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Con il bel saggio di Emanuele Leonardi Lavoro Natura Valore – André Gorz tra marxismo e decrescita siamo al sesto saggio della serie di recensioni di testi sull’Ecologia Politica, presa in un senso un po’ più esteso che comprende una riflessione sul Comune e il capitale, mettendo così insieme una bibliografia ragionata dei contributi più recenti. L’autore lo avevamo già trovato (qui) come coautore della introduzione al testo di J. Moore, nonché come co-curatore (sempre con Alessandro Barbero) dello stesso.

In questo caso, siamo di fronte a un lavoro che ci restituisce lo stato dell’arte di tutte quelle ricerche inerenti l’ecologia politica (della quale Gorz – citato nel sottotitolo – è stato uno dei primi interpreti e uno dei più lucidi). Ma l’autore ci dà anche molti contributi originali:
i – indagando le trasformazioni del paradigma che raccoglie la triade Lavoro Natura Valore e quindi le dinamiche tra Valore e Ricchezza;
ii – mettendo a confronto l’elaborazione teorico pratica dell’esperienza operaista italiana e quella dell’ambito della decrescita;
iii – prendendo in considerazione il potenziale neghentropico del lavoro, in particolare di quello cognitivo, in contrapposizione al dispositivo entropico, espressione del nesso Lavoro Natura Valore classico orientato alla crescita;
iv – indagando le conseguenze della messa a profitto di quella parte del lavoro detta riproduttivo con disvelamento del lavoro occulto (di riproduzione, cura, formazione della forza lavoro).

Il filone di pensiero è quello che fa riferimento al concetto di riproduzione nella coppia riproduzione/produzione che caratterizza il sistema capitalistico. Il primo ambito svela la riproduzione della forza lavoro intesa come procreazione e come cura, rivelando quindi quel lavoro occulto quale il lavoro domestico e quello servile, da una parte (operazione ampiamente acquisita per merito dei movimenti femministi, Ariel Salleh parla di lavoro meta-industriale), dall’altra mettendo in primo piano l’atteggiamento che il sistema di produzione capitalistico tiene nei confronti della natura sia in termini estrattivi (in ingresso), sia usandola come discarica (in uscita).

Qui Leonardi ci fa prendere atto del carattere entropico del sistema, carattere che rivela una non riproducibilità all’infinito dello stesso, ma anche ci fa intravedere il potenziale neghentropico del lavoro di riproduzione, verso il quale il sistema post fordista ha però già rivolto le sue attenzioni. È dove, con un gioco di prestigio, trasforma quella parte del lavoro di riproduzione che corrisponde alla formazione della mano d’opera, in capitale fisso, fenomeno questo evidenziato dalla natura sempre più cognitiva del lavoro stesso, tutto questo non facendo nessun investimento ma delegandolo al lavoratore. Così il tempo della riproduzione, tempo non pagato, lavoro occulto, in realtà contribuisce – e sempre di più – alla produzione; il tempo passato in fabbrica non è ormai più di una frazione del tempo realmente dedicato al lavoro.

Leonardi cita una affermazione di Paolo Virno per il quale il general intellect non fa più riferimento al capitale fisso per divenire di fatto lavoro vivo. Il carattere neghentropico del lavoro cognitivo deve perciò essere liberato dalla sua subordinazione al profitto, sostituendo la logica del valore (valore di scambio) con quella della ricchezza (valore d’uso). Un uso che dovrà perciò privilegiare una produzione – realmente sostenibile – di valori in grado di soddisfare bisogni e desideri di tutti e non profitto per pochi. Questo significa anche un orientamento delle lotte non soltanto per il salario ma “oltre il salario”. L’elemento oltre, sarebbe lo spazio che le lotte operaie per il salario e per il controllo della produzione possono aver aperto per ipotizzare e provare a mettere in pratica sistemi e relazioni non impattanti e più egualitarie.

Ma l’autore ci dice di fare attenzione, il carattere neghentropico del lavoro cognitivo è simultaneamente espresso – messo in atto – e occultato in dispositivi che riescono a metterlo a profitto, a riprodurre cioè tutte le contraddizioni del capitale. Per Leonardi questi dispositivi sono la green economy e il carbon trading dogma dei quali parla (in termini critici) nei capitoli V VI.

Il lato ecologico dell’economia politica abita, dunque, dentro l’elemento riproduttivo della diade riproduzione/produzione, in quel versante dove la lotta di classe e le lotte per l’ambiente e per i beni comuni si caratterizzano come forme di svelamento dall’operazione di occultamento che il capitale ha fatto mettendo in atto quella che Moore (citato da Leonardi) chiama accumulazione per appropriazione (lavoro domestico, lavoro servile, doni gratuiti dell’ambiente). Ma anche nel semplice concetto che vede la natura come unica entità di produzione, verificando invece che il ciclo delle altre trasformazioni agisce su materie prime a bassa entropia verso scarti ad alta entropia.

La connessione tra lavoro e natura è tutta insita nel sistema di produzione capitalista. Il conflitto di classe non si può allora esaurire nel campo del salario e sulle condizioni del lavoro, ma deve potersi esprimere sulle finalità della produzione e sul tipo di forma merce messa in cantiere. Forse l’insieme è quello che aveva intuito Benjamin già nel 1940, quando – commentando Fourier – formula un auspicio dicendo che «un lavoro così ispirato al gioco non è diretto alla produzione di valori, ma al miglioramento della natura […] Una terra ordinata secondo questa immagine cesserebbe di essere parte “di un mondo in cui l’azione non è sorella del sogno”. L’azione e il sogno vi diverrebbero fratelli» (W. Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi, Torino 1986 p.7; parzialmente citato da Leonardi, p. 66).

C’è un’altra citazione di Benjamin in esergo al primo capitolo che coglie trasversalmente quella connessione tra marxismo e progresso che ha rallentato l’incontro tra lotta di classe e difesa dell’ambiente. Si intende criticare quell’aspetto del marxismo quando ipotizza un percorso storico determinato e ineluttabile verso la società senza classi.

«Marx dice che le rivoluzioni sono la locomotiva della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno d’emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno» (p. 31).

Il testo di Leonardi si muove su una doppia chiave. Da una parte la ricerca di strumenti di analisi della realtà, dall’altra quella degli strumenti per incidere sulla realtà. In questo, il riferimento a Gorz, trova materiale imprescindibile. Ad esempio, il ruolo e l’efficacia dei movimenti rispetto ai partiti politici. Movimenti che proprio nel momento nel quale si dichiarano apolitici (nei confronti dei partiti) trovano la loro efficacia politica, perseguendo lotte che rappresentano degli interessi specifici, lotte quindi non asservite alla logica del potere. Lotte che quindi esprimono libertà di espressione, di contestazione e di immaginazione.

Stranamente, i limiti dello sviluppo sono stati percepiti più chiaramente dal capitale che non dalle sue vittime, altrimenti come si spiegherebbero le azioni convulse quali «le riforme delle imposte, l’austerity fiscale, la deregulation e le privatizzazione, gli aggiustamenti strutturali, il crollo della sicurezza del lavoro, lo sbriciolamento del welfare» (nota 31, p. 86), quasi un raschiare il fondo del barile, attraverso l’appropriazione compulsiva di qualsiasi risorsa da espropriare alla ricchezza comune.

Come dicevo all’inizio uno dei meriti del libro è anche quello di avere raccolto i contributi speculativi della quasi totalità degli studiosi che hanno scritto qualcosa a proposito di “ecologia politica” con ampi spazi dedicati, ad esempio, agli apporti di diverse studiose femministe. Mettere al centro i processi riproduttivi e non soltanto i conflitti sul piano dell’organizzazione della produzione, mettere in discussione la centralità della forma salario per spiegarne i funzionamenti, sono i ragionamenti che quadrano e fanno convergere le lotte di genere, antirazziste, di classe e quelle per l’ambiente in un unico contenitore che cerca di organizzarsi a partire da questa nuova cognizione. I bisogni fondamentali si potrebbero racchiudere intorno a due obiettivi specifici quello della sostituzione della logica della ricchezza contro quella del valore e quello di ridurre il metabolismo sociale, Si constata così che entrambi gli obiettivi sono incompatibili con il modo di produzione capitalista, dice Leonardi.

Uno dei temi messi al centro della sua indagine è anche quello del possibile rapporto tra le eredità operaiste e il mondo delle “decrescite”. Ovviamente, queste ultime, sono spostate su un piano qualitativamente diverso non si tratta di crescere ma di prosperare; non tanto competere ma condividere (p.152). «Non si snellisce il metabolismo sociale perché la catastrofe incombente lo impone, bensì perché il pieno godimento e la realizzazione diffusa del lavoro neghentropico richiedono da un lato un processo di de-mercificazione e dall’altro un intervento di messa in sicurezza dell’ambiente in quanto base materiale della riproduzione della vita sociale e dell’attività economica (svincolata dall’ingiunzione al profitto)» (p. 153). Vedi comunque il decalogo catalano (p. 172), che parla di debito, riduzione dell’orario di lavoro, reddito di base, così come di ecotasse, di incentivi alla produzione alternativa, riduzione dello spazio pubblicitario, limiti all’inquinamento, abolizione del PIL come indicatore di progresso.

Lo spostamento dell’attenzione dall’ambito produttivo a quello riproduttivo, non è una critica a Marx (semmai una nuova deduzione inserita di fatto nell’organicità del suo pensiero), ma a certi marxismi, perché, a ben vedere, per Marx il conflitto tra accumulazione capitalista e qualità dell’ambiente era già stato preso in considerazione. Leonardi cita la «frattura metabolica – cioè la rottura della circolarità energetica chiusa tra città e campagna a partire dalla seconda metà del XVIII secolo» (p.157) che Marx.

Non si tratta di mettere in piedi delle operazioni generiche di decrescita, ma di sostituire al concetto di quantità di crescita, quello della qualità della stessa. Il divorzio, purtroppo, ha origini lontane nel tempo. La scienza di Galileo si occupava e si può occupare soltanto di quantità, la qualità era esclusa. Così arte, piacere, bellezza, amore e reciprocità si sono separate dalla scienza, permettendo, subito dopo, che l’organizzazione del mondo avvenisse intorno al profitto. Profitto in termini astratti, in termini di pura quantità, profitto per pochi e briciole per la maggioranza.

Questo non lo dice esplicitamente Leonardi, ma dice qualcosa di simile quando auspica, ad esempio, il riavvicinamento tra dimensione esistenziale e pratiche lavorative; che «i diritti della Pachamama e il reddito di base salgano sulla stessa barca rivoluzionaria» (p. 191). E qualche cosa a cui fare riferimento già esiste: «la forza propulsiva dei movimenti indigeno-contadini africani, asiatici e latino-americani sul piano globale, degli Indignados sul piano continentale, della sperimentazione municipalista napoletana sul piano nazionale» (idem).

Emanuele Leonardi, Lavoro Natura Valore – André Gorz tra marxismo e decrescita, Orthotes, Napoli Salerno 2017. Pagine 216, € 18.00.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile

Per una didattica della carezza, Progedit Bari, 2017, pp. 214. «Una requisitoria contro quel “tipo di educazione, in cui la qualità dell'istruzione è misurata sulla quantità di competenze e conoscenze che l'insegnante riesce a depositare nella testa dello studente”».

E' scarsamente noto, se non ai pochi addetti ai lavori, quel che sta accadendo nella scuola italiana. Una inusitata pressione delle burocrazie ministeriali tenta di piegare, giorno dopo giorno, le strutture tradizionali dell'insegnamento, le discipline, non già – come sarebbe necessario – a una coraggiosa cooperazione, per far avanzare la ricchezza della conoscenza nei nostri ragazzi, ma ai fini utilitari delle cosiddette “competenze”. L'ossessione impositiva che si riversa su presidi e insegnanti, con una incalzante successione di circolari, disposizioni, regolamenti, è quella di fornire utilità pragmatica, operativa, professionale, all'insegnamento impartito. Il pensiero unico che soffoca l'orizzonte della nostra epoca s'infila con i suoi cascami ideologici nel mondo della scuola per piegarlo alle logiche utilitarie cui ogni sapere è chiamato a ubbidire. Occorre imparare, soprattutto imparare a fare, per essere utili alla società, e sopratutto utilizzabili dalle società...

Per questo non si può che salutare con gioia intellettuale un libro come quello di Laura Marchetti, Agalma. , Progedit Bari, 2017, pp. 214. Non inganni il titolo provocatoriamente sentimentale. Si tratta di un testo denso di riferimenti intellettuali – in cui sono centrali i fondamenti della fenomenologia e la psicanalisi – da Platone a Husserl, da Dewey a Freud, da Marcuse a Freire, ecc. Ma il motivo dominante dei saggi che lo compongono è chiaro e vibrante di passione. Una requisitoria contro quel «tipo di educazione, in cui la qualità dell'istruzione è misurata sulla quantità di competenze e conoscenze che l'insegnante riesce a depositare nella testa dello studente».

Un modo di trasmissione del sapere che anche nelle migliori intenzioni educative ubbidisce al demone dell'utilità finale di una prestazione, di uno scopo operativo che lo studente dovrà mettere in uso una volta fuori dalla scuola. Senza mai considerare gli esiti sociali ultimi di tale metodo: la creazione di individui autoritari, nevrotici, dogmatici, intolleranti, aggressivi. E l'insegnamento di una scuola che vuol riprodurre la società così com'è. E invece Marchetti, in accordo con alcune espressioni alte dei nostri studi pedagogici, teorizza la necessità di un insegnamento che prefiguri una nuova antropologia sociale, che liberi l'oppresso nascosto in ogni individuo , «attraverso una “pedagogia erotica” che metta al centro l'amore in quanto contrasto totale alla struttura necrofila del Potere e fondamento imprescindibile di una nuova società fondata sull'eguaglianza, la cooperazione, il dialogo e la pace».
Dunque un capovolgimento rispetto alle strutture dominanti dell'insegnamento e soprattutto alle tendenze attuali, fondate sul disciplinamento, il controllo, l'esaltazione della competizione, la misurazione ossessiva dei risultati, la strutturazione meritocratica della classe. Non si tratta ovviamente di una impostazione ingenua, nella quale i contenuti vengono sviliti e l'autorità dell'insegnante estromessa. Questa viene anzi pienamente riconfermata, ma ripensata socraticamente all'interno di uno spazio umano e affettivo in cui l'insegnante è maestro di dialogo, così da togliere all'insegnamento il suo carattere dogmatico e impositivo ed esaltando il protagonismo dei discenti. Già dunque nelle forme e nei modi, prima ancora che nei contenuti, la trasmissione del sapere deve far nascere nella soggettività dei ragazzi un'attitudine a discutere l'apprendimento, a viverlo come rapporto solidale, attraversato dai sentimenti, dall'affetto, dall'incoraggiamento, dalla stima, dall'aiuto cooperativo della classe e del docente in quanto comunità. A questo fine almeno due strutture classiche della nostra cultura millenaria aiutano la realizzazione di una tale strategia: il teatro e il racconto.
L'autrice illustra una sua sperimentazione teatrale in un corso universitario, fondato sul Simposio di Platone, coronata da una significativa partecipazione. E si sofferma poi diffusamente, anche con varie esemplificazioni, sull'efficacia formativa delle fiabe. La narrazione, ricorda Marchetti richiede «una mente a più dimensioni, che come una mitica tessitrice, sappia continuamente disfare ciò che ha ordito:l'io e l'altro, l'uno e il molteplice, il passato e il presente, le storie e la Storia». Qui, per brevità, rammento con l'autrice, il valore che Walter Benjamin accordava alla fiaba, rispetto al racconto moderno, che ritrae l'individuo nel suo isolamento e non lo aiuta a sostenere la sua «vita gettata “in un profondo disorientamento”». Mentre la fiaba, per dirla con Gianni Rodari, può rendere «accessibile a tutti la creatività e l'immaginazione».
Articolo inviato contestualmente a il manifesto

Osservatorio del sud, 10 aprile 2018.Beni comuni, gennaio 2015. (m.p.r.)

La proprietà che esclude

La prospettiva fornita dall’analisi storica assume sempre di più una potenza dirompente nei confronti delle strutture del presente. Se il termine non fosse usurato, direi che essa è indispensabile per dare fondamento a una visione rivoluzionaria. Dove il termine rivoluzionario non ha il significato commerciale e di pronto uso della pubblicità o di qualche slogan effimero del ceto politico. Né coincide col vecchio e ristretto sinonimo di insurrezionale. Indica, piuttosto, lo sguardo radicale, capace di mostrare il carattere di formazione storica delle strutture del dominio. Il presente che accettiamo come una realtà data e indiscutibile, quasi un dato di natura, è frutto di un processo storico, uno svolgimento nel tempo che ha solidificato rapporti di potere fra uomini e gruppi sociali rendendoli permanenti, trasformandoli in dati di partenza fondativi della vita sociale. E perciò accettati da tutti come e imprescindibili e immodificabili. Una prospettiva storica, ad esempio, consente alla riflessione in corso sui beni comuni di mostrare la genealogia della proprietà privata, il processo violento della sua formazione, le pratiche di sopraffazione attraverso cui si è affermata. Se sappiamo riandare con l’analisi alle origini di tale istituto fondamentale delle società capitalistiche , se comprendiamo il processo della sua formazione, constatiamo che esso perde l’aura di legittimità, quasi naturale e indiscutibile, con cui domina e regola l’intero universo delle relazioni umane.

Il noto pamphlet di Ugo Mattei, pubblicato nella benemerita collana Idola di Laterza, Senza proprietà non c’è libertà: falso,[1] ci ha offerto di recente questa opportunità, e merita di essere ripreso proprio perché ritorna sul tema della proprietà con una prospettiva storica di lungo periodo. Consente di guardare a tale istituto non come dato di fatto, ma come processo. Anche se il saggio di Mattei rafforza in chi lo legge la constatazione recriminatoria che del grande tema della proprietà privata, non solo in Italia, si occupano quasi solo i giuristi: pochi, eterodossi, coraggiosi studiosi del diritto[2].

Certo, è stato storicamente il diritto a fondare la proprietà privata, a trasformare un rapporto di forza e una appropriazione di ricchezza in una legge protetta dal potere dello stato. Sono stati i giuristi a dare forma normativa a un processo sociale che si è andato organizzando secondo gerarchie dettate dai rapporti di forza. E appare perciò naturale che al diritto spetti in primo luogo ritornare teoricamente e storicamente sui propri passi. Ma non possiamo non osservare come la ricerca storica si tenga ben lontana da questo campo, cosi come la sociologia e le altre scienze sociali.

In tali ambiti la proprietà privata appare indiscutibile come il cielo azzurro o le neve bianca. Del pensiero economico, ovviamente, non è il caso di parlare. Diventata, nelle sue forme dominanti, una “tecnologia della crescita”, l’economia al potere ha cessato di pensare e si limita ad applicare dispositivi automatici finalizzati all’aumento del Prodotto Interno Lordo.[3] Deprimente prova della superficialità subalterna dei saperi sociali del nostro tempo, che non solo accettano un processo storico di appropriazione come un dato naturale e indiscutibile, ma operano per la sua perpetuazione ed espansione in più estesi domini della realtà.

Mattei rovescia la convinzione dominante secondo cui la proprietà privata fonda la libertà dei moderni, mostrando che essa nasce dalla privazione della libertà di molti ad opera di una èlite di pochi dominatori: «all’origine della proprietà sta il potere e a ogni potere corrisponde una soggezione, ossia qualcuno più debole che, non avendolo, lo subisce.Tanto più libero è il proprietario tanto meno lo è il non proprietario, sicché - anche sul piano logico - l’asservimento può essere affiancato alla proprietà esattamente quanto la libertà»[4]. Ed egli conia un geniale sintagma, un’espressione da far diventare di uso comune, la «proprietà privante», come termine che esprime l’altra faccia e la natura escludente della proprietà privata.

Com’è noto, il monumento storico-teorico cui si rifanno i critici della proprietà privata e tanti teorici dei beni comuni è il capitolo 24 del Primo libro del Capitale di Marx dedicato alla Cosiddetta accumulazione originaria. [5] Mattei lo riprende anche in questo testo, dopo averne trattato nel suo Manifesto sui beni comuni. [6] In effetti Marx, tramite una superba sintesi storica, disvela in una cinquantina di pagine finali del suo libro, l’insieme dei processi da cui nasce il moderno capitalismo nel paese in cui questo si afferma nel modo più completo. Dopo aver mostrato, tramite numerosi capitoli di analisi, che cosa esso effettivamente è, nella fabbrica e nella società britannica del suo tempo, come opera questo modo di produzione e come esso ristrutturi radicalmente la vecchia società preindustriale, Marx sente il bisogno di spiegare in che modo si è storicamente formato e affermato.

Lo deve fare anche per sbaragliare le mitologie costruite sulle sue origini dagli economisti volgari del suo tempo, che anche allora, come oggi, abbondavano sulla scena pubblica. Il capitalismo, ricorda Marx, finisce col trionfare essenzialmente, grazie alla privazione dei mezzi di produzione della grande massa dei contadini inglesi (yeomen) da parte della piccola nobiltà. Ad essi viene sottratta, tramite forme varie di esproprio, il possesso della terra e la casa (cottage) venendo quindi posti in una condizione di totale illibertà, nell’impossibilità di decidere sulla propria vita. Privati dei mezzi con cui sino ad allora avevano vissuto, ad essi restavano due strade: il vagabondaggio nelle città del Regno o il lavoro nelle manifatture. Nel frattempo i vecchi e nuovi proprietari chiudevano le terre con recinti, anche quelle che erano state comuni (commons), e fondavano le aziende a salariati, cominciando con l’allevamento delle pecore merinos.
I processi di espropriazione messi in atto dalla nobiltà cadetta con il movimento delle recinzioni (enclosures), a partire dal XVI secolo, non sono altro che la fondazione della proprietà privata dei pochi e l’esclusione e la perdita della libertà sostanziale dei molti. Si trattò di un processo sociale di aperta violenza, di una violenza sanguinaria descritta da Marx con impressionante ricchezza documentaria, benché distribuito in un processo secolare. Marx non a caso cita l’Utopia di Tommaso Moro, un testimone del XVI secolo, che mostra le scene miserevoli di carovane di famiglie espropriate, costrette ad abbandonare i loro villaggi e racconta, con surreale sarcasmo, dello strano «paese in cui le pecore mangiano gli uomini».[7] Com’è ormai noto a chi si occupa di tali questioni, questo vasto processo di confisca di terre pubbliche, ecclesiastiche e contadine, su cui si fonda la moderna azienda capitalistica, ha ricevuto una rilevante legittimazione teorica da uno dei fondatori del pensiero politico moderno, John Locke.

Nel Secondo trattato sul governo ( 1690) Locke afferma che «qualunque cosa l’uomo rimuova dallo stato in cui la natura l’ha lasciata, mescola ad essa il proprio lavoro e vi unisce qualcosa che gli è proprio, e con ciò la rende sua proprietà. Rimuovendola dallo stato comune in cui la natura l’ha posta, vi ha connesso con il suo lavoro qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini». [8] Immaginare nell’Inghilterra del XVII secolo un originario stato di natura, dove un solitario individuo, del tutto libero, si appropri di terre selvagge col proprio lavoro, costituisce una evidente costruzione ideologica, un racconto mitico, che serviva a legittimare il vasto movimento di espropriazione allora in corso nelle campagne. E naturalmente aveva un valore più generale soprattutto per dare dignità legale al saccheggio nelle colonie americane.

Ma Locke segna una svolta rilevante nella formazione del pensiero moderno anche per un altro aspetto. Come ha osservato uno studioso tedesco, Hans Immler, in una vasta ricerca che meriterebbe una traduzione italiana, Natur in der ökonomischen Theorie, [9],Locke non solo fonda, con la sua teoria del valore-lavoro le basi giuridiche della «proprietà privata pre-borghese», ma svaluta la natura «come selvaggia e sterile se è bene comune» mentre stabilisce che è l’«appropriazione privata che le dà valore»[10]. La natura in sé è un bene inutile, solo il lavoro che se ne appropria, la trasforma in ricchezza. Una costruzione culturale che oggi, dopo diversi secoli di sfruttamento capitalistico, si corre il rischio di accettare come vera. Ma basta uno sguardo storico di lungo periodo per capire la sua sostanza di costrutto ideologico. In realtà, assai prima del XVII secolo, per i lunghi millenni precedenti, gli uomini sono sopravvissuti sulla terra e si sono moltiplicati in virtù della produzione spontanea della natura, delle sue abbondanti risorse, non prodotte da alcun lavoro: acqua, bacche, radici, frutta, animali. Per millenni il lavoro, così come già lo intendeva Locke – cioè come un processo di valorizzazione del “capitale” terra - non è mai esistito. Al suo posto, prima che nascesse l’agricoltura, c’era una pura e semplice attività umana di raccolta e di predazione delle risorse esistenti.[11]

Come oggi ci appare evidente il saccheggio del mondo vivente, e i problemi ambientali che ne seguiranno, hanno qui la loro prima, sistematica legittimazione. Si potrebbe dire che Locke elabori i principi costituivi, la normazione teorica della predazione delle risorse naturali come processo di valorizzazione tramite un astratto e mitico lavoro umano.

Per la verità Marx - che ha uno sguardo meno eurocentrico di quanto normalmente gli si attribuisce - sa che il processo di formazione del capitalismo si svolge su scala globale, anche se ha il suo centro in Inghilterra. La proprietà privata non si fonda solo attraverso il movimento delle recinzioni e l’espulsione sistematica dei contadini dalle loro terre e da quelle comuni. L’esercito di proletari privi di risorse per vivere - e perciò necessitati a sopportare il pesante lavoro di fabbrica nell’Inghilterra del XVIII secolo - era nato anche in altro modo, per lo meno nelle colonie inglesi. Egli ricorda, ad esempio, nel capitolo di cui trattiamo, un processo oggi obliato di appropriazione privata non di terre e beni, ma addirittura di uomini, alla base della formazione del capitalismo.

Grazie al trattato di pace di Utrecht con la Spagna, nel 1713, L’Inghilterra estese lucrosamente il suo già avviato mercato di schiavi, prima praticato con l’Africa e i paesi delle Indie Occidentali. Da allora essa «ottenne il diritto di provvedere l’America spagnola di 4.800 negri all’anno, fino al 1743. In tal modo veniva anche coperto ufficialmente il contrabbando inglese. Liverpool è diventata una città grande sulla base della tratta degli schiavi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria» [12]. Uno dei grandi centri urbani della rivoluzione industriale, orgoglio del capitalismo trionfante, era figlio anche di quel cristianissimo commercio con le Americhe che era la vendita di forza-lavoro in schiavitù. Giovani africani strappati ai loro villaggi e condannati a una breve vita di fatiche disumane. Il capitalismo di allora non disdegnava la “proprietà privata” degli uomini, venduti come prodotti coloniali nelle aziende schiavistiche del Sudamerica.

Ma Marx ci ha fornito anche altri strumenti analitici, non meno rilevanti di quelli affidati al celebre capitolo del Capitale. Anzi, sotto il profilo teorico essi appaiono oggi fondamentali per comprendere i meccanismi nascosti di autoriproduzione della ricchezza e delle forme asimmetriche della sua appropriazione. In alcuni passi dei Grundrisse egli ricorda non i processi storici del passato, ma i meccanismi profondi di formazione e di perpetuazione della proprietà sotto la forma moderna della produzione della ricchezza industriale: «la proprietà - il lavoro altrui, passato o oggettivato - si presenta come l’unica condizione per un ulteriore appropriazione di lavoro altrui».Vale a dire, per uscire dal linguaggio astratto ed “hegeliano” di Marx, le macchine, la fabbrica stessa, costruite da altri operai (lavoro altrui) non appartengono ai lavoratori, ma sono proprietà dell'imprenditore e si presentano agli operai stessi come la condizione obiettiva, naturale, che dà loro da vivere, tramite un ulteriore sfruttamento del loro lavoro.

Il capitalismo non crea solo merci, ma riproduce e allarga i rapporti di produzione, ingigantisce cumulativamente le gerarchie di potere, rende la proprietà privata un dato di natura che si autoalimenta. «Il diritto di proprietà - continua Marx - si rovescia da una parte (quella del capitalista) nel diritto di appropriarsi del lavoro altrui, dall’altra (quella dell’operaio ) «nel dovere di rispettare il prodotto del proprio lavoro e il proprio lavoro stesso come valori che appartengono ad altri», cioè come proprietà privata del capitalista.[13] E’ questa asimmetria originaria di potere, su cui si fonda il rapporto capitalistico di produzione, a diffondere la proprietà privata come architettura generale della società. Essa, trasformandosi in denaro, fabbriche, palazzi, terre, centri commerciali, e dunque “cose” di un paesaggio “naturale” occulta costantemente il lavoro che li ha generati.Tale metamorfosi del lavoro trascorso trova poi la legittimazione del diritto e la difesa armata dello stato, presentandosi come una solidificazione geologica indiscutibile.

Ma occorre a questo punto una considerazione storica preliminare importante, decisiva per comprendere il successo storico del capitale. Occorre infatti riconoscere che l’accettazione sociale del dominio proprietario – reso prima di tutto possibile dai rapporti asimmetrici e cumulativi tra detentori dei capitali e proletari, tra ricchi e poveri, dai nudi rapporti di forza tra queste due classi – è risultata storicamente vittoriosa anche e forse soprattutto grazie al successo economico che essa ha conseguito rispetto ai modi di produzione precedenti. Benché una analisi storica sistematica non dovrebbe trascurare la forza di principio d’ordine sociale che la proprietà privata ha finito col rappresentare nelle società dell’Occidente, elemento di regolamentazione tra individui e classi e al tempo stesso presidio di stabilità. Una stabilità che l’elaborazione ideologica della cultura dominante ha saputo fare universalmente introiettare come esaltazione dell’interesse dei singoli individui.

Oggi dovrebbe apparire evidente che la vittoria del modello proprietario nella formazione delle società contemporanee è inscindibile dal successo produttivo del capitale. L’azienda capitalistica a salariati a un certo punto è risultata più efficiente delle singola piccola coltivazione contadina o della bottega artigiana. La piena disponibilità per il singolo capitalista di una massa di lavoratori formalmente liberi, messi al servizio di macchine sempre più efficienti, costretti per l’intera giornata a uno sforzo psicofisico sistematico, ha avuto come risultato una crescente produzione di ricchezza. La massa senza precedenti di beni che usciva dalla fabbrica capitalistica è diventata storicamente la giustificazione universale della legittimità di quella forma di appropriazione privata del lavoro altrui. Il successo generale sul piano strettamente produttivo conquistava ai capitalisti il plauso generale della società. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’assoggettamento al lavoro della grande massa della popolazione, venivano nascosti dall’efficienza della macchina. Tanto più che la crescita della ricchezza generava altri ceti sociali esterni alla fabbrica, destinati a elaborare un nuovo immaginario , quello del progresso generale della società, che finiva coll’occultare il segreto motore dello sfruttamento operaio che ne costituiva il fondamento.

E’ qui da ricercare indubbiamente una delle basi dell’egemonia del capitale nell’epoca della sua affermazione e del suo trionfo sulla vecchia società, nel XIX secolo. L’elaborazione di un grande racconto di progresso dell’umanità, accompagnata dalle condizioni di libertà formale del lavoro, ha coperto la gigantesca privatizzazione del lavoro umano verificatesi nel corso dell’età contemporanea. E occorre aggiungere che i maggiori autori che hanno elaborato il racconto del progresso sono stati gli storici. Tutta, si può dire, la produzione storiografica sull’età contemporanea, anche quella di ispirazione marxista, è orientata dal teleologismo progressista. Nella narrazione della nostra epoca la freccia del tempo corre in maniera più o meno trionfante in una sola direzione: dall’arretratezza della società preindustriale ai fasti dell’odierna modernità.

Non a caso, la pagina di Marx sull’accumulazione originaria, in cui si racconta di un secolare processo di espropriazione, è stata trattata dagli storici come una premessa della cosiddetta “rivoluzione agricola inglese”. E questo in ragione del fatto che, mentre i contadini venivano trasformati in salariati, la produzione agricola conosceva incrementi di produzione senza precedenti. Quegli storici, infatti, hanno esaltato i processi di liquidazione delle strutture feudali e hanno guardato come a un progresso generale l’avanzare del capitalismo nelle campagne.[14] Perfino un grande storico come Marc Bloch deplorava lo «scandalo del compascuo», vale dire la disponibilità dei contadini di portare le proprie pecore nel fondo del barone dopo i raccolti.[15] La piena disponibilità della terra da parte del proprietario veniva infatti considerata come condizione per un suo più efficiente uso e i vecchi rapporti comunitari visti come un impaccio al pieno sviluppo delle forze produttive.

Ma questo atteggiamento apologetico nei confronti dei vincitori - che sorregge tutta la storiografia contemporanea - è figlia anche dell’ambivalenza di Marx, che deplora l’espropriazione dei contadini, ma ammira la borghesia rivoluzionaria impegnata a distruggere il vecchio mondo. Un'ammirazione, tuttavia, legata alla visione teleologica delle creazione delle basi sociali di una rivoluzione prossima ventura, capace di liberare finalmente e per sempre il lavoro salariato. Marx esaltava la borghesia capitalistica perché il suo successo costituiva la base per un superiore assetto di uguaglianza e di libertà umana. Il fatto che questo non si sia realizzato ci rende oggi liberi da quel provvidenzialismo. E ci dovrebbe consentire una visione storica nella quale il processo della modernizzazione appaia sotto una luce diversa da quella sinora tracciata. Un nuovo racconto sia per quanto riguarda la sorte del lavoro, sia per ciò che concerne la natura, le risorse, gli equilibri degli ecosistemi, beni comuni dell’umanità, il cui saccheggio privato è stato tenuto nascosto dalla rappresentazione storica e dalla sua nascosta teleleogia.
La natura comune

Oggi, naturalmente, appare sommamente difficile, se non impossibile, scorgere nel paesaggio delle città contemporanee le tracce del lavoro che ne hanno edificato le strutture. I grattacieli, le fabbriche, i ponti e le strade, le banche, le abitazioni , le aziende agricole, i centri commerciali appaiono tutti frammenti di un paesaggio di cose, e dunque un principio di realtà indiscutibile in cui si svolge naturalmente la nostra vita. Non appare più possibile scorgere la privatizzazione del lavoro umano che le ha fatto sorgere. E mettere oggi in discussione la titolarità di questa ricchezza solidificata in forme di cose, trasformata in eredità storica, comporterebbe un tasso di violenza sociale inimmaginabile, e dunque politicamente non praticabile. D’altra parte, occorre riconoscere che la ricchezza generale prodotta dal capitalismo riscatta in parte le inique modalità storiche in cui essa è stata generata. Anche se tante, troppe generazioni di lavoratori non ne hanno goduto, le lotte operaie del XX secolo hanno reso possibile una sua ampia redistribuzione, che ha toccato i ceti popolari e vaste fasce di popolazione.

Ma oggi siamo entrati in una fase storica in cui il problema della proprietà e dei beni comuni acquista una nuova attualità, a causa di una duplice dinamica, sempre più dispiegata. Da una parte infatti, il capitalismo cerca sempre più di impossessarsi privatamente, a fini di profitto, di ambiti di realtà sinora inesplorate. Si pensi alle appropriazioni e brevettazione di piante e semi da parte delle aziende biotecnologiche negli ultimi anni.[16] Il mondo vivente è oggi un terreno di caccia in cui scovare nuove fonti di profitto. Ma è anche il caso di risorse vitali per la vita umana trasformate in merci preziose nel giro di qualche decennio. Si pensi all’acqua, oggi definito l’oro blu del nostro tempo.[17] Eppure allorché è sorto il pensiero politico moderno, quando è stata sistemata in un quadro coerente la società capitalistica al suo sorgere, l’acqua appariva priva di valore.

Nella sua Inquiry sulla Ricchezza delle nazioni, Adam Smith, poteva legittimamente affermare che «Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente ne può avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario ha difficilmente qualche valore d’uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni».[18] Oggi la situazione appare quasi capovolta e una risorsa come l’acqua, inseparabile dal diritto degli individui alla sopravvivenza, appare carica di valore economico come mai in tutta la storia precedente. E diventa evidente che proprio il suo ingresso nel processo di valorizzazione del capitale, il suo divenire merce, mentre la strappa definitivamente dalla condizione di res nullius, cosa di nessuno, la disvela agli occhi delle popolazioni come un bene comune drammaticamente scarso e perciò conteso. Siamo entrati, per dirla con le parole di uno storico americano dell’ambiente, James Moore, in una fase di «fine della natura a buon mercato».[19] Le risorse naturali, sempre più scarse per effetto della crescita della popolazione mondiale e dello sfruttamento sempre più vasto e sistematico, tendono ad apparire sempre meno quali “fattori di produzione”, appartenenti a questo o a quel paese, a questa o a quella corporation privata, e sempre più quali fonti indispensabili per la sopravvivenza di tutti. La loro sempre più stringente necessità generale le restituisce all’ambito originario dei beni comuni.

L’altra dinamica, a questa indissolubilmente connessa, che fa emergere intorno a noi un paesaggio di beni comuni prima nascosto è il processo ormai dispiegato di squilibri ambientali che colpisce non solo isolate realtà, ma l’intero pianeta. Di giorno in giorno appare sempre più evidente che la natura non sopporta un utilizzo privato e distruttivo delle sue risorse, non regge più il saccheggio a cui il capitalismo la sottopone in forme crescenti da almeno tre secoli. Ma la specifica novità del nostro tempo è che la natura tende ad apparire sotto gli effetti squilibranti dell’azione umana, sempre meno divisibile in singole risorse sfruttabili: l’acqua, la terra, l’aria, le piante, ecc. Essa sempre più appare come una totalità indivisibile e intimamente connessa, e sempre di più, dunque, come un common globale.

Guardiamo quel che ormai da tempo avviene intorno a noi, nelle nostre città. Noi oggi scopriamo quello che sino a qualche decennio fa non eravamo quasi capaci di scorgere: il legame sistemico tra il cielo e la città. Siamo costretti a misurare la qualità dell’aria che in essa si respira, e a prendere atto della sua manipolazione, insieme privata e collettiva, a scopi produttivi e di varia altra natura. Il sorgere di un rischio per la salute umana, esploso in maniera allarmante negli ultimi decenni, ha fatto emergere quale bene comune una risorsa vitale irrinunciabile, un elemento naturale da tutti ignorato per millenni in quanto illimitato e relativamente integro. L’aria oggi è diventato un common. Noi tutti respiriamo l’aria che ci circonda senza pensare ai nostri polmoni, ma anche senza badare al fatto che essa è natura, che da essa dipende la nostra vita, e certamente senza chiederci a chi giuridicamente appartiene. Ma l’apparire della scarsità di questa risorsa, la sua violazione e alterazione (che corrisponde a una appropriazione privata dei singoli) la fa emergere quale elemento naturale che rende possibile l’esistenza di tutti, illumina il suo carattere di bene collettivo e indivisibile.

Sono non pochi gli ambiti in cui le alterazioni ambientali disvelano il carattere nascosto di bene comune delle risorse naturali, per via della loro indispensabilità alla vita di tutti. Si pensi alla terra fertile, alla stabilità del territorio, alla biodiversità naturale, ecc.[20] Oggi noi scopriamo, in maniera specificamente significativa in Italia, che il territorio delle nostre città e delle loro periferie non può più essere edificato e manomesso secondo gli interessi privati dei singoli. La sua integrità non può più essere subordinata alla piena disponibilità di chi vanta la proprietà privata di un suo singolo frammento. Oggi sappiamo, con maggiore pienezza e con più ricca esperienza di qualche anno fa, che costruire, cementificare, sottrarre aree di verde all’ecosistema territorio finisce col produrre danni generali che investono l’intera comunità. Ogni frammento di verde sottratto al territorio di una qualche zona corrisponde alla perdita di una “spugna” capace di assorbire l’acqua piovana durante le grandi piogge, rappresenta una diminuzione dell’effetto di contenimento delle polveri sottili prodotte dalle attività urbane, accresce l’instabilità del suolo e degli abitati, altera il microclima del luogo perché sostituisce natura vivente (erbe, alberi) con materia inerte che assorbe e genera calore. Ma in generale, costruire un edificio in un qualunque luogo di un paese intensamente antropizzato comporta l’alterazione evidente di interessi generali, a fronte dei quali la proprietà privata di un singolo pezzo di territorio appare sempre più priva di diritti individuali da rivendicare.

Infine, il clima, altro common finora nascosto. Lo scenario climatico che le conoscenze scientifiche del nostro tempo hanno squadernato davanti a noi ci mostrano oggi un altro aspetto di legame sistemico tra la città, i suoi attori naturali, e il più vasto spazio planetario. Le città ci fanno sperimentare la nuova mondialità del locale. Mai come oggi esse erano apparse così nitidamente quali punti interconnessi di una rete a scala globale. Com’è largamente noto, è lo smog cittadino, sono gli scarichi urbani e i fumi industriali per produzioni destinate alle città a determinare una percentuale rilevante di immissione di gas serra nell’atmosfera.Tutte le città del mondo, centri energivori di varie dimensioni e potenza, consumano in maniera crescente petrolio e carbone, alterando il clima atmosferico, surriscaldando il nostro comune tetto di abitanti della Terra. Il riscaldamento globale, potremmo dire, senza forzare molto le cose, è figlio del metabolismo urbano.[21] E dunque se le attività produttive e il movimento dei singoli oggi arrivano ad intaccare gli equilibri di ciò che appariva, sino a pochi decenni fa, così incommensurabilmente lontano – l’atmosfera – un nuovo e più vasto common appare davanti a noi, destinato a condizionare la proprietà privata di tutti e il suo libero uso. Essa non più essere considerata ciò che finora è stata, la discarica res nullius dove ognuno poteva gettare i propri fumi e veleni. Il suo diventare il tetto comune dell’umanità è destinato a cambiare molte cose nella storia a venire delle nostre società.

Pubblicato su Glocale Rivista molisana di storia e studi sociali, Gennaio 2015

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[1]Laterza, Roma-Bari
[2] Si vedano alcuni esempi in P. Grossi,
Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria, Giuffrè Milano, 1977;S. Rodotà, Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata, il Mulino Bologna, 1981(e varie edizioni successive); P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani, Donzelli Roma 2014,
[3] P.Bevilacqua,
Saperi umanistici e saperi scientifici per ripensare il mondo, in P.Bevilacqua (a cura di) A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma 2011, p.10 e ss.
[4] Mattei,
Senza proprietà non c’è libertà, cit.
[5] K.Marx,
Il Capitale, Libro primo.Traduzione di D.Cntimori.Introduzzione di M. Dobb , Editori Riuniti, Roma 1967, pp.777-836
[6] U.Mattei,
Beni comuni. Un manifesto, Leterza, Roma-Bari 2011. Ma si veda anche, con più attenzione agli aspetti ambientali dell’appropriazione G.Ricoveri, Beni comuni vs. merci, Jaca Book, Milano 2010. E, per un approccio pluridisciplinare, P. Cacciari (a cura di), La società dei beni comuni, Carta, 2010.
[7] Marx, Il capitale, I, cit.p.783
[8] J.Locke,
Il secondo trattato sul governo, introduzione di T.Magri,traduzione di A.Gialluca, BUR Milano, 1998,p. 97
[9]H.Immler,
Natur in der ökonomischen Theorie, vol. I,Vorklassik-Klassik-Marx, vol. II, Phisiocratic-Herrschaft der Natur,Westedeutscher Verlag, Opladen ,1985, pp. 79-87
[10]Ibidem, p.87
[11]La tendenza ad applicare le categorie dell’economia politica anche alle più remote fasi dell’umanità, a valutare il valore della natura secondo i criteri dell’economia di mercato, è stata a lungo molto diffusa. Cfr. P. Bevilacqua,
Demetra e Clio.Uomini e ambiente nella storia, Donzelli, Roma 2001, pp. 4-6 e p, 85 e ss.
[12] Marx,
Il Capitale, cit. p.822
[13] K.Marx,
Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica,presentazione, traduzione e note di E.Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1970,vol.II, p. 78
[14] Ma è stato provato che la “rivoluzione agronomica” in Inghilterra, vale a dire l’associazione di cereali e leguminose con conseguente aumento delle rese produttive, era stata già praticata dai contadini sin dal XV secolo (R.C.Allen,
Le due rivoluzioni agrarie, 1450-!850, Rivista di storia economica, 1989, n. 3
[15]M.Bloch,
I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi Torino 1873
[16] Si veda, per il processo di globalizzazione come appropriazione privata – entro una letteratura sempre più estesa- V. Shiva,
Il bene comune della terra, Feltrinelli Milano,2006. Sull’appropriazione scientifica del vivente, C.fr. M.Cini, La scienza nell’era dell’economia della conoscenza; G.Tamino, Il riduzionismo biologico tra tecnica e ideologia; E.Gagliasso Luoni, Riduzionismi: il metodo e i valori, in C.Modonesi, S.Masini, I.Verga. Il gene invadente: Riduzionismo, brevettabilità e governance dell’innovazione biotech, introduzione di M.Capanna, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006; Sulle imprese biotech , M. De Carolis, La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004
[17] M.Barlow e T.Clarke,
La battaglia contro il furto mondiale dell’acqua: come non esserne complici, Arianna Editrice, Bologna, 2009
[18] A. Smith,
Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori, Milano 1997, I, p. 17
[19] J.Moore,
Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato. Introduzione e cura di Gennaro Avallone, Ombre corte, Verona 2015.Sul rapporto tra capitalismo e risorse della terra, sotto il profilo teorico, J.Bellamy Foster,B.Clark,R. York, The ecological rift.Capitalism war on the earth.Monthly Review Press, New York, 2010.
[20] Su quest’ultimo aspetto cfr. C.Modenesi e G. Tamino (a cura di)
Bio diversità e beni comuni, introduzione di M. Capanna, Jaca Book, Milano 2010.
[21] Sul riscaldamento globale che gode ormai di una bibliografia sconfinata, cfr essenzialmente V.Ferrara e A.Farruggia,
Clima istruzioni per l’uso.I fenomeni, gli effetti, le strategie, Edizioni ambiente , Milano 2007; N.H.Stern, The economics of climate change: the Stern review, Cambridge University Press, Cambridge 2007. Per dati più aggiornati si possono consultare in rete i rapporti periodici dell’Intergovernamental Panel on Climate Change ( IPCC)


«Il libro Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia Romagna (Pentragon, 2017), a cura di Ilaria Agostini e con la prefazione di Tomaso Montanari, raccoglie una serie di contributi (oltre che della curatrice, di Piergiovanni Alleva, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Paola Bonora, Sergio Caserta, Pier Luigi Cervellati, Paolo Dignatici, Anna Marina Foschi, Giovanni Losavio, Anna Marson, Cristina Quintavalla, Ezio Righi, Piergiorgio Rocchi, Edoardo Salzano) sul progetto di legge urbanistica della Regione Emilia-Romagna, approvato senza sostanziali modifiche nel dicembre dello scorso anno (1). Tutti i testi sono focalizzati sulla strumentazione urbanistica comunale (sulla quale si concentra in sostanza la strategia della legge) e sugli aspetti in essa presenti attraverso i quali – si sostiene – viene operato “un irresponsabile salto di scala fino alla negazione della stessa disciplina urbanistica” (Lettera aperta ai governanti della Regione Emilia-Romagna del 12 dicembre 2016) e “l’eclissi del ruolo pubblico nella trasformazione delle città e dei territori” (Agostini, Caserta).Quali gli aspetti che portano i diversi interventi a questa conclusione?»

Un primo aspetto che viene evidenziato è il fatto che lo strumento urbanistico comunale previsto nel progetto di legge (il Piano urbanistico generale) – al quale è attribuita la competenza sulla disciplina dell’assetto edilizio del sistema insediativo esistente (2) – nel contesto urbano esercita tale competenza, con conseguente attribuzione dei diritti edificatori, limitatamente alle parti di territorio urbano consolidato (individuate dal Piano urbanistico generale) per le quali vengono previsti interventi attuabili direttamente (intervento edilizio diretto). Per gli interventi di “addensamento e sostituzione urbana”, invece, più significativi per le trasformazioni urbane, il Piano urbanistico generale “non può stabilire la capacità edificatoria, anche potenziale, delle aree del territorio urbanizzato né fissare la disciplina di dettaglio”, essendo questa competenza attribuita (“principalmente” – art. 38) agli “accordi operativi”. Sempre agli accordi operativi è attribuita l’individuazione e attuazione di nuovi insediamenti, per i quali è specificato che gli elaborati del Piano urbanistico generale “non contengono in nessun caso – si legge nel progetto di legge – una rappresentazione cartografica delle aree idonee ai nuovi insediamenti bensì indicano, attraverso apposita rappresentazione ideogrammatica […] le parti del territorio extraurbano, contermini al territorio urbanizzato, che non presentano fattori preclusivi o fortemente limitanti alle trasformazioni urbane e che beneficiano delle opportunità di sviluppo insediativo”. Poiché oggetto degli accordi operativi sono le proposte presentate da privati, la disciplina pianificatoria del Piano urbanistico generale nei contesti urbani viene esercitata, di fatto, dal Comune in ambiti circoscritti (dove sono previsti interventi diretti) e non sul territorio comunale nella sua interezza. “Il disegno di legge – osserva Losavio nel libro – sottrae ai comuni […] insieme compiti essenziali della pianificazione e capacità di iniziativa nella fase attuativa rimessa esclusivamente ai privati proprietari (attraverso l’accordo operativo che sostituisce i vigenti ma così soppressi piani urbanistici attuativi)”. In altri termini, “è introdotto […] l’espresso divieto della pianificazione urbanistica […] sulle più rilevanti trasformazioni del territorio urbanizzato, rimesse al libero accordo operativo con i proprietari-costruttori. La stessa urbanistica che, così disponendo, si nega”. Se le disposizioni in oggetto permarranno nel testo che sarà approvato dalla Assemblea legislativa regionale, è ritenuto ipotizzabile che il Governo voglia “sollevare conflitto di attribuzione (per violazione di principi fondamentali della materia e lesione di funzione comunale protetta) davanti al giudice delle leggi” (Losavio) in quanto “Il disegno di legge non esita a porsi in frontale contrasto con l’ordinamento nazionale, e violare con ciò la Costituzione” (lettera aperta sul Manifesto 10 marzo 2017 riportata nel libro).

Un altro aspetto critico evidenziato nel testo riguarda la disposizione relativa agli standard urbanistici differenziati (art. 9) che attribuisce al Piano urbanistico generale la facoltà di individuare ambiti nei quali gli interventi di ristrutturazione urbanistica e di addensamento e sostituzione urbana possono cedere aree per le dotazioni territoriali (artt. 3, 4, 5 del DM 2.4.68) in quantità inferiore non solo a quanto già prescritto dalla Regione fin dalla LR 47/78 (30 mq/ab) ma a quanto previsto dallo stesso decreto ministeriale (18 mq/ab). La deroga, consentita qualora sia dimostrato che il fabbisogno di attrezzature è soddisfatto all’interno degli ambiti o in aree contermini, è inserita “in attuazione della seconda parte dell’articolo 2-bis, comma 1, del DPR n. 380 del 2001”. Sempre in attuazione del medesimo articolo anche i limiti di altezza e densità del DM 2.4.68 possono essere derogati (“i permessi di costruire convenzionati relativi agli interventi di ristrutturazione urbanistica e gli accordi operativi che regolano interventi di addensamento e sostituzione urbana – si afferma nel progetto di legge – non sono tenuti all’osservanza dei limiti di densità edilizia e di altezza degli edifici”) (3). Si osserva che l’art. 2-bis del DPR 380/2001 (4) consente alle Regioni di prevedere deroghe al DM e impone che, in questo caso, le Regioni dettino disposizioni specifiche, il ché “non può certo significare, come invece pretende l’art.9, lettera c) del disegno di legge regionale – osserva Losavio – la liberazione da ogni prescrizione di densità, altezza degli edifici e distanza tra loro, la soppressione cioè di ogni limite, di ogni obiettivo criterio ordinativo per l’insediamento edilizio urbano”. L’art. 9 citato prevede quindi nella disciplina del territorio urbanizzato sia la sottrazione alla competenza comunale della regolamentazione a monte di parametri di riferimento per gli interventi di ristrutturazione urbanistica e per gli accordi operativi (“…non sono tenuti all’osservanza…), sia la facoltà del Piano urbanistico generale di disattendere l’obbligo relativo alla quantità minima inderogabile di aree pubbliche richieste dal decreto ministeriale (e anche di concedere a operatori privati l’utilizzo di aree pubbliche destinate a servizi diminuendo quindi la dotazione già esistente) e di ridurre la quantificazione delle aree pubbliche prevista fino ad oggi dalla legislazione regionale e fino ad oggi da quasi 50 anni seguita nella formazione dei piani comunali (5).

Se si considera che anche le stesse indicazioni relative ai contenuti strategici del Piano urbanistico generale, formulate nella cartografia di piano in modo “ideogrammatico”, sono da specificare - e quindi modificabili - in sede di accordi operativi senza che ci sia variazione al PUG (art 24), si deve concludere che l’elasticità/indeterminatezza delle disposizioni del Piano da una parte e il significativo ruolo della negoziazione (accordi operativi) dall’altra, riducono entro confini circoscritti la funzione pianificatoria del Comune relativa all’assetto urbano: il “DDL – osservano Alleva e Quintavalla - sottrae loro [ai Comuni] ogni capacità di intervento e di progettazione della città pubblica, quella che un piano urbanistico dovrebbe delineare a partire dall’idea che il territorio è un bene comune. Questo sistema […] aggraverà i processi di separatezza delle classi sociali all’interno del contesto urbano”. Rimanendo nell’ambito della disciplina del territorio urbanizzato, le critiche contenute nel libro si incentrano anche sul corposo ricorso a incentivi volumetrici e premialità varie (Rocchi) e l’esiguità delle disposizioni per i centri storici all’art. 32 (“che nulla dice sull’argomento”, Cervellati), che al comma 5 elenca i principi ai quali si deve conformare la disciplina e subito in sequenza successiva, al comma 6, la possibilità di derogare (attraverso accordi operativi) ai principi appena stabiliti “per motivi di interesse pubblico” (“compare – sottolinea Berdini – il passepartout, e cioè l’interesse pubblico, concetto molto elastico e discrezionale che ha fin qui prodotti infiniti lutti al territorio e al paesaggio italiano”).

Un terzo tema affrontato nel libro è il contenimento del consumo di suolo – che il progetto di legge pone come obiettivo primario – e l’effettiva risposta a tale obiettivo dell’articolato di legge. Il progetto di legge dispone (art. 6) che la pianificazione possa prevedere un consumo di suolo complessivo all’esterno del perimetro di territorio urbanizzato “pari al tre per cento della superficie del territorio urbanizzato […] esistente alla data di entrata in vigore della […] legge”. Poiché, in sintesi, gli elementi di riferimento per il consumo di suolo sono :

- la definizione di territorio urbanizzato, alla quale si rapporta il 3% (sono inclusi, oltre alle aree edificate con continuità e lotti interclusi, anche le aree di completamento del piano vigente contermini al territorio urbanizzato e i lotti inedificati di piani urbanistici attuativi in corso di attuazione),
- il peso degli interventi non costituenti consumo di suolo (art. 6) (lavori e opere pubbliche di interesse pubblico; interventi di ampliamento o nuova costruzione riguardanti attività economiche già insediate; insediamenti produttivi di interesse strategico regionale o individuati dal DPR 194/2016; parchi urbani; edifici rurali e recupero di edifici ex rurali; costruzione all’interno del perimetro di territorio urbanizzato o in aree contigue di edifici sostitutivi di edifici rurali demoliti), ai quali va aggiunta la quota di interventi esterni al perimetro di territorio urbanizzato ai quali corrisponde la “desigillazione” di aree all’interno del perimetro (art. 5),
- il peso degli interventi non computati nella quota massima consentita (artt. 6 e 4) (interventi previsti dal piano previgente: interventi diretti, strumenti attuativi approvati e accordi con i privati stipulati; strumenti attuativi e atti negoziali adottati nel periodo intercorrente tra l’entrata in vigore della legge e l’avvio del procedimento di approvazione del PUG),

consegue che “il consumo di suolo consentito sarà di gran lunga superiore, fino al doppio o al triplo, del previsto 3% della superficie urbanizzata. Come nei piani urbanistici degli anni della grande espansione” (da Lettera aperta ai governanti della Regione Emilia-Romagna del 12 dicembre 2016, riportata nel libro). L’esemplificazione grafica del potenziale processo di progressiva urbanizzazione (Righi) riportato nel libro è particolarmente efficace; nello stesso intervento viene messa in evidenza la scarsa incisività concreta dei contenuti strategici del Piano urbanistico generale (espressi in forma ideogrammatica e modificabili dagli accordi operativi) a fronte delle proposte progettuali degli accordi operativi e quindi il ridotto potere di intervento/controllo dell’ufficio di piano (del Comune singolo o dell’unione di Comuni), al quale spetta entro 60 giorni dalla presentazione del progetto verificare la conformità al PUG e valutare la sussistenza dell’interesse pubblico: un “concetto molto elastico e discrezionale ” osserva Berdini.

Queste tre principali riflessioni critiche al progetto di legge della Regione Emilia-Romagna sono inserite, nel testo, in un quadro di riferimento che ne evidenzia le dissonanze tra obiettivi dichiarati e disposizioni normative (Dignatici) e ne valuta il rapporto con l’evoluzione del quadro legislativo e disciplinare (Salzano: I grandi tornanti della storia dell’urbanistica italiana; Marson: Il consumo di suolo nelle legislazioni regionali; Foschi: Il paesaggio e il Codice, la Regione e le Soprintendenze), con il contesto economico e finanziario (Bonora) e agricolo (Bevilacqua), con le presunte “fonti documentarie” (cioè il disegno di legge Lupi 2005 e il documento ANCE Emilia-Romagna 2016, Agostini).

Il quadro complessivo degli interventi del libro si è quindi focalizzato su quello che è l’oggetto principale e assolutamente prevalente del progetto di legge: gli interventi edilizi nei centri urbani. Giustamente Lorenzo Carapellese in un articolo del 15.5.2017 (Il Manifesto) parla a proposito del progetto di legge di “nuova legge edilizia (non urbanistica)”. Le critiche evidenziano le distorsioni insite nella prefigurazione di una tipologia di strumento urbanistico comunale nel quale le trasformazioni più significative (nuovi insediamenti, interventi di rigenerazione urbana) vengono definite non per scelta pianificatoria del Comune ma attraverso accordi operativi su progetti presentati dai privati (“la presente legge valorizza la capacità negoziale dei Comuni” art. 1) per i quali le indicazioni strategiche del Piano urbanistico generale (con cartografia di carattere ideogrammatico) costituiscono solo riferimenti di massima, e nel quale la rigenerazione dei centri urbani viene promossa (Capo II) attraverso criteri che comprendono la riduzione degli standard urbanistici (dellalegge regionale oggi vigente e del DM 2.4.68) e la deroga ai parametri (densità, altezze) del medesimo decreto. L’obiettivo primario della legge – il contenimento del consumo di suolo – viene contraddetto dalle disposizioni normative che regolano la quota complessiva del consumo di suolo ammissibile nel dimensionamento del piano.

Tuttavia, le riflessioni del libro, seguendo le logiche del progetto di legge, hanno come oggetto esclusivo la disciplina del piano comunale relativa alle politiche edilizie nel contesto urbano e non si soffermano sul fatto che la proposta di legge non attribuisce al Piano urbanistico generale alcuna competenza su aspetti disciplinari che esulino dal mero aspetto edilizio: in base al “principio di competenza” il Piano urbanistico generale ha infatti, per il progetto di legge, il compito di “delineare le invarianze strutturali [non definite: sembra siano solo gli aspetti urbano/edilizi elencati all’art. 32] e le scelte strategiche di assetto e sviluppo urbano di propria competenza”, con l’obbligo di dotarsi della “tavola dei vincoli” (derivanti da altri piani o leggi o atti amministrativi) nella quale le componenti ambientali, paesaggistiche ecc. sono riassorbite nel ruolo di vincolo (all’edificazione).

Questa scelta del progetto di legge – che svuota la pianificazione comunale di competenze sul territorio che non siano edilizie - avrebbe potuto essere supportata e compensata dalla previsione di strumenti di pianificazione territoriale regionali profondamente incisivi sul piano pianificatorio/programmatico, portatori e attuatori del quadro delle politiche territoriali della Regione. Le norme del progetto di legge non prevedono questa strategia: i tre articoli dedicati alla pianificazione territoriale (Piano territoriale regionale PTR, Piano territoriale metropolitano PTM, Piano territoriale di area vasta PTAV, artt. 40. 41, 42) sono estremamente scarni: al Piano territoriale regionale (cfr art. 40) compete una “componente strategica” (“definizione degli obiettivi, indirizzi e politiche per garantire la tutela del valore paesaggistico, ambientale, culturale e sociale e per assicurare uno sviluppo economico e sociale sostenibile e inclusivo”) e una “componente strutturale” (“i sistemi paesaggistico, fisico- morfologico, ambientale, storico-culturale […] nonché le infrastrutture, i servizi e gli insediamenti”): nulla è detto sulle politiche della Regione per perseguire gli obiettivi strategici e sulla sistematizzazione delle conoscenze ai fini operativi: le formulazioni usate risultano così del tutto generiche.

La Regione Emilia-Romagna dispone di un corposo patrimonio di pregresse esperienze di pianificazione (la pianificazione della Regione non parte da zero) e di materiali conoscitivi, di un coerente percorso legislativo in materia di disciplina territoriale a partire dal 1978: sulla base di questi elementi avrebbe potuto esprimere attraverso la nuova legge la strategia maturata da queste esperienze per la pianificazione regionale futura (con una prospettiva - insieme disciplinare e politica, attenta ai processi in atto -, sulla modalità di lettura e di gestione del territorio). Una legge che si assume la responsabilità di esprimere la Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio, avrebbe potuto e dovuto (come in parte già presente nella vigente legge regionale 20/2000 e in recenti leggi di altre regioni) dare una formulazione esplicita degli indirizzi e delle politiche territoriali sulle quali si sarebbero dovuti strutturare gli strumenti di pianificazione, e avrebbe potuto, a questo scopo, indicare le modalità di lettura e sistematizzazione delle diverse componenti del patrimonio territoriale regionale. Niente di tutto questo. Sulla laconicità della proposta di legge in merito alle politiche territoriali, sulla mancanza di obiettivi programmatici per un progetto di territorio regionale inserito nel quadro dei problemi oggi emergenti (non riconducibili ai soli problemi delle semplificazioni procedurali e del contenimento del consumo di suolo attraverso la rigenerazione urbana, unici temi concretamente affrontati, in modo discusso e discutibile, dalla proposta di legge), il libro Consumo di luogo non si esprime, concentrando ed esaurendo la sua attenzione sull’aspetto – politicamente rilevante, ma non unico – della lesione, insita nella disciplina urbano/edilizia della proposta di legge, del principio della riserva della potestà urbanistica ai comuni, e sugli altri aspetti esaminati. Ma questo vuoto, questa constatazione dell’“assenza del territorio” nella proposta di legge urbanistica emiliana e nel dibattito critico che ne ha riguardato i contenuti, richiede una riflessione e l’esigenza di chiedersi quali siano, oggi, i contenuti e il ruolo della “pianificazione”, quali contributi possa o debba dare e su quali temi si debba responsabilizzare attraverso le sue specifiche competenze disciplinari.

La pianificazione oggi: problemi di carattere generale

La pianificazione di un qualsiasi contesto territoriale non può astrarre dalla presa d’atto che ogni singolo luogo, oltre a essere esso stesso portatore di problemi specifici, è coinvolto in problemi trasversali alle diverse realtà territoriali. Realtà territoriali che non costituiscono (o non costituiscono più) ambiti circoscritti non interessati da problemi che non li toccano direttamente, ma tasselli di un’unica realtà territoriale e umana dalla quale si riverberano in tutte le direzioni problemi e coinvolgimenti. Poiché si parla di pianificazione (6) ci si riferisce a problemi che hanno una diretta ricaduta sul territorio e sulle politiche “spaziali” che lo riguardano, e quindi rientranti in un ambito disciplinare ristretto rispetto al più vasto quadro dei problemi che coinvolgono le politiche sociali ed economiche con implicazioni solo marginali sugli assetti spaziali. Politiche “spaziali” e politiche economiche e sociali hanno tra loro linee di contatto e rapporti di interdipendenza che rendono artificiose le operazioni di distinzione, ma la distinzione risulta utile per concentrare l’attenzione sulle specifiche responsabilità e competenze di campi disciplinari autonomi. In ogni caso va assunta la consapevolezza (e le responsabilità conseguenti) che la pianificazione è politicamente rilevante per dare risposte a problemi ambientali e sociali.

I problemi “generali”, manifestatisi già a partire dalla fine del secolo scorso, che nella fase attuale, agli inizi del terzo millennio, coinvolgono le diverse aree del pianeta con una urgenza che travalica qualsiasi possibilità di deroga da parte delle politiche di pianificazione, in qualsiasi ambito territoriale, riguardano sostanzialmente la conservazione delle risorse ambientali e la garanzia di una produzione agricola che assicuri il soddisfacimento del fabbisogno alimentare. Il quadro delle condizioni che rendono oggi non differibile il problema della conservazione delle risorse ambientali (acqua, aria, suolo, biodiversità), dalle quali dipende la possibilità di permanenza della vita (degli uomini) sulla terra, così come oggi è ampiamente documentato (cambiamenti climatici, alterazione processi idraulici, contaminazione acque superficiali e falde acquifere, fenomeni di inquinamento marino, riduzione della diversità biologica), costituisce il punto di arrivo (e conferma) della lunga ondata delle analisi/previsioni che hanno avuto inizio con le valutazioni dei Limiti dello sviluppo degli anni ’70 e successivamente del Rapporto Brundtland ’87 (che introdusse la strategia/obiettivo dello sviluppo sostenibile basato sul mantenimento e l’uso oculato delle risorse ambientali).

Strettamente dipendente dalla conservazione delle risorse (in particolare suolo, acqua, biodiversità) è la continuità della produzione alimentare, anch’essa “risorsa” non comprimibile per le esigenze di vita delle popolazioni. Dalle teorie di Malthus della fine ‘700 relative al tema specifico del rapporto popolazione/risorse alimentari alle successive elaborazioni dei Limiti dello sviluppo fino alla progressiva messa a fuoco dei problemi connessi alla sicurezza alimentare del Rapporto Brundtland e dei successivi documenti della FAO, il problema della produzione agricola a fini alimentari è risultato sempre più emergente nel contesto del “problema demografico”. Se l’aumento della produzione agricola (la “rivoluzione verde” della seconda metà del ‘900) ha fino ad oggi differito il problema del rapporto popolazione/alimenti (a scala globale), oggi le dinamiche di crescita demografica a livello mondiale e la permanenza e aumento (7) della sottoalimentazione di vaste sacche di popolazione (aggravata da mutamenti ambientali - modifiche climatiche - e indotta da condizioni di povertà e disuguaglianze connesse e generatrici di instabilità politiche, demografiche, sociali) implica la necessità non differibile di perseguire un quadro di politiche finalizzate alla sicurezza alimentare che corresponsabilizza e coinvolge tutte le diverse parti del pianeta.

I due temi (risorse ambientali e alimenti) coinvolgono in modo trasversale tutti i paesi indipendentemente dalla loro specifica situazione: il degrado o la perdita di risorse ambientali, da qualunque parte abbia origine, ha ricadute (già oggi percepibili) a livello planetario (acidificazione degli oceani, inquinamento delle falde acquifere, modifiche climatiche, perdita di suolo ecc.) (8); d’altra parte la sicurezza alimentare di tutti i popoli nel loro complesso e di ogni singolo popolo (9) dipende sia dalle politiche di circolazione e commercio dei prodotti alimentari sia dalla quantità complessiva della produzione agricola per alimenti, che a sua volta è direttamente connessa alla quantità di terreni idonei all’uso agricolo, terreni la cui estensione sulla superficie terrestre non è più praticamente aumentabile e che dovrà supportare anche i futuri previsti incrementi demografici (10).

Questo implica che la pianificazione del territorio, qualunque parte o regione interessi, non potrà ignorare i due obiettivi “generali” – sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale
dell’uso del territorio (cioè: non sforare i limiti ambientali e assicurare le stesse qualità di vita, in primis di alimentazione, a tutte le popolazioni) (11) – che comportano nel governo delle singole aree il perseguimento di politiche di conservazione o rigenerazione delle risorse ambientali e di tutela dell’utilizzo agricolo (per produzioni alimentari e con modalità colturali sostenibili) (12) dei terreni suscettibili di produzioni agricole, in quanto parti di un patrimonio globale non aumentabile e non sostituibile.
La pianificazione territoriale non potrà rispondere agli obiettivi previsti – che si fondono nell’obiettivo unico della sopravvivenza del genere umano, cioè della sopravvivenza di ogni singolo popolo – se non unita a politiche e strategie strutturali (sociali ed economiche) adeguate, ma il raggiungimento degli obiettivi (cioè la sussistenza delle popolazioni) si basa necessariamente sulla disponibilità – a scala planetaria (quindi ogni singolo luogo è coinvolto, nessun luogo è un’isola autonoma) – delle risorse ambientali e dei suoli destinati alla produzione alimentare: la loro sussistenza è quindi programmaticamente da perseguire come conditio sine qua non: e questo rientra nello specifico campo di competenza della pianificazione, alla quale è dato il compito specifico di scelte relative agli spazi territoriali e alla loro regolamentazione. I singoli piani – e la pianificazione intesa come disciplina specifica – hanno quindi la responsabilità di individuare gli ambiti spaziali (13) che per le loro caratteristiche intrinseche sono da riservare in modo assolutamente prevalente o esclusivo a specifici processi ambientali e di definire discipline d’uso che in merito alle diverse risorse ambientali individuino modalità di salvaguardia raccordate ai diversi tipi di uso. Ai piani compete inoltre individuare gli ambiti idonei all’utilizzo agricolo e le strategie territoriali per il loro mantenimento quantitativo e qualitativo ai fini della produzione alimentare, nella consapevolezza che la produzione di alimenti unitamente a politiche relative al mercato dei prodotti agricoli fra i diversi paesi è lo strumento primario per il perseguimento della sicurezza alimentare (14).

Precede ed è implicita nella attribuzione di questi compiti al “piano” una prospettiva olistica nella disciplina della pianificazione: il piano, a qualunque scala territoriale si riferisca, non è assemblaggio di settori di intervento fra di loro comunicanti ma sostanzialmente autonomi (insediamenti urbani, territorio rurale ecc.) ma governo di un’area antropizzata nella quale i processi naturali, demografici ed economici rientrano in un processo unitario gestito dall’uomo nel quale sono interdipendenti le aree cosiddette “urbanizzate” e quelle “non urbanizzate”. Se consideriamo in particolare l’area europea – ma il discorso è estensibile a molte altre aree, nel presente e nel passato (15) – l’intero territorio nelle sue evoluzioni geografiche/storiche è il prodotto di interventi antropici che attraverso il controllo (e spesso la modifica) dei processi naturali, l’attività agricola e la formazione di agglomerati insediativi hanno dato luogo di fatto a un unico ambito “urbanizzato” (vocabolo qui utilizzato in modo estensivo e non letterale per definire un ambito territoriale interamente controllato, gestito e modificato dall’azione dell’uomo in funzione delle sue esigenze insediative). Oggi la medesima valutazione si estende a una realtà globale nella quale gli interventi sul singolo territorio vanno commisurati a ricadute che esulano dai confini locali.

Dato il rapporto che subordina la sussistenza degli insediamenti umani alle risorse della terra e dati gli esiti dei processi in atto, che minano le possibilità future, diviene necessario ribaltare il tradizionale criterio di pianificazione per cui sono le aree “urbanizzate” (le città, gli insediamenti antropici di qualunque tipologia e denominazione) che si ridefiniscono secondo le loro logiche interne (o secondo logiche demografiche/economiche i cui processi evolutivi seguono traiettorie trasversali ai confini amministrativi) modificando via via perimetri, usi e modalità d’uso del territorio “esterno”, per assumere invece la consapevolezza che i processi di crescita degli spazi fisici destinati agli insediamenti vanno di fatto subordinati alla sussistenza degli ambiti territoriali nei quali si rigenerano le risorse ambientali e si producono le risorse alimentari. Il governo – attraverso piani e strategie fortemente incisive (16) – di questi ambiti e processi territoriali, costituenti il sistema organico garante delle possibilità di sopravvivenza, deve quindi precedere e condizionare le espansioni degli spazi fisici interessati dagli insediamenti e conseguentemente condizionare i criteri di formazione dei piani, finora concentrati prioritariamente sulla programmazione delle future espansioni urbane – spesso non rapportate ad analisi delle richieste abitative e delle effettive disponibilità del patrimonio edilizio esistente – (17).

Il controllo rigoroso degli spazi da interessare con le urbanizzazioni diviene tanto più necessario quanto più aumenta il carico demografico e quindi la necessità di garantire la sussistenza delle popolazioni. Diviene necessario valutare la programmazione delle trasformazioni insediative in rapporto al “piano” delle aree “esterne” (intese come sistema di aree con un ruolo primario e dinamiche non comprimibili, e non come aree con diversa tipologia residenziale o di servizi all’urbano espulsi all’esterno degli abitati), e non più viceversa. Si manifesta sempre più funzionale alla gestione dei problemi attuali una pianificazione che, con una precisa assunzione di responsabilità, qualunque sia il livello del piano, introietti e ponga in primo piano e componga in un organico quadro territoriale/funzionale/paesaggistico aspetti delegati nel nostro Paese alle discipline parallele dalle quali discendono le tutele differenziate di competenza statale (18) - richiamate di solito dalla pianificazione urbanistica per gli aspetti vincolistici nei riguardi dell’edificazione - e non per la loro funzione reale e potenziale di conformazione/costruzione del territorio (19). È altresì necessario che nel quadro della tutela delle risorse il piano assuma la tutela dei suoli destinabili alla produzione alimentare come un obiettivo del governo del territorio (20), obiettivo rapportato a una programmazione agricola non subordinabile a dinamiche urbano/edilizie locali ma rapportata ai più concreti problemi della sostenibilità ambientale e della sicurezza alimentare che nella loro concretezza e urgenza e nelle loro ricadute coinvolgono tutti paesi e le loro interazioni.

Problemi di scala locale

L’attività di pianificazione (la disciplina urbanistica) è in genere prevalentemente rivolta al governo dei fenomeni che coinvolgono il particolare ambito territoriale oggetto del piano, in quanto i singoli luoghi, con le loro diverse realtà locali, sono caratterizzati dalla complessità di processi evolutivi che coinvolgono i diversi scenari delle loro identità (21). I diversi scenari, tra loro interconnessi, danno luogo a “domande” spesso tra loro contradditorie, alle quali la pianificazione è chiamata a dare risposte, anche se parziali e in ogni caso oggetto di verifiche e correzioni di tiro. Risposte mirate al raggiungimento di obiettivi che le stesse comunità interessate, attraverso le loro espressioni amministrative e partecipative (22), devono formulare come quadro di riferimento per la “qualità di vita” sul quale impegnare gli interventi operativi futuri. Obiettivi che pur se soggetti a verifiche/precisazioni rappresentano, per il periodo di tempo al quale si riferiscono, il patto fra amministrazione e cittadini i cui contenuti non sono negoziabili per interessi particolari.

Anche nella pianificazione relativa agli aspetti specifici delle realtà locali (demografia, tutela dei paesaggi, strutture sociali, fabbisogni abitativi, assetti occupazionali) emergono richieste alla scala locale che rimandano a temi di carattere “generale”. Una costante che si ritrova, pur con le differenze dovute alle differenze dei luoghi e delle comunità, è la richiesta di “città”. La vistosità del fenomeno del progressivo accelerato inurbamento della popolazione, qualunque sia la morfologia della urbanizzazione risultante, (con parallela produzione di molteplici analisi e interpretazioni relative ai contenuti dei vocaboli “città, metropoli, suburbanizzazione, periferie”) evidenzia le forme attuali dell’inarrestabile processo verso la “città” – fin dalle più lontane origini espressione dalla insopprimibile necessità dell’uomo, “animale sociale”, di sviluppare attraverso l’intreccio delle interrelazioni la complessità della vita sociale (economie e culture) e delle potenzialità individuali –. Indipendentemente dalla dimensione, morfologia e dinamiche evolutive che attraversano gli insediamenti, il processo di costruzione della città passa dall’agglomerazione di individui (e di scambi economici) alla realizzazione di una rete di spazi comuni/servizi/luoghi di rappresentanza (la “città pubblica”) nei quali si definisce nel tempo una specifica identità della comunità locale, e attraverso i quali vengono introiettate – anche attraverso processi conflittuali – le differenze portate da nuovi cittadini, nuove generazioni e nuove culture, in un divenire continuo che mette continuamente in discussione i confini sociali e culturali consolidati e contemporaneamente rafforza il senso e il ruolo della “città”. La città non è data una volta per tutte, non è il congelamento di luoghi, tradizioni, culture ma il continuo fluire di persone, idee, confronti/scontri, stili di vita interagenti con il passato ma non coincidenti con esso: la richiesta di città è la richiesta di continua ridefinizione dei processi sociali ed economici e delle loro contraddizioni e di ininterrotto progetto delle risposte e di riformulazione dei diritti. In questa accezione qualsiasi processo di agglomerazione (qualunque sia il termine che la qualifica) esprime la città, o l’attesa di città, o la città in divenire: cioè porta in sé, implicita, la richiesta della “città pubblica” come momento di ridefinizione dei processi di convivenza, città pubblica che nei diversi luoghi assumerà morfologie differenti in rapporto alle diverse identità locali e ai diversi problemi locali.

Questa richiesta della “città pubblica” implicita e latente negli inurbamenti interpella le competenze specifiche della pianificazione (in quanto disciplina rientrante nelle politiche pubbliche finalizzate agli interessi – alle aspirazioni – generali, cioè riguardanti la generalità delle componenti sociali) per quanto concerne la salvaguardia e continua articolazione e crescita del sistema di spazi pubblici, di servizi e attrezzature (23), ramificati nel tessuto urbano, aperti alla condivisione e coesistenza di tutte le diverse componenti della comunità nelle loro differenze; sistema di spazi ai quali la comunità, nelle sue diverse espressioni anche conflittuali, dà forma, significato e contenuti, trasformando gli spazi fisici in “luoghi” delle relazioni, contemporaneamente identitari e nello stesso tempo ricettori dei flussi di nuovi utenti, di attività innovative, di interessi differenziati e culture diverse. La “città pubblica” nelle sue diverse espressioni in quanto struttura morfologica e funzionale dell’insediamento (qualunque sia la terminologia con la quale lo si denomina), alla quale è connessa la trasformazione dell’agglomerato insediativo in “città”, dialoga con le diverse parti e tipologie del tessuto urbano all’interno delle quali si pone come luogo dell’incontro, del confronto, delle proposte e dei processi di discussione sulla gestione e utilizzo del territorio urbano, e della messa a fuoco dei problemi specifici delle singole parti (24).

La vita della comunità anche nel suo modificarsi (25) è profondamente innestata nel suo “spazio” di riferimento (anche se i singoli sono interconnessi al “mondo” attraverso forme di comunicazione che non necessitano dello spazio urbano, anche se la mobilità fra luoghi diversi caratterizza ampi segmenti di popolazione, anche se i poli di sviluppo economico tendono a essere riposizionati nel territorio in funzione di strategie sovralocali): esiste un rapporto biunivoco tra la vita sociale e la morfologia urbana così come tra gli insediamenti residenziali e le economie presenti. I processi di carattere economico o culturale – oggi e probabilmente sempre più in futuro inseriti in un orizzonte di connessioni “globali” – quando calano in un luogo si “territorializzano”, acquisiscono fisionomie specifiche raccordandosi alle preesistenze locali, e si traducono in morfologie urbane, culture identitarie, economie/tipologie occupazionali locali con relative politiche di difesa (26) , che esprimono e sviluppano una intrinseca progettualità urbana e sociale. Da qui la necessità di uno specifico quadro disciplinare per il contesto urbano e le progettualità locali, improntato alla consapevolezza che gli interventi concernenti le dinamiche delle urbanizzazioni sono costruttivi nella misura in cui, dall’interno della specifica originalità dei luoghi, si rapportano al quadro dei problemi generali in una dialettica continua di interrelazioni. E ancora, la necessità di una progettualità degli spazi pubblici urbani che corrisponda alla loro funzione di essere congiuntamente luogo emblematico della identità locale (o delle diverse identità che attraversano la comunità locale) e luogo emblematico della città intesa come categoria di spazi/interessi aperti alle identità plurali dei flussi di persone che la attraversano o che la vivono in fasi transitorie della loro vita.

L’urbanizzazione è il processo di territorializzazione di persone, economie, culture che si stratificano nel tempo e costituisce la componente spaziale di politiche che rivedono progressivamente le modalità con le quali recepire le preesistenze e programmare il futuro . Intesa in questo modo l’urbanizzazione, in quanto componente spaziale di politiche e culture – locali e generali – succedentisi nel tempo, è contemporaneamente documento degli assetti fisici che l’hanno conformata (a partire dalle componenti ambientali), la cui viscosità permane attraverso le modifiche, e documento delle culture che hanno inciso sui suoi assetti sociali; allo stesso modo i processi futuri si evolveranno a partire dal quadro espresso dalle culture attuali. Non va cioè sottovalutato il fatto che la conformazione spaziale dei luoghi e dei servizi pubblici (risultante e segno concreto delle differenze specifiche dei singoli insediamenti e dei processi sociali e culturali che li hanno attraversati) è fortemente pervasiva della cultura di un luogo e che i suoi processi di trasformazione – di conservazione, di qualificazione o di degrado – incideranno profondamente sulle forme di coesistenza urbana (oltre a esserne il prodotto e l’espressione).

Gli obiettivi del piano territoriale

I temi affrontati dalla pianificazione territoriale vertono oggi come in passato su obiettivi posti dalla
comunità e dalle sue articolazioni amministrative (enti istituzionali, portatori di interessi o di culture emergenti…) relativi all’ambito territoriale circoscritto oggetto dell’intervento di pianificazione. I contenuti della pianificazione agiscono contemporaneamente sul territorio come spazio fisico (definizione di ambiti e di modalità d’uso), sulla qualità di vita degli abitanti (individuazione di standard relativi alle attrezzature pubbliche, all’edilizia sociale, alle infrastrutturazioni; regolamentazione degli insediamenti e delle attività produttive; gestione del patrimonio storico e salvaguardia attiva dei paesaggi) e sulle modalità attuative degli obiettivi (formule prescrittive; negoziazioni pubblico/privato; proposte/progetti “dal basso”). In tutti gli aspetti oggetto di pianificazione (organizzazione dello spazio, risposte a fabbisogni sociali, modalità attuative degli obiettivi) il “piano” nella fase di elaborazione agisce in concorso e confronto con le discipline settoriali connesse e con i contributi partecipativi oltre che con le politiche perseguite, e nella successiva fase di attuazione è soggetto alle articolazioni indotte dalle modalità operative e gestionali. Articolato è quindi il quadro delle competenze e dei coinvolgimenti ai quali è affidato il processo di piano.

La complessità di questo processo e i problemi contingenti che lo condizionano non deve tuttavia offuscare la consapevolezza che nel momento attuale, e con l’attuale grado di conoscenza di alcuni problemi emergenti, alcune scelte debbano “preesistere” e costituire il “supporto” dell’intelaiatura del piano: scelte che possono risultare formulate – a parole – con espressioni in un certo senso convenzionali e astratte, ma concretissime nel loro risvolto sul territorio, ciascuna di esse portatrice di ricadute territoriali impegnative e di comportamenti che rimandano a contenuti e obiettivi definibili etici:

- la salvaguardia delle risorse ambientali (acqua, aria, suolo, biodiversità), finalizzata al mantenimento delle possibilità di vita in qualunque parte della terra. Le modalità della salvaguardia sono già state ampiamente dibattute a livello culturale e tradotte in strumenti operativi (gestione delle acque superficiali, profonde e marine; riduzione dei consumi energetici e di emissioni dei gas serra; riduzione del consumo e degrado del suolo; tutela della biodiversità) e sono oggi oggetto di programmi d’azione impegnativi e articolati (ONU: Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile - 2015; Italia: Strategia nazionale di sviluppo sostenibile - 2017). La ricaduta di questi programmi nella pianificazione è pervasiva sia negli assetti spaziali – individuazione degli ambiti da delegare pressoché esclusivamente a processi naturali in quanto scheletro fisiografico/funzionale del territorio(27) –, sia nella regolamentazione degli interventi antropici. L’attuazione di questi programmi attraverso le concrete scelte dei piani dipende dalla consapevolezza del problema e da una precisa volontà politica capace di incidere su modalità produttive e insediative consolidate e su interessi economici prevalenti;

- l’attribuzione ai terreni idonei all’agricoltura della destinazione d’uso della produzione ambientalmente sostenibile (28) di prodotti alimentari come destinazione d’uso prioritaria (o unica, a seconda dei luoghi) e programmaticamente permanente. La salvaguardia da ulteriori corrosioni dei terreni agricoli, connessa all’acquisizione dei criteri per l’aumento della produttività agricola a fini alimentari e alla revisione delle modalità del commercio mondiale dei prodotti agricoli, deve assicurare – all’interno del più generale obiettivo dello sradicamento della povertà – la sicurezza alimentare ai diversi popoli – e quindi la loro sopravvivenza nei propri territori, sul presupposto che sia loro garantito “un accesso sicuro ed equo” ai terreni (29) e, contemporaneamente, sia sempre assicurato “l’accesso al cibo anche nelle situazioni di crisi e di emergenza”(30) –;
- la salvaguardia e difesa della funzione storicamente primaria, e specifica, della città, (indipendentemente dalle nuove dimensioni e morfologie che stanno evolvendo nelle diverse parti della terra) di fornire un robusto scheletro di spazi di relazione pervasivo delle diverse parti urbane, di strutture sociali e servizi, attraverso i quali siano potenziate le possibilità di crescita individuale e collettiva, di confronto fra le diverse anime della città e con i flussi delle diverse culture per pervenire all’emersione e discussione dei problemi e alla discussione e condivisione e invenzione, se necessario, delle strategie di intervento: la città pubblica, sistema di reti interconnesse di luoghi pubblici, in grado di intercettare le espressioni di socialità e i problemi e le richieste dei diversi luoghi urbani.

Questi aspetti di fondo, e in un certo senso preliminari e prodromici alla attività di pianificazione specifica dei diversi livelli o tipi di piano, emergono come richieste non eludibili della situazione ambientale e sociale attuale. Nei diversi momenti della storia e nei diversi territori l’organizzazione e la gestione del territorio ha risposto a problemi specifici che nel tempo non si sono ripetuti uguali; i processi evolutivi hanno comportato la necessità di affrontare problemi sempre diversi: la consapevolezza dei caratteri originali e dei problemi specifici del momento attuale consentono anche una maggior lucidità nella rilettura del passato e delle ragioni alla base delle sue specifiche e differenti fisonomie; se viene meno la riflessione e la consapevolezza delle emergenze di fondo del momento attuale, la pianificazione rischia di essere una operazione di tecnica urbanistica e amministrativa non in grado di cogliere e perseguire gli obiettivi - non arbitrari - che l’oggi richiede. La fase storica attuale, e il quadro di conoscenze che ne abbiamo, ha portato in primo piano la consapevolezza del problema ambientale, il tema delle povertà/disuguaglianze e la richiesta di città intesa come luogo delle opportunità e del confronto sulle modalità dell’urbanizzazione e sui problemi sociali in essa confluenti: problemi comuni e trasversali ai diversi paesi, pur nella diversità dei luoghi e delle culture, e che nei diversi paesi richiedono risposte specifiche e anche, forse, il superamento di visioni troppo localistiche.

Al piano compete concretizzare obiettivi di fondo e scelte di futuro nelle loro implicazioni spaziali; un quadro certo (pur soggetto al progressivo aggiustamento connesso agli esiti dei monitoraggi e al divenire delle conoscenze), con chiare definizioni degli ambiti territoriali e del loro ruolo raccordato a obiettivi generali di interesse pubblico, consente l’irradiarsi nel tempo della complessità di forme di progettualità e delle reti degli usi da parte dei diversi “attori” del territorio (singoli, gruppi, comunità, enti) in autonomia ma in coerenza con obiettivi definiti di carattere generale. In assenza di un quadro territoriale organizzato in funzione degli obiettivi di fondo, o in presenza di formulazioni regolamentari tanto generali da lasciare aperto un incontrollato ventaglio di interventi

– o con l’introduzione di criteri di pianificazione (come vengono avanti, nel nostro paese, con forme progressivamente più estese ed incisive) che subordinano la discrezionalità delle pubbliche amministrazioni (e quindi si presuppone le finalità di interesse pubblico) a proposte insediative avulse da un quadro territoriale organico (31) - non si avrebbe un progetto di territorio né un quadro di impegni e confronto con le comunità interessate, e tantomeno un progetto rapportato all’obiettivo di un processo ambientalmente e socialmente sostenibile (32).

Il governo del territorio

L’espressione “governo del territorio” implica una prospettiva nella quale viene considerato il complesso delle azioni (strategie politiche e discipline pianificatorie) incidenti sul territorio in funzione di obiettivi che a seconda della tipologia dei beni considerati e delle disposizioni di riferimento vengono di volta in volta individuati come “tutela dal rischio idrogeologico”, “tutela delle acque dall’inquinamento”, “tutela del paesaggio”, “valorizzazione del patrimonio naturale”, “assetto e incremento edilizio dei centri abitati”, “costruzione di alloggi di carattere economico e popolare”, “sviluppo sostenibile”, “ordinato sviluppo del territorio”, ecc., obiettivi dei quali alcuni (la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali) sono oggetto della legislazione esclusiva dello Stato (33), altri della legislazione concorrente Stato/Regioni (art. 117 Cost.).

La presenza di discipline diversificate per finalità e per ente competente, che agiscono tuttavia sul medesimo oggetto – il territorio – , comporta la necessità di una effettiva interrelazione fra i momenti conoscitivi e programmatici dei diversi ambiti disciplinari. Interrelazione che non può limitarsi d una stratificazione di strumenti distinti per ambito di competenza, ciascuno dei quali interferisce con gli altri attraverso vincoli ripresi spesso acriticamente dagli strumenti sottordinati e intesi come condizionamento all’attività edilizia (che sembra essere il principale oggetto di attenzione dei piani), ma deve confluire in uno strumento di pianificazione nel quale le discipline di tutela o rigenerazione delle componenti ambientali e paesaggistiche si completano nel quadro degli usi del territorio e delle trasformazioni urbanistiche che, in coordinamento e coerenza e concorso con le tutele, delinei i processi territoriali futuri [in assenza di questa simbiosi gli usi e le trasformazioni del piano galleggiano come attributi casuali senza il supporto sostantivo del territorio]. L’approfondimento di una tipologia di piano che riassorba in modo organico i diversi contributi disciplinari e ancor più la lungimiranza di atti normativi (nazionali e regionali) che colgano la complessità dei processi territoriali nelle loro interazioni, all’interno e con l’esterno dei perimetri di riferimento, è oggi necessaria per una pianificazione territoriale aperta ai problemi generali e concretamente costruttiva.

La finalità pubblica oggetto delle discipline concernenti la pianificazione – perché in ogni caso si tratta di discipline mirate all’interesse pubblico – riguarda temi che per la loro specifica natura interessano orizzonti temporali differenti. Alcuni temi (reti idrauliche, acque profonde, ecosistemi, beni culturali e paesaggistici) riguardano ambiti territoriali, conformativi della fisonomia del territorio, per i quali le discipline specifiche sono finalizzate ad assicurare processi evolutivi mirati al consolidamento o rigenerazione del loro specifico ruolo ambientale e/o paesaggistico, e quindi mirati al mantenimento nel tempo di processi o morfologie territoriali (naturali e antropiche), e per questo spesso definite “invarianti” (anche se gli stessi processi naturali o antropici che ne mantengono il ruolo ne escludono il carattere dell’invarianza o la circoscrivono ad aspetti specifici, differenti per i differenti oggetti). Per queste strutture territoriali, alla cui permanenza nel tempo sono connessi i processi ambientali e il mantenimento dei fondamenti identitari che supportano la continuità insediativa e la qualità di vita delle popolazioni, la pianificazione agisce con orizzonti temporali di lunga durata. Altri temi, quelli connessi all’avvicendamento delle obsolescenze insediative e occupazionali, delle emergenze e delle dinamiche sociali, comportano la necessità di riorganizzare assetti consolidati con cadenze temporali a volte ravvicinate.

In un medesimo contesto territoriale sono compresenti sia ambiti che rimandano a temi di respiro geografico/storico e a obiettivi generali sia ambiti soggetti a contingenze temporali e avvicendamenti più rapidi – il ché rientra nella logica della giustapposizione (e interazione) di fenomeni territoriali diversificati. Tuttavia a questi orizzonti temporali differenziati non può corrispondere una analoga scansione temporale nella disciplina pianificatoria, sia nella fase progettuale che nella fase operativa/gestionale: in tutti gli ambiti la finalità dell’interesse pubblico implicita nella pianificazione rende necessarie strategie di intervento continuative e costantemente affinate: che provvedono alla salvaguardia e al mantenimento di processi naturali in un quadro di profonde modifiche ambientali, al perseguimento di politiche agricole coerenti con gli obiettivi della sostenibilità e con il contesto delle economie mondiali, al miglioramento della qualità di vita negli agglomerati insediativi oggi attraversati da problemi sociali inediti. Gli interventi per la salvaguardia nel tempo di assetti storico/fisiografici (per esempio le attività connesse agli equilibri idraulici, o ai dissesti idrogeologici, o alla valorizzazione di siti storici) non sono (o non possono essere) meno incisivi o più discontinui delle modifiche colturali e delle politiche agricole o degli interventi nei tessuti urbani. In tutti i casi le azioni (e l’impegno decisionale e di lavoro connesso) e le scansioni temporali degli interventi devono rispondere a criteri di tempestività e continuità per confluire nella prospettiva della preservazione e vivibilità di un territorio (ambientale e sociale) che nella sua interezza rientra nel patrimonio della comunità locale e nel patrimonio della più vasta comunità umana. Prospettiva che è difficile definire nella articolazione dei suoi diversi contenuti, ma verso la quale, pur faticosamente e in presenza di conflittualità diffuse (fra paesi, fra emergenze diverse nei diversi paesi, fra gruppi sociali, fra diverse esigenze di inclusione, fra diverse prospettive occupazionali, fra diritti privati e diritti collettivi), le situazioni ambientali e sociali attuali, e l’interdipendenza tra i diversi territori (34), chiedono di procedere.

Il testo integrale dell'articolo, completo di note a piè di pagina, è raggiungibile qui sul sito della Casa della cultura di Milano

il Fatto Quotidiano, 16 marzo 2018. La "desecretazione" di documenti finora segreti rivela il ruolo della NATO nel sequestro e omicidio dello statista democristiano, con il dichiarato intento di impedire che il PCI vincesse le elezioni ed entrasse nel governo. un libro di Giovanni Fasanella,

Il puzzle Moro, rivela perché e come avvenne


«“Aldo Moro, i terroristi parte di un gioco più grande di loro”. Così le potenze Nato volevano sbarazzarsene. Prima delle Br. “Aldo Moro, i terroristi parte di un gioco più grande di loro”. Così le potenze Nato volevano sbarazzarsene. Prima delle Br»

Nel libro di Giovanni Fasanella, "Il Puzzle Moro", l'analisi di documenti inglesi e americano oggi desecretati. Raccontano che non erano le Brigate rosse le sole nemiche del presidente della Dc sequestrato il 16 marzo 1978 e ucciso 55 giorni dopo. Usa, Uk, Francia e Germania erano preoccupate dal rischio di un Pci al governo e dalla sua apertura verso il mondo arabo. Nei vertici al massimo livello l'ipotesi di intervenire anche con "metodi per noi ripugnanti"

Non è questione di dietrologia e complotti. Sono i documenti a parlare. E i documenti mostrano che non erano solo le Brigate rosse a vedere in Aldo Moro un nemico. E’ il filo conduttore del libro di Giovanni Fasanella Il puzzle Moro (Chiarelettere, 368 pagine, 17,60 euro), basato su testimonianze e documenti inglesi e americani oggi desecretati.

Negli anni Sessanta e Settanta Londra, Washington, Parigi e Berlino temono innanzitutto che in Italia il Partito comunista italiano più forte d’Europa possa andare al potere, sia pur legittimamente attraverso il voto, sconfiggendo una Dc minata da scandali e clientele. E neppure gradiscono le aperture del nostro Paese verso il mondo arabo, Libia e Palestina incluse. Moro era il volto che meglio incarnava questi pericoli, come dimostra il brano tratto dal libro che pubblichiamo di seguito per gentile concessione di Chiarelettere.

Questo non significa che le potenze straniere siano state partecipi del sequestro e dell’assassinio del presidente della Democrazia cristiana, avvenuti quarant’anni fa a Roma. Ma, scrive Fasanella, i brigatisti sono rimasti ancora oggi “convinti di essere stati il motore esclusivo di avvenimenti che sono invece più grandi di loro”, pur non ammettere il loro ruolo da “utili idioti”. Lasciati fare, in quei 55 giorni, in nome di altri interessi. E se l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta ha concluso che quella accumulata finora dai processi è solo “la verità dicibile”, i documenti desecretati illuminano quella indicibile: “Ciò che non si poteva dire”, scrive ancora l’autore, “era che l’assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro l’Italia anche da parte di Stati amici e alleati, un attacco alla sovranità di una nazione e alle sue libertà politiche portato da interessi stranieri con la complicità di quinte colonne interne”. Ecco un estratto dal libro.

Il «direttorio politico» dei «Quattro», nato su iniziativa americana per decidere che fare per risolvere una volta per tutte il caso italiano, si riunì la prima volta a Helsinki il 31 luglio 1975. Subito dopo le elezioni amministrative che, in giugno, avevano decretato un clamoroso successo del Pci e una secca sconfitta della Dc, travolta da scandali a ripetizione. Nella capitale finlandese era in corso la conferenza sulla sicurezza europea. E in quell’occasione, i rappresentanti di Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania approfittarono di una pausa per appartarsi e discutere lontani da occhi indiscreti. Si videro a pranzo nella sede dell’ambasciata inglese. Ma senza alcun risultato utile. Tutti erano d’accordo sui rischi che avrebbe corso l’Alleanza atlantica nel caso in cui il Pci si fosse avvicinato al governo. Tutti pensavano che si dovesse fare qualcosa. Ma quando cominciarono a esaminare le varie opzioni, la discussione si arenò. Prevalse un atteggiamento di prudenza fra gli europei, ancora molto «sensibili riguardo alla macchia di un’ingerenza così vicino a casa», come emerge dai documenti americani pubblicati dalla storica Lucrezia Cominelli. Così, l’unica decisione presa fu quella di tornare a incontrarsi un paio di mesi dopo, a New York.

L’appuntamento negli Usa fu fissato per il 5 settembre 1975. E anche quella volta i «Quattro» si videro nella sede diplomatica britannica. C’erano, oltre a Kissinger, i ministri degli Esteri inglese, James Callaghan, francese, Jean Sauvagnargues, e tedesco, Hans-Dietrich Genscher. In quel secondo incontro, le rispettive posizioni cominciarono a delinearsi con più chiarezza.
Il padrone di casa, Callaghan, prospettò un quadro drammatico della situazione. L’intera Europa meridionale rischiava di finire sotto l’influenza comunista, disse. Ma non per colpa dell’Urss, che «non sembra avere tutta questa fretta di aggiudicarsi altri costosi clienti», si affrettò a precisare. Anzi, secondo lui il Cremlino avrebbe accettato «una dottrina Brežnev rovesciata», in base alla quale l’Alleanza atlantica era autorizzata a intervenire con la mano pesante in un paese a rischio del proprio campo; così come il Patto di Varsavia aveva fatto in Cecoslovacchia in base al principio della «sovranità limitata» teorizzato da Leonid Brežnev per i satelliti dell’Urss. In ogni caso, per il ministro degli Esteri inglese, era necessario escogitare qualcosa che fosse «a metà strada fra metodi per noi ripugnanti e la necessità di scoraggiare l’influenza sovietica». Insomma, anche se dal Cremlino non arrivavano incoraggiamenti al Pci, un intervento era comunque necessario per frenare eventuali, future tentazioni.

Per Callaghan la situazione italiana era tale da non giustificare ulteriori esitazioni. Durante l’estate aveva incontrato Rumor (trasferitosi alla Farnesina dopo che Moro ne aveva preso il posto a Palazzo Chigi) e dal colloquio ne era uscito con l’impressione che non ci fosse niente, fra i metodi democratici, che potesse «fermare la presa del potere da parte dei comunisti». E allora, come impedirlo? Il ministro britannico non si sbilanciò. Probabilmente voleva che fossero gli altri a scoprirsi, per capire fino a che punto fossero disposti a spingersi. Sul tavolo, una delle opzioni per bloccare l’avanzata comunista era costringere la Dc a rinnovare la propria classe dirigente, troppo chiacchierata per la sua disinvolta gestione del potere. Ma Kissinger non nutriva molte speranze in proposito: «Mi sento bloccato, non ho alcuna idea brillante per riformare la Dc» disse. «Ci vorrebbe un partito che spazzasse via tutta la spazzatura» commentò Callaghan con un moto di sconforto. Una radicale riforma morale della Democrazia cristiana, ai «Quattro» doveva sembrare un’impresa davvero titanica, che richiedeva troppo tempo. Ma il tempo a disposizione si stava paurosamente consumando. E quell’opzione, benché auspicabile, non era certo la più efficace per una situazione che si era trasformata ormai in un’emergenza internazionale. (…)

L’ultima delle tre riunioni, quella del gennaio 1976, si tenne nel quartier generale della Nato, a Bruxelles. C’erano tutti i ministri degli Esteri, tranne il tedesco Genscher, che questa volta inviò a rappresentarlo un funzionario, Günther van Well. Il clima era ancora più cupo. Il Psi di Francesco De Martino, con una mossa a sorpresa, aveva appena provocato la crisi di governo, e Moro si era dimesso. La decisione socialista, in effetti, aveva complicato ancora di più le cose. De Martino si sentiva schiacciato nella morsa del dialogo a distanza tra Moro e Berlinguer. Non era più disposto ad accettare che, a sinistra, fosse solo il suo partito a pagare il prezzo elettorale per una politica economica di sacrifici. La rabbia dei ceti più deboli si stava scaricando sul Psi che, pur non avendo propri ministri nel governo Moro, lo aveva comunque appoggiato dall’esterno.

Insomma, De Martino non intendeva più dissanguarsi a vantaggio del Pci, che continuava a guadagnare consensi nell’opinione pubblica. Perciò fece sapere che non avrebbe più fatto parte di una maggioranza se anche i comunisti non si fossero assunti delle responsabilità dirette. La sua decisione gettò tutti nel panico. E fu giudicata intempestiva anche da Berlinguer.

Il quale, ben conscio dei condizionamenti internazionali e dei rischi che correva l’Italia, aveva tarato la sua strategia su tempi molto più lunghi, quindi non fremeva certo dal desiderio di vedere i comunisti nel governo. Né Moro, d’altra parte, ce li voleva. Ma De Martino era irremovibile. E l’Italia stava andando a passi veloci verso elezioni anticipate.

Al tavolo dei «Quattro», a Bruxelles, ora si stava materializzando lo scenario più drammatico che potessero immaginare: quello di una disfatta della Dc e, per la prima volta nella storia repubblicana, il sorpasso comunista, pronosticato ormai da tutti gli osservatori. Se il Pci fosse diventato il primo partito italiano, sarebbe stato impossibile escluderlo dal governo senza ricorrere a una soluzione alla cilena. Di qui il senso di impotenza e di frustrazione, come riferisce Lucrezia Cominelli. (…)

A Kissinger non interessava quanto Berlinguer fosse autonomo da Mosca, ma soltanto il grado di pericolosità della sua politica per Usa e Urss. Quanto agli inglesi, la preoccupazione principale, molto ben mimetizzata dietro la loro continua, sistematica esasperazione della minaccia comunista, era che la scena politica italiana continuasse a essere dominata dalla figura di Aldo Moro. E lo fecero capire ancora più chiaramente alla vigilia delle elezioni italiane.

I «Quattro» stavano valutando la possibilità di un nuovo vertice segreto. Prevaleva l’idea di tenerlo subito dopo il voto. Ma per Callaghan sarebbe stato troppo tardi. Disse al cancelliere tedesco Schmidt: «Se vogliamo cercare di avere una qualche influenza dovremmo farlo prima. In caso contrario avremmo il vecchio Moro seduto e mezzo addormentato per tutto il tempo come un primo ministro con la spina dorsale spezzata e i comunisti che hanno ottenuto un grande successo».
Ecco perché, fra i «Quattro», la Gran Bretagna spingeva con più forza. Voleva che gli alleati l’aiutassero a sbarazzarsi di Moro.

(da Il Puzzle Moro, di Giovanni Fasanella, Chiarelettere)

Doppio Zero


Il 5 febbraio 2004all’età di 85 anni ci lasciava Nuto Revelli. Ha saputo scrivere della guerracome pochi in Italia, una guerra vissuta sia da ufficiale dell’esercito che dapartigiano. Ha passato il resto della vita a lavorare sulla memoria e araccogliere le testimonianze di vita di quella che riteneva la sua gente.Questo articolo riflette su una parte della sua eredità. Sono rimastosull’uscio per qualche minuto. Entrando mi pareva di disturbare. Anche se inquel piccolo studio con le pareti rivestite di legno, non c’era nessuno.

Non ero mai stato primanella casa di Nuto Revelli in corso Brunet 1 a Cuneo. Oggi è la sede dellafondazione che porta il suo nome. Laddove c’era la camera da letto condivisacon l’amata Anna, sono ora conservati i documenti di una vita che compongonol’archivio in fase di riordino. La stanza del figlio Marco si è invecetrasformata in un ufficio. Mentre il salotto non sembra aver mutato destinazioned’uso: gli amici di un tempo lo ricordano come luogo di lunghe chiaccherate.

Se una persona l’haiconosciuta esclusivamente attraverso le parole dei suoi libri, fa un certoeffetto essere a un paio di metri dalla sua macchina da scrivere. Per questaragione tentenno sull’uscio, osservo da lì le foto in bianco e nero, i tantilibri riposti nella libreria sulla destra. Molti dei titoli rimandano al chiodofisso, probabilmente la ragione principale per cui Nuto Revelli ha dovutoscrivere: la guerra, in tutte le sue forme.

Rimango lì, a quella cheritengo essere la giusta distanza.
Le tante vite di Nuto

Revelli è stato prima unufficiale dell’esercito italiano, convinto alla guerra da un’educazione in annidi fascismo. Poi partigiano, convinto dalla guerra, quella combattuta, e dallaritirata nel ghiaccio della Russia. Nella vita in borghese degli anni ‘50 èdiventato commerciante di ferro, inizialmente per necessità, dopo come “scusa”per evitare di essere definito intellettuale, storico, scrittore. Ritrosiatutta cuneese da una parte, consapevolezza profonda da un’altra: la suascrittura – più che vocazione o vezzo – è stato un strumento, l’unico, con cuiprovare a estinguere il debito contratto. Una cambiale da onorare, un«pagherò»: «Ricorda - mi dicevo - ricorda tutto di questo immenso massacrocontadino, non devi dimenticare niente».

I creditori di Nutoerano i tanti soldati che aveva visto morire al fronte, i partigiani inbattaglia con lui nelle valli cuneesi e i loro genitori ad attendere notizienelle povere case. Per lo più contadini i primi, i secondi e i terzi. Solo cosìsi può capire perché Nuto arrivi a intraprendere, dopo i libri in cui raccontala guerra e la resistenza, il viaggio nel “mondo dei vinti”. Di come, a uncerto punto, il suo chiodo fisso sia testimoniare le conseguenze di una guerrainedita, combattuta senza clamore né armi ma così intensa da mettere a rischioun’intera civiltà, un’intera cultura: quella contadina. Il debito contratto sipoteva estinguere solo alimentando una memoria negata, solo concedendo voce eassicurando «un nome e un cognome ai testimoni».

Duecentosettanta storiedi vita. Sette anni di ricerca. E poi il secondo viaggio, altri anni, il ritornareper sentire le voci al femminile: “l’anello forte” silenzioso ma semprepresente. E una fortissima sensazione d’urgenza, quella che ricorda MarcoRevelli pensando a suo padre negli anni a cavallo tra il decennio sessanta etutti gli anni settanta. Le sere quasi sempre rintanato nel suo studio adascoltare le voci dei suoi testimoni e prendere annotazioni. E poi tutti i finesettimana vederlo prender l’auto armato solo del suo fidato magnetofono: «lascatola che ascolta e scrive tutto». Le valli, le colline e la pianura cuneesebattute palmo a palmo per fotografare con parole ciò che per Nuto aveva tuttele caratteristiche di un «genocidio». Laddove non erano riusciti i dueconflitti mondiali e la continua emigrazione, erano arrivate la modernizzazionee l’industrializzazione. Un «esodo» che dalle montagne e dalle aree piùmarginali spingeva le persone verso la città e la fabbrica. Interi territoriabbandonati, le case lasciate lì ferme nel tempo come dopo un terremoto.

Era facile nel 1977quando per i tipi di Einaudi uscì Il mondo dei vinti, ed è facile ora,liquidare Nuto Revelli col ritratto del nostalgico, del cantore dei “bei tempiandati”. È una scorciatoia per evitare il confronto con ciò che ha scritto e lestorie che ha portato fuori dall’oblio. Nuto però non era contro l’industria diper sé, non ha mai creduto alla «libertà dei poveri» ma era preoccupatodall’«industria che aveva stravinto», dall’imposizione di una monoculturaeconomica e dall’assenza del limite: «La terra gialla, intristita daidiserbanti, mi appariva come il simbolo dei vinti. Il mio chiodo fisso era chesi dovesse salvare un equilibrio tra l’agricoltura e l’industria prima chefosse troppo tardi».
Resistenze, lucciole emasche

Prima erano serviti ifucili e le bombe. Dopo solo un registratore e delle parole da mettere in filale une alle altre. Una resistenza che continua in altre forme, per certi versimolto più complessa. Il Nuto comandante partigiano a capo di un gruppo diragazzi nascosti nelle montagne, è diventato il Nuto cercatore che si avvale diuna brigata di mediatori: gente in grado di portarlo a conoscere uomini come inesilio nelle proprie valli. Con loro Nuto arrivava in luoghi sperduti a parlarecon testimoni autentici ‘dl’aut secul. I mediatori, figure che meriterebberoromanzi, erano conoscitori eccellenti del proprio territorio e della sua gente,garantivano a Nuto il lasciapassare: quella fiducia iniziale senza la quale alforestiero non si confessava alcunché.

Non è eccessivoraccontare questo lavoro di ascolto e di emersione come una diversa forma diresistenza. Ha senso se si crede che la modernizzazione e la civiltà deiconsumi siano arrivate su quelle persone con la stessa violenza diun’imposizione e con la conseguenza di un lento annichilimento. Riecheggiano leargomentazioni di Pier Paolo Pasolini e la sua critica a un’ideologia dellosviluppo che definiva, senza mezzi termini, come un «nuovo fascismo». Unatendenza all’omologazione culturale e all’erosione di qualunque residuo diautonomia che, secondo il poeta friulano, nemmeno il fascismo storico o lachiesa erano riusciti a minare.

Il mondo dei vinti diRevelli può essere anche raccontato come un resoconto in presa diretta diquesto processo. Però con l’attenzione, e l’attitudine, a evitare astrazioni eil rischio di scivolare nel mito: «Sapevo che la stagione antica delle lucciolee delle cinciallegre era felice soltanto nelle pagine scritte dagli “altri”,dai letterati, dai “colti”».

Anche per questo Nutopredilige le testimonianze dirette con la loro forza di vita raccontata.Nonostante si distanzi dalla nostalgie delle «lucciole» di Pasolini, Nuto trovain realtà nelle baite e nei ciabot il paesaggio umano degli Scritti corsari edelle Lettere luterane. Nelle storie di quei montanari e di quei contadiniemerge come il fascismo era passato da quelle parti senza lasciare traccia, difatto subito nell’indifferenza. La Chiesa era il vero potere storicamenterispettato, anche se un potere esterno, anch’esso accettato più per necessitàche per sincera adesione. Prova ne è l’autonoma religiosità e spiritualità diquel mondo popolato di masche, le streghe delle credenze popolari piemontesi.

E poi il dialetto, dicui proprio in quegli anni i giovani hanno iniziato a provare vergogna perchésimbolo di arretratezza. Io mi ricordo quando mia nonna si sforzava di parlarecon me in italiano: non voleva passare per ignorante. Quella linguarappresentava invece un codice esclusivo e protetto di una propriarappresentazione delle cose, la garanzia di una biodiversità culturale. Certoera anche una barriera capace di escludere: «chi non parla piemontese èstraniero».
Ci ha pensato la«modernizzazione», con il ruolo centrale della televisione, a indebolire, sinoquasi alla completa scomparsa, quella cultura millenaria. Ha promosso nuovi,vincenti, modelli antropologici (che poi siamo noi).

La diserzione

Nuto Revelli aveva paurache il «testamento di un popolo» emerso anche con le sue interviste, venisseconsiderato con il distacco del «documento antropologico» quando invece era, edè, una «requisitoria urlante e insieme sommessa». Non un materiale buono soloper farci convegni ma un atto di accusa che meritava risposte e nuoveconsapevolezze. Nuto se la prendeva con chi aveva praticato la «diserzione»,con chi stava lasciando quel mondo al suo destino senza fare nulla. Se alledestre e alla Democrazia Cristiana imputava le responsabilità per essere igaranti degli equilibri di quello sviluppo così ineguale e dannoso; dalle forzedella sinistra esigeva risposte e linfa nuova perché anche loro «non capivano ofingevano di non capire». Si rendeva conto che anche in quella parte, la suaparte, la forza persuasiva dell’industrializzazione e di quel modello disviluppo a crescita infinita aveva fatto breccia. I comunisti così come leforze della nuova sinistra dei gruppi extraparlamentari sembravano condividerein quegli anni l’euforia produttivista. È sempre Marco Revelli, all’epocamilitante di Lotta Continua, a offrire uno spaccato: «io non capivol’ostinazione di mio padre, quel dedicare così tanto tempo a un mondo indeclino. A me sembrava positivo allora che quelle persone se ne andassero viada quei posti per scendere in fabbrica, da militanti di sinistra poi pensavamoche una volta operai avremmo potuto parlarci mentre diversamente i nostridiscorsi non facevano breccia».

In un’intervista aNuova Società, Nuto rivolgeva nel settembre del 1977 il suo appello: «Oggianche un politico di sinistra non sa cosa fare. Ma, se il PCI non risolve certiproblemi, in Italia non li risolve nessuno. […] Le parole d’ordine d’allarmenon sono state sentite da chi deteneva il potere, ma anche all’interno dellasinistra il discorso ha sempre privilegiato l’industria. L’interesse per ladiscussione sui problemi delle campagne è sempre stato flebile». E in undialogo su «Ombre Rosse» nel dicembre dello stesso anno spronava: «Un cordoneombelicale la mantiene (la manodopera della Michelin, della Ferrero ndr)collegata alla terra in cui è nata e cresciuta. Se un sindacalista, se ilsindacato non conosce questo contesto, tutto quello che sta fuori e prima dellafabbrica, parla a questi operai con un linguaggio sconosciuto, e non deve poistupirsi della sindacalizzazione che non c’è, degli scioperi che non riescono.[…] questi operai invece di andare a cercarli davanti alle porte dellaMichelin, dove escono storditi che cercano d’arrivare a casa prima che sianotte, andateli a trovare in campagna, dove lavorano ancora. Capirete che sonorimasti dei contadini. […] È in campagna che potete parlare della fabbrica».
Parole che ricordanoquelle del 2001 di Paolo Rumiz, in La secessione leggera, in cui racconta ilfenomeno leghista nel nord Italia: «Le radici non sono affatto una cosa didestra, ma lo diventano eccome quando la sinistra ne ha orrore». E diventadifficile non collegare, non mettere insieme le cose: quanto c’entra a sinistrala subalternità a un modello economico con la fuga dei «naufraghi dellosviluppo» dal proprio popolo?
È tuttaqui l’attualità del messaggio di Nuto Revelli, dei suoi appelli urlanti einsieme sommessi alla sinistra perché cambiasse approccio, acquisisse nuoveconsapevolezze sul modello di sviluppo che stava vincendo. C’era da mettere indiscussione un’impostazione, provare a guardare il mondo oltre le lentidell’operaio della “grande fabbrica”.

Unalezione inascoltata, con il senno di poi, evidente anche nel come a sinistral’ambientalismo sia arrivato come un oggetto estraneo. Ed è continuata quelladifficoltà a parlare a quel mondo che non fosse città, ha pesato su questo unatara della cultura “ufficiale” comunista: l’avversità ai piccoli proprietariterrieri che la vulgata marxista avrebbe voluto veder presto proletarizzati peringrossare le file del proprio blocco sociale. Negli anni ‘50 una polemicaintercorsa tra alcuni intellettuali del PCI e figure come Ernesto De Martino,Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Manlio Rossi Doria e lo stesso Pasolini,testimoniava il perdurare del pregiudizio e del fastidio rispetto ai temi delmondo contadino.
CarloPetrini, il fondatore di Slow Food, ricorda quell’indifferenza quandoera militante della sinistra extraparlamentare: «ricordo una riunione delgruppo del Manifesto in cui Lucio Magri disse: “Cos’ha Petrini che parla sempredi cibo?”. Io parlavo di cibo perché condividevo i ragionamenti di Revelli,avevo visto ciò che scriveva frequentando la gente di una Langa allora ancorapovera e il mangiare era il punto d’attacco per parlare con quelle persone».
Un’ereditàsenza testimoni?
Viene dachiedersi cosa sia rimasto oggi di quell’eredità che quel «testamento di unpopolo», rappresentato da Il mondo dei vinti, ha lasciato. Di certo cisono oggi nuove consapevolezze sui limiti dello sviluppo e sugli squilibrisociali e territoriali. Cresce, seppur troppo lentamente, una coscienzaambientale che impone una revisione delle nostre priorità. Nel senso comuneaffiora l’idea che un modello economico sempre destinato a crescere siaqualcosa di irrazionale.

D’altraparte il mondo rurale e contadino gode di un rinnovato interesse. Siamo nel belmezzo di un revival della campagna, dei suoi prodotti e dei suoiprotagonisti. Il cibo è al centro della scena.
È lariscossa dei «vinti»? Chissàcosa penserebbe Nuto di questo cibo diventato spettacolo, di fabbrichecontadine e di reality dove ai contadini si cerca moglie. Riderebbe,forse, pensando ai bacialè conosciuti nei suoi giri. Veri e proprimediatori di matrimoni contadini che giravano le cascine con un “campionario”di ragazze con fotografie e indirizzi, che combinavano matrimoni tra icontadini scapoli dell’alta Langa e le ragazze calabresi in cerca di marito, edi nuove vite.

Più che uninedito rispetto per la diversità del mondo contadino, sembra di assistere a unprocesso di assimilazione. Non proprio il riscatto che immaginava Nuto. Anchese c’è speranza in alcuni giovani che ritornano nelle case abbandonate dei proprinonni, in nuovi stili di vita e in tanti esperimenti che raccontano una diversapossibilità.

C’è dachiedersi infine se quella civiltà contadina abbia preservato o meno alcuni deisuoi caratteri di autonomia culturale su cui era possibile innestare percorsidi sviluppo alternativi. C’è da chiedersi, insomma, se quel popolo c’èancora. O se forse “manca”.

Un’autonomiae una cultura di cui non bisogna dimenticare anche gli aspetti negativi, glielementi di arretratezza che nessuno rimpiange. Ma ci sono tratti di quelmestiere di vivere da riscoprire nel nostro mondo zeppo di nevrosi. Eservirebbe anche un progetto politico e culturale capace di farsene carico,valorizzando, come in qualche modo chiedeva Nuto, il buono che si scorge incontroluce nelle testimonianze dei vinti.

Civorrebbe un poco della saggezza inconsapevole dei tanti testimoni di Nuto, comequel montanaro preso ad esempio da Alessandro Galante Garrone in una recensionedel luglio 1977. La sua è una domanda, pensata in qualche borgata nascostanelle nostre Alpi, che oggi ci fa sospirare: «se le fabbriche si fermano aforza di far macchine, che cosa succederà?».

Huffington post

«Storia di un comunista: l'Italia degli anni '70-80, i teoremi politico-giudiziari, Pannella, Rodotà...»
Vale la pena leggere Storia di un comunista perché non tratta della mera difesa di un uomo cui è toccata la parte di "prigioniero da esibire", come Negri pure scrive nel libro, di "capro espiatorio di una stagione di insuccessi del potere nel reprimere la rivolta dei movimenti cominciata nel '68".

No: Storia di un comunista è un'autobiografia intellettuale e sentimentale, la biografia di un'intera generazione e la rivendicazione di una filosofia di vita e di lotta: l'Autonomia, richiesta collettiva di "trasformazione e partecipazione". Niente a che fare con lo "sciovinismo militarista" delle Brigate Rosse, che Negri si ritrovò come compagni di carcere, con cui si scontrò proprio lì tra le sbarre fino a riceverne minacce di morte e fino a scrivere "Terrorismus, nein danke!" ("Terrorismo, no grazie!"), testo pubblicato su 'il manifesto' nell'81 e riportato nel libro.

Parlava di dissociazione dalla lotta armata. "La linea armata della lotta di classe - scriveva - non è solo effettualmente sconfitta, ma logicamente scartata da un movimento di lotte che non vede, nella lotta armata, necessità di rigore e conseguenze". Le Br vengono accusate di aver "strumentalizzato" le rivolte nelle carceri: "L'assassinio politico è oggi prima di tutto assassinio delle lotte". Dalla primavera del 1979 "la ricchezza delle alternative politiche è stata tolta di mezzo e, attraverso la distruzione di ogni tessuto politico, si è di fatto affidata alle Brigate Rosse una rappresentanza globale del movimento, che faceva gioco sulla decisione statale di costruire un simulacro di guerra civile".

Un discorso che metteva a fuoco lo strabismo istituzionale e che arrivò anche in Parlamento, quando la Camera discusse e approvò la richiesta di autorizzazione a procedere per Toni Negri, deputato eletto nelle liste dei Radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino. "Mi permetto di ricordarvi - diceva allora all'aula - che quando il processo politico diviene una funzione propria dello Stato, il pericolo di degradazione delle istituzioni è molto forte...", dovrebbero "esistere regole che distinguono il processo dalla prevaricazione e che delimitano il potere".

In aula, la difesa di Stefano Rodotà, allora deputato della Sinistra indipendente: "La Repubblica ha veramente timore del deputato Antonio Negri libero? Se concludessi in questo senso, dovrei dire non essere vero che il terrorismo è stato battuto...". In aula il tradimento dei Radicali, che si astennero risultando determinanti per la concessione dell'autorizzazione: 300 sì, 293 no. Pannella "giacobino individualista", scrive Negri nell'autobiografia, salvando però Emma Bonino, che lo aiuta a scappare da un'intervista a Parigi, quando ormai Negri è già lì tra gli esuli italiani 'salvati' dalla dottrina Mitterand.

Nel libro c'è anche il racconto della fuga in Francia: in barca a vela da Punta Ala, località del grossetano protesa verso la Corsica. Oggi Negri è un intellettuale riconosciuto in tutti i paesi occidentali. Meno in patria, un'Italia dalle passioni forcaiole, capace di piangere al funerale di Stefano Rodotà e insieme dimenticarne le lezioni.
Articolo ripreso qui, da "Huffington Post" online raggiungibile da questo collegamento

il manifesto

Guido Viale, Parole usurate. Slessico familiare, prospettive aperte (Edizioni Interno 4, pp.184, euro 14)


Scriveva Nietzsche in uno dei suoi folgoranti aforismi: «Ogni parola è un pregiudizio». Il filosofo tedesco voleva in realtà segnalare l’insufficienza del nostro linguaggio ad afferrare la verità delle cose, ma il suo fine era pur sempre «la libertà spirituale», la sottrazione della mente alla menzogna. E quanta necessità abbiamo oggi di disvelare i «pregiudizi», le asserzioni non verificate, nascoste nelle parole che orientano e dominano la nostra vita? In un’epoca in cui la pubblicità e la propaganda, la promozione di merci e di stili di vita a esse subalterni, hanno interamente saturato lo spazio della comunicazione pubblica, è diventato vitale, per la libertà, non soltanto spirituale, smascherare le parole.

È l'operazione che compie Guido Viale nel suo recente Parole usurate. Slessico familiare, prospettive aperte, un testo tempestivo e prezioso per l’ampiezza dei campi semantici (e culturali) esplorati, ma anche per il vigore dell’argomentare e il nitore dell’esposizione. Pur nella necessaria sintesi del quadro, «uno schizzo del mondo in cui viviamo, certo incompleto», Viale individua tuttavia le parole-chiave per disvelare l’universo concentrazionario in cui il pensiero unico ha trascinato l’immaginario contemporaneo. Si pensi a uno dei termini più osannati dal conformismo totalitario di oggi: il merito. Viale ricorda come dietro l’esaltazione del valore, del meglio, del più bravo, si celi «una visione del mondo che giustifica e promuove la competizione universale - una versione totalizzante di darwinismo sociale - come soluzione ’naturale’ di tutti i problemi: il sistema ottimale, si sostiene, per allocare le risorse - anche quelle cosiddette ’umane’ - e promuovere il benessere di tutti. Il darwinismo sociale legittima le diseguaglianze responsabilizzando o colpevolizzando gli individui per la loro condizione: ciascuno è quello che è - povero o ricco, potente o emarginato, dirigente o subordinato, vittorioso o soccombente - perché ’se l’è meritato’, ’se l’è voluto’, ’se l’è andata a cercare’».

In questo "slessico", tuttavia, non troviamo solo la demolizione teorica di lemmi ormai usurati del pensiero dominante. Alcune parole offrono a Viale l’opportunità di revisioni sorprendenti per originalità e ardimento intellettuale. Basti pensare al termine proprietà: «La più antica, persistente e fondativa forma di appropriazione, ovvero di proprietà (’il terribile diritto’, per Stefano Rodotà), nelle diverse forme che ha assunto nel corso della storia, è quella degli uomini sulle donne. Su di essa si sono modellate tutte le altre forme di proprietà che hanno accompagnato il succedersi delle civiltà: sugli animali addomesticati, sui campi, sui pascoli e le foreste, sugli schiavi, sui palazzi, sul denaro, sul capitale, sui mezzi di produzione, sulla conoscenza, sul genoma: tutte forme di accaparramento di ciò che è fecondo o ritenuto tale, di ciò che produce o promette di produrre. Il modello è la fecondità della donna, la produzione della propria prole, considerata da sempre la forma fondamentale e irrinunciabile della ricchezza: la perpetuazione, in altre vite, della propria esistenza».

L’attenzione di Viale spazia su temi lontani tra loro e anche dai suoi precedenti interessi. Osserva i mutamenti psicologici indotti dai media: « Le cascate di parole e immagini che ci investono attraverso i media audiovisivi difficilmente si depositano e, come la moneta cattiva scaccia quella buona, l’inflazione di informazioni e immagini prodotta dai media restringe progressivamente lo spazio riservato ai contenuti meditati. La scuola – ancora quasi interamente affidata alla parola scritta in quotidiana competizione con la marea di suoni, immagini e parole, gridate, sussurrate o cantate, prodotta dai media – è stata la prima vittima di questo passaggio».

I mutamenti sociali e antropologici hanno investito la nostra epoca. Uno di questi è l’emergere, sullo scenario attuale, dell’«uomo indebitato», una figura che incarna «una nuova versione del proletariato mondiale». Il capitalismo neoliberista sta sovvertendo rapidamente l’intero universo sociale.

E tuttavia Viale segnala anche le grandi conquiste del pensiero alternativo e antagonistico, soprattutto quelle provenienti da una nuova «ecologia delle mente», per citare Bateson, e quelle del mondo ambientalista, che propongono un’«economia circolare» e non più «estrattiva», riconsegnano gli uomini alla loro dimensione naturale, riconsiderando la natura come un tutto organico in cui si consuma anche il nostro destino di viventi. E di certo un contributo culturale importante è quello dei capitoli finali del libro, in cui Viale condensa le conquiste teoriche del pensiero anticapitalistico degli ultimi decenni proiettandole verso una dimensione progettuale.

In queste pagine, dedicate alla conversione ecologica, al riuso, al riciclo, alle nuove forme possibili e in atto di economia, l’autore intreccia forme di lavoro e nuove configurazioni di rapporti sociali, modalità del vivere e valori umani, orizzonti dell’operare e nuove dimensioni spirituali.

Leggendo queste pagine non ci si può sottrarre alla considerazione di un gigantesco paradosso. Nell’ambito della sinistra radicale si è accumulato, anche in Italia, un sapere sociale di straordinaria ricchezza e potenza, che rimane frammentato e disperso, e a cui corrisponde, in larghissima parte, un ceto politico che sembra aver chiuso ogni rapporto con la cultura.

blogguidoviale,

Slessico Familiare di Guido Viale, Interno4 Edizioni, distribuzione Messaggerie Libri, in libreria dal 30 Ottobre 2017.
«A distanza di quattro anni dalla pubblicazione del suo ultimo libro di inediti, l’autore milanese ritorna in libreria con un repertorio per i tempi a venire, una cassetta per gli attrezzi per aiutarci a guardare il mondo da un punto di vista diverso da quello del pensiero dominante»

Più di 100 parole, come: Atomi, Crescita, Fortezze, Merito, Proprietà, Sinistra, Terra, Trovarsi, vengono analizzate e rivisitate in 14 capitoli come: Territori del patriarcato, Deserti della vita, Natura e Cultura, Uso e riuso. «Le parole della politica – ma anche quelle dell’economia, della psicologia, del giornalismo, dell’accademia, perché tutto ormai è politica – sono logorate dall’uso che ne fa la cultura mainstream, che è da sempre quella delle classi al potere» dice Guido Viale. «Dal patriarcato al capitalismo finanziario, dalla gabbia in cui è stato intrappolato l’individuo contemporaneo ai problemi che l’arrivo di tanti stranieri porta con sé, dal cinismo che anima un’economia che saccheggia il pianeta alle prospettive aperte da un modo alternativo di concepire il nostro rapporto con il vivente e la natura, questo testo invita a rivisitare gli schemi sottostanti a molti dei nostri pensieri. Non è facile, ma si può fare: a patto di voler costruire insieme una prospettiva di vita più sana, più ricca di esperienze, più soddisfacente per tutti».

Con questo nuovo libro Guido Viale prova a stilare un repertorio per i tempi a venire, cercando di dare nuove prospettive a parole usurate con cui tutti conviviamo ma che meritano nuove interpretazioni, nuova linfa vitale.

Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943 e vive a Milano. Laureato in filosofia all’Università di Torino, ha partecipato al movimento degli studenti del ’68 e militato nel gruppo Lotta Continua fino al 1976. Ha lavorato come insegnante, precettore, traduttore, giornalista e ricercatore. Ha svolto studi e ricerche economiche con diverse società e amministrazioni locali e lavorato a progetti di cooperazione internazionale per conto della Banca Mondiale, della Commissione Europea e del Ministero degli Affari Esteri. Ha fatto parte del comitato tecnico scientifico dell’ANPA (oggi ISPRA). Tra le sue pubblicazioni, Il Sessantotto (Mazzotta, 1978), Un mondo usa e getta (Feltrinelli, 1994 e 2000), Tutti in taxi (Feltrinelli,1996), A casa (L’ancora del Mediterraneo, 2000), Governare i rifiuti (Bollati Boringhieri, 2000), Vita e morte dell’automobile (Bollati Boringhieri, 2004), Virtù che cambiano il mondo (Feltrinelli, 2013). In questi anni ha pubblicato la nuova edizione de Il Sessantotto, Prove di un mondo diverso, La conversione ecologica, Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti, con le edizioni NdA Press.

Slessico familiare sarà pubblicato dalle neonate Interno4 Edizioni, casa editrice con sede a Rimini, diretta da Massimo Roccaforte e nata grazie alla collaborazione tra l’Associazione Culturale Interno4 e Goodfellas distribuzione. Interno4 Edizioni raccoglierà e svilupperà il decennale percorso editoriale della casa editrice NdA Press la cui direzione editoriale da Settembre del 2017 non è più curata da Massimo Roccaforte.

Slessico familiare s
arà presentato in anteprima nazionale Domenica 22 Ottobre alle ore 12,00, a Genova presso Palazzo Ducale all’interno della manifestazione Book Pride. Con l’autore interverrà Laura Cima. Sempre in anteprima sull’uscita in libreria, e all’interno del Salone dell’editoria Sociale di Roma, che si terrà a Porta Futuro, il libro verrà presentato Domenica 29 Ottobre alle 14,30, da Guido Viale in compagnia di Marco D’Eramo.

Altre presentazioni sono previste per il mese di Novembre tra Milano, Torino e Bologna, a cui hanno già loro disponibilità a partecipare, studiosi e ricercatori come Aldo Bonomi e Giovanni De Luna.

la Repubblica,




Vittorio Lingiardi, Mindscapes, Raffaello Cortina pagg. 262


Il modo migliore per cogliere il paesaggio è sedervisi dinanzi facendo altro: leggere, immergersi nei pensieri, fantasticare. Insomma distrarsi. Poi alzare gli occhi e guardarlo all’improvviso, così da cogliere la natura alla sprovvista, «vederla prima che abbia modo di cambiare aspetto». Solo così si riesce a comprendere quello che gli alberi bisbigliano tra loro e a intravedere senza veli il paesaggio stesso: il suo mistero che appare e subito scompare. Così consiglia Nathaniel Hawthorne, l’autore de La lettera scarlatta.

Il paesaggio non è infatti «solo quella porzione di natura che si mostra ai nostri occhi», quanto piuttosto un luogo invisibile in cui il mondo interno e il mondo esterno, natura e psiche, s’incontrano e si confondono, «inaugurando nuovi confini». Vittorio Lingiardi nelle ultime pagine di Mindscapes (Raffaello Cortina), da cui sono tratte queste parole, scrive: «Il paesaggio è la nostra psiche nel mondo».

Lo psichiatra e psicoanalista ha pubblicato un libro inusuale, dove la sua pratica analitica si mescola ai libri letti e alle immagini raccolte nel corso del tempo in un succedersi di osservazioni, commenti, citazioni. Un volume che è insieme narrazione ed esplorazione, racconto e autobiografia per interposta persona. Libro personale, intimo, ma anche rivolto verso il fuori,
cerca di delineare il nesso tra psiche e paesaggio, collocandosi in questo modo a metà strada tra l’una e l’altra realtà.

Ogni essere umano, uomo o donna, ha dentro di sé un paesaggio, quello della propria terra d’origine, e fuori di sé un altro paesaggio, quello che ha incontrato nei percorsi della sua vita viaggiando o migrando altrove per motivi di studio e di lavoro, o per affetto. La parola che dà il titolo al volume è un neologismo; deriva da landscape, termine introdotto alla fine del Sedicesimo secolo in inglese, un vocabolo tecnico utilizzato dai pittori per indicare il paesaggio quale oggetto di raffigurazione. Lingiardi fa una cosa simile: descrive lo spazio vissuto incontrato nel setting analitico; usa le parole, quelle della poesia, intense e assolute, e insieme le immagini di opere d’arte. è un libro-patchwork, in cui riquadri di forme e colori differenti sono cuciti insieme usando il filo dell’emozione.

Ogni pagina è un continuo rivivere e riferire ciò che l’autore ha scoperto e pensato in rapporto al proprio corpo; sia che usi le frasi di un narratore o quelle di un filosofo o psicologo, sia che commenti le immagini, tutto è riferito al proprio corpo. Le parti più belle del libro sono quelle in cui l’autore racconta i suoi pazienti, e quelle in cui ripercorre i libri di colleghi e maestri, come Christopher Bollas. Lo scopo della terapia, come di questo libro, è di «appaesarci», di farci sentire più vicini a noi stessi attraverso il paesaggio. L’esperienza che connota il nostro tempo è quella dello spaesamento: smarrimento, perdita di contatto con il paesaggio interiore ed esteriore.

Il pensiero generativo del libro, dice Lingiardi, appartiene a Jean-Bertrand Pontalis, psicoanalista francese: per avere qualche speranza di essere davvero noi stessi, dobbiamo avere molti luoghi dentro di noi. Il che significa che la nostra psiche si presenta sotto forma di una geo-grafia, e che siamo legati, per vari e complessi motivi, ai luoghi stessi: per amore, per rancore, per nostalgia, per malinconia. I luoghi sono al plurale, quasi mai al singolare. Noi siamo plurali, e per questo abbiamo bisogno di molti luoghi. Lingiardi con la sua curiosità e passione c’insegna che è finita l’epoca monoteistica dell’unico luogo. Abbiamo tante patrie, reali, ideali o immaginarie, tanti paesaggi interiori da coltivare per sopravvivere, per mantenerci in equilibrio, per sognare e immaginare al di là di noi stessi.

la cittàinvisibile,. «

Fritjof Capra – Ugo Mattei, Ecologia del diritto. Scienza, politica, beni comuni, Aboca, Arezzo 2017.

Questo è il terzo libro dell’insieme proposto come documentazione sulla “ecologia politica”. ( i primi due sono .: Déborah Danowski – Eduardo Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle Paure della fine, Nottetempo, Milano 2017; Philippe Pignarre – Isabelle Stengers, Stregoneria capitalista. Pratiche di uscita dal sortilegio, Ipoc, Milano 2016).

Come potete vedere, siamo ancora di fronte a una coppia di autori: Fritjof Capra e Ugo Mattei. Il primo (fisico e teorico dei sistemi) è, tra le altre cose, il direttore e fondatore del Centro per L’Ecoalfabetizzazione di Berkeley; in Italia è conosciuto per essere l’autore del testo “Il Tao della fisica” edito da Adelphi. Ugo Mattei è professore ordinario di Diritto civile all’’Università di Torino e ricopre la cattedra Alfred and Hanna Fromm di International and Comparative Law allo Hasting College of the Law dell’Università della California. È stato Vicepresidente della Commissione Rodotà presso il Ministero della Giustizia; Presidente dell’acquedotto di Napoli (Arin SPA poi trasformata in ABC); Consigliere di Amministrazione del Manifesto dal 2011 al 2013. Dal 2014 al 2015, Vicesindaco di Chieri presso Torino dove ha organizzato la prima edizione di AREA, Festival Internazionale dei Beni Comuni.

Il senso di questo connubio risiede in una constatazione: se nel campo scientifico si è assistito ad un cambio di paradigma passando da uno di tipo meccanicistico ad uno di tipo sistemico, nell’economia e nel diritto facciamo invece ancora riferimento al primo e cioè a quello meccanicistico con una serie di conseguenze divenute sempre più disastrose dal punto di vista dell’ecologia della terra.

Occorre cambiare la visione del mondo: si dovrebbe cioè passare da un mondo interpretato come una macchina a un mondo inteso come rete di comunità ecologiche in quanto la natura sostiene la rete della vita attraverso dei principi generativi e non estrattivi. Il nodo fondamentale da dover mettere in discussione è dunque quello di una visione della natura dalla quale possiamo prelevare (predare) all’infinito, una natura che ci è perciò totalmente esterna.

Un paradigma che propugna il dominio dell’uomo sulla natura postulando il concetto di “leggi della natura” che sarebbero quindi perfettamente oggettive e stabili nel tempo, postulando anche un approccio di tipo razionalistico e atomistico non solo della realtà, ma della società stessa. Tutto questo diviene, dal punto di vista giuridico, una definizione della società come un aggregato di individui distinti e la proprietà un diritto individuale garantito dallo stato. Secondo gli autori, proprietà e sovranità sono i due concetti intorno ai quali si organizza tutta la visione moderna del diritto.

In questo senso il modo di produzione capitalista ha provocato una deriva storica fondamentale per la quale si è passati da una situazione di abbondanza dei beni comuni e scarsità di capitali a quella odierna per la quale si ha un eccesso di capitale e una carenza di beni comuni, situazione questa che si specchia in una società nella quale si muovono comunità a bassissimo grado di coesione. Tutto questo è un fatto di tipo culturale anche se, all’opposto, viene letto come naturale anche se priva del potere le persone. I punti fermi del paradigma attuale sono quelli che ruotano intorno a pochi concetti: «sulla sovranità dello stato e sulla proprietà privata alimentata dal denaro (in sé un’astrazione giuridica concentrata nelle mani di grandi gruppi bancari)». Situazione questa che ha provocato guadagni enormi per pochi a scapito dell’ambiente e delle comunità locali.

L’auspicato cambio di paradigma giuridico dovrà insistere sull’impellenza di una visione relazionale da dover essere istituzionalizzata in coerenza con i principi che sostengono la vita in questo pianeta. Il presupposto che la natura disponga di risorse infinite è giunto al capolinea, facendo emergere domande sempre più stringenti sui modi di rapportarsi con la natura stessa mettendo in campo un atteggiamento che sia totalmente sostenibile.

Gli autori affrontano la problematica di una documentazione storica delle trasformazioni ideologiche che hanno portato ad abbracciare una chiave di lettura della realtà di tipo meccanicistico a partire prima dalla scienza per la quale con Galileo Galilei si è privilegiata la quantificazione spesso a scapito di elementi qualitativi; con Cartesio una visione del mondo materiale funzionante in modo simile ad una macchina per di più esterna alla mente – con il diritto che diviene una infrastruttura “oggettiva” separata dall’individuo – sino alla visione atomistica messa in campo da Locke.

E se sovranità dello stato e proprietà privata individuale furono i pilastri della modernità giuridica il merito andrebbe di nuovo a Locke questa volta in compagnia di Hobbes, in una operazione parallela che accompagna, portando a compimento, una delle principali fasi di accumulo del capitale. Intorno ai secoli XVI e XVII si attua così la piena convergenza tra scienza, diritto e economia intorno appunto ad alcuni concetti di cui abbiamo appena parlato.

Siamo di fronte a un mondo caratterizzato da abbondanti risorse comuni come foreste o risorse ittiche, alle quali fanno riscontro altrettante istituzioni comunitarie quali, per esempio, le gilde professionali. «Istituti quali la proprietà privata individuale, le società per azioni e gli stati sovrani, nonché la libertà contrattuale in generale e la responsabilità per colpa, furono creati per trasformare alcuni beni comuni in concentrazioni di capitale. […] Il diritto è divenuto uno strumento del dominio dell’uomo sulla natura» (p. 31). Il meccanismo sotteso a tutta questa serie di operazioni era connesso ad una lettura per la quale le altre creature sarebbero vissute in uno “stato di Natura”, cosa che non competeva agli umani che non facevano parte della stessa categoria.

È in questo contesto che si afferma il concetto della libertà di mercato che si articola con la costituzione dello stato che funziona come elemento regolatore in una equazione a somma zero tra i due fattori. Questa contingenza è, addirittura, ritenuta una legge di natura. Da ora in poi la visione economica sarà una visione distorta, di breve termine, lineare, riduzionistica e quantitativa. L’idea stessa di sviluppo è di tipo quantitativo e fa riferimento al concetto di “miglioramento” che risale anch’esso al XVII secolo. Stato e mercato sono elementi derivati del diritto creato dagli uomini (la specie umana), ma appaiono come elementi naturali.

Negli ultimi trentanni, in ambito scientifico, si è cominciato a imporre un paradigma completamente diverso di tipo olistico e relazionale. Il mondo non si interpreta né si rappresenta come una macchina bensì come una rete. In questo ambito la comprensione della vita avviene tramite relazioni e modelli: occorre pensare per sistemi, occorre un approccio di tipo sistemico attraverso i quali la vita è sostenuta attraverso processi di tipo generativo e non estrattivo. L’intero pianeta è un sistema complesso in grado però di autoregolarsi e di comportarsi di fatto come un essere vivente. Il meccanicismo applicato all’evoluzione ci aveva restituito una natura in perenne lotta competitiva per l’esistenza, nascondendo così quegli elementi dimostratisi trainanti, quali la creatività e il costante emergere della novità.

Anche se il pensiero sistemico è in questo momento la punta più avanzata della ricerca scientifica, l’ambito economico giuridico è invece solidamente ancorato al pensiero meccanicistico che ci restituisce una visione della realtà a corto raggio «incentrata sull’individuo, proprietario astratto e atomizzato. Questo “atomo” può godere del diritto individuale di proprietà della Terra, estraendo valore dai beni comuni a scapito degli altri» (p. 37). Il diritto non è un corpo avulso e preesistente dai comportamenti che esso regola, il diritto dovrebbe essere sempre un processo di “commoning”.

Gli elementi costitutivi del diritto saranno allora i beni comuni all’interno di una rete relazionale e non i singoli individui. Se la scienza di avanguardia ha ormai abbracciato un modo di pensare sistemico, il modo di pensare “meccanico” è ancora, nel pensiero comune, il modo giusto di pensare, dimenticandosi che la scienza tutta, opera per modelli cambiandoli e adeguandoli, costruendoli cioè intorno a ipotesi interpretative dei fenomeni, spesso pensando che detti fenomeni si manifestino in termini puri e non comunicanti. In realtà tutti i fenomeni naturali sono interconnessi e le loro proprietà non sono loro intrinseche, ma derivano dal rapporto dei singoli fenomeni con gli altri. Anche parlare di singolo fenomeno sarebbe in definitiva una astrazione.

Il pensiero occidentale, in termini scientifici, evolve da una visione per la quale tutte le parti della natura interagivano tra di loro in vista di una finalità immanente alle stesse (teleologia), a una per la quale occorre occuparsi soltanto delle cose quantificabili, con l’obiettivo di un sapere utile per dominare e controllare la natura dalla quale si estraggono oltre che alle risorse le cosiddette “leggi naturali” che sono oggettive e persistenti e non dipendono dall’osservatore. Credenza assoluta era che un qualsiasi fenomeno complesso potesse essere spiegato riducendolo alle più piccole parti che lo compongono. Percorso questo che, nello stesso tempo, fa anche il pensiero giuridico che si sposta da un terreno consuetudinario ad uno promulgato e codificato, creando di pari passo gli esperti ai quali viene delegato lo sviluppo e l’interpretazione delle leggi che si sovrappongono al sapere frutto dei comportamenti reciproci che la comunità aveva intessuto. Relazioni per le quali le decisioni venivano prese in vista di quelle ulteriori che si potevano intraprendere in un ipotetico futuro e proiettate verso il bene comune.

Qui la connessione con la proprietà privata individuale diventa pregnante con un procedimento apparentemente sottile. Privata poteva essere quella proprietà che non apparteneva a nessuno (res nullius) – tutto quanto poteva appartenere a qualcuno, ma non lo era – da non confondersi con le cose appartenenti a tutti (res communes) come l’acqua, l’aria, oppure il mare; e con le cose appartenenti alla città (res publicae). Ma tutto questo non era ben distinto, in maniera tale che le terre bene comune intorno alle città poterono essere progressivamente privatizzate da grandi aziende agricole schiavistiche. Il concetto di res nullius distinto da res communes permette questa appropriazione. In questo gioco delle parti, «al fine di legittimare l’appropriazione di terreni, schiavi e risorse, ben presto si affermò l’idea che la terra senza un privato proprietario non appartenesse a nessuno, piuttosto che essere di tutti» (p. 108). In questo contesto si innestano le polemiche sulle enclosures che segneranno la trasformazione del paesaggio agrario dell’Europa, e dell’Inghilterra in particolare, dove il bisogno di recintare i pascoli per la produzione di lana da lavorare nelle prime fabbriche, sottrae ai contadini le terre comuni, convertendo gli stessi a lavoratori salariati o a esercito di riserva della forza lavoro in favore del capitale nascente.

Rivoluzione completata e totale sincronia tra concezione scientifica e diritto e economia. Ma lungo il percorso dello sviluppo dei modelli scientifici di descrizione dei fenomeni fisici ed organici, ad un certo punto, si presenta un paradosso. Per il secondo principio della termodinamica, in un sistema isolato l’entropia (la misura del disordine) non decresce nel tempo. I processi fisici, cioè, si svolgono in una sola direzione, dall’ordine al disordine. Questo presuppone un universo che si muove verso un disordine crescente, mentre le osservazioni evoluzionistiche nell’ambito della biologia ci restituivano sistemi sempre più ordinati e complessi.

Ilya Prigogine si rese conto che la seconda legge si riferiva a sistemi chiusi mentre i sistemi biologici sono sempre aperti a flussi di energia e materia. Nel mondo vivente ordine e disordine si creano nello stesso tempo. Si crea allora una prima scollatura con la visione meccanicistica della realtà che trova il suo compimento in alcuni elementi della meccanica quantistica in cui compaiono elementi di relazione e di relazione di relazioni. In biologia si afferma che gli organismi viventi sono realtà complesse non comprensibili tramite il solo studio delle loro parti e derivano il loro comportamento dalle interazioni e relazioni tra le parti stesse. Si va dunque dagli oggetti alle relazioni sconvolgendo così il paradigma dominante. Proseguendo nella ricerca emergono concetti quali reti e flussi, sistemi non lineari. Sempre Prigogine parla poi di “strutture dissipative”, un apparente ossimoro che comunque sottolinea che stabilità e mutamento di fatto coesistono tanto che «la creatività – cioè la generazione di nuove forme – è una proprietà chiave di tutti i sistemi viventi» (p. 131).

Ci si aspetterebbe, a questo punto, un adeguamento paradigmatico del diritto alla nuova visione sistemica e reticolare, ma l’impostazione meccanicistica è di fatto profondamente correlata al modo di produzione capitalista al quale rende un servizio prezioso. Il diritto si professionalizza eliminando così ogni possibile residuo che faccia riferimento a elementi consuetudinari provenienti dal basso, producendo l’esproprio di un “bene comune” importante, quello del proprio ordine giuridico. Questo ha fatto sì che l’accessibilità al diritto stesso è diventata una prerogativa di quegli stessi professionisti, tanto che, per assurdo, non possiamo sapere «veramente dove si trovi il diritto in un momento dato, se non quando lo cogliamo mediante una decisione [nel momento in cui una delle persone addette ai lavori lo coglie]» (p. 164). L’assurdo sta nel fatto che l’esito di un conflitto legale non è così determinabile con certezza come afferma la visione meccanicistica.

Cosa si dovrebbe fare? I nostri autori cercano e propongono delle risposte: «separare il diritto dal potere e dalla violenza, far diventare le comunità sovrane e rendere la proprietà generativa» (p. 167). Il diritto dovrebbe essere, per esempio, considerato un processo continuamente negoziato di creazione di connessioni culturali. Fare poi resistenza con il boicottaggio e l’elaborazione di nuove dottrine della responsabilità. Lottare contro la proprietà intellettuale. Recupero dei beni in degrado anche tramite strutture giuridiche quali i community land trust: «Il diritto di proprietà può essere strutturato in maniera tale per cui i proprietari assenteisti perdano i propri diritti a favore di occupanti che coltivino attivamente la terra» (p. 176). Invertire certi assunti dichiarando che lo stato è una istituzione legittima nella misura per la quale è in grado di proteggere la comunità dall’uso estrattivo della proprietà privata. La comunità dovrebbe essere sovrana ed essa potrà riconoscere anche la proprietà privata purché essa sia di tipo generativo come il permettere l’uso individuale di una abitazione a persone a basso reddito.

È in gioco di nuovo un dispositivo del consenso basato su crescita, innovazione, modernizzazione e, non ultimo, se non correlato, che la ricchezza è misurabile soltanto attraverso il denaro. Per questo si accetta di lavorare “sodo” e vendere il proprio tempo per ottenere un salario con il quale partecipare ai processi di accumulo e di consumo. «Secondo tale concezione, per esempio, il lavoro domestico di cura dei bambini e degli anziani o la produzione del proprio cibo, la realizzazione artigianale dell’abbigliamento o la costruzione del proprio tetto non contano come produzione, non creano ricchezza né contribuiscono al prodotto interno lordo, poiché si verificano al di fuori di una transazione di mercato» (p. 212). Tradotto in altri termini si ha che anche il lavoro di riproduzione fa parte dell’appropriazione capitalistica la cui eventuale carenza (di detto lavoro), derivata dallo smantellamento di beni comuni quali gli elementi di relazione e solidarietà comunitaria, diventa un’occasione in più per il capitale per poterlo mettere sul mercato come servizio dal quale riuscire ad estrarre ancora profitto.

La natura si è evoluta secondo principi volti a sostenere la rete della vita ed erano queste le leggi di natura. Tali principi, formulati oggi in termini di modelli e processi sono «altrettanto rigorosi quanto le newtoniane leggi di gravità» (p. 220). Il diritto derivato da questo cambio di paradigma potrà allora, per esempio, mettere in discussione la stipula di alcune tipologie di contratti «quali molti degli attuali accordi di project financing […] [che] saranno considerati illegali e dichiarati privi di forza esecutiva dai tribunali» (p. 231).

la Repubblica Robinson«Noam Chomsky parla del suo ultimo libro e dei disastri causati dal neo-liberalismo e dal postmoderno “Gli intellettuali devono resistere contro le false realtà create dal potere”» (c.m.c)

Noam Chomsky, Le dieci leggi del potere, Ponte alle Grazie

Cinquant’anni fa, nel 1967 sulla New York Review of Books, l’allora non ancora trentanovenne Noam Chomsky, linguista geniale e innovativo (una decina di anni prima aveva cominciato a spiegare come la nostra capacità di generare frasi sia innata), pubblicava un lungo saggio sulla responsabilità degli intellettuali. Quel testo diceva, in fondo, una cosa semplice: occorre svelare le menzogne del potere e cercare di ristabilire la verità dei fatti. Era un potente manifesto che serviva alla mobilitazione della meglio gioventù d’America contro la guerra in Vietnam.

Nel frattempo, il professore, giunto all’età di ottantotto anni, è stato al centro di varie e frequenti controversie, fu più volte indicato come l’intellettuale più influente del mondo ( in genere il secondo classificato era il nostro Umberto Eco); e ora, tonico, lucido, con un eloquio difficile da interrompere concede questa intervista.

Il pretesto è la pubblicazione, con Ponte alle Grazie, di un suo saggio Le dieci leggi del potere. Requiem per il sogno americano;ma poi si parla anche del ruolo appunto del pubblico intellettuale ai tempi della crisi della gerarchia del sapere, di Trump e delle fake news.

Cominciamo dal libro e dal sogno. Una volta, l’America, nella mente di molti, prima di tutto degli immigrati, italiani ma anche ebrei dell’Est Europa fuggiti come i suoi genitori dai pogrom, incarnava la fiducia nel futuro; la certezza che i figli avrebbero vissuto meglio dei genitori; la possibilità per ciascun individuo di determinare il proprio destino. Oggi sembra che non sia così. Cosa è successo?
«Intanto, perfino al suo apice il sogno americano era una storia sfaccettata e ambivalente. Gli Stati Uniti, ai primi del Novecento, avevano leggi molto repressive contro i sindacati; i linciaggi erano prassi comune; i poveri vivevano in condizioni spaventose. Moltissimi immigrati, dopo aver guadagnato un po’ di soldi, tornavano a casa: qui era difficile condurre una vita da persona civile. Il tutto è cambiato con la Seconda guerra mondiale. È con quel conflitto che gli Usa conquistano il dominio sul globo terrestre; una posizione di potere culturale, industriale e militare senza precedenti. Poi sono venuti decenni di crescita rapidissima, potrei dire quasi egualitaria. Negli anni Settanta tutto è cambiato. Nasceva il progetto neo-liberale che ha portato alla stagnazione o al declino economico della maggioranza della popolazione. Basti pensare che i salari reali dei lavoratori nel 2007, alla vigilia del crollo di Wall Street, erano più bassi di quelli del 1979. Con l’affermarsi del neo- liberalismo sono diminuiti l’interesse e la partecipazione alla vita politica. Sono in crescita invece il risentimento, la rabbia, l’odio. L’abbiamo visto a proposito del fenomeno Trump».

Il neo- liberalismo, che in Italia chiamiamo pudicamente liberismo, ha spento il sogno americano?«Ha creato un disastro. Negli Stati Uniti è in aumento il tasso della mortalità tra le persone in età lavorativa: tra i trenta e i sessanta anni, maschi bianchi, classe operaia. Ai tempi della Grande Crisi ( sono abbastanza vecchio per ricordarla) la situazione era peggiore di oggi, ma c’era la speranza. C’era la sensazione che saremmo usciti dalla crisi; stavamo lavorando tutti insieme per un futuro migliore. Oggi invece c’è la sensazione di stagnazione e declino; e oggettivamente è così. E allora si è propensi a mettere in questione la stessa democrazia. Mi spiego. La gente ha la sensazione che il sistema non funzioni, che niente sia fatto per chi soffre e lavora. La frase ricorrente è: “ Qualunque cosa il governo faccia non la fa per me, ma per i ricchi e per i poveri che però non si meritano né aiuto né assistenza”. Il risentimento crea capri espiatori».

Come in Italia, dove il senso comune e i giornali di destra dicono: a noi fanno pagare le tasse, agli immigrati regalano gli smartphone.
« È lo stesso meccanismo per cui nella Germania nazista gli ebrei venivano considerati colpevoli di tutti i mali. Quando il sistema non funziona, e tu non sei in grado, perché nessuno ti aiuta a esserlo, di capire le cose e cambiarle, sei incline a cercare un capro espiatorio; un gruppo marginale o marginalizzato cui addossare le colpe di tutto. Qui negli States abbiamo un’immagine: gente che fa la fila. Una volta, la fila avanzava: i miei nonni erano poveri, i miei genitori meno poveri, io ho avuto il benessere. Ma ora sto fermo, mentre quelli avanti diventano super ricchi e quelli dietro godono dell’appoggio del governo per superarmi. Quelli dietro sono i neri, gli immigrati, i rifugiati. È facile essere arrabbiato con chi sta peggio di te. Per colpa della dottrina neo- liberale, da voi in Europa declinata come austerità, abbiamo la sensazione che ci hanno rubato il sogno e la speranza».

Una volta, bastava spiegare alla gente quale era la loro situazione vera. È figlia dell’illimitata fiducia nello spirito dell’Illuminismo, nel nesso tra il sapere e l’emancipazione, la figura dell’intellettuale pubblico che forte della sua nuda parola sfida il potere: da Émile Zola a Sartre, a Chomsky. Oggi gli argomenti razionali, le statistiche, la citazione dei fatti non convincono l’opinione pubblica. Perché?

« Sono successe varie cose. La prima: è nato il postmodernismo, la pretesa che non esista una verità oggettiva e che tutto il sapere è questione di potere e dello sguardo di chi narra una storia. E una gran parte del mondo universitario e degli intellettuali ha fatto suo questo metodo disgraziato. Dall’altro lato il potere pensa di poter creare una propria realtà. Nel mondo di Trump questo fenomeno è stato portato fino all’estremo, fino alla creazione dei fatti. Il motto degli uomini del presidente è il seguente: se noi diciamo che non esiste il riscaldamento globale, vuol dire che davvero non esiste. E non importa se gli scienziati ci smentiscono. Vede, io penso che la creazione dei fatti alternativi sia una conseguenza dell’allentamento dei legami sociali di cui abbiamo parlato prima. Una volta credevamo che un duro lavoro, sacrifici, dedizione ai valori (nel caso degli States ai valori cristiani) fossero sufficienti perché le cose funzionassero. E, invece, scopriamo che niente funziona. E se nulla funziona, perché dobbiamo avere fiducia nelle autorità morali, politiche, scientifiche?».

Solo questo?
« No. La sfiducia nel sapere è alimentata dal sistema dei media e dai socialmedia che creano una specie di bolla; notizie false, fake news. Da noi la rete tv di destra, Fox news, ripete sempre le stesse cose ma non dà notizie vere. Così ognuno ha il suo set di opinioni e non esiste più la verità oggettiva. Questa è la cultura dominante: inventare una realtà alternativa, negare quella esistente. È un negazionismo che raramente è esistito nella storia. Ed è pericoloso».

Ricorda il comunismo. Ciò che il potere non contempla non esiste.
«Certo, ma vorrei tornare alla sua domanda sulla crisi del sapere. Fino alla Seconda guerra mondiale gli Usa, dal punto di vista culturale, erano un Paese provinciale e arretrato, sebbene con qualche eccezione. Per studiare fisica si andava a Berlino, per diventare scrittori a Parigi e così via. Il cambiamento verificatosi con la Seconda guerra mondiale, lo spostamento del centro verso gli States, ha riguardato solo una parte della gente. Siamo ancora un Paese in cui la metà della popolazione pensa che il mondo sia stato creato diecimila anni fa e che l’evoluzionismo è una falsa dottrina. Ora ciò che è cambiato negli ultimi anni è che quella fetta della popolazione non è più un fenomeno folcloristico, ma è diventata la base politico-culturale del potere dominante».

Cosa possono fare gli intellettuali?
«Quello che gli intellettuali hanno sempre fatto: aiutare gli attivisti a creare un movimento di resistenza; farsi coinvolgere in un simile movimento. Non sono pessimista. La vera sorpresa delle ultime elezioni è stata l’affermazione di Bernie Sanders. Non fosse per le manipolazioni dell’apparato del partito avrebbe vinto le primarie contro Clinton. La sua campagna è stata fatta da un movimento ampio, popolare e indica una strada da percorrere».

Ultima domanda. Il suo essere ebreo, figlio di immigrati, ha influito sul suo essere non tanto di sinistra, quanto un intellettuale controcorrente e con un pensiero dove evidenti sono i richiami ai profeti e al messianismo?
«Domanda difficile. Molte persone con il mio stesso background hanno posizioni diverse dalla mia. Ma certo, c’è una grande influenza e una continuità tra quello che dico e penso e le mie letture della Bibbia, dei profeti e della letteratura radicale molto diffusa ai tempi della mia infanzia nelle comunità ebraiche americane».

il manifesto

Chiara Saraceno L’equivoco della famiglia, Laterza, pp. 208

Famiglia è una delle parole più usate nel lessico della quotidianità e uno dei concetti ritenuti più chiari, più semplici, perfino più (apparentemente) «naturali». Un termine che diamo per scontato nella sua (supposta) ovvietà. E su cui, per pigro trascinamento semantico, portiamo avanti tutta una serie di stereotipi e di preconcetti che ci impediscono di vedere le profonde e veloci trasformazioni che negli ultimi decenni hanno rivoluzionato la stessa parola famiglia, tanto è vero che negli Stati Uniti il Censis Bureau vi aggiunge l’espressione living arrangement.

Chiara Saraceno, figura notissima di studiosa di sociologia della famiglia, in questo veloce volume (L’equivoco della famiglia, Laterza, pp. 208, euro 15) ci aggiorna sulle vicende della famiglia italiana facendo soprattutto pulizia delle ambiguità e delle ovvietà che vi pullulano e che rendono spesso la famiglia un ideale o una ideologia. In sette capitoli affronta agilmente tutti quei mutamenti – che in sintesi definiamo sociali, ma che in realtà sono demografici, culturali, religiosi, lavorativi, tecnologici, di welfare, giuridici – che hanno trovato nella famiglia il pivot più eclatante e visibile ma che in realtà sono i mutamenti con cui la modernità e la post modernità hanno rovesciato, in pochi lustri, la società italiana.

Una «apocalisse culturale» per dirla con de Martino, una «grande trasformazione» per dirla invece con Polany, che sono silenziosamente avvenute tra le mura di casa, nella quotidianità del vivere insieme, nelle relazioni affettive e di cura che connotano le figure dette appunto familiari. Saraceno parla di famiglia come «sostantivo plurale» e di famiglie «(s)confinate», cioè con architetture affettive ampie, mutevoli, variegate che spesso vanno al di là delle rigide (e datate) definizioni normative e talvolta anche degli schemi mentali di qualcuno. Tratta anche di nuovi padri e nuove madri (e anche del diventare genitori nell’epoca della riproduzione assistita). E dei diritti dei bambini, in primis ad avere dei genitori, pure dello stesso sesso, ma anche il diritto a essere liberati dallo sfruttamento lavorativo – 64mila minori di 14 anni hanno avuto un infortunio sul lavoro nel 2013, dice l’Inail – nonché il diritto allo ius soli per quella seconda generazione di migranti nati e cresciuti qui.

Si fanno più complessi poi i rapporti e i passaggi tra generazioni, generazioni sempre più squilibrate per motivi demografici, lavorativi, di welfare, perfino tecnologici, anche se «gli anziani costituiscono spesso l’unica rete di protezione disponibile per le generazioni più giovani», ammette Saraceno. Nonostante sia molta la ricchezza nascosta nel lavoro di cura – appannaggio com’è noto delle donne – il gender gap italiano è sconcertante. Perché le donne continuano a essere penalizzate dal minor tasso di occupazione e dai bassi salari. Per non parlare delle troppe madri (il 20%) che devono abbandonare il lavoro per occuparsi dei figli (specie il secondo o il terzo).

Al di là delle immagini edulcorate, inoltre, la famiglia ha anche un suo lato oscuro talvolta ospitato dalla cronaca nera: quasi una donna su tre è vittima di violenza nel corso della vita, frutto di «modelli di genere polarizzati», a cui vanno aggiunti i casi di matricidio e parricidio.

E infine le politiche per la famiglia, sollecitate dal calo della fecondità, dalla povertà dei nuclei numerosi, dalla maggior occupazione delle donne e dall’invecchiamento del paese: politiche che latitano non solo per motivi finanziari, ma anche perché fanno riferimento a modelli che non esistono più – ecco un esempio di «equivoco della famiglia» – mentre il dibattito sulle politiche di sostegno diventa facilmente ideologico («quali» famiglie aiutare?) e quindi inconcludente.

Un libro indicato soprattutto per coloro che – ignorando o respingendo la dilatata complessità delle famiglie attuali – si rifugiano con accorata nostalgia nella famiglia (astratta perché idealizzata e ideologicizzata) di un astorico buon tempo antico. Dimenticando la lezione di uno dei padri della sociologia, il francese Emile Durkheim, che nel 1888 scrisse: «Non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore per tutti (…). La famiglia di oggi è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse».

Gabriela Peyrera intervista il poeta cileno Luis Sepulveda. «La felicità è un diritto e una questione sociale, si raggiunge con lo sforzo collettivo e si vive lottando per conquistarla».

Left, 18 agosto 2017 (c.m.c)

Nel tuo ultimo romanzo, La fine della storia pubblicato in Italia da Guanda attraversi latitudini e ripercorri momenti storici diversi, combinando fatti realmente accaduti e finzione. In queste pagine e nel personaggio di Belmonte quanto c’è della tua storia personale?
«Belmonte e io condividiamo molte cose; abbiamo lo stesso passato da militanti, siamo stati quasi negli stessi posti e abbiamo conoscenti in comune».

Hai dedicato il libro alla tua compagna, la poetessa Carmen Yáñez, la prigioniera 824 di Villa Grimaldi. In questo centro di tortura della polizia segreta di Pinochet “regnava” Miguel Krassnoff che nel 2011 è stato condannato a 120 anni di carcere per crimini di lesa umanità. Anche tu sei stato prigioniero della dittatura. Cosa ha significato a livello personale indagare su fatti di quel periodo storico per la costruzione del romanzo?
«Non è mai semplice affacciarsi sull’abisso dell’orrore. L’inchiesta è stata soprattutto una conferma di ciò che sapevo già. Tuttavia mi ha permesso di mettere in ordine le informazioni e trasformare dati, nomi e notizie in letteratura. In ogni caso, affrontare situazioni del recente passato che hanno a che fare con i campi segreti di detenzione, con la tortura e le sparizioni forzate, è qualcosa che faccio con completa delicatezza e pudore, per rispetto verso le tante persone che hanno subito questi crimini».

L’ombra di quello che eravamo e dei fatti che sono accaduti in quegli anni in America Latina, ci accompagna sempre. Pensi che manchi una memoria collettiva, al di là di quella personale, che consenta di evitare che la storia si ripeta?
«Il problema non è se ci sia o no memoria collettiva. Il problema è l’intenzione di annientare la memoria collettiva, di cancellare la storia e tutti quei fatti che oggi risultano scomodi al potere. Per esempio mentre ti rispondo, in Argentina, il governo di Macri sta liberando dei delinquenti condannati più volte per crimini contro l’umanità. Si tratta di torturatori, assassini, ladri di beni delle vittime della dittatura civico-militare degli anni 70. La legge dell’obbedienza dovuta (emanata nel 1987 allo scopo di sollevare i militari dalle responsabilità, senza possibilità di prova contraria, ndr), le amnistie, gli indulti, le liberazioni di criminali “per ragioni umanitarie” hanno avuto e hanno come obiettivo l’oblio dei crimini, l’eliminazione della memoria collettiva e della storia».

Sempre per Guanda è appena uscito in Italia Vivere per qualcosa, un dialogo a tre con José “Pepe” Mujica e Carlo Petrini sulla felicità. Cos’è la felicità per Luis Sepúlveda e per chi e cosa vale la pena vivere?
«Immagino che ci siano molte definizioni di felicità. Una potrebbe essere quella che cantava Palito Ortega, un cantante argentino degli anni 60. Per me la felicità ha a che fare con l’armonia esistenziale che si raggiunge solo dove c’è giustizia sociale. Vivere senza paura e tra persone che non hanno paura, vivere senza l’oppressione di non sapere se domani si riuscirà a mangiare o no, e tra esseri umani che non sentano quella stessa oppressione. La felicità è un diritto e una questione sociale, si raggiunge con lo sforzo collettivo e si vive lottando per conquistarla».

Il modello neoliberista basato sul concetto di consumismo indiscriminato si è venduto per anni come l’unico possibile. Però ci offre un mondo virtuale, costruito solo sulle cose materiali. Cosa possiamo o dobbiamo fare per superare questo concetto e immaginare un futuro diverso per le nuove generazioni?
«La proposta neoliberista consiste nell’accumulare ricchezza in poche mani, offrendo la possibilità di consumare come palliativo per coloro che restano fuori dall’élite ristretta che si arricchisce. L’idea della società di consumo, che consuma e si consuma, si appoggia su una serie di negazioni minori che portano a negazioni maggiori. Si nega l’accesso alla conoscenza di come, chi e dove si produce ciò che si consuma; si nega l’accesso all’informazione riguardo lo sfruttamento dei lavoratori e delle materie prime necessarie per i prodotti che si consumano; si nega l’accesso alla informazione riguardo l’impatto della produzione di massa sulle realtà sociali presso cui si svolge gran parte del processo produttivo e sulle sue ricadute nel nostro ambiente sociale, lavorativo e politico. Questa serie di negazioni porta ad accettare il consumo come unica proposta di vita. Ci privano della condizione di cittadini per farci acquisire lo status di consumatori».

Abbandonando l’idea di costruire società migliori ci ritroviamo a vivere con meno giustizia, sanità, educazione, sicurezza e cultura. Cosa possiamo fare?

«Resistere, anche se è difficile resistere. E fare di questo atteggiamento la pietra angola re della nuova etica di cui la vita ha bisogno. Come vedi la situazione in Cile, pensando alle elezioni presidenziali di novembre e al difficile momento storico-politico dell’America Latina? In Cile c’è un panorama abbastanza coerente con una esperienza politica che si è esaurita. Nel 1990 si recuperò la normalità democratica, ma come disse il primo presidente post dittatura, quella cilena sarebbe stata, e lo è ancora, una democrazia “entro i limiti del possibile”.

«Quali siano questi limiti è molto chiaro: il modello economico neoliberista imposto dalla dittatura civico-militare è intoccabile, così come lo è la Costituzione che lo garantisce. Le forze politiche che presero in carico i successivi governi, una coalizione di “centro sinistra” e la destra tradizionale “pinochetista”, si unirono in un profilo unico di amministratori del sistema ereditato dalla dittatura dando continuità al modello economico neoliberista imposto dal 1973 in poi. Allo stesso tempo ci sono state alcune conquiste nel campo dei diritti umani, sono stati celebrati processi e comminate condanne ai militari criminali della dittatura, ma senza toccare mai nessun civile, responsabile tanto quanto gli aguzzini in divisa. Le politiche dei governi post dittatura hanno frustrato qualsiasi speranza di cambiamento generando delusione, abulia, fatalismo e rassegnazione.

«Alla intoccabilità del sistema, che ha fatto del Cile il Paese con la maggiore crescita economica e al contempo il più socialmente diseguale dell’America Latina, si è aggiunta la corruzione di quasi tutta la classe politica al governo. Che ha ceduto a ricatti sistematici, anche quotidiani, per legiferare nella direzione di una crescente perdita di potere dello Stato e di un sempre maggiore concentramento della ricchezza in poche mani. Bisogna ricordare che il Cile è l’unico paese al mondo che ha privatizzato tutta l’acqua. Ogni singola goccia dei fiumi, dei laghi, e anche i ghiacciai delle Ande. Come se non bastasse il governo cileno ha privatizzato anche il mare, consegnando lo sfruttamento senza controllo delle risorse marine a sette gruppi economici. Fino a dieci anni fa nessuno si è opposto a questa deriva. Poi gli studenti hanno iniziato a reagire mettendo in discussione il funzionamento del sistema. Oggi alcuni dirigenti della rivolta studentesca sono parlamentari e stanno dimostrando che è possibile fare politica senza essere corrotti. Poggia su di loro l’unica possibilità di cambiamento».

Durante la dittatura di Pinochet ti è stata tolta la tua cittadinanza naturale. Ora, dopo oltre 30 anni, l’hai recuperata. Cosa hai provato nel ricevere la notizia della restituzione?

«Mi tolsero la cittadinanza cilena nel 1986. Io ero in esilio in Germania, ad Amburgo, e da lì partecipavo alle attività della resistenza. Collaboravo soprattutto con Analisis, un settimanale informativo che diventò il bastione della lotta contro la dittatura e che per questo pagò un caro prezzo, come l’uccisione di Pepe Carrasco, editore internazionale del giornale. Un giorno il dittatore emise uno dei suoi “decreti transitori” e tolse la nazionalità a 86 cileni in esilio, me compreso. Mi è stata restituita meno di due mesi fa. Come ho reagito? Con un po’ di allegria perché si riparava una ingiustizia e allo stesso tempo con tristezza perché molti dei miei compagni condannati alla condizione di apolide, nel frattempo sono morti.

«Mi sarebbe piaciuto festeggiare con un uomo molto degno, il generale dell’aviazione Sergio Poblete, un ufficiale integro che fu torturato dai propri compagni d’armi. Ricordo che dal suo esilio in Belgio cominciava qualsiasi intervento e azione di solidarietà con il Cile dicendo: “Mi chiamo Sergio Poblete, sono generale della Repubblica del Cile e socialista”. Mi sarebbe piaciuto celebrarlo con lui, ma è morto senza mai chiedere né implorare che gli fosse restituito il diritto alla sua nazionalità. Quanto a me, sono stato contento ma non ho espresso il minimo ringraziamento, perché non si dice grazie al ladro che ci ha restituito ciò che ci aveva rubato».

«I suoi reportage mostrano come è cambiata l’Europa di mezzo. Così, anche in questo piccolo racconto, lo scrittore parte dai Carpazi in Polonia per ricordare come, dall’Ucraina alla Slovenia, la geografia dei luoghi abbandonati ci aiuta a capire la storia».

la Repubblica Robinson, 2 luglio 2017 (c.m.c.)

Beskid Niski. Così si chiamano in polacco i Piccoli Beschidi, la diramazione dei Carpazi che si trova nella Polonia sudorientale. Fino alla Prima guerra mondiale questi territori erano appartenuti alla Galizia, terra della Corona austriaca. Una zona scarsamente popolata, con paesini e villaggi isolati. Prima c’erano più insediamenti umani qui, molti sono scomparsi nel ventesimo secolo. Per esempio Czarne, paese un tempo pittorescamente inserito in una valle attraversata da un fiumiciattolo che porta lo stesso nome.

Fino alla Seconda guerra mondiale vi avevano abitato circa trecentotrenta lemchi, che facevano parte di una popolazione rutena di lingua ucraina, quattro polacchi e un ebreo, che nel villaggio aveva una piccola bottega, collegata a un’osteria in cui si beveva perlopiù acquavite. I lemchi di Czarne appartenevano alla fede ortodossa, i polacchi, come è giusto che sia, erano cattolici, e l’ebreo era devoto, ma non un chassid. La chiesa tutta di legno, presumibilmente costruita nel 1789, era dedicata a San Dymitri. Nel 1934, un po’ fuori dal paese, fu eretto un obelisco di pietra in memoria del Santo Maksym Sandowycz: un prete ortodosso che nel 1914, poco dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, era stato fucilato dagli austriaci perché pareva che avesse simpatizzato per i nemici russi e che li avesse sostenuti attivamente.

Il paese di Czarne non esiste più. È scomparso. Con tutte le sue case, gli stallaggi e la chiesa a San Dymitri. Un solco appena percepibile nell’erba accenna il corso della via che una volta attraversava il paese. Soltanto due capanne disabitate e qualche pietra tombale dell’antico cimitero, ricoperte di erba alta e squarciate dalle radici, ricordano che qui vissero delle persone.
Anche l’obelisco a San Maksym Sandowycz è ancora in piedi, testimone solitario di un precedente insediamento in un paesaggio svuotato. La gran parte degli abitanti di Czarne fu trasferita nel 1945, dopo la fine della guerra, nell’Ucraina sovietica, molti contro la propria volontà.

Nel 1947 i restanti membri della minoranza etnica furono infine portati forzosamente dalle autorità polacche nei territori dai quali in precedenza erano stati espulsi gli abitanti tedeschi. Cose simili accaddero in molti altri paesi dei Piccoli Beschidi e dei confinanti Bieszczady, dove i membri della minoranza rutena si erano da sempre sentiti altrettanto a casa. Ormai molti lemchi hanno fatto ritorno nella loro terra, ma numerosi paesi erano irrecuperabilmente perduti, le case rase al suolo o distrutte dalle fiamme, al pari delle chiese. È così che si compie la pulizia etnica.

Czarne, Lipna, Radocyna, Wyszowatka, Rozstajne, Nieznajowa, ?ydowska, D?ugie — su una mappa dettagliata dei territori sono indicati i paesi che non esistono più. Il paese scomparso di Czarne dà il nome alla mia casa editrice polacca, Wydawnictwo Czarne, diretta da Monika Sznajderman e dal marito, il famoso autore polacco Andrzej Stasiuk.

Abitano in un paesino non distante da Czarne.
Hanno cura di preservare capitelli votivi, cappelle e pietre tombali in cui talvolta ci si può imbattere ben lontano da un qualsiasi insediamento umano.
Equipaggiato con gli schizzi e i consigli di Andrzej, qualche anno fa mi sono avventurato per i Beschidi alla ricerca dei paesi scomparsi. Colline fittamente imboschite, piccoli ruscelli e fiumi fiancheggiati da alberi e cespugli, vasti prati con l’erba che arrivava ai fianchi, non tagliata da nessuno, non brucata da nessun animale produttivo. All’improvviso, in mezzo a un prato mi sono trovato davanti, come fantasmi neri, dei vecchi alberi da frutto nodosi, arsi per metà, prugne, mele, pere, segno inequivocabile che lì una volta doveva esserci stato un paese. Dopo aver cercato per un po’, scoprii nell’erba alta delle pietre accatastate, evidentemente resti di fondamenta, i relitti di un’abitazione di cui non rimaneva nient’altro.
Un tempo le case venivano costruite tutte in legno, solo le fondamenta erano fatte in pietra.

Il legno è marcio e deteriorato, è stato roso e divorato dagli insetti, molte volte le case venivano anche incendiate; a coprire il poco che rimaneva ci ha pensato la natura. Si è ripresa senza pietà ciò che un tempo le persone le avevano strappato con il loro duro lavoro.

Questo ha anche i suoi lati positivi. Così, il verde rigoglioso copre benevolo le tracce della distruzione a opera delle persone, le rovine degli incendi e i mucchi di assi che erano rimasti delle capanne demolite.
In un affossamento c’era dell’acqua, così coperta di lenticchie d’acqua che di primo acchito non mi sono accorto della sua presenza e per poco non ci sono finito dentro. Lo stagno del paese? Su una morbida cupola si era presumibilmente trovata la chiesa. Nelle vicinanze sono inciampato nell’erba infeltrita su alcune pietre tombali, per metà immerse nella terra, le scritte sgretolate fino a essere illeggibili. Non sapevo in quale dei paesi scomparsi fossi, a Lipna, a Radocyna?

Soltanto le pietre e i vecchi alberi da frutto testimoniano dell’insediamento di un tempo, sono robusti e resistono all’impeto della natura selvaggia. Gli orti e i fiori curati meticolosamente, di cui le donne andavano così orgogliose, sono anch’essi scomparsi come le case e le persone.

Pomodori, cetrioli, fagioli e cipolle, ma soprattutto i fiori coltivati sono fragili e passeggeri, non sono all’altezza degli inverni rigidi; le patate, più resistenti, sono state dissotterrate e mangiate dagli animali selvatici, cervi, orsi e cinghiali. Su un melo dai frutti piccoli e dolci ho scoperto graffi profondi incisi da poco, e un po’ più su dei rami spezzati. Un orso si era arrampicato per prendersi le mele.

Mentre ero nel paese scomparso nelle diramazioni dei Carpazi, pensavo a immagini molto simili che avevo visto anni prima centinaia di chilometri più a sud, nel Ko?evski Rog, nella Gottschee, in Slovenia, dove mio nonno possedeva un casino di caccia. Anche nella Gottschee, un’ex isola linguistica tedesca, ci sono numerosi paesi scomparsi, i cui abitanti furono trasferiti ed espulsi durante la Seconda guerra mondiale.

Trasferimenti, deportazioni ed espulsioni passano come un filo rosso maligno attraverso la Storia del ventesimo secolo, e spesso non sono solo le persone a essere scomparse senza lasciare traccia, ma anche le loro abitazioni e le vie e le strade che le collegavano. I paesi scomparsi sono anche nella Selva Boema, in Repubblica Ceca, sul confine con l’Austria, e in altre regioni europee, in Bielorussia, in Ucraina, in Bosnia, solo per citarne alcune. Sulle mappe di un tempo i paesi sono ancora indicati, e continuano a esistere anche nei ricordi dei vecchi abitanti e dei loro discendenti, a volte anche nella letteratura, ma con gli anni i ricordi sbiadiscono, perdono significato, fino a non suscitare più sentimenti né emozioni. E allora rimane soltanto il paesaggio, apparentemente inviolato e inavvicinabile. Solitario e bello.

Traduzione di Melissa Maggioni di un brano tratto dal libro Galiziadi Martin Pollack (Keller, traduzione di Fabio Cremonesi)

il manifesto, 29 giugno 2017 (p.d.)

Jordan Belfort, protagonista del Lupo di Wall Street di Martin Scorsese, ha l’obiettivo arricchirsi attraverso la truffa e il raggiro. È un accumulatore di denaro e un eccesso vivente; consuma droghe così come fa strage di piccoli risparmiatori creduloni. All’opposto Daniel Blake, protagonista dell’omonimo film di Ken Loach, è un operaio sessantenne non digitalizzato. Ha perso il lavoro ed è costretto ad adattarsi, inutilmente, alla logica totalitaria della valutazione imposta dalle agenzie delle “politiche attive”. Belfort è il capitalista selvaggio in una società passata dal lavoro salariato al lavoro della prestazione. Blake è l’uomo vulnerabile che resiste in una società dove il welfare state non corrisponde più al compromesso tra capitale e lavoro. Il primo incarna la pulsione di morte del capitale finanziario fino all’auto-distruzione. Il secondo difende la condizione di “cittadino” e muore di infarto prima di un’udienza che avrebbe riconosciuto i suoi diritti.
Belfort e Blake sono le polarità opposte della cupa società della prestazione in cui viviamo. La formula, efficace, è il titolo di un libro, scritto a quattro mani, da Federico Chicchi e Anna Simone (, collana Fondamenti, pp. 205, 12 euro) dove si racconta la fine del soggetto produttivo – e il lutto che questo comporta a sinistra e a destra – e la nascita di un soggetto prestazionale che sviluppa il “capitale umano” sul mercato. Nella società della prestazione la vita è assoggettata all’imperativo della concorrenza. La sua regola è: diventare imprenditori di se stessi. Questo “soggetto-impresa” è l’incarnazione di un nuovo modello di umanità basata sulla responsabilità diretta dell’iniziativa privata. La sua vita consiste nell’accumulazione di un “capitale” umano, sociale e relazionale nella disperata ricerca di reputazione, di credito e di reddito. Chi resta estraneo al culto della performance è escluso sino a morirne, come Daniel Blake. Chi, come Jordan Belfort, è al centro di questo sistema, mette in scena il delirio di onnipotenza di un Io tirannico che incarna l’idea di impresa.
Il modello neoliberale della società della prestazione è strutturato a tutti i livelli. Le politiche pubbliche sono gestite attraverso la contrattualizzazione, la managerializzazione e la concorrenza. È la Governance without government, un modo di governare senza rappresentanza che riduce la politica a tecnica e lo stato di diritto costituzionale a un mercato. La vita è gestita con i manuali del management aziendale e aumenta il potenziale prestazionale dei gruppi, delle reti e dei singoli cittadini. Questo è il pane quotidiano di chi frequenta, o lavora, nelle scuole e nelle università dove le istituzioni formano soggettività flessibili conformi a un “quasi-mercato” regolato attraverso sistemi della valutazione e meccanismi premiali. Ed è la normalità per chi si affaccia nel privato dove il management del sé persegue lo stesso obiettivo: auto-motivazione, flessibilità, responsabilità e creazione di un “portafoglio delle competenze”.
In questa cornice l’essere umano è spogliato dalla sua identità sociale ed è trasformato in un imprenditore che accumula un capitale costituito dalla somma delle sue “soft skills”. Le relazioni sono trasformate in transazioni commerciali dove il capitale è trasferito da un vissuto meno redditizio a uno più redditizio anche in termini simbolici e affettivi.
Sono i caposaldi di un’antropologia neoliberale fondata sul “paradosso dell’autonomia”. Prima autonomia significava meno costrizioni e più libertà politica, oggi significa l’opposto: auto-sfruttamento nel nome dell’auto-affermazione di sé sul mercato. Nella società dell’Io – l’“Io-crazia” – l’azione coincide con la sanzione, l’evocazione di una potenza con l’interiorizzazione dell’impotenza. Si spiega così la diffusione della depressione, il lato oscuro dell’iperattivismo della società della prestazione. Il doppio vincolo tra performance e depressione blocca ogni possibile individuazione alternativa. Questo è il problema dell’“etopolitica” contemporanea dove il concetto di “riforma” coincide con “repressione”, l’evocazione di una libertà con il rafforzamento dell’isolamento.
Il libro di Chicchi e Simone formula una teoria della liberazione basata sul reddito di base, una misura che permette ai soggetti vulnerabili di allontanare il ricatto del lavoro povero e precario; sul desiderio come rigenerazione e cura del sé e degli altri; sull’arte che libera il soggetto dalla miseria prestazionale e lo spinge verso “l’invenzione sociale” di un soggetto capace di sfidare l’imprevisto divenendo esso stesso imprevisto.
Resta il problema di come si affermi un “desiderio dissidente” che non sia, di nuovo e ancora, catturato dall’inesausta affermazione del sé imprenditoriale. “Non conta la meta o l’oggetto del desiderio – ha scritto lo psicoanalista Elvio Fachinelli – ma lo stato del desiderio”. Questo stato va tenuto aperto per differenziare il già saputo (sentire) dall’ancora da sapere (da vivere), altrimenti il desiderio muore insieme al possibile. È la premessa per un nuovo agire politico dell’autonomia a cui sono state sottratte persino le parole. La società della prestazione si combatte con una “via etica dell’umano”, sostengono gli autori. Una scommessa contro l’epoca del disincanto, dell’egolatria e del risentimento.

Dio denaroTraduzione di Norberto Bobbio, introduzione di Luciano Canfora. I disegni di Maguma sembrano il cortometraggio di un bestiario medievale. la Repubblica, 27 giugno 2017

Karl Marx, Dio denaro, ed. Gallucci, con disegni di Maguma, trad. di Norberto Bobbio, introduzione di Luciano Canfora

Comunicazione agli asili: non lasciatevi illudere dal formato delle pagine e dalle immagini coloratissime, perché questo - sebbene travestito da libro per bambini - era e rimane un pericoloso libello dell’infantivoro Karl Marx. Altro che favole della buonanotte. Qui si dà forma scritta all’idea malsana che da oltre un secolo e mezzo turba il sonno ai piani alti del capitale, e cioè che il denaro - creato dagli uomini - ha finito per umiliare gli uomini stessi, facendone un’infinita distesa di schiavi disposti a tutto in nome del codice Iban.

Il denaro insomma sarebbe la radice del male, come d’altronde avevano già detto certi marxisti della prima ora come san Paolo nella Lettera a Timoteo. Ma siccome ogni teoria nasce da un nucleo essenziale, varrebbe la pena di leggersi il curioso libro edito da Gallucci, dov’è espresso in fondo il cuore inalterato e potente di quella proliferazione di tomi e di trattati che ha fatto da struttura dottrinaria al socialismo. Scordatevi tutto quello che è seguito, dai bolscevichi alla Bolognina: qui c’è solo un signore di nome Karl che riflette sul denaro. E lo fa in modo folgorante, inducendoci a un paio di intuizioni sul perché abbia ancora senso nel 2017 proporre all’attenzione dei lettori il barbuto orco di Treviri.

Intanto lode sia a chi si è inventato di stampare in questo spiazzante formato le più caustiche parole del vecchio Karl, tratte dai celebri Manoscritti del 1844, e qui inserite a piè di pagina sotto un tripudio di grafica neoespressionista, efficacissima, a firma dell’artista iberico Maguma. E qualcosa già si potrebbe dire sulla fruizione che la trovata ingenera: le parole di Marx (qui tradotte da Norberto Bobbio) scorrono come un commento in voice- over sui fotogrammi di una pellicola. Ed è un cortometraggio visionario, da bestiario duecentesco, in cui un osceno caravanserraglio di ominidi deformi - ora con fattezze da suini, ora trasformati in salvadanaio - sembra ritratto nel VII canto dell’Inferno a spingere macigni o fra pozzanghere d’inchiostro dorato che come metastasi si spartiscono la carta.

Trovo sia un’intuizione folgorante: il libro contiene macchie di luce, e quelle macchie - le uniche a brillare dalla carta opaca - sono per l’appunto i soldi.

E allora ti chiedi: è vero che il denaro oggi è luce? È una domanda chiave, direi, in un tempo come il nostro in cui un uomo dai capelli dorati (non a caso) si è seduto nello studio ovale grazie a slogan come «I poveri sono degli idioti: se sei ricco è la prova che vali». Mi si dirà, a parziale scusante, che il signor Trump è un presbiteriano, e che Max Weber scrisse in abbondanza su cos’è il profitto per i calvinisti. Certo. Ma vorrà pur dir qualcosa se oggi la malattia dell’oro si è fatta talmente endemica che le masse dei diseredati (quelle che un tempo il capitalismo lo avversavano) si sono piegate loro stesse, supine, all’idolatria del lusso tributando ai plutocrati non solo stima e ammirazione, ma perfino il voto.

Luciano Canfora scrive qualcosa di prezioso a questo riguardo nell’introduzione al libro. Io mi limito a registrare che ricchezza non è più solo sinonimo di potere ma di consenso, e stare ai primi posti nella classifica di Forbes costituisce un passepartout per farsi eleggere a difendere l’altrui interesse. Pensate a Paperon dei Paperoni: nasce dalla matita di Carl Barks nel 1947 ed è il paradigma dell’americano arricchito, immigrato come i Lehman (loro dalla Baviera, lui dalla Scozia).

Ebbene, Scrooge - questo il suo nome, a modello dell’avido Dickens - vive la sua ricchezza come un patrimonio solo suo, claustrofobico e precluso al mondo esterno, al punto che uno dei leit-motiv è la sua rancorosa solitudine nel mare d’odio che lo circonda (nel 1974 l’economista Richard Easterlin formulò il paradosso sull’infelicità degli abbienti, traducendo in numeri quel che Molière aveva tratteggiato nell’Avaro). Ebbene, oggi, Paperone sarebbe invece amatissimo: ostenterebbe il suo capitale sulle copertine dei rotocalchi, e dal resort di Mar-a-Lago, fra leoni laccati d’oro, chiederebbe il voto fra Paper-Melania e Paper-Ivanka.

Cos’è mai accaduto nel frattempo di così squassante? Mille le ipotesi. Ne tento una. Ho detto che le parole di Marx sono del 1844, ovvero dello stesso anno in cui il telegrafo faceva il suo debutto fra Baltimora e Washington: è un po’ come dire che, mentre il primo socialista formulava la sua critica al capitale, la culla del capitalismo intuiva nella comunicazione lo spietato strumento per diffondere il suo vangelo. Da quello stitico messaggio in codice Morse siamo approdati all’era dei social e del trading- online, ed è indubbio che la rete di interconnessione planetaria sia una portentosa macchina commerciale, fatta per «procurare a un altro uomo un nuovo bisogno» (Marx scripsit), e così alimentare l’apoteosi del denaro.

Tutto è afferrabile nel grande bazar online e quell’onnipresente tasto “Comprami subito” sembra fatto per risarcire ogni frustrato dalle sue miserie, regalandogli la scarica di dopamina che scatta a ogni nuovo possesso, e che faceva sorgere in Marx il terrore di una società basata moralmente su una dipendenza. Intanto, oltre un secolo dopo che miss Elizabeth Magie si inventò Monopoly, la casa di giocattoli Hasbro ha lanciato una versione per bambini: l’idea è farli divertire - riferisco testualmente - facendogli «guadagnare un bel gruzzolo». Chissà se accanto alle caselle «Paga le tasse» e «Finisci in prigione» è stata aggiunta «Diventa Presidente »: il buon baby-capitalista dovrebbe metterlo in conto.

«La natura fluida della realtà post-moderna presuppone l’accettazione di una pluralità di linguaggi meta-comunicativi che agiscono simultaneamente». Un estratto da "Riti urbani, Spazi di rappresentazione sociale".

che-fare.com, online, 14 giugno 2017 (c.m.c.)

Francesco Lenzini, Riti urbani Spazi di rappresentazione sociale (Quodlibet) 2017, pp. 144

Nella società individualizzata il bisogno insopprimibile di socialità connaturato alla natura umana si concretizza in nuove forme di aggregazione transitorie il cui scopo è quello di neutralizzare il disagio intrinseco alla condizione di isolamento. Emergono così le cosiddette comunità esplosive, che trovano nell’intensità esperienziale di un evento catalizzante il loro motivo di coesione. Questo evento catalizzante – sia esso il concerto rock, il flash mob, o l’apparizione del personaggio mediatico – diviene il fulcro di un collettivo sovra locale, che spesso si costituisce via etere prima ancora che concretamente.

Si tratta di forme di raggruppamento temporanee che raccolgono individui provenienti da diversi contesti geografici, culturali, etnici, religiosi ecc. Benché nel giudizio di alcuni sociologi queste comunità esplosive disperdano anziché condensare l’energia dei potenziali impulsi socializzanti, esse detengono un peso notevole nella costruzione di un immaginario collettivo globalizzato.

Del resto la transitorietà entro la quale queste esperienze di socialità si svolgono non corrisponde necessariamente ad una connotazione spregiativa della qualità dei rapporti interpersonali che vengono ad istituirsi. Pur trattandosi di aggregazioni provvisorie, come osserva Michel Maffesoli, queste condensazioni possono infatti innescare processi di forte compartecipazione emotiva.

«Cambiando il proprio costume di scena, secondo i suoi gusti (sessuali, culturali, amicali) ciascuno prende parte ogni giorno ai diversi giochi del theatrum mundi». Attraverso un’antropologia della performance le pratiche delle comunità esplosive riportano lo spazio pubblico ad una dimensione teatrale, in cui gli individui si muovono seguendo sequenze di gesti ritualizzati. Lo svolgimento di questi eventi si struttura secondo patterns consolidati che consentono l’interazione regolata dei partecipanti, veicolandone al contempo le reazioni emotive.

Questa formalizzazione dei comportamenti si riflette nella conformazione e nell’attrezzatura dello spazio pubblico secondo regole grammaticali comuni. Il processo di spettacolarizzazione della realtà si riflette nella crescente offerta di spazi consoni ad eventi di massa temporanei: il progetto dello spazio pubblico perde così progressivamente quelle caratteristiche di domesticità legate agli usi delle collettività locali per assecondare queste nuove forme di ritualità sempre più globalizzate.

Un numero sempre crescente di interventi si risolve nella materializzazione di grandi arene accomunabili per dimensione, geometria, orientamento, sostanziale assenza di elementi di frazionamento dello spazio e presenza di specifici complementi di arredo. In progetti quali ad esempio l’Oval Basin a Cardiff, Theatre Square a Martin, Smithfield a Dublino, Custom Square a Belfast ritroviamo tutte queste caratteristiche, che ci consentono di identificare una determinata tipologia spaziale legata ad una precisa destinazione funzionale.

In questi esempi analoghi colpisce la rilevanza dei sistemi di illuminazione, dimensionati e connotati per veicolare l’immagine di un luogo altamente spettacolare, contribuendo in modo determinante a definirne i margini. La reciprocità tra lo svolgersi di queste manifestazioni collettive e la conformazione dello spazio ci riporta così ad una tematizzazione dello spazio che possiamo a sua volta ricondurre a differenti ritualità urbane. In queste pratiche, fondate sull’estemporaneità, l’evento è vissuto come esperienza identitaria consentendo di mettere in scena una nuova rappresentazione sociale.

Gli spazi delle comunità esplosive, in costante attesa della prossima performance ci colpiscono tuttavia per l’inospitalità nel quotidiano, rientrando in definitiva nella categoria degli spazi «emici». Essi contribuiscono alla progressiva costruzione di un panorama omologato, che nondimeno costituisce un habitat naturale per l’uomo metropolitano contemporaneo. Le comunità esplosive non rappresentano certo l’unica forma di aggregazione derivata dai processi di de-strutturazione della società tradizionale. La post-modernità è costellata anche dalla presenza simultanea di micro-gruppi, il cui fine ultimo è quello di manifestare la propria socialità.

Ciò avviene attraverso il reciproco riconoscimento di canoni comportamentali in grado di identificarli come «banda a parte». Michel Maffesoli le riconduce analogamente alle tribù. Queste forme di neo-tribalismo sono basate su sistemi orizzontali che alludono alla fratellanza. Esse adottano codici comportamentali fondati su una vasta gamma di forme espressive: dal linguaggio all’abbigliamento, dalle abitudini linguistiche ai gusti musicali.

Anche in questo caso, queste convenzionalità sono riconosciute ad una scala sovralocale, muovendosi trasversalmente a sessi, etnie, geografie. Questi codici costituiscono il corrispettivo di una maschera che, coerentemente al pensiero di Georg Simmel, integra l’individuo in un quadro d’insieme rendendolo complice di un destino condiviso. Dai biker agli skater, dai punk ai clochard, questi gruppi condensano localmente tipi umani che si riconoscono globalmente. Essi sono, in altri termini espressione di una società glocale in quanto frammenti di un ideale comunitario “a parte”.

La presenza di queste comunità tribali si manifesta in forma evidente attraverso una occupazione contingente dello spazio pubblico. Raramente questa arriva a concretizzarsi materialmente in una tematizzazione. Si tratta perlopiù di prese di possesso non convenzionali di luoghi (e attrezzature) altrimenti pensati, organizzati e normati. Le pratiche neo-tribali, analogamente alle tattiche indicate da De Certeau, costituiscono spesso una forma di appropriazione o riappropriazione alternativa a quelle «istituzionalizzate».

Dai podisti che occupano le carreggiate delle strade correndo, agli artisti di strada che fanno dei marciapiedi luoghi di produzione e compravendita, fino ai clochard che vivono all’aperto utilizzando gli elementi di arredo urbano per trovare riparo. Queste “prese di possesso” rivelano ancora oggi la natura eminentemente conflittuale dello spazio pubblico. Essa si manifesta attraverso azioni diversificate in misura più o meno esplicita: dalla clandestinità all’aperto contrasto.

Tuttavia nell’indeterminatezza dei programmi politici sugli spazi pubblici e nella progressiva disgregazione dei modelli tradizionali di collettività sociale, queste pratiche alternative si vanno silenziosamente affermando quali nuovi usi convenzionali. E possiamo ancora una volta trovarne riscontro concreto nell’ambiente materiale, prendendo in esame alcuni progetti di interni urbani contemporanei.

Rileviamo così un nuovo fenomeno emergente: alcuni complementi di conformazione e arredo dello spazio legati a specifiche attività di comunità tribali stanno progressivamente divenendo elementi ricorrenti nell’organizzazione dello spazio pubblico. Esemplificativa in tal senso è la sempre più frequente presenza delle attrezzature caratteristiche della «tribù» degli skater: rampe, scivoli, piani inclinati o controcurvati. Nato in California intorno agli anni Cinquanta lo skateboarding si è progressivamente diffuso in tutto il mondo divenendo il fulcro di una cultura metropolitana.

Questa cultura comprende un complesso sistema di codici espressivo-comunicativi che spaziano dal linguaggio alla musica, dal look alla tecnica di evoluzione. La pratica dello skateboarding nello spazio pubblico è stata fin dal principio oggetto di molte controversie. Essa è ancora oggi ritenuta potenzialmente dannosa per l’incolumità di persone ed arredi urbani. In alcune nazioni lo skateboarding è addirittura oggetto di regolamentazione a norma di legge al fine di evitare situazioni di potenziale disagio.

Gli skate-park nascono con l’intenzionalità di circoscrivere questa pratica in ambiti ad esso dedicati. Qui vengono simulate comuni situazioni urbane in cui vengono poste rampe e scivoli per consentire un maggior numero di evoluzioni. Posti in periferia, spesso addirittura recintati, gli skate-park sono stati per lungo tempo oggetto della diffidenza di molti, in quanto espressione di quella che veniva considerata una «sottocultura» sovversiva.

Nella post-modernità contemporanea assistiamo viceversa ad un riscatto di questa, come di altre, comunità tribali che forniscono un appiglio nel vuoto di socialità venutosi a creare. Alla luce di questo riscatto lo skateboarding diviene una pratica di interazione con lo spazio che travalica i vincolanti confini dell’ambito dedicato (e recintato) per espandersi progressivamente nella città. In molti esempi quali Micropolis a Helsinki o A8ernA a Zaanstad questa estensione si concretizza tramutando aree degradate o sottoutilizzate in skate-park.

In altri casi le attrezzature specifiche dello skateboarding operano una presa di possesso dello spazio pubblico senza necessariamente vincolarlo a questa sola pratica. In progetti come Ursulinenplain a Bruxelles e Westblaak a Rotterdam le rampe, gli scivoli, i piani inclinati finiscono in- fatti per trascendere dalla loro specifica funzione per generare quello spazio stimolante che si alimenta di elementi ludici performativi.

Può costituire un esempio limite il caso del progetto della nuova piazza di Thermi nell’hinterland metropolitano di Salonicco dove l’intero invaso non solo si deforma divenendo esso stesso rampa e piano inclinato ma accoglie una pluralità di elementi spettacolari e dissonanti. La presenza di fontane, luci colorate, superfici matericamente molto differenti tra loro, agisce in sinergia con l’anamorfosi del piano di calpestio. In generale l’ibridazione delle forme e dei mezzi che le pratiche neo-tribali introducono nello spazio pubblico è indicativa di una progressiva affermazione di codici semantici condivisi.

Il loro rendersi convenzionali e offrirsi come elementi grammaticali per un nuovo processo di tematizzazione deve far riflettere circa il loro reale contributo nella costruzione di un mondo intelligibile. O meglio di mondi intelligibili.

La natura fluida della realtà post-moderna presuppone l’accettazione di una pluralità di linguaggi meta-comunicativi che agiscono simultaneamente.

La tensione del mondo glocalizzato produce infatti una molteplicità di discorsi, codici e pratiche. Ciò non significa necessariamente che essi non siano ugualmente riconoscibili e comprensibili.
In questo senso i processi di tematizzazione sottesi alle pratiche contemporanee costituiscono un buon esempio. Essi si pongono nella città come neologismi, prodotti di un confronto sempre più vasto e complesso.

«Sarebbe più esatto definirli cosmopoliti, avevano profondo rispetto per gli altri I loro interlocutori erano ebrei, buddisti e cristiani, erano eretici, ma nessuno li mandò al rogo».

la Repubblica, 12 giugno 2017 (c.m.c.)
Frederick Starr, L’illuminismo perduto.L’età d’oro dell’Asia centrale dalla conquista araba a Tamerlano. tr. L. Giacone, Einaudi, pagg. 676.

Due giovani intrecciano una fitta corrispondenza a molte centinaia di chilometri di distanza. Si scambiano opinioni e scoperte scientifiche. Si pongono interrogativi profondi su come è fatto il mondo, su come tutto è incominciato e come andrà a finire. Lo fanno mille anni fa. E con una libertà che da noi non si sarebbe vista per molti secoli ancora. L’uno ha 28 anni. Sa già di tutto. È un geografo, un geologo, un fisico, un matematico, un astronomo, un filosofo. È studioso di religioni comparate, di psicologia, persino musicista. Si chiama Al-Biruni, vive e lavora in quel che oggi è il nord dall’Afghanistan. L’altro, poco più che ventenne, si chiama Ibn-Sina (conosciuto anche come Avicenna). Nato in Khorasan, che oggi sarebbe Iran, al confine con l’Afghanistan, studia a Bukhara, che oggi è in Uzbekistan, si sposta a Gurganj, e infine a Isfahan, in Persia.

La chiamavano “Terra delle Mille città”. Alcune erano allora più grandi e popolose di Parigi, Roma, Pechino o Delhi. Lui si trasferiva da una all’altra, offrendo le sue conoscenze e anche consigli politici (come capitò ad altri geni, ascoltati o inascoltati: da Confucio, a Dante, a Machiavelli). La sua opera più famosa è il ponderoso Canone di medicina, sulla cui traduzione latina è praticamente fondata tutta la nostra medicina. Nella corrispondenza col suo amico espone una teoria dell’evoluzione. Quasi dieci secoli prima di Darwin. I due avevano addirittura postulato l’esistenza in un punto imprecisato tra Atlantico e Pacifico di un continente ancora sconosciuto. Insomma erano arrivati in America 500 anni prima di Colombo, senza neanche mettersi in viaggio, in base a calcoli astronomici.

Fenomeni. Ma non isolati. Ci fu un momento in cui l’Asia Centrale profonda pullulava di menti geniali e poliedriche. Mezzo millennio prima del miracolo del Rinascimento, dei Leonardo, dei Michelangelo e dei Galileo. Una folla di geni: da al-Khwarizmi, che avrebbe dato il nome al termine “Algoritmo”, e che scoprì le orbite ellittiche dei pianeti attorno al Sole, secoli prima di Keplero, agli astronomi di Samarcanda che misurarono l’anno siderale con maggiore accuratezza di quanto poi fece Copernico, e l’inclinazione dell’asse della Terra con precisione pari a quella di oggi. Eccellevano nella scienze come in poesia. Di Omar Khayyam si conoscono le quartine in cui cantava la vita, l’amore, il vino, l’umanità.

Meno si sa che era anche un grande matematico. Fu tra i primi ad accettare i numeri irrazionali e a classificare i 14 tipi di equazioni di terzo grado. Gli viene attribuita persino una teoria delle parallele che prefigura le geometrie non euclidee di Lobacevskij e Riemann, quelle che sarebbero servite ad Einstein per inquadrare le relatività e la “curvatura dell’Universo”. Passano per arabi. È vero, scrivevano in persiano e in arabo (che per un’epoca fu la lingua per eccellenza del pensiero e dei dotti). Ma non erano arabi. Sarebbe più esatto definirli cosmopoliti. Si professavano islamici come gli arabi. Ma in comune con gli arabi di El-Andalus avevano soprattutto tolleranza e rispetto per gli altri. I loro interlocutori erano ebrei, indù, buddisti e cristiani. Si trovavano più a loro agio a discutere con uomini di studio di una religione diversa, piuttosto che con i contrapposti fanatismi in seno alla propria. Erano a modo loro eretici. Anche se nessuno li mandò al rogo, come sarebbe successo invece secoli dopo ai loro colleghi europei. Le corti dei Califfi, gli Imperatori della Cina, e poi i Khan mongoli, si sarebbero contesi studiosi ed esperti appartenenti alle molte e diverse scuole dell’Asia centrale. Formavano una comunità, anzi una “rete liquida” che scambia informazioni e saperi, insomma anticipavano Internet.

Ibn Sina e Al Biruni sono solo i più famosi in mezzo ad una galleria sterminata di personaggi, scoperte, risultati scientifici, opere di ingegno, storie e aneddoti che affollano un bel libro di Frederick Starr, ora tradotto da Einaudi. Si intitola L’illuminismo perduto.

Sottotitolo: L’età d’oro dell’Asia Centrale dalla conquista araba a Tamerlano. È quasi un’enciclopedia: 700 pagine. L’autore è uno studioso serio e molto brillante, che aveva iniziato la sua carriera come archeologo in Turchia e in Persia. Insegna alla Johns Hopkins, ha presieduto l’Aspen Institute, è uno dei massimi esperti mondiali di Asia Centrale. Al pari dei suoi soggetti di studio, coltiva interessi poliedrici. È anche un musicista e ha scritto una strepitosa storia del jazz in Unione sovietica.

L’illuminismo nel titolo si riferisce a un’altra specialità in cui gli intellettuali dell’Asia Centrale eccellevano a cavallo tra il primo e il secondo millennio: la compilazione di grandi compendi dello scibile umano, anticipando Diderot e gli encyclopédistes nel secolo dei Lumi. La loro produzione rivaleggiava in quantità con i libri sacri dell’India e gli annali della Cina, superava l’analoga produzione europea nel Medioevo. Ma è andata in gran parte perduta. Delle 180 opere di Al Biruni ne restano 22, di cui gran parte ancora inedite, di Ibn Sina ne sopravvivono circa 200 su 400. Ibn Sina e Al Biruni li avevo incontrati, se così si può dire, per la prima volta in Iran, quarant’anni fa. Me ne parlava, nella lunghe serate di coprifuoco a Teheran, un estro- so collega giornalista, Pietro Buttitta, fratello del poeta, e in quanto siciliano passionalmente interessato all’eredità islamica.

Nelle librerie di Teheran si potevano ancora reperire volumi di una serie di reprint anastatici di classici sull’Iran, sponsorizzati dalla sorella dello Scià. Unico difetto: erano deturpati da pacchiani ritratti di Reza Pahlavi. Qualche anno dopo avevo percorso in lungo e in largo l’Asia centrale cinese. Fu per me la scoperta di una terra magica, in cui il tempo pareva essersi fermato a molti secoli fa. Nel Xinjiang, il Turkestan cinese, avevo ritrovato le arguzie senza temo di Nasreddin Hodja, l’amore per la vita, la danza e il vino, i tappeti di Kashgar, i meloni, le angurie e altri sapori della mia infanzia, e anche qualcosa della ferocia della Turchia in cui sono nato.

Nel frattempo gli “Stan” (il Turkestan cinese, gli ex sovietici Kazakhstan, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Tajikistan, Turkmenistan, ma anche Afghanistan, Pakistan e Iran) nell’immaginario occidentale sono ridiventati il buco nero del mondo. Malgrado uno sviluppo talora impetuoso, le contrade dove una volta vivevano i grandi geni ora evocano, ben che vada, il kitsch dell’esilarante Borat di Sacha Baron Cohen. Se no, di peggio: oscurantismo, ignoranza, burqa, taliban, malavita, terrorismo. A Mosca gli immigrati dall’Asia centrale ex-sovietica sono i più malvisti. Così come sono disprezzati a Pechino, temuti come mafiosi o terroristi gli uighuri originari dal Xinjiang. Salvo poi corteggiare gli Stan (e i loro dittatori) per farci passare le future magnifiche autostrade delle Vie della Seta.

Ytali, 6 giugno 2017 (c.m.c.)

“Il muro invisibile. Come demolire la narrazione del debito” a cura di Antonio De Lellis (Bordeaux Edizioni 2017)

E se il debito fosse il frutto di una scelta ragionata per imprigionare i popoli? E se il tutto fosse finalizzato a impoverire i popoli asservendoli alle logiche dominanti della finanza e di un mercato neoliberista, ormai esanime, che distrugge posti di lavoro o uccide i lavoratori e il pianeta, la nostra casa comune? Da queste domande prende spunto il libro appena uscito Il muro invisibile. Come demolire la narrazione del debito a cura di Antonio De Lellis (Bordeaux Edizioni 2017) a cui ho contribuito con un saggio su etica, economia e solidarietà sociale nella visione islamica contemporanea.

Il libro raccoglie vari altri saggi – di ispirazione cattolica e non – in cui gli autori ragionano sui diversi aspetti del debito e sulla costruzione di percorsi di aggregazione che possano invertire le attuali rotte di marginalizzazione e depauperamento per creare un percorso comune di giustizia, sostenibilità, uguaglianza e pace, affinché ci sia per tutti terra, casa e lavoro.

Il mio ragionamento sul “debito” si declina a partire da un versetto del Corano, a mio avviso tra i più belli, che esalta il valore economico della generosità: «E quando uno dona dei suoi beni sulla via di Dio è come un granello che fa germinare sette spighe, ognuna delle quali contiene cento granelli, così Dio darà il doppio a chi vuole, e Dio è ampio e sapiente» (Cor. II, 26).

Sono partita da questo per illustrare un diverso modello di sviluppo economico, welfare e solidarietà (per molti versi utopico), che l’islam, come religione, propone. La solidarietà sociale è l’asse portante del pensiero economico islamico contemporaneo, un filone relativamente recente di studi e ricerche che, a fronte della pervasività dei processi di globalizzazione, propone una reinterpretazione della propria “tradizione” culturale, basata sul Corano e sui testi degli autori medievali, e della “modernità” occidentale.

Ne nascono teorie e pratiche economiche connotate come islamiche, frutto in realtà di un processo di ibridazione con prestiti dai principi dell’economia di mercato così come dal socialismo. In ambito islamico, l’interdipendenza tra etica e attività economica ha prodotto fenomeni come la finanza islamica, che ormai ha superato i confini dei paesi islamici per affermarsi anche in Europa, ma ha anche elaborato un impianto islamico di welfare, costruito sulla rivisitazione dell’elemosina legale (zakàt) che grazie alla rete globale di internet sta sperimentando nuove e sempre più efficaci forme di raccolta e distribuzione.

Nella visione islamica, gli obiettivi di sviluppo non sono realizzabili senza tener conto del fattore umano, la cui tutela è garantita nell’ambito dello stato sociale. Gli interventi del welfare devono essere modulati in base a criteri di urgenza sociale: lotta alla povertà, famiglia, formazione e inserimento lavorativo. L’importanza della solidarietà sociale nella concezione islamica deriva anche dal principio secondo cui l’uomo, in quanto rappresentante di Dio sulla terra, altro non è che l’affidatario delle risorse terrestri: queste appartengono in ultima istanza a Dio e sono un bene collettivo di cui tutti (le generazioni presenti e quelle future) hanno diritto di godere. Da qui la logica del rifiuto della competizione “cannibalistica” proposta – secondo l’ottica islamica – dal neoliberismo e la sua sostituzione con una “competizione cooperativa”.

Gli economisti islamici contemporanei ravvisano nella razionalità mercantile proposta dal capitalismo internazionale e dalla spinta alla globalizzazione una nuova forma di imperialismo, un impulso alla crescita che non ha per finalità i bisogni sociali o individuali ma diventa fine a se stessa; l’umanità appare sempre più dominata da questa razionalità mercantile che privilegia le funzioni economiche e appare retta dai valori di efficienza e redditività. Viceversa, secondo Umar Chapra, uno tra i più noti economisti islamici dei nostri tempi, i paesi islamici hanno bisogno di un differente sistema economico capace non solo di garantire benessere e sviluppo, ma anche di soddisfare l’esigenza di fratellanza e giustizia.

Il sistema dovrebbe essere in grado non solo di rimuovere le disuguaglianze, ma anche di garantire una giusta riallocazione delle risorse in modo tale che siano assicurate sia l’efficienza che la giustizia. Dovrebbe essere in grado di motivare i soggetti ad attenersi ai suoi principi e ad agire non solo nel proprio interesse ma anche in quello della collettività. Tale riposizionamento del sistema economico è possibile solo attraverso riforme di politica economica e sociale tali che nessun individuo o gruppo possa trarre un ingiustificato vantaggio violando i principi base del sistema. Per creare un equilibrio tra le scarsità delle risorse e i bisogni è necessario focalizzarsi sugli stessi esseri umani piuttosto che sul mercato e sullo stato.

Gli esseri umani non possono diventare destinatari e mezzi di un sistema economico a meno che esso non sia basato su una visione d’insieme (una Weltanschauung) che restituisca loro un posto centrale. L’islam ha una Weltanschauung e una strategia armoniche con i suoi principi religiosi, che sono in grado di fornire una guida per una soluzione giusta e fattibile dei problemi che i paesi islamici si trovano ad affrontare, partendo dal presupposto che ci sia la volontà politica di adottare gli insegnamenti islamici e implementare delle riforme coerenti con tali principi. Dato che le economie di molti paesi islamici sono ancora in via di sviluppo, non dovrebbe essere difficile – sostiene Chapra – adottare un nuovo progetto e riorientare i sistemi economici e finanziari. Lo sviluppo non è, dunque, un fatto meramente economico; fede e etica hanno un ruolo fondamentale nella crescita di una regione (Chapra, Islam and the Economic Challenge, Markfield, 1992).

Fede, solidarietà e una forte morale possono fare da volano per lo sviluppo economico poiché creano unità e spirito di sacrificio. Per gli economisti islamici, il discorso religioso si integra con quello economico tenuto conto che etica e morale sono elementi fondamentali della realtà sociale ed economica.

Il welfare islamico oggi: modelli e prospettive

Lo studio su un modello di welfare islamico applicabile al contesto contemporaneo si colloca nel quadro del complesso rapporto tra tradizione e modernità, continuità e rottura nel mondo islamico e la ricerca (che riguarda un contesto ben più ampio di quello islamico) di modelli alternativi di sviluppo e protezione sociale rispetto a quelli convenzionali, rivelatisi spesso inefficaci o fallimentari nei paesi emergenti anche a causa di problemi economici strutturali e dell’incapacità delle classi dirigenti di conciliare crescita economica e programmi di welfare. Le politiche di aggiustamento strutturale e le riforme neo-liberiste implementate in molti paesi arabi negli ultimi decenni, con il conseguente ridimensionamento del ruolo dello stato, soprattutto nel campo dell’assistenza sociale e medica e dell’istruzione, hanno maggiormente dato spazio a iniziative islamiche di welfare.

In paesi come l’Egitto e la Giordania (ma possono spiegarsi in questi termini anche la vittoria di Hamas nelle elezioni politiche del 2006, così come il sostegno che Hezbollah trova in Libano), movimenti e partiti legati ai Fratelli Musulmani hanno guadagnato consenso anche grazie alle molte iniziative di welfare dal basso che essi conducono. In Marocco la crescita del Partito Islamico per la Giustizia e lo Sviluppo, ormai accettato nella scena politica specialmente dopo le riforme liberiste introdotte dal re Muhammad VI, è legata anche alla sua attività nei quartieri più poveri e al suo ben organizzato associazionismo femminile.

Nel sistema ridistributivo proposto dall’islam, l’elemosina rituale, uno dei pilastri della fede, gestita a livello statale, para-statale o tramite associazioni caritative locali e internazionali, è considerata da sempre il principale strumento operativo. Dal punto di vista dell’etica economica islamica, la società è un sistema cooperativo in cui l’individuo, agente responsabile, una volta soddisfatti i propri bisogni, si prende naturalmente cura di quelli degli altri secondo le proprie capacità.

L’odierna dottrina economica islamica sottolinea l’importanza di liberare la comunità dalla povertà, incoraggiando ciascuno a trasferire parte dei beni ai poveri. Si pone l’accento sulla riabilitazione e il recupero dell’autosufficienza, facendo sì che il povero ridiventi un membro produttivo del gruppo sociale. Prendendo spunto dagli insegnamenti coranici, dalla tradizione profetica e giurisprudenziale dell’islam classico, gli economisti islamici contemporanei cercano di sviluppare un modello macroeconomico basato sullo spirito cooperativo nei rapporti tra gli agenti economici. Essi enfatizzano il fatto che l’islam incoraggia la giustizia distributiva e assicura un dignitoso standard di vita a tutti i membri della società attraverso l’istruzione, la formazione, un lavoro decoroso, un giusto salario, la sicurezza sociale e l’assistenza ai poveri.

Per raggiungere questi obiettivi non si può prescindere dall’introduzione di un moderno sistema fiscale in cui l’elemosina legale (zakàt) deve, però, occupare un posto centrale. Essa assume dunque un grande valore, anche simbolico, nella costruzione di un welfare state islamico. Alle associazioni islamiche non è sfuggito che anche la raccolta delle elemosine poteva trarre vantaggio dalle grandi potenzialità della rete: ultima metamorfosi del lungo cammino di questo pilastro dell’islam dal medioevo ad oggi sono gli zakàt calculators, formulari elettronici che permettono di calcolare, e in genere anche di pagare on-line usando una carta di credito, la zakàt. Molte organizzazioni e ONG islamiche (tra cui le note Muslim Hand, Muslim Aid, Muslim Relief) hanno al loro interno uno zakàt calculator per raccogliere fondi con cui finanziare progetti assistenziali o di intervento in caso di disastri e calamità naturali, destinati prevalentemente alle comunità islamiche, ma non solo.

Il paradigma della secolarizzazione che ha dominato il secolo scorso sembra superato nel XXI secolo, insieme all’idea che la perdita di confini dell’agire umano avrebbe consentito l’espansione su scala planetaria di una cultura egemone. La globalizzazione ha, viceversa, messo a nudo i conflitti di cui soffre ogni società, e minacciato le identità storiche locali, esponendole ai rischi della loro relatività. I processi di globalizzazione stanno proponendo in modo nuovo, spesso sullo sfondo di eventi dolorosi, la centralità del problema dell’identità, collettiva e individuale. Il confronto tra globalizzazione e religioni – in quanto elementi identitari fortemente sentiti – si propone ormai in maniera sempre più evidente.

L’etica islamica permette di relazionare le scelte statali ai bisogni dell’uomo e di garantire un armonioso svolgersi della vita sociale. In tale contesto la necessità di dare spazio alle esigenze dei più deboli si traduce in un programma solidaristico e la solidarietà viene intesa come principio che consente di assumere in modo etico l’interdipendenza tra gli uomini. La trasformazione della beneficenza in solidarietà appare destinata a diventare “stile di vita” degli uomini migliorando il tessuto sociale della comunità: sapersi partecipe nelle emergenze, in interventi destinati al bene degli altri diviene fattore di elevazione personale che finisce col migliorare il tessuto sociale della comunità. La solidarietà assurge a presupposto nell’avvio di attività sociali e, in particolare, del fenomeno del volontariato. Più in generale si pone alla base di una riformulazione del rapporto tra economia, diritto e morale sociale. Le odierne pratiche islamiche di welfare rientrano dunque in un più generale progetto legato all’attualizzazione dell’islam e alla sua pacifica convivenza con l’occidente e le altre religioni.

«"». Casa della Cultura, 2 giugno 2017 (c.m.c.)

Emanuele Bompan con Ilaria Nicoletta Brambilla , Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016)

È una buona domanda quella posta nel titolo del libro Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016) scritto da Emanuele Bompan con Ilaria Nicoletta Brambilla e arricchito dall'introduzione di Antonio Cianciullo, direttore della rivista "Materia rinnovabile" e voce autorevole sui temi della sostenibilità, dell'ambiente e del riciclo dei materiali. Comincerò dalla risposta contenuta nel libro stesso elaborata sulla base delle definizioni dei più autorevoli studiosi di questo relativamente giovane capitolo delle scienze economiche. Quella circolare - scrivono gli autori - è «un'economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un'economia circolare - proseguono - i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera⋄. Il tutto - si precisa - nell'alveo dell'economia di mercato.

La definizione considera giustamente due tipi di flussi. La vita, infatti, "funziona" con un grande flusso di materie e di energia dai corpi naturali - aria, acqua, suolo - agli esseri viventi e di nuovo agli stessi corpi naturali. I vegetali "fabbricano" - e non a caso gli ecologi li hanno chiamati organismi produttori - le proprie molecole organiche utilizzando l'energia solare, l'anidride carbonica dell'aria e l'acqua e l'azoto del suolo, e liberano ossigeno che viene immesso nell'atmosfera.

Analogamente, gli animali si nutrono ricavando le molecole nutritive dai vegetali (e da altri animali) e l'ossigeno dall'aria (organismi consumatori). Nel corso del loro metabolismo liberano anidride carbonica che immettono nell'aria ed escrementi nel suolo. Alla fine della loro vita, vegetali e animali cedono le loro spoglie al suolo e alle acque dove innumerevoli organismi decompositori si impadroniscono delle loro molecole e le trasformano in atomi e molecole che sono di nutrimento ad altri organismi viventi. Produttori vegetali, consumatori animali e decompositori sono i grandi protagonisti del dramma della vita che si svolge nella biosfera, il grandissimo, ma non infinito, palcoscenico del regno della natura. Nel mondo naturale praticamente non esistono rifiuti perché ogni sostanza usata dagli esseri viventi ritorna disponibile per altri esseri viventi nei grandi cicli geochimici - sostanzialmente chiusi - della biosfera.

L'economia circolare riguarda anche i flussi "tecnici" di materiali, quelli legati alla produzione e al consumo delle merci, proponendosi la loro rivalorizzazione, il loro riutilizzo, per evitare che rientrino nella biosfera. Tutti i fenomeni economici e sociali, tutte le attività di produzione e consumo di merci e servizi, sono basati anch'essi su flussi di materia e di energia che cominciano dalla biosfera - il serbatoio delle risorse naturali, inorganiche e organiche - passano attraverso la singola abitazione, i campi coltivati, la fabbrica, la città, il territorio antropizzato, e ritornano, più o meno presto, nei corpi riceventi naturali sotto forma di materia gassosa, liquida o solida, delle scorie e dei rifiuti.

Analogo processo avviene anche per i servizi che sono sempre, direttamente o indirettamente, legati alla circolazione di materia. La nota promessa di un mondo immateriale o virtuale è abbastanza ingannevole se tende a far credere che la società del futuro non avrà bisogno di materiali (o gliene serviranno pochi). Cosa che vale anche per il termine "consumo" perché in realtà ciascuna persona non "consuma" gli oggetti, i beni materiali, le merci che usa, ma ne modifica solo la materia e l'energia in altre forme, poi dissipate nell'ambiente naturale circostante.

I processi tecnici, quindi, consistono nella circolazione natura-produzione-merci-uso-scorie-natura. Si potrebbe scrivere una vera e propria "storia naturale delle merci", raccontare la "produzione di merci a mezzo di natura". Le analogie con i fenomeni biologici non devono meravigliare: i fenomeni economici e sociali non sono altro che uno dei volti con cui si manifesta la vita degli "animali" umani. Quelle che devono essere rivalorizzate dall'economia circolare, per evitare il rientro nella biosfera, sono le scorie, inevitabile risultato dei flussi tecnici. Sarà quindi utile conoscere bene le diverse materie per scegliere le soluzioni più opportune, tanto più che esse variano continuamente nel tempo.

Dai tempi della rivoluzione agricola del Neolitico, e in grado sempre più intenso dai tempi della rivoluzione industriale del XVII secolo, gli esseri umani traggono le materie prime per i loro processi sia dai cicli della biosfera sia da materiali immagazzinati nel corso delle ere geologiche precedenti: minerali, carbone, petrolio, gas naturale. La fabbricazione di metalli, macchinari, prodotti chimici, abitazioni o la produzione di energia richiedono perciò anche materiali che non si formeranno mai più in natura, almeno nei tempi prevedibili della vita degli esseri umani.

Quindi i processi di produzione lasciano, dietro a sé, un vuoto che corrisponde a un irreversibile impoverimento delle risorse della natura. Inoltre, nel corso della produzione dei beni materiali, le risorse tratte dalla natura in parte si trasformano nei manufatti e nei servizi di cui si occupa la scienza economica, in parte vengono scartati come scorie e rifiuti. La massa di questi ultimi è molte volte superiore a quella degli oggetti di cui si occupa l'economia e le loro caratteristiche chimiche e fisiche sono tali da non permetterne la scomposizione e assimilazione da parte dei cicli della biosfera: sono, appunto, non biodegradabili.

I rifiuti non biodegradabili, quando sono immessi direttamente nei corpi riceventi naturali, ne modificano la "qualità", cioè la possibilità di essere utili ad altri. Per evitare questo l'economia circolare propone di sottoporli a processi di trattamento, depurazione o riciclo che possano generare, eventualmente, beni materiali utili. In altri termini, a differenza dei processi sostanzialmente "chiusi" della vita, della biosfera, i processi tecnici ed economici - quelli che si svolgono nella parte della biosfera modificata dagli esseri umani - risultano "aperti" nel senso che ciascuno si lascia alle spalle una natura impoverita e contaminata.

L'economia circolare si propone di alleviare la preoccupazione che, continuando a sottrarre risorse naturali dalla biosfera e ad immettere scorie nella stessa, si arrivi a un giorno in cui alcune di queste risorse saranno esaurite o diventeranno scarse tanto da diventare fonte di conflitti per la loro conquista, o che i corpi riceventi naturali vengano intossicati al punto da non essere più utili ai fini della vita. Fenomeni questi che, nel corso della storia, si sono verificati molte volte e si stanno verificando tuttora in modo sempre più vistoso.

La scoperta di questa situazione potenzialmente insostenibile - che, evidentemente, non potrà durare a lungo - non è nuova e il libro di cui stiamo parlando fa un'opportuna lunga trattazione dei "precursori" dell'economia circolare che risale anche a prima dell'invenzione di questa espressione. Tra gli autori di cui si parla è inevitabile citare Barry Commoner (1917-2012) che nel 1971 pubblicò un libro intitolato The closing circle. Nature, Man, and Technology - in italiano Il cerchio da chiudere. La natura, l'uomo e la tecnologia (Garzanti, 1972) - mettendo in evidenza, appunto, che i cicli delle merci industriali sono aperti, anzi sempre più aperti, a mano a mano che vengono introdotti materiali estranei alla natura, non biodegradabili - come le materie plastiche o molti pesticidi e prodotti sintetici - con conseguente inquinamento della biosfera.

Commoner era un biologo ma anche gli economisti si stavano accorgendo del problema. Joseph Spengler (1902-1991), per esempio, inaugurando il congresso dell'American Economic Association del 1965 aveva affermato che quella di allora - e la cosa vale ancor più per quella di oggi - avrebbe dovuto essere chiamata non "società opulenta" ma "società dei rifiuti".

Nell'espressione in lingua inglese c'è un gioco di parole fra "affluent society" - il titolo di un, allora, celebre libro di John Kenneth Galbraith, tradotto in italiano nel 1959 da Edizioni di Comunità con il titolo Economia e benessere e riedito nel 2014 con il titolo La società opulenta - e "effluent society", appunto la società che fa uscire dal proprio corpo un profluvio di scorie.

La parte più interessante del libro di Bompan e Brambilla è dedicata ad alcune delle "ricette" - se così le possiamo chiamare - con cui si potrebbe, volendo, chiudere (un poco) il ciclo delle merci. Alcune di queste sono quelle tradizionali del riciclo dei rifiuti che prevedono che una parte della materia contenuta nelle merci possa essere ritrasformata in nuove merci. Nel caso di merci relativamente semplici tale operazione è già praticata con successo e potrebbe essere ulteriormente perfezionata ed estesa. Dalla carta straccia si può recuperare la cellulosa con cui ottenere altra carta. Dal vetro usato, per fusione, può essere recuperato altro vetro.

Questo, però, con un'avvertenza. Il riciclo avrà tanto più successo quanto più "pulito" è il rifiuto. La carta dei giornali usata è costituita da cellulosa "sporcata" con l'inchiostro che ha "trasportato" l'altro valore del giornale, l'informazione. Il riciclo presuppone che la carta del giornale sia "liberata" in qualche modo dall'inchiostro. Se esistesse un "diavoletto di Maxwell" per la materia, questo riuscirebbe a separare l'inchiostro dalla carta e fornirebbe cellulosa pura da ritrasformare in nuova carta e inchiostro da riutilizzare per nuove stampe. L'informazione, invece, andrebbe persa.

Purtroppo il "diavoletto di Maxwell" non esiste per l'energia e tantomeno per la carta. Il riciclo porta così a recuperare solo una parte della carta iniziale. Lo stesso vale per il vetro. Da quello colorato è possibile recuperare soltanto vetro dello stesso colore, un'operazione che avrebbe qualche successo soltanto se fosse possibile sottoporre a riciclo tutte le bottiglie di vetro dello stesso colore ed esattamente della stessa composizione chimica, cosa di difficile attuazione anche con la più volonterosa raccolta differenziata.

Il problema si fa più difficile con le merci complesse. Da un autoveicolo rottamato è possibile recuperare alcune componenti - ferro, alluminio, rame, plastica, gomma - soltanto dopo che questo è stato scomposto nelle sue varie parti. Lo stesso vale per le materie plastiche che possono essere recuperate soltanto se sono rigorosamente della stessa natura e composizione. E vale per gli stessi pneumatici dei cui cicli di recupero parla il libro. Le loro varie componenti - gomma, telatura, sostanze di carica - possono essere recuperate solo in parte e spesso destinate a un uso merceologicamente più modesto, come la trasformazione in pavimentazioni o pneumatici ricostruiti. Il successo di ciascuna operazione di riciclo presuppone dunque una buona conoscenza di ciascuna merce usata: da quali materie prime è stata ottenuta, con quale ciclo produttivo, quali modificazioni chimiche ha subito durante l'uso e così via. Una vera "merceologia dei rifiuti" che richiederebbe tecniche di analisi ancor più raffinate di quelle utilizzate per i controlli delle merci nuove (1).

I più comuni esempi di economia circolare riguardano merci destinate al consumo, ma molto può essere fatto anche nell'ambito dei cicli produttivi, agricoli o industriali, nei quali si formano residui talvolta responsabili di significativi inquinamenti. I casi esemplari sono piuttosto numerosi perché da sempre gli imprenditori si sono affannati a recuperare tutto quello che era possibile dai sottoprodotti e dai rifiuti. Questo sia per guadagnare di più, sia per evitare condanne per inquinamento che le legislazioni nazionali e internazionali prevedono con sempre maggiore frequenza. Addirittura, alcuni nuovi materiali o prodotti sono stati scoperti proprio immaginando possibili riutilizzi degli scarti.

Il caso più noto riguarda la prima produzione chimica industriale, estremamente inquinante, del carbonato sodico, la soda artificiale, l'agente lavante che sostituiva la soda ricavata dalle piante e dalle alghe. Nicolas Leblanc (1742-1806) aveva messo a punto nel 1793 un processo che prevedeva il trattamento del sale con acido solforico e comportava la liberazione di acido cloridrico, per decenni scaricato nell'atmosfera con danni alla salute e alle coltivazioni. Il solfato di sodio veniva poi trattato con calce e carbone. Insieme al carbonato di sodio si formava un fango di solfuro di calcio che era depositato in discariche all'aria aperta da cui si liberava idrogeno solforato puzzolente e soprattutto nocivo.

Le proteste popolari nel 1863 costrinsero il Parlamento britannico ad emanare l'Alkali Act che imponeva alle fabbriche di soda di evitare le emissioni inquinanti. Dapprima gli imprenditori furono costretti a raccogliere l'acido cloridrico in acqua entro dei barili, fino a quando Walter Weldon (1832-1885) inventò nel 1873 un processo per trasformare l'acido cloridrico in cloro, una nuova merce che cominciò una marcia trionfale nell'industria. L'acido cloridrico diventava così "materia seconda" per un altro ciclo produttivo.

L'inquinamento dovuto ai fanghi di solfuro di calcio fu risolto nel 1882 da Carl Claus (1827-1900), con un processo che consentiva di utilizzarli come "materia seconda" per un ciclo che, mediante ossidazione, permetteva di recuperare anidride solforosa per la produzione di acido solforico, una delle materie prime dello stesso processo Leblanc. In ogni caso, i due processi arrivarono tardi perché nel frattempo Ernst Solvay (1838-1922) aveva inventato nel 1864 un altro processo che produceva il carbonato di sodio con un rifiuto costituito da cloruro di calcio, ingombrante e scomodo da smaltire, ma meno dannoso dei rifiuti del processo Leblanc, e per il quale fu trovato un impiego nello spargimento sulle strade per ritardare la formazione del ghiaccio dalla neve.

Gli esempi di "storia del riciclo" - ma forse sarebbe più corretto dire "storia dell'economia circolare" - che si potrebbero fare sono numerosi: si tratta quindi di un interessante capitolo della "storia della tecnica e delle innovazioni". Ma torniamo al libro di Bompan e Brambilla che contiene altre "ricette" di economia circolare di grande interesse in virtù delle quali si potrebbero fare davvero grandi progressi. Una riguarda la vita delle merci e dei prodotti. Un oggetto durante l'uso si consuma e si usura: pensiamo ai frigoriferi o agli altri elettrodomestici, alle automobili, ai mobili. Talvolta la vita è accorciata dalla comparsa sul mercato di altri modelli più funzionali o semplicemente più attraenti per cui oggetti ancora utilizzabili vengono sostituiti andando a unirsi al popolo dei rifiuti (per fare un solo esempio, le macchine per scrivere che sono state soppiantate dai computers). Il carico di rifiuti nella biosfera potrebbe essere alleggerito se tutti questi oggetti fossero progettati per durare a lungo o, in alternativa, se fossero facilmente riparabili. Una maggiore standardizzazione di alcune componenti, per esempio, consentirebbe di prolungarne la vita attraverso la sostituzione delle parti consumate o danneggiate.

Un'altra interessane "ricetta" riguarda la possibilità di sostituire il possesso di un bene con l'uso, quando occorre, dello stesso bene posseduto da altri. L'automobile, per esempio, è un oggetto che spesso viene utilizzato per poche ore al giorno. Il resto del tempo resta immobile a occupare spazi pubblici o privati. Se si potesse utilizzare un'automobile nelle ore in cui ci si deve spostare lasciando il veicolo a disposizione di altri nelle altre ore, il consumo di materiali e di spazio diminuirebbe significativamente. Per inciso questa proposta era stata fatta nel 1971 da Aurelio Peccei - l'imprenditore e intellettuale che fondò il Club di Roma - in un poco noto articolo intitolato Automobile: il crepuscolo di un idolo (2).

Interessante anche l'osservazione che il concetto di riutilizzo vale anche per lo spazio edificato. Molto spazio non è utilizzato o è abbandonato e potrebbe essere riattivato in modo da evitare nuove costruzioni che contribuiscono a impoverire la natura con l'estrazione di materiali e con l'occupazione di altro spazio.

Purtroppo non è possibile far tornare nella biosfera tutta la materia entrata nei cicli "tecnici". Anche il solo fatto di usare un oggetto comporta un peggioramento della sua qualità merceologica e l'impossibilità fisica di ricostruirne le proprietà di partenza. L'economista Nicolas Georgescu-Roegen, ha scritto che il degrado della materia durante l'uso equivale a quello imposto dal secondo principio della termodinamica all'energia, per cui alla fine di ogni trasformazione è minore la sua quantità "utile". E ha proposto un "quarto principio" con cui spiega che è impossibile il riciclo all'infinito della materia. In altri termini, è impossibile chiudere qualsiasi ciclo che coinvolge la trasformazione della materia.

Per concludere, va fatta un'ultima osservazione. Il grado di impoverimento della biosfera a causa della sottrazione di materie richieste dai processi tecnici e il grado di contaminazione della biosfera a causa della immissione di rifiuti è inevitabile conseguenza di una società - quella del mercato - basata sulla necessità di produrre sempre più merci non perché soddisfano bisogni umani ma perché fanno crescere la ricchezza privata e pubblica e assicurano occupazione e salari che consentono l'acquisto di altre merci, e così via. Per fare qualche passo verso la "liberazione", almeno parziale, dai rifiuti bisognerebbe cominciare a chiedersi: che cosa sto comprando - che sia conserva di pomodoro o una cucina, gasolio o il sacchetto di plastica per la spesa - come è fatto? Dove è stato fatto? Con quali materie? Dove finirà quando non servirà più? È strettamente necessario? Ci sono alternative? Non si tratta di auspicare una società povera, ma austera sì, anche perché le merci "consumate" sono fabbricate portando via dalla natura acqua, minerali, prodotti forestali, impoverendo la fertilità dei suoli, beni sottratti "ad altri".

Molte merci e risorse che soddisfano la nostra insaziabile fame di "consumi" sempre più mutevoli e superflui sono "rubate" ad altri che alla fine si arrabbiano. Si arrabbiano i popoli che non hanno accesso ai beni primari per l'esistenza. Si arrabbia la natura perché i crescenti consumi e rifiuti alterano i suoi lenti e duraturi cicli. La vera ricetta sta quindi nell'usare le conoscenze tecnico-scientifiche per comprendere meglio i cicli della natura e per richiudere, almeno in parte, quelli più brutalmente rotti dall'avidità della nostra società. Forse senza rendersene conto, i sostenitori dell'economia circolare scavano la fossa sotto i piedi del sistema capitalistico: far durare di più gli oggetti, riparare le merci consumate, condividere l'uso delle automobili, fabbricare merci rinnovabili, sono altrettante pugnalate alle spalle dell'industria dei divani, delle automobili, della chimica. Che quella circolare sia un'economia sovversiva?

1) Per qualche informazione in più sulla "rifiutologia", vedi G. Nebbia, La rifiutologia: un nuovo capitolo della merceologia, in: R. Molesti (a cura di), Economia dell'ambiente e bioeconomia, (Franco Angeli, 2003).
(2) A. Peccei, Automobile: il crepuscolo di un idolo, trad. it. dalla rivista francese "Preuves", n. 6, II semestre 1971, in"CNS", a. XII, fasc. 50, n. 10, novembre 2002 e ora pubblicato sul sito web di Arianna Editrice.

la Repubblica, 2 giugno 2017 (c.m.c.)

Marco Marzano e Nadia Urbinati La società orizzontale: Liberi senza padri. Feltrinelli Collana: Campi del sapere. 2017 P. 112

Chi ha paura della “morte del padre”? Chi teme la crisi di quell’autorità che la tradizione ha visto incarnata nella figura maschile e paterna? Non certo Marco Marzano e Nadia Urbinati, che anzi nel loro saggio La società orizzontale (Feltrinelli) si scagliano apertamente contro quello che chiamano «il modello di Telemaco»: il figlio che, nell’attesa del padre Ulisse, non scatena il conflitto generazionale di Edipo né mira all’autoaffermazione di Narciso. Invece, secondo il sociologo e la teorica della politica, l’attesa del padre tradisce piuttosto l’invocazione del leader, dunque una qualche nostalgia per le vecchie gerarchie.

Alla «logica neo-patriarcale» andrebbe contrapposta, a parer loro, la rivendicazione di una «società orizzontale», ovvero autenticamente democratica. E il saggio, che pone in modo polemico e sempre lucido questioni radicali, àncora tale rivendicazione a una duplice argomentazione, volta a mostrare che una società senza padri è desiderabile e, d’altro canto, che il processo di “orizzontalizzazione” è comunque un destino, malgrado la nostra economia sia stata segnata da quella scandalosa «mutazione antiegualitaria» denunciata proprio da Nadia Urbinati nel 2013 (Laterza).

La società orizzontale, in sintesi, sarebbe non solo augurabile, ma anche possibile, a patto tuttavia di vincere una precisa battaglia culturale: quella che ha per avversario la cosiddetta «controrivoluzione dei padri ». Secondo i due autori, infatti, l’Italia ha bisogno di riaffermare il valore etico della democrazia a partire da tre ambiti cruciali: religioso, famigliare e politico.
Sul piano religioso, Marzano e Urbinati descrivono una sorta di passaggio al protestantesimo, compiuto da una generazione di giovani che ragiona in autonomia e stabilisce un rapporto sempre più diretto e libero con la dimensione del divino. Sul piano famigliare, si nega che il declino della famiglia tradizionale, cioè paternalistica e autoritaria, rappresenti una catastrofe.

Al contrario, la democratizzazione delle famiglie avrebbe portato con sé un clima più pacifico, fatto di dialogo e di rispetto reciproco.
Sul piano politico, infine, viene diagnosticata la crisi dei partiti identitari. La loro restaurazione è una causa persa. Ma la loro natura dev’essere per forza leaderistica o verticale? No. La sfida, secondo gli autori, è quella di costruire partiti orizzontali, con una struttura sempre meno piramidale e più reticolare, capace cioè di federare gruppi sorti nella società civile. E ciò non implica il rigetto della dicotomia destra-sinistra, come pretende l’attuale vulgata movimentista. Marzano e Urbinati sostengono che gli stessi valori democratici possono ancora essere declinati con uno spirito riformista e sociale oppure conservatore e liberista, e dunque che le categorie di destra e sinistra restano utili criteri di orientamento.

Se non è l’assenza di padri, il pericolo che incombe sulla società orizzontale è quindi un altro: la trasformazione dell’individualismo in atomismo, ossia l’aggravarsi di una patologia tipica di quegli individui liberi e uguali che rappresentano il cuore della democrazia moderna. Il rischio dei nostri giorni è che le persone si isolino, risultando sempre più sconosciute, indifferenti o ostili le une alle altre, e che il presente si separi da un passato percepito come oscuro ed estraneo. Ma la salvezza sta nella collaborazione tra pari, non già nel ritorno, magari in nome del padre, del capo.

«Il populismo, l’erosione della classe media, il declino della Ue, una politica sempre più basata sull’audience:

è la Grande Regressione Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo». ilSole24ore, 7 maggio 2017 (c.m.c.)

Sulle orme della Grande trasformazione di Karl Polanyi (1944) questa raccolta propone di chiamare il nostro tempo una Grande regressione (Feltrinelli). Pubblicato in tedesco, il volume esce in contemporanea in tutte le lingue europee. Porta i segni del senso di sconforto da cui è stato partorito il progetto di chiedere a quindici sociologi una riflessione sulle conseguenze degli attentati terroristici di Parigi nell’autunno 2015.

Nonostante la similitudine con il titolo dell’opera di Polanyi, questo libro agile e di larga lettura presenta una sua identità specifica, a tratti emotiva, tra catastrofismo e volontarismo. L’idea che lo ispira è il declino dell’occidente, «decisamente regredito, lasciandosi alle spalle una serie di standard di vita faticosamente conquistati e ritenuti ormai consolidati». Ad essere regredito è il mondo dei valori del cosmopolitismo e dell’illuminismo, e dell’apertura della mente e delle frontiere che lo caratterizzava. Una cultura nobile che ci ha guidato fino a quando il mondo era diviso in zone di influenza (la Guerra fredda) e la sovranità aveva il potere di fare scelte economiche e sociali e pattugliare le frontiere.

Sembra che i principi kantiani - i nostri principi – avessero forza morale quando non ispiravano la politica, quando c’erano le frontiere ed era possibile distinguere tra “immigrazione” e “migrazione” scrive Zygmunt Bauman. Non oggi, che gli Stati non possono far fronte alle “ondate” di disperati della terra. Il “Terzo Mondo”, nelle parole di Umberto Eco (uno degli ispiratori ideali del volume insieme a Ralf Dahrendorf e Richard Rorty) «non bussa ma entra, anche se non siamo d’accordo». Secondo Bruno Latour, il sentimento che nasce è dunque questo: «Padroni a casa propria! Indietro tutta!». Il problema è che «non esiste più una “casa propria”, per nessuno. Via di qua! Dobbiamo tutti muoverci. Perché? Per il fatto che non c’è un pianeta in grado di realizzare i sogni della globalizzazione» (p. 106).

La difficoltà sta nel fatto che non possiamo essere cosmopoliti per scelta: dobbiamo esserlo, punto. E questo è difficile per chi non è pietista come era Kant. Quando essere tolleranti diventa un lavoro, i principi illuministici scricchiolano. Lo aveva capito Rorty che trent’anni fa spiegava la difficoltà di essere tolleranti quando i diversi vivono sotto casa perché richiede un lavoro faticoso di autocontrollo. E quindi il liberale, commentava Rorty, non vede l’ora di rientrare in casa e rifugiarsi nel privato, dove può dire quel che pensa e l’arte del “trattare” e del “compromettere” non è così necessaria.

Il mondo che descrive questo volume è un luogo di fatica. E la fatica è, sembra di capire, proporzionale alla mescolanza delle razze e, soprattutto, alla loro proporzione. Ivan Krastev si serve della categoria di “minaccia normativa” di Karen Stenner per spiegare questo fenomeno: la «sensazione che l’integrità dell’ordine morale sia a rischio e che il “noi” percepito si stia disintegrando» (p. 98). Il nesso tra “noi” bianchi e il mondo meno bianco che ci circonda non è celabile. Scrive ancora Bauhman: nel 1990, la città di New York «contava fra la sua popolazione il 43%di “bianchi”, il 29% di “neri”, il 21% di “ispanici” e il 7% di “asiatici”. Vent’anni dopo, nel 2010, i “bianchi” rappresentavano solo il 33% ed erano a un passo dal diventare una minoranza» (p. 34). Dunque è lo sbilanciamento nel rapporto tra i bianchi e gli altri il problema della fatica del vivere immersi nella diversità?

La politica non è in miglior salute della società se è vero che, come scrive Wolgang Streeck, la distanza tra “gente comune” e “persone colte” sta rompendo la cittadinanza democratica. Non tutti i capitoli sono unanimi nella diagnosi e ugualmente condivisibili. Donatella della Porta ci racconta con cura i tentativi di aggiustare le istituzioni democratiche sotto la spinta della crisi del debito e dell’erosione dei diritti sociali. A partire dai budget partecipativi fino all’immaginazione istituzionale degli Islandesi, che con una sinergia di procedure e metodi (elezione, referendum, sorteggio e consultazione via web) hanno scritto una nuova costituzione (che il Parlamento ha poi bocciata ma che a giudizio della Commissione europea era ben fatta). Nella sua “lettera” ideale a Juncker, David Van Reybrouck osserva giustamente che se la democrazia dà cattiva prova di sé è a causa da un lato della scarsa volontà di “volere” l’Europa politica e dall’altro dell’abuso dello strumento referendario da parte di leader o poco saggi o arroganti.

Regressione della democrazia verso che cosa? Tutti i saggi menzionano il declino della Ue, il populismo, l’egemonia neo-liberale, l’erosione della classe media, l’istigazione delle passioni peggiori da parte di media, vecchi e nuovi, e di una politica che è sempre più una questione di “audience”. Arjun Appadurai non ha dubbi che si vada verso l’autoritarismo – che sia di Putin, Erdogan e Trump poco cambia.

Ma le istituzioni e le procedure sono irrilevanti? La Turchia e gli Stati Uniti non sono la stessa cosa ed è problematico sostenere che chi ha votato per Trump ha votato “contro la democrazia” (p. 23), la quale non vale solo quando ci piacciono le sue scelte e “vota” sempre per se stessa fino a quando può tornare a votare regolarmente. L’arte della distinzione ci dovrebbe aiutare a non mettere in uno stesso fascio democrazia, populismo e autoritarismo. Certo, ha ragione César Rendueles ad auspicare che le democrazie si occupino della cultura etica dei cittadini (un problema vecchio quanto le democrazie) ma è riduttivo ritenere che le procedure e le regole del gioco siano solo questioni formali.

E se invece di pensare all’Occidente come “uno” ne vedessimo le differenze? Di qui procede Slavoj Žižek per formulare, alla fine, la questione del “che fare?”. E da leninista di vecchia data impermeabile a catastrofismi e fatalismi, si rivolge alla ragione strategica e alla volontà: cercare di unire «i due piani: l’universalità contro il senso di appartenenza patriottico e il capitalismo contro l’anticapitalismo di sinistra» senza ripercorrere le strade battute (che sono o sconfitte o indesiderabili): «dobbiamo spostare la nostra attenzione dal Grande lupo cattivo populista al vero problema: la debolezza della posizione moderata “razionale”» (p. 230).

La soluzione “non moderata” è la seguente: dare gambe giuridiche e politiche al cosmopolitismo di Kant. Insomma, prendere sul serio Trump e portare alle conseguenze radicali il fatto che gli Stati-nazioni non funzionano più per cui l’anti-destra populista dovrebbe avere il coraggio di proporre «un progetto di nuovi e diversi accordi internazionali: accordi che impongano il controllo delle banche, accordi sugli standard ecologici, sui diritti dei lavoratori, sul servizio sanitario, sulla protezione delle minoranze sessuali ed etniche ecc.» (p. 234). Chi sia il soggetto che può far questo non ci viene detto. Tuttavia il volume sceglie di aprire con una confessione di pessimismo e di chiudere con un appello a Kant – dalla diagnosi della regressione alla cura illuminista.

Giacomo Russo Spena intervista Luciano Canfora. «L’utopia dell’egoismo nella storia inizia quando l’uomo scoprì l’oro e la proprietà privata. Gli anticorpi consistono nella spinta all’uguaglianza che mette in discussione la supremazia dell’egoismo proiettato verso il profitto». MicroMega online, 4 maggio 2017 (c.m.c.)

«Come osservò Tocqueville la libertà è un ideale intermittente, l’uguaglianza invece è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame». Luciano Canfora, classe ’42, è professore emerito dell’Università di Bari, storico, filologo classico e saggista. Per ultimo, ha scritto per Il Mulino “La schiavitù del Capitale” (112 pp., 12 euro) nel quale sottolinea, con un pizzico di ottimismo, come il capitalismo abbia vinto «ma forse è solo un tornante della storia». Insomma, la partita sarebbe tutt’altro che chiusa: «L’Occidente si trova di fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni e daccapo ha perso l’offensiva. Più sfida il mondo (per usare la terminologia di Toynbee) e più aspra è la risposta».

Professor Canfora, per lei campeggiano due utopie al mondo: l’utopia della fratellanza e quella dell’egoismo. Non trova che quest’ultima stia stravincendo a livello globale?
«Ha quasi sempre vinto sul breve periodo: l’utopia dell’egoismo nella storia ha giocato all’attacco. Come scrive Lucrezio nel quinto libro del De rerum natura essa inizia quando l’uomo scoprì l’oro e la proprietà privata. Il moderno profitto ne è l’equivalente monetario; è connaturato da una spinta biologica. Ma, attenzione, questa egemonia ha la strada in salita, la storia ci ha anche dimostrato che prima o poi all’utopia dell’egoismo si contrappone una reazione. Gli anticorpi consistono nella spinta all’uguaglianza che mette in discussione la supremazia dell’egoismo proiettato verso il profitto. La storia non ha ancora dato la vittoria a nessuno»

Sono più pessimista: come reazione alle politiche dell’Occidente abbiamo il fanatismo religioso dove – lo dimostra il caso della banlieus parigine – gli emarginati ormai scelgono l’integralismo islamico come via di riscatto dall’esclusione sociale. Prima della caduta del Muro di Berlino, in Occidente chi si opponeva allo status quo optava per la “via socialista” mentre ora si iscrive direttamente alle milizie del Califfato?
«Nel Novecento pur di sconfiggere il vacillante “socialismo realizzato”, l’Occidente ha preferito armare il peggior fondamentalismo islamico, ad esempio i Talebani in Afghanistan. Così sulle ceneri del socialismo – pensiamo anche alle varie esperienze nel mondo arabo con il partito Baath e alle forme laiche di antimperialismo in Medioriente – si è imposta la barbarie dell’integralismo religioso con la sua escalation di terrore. Anche qui la storia ci può essere d’aiuto: ucciso Robespierre, dopo anni, quel pensiero si è palesato nuovamente, ma in forma ancor più violenta, sotto le sembianze di Stalin. I vuoti vengono riempiti, con modalità sempre più cruente. L’Islam di oggi, comunque, non è surrogato del mondo socialista ma, come dimostra un recente studio di un ex diplomatico USA, pubblicato dall’editore Kopp, è uno dei prodotti della guerra globale della Cia».

Mi sta dicendo che sono “giocattoli” scappati di mano?
«L’Isis si muove in modo unitario, come una grande potenza. Il capitalismo è quel titanico stregone che unificando il pianeta nel nome e nel segno del profitto ha suscitato e scatenato forze che non sa e non può più dominare. Pensiamo al rapporto con l’Arabia Saudita wahabita, per gli Usa il criterio realpolitico ha quasi sempre avuto la meglio sulle scelte di principio».

Sicuramente l’Occidente avrà le sue responsabilità, intanto in Europa resta il problema degli attentati...
«Bisogna dirsi le verità scomode: da un lato abbiamo la barbarie, dall’altro non ha senso schierarsi con le nostre guerre umanitarie. Siamo dentro una spirale guerra/terrorismo. L’Occidente detiene la ricchezza, le armi, la cultura ed ha in mano le principali carte del gioco. Ha tutto l’interesse, economico e politico, ad alimentare odi e violenza per smerciare le armi che produce. Tra l’altro costruisce l’immaginario e le narrazioni con morti di serie A e morti di serie B: gli attentati in Occidente vengono deprecati col massimo della solennità, mentre le azioni terroristiche che da 14 anni insanguinano l’Iraq dopo la proditoria cacciata di Saddam ottengono un trafiletto sui giornali. Nel luglio 2016 due centri commerciali a Baghdad vengono distrutti da un attentato suicida dell’Isis, le dimensioni dell’enorme carneficina vennero rese note col contagocce. In Occidente utilizziamo due pesi e due misure».

Nella prima parte de La schiavitù del Capitale Lei compie una ri- o de-costruzione storica della categoria di “Occidente”. Non è quindi un blocco unitario come troppo spesso crediamo?
«L’ingresso degli Usa negli equilibri europei nel 1917, nella I guerra mondiale, cambia gli scenari. Per Oswald Spengler, in quella data, ha inizio il declino dell’Occidente. Dopo il 1917 il concetto di Occidente prende le sembianze degli Usa: non è un giudizio di valore il mio ma una fotografia dei rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Europa».

Torniamo all’utopia della fratellanza, come uscire da questo capitalismo che ha ripristinato forme di dipendenza di tipo schiavile?
«La crisi non scoppierà ai margini, nelle periferie metropolitane, ma scoppierà dentro il cuore del sistema. Mi spiego meglio: la crisi si produrrà al suo interno, tra le sue classi dirigenti tecnicamente attrezzate ma non dominanti. All’orizzonte non intravedo organizzazioni di qualche peso capaci di contrapporsi – e a livello globale le soluzioni non passano per l’Isis o per la Corea del Nord – soltanto la critica può salvare l’Occidente da se stesso. Il potere finanziario si fonda anche su ceti acculturati i quali non sono complici del profitto, o lo sono in misura marginale rispetto ai veri detentori della ricchezza. Sono questi ceti che vanno scossi tramite l’arma della critica. Consentimi una battuta: una rivista come MicroMega ha più responsabilità di quanto si pensi!»

Alla fine del libro, come appendice, c’è un intervento di Alexis Tsipras del giugno 2015 nel quale invita i greci a ribellarsi ai diktat della Troika parlando di recupero della democrazia e di sovranità popolare. Non crede che in Grecia abbiamo visto il vero volto criminale delle Istituzioni? Alla fine il governo ellenico è stato costretto a capitolare accettando i vari memorandum…
«Quando ho deciso di inserire questa parte, ero consapevole del fatto che, alla fine, Alexis Tsipras fosse stato costretto alla resa e ad andare contro il suo popolo. Ma quel discorso è di grande importanza simbolica perché mise in crisi il sistema UE. Mi ricordo i giornali dell’epoca che criticarono la scelta del referendum: come aveva osato Tsipras dare la parola ai cittadini disobbedendo alla Troika?

«Poi, purtroppo, col coltello puntato alla gola è stato costretto a cedere alle pressioni dell’Eurogruppo. Ma nella sua lotta era isolato ed è stato abbandonato, dal governo spagnolo e dal nostro. Adesso Renzi dice di voler sbattere i pugni a Bruxelles contro Junker, con quale credibilità essendo stato il pugnalatore della Grecia? L’Italia poteva fare fronte con la Grecia e chiedere alla Troika di rinegoziare un debito pubblico assurdo e una serie di parametri di Maastricht. Si poteva venire a patti. Invece... è andata come è andata».

Anche la Francia di Hollande in realtà non si spese molto per la Grecia, non trova?
«Certo, è complice in primis. Fa ribrezzo la politica dei socialisti francesi: calpestano i vari parametri europei ma essendo soci di serie A, nessuno gli dirà mai nulla. Un milieu ripugnante».

Rimaniamo in Francia. Adesso in Europa, come si evidenzia dalle elezioni di domenica con il duello tra Le Pen e Macron, lo scontro è tra un nuovo populismo xenofobo e l’ultraliberismo?
Innanzitutto, sarei meno succube della propaganda nostrana che descrive i fenomeni populisti con caratteristiche di fascismo. Andrei più cauto nell’affibbiare etichette. Gli stessi media che per anni hanno accusato la sinistra di utilizzare con troppa leggerezza il termine “fascismo”, vedi la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, adesso utilizzano tale categoria con disinvoltura. La storia va analizzata bene: quando Charles De Gaulle prospettò l’Europa delle patrie, dall’Atlantico agli Urali, qualcuno pensò di definirlo fascista? O un sovranista? Potremmo davvero definirlo tale? Direi piuttosto che il gollismo è un fenomeno specifico, con le sue proprie caratteristiche, circoscritto alla storia francese».

Professore, mi sta dicendo che Marine Le Pen non incarna un nuovo fascismo? È sicuro di ciò che sostiene?
«È una definizione grossolana. Ha degli elementi in comune con il fascismo ma anche aspetti diversi: per esempio la capacità di intercettare un malcontento sociale della classe operaia francese. Cosa che non fu per il fascismo al suo sorgere: Mussolini, appoggiato dalla Corona, vinse contro la classe operaia. La situazione era diversa. Non vengo intimidito dalle formule dei giornaloni e dico che il lepenismo è una specifica realtà francese che dà voce ad una parte dei francesi che verrà calpestata da Macron e dalle sue banche».

Sì, ma fomenta razzismo e guerra tra poveri. Prende i voti della classe operai al grido «prima i francesi»...
«Se l’Europa dei Macron fosse in grado di salvaguardare il welfare, e anzi fosse in grado di estenderlo alle masse impoverite che vengono dai barconi, sarei il primo a dire «viva la Bce». Ma non avviene questo. In Italia abbiamo visto come Renzi col Jobs Act ha destrutturato lo Stato Sociale per poi tacciare di populismo chi invece vuole difenderlo. L’uguaglianza è come la fame, è un bisogno permanente. E Marine Le Pen si rivolge a quelle classi subalterne abbandonate dalla sinistra».

In realtà in Francia il candidato Melenchon ha ottenuto al primo turno il 17% prendendo i voti, in primis, dei ceti sociali più deboli. Non crede possa esistere una terza via, tra i Macron e i Le Pen?
«L’unica speranza è questa. E devo dire che, per fortuna, in Europa esistono alcune forze di sinistra alternativa. Ad esempio si parla troppo poco della Linke in Germania, è un modello molto interessante».

Beh, penso a Podemos e al suo “populismo di sinistra”. Così è stato bollato anche Melenchon. Su questo che idea si è fatto?
«Respingo in toto la categoria del populismo. È ridicola dal punto di vista lessicale e non ha alcun valore concettuale né pratico. Populisti sarebbero tutti quelli che si richiamano al popolo, e allora lo sono tutti a partire da Giuseppe Mazzini? Altrimenti chi sono? Castro era populista? Il partito popolare, che parlava di “popolo” e rifiutava la nozione di “lotta di classe”, era populista? Lenin era populista? Salvini è populista? Dunque Garibaldi, Lenin, Sturzo tutti populisti? È un termine che viene utilizzato per squalificare coloro che non sono d’accordo col sistema dominante vigente: uno strumento volgare di lotta contro qualcuno».

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