Le elezioni incombenti a New York sono occasione per riflettere sia sul ruolo trainante della grande città oggi, sia su una idea di composizione funzionale e culturale inedita. Corriere della Sera, 29 marzo 2013 (f.b.)
I repubblicani schierano il proprietario dei supermercati Gristedes, un finanziere, il presidente della Subway, la metropolitana, un paio di politici locali. Forse anche il capo della polizia Raymond Kelly. I democratici, dopo la rinuncia di Hillary Clinton, puntano su una pattuglia di politici di professione con Christine Quinn, la speaker del consiglio comunale, la donna simbolo della comunità gay, data per favorita.
Primarie a settembre, elezione del nuovo sindaco di New York a novembre, ma molti, più che appassionarsi alla contesa, si chiedono che ne sarà della rinascita economica della città senza la guida di Michael Bloomberg che, dopo un regno durato tre mandati, 12 anni, non può più essere rieletto. Capitale dell'arte, del teatro, del turismo, della politica internazionale con l'Onu, New York doveva gran parte della sua ricchezza alla finanza di Wall Street e alle grandi banche di Manhattan: un mondo travolto e ridimensionato dalla crisi esplosa nel 2008. Da vero sindaco-manager, Bloomberg ha favorito lo sviluppo di nuove vocazioni di una città che, un tempo grande porto e centro tessile, ha già vissuto varie trasformazioni.
Il sindaco ha puntato sulla «città verde» dell'edilizia ecosostenibile e degli otto milioni di alberi da piantare, ma soprattutto su «Silicon Alley»: quelle aziende dell'economia digitale che, cresciute nell'area di Chelsea, ma anche a Brooklyn (software e produttori di stampanti 3D) e perfino nel Bronx, ormai compete ad armi pari con la Silicon Valley californiana. Molti scoprono con sorpresa che nomi noti dell'economia digitale come Foursquare, Kickstarter, Zynga, DoubleClick, Tumblr, hanno le loro radici a New York e non in California. O che Google, fuori da Mountain View, ha una seconda «testa pensante», forte di oltre tremila cervelli, proprio a Manhattan.
La trasformazione di un'area di macellerie industriali, fabbriche di abiti e di biscotti in polo tecnologico d'avanguardia è il cuore del racconto di Tech and the City, un libro appena pubblicato da Maria Teresa Cometto e Alessandro Piol. Raccontando la storia delle start up newyorchesi la giornalista del Corriere e il venture capitalist fanno ben più che indicare una strada per i ragazzi italiani di talento che vogliono provare a costruire — in Europa o a New York — la loro start up. Il libro, pubblicato anche negli Stati Uniti, racconta l'avventura professionale e umana di tanti geni tecnologici spesso arrivati all'economia digitale nei modi più strani (Chris Dixon di Hunch alla Columbia University aveva studiato filosofia, Kevin Ryan di DoubleClick racconta di essere stato accettato a Yale solo perché in Italia aveva imparato a giocare bene a calcio), ed esplora perfino fenomeni curiosi come quello dei giovani che «si inventano una start up per rimorchiare al venerdì sera».
Ma nel libro c'è soprattutto una lezione per la politica nella descrizione di come il sindaco-manager ha saputo tenere insieme interesse pubblico e sostegno dell'imprenditorialità sviluppando un ecosistema fatto di nuova istruzione scientifica, creazione di forme di apprendistato digitale e infrastrutture tecnologiche.
Prefazione al nuovo libro di Renzo Moschini, Parchi e politica, Edizioni ETS, Pisa 2013. Anche per aprire un dibattito sul tema: per contrastare l'ideologia neoliberale dobbiamo proporre le "aree protette" come recinti, oppure come anticipazione di un diverso rapporto tra patrimonio e habitat dell'uomo? Ne riparleremo su queste pagine
Una puntuale recensione all'ultimo lavoro di Francesco Erbani dedicato al degrado urbanistico e non solo della Capitale, governata da una classe dirigente storicamente inadeguata al livello dei problemi, e oggi preda della cultura liberista egemone
La Roma che si presenta oggi alla nostra osservazione e per tanti di noi all'esperienza quotidiana della vita vissuta, costituisce un vasto e multiforme laboratorio in cui verificare, sulla base di prove storiche, di ambiti e materiali direttamente osservabili, il fallimento indiscutibile di una stagione del capitalismo italiano. E non solo. Nelle sue strutture materiali come nel clima della vita civile, si può leggere il rendiconto, con poche luci e con molte ombre, di un gruppo dirigente cittadino che ha incarnato a modo suo, ed entro le specifiche smagliature della tradizione urbanistica italiana, la cultura neoliberista trionfante negli ultimi due decenni. Una cultura interpretata, ovviamente, con varie gradazioni dai partiti e gruppi dirigenti romani, ma pur sempre unico orizzonte prospettico per l'intero ceto politico. Roma mostra oggi, con i suoi innumerevoli problemi irrisolti, con le sue confuse e oscure prospettive, quanto l'affidare gli spazi che per ragione storica fondativa sono pubblici e comuni– quelli appunto della Città - ai liberi e sregolati appetiti dei privati conduce ad esiti di ingovernabile disordine urbano e sociale.
Quanto affermo ce lo mostra oggi limpidamente Francesco Erbani nel suo Roma. Il tramonto della città pubblica, Laterza Roma-Bari 2013, pp175, euro 12. Il testo, scandito in 8 capitoli, affronta e rende comprensibili anche al lettore non esperto i grandi nodi urbanistici, ambientali, sociali, in cui la città si dibatte. E lo fa con un taglio elegante di saggistica, che è insieme una scelta di conoscenza condivisa, di esplorazione dal vivo insieme a gruppi di cittadini romani, che non solo vivono i problemi del proprio quartiere, ma ne studiano le ragioni, le conseguenze, le soluzioni possibili. Si tratta di « quel vasto fronte dei comitati di cittadini, di gruppi e associazioni che producono una mole imponente di indagini sul proprio quartiere e che avviano vertenze per salvaguardare quel che appartiene a una collettività e che invece si vorrebbe alienare a vantaggio di pochi.» Ma quel che è paradossale è che tale mole volontaria di ricerca, di studi, in cui operano anche valenti professionisti, ha come controparte « quasi sempre il pubblico che smette di fare il pubblico, sono l'amministrazione e l'ente che si sottraggono al compito di tutelare interessi generali.»
Riportiamo alcuni stralci dal libro Lezioni di piano. L’esperienza pioniera del Piano paesaggistico regionale della Sardegna raccontata per voci, voce guida Edoardo Salzano, Prologo di Sandro Roggio, Corte del Fòntego editore, Venezia 2013 (320 p., 25 €)
Premessa
Il libro è costituito da testi scritti o raccolti dalla viva voce di una quarantina di persone in vario modo coinvolte nella vicenda del Piano paesaggistico regionale della Sardegna. Pubblichiamo qui di seguito la nota editoriale (in calce) e alcuni stralci dei testi del curatore. Altre informazioni sul libro nel sito dell'editore Corte del Fòntego.
Prefazione
Il piano paesaggistico della Sardegna è stato un sogno, un castello di sabbia costruito su una spiaggia destinato a essere sgretolato dal calore del sole o dissolto dall’onda marina? La Giunta Cappellacci non ha né l’ardore del sole né l’impeto dell’onda. Ma certamente le prime leggi emanate rivelano che l’intenzione di distruggerlo c’è ed è forte; anzi, è già in atto con dichiarazioni, azioni, inazioni e norme eversive.
Quando il presidente Soru, nel 2004, mi chiese di collaborare alla formazione del piano paesaggistico regionale come componente del Comitato scientifico, conoscevo pochissimo della Sardegna. Mai visitata da turista, l’avevo raggiunta solo in quanto sede di incontri di studio e di lavoro. A posteriori, mi sembra significativo che una delle occasioni principali di contatto con la Sardegna e con i sardi sia stato un convegno sulla legge Galasso. Era passato un anno dalla sua approvazione, le Regioni avrebbero dovuto provvedere all’attuazione redigendo piani territoriali fondati sui suoi criteri del tutto innovativi. Benché il risultato dell’attuazione regionale della legge fosse allora assolutamente deludente (come oggi è quella del Codice del paesaggio, con l’unica eccezione della Sardegna), era certo stata avviata la costruzione di un modello di pianificazione del paesaggio capace di reggere alle insidie giuridiche derivanti dalla forza degli interessi immobiliari nell’uso del territorio.
Avevo seguito molto da vicino la formazione della legge Galasso. Franco Bassanini e Guido Alborghetti, i due deputati che su mandato della commissione parlamentare stendevano il testo definitivo della legge, mi consultavano spesso. Insieme lavorammo per trovare il corretto equilibrio – in termini di pianificazione paesaggistica – tra due esigenze in apparenza contraddittorie, poste dalla Costituzione: la tutela del paesaggio e quella della proprietà privata (ho contribuito in particolare ad attribuire la facoltà di conferire «particolare considerazione paesaggistica e ambientale» anche agli strumenti della pianificazione ordinaria).
Avevo poi seguito la redazione del piano paesaggistico dell’Emilia Romagna, unico esempio tempestivo e puntuale di attuazione della legge e primo approfondimento del suo principio essenziale: la solidità giuridica dei vincoli sull’uso della proprietà privata, sull’individuazione delle “categorie di beni a confine certo”, alla tutela delle quali è affidata la garanzia del rispetto dell’articolo 9 della Costituzione. Dalla legge Galasso e dalla sua attuazione emiliano-romagnola discendeva un modello di pianificazione che mi sembrava utile proporre per il piano della Sardegna.
La lettura delle Linee guida per il lavoro di predisposizione del ppr, predisposte dalla Giunta, e i successivi incontri mi confermarono che la Regione aveva idee chiare e condivisibili sulle finalità da raggiungere, ma non un’adeguata consapevolezza del modello di pianificazione da assumere. Ritenevo che il mio contributo nel Comitato scientifico, assieme a quello di altri urbanisti che avevano partecipato in differenti sedi e con differenti ruoli alla pianificazione paesaggistica, potesse essere utile per individuare il percorso da compiere nell’utilizzo del vasto ed eterogeneo materiale raccolto e ordinato dagli uffici della Regione, alla cui integrazione e approfondimento avrebbero certamente potuto collaborare gli altri componenti del Comitato versati in diverse essenziali discipline.
Il lavoro che abbiamo compiuto fino all’approvazione del piano e le testimonianze sulla sua validità (dalle sentenze della giustizia amministrativa ai riconoscimenti della cultura nazionale e internazionale) mi hanno convinto della giustezza di applicare come criterio fondamentale della pianificazione paesaggistica l’individuazione e la disciplina di elementi del territorio appartenenti alle “categorie dei beni a confine certo”, anche se non fu facile portare a ragionare tutti gli attori della costruzione del piano nella stessa direzione. Inoltre, il passaggio dalla legge Galasso al Codice del paesaggio e alle successive modifiche del 2006 aveva provocato ulteriori incertezze.
Il piano paesaggistico della Sardegna è frutto di tre elementi: la visione e la determinazione di Renato Soru, allora presidente della Regione; una cultura urbanistica e del paesaggio che parte da lontano; fecondi incontri tra le esperienze maturate in più ambiti culturali e territoriali. Proposito mio e dell’editore, nel progettare questo volume, era raccontare questa esperienza di pianificazione, per molti versi pioniera e all’avanguardia, proprio mentre è in atto la sua aggressione, iniziata con la campagna elettorale del presidente Cappellacci e surrettiziamente in corso.
Ho partecipato alla stesura di questo libro redigendo le note introduttive (più o meno ampie) a ciascun capitolo, accompagnando un ventaglio di voci, tutte in qualche modo in relazione con il piano: voci di chi lo ha voluto, costruito, attuato, e di chi lo ha contestato e aggredito. Ho accettato tanto più volentieri di partecipare a questo progetto perché sono convinto che l’esperienza di pianificazione che va sotto il titolo di “piano paesaggistico regionale della Sardegna” non si esaurisca nell’atto normativo né nei suoi dispositivi, ma viva nell’insieme di queste voci (della cultura, della società, della politica) che costituiscono l’humus dal quale è nato, colgono gli umori, gli entusiasmi e le diffidenze, i consensi e i ripensamenti. In questo senso va anche interpretato il titolo: il libro non è una raccolta di “lezioni” sul piano illustrate da una serie di testimonianze, ma il risultato di un coro (meglio, un vocìo) nel quale armonie e dissonanze spiegano ed esprimono la ricchezza del percorso della pianificazione: è questa stessa ricchezza la “lezione di piano”.
Conflitti e conquiste
[dall’introduzione al capitolo 6]
Ogni piano territoriale apre conflitti. Dalle trasformazioni del territorio c’è sempre chi guadagna e chi perde. Anche nelle scelte che influiscono sulla vita quotidiana di ciascuno di noi soddisfare un’esigenza comporta spesso sacrificarne un’altra. Se nelle scelte urbanistiche di riorganizzazione di una certa area si privilegerà l’esigenza di arrivare a casa in automobile, si entrerà in conflitto con chi vorrebbe percorrere gli spazi tra le case a piedi o in bicicletta o spingendo una carrozzina. Se vogliamo utilizzare il suolo di nostra proprietà per diventare più ricchi rendendolo edificabile, entreremo in conflitto con chi vuole utilizzarlo come terreno agricolo o parco pubblico.
Ovviamente, anche il piano paesaggistico sardo ha aperto conflitti: nei suoi primi passi quando Soru ventilò e poi fece approvare la legge Salvacoste, nel corso della sua formazione, quando infine la maggioranza che aveva voluto e approvato il piano fu sconfitta, prima in Consiglio regionale e poi nelle urne. Sia ieri sia soprattutto oggi.
Oggi, anno 2013, c’è chi parla del piano paesaggistico – tuttora vigente – come il “vecchio piano” (anche la stessa stampa sarda). C’è addirittura chi ha avviato, e in parte attuato, il suo svuotamento – come il baco svuota la mela lasciandone intatta la scorza – e ha avviato l’iter per il suo definitivo affossamento
Ilconflitto di fondo
Evidentemente è rimasto aperto – e non poteva che essere così – il conflitto di fondo: tra chi vuole il territorio come risorsa di cui i più potenti possono appropriarsi per utilizzarlo a piacimento, trarne guadagno finanziario e maggior potere (chiamiamolo territorio come strumento per accrescere la rendita) e chi considera il territorio un patrimonio da usare con parsimonia, come bene comune delle generazioni attuali e future, delle persone che lo abitano o che vogliono conoscerlo e goderne (chiamiamolo territorio come habitat dell’uomo).
Il conflitto tra queste due concezioni del territorio ha storicamente provocato la debolezza giuridica della tutela del paesaggio affermata dalla Costituzione nei confronti della tutela degli interessi proprietari, che pervade il resto del sistema giuridico italiano. Le sentenze costituzionali 55 e 56 del 1968 che abbiamo più volte richiamato (in "Cultura del piano") hanno costituito il momento più evidente di quel conflitto, e la legge Galasso del 1985 l’avvio del suo superamento.
Negli anni dell’approvazione del piano paesaggistico e in quelli immediatamente successivi, i segnali più evidenti del prevalere degli interessi legati alla prima delle due concezioni sono stati segnati dall’isolamento politico che ha avvolto i suoi protagonisti.
La stampa sarda era divisa tra «La Nuova Sardegna» che ha abbracciato in qualche misura la linea dell’accoglimento del ppr e «L’Unione Sarda» che ha contrastato con forza la posizione di Soru («L’unione» è di proprietà di un costruttore cagliaritano).
Non bisogna dimenticare che Cagliari e il sud della Sardegna sono informati quasi esclusivamente dall’«Unione Sarda» e dall’emittente televisiva Videolina (dello stesso proprietario). In quegli anni Soru non è mai stato intervistato dall’«Unione Sarda» e dalle televisioni che fanno riferimento a quel gruppo editoriale: non ha mai potuto spiegare in televisione la “filosofia” del piano. Lo racconta bene Soru stesso: «I proprietari di aree sulle coste, gli immobiliaristi e diversi amministratori dei comuni costieri facevano fatica a pensare a un modello di sviluppo per le loro comunità differente, un modello non legato al cantiere edilizio, all’aumento della cubatura sulle coste e all’aumento degli introiti dell’ici. Questi si sono subito mossi in maniera massiccia e, malauguratamente, gli interessi più forti coincidevano con il controllo di gran parte della comunicazione in Sardegna, sia giornalistica che televisiva. La comunicazione si è caratterizzata da subito da un verso. Abbiamo dovuto faticare molto per far passare la nostra idea. Questo tipo di comunicazione è riuscito a veicolare un’idea del ppr e della politica della pubblica amministrazione come un blocco. Un blocco per il territorio e per l’economia. E uno slogan facile, veicolato in continuazione, ogni giorno, finisce piano piano per passare se, dall’altra parte, le capacità di comunicazioni sono più deboli e se non sono sostenute da una vasta comunità politica che si prende a cuore la tutela e la salvaguardia del territorio». Ha prevalso, prosegue Soru, «un’idea sbagliata: l’idea che le norme di salvaguardia, che dovevano durare solamente fino a che i diversi comuni approvavano i piani urbanistici comunali, fossero il “Piano paesaggistico”, non facendo comprendere ai cittadini della Sardegna che le norme di salvaguardia rimanevano in vigore solo fintanto che il piano urbanistico veniva approvato e adeguato al ppr» («Gazzetta ambiente», 2011, p. 52-53). Fino all’approvazione dei nuovi piani comunali, insomma, si manifestava solo la faccia della tutela costituita dal vincolo, mentre con il puc poteva esprimersi tutta l’ampia realtà della tutela come opportunità di sviluppo (naturalmente di uno sviluppo alternativo rispetto a quello svillettatore e distruttore che il ppr contrastava).
I partiti della coalizione che sostiene Soru non organizzano mai un dibattito pubblico per spiegare il lavoro della Giunta e di fatto lo lasciano solo: questo isolamento all’interno della stessa compagine che lo aveva espresso, applaudito e sostenuto nel momento delle elezioni raggiunge forse il punto più basso e metaforico proprio all’alba del tentativo della Giunta di aprire un ampio dibattito con i cittadini. Si può quasi affermare che esiste una continuità tra l’isolamento politico che si è manifestato negli anni del governo Soru e la volontà di cancellare il piano che si è espressa con la Giunta Cappellacci. Gli esponenti di quest’ultima sostengono, è vero, di avere un’ottima opinione del piano. A parole lo difendono e lo apprezzano. Ma le parole, per quanto importanti, non sono sufficienti a modificare la realtà. A volte, anzi, assumere le parole altrui è una mossa tattica per tentare di sorprendere ciò che si vuole abbattere e divorare, come fece il lupo quando indossò la pelle di pecora per divorare l’agnello.
[…]
Come andare avanti
[ introduzione del al capitolo 7
Per andare avanti – e proseguire nel solco tracciato dalla vicenda del ppr – occorre innanzitutto domandarsi quali siano i risultati raggiunti. In primo luogo bisogna sottolineare che, nonostante le riserve espresse sullo strumento delle intese con i Comuni e dell’applicazione delle norme transitorie, sono state eliminate dalle previsioni dei piani urbanistici vigenti 15 milioni di metri cubi.
Tra i risultati mi sembra anche che si debba sottolineare il raggiungimento, almeno in Sardegna, di una più solida capacità di resistenza della tutela del paesaggio nei confronti del diritto proprietario, almeno nella sua dimensione di vincolo. La validità giuridica del piano è confermata da un lato, a più riprese, dalle sentenze dei tribunali amministrativi, che hanno sconfitto gli attacchi sferrati dai suoi avversari in nome degli interessi proprietari, dall’altro da una serie di episodi di successo nella difesa di paesaggi e specifici beni culturali il più emblematico dei quali è il caso dei colli di
Tuvixeddu-Tuvumannu. Le sentenze amministrative hanno dimostrato che i reiterati vincoli tradizionali apposti su diverse porzioni dello straordinario complesso sono stati integrati e resi solidi nella sostanza territoriale e nella consistenza giuridica solo grazie alla tutela attribuita dal ppr.
La qualità del piano e la sua calibratura tra diritti del paesaggio e diritti della proprietà hanno assegnato alla Sardegna un nuovo primato. Anziché essere considerata come isola bella ma corrotta dalla distruzione delle sue coste, essa appare oggi come portatrice di un modello di tutela del paesaggio, valido sia a livello nazionale sia internazionale.
Resistere, attuare, completare
Voglio domandarmi che cosa occorra fare perché le parole del piano si traducano più compiutamente in fatti. Per farlo sono necessari almeno tre passaggi: resistere, attuare, completare.
Di fronte ai tentativi di smantellare il piano e di abbandonare nelle mani dei saccheggiatori la parte ancora bella dell’Isola (ed è tanta) occorre resistere a ogni incrinatura, indebolimento, “alleggerimento”, e perfino a una ragionevole semplificazione del piano paesaggistico. La sua funzione di vincolo deve essere rafforzata (coinvolgendo il mibac, coautore, come abbiamo più volte affermato, del piano paesaggistico). Resistere rafforzando il vincolo, pur nella consapevolezza che ciò non è sufficiente: è necessario infatti, per la pienezza della tutela, anche attuare le previsioni, i programmi, le iniziative che la pianificazione paesaggistica aveva previsto e avviato. Innanzitutto adeguare al ppr tutti i piani urbanistici comunali nei quali l’iter si è interrotto per difficoltà di gestione, per disinteresse delle amministrazioni o in attesa del promesso “azzeramento” dei vincoli.
Finché dura l’attuale maggioranza l’attuazione del piano non sarà semplice. E del resto, le difficoltà che si incontreranno per proseguire l’impresa avviata dalla Giunta Soru non provengono solo dalla compagine di destra. Del completamento del piano fa parte anche l’approvazione degli ambiti interni. La Giunta Soru ha dovuto dimettersi sostanzialmente perché una parte della coalizione che la sosteneva si oppose alla sua approvazione. Se oggi è difficile completare e attuare il piano, sarà addirittura impossibile compiere gli ulteriori passi che già sarebbero stati necessari, e affrontare e risolvere un paio di questioni che la brevità del tempo concesso a Soru e alla sua amministrazione non ha consentito di affrontare adeguatamente. Mi riferisco in particolare a due questioni: l’urbanistica e la partecipazione.
L’urbanistica e la pianificazione Il paesaggio è figlio della collaborazione tra natura e storia. Un paesaggio è il risultato delle trasformazioni che le civiltà apportano alla superficie terrestre per rendere l’habitat dell’uomo idoneo alle funzioni che deve soddisfare. Un bel paesaggio è quello che si ottiene “conservando l’intatto”, “non toccando quello che è venuto bene” e cercando di ripararne i guasti. In un contesto culturale virtuoso (conforme a quello raccontato in Cultura del piano) si ritiene che ogni trasformazione del paesaggio debba iniziare dall’individuazione delle qualità preesistenti e proseguire nel rispetto delle regole che hanno caratterizzato il rapporto tra storia e natura (ecco perché è importante conservare i tracciati della viabilità storica, la continuità dei filari di alberi e dei cespugli, la tessitura dei muretti a secco, l’organizzazione dell’edilizia storica ecc.). Il ppr definisce e regolamenta proprio questi elementi. Ciò costituisce però solo il primo passo di un processo di pianificazione che deve successivamente stabilire quali trasformazioni sia possibile compiere nel rispetto delle regole stabilite dal ppr. La tutela di cui la pianificazione paesaggistica costituisce l’avvio deve perciò prolungarsi attraverso una pianificazione territoriale e urbanistica che definisca quali e quante trasformazioni siano necessarie per soddisfare le altre esigenze degli abitanti finalizzate al loro benessere e non all’arricchimento di questa o di quell’altra categoria di cittadini. È perciò necessaria una nuova legge urbanistica regionale che stabilisca in che modo, mediante quali istituzioni, procedure, strumenti, debba svilupparsi una pianificazione territoriale e urbanistica coerente con quella del paesaggio.
Il tentativo di una nuova legge urbanistica era stato compiuto dalla Giunta Soru con una proposta che allora mi sembrò, e sembrò al Comitato scientifico, ampiamente inadeguata. E' necessario riprendere il lavoro di una nuova legislazione urbanistica la quale però non può avere una dimensione solo regionale poiché il nodo di fondo è quello al quale abbiamo più volte accennato e cioè il prevalere in Italia di una concezione del diritto proprietario prevalente su ogni altro diritto.
Va insomma portato avanti il lavoro sul nodo tra tutela e proprietà che già le sentenze 55 e 56 del 1968 avevano individuato, invitando il legislatore a scioglierlo. Occorre affermare con forza alcuni principî che dovrebbero assumere valore costituzionale: non esiste alcuna “vocazione edificatoria” del suolo; la terra biologicamente attiva (non laterizzata) è un valore in sé; non ne può essere sottratta ai ritmi della natura un’ulteriore porzione a meno che questa serva (e là dove serve) per altre esigenze socialmente rilevanti, non soddisfacibili in altro modo; la sottrazione di terra libera al ciclo biologico deve comunque avvenire in modo trasparente e secondo criteri inoppugnabili, quindi mediante i metodi e gli strumenti della pianificazione della città e del territorio.
Anche il tema della partecipazione conduce ad affrontare un analogo nodo, questa volta nel campo della cultura e non in quello del diritto. Abbiamo accennato a una componente dell’anima sarda: quella che ritiene il paesaggio un elemento determinante dell’identità stessa del popolo e la sua tutela prioritaria. Ma ne esiste anche un’altra insofferente alle regole, animata, afferma Giorgio Todde, «da sentimenti innati come l’istinto individuale del possesso, della “roba”, del territorio, di un’idea di proprietà che consiste nell’intolleranza a ogni limitazione d’uso».
Affrontare in modo adeguato il tema della partecipazione significa non accontentarsi di coinvolgere nel processo delle decisioni la popolazione così come questa oggi si manifesta e si esprime. Chi critica il piano e anche molti di quelli che hanno contribuito a costruirlo ritiene che questo sia sufficiente o addirittura pretende che già oggi si costruisca un nuovo piano basato sull’attuale “percezione” che le popolazioni hanno del territorio. Mi sembra una visione straordinariamente ottimistica della realtà: un ottimismo che, se condiviso dai decisori, condurrebbe alla distruzione completa dei paesaggi che oggi tutti si propongono di difendere.
La «sfiducia nei confronti dei cittadini, delle imprese e degli amministratori locali» non è – come ritiene l’onorevole La Spisa – frutto di un pregiudizio ma della constatazione dei modi in cui, prima del ppr, le coste delle Sardegna sono state massacrate e degli interessi che oggi spingono per svuotarlo con gli strumenti (Piano casa e provvedimenti per il golf) che l’onorevole La Spisa, autorevole componente della Giunta regionale, non ha certamente contrastato. Sembra inoltre che la sua opposizione al ppr sia basava su un equivoco, dove dice che lo strumento dell’intesa tra Regione e Comuni ha significato «concentrare il potere nelle mani di una o di poche persone»: se una critica è da muovere sarebbe quella opposta, aver affidato attraverso quello strumento troppo potere proprio a chi, in buona o cattiva fede, aveva più contribuito al degrado della costa sarda.
Quando si parla di “percezione del paesaggio” occorre tener conto, come afferma Angioni, che essa è il risultato «di abitudini e di modi di sentire radicati nel tempo da millenni». È possibile ipotizzare che il tempo di elaborare un piano paesaggistico sia sufficiente a modificare radicalmente siffatta “percezione”? Abbiamo già sostenuto che la definizione di paesaggio può essere assunta come il punto di arrivo di un processo di maturazione che sarà certamente lungo. Se si vuole che al termine di questo processo qualcosa dell’attuale bellezza dei paesaggi sopravviva non c’è altra strada che quella di adoperare l’arma «centralistica» e «dirigistica» del vincolo, per usare le espressioni di Angioni nei confronti del «vecchio» piano. In realtà, per ottenere che oggi ciò non avvenga è indispensabile che le regole di salvaguardia siano ferreamente stabilite, che ne siano represse (alla maniera di Luigi Cogodi) le violazioni, e che la consapevolezza dell’obbligo morale, per ciascuno, di tutelare il paesaggio sia divenuto pensiero corrente e prassi quotidiana di azione. Ciò richiede non di modificare nell’immediato, o aggiustare, o revisionare il piano paesaggistico, o di formarne addirittura uno nuovo, ma di impegnarsi in una campagna necessariamente lunga che si ponga l’obiettivo di far prevalere, nell’ideologia egemonica, quella componente dell’anima sarda che ha portato al successo Renato Soru.
Da questo punto di vista ciò che è necessario in Sardegna non è diverso da ciò che è necessario nel resto dell’Italia e del mondo. «Programmare un aggiornato senso comune e paesaggistico», come Angioni giustamente ritiene necessario, è un’impresa certamente di lungo respiro che coinvolge in primo luogo il processo di formazione in tutte le sue fasi, a partire da quelle elementari, sebbene richieda un impegno del tutto particolare a quelle persone che hanno avuto la possibilità di studiare, comprendere, svolgere un lavoro intellettuale, e che abbiano in più l’umiltà di sapersi esprimere in modo semplice e a tutti comprensibile. Cosa che in questo libro abbiamo tentato di fare. E.S.
Nota dell’editore
L’idea del libro è nata correggendo le bozze di Memorie di un urbanista di Edoardo Salzano: la lettura del breve appassionato capitolo dedicato all’esperienza della costruzione del piano paesaggistico della Sardegna pretendeva un racconto molto più ampio ed esauriente di quella impresa. Ho pensato di affidare il “racconto del piano” a coloro che lo avevano fatto o ne erano stati coinvolti. Un’unica storia, un grande affresco, diversi punti di vista. Eddy, dal suo osservatorio competente e privilegiato, si sarebbe riservato il compito di condurre e di spiegare.
La maggior parte dei contributi riuniti in questo volume è stata scritta per questo libro e una decina sono le interviste raccolte da me tra giugno e luglio 2012. Un piccolo gruppo infine è costituito da testi già editi. In linea con gli intenti della collana, agli autori è stato chiesto ciò che per molti specialisti risulta uno sforzo ma che in questo caso era una condizione: produrre testi semplici, chiari, senza tecnicismi, in un linguaggio quasi domestico e a tutti accessibile. Molti si sono adeguati e li ringrazio.
Sono stati uniformati gli usi grafici e le maiuscole. Non è sembrato opportuno sciogliere – quando reiterate – le abbreviazioni ppr (piano paesaggistico regionale), puc (piano urbanistico comunale), ptp (piano territoriale paesistico).
Dopo aver cercato un’idea per la copertina nel mondo della pittura sarda antica, moderna e contemporanea, un particolare, un frammento, uno scoglio che facesse al caso mio, e dopo aver passato in rassegna decine e decine di foto che ritraggono devastazioni di tratti di costa dell’Isola (ricerca inutile perché le fantasie che forgiano il ferro e il cemento sono simili in tutta Italia) ho ricevuto in dono un libro fotografico. Un doppio dono, perché, proprio alla fine ho visto la mia copertina. Una foto potente di una gonna nera – sarda – messa ad asciugare all’aria, tenuta aperta da tre sostegni. L’ho letta subito come una metafora ideale della Sardegna e l’ho fatta girare. La foto l’hanno vista in tanti e le metafore sono uscite sempre diverse: «la gonna è l’Isola vuota al centro ma popolata e costruita sulle coste»; «la gonna è un sipario, tolto il quale c’è il paesaggio sardo che è nei nostri cuori, non sempre raggiungibile»; «è così che io vedo la mia Isola, solo attraverso un buco, una visione sempre costretta e parziale»; «la gonna è una lavagna, su cui idealmente sono scritte le lezioni di piano». E si potrebbe continuare.
Senza Sandro Roggio, autore del prologo, generoso amico di questa impresa, il libro non esisterebbe. Maria Paola Morittu mi ha offerto la sua costante e premurosa consulenza, punteggiata da vivaci discussioni e vivificanti scambi di fioretto. La lavorazione di questo volume, durata quasi un anno, non ha avuto un andamento lineare e non ha seguito una vera traccia. Macchie di leopardo si sono allargate, altre sono sbiadite lungo la strada. Quando Giorgio Todde mi ha informato che il libro c’era, è stata la prima volta in cui l’ho visto anch’io. Gli sono particolarmente riconoscente per questo.
Mi scuso per le incursioni telefoniche, sempre urgenti, con cui ho cercato di annullare la distanza tra la Sardegna e Venezia, incurante del giorno e dell’ora, per sciogliere dubbi e incongruenze soprattutto attorno alla redazione del piano e alla sua cronologia: in particolare con Paola Cannas, Gian Valerio Sanna, Renato Soru, Paolo Urbani. Un pensiero affettuoso va a Helmar Schenk, scomparso alcuni giorni prima di rilasciare la sua intervista.
Con viva gratitudine ringrazio chi, pur non condividendo la posizione del libro sul piano paesaggistico sardo, ha accettato di esserci, arricchendolo con il suo punto di vista. E infine ringrazio chi in Sardegna mi ha accolto, ascoltato, ospitato, non solo in occasione delle interviste: Bachisio Bandinu, Umberto Cocco, Piero Cuccu, Piero Filigheddu, Antonietta Mazzette, Maria Antonietta Mongiu, Pierfranco Picci, Antonello Sanna, Enzo Satta. Con simpatia ricordo Nadir, Nicolas, Peppe, Tore, i ragazzini di Orosei che mi hanno fatto compagnia per un lungo pomeriggio e a cui ho facilmente concesso di prendersi una certa confidenza con il mio camper. Ovunque in questo libro si dice che il futuro sono loro. E a loro dedico questo lavoro.
Marina Zanazzo
La prefazione di un libro tutto da leggere, da domani (20 marzo 2013) in libreria. Rendita, economia e politica, protagonisti della Grande crisi. «Il contributo scientifico di Mario De Gaspari aiuta a capire come va il mondo. E aiuta soprattutto chi vuole cambiarlo».
Chi apre queste pagine ha in mano un libro prezioso. Il suo valore dipende non solo dalla qualità dell'analisi ma dal fatto che è raro poterla leggere in un testo rigoroso come questo. E' davvero povera la letteratura sulla rendita immobiliare, non solo nella ricerca teorica, ma nella pubblicistica corrente e ancor di più nel dibattito politico. Eppure, Mario De Gaspari dimostra che è la chiave analitica più efficace per comprendere l'incubazione della Grande Crisi, le attuali difficoltà ad uscirne, il ruolo inedito e perverso del sistema creditizio e soprattutto l'impatto di tutti questi fenomeni sulla decadenza italiana.
Chi l’avrebbe detto che il turbo-capitalismo si sarebbe inceppato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà. Chi l’avrebbe detto che dopo tanta retorica sulla società della conoscenza bisognava tornare e occuparsi delle rate dei mutui immobiliari come principale problema della globalizzazione. Chi l'avrebbe detto che una potenza mondiale come gli Usa vacillasse a causa di 5 milioni di americani insolventi.
Oggi si comprende meglio che cosa è stato l’ultimo ciclo di euforia immobiliare. La crisi dei subprime è come la nottola di Minerva che si alza in volo verso sera sollecitando il pensiero a trarre un bilancio della giornata. Si sono inceppate insieme le due forme di rendita, quella finanziaria e quella immobiliare, come erano cresciute insieme nel decennio passato, rivelando un indissolubile legame strutturale e, forse più, una medesima visione del mondo. La condivisione di ascesa e declino mette in luce la natura anfibia di questa economia di carta e di mattone, capace di librarsi su quanto di più etereo e, d’altro canto, saldamente ancorata a quanto di più solido. Il mattone ormai si comporta come un derivato, ci ricorda Giulio Sapelli. La rendita urbana è una prosecuzione della finanza con altri mezzi, direbbe von Clausewitz.
Oggi si parla molto poco di rendita immobiliare, proprio mentre il fenomeno è diventato fattore cruciale nell’allocazione delle risorse e nella regolazione dei processi. Paradossalmente l’attenzione è stata maggiore quando il fenomeno era meno rilevante nel ciclo economico. Certo la speculazione edilizia degli anni cinquanta e sessanta ha avuto un impatto disastroso nel territorio italiano, ma tutto sommato era espressione di settori arretrati rispetto alla trasformazione capitalistica.
In un’intervista dei primi anni settanta Agnelli proponeva di combattere la rendita urbana perché provocava l’aumento degli affitti, la diminuzione dei redditi disponibili per i lavoratori e di conseguenza una maggiore conflittualità in fabbrica. Era l’argomento principale su cui poggiava l’offerta al movimento sindacale di un patto tra produttori. Venti anni dopo la Fiat e tutti gli altri grandi gruppi industriali danno vita ai fondi immobiliari per utilizzare le rendite come margini per le rispettive ristrutturazioni aziendali e come via di fuga dalla competizione internazionale.
Da Sullo a Bucalossi il tema è stato centrale nell’agenda politica e nel dibattito pubblico. Perfino l’arte narrativa ha contribuito a denunciare il problema, ad esempio con il film Mani sulla città di Rosi e il romanzo La speculazione edilizia di Calvino. Per il tecnico urbanista, infine, la rendita costituiva non solo un decisivo argomento disciplinare, ma perfino una tappa della formazione etico-professionale.
Su tutto ciò è calato il silenzio da quando la rendita è diventata la forza indisturbata dello sviluppo territoriale e parte integrante della finanziarizzazione dell’economia. C'è stata anche una disattenzione della letteratura scientifica più recente che ha trattato gli immobili come qualsiasi altro bene, senza metterne sotto osservazione le peculiarità di comportamento nel ciclo economico che assomigliano a quelle della moneta. In entrambi i casi la tendenza speculativa si sovrappone alle funzioni d'uso, rispettivamente di abitazione e di mezzo di pagamento. Nel testo, infatti, non si trova citato quasi nessun economista contemporaneo, ma le categorie fondamentali di analisi vengono tratte direttamente dai grandi classici, da Ricardo a Keynes, Schumpeter e Minsky. Tornare a occuparsi di rendita è quanto mai necessario se si intende governare davvero i processi economici.
Questa storia paradossale rende perfino fuorviante l'uso della parola “rendita”, ci avverte De Gaspari, perché essa ha caratterizzato il dibattito pubblico quando ancora denotava una forza passiva del ciclo. Oggi invece la parola “rendita” va collocata nel cuore del processo capitalistico globalizzato. Occorre una vigilanza semantica per dislocare il termine nei problemi contemporanei e per analizzare i caratteri della Crisi attuale. E' davvero illuminante il contributo del libro alla comprensione del ruolo degli istituti di credito che non sono più intermediatori finanziari ma vere imprese della rendita. Hanno fatto di tutto per gonfiare la bolla immobiliare e ora che i valori sono scesi tengono in corpo gli asset senza certificarne la perdita, ma facendo pagare questa sofferenza al sistema economico in termini di stretta creditizia. Nelle follie immobiliari del sistema bancario, quindi, si nasconde la principale forza di inerzia che impedisce la ripresa economica.
E questo spiega molto della crisi italiana. Da noi le banche non sono fallite ma portano una zavorra ancora più pesante di titoli edificatori inesigibili o di immobili svalutati e proprio per questo oggi esse contribuiscono alla stretta recessiva. La forza d'inerzia della crisi è direttamente proporzionale all'intensità della follia immobiliare precedente.
La bassa produttività, il vero malanno italiano del decennio, è determinata per larga parte dallo straordinario successo della politica pro-rendita. Esso corrisponde ad un modo d’essere profondo del Paese, ad una sorta di genius loci che solo nel mattone è in grado di rendere coerenti e durature le strategie di molti attori pubblici e privati. Il danno più grave è nel modello di sviluppo parassitario. I plusvalori della rendita sono di gran lunga superiori rispetto a quelli dei normali profitti industriali, senza neanche la difficoltà di organizzare un ciclo produttivo. L’acqua va dove trova la strada e le risorse disponibili sono attratte dagli usi speculativi a discapito degli usi produttivi. E’ stato un decennio di grande retorica sulla società della conoscenza, innovazioni tecnologiche e produzioni immateriali, ma nella realtà ha vinto la componente parassitaria dell’economia italiana.
Il valore del capitale fisico delle città non è mai cresciuto tanto, ma alla fine del ciclo immobiliare le città si ritrovano povere di infrastrutture e con i bilanci disastrati. Dove è andata a finire tutta questa ricchezza? Come si spiega questo scarto tra ricchezza immobiliare e povertà urbana? I plusvalori sono stati acquisiti in gran parte dai proprietari senza alcun merito, non essendo determinati dai loro investimenti, ma da pure rendite di posizione.
Nell’intreccio sempre più perverso di economia di carta e di mattone queste valorizzazioni immobiliari sono state succhiate dal tessuto urbano e collocate nel circuito finanziario globalizzato. Le città vengono utilizzate come substrato materiale che conferisce solidità alle transazioni immateriali della finanza.
I sindaci per sopperire ai deficit di infrastrutture e di bilanci hanno inventato la “zecca immobiliare”, cioè stampano carta moneta assegnando ulteriori diritti edificatori in cambio degli oneri di concessione. Ma lo scambio è ineguale, perché le infrastrutture necessarie per i nuovi quartieri costano molto di più degli oneri di concessione e quindi aumentano il deficit e richiedono un nuovo intervento della zecca, in una spirale perversa sempre più dannosa per l’interesse pubblico. De Gaspari svela la portata macroeconomica di tali decisioni amministrative. Questa creazione di nuovi valori immobiliari prescinde dai criteri di adeguatezza, trasparenza e pianificazione, e viene legittimata solo dall'inconsapevolezza del dibattito pubblico circa gli effetti fisici, sociali ed economici.
La bolla immobiliare ha cambiato la geografia italiana espellendo i redditi bassi negli hinterland e costruendo pulviscoli edilizi attorno alle grandi città italiane. Le chiamiamo ancora con i nomi storici - Roma, Milano, Palermo, Napoli – ma oggi essi si riferiscono a oggetti geografici molto diversi, anzi a forme post-urbane. E' un triste primato aver realizzato nell'ultimo ventennio i casi più gravi di sprawl in Europa. Sull’area vasta, inoltre, il deficit strutturale è diventato ormai ancora più pesante a causa delle difficoltà di servire con adeguate opere pubbliche il rapido esodo di popolazione. Anzi la spesa pubblica ha aggravato il fenomeno finanziando soprattutto autostrade che favoriscono la dispersione urbanistica, producendo più traffico. E’ stata ignorata l’unica leva che poteva condensare il pulviscolo edilizio, almeno in parte, ovvero la ristrutturazione delle vecchie ferrovie regionali, come hanno fatto i francesi con la R.E.R. e i tedeschi con la S-Bahn.
L’insostenibile ascesa della rendita è la responsabile occulta di tanti problemi sociali. Ad esempio, l'impoverimento del ceto medio dipende in gran parte dal boom immobiliare. Chi ha acquistato casa oggi si trova il doppio colpo dell’aumento del mutuo e dell’aumento dell’IMU. Trovare una casa in affitto significa spostarsi sempre più lontano dalla città e ai giovani precari spesso viene negata la casa in affitto perché non danno garanzie di uno stipendio fisso. Abbiamo chiesto ai giovani di adeguarsi alla flessibilità e in cambio hanno trovato un mercato delle locazioni sempre più rigido. Gli effetti perversi si fanno sentire anche negli assetti istituzionali: la Città Metropolitana non è stata istituita perché avrebbe frenato la distribuzione di rendita che i piccoli comuni si sono trovati a gestire intorno alle grandi città. C’è una ragione strutturale che ha impedito l’innovazione della forma di governo locale.
Non c’è da stupirsi, quindi, se in tale opacità di interessi pubblici e privati la politica smarrisca la responsabilità del governo. Le cause sono per lo più interne all’organizzazione del ceto politico, ma certo lo sviluppo della rendita è stato un potente catalizzatore della crisi. Il nesso tra sviluppo della rendita e mutazione della classe politica è largamente sottovalutato sul piano teorico, nonostante l’abbondanza di dati empirici che ne segnalano la rilevanza. Nella fase statalista la politica agiva sulla produzione e sulla redistribuzione delle risorse. Nel liberismo perde queste leve di regolazione economica e si rifugia nei processi di formazione della rendita territoriale.
Le nuove forme politiche di controllo del territorio assomigliano all’organizzazione in franchising delle reti di vendita delle agenzie immobiliari, nate come funghi in tutti i quartieri delle nostre città nel giro di pochi anni. Ciascun negozio ha un gestore autonomo degli affari, ma la rete di cui fa parte appare come un’azienda unica, perché è tenuta insieme da un marchio e da un marketing a livello nazionale. Entrando in un’agenzia di Tecnocasa o di Toscano si tratta con un rivenditore locale, ma si ha l’impressione di entrare in contatto con un grande gruppo, il quale proprio per questo sembra dare garanzie di affidabilità.
Anche i partiti vanno assumendo ormai questa organizzazione in franchising: tenuti insieme da leader televisivi e notabili locali, secondo il debole legame del marketing. Che tutto ciò possa costituire il brodo di coltura della questione morale è ovvio, l’anomalia consiste semmai nell’accorgersene, come sempre è accaduto nel nostro paese, solo dopo l’iniziativa dei magistrati, quando sarebbe bastato uno sguardo sufficientemente attento per vedere come si andava organizzando la politica italiana nella Seconda Repubblica.
Ma questo libro dimostra che l'inconsapevolezza è stata più generale e ha riguardato aspetti fondamentali della trasformazione capitalistica. L'irresistibile ascesa dell'immobiliare è stata la forza occulta che ha agito contemporaneamente nel ciclo economico, nell'impoverimento dei ceti sociali più deboli e negli assetti politico-istituzionali. Il contributo scientifico di Mario De Gaspari aiuta a capire come va il mondo. E aiuta soprattutto chi vuole cambiarlo.
In un libro di Roberto Della Seta ed Edoardo Zanchini, "La sinistra e la città", un utile contributo alla riflessione sul cuore antico di un possibile futuro. “Città e città”, blog de l’Unità on line, 1 marzo 2013
C’è chi dice: territorio bene comune. Paesaggio, centri storici, edilizia dignitosa, diritto all’abitare, ambiente e trasporti “fanno” la qualità delle città italiane. Dopo anni di deregulation selvaggia – complice buona parte della classe dirigente italiana – è il momento di invertire rotta. Lo suggerisce il libro di Roberto Della Seta e Edoardo Zanchini La sinistra e la città. Dalle lotte contro il sacco urbanistico ai patti con il partito del cemento (Donzelli, gennaio 2013, pp. 97, 16 euro). Che rimette a fuoco parole e idee dimenticate. L’urbanistica, ad esempio: se negli anni 50 è stata il cuore dello scontro politico, oggi sembra solo il campo di battaglia di corruzione e tangenti. Di semplificazione in semplificazione, l’idea della pianificazione sembra un inutile orpello se non addirittura il mezzo attraverso cui far passare le mazzette. Invece no: scardinati i piani regolatori, consentiti abusivismi e speculazioni, le tangenti hanno ripreso a correre più vispe che mai. E per forza, nascono dall’abitudine “di tanti che amministrano l’urbanistica a vedere le proprie scelte come il frutto obbligato ed esclusivo di trattative opache, quasi segrete, con i grandi interessi privati”.
Non è una deriva inesorabile. Tra i protagonisti della battaglia contro le speculazioni su Roma (prima attrice l’Immobiliare del Vaticano) fu Aldo Natoli, allora autorevole dirigente del Pci, in alleanza con i migliori uomini dell’azionismo, capaci di raccogliere l’eredità culturale di Leonardo Borgese: Antonio Cederna e Leone Cattani, Adriano Olivetti e Antonio Iannello, Elena Croce e Umberto Zanotti Bianco, Pietro Bucalossi e Giuseppe Galasso. A rileggere oggi il Sacco di Roma di Natoli, compaiono tutti i protagonisti delle speculazioni fino al nostro secolo, dall’arroganza dei costruttori alla centralità delle banche, all’impudenza degli speculatori fondiari. Perché lì, nell’uso del suolo, è il problema, e mica solo a Roma. In quelle battaglie – che ebbero gran eco nella base del Pci ma non furono troppo apprezzate ai suoi vertici – c’erano tutti gli elementi per una moderna visione urbana. Il diritto alla casa, che allora portava in piazza masse di esclusi, oggi rintanati nei ghetti o nel sovraffollamento indecoroso. La proprietà dei suoli e la commistione tra proprietà fondiaria e costruttori che indirizza il costruire, e non certo nell’interesse comune. La morsa delle banche, il cui protagonismo era ieri diretto e oggi agisce con la finanziarizzazione dell’edilizia. Ultimo, ma non per importanza, lo sfruttamento selvaggio nei cantieri, anche se oggi ha cambiato nazionalità: ieri erano edili gli immigrati dal sud d’Italia, oggi vengono dal sud del mondo.
L’opposizione, allora, vinse alcune battaglie: lo sventramento del cuore di Roma, la salvaguardia del verde. Fu invece sconfitta l’”illusione riformista” che ebbe a protagonisti i ministri Sullo, Mancini, Bucalossi e poi anche Galasso. Clamorosa quella di Sullo, che proponeva ai comuni l’esproprio di tutte le aree edificabili e la messa all’asta una volta eseguite le urbanizzazioni primarie, consegnando così alla mano pubblica la decisione di dove e cosa costruire. Una campagna violenta, intollerante e omofoba fece uscire di scena lui e una legge moderna e civile. Tra le altre leggi innovative dell’epoca – alla cui stesura contribuirono persone come Vezio De Lucia, Fabrizio Giovenale, Antonio Iannello, Edoardo Salzano – purtroppo disinnescate, la Bucalossi (che separava nettamente il diritto alla proprietà da quello a costruire), la legge sulla casa e quella sull’esproprio delle aree per l’edilizia popolare.
Poi la rottura. La questione dell’abusivismo, cavalcata da una parte del Pci (Lucio Libertini e il sindaco di Vittoria) e avversata da un’altra, capeggiata da Piero Della Seta. Segnale, scrivono gli autori, di una transizione postideologica: tanto più si indeboliva il “valore della propria diversità non solo politico e ideologica ma etica, tanto più si andava strutturando un rapporto più pragmatico e spregiudicato con la società e l’economia: un rapporto nel quale assumevano uno spazio e un peso crescenti legami di scambio politico-elettorali con gli interessi sociali ed economici, fossero gli abusivi siciliani o i poteri economici coinvolti nel business immobiliare”. Difficile non ricordare, appunto, la Fiat Fondiaria, a Firenze.
E oggi? Oggi che la deregulation è cosa fatta, grazie agli anni berlusconiani ma anche agli errori del campo riformista, le città restano preda di contraddizioni evidenti: l’eredità dei condoni, un forte bisogno di abitazioni popolari, un forte stock di case invendute, lo sgonfiamento della bolla immobiliare. In più, la sciagurata abolizione dell’obbligo di reinvestire i proventi delle concessioni edilizie in urbanizzazioni ha spinto i comuni, nell’era dei tagli generalizzati, a usarle per far cassa, con ulteriore e evitabile consumo di territorio. A Roma si fa il peggio destinando all’housing sociale addirittura le aree agricole, e finanziando con un’ulteriore pioggia di cemento le metropolitane.
Non si tratta solo di ordine urbanistico. La questione è di giustizia, se non si vuole escludere in ghetti insicuri e precari una buona fetta di società. Ecco le proposte di Della Seta e Zanchini: fare delle città cantieri di riqualificazione, spezzare il legame identitario tra oligopolisti delle aree e autori della trasformazione. Mettere in sicurezza idrogeologica e antisismica il territorio, con al centro di ogni trasformazione la qualità architettonica e l’efficienza energetica. Prendere in mano le orrende periferie di questi anni, ristrutturandone servizi e trasporti pubblici. Ripensare al valore della bellezza. Basterà?
Su un giornale di centrodestra, una recensione abbastanza comprensibilmente acritica a un importante studio, di area sostanzialmente neo liberista sulla città contemporanea, da leggere con le molle. Il Giornale, 23 febbraio 2013, postilla (f.b.)
Uno dei mantra della post-modernità è stato ben riassunto dal cantautore Giovanni Lindo Ferretti. Nella sua canzone Barbaro salmodia con voce inquietante: «La civiltà-città si insinua in me... La civiltà-città mi allergica...». È infatti dai tempi di Henry David Thoreau e il suo Walden, ovvero La vita nei boschi (dato alle stampe nel lontano 1854) che una fetta sempre più larga del ceto intellettuale tuona contro l'urbanesimo. Non parliamo poi degli ultimi decenni, in cui impazzano utopie piene di decrescite felici e di precognizioni terroristiche degli eco-disastri a venire. La città è divenuta il simbolo del male/inquinamento da cui fuggire a gambe levate. Allora è con un certo sollievo che ci si imbatte nel saggio di Edward Glaeser Il trionfo della città (Bompiani, pagg. 586, euro 23).
Infatti questo economista della Harvard University, specializzato nello studio e nello sviluppo dei poli urbani, prova a riportare il dibattito e la questione ai fatti, e ai numeri. E i fatti e i numeri, tanto per cambiare, non assomigliano affatto a quelli propagandati dalla vulgata. Il punto di partenza alla fine è semplice. Riferito nella formulazione più terra terra, non ce ne voglia Glaeser, potrebbe ridursi a questo: «Ma possibile che milioni e milioni di esseri umani che per secoli e secoli hanno costruito città e spazi urbani fossero degli imbecilli animati dal solo scopo di vivere male e distruggere il pianeta?».
La risposta grazie al cielo è no. Glaeser esamina tutti i difetti delle città antiche e moderne a partire dai loro quartieri più degradati, ma dati alla mano dimostra che, come milioni di uomini hanno sempre intuito, si sta meglio intra moenia che extra moenia. Esistono slum orribili? È vero, ma «La povertà urbana non dovrebbe essere giudicata in rapporto alla ricchezza urbana, ma in rapporto alla povertà rurale. Le bindonville di Rio de Janeiro possono sembrare terribili se confrontate con i prosperi sobborghi di Chicago, ma il tasso di povertà di Rio è di gran lunga inferiore a quello presente nel nord est brasiliano rurale».
Altro dato statistico inoppugnabile è che nelle nazioni dove più della metà della popolazione vive in aree urbane, il 30% degli individui sostiene di essere molto contento. Nelle nazioni prevalentemente agricole il tasso di felicità scende al 25%. Un dato che diventa ancor più forte nei Paesi in via di sviluppo. Alla faccia di Gandhi - il quale sosteneva che «la vera India si trova non nelle poche città, ma nei suoi 700mila villaggi» - Glaeser ha studiato con attenzione lo sviluppo di Bangalore, polo creativo che esattamente come le città italiane del Rinascimento riunisce un numero di cervelli e una creatività senza pari, tutta dedicata al software. Persino nel mondo senza distanze dei bit e della rete la vicinanza fisica delle persone in luoghi come Bangalore resta un dato indispensabile: «La vicinanza degli individui nella realtà urbana favorisce il contatto infraculturale riducendo la drammaticità della comunicazione»
Vabbè direte, però le città in generale restano brutte e sporche... O per citare Henry Monnier: «Le città dovrebbero essere costruite in campagna, dove l'aria è più salubre». I dati scientifici sulla salute della popolazione ci dicono però che i newyorkesi sono i più sani tra gli americani. E che il tasso di suicidi tra i giovani che vivono nei centri urbani sono molto più bassi dei casi di suicidio dei loro coetanei che abitano nelle aree rurali. E poi si arriva alla famosa fingerprint della Co2. E qui, dati alla mano, chi vive in campagna e si sposta molto con l'auto per andare al lavoro, o deve riscaldare la sua vecchia casa colonica, finisce per impattare molto di più rispetto a chi sta in un appartamento sopra la fermata del tram. «Il consumo annuale di carburante per famiglia scende di 400 litri quando il numero di residenti per chilometro quadrato raddoppia». Alla fin fine, niente sembra essere più verde del manto di asfalto di una metropoli.
Certo la metropoli richiede anche progettualità e sforzo comune, non cresce da sola. E anche in questo campo Glaeser, che è anche capace di una prosa davvero accattivante, ha le idee chiare. «A fare le città sono le persone». Conta di più sostenere i cittadini e i loro bisogni che costruire costosi edifici pubblici. Conta più una buona rete idrica di una piazza monumentale. Funziona meglio una buona rete viaria che la costruzione di troppi edifici residenziali col giardinetto... Tanto da sentenziare: «Io prevedo che nel lungo periodo il tentativo novecentesco di creare un modello di vita suburbana apparirà più un'aberrazione che un nuovo inizio». Insomma aveva ragione il filosofo italiano Giovanni Botero: «Città s'addimanda una radunanza d'uomini per vivere insieme felicemente. E grandezza di città si chiama non lo spazio del sito o il giro delle mura ma la fortuna degli abitanti e la potenza loro». È il caso che gli urbanisti e i politici ci meditino, che lo facciano gli ecologisti radicali forse è troppo.
Postilla
Il vero problema è che Edward Glaeser si avvicina al tema della città con una prospettiva che più conservatrice non si può, da economista liberale qual'è, e per giunta giovane miracolato, con quel più di arroganza e sbrigatività che li caratterizza. Ovvero dotato di strumenti metodologicamente solidi e assai più legittimati della media per sviluppare i propri ragionamenti, ma sulla base di categorie assai schematiche per chi si occupa “davvero” di città in quanto forma complessa di aggregazione umana/ambientale. Per fare un piccolissimo esempio: quando Glaeser compila alcune schede significative di casi di città globali vincenti, concede questo privilegio anche alla nostra Milano, ma guardando ai suoi riferimenti bibliografici si scopre che ha ripreso tutto quanto da un'intervista di un operatore della moda rilasciata a un periodico di New York. Ma non voglio farla lunga, e il riferimento è al sito Mall, sia con una quantità di critiche a Glaeser, che con parecchi testi suoi tra cui proprio un estratto dal libro recensito, dedicato al grattacielo, che avevo tradotto a suo tempo (f.b.)
Quando ci si dimentica di distinguere, e al tempo stesso governare insieme, l'urbs e la polis, succedono dei grossi guai in città. Recensione a L'altra New York, di Sharon Zukin. Il manifesto, 14 febbraio 2013 (f.b.)
Martin Heidegger affidava alla chiacchiera e alla curiosità, tipiche manifestazioni della socialità urbana, il ruolo di esempi eloquenti di «vita inautentica», del si (man) conformistico contrapposto all'autenticità dell'essere-per-la-morte o della cura che, vertigini teoretiche a parte, sembravano trovare un luogo privilegiato di esercizio nella baita della Foresta nera e in quel Kitsch montano-agreste su cui il Thomas Bernhard di Antichi maestri avrebbe riversato pagine di condivisibile acredine. Su un registro alquanto diverso, il crepuscolare Levi-Strauss di Tristi tropici individuava nell'autenticità una sorta di Sacro graal alla cui spasmodica ricerca, destinata a risolversi inesorabilmente in uno scacco, si dedicava una figura come quella del viaggiatore o della sua versione secolarizzata, il turista.
Il concetto di autenticità si trova al centro di L'altra New York. Alla ricerca della metropoli autentica (il Mulino, pgg 280, euro 23) della sociologa urbana Sharon Zukin. Nel volume, incentrato sull'analisi dei processi di gentrification in alcuni quartieri di New York, i nomi di Heidegger e Levi-Strauss non compaiono. Ricorrente e costante, invece, è il riferimento a Jane Jacobs, nella doppia veste di sociologa urbana sui generis, a partire dal fondamentale Vita e morte della grande città su cui si ricalca il sottotitolo originale del libro di Zukin (The Death and Life of Authentic Urban Places), e di attivista e community organizer impegnata a promuovere politiche urbane volte a favorire la conservazione di un habitat «a misura d'uomo» incentrato su unità residenziali di piccole dimensioni, l'eterogeneità sociale ed etnica, il controllo endogeno, lo sviluppo di relazioni di prossimità.
Nel lessico di Jane Jacobs, tuttavia, il termine autenticità non svolge alcuna funzione decisiva. E questo Zukin non manca di rimarcarlo, aggiungendo però come gli elementi qualificanti di quell'urban village, che costituiva l'ideale normativo proposto da Jacobs, da qualche decennio convergano nel costituire i tratti di una percezione, quella appunto dell'«autenticità», alla quale si deve attribuire il ruolo di potente vettore dei processi di ridefinizione delle funzioni e modifica della composizione demografico-economica di parti della città. In una formula: «La nostra ricerca dell'autenticità - la nostra accumulazione di questo tipo di capitale culturale - contribuisce all'incremento del valore immobiliare, la nostra retorica dell'autenticità implicitamente avvalla la nuova retorica della crescita in direzione di una maggiore esclusività». A parere di Zukin, Jacobs elaborerebbe un'«estetica dell'autenticità urbana», senza però coglierne le conseguenze pratiche in termini di aumento dell'appetibilità delle aree che così vengono definite. Ma la percezione di autenticità di uno spazio urbano proviene sempre dall'esterno.
Pionieri o investitori?
Si genera così un paradosso: le zone definite autentiche per caratteristiche urbanistiche, storia e, soprattutto, composizione sociale divengono oggetto di interesse per una platea di residenti a più alto reddito. Ciò determina un incremento dei valori e della rendita immobiliari che contribuisce ad allontanare sia le popolazioni sia le attività economiche su cui l'estetica dell'autenticità si fondava. Il volume di Zukin ricostruisce tale sequenza in riferimento a differenti vicende di gentrification, quella strana parola che Dylan, il protagonista del romanzo La fortezza della solitudine di Jonatham Lethem, sente pronunciare per la prima volta negli anni Settanta, è un bambino, e nella Brooklyn in cui vive viene associata al «ritorno dei bianchi».
E proprio in quell'area della città si trova Williamsburg, dove l'insediamento di gallerie d'arte, locali musicali, studi o ristoranti negli edifici in mattoni di fabbriche dismesse ha fatto transitare il quartiere dal gritty dell'archeologia industriale al cool della zona di insediamento della creative class, con le inevitabili conseguenze non solo per i «nativi», sospinti in altre parti della città dall'aumento degli affitti e dalla crescente estraneità nei confronti della nuova realtà del quartiere, ma anche dai pionieri del «nuovo inizio», a cui tocca la stessa sorte nel momento in cui il real estate decide di investire massicciamente nell'area e i prezzi iniziano a schizzare alle stelle.
L'estetica della rinascita
Differenti sono le vicende di Harlem, dove la rinascita, peraltro decisamente più precaria, viene ambiguamente, e selettivamente, posta all'insegna delle potenzialità evocative dell'Harlem Renaissance e un ruolo decisivo, nel promuovere un upgrade del quartiere, lo si deve all'intervento di fondazioni, sul crinale ambiguo fra profit e non-profit, che propongono l'insediamento delle grandi catene commerciali come viatico per sottrarre l'area alla dimensione del ghetto e avviarla a un'integrazione incentrata sui consumi. In tale contesto, come peraltro in quello dell'East Village, altro caso dettagliatamente considerato, emerge come la definizione legittima dell'autenticità, oltre che un potente strumento di azione sulla realtà, si presenti come un terreno di scontro fra attori collettivi, ciascuno dei quali portatore di proprie specifiche narrazioni.
Il volume di Sharon Zukin ricostruisce in maniera ricca e articolata, in relazione a New York, i complessi processi spesso collocati all'insegna di una generica gentrification. In proposito, l'autrice si sofferma in dettaglio sull'analisi delle dinamiche strutturali, come quelle riguardanti i cambiamenti delle politiche pubbliche, i meccanismi fiscali, le strategie dei soggetti privati, sul versante finanziario, commerciale e del real estate. Tale livello è integrato con l'osservazione diretta e il vaglio di testimonianze e resoconti di attori coinvolti, a vario titolo e da diverse posizioni, nelle dinamiche in atto. Paradossalmente, si potrebbe però ritorcere contro Zukin il rilievo che lei stessa muoveva a Jacobs, riguardante un'insufficiente presa in conto delle implicazioni di un concetto sfuggente come quello di «autenticità».
Certo, nel volume si mostra come essa operi concretamente, contribuendo a determinare le scelte degli agenti e si specifica come non abbia a che fare con le pietre della città quanto con lo sguardo che a esse si rivolge, manifestando un carattere di rappresentazione collettiva, diversa a seconda dei contesti culturali e delle cerchie di socializzazione. E tuttavia poco viene detto circa sui suoi meccanismi di costruzione, sulle narrative a cui ricorre, sulle opposizione strutturali che la informano, sui criteri di legittimazione e delegittimazione a cui fanno riferimento le varie «tribù».
Luoghi della quotidianità
Zukin, per approcciare il tema dell'autenticità, fa riferimento più volte alla nozione di «capitale culturale» proposta da Pierre Bourdieu. Se quella è la prospettiva, tuttavia, il concetto di capitale sociale dovrebbe essere affiancato ad altri strumenti analitici, come l'habitus e il campo e le singole prese di posizione riguardo all'autenticità collocate nella dimensione relazionale e diacronica di uno «spazio delle posizioni» che si modifica nel corso del tempo. Un approccio del genere all'autenticità è rinvenibile, per fare un esempio, in un volume che ha profondamente rinnovato i quadri degli studi sulle sottoculture giovanili, Dai club ai rave. Musica, media e capitale sottoculturale di Sarah Thornton (Feltrinelli).
Ma le prospettive di indagine potrebbero anche essere altre. E allora anche i nomi che si citavano in apertura possono fornire, in proposito, alcune interessanti suggestioni, se non altro in termini negativi, segnalando significative discontinuità rispetto al passato nei termini in cui si pone oggi la questione dell'autenticità. Ritornando su Levi-Strauss, balza subito agli occhi il significativo dislocamento, in base al quale l'autenticità non è proiettata nell'altrove dell'esotismo ma ricondotta alla normalità del «luogo in cui vivere». Riguardo a Heidegger, poi, si potrebbe rilevare come l'autenticità urbana si costruisca in riferimento a modalità di socializzazione e consumo riconducibili a quella dimensione della chiacchiera e della curiosità che il filosofo tedesco marchiava con lo stigma dell'inautentico.
Venendo all'oggi, non si può evitare di sottolineare come il libro di Zukin pur uscito nel 2010, ossia un paio di anni dopo l'esplosione della crisi dei mutui subprime, non incorpori nel suo impianto il mutamento di scenario introdotto, nei processi di valorizzazione, dell'esplosione della bolla immobiliare. Si potrebbe osservare che il radicale crollo dei prezzi di case e terreni ha riguardato non le aree di pregio delle metropoli globali, come New York, ma i nuovi margini della Rust Belt o dell'America suburbana.
Tra invenduto e pignorato
In parte è così. E tuttavia, le storie della gentrification newyorkese, che fino a qualche anno fa evocavano figure sovrapponibili con le vicende di aree urbane disseminate ai quattro canti del pianeta, sembrano oggi perdere di universalità. A incepparsi è stato quel meccanismo C-M-C (credito-mattone-credito) in base al quale si otteneva credito per costruire e quanto costruito era utilizzato come collaterale per accedere a ulteriore credito. È a partire da tale dispositivo di valorizzazione che i vuoti aperti nelle città europee e americane dalla deindustrializzazione sono stati riempiti da piogge di vetrocemento.
Oggi, a fronte di una massa imponente di edifici invenduti, invendibili, pignorati, cartolarizzati, rimbalzati da una proprietà all'altra, sembra spalancarsi un vuoto di valore che potrebbe essere riempito da nuove politiche dello spazio, articolate dal basso, in grado di rivendicare un orizzonte irriducibile a quello di semplici avanguardie, più o meno involontarie, del marketing dell'autenticità al servizio del real estate. I segnali in tal senso non mancano, dagli scenari steam punk dei rinaturalizzati downtown di alcune città statunitensi fino alle forme sempre più complesse ed eterogenee di occupazione di spazi privati e pubblici che si susseguono alle più diverse latitudini.
Certe pensate sedicenti futuribili per la città, spesso hanno un che di parecchio vintage nella cosa più importante, e cioè il metodo: tecnocraticamente autoritario, e per sua stessa natura insostenibile
Quante volte abbiamo letto o ascoltato delle infinite lamentele degli inquilini di case popolari a molti piani che si trovano male per questo o quel motivo. A volte si tratta di cose abbastanza lampanti e del tutto condivisibili, ovvero il degrado degli impianti o degli stessi edifici, altre volte di disagi più sottili come l'assenza di identità o qualità degli spazi, o la loro scarsa difendibilità (per dirla col neologismo inventato dal profeta della sicurezza Oscar Newman). A volte si tratta invece di disagi talmente vaghi e vari da essere davvero incomprensibili, salvo a certi opinionisti conservatori: le case popolari sono una soluzione sbagliata al problema dell'abitazione, pensata da architetti cresciuti in una logica culturale totalitaria, tendenzialmente comunista, dove ai bisogni dell'individuo non si presta alcuna attenzione, tutti impegnati a costruire grandi macchine ideologiche in forma di quartiere. Il problema è che, a parte il linguaggio tagliato con l'accetta, e il parlare spesso e volentieri a vanvera, questi opinionisti conservatori colgono nel segno.
Infatti è almeno dall'esplosione delle prime critiche radicali (quelle progressiste intendo) al modello della città-macchina, con William Whyte, Jane Jacobs e l'infinita serie dei loro epigoni in tutto il mondo, che laboriosamente altrettante generazioni di progettisti si cimentano con forme diverse da quelle codificate nei mitici schizzi razionalisti della prima metà del '900. Ma d'altra parte non ha neppure torto chi osserva come, nonostante alcune varianti minime, quel vituperato modello in fondo si applichi invece con straordinario successo economico, sociale, di qualità spaziale apprezzata, all'edilizia e ai quartieri borghesi delle nostre città. Che i borghesi abbiano gusti totalitari e comunisti? Quantomeno improbabile. Il che fa sospettare come in fondo (cosa assai prevedibile) il difetto stia probabilmente nel manico, ovvero più nel metodo che nel merito dei progetti. L'accettazione della città-macchina da parte della cultura delle avanguardie, pur metabolizzando la sfida della complessità che ciò comportava, non aveva davvero esteso questa complessità alle forme di interazione e di partecipazione, relegando i bisogni sociali all'ambito delle questioni astratte da affrontare in laboratorio.
Producendo poi due tipi di soluzioni spaziali: una pura e una spuria, una autoritariamente sulla testa di chi non aveva la forza di imporre mediazioni partecipate, un'altra appunto mediata dal potere del mercato. Si spiega in gran parte così, la famosa soddisfazione relativa della famiglia di ceto medio nel suo condominio di matrice razionalista, rispetto al disagio dell'inquilino popolare nel complesso analogo ma percepito come un alveare. Un errore di metodo che pare però destinato a perpetuarsi, almeno finché esisteranno gli studi di progettazione. Come appare ad esempio nel numero di gennaio del bollettino di ARUP, uno dei principali che operano a scala globale, dedicato – nientepopodimeno – alla città vivente, proprio quando l'editore italiano Einaudi propone la ristampa dell'omonimo classico di Frank Lloyd Wright.
Con l'ottimo accattivante titolo It's Alive! ARUP affronta da par suo l'ormai classicissimo tema dell'urbanizzazione del pianeta in una prospettiva di sostenibilità ambientale, con lo sguardo rivolto a una data precisa: 2050. Più o meno, viene da dire, il medesimo traguardo di tante fosche previsioni, dal potenziale esaurimento delle fonti energetiche e di altre risorse, all'esplosione demografica sino a nove miliardi, tre quarti dei quali urbani, ad altre emergenze assortite fra cui spicca quella climatica: di quanti gradi si sarà riscaldato in pianeta a metà secolo? E la soluzione del grande studio di progettazione integrata, non poteva che essere al tempo multiforme ma riassumibile in un modello sfaccettato, in grado di contenere tutte le qualità all'altezza del compito.
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| Alcune componenti dell'edificio interattivo ARUP |
In tutta questa interattività, sensibilità, flessibilità, emerge però una questione di metodo, evidente nelle conclusioni, da cui si intuisce qualcosa di troppo simile all'antica Unità d'Abitazione. Per carità, niente di più lontano, nei disegni e nei concetti, dal contenitore schematico introverso di ogni funzione urbana, posato qui e là sul territorio a costruire una non-città, e forse proprio per questo mai davvero uscito dai laboratori mentali del razionalismo, se non in alcuni prototipi socialmente indigeribili. Il metodo, è il metodo che non va. Quella specie di “ghe pensi mi” tecnologico-ambientale, simil-sociologico senza essere davvero tale. Quell'idea a ben vedere stramba, ma a quanto pare diffusa nella comunità dei progettisti, di città come somma aritmetica di edifici, meglio se tutti uguali così si amalgamano meglio.
E in questa prospettiva dove andrebbero a finire tutte le interazioni, le sensibilità, le possibilità di variare, di evolversi verso direzioni inusitate? Da nessuna parte, perché se funzionasse davvero sarebbe in sostanza la fine dell'idea di grande studio di progettazione internazionale, sostituito al massimo da una rete diffusa di think-thanks i cui eventuali portati tecnologici poi si diffondono via rete, si riproducono in stampa tridimensionale, e si aggregano secondo gli schemi ad assetto comunque variabile via via suggeriti dalla rete sociale che esprime la domanda. Ergo, escludendo un volontario suicidio di ARUP, gesto artistico supremo, sublime, ma alquanto improbabile, resta una possibilità. Che il bollettino It's Alive! altro non sia che l'ennesimo, brillante opuscoletto pubblicitario, pieno di storielle edificanti, ma anche di piccole bugie, da proporre a noialtri, sperando che un pezzo qui, un pezzo lì, si riesca a piazzare qualcosa. L'unica forma di città vivente davvero tangibile restiamo noi, che gli edifici interattivi o meno li riempiamo, conferendogli un senso che di solito ai progettisti giustamente sfugge.
Chi non ci crede provi a dare un'occhiata direttamente all'opuscolo It's Alive. Non pretendo certo di avere ragione.
Un libro che racconta di un' Italia in cui si credeva, come negli altri paesi dell'Europa, che ogni livello di governo che ha competenze sulle trasformazioni del territorio, deve rappresentare i suoi programmi e progetti in un documento unitario: un piano territoriale o urbanistico. Anche lo Stato. Oggi chi decide è convinto che la confusione aiuti far dominare i più potenti... scritto per eddyburg, 30 gennaio 2013
Cristina Renzoni, Il Progetto '80: un'idea di paese nell'Italia degli anni Sessanta, Firenze, ed. Alinea, 2012.
Ancora una tornata elettorale nella quale le città e il territorio sono sostanzialmente assenti dal discorso pubblico. Dieci anni fa, una lettera aperta sottoscritta da molti autorevoli urbanisti chiedeva invano al direttore di Micromega le ragioni del silenzio della cultura progressista su questo tema. Oggi circolano in rete nuovi appelli, promossi da movimenti e associazioni, che testimoniano quanto meno un'accresciuta attenzione, anche al di fuori dell'esigua cerchia degli urbanisti. Dalla politica, tuttavia, nessuna risposta allora e nessuna novità significativa oggi.
Non è sempre stato così, come ci ricorda un libro di Cristina Renzoni, ben costruito e ben scritto, sul «Progetto 80», il Rapporto preliminare al secondo programma economico nazionale 1971-75 (1).
Per chi, come me, ne aveva una conoscenza superficiale, ricordiamo che si trattava di un documento ministeriale propedeutico alla formazione dei programmi economici quinquennali, con i quali il governo di centro-sinistra allora in carica si proponeva di guidare lo sviluppo sociale ed economico del paese in una fase di cruciale trasformazione. A questo scopo, le Proiezioni territoriali (2) delineavano, con il loro apparato di tabelle, cartogrammi e testi, uno scenario strategico di assetto territoriale a scala nazionale.
La tentazione di rileggere i contenuti del progetto 80 alla luce della situazione attuale è molto forte. Renzoni ci mette in guardia dal rischio di appiattire i giudizi sull’antinomia sviluppo-declino, invitando a liberarsi «dalla categoria scomoda e riduttiva del fallimento» dell’urbanistica. Con questa avvertenza, mi soffermo brevemente su alcune questioni, a mio avviso fondamentali per il periodo che stiamo attraversando.
Le scelte relative all’assetto del territorio, come è noto, hanno uno stretto legame con lo sviluppo economico, il benessere sociale e il progresso civile.
Il progetto 80 si spingeva fino a considerare la dimensione territoriale dello sviluppo come parte fondamentale di un complessivo «progetto sociale». Nelle proiezioni territoriali i caratteri specifici del territorio nazionale venivano posti a fondamento dell’assetto territoriale programmato, ipotizzando una relazione virtuosa tra un policentrismo organizzato ed equilibrato e la trama dei beni ambientali e culturali riassumibile nello slogan: una nazione di città inserite in un territorio-parco.
Nei decenni successivi le cose sono andate diversamente. L’approvazione del progetto 80 è avvenuta quando l’esperienza di governo nazionale del centro-sinistra si era di fatto esaurita. Da quel momento in poi, le politiche nazionali e locali hanno di fatto assecondato le dinamiche spontanee, con gli esiti che tutti conosciamo. In particolare, lo Stato ha rinunciato a definire le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale, non riconoscendo queste ultime come uno strumento essenziale per armonizzare l'attività delle regioni e degli enti locali (3).
Oggi sarebbe anacronistico e persino indesiderabile ipotizzare un programma nazionale, imposto dall’alto. Tuttavia, la definizione di una cornice strategica di ampio respiro potrebbe utilmente indirizzare tanto le politiche nazionali, quanto l’azione delle regioni e degli enti locali. Volendo essere ambiziosi, le linee fondamentali di assetto territoriale dovrebbero preludere ad una condivisione di responsabilità, fra Stato ed enti locali, ciascuno chiamato a svolgere il proprio compito alla scala di propria competenza. Senza arrivare a tanto, l’esistenza di un esplicito programma complessivo sarebbe comunque preferibile all’attuale sistema di selezione delle opere e dei settori beneficiari delle risorse pubbliche che, con molta benevolenza, possiamo definire opaco e miope.
Se è improbabile che, a breve, lo Stato torni ad occuparsi del territorio con l’attenzione e il respiro necessari, confidiamo che il prezioso libretto di Cristina Renzoni offra l’occasione almeno per tornare a parlarne, interrompendo un silenzio durato troppo a lungo.
Note.
(1) Il rapporto è stato pubblicato nell’estate del 1969 da parte del Ministero del bilancio e della programmazione e approvato dal Cipe nel dicembre dello stesso anno.
(2) Le Proiezioni territoriali sono un documento allegato al programma che venne pubblicato autonomamente. Una sintesi è contenuta nel numero 57 della rivista «Urbanistica», allora diretta da Giovanni Astengo.
(3) Nella ripartizione delle funzioni amministrative tra Stato e Regioni, prevista con il Dpr 616/1977 e sviluppata nel Dlgs 112/1998, lo Stato si è riservato il compito di identificazione delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale. Lo stesso compito, con «finalità di indirizzo» della pianificazione paesaggistica regionale, è attribuito al Ministero per i beni e le attività culturali dall’art. 145 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, approvato con Dl 42/2004.
Ampia e acuta analisi del pensiero e l'azione di Salvatore Settis a partire dal suo fortunato libro del 2010 e avviando, nelle ultime righe, una riflessione che Piccioni (ed eddyburg) proseguiranno certamente dopo il nuovo Azione popolare (2012). In calce il link al testo con note. Da Storica, anno XVIII, n. 52, 2012
1. Le ragioni di un successo
2. Un’opera bicefala e le sue radici più lontane
3. Le sue radici più prossime: la svolta paesaggista
4. Un ampio «cuore» storico e la sua funzione
5. Un’operazione concettuale forte, con qualche assolutizzazione e torsione interpretativa
L’operazione che sottende la narrazione è chiara e ambiziosa: dare piena legittimità a un robusto regime di tutela radicandolo da un lato nella necessità di salvare il salvabile in un Paese di immense ricchezze devastato dalla rapacità e dall’incuria e dall’altro in una grande tradizione nazionale di cura del bene pubblico che dal medioevo arriva al Codice passando per la pietra angolare dell’articolo 9 della Costituzione.
La sfida di Settis – e date queste premesse non può essere diversamente – passa per un largo e attento uso della ricerca storiografica, facendo confluire e portando a sintesi più filoni di studi: quello sulle legislazioni preunitarie, quello riguardante le politiche patrimoniali nei Paesi stranieri e in particolare in Francia, quello più recente riguardante la fissazione del canone legislativo italiano nei primi quaranta anni del Novecento, quello sulla genesi della Costituzione, sull’architettura dei suoi articoli e sulle sue successive interpretazioni, e infine quello sulle problematiche relative alla ripartizione delle competenze tra organi centrali dello Stato e autonomie locali. In qualche caso, infine, Settis fa personalmente ricorso all’archivio nei casi in cui la letteratura non offra i raccordi logici e narrativi a lui necessari. La conseguenza è che i quattro capitoli centrali finiscono col configurarsi come un vero e proprio manuale di storia della tutela italiana del patrimonio dal medioevo ai giorni nostri. Poiché – com’è del resto giusto in un «libro di battaglia» – gli assunti teorici e politici di Paesaggio Costituzione cemento sono molto forti, Settis adotta qui e là delle assolutizzazioni e imprime delle torsioni analitiche che pongono dei problemi e meritano una discussione dalla quale possono derivare spunti per ulteriori ricerche e proposte politiche.
6. La nozione di paesaggio e la sua lunga crisi
I motivi di una scelta del genere si comprendono bene, e possono anche essere condivisi: è giusto invocare e difendere tali valori mostrandone l’antichità, il loro sistematico ripresentarsi nella storia italiana, la ricchezza di senso che hanno saputo via via sprigionare e le opere, materiali e morali, che hanno saputo generare. È giusto e opportuno dimostrare come proprio nella nostra Penisola essi abbiano dato vita a esperienze legislative e amministrative pionieristiche e abbiano saputo creare approcci più attenti che in altri Paesi. È questa, lo abbiamo già sottolineato, la via maestra per dimostrare che non si sta parlando di ubbie di élites passatiste ma al contrario di questioni vitali per il presente e il futuro del Paese. Ma per conoscere e combattere meglio le contraddizioni e le debolezze della tutela italiana è necessario analizzare anche il contesto in cui i suoi valori sono nati e si sono consolidati e la loro evoluzione recente, tanto più in una società che ha sempre mostrato una grande resistenza a riconoscerli e a farli propri. Senza volersi addentrare in una – pur legittima – decostruzione di taglio etnografico delle categorie patrimoniali è opportuno anzitutto sottolineare come accanto alla storia italiana della publica utilitas, del patrimonio e del decoro nazionale andrebbe ricostruita la storia di tutto ciò che nel nostro Paese ha nel tempo congiurato in direzione opposta, dal particulare guicciardiniano al tetragono laissez faire postunitario sino alla proclamazione berlusconiana dei «padroni in casa propria».
Per quanto il sentimento di appartenenza nazionale non scompaia né nelle retoriche istituzionali né nella sensibilità popolare, la sottolineatura dell’unicità del proprio Paese e del suo destino storico e il forte richiamo alla conservazione dell’identità nazionale si affievoliscono sensibilmente. La centralità della tradizione, il culto di una identità basata su un patrimonio collettivo proveniente da un tempo remoto vengono progressivamente corrosi e resi marginali dalla crescente centralità simbolica del consumo e soprattutto dei consumi più moderni, cioè più innovativi e a maggior contenuto tecnologico .
Grazie alla rapida crescita del dopoguerra si verificano inoltre in molti Paesi europei profonde trasformazioni economiche che sconvolgono e in qualche caso cancellano gerarchie spaziali, sociali e culturali consolidatesi nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento ; anche questi cambiamenti fanno sentire il loro peso su una concezione del patrimonio che era nata all’interno di una sensibilità alto-borghese e che della borghesia rifletteva cultura e ideali .
Nel fuoco di tutte queste trasformazioni la legittimazione sociale di alcuni dei pilastri su cui era stata fondata la moderna idea di patrimonio (storico-artistico o ambientale che fosse) si indebolisce, la loro visibilità si appanna cosicché la necessità stessa della tutela finisce in molti casi per smarrirsi. Tanto più in un Paese come l’Italia, dall’identità nazionale tarda, incompiuta e sempre fragile.
7. Quale conflitto tra paesaggio e ambiente?
Gran parte dei fattori di crisi appena elencati non vengono presi in considerazione da Settis, che dedica invece ampio spazio a un fenomeno che ha avuto anch’esso un grande peso nel rimettere in discussione il concetto di paesaggio e l’impianto teorico delle politiche italiane di tutela affermatesi negli anni 1905-48: l’emergere, dalla metà degli anni sessanta in poi, dell’ambientalismo e del concetto di ambiente. Settis non nega l’estrema rilevanza della questione ambientale, quali che siano i contorni e i contenuti che le si vogliano attribuire, ma in vari punti del testo emerge una sua larvata sottovalutazione e un senso di disagio nei suoi confronti che avevamo già intravisto nell’ostilità del 2003 all’integrazione dell’articolo 9 della Costituzione. Questo disagio finisce involontariamente col trasparire già nel lessico, quando Settis – proprio in apertura del capitolo riguardante i rapporti tra paesaggio, territorio e ambiente – si lascia sfuggire che l’endemico conflitto di competenze tra Stato e Regioni «non è il solo nemico del nostro paesaggio» perché ad esso vanno aggiunti «il progressivo emergere della nozione di “ambiente” e, in anni più recenti, il rapporto fra la normativa italiana e la Convenzione europea sul paesaggio» . In un senso molto specifico Settis ha certamente ragione, e ne ha forse ancor più di quanto egli stesso non riesca a vedere. È ben vero che nella temperie politica e culturale degli anni sessanta-settanta la nozione «quantitativa» di ambiente finisce col riscuotere un successo molto maggiore di quella «di per sé essenzialmente qualitativa» di paesaggio fino alla tentazione di sussumere la seconda all’interno della prima, ma per ragioni che non hanno a che vedere con una pretesa «imperialista» degli ambientalisti e solo in qualche sporadico caso con la volontà delle Regioni di aggirare il controllo statale mediante il grimaldello di una nozione giuridicamente non ancora ben definita.
8. Un caso esemplare: Antonio Cederna 1975
Con questo siamo a una rivendicazione della possibilità di giudicare «quantitativamente», cioè in maniera relativamente oggettiva, ciò che fino a questo momento si è scelto di giudicare (e tutelare) «qualitativamente», con tutti i pericoli di soggettivismo conseguenti e con tutti i fallimenti della tutela poi puntualmente verificatisi. Non diverso è il giudizio sull’articolo 9 della Costituzione, in quanto nel corso della sua discussione è stato oltretutto eliminato qualsiasi riferimento alla stessa categoria, pur obsoleta, di «monumenti naturali» in favore del «termine vago e inafferrabile di “paesaggio”». Anche in questo caso le conclusioni sono impietose e – come si vede bene – diametralmente opposte a quelle di Settis: «Ai costituenti è dunque sfuggito completamente il significato, l’importanza del problema della conservazione della natura, le sue implicazioni urbanistiche e sociali, i suoi rapporti con la salute pubblica, l’impiego del tempo libero, la sicurezza del suolo.»
Alla luce della sua parabola di saggista e di figura civicamente impegnata sarebbe fuori luogo imputare ad Antonio Cederna un ambientalismo «imperialista», ignaro o incurante del valore dei beni storico-artistici e paesaggistici; tanto meno è proponibile pensarlo come simpatizzante delle accese rivendicazioni regionaliste degli anni settanta. Semmai il contrario.
9. Il nodo più problematico: la ricomposizione di paesaggio, territorio e ambiente
10. Uno stimolo a proseguire
Qui puoi scaricare il testo (in bozza) con note
Vedi, a proposito dell'ultimo libro di Settis, la recensione di Dino Piovan.
La condizione urbana oggi è radicalmente diversa da quella che abbiamo conosciuto, studiato e interpretato. Quanto ha a che fare con la nostra idea di città? Ecco un utile colpo di sonda su qualcosa che gli astratti obiettivi quantitativi delle agenzie internazionali(come "aumentare i tassi di urbanizzazione") non aiutano a comprendere nè a governare). Il Fatto quotidiano Emilia, 27 dicembre 2012
Durante il Festival di Internazionale di quest’anno mi è capitato di vedere una mostra molto interessante. Si tratta di Urban Survivors. Un progetto di Medici Senza Frontiere in collaborazione con l’agenzia fotografica NOOR e il supporto concreto di foto-reporter straordinari: Pep Bonet, Stanley Greene, Alixandra Fazzina, Jon Lowenstein, Francesco Zizola per sensibilizzare l’opinione pubblica su cosa significa, oggi, sopravvivere nelle baraccopoli. “Negli ultimi secoli si è assistito ad un’urbanizzazione della popolazione senza precedenti. Nel 2007 le Nazioni Unite hanno stimato che più del 50% della popolazione mondiale viveva nelle città e non più nei villaggi e nelle campagne. Per il 2030 si prevede che l’80% dell’umanità sarà urbanizzata.
Insieme alla rapida urbanizzazione, negli ultimi quindici anni è stata senza precedenti anche la crescita dei cosiddetti slum o baraccopoli. Nel 1990, le persone che abitavano in slum erano 715 milioni e nel 2007 hanno superato il miliardo. I bisogni umanitari delle persone che vivono negli slum sono diventati sempre maggiori e complessi, e gli interventi sono ancora orientati verso un metodo di sostegno tradizionale, come ad esempio l’allestimento di campi e la fornitura di assistenza primaria in contesti rurali, dove le strutture sanitarie sono scarse.” Per questo i cinque bravi fotografi sono entrati e hanno documentato differenti slum e le condizioni di vita all’interno di essi. Stanley Greene ha lavorato nella baraccopoli di Dhaka, in Bangladesh, tra malnutrizione infantile, assenza di servizi igienico-sanitari, vulnerabilità alle catastrofi naturali; Jon Lowenstein a Martissant (Port-au-Prince) in uno degli slum più violenti della capitale haitiana, flagellato anche dalla recente epidemia di colera; Pep Bonet in uno slum di Johannesburg, dove la pandemia dell’AIDS si unisce alla tubercolosi multiresistente, in un ambiente in cui le tensioni sono altissime e dove hanno trovato rifugio i migranti in fuga dallo Zimbabwe; Alixandra Fazzina ha seguito le attività di MSF per assistere le persone affette da tubercolosi e HIV/AIDS in uno slum diKarachi, in Pakistan;Francesco Zizola è stato a Kibera, la baraccopoli più popolata di Nairobi, la capitale del Kenya, per raccontare le storie di chi ogni giorno combatte la sua lotta contro l’AIDS e la tubercolosi.
Un lavoro davvero importante e socialmente utile che mi ha fatto pensare a quello, altrettanto impegnato, del reporter statunitense Robert Neuwirth che, come racconta in Città ombra (Fusi orari), per due anni ha abitato in una favela di Rio de Janeiro, una bidonville di Nairobi, una baraccopoli di Mumbai e una periferia abusiva di Istanbul. La tesi di Neuwirth, apparentemente, è molto diversa da quella del progetto Urban Survivors. Il giornalista, infatti, si aspettava di trovare crimine e violenza, ha scoperto invece comunità compatte, solide, industriose e autosufficienti. Il suo è uno sguardo rivoluzionario e illuminante sulle grandi città, sulla loro storia spesso sconosciuta e sul loro futuro. Analizzando meglio i due progetti in realtà ci si rende conto che le analogie sono molte di più delle differenze. C’è una grande umanità negli scatti dei cinque fotografi, come nella penna di Neuwirth. Entrambi i lavori sono accomunati da una grande umanità, l’approccio giusto per farci riflettere su questo fenomeno contemporaneo.
Io stesso questa estate, insieme al fotografo Gianluca D’Ottavio, ho svolto un servizio, apparso su Il Reportage, alla ricerca dei gecekondu (le case abusive) di Istanbul, trovando una realtà variegata e in continua trasformazione. Si stima che a Istanbul circa un milione di abitanti vivano in gecekondu, ma le comunità abusive di oggi, dal punto di vista architettonico, sono ormai difficilmente distinguibili dai quartieri residenziali che la municipalità, con il benestare del governo, continua a costruire in un radicale progetto di trasformazione urbana che cancella molte delle particolarità di queste realtà marginali. Il sottile confine fra splendore e degrado produce nella megalopoli turca un contrasto abbagliante. Un contrasto a volte molto difficile da capire e da descrivere. Forse, come scrive esaustivamente Salvatore Bandinu nel suo Sotto i ponti di Yama (Arkadia Editore), reportage molto convincente della realtà degradata di Calcutta (o di Kolkata, come dir si voglia) nei supplizi e nei rantoli dei dannati della terra non va identificata una precisa volontà divina, ma una specifica, responsabile e scellerata scelta umana che sa tanto di potere, occidentalizzazione, globalizzazione.
Un aspetto chiave della modernizzazione e qualità abitativa dei nostri centri urbani, di solito un po’ sottovalutato, in una prospettiva internazionale. Il manifesto, 21 dicembre 2012 (f.b.)
Quanto la qualità urbana sia funzione di un trasporto pubblico efficiente è qualcosa di cui chiunque ha fatto, prima o poi, esperienza: basta essersi trovati in città con una buona rete della metropolitana per aver capito come riesca a semplificare la vita un trasporto pubblico che consente di arrivare ovunque in tempi ragionevoli e di guadagnare così pezzi di giornata da dedicare al cinema, alle mostre, alla palestra e a quanto una città moderna offre come opportunità. Esiste cioè una soglia qualitativa del vivere in città che è commisurata all'estensione e all'efficienza della rete del trasporto pubblico tanto è vero che tra le città dove le persone preferiscono abitare, figurano quelle con reti dei trasporti pubblici integrate e sostenibili: Londra, Parigi, Vienna, Berlino, Barcellona, Madrid, Stoccolma, New York, Tokio, Hong Kong.
Difficile trovare in queste classifiche le città italiane e non c'è da stupirsene. Come può competere Roma che possiede solo 41,5 km di metropolitana con 2 linee e 52 stazioni comprese le ultime arrivate di Annibaliano, Libia e Conca d'Oro con Londra che vanta una rete della metropolitana di 460 km con 13 linee e 382 stazioni o con Parigi che ha una metropolitana di 200 km con 16 linee e 374 stazioni? Poco migliore è la situazione di Milano, la più europea delle città italiane, che ha solo 88 km di metropolitana con 3 linee e 94 stazioni. In sostanza le città italiane tanto celebrate per le loro bellezze architettoniche soffrono di un grave deficit del trasporto pubblico a cui bisognerebbe mettere mano per restituire ai cittadini (e non solo ai turisti) un patrimonio urbano e ambientale che non viene goduto come si dovrebbe e si potrebbe. Ma ripensare la mobilità e il trasporto pubblico non è uno scherzo e richiede uno sforzo collettivo per evitare di ripetere gli errori fatti nel passato e ritrovarsi in qualche anno a rimpiangere occasioni mancate come è stata quella della metropolitana, ancora oggi evocata tra le cause della cattiva modernizzazione del Belpaese.
Ci sarebbe da augurarsi una sterzata culturale per arrivare a considerare tram, autobus e auto elettriche tra i diritti base di una cittadinanza contemporanea proprio come avviene in quei contesti urbani dove il trasporto pubblico è già un bene comune e dove circolazione e accessibilità sono le parole chiave di una società democratica e multietnica che guarda positivamente al futuro. Non sempre però si pensa abbastanza a quanto possa incidere il trasporto pubblico nella vita quotidiana della gente anche la relazione tra i due è così forte tale da poter addirittura influenzare le scelte politiche.
Sentimenti di discriminazione
In occasione delle ultime elezioni presidenziali, l'istituto dei sondaggi Ipsos France ha tracciato un quadro delle intenzioni di voto sinistra/destra ripartito tra coloro che abitano nelle regioni metropolitane e coloro che abitano nelle periferie periurbane o nei piccoli centri rurali: lunghe distanze e cattivi collegamenti con i grandi centri urbani dove è maggiore l'offerta di servizi e di intrattenimento, innescano sentimenti di discriminazione che portano a riparare in posizioni conservatrici. In realtà questo dato socio-antropologico solo apparentemente è una novità dei tempi attuali; basterebbe fare qualche passo indietro e andare a rileggere le storie delle amministrazioni locali per trovare conferma del legame tra efficienza del trasporto pubblico e politica anche se evidentemente, le sfumature sono diverse.
Arriva a proposito il libro di Grazia Pagnotta Dentro Roma. Storia del trasporto pubblico nella capitale 1900-1945 (Donzelli, pp. 404, euro 27), un «viaggio» molto ben documentato nelle vicende della modernizzazione di Roma capitale rilette dal punto di vista dei tram, dei filobus e degli autobus che mette a nudo la centralità della rete del trasporto pubblico nella politica della città e degli equilibri urbani. Sullo sfondo di una città che improvvisamente cresce a dismisura, l'autrice ripercorre le tappe della costruzione del servizio dei trasporti pubblici restituendo un quadro di conflitti e di ritardi che hanno condizionato lo sviluppo della città e i rapporti con i suoi cittadini: per anni, ogni giorno, file di pendolari costretti a spostarsi dalle periferie al centro città in scomode vetture prive di ogni comfort hanno scritto la storia dei rapporti tra amministrazione pubblica e cittadini.
Navigazione a vista
Nodo irrisolto della vicenda romana è stato il processo di municipalizzazione della rete che ha richiesto circa trent'anni di lavoro politico - anni strategici per la modernizzazione della città - per riprendere il controllo, almeno parziale, delle linee date in concessione alla Società Romana Tramway e Omnibus (Srto) e sostituire alla visione utilitaristica della destra liberale giolittiana un'idea di città più democratica. Lasciata nelle mani della Srto, un consorzio aziendale creato dal Banco di Roma che a sua volta era il centro della finanza vaticana, la rete dei trasporti municipali romani era stata realizzata unicamente secondo criteri di convenienza economica e non come sarebbe dovuto essere, sulla base di un progetto e di una prefigurazione razionale dello sviluppo della città.
Anche se non sono mancate le proposte e gli studi urbanistici - il piano regolatore del Sanjust del 1909, la variante del 1924 che introduce le linee sotterranee dei tram e della metropolitana, il progetto della «Grande Roma» di Piacentini (1925), gli studi del 1929 del gruppo degli Urbanisti romani e del gruppo La Burbera guidati da Giovannoni - a Roma sembra essere mancata la volontà di creare una sinergia tra il sistema della mobilità e la crescita urbana, lasciando così che tutto si facesse mano mano, con la conseguenza che progetti che avrebbero potuto imprimere uno sviluppo realmente moderno della città, naufragassero nel nulla.
Sotto questo profilo, la vicenda della metropolitana è emblematica. La ricostruzione storica di Grazia Pagnotta non riesce infatti a fornire una spiegazione logica al perché la metropolitana, ridotta alla sola linea B, sia stata inaugurata soltanto dopo la guerra nel 1955, nonostante la riforma del 1930, la prima significativa che Roma capitale abbia conosciuto, fosse fondata sulla realizzazione di una rete sotterranea di ben quattro linee per colmare i disagi del «dimagrimento» delle linee in superficie, nonostante il piano regolatore del 1931 ne avesse recepito il disegno, nonostante Mussolini ne avesse approvato la realizzazione nel 1937 e le gallerie per collegare la stazione Termini al nuovo quartiere dell'E42 fossero già state scavate negli anni quaranta.
Le ragioni che hanno ostacolato la realizzazione della rete sotterranea sono imperscrutabili e nemmeno un sottosuolo pieno di memorie archeologiche sbandierate come «il problema» del caso romano, è riuscito a giustificare l'assenza della metropolitana: le conoscenze tecniche raggiunte agli inizi del secolo scorso - sono anni in cui l'ingegneria fa passi da gigante in tempi rapidissimi, realizzando opere straordinarie che ancora oggi lasciano stupefatti, basti pensare alle torri e ai ponti di Gustave Eiffel! - avrebbero permesso di scendere nel sottosuolo quanto serviva per non intaccare la quota archeologica. Così, mentre le più importanti città europee erano lanciate nell'impresa della metropolitana riconoscendo nella rete dei treni urbani la soluzione più idonea ad assorbire le difficoltà dei collegamenti creati dalla crescita urbana e dall'aumento demografico della popolazione, a Roma ci si è fermati alle buone intenzioni.
Strategie più articolate
Ora però, fatte salve le occasioni mancate potrebbe essere il momento di riprendere in esame la questione con spirito rinnovato: molte cose sono cambiate e per realizzare una città accessibile e di qualità potrebbe non essere più sufficiente colmare il gap della metropolitana. Le dimensioni urbane sono ben più vaste di quelle del passato, il numero degli abitanti è notevolmente aumentato, la loro distribuzione sul territorio è a macchia di leopardo e tutto questo complica parecchio il discorso. Se poi si aggiunge che ormai l'automobile non può più continuare ad essere il principale mezzo di trasporto urbano, è evidente che bisogna mettere in campo strategie più articolate capaci, da un lato di mettere insieme l'automobile con la bicicletta, gli autobus con i battelli, i tram con le navette, dall'altro di considerare i trasporti qualcosa che viaggia sotto ma anche sopra la terra.
È quanto emerge dal sostanzioso volume di Alessandra De Cesaris Il progetto del Suolo-Sottosuolo (Gangemi, pp. 304, euro 30) che attraverso il confronto tra i trasporti delle grandi città del mondo, sonda le tendenze e i modelli della mobilità più adeguati alle attuali condizioni dell'abitare contemporaneo senza dimenticare l'urgenza ambientale che richiede un risparmio e una salvaguardia del suolo. Insomma, sembra sia arrivato il momento di guardare al trasporto pubblico come a una delle chiavi per coniugare sostenibilità e responsabilità ambientale, per ristabilire relazioni tra parti distanti e separate della città, per costruire uno spirito di collettività adeguato alle nuove forme del lavoro, del consumo, dell'abitare che si profilano all'orizzonte, senza dimenticare che lo stesso modo di spostarsi è andato incontro ad una nuova rivoluzione.
Distanze calcolate in minuti
Se come ha felicemente sintetizzato il titolo di una recente mostra parigina dedicata ai trasporti sono i nostri movimenti a disegnare la città e i territori e a modificare il paesaggio urbano - Circuler. Comment nos mouvements façonnent les villes -, i cellulari, gli smartphone, i tablet permettono di fare diverse cose mentre si è in movimento, tranne il guidare. Ecco che le distanze non si calcolano più in chilometri ma in minuti di tempo e che l'essere trasportati è diventato un'aspirazione, quasi uno status symbol. Non tanto in Italia, quanto all'estero, nelle aristocratiche città europee, per essere à la page oggi si circola con i mezzi pubblici, tutt'al più con la bicicletta o con l'auto elettrica.
METROPOLITANA -Roma, Parigi e Londra, un confronto impietoso
Per rendersi conto dell'enorme divario che separa, sul piano del trasporto pubblico, le città italiane da quelle europee, basta confrontare i dati della metropolitana di Roma con quelli relativi alla rete del «métro» parigino e del «tube» londinese. Attingendo le cifre dalla inevitabile Wikipedia, si viene a sapere che Roma (1285 chilometri quadrati, due milioni e ottocentomila abitanti) ha in tutto due linee (41 km, 52 stazioni), contro le sedici linee della capitale francese (215 km, 301 stazioni per 762 chilometri quadrati e 6.260.000 abitanti, considerando l'agglomerato urbano e non solo il comune di Parigi) e le tredici linee della metropoli britannica, che vanta una rete di circa 460 chilometri interpuntata da 382 stazioni, per una superficie di 1572 chilometri quadrati e una popolazione di oltre otto milioni di abitanti.
Recensione alla raccolta di scritti di Vittoria Calzolari Paesistica/Paisaje, curiosamente pubblicata in Spagna con testo italiano a fronte. Che sia un segno di qualcosa? La Repubblica, 4 dicembre 2012
Il paesaggio. L’acqua. Il centro storico. Il territorio come un sistema. Ora che ha compiuto 88 anni, Vittoria Calzolari vede che intorno a sé si mettono insieme le tante riflessioni che hanno tessuto la sua vita d’architetta, di insegnante, di militante a favore di una città ben regolata e giusta. A lei viene dedicato ora un libro che raccoglie alcuni dei suoi principali scritti, componendo il quadro di una personalità ricca, curiosa, intellettualmente feconda. E definendo anche una specie di primato a lei ascrivibile: quello di essere stata fra i primi ad aver messo a punto una disciplina sul paesaggio, che chiama “paesistica”, e sulla sua pianificazione. È però singolare, segno di un destino che sembra iscritto nei tratti minuti e sereni di Vittoria Calzolari, il fatto che il libro esca in Spagna, sia in lingua italiana con testo spagnolo a fronte, e curato da un gruppo di suoi colleghi e allievi dell’Università di Valladolid. Il libro s’intitola Paesistica/Paisaje,
l’ha coordinato Alfonso Álvarez Mora.
Calzolari ha studiato a Roma, con Ludovico Quaroni e Luigi Piccinato. Poi ad Harvard, dove ha seguito l’ultimo anno di lezioni di Walter Gropius, e al Mit. Il più vivo ricordo bostoniano? «Le fantastiche biblioteche», risponde seduta in poltrona nel luminoso salotto di casa sua, ai Parioli. Il suo racconto continua con la carriera universitaria a Napoli, da dove, nel 1975, si trasferì a Roma. Qui avrà la cattedra di urbanistica fino alla pensione, ma accanto alla disciplina di base, affiancherà due corsi: Assetto del paesaggio e poi Progettazione del territorio. Intanto, a metà degli anni Settanta, la sua vita ha una svolta: il nuovo sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan, eletto nel 1976, le affida l’assessorato al centro storico. Tre anni con il grande storico dell’arte, due con Luigi Petroselli, uno dei sindaci più amati della capitale. «Scoprii nel concreto quanto l’urbanistica fosse anche un complesso di norme e quanto, contemporaneamente, toccasse la dimensione umana». Di quell’esperienza amministrativa riemerge nella memoria la frase che ogni tanto, durante una riunione, pronunciava Petroselli: «Ora ascoltiamo la professoressa». Una specie di tributo, lui funzionario di partito assurto alla guida di Roma, verso l’intellettuale Calzolari. «Penso che i miei colleghi mi considerassero inflessibile, che il mio approccio fosse giudicato troppo accademico. A volte, entrando nella stanza dov’era in corso un incontro, mi accorgevo che, vedendomi, tutti zittivano, come se non volessero farmi ascoltare quel che dicevano. Io non avevo tanta dimestichezza con la politica».
Eppure Calzolari avvia alcune politiche per il centro storico di Roma. Forse non più ripetute con quella intensità. Decide la ristrutturazione di due zone degradate: Tor di Nona, fra piazza Navona e il Lungotevere, e san Paolino alla Regola, vicino a piazza Farnese. Il metodo è quello praticato da Pier Luigi Cervellati a Bologna. Acquisizione pubblica degli edifici. Restauro, nel rispetto delle regole costruttive originali. E, soprattutto, riassegnazione degli appartamenti in affitto ai residenti, stroncando sul nascere ogni appetito speculativo. L’obiettivo è di fermare l’emorragia di residenti dal centro storico. Se lo si accompagna alla ristrutturazione di 310 alloggi, alle 24 case protette per anziani, viene fuori un quadro di interventi sia sulla struttura fisica che sulla composizione sociale di un centro storico, rimasti di fatto con pochi seguiti. A Roma e non solo.
I ricordi riaffiorano. Calzolari li rincorre con lo sguardo, tenendo stretto nelle mani il libro. L’amicizia con Antonio Cederna. La militanza in Italia Nostra. Il sostegno al Progetto Fori, la grande area archeologica da realizzare fra piazza Venezia e il Colosseo, smantellando la via dei Fori imperiali. E poi la visita in Campidoglio della regina Elisabetta, «con un tailleur giallo canarino e un grande cappello». Il viaggio con Petroselli a Boston e a New York, finito in un ballo all’Empire State Building. I lavori per Siena e per Brescia. La sua sostituzione nel 1981, sindaco ancora Petroselli, con Carlo Aymonino, che sul centro storico aveva idee diverse dalle sue.
Ma soprattutto l’Appia Antica. Al grande territorio che avvolge la Regina viarum Calzolari dedica uno studio che dal 1973 prenderà la forma di una organica pianificazione. Il volume esce nel 1984, curato da Italia Nostra. L’Appia Antica, appunto, come sistema complesso, analizzato da diversi fronti disciplinari - l’archeologia, il verde, l’urbanistica. Un sistema da definire e da tutelare, nel solco di una tradizione che risaliva almeno agli articoli del suo amico Cederna contro i gangster che infestavano quel luogo con abusi e malversazioni. Che cosa fare di quello straordinario cuneo verde che si infilava nel centro della città e che aspirava a diventare un parco non poteva prescindere dalla sua conoscenza. «Un giorno», racconta, «salimmo su un pallone aerostatico e sorvolammo quel territorio, dal Campidoglio a Monte Cavo. Scegliemmo l’altezza e la velocità giuste per poter osservare tutti i dettagli e poi i dettagli nel loro insieme ».
L’obiettivo era di trovare un filo conduttore tra i diversi valori espressi da quel luogo - estetici, archeologici, storici, urbanistici, naturalistici, ma non solo questo. «Soltanto se fosse nata un’immagine unitaria dell’Appia Antica, nella mente e nell’opinione pubblica, si sarebbe potuto dar vita a un parco e tutelarne l’integrità ». Per questo ai suoi occhi tanta importanza aveva il recupero delle ricchissime memorie letterarie intorno a quel paesaggio. In questo contesto, anche oltre l’Appia Antica, per Calzolari assume una funzione centrale l’acqua. L’acqua è il filo conduttore, dice, che molto spesso spiega le forme del paesaggio. È il principio ordinatore di un paesaggio che a sua volta è «la manifestazione sensibile e percepita in senso estetico delle relazioni che si determinano in un ambiente biofisico e antropico». Ma l’acqua riporta Vittoria Calzolari anche ai ricordi della prima infanzia, quando su una terrazza romana vide sciogliersi fra le mani una palla di neve.
Una recensione molto sbilanciata sull'approccio visivo, per un'operazione editoriale e divulgativa dal medesimo tono, che sul tema della crisi urbana ha incontrato un grande successo di pubblico. Scritto per Eddyburg (f.b.)
Quando si parla di città e delle sue trasformazioni le immagini cinematografiche sono spesso più evocative ed efficaci dei libri sull’argomento. Le mani sulla città di Francesco Rosi, ad esempio, contiene alcune scene che spiegano i meccanismi della rendita fondiaria meglio di molti manuali di urbanistica, tanto che il film ha consentito al regista di essere insignito della laurea honoris causa in pianificazione.
Il binomio decadenza/esplosione urbana è stato più volte rappresentato nella produzione cinematografica degli ultimi trent’anni. Nel 1982 uscirono due film che affrontano efficacemente i due poli della questione: da una parte la Los Angeles 2019, potente e decadente, di Blade Runner e dall’altra la città-macchina di Koyaanisqatsi, che implode nelle distruzioni programmate dei fallimenti urbanistici degli anni ’50 (il complesso Pruitt Igoe di St. Luis) ed esplode nella dispersione urbana così simile alla serialità dei circuiti elettronici.
Qualche anno dopo, nel 1989, Michael Moore in Roger &me descrisse gli effetti devastanti della deindustrializzazione sulla città di Flint in Michigan, uno degli stati simbolo della Rust Belt statunitense. E’ sempre nel paesaggio urbano del declino demografico e del degrado edilizio ad essere ambientato Gran Torino (2008), storia di un superstite della città-fabbrica e delle trasformazioni subite dal suo quartiere, dove egli è rimasto uno dei pochi bianchi mentre il resto della sua famiglia è emigrato nel suburbio. Sono le difficoltà del ghetto che vediamo in Precious (2009), dove la vita di scarto di una sedicenne obesa e semianalfabeta ci ricorda di quanto sia difficile avere un’istruzione decente ed una alimentazione sana se abiti ad Harlem, sei nera e la tua famiglia vive dei sussidi dei servizi sociali.
Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana (Laterza, 2012, 236 pagine, €13,00) di Alessandro Coppola racconta storie che sembrano tratte da questo immaginario cinematografico. Compiendo un itinerario che parte da una delle città statunitensi più colpite dalla deindustrializzazione, Youngstown, alla quale nel 1995 Bruce Springsteen dedicò una canzone per ricordarne il glorioso passato di città dell’acciaio, la narrazione di Coppola, più somigliante al reportage giornalistico che alla ricerca sistematica sullo shrinkage delle città americane, tocca i centri della Rust Belt, come Detroit, Cleveland o Buffalo, ma anche altre città che hanno conosciuto la rovina e che hanno percorso, con risultati a volte discutibili, la strada dell’Urban Renewal, come New York o Baltimore.
Il tour tra i deserti alimentari di Chicago e delle protagoniste della decadimento urbano tratteggia veri scenari apocalittici, ai quali allude il titolo del libro forse un po’ troppo ammiccante e superficiale nel ricondurre ad essi la civiltà urbana tout court. Il libro presenta una serie di iniziative che si propongono di invertire la tendenza rispetto alla catastrofe, sulla cui reale efficacia però rimane qualche dubbio. Esse sono il favorire il ritorno della foresta dove prima era la città, l’agricoltura urbana al posto delle fabbriche dismesse; è la shrinkage culture che vuole affermare «l’idea che le città della Rust Belt possano riconquistare il loro posto nel mondo offrendosi come modelli di sostenibilità ambientale e creatività sociale». Coppola non è un urbanista e non pretende con il suo libro di fornire modelli per la rinascita delle città post industriali. Apocalypse Town è una buona operazione editoriale che riesce ad avvicinare anche un pubblico di non specialisti al vasto tema della fine della città come luogo della produzione e del suo tramutarsi in primario fattore di consunzione delle risorse del pianeta, il suolo innanzitutto, fagocitato dallo sprawl che ha ucciso le Inner Cities della Rust Belt americana e che sta creando seri problemi anche alle nostre meno apocalittiche città europee.
Doppia recensione, a «Spaesati» di Antonella Tarpino, e «Belpaese Malpaese» di Vittorio Emiliani: la storia del territorio come prospettiva per guardare al futuro. Il manifesto, 28 novembre 2012 (f.b.)
Recensione all’ultimo libro di Andrea Boitani: infrastrutture funzionanti non vuol dire solo opere, ma soprattutto efficienza di gestione. L’Huffington Post, 13 novembre 2012 (f.b.)
Martedì 20 novembre, alle ore 18.30, presso la sede dell'Istituto della Enciclopedia Italiana, in Piazza della Enciclopediia Italiana 4, Giuliano Amato, Luigi Grillo e Corrado Passera presenteranno il libro di Andrea Boitani "I trasporti del nostro scontento", Il Mulino. E' una buona occasione per fare il punto su un settore così cruciale per l'efficienza e la produttività dell'intero sistema economico nazionale.
Il libro di Andrea Boitani, inserito nella collana de Lavoce.info, costituisce una utile guida ragionata per leggere le criticità industriali e le arretratezze endemiche che caratterizzano il modello organizzativo dei servizi di trasporto e delle reti di infrastrutture in Italia. Il ricorso nel titolo alla frase shakespeariana del Riccardo III è spiegato con la percezione di eccessiva onerosità del trasporti, sia per i costi individuali sia per i costi collettivi.
Nei trasporti pubblici i clienti sono stati per decenni abituati a pagare poco per le prestazioni, mentre i soggetti che ne sopportavano l'effettivo costo (le finanze pubbliche ed i contribuenti) non sono mai stati in grado di esercitare quel necessario controllo, funzionale a stimolare l'efficienza da parte degli operatori. Nei trasporti privati lo scontento è derivato soprattutto dai costi di congestione, che tutti noi sopportiamo.
il conservatorismo fiscale che caratterizza il sistema nazionale nei trasporti è consistito nel saldare l'elevata incidenza delle accise sui carburanti con i sussidi alle imprese pubbliche, mentre invece non si sono intraprese strade più innovative che altri Paesi hanno seguito, per modulare le preferenze dei consumatori attraverso strumenti di regolazione del traffico che rendano costoso l'utilizzo delle infrastrutture congestionate, mediante meccanismi di congestion charge.
Politiche urbanistiche e scelte trasportistiche non hanno fatto parte di un sistema coordinato di interventi, per cui le reti ed i servizi di trasporto urbano hanno inseguito la tumultuosa trasformazione degli insediamenti abitativi e commerciali, determinando un disallineamento tra trasformazioni nella domanda di mobilità ed assetto della pianificazione delle soluzioni trasportistiche.
Mentre proseguiva, ed ancora prosegue, la litania sui divari infrastrutturali dell'Italia rispetto agli altri Paesi, non ci è interrogati a sufficienza sulle reali priorità per superare i colli di bottiglia e sui meccanismi inceppati nella macchina attuativa, che hanno condotto a tempi di realizzazione ed a costi delle opere infrastrutturali sideralmente distanti dalle migliori pratiche europee.
Per realizzare una linea metropolitana a Madrid si è andati al ritmo di 1 km al mese, mentre a Roma ci si impiega poco meno di un anno. Il ricorso a metodi e tecniche di valutazione nella selezione degli investimenti costituisce prassi ordinaria a livello internazionale, mentre tale cultura in Italia stenta ancora ad affermarsi nella pratica. Analisi di sensitività ed analisi del rischio sono fattori assolutamente cruciali, ancor più importanti in una fase come quella attuale, caratterizzata da una minore disponibilità di risorse pubbliche per effetto della crisi fiscale degli Stati.
Peraltro, il mutamento nella struttura industriale richiede, per il trasporto merci, investimenti di qualità radicalmente diversa rispetto ai decenni passati: serve più tecnologia, e meno cemento. Conta più l'efficienza del sistema logistico complessivo, rispetto alll'ennesimo elenco di grandi opere da realizzare, che serve solo a fornire una consolatoria visione di un futuro migliore, tale poi forse solo per gli interessi dei costruttori, piuttosto che non per i cittadini e per le imprese che richiedono servizi di trasporto più efficienti e performanti.
Mentre la discussione pubblica si concentra sulle infrastrutture da realizzare, poco si è fatto sul fronte della efficienza nei servizi. A cosa serve effettuare i dragaggi dei fondali per i porti italiani, sino a quando un container resta fermo nel porto di Genova mediamente 9 giorni rispetto ai 3 di Rotterdam ? Fare efficienza sul versante dei servizi implica anche un uso responsabile delle politiche pubbliche, assumendo decisioni che a prima vista possono sembrare impopolari, come la congestion charge estesa con l'Area C a Milano e l'estensione della zona a traffico limitato, recentemente decisa da Firenze.
Politiche pubbliche rigorose e maggiore controllo di efficienza nella erogazione dei servizi pubblici sono due facce della stessa medaglia, entrambe indispensabili per introdurre elementi di discontinuità e di modernizzazione nel sistema nazionale dei trasporti, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, che pagano oggi un prezzo maggiore alla congestione.
La concorrenza nella erogazione dei servizi pubblici è lo strumento che serve ad introdurre stimoli verso l'efficienza, che altrimenti sono difficilmente praticabili in un settore ad alta intensità di conflittualità come quello dei trasporti. Il costo di produzione dei servizi pubblici italiani di trasporto è più elevato della media europea: in uno scenario di risorse pubbliche decrescenti per i corrispettivi degli obblighi di servizio, non può esistere solo la possibilità di ridurre il volume dei servizi ai cittadini, deve essere praticata anche la strada di aumentare l'efficienza nella produzione.
La produttività di settore è in Italia inferiore del 20% alla media europea. Recuperare almeno in parte questo gap è assolutamente indispensabile. Per farlo, le regole di concorrenza per il mercato sono uno strumento efficace. Negli ultimi decenni l'esperienza italiana è davvero poco edificante: in generale sono stati preservati gli affidamenti diretti alle aziende pubbliche, e quelle poche gare che sono state realizzate hanno introdotto barriere di accesso che ne hanno fortemente limitato l'efficacia.
Anche la mancata applicazione del meccanismo di price cap per la determinazione delle tariffe, previsto dalla legge 422 del 1997, e mai in pratica attuato, ha allontanato il percorso di modernizzazione, in quanto ha lasciato alla discrezionalità politica la decisione sui prezzi del trasporto, offrendo elevati grado di aleatorietà agli operatori economici e determinando poi salti temporali nelle tariffe che sono anche difficili da capire per i consumatori.
Insomma, qualità nel processo decisionale delle istituzioni pubbliche, utilizzo degli strumenti di valutazione economica ed introduzione di enzimi di concorrenza sono le basi per poter costruire nel tempo un sistema dei trasporti più sostenibile e maggiormente in grado di offrire ai cittadini soluzioni alla congestione ed alle difficoltà di mobilità che ciascuno di noi incontra ogni giorno.
Una mostra alla Triennale e un libro su Guglielmo Zambrini riportano alla ribalta un tema controverso. Emanuele Piccardo, Lucia Tozzi, Alberto Ziparo, il manifesto 8 novembre 2012 (f.b.)
Il bello della concretezza
di Lucia Tozzi
Una delle più grandi soddisfazioni per il visitatore di una mostra è la sensazione di aver capito il messaggio. E chi attraversa lo spazio curvo della Triennale in cui è allestita L'architettura del mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi ne esce privo di ogni ragionevole dubbio sul senso preciso dell'esposizione.
Il contenuto è un imperativo, più che esortativo, appello all'ottimismo: «La peggiore crisi immobiliare-finanziaria della storia ci impedisce di costruire ancora uffici e residenze: ebbene, buttiamoci sulle infrastrutture».
L'architettura del Mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi segna la nuova stagione espositiva della Triennale di Milano presieduta da Claudio De Albertis, costruttore e ex presidente dell'Ance. Dopo un triennio di mostre altalenanti, sotto l'egida del critico Germano Celant, la Triennale cerca un lento ritorno alla normalità. Ovvero un'esposizione che renda gli obiettivi comprensibili anche se talvolta, come in questo caso, solo in parte condivisibili. Vecchio di vent'anni, il tema delle infrastrutture rappresenta per il curatore, l'architetto Alberto Ferlenga, l'occasione per dare conto dell'importanza dei sistemi di attraversamento del territorio, cui si aggiungono poi tutte le architetture inscrivibili nel termine «infrastruttura»: ponti, termovalorizzatori, dighe, passeggiate.
Le profetiche parole di un «trasportista»
di Alberto Ziparo
«L'infrastruttura è tale solo se risponde a una domanda sociale: altrimenti diventa una sottostruttura, inutile e spesso grave ingombro per società e territorio»: così Guglielmo Zambrini, ingegnere dei trasporti su cui si sono formate generazioni di urbanisti (era ordinario di Infrastrutture e Pianificazione dei Trasporti presso la scuola di Urbanistica dello Iuav), esprimeva così - all'apertura dei suoi corsi - il proprio costruttivismo ironico verso le attrezzature di trasformazione del territorio, accettabili appunto «se rispondenti ad una domanda» e - più tardi - «se ecologicamente sostenibili».