortissimamente dall’altro Claudio (Scajola), sui quali adesso indaga la magistratura. Alla Marinella, alle foci del Magra (vicino alla Spezia), invece arriveranno quasi mille posti barca più 200 esercizi commerciali e 750 residenze realizzati da una società che fa capo al Monte dei Paschi di Siena, la “banca rossa”, e oggi è partecipata dalle cooperative. Nel cda della società sedeva il cassiere della campagna elettorale di Burlando.

Burlando negli ultimi mesi ha respinto sempre le accuse di chi parlava di un Piano Casa votato al cemento: “Abbiamo dato la possibilità di modesti ampliamenti volumetrici a favore delle attività produttive in un momento di drammatica difficoltà per le nostre imprese”. Ma in tanti ricordano come basti poi una piccola variazione di destinazione d’uso, due righe sui documenti, per trasformare una zona industriale in residenziale. Gli esempi non mancano: a Cogoleto dove sorgeva la Tubighisa alcuni imprenditori amici del furbetto Gianpiero Fiorani stanno realizzando 174mila metri cubi di nuove abitazioni per 1.500 abitanti. Un’operazione voluta dal centrosinistra e firmata dall’architetto Vittorio Grattarola, fraterno amico di Burlando e membro della sua associazione politica Maestrale (dove sta accanto ad altri architetti, imprenditori del mattone e tecnici pubblici che si occupano di urbanistica e, ovviamente, al presidente della Regione che dà il via libera ai progetti).

Intanto a Savona le giunte di centrosinistra hanno voluto fortissimamente la colata griffata dall’architetto Ricardo Bofill che ha cambiato il volto del porto storico, a due passi dall’antica fortezza del Priamar e dalla Torretta simbolo della città. Poi c’è La Spezia, altro comune amministrato dal centrosinistra: la città ha un’occasione unica, ridisegnare e riqualificare la propria costa anche grazie a milioni di metri quadrati di aree che la Marina lascerà libere. E invece ecco il progetto per il nuovo waterfront: sponsor Lorenzo Forcieri (Pd, presidente dell’Autorità Portuale) e ancora la Regione con Marylin Fusco. Legambiente denuncia: “E’ un affare da 250 milioni di euro su un’area di 330mila metri quadrati”. Il progetto, anche questa volta griffato da un architetto straniero (José Maria Tomas Llavador) prevede due grattacieli, uno dei quali di trenta piani, che ospiteranno due alberghi a cinque stelle e poi spazi commerciali, un centro congressi, uffici, parcheggi sotterranei e le immancabili residenze.

Cemento, cemento, cemento. E pensare che, secondo le stime, in Liguria nei prossimi vent’anni la popolazione calerà di 150mila abitanti, che la regione ha già il record di case vuote (65mila) in rapporto alla popolazione. Che il turismo è attività fondamentale dell’economia (15 per cento del pil). Il voto di questi giorni sarà decisivo non soltanto per gli equilibri politici della Regione. Ma soprattutto per il futuro dell’ambiente di una delle terre più belle d’Italia.

Adesso gli amici del cemento hanno due patroni da celebrare: San Ugo Cappellacci, il 16 ottobre, e San Claudio Burlando, il 28 ottobre. La prima data, ricorderanno i libri di storia urbanistica, celebra l’approvazione del piano casa sardo che in un colpo cancella l’èra Soru e spinge il limite di edificabilità praticamente sul bagnasciuga. La seconda, invece, ricorderà il giorno in cui una giunta di centrosinistra varerà un piano casa che farebbe impallidire perfino il Cavaliere. Qui dove ci sono migliaia di case vuote.

IL PIANO

“Il destino del paesaggio ligure si gioca il 28 ottobre”, avverte Carlo Vasconi. Il consigliere regionale dei Verdi, in veste di presidente della VI Commissione ha in mano le bozze del piano casa che sta per essere approvato e indica alcuni emendamenti: “Ampliamenti di immobili residenziali fino al 75%, tanto per cominciare. Poi possibilità di ampliare del 20% anche gli insediamenti agricoli, artigianali e industriali”. Vasconi fa parte della maggioranza, ma soffre, e si vede: “Sono compresi negli aumenti perfino gli immobili condonati, un segnale tremendo per chi ancora crede nella legalità. La giunta di centrosinistra è andata molto oltre il centrodestra, molto più in là di Berlusconi. Questo è un piano casa che sembra scritto apposta per le lobby del cemento”. Attaccano gli ambientalisti, ma anche esponenti politici dello stesso centrosinistra: “È il peggior piano casa d’Italia”, sostiene Roberto Della Seta, capogruppo Pd nella commissione Ambiente del Senato. É già toccato alla Sardegna amministrata da Cappellacci, pochi, però, si aspettavano che ad ampliare ulteriormente i limiti suggeriti da Berlusconi fossero regioni di centrosinistra. Una in particolare, la Liguria, come ha annunciato Bruno Lugaro sul “Secolo XIX”.

SPREMUTA

La stessa Liguria che negli ultimi anni ha già spremuto ogni centimetro quadrato ancora libero dal cemento e, come la Sardegna, campa con il turismo. Negli ultimi anni, infatti, giunte di centrodestra (Sandro Biasotti) e centrosinistra (Claudio Burlando) hanno dato via libera a progetti per oltre tre milioni di metri cubi di nuove costruzioni, mica pochi, soprattutto se concentrati sulla costa, una striscia di terra profonda poche centinaia di metri. Case e moli: nel giro di dieci anni Biasotti e Burlando hanno approvato la costruzione di decine di nuovi porticcioli turistici, raddoppiando di fatto i posti barca da 14 mila a quasi 30 mila. La Liguria detiene ormai il record di un ormeggio ogni 47 abitanti. Il 28 arriverà il voto decisivo.

Le novità più contestate dovrebbero passare senza problemi all’esame dell’aula. Vasconi riassume il piano: “Saranno ammessi aumenti fino al 60% (che arriveranno al 75% per chi realizza migliorie architettoniche, energetiche e antisismiche) per gli immobili residenziali sotto i 150 metri cubi, del 40% sotto i 200. Sarà possibile costruire stanze e nuovi piani, con quelle aggiunte posticce che hanno effetti orrendi sul paesaggio”. Ma i parchi dell’Entroterra? “Gli ampliamenti saranno possibili, ma ci vorrà il permesso del Parco”. I centri storici? “Occorrerà il via libera del Comune”. Nessuna clemenza, nemmeno un panorama fermerà le ruspe: “Nelle aree definite zone-anima, cioè quelle di grande pregio paesistico, ma con vincoli meno stringenti, si potranno ampliare i volumi fino al 60%, purché le costruzioni si trovino ad almeno 300 metri dal mare.

Un disastro, perché la bellezza della nostra regione, quella che noi liguri amiamo e che richiama i turisti, dipende proprio dall’integrità delle zone-anima”. E’ previsto anche un aumento del 20% dei volumi per edifici artigianali, agricoli e industriali (con una soglia, però, ancora da definire). Ci sono delle esclusioni: condomini, fabbricati abusivi, aree inondabili o a rischio frana. A Sanremo ricordano un episodio denunciato dalla Stampa un anno fa: nel 2008 il Comune votò compatto – con il sì della maggioranza di centrosinistra e il solo voto contrario della Lega – la trasformazione in zona edificabile di un’area che appena 20 anni prima era stata definita “frana attiva”.

A nulla valgono le proteste di chi fa notare che la Liguria detiene il record italiano di case vuote (65.000) in rapporto agli abitanti e soprattutto di spopolamento (secondo i dati della stessa Regione la popolazione nei prossimi 20 anni scenderà a poco più di 1,4 milioni, quasi 200 mila in meno di oggi).

L’ASSESSORE

Colate di cemento? Nessuna, solo illusione ottica, per l'assessore all’urbanistica, Carlo Ruggeri: “Il piano era necessario. Il testo approvato in giunta non prevede alcuno scempio. Chi vuole ampliare sino ai 200 metri cubi può usufruire del 30%, poi abbiamo previsto delle fasce. Noi vogliamo aiutare chi possiede poco, non chi ha tanto: non daremo oltre il 10% per i 1.000 metri cubi”. E chi prevede misure antisismiche, pannelli solari? “Potrà usufruire di una premialità, ovvero dei bonus, un altro 10%, per chi ha meno di 200 metri cubi si potrà arrivare al massimo, proprio al massimo al 40%. Il 75? Non esiste”. Eppure all'articolo 4 del disegno di legge, oltre il 10% per gli ambientalisti, si prevedono due “ulteriori” 5%: ovvero 20 in totale e, per chi vuole ampliare 200 metri cubi, è a disposizione un bel 50% e non 40. E per le case condonate? “Noi abbiamo escluso i condoni gravi e meno gravi, certo dobbiamo appurare la legittimità del comma. Se lei compra da me una casa condonata sei anni fa, qual è il problema? Lei non ha un problema. Ci sono una trentina di emendamenti, vedremo”. Ruggeri è infastidito: “Non mettiamo in giro false notizie. Chi dice queste cose? Della Seta?”.

PROTESTA

Inizia una settimana decisiva, il testo già di per sé violento con l'ambiente potrebbe inasprirsi, e quindi il presidente Claudio Burlando vuole silenzio intorno. Comincia con il non rispondere al telefono. L’opposizione sollecita un’approvazione rapida, qui dove la trasversalità politica spunta sulle beghe: “Abbiamo perso anche troppo tempo”, spiega Biasotti. Se destra e sinistra sembrano compatti, il Pd e la maggioranza si sfaldano all'interno. I consiglieri delusi di centrosinistra si confidano: “Erano state presentate due versioni del piano. Una, più restrittiva, della maggioranza, un’altra del Pdl con primo firmatario Nicola Abbundo, imprenditore, guarda caso del settore immobiliare. Stranamente gli emendamenti presentati da Luigi Cola, consigliere del Pd e già sindaco di Cogoleto attivissimo nel concedere permessi edilizi, hanno recepito le principali richieste del centrodestra. Sono tutti d’accordo”. Se la politica sembra aver già deciso, il popolo dei blog si mobilita. Il sito della Casa della Legalità ha lanciato un appello: “Sommergiamo di mail la Regione. Per fare un favore ai costruttori, qui si distrugge l’ambiente” Il destino del paesaggio ligure sembra già segnato: i candidati alle prossime elezioni regionali del 2010 saranno Claudio Burlando e Sandro Biasotti (gli stessi del 2005, alla faccia del rinnovamento). Chiunque sia eletto, vincerà il mattone.

Con la benedizione del Ministro Scajola è ufficialmente scattata a Sanremo, auspice una ditta di costruzioni, la fase due della cementificazione della Liguria, resa inevitabile dalla fine dello spazio disponibile per ulteriori caseggiati ad Arma di Taggia, San Bartolomeo al Mare, Loano, S. Margherita, Sestri L. ecc. Stavolta toccherà direttamente al mare e al piccolo lembo di costa che lo lambisce, sacrificati al nuovo idolo economico- speculativo: il porto turistico, i parcheggi per la nautica da diporto, che, ha detto la ruspante vedova Cozzi, dovranno crescere ben oltre gli attuali 3500 posti. In realtà, questa fase è partita in sordina già da decenni e vanta pregevoli mostri come il porto degli Aregai a Santo Stefano o Porto Sole a Sanremo: banchine di cemento, file di anonime imbarcazioni parcheggiate, edilizia collegata orribile, livello di attività collaterali capace di competere con quello di un grosso garage con annesso autolavaggio.

Intendiamoci. Non voglio mettere in discussone la buona fede di chi promuove questa nuova ondata edilizia in Liguria. Non ignoro che iporti turistici potranno avere delle positive ricadute in termini di occupazione e di economia del circondario (manutenzione delle barche, guardianaggio, ristoranti, seconde case). E non mi nascondo che, come ha detto Scajola, non si può dire solo no.

Ma il punto è che, con questa soluzione e soprattutto con la smania gigantistica che la contraddistingue (tipica per la verità di tutte le speculazioni), si stanno per ripetere sul mare gli stessi orrori che si sono fatti in terraferma dagli anni Sessanta in poi: urbanistica da periferia, tessuto sociale assente e scadente, città fantasma, senza centro, senza anima.

Ora, chi non sarebbe disposto a rinunciare a qualcuno dei guadagni che pure ci sono stati in termini di microeconomia locale pur di tornare a rivedere un pezzo di verde a Arma di Taggia o a non vedere i tristi casermoni di Ceriale o Spotorno ?

ALLORA: perché riprovarci? Come non rendersi conto che la nautica da diporto abbasserà ancora di più il già miserevole livello qualitativo delle presenze in Liguria, portando un tipo di pubblico analogo a quello che sarebbe attirato da maxi-parcheggi riservati a gipponi di 5 metri? Come non pensare al peso che i rumorosi e frettolosi inquilini di Porto Sole hanno avuto nella fine di Sanremo come centro di un turismo permanente e di qualità? E ancora: dopo la devastante esperienza di un'edilizia ipertrofica, senza gusto e senza garbo, che ha offerto una villeggiatura anonima in squallidi loculi costosi, come non interrogarsi sulla compatibilità con quel che resta del territorio ligure di impianti portuali troppo grandi, spaventose cattedrali nel deserto come gli Aregai o inaccessibili enclave cementificate come quella che si prospetta a Imperia, nell'unico fronte mare ancora accessibile in piena città?

Se è vero che non si può dire solo no e non si trova niente di meglio, per rilanciare il turismo in Liguria, che favorire i parcheggi delle barche, perché non porsi almeno rigidissimi vincoli di dimensione, non costruire i porti nelle insenature naturali (come è in parte avvenuto ad Alassio), non evitare che diventino garage preclusi a chi non ha la chiave, non curare l'edilizia di servizio secondo criteri di discrezione ed eleganza? Ma la discrezione e l'eleganza interessano ancora a qualcuno?

Il ministro dell´Ambiente Stefania Prestigiacomo e Legambiente difendono il progetto della funivia delle Cinque Terre. Un´iniziativa che dovrebbe concretizzarsi il prossimo anno, che collegherà i sentieri sopra Riomaggiore alla cima del monte Parodi dove si trova l´ex forte di Bramapane, e che, come anticipato ieri da Repubblica, è stata duramente bocciata dal consiglio nazionale di Italia Nostra. Per l´associazione presieduta da Giovanni Losavio la funivia rappresenta uno sfregio all´integrità delle Cinque Terre. Franco Bonanini, presidente e anima del Parco, difende la sua scelta spiegando che servirà ad allentare la pressione turistica oggi concentrata su una parte ridotta del territorio, incentiverà il turismo dei borghi collinari e soprattutto, viste le caratteristiche (meno di un chilometro e una sola campata dice Bonanini), non deturperà l´ambiente.

«Il progetto rappresenta un´opera che si muove nella direzione giusta» ha detto Stefania Prestigiacomo, ministro dell´Ambiente, «per accrescere il valore dell´area e consentire ad un numero sempre maggiore di persone di apprezzare le suggestioni delle Cinque Terre anche al di fuori dei celeberrimi sentieri sul mare. Questa è la logica che dovrebbe guidare la gestione dei Parchi, una logica che le Cinque Terre, grazie ad una guida lungimirante ed illuminata, hanno seguito riuscendo a far diventare il vincolo paesaggistico motore della rinascita economica di un´area di incomparabile bellezza».

Sulla stessa linea, ma polemici nei confronti dei "cugini" di Italia Nostra, i dirigenti di Legambiente. Va però ricordato che si tratta di una difesa d´ufficio, visto che Franco Bonanini, oltreché presidente del Parco e direttore dell´Agenzia turistica della Regione Liguria, è da anni uno dei membri più influenti del direttivo nazionale di Legambiente.

«C´è un ambientalismo che blocca e conserva - dice il vicepresidente Sebastiano Venneri - ma che rischia di fare danni incalcolabili al territorio. Senza innovazione e senza un´idea di futuro, infatti, qualsiasi luogo sarebbe condannato a una misera gestione del presente». Sposa le tesi del ministro di centro destra anche Roberto Della Seta ex presidente di Legambiente, oggi senatore del Pd: «E´ un attacco gratuito e pretestuoso. Come purtroppo capita da tempo, Italia Nostra se la prende con i pochi simboli positivi di uno sviluppo veramente sostenibile».

A Vado Ligure oggi rimane una sola spiaggia. È l’unica superstite della cementificazione massiccia del territorio circostante, in pieno stile ligure: oggi in tutta la zona, secondo alcune stime, solo 19 chilometri di spiaggia su 135 sono ancora liberi.

Fra poco anche questa spiaggia potrebbe soccombere.

La piccola Vado è una cittadina di ottomila abitanti alle porte di Savona, con una storia fatta soprattutto di attività industriali.

In questa rada ben presto inizieranno i lavori per la costruzione della cosiddetta “piattaforma Maersk”: la realizzerà la Apm Terminals, divisione indipendente del colosso danese A.P. Moller-Maersk (vedi pagina accanto). Maersk è un nome (e un simbolo) noto a tutti anche in Italia, soprattutto per quei container con la stella bianca in campo azzurro che si vedono impilati nei porti uno sopra all’altro, in attesa di essere recapitati a destinazione.

Il progetto della piattaforma - nel corso degli anni: se ne parla da almeno otto - è cambiato, è evoluto, è cresciuto, rimanendo nel bene e nel male sempre fedele a se stesso: costruire nel golfo di Vado Ligure una “piattaforma multifunzionale” per la movimentazione dei container, per dirla con le parole dell’Autorità portuale di Savona, con una superficie a mare di 210.700 metri quadri, pari più o meno al centro abitato di Vado, o se volete a 30 campi da calcio.

Un’opera talmente grande che secondo la Valutazione di impatto ambientale nazionale (V.i.a.) diventerà senza ombra di dubbio “l’elemento dominante del paesaggio da qualsiasi punto di vista del territorio circostante”, riempiendo per circa due terzi la rada di Vado. Irreversibilità, sovradimensionamento, impatto sul paesaggio e inquinamento (atmosferico, acustico e marino) sono le principali critiche mosse al progetto dalle associazioni ambientaliste locali e nazionali (Italia Nostra, Wwf, Greenpeace e Legambiente):

“Si vuole costruire qui un’opera paragonabile alla piattaforma di Marsiglia, senza ricordarsi che a Vado abitano appena 8mila anime. Fatti due calcoli si tratta di circa cento metri quadri di piattaforma a famiglia”, commenta Sergio Uras, presidente del circolo di Legambiente di Finale Ligure.

Una previsione davvero grigia per un’area già massacrata dal cemento che tuttavia rimane all’interno del Santuario dei mammiferi marini ed è a soli tre chilometri dall’Area marina protetta Isola di Bergeggi (istituita dal ministero dell’Ambiente nel 2007). Il progetto include anche la cosiddetta riqualificazione del fronte mare, per la “mitigazione” e la “compensazione” della piattaforma. Due concetti che già attestano la presenza di un danno. In altre parole si tratta di altro cemento che andrà ad “attutire” il brutto spettacolo creato dalla piattaforma container: un porticciolo turistico, un centro polivalente, una piscina e una piazza spettacoli. Un progetto da 40 milioni di euro, vinto da un team guidato dall’architetto Paolo Cevini. Docente presso la Facoltà di Architettura di Genova, Cevini nello stesso periodo si è aggiudicato anche il concorso per la “riqualificazione” del waterfront di Rapallo.

I soci, i soldi. Facciamo un passo indietro e diamo un occhio a chi partecipa all’affare. Alla gara per la realizzazione e gestione dell’opera, promossa dall’Autorità portuale di Savona e bandita nel 2006 col sistema del “project financing”, partecipa un solo concorrente: Maersk. Lo fa in qualità di capocordata di un’associazione temporanea di imprese (Ati) che comprende anche Grandi Lavori Fincosit e Technital. Sono nomi tutt’altro che sconosciuti. Gl Fincosit, con sede a Genova e a Roma, è oggi è tra le prime imprese di costruzione in Italia. Fa parte del Consorzio Venezia Nuova, che opera per la cosiddetta “salvaguardia di Venezia” (progetto noto al grande pubblico per il “Mose”).

In curriculum ci sono anche sei delle maggiori centrali termoelettriche italiane e la partecipazione alla costruzione della centrale nucleare di Caorso, nel 1973. In passato Fincosit ha partecipato anche alla realizzazione delle “autostrade gravitanti intorno a Genova”, come si legge sul sito web, e degli “impalcati dell’autostrada Messina-Catania”. Oggi Gl Fincosit partecipa ai lavori dell’Alta velocità Milano-Bologna “nella zona di Piacenza”. Anche Technital vanta in curriculum i lavori nell’ambito del “progetto per la salvaguardia di Venezia”. Inoltre altri grandi opere, tra cui il progetto preliminare per i lavori di idraulica a Pont Ventoux, in Val Susa, e i lavori nell’ambito della progettazione della rete autostradale in Sicilia.

Insomma, anche se una successiva fase della gara vede una seconda proposta proveniente dal gruppo Itinera (gruppo Gavio), Coopsette e Codelfa, respinta dall’Autorità portuale perché “ inaccoglibile”,

il bando viene vinto dall’Ati Maersk/Technital/Gl Fincosit.

Ottenuta la gara, si tratta di trovare i soldi per la costruzione della piattaforma. A guardare il piano economico, lo squilibrio tra finanziamenti pubblici e privati è più che evidente. Il costo totale dell’opera è infatti di 450 milioni di euro, ma solo 150 milioni sono a carico di Maersk: i restanti 300 sono a carico del soggetto pubblico e dovrebbero provenire da un mutuo che si poggia su una serie di garanzie. Eccole: da una parte si parla di “125 milioni di finanziamento statale, in tranche annuali di 15 milioni per 15 anni” (sulla base del comma 991, art.1, Finanziaria 2007); dall’altra “il 25% del valore di incremento di Iva e accise derivante dall’attivazione della nuova infrastruttura per un periodo non superiore ad anni 15 nel limite del costo complessivo dell’intervento” (sulla base del comma 990). In altre parole una scommessa sulle previsioni di un traffico massiccio che sarà generato dalla piattaforma. Garanzie solide? Forse, ma a oggi (metà novembre) i nomi delle banche che dovrebbero concedere il mutuo sono ancora sconosciuti, anche se l’inizio dei lavori per la costruzione della piattaforma è previsto per la primavera 2009.

Lo scorso agosto otto associazioni, tra cui Vivere Vado e Wwf Liguria, hanno presentato un esposto alla Commissione europea, chiedendo di verificare se il finanziamento pubblico previsto possa configurarsi come un aiuto di Stato a imprese private.

In particolare è stato chiesto di “verificare se il lungo periodo di concessione della piattaforma al raggruppamento di imprese, pari ad anni 50, e il relativo canone corrisposto all’Autorità portuale (circa 750.000 euro l’anno), siano congrui con il capitale pubblico (300 milioni di euro) impiegato per la costruzione dell’opera”. “L’Ue ha richiesto alcuni documenti all’Autorità portuale: stiamo aspettando delle risposte”, dice Franca Guelfi, portavoce della lista civica Vivere Vado (vedi sotto). Ma all’Autorità Portuale tutto tace.

Per un pugno di bar. I 300 milioni di finanziamento pubblico dovrebbero essere impiegati “per sostenere un differente modello di sviluppo, che tenga conto di tutte le variabili ambientali, sociali ed economiche presenti sul territorio e che non sia a vantaggio di un unico soggetto commerciale, che ha già una posizione dominante sul mercato mondiale del trasporto container”, dicono le associazioni firmatarie del reclamo all’Ue. Quali sono invece i vantaggi concreti per gli abitanti di Vado Ligure? “Nell’ambito dell’accordo di programma fatto con la Regione e con il Comune abbiamo stabilito che una quota dell’investimento, almeno del 20-25%, vada a imprese locali”, spiega Rino Canavese, presidente dell’Autorità portuale di Savona-Vado, già deputato durante il primo governo Berlusconi. “Già in fase di realizzazione le ricadute saranno abbastanza, basti pensare alle forniture. E poi il fatto di avere un’opera di quelle dimensioni costruita lì è importante in termini di ricadute per i bar, per i ristoranti, per gli alberghi, per chi ha le cave e per chi produce le materie prime”. In termini occupazionali le previsioni ufficiali parlano di 300 posti di lavoro nel 2012, che dovrebbero arrivare a 400 nel 2020. A questi si andrebbero ad aggiungere i 250 posti generati dall’occupazione indotta direttamente sulla piattaforma dalla Compagnia portuale.

Se tutto andrà secondo le previsioni, si badi bene. Infatti, “le scelte di una multinazionale sono sempre poco prevedibili”. Lo sanno bene quelli dell’Rsu di Maerks Italia, la divisione container di A.P. Moller Maersk, che in Italia ha sede a Genova: “Nel capoluogo ligure, lo scorso gennaio, Maersk ha tagliato 129 posti di lavoro. Tagli che si inseriscono in strategie di pianificazione globale, non locale. Su scala mondiale, infatti, gli esuberi sono stati circa 3mila”.

Per quel che riguarda il traffico container generato dalla nuova struttura invece, Maersk nel suo piano di impresa parla di circa 450.000 Teu/anno (Teu è la misura standard pari a un containerlungo 6,1 metri) all’avvio del terminal, che salirebbe a 720.000 Teu/anno a regime. Rino Canavese, che in passato ha fatto parte della Commissione trasporti e Commissione lavori pubblici e ambiente, è più ottimista: “Io penso che supereremo il milione”.

Quel che è certo è che la piattaforma di Vado Ligure si andrà a inserire in un tratto di costa compreso tra Livorno e Savona, lungo appena 250 chilometri, in cui oggi si concentrano ben quattro fra i maggiori porti nazionali (Genova, Savona, Livorno e La Spezia). “Di fatto più che a fare sistema questi porti tendono a competere tra loro”, spiega Francesco Parola, ricercatore presso la Facoltà di Economia dell’Università Parthenope di Napoli. “In un certo senso Vado è la prova dello scarso coordinamento presente. Per anni Maersk ha chiesto un terminala Genova, che non gli è mai stato dato in concessione”. A Genova, il terminal container di Voltri nel 2007 ha movimentato un milione di Teu, tanti quanti si pensa potrebbe movimentarne la piattaforma Maersk con una superficie circa cinque volte più piccola. Qualcosa non torna.

“Il coordinamento sulla realizzazione di progetti portuali e sull’assegnazione di concessioni non è consentito dall’attuale contesto normativo, in quanto ciò darebbe luogo a comportamenti di tipo collusivo lesivi della libera concorrenza”, riprende Francesco Parola. “Oggi si costruisce un terminala Vado, ma non in un ottica di sistema dei porti liguri. Sarebbe meglio sfruttare o potenziare le strutture esistenti, in cui gli spazi, spesso, non vengono utilizzati al massimo delle loro potenzialità. Tanto più che per una nave proveniente dall’Asia scaricare a Vado o scaricare a Voltri o a La Spezia è piuttosto indifferente”.

L’impero danese dei terminal

La società Apm Terminals, che realizzerà la piattaforma di Vado Ligure, dal 2001 è una divisione indipendente del gruppo A.P. Moller-Maersk. Possiede 50 terminal container in 31 Paesi in cinque continenti e altri 14 sono in arrivo. La società ha chiuso i primi sei mesi del 2008 con un fatturato di 1,5 miliardi di dollari, in crescita del 27% rispetto allo stesso periodo del 2007. Gli utili salgono a 185 milioni di dollari rispetto ai 49 dei primi sei mesi dell’anno scorso. Apm Terminals non opera esclusivamente con Maersk Line, la divisione container di Ap Moller-Maersk: la quota-fatturato generata da altri clienti nei primi sei mesi del 2008 corrisponde al 38% del totale (era il 34% nell’intero 2007 e il 33% nei primi sei mesi 2007). www.apmterminals.com

Il ruolo dell’Autorità

L’Autorità portuale di Savona amministra un arco di costa che si estende da Albisola a Bergeggi e comprende i bacini portuali di Savona e Vado Ligure. Fino al 1968, il controllo del porto e delle sue attività, era gestito dall’Ente portuale di Savona Piemonte, in sinergia con altre aziende del settore.

Quell’anno venne istituito e riconosciuto l’Ente autonomo del Porto di Savona, trasformato nel 1994 nell’attuale Autorità portuale, istituita dalle legge 84/94. Con questa legge le Autorità portuali sono state dotate di personalità giuridica pubblica e sottoposte alla vigilanza del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Tra le entrate dell’Autorità portuale ci sono i canoni di concessione delle aree demaniali e delle banchine comprese nell’ambito portuale e dai proventi di autorizzazioni per operazioni portuali; gli eventuali proventi derivanti da cessioni di impianti; il gettito delle tasse sulle merci sbarcate e imbarcate; i contributi delle Regioni, enti locali e altri enti e organismi pubblici. La sede dell’Autorità portuale di Savona nel 2012 sarà trasferita all’interno delle aree demaniali del porto di sua proprietà. Un investimento pari a 5 milioni di euro, di cui 3,5 già finanziati dal governo, per realizzare una struttura alta 30 metri che occuperà un’area di 3mila metri quadri. A Vado l’Autorità portuale ha concluso l’acquisto di 32mila metri quadri di aree comunali, costate invece sei milioni e mezzo di euro, un investimento fondamentale per “per ottimizzare i varchi doganali di accesso e la viabilità”.

In Italia, l’Autorità portuale è presente nei porti di Ancona, Bari, Brindisi, Cagliari, Catania, Civitavecchia, Genova, La Spezia, Livorno, Marina di Carrara, Messina, Napoli, Palermo, Ravenna, Savona, Taranto, Trieste e Venezia.

Al servizio delle industrie

La piccola Vado nel corso della storia ha subito un’industrializzazione pesantissima. Oggi la Exxon Mobil produce qui lubrificanti finiti per oltre 100.000 tonnellate l’anno, utilizzando le materie prime del vicino impianto della Infineum Srl (ex Esso Chimica). A farle compagnia ci sono Petrolig (porto petroli), Zinox (ossido di zinco), Vetrotex (filati di vetro), Nuova Isotermica srl (mattoni refrattari) e Sanac (materiale refrattario). E ancora: due cave di calcare attive (la cava Trevo e la cava Mei-Colombino) e due discariche (una per rifiuti solidi urbani e una per rifiuti speciali). La centrale termoelettrica a carbone Tirreno Power (ex-Enel) svetta nel mezzo al paese. Bombardier Trasportation Italy lavora qui per la progettazione e la costruzione di treni “davvero speciali”: in particolare il “V300 Zefiro”, “la punta più avanzata in materia di Alta velocità”, secondo il presidente di Bombardier Italia Luca Navarri. “Una vera e propria servitù industriale”, sottolinea Stefano Sarti, presidente di Legambiente Liguria, l’associazione che lo scorso giugno ha assegnato la sua bandiera nera al Comune di Vado Ligure (Savona), alla A. P. Moller-Maersk (Copenhagen) e alla Maersk Italia Spa (Genova). “Il futuro si costruisce su basi durature e distruggendo il territorio non ci sono prospettive”, aveva dichiarato in quell’occasione Rina Guadagnini, portavoce di Goletta Verde. “Non si possono barattare posti di lavoro incerti con un sicuro scempio ambientale, rifiutato dai cittadini”.

Resistenza vadese

“Sono otto anni che siamo sul piede di guerra”, dice Franca Guelfi, portavoce della lista civica Vivere Vado e consigliere comunale. “Abbiamo sempre sostenuto che un’opera del genere sarebbe a dir poco devastante per il paese”. Una resistenza attiva, cominciata nel 2000, l’anno in cui si inizia a parlare per la prima volta di una possibile “piattaforma Maersk” a Vado. “Abbiamo organizzato allora una prima raccolta firme”, spiega Franca, “e poco tempo dopo abbiamo chiesto un referendum”. Nel corso degli anni la contestazione si allarga e, nel 2007, sono oltre 2mila le firme di cittadini contrari al progetto presentate al sindaco di Vado Carlo Giacobbe, perché la progettazione delle opere portuali fosse “radicalmente rivista”. In quel periodo il fronte del no si allarga con l’uscita dalla maggioranza di tre assessori e due consiglieri. Pochi mesi dopo, una consultazione popolare è indetta dalla stessa amministrazione comunale. Il 20 gennaio 2008 3mila vadesi (49,8%) si recano ai seggi, in un tentativo estremo di opporsi al progetto. La vittoria dei no è schiacciante, ma le istituzioni non battono ciglio: “A Vado il referendum interviene quando esiste già un piano regolatore approvato che prevede il progetto ed è stata già eseguita una gara pubblica, con un iter progettuale già in corso e con atti e impegni stabiliti”, dichiara il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando. A dargli man forte c’è Rino Canavese: “Se la piattaforma non si farà, i tir della Liguria anziché passare da Vado arriveranno da Marsiglia. I francesi non vedono l’ora di accogliere Maersk”. E per finire il Presidente della Provincia di Savona Marco Bertolotto: “È stato un errore fare la consultazione. Non rientra nel mio concetto di democrazia”. A fine luglio, centinaia di manifestanti assediano un Consiglio comunale “blindato”, con tanto di forze dell’ordine che scortano i membri della Giunta. Quel giorno l’Accordo di programma che dà il via alla piattaforma viene approvato.

I cittadini hanno presentato ricorso al Tar.

Cronistoria di una colata

2002 Il Consiglio comunale adotta un Piano regolatore portuale (Prp) che contiene un nuovo progetto di piattaforma.

2004 Elezioni comunali di Vado: la lista civica “Vivere Vado” ottiene un consigliere in Consiglio comunale

2005 Il Prp supera la V.i.a. nazionale, con alcune prescrizioni. Anche il Consiglio regionale approva il Prp con altre prescrizioni tra cui la stipula di un Accordo di programma e il parere della V.i.a. regionale (ancora mancante).

2006 Il Consiglio comunale delibera gli indirizzi per la stesura dell’Accordo di programma. Maersk partecipa al bando dell’Autorità portuale per la realizzazione e la gestione dell’opera e lo vince.

2007 Vengono resi noti i vincitori del bando del masterplan. Il Comitato portuale approva il progetto preliminare di Maersk. 2mila firme di cittadini contrari vengono presentate al sindaco. Viene approvata la delibera sulla bozza dell’Accordo di programma in Consiglio comunale.

2008 Alla consultazione popolare indetta dal Comune partecipa il 49,8% dei cittadini. Luglio: il nuovo Accordo di programma viene approvato in Consiglio comunale. Settembre: un’ordinanza del comune di Vado vieta l’affissione di manifesti, volantini e scritti “su qualsiasi struttura immobile o mobile che non sia ad essa legittimamente destinata”. Agosto: otto associazioni presentano esposto all’Ue. Ottobre: cinque banche partecipano alla fase preliminare per la concessione del mutuo. Novembre: le associazioni presentano ricorso al Tar. Apm Terminals inaugura i nuovi uffici di Vado Ligure.

A Vicenza si sono riempite le strade. Ma Fuksas non è ‘amerikano´, nonostante la cappa. Purtroppo. Perché allora gli esponenti della sinistra, di Rifondazione in particolare, che ho sentiti con le mie orecchie promettere che la speculazione della Margonara non si sarebbe fatta, li avremmo visti in piazza. Resistere. Mobilitarsi. Qui no, qui c´è il sovrano mattone, di cui un partito traversale si serve. E lo serve. Madonnina, ha detto Fuksas invece di Madonnetta. Piccolo lapsus, ma significativo, come sempre. Quel grattacielo, in sé forse un bell´oggetto, poteva andare indifferentemente a Milano, alla Fiera. O nel Dubai, dove si sarebbe stagliato sul mare smeraldino e il deserto. Noi, no, noi abbiamo altra storia, e memoria. Anzi, diciamo di averle ma le rinneghiamo.

A Milano dunque la grande occasione del ricupero della aree fieristiche sta andando sciupata. Scartato il progetto di Piano, che rispettava prospettive e verde, pur innovando, hanno vinto tra l´altro tre grattacieli che lasciano spicchi di ombra gelida su rimasugli di verde. Peggio che alla Torretta di Savona, dove pure i savonesi cominciano a sentire il peso del nuovo squallore che incombe e si accrescerà tra breve. Freddo, negli spazi e nel cuore. La città si imbruttisce. Ebbene, uno dei tre grattacieli milanesi è identico a un altro, dello stesso autore, costruito in estremo oriente. Appunto. Madonnina o Madonnetta. Dubai o Fiera. Questa non è architettura.

Non ci sarà qualcuno che prende in giro i cittadini? Si fanno consultazioni in ambienti e contesti che già si sanno favorevoli. Si imbonisce il consiglio comunale con pompose conferenze, lo si svuota così del suo orgoglio e della sua responsabilità. Si annuncia che il grattacielo sarà "visibile da Genova", sfruttando malamente la storia per confondere il presente. Che è tristissimo. Non c´è nessuna esigenza abitativa che giustifichi lo sfruttamento di aree sul mare di pertinenza della comunità il cui pregio viene sottratto ai cittadini e regalato alla speculazione che ne ricaverà i vantaggi. Non ci sono vie di comunicazione adeguate, anzi il sistema stradale è in condizioni del tutto critiche, che influiscono già ora negativamente sulla qualità della vita, l´ambiente, le esigenze economiche e portuali. Se si costruisce ora, approfittando del porto turistico per caricare il luogo di lussuosi appartamenti, si faranno pagare domani ai savonesi i costi altissimi delle opere di urbanizzazione indispensabili per non soffocare. Ma allora i cantieri edili saranno scomparsi, gli amministratori locali saranno cambiati, qualcuno magari, come Ruggeri, avrà abbandonato anzitempo il mandato dei cittadini per seguire le sue ambizioni di carriera nel settore appunto edilizio e urbanistico.

Ricordo gli anni Settanta, quando a chi si occupava di contrastare l´inquinamento e la speculazione si affibbiavano etichette di retrogrado, o più spesso di sinistrismo, mentre le magnifiche sorti e progressive gonfiavano il petto dei furbi e dei potenti. Non ho timore di essere di nuovo, alle soglie della vecchiaia, aggredito in quel modo: forse si comincia a vedere chi mentisse sull´inquinamento e sulla distruzione delle risorse naturali. Ricordo di essermi personalmente battuto per quelle cause, e ne sono contento.

A Genova, si voleva demolire l´antico edificio del seminario, ora vi si trova la biblioteca Berio, splendida. Si voleva avvolgere l´abbazia di San Giuliano con un condominio di molti piani; hanno dovuto cambiare idea, sotto la spinta della giustizia, della stampa e dell´opinione pubblica, alleate per il bene comune. Cose avvenute a Genova: in questo sì che si potrebbe rimettere in auge la gara tra le nostre città, nella dignità delle battaglie civili e politiche. Ma allora c´era una città viva, a Savona come a Genova; c´era un dibattito politico, dove ora c´è il pateracchio. Non ci sono più né i veri liberali né una sinistra decorosa.

Nell´intervista pubblicata ieri da Repubblica, Fuksas dà solo due indicazioni sui concetti architettonici che lo hanno ispirato. Primo: in Liguria siamo nervosi perché viviamo allo stretto. Ecco: ora si confonde con Hong-Kong. Il bosco savonese è una delle più grandi foreste italiane. Però è vero, lo spazio costiero è scarso, perciò prezioso; e va usato a favore di tutta la comunità. Come è vero che certe zone urbane sono degradate, hanno pochi spazi per gli abitanti: ma non è di queste che si preoccupa il progetto di Fuksas.

Poi c´è la puntura di spillo come terapia per la Liguria. Troppa grazia, centoventitrè metri sono uno spiedo, gigantesco, per cucinarci a fuoco lento come polli. Davvero finiremo col diventare nervosi.

Sull'argomento vedi gli articoli di Marco Preve, Luciano Angelici e Donatella Alfonso , di Sara Menafra, di Luciano Angelini e gli altri materiali nella cartella SOS / In giro per l'Italia

Liguria, la disfida delle due torri

di Marco Preve

Ventitré piani per un totale di 105 metri, affacciati sulle serre della piana Podestà, sul rettilineo che da Prà porta a Voltri, dove, secondo il progetto di Fabio Pontiggia, dovrebbero sorgere un albergo su sette piani e diciassette piani di residenze. E poi parcheggi, pertinenziali e non, aree commerciali e verde: il tutto per impegnare 16.440 metri quadri di spazi. Il progetto non è ancora approdato in consiglio comunale ma le polemiche divampano già accesissime. E se i produttori di basilico obiettano che la grande costruzione finirà per fare ombra alle preziose piantine, molti abitanti si dichiarano pronti a fare le barricate contro quello che considerano un vero e proprio mostro.

In Comune, a Savona, è arrivata invece ieri la complessa vicenda della Margonara, dove l’architetto Massimiliano Fuksas ha in mente di costruire un’altra, imponente torre a presidiare il nuovo porto turistico. Per difendere la propria creatura, ieri, Fuksas ha arringato proprio i consiglieri comunali. Uno show, il suo, che ha finito per dividere ancora una volta la stessa maggioranza di centrosinistra.

SAVONA - Più che un tecnico che si sottopone ad una commissione esaminatrice, pare il discorso ai discepoli. Ieri pomeriggio, l’architetto Massimiliano Fuksas, assieme al suo committente, l’ingegnere genovese Giovanni Gambardella, avrebbero dovuto confrontarsi con il consiglio comunale di Savona - aperto al pubblico che ha risposto in massa - per la prima di tre sedute straordinarie che il sindaco Federico Berruti ha voluto dedicare, sposando la linea dell’assoluta trasparenza, al progetto Margonara. Si tratta dell’intervento per 90 milioni di euro per porto turistico con grattacielo da 120 metri osteggiato dagli ambientalisti. Il contesto avrebbe dovuto quindi essere quello di assoluta neutralità. E’ andata un po’ diversamente, complice anche l’impressionante curriculum dell’architetto, la sua indubbia capacità oratoria, e, a far buon peso, le direttive di partito.

Anche se alla fine i consiglieri dovranno decidere sulle carte e sui numeri, parrebbe che, al momento, le uniche problematiche connesse, seppur indirettamente all’operazione, riguardino Pierre Noiray, il socio francese di Gambardella. La magistratura di Nizza sta per chiudere l’inchiesta che quattro anni fa lo portò in prigione. Una storia, anche, di false fatture pagate ad un tecnico d’oltralpe per consulenze riguardanti porti turistici in Tunisia e in Italia. Tra le carte all’esame dei giudici nizzardi ci sarebbero anche quelle della Margonara. Vicenda che in nessun modo coinvolge Gambardella.

Torniamo a Savona. «Vi ringrazio - ha detto Fuksas ai consiglieri e al pubblico - di avermi fatto l’onore di essere qui per partecipare a questa riflessione sull’architettura». Ha nuovamente attaccato la concezione urbanistica che punta a replicare il «solito tipico borgo ligure», ha illustrato la sua teoria del «concentrare l’insediamento in un’unica soluzione, uno spillo, una puntura», il grattacielo da 120 metri. Poi ha spiegato che tutto è relativo, le misure vanno confrontate con ciò che ci circonda, ad esempio con le navi di oggi alte fino a 70 metri. Ha illustrato con tono coinvolgente la sua filosofia:»E’ l’architettura iconica ciò di cui hanno bisogno le città. E’ la riscoperta del mondo delle emozioni. Quella che si prova entrando a SanSofia a Istanbul». E domani nel grattacielo in cui si spera di convogliare qualcuno «degli 800mila croceristi che partono ogni anno da Savona». Con Gambardella - che ha più volte scherzato sulle parcelle dell’architetto, e a tal proposito pare che a Fuksas vada circa 1 milione mezzo di euro di compenso - ha ricordato che l’opera è prevista dalla Regione in un’area degradata. Infine non ha mancato di sottolineare la sua amicizia con Umberto Veronesi, i suoi lavori per il water front di Marsiglia, la rubrica su l’Espresso, la sua ultima mostra visitata da 15 mila persone. Con nonchalance, come a dire che ai giornalisti importa soprattutto il nome celebre, ha detto «se gli imprenditori avessero fatto il villaggio alla ligure la stampa non se ne sarebbe neppure accorta».

Quando ha concluso, metà del pubblico e dei consiglieri hanno applaudito. Un signore ha ricordato al presidente del consiglio Marco Pozzo che se si consentiva l’applauso bisognava anche tollerare i fischi. Pozzo ha chiuso bruscamente e si è rivolto all’architetto: «La ringraziamo per la fantastica presentazione».

Sullo stesso tono il capogruppo Ds Roberto Decia: «Oggi è una giornata storica perché questo consiglio ospita uno dei più grandi intellettuali italiani. E lo dico senza piaggeria». Per il resto, a parte Patrizia Turchi e Alessandro Parrino - di A Sinistra per Savona e An - , da maggioranza e opposizione, qualche domanda sulla viabilità («il porto sarà l’occasione per trovare delle soluzioni») e ringraziamenti all’architetto.

Anche se l’approvazione sembrerebbe cosa fatta, restano due incognite. Intanto il modo in cui il sindaco Berruti guiderà la discussione e la riflessione. E poi la posizione di Rifondazione Comunista. Franco Zunino, savonese, assessore regionale all’ambiente, otto mesi fa disse che l’operazione Margonara non si doveva fare. E all’interno del partito oggi c’è chi chiede, in caso di approvazione del progetto, l’uscita di Rifondazione dalle maggioranze comunali e regionali.

Business da 100 milioni sotto la luce del superfaro

di Luciano Angelini

SAVONA - Carte in tavola. Massimiliano Fuksas si è presentato al tavolo o alla sbarra, a seconda degli schieramenti, ad illustrare la sua torre-faro di 120 metri e tutto quello che ci sarà dentro e attorno, ovvero a spalancare il sipario sul progetto del «suo» porto turistico con Torre che sfida il cielo e le ire di ambientalisti e sinistra radicale, che da questa parti sta nella maggioranza, larga parte della quale, Ds in testa, è schierata sul fronte del «sì». Lo ha fatto, nell’arena di Palazzo Sisto IV, a memoria mai così affollata, a consiglio comunale (e non solo) schierato. All’esterno striscioni e volantinaggio dei verdi e banchetto per la raccolta di firme contro il progetto. Un momento molto atteso dai vari fronti, fortemente voluto dal sindaco Berruti per offrire ai consiglieri motivi di verifica, riflessione e analisi in vista delle «tre giornate» di assemblee aperte del 15, 22 e 25 febbraio per le audizioni di enti, associazioni, categorie economiche e sindacati.

Un «martedì da leoni» per Massimiliano Fuksas, architetto e urbanista, 63 anni appena compiuti, nato a Roma, origini lituane, preferenza per Rifondazione nell’ultima tornata elettorale. Il suo palmarès parla da solo con opere firmate, quasi sempre in verticale, da Salisburgo (Europark) a Jaffa (Centro della Pace), a Bordeaux (Maison des Arts), Vienna (Twin Towers), Nagasaki (sistemazione dell’antico porto) a Ginevra (Place des Nations).

La filosofia e gli obiettivi del suo progetto di porto turistico, torre compresa? "Proseguire la sistemazione del fronte mare tra la vecchia darsena e il litorale di Albissola Marina, prevedendo un riassetto paesistico ed un recupero di un’area degradata. L’obiettivo è quello di individuare un mix di funzioni che rendano il porto turistico fortemente legato sia agli abitanti che ai turisti con strutture polifunzionali, tali da rendere l’area un punto di forte richiamo. E al tempo stesso di amalgamare l’aspetto turistico-ricettivo tipico dei porti turistici con quello di polo ricreativo per la città, con destinazioni d’uso diversificate in grado di attrarre non solo il territorio savonese ma anche, in occasioni particolari, bacini di influenza più estesi".

Fuksas, architetto e affabulatore smaliziato, nel suo progetto mostra attenzione a chi teme per le sorti della Madonnetta, che lui ha chiamato Madonnina, il grande scoglio, oasi per gabbiani e di cormorani, tra Savona e Albissola. Attorno agli scogli della Madonnetta, per fare sì che il nuovo porto mantenga le radici nella tradizione del territorio, è previsto uno specchio d’acqua di rispetto dove saranno ospitati natanti di piccola dimensione, tradizionalmente legati alle associazioni locali di pescasportiva".

Ecco i numeri del progetto: investimenti, 100 milioni di euro: attività commerciali, artigianali e servizi, 6.186 metri quadrati; attività ricettive (albergo nella torre), 4.875 mq; attività ricettive (residence), 5.225; parcheggi in struttura, 1.170; parcheggi a raso, 220; posti barca, 700 (anche per yacht di grandi dimensioni).

Albergo. E’ localizzato nella Torre (altezza esatta 123 metri). Il piano terra e i primi piani sono destinati ad attività completamente aperte al pubblico. Il sistema alberghiero vero e proprio è previsto ai piani superiori. "Si tratta - afferma Fuksas - di una struttura ricettiva di qualità in grado di ospitare eventi congressuali e dello spettacolo, con spazi interni all’aperto, e di rispondere ai massimi livelli del turismo legato ad attività aziendali e di lavoro. All’ultimo piano è previsto un ristorante panoramico aperto al pubblico".

Polo ludico-ricreativo. L’obiettivo, secondo Fuksas, è quello di "consentire a cittadini, turisti giornalieri e non, utenti delle crociere, di potersi recari al porto per un periodo limitato, anche di poche ore, o di soggiornarvi per una breve vacanza".

Queste le attività previste. Ristorazione: bar, ristoranti di qualità e livello diverso, innovativi o tradizionali, per un pasto veloce o per un pranzo di lavoro o di rappresentanza.

Attività culturali: spazi per esposizioni, sale da musica, di incisione e sale prove per attività musicali e di recitazione, ludoteche, biclioteche.

Wellness-fitness: piscine, palestre, centri benessere.

Attività sportive: scuole di vela, surf, canoa, palestra, mini campi di calcio.

Attività commerciali: negozi legati al turismo nautico e per i visitatori occasionali del porto

Ventitré piani sopra il basilico

di Donatella Alfonso

«MA LA TORRE fa ombra al basilico!». Beh, ventitré piani per un totale di 105 metri, affacciati sulle serre della piana Podestà, sul rettilineo che da Prà porta a Voltri, sicuramente un po’ d’ombra la fanno. Ma soprattutto, obiettano in zona, spunta come uno strano fungo, ben al di sopra delle costruzioni circostanti; appena a valle del casello della A10, di fronte al Vte. E se la riqualificazione dell’area ex Verrina, dopo quasi vent’anni di attesa, è ora pronta al decollo (il progetto di schema urbanistico firmato dall’architetto Fabio Pontiggia, approvato in giunta, è arrivato al primo esame in circoscrizione), è proprio la torre a far storcere il naso ai comitati del Ponente e a creare non poche perplessità nella circoscrizione stessa, prima ancora che il progetto approdi in consiglio comunale. Un albergo su sette piani, diciassette piani di residenze al di sopra; e poi parcheggi, pertinenziali e non, aree commerciali e verde: il tutto per impegnare 16.440 metri quadri di spazi e rilanciare una zona un po’ più vasta, adesso totalmente abbandonata e occupata dalle strutture in ferro dell’ex stabilimento metalmeccanico Verrina, situata tra l’Aurelia e le case di via Ventimiglia, appena dopo l’uscita autostradale di Voltri. A compiere l’operazione si è candidato il gruppo Grandi Lavori Fincosit, a cui appartiene l’area; committente risulta l’impresa Salati.

Area strategica per un insediamento di qualità, inserita nel Puc come zona di trasformazione; il Sau (cioè lo schema di assetto urbanistico) approvato dal Comune parla di «recupero qualificato delle aree urbane costiere del ponente cittadino in relazione con i processi di consolidamento e sviluppo delle attività portuali». Bene, ma c’era proprio bisogno di una torre così alta? «Non è mica l’unica del ponente - sbotta Arcadio Nacini, portavoce dei comitati e consigliere comunale del Prc - A parte le tre di Fiumara e la torre Elah di Pegli, ci sono progetti per altre due costruzioni molto alte nell’area Enel di fronte a Fiumara, e una a San Benigno. Paradossalmente, è "colpa" del fatto che, nella nuova mappatura dei rischi geologici fatta circa cinque anni fa dalla protezione civile nazionale, la zona centrale ligure non risulta sismica, e quindi non ci sono vincoli sull’altezza degli edifici. Non solo: non è più obbligatorio fare strutture metalliche di sostegno, perciò, si va su con il cemento, con un costo decisamente inferiore... «.

Ma tra Prà e Voltri, il problema dov’è? «Il problema sta nel fatto che già nel Prg del ‘97 c’erano vincoli vari - elenca Nacini - Ad esempio avevamo chiarito di non volere un insediamento commerciale di tipo alimentare di grandi dimensioni; inoltre, la stessa circoscrizione aveva fatto ratificare l’obbligo che l’albergo non fosse più alto delle case circostanti; ci sono state poi varie modifiche, accolte anche in Comune, accuse e controdeduzioni sia dei progettisti che dei Comitati del ponente. È finita che ora, nel progetto, ufficialmente l’albergo è all’altezza giusta, cioè i primi sette piani; peccato che sopra ci siano le case». Ci sono stati incontri pubblici in circoscrizione, i malumori si sono fatti sentire, sia per via dell’ombra sul basilico, che a Prà è coccolato come un bambino, sia per la presenza di un edificio decisamente fuori misura. E un parere la circoscrizione non l’ha ancora elaborato. Peraltro, gli aspetti di criticità di cui la progettazione deve tener conto, secondo le prescrizioni del Comune, sono molto precisi: il fronte sull’Aurelia, l’imponente muro di confine con le serre di Villa Podestà. Previsto uno spazio pedonale e di verde, una vera piazza pubblica, a fare da snodo ai vari insediamenti: al centro dei quali sarà la torre residenziale. Non è esclusa, specialmente per la sistemazione dei parcheggi, la riutilizzazione dei vecchi capannoni in ferro della ex Verrina, a fare da testimonianza alla storia dell’area. Si vedranno bene dalla cima della torre...

Sulla torre di Fuksas e altre schifezze savonesi vedi un altro articolo di Luciano Angelini (la Repubblica), un articolo di Sara Menafra (manifesto), alcuni articoli sui porticcioli turistici (la Repubblica), e un intervento sulla costa savonese e altro di E. Salzano (convegno Italia Nostra a Savona)

Sulla costa una colata di posti barca

di Ava Zunino

È in arrivo qualche migliaio di posti barca lungo la costa ligure, con relativi edifici per abitazioni, uffici e negozi, in qualche caso cantieri per la nautica e in altri anche alberghi e residence: sono quindici interventi, per lo più nell’imperiese e nel savonese ma anche nel genovese e uno solo a La Spezia, precisamente a Portovenere-Fezzano. In quasi tutti i casi, tranne eccezioni come Ventimiglia, sono ampliamenti di porti esistenti e sono progetti che risalgono indietro negli anni e solo adesso stanno arrivando a compimento. Come direbbero gli ambientalisti, sono alcune decine di migliaia di metri quadri di cemento.

«In questi casi collidono sempre due questioni: la salvaguardia della costa e la costruzione di volumetrie, ma nessuno vuole i porti-garage, ossia i depositi di barche che nella stagione invernale sono abbandonati e in estate sono comunque frequentati solo per arrivare alla barca e ripartire», spiega Carlo Ruggeri, l’ex sindaco di Savona che da un anno è l’assessore regionale all’urbanistica della giunta di Claudio Burlando e dunque si è trovato la quasi totalità di questi progetti sulla scrivania, con iter già perfezionati. Non tutte le partite però sono chiuse perché su cinque dei quindici progetti in questione, manca ancora l’istruttoria sul progetto definitivo. Sono i progetti del nuovo porto turistico di Ventimiglia, dedicato ai grandi yacht per sottrarre clientela a Montecarlo, quelli di Bordighera, di Diano Marina, Loano e Albissola-Savona. Su questi dunque le procedure devono ancora essere completate. Sono già aperti invece i cantieri a San Lorenzo al Mare, Alassio, Varazze, Arenzano, Sestri Ponente e Portovenere Fezzano.

In generale, l’assessore spiega che: «ognuno di questi interventi è compatibile con il piano della costa e i luoghi ritenuti idonei alla costruzione di un porto turistico, in genere, nel passato sono stati maltrattati sotto il profilo ambientale: usati come discariche o per interventi impropri». In ogni caso, la compatibilità con le previsioni del piano della costa non sono sufficienti ad ottenere l’autorizzazione ad ampliare un porticciolo esistente o a costruirne uno ex novo: «sui singoli progetti si fanno le verifiche ambientali, perché il piano della costa ha solo fatto una maglia che indica dove si può eventualmente fare un porticciolo; poi ci sono le successive verifiche ambientali».

In Liguria comunque, resteranno ben poche località senza un porticciolo: i dati dell’Ucina aggiornati ad ottobre del 2005 parlano di 51 porti esistenti. Adesso si aggiungono altri quindici progetti in itinere, di cui 9 sono ampliamenti dell’esistente.

«Ciononostante - spiega Ruggeri - non ci avviciniamo neppure all’enorme richiesta di approdi e rispetto ad altri paesi, anche molto vicini a noi, stiamo rispettando un buon equilibrio anche se non è facile mantenersi su una linea che eviti da un lato le cosiddette cementificazioni e dall’altro gli approdi autosufficienti che non hanno alcuna ricaduta sul territorio né in termini economici, né in termini vitali».

In questa logica di mixare le varie funzioni, dice l’assessore, la Regione sta preparando una modifica di legge sui porticcioli: «che preveda una speciale tutela per la parte che deve essere riservata ai pescatori». Questa sarà una novità, intanto Ruggeri spiega che al di là dei vincoli ambientali, vengono poste alcune condizioni.

«Chiediamo sempre un trattamento speciale per la cosiddetta nautica sociale, ossia i gozzi e le piccole imbarcazioni e quando è possibile anche per la cantieristica. L’obiettivo è di realizzare insediamenti vivi, che abbiano ricadute anche economiche lungo tutto l’arco dell’anno». E uno dei punti cardine su cui la Regione intende spingere è che in ogni porto turistico: «vengano lasciati rilevanti spazi per i transiti, per chi cioè non ha il posto barca ma è in vacanza e vuole fermarsi una o più notti, cosicché attraverso i porti possano arrivare in Liguria dei turisti in più, che visitano città e paesi».

Savona: Ground Zero nell’ex Italsider

di Luciano Angelini

«Sopra e sotto di me sono dirupi scoscesi. Mi trovo su un promontorio della costa, in un punto dove s’apre uno slargo, una terrazza sul mare; in alto, sui dirupi, ci sono delle muraglie molto alte, biancogrigie, tutto in giro un sistema di fortificazioni, mezzo inghiottite dalle piante che crescono tra i muri e sui pezzi di prato: agavi grigie che divaricano al sole la corona delle lance, qualche basso fico che espande la sua cupola d’ombra, contorcendosi fino a toccare terra con le foglie cariche di lattice. In basso, a picco sotto i muraglioni della fortezza, un cortile di fabbrica, dove vengono depositate delle sbarre di ferro, e un’alta struttura con un ponte e una cabina sollevabile, tutto in ferro. Al di là comincia il mare che occupa tutto il resto del campo visuale: alto d’orizzonte, con navi alla rada un po’ sfocate dalla foschia. In cielo volano i gabbiani».

Così, Italo Calvino, nel lontano 1974, nel suo «Ferro rosso, terra verde», scopriva Savona attraverso la sua storia, così raccontava l’immagine dell’Ilva (poi Italsider, poi Omsav fino alla chiusura) spaziando con lo sguardo dall’alto della fortezza del Priamar.

Quell’immagine ora non c’è più. Lo stabilimento, i cui embrioni risalgono al 1861, l’anno dell’Unità d’Italia, quando due imprenditori savoiardi, Giuseppe Tardy e Stefano Benech, costruirono una ferriera sulla spianata davanti alla torre di Sant’Erasmo, nell’area portuale, è affondato, scomparso. Schiacciato da un fallimento quasi tredici anni fa. E fino all’alba del 2006 rimasto come sospeso, come "sorvegliato" da un guardiano di antica pietra.

Ma ora non c’è più. Cancellato dalle ruspe. Spazzati via, ridotti in macerie, capannoni, officine, uffici, spogliatoi, sala mensa, infermeria. Tutto. Là dove c’era una fabbrica ora c’è il «ground zero» di 150 mila metri quadrati dell’industria savonese.

Al suo posto in 36 mesi nascerà un grande complesso turistico-residenziale «firmato» da Ricardo Bofill, l’architetto catalano a cui i «tre cavalieri bianchi» Orsero, Dellepiane e Campostano hanno affidato il compito di ridisegnare il fronte mare della città, la parte della città attorno alla Vecchia Darsena e accanto al Palacrociere che ogni anno ingoia e smista oltre 600 mila turisti delle navi con il fumaiolo giallo. Ma la definitiva scomparsa di una (importante) fetta della storia dell’industria savonese non può (e non deve) passare inosservata. Accettata in silenzio, come un episodio di nessun conto e significato. Da rimuovere.

Non si cancella così la memoria di una città. Come non ricordare che fino agli anni ‘50 nello storico stabilimento lavoravano oltre 4 mila persone; che sotto le ciminiere della mitica Ilva il movimento operaio e sindacale savonese ha scritto pagine importanti con le indimenticabili, aspre e dolorose battaglie per la difesa dell’occupazione. Tutta la città mobilitata (lavoratori, commercianti, la chiesa con alla testa il vescovo G. B. Parodi) per dire no, per ribellarsi al pesante taglio dell’occupazione. E poi il Natale in fabbrica, il «libretto della spesa» su cui venivano segnati gli acquisti delle famiglie ridotte sul lastrico, gli scioperi, le grandi manifestazioni. Donne e ragazzi in piazza accanto ai lavoratori in lotta, decisi a fronteggiare le cariche degli "scelbotti", capaci di sfidare, anche a rischio della vita, i caroselli delle camionette, e di dare un grande prova di compattezza, di solidarietà, di dignità. La lotta fu dura. Intensa. Ma non servì. Il piano Sinigallia per la siderurgia puntava allo sviluppo di Genova e Taranto, Savona veniva relegata ad un ruolo marginale. Fu l’inizio della fine. I tagli furono pesanti. Migliaia di famiglie finirono sul lastrico. Il contraccolpo sul piano economico, morale e sociale fu drammatico. Fu la prima di una lunga serie di ristrutturazioni, ridimensionamenti, soprattutto tagli.

Scelte calate dall’alto senza nuovi progetti e strategie di sviluppo, talvolta aggravate da una miope difesa dell’esistente. Tese a rinnegare, soffocare senza rinnovare la sua vocazione industriale. E a mutarne progressivamente il volto e a condizionarne il futuro. Ora, con l’avvio operativo del progetto di Orsa 2000, il cerchio si chiude. Là dove c’era lo stabilimento, si svilupperà una grande operazione immobiliare con due complessi residenziali di sette e cinque piani per complessivi 72 mila metri cubi.

Una cittadella di vetro e cemento firmata da Ricardo Bofill, prestigioso architetto catalano. Un progetto complessivo da 150 milioni di euro che andrà a completare e sancire l’alleanza dei tre "cavalieri bianchi": Raffaello Orsero, il "re della frutta" che dalla piana di Albenga ha esteso il suo regno a Porto Vado con il Reefer Terminal, ha in progetto un centro talasso-terapico sul fronte di Bergeggi, armatore e costruttore; Aldo Dellepiane, il self made man della Valbormida, leader dell’impiantistica industriale, i cui arredi fanno belle le navi di Costa Crociere, cantieri per cartiere e centrali in Polonia e Egitto, vincitore dell’appalto per la costruzione del nuovo ospedale di Albenga; Paolo Campostano, terminalista di punta a Savona e a Genova, leader nei traffici dei "prodotti della foresta", arrivato a conquistare le Funivie dei vecchi, cari carrelli che dalla stazione di Miramare portano il carbone in Valbormida.

Grandi alleanze. Grandi business. Grandi operazioni immobiliari. Sull’addio di Savona alla sua vocazione industriale si sono sviluppati, in tempi e con protagonisti diversi, gli interessi (di pochi) che sono sotto gli occhi di tutti. Ma non è finita. Ruspe e gru in azione anche nella vecchia centrale Enel (ex Cieli), splendido esempio di stile liberty e di archeologia industriale, tra l’Aurelia e la spiaggia.

Presto toccherà all’ex Squadra Rialzo, zona vecchia stazione Letimbro, a un tiro di fionda dal Palazzo di Giustizia. E, proprio nel cuore della città, all’ex ospedale San Paolo dopo quasi 15 anni di manovre, litigi tra Comune e Asl, contestate gare di vendita, senza dimenticare l’ex cinema Astor demolito a tempo di record all’imbocco del centro storico per fare posto ad un centro residenziale-direzionale, galleria commerciale e box. Savona è cambiata. Savona cambia. Torri e grandi complessi residenziali vista mare e vista porto. Appartamenti da 8-10 mila euro a metro quadro. Case, uffici, garage là dove c’erano fabbriche e cantieri, sale cinematografiche, orti e verde.

Savona cambia pelle. In cerca di una nuova vocazione. In attesa anche di un nuovo sindaco. Lo slogan che campeggia sui manifesti del candidato del centrosinistra, il commercialista ex bocconiano Federico Berruti, recita così: "Savona città delle idee". In attesa di un’idea per Savona.

La Spezia: Arsenale, addio mito ingombrante

di Costantino Malatto

A voler essere chiari: per molti spezzini è come quel vecchio parente che ti ha dato da mangiare per tanti anni. Ma che oggi che pensi di essere in grado di cavartela da solo ti dà più fastidio che altro, anche perché ti mette in un certo imbarazzo. E vorresti sbarazzartene. O almeno ridimensionarlo un bel po’. Ma come si fa alla Spezia a liberarsi dell’Arsenale della Marina Militare? La città praticamente è nata con quello, con la grande realizzazione militare nata da un’idea di Napoleone Bonaparte e dall’iniziativa del conte di Cavour. È l’Arsenale che ha portato lavoro, ricchezza, nome alla città.

Ma i tempi sono cambiati. Anche la Marina Militare deve fare i conti con la scarsità delle risorse e con i tagli del governo. È cambiata anche la linea strategico-militare: le navi militari giocano un ruolo sempre più importante nel sud Mediterraneo, cresce il ruolo dell’Arsenale di Taranto a scapito degli altri e La Spezia vede ridimensionato il suo ruolo. In parole povere: lo spazio occupato dall’Arsenale Militare alla Spezia - 85 ettari di superficie totale, 18 dei quali di superficie coperta, sei bacini di carenaggio in muratura e due galleggianti, oltre due chilometri e mezzo di banchine - non è più consono all’attività della struttura.

Molti spazi potrebbero essere liberati e destinati ad attività civili. Come si dice in questi casi: restituiti alla città. «È da cinque anni che chiediamo l’apertura di un tavolo di confronto - sbotta il sindaco della Spezia, Giorgio Pagano - ma il ministro della Difesa Antonio Martino non ci ha degnato di un cenno. Se non capiamo quali sono le intenzioni del governo e della Difesa diventa impossibile immaginare progetti per il futuro. Ora che cambia il governo speriamo di avere risposte positive e concrete».

Soprattutto se, come si sente dire sempre più spesso, a fare il sottosegretario alla Difesa andrà il senatore uscente Lorenzo Forcieri. Il politico che ha cercato di rilanciare il ruolo della Marina Militare alla Spezia, anche attraverso la nascita del Secondo distretto tecnologico ligure dedicato alle tecnologie marine, di cui l’Arsenale dovrebbe essere uno dei centri nodali. Infatti Forcieri non nasconde le sue convinzioni: «È necessario e urgente mettere intorno a un tavolo tutti i soggetti interessati, dal governo alla Marina Militare, dagli enti locali alle industrie - dice - per chiarire finalmente quali sono le intenzioni della Difesa e della Marina su questa struttura militare. E dunque quali sono le aree indispensabili per queste attività. Il passo successivo deve essere l’elaborazione di un piano economico-finanziario e l’attivazione degli accordi di programma con tutti gli interessati che possano definire con chiarezza i progetti».

Uno dei punti più delicati è quello della proprietà delle aree. Se la Marina Militare decidesse di dismettere un’area non più usata, questa passerebbe direttamente in proprietà del Demanio. E alla Marina non toccherebbe neppure un euro. Ora è ovvio che questa norma legislativa è vissuta come qualcosa di punitivo per la Marina, che per rilanciare l’attività della Base Navale, punto cardine dell’Arsenale, avrebbe bisogno di interventi strutturali e tecnologici. Costosissimi e non facilmente finanziabili in questi tempi di vacche magre. È naturale dunque che la Marina darebbe più facilmente un via libera alla dismissione di alcune aree se il valore di queste finisse almeno in parte alla Marina stessa. Da qui l’esigenza di una legge che riconoscesse alla Marina diritti economici sulle aree da dismettere.

Quanto poi a cosa realizzare su queste aree, il sindaco Pagano non ha dubbi: «Per le porzioni di territorio sulla linea di costa gli interventi turistico-portuali sono quelli più naturali - spiega - Per le aree all’interno gli usi possono essere diversi. Per esempio Marileva, dove avveniva il reclutamento dei marinai, potrebbe essere destinata in parte all’Università. Ci sono poi strutture per le quali niente impedisce di pensare a un uso condiviso, sia militare sia civile: per esempio l’ospedale militare o le strutture sportive. Insomma: le idee non mancano, ma bisogna cercare di metterle in pratica». Anche perché quel "vecchio parente" un tantino imbarazzante dà ancora occupazione, secondo i dati della Marina Militare, a 200 militari e a 1.900 tra impiegati e operai. «La ricchezza prodotta dall’Arsenale e dalle sue strutture - dice Forcieri - costituisce ancora una quota che si aggira sul 30% del prodotto interno lordo spezzino. Sarebbe un delitto sottovalutarne l’impatto per la tentazione di qualcuno di buttare via il bambino con l’acqua sporca».

29 novembre 2008

Savona, la Regione frena la torre Fuksas

"Progetto cambiato, va riconvocata la conferenza dei servizi"

Nel mirino una delle strutture più contestate degli ultimi anni, a pochi passi da un’area di grande pregio ambientale

di Ava Zunino

Non è un cartellino rosso. E neppure un parere di merito. Però è un richiamo formale della Regione ai Comuni di Savona e Albisola perché verifichino le procedure seguite nell’iter di approvazione del progetto della torre di Fuksas alla Margonara: agli uffici regionali non risulta che i Comuni si siano ancora pronunciati sulla nuova versione del progetto di Fuksas, quella del 2007, né che sia stata convocata la conferenza dei servizi per pronunciarsi sulla ammissibilità del progetto nella nuova versione, che è "diversa" da quella originale. La richiesta di rivedere l’iter è contenuta in una lettera indirizzata alle due amministrazioni comunali e firmata dai direttori generali della pianificazione territoriale, Franco Lorenzani, e dell’ambiente, Gabriella Minervini. E’ partita ieri e mette nel mirino nel piatto di uno dei progetti più contestati degli ultimi anni, cemento nuovo di zecca che andrà a coprire una fetta dell’arco di costa ligure, tra l’altro nell’area accanto allo "scoglio" della Madonnetta, che la commissione nazionale della valutazione di impatto ambientale aveva già detto che andrà tutelata. L’intervento dei direttori generali è chiaro e con parole semplici si può tradurre nel richiamo a non trascinare tutti gli enti in una vicenda di vizi procedurali. Cosa che va al di là del giudizio di merito: «sul quale - scrivono i direttori generali - ci riserviamo di pronunciarci a seguito del superamento positivo dell’ottemperanza procedurale». E appunto chiedono di verificare che le procedure siano state tutte espletate correttamente. Sia come sia, è la prima volta che la Regione interviene sulla vicenda con un proprio atto. «Ci troviamo coinvolti in polemiche per progetti che non abbiamo mai ricevuto e sui quali dunque non possiamo pronunciarci: sarebbe singolare che la Regione si pronunciasse su progetti che non ha ricevuto», aveva detto il presidente Claudio Burlando solo qualche settimana fa. E adesso? Che cosa è successo? Formalmente nulla. Il Comune di Savona ha appena adottato una delibera di intenti in cui dice che alla Margonara non vanno fatte residenze. Ma sul progetto, come è stato modificato durante un lungo cammino iniziato nel 1999, non si è ancora espresso. L’ultima versione del progetto di Fuksas è inoltre molto diversa dall’originale, su cui si era espressa anche la commissione nazionale per la valutazione di impatto ambientale che aveva dato alcune prescrizioni, tra cui la tutela dello scoglio della Madonnetta, una riduzione dei volumi previsti, la sicurezza dell’ingresso del porto e l’utilizzo di tecniche di edilizia tradizionale. Sono tutte cose rispettate anche nella nuova versione del progetto? Nessun ente si è ancora espresso, come fanno notare i direttori generali della Regione. La lettera non è un atto politico. E non è un giudizio sul progetto. E’ però un richiamo formale alla verifica della correttezza delle procedure e come tale rappresenta l’esordio della voce della Regione su questo tormentato progetto savonese. Ai piani alti della Regione assicurano però che l’iniziativa dei direttori generali non sarebbe stata sgradita al presidente Burlando non solo in quanto atto amministrativo. E sostengono che, in termini molto ampi, potrebbe essere la cartina al tornasole di una volontà di cautela nell’approccio a questa edificazione sul mare. Si vedrà.

30 novembre 2008

Margonara, l’amarezza di Fuksas "Non sono un cementificatore"

L’architetto: è più facile lavorare all’estero "La torre è un’idea che si concilia con un progetto che rispetta l’ambiente"

di Luigi Pastore

«OGNI volta che parlo della Margonara, per me è un dolore, una sofferenza. La cosa che più non sopporto è che mi diano del cementificatore, perché non corrisponde alla verità. Io non faccio parte di quella categoria».

Massimiliano Fuksas è all’aeroporto di Roma, di ritorno da Parigi, dove ha firmato il progetto del nuovo Centro degli Archivi nazionali di Pierrefitte-sur-Seine. Il progetto, battezzato dai francesi "Le coffre de Fuksas", si presenta come un grande baule dalla instabile luminosità, data all’interno da un gioco di luci e trasparenze e all’esterno da uno specchio d’acqua, ovvero il laghetto accanto al quale sorge la struttura: «Un progetto al quale abbiamo lavorato con grande soddisfazione - dice - ma purtroppo quando uno rientra in Italia, si ritrova immediatamente a che fare con una realtà ben diversa, e sotto certi aspetti, molto triste. L’unica cosa bella oggi è che qui a Roma c’è sole e fa caldo, mentre a Parigi faceva un freddo cane e sembrava di essere in pieno inverno».

Non ha ancora letto i giornali, Fuksas, ma l’eventuale stop della Regione sul progetto del porticciolo turistico della Margonara dice di considerarlo «l’ennesima goccia di uno stillicidio che va avanti da tempo. Eppure - aggiunge - non sono stato certo io a voler fare il progetto Margonara, ma un bel giorno è stato il signor Canavese (attuale presidente dell’Autorità portuale di Savona ndr) che mi ha chiamato, chiedendomi di occuparmene. Il progetto precedente era già pronto e molto più invasivo, prevedeva anche i parcheggi sulla spiaggia. Mi è stato chiesto di pensare qualcosa di differente, di meno impattante, e lì mi è venuta l’idea di quella torre che ho chiamato una puntura di spillo luminosa, senza che volessi con ciò offendere nessuno o fare riferimenti ad altre architetture. Ma certo, il progetto non era solo quello, ho pensato alla passeggiata degli artisti, mi sono preoccupato che non si costruisse sull’Aurelia, che la si lasciasse libera. Ciononostante, mi sento dare del cementificatore».

Le perplessità di molti vertono sulla compatibilità della torre con il contesto circostante, ma per l’architetto il discorso è più complessivo. «La verità è che in Italia è impossibile fare ciò che si fa all’estero. Ogni volta che tenti di realizzare qualcosa di diverso, ti attaccano e ti danno del cementificatore. Storia buffa nel caso del sottoscritto, che non ha mai lavorato per quelli che sono considerati per definizione i grandi cementificatori, ovvero Ligresti e Zunino. Scelte mie, per carità, altri preferiscono lavorare con loro. Io no, ho le mie idee e le porto avanti. Tutto mi interessava sulla Liguria, fuorché fare un’operazione invasiva. Lo spirito era e resta esattamente il contrario. Ma evidentemente non tutti la pensano allo stesso modo».

Il problema è forse anche che il caso-Margonara si inserisce in una stagione controversa sul tema dell’ambiente e dell’urbanistica in Liguria. Tanti i progetti in campo da levante a ponente e molti contestati, senza dimenticare il dibattito sull’opportunità di continuare ad aprire porticcioli turistici. «La discussione sui posti barca è curiosa - sottolinea Fuksas - il fatto che le barche inquinino non mi sembra un motivo per non trovare loro dei posti. Bisogna anche prendere atto della realtà e di come funziona l’economia. Mi sembra che quando una fabbrica inquina, in Italia non la si chiuda, ma anzi si tenti sempre di fare di tutto per tenere aperte le industrie, anche magari con aiuti pubblici».

Adesso resta da capire cosa succederà nei prossimi mesi, se cioè questa frenata della Regione sia solo un segnale fine a se stesso o il prologo di una retromarcia. «Guardi, io sono disponibile a qualsiasi soluzione. Fare la Margonara o non farla non mi cambia certo la vita. Se decideranno diversamente, ne prenderò atto e mi ritirerò in buon ordine».

30 novembre 2008

Sinistra a testa bassa "Partita da chiudere"

Il verde Vasconi: ora Burlando sia coerente

di Marco Preve

Carlo Vasconi, consigliere regionale dei Verdi aspetta «di vedere i fatti», mentre Patrizia Turchi consigliere comunale di "A Sinistra per Savona" annuncia di aver già chiesto «l’immediato ritiro della pratica dopo la brutta figura dell’amministrazione comunale».

Ecco le reazioni a caldo di due degli oppositori della prima ora del progetto "porto più grattacielo" dell’architetto Fuksas. Rappresentanti di un vasto e trasversale movimento che raccoglie comitati, blog e siti internet, singoli cittadini, dallo studente al pensionato, di varia estrazione sociale.

«Erano aspetti che avevamo sollevato in più occasioni - dice Vasconi -. Spiace vedere che l’intervento lo abbiano fatto i tecnici, anche se importanti come Lorenzani e Minervini, e non i politici. Quanto al sindaco e agli amministratori comunali penso che la prenderanno male perché si sono dimostrati più realisti del re».

Per Vasconi l’intervento regionale è anche un riconoscimento al movimento anti cemento. «Gli ambientalisti, accusati dall’assessore alla Cultura di Savona Ferdinando Molteni, di essere pantofolai e borghesi finti rivoluzionari, hanno dimostrato prima di tutto la bontà delle loro critiche, quanto poi alle offese credo che i finti rivoluzionari siano quelli che regalano aree pubbliche ai costruttori, quelli sì davvero ricchi».

Vasconi affronta anche un elemento contraddittorio. La Regione richiama all’ordine Savona sul progetto della Margonara di cui l’assessore all’Urbanistica, ed ex sindaco della Torretta, Carlo Ruggeri, è sempre stato un convinto assertore.

«Ruggeri - dice Vasconi - con il presidente del porto Canavese (centrodestra, ndr) è sempre stato un sostenitore del progetto, ma un conto sono le idee politiche, un altro quelle dei tecnici. Speriamo che tutti se lo ricordino. Comunque, proprio Burlando, ha detto che non si doveva più costruire in aree libere. E allora, visto che penso che il percorso sia ancora lungo, aspettiamo di vedere i fatti».

Le osservazioni della Regione erano state sollevate alcuni giorni fa anche da Patrizia Turchi in commissione. «Ricordiamoci - dice - che la concessione riguarda solo il primo progetto, quello presentato dallo stesso Gambardella (Giovanni, manager genovese titolare della licenza di costruzione, ndr). Inoltre, e lo possiamo provare, già per quel progetto del 1999 esistono osservazioni cui l’Autorità Portuale non ha mai dato risposta».

Turchi attacca poi l’amministrazione savonese: «L’intervento della Regione è importante perché senza la giunta, martedì, in occasione del Consiglio, avrebbe legato i consiglieri a questo progetto».

Turchi non sa dire se all’azione tecnica seguirà quella politica: «Per ora vedo due funzionari che hanno preso carta e penna e hanno messo nero su bianco che la procedura del Comune di Savona era fallace, dimostrando così l’assoluta incapacità operativa della nostra amministrazione cittadina».

Il dribbling del sindaco Berruti "Per noi non cambia nulla. Si tratta solo di realizzare attività produttive che creino posti di lavoro"

di Ava Zunino

La lettera della Regione sulla Margonara e la Torre dell’architetto Fuksas? Per il sindaco di Savona, Federico Berruti, eletto tre anni fa come indipendente e che poi si è iscritto al Pd, è solo una questione tecnica «di cui si occuperanno i tecnici degli uffici. Riguarda le procedure e non l’abbiamo ancora ricevuta perciò mi risulta difficile commentarla». Non è "un fatto politico", dice. Non legge questo atto come il preludio a un nuovo atteggiamento della Regione verso un progetto che ha sollevato crescenti contestazioni. Dunque, per il sindaco di Savona lascia il tempo che trova. E non scalfisce la sua convinzione che la torre, il porticciolo, il cemento a snaturare il mare e la costa, si debbano fare. L’ambiente? «E’ evidente che un porto turistico ha un elevato impatto ambientale, tuttavia bisogna fare i conti con lo sviluppo. Si tratta di fare attività produttive che creino posti di lavoro e a queste condizioni il bilancio costi-benefici per noi è positivo. I costi ci sono, lo so. L’ideale sarebbe stato non toccare niente, ma vale oggi lo stesso discorso di quando, nel dopoguerra, costruimmo le fabbriche». Secondo molti fu un errore: pezzi di costa e di mare sacrificati, per industrie che ormai sono in crisi mentre la Liguria avrebbe potuto puntare tutto sull’ambiente. O no? «Non lo, ma so che il livello di vita che abbiamo non viene dal nulla ma viene da quelle scelte. Poi so bene che è difficile trovare un equilibrio - dice Berruti - ma per noi il progetto Fuksas è un costo sostenibile». Dal punto di vista tecnico i direttori generali della pianificazione territoriale e dell’ambiente della Regione dicono di verificare le procedure. Non risulta, ad esempio, che la nuova versione del progetto Fuksas per la Margonara sia mai stato approvato dal vostro Comune o da quello di Albisola e neppure dalla conferenza dei servizi.

«Ripeto ancora una volta che non avendo ancora ricevuto la lettera non so cosa dire e comunque le osservazioni procedurali le vedrà la conferenza dei servizi. Il responsabile del procedimento è l’Autorità Portuale. Non vedo implicazioni politiche». Ma il progetto nella nuova versione è già stato approvato? «Il progetto preliminare è già stato esaminato dalla giunta e dalla commissione e martedì andrà all’esame del consiglio comunale - continua Berruti - La proposta della giunta è di approvarlo con una serie di prescrizioni». Resta da capire quali: le stesse che a suo tempo chiese la commissione nazionale per la valutazione di impatto ambientale? «Le nostre prescrizioni sono: non fare residenze; ricavare da questo progetto le risorse per realizzare la passeggiata tra Savona e Albisola, e altre prescrizioni sulle funzioni turistico ricettive nel faro - elenca il sindaco - Per noi il senso di questo progetto è che sia un’occasione di sviluppo turistico inteso come attività produttiva. Chiediamo un polo per gli sport del mare con uno spazio per le barche grandi che hanno equipaggi e che sono quelle che creano indotto anche presso le attività artigianali». Uno spazio per chi ha soldi e può spenderli, insomma. Ma il sindaco amplia il ragionamento. «Non solo, chiediamo anche posti di nautica sociale che siano accessibili alla gente comune che ha piccole imbarcazioni. E sono tanti». Lo scoglio della Madonnetta, che la stessa commissione nazionale del Via aveva chiesto di tutelare, in tutto questo rischia di fare una brutta fine. «Noi già l’anno scorso avevamo deliberato sulla tutela dello scoglio - chiarisce Berruti - Le condizioni di allora sono tutte confermate e tra queste sono comprese la protezione dello scoglio e delle spiaggette che sono lì accanto, perché siano difesi i tratti caratteristici di questo tratto di costa». E quindi, lasciarlo libero dal cemento non sarebbe stata una migliore difesa? «Bisogna fare i conti con lo sviluppo e valutare costi e benefici. Per noi in questo caso è un bilancio positivo».

Altri articoli sulla torre di Savone e sulla distruzione della costa ligure nella cartella SOS Liguria

Nel capitolo dedicato a Finale Ligure c'è una frase che dà il senso: «Alla prossima tornata elettorale si invertiranno le parti e il gioco ricomincerà». Certo, è uno di quei tormentoni che fanno storcere il naso ai teorici dell'anti-casta, a quelli che basta con i dipietristi d'accatto. Eppure Il partito del cemento. è un libro che piacerebbe anche a loro. Scritto da Ferruccio Sansa e Marco Preve, giornalisti de Il Secolo XIX e Repubblica, non si basa solo su carte giudiziarie. È una vera inchiesta, che collega fatti, tira fili, per arrivare a dipingere un quadro dove nessuno, ma proprio nessuno è innocente.

Tutti coinvolti, in questa assurda corsa al cemento che rischia di devastare una delle regioni più belle d'Italia, la Liguria. Tre milioni di metri cubi di cemento sono in arrivo, e se non c'è più spazio in terra, costruiamo in mare. Porti e porticcioli turistici, in pochi anni il Ponente — ma anche il Levante non scherza — diventerà il buen retiro dei natanti di mezza Italia e mezza Francia, quella che rifiuta di costruire sulle sue coste, tanto a poca distanza c'è chi lo fa anche per lei. La tesi dei due autori è che la Liguria sia una sorta di miniatura italiana, dove la commistione di interessi che sottomette l'interesse pubblico a quello privato ha assunto una dimensione transpartitica. A farne le spese, ovviamente, sono coste, colline e cittadini.

Il partito del cemento sta diventando una sorta di convitato di pietra a casa propria. A Genova e dintorni è il libro più venduto, nella sua meticolosità elenca una lunga serie di notabili liguri, sempre i soliti, in quasi ogni caso di cementificazione citato. Eppure è stato avvolto da una nube di silenzio. Come se quello che raccontasse, la convergenza di interessi ai più alti livelli, gli amorosi sensi tra Claudio Burlando, presidente della Regione, e Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico e sovrano della provincia di Imperia, l'assoluta mancanza di regole che in fondo va bene a tutti, fosse fiction, e non una denuncia alla quale almeno la decenza consiglierebbe una risposta da parte delle persone tirate in ballo.

Preve e Sansa sono liguri, e questo conta. Non per mero antropologismo, ma perché parlano di un mondo che conoscono, e amano. E fanno emergere quello che non c'è più, o sta scomparendo. L'incanto delle terre di Ponente raccontato da Francesco Biamonti, la Sanremo che tanto piaceva a Italo Calvino, quella Bocca di Magra che in virtù della sua bellezza divenne crocevia di scrittori e intellettuali. Il meglio del libro è in questa sovrapposizione, tra un presente fatto di piani regolatori decisi e cambiati nel giro di una cena, e un passato del quale esiste ancora qualche reperto, che andrebbe conservato con cura, nell'interesse di tutti. Così, pare di capire, non è: avanti con il cemento. Libro bello e triste, da leggere come un giallo, sapendo che i colpevoli sono come il maggiordomo, sempre i soliti noti. Soltanto che qui, purtroppo, non si tratta di fiction.

Il messaggio che Italia Nostra lancia a Marta Vincenzi è chiaro e suona più o meno così: «Caro sindaco, hai detto che vuoi riparare agli errori urbanistici della precedente amministrazione, allora dimostralo facendo qualcosa di concreto: salva dal cemento gli ultimi spazi verdi del Levante cittadino».

La lettera a firma del presidente dell’associazione Federico Valerio è stata spedita il 25 luglio e, complici le ferie, non ha ancora ottenuto risposta. L’oggetto è questo: disposizioni contenute negli articoli BA 7 e BB 7delle norme di attuazione del Puc.

Ovvero «quelle che consentono la costruzione di nuovi edifici per effetto di superficie abitativa derivante da contestuali o anticipati interventi di demolizione». In altre parole, i tanto contestati "volumi di trasferimento" previsti nelle zone BA e BB, che sono poi quelle «caratterizzate da presenza di edifici di valore architettonico e da buona qualità ambientale, destinate a mantenimento e razionalizzazione». Zona riconosciuta dagli stessi regolamenti come «nel suo complesso satura». Parliamo, ad esempio, dei numerosi interventi in corso o programmati nei terreni delle ville storiche e poi parcheggi ed edifici come quelli per via Majorana, via Rossetti, nell’antico uliveto di Quarto, e ancora in via Puggia, o tra corso Gastaldi e Ingegneria, per citarne alcuni.

Italia Nostra sostiene che, nonostante alcune limitazioni introdotte - lotto minimo e indice utilizzazione insediativa - ci si ritrova comunque di fronte a valori che sono «il doppio o il quadruplo rispetto a quello fissato per sottozone che non sono intese come sature».

Così, per «evitare che siano eliminati quasi completamente gli spazi liberi che determinano la buona qualità ambientale», Italia Nostra chiede al sindaco Vincenzi un passo ben preciso: «L’immediata adozione di una variante al Puc che comporti la soppressione o la radicale trasformazione degli articoli Ba e Bb». Un appello che Valerio e i suoi si augurano possa fermare anche quelle conferenze dei servizi estive grazie alle quali, spesso, vengono sdoganati progetti contestati (ad esempio c’è grande preoccupazione tra i residenti di Quarto che temono sia stato sbloccato il progetto di un parcheggio privato, fermato dalla Soprintendenza nel 2003, vicino a Villa Stalder). «Il problema - spiega l’avvocato Carlo Raggi di Italia Nostra - è la scelta del trasferimento di volumi. Uno strumento che evita alle amministrazioni le grane degli espropri ma che quando non è più un’eccezione provoca un forte incremento del peso insediativo». Posizioni condivise anche da Legambiente, che alla cementificazione del Levante genovese ha dedicato un accurato dossier: «Noi non siamo contro ogni intervento - spiega Andrea Agostini - Vorremmo, anzi, poter collaborare con dei privati, all’interno però di una pianificazione che tenga conto dei contesti ambientali e che prediliga il recupero alle costruzioni ex novo».

Il tema era stato anche oggetto di un duro passaggio della relazione sul paesaggio inviata al ministro dei Beni Culturali dal Soprintendente della Liguria, Giorgio Rossini, che aveva parlato di «aggressione al verde urbano del Levante. Albaro, San Martino, Quarto, Quinto, Sant’Ilario... dove ipotesi di nuova espansione edilizia innescano una perversa involuzione territoriale».

26 aprile 2007

Rapporto sul cemento che soffoca la Liguria

L’intervista di Marco Preve al Soprintendente Giorgio Rossini

Dalle villette di Recco al golf di Bonassola, passando per i parcheggi di Genova, i grattacieli di Albenga e Savona. Sono tanti, forse troppi i "punti di criticità" ambientale enunciati dal Soprintendente Giorgio Rossini nella sua relazione annuale sul monitoraggio del paesaggio inviata da poco al Ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli.

Le emergenze riguardano il verde urbano di Genova dove «le previsioni edificatorie hanno raggiunto il livello di saturazione», e in primis l’uliveto murato di Quarto, e poi i piani urbanistici comunali di varie località rivierasche, e anche una perla come San Fruttuoso di Camogli dove sopravvivono baracche frutto di abusi.

Se fosse una pagella, l’alunno non potrebbe che essere bocciato. Tutt’al più rimandato in materie fondamentali come il paesaggio, la conservazione del verde e del patrimonio rurale, la cementificazione.

Le sei pagine di "Monitoraggio del paesaggio", ovvero la relazione annuale con cui il Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, Giorgio Rossini, informa il ministro dei Beni culturali della situazione del suo territorio, sono una radiografia severa della Liguria, un voto insufficiente per i suoi sindaci e amministratori provinciali e regionali. Un dossier che per Legambiente e Italia Nostra che lo hanno letto, è diventato una sorta di vangelo, e che arriva in un momento chiave, visto che la Regione sta aggiornando il Piano Paesistico. Senza dimenticare che si attende che, dopo Sardegna e Toscana, sia proprio la Liguria a firmare quell’accordo con il ministero dei Beni culturali che, di fatto, attraverso la condivisione, dovrebbe rendere più difficili le abituali operazioni di scavalcamento dei vincoli, quelle che consentono al cemento di contaminare anche gli ultimi paradisi storico naturali. Un progetto al quale il ministro Francesco Rutelli sta dedicando grandi sforzi e che prevedono anche la creazione di un nucleo "carabinieri del paesaggio".

Ce n’è per tutti, a iniziare dal capoluogo, per continuare con il Puc di Recco che mette a rischio la collina di Megli, e poi con Framura, Alassio, Albenga e così via. Rossini elenca le "criticità", parla del Puc in vigore a Genova e spiega che «la consistente antropizzazione ha indotto spesso il declassamento ad ambiti di trasformazione di aree verdi di pregio tutelate sotto il profilo paesistico. Un capitolo significativo è rappresentato dall’aggressione al verde urbano del levante. Albaro, San Martino, Quarto, Quinto, Sant’Ilario». I riferimenti a box e palazzine (alcuni interrotti da decisioni del consiglio comunale o del Tar) riguardano gli ex uliveti di via Semeria e via Palloa, e poi le aree verdi di villa Gambaro, via Donato Somma, l’area Campostano, viale Quartara, via Sacchi, via Giordano Bruno, via Puggia, e i fienili di Sant’Ilario che si trasformano in villette. E ancora «le previsioni edificatorie hanno raggiunto il livello di saturazione...si ritiene indispensabile dichiarare la previsione di conservazione per le zone paesistiche di pregio...al contrario ipotesi di nuova espansione edilizia innescano una perversa involuzione territoriale...una irreversibile perdita di valori pubblici...». L’architetto Rossini stigmatizza poi la "prassi", da parte di Regione e Provincia, di convocare la Soprintendenza nella fase di previsione degli strumenti urbanistici e «il ricorrente mancato confronto ministeriale» nella fase di formazione degli stessi.

L’elenco delle criticità del paesaggio - termine che raccoglie vari contenuti, ambientale, storico, socio-economico, urbanistico, perfettamente analizzati dal geografo genovese Massimo Quaini nel suo libro "L’ombra del paesaggio" - è lungo. Secondo Rossini «la maggiore aggressione edilizia al territorio si incontra nel tratto di costa e relativo entroterra tra Arenzano e il Monte di Portofino». Il paragrafo più lungo è dedicato al Puc di Recco, ancora da approvare a causa di incompatibilità interne alla maggioranza di centodestra. Un piano che prevede una colata di cemento sulla collina di Megli «in zone di pregio paesaggistico, a rischio archeologico e idrogeologico, già pesantemente interessate da pressione edilizia». Altri Puc contestati per la riclassificazione di zone di mantenimento, quelli di Alassio e Framura, per i quali sono scattati degli annullamenti della Soprintendenza. Rossini evidenzia anche alcune note positive: «Nella logica di collaborazione con la Regione è stata ripensata la consistenza del progetto del nuovo porto di Ventimiglia per 20 ettari, 572 posti barca e volumi residenziali». Il Soprintendente prosegue con 15 criticità, 8 nel savonese e 7 nello spezzino. A Ponente gli oltre 200mila metri cubi di residenziale previsti a Pietra Ligure, poi il progetto di quattro grattacieli a ridosso del centro storico di Albenga, altra manifestazione di "celolunghismo" che ha contagiato la città ingauna come Savona (ulteriore criticità per la Soprintendenza), Varazze e Vado Ligure, impegnate in una gara a chi arriva più in alto. Ma Rossini segue anche con attenzione la sorte della provincia più incontaminata, quella de La Spezia. I progetti del Villaggio Europa alle Cinque Terre e di un campo da golf e seconde case a Bonassola. Dove? Naturalmente in una «zona di pregio paesistico».

28 aprile 2007

"Contro il cemento, tolleranza zero"

di Marco Preve

«Il territorio ligure è fragile ed ha già subito aggressioni così forti negli anni ‘60 e ‘70 da non poter tollerare altro cemento. La collaborazione con la soprintendenza per tutelare il paesaggio è fondamentale e dà buoni frutti, nonostante ci siano a volte posizioni discordanti. Ma solo con la presa di coscienza da parte dei comuni ci può essere una svolta. E’ inutile avere buoni piani paesistici se poi con strumenti speciali diventati abituali, penso alle conferenze dei servizi, si aggirano i divieti».

Franco Zunino, assessore regionale all’Ambiente ha letto su Repubblica l’articolo riguardante il dossier "monitoraggio sul paesaggio" che il soprintendente Giorgio Rossini ha inviato nei giorni scorsi al ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli. Una relazione che elenca una serie di "criticità" tutte legate al business delle costruzioni.

«E’ vero - dice Zunino - c’è una serie di interventi progettati o programmati sui quali ci sono opinioni diverse. Il progetto porticciolo più grattacielo di Fuksas a Savona è emblematico. Io sono contrario, altri favorevoli (come l’assessore all’Urbanistica Ruggeri, e lo stesso Rossini lo giudica con favore anche se ritiene necessario un ridimensionamento, ndr). Poi ci sono interventi che devono ancora essere approvati. Il caso delle 4 torri grattacielo di cui si parla ad Albenga. Non conosco la vicenda in maniera approfondita ma mi sembra un progetto fuori scala in rapporto alla tutela del paesaggio, della storia e della cultura ingauna».

Le criticità evidenziate dal Soprintendente coprono tutto l’arco ligure.

«La nostra regione ha bisogno di salvaguardare la qualità del suo territorio, sia per l’ambiente che per puntare davvero a quel turismo di qualità che cerca servizi, ma soprattutto rispetto della natura e del paesaggio. Ma ci vuole più responsabilità da parte dei comuni. Con gli strumenti speciali come le conferenze dei servizi si è persa di vista la pianificazione provinciale e regionale».

Una serie di progetti "pesanti" sono previsti nel ponente savonese, Pietra Ligure e Finale Ligure, con seconde case al posto di ex cantieri navali e aerei o di cave abbandonate.

«Questo aspetto riguarda le aree industriali dismesse. Posso anche capire che si debbano trovare risorse. Ma alcune volumetrie, come era il caso di Finale, sono state giustamente ridimensionate dalla Regione, anche se forse non in maniera ancora sufficiente. D’altra parte, anche qui ci troviamo di fronte a scelte locali, forse discutibili, prese in passato anche da amministrazioni di centrosinistra».

A cosa si riferisce?

«Penso alle cave Ghigliazza di Finale. C’è stato chi ha sfruttato quella cava, poi il fallimento, gli operai a casa. Spesso chi ha deturpato poi riesce in qualche modo ad essere beneficiato, perché per ripristinare ottiene la possibilità di costruire delle case. E’ un meccanismo perverso. Chi fa una cava deve ripristinare l’ambiente a suo carico, non può pensare che la comunità debba farsene carico regalando volumetrie».

L’attenzione internazionale è concentrata su come ridurre il consumo di risorse naturali e conservare l’ambiente. In riviera si pensa a centinaia di miglia di metri cubi, che riscaldano ulteriormente l’ambiente e che provocano ulteriore consumo di energia e di acqua.

«Credo che la politica sulle seconde case dovrebbe essere accantonata definitivamente. Ci vuole un patto tra amministrazioni e aziende. La Liguria ha bisogno di conservazione e ristrutturazione, non di nuove costruzioni».

In conclusione, l’allarme per il paesaggio ligure arriva da più parti, cosa ne pensa?

«Credo che alcuni attacchi siano esagerati ma c’è un elemento di fondo su cui bisogna ragionare. La Liguria ha subito o rischia di subire ferite al suo territorio che non derivano dalle politiche degli anni 60-70. Mi rendo conto che esistono pressioni e interessi molto forti che vanno in senso contrario. Con la soprintendenza c’è una collaborazione efficace, e potrebbe bene testimoniarlo il mio collega Carlo Ruggeri, titolare dell’urbanistica. A volte ci sono delle frizioni, dei pareri divergenti, ma fa parte della dialettica».

28 aprile 2007

Il Soprintendente precisa "Non facciamo i gendarmi"

di Giorgio Rossini

Faccio seguito all’articolo apparso sul vostro giornale del 26 aprile 2007 dal titolo: "Box, palazzine & Co. Scacco al verde", a firma di Marco Preve.

Premetto che non ho rilasciato io alcuna intervista al giornalista, né ho dato alcuna autorizzazione a pubblicare parti di una relazione che abbiamo inviato al ministero per i Beni e le Attività Culturali e che lo stesso periodicamente richiede al fine di aggiornare il monitoraggio sulla situazione paesistica.

La pubblicazione di alcune parti di tale relazione rappresenta un atto di estrema gravità, in quanto essa è un documento interno all’amministrazione e pertanto ha carattere riservato.

Per questo motivo farò eseguire gli opportuni accertamenti alla ricerca di eventuali responsabilità da parte di chi ha divulgato o consentito la divulgazione di tali notizie.

Lo scopo della relazione che il ministero ci ha chiesto è quello di evidenziare i problemi del territorio, nei quali la Soprintendenza è stata coinvolta, spesso con esito positivo, talvolta senza ottenere i successi sperati. La relazione è stata mio parere utilizzata solo in una direzione, evidenziando, cioè, gli aspetti più critici della tutela. Questo aspetto, forse voluto (non certamente dal sottoscritto) tende a conferire alla Soprintendenza l’immagine di un "gendarme" nei confronti di Regione, province e comuni inadempienti.

Sono enti che, a vario titolo, si occupano della gestione del territorio e, pertanto, risultano essere gli attori principali della tutela del paesaggio.

Non è così che si contribuisce alla tutela. Sappiamo bene che il paesaggio non può essere congelato ed oggetto di conservazione tout court.

La Convenzione Europea sul Paesaggio, sottoscritta a Firenze nel 2000 dagli stati aderenti all’Unione Europea, ce lo indica: non solo tutela ma valorizzazione e pianificazione orientata ad una migliore fruizione del territorio da parte dell’uomo che vi abita. Spesso un atteggiamento eccessivamente rigido porta a delegittimare le azioni positive, che si stanno conducendo in sintonia con gli enti locali, con i quali si dialoga e si collabora.

L’evidenziazione degli aspetti critici vuole rappresentare un contributo alla risoluzione dei problemi. Nelle premesse della relazione, che l’articolo non ha voluto evidenziare, sono contenuti gli aspetti maggiormente positivi che sono maturati in diversi anni di collaborazione tra ministero e Regione Liguria.

I passaggi principali di tale premessa riguardano, ad esempio, la strumentazione paesistica vigente nella nostra regione, certamente una delle più avanzate d’Italia anche se, ad oltre vent’anni dalla sua elaborazione (il piano territoriale di coordinamento paesistico è stato, infatti, adottato nel 1986), mostra limiti che la Regione stessa sta cercando di superare, anche con la collaborazione della nostra amministrazione.

Non possono passare inosservati alcuni momenti di questa collaborazione come ad esempio, il protocollo d’intesa Regione Liguria - ministero per i Beni e le Attività Culturali del novembre 1999, o il documento congiunto Regione - Soprintendenza per la corretta interpretazione e l’applicazione delle norme del piano paesistico, sempre del 1999.

Non possono passare neppure inosservati i contenuti del nuovo codice Urbani dei beni culturali e del paesaggio, che prevede ulteriori forme di collaborazione tra regioni e ministero per la redazione e/o la revisione dei piani paesistici. Le criticità evidenziate si configurano pertanto come gli aspetti sui quali occorre orientare l’attenzione di tutti. Ci attendiamo che da tali orientamenti nasca un prodotto comune di qualità, teso non a sopravvalutare il lavoro di pochi a detrimento di quello di molti, ma nell’ottica della tutela del pubblico interesse, che è patrimonio di tutti.

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Non ti sfugga infine la somiglianza delle ombre con le idee; infatti sia le ombre sia anche le idee non sono contrarie dei contrari. In questo genere, attraverso una sola specie, si conosce il bello e il turpe, il conveniente e lo sconveniente, il perfetto e l’imperfetto, il bene e il male. Infatti il male, l’imperfetto e il turpe non hanno idee proprie con cui siano conosciuti; poiché tuttavia si dice che sono conosciuti e non ignoti, e quanto è conosciuto intelligibilmente lo è attraverso le idee, allora il male, l’imperfetto e il turpe vengono conosciuti in una specie altrui, non nella propria, che non esiste affatto. Infatti quel che è a essi proprio, è un non-ente nell’ente o (per dirla più chiaramente) un difetto nell’effetto. [1]

Il numero zerodue di Urbané affronta il tema della pianificazione costiera savonese con una monografia che, da diverse angolazioni, intende offrire spunti di riflessione forse inediti e sicuramente poco approfonditi nell’ambito savonese. Con un.ulteriore testimonianza, dunque, la proposta editoriale cresce, rafforzandosi con i preziosi contributi esterni ospitati nelle pagine di questa seconda simulazione della rivista, tanto che forse non sembra così lontano il momento del primo numero ufficiale dell’ambizioso progetto. Ma veniamo al dunque.

Da oltre un decennio, molti sostengono che Savona necessiti di un nuovo porto turistico e che questa infrastruttura debba essere realizzata al confine con il Comune di Albissola Marina, nella zona denominata Punta Margonara. La costa, nel tratto interessato dalla nuova infrastruttura per la nautica, è una falesia posta immediatamente a ridosso dell’imboccatura portuale del bacino di Savona, nella quale coesistono alcune emergenze morfologiche (Punta Margonara, lo scoglio della Madonnetta.e gli scogli della Margonara), Rio Termine, la Strada Aurelia e spontanei agglomerati di baracche costruiti nel tempo per la fruizione balneare del litorale.

L’Autorità Portuale di Savona, a partire dagli anni .90, si è fatta promotrice dell’introduzione negli strumenti di pianificazione sovraordinati delle necessarie previsioni per il polo nautico che, di fatto, è contemplato dal Piano territoriale di coordinamento degli insediamenti produttivi dell’area centrale ligure (PTCP-ACL - 1997) e dal Piano territoriale di coordinamento della costa (PTCC - 2000). Nel giugno 1998, l’Autorità Portuale intraprese la ricerca di soggetti interessati alla realizzazione e alla gestione del porto turistico, giungendo, nel gennaio 1999, all’affidamento della progettazione preliminare del futuro approdo alla società Porticciolo di Savona e di Albissola Marina Srl’ Il primo progetto preliminare, redatto dagli architetti Avagliano e Gambardella, fu presentato del dicembre 1999, e successivamente vennero avviate le procedure approvative nelleopportune sedi istituzionali, che si concretizzarono in un complessivo parere favorevole espresso dalla conferenza di servizi deliberante del maggio 2003, condizionato alle future prescrizioni del Ministero dell’ambiente in merito alla Valutazione d.impatto ambientale relativa al Piano regolatore portuale (PRP). Nell’ottobre 2005 un.ulteriore conferenza di servizi stabilì che il progetto preliminare depositato dovesse essere adeguato alle prescrizioni contenute nella delibera regionale di approvazione del PRP del Porto Savona-Vado. Così, nel marzo 2006, la Porticciolo di Savona e di Albissola Marina Srl presentò all’Autorità Portuale di Savona una nuova versione del progetto preliminare, in forma di studio di fattibilità, redatto dall’architetto Fuksas, che fu oggetto di presentazione pubblica presso la sede dell’Unione Industriali di Savona nel giugno dello stesso anno, senza peraltro formalizzarne il deposito presso le amministrazioni comunali interessate. Il Comune di Savona, a breve, intende avviare una discussione in Consiglio comunale al fine di esprimersi sulla nuova proposta progettuale.

Secondo i sostenitori dell’iniziativa, il nuovo porto turistico savonese contribuirà a riqualificare il tratto costiero interessato e darà un impulso significativo all’economia turistica locale del comprensorio; per contro, le voci avverse sostengono che l’operazione si tradurrà nell’ennesimo danno ambientale al patrimonio naturale costiero, giustificato esclusivamente dalla volontà politica di accontentare immotivati interessi finanziari e immobiliari.

A prescindere dalle posizioni ideologiche, vi sono comunque interessanti novità a Savona, e per coglierne la portata bisogna innanzitutto convincersi che i paradigmi della pianificazione urbanistica stanno cambiando in fretta e occorre pertanto adeguare i modelli interpretativi alle attuali situazioni. È una nuova fase dell’urbanistica quella che stanno vivendo anche le piccole realtà di provincia: la pianificazione territoriale classica, infatti, si sta rapidamente trasformando in una sorta di urbanistica dello spettacolo [2], come parimenti succede in altre città italiane e straniere.

Ai consolidati schemi delle iniziative immobiliari classiche, vengono oggi affiancati nuovi modelli per lo sviluppo delle città e la trasformazione del territorio che interessano in modo sempre più diffuso le aree demaniali, favorendo così la valorizzazione immobiliare del patrimonio territoriale dello Stato e mettendo in campo un articolato meccanismo di formazione del consenso, che pare più intimamente collegato alle tecniche pubblicitarie che alla pratica urbanistica tradizionale.

Fautori di queste iniziative non sono le amministrazioni comunali ma enti-promotori come l’Autorità Portuale e la stessa Agenzia del Demanio. Di concerto con le locali associazioni di categoria, con le imprese legate alla cooperazione e con singole forze imprenditoriali, intervengono direttamente nella gestione territoriale, alla stregua di promotori immobiliari, in virtù di un tacito principio di sussidiaria delega pianificatoria concessa loro dai comuni, che ormai sempre più spesso non sono neppure in grado di approvare il Piano urbanistico comunale (PUC).

Venendo quindi a mancare l’indirizzo di un organo elettivo, che deve pur rispondere ai cittadini che rappresenta, le nuove operazioni di trasformazione territoriale gestite da questi enti-promotori si fanno sempre più disinvolte, raggiungendo frontiereinesplorate nel campo della valorizzazione immobiliare, come, ad esempio, la costruzione di palazzine su aree demaniali vergini, che da sempre è stato considerato un tabù difficile da rimuovere. E quanto più la proposta è spregiudicata, tanto più la sua giustificazione è categorica. Quando infatti non è possibile legittimare una significativa operazione di trasformazione territoriale con il preminente interesse pubblico attraverso dei dati socio-economici oggettivi che dimostrino inequivocabilmente un tangibile vantaggio per la collettività, gli enti-promotori della trasformazione fanno ormai ricorso alle tecniche proprie dello spettacolo, creando delle suggestioni, delle immagini forti che si traducono in affermazioni perentorie, dei falsi indiscutibili [3], sui quali viene fondato e costruito il necessario consenso degli amministratori pubblici e di una larga parte dei cittadini, che cedono alle lusinghe di un immaginario spettacolare proposto come una concreta opportunità di sviluppo.

Anche considerando il panorama nazionale, il caso savonese è significativo. La scorsa estate, infatti, ha preso forma una singolare teoria urbanistica che afferma l’esigenza di dotare il capoluogo di provincia, oltre che della nuova infrastruttura per la nautica, anche di un landmark nel paesaggio costiero. Tale congettura si fonda sul bisogno, fortemente sentito da alcuni, di rendere identificabile con certezza la città di Savona, ridisegnandone il paesaggio costiero: marcandolo, appunto, in modo inconfondibile con una torre di circa centoventi metri di altezza, piazzata sul molo frangiflutti del futuro porto turistico. La torre-faro, secondo le intenzioni del progettista, dovrebbe ricostituire il giusto rapporto di proporzioni stereometriche tra la linea di costa e le grandi navi da crociera che faranno ingresso nel porto di Savona, segnalando inoltre la presenza della città con luminarie visibili fino a Genova.

La nuova strategia urbanistico-spettacolare è bene sintetizzata in un articolo, a firma di Paola Pierotti, pubblicato dal portale di Internet Demanio Real Estate, [4] dell’Agenzia del Demanio: «Costruire sull’acqua. Abitazioni galleggianti, alte torri che come fari caratterizzano nuovi skyline urbani, isole artificiali con architetture che ospitano mix integrati di funzioni o ancora intere città nate dal nulla. Sono architetture-icona firmate da grandi star dell’architettura internazionale, realizzate in città che hanno riscoperto nel rapporto tra città e mare il volano per lo sviluppo economico e l’occasione per essere forze attive nel quadro della competitività internazionale. Nel nostro Paese il binomio archistar e localizzazione sul mare è strategia di marketing urbano: le costruzioni sull’acqua normalmente non sono infatti interventi risolutivi di una problematica urbana diffusa, una tendenza alla conquista di spazi marittimi per risolvere problemi di densità urbana, ma landmark che danno qualità aggiunta alla trasformazione della città. (.) ». Urbanistica e architettura spettacolari, appunto.

Negli Emirati Arabi Uniti, sulla costa del Golfo Persico a Sud di Dubai sono in corso di realizzazione le Palm Islands, isole artificiali disposte in modo tale da formareil disegno un albero di palma. Le isole artificiali conterranno un complesso residenziale composto da 500 appartamenti, 2.000 ville, 25 hotel e 200 negozi di lusso, diversi cinema e un parco marino contenente alcune vasche per balene e delfini. Ogni isola, avrà poi un proprio porto turistico con ormeggi per 150 yacht e 50 super yacht. La Palma di Jumeirah è vicina all’inaugurazione, la Palma di Jebel Ali è in fase di completamento e a questa si aggiungerà una terza palma, a Deira, ancora in fase di progetto. Poco più a nord della Palma di Jumeirah è prossimo alla realizzazione The World, un arcipelago artificiale composto da 300 isole che formeranno il disegno del planisfero terrestre, mediante lo spostamento di 500 milioni di metri cubi di sabbia del deserto.

Sotto il dispotismo illuminato dello sceicco Mohammed bin Rashid al-Maktoum, negli ultimi anni, l’Emirato di Dubai si sta trasformando nella nuova icona globale dell’urbanistica immaginata[5], grazie ad altri megaprogetti quali: Burj al-Arab (l’albergo più alto e più lussuoso al mondo costruito anch.esso su un.isola artificiale), Hydropolis (un albergo di lusso sottomarino di 220 camere con vista sui fondali del Golfo Persico), Dubai Waterfront (ulteriori 81 chilometri quadrati di isole artificiali variamente composte), Burj Dubai (circa 800 metri di altezza, l’edificio più alto della Terra), Madinat Al Arab (il progetto per il migliore skyline costiero al mondo da realizzare costruendo nuovi edifici di pregio), Dubai Sports City (un complesso sportivo di 7,5 chilometri quadrati), Golden Dome (uno dei più voluminosi edifici al mondo, 455 metri di altezza, 500.000 metri quadrati di uffici e spazi commerciali, oltre a 3.000 appartamenti residenziali), Dubailand Ski Dome (una cupola di vetro nel deserto, contenente 6.000 tonnellate di neve per praticare sport invernali).

Questo originale modello di sviluppo è frutto di una precisa strategia di marketing territoriale che si prefigge di creare un nuovo tipo metropoli moderna: una specie di ibrido tra una capitale della finanza e Las Vegas, in previsione di un futuro ormai prossimo nel quale si esauriranno le scorte petrolifere mondiali e occorrerà riconvertire l’economia dei paesi arabi verso i nuovi mercati della finanza internazionale e del turismo di lusso.

Non stiamo dunque sperimentando nulla di nuovo a Savona, da altre parti osano ben di più. Occorre tuttavia rimarcare che dietro ai visionari progetti dello sceicco di Dubai geograficamente vi è il deserto e finanziariamente una delle più floride economie del capitalismo mondiale.

Come spiegare quanto sta oggi accadendo a Savona?

La città si era ormai abituata con rassegnazione allo storico landmark della Fortezza del Priamar, il manufatto che i genovesi iniziarono a erigere a partire dal 1542, attraverso la sistematica demolizione di una serie di importanti edifici sacri e civili, cancellando per sempre il vecchio quartiere di Santa Maria. Sembrava quasi un paradosso il fatto che l’emblema della sconfitta e della distruzione della città antica potesse diventare, anche se a distanza di qualche secolo, il simbolo della città stessa, e che nel completo riuso del complesso monumentale fossero riposte le speranze per un futuro rilancio culturale, turistico ed economico. Forse occorrevano altri stimoli, e di conseguenza gli ultimi anni sono stati fortemante innovativi sul versante della produzione edilizia, funzionale, secondo alcuni, a precisi scenari di sviluppo economico.

Così, dopo l’avvio degli interventi di trasformazione del waterfront cittadino, progettati dall’architetto Bofill, che rappresentano un significativo e controverso precedente urbanistico, la ventata di novità portata dal .Tornado. dell’architetto Fuksas ha definitivamente risvegliato la città dal torpore. Una suggestione troppo forte quella di una comoda teoria di marketing territoriale di provincia, per di più rafforzata da un brand architettonico all’ultimo grido. Da subito il programma ha trovato molti autorevoli sostenitori: «Savona come Dubai!» . avranno pensato.

Il recente convegno sul tema della salvaguardia della fascia costiera, organizzato da Italia Nostra, pur offrendo spunti ben più meritevoli di approfondimento, ha dato involontariamente la stura a una serie di discussioni e confronti serrati tra le opposte scuole di pensiero, quasi esclusivamente in merito all’interpretazione iconografica del landmark proposto dall’architetto romano. L’atteggiamento troppo superficiale degli organi di stampa ha poi contribuito a sviare l’opinione pubblica dalla vera sostanza del problema. Non si tratta di una questione estetica, è un problema etico.

Sarebbe quindi conveniente riportare le questioni urbanistiche all’interno di una discussione non viziata da ingiustificate derive, alimentate dalle suggestioni pubblicitarie e dalle strumentali semplificazioni in cui sovente cadono certi amministratori e una larga parte dell’opinione pubblica. Occorre tenere ben presente il fatto che alle nostre spalle non vi è il deserto, né tantomeno un florido tessuto economico pronto ad assorbire qualunque bizzarria imprenditoriale e progettuale. Davanti a noi si prospetta un futuro incerto che non va ipotecato aderendo pedestremente a scenari di sviluppo e a progetti carenti nella motivazione.

Tecnicamente si potrebbe argomentare che i 128 nuovi posti di lavoro dichiarati dai proponenti, a fronte del finanziamento a fondo perduto di una quota corrispondente a circa il 20% dell’investimento necessario per la realizzazione del porto turistico [6], appaiono poca cosa, tenendo conto che per l’ulteriore congestione veicolare sulla Via Aurelia, procurata dal traffico indotto dal nuovo approdo turistico, non viene fornita alcuna soluzione. Sorvolando sulle questioni architettoniche, che meriterebbero ben altri approfondimenti, appare singolare che il primo progetto preliminare del porto turistico e il recente studio di fattibilità non contengano un.Analisi costi-benefici, che permetterebbe di accertare l’effettiva sussistenza del preminente interesse pubblico dell’operazione. Appare quindi fin troppo facile liquidare la proposta come sospetta e poco circostanziata, ma tale atteggiamento presterebbe il fianco a quanti agitano lo spettro dell’immobilismo. Occorre invece essere propositivi.

Non si tratta pertanto di avversare a priori il progetto di un porto turistico a Savona, semmai si tratta di dimostrarne l’effettiva esigenza alla luce di approfonditi studi di settore e di valutazioni obiettive e di stabilirne la migliore ubicazione, in funzione delle scelte strategiche della città e del comprensorio, evitando di consumare inutilmente delle risorse territoriali non ancora compromesse.

Per meglio inquadrare il programma urbanistico appena enunciato, vorrei recuperare l’importante concetto espresso nel mese di ottobre dello scorso anno dal Sindaco di Savona, Federico Berruti, a proposito dell’esigenza di indire una Conferenza strategica sul futuro della città entro la metà del 2007: «La conferenza dovrà concentrarsi sul tema: quale idea di città tra venti anni? Porto, turismo e commercio, università, ricerca e innovazione sono i temi sui quali darci obiettivi condivisi. La strategia urbanistica deve essere figlia di questa idea di città» [7].

Se il binomio porto turistico alla Margonara e Torre-faro può rappresentare una risposta ai problemi dello sviluppo dell’economia locale, un Piano strategico per la città potrà sicuramente analizzare tutti gli aspetti non ancora indagati e proporre, nell’evenienza, delle alternative concrete all’intervento o semplicemente delle modifiche, tutte supportate da un più corretto approccio tecnico e amministrativo. Visto il perdurare della situazione di stallo del nuovo PUC, la prospettiva di dotare Savona di un Piano strategico pregno di contenuti programmatici, di consapevolezza, di slancio ideale, di rigore e di vera partecipazione democratica potrebbe forse rappresentare la vera novità nel panorama amministrativo locale e forse potrebbe costituire un primo segnale concreto del rinnovamento da molti auspicato. In quest.ottica la pianificazione territoriale tornerebbe a essere promossa pienamente dall’amministrazione comunale, organo elettivo espressione della comunità, e verrebbero finalmente a cessare gli anomali interventi sussidiari di soggetti che non rappresentano, di fatto, gli interessi diffusi della collettività.

I piani strategici, ormai da qualche anno, sono stati adottati da diverse amministrazioni comunali italiane quale strumento fondamentale per la costruzione e la condivisione futura del loro territorio. Vorrei riportare alcuni brani tratti dalla premessa del Piano strategico del Comune di Pergine Valsugana [8], che illustrano, in questa prospettiva, le ragioni e i significati della pianificazione strategica.

«Un piano strategico è qualcosa di più di un piano di sviluppo. Qualcosa di diverso. È un progetto di futuro. È un disegno collettivo che si propone di orientare le traiettorie del cambiamento e le trasformazioni concrete di una città o di un territorio verso un orizzonte di lungo periodo, verso uno scenario possibile e desiderato. Il piano strategico non è, da questo punto di vista, il piano del Comune:è il piano della città, nato dalla concertazione, dal confronto, dal contributo di numerosi soggetti attivi, dalla condivisione che si è saputo maturare. È, in breve, il punto di convergenza più avanzato possibile di una prospettiva di crescita.

È una costruzione sociale.

Questo è un primo significato del piano strategico. Forse il più importante. Perché il piano non è solo un .contenitore di progetti., ma è innanzitutto il luogo nel quale si costruisce e si .distilla . la fiducia reciproca fra la dimensione politica e istituzionale e la dimensione civile. La fiducia è il valore fondamentale dal quale può nascere il confronto pubblico su visioni e su interessi differenti ed anche, qualche volta, conflittuali; è il presupposto sul quale è possibile costruire o innestare la disponibilità a collaborare. La fiducia è, potremmo dire, un .uso civico.: è quella proprietà collettiva immateriale che rappresenta una parte essenziale di ciò che viene normalmente definito .capitale sociale., un valore fatto di saperi distribuiti, di conoscenze implicite, di intelligenza diffusa. (...)

Il piano strategico nasce anche come sfida al ruolo dell’Amministrazione municipale. Perché interpella il Comune come promotore e come garante del processo di pianificazione. Ed anche perché . di fronte ad una perentoria e non eludibile domanda di governo delle trasformazioni urbane (cioè di fronte ad una domanda di strategia e di concretezza) . la Municipalità non può limitarsi a dare risposte esclusivamente formali e ipotetiche: risposte che non sanno o non possono incidere sulle dinamiche reali. Con il piano strategico, il Comune non si limita alla .manutenzione ordinaria. del presente e al solo esercizio delle proprie competenze amministrative, ma si propone e si accredita a pieno titolo come agenzia di sviluppo locale, come governo locale. (...) »

Richiamando le arti proposte da Giordano Bruno nel suo De umbris idearum, mi permetto infine di suggerire le seguenti azioni:

RICERCARE con onestà intellettuale degli obiettivi di sviluppo per la città;

TROVARE i mezzi adeguati per il confronto dei diversi scenari di riferimento;

GIUDICARE in modo avveduto le idee progettuali avendo cura di separare quelle giuste da quelle sbagliate in funzione dell’interesse collettivo;

ORDINARE in forma di disegno unitario e partecipato le trasformazioni territoriali da mettere in atto;

APPLICARE con metodo scientifico le risultanze del processo appena esposto, affinando la pianificazione in corso e correggendo gli errori di valutazione commessi nel passato. Sono queste le iniziative che possono portare a una strategia per lo sviluppo della città e del territorio fondata su obiettivi giusti e condivisi, e quindi alla radicale inversione di tendenza nell’urbanistica savonese.

L’alternativa è lo spettacolo, nel senso più volgare del termine.

Nota: su questo sito a proposito delle vicende recenti di Savona vedi anche gli articoli sulla torre di Fuksas, di Sara Menafra dal manifesto, di Adriano Sansa, Luciano Angelini e Donatella Alfonso dall'edizione ligure de la Repubblica;

[1] Ventunesima intenzione tratta da Giordano Bruno, DE UMBRIS IDEARUM - Le ombre delle idee. Coinvolgenti l’arte di Ricercare, Trovare, Giudicare, Ordinare e Applicare: esposte per una scrittura interiore, e non volgari operazioni con la memoria. - (1582), Egidio Gorbino, Parigi (fonte http://www.filosofico.net).

[2] Intenzionale riferimento a La società dello spettacolo (1967), di Guy Ernest Debord.

[3] Definizione di Guy Ernest Debord ne Commentari sulla società dello spettacolo (1988). A proposito del falso indiscutibile, l’intellettuale francese scrive: «Il solo fatto di essere ormai indiscutibile ha fornito al falso una qualità del tutto nuova. Allo stesso tempo, il vero ha smesso di esistere quasi dappertutto, o nel migliore dei casi si è visto ridotto allo stato di ipotesi indimostrabile. Il falso indiscutibile ha ultimato la scomparsa dell’opinione pubblica, che in un primo tempo è stata incapace di farsi sentire; e in seguito, molto rapidamente, anche solo di formarsi. Naturalmente ciò provoca conseguenze importanti nella politica, nelle scienze applicate, nella giustizia, nella conoscenza dell’arte». Traduzione di Fabio Vasarri per SugarCo Edizioni Srl - Milano.

[4] Fonte http://www.demaniore.com

[5] Definizione tratta dall’articolo di Mike Davis Un paradiso sinistro, pubblicato su Tom Dispatch, nella traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini (fonte http://eddyburg.it).

[6] Dati desunti dalla Relazione istruttoria redatta da Europrogetti & Finanza Spa, per la richiesta di ammissibilità ai contributi previsti dal Patto territoriale della Provincia di Savona, depositata dai proponenti presso I.P.S. (Insediamenti Produttivi Savonesi).

[7] Intervista di Antonella Granero, pubblicata su Il Secolo XIX.

[8] Pergine Valsugana (TN), 18.833 abitanti. Brani tratti dal Piano strategico Pergine 2015, redatto nel gennaio-marzo 2004 e approvato nel marzo 2005 (fonte: http://www.comune.pergine.tn.it)

Il rischio di un commissariamento del parco di Portofino, un sindaco che cade ad Arenzano su progetti immobiliari (che voleva ridurre), ambientalisti all'attacco contro la cementificazione, un soprintendente ai beni paesaggistici, Giorgio Rossini, che parla di costa «prossima al collasso». Cosa succede in Liguria?

Sei tentativi di eleggere il presidente del parco di Portofino (18 chilometri quadrati di territorio, 13 di costa) sono andati a vuoto e nella «finestra» che si apre da qui alla nomina di un commissario da parte della Regione si prevedono i giochi più duri. Il presidente uscente, Renato Dirodi, raccoglie l'appoggio dell'assessore all'Ambiente Franco Zunino (Rifondazione) e degli ambientalisti ma la sua riconferma è rimasta al palo. A complicare il quadro c'è il progetto di costruzione di un albergo di 18-20 stanze nel borgo ma soprattutto quello di 65 box interrati, 40 da porre in vendita a non meno di 250 mila euro l'uno. Dirodi si oppone ai parcheggi ed è entrato in collisione con il sindaco di Portofino, uno dei «grandi elettori».

VERSO IL COMMISSARIAMENTO

Dirodi è anche l'uomo che vuol far togliere ai proprietari delle ville i cancelli abusivi con cui hanno sbarrato gli accessi ai sentieri (pubblici) nel monte. Mettendo a confronto la «fotografia» del parco nel 1994 e quella attuale sono stati scoperti 4 abusi edilizi a Santa Margherita, 2 a Camogli, e 92 abusi a Portofino. Ordinare le demolizioni spetterebbe al Comune ma Dirodi ha chiesto più poteri e anche questo non è piaciuto. È vero che tutto quello che tocca il parco è faticosissimo. Per abbattere i cinghiali, che distruggono i muretti a secco, il parco ha dovuto spendere 26 mila euro in cause legali per non parlare delle capre, che hanno contrapposto il presidente uscente agli animalisti. Ne sostenevano l'appartenenza a un ceppo genetico perduto, le capre di Montecristo.

Ma questa volta lo scontro ha ben altri contenuti che le caprette. La Regione non è neanche riuscita a nominare il suo rappresentante nel consiglio del parco (che vota il presidente). ll nome gradito ai Verdi e indicato dalla giunta si è inabissato nella commissione nomine: «Ho sollecitato la commissione perché esaminasse la pratica prima del rischio commissariamento. Non l'hanno fatto» dice polemico l'assessore Zunino.

I progetti edilizi portofinesi non sono gli unici a suscitare tensioni. Il sindaco di Arenzano, Luigi Gambino (Ds), ha visto cadere la sua amministrazione pochi giorni fa e grida all'agguato: «Ha vinto il partito del mattone». In ballo ci sono 9.000 metri cubi di edilizia residenziale in Pineta, tre volte tanto quelli regolarmente concessi e che il sindaco voleva ridurre.

POSTI BARCA

È stato invece approvato venerdì in via definitiva in Regione uno dei progetti più impegnativi sulla costa. Il fronte mare di Imperia viene ridisegnato con più di mille posti barca, 6.650 metri quadri di alloggi e oltre 18 mila di negozi e uffici, quasi 2.000 posti auto. La Regione ha bocciato il campo pratica da golf. Interventi riduttivi anche sul porticciolo di Ventimiglia che andava a minacciare due grotte marine.

Quando tutti i progetti saranno conclusi i posti barca saranno più di 9 mila, oltre 38 mila i metri cubi di edilizia residenziale, 11 mila i posti auto. Tutto necessario? L'assessore diessino all'Urbanistica, Carlo Ruggeri, parla di «una fase che si sta concludendo», quella delle costruzioni. «Alcuni interventi invasivi sono stati stoppati — dice — come il porticciolo di Noli e Spotorno. È necessario ora rivedere il piano paesaggistico». Non si può neppure dare ogni colpa a Sandro Biasotti governatore di centrodestra per un solo mandato. Biasotti, poi, l'albergo di Portofino non lo voleva proprio. Litigò per questo anche con Silvio Berlusconi. L'ex premier, che ama molto il borgo, nei giorni scorsi è tornato a cercare casa. Avrebbe già visitato villa Bassani e villa Metzger. Dispone dello splendido castello di Paraggi, ma lì è «solo» in affitto.

Di qua, subito dopo Savona, una torre come quella di Dubai, giusto un po’ più bassa. Di là un insediamento residenziale che raddoppia la piccola cittadina di Finale ligure. In mezzo, ma anche oltre, progetti grandi e piccoli per costruire moli, case e negozi che in pochi anni raddoppieranno il cemento che occupa la costa. Siamo in Liguria, terra di vacanze brevi per milanesi ricchi, di fughe sospiranti nei paradisi delle Cinque terre, di grandi insediamenti industriali che si sciolgono come gelati sotto il solleone agostano. Sei anni fa la giunta regionale ha approvato un Piano territoriale della costa che prevedeva di raddoppiare i posti barca presenti sul litorale. E mese dopo mese il piano è lievitato, ha gemmato cantieri, ha sostituito industrie con ridenti villette una uguale all’altra. Di tanto in tanto qualche associazione ambientalista protesta, la sinistra radicale si arrabbia, ma poi, visto che i progetti li fa la giunta Burlando (Ds), visto che di illegale non c’è nulla perché a cambiare le leggi sono le amministrazioni locali, progetti e colate di cemento continuano ad aumentare.

Il caso più clamoroso riguarda il progetto per un nuovo porticciolo alla Margonara, tra Savona e Albissola. Un autore d’eccezione, l’architetto Massimo Fuksas, ha ideato per la piccola spiaggia dello scoglio della Madunnetta un «faro completamente illuminato» alto 120 metri e pensato sul modello della megatorre in costruzione a Dubai. Una piattaforma sul mare circondata da settecento posti barca e dominata da una torre di quaranta appartamenti d’elite da 12mila euro al metro quadro.

Intervistato al momento della presentazione, Fuksas si difendeva parlando di «un progetto d’elite accessibile anche alla media borghesia. Nella mia idea il tutto non costa più di 1.250 euro al metro quadro, il resto è il guadagno dei costruttori». Il costruttore del caso si chiama Giovanni Gambardella, negli anni ’80 manager dell’Ilva e oggi presidente della industria produttrice di materiale fotografico Ferrania.

La torre di Fuksas sarebbe il terzo grattacielo in poche centinaia di metri di costa. Nella zona che un tempo era occupata dagli stabilimenti dell’Italsider sta crescendo una torre, e nei prossimi mesi spunterà una muraglia di abitazioni con vista sul mare. Tutto partorito dalla mente di Ricardo Bofill, altro architetto di fama. Torri della discordia, almeno a sinistra.

Alla vigilia delle ultime elezioni comunali, la capogruppo di Rifondazione comunista ha abbandonato il partito per creare «A sinistra per Savona» quando il segretario, Franco Zunino, è diventato assessore regionale all’ambiente della giunta regionale Burlando e il partito ha deciso di appoggiare l’attuale sindaco Federico Berruti. Il gruppo, costruito insieme a Franco Astengo, politologo e testa pensante della sinistra critica savonese, ha raccolto il 5,5% dei consensi. Isolati ma combattivi hanno soprannominato la nuova esplosione edilizia di Savona «il ritorno a Teardo», «dal nome del presidente della regione arrestato per tangenti negli anni ’80 che voleva trasformare tutte le industrie in zone di edilizia residenziale». «Questo non è solo un problema di impatto ambientale - spiega Patrizia Turchi - Siamo di fronte ad una alleanza tra la sinistra e i poteri forti della città, in particolare l’Unione industriali, che piano piano stanno azzerando ogni possibilità di sviluppo della città. E creano scempi come le torri di Fuksas e Bofill».

Non che il problema dell’impatto ambientale sia minore. Lunedì scorso Santo Grammatico ha guidato la sua Goletta verde di Legambiente fino alla spiaggia di Margonara: «E’ il principale lido della città, quello dove giocano i bambini di Savona. Il rapporto sulle coste europee dell’Agenzia europea dell’ambiente, presentato a Copenaghen, parla già dell’Italia come delmuro sul Mediterraneo. Qui sta crescendo il muro ligure».

Allontanandosi da Savona il quadro è tutt’altro che incoraggiante. Il Piano territoriale della costa prevede che la piccola regione raddoppi il numero di posti barca piazzati lungo la costa. Oggi sono 14.300 (calcolati per imbarcazioni di dodici metri ciascuna) ma presto i 300 kilometri di costa potrebbero essere coperti da 30.000 barche. Imbarcazioni, da parcheggiare a peso d’oro, che portano anche alberghi, negozi e strade: nel piano regionale ci sono 51.601 metri cubi di uffici e negozi, 19.122 per alberghi, 33.918 per artigianato e 11.007 posti auto. Progetti mastodontici eppure già superati. Perché l’indicazione del presidente Burlando di «rafforzare la vocazione turistica » trova adepti in ogni comune.

Finale ligure è tra le ultime cittadine ad aver aderito. Città un po' industriale un po' turistica, piccola come può essere un centro abitato che oggi conta 12.000 abitanti. Secondo il Piano urbanistico comunale appena approvato, accanto alla cittadina sorgerà una nuova città. Sulle macerie di due impianti industriali che lasciano gli ormeggi sorgeranno 400 milioni di metri cubi di abitazioni «turistiche» pronte ad ospitare almeno 4.000 persone. Pochi mesi fa la Piaggio-Aero e l'impianto Cave Ghigliazza hanno comunicato all'amministrazione locale che abbandoneranno Finale. «Piaggio ci ha proposto una specie di ricatto - dice la consigliera comunale del Prc Gloria Bardi - Non vanno in Campania, sebbene lì la regione sia disposta a fare ponti d'oro pur di averli, maper rimanere da queste parti e cioè a Villanova hanno chiesto al comune di convertire la zona industriale e renderla edificabile. E il comune, che allora era di centrosinistra, ha detto sì». La politica cambia,ma gli ecomostri piacciono a tutti.

La Liguria piace ai furbetti

Che la costa ligure potesse essere l’ideale per speculazioni edilizie senza troppi scrupoli lo pensava anche Gianpiero Fiorani. L’ordinanza di arresto che lo portò in carcere parlava di almeno tre progetti su cui aveva puntato l’imprenditore per dirottare e reinvestire i soldi della banca Popolare di Lodi. Il sistema era sempre quello delle scatole cinesi di società fantasma coperte da prestanome, in cui Fiorani non compariva ma lasciava che al suo posto figurassero una serie di prestanome. Tutto passava per il commercialista di fiducia Aldino Quartieri.

A Fiorani interessava soprattutto la ricostruzione della ex area Italcementi di Imperia.Nell’autunno 2003 organizzò un sopralluogo di eccezione: gita in elicottero con l’allora ministro delle attività produttive Claudio Scajola e con il costruttore Ignazio Bellavista Caltagirone, anche lui poi indagato nell’inchiesta Antonveneta e di certo oggi impegnatonella realizzazione del porto turistico di Imperia.

A raccontare la storia di quel tentativo fatto da Fiorani è stato alcuni mesi fa il «mediatore nel ramo immobiliare» Piergiovanni Mazzuco. In seguito alla denuncia per minacce nei confronti degli architetti genovesi Daniele Bianco e Girolamo Valle, Mazzucco rivelò ai magistrati genovesi che Quartieri e Fiorani gli avevano chiesto di mediare con gli architetti in questione aggiungendo che l’impresa sarebbe stata finanziata anche da alcuni imprenditori russi. Ma l’affare sfumò Quando gli imprenditori russi proposero di cambiare il progetto inserendo un centro commerciale.

E’ andato a buon fine il progetto realizzato A Celle ligure sempre grazie al commercialista di fiducia di Fiorani. Una palazzina con quattrocento posti auto a poche decine di metri dal mare. Ed è invece sfumato il progetto che Fiorani, tramite il prestanome Marino Ferrari (lo stesso a cui il «furbetto» aveva intestato la villa in Francia), voleva realizzare ad Alassio. L’idea, presentata dalla società di copertura Frontemare, era di far modificare la destinazione d’uso dell’area di Ceriale in modo da dedicare l’area a zona edificabile. Mai legami tra Fiorani e la Liguria erano parecchi. Micromega a febbraio scorso ha fatto l’elenco notando come Fiorani avesse buoni rapporti con il senatore di Forza Italia Luigi Grillo (indagato per Antonveneta) e con la banca Carige nel cui cda siedono Alessandro Scajola, fratello di Claudio, e il figlio di Vito Bonsignore (europarlamentare Udc anche lui indagato). Fiorani a verbale ha parlato anche dei rapporti con Marcellino Gavio, industriale noto per aver ceduto alla provincia di Milano la sua quota nell’autostrada Serravalle. All’epoca l’ex sindaco di Milano Albertini lasciò intendere che con la plusvalenza di 176 milioni, Gavio finanziò il tentativo di scalata di Unipol su Bnl.

Sa.M.

Nota: maggiori particolari sul progetto di trasformazione urbana per Savona a questo link col sito del comune

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