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Le elezioni incombenti a New York sono occasione per riflettere sia sul ruolo trainante della grande città oggi, sia su una idea di composizione funzionale e culturale inedita. Corriere della Sera, 29 marzo 2013 (f.b.)

I repubblicani schierano il proprietario dei supermercati Gristedes, un finanziere, il presidente della Subway, la metropolitana, un paio di politici locali. Forse anche il capo della polizia Raymond Kelly. I democratici, dopo la rinuncia di Hillary Clinton, puntano su una pattuglia di politici di professione con Christine Quinn, la speaker del consiglio comunale, la donna simbolo della comunità gay, data per favorita.

Primarie a settembre, elezione del nuovo sindaco di New York a novembre, ma molti, più che appassionarsi alla contesa, si chiedono che ne sarà della rinascita economica della città senza la guida di Michael Bloomberg che, dopo un regno durato tre mandati, 12 anni, non può più essere rieletto. Capitale dell'arte, del teatro, del turismo, della politica internazionale con l'Onu, New York doveva gran parte della sua ricchezza alla finanza di Wall Street e alle grandi banche di Manhattan: un mondo travolto e ridimensionato dalla crisi esplosa nel 2008. Da vero sindaco-manager, Bloomberg ha favorito lo sviluppo di nuove vocazioni di una città che, un tempo grande porto e centro tessile, ha già vissuto varie trasformazioni.

Il sindaco ha puntato sulla «città verde» dell'edilizia ecosostenibile e degli otto milioni di alberi da piantare, ma soprattutto su «Silicon Alley»: quelle aziende dell'economia digitale che, cresciute nell'area di Chelsea, ma anche a Brooklyn (software e produttori di stampanti 3D) e perfino nel Bronx, ormai compete ad armi pari con la Silicon Valley californiana. Molti scoprono con sorpresa che nomi noti dell'economia digitale come Foursquare, Kickstarter, Zynga, DoubleClick, Tumblr, hanno le loro radici a New York e non in California. O che Google, fuori da Mountain View, ha una seconda «testa pensante», forte di oltre tremila cervelli, proprio a Manhattan.

La trasformazione di un'area di macellerie industriali, fabbriche di abiti e di biscotti in polo tecnologico d'avanguardia è il cuore del racconto di Tech and the City, un libro appena pubblicato da Maria Teresa Cometto e Alessandro Piol. Raccontando la storia delle start up newyorchesi la giornalista del Corriere e il venture capitalist fanno ben più che indicare una strada per i ragazzi italiani di talento che vogliono provare a costruire — in Europa o a New York — la loro start up. Il libro, pubblicato anche negli Stati Uniti, racconta l'avventura professionale e umana di tanti geni tecnologici spesso arrivati all'economia digitale nei modi più strani (Chris Dixon di Hunch alla Columbia University aveva studiato filosofia, Kevin Ryan di DoubleClick racconta di essere stato accettato a Yale solo perché in Italia aveva imparato a giocare bene a calcio), ed esplora perfino fenomeni curiosi come quello dei giovani che «si inventano una start up per rimorchiare al venerdì sera».

Ma nel libro c'è soprattutto una lezione per la politica nella descrizione di come il sindaco-manager ha saputo tenere insieme interesse pubblico e sostegno dell'imprenditorialità sviluppando un ecosistema fatto di nuova istruzione scientifica, creazione di forme di apprendistato digitale e infrastrutture tecnologiche.

Prefazione al nuovo libro di Renzo Moschini, Parchi e politica, Edizioni ETS, Pisa 2013. Anche per aprire un dibattito sul tema: per contrastare l'ideologia neoliberale dobbiamo proporre le "aree protette" come recinti, oppure come anticipazione di un diverso rapporto tra patrimonio e habitat dell'uomo? Ne riparleremo su queste pagine

Gli scritti di Renzo Moschini sono da anni un pungolo costante, quasi ossessivo, a tenere gli occhi bene aperti sulle dinamiche istituzionali che riguardano le aree protette italiane. E costituiscono anche un contributo essenziale di conoscenza: un contributo appassionato, competente e aggiornato che meriterebbe arene ben più ampie di quelle che riesce faticosamente a conquistare. Quest’ultimo libro fa il punto della situazione riferendosi in particolare ad al- cuni grandi blocchi tematici: la situazione generale delle aree protette italiane, le politiche generalmente dismissorie delle Regioni, la presenza (o l’assenza) della tematica dei parchi nei vari programmi elettorali, il livello e i contenuti della discussione sulle aree protette all’interno di Federparchi, le radici dell’approccio equivoco e potenzialmente devastante della “riforma” della Legge Quadro in discussione al Senato, la necessità di una mobilitazione che riporti la discussione da un lato su alti livelli teorici e da un altro sui contenuti concreti, in un momento avvertito come potenzialmente letale per i parchi italiani.

La lettura del libro, svelto come gli altri di Moschini, non richiede particolari avvertenze: tutte le persone che in questi anni hanno lavorato attorno alle aree protette o hanno riflettuto su di esse, vi ritroveranno temi familiari in un’ottica come sempre rigorosa e orientata anzitutto all’azione. Sollecitato dall’autore, vorrei invece fornire un ulteriore elemento di dibattito e – forse – di preoccupata urgenza ritornando su scenari più ampi rispetto a quelli trattati da Moschini, scenari dei quali la vicenda delle aree protette italiane è però parte integrante. In vari saggi di questo libro Moschini dimostra bene come la crisi dei parchi italiani non si esaurisce nel fenomeno dei tagli ai finanziamenti, per quanto tali tagli ne rappresentino l’aspetto più eclatante e pericoloso. Essa affonda le sue radici prime nella mancata attuazione di pezzi essenziali della Legge Quadro, già nel corso degli anni Novanta, e viene successivamente a coincidere con un appannarsi dello slancio politico e culturale che aveva portato, tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, all’approvazione nonsolo della Legge Quadro del 1991 ma anche di altri provvedimenti di analoga ispirazione come la legge sul mare del 1982, quella sul suolo del 1989, quella sugli Enti locali del 1990 e molti altri “Protocolli, Convenzioni, risoluzioni europee”. Tutti provvedimenti, sottolinea Moschini, che discendevano dall’inserimento di nuove issues nel quadro costituzionale e da una concezione nuova e più ampia della democrazia e dei rapporti tra le varie istanze del governo della cosa pubblica. L’esaurirsi di quella felice stagione, cui non a caso ha fatto seguito il dilagare pressoché incontrastato del berlusconismo, ha anche favorito un ulteriore allontanamento (o forse un riallontanamento) dell’Italia dalla cultura di governo dei paesi centro e nord-europei, indelebilmente segnata da un forte senso di responsabilità istituzionale. L’ipotesi che avanzo è appunto che in un paese a modernizzazione limitata come il nostro, il gran numero di ritardi e di anomalie istituzionali rispetto alle democrazie centro e nord europee abbiano favorito un’estremizzazione dei caratteri più devastanti della teoria e delle prassi neoliberiste, che in ogni caso costituiscono da un trentennio la bussola politico-culturale incontrastata a livello planetario. Il neoliberismo è diventato infatti dall’inizio degli anni Ottanta pensiero e prassi unificata a livello mondiale, salvo poche e marginali eccezio- ni, ma ha avuto applicazioni e fortune diverse a seconda della cultura del pub- blico e del senso dello Stato con cui ha dovuto confrontarsi luogo per luogo. Se Reagan, com’è noto, ha potuto affondare la lama nel poco welfare e nei pochi diritti sindacali ereditati dall’epoca di Roosevelt come se si trattasse di burro, Margaret Tatcher ha dovuto ritirarsi dalla vita politica dopo aver demolito molto, ma anche di fronte a resistenze popolari e istituzionali insormontabili. E ancor oggi molti nobili pezzi del sistema di garanzie pubbliche costruito dal 1945 in poi in Gran Bretagna rimangono saldamente in piedi. Per un attimo la gravissima crisi manifestatasi a partire dall’estate del 2008 ha fatto pensare che tali politiche neoliberiste – causa prima della crisi medesima – fossero al capolinea, ma è stato presto chiaro che si trattava di un’illusione:già da tempo storici e analisti del neoliberismo (penso anzitutto a David Harvey) avevano chiarito che sono proprio le crisi economiche, e tanto più quanto più sono gravi, a costituire formidabili strumenti di riplasmazione e di reindi- rizzamento dell’economia, della cultura e della società in senso ancor più individualista e mercantile che in passato.
Il modello culturale neoliberista è infatti una forma di fondamentalismo ideologico che nega alla radice, programmaticamente, da un lato la legittimità stessa di qualsiasi dimensione collettiva e pubblica dell’agire sociale (giustamente celebre è la lapidaria definizione di Margaret Thatcher: “there is no such a thing like the society”) e da un altro lato qualsiasi dimensione culturale e morale non riconducibile ai valori dell’ottimizzazione mercantile, se non in casi strumentali e comunque anomali come quello dell’alleanza strategica statunitense tra neoliberismo e fondamentalismo cristiano. In queste condizioni tutto ciò che è espressione di valori e interessi collettivi, comunitari, che tende cioè a trascendere l’individuo inteso come homo oeconomicus in nome di valori non mercantili è considerato un’illusione, per di più un’illusione pericolosa, foriera di gravi guasti tanto all’economia quanto – di conseguenza – alla coesistenza collettiva.
In queste condizioni, inoltre, tutto ciò che non è riconducibile a utilità immediata, a qualche forma di redditività, finisce col ricadere in un limbo di anomia, di incomprensibilità. Rischia di divenire cioè un lusso tendenzialmente insensato. Lo vediamo bene oggi, del resto: la ricerca a cosa serve, se non a realizzare brevetti? A niente. La formazione a cosa serve, se non a plasmare forza lavoro di immediata utilizzabilità nel processo produttivo? A niente. Tutto quanto eccede rispetto a questi due fini è infatti considerato un costo senza alcuna ragionevole contropartita, un lusso arcaico e ormai insensato, un non senso da sopprimere senza remore. Rispetto a questo quadro le aree protette non costituiscono affatto un’isola felice. Sostengo al contrario che essendo esse un pezzo organico e particolarmente significativo della storia dell’Occidente, prima liberale poi socialdemocratico o socialista, esse sono precisamente nell’occhio del ciclone che sta travolgendo tutta questa storia.
Tutta la storia delle aree protette, al pari di tante altre cruciali invenzioni occi- dentali degli ultimi due e più secoli, dal welfare state alla tutela del patrimonio e alla formazione pubblica, è infatti storia di costruzioni collettive, nate dal riconoscimento di interessi collettivi e da sforzi comunitari mediati dalla sfera pubblica, fuori dal vincolo dell’utilità immediata del profitto mercantile e in molti casi proprio in opposizione alla logica di tale profitto. Non è certo un caso che il parco nazionale di Yellowstone, il mitico antenato di tutte le odierne aree protette, nasca “as a public park or pleasuring ground for the benefit and enjoyment of the people”; né è un caso che nel presentare il progetto di legge che sarebbe poi divenuta la nostra Legge Quadro 394 del 1991 Gianluigi Ceruti ricordasse come “la gestione dei parchi nazionali implica una disciplina dell’uso dell’ambiente naturale che, pur interferendo inevitabilmente con l’urbanistica non ne rimane assorbita perché comprensiva di valori più globali, non solo economici ma anche metaeconomici”.
Le aree protette costituiscono insomma una sorta di quintessenza dell’interesse collettivo, inteso tra l’altro in modo via via più ampio: da quello squisitamente nazionale dei parchi di fine Ottocento-inizio Novecento fino a quello universale affermatosi dopo la seconda guerra mondiale. E sin dalle origini sempre in senso schiettamente intergenerazionale. Ciò che oggi minaccia alla radice le aree protette come prassi istituzionale ma ancor più come idea, come progetto, non sono insomma tanto e solo i tagli finanziari operati in questo periodo in Italia, l’incuria e l’incultura del Ministero e delle Regioni o il disinteresse delle forze politiche, ma prima di ogni altra cosa il compatto predominio della teoria e della cultura neoliberista e l’ancor più compatto dominio delle cosiddette “ricette” operative che invariabilmente da quella teoria discendono. Sotto tale dominio è un’intera civiltà che viene minacciata alla radice, è minacciato cioè un modo di considerare non solo l’economia ma ancor più la società, il vivere comune, la cultura. E con essa tutti i suoi ricchi e abbondanti frutti istituzionali prodotti in oltre due secoli. Da queste fin troppo schematiche considerazioni traggo due semplici e provvisorie conclusioni. La prima è che nessuno è autorizzato a pensare che le misure prese da Mario Monti e dai suoi ormai ex tecnici (ma lo sono mai stati davvero?) e votate dalla quasi totalità degli schieramenti politici italiani possano costituire in alcun modo una amara ma necessaria premessa risanatrice a un qualsivoglia “ritorno alla normalità”. Esse vanno considerate al contrario coerenti misure di smantellamento, il cancro che corrode – misura dopo misu- ra, spending review dopo spending review, finanziaria dopo finanziaria – tutte quelle che noi qui oggi riteniamo irrinunciabili conquiste di civiltà e per le quali ci battiamo da sempre con generosità e passione. Se non passiamo attraverso questo rovesciamento di prospettiva difficilmente conquisteremo – a mio avviso – una piena consapevolezza dei contorni e della dimensione della crisi delle aree protette, non solo italiane ma anzitutto italiane. La seconda conclusione è che se assumiamo questa prospettiva dobbiamo anche fare un altro passaggio mentale della massima importanza. Dobbiamo riconoscere cioè che la tutela dell’ambiente, la tutela del paesaggio, la tutela del territorio, la tutela del patrimonio storico artistico sono minacciati dalla stessa logica e dalle stesse misure, e per gli stessi motivi. E dobbiamo anche riconoscere – cosa più difficile ma altrettanto necessaria – che l’attacco all’ambiente, al territorio, al paesaggio, al patrimonio storico artistico e la progressiva dismissione della tutela sono una cosa sola con la dismissione del welfare state, della formazione e della ricerca pubbliche, della cultura umanistica e di quella critica. Da ciò discende a mio avviso che il nostro orizzonte, cioè l’orizzonte di chi oggi si batte nel nostro paese per un’organica politica delle aree protette, non può essere altro che quello che forse confusamente ma anche in modo urgente e generoso sta cercando di costruirsi sotto lo slogan dei “beni comuni”.
Il nostro posto deve essere attivamente e consapevolmente in quell’orizzonte, in una prospettiva di profondo cambiamento del senso comune e di radicale rovesciamento delle politiche pubbliche, in stretto rapporto con chi si occupa di tutela del patrimonio storico artistico, facendo attivamente fronte comune con chi difende il modello sociale europeo nelle sue varie articolazioni: diritti di cittadinanza, diritti sindacali, democrazia rappresentativa, sviluppo della ricerca e della formazione pubbliche. Tutto questo, però, con un’avvertenza in più per quel che riguarda il nostro specifico, cioè le aree protette, in quanto esse sono tra le nostre conquiste collettive e di civiltà più fragili rispetto all’offensiva neoliberista. E questo per tre motivi. Il primo motivo è che esse nascono per tutelare degli interessi che noi possiamo considerare cruciali – e anche più cruciali di altri – ma che sono collettivi per eccellenza, e oltretutto fortemente diluiti nel tempo e nello spazio: i parchi tutelano infatti interessi e diritti che sono prima di ogni altra cosa universali e intergenerazionali e persino non umani. E questi sono tutti interessi tipicamente non riconosciuti, e anzi ritenuti scioccamente o pericolosamente ideologici dalla vulgata e dalla prassi neoliberista. Uno dei rischi non minori che corrono le aree protette è quindi quello di essere considerate presidi di interessi ben più che illegittimi, addirittura illusori, inesistenti, con tutto quanto ne consegue in termini di politiche concrete.
Il tentativo recente e sempre più frequente di legittimare, ad esempio attraverso una lettura riduttiva di elaborazioni UICN, l’esistenza delle aree protette principalmente o addirittura esclusivamente sulla base della loro capacità di produrre “servizi ecosistemici” rappresenta un cedimento estremamente pericoloso all’ideologia neoliberista, sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista delle politiche effettive. Il secondo motivo è più concreto, ed è che esse non presentano in ogni caso pressoché nessun aspetto direttamente redditizio. A differenza dei musei, dei singoli monumenti naturali o storico-artistici di maggior prestigio o anche di alcune singole opere d’arte un’area protetta non è in grado di produrre reddito immediato se non in misura marginalissima. Di contro, le aree protette costituiscono un costo che appesantisce il livello generale di tassazione. Sono insomma istituzioni che costano e che in quanto tali non producono alcun introito realmente significativo. Che producano ricchezza indirettamente ha ben poca importanza, anche perché la contabilizzazione di tali ricchezze è faticosa e dai risultati sempre un po’ dubbi, per non dire sospetti, e comunque non si tratta mai di profitti canalizzabili agevolmente all’interno dei grandi flussi finanziari a carattere speculativo, gli unici che veramente oggi contano politicamente. Il terzo motivo, che è un corollario del secondo, è che le aree protette non pos- sono essere oggetto di compravendita. Un sistema sanitario con le sue strut- ture e le sue aspettative di profitti e di rendite si può mettere sul mercato – lo sappiamo bene; un sistema formativo, idem; un sistema penitenziario pure; persino un sistema di gestione del patrimonio artistico si può mettere sul mercato. Cosa succeda dopo lo possiamo ben immaginare, ma ai fini del no- stro ragionamento conta ben poco. La questione essenziale è che un sistema di aree protette non si può mettere sul mercato perché non è costituito da beni economicamente significativi né offre possibilità di gestione capace di generare profitti o rendite ragionevoli. In una prospettiva – fantascientifica ma non troppo – di smantellamento totale dell’intervento pubblico nel campo del sociale e dei diritti il destino delle aree protette è quindi puramente e semplicemente quello di sparire. Si osserverà a ragione che i segnali che arrivano dal resto d’Europa, dove pure domina lo stesso tipo di cultura economico-politica, le aree protette non stanno sparendo ma anzi in molti casi vengono ampliate e fatte oggetto di politiche sempre più raffinate. Questo è in effetti quanto sembra emergere tanto da analisi di alcune politiche nazionali quanto da panoramiche generali come quella offerta pochi mesi fa dalla European Environment Agency nel suo studio Protected areas in Europe – an overview, ma come ho accennato più sopra gran parte dei paesi citati positivamente nello studio (Francia, Germania, Regno Unito) sono paesi di solida tradizione statuale e di grande responsabilità istituzionale per cui è abbastanza difficile che tendano ad abbandonare a se stesse o addirittura a far morire istituzioni pubbliche prestigiose e amate comele aree protette; inoltre, ad aggravare il cupio dissolvi italiano c’è la disgraziata collocazione del paese nel novero degli stati oggetto di attacchi speculativi e di conseguenza oggetto di politiche di aggiustamento draconiane, uno dei cui fini strategici è sempre quello di ridurre drasticamente gli spazi di intervento pubblico. Che tali politiche siano inefficienti ai fini della ripresa e al tempo stesso devastanti istituzionalmente, socialmente e culturalmente, come ormai affermano in molti di qua e di là dell’Oceano e come comincia ad apparire evidente, sembra d’altra parte non interessare che a pochi.
Mi pare che queste siano, per l’essenziale, le radici dei fenomeni descritti da Renzo Moschini lungo le pagine di questo volume. Se questo è vero, la risposta deve essere molto consapevole e decisa, evitando tutti quei compromessi che finiscono poi regolarmente per sfociare in iniziative equivoche e dannose. E deve essere una risposta multiforme: da parte di chi opera a vario titolo nelle istituzioni, di chi milita nei partiti, di chi lavora nelle aree protette, di chi sta nelle associazioni ambientaliste, ma soprattutto deve essere nuovamente una risposta che parte dalla cittadinanza, dalla mobilitazione di base. Senza un ampio movimento popolare, quanto possibile analogo a quello degli anni Settanta e Ottanta, e anche stavolta ancorato ad ambiti più vasti (beni comuni, democrazia, rappresentanza, nuovo modello di sviluppo) per le aree protette italiane il destino è segnato. In questo senso le recentissime riflessioni – e proposte – consegnateci da Salvatore Settis col suo Azione popolare. Cittadini per il bene comune, sembrano davvero inaggirabili. Quando con Renzo Moschini e tante altre figure, vecchie e nuove, del mondo dei parchi abbiamo avviato l’esperienza del Gruppo di San Rossore proprio a questo pensavamo. E questo libro è parte di questo percorso, ancora tutto da costruire.

Una puntuale recensione all'ultimo lavoro di Francesco Erbani dedicato al degrado urbanistico e non solo della Capitale, governata da una classe dirigente storicamente inadeguata al livello dei problemi, e oggi preda della cultura liberista egemone

La Roma che si presenta oggi alla nostra osservazione e per tanti di noi all'esperienza quotidiana della vita vissuta, costituisce un vasto e multiforme laboratorio in cui verificare, sulla base di prove storiche, di ambiti e materiali direttamente osservabili, il fallimento indiscutibile di una stagione del capitalismo italiano. E non solo. Nelle sue strutture materiali come nel clima della vita civile, si può leggere il rendiconto, con poche luci e con molte ombre, di un gruppo dirigente cittadino che ha incarnato a modo suo, ed entro le specifiche smagliature della tradizione urbanistica italiana, la cultura neoliberista trionfante negli ultimi due decenni. Una cultura interpretata, ovviamente, con varie gradazioni dai partiti e gruppi dirigenti romani, ma pur sempre unico orizzonte prospettico per l'intero ceto politico. Roma mostra oggi, con i suoi innumerevoli problemi irrisolti, con le sue confuse e oscure prospettive, quanto l'affidare gli spazi che per ragione storica fondativa sono pubblici e comuni– quelli appunto della Città - ai liberi e sregolati appetiti dei privati conduce ad esiti di ingovernabile disordine urbano e sociale.

Quanto affermo ce lo mostra oggi limpidamente Francesco Erbani nel suo Roma. Il tramonto della città pubblica, Laterza Roma-Bari 2013, pp175, euro 12. Il testo, scandito in 8 capitoli, affronta e rende comprensibili anche al lettore non esperto i grandi nodi urbanistici, ambientali, sociali, in cui la città si dibatte. E lo fa con un taglio elegante di saggistica, che è insieme una scelta di conoscenza condivisa, di esplorazione dal vivo insieme a gruppi di cittadini romani, che non solo vivono i problemi del proprio quartiere, ma ne studiano le ragioni, le conseguenze, le soluzioni possibili. Si tratta di « quel vasto fronte dei comitati di cittadini, di gruppi e associazioni che producono una mole imponente di indagini sul proprio quartiere e che avviano vertenze per salvaguardare quel che appartiene a una collettività e che invece si vorrebbe alienare a vantaggio di pochi.» Ma quel che è paradossale è che tale mole volontaria di ricerca, di studi, in cui operano anche valenti professionisti, ha come controparte « quasi sempre il pubblico che smette di fare il pubblico, sono l'amministrazione e l'ente che si sottraggono al compito di tutelare interessi generali.»

Erbani dunque racconta i problemi di Roma attraverso le associazioni che operano a Corviale, oppure tramite le interviste ai promotori dell'Osservatorio Casilino, che difendono un' ampia area di pregio paesaggistico ( e di memorie pasoliniane ) dai progetti edificatori di Alemanno; oppure i cittadini di No Corridoio, che da anni sono in mobilitazione contro il progetto di Corridoio Tirrenico destinato a tagliare vasti territori, dalla Roma.Fiumicino-Civitavecchia per arrivare a Latina. Ma naturalmente Erbani ascolta il parere esperto di urbanisti e docenti, da Paolo Berdini a Giovanni Caudo, a Vezio de Lucia. Non si creda, tuttavia, che Roma sia un semplice assemblaggio di interviste: il testo è sorretto da una solida e invisibile intelaiatura storico-urbanistica, che compare di tanto in tanto, con leggerezza e senza apparati, nei nomi di Italo Insolera o Leonardo Benevolo, di Ludovico Quaroni o Antonio Cederna. Solo per ricordarne alcuni. Tanto più che il testo spiega con sguardo storico come sono sorti e diventano irrisolvibili i problemi di una città nella quale, da decenni, la rendita fondiaria di alcuni gruppi privati ispira le linee direttrici della sua espansione.
E tale sguardo storico mostra una cesura politica importante, a partire dagli anni '90, quella che segna l'abbandono, da parte del ceto politico, dell'urbanistica come progetto “pubblico” , piano di sviluppo della città secondo gli interessi collettivi. Fiorisce allora, come nel resto d'Italia, l'urbanistica “negoziata”, che rifiuta i piani regolatori e disegna la crescita della città quale risultato di accordi e scambi tra l'amministrazione pubblica e i privati, quasi sempre grandi proprietari di suoli. Se l'amministrazione ha bisogno di costruire opere pubbliche scambia con i privati tale investimento, concedendo ad essi il permesso di edificare sulle aree possedute. Per la verità sono stati quasi sempre i privati a suggerire al Comune cosa e dove costruire. E l 'amministrazione ha perso( anche per questo) ogni visione coordinata dell'espansione dell'edificato. Ma è stato utile alla città tale scambio ? Il suolo è bene limitato, ed è un bene comune, nel senso che la sua occupazione con un edificio condiziona la vita della comunità dei cittadini: fa sparire il verde, attrae traffico veicolare, degrada la qualità dell'aria, ecc.
Ma anche l'edificabilità delle aree possedute dai privati è frutto di un grave scacco del potere e dell'interesse pubblico. Esso dipende in parte da un caratteristica del nostra giurisprudenza, che non ha saputo separare – come accade in altri paesi d'Europa - il diritto di proprietà dallo jus aedificandi. Ma, come ricorda Erbani, sulla scorta di Edoardo Salzano e Vezio de Lucia, l'edificabilità di alcuni suoli a Roma è sancita dal Piano Regolatore del 1962, quando la situazione storica era radicalmente differente da quella attuale, allorché ci si attendeva un'ampia crescita demografica e si era dominati da una cultura sviluppista che ignorava alla radice la stessa nozione di ambiente. Così la città è venuta espandendosi disordinatamente nella campagna trascinando con sé traffico veicolare diffuso e caotico. Un'espansione lasca che impedisce oggi i collegamenti in ferro, troppo costosi per far spostare una popolazione rada e dispersa.
Le cifre che Erbani fornisce delle linee di metropolitana di altre capitali ci fanno semplicemente arrossire: Roma, in km di linee ( 41,5), è superata non solo dalle grandi città europee, ma perfino da Bucarest (70 km) da Atene ( 55 km) da Teheran (140km). E' perciò abbastanza conseguente che la città abbia ben 978 veicoli a motore ogni 1000 abitanti, comprendendo fra questi i neonati e i novantenni. Un traffico che è ragione di scarsa mobilità e di infelicità del vivere cittadino. Ed esso non risparmia neppure il centro storico, nel frattempo ridotto a un caotico suk da un turismo predone lasciato alla sua sfrenatezza consumistica. Ma la Roma che cresce sulla base degli interessi privati cova nel suo seno altre contraddizioni insanabili. Circa 193 mila case sfitte al censimento del 2001( oggi sarebbero 250 mila) a fronte di oltre 30 mila famiglie che non hanno un tetto. E il sindaco uscente, che continua a suo modo la tradizione “liberale” di Rutelli e Veltroni, vorrebbe imporre altri svariati milioni di metri cubi a una città ormai deforme. Fino a quando gli uomini e le donne che animano i circoli e i comitati nei territori non diventeranno classe dirigente della capitale, la speranza che Roma riacquisti un'idea di sé e del proprio futuro è alquanto esile.
Questo articolo viene inviato contemporaneamente al manifesto. Su questo sito abbiamo pubblicato l'introduzione dell'Autore al volume, che ci è stata cortesemente inviata in anteprima


Riportiamo alcuni stralci dal libro Lezioni di piano. L’esperienza pioniera del Piano paesaggistico regionale della Sardegna raccontata per voci, voce guida Edoardo Salzano, Prologo di Sandro Roggio, Corte del Fòntego editore, Venezia 2013 (320 p., 25 €)

Premessa
Il libro è costituito da testi scritti o raccolti dalla viva voce di una quarantina di persone in vario modo coinvolte nella vicenda del Piano paesaggistico regionale della Sardegna. Pubblichiamo qui di seguito la nota editoriale (in calce) e alcuni stralci dei testi del curatore. Altre informazioni sul libro nel sito dell'editore Corte del Fòntego.

Prefazione

Il piano paesaggistico della Sardegna è stato un sogno, un castello di sabbia costruito su una spiaggia destinato a essere sgretolato dal calore del sole o dissolto dall’onda marina? La Giunta Cappellacci non ha né l’ardore del sole né l’impeto dell’onda. Ma certamente le prime leggi emanate rivelano che l’intenzione di distruggerlo c’è ed è forte; anzi, è già in atto con dichiarazioni, azioni, inazioni e norme eversive.

Quando il presidente Soru, nel 2004, mi chiese di collaborare alla formazione del piano paesaggistico regionale come componente del Comitato scientifico, conoscevo pochissimo della Sardegna. Mai visitata da turista, l’avevo raggiunta solo in quanto sede di incontri di studio e di lavoro. A posteriori, mi sembra significativo che una delle occasioni principali di contatto con la Sardegna e con i sardi sia stato un convegno sulla legge Galasso. Era passato un anno dalla sua approvazione, le Regioni avrebbero dovuto provvedere all’attuazione redigendo piani territoriali fondati sui suoi criteri del tutto innovativi. Benché il risultato dell’attuazione regionale della legge fosse allora assolutamente deludente (come oggi è quella del Codice del paesaggio, con l’unica eccezione della Sardegna), era certo stata avviata la costruzione di un modello di pianificazione del paesaggio capace di reggere alle insidie giuridiche derivanti dalla forza degli interessi immobiliari nell’uso del territorio.

Avevo seguito molto da vicino la formazione della legge Galasso. Franco Bassanini e Guido Alborghetti, i due deputati che su mandato della commissione parlamentare stendevano il testo definitivo della legge, mi consultavano spesso. Insieme lavorammo per trovare il corretto equilibrio – in termini di pianificazione paesaggistica – tra due esigenze in apparenza contraddittorie, poste dalla Costituzione: la tutela del paesaggio e quella della proprietà privata (ho contribuito in particolare ad attribuire la facoltà di conferire «particolare considerazione paesaggistica e ambientale» anche agli strumenti della pianificazione ordinaria).

Avevo poi seguito la redazione del piano paesaggistico dell’Emilia Romagna, unico esempio tempestivo e puntuale di attuazione della legge e primo approfondimento del suo principio essenziale: la solidità giuridica dei vincoli sull’uso della proprietà privata, sull’individuazione delle “categorie di beni a confine certo”, alla tutela delle quali è affidata la garanzia del rispetto dell’articolo 9 della Costituzione. Dalla legge Galasso e dalla sua attuazione emiliano-romagnola discendeva un modello di pianificazione che mi sembrava utile proporre per il piano della Sardegna.

La lettura delle Linee guida per il lavoro di predisposizione del ppr, predisposte dalla Giunta, e i successivi incontri mi confermarono che la Regione aveva idee chiare e condivisibili sulle finalità da raggiungere, ma non un’adeguata consapevolezza del modello di pianificazione da assumere. Ritenevo che il mio contributo nel Comitato scientifico, assieme a quello di altri urbanisti che avevano partecipato in differenti sedi e con differenti ruoli alla pianificazione paesaggistica, potesse essere utile per individuare il percorso da compiere nell’utilizzo del vasto ed eterogeneo materiale raccolto e ordinato dagli uffici della Regione, alla cui integrazione e approfondimento avrebbero certamente potuto collaborare gli altri componenti del Comitato versati in diverse essenziali discipline.

Il lavoro che abbiamo compiuto fino all’approvazione del piano e le testimonianze sulla sua validità (dalle sentenze della giustizia amministrativa ai riconoscimenti della cultura nazionale e internazionale) mi hanno convinto della giustezza di applicare come criterio fondamentale della pianificazione paesaggistica l’individuazione e la disciplina di elementi del territorio appartenenti alle “categorie dei beni a confine certo”, anche se non fu facile portare a ragionare tutti gli attori della costruzione del piano nella stessa direzione. Inoltre, il passaggio dalla legge Galasso al Codice del paesaggio e alle successive modifiche del 2006 aveva provocato ulteriori incertezze.

Il piano paesaggistico della Sardegna è frutto di tre elementi: la visione e la determinazione di Renato Soru, allora presidente della Regione; una cultura urbanistica e del paesaggio che parte da lontano; fecondi incontri tra le esperienze maturate in più ambiti culturali e territoriali. Proposito mio e dell’editore, nel progettare questo volume, era raccontare questa esperienza di pianificazione, per molti versi pioniera e all’avanguardia, proprio mentre è in atto la sua aggressione, iniziata con la campagna elettorale del presidente Cappellacci e surrettiziamente in corso.

Ho partecipato alla stesura di questo libro redigendo le note introduttive (più o meno ampie) a ciascun capitolo, accompagnando un ventaglio di voci, tutte in qualche modo in relazione con il piano: voci di chi lo ha voluto, costruito, attuato, e di chi lo ha contestato e aggredito. Ho accettato tanto più volentieri di partecipare a questo progetto perché sono convinto che l’esperienza di pianificazione che va sotto il titolo di “piano paesaggistico regionale della Sardegna” non si esaurisca nell’atto normativo né nei suoi dispositivi, ma viva nell’insieme di queste voci (della cultura, della società, della politica) che costituiscono l’humus dal quale è nato, colgono gli umori, gli entusiasmi e le diffidenze, i consensi e i ripensamenti. In questo senso va anche interpretato il titolo: il libro non è una raccolta di “lezioni” sul piano illustrate da una serie di testimonianze, ma il risultato di un coro (meglio, un vocìo) nel quale armonie e dissonanze spiegano ed esprimono la ricchezza del percorso della pianificazione: è questa stessa ricchezza la “lezione di piano”.

Conflitti e conquiste
[dall’introduzione al capitolo 6]

Ogni piano territoriale apre conflitti. Dalle trasformazioni del territorio c’è sempre chi guadagna e chi perde. Anche nelle scelte che influiscono sulla vita quotidiana di ciascuno di noi soddisfare un’esigenza comporta spesso sacrificarne un’altra. Se nelle scelte urbanistiche di riorganizzazione di una certa area si privilegerà l’esigenza di arrivare a casa in automobile, si entrerà in conflitto con chi vorrebbe percorrere gli spazi tra le case a piedi o in bicicletta o spingendo una carrozzina. Se vogliamo utilizzare il suolo di nostra proprietà per diventare più ricchi rendendolo edificabile, entreremo in conflitto con chi vuole utilizzarlo come terreno agricolo o parco pubblico.

Ovviamente, anche il piano paesaggistico sardo ha aperto conflitti: nei suoi primi passi quando Soru ventilò e poi fece approvare la legge Salvacoste, nel corso della sua formazione, quando infine la maggioranza che aveva voluto e approvato il piano fu sconfitta, prima in Consiglio regionale e poi nelle urne. Sia ieri sia soprattutto oggi.

Oggi, anno 2013, c’è chi parla del piano paesaggistico – tuttora vigente – come il “vecchio piano” (anche la stessa stampa sarda). C’è addirittura chi ha avviato, e in parte attuato, il suo svuotamento – come il baco svuota la mela lasciandone intatta la scorza – e ha avviato l’iter per il suo definitivo affossamento

Ilconflitto di fondo
Evidentemente è rimasto aperto – e non poteva che essere così – il conflitto di fondo: tra chi vuole il territorio come risorsa di cui i più potenti possono appropriarsi per utilizzarlo a piacimento, trarne guadagno finanziario e maggior potere (chiamiamolo territorio come strumento per accrescere la rendita) e chi considera il territorio un patrimonio da usare con parsimonia, come bene comune delle generazioni attuali e future, delle persone che lo abitano o che vogliono conoscerlo e goderne (chiamiamolo territorio come habitat dell’uomo).

Il conflitto tra queste due concezioni del territorio ha storicamente provocato la debolezza giuridica della tutela del paesaggio affermata dalla Costituzione nei confronti della tutela degli interessi proprietari, che pervade il resto del sistema giuridico italiano. Le sentenze costituzionali 55 e 56 del 1968 che abbiamo più volte richiamato (in "Cultura del piano") hanno costituito il momento più evidente di quel conflitto, e la legge Galasso del 1985 l’avvio del suo superamento.

Negli anni dell’approvazione del piano paesaggistico e in quelli immediatamente successivi, i segnali più evidenti del prevalere degli interessi legati alla prima delle due concezioni sono stati segnati dall’isolamento politico che ha avvolto i suoi protagonisti.

La stampa sarda era divisa tra «La Nuova Sardegna» che ha abbracciato in qualche misura la linea dell’accoglimento del ppr e «L’Unione Sarda» che ha contrastato con forza la posizione di Soru («L’unione» è di proprietà di un costruttore cagliaritano).

Non bisogna dimenticare che Cagliari e il sud della Sardegna sono informati quasi esclusivamente dall’«Unione Sarda» e dall’emittente televisiva Videolina (dello stesso proprietario). In quegli anni Soru non è mai stato intervistato dall’«Unione Sarda» e dalle televisioni che fanno riferimento a quel gruppo editoriale: non ha mai potuto spiegare in televisione la “filosofia” del piano. Lo racconta bene Soru stesso: «I proprietari di aree sulle coste, gli immobiliaristi e diversi amministratori dei comuni costieri facevano fatica a pensare a un modello di sviluppo per le loro comunità differente, un modello non legato al cantiere edilizio, all’aumento della cubatura sulle coste e all’aumento degli introiti dell’ici. Questi si sono subito mossi in maniera massiccia e, malauguratamente, gli interessi più forti coincidevano con il controllo di gran parte della comunicazione in Sardegna, sia giornalistica che televisiva. La comunicazione si è caratterizzata da subito da un verso. Abbiamo dovuto faticare molto per far passare la nostra idea. Questo tipo di comunicazione è riuscito a veicolare un’idea del ppr e della politica della pubblica amministrazione come un blocco. Un blocco per il territorio e per l’economia. E uno slogan facile, veicolato in continuazione, ogni giorno, finisce piano piano per passare se, dall’altra parte, le capacità di comunicazioni sono più deboli e se non sono sostenute da una vasta comunità politica che si prende a cuore la tutela e la salvaguardia del territorio». Ha prevalso, prosegue Soru, «un’idea sbagliata: l’idea che le norme di salvaguardia, che dovevano durare solamente fino a che i diversi comuni approvavano i piani urbanistici comunali, fossero il “Piano paesaggistico”, non facendo comprendere ai cittadini della Sardegna che le norme di salvaguardia rimanevano in vigore solo fintanto che il piano urbanistico veniva approvato e adeguato al ppr» («Gazzetta ambiente», 2011, p. 52-53). Fino all’approvazione dei nuovi piani comunali, insomma, si manifestava solo la faccia della tutela costituita dal vincolo, mentre con il puc poteva esprimersi tutta l’ampia realtà della tutela come opportunità di sviluppo (naturalmente di uno sviluppo alternativo rispetto a quello svillettatore e distruttore che il ppr contrastava).

I partiti della coalizione che sostiene Soru non organizzano mai un dibattito pubblico per spiegare il lavoro della Giunta e di fatto lo lasciano solo: questo isolamento all’interno della stessa compagine che lo aveva espresso, applaudito e sostenuto nel momento delle elezioni raggiunge forse il punto più basso e metaforico proprio all’alba del tentativo della Giunta di aprire un ampio dibattito con i cittadini. Si può quasi affermare che esiste una continuità tra l’isolamento politico che si è manifestato negli anni del governo Soru e la volontà di cancellare il piano che si è espressa con la Giunta Cappellacci. Gli esponenti di quest’ultima sostengono, è vero, di avere un’ottima opinione del piano. A parole lo difendono e lo apprezzano. Ma le parole, per quanto importanti, non sono sufficienti a modificare la realtà. A volte, anzi, assumere le parole altrui è una mossa tattica per tentare di sorprendere ciò che si vuole abbattere e divorare, come fece il lupo quando indossò la pelle di pecora per divorare l’agnello.
[…]

Come andare avanti
[ introduzione del al capitolo 7

Per andare avanti – e proseguire nel solco tracciato dalla vicenda del ppr – occorre innanzitutto domandarsi quali siano i risultati raggiunti. In primo luogo bisogna sottolineare che, nonostante le riserve espresse sullo strumento delle intese con i Comuni e dell’applicazione delle norme transitorie, sono state eliminate dalle previsioni dei piani urbanistici vigenti 15 milioni di metri cubi.

Tra i risultati mi sembra anche che si debba sottolineare il raggiungimento, almeno in Sardegna, di una più solida capacità di resistenza della tutela del paesaggio nei confronti del diritto proprietario, almeno nella sua dimensione di vincolo. La validità giuridica del piano è confermata da un lato, a più riprese, dalle sentenze dei tribunali amministrativi, che hanno sconfitto gli attacchi sferrati dai suoi avversari in nome degli interessi proprietari, dall’altro da una serie di episodi di successo nella difesa di paesaggi e specifici beni culturali il più emblematico dei quali è il caso dei colli di
Tuvixeddu-Tuvumannu. Le sentenze amministrative hanno dimostrato che i reiterati vincoli tradizionali apposti su diverse porzioni dello straordinario complesso sono stati integrati e resi solidi nella sostanza territoriale e nella consistenza giuridica solo grazie alla tutela attribuita dal ppr.
La qualità del piano e la sua calibratura tra diritti del paesaggio e diritti della proprietà hanno assegnato alla Sardegna un nuovo primato. Anziché essere considerata come isola bella ma corrotta dalla distruzione delle sue coste, essa appare oggi come portatrice di un modello di tutela del paesaggio, valido sia a livello nazionale sia internazionale.

Resistere, attuare, completare
Voglio domandarmi che cosa occorra fare perché le parole del piano si traducano più compiutamente in fatti. Per farlo sono necessari almeno tre passaggi: resistere, attuare, completare.

Di fronte ai tentativi di smantellare il piano e di abbandonare nelle mani dei saccheggiatori la parte ancora bella dell’Isola (ed è tanta) occorre resistere a ogni incrinatura, indebolimento, “alleggerimento”, e perfino a una ragionevole semplificazione del piano paesaggistico. La sua funzione di vincolo deve essere rafforzata (coinvolgendo il mibac, coautore, come abbiamo più volte affermato, del piano paesaggistico). Resistere rafforzando il vincolo, pur nella consapevolezza che ciò non è sufficiente: è necessario infatti, per la pienezza della tutela, anche attuare le previsioni, i programmi, le iniziative che la pianificazione paesaggistica aveva previsto e avviato. Innanzitutto adeguare al ppr tutti i piani urbanistici comunali nei quali l’iter si è interrotto per difficoltà di gestione, per disinteresse delle amministrazioni o in attesa del promesso “azzeramento” dei vincoli.

Finché dura l’attuale maggioranza l’attuazione del piano non sarà semplice. E del resto, le difficoltà che si incontreranno per proseguire l’impresa avviata dalla Giunta Soru non provengono solo dalla compagine di destra. Del completamento del piano fa parte anche l’approvazione degli ambiti interni. La Giunta Soru ha dovuto dimettersi sostanzialmente perché una parte della coalizione che la sosteneva si oppose alla sua approvazione. Se oggi è difficile completare e attuare il piano, sarà addirittura impossibile compiere gli ulteriori passi che già sarebbero stati necessari, e affrontare e risolvere un paio di questioni che la brevità del tempo concesso a Soru e alla sua amministrazione non ha consentito di affrontare adeguatamente. Mi riferisco in particolare a due questioni: l’urbanistica e la partecipazione.

L’urbanistica e la pianificazione Il paesaggio è figlio della collaborazione tra natura e storia. Un paesaggio è il risultato delle trasformazioni che le civiltà apportano alla superficie terrestre per rendere l’habitat dell’uomo idoneo alle funzioni che deve soddisfare. Un bel paesaggio è quello che si ottiene “conservando l’intatto”, “non toccando quello che è venuto bene” e cercando di ripararne i guasti. In un contesto culturale virtuoso (conforme a quello raccontato in Cultura del piano) si ritiene che ogni trasformazione del paesaggio debba iniziare dall’individuazione delle qualità preesistenti e proseguire nel rispetto delle regole che hanno caratterizzato il rapporto tra storia e natura (ecco perché è importante conservare i tracciati della viabilità storica, la continuità dei filari di alberi e dei cespugli, la tessitura dei muretti a secco, l’organizzazione dell’edilizia storica ecc.). Il ppr definisce e regolamenta proprio questi elementi. Ciò costituisce però solo il primo passo di un processo di pianificazione che deve successivamente stabilire quali trasformazioni sia possibile compiere nel rispetto delle regole stabilite dal ppr. La tutela di cui la pianificazione paesaggistica costituisce l’avvio deve perciò prolungarsi attraverso una pianificazione territoriale e urbanistica che definisca quali e quante trasformazioni siano necessarie per soddisfare le altre esigenze degli abitanti finalizzate al loro benessere e non all’arricchimento di questa o di quell’altra categoria di cittadini. È perciò necessaria una nuova legge urbanistica regionale che stabilisca in che modo, mediante quali istituzioni, procedure, strumenti, debba svilupparsi una pianificazione territoriale e urbanistica coerente con quella del paesaggio.

Il tentativo di una nuova legge urbanistica era stato compiuto dalla Giunta Soru con una proposta che allora mi sembrò, e sembrò al Comitato scientifico, ampiamente inadeguata. E' necessario riprendere il lavoro di una nuova legislazione urbanistica la quale però non può avere una dimensione solo regionale poiché il nodo di fondo è quello al quale abbiamo più volte accennato e cioè il prevalere in Italia di una concezione del diritto proprietario prevalente su ogni altro diritto.

Va insomma portato avanti il lavoro sul nodo tra tutela e proprietà che già le sentenze 55 e 56 del 1968 avevano individuato, invitando il legislatore a scioglierlo. Occorre affermare con forza alcuni principî che dovrebbero assumere valore costituzionale: non esiste alcuna “vocazione edificatoria” del suolo; la terra biologicamente attiva (non laterizzata) è un valore in sé; non ne può essere sottratta ai ritmi della natura un’ulteriore porzione a meno che questa serva (e là dove serve) per altre esigenze socialmente rilevanti, non soddisfacibili in altro modo; la sottrazione di terra libera al ciclo biologico deve comunque avvenire in modo trasparente e secondo criteri inoppugnabili, quindi mediante i metodi e gli strumenti della pianificazione della città e del territorio.

Anche il tema della partecipazione conduce ad affrontare un analogo nodo, questa volta nel campo della cultura e non in quello del diritto. Abbiamo accennato a una componente dell’anima sarda: quella che ritiene il paesaggio un elemento determinante dell’identità stessa del popolo e la sua tutela prioritaria. Ma ne esiste anche un’altra insofferente alle regole, animata, afferma Giorgio Todde, «da sentimenti innati come l’istinto individuale del possesso, della “roba”, del territorio, di un’idea di proprietà che consiste nell’intolleranza a ogni limitazione d’uso».

Affrontare in modo adeguato il tema della partecipazione significa non accontentarsi di coinvolgere nel processo delle decisioni la popolazione così come questa oggi si manifesta e si esprime. Chi critica il piano e anche molti di quelli che hanno contribuito a costruirlo ritiene che questo sia sufficiente o addirittura pretende che già oggi si costruisca un nuovo piano basato sull’attuale “percezione” che le popolazioni hanno del territorio. Mi sembra una visione straordinariamente ottimistica della realtà: un ottimismo che, se condiviso dai decisori, condurrebbe alla distruzione completa dei paesaggi che oggi tutti si propongono di difendere.

La «sfiducia nei confronti dei cittadini, delle imprese e degli amministratori locali» non è – come ritiene l’onorevole La Spisa – frutto di un pregiudizio ma della constatazione dei modi in cui, prima del ppr, le coste delle Sardegna sono state massacrate e degli interessi che oggi spingono per svuotarlo con gli strumenti (Piano casa e provvedimenti per il golf) che l’onorevole La Spisa, autorevole componente della Giunta regionale, non ha certamente contrastato. Sembra inoltre che la sua opposizione al ppr sia basava su un equivoco, dove dice che lo strumento dell’intesa tra Regione e Comuni ha significato «concentrare il potere nelle mani di una o di poche persone»: se una critica è da muovere sarebbe quella opposta, aver affidato attraverso quello strumento troppo potere proprio a chi, in buona o cattiva fede, aveva più contribuito al degrado della costa sarda.

Quando si parla di “percezione del paesaggio” occorre tener conto, come afferma Angioni, che essa è il risultato «di abitudini e di modi di sentire radicati nel tempo da millenni». È possibile ipotizzare che il tempo di elaborare un piano paesaggistico sia sufficiente a modificare radicalmente siffatta “percezione”? Abbiamo già sostenuto che la definizione di paesaggio può essere assunta come il punto di arrivo di un processo di maturazione che sarà certamente lungo. Se si vuole che al termine di questo processo qualcosa dell’attuale bellezza dei paesaggi sopravviva non c’è altra strada che quella di adoperare l’arma «centralistica» e «dirigistica» del vincolo, per usare le espressioni di Angioni nei confronti del «vecchio» piano. In realtà, per ottenere che oggi ciò non avvenga è indispensabile che le regole di salvaguardia siano ferreamente stabilite, che ne siano represse (alla maniera di Luigi Cogodi) le violazioni, e che la consapevolezza dell’obbligo morale, per ciascuno, di tutelare il paesaggio sia divenuto pensiero corrente e prassi quotidiana di azione. Ciò richiede non di modificare nell’immediato, o aggiustare, o revisionare il piano paesaggistico, o di formarne addirittura uno nuovo, ma di impegnarsi in una campagna necessariamente lunga che si ponga l’obiettivo di far prevalere, nell’ideologia egemonica, quella componente dell’anima sarda che ha portato al successo Renato Soru.

Da questo punto di vista ciò che è necessario in Sardegna non è diverso da ciò che è necessario nel resto dell’Italia e del mondo. «Programmare un aggiornato senso comune e paesaggistico», come Angioni giustamente ritiene necessario, è un’impresa certamente di lungo respiro che coinvolge in primo luogo il processo di formazione in tutte le sue fasi, a partire da quelle elementari, sebbene richieda un impegno del tutto particolare a quelle persone che hanno avuto la possibilità di studiare, comprendere, svolgere un lavoro intellettuale, e che abbiano in più l’umiltà di sapersi esprimere in modo semplice e a tutti comprensibile. Cosa che in questo libro abbiamo tentato di fare. E.S.


Nota dell’editore
L’idea del libro è nata correggendo le bozze di Memorie di un urbanista di Edoardo Salzano: la lettura del breve appassionato capitolo dedicato all’esperienza della costruzione del piano paesaggistico della Sardegna pretendeva un racconto molto più ampio ed esauriente di quella impresa. Ho pensato di affidare il “racconto del piano” a coloro che lo avevano fatto o ne erano stati coinvolti. Un’unica storia, un grande affresco, diversi punti di vista. Eddy, dal suo osservatorio competente e privilegiato, si sarebbe riservato il compito di condurre e di spiegare.

La maggior parte dei contributi riuniti in questo volume è stata scritta per questo libro e una decina sono le interviste raccolte da me tra giugno e luglio 2012. Un piccolo gruppo infine è costituito da testi già editi.
In linea con gli intenti della collana, agli autori è stato chiesto ciò che per molti specialisti risulta uno sforzo ma che in questo caso era una condizione: produrre testi semplici, chiari, senza tecnicismi, in un linguaggio quasi domestico e a tutti accessibile. Molti si sono adeguati e li ringrazio.

Sono stati uniformati gli usi grafici e le maiuscole. Non è sembrato opportuno sciogliere – quando reiterate – le abbreviazioni ppr (piano paesaggistico regionale), puc (piano urbanistico comunale), ptp (piano territoriale paesistico).

Dopo aver cercato un’idea per la copertina nel mondo della pittura sarda antica, moderna e contemporanea, un particolare, un frammento, uno scoglio che facesse al caso mio, e dopo aver passato in rassegna decine e decine di foto che ritraggono devastazioni di tratti di costa dell’Isola (ricerca inutile perché le fantasie che forgiano il ferro e il cemento sono simili in tutta Italia) ho ricevuto in dono un libro fotografico. Un doppio dono, perché, proprio alla fine ho visto la mia copertina. Una foto potente di una gonna nera – sarda – messa ad asciugare all’aria, tenuta aperta da tre sostegni. L’ho letta subito come una metafora ideale della Sardegna e l’ho fatta girare. La foto l’hanno vista in tanti e le metafore sono uscite sempre diverse: «la gonna è l’Isola vuota al centro ma popolata e costruita sulle coste»; «la gonna è un sipario, tolto il quale c’è il paesaggio sardo che è nei nostri cuori, non sempre raggiungibile»; «è così che io vedo la mia Isola, solo attraverso un buco, una visione sempre costretta e parziale»; «la gonna è una lavagna, su cui idealmente sono scritte le lezioni di piano». E si potrebbe continuare.

Senza Sandro Roggio, autore del prologo, generoso amico di questa impresa, il libro non esisterebbe. Maria Paola Morittu mi ha offerto la sua costante e premurosa consulenza, punteggiata da vivaci discussioni e vivificanti scambi di fioretto. La lavorazione di questo volume, durata quasi un anno, non ha avuto un andamento lineare e non ha seguito una vera traccia. Macchie di leopardo si sono allargate, altre sono sbiadite lungo la strada. Quando Giorgio Todde mi ha informato che il libro c’era, è stata la prima volta in cui l’ho visto anch’io. Gli sono particolarmente riconoscente per questo.

Mi scuso per le incursioni telefoniche, sempre urgenti, con cui ho cercato di annullare la distanza tra la Sardegna e Venezia, incurante del giorno e dell’ora, per sciogliere dubbi e incongruenze soprattutto attorno alla redazione del piano e alla sua cronologia: in particolare con Paola Cannas, Gian Valerio Sanna, Renato Soru, Paolo Urbani. Un pensiero affettuoso va a Helmar Schenk, scomparso alcuni giorni prima di rilasciare la sua intervista.
Con viva gratitudine ringrazio chi, pur non condividendo la posizione del libro sul piano paesaggistico sardo, ha accettato di esserci, arricchendolo con il suo punto di vista. E infine ringrazio chi in Sardegna mi ha accolto, ascoltato, ospitato, non solo in occasione delle interviste: Bachisio Bandinu, Umberto Cocco, Piero Cuccu, Piero Filigheddu, Antonietta Mazzette, Maria Antonietta Mongiu, Pierfranco Picci, Antonello Sanna, Enzo Satta. Con simpatia ricordo Nadir, Nicolas, Peppe, Tore, i ragazzini di Orosei che mi hanno fatto compagnia per un lungo pomeriggio e a cui ho facilmente concesso di prendersi una certa confidenza con il mio camper. Ovunque in questo libro si dice che il futuro sono loro. E a loro dedico questo lavoro.
Marina Zanazzo

La prefazione di un libro tutto da leggere, da domani (20 marzo 2013) in libreria. Rendita, economia e politica, protagonisti della Grande crisi. «Il contributo scientifico di Mario De Gaspari aiuta a capire come va il mondo. E aiuta soprattutto chi vuole cambiarlo».

Chi apre queste pagine ha in mano un libro prezioso. Il suo valore dipende non solo dalla qualità dell'analisi ma dal fatto che è raro poterla leggere in un testo rigoroso come questo. E' davvero povera la letteratura sulla rendita immobiliare, non solo nella ricerca teorica, ma nella pubblicistica corrente e ancor di più nel dibattito politico. Eppure, Mario De Gaspari dimostra che è la chiave analitica più efficace per comprendere l'incubazione della Grande Crisi, le attuali difficoltà ad uscirne, il ruolo inedito e perverso del sistema creditizio e soprattutto l'impatto di tutti questi fenomeni sulla decadenza italiana.

Chi l’avrebbe detto che il turbo-capitalismo si sarebbe inceppato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà. Chi l’avrebbe detto che dopo tanta retorica sulla società della conoscenza bisognava tornare e occuparsi delle rate dei mutui immobiliari come principale problema della globalizzazione. Chi l'avrebbe detto che una potenza mondiale come gli Usa vacillasse a causa di 5 milioni di americani insolventi.

Oggi si comprende meglio che cosa è stato l’ultimo ciclo di euforia immobiliare. La crisi dei subprime è come la nottola di Minerva che si alza in volo verso sera sollecitando il pensiero a trarre un bilancio della giornata. Si sono inceppate insieme le due forme di rendita, quella finanziaria e quella immobiliare, come erano cresciute insieme nel decennio passato, rivelando un indissolubile legame strutturale e, forse più, una medesima visione del mondo. La condivisione di ascesa e declino mette in luce la natura anfibia di questa economia di carta e di mattone, capace di librarsi su quanto di più etereo e, d’altro canto, saldamente ancorata a quanto di più solido. Il mattone ormai si comporta come un derivato, ci ricorda Giulio Sapelli. La rendita urbana è una prosecuzione della finanza con altri mezzi, direbbe von Clausewitz.

Oggi si parla molto poco di rendita immobiliare, proprio mentre il fenomeno è diventato fattore cruciale nell’allocazione delle risorse e nella regolazione dei processi. Paradossalmente l’attenzione è stata maggiore quando il fenomeno era meno rilevante nel ciclo economico. Certo la speculazione edilizia degli anni cinquanta e sessanta ha avuto un impatto disastroso nel territorio italiano, ma tutto sommato era espressione di settori arretrati rispetto alla trasformazione capitalistica.

In un’intervista dei primi anni settanta Agnelli proponeva di combattere la rendita urbana perché provocava l’aumento degli affitti, la diminuzione dei redditi disponibili per i lavoratori e di conseguenza una maggiore conflittualità in fabbrica. Era l’argomento principale su cui poggiava l’offerta al movimento sindacale di un patto tra produttori. Venti anni dopo la Fiat e tutti gli altri grandi gruppi industriali danno vita ai fondi immobiliari per utilizzare le rendite come margini per le rispettive ristrutturazioni aziendali e come via di fuga dalla competizione internazionale.

Da Sullo a Bucalossi il tema è stato centrale nell’agenda politica e nel dibattito pubblico. Perfino l’arte narrativa ha contribuito a denunciare il problema, ad esempio con il film Mani sulla città di Rosi e il romanzo La speculazione edilizia di Calvino. Per il tecnico urbanista, infine, la rendita costituiva non solo un decisivo argomento disciplinare, ma perfino una tappa della formazione etico-professionale.

Su tutto ciò è calato il silenzio da quando la rendita è diventata la forza indisturbata dello sviluppo territoriale e parte integrante della finanziarizzazione dell’economia. C'è stata anche una disattenzione della letteratura scientifica più recente che ha trattato gli immobili come qualsiasi altro bene, senza metterne sotto osservazione le peculiarità di comportamento nel ciclo economico che assomigliano a quelle della moneta. In entrambi i casi la tendenza speculativa si sovrappone alle funzioni d'uso, rispettivamente di abitazione e di mezzo di pagamento. Nel testo, infatti, non si trova citato quasi nessun economista contemporaneo, ma le categorie fondamentali di analisi vengono tratte direttamente dai grandi classici, da Ricardo a Keynes, Schumpeter e Minsky. Tornare a occuparsi di rendita è quanto mai necessario se si intende governare davvero i processi economici.

Questa storia paradossale rende perfino fuorviante l'uso della parola “rendita”, ci avverte De Gaspari, perché essa ha caratterizzato il dibattito pubblico quando ancora denotava una forza passiva del ciclo. Oggi invece la parola “rendita” va collocata nel cuore del processo capitalistico globalizzato. Occorre una vigilanza semantica per dislocare il termine nei problemi contemporanei e per analizzare i caratteri della Crisi attuale. E' davvero illuminante il contributo del libro alla comprensione del ruolo degli istituti di credito che non sono più intermediatori finanziari ma vere imprese della rendita. Hanno fatto di tutto per gonfiare la bolla immobiliare e ora che i valori sono scesi tengono in corpo gli asset senza certificarne la perdita, ma facendo pagare questa sofferenza al sistema economico in termini di stretta creditizia. Nelle follie immobiliari del sistema bancario, quindi, si nasconde la principale forza di inerzia che impedisce la ripresa economica.

E questo spiega molto della crisi italiana. Da noi le banche non sono fallite ma portano una zavorra ancora più pesante di titoli edificatori inesigibili o di immobili svalutati e proprio per questo oggi esse contribuiscono alla stretta recessiva. La forza d'inerzia della crisi è direttamente proporzionale all'intensità della follia immobiliare precedente.

La bassa produttività, il vero malanno italiano del decennio, è determinata per larga parte dallo straordinario successo della politica pro-rendita. Esso corrisponde ad un modo d’essere profondo del Paese, ad una sorta di genius loci che solo nel mattone è in grado di rendere coerenti e durature le strategie di molti attori pubblici e privati. Il danno più grave è nel modello di sviluppo parassitario. I plusvalori della rendita sono di gran lunga superiori rispetto a quelli dei normali profitti industriali, senza neanche la difficoltà di organizzare un ciclo produttivo. L’acqua va dove trova la strada e le risorse disponibili sono attratte dagli usi speculativi a discapito degli usi produttivi. E’ stato un decennio di grande retorica sulla società della conoscenza, innovazioni tecnologiche e produzioni immateriali, ma nella realtà ha vinto la componente parassitaria dell’economia italiana.

Il valore del capitale fisico delle città non è mai cresciuto tanto, ma alla fine del ciclo immobiliare le città si ritrovano povere di infrastrutture e con i bilanci disastrati. Dove è andata a finire tutta questa ricchezza? Come si spiega questo scarto tra ricchezza immobiliare e povertà urbana? I plusvalori sono stati acquisiti in gran parte dai proprietari senza alcun merito, non essendo determinati dai loro investimenti, ma da pure rendite di posizione.

Nell’intreccio sempre più perverso di economia di carta e di mattone queste valorizzazioni immobiliari sono state succhiate dal tessuto urbano e collocate nel circuito finanziario globalizzato. Le città vengono utilizzate come substrato materiale che conferisce solidità alle transazioni immateriali della finanza.

I sindaci per sopperire ai deficit di infrastrutture e di bilanci hanno inventato la “zecca immobiliare”, cioè stampano carta moneta assegnando ulteriori diritti edificatori in cambio degli oneri di concessione. Ma lo scambio è ineguale, perché le infrastrutture necessarie per i nuovi quartieri costano molto di più degli oneri di concessione e quindi aumentano il deficit e richiedono un nuovo intervento della zecca, in una spirale perversa sempre più dannosa per l’interesse pubblico. De Gaspari svela la portata macroeconomica di tali decisioni amministrative. Questa creazione di nuovi valori immobiliari prescinde dai criteri di adeguatezza, trasparenza e pianificazione, e viene legittimata solo dall'inconsapevolezza del dibattito pubblico circa gli effetti fisici, sociali ed economici.

La bolla immobiliare ha cambiato la geografia italiana espellendo i redditi bassi negli hinterland e costruendo pulviscoli edilizi attorno alle grandi città italiane. Le chiamiamo ancora con i nomi storici - Roma, Milano, Palermo, Napoli – ma oggi essi si riferiscono a oggetti geografici molto diversi, anzi a forme post-urbane. E' un triste primato aver realizzato nell'ultimo ventennio i casi più gravi di sprawl in Europa. Sull’area vasta, inoltre, il deficit strutturale è diventato ormai ancora più pesante a causa delle difficoltà di servire con adeguate opere pubbliche il rapido esodo di popolazione. Anzi la spesa pubblica ha aggravato il fenomeno finanziando soprattutto autostrade che favoriscono la dispersione urbanistica, producendo più traffico. E’ stata ignorata l’unica leva che poteva condensare il pulviscolo edilizio, almeno in parte, ovvero la ristrutturazione delle vecchie ferrovie regionali, come hanno fatto i francesi con la R.E.R. e i tedeschi con la S-Bahn.

L’insostenibile ascesa della rendita è la responsabile occulta di tanti problemi sociali. Ad esempio, l'impoverimento del ceto medio dipende in gran parte dal boom immobiliare. Chi ha acquistato casa oggi si trova il doppio colpo dell’aumento del mutuo e dell’aumento dell’IMU. Trovare una casa in affitto significa spostarsi sempre più lontano dalla città e ai giovani precari spesso viene negata la casa in affitto perché non danno garanzie di uno stipendio fisso. Abbiamo chiesto ai giovani di adeguarsi alla flessibilità e in cambio hanno trovato un mercato delle locazioni sempre più rigido. Gli effetti perversi si fanno sentire anche negli assetti istituzionali: la Città Metropolitana non è stata istituita perché avrebbe frenato la distribuzione di rendita che i piccoli comuni si sono trovati a gestire intorno alle grandi città. C’è una ragione strutturale che ha impedito l’innovazione della forma di governo locale.

Non c’è da stupirsi, quindi, se in tale opacità di interessi pubblici e privati la politica smarrisca la responsabilità del governo. Le cause sono per lo più interne all’organizzazione del ceto politico, ma certo lo sviluppo della rendita è stato un potente catalizzatore della crisi. Il nesso tra sviluppo della rendita e mutazione della classe politica è largamente sottovalutato sul piano teorico, nonostante l’abbondanza di dati empirici che ne segnalano la rilevanza. Nella fase statalista la politica agiva sulla produzione e sulla redistribuzione delle risorse. Nel liberismo perde queste leve di regolazione economica e si rifugia nei processi di formazione della rendita territoriale.

Le nuove forme politiche di controllo del territorio assomigliano all’organizzazione in franchising delle reti di vendita delle agenzie immobiliari, nate come funghi in tutti i quartieri delle nostre città nel giro di pochi anni. Ciascun negozio ha un gestore autonomo degli affari, ma la rete di cui fa parte appare come un’azienda unica, perché è tenuta insieme da un marchio e da un marketing a livello nazionale. Entrando in un’agenzia di Tecnocasa o di Toscano si tratta con un rivenditore locale, ma si ha l’impressione di entrare in contatto con un grande gruppo, il quale proprio per questo sembra dare garanzie di affidabilità.

Anche i partiti vanno assumendo ormai questa organizzazione in franchising: tenuti insieme da leader televisivi e notabili locali, secondo il debole legame del marketing. Che tutto ciò possa costituire il brodo di coltura della questione morale è ovvio, l’anomalia consiste semmai nell’accorgersene, come sempre è accaduto nel nostro paese, solo dopo l’iniziativa dei magistrati, quando sarebbe bastato uno sguardo sufficientemente attento per vedere come si andava organizzando la politica italiana nella Seconda Repubblica.

Ma questo libro dimostra che l'inconsapevolezza è stata più generale e ha riguardato aspetti fondamentali della trasformazione capitalistica. L'irresistibile ascesa dell'immobiliare è stata la forza occulta che ha agito contemporaneamente nel ciclo economico, nell'impoverimento dei ceti sociali più deboli e negli assetti politico-istituzionali. Il contributo scientifico di Mario De Gaspari aiuta a capire come va il mondo. E aiuta soprattutto chi vuole cambiarlo.

In un libro di Roberto Della Seta ed Edoardo Zanchini, "La sinistra e la città", un utile contributo alla riflessione sul cuore antico di un possibile futuro. “Città e città”, blog de l’Unità on line, 1 marzo 2013

C’è chi dice: territorio bene comune. Paesaggio, centri storici, edilizia dignitosa, diritto all’abitare, ambiente e trasporti “fanno” la qualità delle città italiane. Dopo anni di deregulation selvaggia – complice buona parte della classe dirigente italiana – è il momento di invertire rotta. Lo suggerisce il libro di Roberto Della Seta e Edoardo Zanchini La sinistra e la città. Dalle lotte contro il sacco urbanistico ai patti con il partito del cemento (Donzelli, gennaio 2013, pp. 97, 16 euro). Che rimette a fuoco parole e idee dimenticate. L’urbanistica, ad esempio: se negli anni 50 è stata il cuore dello scontro politico, oggi sembra solo il campo di battaglia di corruzione e tangenti. Di semplificazione in semplificazione, l’idea della pianificazione sembra un inutile orpello se non addirittura il mezzo attraverso cui far passare le mazzette. Invece no: scardinati i piani regolatori, consentiti abusivismi e speculazioni, le tangenti hanno ripreso a correre più vispe che mai. E per forza, nascono dall’abitudine “di tanti che amministrano l’urbanistica a vedere le proprie scelte come il frutto obbligato ed esclusivo di trattative opache, quasi segrete, con i grandi interessi privati”.

Non è una deriva inesorabile. Tra i protagonisti della battaglia contro le speculazioni su Roma (prima attrice l’Immobiliare del Vaticano) fu Aldo Natoli, allora autorevole dirigente del Pci, in alleanza con i migliori uomini dell’azionismo, capaci di raccogliere l’eredità culturale di Leonardo Borgese: Antonio Cederna e Leone Cattani, Adriano Olivetti e Antonio Iannello, Elena Croce e Umberto Zanotti Bianco, Pietro Bucalossi e Giuseppe Galasso. A rileggere oggi il Sacco di Roma di Natoli, compaiono tutti i protagonisti delle speculazioni fino al nostro secolo, dall’arroganza dei costruttori alla centralità delle banche, all’impudenza degli speculatori fondiari. Perché lì, nell’uso del suolo, è il problema, e mica solo a Roma. In quelle battaglie – che ebbero gran eco nella base del Pci ma non furono troppo apprezzate ai suoi vertici – c’erano tutti gli elementi per una moderna visione urbana. Il diritto alla casa, che allora portava in piazza masse di esclusi, oggi rintanati nei ghetti o nel sovraffollamento indecoroso. La proprietà dei suoli e la commistione tra proprietà fondiaria e costruttori che indirizza il costruire, e non certo nell’interesse comune. La morsa delle banche, il cui protagonismo era ieri diretto e oggi agisce con la finanziarizzazione dell’edilizia. Ultimo, ma non per importanza, lo sfruttamento selvaggio nei cantieri, anche se oggi ha cambiato nazionalità: ieri erano edili gli immigrati dal sud d’Italia, oggi vengono dal sud del mondo.

L’opposizione, allora, vinse alcune battaglie: lo sventramento del cuore di Roma, la salvaguardia del verde. Fu invece sconfitta l’”illusione riformista” che ebbe a protagonisti i ministri Sullo, Mancini, Bucalossi e poi anche Galasso. Clamorosa quella di Sullo, che proponeva ai comuni l’esproprio di tutte le aree edificabili e la messa all’asta una volta eseguite le urbanizzazioni primarie, consegnando così alla mano pubblica la decisione di dove e cosa costruire. Una campagna violenta, intollerante e omofoba fece uscire di scena lui e una legge moderna e civile. Tra le altre leggi innovative dell’epoca – alla cui stesura contribuirono persone come Vezio De Lucia, Fabrizio Giovenale, Antonio Iannello, Edoardo Salzano – purtroppo disinnescate, la Bucalossi (che separava nettamente il diritto alla proprietà da quello a costruire), la legge sulla casa e quella sull’esproprio delle aree per l’edilizia popolare.

Poi la rottura. La questione dell’abusivismo, cavalcata da una parte del Pci (Lucio Libertini e il sindaco di Vittoria) e avversata da un’altra, capeggiata da Piero Della Seta. Segnale, scrivono gli autori, di una transizione postideologica: tanto più si indeboliva il “valore della propria diversità non solo politico e ideologica ma etica, tanto più si andava strutturando un rapporto più pragmatico e spregiudicato con la società e l’economia: un rapporto nel quale assumevano uno spazio e un peso crescenti legami di scambio politico-elettorali con gli interessi sociali ed economici, fossero gli abusivi siciliani o i poteri economici coinvolti nel business immobiliare”. Difficile non ricordare, appunto, la Fiat Fondiaria, a Firenze.

E oggi? Oggi che la deregulation è cosa fatta, grazie agli anni berlusconiani ma anche agli errori del campo riformista, le città restano preda di contraddizioni evidenti: l’eredità dei condoni, un forte bisogno di abitazioni popolari, un forte stock di case invendute, lo sgonfiamento della bolla immobiliare. In più, la sciagurata abolizione dell’obbligo di reinvestire i proventi delle concessioni edilizie in urbanizzazioni ha spinto i comuni, nell’era dei tagli generalizzati, a usarle per far cassa, con ulteriore e evitabile consumo di territorio. A Roma si fa il peggio destinando all’housing sociale addirittura le aree agricole, e finanziando con un’ulteriore pioggia di cemento le metropolitane.

Non si tratta solo di ordine urbanistico. La questione è di giustizia, se non si vuole escludere in ghetti insicuri e precari una buona fetta di società. Ecco le proposte di Della Seta e Zanchini: fare delle città cantieri di riqualificazione, spezzare il legame identitario tra oligopolisti delle aree e autori della trasformazione. Mettere in sicurezza idrogeologica e antisismica il territorio, con al centro di ogni trasformazione la qualità architettonica e l’efficienza energetica. Prendere in mano le orrende periferie di questi anni, ristrutturandone servizi e trasporti pubblici. Ripensare al valore della bellezza. Basterà?

Su un giornale di centrodestra, una recensione abbastanza comprensibilmente acritica a un importante studio, di area sostanzialmente neo liberista sulla città contemporanea, da leggere con le molle. Il Giornale, 23 febbraio 2013, postilla (f.b.)

Uno dei mantra della post-modernità è stato ben riassunto dal cantautore Giovanni Lindo Ferretti. Nella sua canzone Barbaro salmodia con voce inquietante: «La civiltà-città si insinua in me... La civiltà-città mi allergica...». È infatti dai tempi di Henry David Thoreau e il suo Walden, ovvero La vita nei boschi (dato alle stampe nel lontano 1854) che una fetta sempre più larga del ceto intellettuale tuona contro l'urbanesimo. Non parliamo poi degli ultimi decenni, in cui impazzano utopie piene di decrescite felici e di precognizioni terroristiche degli eco-disastri a venire. La città è divenuta il simbolo del male/inquinamento da cui fuggire a gambe levate. Allora è con un certo sollievo che ci si imbatte nel saggio di Edward Glaeser Il trionfo della città (Bompiani, pagg. 586, euro 23).

Infatti questo economista della Harvard University, specializzato nello studio e nello sviluppo dei poli urbani, prova a riportare il dibattito e la questione ai fatti, e ai numeri. E i fatti e i numeri, tanto per cambiare, non assomigliano affatto a quelli propagandati dalla vulgata. Il punto di partenza alla fine è semplice. Riferito nella formulazione più terra terra, non ce ne voglia Glaeser, potrebbe ridursi a questo: «Ma possibile che milioni e milioni di esseri umani che per secoli e secoli hanno costruito città e spazi urbani fossero degli imbecilli animati dal solo scopo di vivere male e distruggere il pianeta?».

La risposta grazie al cielo è no. Glaeser esamina tutti i difetti delle città antiche e moderne a partire dai loro quartieri più degradati, ma dati alla mano dimostra che, come milioni di uomini hanno sempre intuito, si sta meglio intra moenia che extra moenia. Esistono slum orribili? È vero, ma «La povertà urbana non dovrebbe essere giudicata in rapporto alla ricchezza urbana, ma in rapporto alla povertà rurale. Le bindonville di Rio de Janeiro possono sembrare terribili se confrontate con i prosperi sobborghi di Chicago, ma il tasso di povertà di Rio è di gran lunga inferiore a quello presente nel nord est brasiliano rurale».

Altro dato statistico inoppugnabile è che nelle nazioni dove più della metà della popolazione vive in aree urbane, il 30% degli individui sostiene di essere molto contento. Nelle nazioni prevalentemente agricole il tasso di felicità scende al 25%. Un dato che diventa ancor più forte nei Paesi in via di sviluppo. Alla faccia di Gandhi - il quale sosteneva che «la vera India si trova non nelle poche città, ma nei suoi 700mila villaggi» - Glaeser ha studiato con attenzione lo sviluppo di Bangalore, polo creativo che esattamente come le città italiane del Rinascimento riunisce un numero di cervelli e una creatività senza pari, tutta dedicata al software. Persino nel mondo senza distanze dei bit e della rete la vicinanza fisica delle persone in luoghi come Bangalore resta un dato indispensabile: «La vicinanza degli individui nella realtà urbana favorisce il contatto infraculturale riducendo la drammaticità della comunicazione»

Vabbè direte, però le città in generale restano brutte e sporche... O per citare Henry Monnier: «Le città dovrebbero essere costruite in campagna, dove l'aria è più salubre». I dati scientifici sulla salute della popolazione ci dicono però che i newyorkesi sono i più sani tra gli americani. E che il tasso di suicidi tra i giovani che vivono nei centri urbani sono molto più bassi dei casi di suicidio dei loro coetanei che abitano nelle aree rurali. E poi si arriva alla famosa fingerprint della Co2. E qui, dati alla mano, chi vive in campagna e si sposta molto con l'auto per andare al lavoro, o deve riscaldare la sua vecchia casa colonica, finisce per impattare molto di più rispetto a chi sta in un appartamento sopra la fermata del tram. «Il consumo annuale di carburante per famiglia scende di 400 litri quando il numero di residenti per chilometro quadrato raddoppia». Alla fin fine, niente sembra essere più verde del manto di asfalto di una metropoli.

Certo la metropoli richiede anche progettualità e sforzo comune, non cresce da sola. E anche in questo campo Glaeser, che è anche capace di una prosa davvero accattivante, ha le idee chiare. «A fare le città sono le persone». Conta di più sostenere i cittadini e i loro bisogni che costruire costosi edifici pubblici. Conta più una buona rete idrica di una piazza monumentale. Funziona meglio una buona rete viaria che la costruzione di troppi edifici residenziali col giardinetto... Tanto da sentenziare: «Io prevedo che nel lungo periodo il tentativo novecentesco di creare un modello di vita suburbana apparirà più un'aberrazione che un nuovo inizio». Insomma aveva ragione il filosofo italiano Giovanni Botero: «Città s'addimanda una radunanza d'uomini per vivere insieme felicemente. E grandezza di città si chiama non lo spazio del sito o il giro delle mura ma la fortuna degli abitanti e la potenza loro». È il caso che gli urbanisti e i politici ci meditino, che lo facciano gli ecologisti radicali forse è troppo.

Postilla

Il vero problema è che Edward Glaeser si avvicina al tema della città con una prospettiva che più conservatrice non si può, da economista liberale qual'è, e per giunta giovane miracolato, con quel più di arroganza e sbrigatività che li caratterizza. Ovvero dotato di strumenti metodologicamente solidi e assai più legittimati della media per sviluppare i propri ragionamenti, ma sulla base di categorie assai schematiche per chi si occupa “davvero” di città in quanto forma complessa di aggregazione umana/ambientale. Per fare un piccolissimo esempio: quando Glaeser compila alcune schede significative di casi di città globali vincenti, concede questo privilegio anche alla nostra Milano, ma guardando ai suoi riferimenti bibliografici si scopre che ha ripreso tutto quanto da un'intervista di un operatore della moda rilasciata a un periodico di New York. Ma non voglio farla lunga, e il riferimento è al sito Mall, sia con una quantità di critiche a Glaeser, che con parecchi testi suoi tra cui proprio un estratto dal libro recensito, dedicato al grattacielo, che avevo tradotto a suo tempo (f.b.)

Quando ci si dimentica di distinguere, e al tempo stesso governare insieme, l'urbs e la polis, succedono dei grossi guai in città. Recensione a L'altra New York, di Sharon Zukin. Il manifesto, 14 febbraio 2013 (f.b.)

Martin Heidegger affidava alla chiacchiera e alla curiosità, tipiche manifestazioni della socialità urbana, il ruolo di esempi eloquenti di «vita inautentica», del si (man) conformistico contrapposto all'autenticità dell'essere-per-la-morte o della cura che, vertigini teoretiche a parte, sembravano trovare un luogo privilegiato di esercizio nella baita della Foresta nera e in quel Kitsch montano-agreste su cui il Thomas Bernhard di Antichi maestri avrebbe riversato pagine di condivisibile acredine. Su un registro alquanto diverso, il crepuscolare Levi-Strauss di Tristi tropici individuava nell'autenticità una sorta di Sacro graal alla cui spasmodica ricerca, destinata a risolversi inesorabilmente in uno scacco, si dedicava una figura come quella del viaggiatore o della sua versione secolarizzata, il turista.

Il concetto di autenticità si trova al centro di L'altra New York. Alla ricerca della metropoli autentica (il Mulino, pgg 280, euro 23) della sociologa urbana Sharon Zukin. Nel volume, incentrato sull'analisi dei processi di gentrification in alcuni quartieri di New York, i nomi di Heidegger e Levi-Strauss non compaiono. Ricorrente e costante, invece, è il riferimento a Jane Jacobs, nella doppia veste di sociologa urbana sui generis, a partire dal fondamentale Vita e morte della grande città su cui si ricalca il sottotitolo originale del libro di Zukin (The Death and Life of Authentic Urban Places), e di attivista e community organizer impegnata a promuovere politiche urbane volte a favorire la conservazione di un habitat «a misura d'uomo» incentrato su unità residenziali di piccole dimensioni, l'eterogeneità sociale ed etnica, il controllo endogeno, lo sviluppo di relazioni di prossimità.

Nel lessico di Jane Jacobs, tuttavia, il termine autenticità non svolge alcuna funzione decisiva. E questo Zukin non manca di rimarcarlo, aggiungendo però come gli elementi qualificanti di quell'urban village, che costituiva l'ideale normativo proposto da Jacobs, da qualche decennio convergano nel costituire i tratti di una percezione, quella appunto dell'«autenticità», alla quale si deve attribuire il ruolo di potente vettore dei processi di ridefinizione delle funzioni e modifica della composizione demografico-economica di parti della città. In una formula: «La nostra ricerca dell'autenticità - la nostra accumulazione di questo tipo di capitale culturale - contribuisce all'incremento del valore immobiliare, la nostra retorica dell'autenticità implicitamente avvalla la nuova retorica della crescita in direzione di una maggiore esclusività». A parere di Zukin, Jacobs elaborerebbe un'«estetica dell'autenticità urbana», senza però coglierne le conseguenze pratiche in termini di aumento dell'appetibilità delle aree che così vengono definite. Ma la percezione di autenticità di uno spazio urbano proviene sempre dall'esterno.

Pionieri o investitori?

Si genera così un paradosso: le zone definite autentiche per caratteristiche urbanistiche, storia e, soprattutto, composizione sociale divengono oggetto di interesse per una platea di residenti a più alto reddito. Ciò determina un incremento dei valori e della rendita immobiliari che contribuisce ad allontanare sia le popolazioni sia le attività economiche su cui l'estetica dell'autenticità si fondava. Il volume di Zukin ricostruisce tale sequenza in riferimento a differenti vicende di gentrification, quella strana parola che Dylan, il protagonista del romanzo La fortezza della solitudine di Jonatham Lethem, sente pronunciare per la prima volta negli anni Settanta, è un bambino, e nella Brooklyn in cui vive viene associata al «ritorno dei bianchi».

E proprio in quell'area della città si trova Williamsburg, dove l'insediamento di gallerie d'arte, locali musicali, studi o ristoranti negli edifici in mattoni di fabbriche dismesse ha fatto transitare il quartiere dal gritty dell'archeologia industriale al cool della zona di insediamento della creative class, con le inevitabili conseguenze non solo per i «nativi», sospinti in altre parti della città dall'aumento degli affitti e dalla crescente estraneità nei confronti della nuova realtà del quartiere, ma anche dai pionieri del «nuovo inizio», a cui tocca la stessa sorte nel momento in cui il real estate decide di investire massicciamente nell'area e i prezzi iniziano a schizzare alle stelle.

L'estetica della rinascita

Differenti sono le vicende di Harlem, dove la rinascita, peraltro decisamente più precaria, viene ambiguamente, e selettivamente, posta all'insegna delle potenzialità evocative dell'Harlem Renaissance e un ruolo decisivo, nel promuovere un upgrade del quartiere, lo si deve all'intervento di fondazioni, sul crinale ambiguo fra profit e non-profit, che propongono l'insediamento delle grandi catene commerciali come viatico per sottrarre l'area alla dimensione del ghetto e avviarla a un'integrazione incentrata sui consumi. In tale contesto, come peraltro in quello dell'East Village, altro caso dettagliatamente considerato, emerge come la definizione legittima dell'autenticità, oltre che un potente strumento di azione sulla realtà, si presenti come un terreno di scontro fra attori collettivi, ciascuno dei quali portatore di proprie specifiche narrazioni.

Il volume di Sharon Zukin ricostruisce in maniera ricca e articolata, in relazione a New York, i complessi processi spesso collocati all'insegna di una generica gentrification. In proposito, l'autrice si sofferma in dettaglio sull'analisi delle dinamiche strutturali, come quelle riguardanti i cambiamenti delle politiche pubbliche, i meccanismi fiscali, le strategie dei soggetti privati, sul versante finanziario, commerciale e del real estate. Tale livello è integrato con l'osservazione diretta e il vaglio di testimonianze e resoconti di attori coinvolti, a vario titolo e da diverse posizioni, nelle dinamiche in atto. Paradossalmente, si potrebbe però ritorcere contro Zukin il rilievo che lei stessa muoveva a Jacobs, riguardante un'insufficiente presa in conto delle implicazioni di un concetto sfuggente come quello di «autenticità».

Certo, nel volume si mostra come essa operi concretamente, contribuendo a determinare le scelte degli agenti e si specifica come non abbia a che fare con le pietre della città quanto con lo sguardo che a esse si rivolge, manifestando un carattere di rappresentazione collettiva, diversa a seconda dei contesti culturali e delle cerchie di socializzazione. E tuttavia poco viene detto circa sui suoi meccanismi di costruzione, sulle narrative a cui ricorre, sulle opposizione strutturali che la informano, sui criteri di legittimazione e delegittimazione a cui fanno riferimento le varie «tribù».

Luoghi della quotidianità
Zukin, per approcciare il tema dell'autenticità, fa riferimento più volte alla nozione di «capitale culturale» proposta da Pierre Bourdieu. Se quella è la prospettiva, tuttavia, il concetto di capitale sociale dovrebbe essere affiancato ad altri strumenti analitici, come l'habitus e il campo e le singole prese di posizione riguardo all'autenticità collocate nella dimensione relazionale e diacronica di uno «spazio delle posizioni» che si modifica nel corso del tempo. Un approccio del genere all'autenticità è rinvenibile, per fare un esempio, in un volume che ha profondamente rinnovato i quadri degli studi sulle sottoculture giovanili, Dai club ai rave. Musica, media e capitale sottoculturale di Sarah Thornton (Feltrinelli).

Ma le prospettive di indagine potrebbero anche essere altre. E allora anche i nomi che si citavano in apertura possono fornire, in proposito, alcune interessanti suggestioni, se non altro in termini negativi, segnalando significative discontinuità rispetto al passato nei termini in cui si pone oggi la questione dell'autenticità. Ritornando su Levi-Strauss, balza subito agli occhi il significativo dislocamento, in base al quale l'autenticità non è proiettata nell'altrove dell'esotismo ma ricondotta alla normalità del «luogo in cui vivere». Riguardo a Heidegger, poi, si potrebbe rilevare come l'autenticità urbana si costruisca in riferimento a modalità di socializzazione e consumo riconducibili a quella dimensione della chiacchiera e della curiosità che il filosofo tedesco marchiava con lo stigma dell'inautentico.

Venendo all'oggi, non si può evitare di sottolineare come il libro di Zukin pur uscito nel 2010, ossia un paio di anni dopo l'esplosione della crisi dei mutui subprime, non incorpori nel suo impianto il mutamento di scenario introdotto, nei processi di valorizzazione, dell'esplosione della bolla immobiliare. Si potrebbe osservare che il radicale crollo dei prezzi di case e terreni ha riguardato non le aree di pregio delle metropoli globali, come New York, ma i nuovi margini della Rust Belt o dell'America suburbana.

Tra invenduto e pignorato

In parte è così. E tuttavia, le storie della gentrification newyorkese, che fino a qualche anno fa evocavano figure sovrapponibili con le vicende di aree urbane disseminate ai quattro canti del pianeta, sembrano oggi perdere di universalità. A incepparsi è stato quel meccanismo C-M-C (credito-mattone-credito) in base al quale si otteneva credito per costruire e quanto costruito era utilizzato come collaterale per accedere a ulteriore credito. È a partire da tale dispositivo di valorizzazione che i vuoti aperti nelle città europee e americane dalla deindustrializzazione sono stati riempiti da piogge di vetrocemento.

Oggi, a fronte di una massa imponente di edifici invenduti, invendibili, pignorati, cartolarizzati, rimbalzati da una proprietà all'altra, sembra spalancarsi un vuoto di valore che potrebbe essere riempito da nuove politiche dello spazio, articolate dal basso, in grado di rivendicare un orizzonte irriducibile a quello di semplici avanguardie, più o meno involontarie, del marketing dell'autenticità al servizio del real estate. I segnali in tal senso non mancano, dagli scenari steam punk dei rinaturalizzati downtown di alcune città statunitensi fino alle forme sempre più complesse ed eterogenee di occupazione di spazi privati e pubblici che si susseguono alle più diverse latitudini.

Certe pensate sedicenti futuribili per la città, spesso hanno un che di parecchio vintage nella cosa più importante, e cioè il metodo: tecnocraticamente autoritario, e per sua stessa natura insostenibile

Quante volte abbiamo letto o ascoltato delle infinite lamentele degli inquilini di case popolari a molti piani che si trovano male per questo o quel motivo. A volte si tratta di cose abbastanza lampanti e del tutto condivisibili, ovvero il degrado degli impianti o degli stessi edifici, altre volte di disagi più sottili come l'assenza di identità o qualità degli spazi, o la loro scarsa difendibilità (per dirla col neologismo inventato dal profeta della sicurezza Oscar Newman). A volte si tratta invece di disagi talmente vaghi e vari da essere davvero incomprensibili, salvo a certi opinionisti conservatori: le case popolari sono una soluzione sbagliata al problema dell'abitazione, pensata da architetti cresciuti in una logica culturale totalitaria, tendenzialmente comunista, dove ai bisogni dell'individuo non si presta alcuna attenzione, tutti impegnati a costruire grandi macchine ideologiche in forma di quartiere. Il problema è che, a parte il linguaggio tagliato con l'accetta, e il parlare spesso e volentieri a vanvera, questi opinionisti conservatori colgono nel segno.

Infatti è almeno dall'esplosione delle prime critiche radicali (quelle progressiste intendo) al modello della città-macchina, con William Whyte, Jane Jacobs e l'infinita serie dei loro epigoni in tutto il mondo, che laboriosamente altrettante generazioni di progettisti si cimentano con forme diverse da quelle codificate nei mitici schizzi razionalisti della prima metà del '900. Ma d'altra parte non ha neppure torto chi osserva come, nonostante alcune varianti minime, quel vituperato modello in fondo si applichi invece con straordinario successo economico, sociale, di qualità spaziale apprezzata, all'edilizia e ai quartieri borghesi delle nostre città. Che i borghesi abbiano gusti totalitari e comunisti? Quantomeno improbabile. Il che fa sospettare come in fondo (cosa assai prevedibile) il difetto stia probabilmente nel manico, ovvero più nel metodo che nel merito dei progetti. L'accettazione della città-macchina da parte della cultura delle avanguardie, pur metabolizzando la sfida della complessità che ciò comportava, non aveva davvero esteso questa complessità alle forme di interazione e di partecipazione, relegando i bisogni sociali all'ambito delle questioni astratte da affrontare in laboratorio.

Producendo poi due tipi di soluzioni spaziali: una pura e una spuria, una autoritariamente sulla testa di chi non aveva la forza di imporre mediazioni partecipate, un'altra appunto mediata dal potere del mercato. Si spiega in gran parte così, la famosa soddisfazione relativa della famiglia di ceto medio nel suo condominio di matrice razionalista, rispetto al disagio dell'inquilino popolare nel complesso analogo ma percepito come un alveare. Un errore di metodo che pare però destinato a perpetuarsi, almeno finché esisteranno gli studi di progettazione. Come appare ad esempio nel numero di gennaio del bollettino di ARUP, uno dei principali che operano a scala globale, dedicato – nientepopodimeno – alla città vivente, proprio quando l'editore italiano Einaudi propone la ristampa dell'omonimo classico di Frank Lloyd Wright.

Con l'ottimo accattivante titolo It's Alive! ARUP affronta da par suo l'ormai classicissimo tema dell'urbanizzazione del pianeta in una prospettiva di sostenibilità ambientale, con lo sguardo rivolto a una data precisa: 2050. Più o meno, viene da dire, il medesimo traguardo di tante fosche previsioni, dal potenziale esaurimento delle fonti energetiche e di altre risorse, all'esplosione demografica sino a nove miliardi, tre quarti dei quali urbani, ad altre emergenze assortite fra cui spicca quella climatica: di quanti gradi si sarà riscaldato in pianeta a metà secolo? E la soluzione del grande studio di progettazione integrata, non poteva che essere al tempo multiforme ma riassumibile in un modello sfaccettato, in grado di contenere tutte le qualità all'altezza del compito.

Alcune componenti dell'edificio interattivo ARUP
L'edificio urbano del futuro si trasforma (come da titolo) in un organismo vivente, in grado di interagire in modo continuo con ambiente e società, evolvendosi via via. È sensibile al caldo e al freddo ovviamente, ma anche a stimoli assai più sottili e complessi, luce, usi, ambiente, rischi, sollecitazioni. Composto di parti modulari sostituibili e/o autorigeneranti, interfacce con l'esterno ad assetto variabile reattivo, al tempo stesso pelle, abito, anticamera e atrio di una specie di stazione collegata alla mobilità urbana e dolce, agli spazi delle relazioni sociali, fisiche e virtuali (come poteva mancare la qualità smart tanto in voga?).

In tutta questa interattività, sensibilità, flessibilità, emerge però una questione di metodo, evidente nelle conclusioni, da cui si intuisce qualcosa di troppo simile all'antica Unità d'Abitazione. Per carità, niente di più lontano, nei disegni e nei concetti, dal contenitore schematico introverso di ogni funzione urbana, posato qui e là sul territorio a costruire una non-città, e forse proprio per questo mai davvero uscito dai laboratori mentali del razionalismo, se non in alcuni prototipi socialmente indigeribili. Il metodo, è il metodo che non va. Quella specie di “ghe pensi mi” tecnologico-ambientale, simil-sociologico senza essere davvero tale. Quell'idea a ben vedere stramba, ma a quanto pare diffusa nella comunità dei progettisti, di città come somma aritmetica di edifici, meglio se tutti uguali così si amalgamano meglio.

E in questa prospettiva dove andrebbero a finire tutte le interazioni, le sensibilità, le possibilità di variare, di evolversi verso direzioni inusitate? Da nessuna parte, perché se funzionasse davvero sarebbe in sostanza la fine dell'idea di grande studio di progettazione internazionale, sostituito al massimo da una rete diffusa di think-thanks i cui eventuali portati tecnologici poi si diffondono via rete, si riproducono in stampa tridimensionale, e si aggregano secondo gli schemi ad assetto comunque variabile via via suggeriti dalla rete sociale che esprime la domanda. Ergo, escludendo un volontario suicidio di ARUP, gesto artistico supremo, sublime, ma alquanto improbabile, resta una possibilità. Che il bollettino It's Alive! altro non sia che l'ennesimo, brillante opuscoletto pubblicitario, pieno di storielle edificanti, ma anche di piccole bugie, da proporre a noialtri, sperando che un pezzo qui, un pezzo lì, si riesca a piazzare qualcosa. L'unica forma di città vivente davvero tangibile restiamo noi, che gli edifici interattivi o meno li riempiamo, conferendogli un senso che di solito ai progettisti giustamente sfugge.

Chi non ci crede provi a dare un'occhiata direttamente all'opuscolo It's Alive. Non pretendo certo di avere ragione.

Un libro che racconta di un' Italia in cui si credeva, come negli altri paesi dell'Europa, che ogni livello di governo che ha competenze sulle trasformazioni del territorio, deve rappresentare i suoi programmi e progetti in un documento unitario: un piano territoriale o urbanistico. Anche lo Stato. Oggi chi decide è convinto che la confusione aiuti far dominare i più potenti... scritto per eddyburg, 30 gennaio 2013

Cristina Renzoni, Il Progetto '80: un'idea di paese nell'Italia degli anni Sessanta, Firenze, ed. Alinea, 2012.

Ancora una tornata elettorale nella quale le città e il territorio sono sostanzialmente assenti dal discorso pubblico. Dieci anni fa, una lettera aperta sottoscritta da molti autorevoli urbanisti chiedeva invano al direttore di Micromega le ragioni del silenzio della cultura progressista su questo tema. Oggi circolano in rete nuovi appelli, promossi da movimenti e associazioni, che testimoniano quanto meno un'accresciuta attenzione, anche al di fuori dell'esigua cerchia degli urbanisti. Dalla politica, tuttavia, nessuna risposta allora e nessuna novità significativa oggi.
Non è sempre stato così, come ci ricorda un libro di Cristina Renzoni, ben costruito e ben scritto, sul «Progetto 80», il Rapporto preliminare al secondo programma economico nazionale 1971-75 (1).

Per chi, come me, ne aveva una conoscenza superficiale, ricordiamo che si trattava di un documento ministeriale propedeutico alla formazione dei programmi economici quinquennali, con i quali il governo di centro-sinistra allora in carica si proponeva di guidare lo sviluppo sociale ed economico del paese in una fase di cruciale trasformazione. A questo scopo, le Proiezioni territoriali (2) delineavano, con il loro apparato di tabelle, cartogrammi e testi, uno scenario strategico di assetto territoriale a scala nazionale.
La tentazione di rileggere i contenuti del progetto 80 alla luce della situazione attuale è molto forte. Renzoni ci mette in guardia dal rischio di appiattire i giudizi sull’antinomia sviluppo-declino, invitando a liberarsi «dalla categoria scomoda e riduttiva del fallimento» dell’urbanistica. Con questa avvertenza, mi soffermo brevemente su alcune questioni, a mio avviso fondamentali per il periodo che stiamo attraversando.

Le scelte relative all’assetto del territorio, come è noto, hanno uno stretto legame con lo sviluppo economico, il benessere sociale e il progresso civile.
Il progetto 80 si spingeva fino a considerare la dimensione territoriale dello sviluppo come parte fondamentale di un complessivo «progetto sociale». Nelle proiezioni territoriali i caratteri specifici del territorio nazionale venivano posti a fondamento dell’assetto territoriale programmato, ipotizzando una relazione virtuosa tra un policentrismo organizzato ed equilibrato e la trama dei beni ambientali e culturali riassumibile nello slogan: una nazione di città inserite in un territorio-parco.
Nei decenni successivi le cose sono andate diversamente. L’approvazione del progetto 80 è avvenuta quando l’esperienza di governo nazionale del centro-sinistra si era di fatto esaurita. Da quel momento in poi, le politiche nazionali e locali hanno di fatto assecondato le dinamiche spontanee, con gli esiti che tutti conosciamo. In particolare, lo Stato ha rinunciato a definire le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale, non riconoscendo queste ultime come uno strumento essenziale per armonizzare l'attività delle regioni e degli enti locali (3).

Oggi sarebbe anacronistico e persino indesiderabile ipotizzare un programma nazionale, imposto dall’alto. Tuttavia, la definizione di una cornice strategica di ampio respiro potrebbe utilmente indirizzare tanto le politiche nazionali, quanto l’azione delle regioni e degli enti locali. Volendo essere ambiziosi, le linee fondamentali di assetto territoriale dovrebbero preludere ad una condivisione di responsabilità, fra Stato ed enti locali, ciascuno chiamato a svolgere il proprio compito alla scala di propria competenza. Senza arrivare a tanto, l’esistenza di un esplicito programma complessivo sarebbe comunque preferibile all’attuale sistema di selezione delle opere e dei settori beneficiari delle risorse pubbliche che, con molta benevolenza, possiamo definire opaco e miope.
Se è improbabile che, a breve, lo Stato torni ad occuparsi del territorio con l’attenzione e il respiro necessari, confidiamo che il prezioso libretto di Cristina Renzoni offra l’occasione almeno per tornare a parlarne, interrompendo un silenzio durato troppo a lungo.

Note.
(1) Il rapporto è stato pubblicato nell’estate del 1969 da parte del Ministero del bilancio e della programmazione e approvato dal Cipe nel dicembre dello stesso anno.
(2) Le Proiezioni territoriali sono un documento allegato al programma che venne pubblicato autonomamente. Una sintesi è contenuta nel numero 57 della rivista «Urbanistica», allora diretta da Giovanni Astengo.
(3) Nella ripartizione delle funzioni amministrative tra Stato e Regioni, prevista con il Dpr 616/1977 e sviluppata nel Dlgs 112/1998, lo Stato si è riservato il compito di identificazione delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale. Lo stesso compito, con «finalità di indirizzo» della pianificazione paesaggistica regionale, è attribuito al Ministero per i beni e le attività culturali dall’art. 145 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, approvato con Dl 42/2004.

Ampia e acuta analisi del pensiero e l'azione di Salvatore Settis a partire dal suo fortunato libro del 2010 e avviando, nelle ultime righe, una riflessione che Piccioni (ed eddyburg) proseguiranno certamente dopo il nuovo Azione popolare (2012). In calce il link al testo con note. Da Storica, anno XVIII, n. 52, 2012

1. Le ragioni di un successo

Paesaggio Costituzione cemento di Salvatore Settis, uscito alla fine del 2010 , ha rappresentato un evento sotto vari profili. Le recensioni sono state numerose e autorevoli, lo storico dell’arte ha avuto più volte l’onore di uno spazio televisivo di prima serata, il libro è stato presentato in molte città italiane, con notevole richiamo di pubblico e relatori importanti. Che ciò sia potuto avvenire per un’opera densa e di argomento non propriamente popolare rende l’evento ancora più significativo. Le ragioni di tale successo sono diverse. Il personale prestigio di Settis ha avuto un indubbio peso: studioso tra i più apprezzati a livello internazionale, editorialista per quotidiani nazionali come la Repubblica e il Sole 24 Ore, a lungo direttore della Scuola Normale Superiore e del Getty Research Institute di Los Angeles, presidente dal 2007 del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici fino alle polemiche dimissioni del 2009, autore nel 2002 di un altro pamphlet anch’esso estremamente fortunato . Tutti gli interventi di Settis si segnalano del resto per un peculiare equilibrio tra solidità dell’informazione, rigore argomentativo, lucidità di prospettiva e una severa vis polemica che non mostra riguardi per nessuno. Paesaggio Costituzione cemento, cui ha pure giovato la collocazione editoriale presso Einaudi, è giunto inoltre in una fase molto calda per il paesaggio italiano, segnata da un lato da eventi emblematici come il Piano casa, avvertito da molti come consacrazione definitiva della deregulation å in corso da un ventennio, e dall’altro da una fioritura di iniziative dal basso contro il degrado del territorio che non si vedeva forse dagli anni settanta.

2. Un’opera bicefala e le sue radici più lontane

Tanto quegli eventi quanto queste mobilitazioni vengono pienamente assunti nel libro e contribuiscono a forgiare un’opera particolare, più complessa rispetto a Italia S.p.A., nella quale si confrontano e si compenetrano due dimensioni di solito piuttosto distanti: quella del pamphlet severo, a forte caratura civica, e quella del saggio scientifico ricco e denso. Ma l’architettura complessa del ragionamento, fondata su una ricognizione storica ampia, approfondita e con ampi spiragli di originalità, è in effetti uno strumento imprescindibile della denuncia e della chiamata all’impegno civico. Paesaggio Costituzione cemento è il punto di approdo di un percorso che Settis ha intrapreso a partire dal proprio specifico, quello dei beni culturali, all’inizio del decennio scorso. Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale era un agile ma circostanziato grido d’allarme sul rapido degenerare delle politiche statali nel settore, dovuto indistintamente tanto ai governi di centro-sinistra quanto a quelli di centro-destra. Il suo dito era puntato in particolare su un incalzante succedersi di provvedimenti legislativi che dal 1998 al 2002 avevano stravolto e minato l’assetto sia teorico che pratico della tutela italiana dei beni culturali. Il centro-sinistra aveva iniziato l’opera con l’attribuzione al ministero dei Beni culturali di improprie competenze su sport e spettacolo (governo Prodi, ministro Veltroni), la scissione delle competenze su tutela e valorizzazione tra Stato ed enti locali (dl. 112/1998, ministro Veltroni), la possibilità da parte del ministero del Tesoro di vendere immobili di valore artistico a società per azioni (Finanziaria 1999, governo D’Alema), la riforma «Veltroni-Melandri» delle Soprintendenze, la riforma del titolo V della Costituzione (governo Amato, 2001) che devolveva
alle Regioni ulteriori competenze sui beni culturali e ambientali. In questo modo al suo ritorno, nel 2001, Berlusconi aveva trovato la strada spianata per stravolgimenti ancor più radicali contenuti principalmente nella Finanziaria 2002 che prevedeva la concessione a privati della gestione dei beni culturali pubblici e nel «decreto Tremonti» (l. 112/2002) con il quale veniva definitivamente sancita la possibilità da parte dello Stato di alienare tutto il proprio patrimonio senza alcuna distinzione tra patrimonio immobiliare e culturale e tra patrimonio disponibile e indisponibile, mettendo in capo al ministero dell’economia un ampio potere discrezionale al riguardo. L’attacco, di fatto bipartisan, ai cardini stessi dei principi di tutela consolidatisi nel corso del Novecento era talmente grave che Settis aveva sentito la necessità di reagire con un circostanziato atto di denuncia e con un appello a reagire rivolto anzitutto alla generalità dei cittadini, primi danneggiati da questi provvedimenti. La forza della denuncia di Settis stava già allora nella complessa architettura argomentativa. Nel piccolo volume Settis metteva a frutto non soltanto una lucida passione civica ma anche una visione di lungo periodo delle culture italiane della tutela, una conoscenza approfondita delle problematiche giuridiche e amministrative del settore, una grande capacità di guardare oltre i confini nazionali e soprattutto un’esperienza diretta nel campo della gestione privata statunitense dei beni culturali grazie alla direzione del Getty Museum, gestione tanto invocata in Italia quanto misconosciuta nei suoi effettivi meccanismi. Settis, confortato dalla decisione del ministro Urbani – in controtendenza rispetto all’ispirazione del proprio stesso governo – di nominarlo nel gennaio 2004 membro di un ristretto consiglio scientifico per la tutela dei beni culturali e paesaggistici appena creato, pubblica su «Micromega» un ampio «Programma per i beni culturali» nel quale riprende gran parte delle linee argomentative del libro e le declina in forma più immediatamente propositiva . Sia in Italia S.p.A. che nel «Programma» l’argomentazione è basata su alcune premesse di fondo. La prima è che – in termini strettamente economici – è profondamente sbagliato ragionare del valore del patrimonio artistico-culturale focalizzando l’attenzione sul singolo bene e sugli introiti immediati che da esso possono derivare. Ciò dipende dal fatto – e siamo alla seconda premessa – che una peculiarità europea ma soprattutto italiana è l’esistenza di un continuum territoriale che lega le opere nei musei a quelle nelle chiese e nei palazzi, alle architetture, agli impianti urbani; che lega l’una all’altra città e paesaggi, la lingua della letteratura e la cultura dei cittadini; e che questa unicità va coltivata sia perché riguarda l’identità nazionale come bene prezioso da non perdere, sia in quanto importante fattore di attrazione e di competitività . Il bene singolo, insomma, vale anzitutto nella sua qualità di elemento di un ricco contesto storico-ambientale e da questo contesto esso ricava il suo valore effettivo anche in termini economici, valore ben maggiore di quello ricavabile da una sua pura e semplice vendita sul mercato. Terza premessa: proprio da questa consapevolezza, come dalla consapevolezza di tutti gli altri valori in gioco nel caso del patrimonio (spirituali, culturali, identitari), deriva una grande tradizione italiana della tutela, unica per antichità, per continuità storica, per centralità nel sistema giuridico nazionale e per rigore dei principi fondanti («tutela di tutto il patrimonio culturale, proprietà pubblica e inalienabile di parti significative di esso»). Una tradizione che va riscoperta e valorizzata anche nei suoi aspetti genealogici, riservando quindi un forte interesse per la storia della legislazione .

3. Le sue radici più prossime: la svolta paesaggista

In questa elaborazione, che già prefigura un impianto che Settis continuerà ad utilizzare anche negli anni a venire, il paesaggio non trova sostanzialmente spazio. Nel fuoco della battaglia contro le pericolose politiche tremontiane, infatti, il «patrimonio culturale» finisce di necessità con l’essere costituito essenzialmente dai beni storico-artistici. Esso tuttavia non è del tutto assente dalle preoccupazioni dell’autore, tanto è vero che nell’aprile del 2003 egli conviene pienamente con chi lo sta intervistando che «sono i nostri paesaggi la parte di patrimonio pubblico che rischia di diventare la principale vittima designata della svendita, soprattutto perché [...] è noto che la gestione diretta di un monumento non diventa mai fonte di profitto per i privati, mentrela speculazione sul territorio, magari per scopi turistici, promette ben altri guadagni ».

Detto questo, è però anche interessante notare come in questa fase Settis si opponga fermamente alle rinnovate proposte di modifica dell’articolo 9 della Costituzione tendenti a integrare il richiamo al paesaggio con uno riguardante più specificamente l’ambiente . Il suo ragionamento si basa su una preoccupazione molto pratica, quella cioè di impedire che l’introduzione di finalità attorno alle quali nel corso degli anni si è creata una fortissima concorrenza tra Stato e Regioni finisca con l’indebolire irrimediabilmente l’efficacia dell’articolo stesso, tanto più che finora la Corte Costituzionale ha finito sempre col riconoscere la competenza preminente dello Stato in materia di paesaggio. E, osservata più da vicino l’origine di alcune delle proposte di integrazione, si tratta molto probabilmente di una preoccupazione giustificata. Ma non è difficile vedere tra le righe dell’articolo una sottile diffidenza verso le varie accezioni di ambiente e una tendenza a subordinarle strategicamente al concetto di paesaggio e al suo retroterra anzitutto patrimoniale e cultural-identitario.
Come che sia, il periodo successivo alla citata intervista a Settis del 2003 è segnato dall’adozione (2004) del Codice dei beni culturali e del paesaggio e dalle sue importanti modifiche del marzo 2006 e del marzo 2008. Tutti provvedimenti che devono molto al contributo dello stesso Settis divenuto anzi dal 2007, per volere di Francesco Rutelli, presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici. Ma, come si è già accennato, questi sono anche gli anni in cui grazie all’assestamento dell’egemonia politico-culturale berlusconiana la deregulation urbanistica fa grandi passi in avanti fino a sfociare nel devastante quanto emblematico «Piano casa» mentre sul versante opposto si assiste a un ritorno di sensibilità diffusa e di mobilitazione per la salvaguardia del paesaggio e del territorio. Esemplare di questo ritorno appare in particolare la nascita di uno strumento telematico agile e reattivo ma al tempo stesso polivalente e articolato come il sito web eddyburg curato a partire dal 2003 su base volontaria da Edoardo Salzano con l’ausilio di una ramificata rete di collaboratori tra cui spiccano in particolare Maria Pia Guermandi, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua e Lodo Meneghetti. Molti altri esempi potrebbero tuttavia essere fruttuosamente citati, e Settis stesso avrà modo di farlo generosamente in Paesaggio Costituzione cemento . È proprio in questa temperie che il campo visuale di Settis si allarga progressivamente fino ad attribuire alla questione del paesaggio una centralità che nel 2003 era chiaramente enunciata ma non ancora praticata .
Nel corso del 2007, investito dalla responsabilità della presidenza del Consiglio Superiore e dell’opera di revisione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, Settis inizia a replicare per il paesaggio lo schema operativo che era stato alla base di Patrimonio S.p.A.: un’analisi al contempo di grande respiro e di grande dettaglio finalizzata all’intervento diretto che si fa pienamente carico dell’intera storia italiana delle politiche di tutela.
Questa impostazione è già ben delineata in un articolo del 2007 su la Repubblica che contiene in embrione tutto lo sviluppo argomentativo di Paesaggio Costituzione cemento . Come nel caso di Patrimonio S.p.A., tuttavia, la spinta ad andare oltre la denuncia estemporanea viene da un repentino aggravarsi della situazione. Tra la fine del 2001 e la primavera del 2002 il casus belli era stato il già citato uno-due a firma Tremonti costituito dall’articolo 33 della Legge Finanziaria 2002 e dal decreto del 15.4.2002 che istituiva la Patrimonio S.p.A., due contestatissime misure che andavano nella direzione di una sostanziale privatizzazione del patrimonio storico-artistico italiano negando così una secolare tradizione di tutela.
A partire dalla primavera del 2009 lo sprone ad agire è dato dal varo del citato «Piano casa» voluto da Berlusconi, un provvedimento «per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili» che consente di aggirare i vincoli, le misure di pianificazione e di tutela e persino le semplici autorizzazioni normalmente vigenti nel caso si intenda ampliare o ricostruire un edificio. Il «Piano», sia nella sua prima che nella seconda versione contiene anche misure di depenalizzazione degli illeciti e svuota di fatto i poteri delle Soprintendenze. Scrive a caldo Settis: «Questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell’intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città .
È nel fuoco di questo virulento attacco governativo al patrimonio paesaggistico, al territorio e all’ambiente ,al quale peraltro quasi tutte le Regioni mostrano di volersi associare senza particolari remore, che Settis decide di redigere «un piccolo libro di battaglia sulla tutela del paesaggio» .

4. Un ampio «cuore» storico e la sua funzione

Il risultato, che appare nelle librerie all’inizio di dicembre 2010, non è un «piccolo libro» bensì un denso volume di oltre 300 pagine organizzato in sette capitoli. I primi due fanno un giro d’orizzonte sulla situazione attuale del paesaggio italiano, sia dal punto di vista materiale che da quello politico-culturale, istituzionale e legislativo. L’ultimo richiama alle ragioni e alla necessità della partecipazione popolare, a partire dai contesti locali e dall’azione di base, alla tutela del paesaggio. I quattro capitoli centrali costituiscono invece un’ampia e approfondita ricognizione sulla vicenda della tradizione italiana della tutela del patrimonio a partire dai comuni medievali fino alle grandi tappe della legislazione novecentesca. La lunga narrazione storica non è esornativa, ma – esattamente come in Italia S.p.A. – serve a dimostrare che nel nostro Paese la richiesta di tutelare con attenzione il patrimonio non è una stravaganza di minoranze passatiste e un po’ snob, ma è al contrario l’espressione di una consapevolezza di lunga durata dell’eccezionalità del nostro patrimonio che ha trovato il modo di incarnarsi in una tradizione legislativa che ha saputo in più occasioni essere all’avanguardia nel mondo. Nel terzo capitolo vengono ripercorse le grandi tappe della tutela dei beni culturali in Italia, dalle concrete misure di tutela adottate dal medioevo sino alla metà dell’Ottocento all’affermazione settecentesca delle idee di patrimonio e di museo, dall’elaborazione di concetti cruciali come il concetto di pubblica utilità – di ascendenza romana – all’invenzione di strumenti operativi come il catalogo dei beni da tutelare.
Quello che Settis illustra è un percorso segnato da profonde anche se non sempre consapevoli continuità e da un linguaggio condiviso nel tempo e nello spazio. Tale percorso finisce col delineare una tradizione italiana della tutela, cronologicamente antecedente a tutte le altre e per molti aspetti tra le più avanzate. Tale tradizione trova però i primi ostacoli al suo pieno dispiegamento proprio al momento dell’unificazione nazionale, per la difficoltà ad armonizzare le legislazioni preunitarie, per l’arretratezza concettuale e operativa del Regno di Sardegna e per le saldissime convinzioni liberiste delle prime élites unitarie. La stasi in questo campo dura fino ai primi anni del Novecento quando, in modo estremamente esitante e faticoso, viene dapprima emanata una legge-quadro (1902) che lascia ampi varchi all’arbitrio dei proprietari privati e successivamente una legge più organica e restrittiva (1909), «vero atto di nascita della disciplina nazionale italiana della tutela» e madre di tutti i provvedimenti successivi, fino ad oggi. Oltre a questa primogenitura la legge del 1909 ha altri due aspetti interessanti. Il primo è che essa afferma in modo chiaro la preminenza del principio di pubblico interesse rispetto alla proprietà privata nel campo delle antichità e delle belle arti, anche se poi non passa in parlamento l’essenziale principio complementare dell’azione popolare.
Il secondo aspetto è costituito dal fatto che la legge è frutto del lavoro di un gruppo di funzionari, politici e giuristi emerso negli anni immediatamente precedenti (Rava, Ricci, Rosadi, Bernabei, Parpagliolo) e che forgerà tutte le politiche italiane di tutela dei due decenni successivi.
Questo lungo excursus sulla tradizione italiana della tutela dei beni culturali – spiega Settis – non è una divagazione. L’idea che il paesaggio costituisca un tassello cruciale del patrimonio nazionale e i principi della sua tutela – confermati in tutte le leggi successive e nella Costituzione stessa – si affermano infatti in quegli stessi anni di primo Novecento, ad opera degli stessi personaggi, aderendo alla tradizione italiana della tutela e in un rapporto intimo con i provvedimenti riguardanti il patrimonio culturale. È lì, insomma, che secondo Settis vanno ricercate la filosofia e le radici storiche della cultura e della legislazione paesaggistiche italiane che attraversano il Novecento arrivando fino ai nostri giorni. Da lì, e seguendo la stessa ispirazione, si dipanano la legge del 1922 sulle bellezze naturali, quindi il riordino legislativo voluto da Bottai tra la seconda metà degli anni trenta e i primi anni quaranta e infine il cruciale riconoscimento della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico nazionale tra i principi fondamentali della Costituzione. I tre capitoli che seguono sono di conseguenza dedicati a ricostruire la vicenda della legislazione italiana della tutela del paesaggio, dalla comparsa in Italia delle prime preoccupazioni ambientaliste, a cavallo tra Otto e Novecento, fino agli aggiornamenti del 2008 al Codice dei beni culturali e del paesaggio. Anche qui Settis raccoglie e intreccia in un’unica narrazione diversi filoni di ricerca per mostrare come a un buon punto di partenza – le leggi del 1922 e del 1939 – siano seguiti esiti disomogenei, a volte caratterizzati da competenza e lungimiranza ma più spesso da approssimazione e miopia. Ciò che secondo Settis caratterizza questi cento anni è un conflitto permanente tra la volontà di affermare principi di tutela chiari e di renderli operativi in modo efficace e una tendenza opposta a rendere quanto più inoffensiva possibile la tutela stessa.
La prima tendenza si è espressa chiaramente nella redazione dell’articolo 9 della Costituzione, nella Legge Galasso del 1985, in una serie di pronunciamenti della Corte costituzionale dagli anni settanta in poi e nel Codice del 2004 con le sue revisioni successive; la seconda ha trovato espressione anzitutto nel mancato raccordo tra la legge sulle bellezze naturali del 1939 e la legge urbanistica del 1942 e successivamente nell’applicazione parziale della stessa legge del 1939, nella mancata approvazione della riforma Sullo e nell’ingarbugliata e compromissoria devoluzione di competenze alle Regioni dopo il 1970, il tutto mentre alle classi dirigenti italiane mancava – salvo rare eccezioni – un’idea alta della tutela e un respiro progettuale moderno al riguardo. Negli ultimi dieci anni il conflitto si è se possibile inasprito ulteriormente giungendo a esiti schizofrenici come la parallela promulgazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, la proposta di riforma urbanistica Lupi e l’avvio del Piano casa di Berlusconi. Questa dialettica è illustrata da Settis grazie a una narrazione di grande dettaglio sostenuta da una visione coerente dei soggetti e degli interessi in campo, delle ricorrenze e delle novità e delle concrete conseguenze di ciascun atto.

5. Un’operazione concettuale forte, con qualche assolutizzazione e torsione interpretativa
L’operazione che sottende la narrazione è chiara e ambiziosa: dare piena legittimità a un robusto regime di tutela radicandolo da un lato nella necessità di salvare il salvabile in un Paese di immense ricchezze devastato dalla rapacità e dall’incuria e dall’altro in una grande tradizione nazionale di cura del bene pubblico che dal medioevo arriva al Codice passando per la pietra angolare dell’articolo 9 della Costituzione.

Scrive Settis: «L’antico modello della conservazione contestuale del patrimonio culturale nel suo intimo legame col paesaggio potrà ritrovare lo smalto e lo slancio richiesto dalle drammatiche circostanze che viviamo e dalla nostra responsabilità verso le generazioni future solo se sapremo misurarci con nuove domande e nuove tensioni senza perdere la nostra memoria storica e istituzionale. È necessario saper innescare due processi culturali: il primo, del quale ho parlato, è la piena consapevolezza storico-istituzionale della funzione civile e sociale della tutela del patrimonio [e del paesaggio]. Il secondo processo [...] è la piena reintegrazione dei temi della tutela sulla frontiera dei grandi sviluppi culturali del nostro tempo .

La sfida di Settis – e date queste premesse non può essere diversamente – passa per un largo e attento uso della ricerca storiografica, facendo confluire e portando a sintesi più filoni di studi: quello sulle legislazioni preunitarie, quello riguardante le politiche patrimoniali nei Paesi stranieri e in particolare in Francia, quello più recente riguardante la fissazione del canone legislativo italiano nei primi quaranta anni del Novecento, quello sulla genesi della Costituzione, sull’architettura dei suoi articoli e sulle sue successive interpretazioni, e infine quello sulle problematiche relative alla ripartizione delle competenze tra organi centrali dello Stato e autonomie locali. In qualche caso, infine, Settis fa personalmente ricorso all’archivio nei casi in cui la letteratura non offra i raccordi logici e narrativi a lui necessari. La conseguenza è che i quattro capitoli centrali finiscono col configurarsi come un vero e proprio manuale di storia della tutela italiana del patrimonio dal medioevo ai giorni nostri. Poiché – com’è del resto giusto in un «libro di battaglia» – gli assunti teorici e politici di Paesaggio Costituzione cemento sono molto forti, Settis adotta qui e là delle assolutizzazioni e imprime delle torsioni analitiche che pongono dei problemi e meritano una discussione dalla quale possono derivare spunti per ulteriori ricerche e proposte politiche.

6. La nozione di paesaggio e la sua lunga crisi

Un primo problema è dato dalla scelta di assolutizzare i valori della publica utilitas, del patrimonio, del decoro nazionale o quantomeno di attribuire loro una continuità storica tale da porli in una sorta di dimensione separata, scarsamente permeabile dai processi culturali e sociali.

I motivi di una scelta del genere si comprendono bene, e possono anche essere condivisi: è giusto invocare e difendere tali valori mostrandone l’antichità, il loro sistematico ripresentarsi nella storia italiana, la ricchezza di senso che hanno saputo via via sprigionare e le opere, materiali e morali, che hanno saputo generare. È giusto e opportuno dimostrare come proprio nella nostra Penisola essi abbiano dato vita a esperienze legislative e amministrative pionieristiche e abbiano saputo creare approcci più attenti che in altri Paesi. È questa, lo abbiamo già sottolineato, la via maestra per dimostrare che non si sta parlando di ubbie di élites passatiste ma al contrario di questioni vitali per il presente e il futuro del Paese. Ma per conoscere e combattere meglio le contraddizioni e le debolezze della tutela italiana è necessario analizzare anche il contesto in cui i suoi valori sono nati e si sono consolidati e la loro evoluzione recente, tanto più in una società che ha sempre mostrato una grande resistenza a riconoscerli e a farli propri. Senza volersi addentrare in una – pur legittima – decostruzione di taglio etnografico delle categorie patrimoniali è opportuno anzitutto sottolineare come accanto alla storia italiana della publica utilitas, del patrimonio e del decoro nazionale andrebbe ricostruita la storia di tutto ciò che nel nostro Paese ha nel tempo congiurato in direzione opposta, dal particulare guicciardiniano al tetragono laissez faire postunitario sino alla proclamazione berlusconiana dei «padroni in casa propria».

Per quanto riguarda l’atteggiamento degli italiani verso la natura, ad esempio, va dato merito a Piero Bevilacqua di aver tentato un abbozzo di analisi strutturale e di lungo periodo che desse conto anche di sentimenti radicati come l’indifferenza e l’ostilità L’utilità di un’analisi del genere per quanto riguarda il patrimonio artistico, monumentale e urbanistico non sarebbe certo inferiore. È tuttavia possibile tentare anche un elenco, per quanto sommario e provvisorio, di elementi di non così lunga durata, più «congiunturali». Un colpo estremamente serio alla legittimazione pubblica delle politiche patrimoniali è venuto ad esempio dal declino delle culture nazionaliste. Le ideologie adottate dalle borghesie ottocentesche nell’ambito dei vari processi di nation building e le pedagogie popolari che ne erano derivate avevano costituito il perno attorno al quale erano state costruite le politiche patrimoniali, non solo nel campo dei beni storico-artistici ma nella maggior parte dei casi anche nel campo dei beni paesaggistici e ambientali .
Dopo il 1945 il nazionalismo viene considerato – non a torto – responsabile diretto tanto delle due guerre mondiali quanto della crisi economica degli anni trenta e delle dittature fasciste cosicché le culture politiche predominanti in Europa tendono a ripudiarlo per abbracciare una visione cooperativa e universalista , in armonia peraltro con lo spirito che anima la neonata Organizzazione delle Nazioni Unite e che animerà le sue successive dichiarazioni, a partire da quella universale dei diritti dell’uomo approvata nel 1948.

Per quanto il sentimento di appartenenza nazionale non scompaia né nelle retoriche istituzionali né nella sensibilità popolare, la sottolineatura dell’unicità del proprio Paese e del suo destino storico e il forte richiamo alla conservazione dell’identità nazionale si affievoliscono sensibilmente. La centralità della tradizione, il culto di una identità basata su un patrimonio collettivo proveniente da un tempo remoto vengono progressivamente corrosi e resi marginali dalla crescente centralità simbolica del consumo e soprattutto dei consumi più moderni, cioè più innovativi e a maggior contenuto tecnologico .
Grazie alla rapida crescita del dopoguerra si verificano inoltre in molti Paesi europei profonde trasformazioni economiche che sconvolgono e in qualche caso cancellano gerarchie spaziali, sociali e culturali consolidatesi nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento ; anche questi cambiamenti fanno sentire il loro peso su una concezione del patrimonio che era nata all’interno di una sensibilità alto-borghese e che della borghesia rifletteva cultura e ideali .

Nel fuoco di tutte queste trasformazioni la legittimazione sociale di alcuni dei pilastri su cui era stata fondata la moderna idea di patrimonio (storico-artistico o ambientale che fosse) si indebolisce, la loro visibilità si appanna cosicché la necessità stessa della tutela finisce in molti casi per smarrirsi. Tanto più in un Paese come l’Italia, dall’identità nazionale tarda, incompiuta e sempre fragile.

Ancor più congiunturali, per così dire, sono alcuni fattori di crisi entrati in gioco più recentemente. Quello che Settis definisce ad esempio l’«appiattimento sui livelli più bassi delle culture sociali» è stato un processo che ha trovato forse proprio in Italia la sua consacrazione più alta grazie al berlusconismo , con riflessi culturali e istituzionali di grande portata. Né possono essere sottovalutati i riflessi di un processo molto più onnipervasivo come la progressiva affermazione delle politiche neoliberiste, avviatosi alla metà degli anni settanta e che proprio con la crisi economica iniziata nel 2008 sta dispiegandosi pienamente. Tali politiche tendono a svuotare quasi completamente – se non completamente – l’intervento pubblico non soltanto nel campo dei settori economici direttamente produttivi ma anche nel campo del welfare, della formazione, della cultura, delle infrastrutture, perseguendo al contempo la privatizzazione di gran parte dei servizi tradizionalmente esercitati dal pubblico, la drastica riduzione del carico fiscale, il controllo diretto da parte delle imprese di settori chiave delle istituzioni e una sorta di spietato darwinismo economico prima ancora che sociale per cui tutto ciò che non è in grado di stare sul mercato con le gambe proprie deve senz’altro scomparire.
Quanto Settis denunciava nel 2002 in Italia S. p. A. non era altro che una manifestazione italiana dell’affermazione di questo paradigma planetario . Ma non basta. Il dilagare pressoché incontrastato del paradigma e delle pratiche neoliberiste è al tempo stesso effetto e causa di un progressivo indebolimento della sovranità politica nazionale incarnata dalle assemblee elettive, un fenomeno che ha finito a sua volta col mettere in crisi la funzione e il funzionamento dei partiti politici di massa, grandi protagonisti dell’era keynesiana. Il progressivo ridursi dei partiti a veicoli di ristretti gruppi di interesse, la rinuncia ad essere strumenti di organizzazione e di educazione popolare e la loro perdita di orizzonte progettuale sono tutti fenomeni che pongono un’ulteriore ipoteca sulla possibilità di realizzare politiche di tutela efficace e di immaginarne di innovative.

7. Quale conflitto tra paesaggio e ambiente?

Gran parte dei fattori di crisi appena elencati non vengono presi in considerazione da Settis, che dedica invece ampio spazio a un fenomeno che ha avuto anch’esso un grande peso nel rimettere in discussione il concetto di paesaggio e l’impianto teorico delle politiche italiane di tutela affermatesi negli anni 1905-48: l’emergere, dalla metà degli anni sessanta in poi, dell’ambientalismo e del concetto di ambiente. Settis non nega l’estrema rilevanza della questione ambientale, quali che siano i contorni e i contenuti che le si vogliano attribuire, ma in vari punti del testo emerge una sua larvata sottovalutazione e un senso di disagio nei suoi confronti che avevamo già intravisto nell’ostilità del 2003 all’integrazione dell’articolo 9 della Costituzione. Questo disagio finisce involontariamente col trasparire già nel lessico, quando Settis – proprio in apertura del capitolo riguardante i rapporti tra paesaggio, territorio e ambiente – si lascia sfuggire che l’endemico conflitto di competenze tra Stato e Regioni «non è il solo nemico del nostro paesaggio» perché ad esso vanno aggiunti «il progressivo emergere della nozione di “ambiente” e, in anni più recenti, il rapporto fra la normativa italiana e la Convenzione europea sul paesaggio» . In un senso molto specifico Settis ha certamente ragione, e ne ha forse ancor più di quanto egli stesso non riesca a vedere. È ben vero che nella temperie politica e culturale degli anni sessanta-settanta la nozione «quantitativa» di ambiente finisce col riscuotere un successo molto maggiore di quella «di per sé essenzialmente qualitativa» di paesaggio fino alla tentazione di sussumere la seconda all’interno della prima, ma per ragioni che non hanno a che vedere con una pretesa «imperialista» degli ambientalisti e solo in qualche sporadico caso con la volontà delle Regioni di aggirare il controllo statale mediante il grimaldello di una nozione giuridicamente non ancora ben definita.

Coerentemente con quest’ultima lettura Settis dedica ampio spazio a una vicenda che nella realtà ebbe tutto sommato scarsa rilevanza, cioè la presentazione nel 1973 della relazione Tecneco (gruppo Eni) sulla situazione ambientale del Paese. In quell’occasione si sarebbe verificata secondo Settis una «sotterranea, inconfessata convergenza Eni-Pci» affinché «la nuova nozione di “ambiente”, proprio perché ancora indeterminata e senza un contenuto giuridico definito, potesse funzionare come una sorta di magnete, annettendosi di fatto […] le materie dell’art. 9 Cost. (paesaggio e beni culturali)» .
La conclusione è, se possibile, ancor più drastica: «La nozione giuridica di «ambiente», ancora in formazione, venne dunque intesa allora come il grimaldello col quale si potesse forzare la magica porta oltre la quale «territorio» e «urbanistica», diventati tutt’uno, potessero di fatto ingoiare il «paesaggio» senza nemmeno dirlo esplicitamente».
Nell’ampia discussione della relazione Tecneco, relazione che non ebbe peraltro alcun seguito, Settis sottolinea a più riprese il misconoscimento dell’articolo 9 della Costituzione attribuendolo a una precisa volontà di metterlo tra parentesi, mettendo così in un angolo sia la centralità del paesaggio sia le competenze statali al riguardo. Ma la profonda crisi incontrata dalla nozione costituzionale di paesaggio tra gli anni sessanta e settanta non è ragionevolmente imputabile a una consapevole volontà annessionista del nascente ambientalismo oppure alle sole mire delle Regioni sulle attribuzioni di competenza. Come ho cercato di mostrare più sopra quella crisi aveva radici culturali ben più profonde, radici che si intrecciavano perversamente con la spinta possente, disordinata e vorace all’edificazione innescata dal miracolo economico.

8. Un caso esemplare: Antonio Cederna 1975


Una manifestazione particolarmente significativa di quella crisi è leggibile proprio in un personaggio che è stato un antesignano nel riuscire a imporre la questione della tutela del patrimonio storico-artistico e del paesaggio come grande questione politica nazionale: Antonio Cederna. Anche il giornalista lombardo partiva da una formazione archeologica; anche per lui i primi interessi nel campo della tutela hanno riguardato i beni storico-artistici; anche lui ha avuto in Italia Nostra la prima sponda associativa importante, nella quale pure ha giocato un ruolo assai significativo. Ma Cederna ha avuto anche la capacità di fare in se stesso, e con decenni di anticipo , ciò che in Paesaggio Costituzione Cemento viene considerato un passaggio strategico, ancora tutto da compiere: l’assunzione di paesaggio, territorio e ambiente in un unico orizzonte, cognitivo e politico.
Nel Cederna della metà degli anni settanta, lo stesso che contribuisce assieme a Italo Insolera e a Fulco Pratesi a un volume Mondadori sulla difesa del territorio , il giudizio sulla nozione di paesaggio e la percezione dell’adeguatezza dell’articolo 9 della Costituzione appare quasi agli antipodi rispetto al Settis di trentacinque anni dopo, nonostante gli obiettivi pratici e le aspirazioni civiche siano esattamente gli stessi.
Tra i testi di Cederna ce n’è uno che illustra particolarmente bene i contorni del dissidio che in quegli anni opponeva la nozione di paesaggio e quella di ambiente: l’introduzione a La distruzione della natura in Italia , fortunata raccolta di articoli uscita anch’essa per i tipi di Einaudi. Qui viene affrontata – cosa all’epoca ancora piuttosto rara – una questione che negli anni seguenti verrà ripresa molte volte e che alla fine risulterà centrale nell’argomentazione di Settis: la storia, il significato e il ruolo dell’articolo 9 della Costituzione.
Anche per Cederna il problema è individuare le radici culturali e giuridiche dello «sfacelo del Bel Paese» che vengono rinvenute non in un vuoto giuridico – come all’epoca si tendeva facilmente a pensare – bensì in una «mancanza di leggi moderne» perversamente accoppiata all’«esistenza di leggi anacronistiche». La legge «anacronistica» è qui proprio la legge Bottai del 1939, colpevole in sostanza di avere come oggetto le bellezze naturali in un’accezione in cui la «bellezza» tende a vanificare la «natura».
Scrive Cederna: «Per essa infatti le località da proteggere sono quelle che si distinguono per la loro «non comune bellezza», che «compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale»; e le «bellezze panoramiche» sono considerate come «quadri naturali» da tutelare soltanto nel loro «esteriore aspetto». È cioè una legge tutta impostata su criteri esclusivamente estetici e formalistici, che par fatta apposta per favorire apprezzamenti soggettivi, quindi arbitrari e discrezionali, rendendo impossibile ogni valutazione certa. Per di più la scelta delle zone da vincolare è affidata a una commissione provinciale composta, secondo i criteri corporativi dell’epoca, da rappresentanti delle «categorie» interessate (industriali, agricoltori, commercianti), interessate cioè a tutto fuor che alla conservazione di quelle «bellezze». Ad essi viene aggiunto un «artista» (!): risultano accuratamente esclusi tutti i competenti in materia, naturalisti, ecologi, botanici, geologi, zoologi, paesaggisti, urbanisti, sociologi, ecc.»
Le conclusioni sono impietose:
«Ridotto il paesaggio a un semplice pretesto estetico, visualistico (anzi, si direbbe «voyeuristico») per pochi eletti, alla forma esterna ovvero «all’esteriore aspetto» delle cose, esso viene degradato a pura apparenza di una sostanza che viene completamente trascurata. Questa sostanza è appunto la natura, nella sua consistenza, varietà e unità: la natura con le sue leggi, i suoi delicati equilibri ecologici, i suoi cicli biologici; la natura che è fatta di vegetazione, foreste, flora, fauna, geologia, montagne, spiagge, laghi, corsi d’acqua, rocce, paludi, stagni, deserti, microrganismi, lombrichi, catene alimentari e via dicendo, complicata compagine dove tutto è strettamente collegato e interdipendente. E mentre si pretende di limitare la tutela alla sua pelle (e per di più secondo canoni di «non comune bellezza» del tutto arbitrari, ad esclusiva discrezione di funzionari, lottizzatori, avvocati e magistrati), ci si libera da qualunque considerazione circa le elementari, primarie finalità della conservazione della natura come «bene territoriale ambientale»: scientifiche, economiche, sociali, culturali, igieniche, idrogeologiche, da cui dipendono vita e sicurezza dell’uomo e delle sue opere.

Con questo siamo a una rivendicazione della possibilità di giudicare «quantitativamente», cioè in maniera relativamente oggettiva, ciò che fino a questo momento si è scelto di giudicare (e tutelare) «qualitativamente», con tutti i pericoli di soggettivismo conseguenti e con tutti i fallimenti della tutela poi puntualmente verificatisi. Non diverso è il giudizio sull’articolo 9 della Costituzione, in quanto nel corso della sua discussione è stato oltretutto eliminato qualsiasi riferimento alla stessa categoria, pur obsoleta, di «monumenti naturali» in favore del «termine vago e inafferrabile di “paesaggio”». Anche in questo caso le conclusioni sono impietose e – come si vede bene – diametralmente opposte a quelle di Settis: «Ai costituenti è dunque sfuggito completamente il significato, l’importanza del problema della conservazione della natura, le sue implicazioni urbanistiche e sociali, i suoi rapporti con la salute pubblica, l’impiego del tempo libero, la sicurezza del suolo.»

Alla luce della sua parabola di saggista e di figura civicamente impegnata sarebbe fuori luogo imputare ad Antonio Cederna un ambientalismo «imperialista», ignaro o incurante del valore dei beni storico-artistici e paesaggistici; tanto meno è proponibile pensarlo come simpatizzante delle accese rivendicazioni regionaliste degli anni settanta. Semmai il contrario.

Ciò che vediamo all’opera in queste sue pagine del 1975 è in realtà l’adesione a un preciso e diffuso «spirito dei tempi», cioè al successo globale di una cultura ambientalista che a partire dal secondo dopoguerra ha spostato progressivamente l’accento da una visione anzitutto estetica e patrimoniale della natura a una incentrata – alternativamente o contemporaneamente – sulla salvaguardia della biodiversità oppure delle risorse naturali . Ho sottolineato altrove come la visione di Cederna peccasse di ingenerosità e – ciò ch’è peggio – di un certo anacronismo nella sua condanna della legge Bottai e dell’articolo 9, ma nel giudicarla sarebbe paradossale cadere oggi nel medesimo errore. La visione dominante alla metà degli anni settanta tra i fautori della tutela era in effetti quella espressa da Cederna e per quanto la richiesta di integrare paesaggio, territorio e ambiente apparisse allora come oggi inaggirabile, l’accento finiva comprensibilmente col battere su uno strumento concettuale – l’ambiente – che si presentava profondamente innovativo e dotato di grandi capacità euristiche. Se, d’altro canto, Settis è oggi in grado di postulare una centralità strategica e una perfetta compiutezza dell’articolo 9 della Costituzione, non è in virtù di sue caratteristiche intrinseche e costantemente riconosciute nel corso della storia repubblicana bensì grazie a sviluppi culturali e giurisprudenziali piuttosto recenti. Quando Cederna punta il dito contro la genericità e la limitatezza – e di conseguenza contro la debolezza operativa – dell’articolo 9 si è infatti in un’epoca in cui tale disposizione gode di scarsa popolarità tra gli stessi giuristi proprio per i motivi indicati da Cederna , e un primo recupero del suo valore si verifica solo nello stesso 1975 – e solo a livello di teoria – grazie alla lettura datane da Fabio Merusi nel Commentario della Costituzione curato da Giuseppe Branca .

9. Il nodo più problematico: la ricomposizione di paesaggio, territorio e ambiente


Questa illustrazione dei modi opposti con cui due grandi paladini della tutela hanno considerato a distanza di trentacinque anni la costruzione novecentesca italiana della tutela del paesaggio e l’articolo 9 della Costituzione serve a indicare in che senso la densa e impegnata sintesi di Settis possa e debba essere considerata tanto un punto di arrivo quanto un punto di partenza.
Settis ha costruito con lucidità e competenza una traiettoria storica della tutela italiana del paesaggio, indicandone i punti di forza e le debolezze, i successi e i fallimenti, le sue straordinarie potenzialità attuali; ha sottolineato energicamente la necessità di superare i conflitti di competenza tra articolazioni centrali e locali dello Stato; ha invocato un capillare e deciso intervento dal basso, sia a livello locale che nazionale, come strada maestra per invertire una rotta catastrofica che i partiti politici e le amministrazioni centrali e locali non sembrano più in grado di correggere. Un nodo che invece Settis più volte e giustamente richiama ma che pare estremamente difficile da sciogliere è quello del superamento del divorzio concettuale e istituzionale tra paesaggio, territorio e ambiente. Un divorzio non necessario dal punto di vista teorico e anzi per molti aspetti ingiustificato , ma che è stato costantemente alimentato da tenaci miopie disciplinari, magari involontarie, e dai conflitti di competenza tra istituzioni pubbliche che individuavano nell’uno o nell’altro termine uno strumento di difesa delle proprie prerogative.
Nonostante, come si è visto, anche Settis corra qua e là il rischio di confinarsi in un’ottica ristretta derivante dalla specificità della sua formazione, i suoi richiami alla ricostituzione di un nesso saldo e non gerarchico tra paesaggio, territorio e ambiente appaiono appassionati e ben motivati. Settis mostra come diverse sentenze della Corte Costituzionale, e in particolare tre del 1987, abbiano prodotto una interpretazione della nozione costituzionale di «paesaggio» che va molto oltre il significato originario e riesce a comprendere in sé la tutela ambientale e quella della salute, facendo anche di questi obiettivi dei «valori costituzionali primari e assoluti» . Nel testo di Settis ritorna più volte anche il richiamo all’insegnamento di Giovanni Urbani, a lungo direttore dell’Istituto Italiano del Restauro e solitario sostenitore già dagli anni ottanta della necessità di ricondurre a un unico ministero tutte le competenze riguardanti beni culturali, paesaggio e ambiente proprio al fine di combattere «il già troppo confuso intreccio di poteri e competenze dei vari organi dello Stato aventi giurisdizione su materie affini o complementari» .
Una soluzione, questa, che anche a Settis sembra tanto ideale quanto di estrema difficoltà se non impossibile di fronte alla «giungla delle norme» che avviluppa il settore. L’attribuzione a un unico organismo di tutte le competenze riguardanti beni culturali, paesaggio e ambiente avrebbe potuto probabilmente porre un argine efficace «alla cannibalizzazione del territorio» e forse potrebbe fare ancora molto per ridimensionarla. Se ciò non è avvenuto non è però solo per calcoli di bottega o per faciloneria, come ipotizza Settis illustrando il processo di istituzione di nuovi ministeri dai primi anni settanta in poi.
Il «balletto delle etichette», la «danza di musical chairs» , che ha portato dal 1973 in poi a una sorta di stravolgimento permanente delle competenze ministeriali, con scissioni, riaccorpamenti, sparizioni e ricomparse di materie e oggetti, ha avuto effetti paradossali e ha contribuito notevolmente alla costruzione di quella «giungla normativa» che paralizza oggi la tutela, ma non è stato solo un caso italiano né era facilmente evitabile. Se si mette infatti a confronto il processo italiano di «ministerializzazione» dei beni culturali e dell’ambiente come descritto da Settis con quello degli altri Paesi europei, ci si rende facilmente conto che la stabilità di denominazioni e competenze non è stata affatto la regola.
Solo Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca, Olanda e Svizzera hanno avuto negli ultimi decenni un ministero dedicato alle questioni ambientali che non ha mai mutato denominazioni né competenze. In Gran Bretagna il ministero dell’ambiente più antico d’Europa (1970) è stato accorpato dal 1997 dapprima con i trasporti e successivamente con l’agricoltura, subendo con Cameron lo scorporo delle questioni energetiche e del cambiamento climatico.
In Spagna dopo un’iniziale fase in cui esisteva un ministero dedicato (1996-2008) le competenze ambientali sono state accorpate nel ministero dell’agricoltura. In Austria l’ambiente è stato volta a volta solo o associato alle materie più eterogenee, come gioventù, famiglia, agricoltura, turismo, eccetera. Ma il caso di maggior erraticità, di fronte al quale il caso italiano finisce con l’impallidire è quello della Francia . Qui dal 1972 l’ambiente si è presentato nelle compagini governative in una quindicina di configurazioni diverse: da solo come «environnement»; da solo come «ecologie et developpement durable»; totalmente assente, sia pure per un brevissimo periodo; associato al «cadre de vie»; associato alla «qualité de la vie»; associato alla cultura; associato all’«amenagement du territoire»; associato ai trasporti e al «logement»; associato all’«equipement», al «logement» e all’«amenagement du territoire». Come se ciò non bastasse in alcuni casi si è trattato di ministeri a pieno titolo, in altri di «ministeres delegués», in altri di semplici sottosegretariati.
Da questa sommaria comparazione si evincono due o tre circostanze importanti. La prima circostanza è data dal fatto che la tendenza a istituire ministeri dedicati del tutto o in parte all’ambiente è pressoché universale e deriva da quello «spirito dei tempi» cui si è fatto cenno parlando di Antonio Cederna. Durante una prima ondata 1970-1973 vengono infatti creati ministeri per l’ambiente in Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Francia, Austria e Italia mentre nel corso di una seconda ondata degli anni 1982-88 essi vengono creati in Olanda, Finlandia, Germania, Svezia e Svizzera. Ritenere, come fa Settis, che siccome l’Italia degli anni settanta disponeva già di un ministero dei Beni culturali con competenze sul paesaggio si sarebbe potuto e dovuto, per motivi di razionalità gestionale, evitare la creazione di un ministero dell’Ambiente esprime un’aspirazione tanto generosa quanto poco fondata storicamente.
Ma anche l’intimo legame tra beni culturali, paesaggio e ambiente che tale scelta avrebbe presupposto è stato riconosciuto in Europa assai di rado . Nelle competenze ministeriali dei vari Paesi europei l’ambiente, quando non era solo, è stato infatti associato molto spesso alle infrastrutture, ai trasporti, all’urbanistica, alle politiche della casa, abbastanza spesso all’agricoltura, alle foreste, ai consumi alimentari, più di rado alla salute e all’energia. Solo in Francia e per periodi molto brevi esso è stato associato alla cultura. Questo ampio ventaglio di soluzioni, che sarebbe irrealistico immaginare come legate esclusivamente ad alchimie burocratiche o partitiche, può essere considerato oltretutto un buon rivelatore della multidimensionalità della questione ambientale che è al contempo tutela della biodiversità, tutela del patrimonio storico-artistico e paesaggistico, tutela del suolo, dell’aria e dell’acqua, tutela della salute, tutela della qualità della vita anche nella sua dimensione estetica e spirituale, razionale gestione delle risorse naturali e del territorio.
Sono, come si vede, dimensioni assai diverse tra loro, che richiedono competenze e sensibilità estremamente variegate, che rimandano alla necessità di scelte politiche caratterizzate da livelli di radicalità molto diversi. A ciò si aggiunga che l’esistenza dell’ambientalismo diffuso nelle forme che ha preso in Occidente dagli anni sessanta in poi fa in modo che tutte le scelte adottate in questo campo si carichino di connotazioni etiche e politiche di grande spessore, che rendono estremamente difficile una loro riduzione a una dimensione puramente tecnica. Se è quindi sicuramente vero quanto scrive Settis che esiste un’unità profonda tra le nozioni di paesaggio, territorio e ambiente e che essa deve essere affermata con forza anche sul piano scientifico e giuridico-istituzionale, è altrettanto vero che tale ricomposizione non si impone da sola ma richiede uno straordinario sforzo cognitivo e più ancora di immaginazione politica. Pensare insieme le tante dimensioni della nozione di ambiente, pensare insieme le nozioni di paesaggio, di territorio e di ambiente dal punto di vista scientifico vuol dire rimettere in discussione la rigidità dei paradigmi disciplinari e dei confini che li separano; dal punto di vista politico vuol dire essere capaci di immaginare un tipo di società diversa dall’attuale, che abbia al centro i bisogni e i diritti dei cittadini, una democrazia ampia e trasparente, processi decisionali tarati su prospettive temporali lunghe, una sofisticata varietà di valori condivisi; dal punto di vista istituzionale vuol dire saper progettare organi di amministrazione della cosa pubblica tenendo fuori dalla porta le grandi e piccole incrostazioni di potere che generano quegli infiniti conflitti di competenza che tanti danni hanno fatto e fanno in Italia. E tutto questo non solo rinunciando a qualsiasi pretesa consapevolmente imperialista, ma cercando anche di mettere da parte la spontanea tendenza a sussumere la questione ambientale nei termini di una sola delle sue dimensioni .

10. Uno stimolo a proseguire


Per quanto – come si è cercato di argomentare – la lettura che Settis fa della parabola italiana della tutela del paesaggio possa porre qualche problema, la proposta contenuta nel capitolo finale appare del tutto adeguata ai tempi, cioè tutt’altro che obsoleta o passatista . Tale proposta si struttura infatti su due assi complementari: da un lato la rilettura dei concetti di patrimonio e di publica utilitas alla luce del concetto – estremamente attuale – di bene comune e da un altro lato la rilettura dell’altrettanto importante concetto di azione popolare alla luce dei concetti di mente/ conoscenza/azione locale. Ciò che viene qui chiamato in gioco non è più qualcosa che ha a che fare con la nazione e la sua grandezza, oppure solo con la salvaguardia di valori culturali di eccellenza, bensì la qualità della vita, la qualità del legame sociale e la riaffermazione e il rilancio del valore dell’autogoverno, cioè della democrazia. A partire da queste grandi domande sociali Paesaggio Costituzione Cemento ci invita dunque a rileggere in modo più approfondito e meditato non solo la storia italiana della tutela del patrimonio storico-artistico e paesaggistico, ma anche la storia concreta del paesaggio, del territorio e della città italiani, la storia delle trasformazioni culturali dell’ultimo secolo e le complesse, spesso contraddittorie articolazioni tra territorio, ambiente e paesaggio nell’epoca repubblicana. Si tratta di compiti sicuramente molto impegnativi ma imprescindibili se si intende fare, sulla scia di Settis, della ricerca storica uno strumento di crescita civile.

Qui puoi scaricare il testo (in bozza) con note

Vedi, a proposito dell'ultimo libro di Settis, la recensione di Dino Piovan.

La condizione urbana oggi è radicalmente diversa da quella che abbiamo conosciuto, studiato e interpretato. Quanto ha a che fare con la nostra idea di città? Ecco un utile colpo di sonda su qualcosa che gli astratti obiettivi quantitativi delle agenzie internazionali(come "aumentare i tassi di urbanizzazione") non aiutano a comprendere nè a governare). Il Fatto quotidiano Emilia, 27 dicembre 2012

Durante il Festival di Internazionale di quest’anno mi è capitato di vedere una mostra molto interessante. Si tratta di Urban Survivors. Un progetto di Medici Senza Frontiere in collaborazione con l’agenzia fotografica NOOR e il supporto concreto di foto-reporter straordinari: Pep Bonet, Stanley Greene, Alixandra Fazzina, Jon Lowenstein, Francesco Zizola per sensibilizzare l’opinione pubblica su cosa significa, oggi, sopravvivere nelle baraccopoli. “Negli ultimi secoli si è assistito ad un’urbanizzazione della popolazione senza precedenti. Nel 2007 le Nazioni Unite hanno stimato che più del 50% della popolazione mondiale viveva nelle città e non più nei villaggi e nelle campagne. Per il 2030 si prevede che l’80% dell’umanità sarà urbanizzata.

Insieme alla rapida urbanizzazione, negli ultimi quindici anni è stata senza precedenti anche la crescita dei cosiddetti slum o baraccopoli. Nel 1990, le persone che abitavano in slum erano 715 milioni e nel 2007 hanno superato il miliardo. I bisogni umanitari delle persone che vivono negli slum sono diventati sempre maggiori e complessi, e gli interventi sono ancora orientati verso un metodo di sostegno tradizionale, come ad esempio l’allestimento di campi e la fornitura di assistenza primaria in contesti rurali, dove le strutture sanitarie sono scarse.” Per questo i cinque bravi fotografi sono entrati e hanno documentato differenti slum e le condizioni di vita all’interno di essi. Stanley Greene ha lavorato nella baraccopoli di Dhaka, in Bangladesh, tra malnutrizione infantile, assenza di servizi igienico-sanitari, vulnerabilità alle catastrofi naturali; Jon Lowenstein a Martissant (Port-au-Prince) in uno degli slum più violenti della capitale haitiana, flagellato anche dalla recente epidemia di colera; Pep Bonet in uno slum di Johannesburg, dove la pandemia dell’AIDS si unisce alla tubercolosi multiresistente, in un ambiente in cui le tensioni sono altissime e dove hanno trovato rifugio i migranti in fuga dallo Zimbabwe; Alixandra Fazzina ha seguito le attività di MSF per assistere le persone affette da tubercolosi e HIV/AIDS in uno slum diKarachi, in Pakistan;Francesco Zizola è stato a Kibera, la baraccopoli più popolata di Nairobi, la capitale del Kenya, per raccontare le storie di chi ogni giorno combatte la sua lotta contro l’AIDS e la tubercolosi.

Un lavoro davvero importante e socialmente utile che mi ha fatto pensare a quello, altrettanto impegnato, del reporter statunitense Robert Neuwirth che, come racconta in Città ombra (Fusi orari), per due anni ha abitato in una favela di Rio de Janeiro, una bidonville di Nairobi, una baraccopoli di Mumbai e una periferia abusiva di Istanbul. La tesi di Neuwirth, apparentemente, è molto diversa da quella del progetto Urban Survivors. Il giornalista, infatti, si aspettava di trovare crimine e violenza, ha scoperto invece comunità compatte, solide, industriose e autosufficienti. Il suo è uno sguardo rivoluzionario e illuminante sulle grandi città, sulla loro storia spesso sconosciuta e sul loro futuro. Analizzando meglio i due progetti in realtà ci si rende conto che le analogie sono molte di più delle differenze. C’è una grande umanità negli scatti dei cinque fotografi, come nella penna di Neuwirth. Entrambi i lavori sono accomunati da una grande umanità, l’approccio giusto per farci riflettere su questo fenomeno contemporaneo.

Io stesso questa estate, insieme al fotografo Gianluca D’Ottavio, ho svolto un servizio, apparso su Il Reportage, alla ricerca dei gecekondu (le case abusive) di Istanbul, trovando una realtà variegata e in continua trasformazione. Si stima che a Istanbul circa un milione di abitanti vivano in gecekondu, ma le comunità abusive di oggi, dal punto di vista architettonico, sono ormai difficilmente distinguibili dai quartieri residenziali che la municipalità, con il benestare del governo, continua a costruire in un radicale progetto di trasformazione urbana che cancella molte delle particolarità di queste realtà marginali. Il sottile confine fra splendore e degrado produce nella megalopoli turca un contrasto abbagliante. Un contrasto a volte molto difficile da capire e da descrivere. Forse, come scrive esaustivamente Salvatore Bandinu nel suo Sotto i ponti di Yama (Arkadia Editore), reportage molto convincente della realtà degradata di Calcutta (o di Kolkata, come dir si voglia) nei supplizi e nei rantoli dei dannati della terra non va identificata una precisa volontà divina, ma una specifica, responsabile e scellerata scelta umana che sa tanto di potere, occidentalizzazione, globalizzazione.

Un aspetto chiave della modernizzazione e qualità abitativa dei nostri centri urbani, di solito un po’ sottovalutato, in una prospettiva internazionale. Il manifesto, 21 dicembre 2012 (f.b.)

Quanto la qualità urbana sia funzione di un trasporto pubblico efficiente è qualcosa di cui chiunque ha fatto, prima o poi, esperienza: basta essersi trovati in città con una buona rete della metropolitana per aver capito come riesca a semplificare la vita un trasporto pubblico che consente di arrivare ovunque in tempi ragionevoli e di guadagnare così pezzi di giornata da dedicare al cinema, alle mostre, alla palestra e a quanto una città moderna offre come opportunità. Esiste cioè una soglia qualitativa del vivere in città che è commisurata all'estensione e all'efficienza della rete del trasporto pubblico tanto è vero che tra le città dove le persone preferiscono abitare, figurano quelle con reti dei trasporti pubblici integrate e sostenibili: Londra, Parigi, Vienna, Berlino, Barcellona, Madrid, Stoccolma, New York, Tokio, Hong Kong.

Difficile trovare in queste classifiche le città italiane e non c'è da stupirsene. Come può competere Roma che possiede solo 41,5 km di metropolitana con 2 linee e 52 stazioni comprese le ultime arrivate di Annibaliano, Libia e Conca d'Oro con Londra che vanta una rete della metropolitana di 460 km con 13 linee e 382 stazioni o con Parigi che ha una metropolitana di 200 km con 16 linee e 374 stazioni? Poco migliore è la situazione di Milano, la più europea delle città italiane, che ha solo 88 km di metropolitana con 3 linee e 94 stazioni. In sostanza le città italiane tanto celebrate per le loro bellezze architettoniche soffrono di un grave deficit del trasporto pubblico a cui bisognerebbe mettere mano per restituire ai cittadini (e non solo ai turisti) un patrimonio urbano e ambientale che non viene goduto come si dovrebbe e si potrebbe. Ma ripensare la mobilità e il trasporto pubblico non è uno scherzo e richiede uno sforzo collettivo per evitare di ripetere gli errori fatti nel passato e ritrovarsi in qualche anno a rimpiangere occasioni mancate come è stata quella della metropolitana, ancora oggi evocata tra le cause della cattiva modernizzazione del Belpaese.

Ci sarebbe da augurarsi una sterzata culturale per arrivare a considerare tram, autobus e auto elettriche tra i diritti base di una cittadinanza contemporanea proprio come avviene in quei contesti urbani dove il trasporto pubblico è già un bene comune e dove circolazione e accessibilità sono le parole chiave di una società democratica e multietnica che guarda positivamente al futuro. Non sempre però si pensa abbastanza a quanto possa incidere il trasporto pubblico nella vita quotidiana della gente anche la relazione tra i due è così forte tale da poter addirittura influenzare le scelte politiche.

Sentimenti di discriminazione

In occasione delle ultime elezioni presidenziali, l'istituto dei sondaggi Ipsos France ha tracciato un quadro delle intenzioni di voto sinistra/destra ripartito tra coloro che abitano nelle regioni metropolitane e coloro che abitano nelle periferie periurbane o nei piccoli centri rurali: lunghe distanze e cattivi collegamenti con i grandi centri urbani dove è maggiore l'offerta di servizi e di intrattenimento, innescano sentimenti di discriminazione che portano a riparare in posizioni conservatrici. In realtà questo dato socio-antropologico solo apparentemente è una novità dei tempi attuali; basterebbe fare qualche passo indietro e andare a rileggere le storie delle amministrazioni locali per trovare conferma del legame tra efficienza del trasporto pubblico e politica anche se evidentemente, le sfumature sono diverse.

Arriva a proposito il libro di Grazia Pagnotta Dentro Roma. Storia del trasporto pubblico nella capitale 1900-1945 (Donzelli, pp. 404, euro 27), un «viaggio» molto ben documentato nelle vicende della modernizzazione di Roma capitale rilette dal punto di vista dei tram, dei filobus e degli autobus che mette a nudo la centralità della rete del trasporto pubblico nella politica della città e degli equilibri urbani. Sullo sfondo di una città che improvvisamente cresce a dismisura, l'autrice ripercorre le tappe della costruzione del servizio dei trasporti pubblici restituendo un quadro di conflitti e di ritardi che hanno condizionato lo sviluppo della città e i rapporti con i suoi cittadini: per anni, ogni giorno, file di pendolari costretti a spostarsi dalle periferie al centro città in scomode vetture prive di ogni comfort hanno scritto la storia dei rapporti tra amministrazione pubblica e cittadini.

Navigazione a vista

Nodo irrisolto della vicenda romana è stato il processo di municipalizzazione della rete che ha richiesto circa trent'anni di lavoro politico - anni strategici per la modernizzazione della città - per riprendere il controllo, almeno parziale, delle linee date in concessione alla Società Romana Tramway e Omnibus (Srto) e sostituire alla visione utilitaristica della destra liberale giolittiana un'idea di città più democratica. Lasciata nelle mani della Srto, un consorzio aziendale creato dal Banco di Roma che a sua volta era il centro della finanza vaticana, la rete dei trasporti municipali romani era stata realizzata unicamente secondo criteri di convenienza economica e non come sarebbe dovuto essere, sulla base di un progetto e di una prefigurazione razionale dello sviluppo della città.

Anche se non sono mancate le proposte e gli studi urbanistici - il piano regolatore del Sanjust del 1909, la variante del 1924 che introduce le linee sotterranee dei tram e della metropolitana, il progetto della «Grande Roma» di Piacentini (1925), gli studi del 1929 del gruppo degli Urbanisti romani e del gruppo La Burbera guidati da Giovannoni - a Roma sembra essere mancata la volontà di creare una sinergia tra il sistema della mobilità e la crescita urbana, lasciando così che tutto si facesse mano mano, con la conseguenza che progetti che avrebbero potuto imprimere uno sviluppo realmente moderno della città, naufragassero nel nulla.

Sotto questo profilo, la vicenda della metropolitana è emblematica. La ricostruzione storica di Grazia Pagnotta non riesce infatti a fornire una spiegazione logica al perché la metropolitana, ridotta alla sola linea B, sia stata inaugurata soltanto dopo la guerra nel 1955, nonostante la riforma del 1930, la prima significativa che Roma capitale abbia conosciuto, fosse fondata sulla realizzazione di una rete sotterranea di ben quattro linee per colmare i disagi del «dimagrimento» delle linee in superficie, nonostante il piano regolatore del 1931 ne avesse recepito il disegno, nonostante Mussolini ne avesse approvato la realizzazione nel 1937 e le gallerie per collegare la stazione Termini al nuovo quartiere dell'E42 fossero già state scavate negli anni quaranta.

Le ragioni che hanno ostacolato la realizzazione della rete sotterranea sono imperscrutabili e nemmeno un sottosuolo pieno di memorie archeologiche sbandierate come «il problema» del caso romano, è riuscito a giustificare l'assenza della metropolitana: le conoscenze tecniche raggiunte agli inizi del secolo scorso - sono anni in cui l'ingegneria fa passi da gigante in tempi rapidissimi, realizzando opere straordinarie che ancora oggi lasciano stupefatti, basti pensare alle torri e ai ponti di Gustave Eiffel! - avrebbero permesso di scendere nel sottosuolo quanto serviva per non intaccare la quota archeologica. Così, mentre le più importanti città europee erano lanciate nell'impresa della metropolitana riconoscendo nella rete dei treni urbani la soluzione più idonea ad assorbire le difficoltà dei collegamenti creati dalla crescita urbana e dall'aumento demografico della popolazione, a Roma ci si è fermati alle buone intenzioni.

Strategie più articolate

Ora però, fatte salve le occasioni mancate potrebbe essere il momento di riprendere in esame la questione con spirito rinnovato: molte cose sono cambiate e per realizzare una città accessibile e di qualità potrebbe non essere più sufficiente colmare il gap della metropolitana. Le dimensioni urbane sono ben più vaste di quelle del passato, il numero degli abitanti è notevolmente aumentato, la loro distribuzione sul territorio è a macchia di leopardo e tutto questo complica parecchio il discorso. Se poi si aggiunge che ormai l'automobile non può più continuare ad essere il principale mezzo di trasporto urbano, è evidente che bisogna mettere in campo strategie più articolate capaci, da un lato di mettere insieme l'automobile con la bicicletta, gli autobus con i battelli, i tram con le navette, dall'altro di considerare i trasporti qualcosa che viaggia sotto ma anche sopra la terra.

È quanto emerge dal sostanzioso volume di Alessandra De Cesaris Il progetto del Suolo-Sottosuolo (Gangemi, pp. 304, euro 30) che attraverso il confronto tra i trasporti delle grandi città del mondo, sonda le tendenze e i modelli della mobilità più adeguati alle attuali condizioni dell'abitare contemporaneo senza dimenticare l'urgenza ambientale che richiede un risparmio e una salvaguardia del suolo. Insomma, sembra sia arrivato il momento di guardare al trasporto pubblico come a una delle chiavi per coniugare sostenibilità e responsabilità ambientale, per ristabilire relazioni tra parti distanti e separate della città, per costruire uno spirito di collettività adeguato alle nuove forme del lavoro, del consumo, dell'abitare che si profilano all'orizzonte, senza dimenticare che lo stesso modo di spostarsi è andato incontro ad una nuova rivoluzione.

Distanze calcolate in minuti

Se come ha felicemente sintetizzato il titolo di una recente mostra parigina dedicata ai trasporti sono i nostri movimenti a disegnare la città e i territori e a modificare il paesaggio urbano - Circuler. Comment nos mouvements façonnent les villes -, i cellulari, gli smartphone, i tablet permettono di fare diverse cose mentre si è in movimento, tranne il guidare. Ecco che le distanze non si calcolano più in chilometri ma in minuti di tempo e che l'essere trasportati è diventato un'aspirazione, quasi uno status symbol. Non tanto in Italia, quanto all'estero, nelle aristocratiche città europee, per essere à la page oggi si circola con i mezzi pubblici, tutt'al più con la bicicletta o con l'auto elettrica.

METROPOLITANA -Roma, Parigi e Londra, un confronto impietoso

Per rendersi conto dell'enorme divario che separa, sul piano del trasporto pubblico, le città italiane da quelle europee, basta confrontare i dati della metropolitana di Roma con quelli relativi alla rete del «métro» parigino e del «tube» londinese. Attingendo le cifre dalla inevitabile Wikipedia, si viene a sapere che Roma (1285 chilometri quadrati, due milioni e ottocentomila abitanti) ha in tutto due linee (41 km, 52 stazioni), contro le sedici linee della capitale francese (215 km, 301 stazioni per 762 chilometri quadrati e 6.260.000 abitanti, considerando l'agglomerato urbano e non solo il comune di Parigi) e le tredici linee della metropoli britannica, che vanta una rete di circa 460 chilometri interpuntata da 382 stazioni, per una superficie di 1572 chilometri quadrati e una popolazione di oltre otto milioni di abitanti.

Recensione alla raccolta di scritti di Vittoria Calzolari Paesistica/Paisaje, curiosamente pubblicata in Spagna con testo italiano a fronte. Che sia un segno di qualcosa? La Repubblica, 4 dicembre 2012

Il paesaggio. L’acqua. Il centro storico. Il territorio come un sistema. Ora che ha compiuto 88 anni, Vittoria Calzolari vede che intorno a sé si mettono insieme le tante riflessioni che hanno tessuto la sua vita d’architetta, di insegnante, di militante a favore di una città ben regolata e giusta. A lei viene dedicato ora un libro che raccoglie alcuni dei suoi principali scritti, componendo il quadro di una personalità ricca, curiosa, intellettualmente feconda. E definendo anche una specie di primato a lei ascrivibile: quello di essere stata fra i primi ad aver messo a punto una disciplina sul paesaggio, che chiama “paesistica”, e sulla sua pianificazione. È però singolare, segno di un destino che sembra iscritto nei tratti minuti e sereni di Vittoria Calzolari, il fatto che il libro esca in Spagna, sia in lingua italiana con testo spagnolo a fronte, e curato da un gruppo di suoi colleghi e allievi dell’Università di Valladolid. Il libro s’intitola Paesistica/Paisaje,
l’ha coordinato Alfonso Álvarez Mora.

Calzolari ha studiato a Roma, con Ludovico Quaroni e Luigi Piccinato. Poi ad Harvard, dove ha seguito l’ultimo anno di lezioni di Walter Gropius, e al Mit. Il più vivo ricordo bostoniano? «Le fantastiche biblioteche», risponde seduta in poltrona nel luminoso salotto di casa sua, ai Parioli. Il suo racconto continua con la carriera universitaria a Napoli, da dove, nel 1975, si trasferì a Roma. Qui avrà la cattedra di urbanistica fino alla pensione, ma accanto alla disciplina di base, affiancherà due corsi: Assetto del paesaggio e poi Progettazione del territorio. Intanto, a metà degli anni Settanta, la sua vita ha una svolta: il nuovo sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan, eletto nel 1976, le affida l’assessorato al centro storico. Tre anni con il grande storico dell’arte, due con Luigi Petroselli, uno dei sindaci più amati della capitale. «Scoprii nel concreto quanto l’urbanistica fosse anche un complesso di norme e quanto, contemporaneamente, toccasse la dimensione umana». Di quell’esperienza amministrativa riemerge nella memoria la frase che ogni tanto, durante una riunione, pronunciava Petroselli: «Ora ascoltiamo la professoressa». Una specie di tributo, lui funzionario di partito assurto alla guida di Roma, verso l’intellettuale Calzolari. «Penso che i miei colleghi mi considerassero inflessibile, che il mio approccio fosse giudicato troppo accademico. A volte, entrando nella stanza dov’era in corso un incontro, mi accorgevo che, vedendomi, tutti zittivano, come se non volessero farmi ascoltare quel che dicevano. Io non avevo tanta dimestichezza con la politica».

Eppure Calzolari avvia alcune politiche per il centro storico di Roma. Forse non più ripetute con quella intensità. Decide la ristrutturazione di due zone degradate: Tor di Nona, fra piazza Navona e il Lungotevere, e san Paolino alla Regola, vicino a piazza Farnese. Il metodo è quello praticato da Pier Luigi Cervellati a Bologna. Acquisizione pubblica degli edifici. Restauro, nel rispetto delle regole costruttive originali. E, soprattutto, riassegnazione degli appartamenti in affitto ai residenti, stroncando sul nascere ogni appetito speculativo. L’obiettivo è di fermare l’emorragia di residenti dal centro storico. Se lo si accompagna alla ristrutturazione di 310 alloggi, alle 24 case protette per anziani, viene fuori un quadro di interventi sia sulla struttura fisica che sulla composizione sociale di un centro storico, rimasti di fatto con pochi seguiti. A Roma e non solo.

I ricordi riaffiorano. Calzolari li rincorre con lo sguardo, tenendo stretto nelle mani il libro. L’amicizia con Antonio Cederna. La militanza in Italia Nostra. Il sostegno al Progetto Fori, la grande area archeologica da realizzare fra piazza Venezia e il Colosseo, smantellando la via dei Fori imperiali. E poi la visita in Campidoglio della regina Elisabetta, «con un tailleur giallo canarino e un grande cappello». Il viaggio con Petroselli a Boston e a New York, finito in un ballo all’Empire State Building. I lavori per Siena e per Brescia. La sua sostituzione nel 1981, sindaco ancora Petroselli, con Carlo Aymonino, che sul centro storico aveva idee diverse dalle sue.

Ma soprattutto l’Appia Antica. Al grande territorio che avvolge la Regina viarum Calzolari dedica uno studio che dal 1973 prenderà la forma di una organica pianificazione. Il volume esce nel 1984, curato da Italia Nostra. L’Appia Antica, appunto, come sistema complesso, analizzato da diversi fronti disciplinari - l’archeologia, il verde, l’urbanistica. Un sistema da definire e da tutelare, nel solco di una tradizione che risaliva almeno agli articoli del suo amico Cederna contro i gangster che infestavano quel luogo con abusi e malversazioni. Che cosa fare di quello straordinario cuneo verde che si infilava nel centro della città e che aspirava a diventare un parco non poteva prescindere dalla sua conoscenza. «Un giorno», racconta, «salimmo su un pallone aerostatico e sorvolammo quel territorio, dal Campidoglio a Monte Cavo. Scegliemmo l’altezza e la velocità giuste per poter osservare tutti i dettagli e poi i dettagli nel loro insieme ».

L’obiettivo era di trovare un filo conduttore tra i diversi valori espressi da quel luogo - estetici, archeologici, storici, urbanistici, naturalistici, ma non solo questo. «Soltanto se fosse nata un’immagine unitaria dell’Appia Antica, nella mente e nell’opinione pubblica, si sarebbe potuto dar vita a un parco e tutelarne l’integrità ». Per questo ai suoi occhi tanta importanza aveva il recupero delle ricchissime memorie letterarie intorno a quel paesaggio. In questo contesto, anche oltre l’Appia Antica, per Calzolari assume una funzione centrale l’acqua. L’acqua è il filo conduttore, dice, che molto spesso spiega le forme del paesaggio. È il principio ordinatore di un paesaggio che a sua volta è «la manifestazione sensibile e percepita in senso estetico delle relazioni che si determinano in un ambiente biofisico e antropico». Ma l’acqua riporta Vittoria Calzolari anche ai ricordi della prima infanzia, quando su una terrazza romana vide sciogliersi fra le mani una palla di neve.

Una recensione molto sbilanciata sull'approccio visivo, per un'operazione editoriale e divulgativa dal medesimo tono, che sul tema della crisi urbana ha incontrato un grande successo di pubblico. Scritto per Eddyburg (f.b.)

Quando si parla di città e delle sue trasformazioni le immagini cinematografiche sono spesso più evocative ed efficaci dei libri sull’argomento. Le mani sulla città di Francesco Rosi, ad esempio, contiene alcune scene che spiegano i meccanismi della rendita fondiaria meglio di molti manuali di urbanistica, tanto che il film ha consentito al regista di essere insignito della laurea honoris causa in pianificazione.

Il binomio decadenza/esplosione urbana è stato più volte rappresentato nella produzione cinematografica degli ultimi trent’anni. Nel 1982 uscirono due film che affrontano efficacemente i due poli della questione: da una parte la Los Angeles 2019, potente e decadente, di Blade Runner e dall’altra la città-macchina di Koyaanisqatsi, che implode nelle distruzioni programmate dei fallimenti urbanistici degli anni ’50 (il complesso Pruitt Igoe di St. Luis) ed esplode nella dispersione urbana così simile alla serialità dei circuiti elettronici.

Qualche anno dopo, nel 1989, Michael Moore in Roger &me descrisse gli effetti devastanti della deindustrializzazione sulla città di Flint in Michigan, uno degli stati simbolo della Rust Belt statunitense. E’ sempre nel paesaggio urbano del declino demografico e del degrado edilizio ad essere ambientato Gran Torino (2008), storia di un superstite della città-fabbrica e delle trasformazioni subite dal suo quartiere, dove egli è rimasto uno dei pochi bianchi mentre il resto della sua famiglia è emigrato nel suburbio. Sono le difficoltà del ghetto che vediamo in Precious (2009), dove la vita di scarto di una sedicenne obesa e semianalfabeta ci ricorda di quanto sia difficile avere un’istruzione decente ed una alimentazione sana se abiti ad Harlem, sei nera e la tua famiglia vive dei sussidi dei servizi sociali.

Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana (Laterza, 2012, 236 pagine, €13,00) di Alessandro Coppola racconta storie che sembrano tratte da questo immaginario cinematografico. Compiendo un itinerario che parte da una delle città statunitensi più colpite dalla deindustrializzazione, Youngstown, alla quale nel 1995 Bruce Springsteen dedicò una canzone per ricordarne il glorioso passato di città dell’acciaio, la narrazione di Coppola, più somigliante al reportage giornalistico che alla ricerca sistematica sullo shrinkage delle città americane, tocca i centri della Rust Belt, come Detroit, Cleveland o Buffalo, ma anche altre città che hanno conosciuto la rovina e che hanno percorso, con risultati a volte discutibili, la strada dell’Urban Renewal, come New York o Baltimore.

Il tour tra i deserti alimentari di Chicago e delle protagoniste della decadimento urbano tratteggia veri scenari apocalittici, ai quali allude il titolo del libro forse un po’ troppo ammiccante e superficiale nel ricondurre ad essi la civiltà urbana tout court. Il libro presenta una serie di iniziative che si propongono di invertire la tendenza rispetto alla catastrofe, sulla cui reale efficacia però rimane qualche dubbio. Esse sono il favorire il ritorno della foresta dove prima era la città, l’agricoltura urbana al posto delle fabbriche dismesse; è la shrinkage culture che vuole affermare «l’idea che le città della Rust Belt possano riconquistare il loro posto nel mondo offrendosi come modelli di sostenibilità ambientale e creatività sociale». Coppola non è un urbanista e non pretende con il suo libro di fornire modelli per la rinascita delle città post industriali. Apocalypse Town è una buona operazione editoriale che riesce ad avvicinare anche un pubblico di non specialisti al vasto tema della fine della città come luogo della produzione e del suo tramutarsi in primario fattore di consunzione delle risorse del pianeta, il suolo innanzitutto, fagocitato dallo sprawl che ha ucciso le Inner Cities della Rust Belt americana e che sta creando seri problemi anche alle nostre meno apocalittiche città europee.

Doppia recensione, a «Spaesati» di Antonella Tarpino, e «Belpaese Malpaese» di Vittorio Emiliani: la storia del territorio come prospettiva per guardare al futuro. Il manifesto, 28 novembre 2012 (f.b.)

Un atlante delle rovine, soprattutto se dedicato a un paese come l'Italia, è creatura troppo variegata e stratificata, mutevole e ingannevole, perché possa accasarsi dentro le pagine di un solo libro, pur intenso e attentamente costruito quale Spaesati. Luoghi dell'Italia in abbandono tra memoria e futuro, pp, 250, euro 18, che Antonella Tarpino ha appena pubblicato da Einaudi. Già c'è qualcosa di paradossale e contraddittorio, di speranzoso e scorato al tempo stesso (che sia «il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo etc etc...»?) nel progetto di dar vita a una costruzione, seppur fragile come un libro, attingendo a rovine.
Le baite di Paraloup
Rovine, non macerie, come già nelle pagine iniziali precisa l'autrice: poiché «la maceria...è traccia inerte del passato, sequenza muta di un tempo che non parla più», mentre la rovina è il suo contrario: «irriducibile alla storia, o almeno alla cronologia (in quanto...incrocio di passati multipli, tutti inesorabilmente "in rovina") essa dà tuttavia ancora segni di vita». La rovina è qualcosa di «caduto fuori dal tempo, costretto a cedere a nuove pur precarie funzionalità, a progetti a loro volta mai durevoli». La rovina, insomma, «è sospesa in una fine, piuttosto che finita».
Dunque se questa è la rovina, e se costruire è dar vita a qualcosa di nuovo per farvi abitare il futuro, costruire attingendo a rovine è accendere un cortocircuito, evidenziare contraddizioni e implicazioni di un non sopito evolvere. Del resto ne sa qualcosa questo nostro Bel Paese nel quale, da sempre, sino a poco tempo fa, il nuovo è stato quasi sempre fabbricato attingendo, in qualche misura, alle rovine circostanti. Dando vita a quella metabolizzazione del passato, a volte riuscita, a volte molto meno, da parte del presente. Da qui prendeva e prende vita il non ancora esistente. Il futuro, dunque.
È con questo spirito che, senza enfasi, con applicazione e sabaudo understatement, muove il viaggio di Antonella Tarpino lungo la penisola alla ricerca di luoghi in abbandono. Muove i primi passi dalle baite in rovina dei borghi delle Alpi occidentali da cui presero l'avvio le prime bande partigiane: sono le baite di Paraloup e gli orizzonti delle valli contigue alle quali, dopo la Resistenza, tornò Nuto Revelli per costruire quel monumento alla memoria della vita quotidiana della gente di montagna eretto con Il mondo dei vinti pubblicato da Einaudi. Sono gli stessi luoghi dove Olmi e Stajano gireranno Nascita di una formazione partigiana e Paolo Gobetti Prime bande. Dalle parti di Paraloup ora molti ambienti sono stati recuperati - c'è lo spazio per il museo multimediale, la biblioteca, l'area dell'ospitalità - con interventi dove è esplicita la discontinuità tra il pre-esistente e quanto di nuovo si presenta oggi agli occhi del visitatore che vede all'opera la «supplenza» del moderno - all'insegna della sostenibilità ambientale e della reversibilità - nel sorreggere l'antico in rovina.

Confini mobili
Quello che traspare dall'esperienza di Paraloup, luogo che come tante altre località di montagna è stato investito dalla discesa a valle degli abitanti e dal progressivo abbandono, emerge anche dalle altre tappe di questo viaggio condotto attraverso la penisola. Antonella Tarpino pare seguire un crinale non orografico ma storico e culturale, soggettivo e, al tempo stesso, condiviso, lungo quel confine mobile che passa tra rovine e macerie, memoria e abbandono, spaesamento e costruzione di un nuovo accogliere.
Dalle Alpi scende alle grandi cascine della pianura attorno al Po, scenari delle lotte contadine del dopoguerra e, ora, luogo di vita e di lavoro degli immigrati indiani che, utilizzando le più sofisticate tecnologie installate nelle stalle, sostituiscono, nell'accudimento delle mucche, i mungitori e i lavoranti agricoli che facevano da sfondo alla narrazione cinematografica di Novecento, il film di Bertolucci girato proprio in questi luoghi. Qui ci sono ambienti come il «Calderon» (la Cascina Falchetto del Vho di Piadena) ripresi negli primi anni '90 da Giuseppe Morandi, uno dei fondatori della Lega della Cultura di Piadena, nel filmato I Paisan.

I «carriolanti» dell'Aquila
La vita quotidiana dei contadini, così come si svolgeva nella prima metà del Novecento a «El Calderon», occupava un posto centrale ne Il paese sbagliato, Einaudi, 1970, il libro costruito da Mario Lodi, allora maestro elementare e animatore della biblioteca di Piadena, assieme ai suoi scolari. Del resto in un'altra cascina vicina al Vho c'è la Drizzona dove Mario Lodi ha poi impiantato la sua «Casa delle arti e del gioco» per continuare con mostre, seminari per insegnanti, visite di scolari, il suo impegno di decenni fa.
Il percorso di Antonella Tarpino prosegue quindi attraverso quella spina dorsale della penisola rappresentata dall'Appennino, fragile e ballerino compagno della vicenda italiana, presenza con cui talvolta è così doloroso, faticoso e tuttavia imprescindibile imparare a convivere. Vi sono dunque, in Spaesati, le pagine dedicate al centro dell'Aquila distrutto dal recente terremoto e l'incontro con i «carriolanti» che, contro l'inazione dello Stato e dei commissari straordinari nominati dal governo Berlusconi, portano via le macerie, come azione emblematica di rivendicazione di un urgente recupero del centro storico della città e della vita comune che vi deve rifiorirre. Altre tappe, sempre intense, oltre a quella al monumento ai martiri delle Ardeatine posta a conclusione del libro, conducono nell'Irpinia messa in ginocchio dal terremoto del 1980 e rimessa in piedi da una ricostruzione dissennata, priva di saggezza urbanistica e di meditato rispetto delle rovine che costellavano il territorio.
Questo, come sanno i lettori dei numerosi libri del paesologo Franco Arminio, ha significato per intere comunità sperimentare uno stare in piedi stralunato, senza baricentro, come se il terremoto si fosse trasferito nell'anima dei sopravvissuti. Il viaggio di Spaesati raggiunge infine la Calabria, quella dei paesi abbandonati, più volte narrata con lucida partecipazione dall'antropologo Vito Teti. Sono le località inerpicate dove di tanto in tanto si sta sperimentando l'accoglienza, quanto mai difficile da radicare davvero, dei profughi sbarcati sulle coste.
Cosa emerge da questo complesso cammino delineato dall'autrice di Spaesati lungo un'Italia disaccostata dai grandi percorsi, trascurata dall'attenzione dei media, in bilico tra silenzio avvolgente e omogeneità che tutto travolge? Affiora - quasi per interstizi e imprevedibili presenze - la forza con cui le rovine si insinuano comunque nel presente. Sono mondi irrimediabilmente trascorsi eppure ancora capaci di accendere emozioni, rievocare vite, testimoniare in modo forte sulla verità e la dignità dell'essere uomini. Se questo accade è perché si è messo all'opera un traghettatore, qualcuno che ha saputo e voluto caricarsi di un significativo frammento del passato, e dei suoi nodi ancora attuali, portandolo nell'oggi, facendogli spazio e difendendolo dal frastuono che tutto tritura e dall'omologazione che tutto cancella.

Due reti diverse
A questa tribù di indispensabili «traghettatori» appartiene anche Vittorio Emiliani, una delle grandi firme del giornalismo italiano, saggista (suo tra l'altro Il silenzio e il furore, splendida biografia di Rossini), deputato progressista per una legislatura nel 1994 ma, soprattutto, protagonista di grandi campagne a difesa del paesaggio e contro la selvaggia cementificazione del Bel Paese. Di Vittorio Emiliani appare ora Belpaese Malpaese. Dai taccuini di un cronista 1959-2012 (Bonomia University Press, pp. 435, euro 23) ed è un libro denso di spunti che, seppure da altra angolazione, entrano in dialogo fecondo proprio con le tematiche affrontate da Spaesati.
Come si sarà capito, un atlante delle rovine accoglierà i frammenti di mondi che ancora parlano, da traghettare appunto dal passato al presente, secondo la personalissima rete di cui ognuno saprà e vorrà dotarsi. Quella di Spaesati è una rete robusta e ideologicamente ben connotata, contiene luoghi-momenti rilevanti e prevedibili: la Resistenza, le grandi lotte del mondo contadino, il terremoto e la ricostruzione delle comunità. La rete che il «cronista» Emiliani trascina lungo mezzo secolo è diversa. A sguardo superficiale sembra dare l'impressione - sbagliata - di essere un po' sbrindellata e di lasciarsi sfuggire eventi rilevanti: poi si scopre che non è affatto così. In realtà chi sale sulla cartacea barca su cui Emiliani accoglie è omaggiato, grazie anche a una scrittura diretta e felice, da una pesca gioiosa, sorprendente.
Emiliani recupera «rovine» di un'Italia che è appena dietro le spalle, le accosta al presente più attuale, e ce le mette sotto gli occhi così che sia evidente la filigrana che percorre il tutto. (In Belpaese Malpaese ci sono alcune sue inchieste giovanili esemplari: sui contadini padani, sui pescatori dell'Adriatico, sui pendolari durante il boom, sulle voraci edificazioni nei centri storici). Ci racconta in modo impareggiabile i suoi amici (Fellini, per dirne uno) e i suoi maestri (Arrigo Benedetti, Antonio Cederna, Renzo Zorzi, Camilla Cederna). Pesca nei fondali vicini e meno vicini della nostra storia recente e porta alla superficie, e alla nostra memoria, un continuo susseguirsi di momenti, personaggi, testimonianze, eventi, grandi querelle che s'accendono, scompaiono dalla ribalta nazionale e poi ritornano: il risultato è un affresco vivacissimo, mai affastellato, dove il passato prende vita e significato. Ci parla. Suggerisce strade di impegno non più dilazionabile (si vedano le profonde riflessioni sul paesaggio e sul perché, nel difenderlo, la sinistra marxista italiana non fu, e a lungo, in prima fila, anzi...).

La strada giusta
Prodigo della propria esperienza e generoso nel condividerla, Emiliani ci porta lungo il crinale tra il Bel e il Mal Paese, con la lucida sicurezza di chi sa riconoscere la strada giusta. Quella dove il ricordo non è rimpianto, il cammino verso il futuro non è rassegnato, la memoria è una forza alla quale ogni traghettatore, se vorrà, potrà attingere.

Recensione all’ultimo libro di Andrea Boitani: infrastrutture funzionanti non vuol dire solo opere, ma soprattutto efficienza di gestione. L’Huffington Post, 13 novembre 2012 (f.b.)
Martedì 20 novembre, alle ore 18.30, presso la sede dell'Istituto della Enciclopedia Italiana, in Piazza della Enciclopediia Italiana 4, Giuliano Amato, Luigi Grillo e Corrado Passera presenteranno il libro di Andrea Boitani "I trasporti del nostro scontento", Il Mulino. E' una buona occasione per fare il punto su un settore così cruciale per l'efficienza e la produttività dell'intero sistema economico nazionale.

Il libro di Andrea Boitani, inserito nella collana de Lavoce.info, costituisce una utile guida ragionata per leggere le criticità industriali e le arretratezze endemiche che caratterizzano il modello organizzativo dei servizi di trasporto e delle reti di infrastrutture in Italia. Il ricorso nel titolo alla frase shakespeariana del Riccardo III è spiegato con la percezione di eccessiva onerosità del trasporti, sia per i costi individuali sia per i costi collettivi.

Nei trasporti pubblici i clienti sono stati per decenni abituati a pagare poco per le prestazioni, mentre i soggetti che ne sopportavano l'effettivo costo (le finanze pubbliche ed i contribuenti) non sono mai stati in grado di esercitare quel necessario controllo, funzionale a stimolare l'efficienza da parte degli operatori. Nei trasporti privati lo scontento è derivato soprattutto dai costi di congestione, che tutti noi sopportiamo.

il conservatorismo fiscale che caratterizza il sistema nazionale nei trasporti è consistito nel saldare l'elevata incidenza delle accise sui carburanti con i sussidi alle imprese pubbliche, mentre invece non si sono intraprese strade più innovative che altri Paesi hanno seguito, per modulare le preferenze dei consumatori attraverso strumenti di regolazione del traffico che rendano costoso l'utilizzo delle infrastrutture congestionate, mediante meccanismi di congestion charge.

Politiche urbanistiche e scelte trasportistiche non hanno fatto parte di un sistema coordinato di interventi, per cui le reti ed i servizi di trasporto urbano hanno inseguito la tumultuosa trasformazione degli insediamenti abitativi e commerciali, determinando un disallineamento tra trasformazioni nella domanda di mobilità ed assetto della pianificazione delle soluzioni trasportistiche.

Mentre proseguiva, ed ancora prosegue, la litania sui divari infrastrutturali dell'Italia rispetto agli altri Paesi, non ci è interrogati a sufficienza sulle reali priorità per superare i colli di bottiglia e sui meccanismi inceppati nella macchina attuativa, che hanno condotto a tempi di realizzazione ed a costi delle opere infrastrutturali sideralmente distanti dalle migliori pratiche europee.

Per realizzare una linea metropolitana a Madrid si è andati al ritmo di 1 km al mese, mentre a Roma ci si impiega poco meno di un anno. Il ricorso a metodi e tecniche di valutazione nella selezione degli investimenti costituisce prassi ordinaria a livello internazionale, mentre tale cultura in Italia stenta ancora ad affermarsi nella pratica. Analisi di sensitività ed analisi del rischio sono fattori assolutamente cruciali, ancor più importanti in una fase come quella attuale, caratterizzata da una minore disponibilità di risorse pubbliche per effetto della crisi fiscale degli Stati.

Peraltro, il mutamento nella struttura industriale richiede, per il trasporto merci, investimenti di qualità radicalmente diversa rispetto ai decenni passati: serve più tecnologia, e meno cemento. Conta più l'efficienza del sistema logistico complessivo, rispetto alll'ennesimo elenco di grandi opere da realizzare, che serve solo a fornire una consolatoria visione di un futuro migliore, tale poi forse solo per gli interessi dei costruttori, piuttosto che non per i cittadini e per le imprese che richiedono servizi di trasporto più efficienti e performanti.

Mentre la discussione pubblica si concentra sulle infrastrutture da realizzare, poco si è fatto sul fronte della efficienza nei servizi. A cosa serve effettuare i dragaggi dei fondali per i porti italiani, sino a quando un container resta fermo nel porto di Genova mediamente 9 giorni rispetto ai 3 di Rotterdam ? Fare efficienza sul versante dei servizi implica anche un uso responsabile delle politiche pubbliche, assumendo decisioni che a prima vista possono sembrare impopolari, come la congestion charge estesa con l'Area C a Milano e l'estensione della zona a traffico limitato, recentemente decisa da Firenze.

Politiche pubbliche rigorose e maggiore controllo di efficienza nella erogazione dei servizi pubblici sono due facce della stessa medaglia, entrambe indispensabili per introdurre elementi di discontinuità e di modernizzazione nel sistema nazionale dei trasporti, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, che pagano oggi un prezzo maggiore alla congestione.

La concorrenza nella erogazione dei servizi pubblici è lo strumento che serve ad introdurre stimoli verso l'efficienza, che altrimenti sono difficilmente praticabili in un settore ad alta intensità di conflittualità come quello dei trasporti. Il costo di produzione dei servizi pubblici italiani di trasporto è più elevato della media europea: in uno scenario di risorse pubbliche decrescenti per i corrispettivi degli obblighi di servizio, non può esistere solo la possibilità di ridurre il volume dei servizi ai cittadini, deve essere praticata anche la strada di aumentare l'efficienza nella produzione.

La produttività di settore è in Italia inferiore del 20% alla media europea. Recuperare almeno in parte questo gap è assolutamente indispensabile. Per farlo, le regole di concorrenza per il mercato sono uno strumento efficace. Negli ultimi decenni l'esperienza italiana è davvero poco edificante: in generale sono stati preservati gli affidamenti diretti alle aziende pubbliche, e quelle poche gare che sono state realizzate hanno introdotto barriere di accesso che ne hanno fortemente limitato l'efficacia.

Anche la mancata applicazione del meccanismo di price cap per la determinazione delle tariffe, previsto dalla legge 422 del 1997, e mai in pratica attuato, ha allontanato il percorso di modernizzazione, in quanto ha lasciato alla discrezionalità politica la decisione sui prezzi del trasporto, offrendo elevati grado di aleatorietà agli operatori economici e determinando poi salti temporali nelle tariffe che sono anche difficili da capire per i consumatori.

Insomma, qualità nel processo decisionale delle istituzioni pubbliche, utilizzo degli strumenti di valutazione economica ed introduzione di enzimi di concorrenza sono le basi per poter costruire nel tempo un sistema dei trasporti più sostenibile e maggiormente in grado di offrire ai cittadini soluzioni alla congestione ed alle difficoltà di mobilità che ciascuno di noi incontra ogni giorno.

Una mostra alla Triennale e un libro su Guglielmo Zambrini riportano alla ribalta un tema controverso. Emanuele Piccardo, Lucia Tozzi, Alberto Ziparo, il manifesto 8 novembre 2012 (f.b.)

Il bello della concretezza
di Lucia Tozzi


Una delle più grandi soddisfazioni per il visitatore di una mostra è la sensazione di aver capito il messaggio. E chi attraversa lo spazio curvo della Triennale in cui è allestita L'architettura del mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi ne esce privo di ogni ragionevole dubbio sul senso preciso dell'esposizione.
Il contenuto è un imperativo, più che esortativo, appello all'ottimismo: «La peggiore crisi immobiliare-finanziaria della storia ci impedisce di costruire ancora uffici e residenze: ebbene, buttiamoci sulle infrastrutture».

I megaliti addomesticati

L'esplicito pragmatismo delle intenzioni non ha tuttavia prodotto una mostra tecnica: come si evince dal titolo, l'obiettivo è liberare il discorso sulle infrastrutture dal monopolio di costruttori e ingegneri, di alleggerirne l'immaginario e il vocabolario composto da inquietanti megaliti e assi di penetrazione, riconducendolo ai più miti ed estetici linguaggi dell'architettura.
Claudio De Albertis, la cui nomina a presidente della Triennale ha suscitato l'inverno scorso non pochi malumori tra gli intellettuali (un costruttore a capo di una sì nobile istituzione! E il conflitto di interessi?) deve dimostrare di essere un illuminato in grado di unire concretezza e alta cultura, di riconoscere e valorizzare la qualità più e meglio dei suoi predecessori.

Le funivie di Mollino
A legittimare una materia rude e vitale, da sempre legata allo sviluppo economico e agli interessi forti (che non a caso ha attratto partnership del peso di Mapei, l'azienda di Squinzi, attuale presidente di Confindustria, Pirelli, Citylife e Ferrovie dello Stato), De Albertis ha convocato l'eccellenza dell'accademia italiana. La scelta di Alberto Ferlenga, Marco Biraghi e Benno Albrecht esprime una ricerca di composta autorevolezza: professori allo Iuav e al Politecnico di Milano, autori di fascia alta per Einaudi e Casabella, internazionalmente noti ma lontani dalla fighetteria. E i materiali esposti nella curva triennalesca riflettono la serietà dei curatori, trasudano cultura.
La sezione storica esibisce disegni e progetti straordinari dai primi anni del Novecento, quando l'architettura per la prima volta sconfina in un campo di progettazione fino ad allora dominato da altre competenze, agli anni trionfali delle infrastrutture, quando Sottsass si divertiva a progettare pompe di benzina e Mollino lavorava sulle funivie.
Affiancando i disegni della stazione di Helsinki di Saarinen agli edifici industriali di Behrens e Gropius o alla londinese BatterseaPower Station, il Ponte della velocità di Balla alle quattro opere-emblema della mostra - la metropolitana di Mosca, il lungofiume di Lubiana di Jozhe Plecnik (presentato attraverso lo sguardo di Ghirri), il sistema di chiuse del Neckar di Paul Bonatz e l'opera di Rino Tami per l'autostrada A2 del Ticino - e poi le tavole-gioiello con autogrill, stazioni, distributori di De Feo, Ridolfi, De Carlo, Dardi che sono quasi meglio della pittura di Schifano, la selezione di Marco Biraghi esprime un livello estetico eccezionale, piuttosto inconsueto per una mostra di architettura.

Valori aggiunti
Allestita in modo informale, come pagine di una rivista da sfogliare, la rassegna internazionale di opere infrastrutturali contemporanee mantiene altissimo il tenore della scelta, giocando sul salto di scala e di funzione: ci sono gli aeroporti ma anche i ponti pedonali, le pensiline, i parcheggi di interscambio per le biciclette, gli eliporti, opere quasi tutte belle di architetti più o meno noti, ma non archistar.
Un'ultima stanza video, molto spettacolare, curata da Benno Albrecht e dedicata alle opere di geoingegneria planetaria, sintetizza in modo mirabilmente problematico una grande quantità di informazioni e di questioni non facili da trattare: le «muraglie verdi» cinesi per arginare la desertificazione, le dighe e le canalizzazioni oggi guardate come scempi ambientali, le visioni semiutopiche sulle energie alternative.

Un indigeribile zibaldone
Nel complesso sembra che l'intera mostra, illustrando con questi exempla di qualità il «bello» nell'infrastruttura, sia stata orchestrata per eccitare l'entusiasmo per il «fare», o meglio per il «fare bene», attraverso la grazia, il valore aggiunto della buona architettura. Marco Biraghi è un critico che attribuisce un forte valore al discrimine tra la bellezza e la bruttezza, e si ritiene qualificato a giudicare oggettivamente dove questo discrimine vada posto, tanto da intitolare una sua rubrica web «Le belle e le bestie».
L'uso della categoria di bello, che ha spesso ricadute deleterie in urbanistica e in architettura, è senz'altro legittimo nell'allestimento di una mostra. Ma la responsabilità è grande, e non bisogna fare errori. Chi postula un bello oggettivo non può permettersi una caduta di stile evidente come quella rivelata dalla sezione dedicata alle infrastrutture italiane contemporanee: uno zibaldone indigeribile di opere controverse come il Mose e la Tav, inutilmente costose come le stazioni ferroviaria e marittima di Zaha Hadid ad Afragola e Salerno o quelle di altre trite star internazionali, insignificanti come un parcheggio interrato, «mitigazioni ambientali» che in fotografia rassomigliano più che altro a degli sventramenti di montagne, mischiati a qualche perla come la stazione della metropolitana progettata da Siza a Napoli o come la riqualificazione della ferrovia dismessa ad Albisola di 3sstudio.

Supporti ideologici
In un'esposizione per tutto il resto solida e coerente, è difficile credere a una svista. E nemmeno si vuol ridurre il tutto al predominio della ragion pratica (alle marchette, per intendersi). Il pericolo è un altro e maggiore: se il vero scopo dell'operazione è un invito a demandare alle opere infrastrutturali il tentativo di rilanciare lo sviluppo del settore edilizio, immobiliare e professionale, le sezioni storiche e internazionali corrono in definitiva il rischio di svolgere un ruolo di mero supporto ideologico, di propagandistica legittimazione di quella politica superficiale, arrogante e devastatrice delle grandi opere che ha avuto corso nell'Italia degli ultimi decenni.

Alta Velocità, i nodi irrisolti di un paesaggio mancato
di Emanuele Piccardo

L'architettura del Mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi segna la nuova stagione espositiva della Triennale di Milano presieduta da Claudio De Albertis, costruttore e ex presidente dell'Ance. Dopo un triennio di mostre altalenanti, sotto l'egida del critico Germano Celant, la Triennale cerca un lento ritorno alla normalità. Ovvero un'esposizione che renda gli obiettivi comprensibili anche se talvolta, come in questo caso, solo in parte condivisibili. Vecchio di vent'anni, il tema delle infrastrutture rappresenta per il curatore, l'architetto Alberto Ferlenga, l'occasione per dare conto dell'importanza dei sistemi di attraversamento del territorio, cui si aggiungono poi tutte le architetture inscrivibili nel termine «infrastruttura»: ponti, termovalorizzatori, dighe, passeggiate.

Con un approccio accademico-generalista l'esposizione presenta in apertura materiali storicizzati, dal plan Obus di Algeri, redatto da Le Corbusier nel '32, ai disegni della metropolitana di Mosca, al lungofiume di Lubiana progettato da Plecnik, evitando però il progetto di unificazione dell'Italia attraverso la ferrovia realizzato da Cavour, o i progetti delle prime autostrade negli anni del fascismo. Da un lato l'intenzione di Ferlenga, supportato da Marco Biraghi, appaga il feticismo degli accademici per il documento storico, dall'altro indica la via del «ma anche è possibile realizzare infrastrutture», evitando di parlare di dissenso nei confronti della Tav, un'opera che non ha saputo dare vita a quel paesaggio tipico della ferrovia, tra appennini, litorali e città, ma ha solo unito due punti sulla carta, enfatizzando la separazione delle comunità, come dimostra la scelta di privilegiare un tracciato nord-sud, Milano-Napoli, senza un progetto globale che consideri le dorsali tirrenica e adriatica e le isole.
Così la mostra è l'occasione per pubblicizzare i progetti delle stazioni Tav di Torino, Firenze, Reggio Emilia, Bologna, Napoli realizzate da Arep, Norman Foster, Santiago Calatrava, Arata Isozaki, Zaha Hadid, come obolo a Trenitalia, senza porre le criticità che tali infrastrutture generano sul territorio.
Allo stesso modo lo spazio concesso all'autostrada enfatizza il ruolo del trasporto su gomma nella crescita economica del paese, e insieme la sua deriva. Sicuramente la sezione più interessante è quella dedicata ai progetti internazionali di ponti pedonali e stradali, stazioni ferroviarie, dighe e autostrade che evidenziano una qualità progettuale elevata, qualità mostrata anche da recenti recuperi dell'ex sedime ferroviario del ponente ligure, non soltanto nel progetto di Voarino/Cairo presente in mostra, ma anche nelle realizzazioni di UNA2 e Ciarlo Associati, inaspettatamente escluse. Diverso il trattamento per il Ponte sullo Stretto di Messina, a proposito del quale i progetti di Musmeci e Samonà realizzati per il concorso del '69 sono messi in relazione con i viadotti della Salerno-Reggio Calabria progettati, negli stessi anni, da Silvano Zorzi.
In questo coacervo di materiali eterogenei (disegni, schizzi, maquette, gli onnipresenti video), la fotografia viene usata più come strumento per raccontare l'infrastruttura, che come disciplina autonoma. Da una parte le fotografie di Luigi Ghirri, realizzate a Lubjana negli anni '90 del Novecento vengono presentate come un corpus unico, mentre le immagini aeree di viadotti di Olivo Barbieri sono disperse tra un disegno e l'altro. Dall'altra, l'interessante ricerca di giovani fotografi che - selezionati da Marco Introini, Peppe Maisto e Alessandra Chemollo, in diversi ambiti territoriali - hanno documentato, interpretandole, le infrastrutture, è isolata dal resto, in fondo alla mostra.
Nell'ambito delle mostre di architettura la fotografia, a due secoli dalla sua invenzione, non riesce ad avere una propria autonomia disciplinare ed è considerata un mezzo per sopperire esteticamente alle mancanze dei progetti. In questo senso andrebbero ripensate le modalità di allestimento che, negli esempi più riusciti, mirano a comunicare efficacemente i contenuti attraverso una grafica accurata e comprensibile. Spesso invece i materiali si accumulano secondo criteri da ancien régime, evitando di individuare uno strumento che esprima le teorie sottintese e sottolineando, come nel caso della mostra milanese, le ambiguità curatoriali, che non esprimono un pensiero critico sul tema proposto.

Le profetiche parole di un «trasportista»
di Alberto Ziparo

«L'infrastruttura è tale solo se risponde a una domanda sociale: altrimenti diventa una sottostruttura, inutile e spesso grave ingombro per società e territorio»: così Guglielmo Zambrini, ingegnere dei trasporti su cui si sono formate generazioni di urbanisti (era ordinario di Infrastrutture e Pianificazione dei Trasporti presso la scuola di Urbanistica dello Iuav), esprimeva così - all'apertura dei suoi corsi - il proprio costruttivismo ironico verso le attrezzature di trasformazione del territorio, accettabili appunto «se rispondenti ad una domanda» e - più tardi - «se ecologicamente sostenibili».


Un ironico understatement
Armando Barp e Maria Rosa Vittadini, dapprima giovani e quindi autorevoli colleghi di Guglielmo Zambrini, hanno di recente raccolto e curato in un meritorio volume edito da Marsilio una prima serie di saggi del «trasportista - urbanista» (Questioni di Trasporti e Infrastrutture. Teorie, concetti e ragionamenti per una buona politica dei trasporti) e promettono di rivisitare altre porzioni della vasta produzione di Zambrini: «Un patrimonio - scrivono nell'introduzione - ad oggi conosciuto solo quasi attraverso articoli di riviste, resoconti di convegni o testi fotocopiati, ma mai raccolto in modo organico e pubblicato in forma di libro». Il pragmatismo (quello sì, profondamente ingegneristico e declinato in una forma di ironico understatement) informava infatti le produzioni di Zambrini, anche a livelli più «ampi e astratti» di quello progettuale, ovvero nell'ambito delle politiche di piano, ciò che lo aveva spinto forse «alla preferenza verso strumenti agili e tempestivi, piuttosto che della forma libro, fatalmente più lenta e più paludata».
La produzione editoriale e scientifica di Zambrini è stata peraltro notevole, con la lunga direzione della rivista «Strade e Traffico», la pluriennale collaborazione con «Casabella», gli interventi su riviste e quotidiani, soprattutto «Il Giorno», «aperto e impegnato» nel sostegno della Programmazione riformista degli anni Sessanta e dei primi Settanta, condotta da quel socialismo progressista che informava il profilo culturale e professionale della borghesia milanese, di cui Guglielmo Zambrini era espressione. La tensione politica corroborava costantemente il bagaglio professionale dell'ingegnere, chiamato a redigere - spesso a dirigere - i piani dei trasporti di città e regioni, e poi il Piano Generale Nazionale dei Trasporti.
Il volume curato da Vittadini e Barp tocca temi forse meno affascinanti delle interpretazioni programmatiche e del dibattito sulle politiche dei trasporti, più note nel regesto di Zambrini. Le «questioni di trasporti e infrastrutture», di cui si parla nel libro, sono più vicine ai manuali di ingegneria del traffico e tuttavia costituiscono una base tecnica necessaria per chi - come l'urbanista-pianificatore - deve occuparsi di materie «assai più vaste e complesse» della costruzione di manufatti o attrezzature, riguardanti i sistemi socio-ambientali e territoriali. «Non ci si può occupare di politiche dei trasporti se non si conoscono le caratteristiche geometriche delle infrastrutture», si legge nelle note di Zambrini: concetto che si ritrova in tanta expertise operante in circoscrizioni disciplinari «miste» tra scienze tecniche e umane, come l'urbanistica, e che serve anche alla più attenta militanza. Il monito di Zambrini richiama le analoghe posizioni di un altro grande scienziato, molto presente in quegli anni nella cultura politica non solo italiana e che influenzò anche la «nuova» scuola di Urbanistica dello Iuav: Giulio Maccaccaro, direttore di Medicina Democratica, che soleva ripetere ai più appassionati operatori militanti della sanità e dell'ambiente: «Non perdete mai la copertura scientifica».

Le piaghe del paesaggio
Gli aspetti tecnici di base della pianificazione territoriale sono trattati articolatamente nei cinque capitoli del libro intitolati «Alcune questioni di cinematica e dinamica; di meccanica della locomozione; di portata e potenzialità; di geometria delle vie; di unità di misura e dimensioni», ma ogni formalismo nella trattazione degli argomenti viene abbandonato per lasciare spazio a un testo «teso al disvelamento del significato politico delle scelte tecniche in base all'assunto che la pretesa neutralità del tecnico rispetto al politico non esiste».
In una serie di volumi curati negli anni Settanta e Ottanta per Marsilio da studiosi e docenti del Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio dello Iuav (tra gli altri Ada Becchi Collidà, Paolo Ceccarelli, Francesco Indovina, Bernardo Secchi) i saggi di Zambrini interpretavano le correlazioni tra il peso degli interessi monopolistici dell'industria dell'auto nel nostro paese, le politiche infrastrutturali e territoriali e la propensione a quella che Bernardo Secchi ha definito «crescita insediativa incrementale» italiana, esplosa più tardi nella «blobbizzazione», a elevato consumo di suolo, della città diffusa (ormai un macro filone nella letteratura urbanistica, oltre che una piaga nel paesaggio di quello che era il Bel Paese).

Irresponsabilità illimitata
Scrivono ancora Vittadini e Barp: «La critica stringente di Zambrini sulla questione autostradale e sulle distorsione delle priorità che deriva dal meccanismo della concessione ha fornito un contributo, ancor oggi molto importante di analisi tecnica e consapevolezza politica». In teoria le autostrade si sarebbero dovute ripagare almeno per il 75% con i pedaggi. «Succedeva invece che i costi di investimento assai superiori al previsto», o l'assenza di domanda adeguata mettessero in crisi tale presupposto. Le concessionarie insolventi venivano salvate allora tramite l'intervento «dello Stato (...) e la concreta elargizione di risorse pubbliche, fatalmente sottratte ad altri investimenti». Si introduce «la caustica definizione delle concessionarie come 'società a irresponsabilità illimitata' in Autostrade all'attacco, programmazione alle corde, il fascicolo che raccoglie gli editoriali di «Strade e Traffico» dei primi anni settanta», un concetto quantomai attuale, che ha costituito la base della «concessione generale» oggi operante nella Tav e nelle Grandi Opere care a Berlusconi e non solo. Le quali spesso usano risorse pubbliche a debito per imporre a territori che non le vogliono «infrastrutture inutili e dannose».
A fronte della dominanza delle politiche di sostegno al trasporto stradale, «Zambrini è tra i primi a sostenere l'uso delle ferrovie per servire la nuova mobilità delle aree metropolitane e più in generale delle aree dense». Tuttavia le sue proposte per sistematizzare la mobilità ferroviaria «non troveranno vita facile ... anche per le sostanziali resistenze dell'azienda FS rispetto a innovazioni di questo tipo. Un'azienda impegnata invece, con ben altro entusiasmo, nella realizzazione dell'Alta Velocità».
Fin dagli anni Ottanta Zambrini denuncia i pericoli della Tav come sistema «dominante e separato», rispetto alla rete ferroviaria nazionale e opera per riportare, con la Pianificazione Nazionale dei Trasporti, l'Alta Velocità a rapporti organici con l'intero sistema di mobilità alla grande scala. Ma assiste invece allo svilupparsi di meccanismi totalmente differenti, con la AV che addirittura supera e ingigantisce le distorsioni monopolistiche già viste nel sistema di concessioni autostradali; costruendo apparati che - lungi dalle logiche di mercato dichiarate - drenano le risorse pubbliche, sottraendole al resto del sistema, condizionando così le politiche non solo infrastrutturali, ma anche territoriali e urbanistiche.

Lavori di dubbia utilità
Zambrini aveva dunque prefigurato gli effetti dell'enorme peso assunto da progetti infrastrutturali tendenti a «rendersi singolarmente autonomi», anzi a scardinare le politiche di piano, «finendo per smarrire qualsivoglia utilità non solo trasportistica, ma addirittura sociale». In alcuni passi l'autore sembra partecipare al dibattito odierno: Buchi nei monti, buchi nei tubi, buchi nei conti si intitola un pezzo rimasto giustamente famoso nel quale si denuncia - come ricordano ancora Vittadini e Barp - «la propensione alle grandi opere infrastrutturali di dubbia utilità (buchi nei monti), con risultati economicamente disastrosi per il bilancio dello Stato (buchi nei conti), e a scapito di opere per scopi ben più necessari come avere l'acqua (buchi nei tubi)».
Con la ironia che lo caratterizzava, Zambrini sosteneva pervicacemente che la crescente insostenibilità dell'organizzazione del territorio non poteva che favorire un ritorno alle politiche di piano. Strumento che Zambrini intendeva come snello e processuale, fortemente incentrato sull'istanza programmatica di «formalizzazione spaziale di politiche»: strategie che, al di fuori di qualsiasi modellizzazione teoretica, erano tese ad attualizzare «l'armatura strutturale del patrimonio urbano e territoriale», mentre rispondevano alle «differenti esigenze di mobilità espresse dalle svariate soggettività emergenti».
Forse per questo guardava con interesse a progetti e programmi espressione di tale logica (molte applicazioni del Rapporto Buchanan - applicato nelle città inglesi negli anni Sessanta - appunto quale formalizzazione spaziale di politiche di ottimizzazione dei sistemi di mobilità urbana e metropolitana), mentre mostrava forte scetticismo rispetto alla problem solving capability della modellistica di derivazione accademica.
La «politica programmatica» di Zambrini è attuale come le sue analisi, richiamate dagli enormi problemi ambientali e urbanistici, che presenta oggi un territorio iperconsumato, troppo spesso non consolidato e invece aggredito da progetti di infrastrutture «divenute inutili e dannosi ingombri» per ambiente e società.
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