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Ho raggiunto Ilaria il 17 gennaio, dopo otto ore di tranquillo volo da Brusselles, e starò qui, per ora, fino al 28 febbraio. Ilaria ha spiegato le ragioni per cui lei è qui (vedi “Diario n.1 Inizio di una nuova vita”). Per ora è indaffaratissima con l’università e le complicazioni della vita quotidiana a Kigali, quindi integro io questa serie di note che completeranno il suo diario.

Qui per me è tutto molto strano, molto diverso dalle consuetudini europee.

Intanto, vi racconto il posto dove abitiamo. E' una villetta di cui inserisco una immagine (ma nel .pdf allegato troverete molte immagini di più). E’ carina e abbastanza confortevole, tenuta in modo minimale e un po’ disordinato dai suoi occupanti. Questi sono attualmente: una canadese Kristine, che lavora come free lance progettando website e svolgendo attività odi volntariato, parla un americano incomprensibile non solo a me ma anche a Ilaria; un simpatico americano Zach, giovane e bellino, che insegna inglese in una scuola qui, impegnandosi molto nel suo lavoro; una coppia belga, giovanissimi, Ruben e Arlène, lui lavora in una ONG e sta facendo un rapporto sull'amministrazione della giustizia in Rwanda, lei insegna fiammingo in una scuola elementare, molto carini e simpatici. Eccetto Kristine, stanno tutto il giorno fuori. Poi c'è un giardiniere che sta fisso qui tutto il giorno, un ruandese che si chiama Abdul. Una giovane signora ruandese, Jeanne, viene tre volte alla settimana a pulire e lavare.

La cosa un po’ sgradevole è che, come tutte le costruzioni “ricche”, il lotto è recintato da un muro coronato da cocci di bottiglie e fermamente chiuso da un portone di ferro, sempre rigorosamente sbarrato. Il pomeriggio, al di là del muro e del cancello, un gruppo costante di bambinetti giocano. Quando Ilaria torna a casa la sera si assiepano, le fanno coro quando mi chiama (“Eddy!!!”) perchè le apra, occhieggiano quando entra, pieni di curiosità, ed è una pena chiudere loro in faccia il portone di opaca lamiera. La “protezione” non è dovuta tanto, credo, al timore di veri rapinatori (che supererebbero i cocci di vetro semplicemente gettandovi sopra una pezza, e del resto in Ruanda la criminalità è inesistente rispetto a quella, per esempio, di Nairobi) ma per i bambini. La segregazione è un dato endemico là dove ci sono estese situazioni di povertà. Ma ormai si sta estendendo in tutto il mondo: perfino a Venezia si parla di chiudere le corti a unico accesso!

La casa è costituita da quattro stanze da letto, molto piccole, un grande soggiorno-ingresso-pranzo, due bagni (uno per ciascuna coppia di stanze da letto), una cucina piccola (con un fornello a 2 soli fuochi!), un portico d’ingresso e una loggia verso il giardino.

Il giardino è molto bello, ne inserisco qualche immagine. Tutte le case qui hanno un giardino (grande o piccolo a seconda della ricchezza dei proprietari), e soprattutto un orto.

Noi abbiamo una stanzetta piccolissima: circa 3,5 x 3,0; è arredata da un letto, due sedie che fanno da comodino, un piccolissimo armadio a scaffali: i vestiti sono, per ora, su grucce attaccate a chiodi che Ilaria ha messo sul muro. Mi sono impossessato di una scrivania in soggiorno dove lavoro, quando non vado nella loggetta sul giardino, dove mangiamo alle 8 e alle 12 (quando, come nel weekend, Ilaria lavora qui a casa, col computer sul letto o sul tavolo da pranzo in soggiorno). Le due immagini che vedrete nel .pdf le ho riprese dalla mia scrivania.

La nostra casa è appena sotto il crinale di una collina dalla quale si ha la vista su una parte di Kigali: Nyakabanda, una vastissima estensione di terreno, sulle pendici del monte Kigali, disseminata di case e casette. E' una zona abitata da molti arabi, quindi si sente - alle scadenze rituali - la voce del muezzin. E nor-malmente ne sale il normale vocio di un’area molto abitata.

Sul prato davanti alla loggetta vi sono, tra l’altro, alcuni grandi alberi di avocado, carichi di frutti che nella buona stagione vengono raccolti in abbondanza ma che, in questa stagione, cadono e rapidamente marciscono. Abdul li getta col rastrello giù nell’orto. Ma a volte (è successo stamattina) un’aquila dalle grandi ali scende e sta sul prato finchè non ha finito di spolpare un frutto, poi vola via, senza alcun timore di chi, a pochi metri, sta prendendo il caffè, la fetta di torta e il succo di frutta, chiaccherando e fotografando (ma mancando di fotografare il momento dello svolo!).

Ecco una immagine del panorama visto dalla loggetta. In quell’area c’è sempre un po’ di foschia, forse perché il fondo valle ospita una delle zone palustri residue.

Il sito dove sta la casa è molto comodo, perché è vicino sia all'università (che Ilaria raggiunge a piedi) che al centro commerciale. In questa città la questione delle distanze è molto importante. E’ una città a densità bassa, distesa su un terreno collinare con notevoli dislivelli. Inoltre gli isolati (cioè i gruppi di lotti recintati circondati da strade percorribili) sono molto estesi: se sbagli strada devi camminare a lungo per tornare sui tuoi passi.

La casa, come ho detto, è piccola e tenuta un po’ disordinatamente (sono tutte persone molto giovani, abituate a vivere in modo promiscuo e “studentile”), e nell’appartamento non c’è una stanza per gli ospiti, e insomma non è l'ideale. Ilaria cercherà un’alternativa; ma è facile trovarne solo in zone più lontane, che renderebbero obbligatorio l’acquisto di un’automobile.

Comunque stare in giardino, o seduti nella loggetta dove spesso mangiamo è veramente una goduria. E i trilli variegati degli uccelli sono stupefacenti. L’immagine della loggetta è qui sotto, e accanto uno scorcio del giardino visto da là.

Come fanno gli stranieri ad abitare a Kigali? Essi sono parecchi, e in aumento: docenti di università e di scuole private, volontari e funzionari delle ONG (organizzazioni non governative della cooperazione internazionale), organismi internazionali ufficiali (ONU, Banca mondiale ecc.), funzionari di ambasciate e di aziende private (l’Africa continua a essere terra di conquista). Le capacità di spesa sno anch’esse variabili: dai funzionari internazionali, ai docenti delle varie scuole (quelle statali sono poverissime), ai volontari.

La cosa funziona così. In genere una persona che appartiene a quel mondo prende in affitto una villa, più o meno grande (la nostra è tra le più piccole). Firma il contratto con il proprietario (persona benestante, del mondo rwandese o straniero) e assume nei suoi confronti ogni responsabilità di gestione e manutenzione; assume, e comunque paga, il personale (il giardiniere, il guardiano, la persona che viene a fare le pulizia e a lavare i panni, il cuoco). Poi subaffitta ad altre persone, single o coppie, ciascuna delle quali ha una stanza e utilizza i servizi comuni, che in genere sono molto ricchi. Il costo a persona/coppia oscilla tra i 400 e i 700 $.

Si possono trovare anche appartamenti in edifici a più piani, ma in questa città la cosa bella è stare all’aperto, in mezzo ad alberi, piante e animali, magari con una bella vista.

Giovedì sera Ilaria ha organizzato una cena con alcuni suoi nuovi amici, che insegnano con lei alla facoltà di Architecture and Environmental Design del KIST (Kigali Institute of Science and Technology). Un irlandese, Kilian, che lavora nel laboratorio con Ilaria, una catalana, Nerea, che ha ospitato Ilaria i primi giorni e sta organizzando con Ilaria un corso che terranno nel secondo semestre (sulla gestione dell’emergenza); un italiano di Castelfranco Veneto, Zeno e un’italiana di Padova, Alice, che insegnano al primo e al secondo anno e con cui Ilaria ha fraternizzato molto. Tutti molto simpatici. Abbiamo mangiato pesce del lago Vittoria con patate e birra: due enormi pescioni, arrostiti alla brace, che si mangiavano con le mani, spolpandoli dal piatto unico. Grande ristorante all’aperto, con vista sul wetland (zona umida con fiumiciattolo), ma era buio; a ogni angolo un catino alimentato da un bidone di acqua tiepida e bombolette di sapone, per lavarsi le mani prima e dopo il pasto. Prezzo: 7.000 franchi, circa 9 €: Ilaria dice che è abbastanza caro. Per raggiungere il ristorante Ilaria Kilian ed io siamo arrivato col mototaxi (gli altri erano autonomi), il mio era straordinariamente veloce. Si arrampicava audacemente sulla strada sterrata, facendo tremare di paura per me Ilaria che ci seguiva.

Sabato mattina siamo andati al mercato di Nymiarambo. Una cosa incredibile. Un intrico di decine e decine di micronegozietti dove vendono di tutto: donnette che offrono ortaggi nei microbanchetti della parte coperta (di lamiere e altri materiali di risulta), oppure accoccolate all'aperto, ciascuna con la sua cestina con due dozzine di pomodori, qualche peperone, erbe, cipolle, banane. E poi pentole, casalinghi d'ogni specie, cestini, scarpe, cinture, attrezzi sportivi, giocattoli, gioiellini, pezze variopinte (e ottime sarte che in poche ore e pochi soldi ti cuciono un vestito identico al modello che le porti), telefonini e schede, materassi e cuscini, vestiti usati. Il tutto su un parterre di terra scavato dai rivoli e torrenti delle grandi piogge. Ai margini, sotto una vecchia tettoia di mattoni e tegole, mucchi di farina, grano e altri cereali, fagioli d'ogni tipo,

Bisogna mercanteggiare per ogni cosa. Ho comprato una cinta molto normale, usata, di pezza, cercata a lungo (per la lunghezza) in un mucchio di migliaia; mi hanno chiesto 6000 franchi, ne ho proposti 2000, me l'hanno data per 4000 (l'equivalente di 5 €: 800 franchi = 1 €).

A quel mercato siamo arrivati con un matatu: furgoncino dotato di una decina di posti, che segue itinerari preordinati e si ferma molto spesso, e in cui si assiepano più persone dei posti. Costa circa 100 franchi (pochi cm di €). L'altro mezzo di trasporto è il mototaxi: la città è percorsa di sciami di ragazzini, su motociclette molto agili, tutti con giubba pubblicitaria di una compagnia di telefoni, con casco in testa e casco per il cliente, che fermi con un gesto e ti portano per un prezzo di 300 franchi all’interno della centro (0,40 €). Sono autonomi: prendono in affitto una modoclilcetta e si mettono sulla strada; in un paio d’anni riescono a mettere da parte i soldi per comprare un mezzo proprio. Oltre ai mototaxi e ai matatu ci sono anche autobus simili ai nostri, che costano un po’ di più.

Non ho ancora visitato la città e i suoi dintorni, e sia dal matatu che dalla motocicletta si vede poco. I caschi hanno la visiera trasparente spesso rabberciata alla meglio, e non vedi un gran che. Comunque colpisce la compresenza di costruzioni di qualità e forma molti differenti (dai palazzoni international style delle aree centrali alle ville e villette e palazzine del periodo coloniale, molte scuole nelle zone centrali; nelle aree più popolari di quelle nelle quali sono passato case basse, ciascuna con le bottegucce a piano terra. Molta varietà anche nelle persone, numerosissime, che incontri: dai vestiti eleganti secondo il modello internazionale prevalente, fino agli abiti sgargianti della tradizione africana e agli abbigliamenti più semplici. Volti in prevalenza nerissimi con grandi occhi curiosi e smaglianti bocche sorridenti.

Una singolarità che Ilaria mi ha fatto osservare è che nessuno mangia per strada, né si vedono chioschi o botteghe dove si comprino cose da mangiare in piedi e in pubblico. Nella loro cultura il pranzo (e in genere il mangiare) è una cosa del tutto privata

Per ora ho girato poco, e non ho neppure lavorato molto. Purtroppo ci sono problemi con la connessione. Per varie ragioni non siamo riusciti a trovare un sistema non troppo caro che funzioni da casa. Quindi il metodo che sto usando è di andare una volta al giorno: o, nei giorni feriali, all'università, da Ilaria, dove la connessione è facile (sebbene spesso si interrompa); oppure, nel weekend, quando la connessione al KIST è disattivata, a un centro commerciale, dove sedendomi in un caffè ho l’accesso gratuito alla rete.

Da lì scarico le e-mail e dai giornali on-line, gli articoli che mi interessano per eddyburg; dopo un paio d'orette torno a casa, preparo i pezzi da inserire in eddyburg, leggo la posta e rispondo off-line; il giorno successivo invio le e-mail, carico gli articoli su eddyburg e scarico quello che nel frattempo è arrivato.

Eddy, 23 gennaio 2012

A un anno di distanza eccomi di nuovo in Africa. Ricomincio, riprendendo da un altro paese africano, il Ruanda, i miei appunti di viaggio, cominciati a Nairobi nel ottobre del 2010. Nel frattempo ho finito il dottorato e cominciato a lavorare sul serio. Ho lasciato lo studio di Londra e la mia attivita di conservation architect per cominciare quella di insegnante universitario.

Il 12 dicembre è iniziata la mia prima vera esperienza di insegnamento universitario, a Kigali, in Rwanda. Ho accettato un posto di senior lecturer alla facoltà di Architettura del KIST, università pubblica ruandese. Tengo un corso teorico di “urban design” e un laboratorio di progettazione, entrambi per gli studenti del quarto anno. Il prossimo semestre insegnerò “urban planning”, un altro laboratorio di progettazione e, vista la carenza di docenti, un terzo corso… ve ne parlerò più avanti, è ancora in via di definizione.

Sono atterrata a Kigali il 9 dicembre, di sera. Ad aspettarmi c’era il mio collega Tomà Berlanda, un altro italiano – veneziano per la precisione – arrivato qui l’anno prima. E’ grazie a lui che ho saputo che il KIST cercava docenti per la loro nuova facoltà di architettura, iniziata solo tre anni fa. Il che significa che i miei studenti del quarto anno saranno i primi ruandesi a laurearsi in architettura in Ruanda. Very exiting don’t you think?

Questa è una delle tanti ragioni che mi hanno spinto a fare domanda e partire. D’altronde non è che l’Italia offra di più o di meglio per una giovane (o peggio, non più giovane) ricercatrice che vuole insegnare all’università!

Devo confessare che quando si è prospettata quest’occasione e ho cercato di fare mente locale su quello che sapevo, mi sono accorta che non sapevo nulla sul Ruanda. Ancora meno sulla sua capitale, Kigali. Certo la prima e immediata associazione è quella del genocidio del 1994, che ha sterminato in poco più di cento giorni quasi un terzo della sua popolazione e constretto all’esilio circa 1.350 000 persone, poi rientrate tra il 1996 e il 1997. Il toccante film “Hotel Rwanda” anch’esso legato al genocidio è stata la seconda associazione. A parte che il film non è stato girato nell’ Hotel in cui si è svolta la vicenda, ma in Sud Africa, non riuscivo a farmi un idea di questo piccolo paese schiacciato tra il Congo a ovest, l’Uganda a nord, la Tanzania a Est e il piccolo Burundi a sud. Distante dalle coste.

Il Ruanda rimane ancora ad oggi un paese di agricoltori. Circa 11 milioni di abitanti, di cui un decimo nella capitale. Con una densità di circa 408 abitanti per Kilometro quadrato è il paese africano più densamente popolato, ma uno dei meno urbanizzati - almeno per ora. Infatti, anche qui l’urbanizzazione è un fenomeno prorompente, che sta cambiando totalmente il rapporto tra uomo e ambiente e sconvolgendo il territorio, non solo da un punto di vista fisico e ambintale, ma anche sociale e culturale.

Di questa città so pochissimo, a differenza di Nairobi, non ho ancora molto da dirvi. Imparerò a conoscerla man mano, anche attraverso il labpratorio degli studenti, impegnati in questo semestre a progettare uno spazio multifunzionale in un area umida di Kigali, affrontando il tema dell’intefaccia tra urbano e rurale e dello spazio pubblico/collettivo. Condividerò con voi le cose che imparerò, le mie impressioni e la mia esperienza di docente alle prese con l’insegnamento dell’architettura e della progettazione urbana ad un gruppo di giovani student appartenenti ad una cultura profondamente diversa dalla mia.

Questo diario è arricchito dagli appunti di Eddy Salzano, che mi raggiungerà in Ruanda per lunghi periodi. Attualmente l’impegno scolastico è enorme e il tempo libero per scrivere al di fuori delle lezioni è limitato. Quando non sono in classe sono a casa o in facoltà a preparare le lezioni. A parte questo faccio spola da un ufficio all’altro per regolarizzare la mia posizione nel paese e nell’Università. Finito questo rimane di fare la spesa, cercare casa, cercare un automobile (ancora un miraggio…). Sarà quindi Eddy ad introdurvi per il momento alla nostra vita a Kigali.

Un imagine di Kigali, bellissima, sembra un ricamo, in cui ogni punto è il risultato del lavoro dell’uomo. E’ un territorio profondamente addomesticato, ma nello stesso tempo selvaggio, forse per il rapporto ancora così stretto ed evidente con madre natura.

La città dalle mille colline, questa è Kigali agli occhi del viaggiatore. Il resto, l’urbano - la città moderna - non ha molto da dire, ma certamente è una città dove è facile vivere, se la si paragona a Nairobi.

Dal 28 settembre a metà dicembre sarò a Nairobi, Kenia. Da qui mi propongo di inviare agli amici degli appunti di viaggi. Penso che sia utile innanzitutto spiegare perchè sono qui, e a questo dedicherò i miei primi appunti.

Sono qui per affrontare da vicino il caso studio della mia ricerca di dottorato, che ha un titolo lungo e “potente”: Hegemonic imaginaries of the cities of the South. Semiotic and material practices of the discourse of multilateral aid organizations (Tesi di dottorato in Progettazione urbanistica, Facoltà di architettura, Università di Firenze).

Cerco di sentitizzarne gli obiettivi. In ultima analisi vorrei cercare di capire quali interessi, economici, politici e sociali sono sottesi all’idea di città auspicata dalle più influenti agenzie multilaterali di sviluppo. Lo farò attraverso l’analisi e la comparazione dei discorsi sulla città prodotti dalla Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite. Le domande che mi pongo sono sostanzialmente quattro:

1. Come si costituisce il “discorso” sulla città e quali sono i discorsi nodali che emergono?

2. Quale immaginario emerge e diventa oggi dominante?

3. In che modo, e attraverso quali attori, istituzioni, e circostanze, la produzione di egemonia si realizza?

4. Quale relazione esiste tra la realtà e gli immaginari?

Parto dalla considerazione che attraverso appellativi diversi (sustainable, livable, ecc.) e diversamente elaborati da ciascuna agenzia, la città diventa il contenitore di particolari strategie, che sanciscono o proibiscono determinate espressioni e modi individuali e collettivi. E lo fanno soprattutto attraverso la produzione di “sapere” che viene veicolato attraverso il discorso, e tramite il meccanismo dell’aiuto allo sviluppo, che è un complesso sistema di principi, regole, pratiche, procedure che si è sviluppato a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.

Il titolo vorrebbe riassumere in poche parole questi concetti:

- l’egemonia (una forma di potere che si realizza senza la forza ma attraverso il consenso, usando lo strumento potente dell’ideologia) si manifesta anche attraverso la produzione di spazio, che sia esso materiale o semiotico;

- la dimensione semiotica dello spazio - cioè il modo in cui esso è rappresentato, problematizzato, normato, progettato, ecc. - ha un ruolo determinante nel legittimare un particolare modo di concepire lo spazio e la società attuale e quella futura, diventando la fonte e la base di riferimento non solo dei discorsi successivi, ma anche delle politiche e degli interventi delle organizzazioni governative e non, delle agenzie e delle imprese private internazionali operanti nel settore urbano dei paesi del sud del mondo;

- l’ideologia è connessa all’organizzazione delle istituzioni dominanti, al potere e alla realtà sociale che esse descrivono, rappresentano e modificano.

Ho trascorso i primi 3 anni del dottorato ad analizzare i documenti e le pubblicazioni riguardanti la città o settori di essa (l’housing in particolare) che queste due agenzie hanno emanato dagli anni ’70 del secolo scorso ad oggi, e soprattutto a comprendere il contesto storico nel quale questa produzione discorsiva si origina e si sviluppa.

Se non fosse altro, da questa tesi certamente ricavo una migliore comprensione del mondo in cui vivo, soprattutto a livello di sistema globale: i libri di storia e di economia politica hanno dovuto diventare il mio pane quotidiano, insieme a quelli sulle relazioni internazionali, e non ultimi quelli di urbanistica.

L’altro grosso sforzo che ho dovuto fare è stato quello di dotarmi di strumenti concettuali (come l’analisi critica del discorso e la sociologia della conoscenza) necessari per comprendere quello che andavo studiando e quello che avrei analizzato durante il caso studio. Questo è stato certamente il percorso più difficile, ma anche più soddisfacente e ricco. Oggi, a distanza di tre anni, mi sento intellettualmente più aperta, più profonda, più attenta alle sfumature, e più dubbiosa. Ritornerò su alcuni elementi di questo apparato concettuale strada facendo.

Forse l’unico aspetto su cui mi sento di avere meno dubbi è quello del dove posizionarmi nel fare ricerca, perchè sento di avere più consapevolezza non solo del where I stand (“dove sto”) , ma soprattutto del what I stand for (“per cosa”).

Oggi più di ieri sono consapevole che:

"There is no area of our lives including the very boundaries of our imagination which is not affected by the way that society is organised, by the whole operation and machinery of power: how and by whom that power has been achieved; which class controls and maintain it; and the ends to which the power is put" (Thiongo’o wa Ngugi – uno scrittore keniota marxista di cui sto leggendo un bellissimo romanzo Petals of blood).

Sempre più credo che la mia ricerca debba essere rivolta a sostenere e “liberare” nel modo che a me è più congeniale, cioè con l’analisi, coloro che sono oppressi da una delle tante e variegate forme che l’oppressione può avere. Il contributo che vorrei dare è quello di individuare altre possibili letture per comprendere la realtà che ci circonda e quindi incominciare a cambiarla, nell’obiettivo di una società migliore per tutti e soprattutto più giusta.

Credo che questo spieghi il perchè di una tesi così poco “urbanistica” e molto “politica”, e del perchè le questioni del potere mi interessino particolarmente.

La ragione per cui sono a Nairobi sarà forse più chiara dopo qualche racconto sulla città, del suo funzionamento, del modo in cui la si vive, dei meccanismi che determinano le trasformazioni e di chi in questo “game” ci guadagna e chi ci perde.

Il fatto che a Nairobi ho degli amici, e che è una città nella quale ho già vissuto, sia pure brevemente, è un’altra ragione dell’essere qui. Mi sarebbe stato impossibile studiare in un paio di mesi Nairobi se non ne avessi già almeno intuito le problematiche, e se non avessi già allacciato contatti e stabilito rapporti.

Ho pianificato questo viaggio a Nairobi da tempo… le amiche che mi conoscono bene direbbero che non avevano dubbi al riguardo!

Per me pianificare un viaggio non significa solo “mettere le mani avanti”, organizzare spostamenti, soggiorni, vaccinazioni, contatti, e pensare a questo e a quello. Significa soprattutto cominciare a “viaggiare con la testa” con largo anticipo rispetto al viaggio materiale, assaporando le emozioni e paure della partenza, vivendo la frenesia, e le curiosità prima nella mente che nella realtà. E’ un modo di allungare il viaggio. Ho sempre desiderato viaggiare, ma non per tempi brevi. E raramente i tempi di permanenza fisica in un luogo mi risultano sufficienti. In questo modo il mio viaggio a Nairobi lo faccio durare un anno!

Il problema di questo approccio è che nella mia mente si sono configurati spazi e tempi “immaginari”, situazioni, aspettative che non sono legate alla realtà, ma sono dettate piuttosto dai ricordi (ero stata a Nairobi altre due volte), dalle letture e dai racconti di altri (articoli, saggi, film, fotografie) e dal mio percorso individuale.

Devo dire, che sono partita molto entusiasta, ma anche timorosa, non solo nei confronti della tesi, ma anche dell’ambiente nel quale avrei vissuto. L’esperienza del 2007, in occasione del World Social Forum era stata molto positiva, ma breve e molto condivisa.

L’esperienza in Nairobi del 2004, pur lunga (4 mesi) è stata frammentata perché facevo la spola tra Nairobi e Lamu, l’allora oggetto della mia ricerca, ma segnata da un episodio violento capitato alle mie compagne di viaggio e da tutta una serie di piccole difficoltà con le quali dovevamo confrontarci quotidianamente.

Nel momento in cui si usciva di casa occorreva dotarsi di tutta una serie di precauzioni che in qualche modo mi dimpedivano di vivere la città come luogo di vita pieno, seppur temporaneo. Faccio un esempio: non tirare mai fuori la piantina della città se no venivi subito individuato come turista e quindi circondato da venditori di Safari e pseudo guide turistiche. Il che mi ha aiutato tantissimo peraltro a disegnarmi mentalmente una mappa della città e a sviluppare un orientamento alternativo rispetto a quello configurato dai segni e simboli a due dimensioni tipici della mappa bidimensionale.

Non usare il cellulare in strada, perché può esserti portato via in un batter d’occhio. Non girovagare dopo le 5.30 del pomeriggio, cioè l’orario di punta in cui tutti tornano a casa, a meno che sei in un “recinto”. Avere monetine in tasca in modo da non tirare fuori il portafoglio. Non guardare negli occhi le persone, perché questo è il mio “segnale” di incoraggiamento per attacar bottone, chiedere l’elemosina, etc. Essere circospetti con le persone che cominciano a raccontarti storie… la maggior parte delle volte si concludono con una richiesta di soldi. E via così…

Sono atterrata all’aeroporto Jomo Kenyatta al mattino molto presto, stava albeggiando… ero seduta verso il corridoio (la fobia dell’aereo è stata superiore al desiderio di vedere Nairobi dall’alto… poi mi sono pentita della scelta!) e così non ho visto niente. Ero davvero eccitata quando sono salita in macchina con l’autista inviato dai miei amici che mi è venuto a prendere.

La prima impressione che si è sovrapposta a meraviglia con i ricordi, è quella che tante persone in Kenya si spostano a piedi. Ma non tanto e solo in zone pedonali, ma ovunque, anche luogo le highway. Eppure nonostate la maggior parte delle persone cammina, non ci sono marciapiedi, che possono essere considerati tali. Ma solo carraie ai margini della strada o tra una carreggiata e l’altra che si sono formate con il tempo al continuo passaggio dei pedoni. A questo è associato un traffico esasperante, inquinamento visibile - i tubi di scappamento delle auto emanano fumi neri e puzzolenti, come da noi decenni orsono) – e polvere rossa, bellissima, ma fastidiosa.

Dopo anche solo un paio di giorni mi sono resa conto che la città è meno pericolosa e meno aggressiva del previsto, almeno in centro città. Il cosiddetto CBD (Central Business District) corrisponde alla cuore amministrativo, politico e finanziario della città. E’ l’unica parte della città davvero pianificata, con una griglia ortogonale molto rigida, dove si trovano gli edifici storici (del regime coloniale) e quelli moderni costruiti all’indomani dell’indipendenza (1963) e via via aggiunti nei decenni seguenti. E’ un centro come tanti altri nel mondo.

Non c’è più problema a usare il cellulare, ad aprire la cartina della città (che non faccio, sfidando la mia memoria e il mio orientamento), a camminare a piedi anche fin verso le 7-8 di sera. E sorprendentemente non vedo hawkers (venditori ambulanti senza licenza, che vendono cose da poco e specializzatissimi: solo banane, o solo piselli sgusciati, acqua, noccioline, giornali, etc.), beggars e i safaristi sono davvero pochi…

La città è anche più pulita, anzi è davvero linda! Ci sono panchine, aiuole fiorite, lampioni, persone ben vestite, tanti bar e ristorantini. Ururu hayway il limite sud del centro città e Ururu Park sono veramente attraenti. Insomma, lo spazio pubblico è davvero accogliente, posso tranquillamente sedermi da qualche parte a leggere il giornale non solo nel centro storico, ma anche in questo parco cittadino, senza problemi di essere importunata o assalita. Certo, nel parco è meglio stare nelle areee più affollate e lungo i sentieri dove ci sono anche i rivenditori autorizzati di bibite. Do comunque nell’occhio; di bianchi in giro non ce ne sono molti e certamente non si siedono all’aperto (e non credo sia solo una questione di sole). Ma volendo si può fare, ed è piacevole vedere le persone passare, sostare di qua e di là.

Non nascondo una certo apprezzamento di questo cambiamento, ma ricordando alcune letture ( in particolare reclaming the streets di Coleman, 2004) e del progetto di “beautification” lanciato dal City Council di Nairobi un paio di anni fa, cerco di informarmi meglio e di scoprire come hanno fatto. Molto semplice! Il major ha emanato una serie di ordinanze che vietano agli hawkers di vendere, agli accattoni di chiedere l'elemosina, agli intermediari di attirare turisti nei negozi di souvenir o nelle agenzie dei safari, ai bambini di strada di accamparsi o gironzolare nel centro. Attraverso un gesto autoritario hanno rigenerato la città, giustificando la scelta attraverso una retorica tutta neoliberista che promuove la “città sicura”, una città innanzitutto sicura per gli affari. Attraverso questo discorso “securitario” si impone divieto a tutto ciò che è “nuisance” che può infastidire il “frequentatore privilegiato” del centro, che è l’uomo d’affari, colui che fa shopping, e che lavoro in uno di questi smart office. C’è anche il discorso di fare di Nairobi una “world class city” e quindi, tutte queste attività informali non fanno parte della buona immagine della città che si vuol dare. Ma tornerò su questo “immaginario” nei prossimi appunti.

Ma chissà che fine hanno fatto i bambini. Mi dicono che sono stati messi in un orfanatrofio, dove stanno bene, sono sfamati, istruiti… alcuni scappano, ma la maggior parte rimane… immagino sia con le buone che con le cattive…

Gli ambulanti si accalcano nelle strade laterali, nella down town o si avventurano lanciandosi tra le macchine sulle strade. Al di fuori del recinto della business city, è sostanzialmente tutto immutato, anzi forse la povertà è aumentata alla faccia del comune che ambisce a trasformare Nairobi in "una world class city".

Nel dibattito circa questa rigenerazione del centro, la controversia è tutta dedicata all’aspetto “ambientale” e non a quello sociale. Cioè si contesta la validità di dotare Nairobi di così tante aree verdi e di limitare allo stesso tempo la cura all’Ururu Park.

Ecco un paio di video su You Tube:




Credo che sia arrivato il momento di descrivervi, per sommi capi e senza pretese di completezza o sintesi, come Nairobi sia sorta – è una città di fondazione – ed evidenziare alcune dinamiche che hanno influito più di altre nel processo di traformazione. Senza questo quadro di riferimento diventa difficile comprendere alcuni meccanismi che regolano la vita urbana della città, apprezzare lo sforzo e la capacità di migliaia di persone nel affrontare una vita quotidiana in cui anche l’acqua potabile è praticamente un bene di lusso, e cogliere appieno la profonda inequità nell’allocazione e nella gestione delle risorse che da sempre, anche dopo l’indipendenza, si perpetua e ha sancito il benessere e il malessere dei Kenioti.

La città coloniale

Fin dall’inizio, da quando la città fu fondata dagli Inglesi nel 1899 come deposito degli approvvigionamenti per la ferrovia (l’Uganda Railway che doveva collegare Mombasa al lago Vittoria) ci sono state più Nairobi. Da una parte, la città pianificata (secondo le regole europee) e debitamente servita da infrastrutture che teneva conto solo delle esigenze della popolazione europea (impiegati della ferrovia e amministratori della colonia) e dei commercianti, sia Europei che Asiatici. Parallelamente, cominciava a crescere un altra città, né pianificata nè dotata di servizi, abbandonata a se stessa, occupata dai lavoratori Africani, impiegati nei lavori più umili o in economie informali di pura sussistenza.

La divisione era allo stesso tempo spaziale e razziale, divideva la città in quattro settori distinti: a nord e a est il settore asiatico (quartieri di Parklands, Pangani and Eastleigh); a est e sud-est il settore africano (quartieri di Pumwani, Kariokor, Donholm); tra sud-est e sud c’era un’altra piccola enclave asiatica; nel settore a nord e a ovest c’erano le aree europee. (Vedi Fig.2). Vorrei qui mettere in evidenza un primo elemento di questa particolare suddivisione, e questo richiede una precisazione di carattere geografico.

Il Kenya si estende a cavallo dell’equatore sulla costa orientale dell’Africa e Nairobi si trova nella parte meridionale, ai margini del cuore agricolo del paese. L’altitudine di Nairobi varia notevolmente: tra i 1460 mt e i 1920 mt sul livello del mare, e quindi con notevoli differenze climatiche e ambientali. L’altitudine minore si registra nei pressi dell’Athi River lungo il confine sud-orientale della città, quella maggiore sul confine occidentale.

Percorrendo la città circolarmente, si incontrano paesaggi tra loro molto diversi. Ad occidente, laddove gli Europei si erano insediati, il clima è fresco, ventilato e la zona è ricca di vegetazione, addirittura ci sono parchi e foreste. Ad oriente, la temperatura si alza, stare al sole può diventare insopportabile, la terra è arida o semi-arida, ci sono pochi alberi e la coltivazione è pressochè impossibile, se non sussidiata dall’irrigazione meccanica. E qui che agli Africani fu in un qualche modo consentito di accamparsi.

Ma torniamo alle regole coloniali vigenti nella città di Nairobi nella prima metà del XX secolo. Attraverso l’emanazione di decreti reali, gli Africani furono spostati nelle aree meno appetibili - sia da un punto di vista di vivibilità ambientale che di produzione agricola - mentre il Vagrancy Act - una legge che limitava i movimenti degli indigeni al di fuori delle riserve – e altri decreti, ivi compresi quelli relativi alla demolizione di strutture non autorizzate e alla segregazione residenziale, consentivano invece di regolare e controllare il centro urbano.

Siccome nella città coloniale non vi erano stati inseriti quartieri residenziali per gli Africani, se non in pochissime quantità e generalmente riservati a coloro che lavoravano nelle case degli europei e più tardi ai civil servant, gli altri dovettero a loro modo farsi posto nella città, andando a formare quelli che verranno poi definiti quartieri informali o slum.

Molti Africani approdavano in città dopo essere stati depradati delle loro terre dagli Europei che volevano fare del Kenya una nuova Australia: “a white man land”. La costruzione della ferrovia, che serviva per trasportare materie prime dall’interno dell’Africa orientale alla costa, si era rivelata più costosa del previsto e occorreva compensare la spesa con altri servizi: il trasporto di merci kenyote. Ma quali merci, visto che il Kenya non era provvisto di ricche materie prime come metalli o petrolio? Il Kenya era stato colonizzato per poter accedere e collegare l’entroterra ugandese al mare, più che per sfruttare le sue risorse, ma poi si rivelò una terra molto fertile, sfruttabile per colture da esportazione (te e caffe), e così fu incentivata da parte dei colonizzatori britannici l’insediamento degli europei nelle “White Highlands” the terre più fertili del Kenya, che originariamente appartenavano soprattutto alla nazionalità dei Kikuio. Migliaia di persone che vivevano nelle aree della Rift Valley, e nelle aree appena fuori Nairobi, per esempio in Kiambu, Limuru, Ruiru, Kikuyo si trovarono senza terra e quindi senza alcun mezzo di sussistenza.

Alcuni migrano a nord, per poi essere nuovamente cacciati all’indomani delle due guerre mondiali, quando agli ex militari britannici vennero regalate delle terre, mentre altri raggiunsero la città di Nairobi. Alla fine della Prima Guerra mondiale, i primi otto quartieri informali, tra cui Kibera, Kangemi, e Kileleshwa, si andavano consolidando, e quella che diventerà una caratteristica saliente di Nairobi - una divisione socio-spaziale della città - prendeva forma.

Al settore europeo di Nairobi era assegnata una gran quantità di terra, l’ottanta per cento del suolo residenziale urbano a cui corrispondeva il 10% della popolazione, e quindi aveva la più bassa densità abitativa per ettaro; alle aree degli indigeni africani, corrispondeva invece un’ altissima densità abitativa. Alla fine del 1926 gli Europei possedevano 2,700 acri di terra, gli asiatici, prevalentemente originari dell’India, circa 300 acri, mentre gli Africani ufficialmente nulla se non le case che erano state assegnate loro.

Intanto il centro della città si arricchiva di nuovi edifici pubblici, compresa la Town Hall e il tribunale. Un nuovo piano, “The Plan for a settler capital”, veniva elaborato nel 1927: si basava sugli esempi delle città coloniali sudafricane rafforzando la suddivisione spaziale per etnie e mirava a normare gli usi, controllare l’accesso alla città, demolire gli insediamenti considerati insani.

Ma la produzione di spazio, nonostante i decreti e la forza impiegata dal regime coloniale, rimaneva alquanto contestata. La concezione africana dello spazio e della sua utilizzazione riusciva in qualche modo ad affermarsi in aree come quella di Pumwani.

All’indomani della seconda Guerra mondiale a Nairobi c’erano circa 77,000 persone, un notevole aumento rispetto alle 40,000 che c’erano nel 1938. Di nuovo, l’aumento di popolazione era dovuto in gran parte al fatto che un’ ulteriore massa di africani si ritrovava espropriata della terra e in condizioni di indigenza.

Nel 1948 veniva elaborato un nuovo piano per Nairobi, il “Masteplan for a Colonial Capital” che mirava a consolidare i confini della città, piuttosto che ad allargarli, ad arricchire il centro per trasformarlo, anche simbolicamente, in una capitale coloniale, a individuare aree industriali e attraverso le “Neighbourhood Unit Planning” a creare aree residenziali, distinguendole di nuovo in base all’etnia.

Nel periodo coloniale, il nuovo ordine imposto dagli Europei – in termini di concezioni e modelli spazio-temporali e di ordine politico e sociale, - aveva creato nuove identità (l’Europeo-ricco da una parte e l’Africano-povero all’altra estremità, con gli Asiatici nel mezzo) e si affermava come dominante. Il modello di urbanità imposto dal regime coloniale diventava la norma ed espressione della città formale, ovvero della città “autentica”. L’altra parte, la città costruita dagli Africani in maniera spontanea senza piani, si affermava come la città informale, cioè al di fuori della norma. A questo modello eurocentrico corrispondenva non solo una discriminazione su base etnica, che certamente era alla base della separazione, ma anche una discriminazione su base economica: i bianchi erano ricchi e i neri poveri.

All’indomani dell’indipendenza

Non erano mancati momenti di opposizione al regime coloniale: il movimento dei Nandi (1905-1907) e poi quello dei Mau Mau (1952-1960) furono quelli più importanti e violenti, ma nel 1963, repentinamente e pacificamente, fu raggiunta l’indipendenza grazie alla forza combinata dei nazionalisti, che raggruppava partiti politici, sindacati e associazioni etniche.

Nel frattempo la struttura della società era cambiata e un’altra classe di Africani, tra quella dei si stava formando. Il regime coloniale aveva avuto bisogno dei vari leader delle comunità per governare il paese, così come era stata necessaria la formazione di un esercito di civil servant Africani (dai maestri agli impiegati dell’amminitrazione coloniale) per la gestione quotidiana e capillare del paese. Questa “piccola borghesia”, andava pian pianino acquisendo una sua posizione economica e politica e sarà questa che formerà il governo della Republica del Kenya.

Con l’indipendenza gli Europei se ne ritornano in Europa e le loro terre venivano acquisite dalla “piccola borghesia” o dallo stesso governo. Attraverso il cosidetto “Million Acre Scheme”, finanziato con l’aiuto del governo Britannico e della Banca Mondiale, 1200 milioni di acri furono distribuiti a 35,000 famiglie. Altri programmi simili avrebbero dovuto redistribuire il resto delle ex terre agricole europee; invece oltre metà delle terre furono comprate direttamente dagli Africani più abbienti.

E così la stratificazione della ricchezza su base etnica si trasforma in una stratificazione su base puramente economica. Il Kenya diventò una classica “società neopatrimoniale” in cui i gruppi etnici o nazionalità –entità abbastanza flessibili nell’epoca pre-coloniale - si rafforzavano e si trasformavano i vere e proprie “tribù politiche” in competizione tra loro per l’accaparramento delle risorse disponili.

Il rapporto tra gruppi etnici e politica è assai complesso e molto legato a questioni di “identità”, “essere” e “appartenenza” come Patrick Chabal fa notare (consiglio l’interessante libro Africa: The politics of suffering and smiling, 2009). Il regime d’ordine che si instaura all’indipendenza e che previlegia di volta in volta il gruppo etnico a cui appartiene il capo dello stato e si tradurrà in una conduzione della stato volta a promuovere il benessere individuale e del clan dell’elite al potere, non può essere descritto solo attraverso il significato moderno di “corruzione”.

Mi riprometto di ritornare su questo aspetto e di spiegare meglio quello che Chabal intende, in un altra pagina di questo diario, riprendendo anche la questione della terra e quello che essa rappresenta nell’immaginario dei kenioti e di come questa sia il contenzioso più importante anche nelle trasformazioni urbane di Nairobi.

Quello che mi preme ora mettere in evidenza è che la nuova elite africana, per una lunga serie di ragioni – tra cui l’eredità coloniale, la smania per la modernità e la difficoltà di conciliare l’interesse locale della propria comunità di origine e l’interesse generale della nazione - optò per la continuità delle strutture governative coloniali e per una accentuata stratificazione di classe. Nel Kenya indipendente, così come nel Kenya di oggi, l’esclusione sociale su base etnica, perpetuata dal regime coloniale, si trasforma in un esclusione sociale su base socio-economica. La smania dell’elite di arricchirsi e di previligiare la propria comunità di origine, piuttosto che dell’equità sociale e dell’interesse generale a scala nazionale, diventerà il motore del modello segregativo della città.

Volendo riassumere in cosa consiste l’eredità coloniale nel processo delle trasformazione urbane nominerei subito il modello segregativo, di cui ho già parlato. Ma si eredita anche l’incapacità di gestire la crescita urbana e gli slum, delle politiche territoriali volte ad evitare il coinvolgimento/partecipazione della popolazione povera della vita urbana; insediamenti a bassa densità e destinati ad una minoranza; e la mercificazione della casa e dei suoi componenti.

L’enorme disparità in densità e utilizzo del suolo di oggi è una manifestazione di questa segmentazione sociale: i nuclei ad alto reddito, che rappresentano il 10% della popolazione di Nairobi occupano oggi il 64% della superficie residenziale mentre i nuclei a basso reddito, che rappresentano il 55% della popolazione occupano solo il 6% della superficie.

Alla città regolare, pianificata, infrastrutturata e in un qualche modo controllata, luogo del potere, delle classi agiate e dei cosiddetti espatriati, delle banche internazionali, degli alberghi di lusso, dei mall e degli uffici, si contrappone “la città degli slum” costituita da agglomerazioni spontanee e per natura dei materiali “temporanee”, dove vivono migliaia di persone che di fatto sono esclusi dai beni e i servizi urbani di base come l’acqua, le fognature, i trasporti, le strutture sanitarie, le scuole e gli asili. E’ un spesso anche l’esclusione da un lavoro regolare e adeguatamente retribuito, dalla rappresentanza politica e dai processi decisionali.

Nel mezzo, c’è una middle class che certamente cresce e che lascia una traccia sempre più marcata nella città. Occupa quartieri di palazzine in cemento armato construite in varie epoche, ma che negli ultimi dieci anni si sono diffusi a macchia d’olio, occupa le case costruite dal governo e poi vendute o affittate ai suoi civil servants, occupa quartieri che dovevano essere di edilizia popolare ma che per i prezzi troppo alti non sono accessibili alla lower class. Assomigliano a quelle palazzine che vi ho decritto nel diario 3, dove io stessa ho vissuto per un paio di settimane.

Ma ora voglio parlarvi degli slum i quartieri dove metà della popolazione urbana del Kenya vive, facendo una premessa. Possiamo identificare una serie di caratteristiche comuni agli slum di tutto il mondo: possesso della terra molto incerto e non sancito da leggi; abitazioni precarie, costruite con materiali di fortuna e non rispondenti a standard abitativi minimi; altissima densità; una distribuzione sul territorio complessa, ma spesso in aree marginali e non ancora richieste dal mercato; assenza o scarsità di servizi (luce, acqua potabile, fognature, raccolta rifiuti); tassi di mortalità più alti che in altre zone. Ma ogni città, ogni slum ha delle caratteristiche peculiari, che dipendono dal processo di formazione dello slum stesso (qual’era il nucleo originario, le motivazioni dell’insediamento, le trasformazioni successive), i gruppi etnici prevalenti (ogni gruppo etnico ha una sua cultura, concezioni peculiari dello spazio e della vita sociale); l’età media degli abitanti; la permanenza media degli abitanti nello slum; il rapporto tra proprietari e affittuari, ecc.

Quello che io mi accingo a descrivere è la realtà di Nairobi, e in particolare faccio riferimento a due slum: Mathare (Fig. 6) e Kibera (Fig.7)

Gli slum di Nairobi

Cosa sono gli slum

Slums, favelas, barrios, baraccopoli, insediamenti informali, sono parole che indicano dei quartieri costituti perlopiù da baracche addossate le une alle altre, costruite con vari materiali di fortuna (generalmente di scarto o di scarsa qualità) in assenza di un piano di lottizazione o simile, senza allacciamenti alla rete fognaria, elettrica e dell’acqua potabile. A Nairobi la densità abitatita negli slum varia da 15.000 a 85.000 persone per Km quadrato (vedi Fig.9).

Questi quartieri crescono per aggiunte progressive di unità, non comprendono scuole, servizi pubblici, strade o quant’altro ci si aspetterebbe da un quartiere ben pianificato e costruito. Può succedere che con il tempo, una serie di attività collettive e di servizio – dispensari farmaceutici, scuole, cliniche, servizi igienici, vengano costruiti. Spesso con l’aiuto di associazioni e la collaborazione degli abitanti, più raramente, con l’aiuto del governo o dell’amministrazione locale.

Gli slum si insediano su terre “libere”, generalmente alla periferia delle città, dove esiste meno “pressione” e dove il mercato immobiliare non si è ancora organizzato, ma possono anche svilupparsi in zone centralissime (un esempio è Kibera), vicino a fabbriche, in aree alluvionabili o a rischio, dove la pianificazione non prevede l’insediamento umano.

Le terre occupate possono essere pubbliche o private, e l’occupazione può essere illegale (squattering) oppure legale, nel senso che il proprietario ha concesso il permesso a queste persone di insediarsi (dietro pagamento di un affitto). Si può anche essere in presenza di una lottizzazione regolare, ma poi i lotti possono essere a loro volta frazionati e affittati o venduti, e poi edificati in assenza di un permesso a costruire.

Insomma la casistica è assai ampia e le condizione di occupazione del suolo, delle baracche e delle relazioni economico-sociali tra abitanti e possessori della terra e delle strutture dipende molto dalle condizioni socio-politiche locali. Questo fattore incide moltissimo sulla composizione sociale dello slum, e rappresenta un elemento chiave per capire le dinamiche di sviluppo del quartiere e delle variabili da considerare qualora si volesse intervenire per migliorare le condizioni abitative.

Vivere negli slum non è gratis

Vorrei specificare, che praticamente nessuno degli abitanti vive in queste baracche gratis. E’ da non credere, ma anche vivere in una baracca costa! Non solo ma alcuni servizi, l’acqua potabile in particolare, costa di più che in un quartire formale o addirittura in un quartire della high class dove i servizi pubblici sono arrivati. Negli slum infatti la fornitura d’acqua è lasciata completamente al servizio privato, che se ne approfitta.

La stragrande maggioranza degli slum dweller è in affitto, e paga la pigione al “proprietario della baracca”, che spesso è un “absentee landlord” cioè qualcuno che vive altrove (in una casa vera e propria) e che possiede ben più di una baracca. Spesso questo absentee landlord ha ottenuto la terra – originariamente pubblica o common land - come “dono” da un politico, che spesso gli ha anche rilasciato un certificato che ne attesta la proprietà. Ovviamente questa allocazione di terra ad un privato e per usi privati è illegale, la Costituzione non permetterebbe l’uso di terra pubblica per fini privati, ma è successo. Questa pratica, di dispensare terre pubbliche ai propri parenti, e agli appartnenti al proprio gruppo etnico, si chiama land grabbing ed è stata praticata fin dai primi anni dell’indipendenza e non è per niente scomparsa. E’ una delle forme più diffuse di corruzione insieme a quella dell’appropriazione indebita di fondi pubblici attraverso contratti fraudolenti.

Praticamente questi absentee landlord si fanno un sacco di soldi: la terra non l’hanno pagata, ma percepiscono settimanalmente una rendita, su cui ovviamente non pagano le tasse. Non c’è quindi da stupirsi che ci siano persone che hanno interesse a mantenere gli slum così come sono!

Chi sono le persone che vivono in questi quartieri

Per lo più persone normali che non hanno trovato altrove un alloggio adeguato alle loro possibilità di spesa. Sono persone che non hanno un impiego stabile e retribuito adeguatamente, oppure famiglie numerose che devono sopravvivere con un solo stipendio, donne con prole che non hanno altro aiuto al di fuori di se stesse. Tanti giovani provenienti dalle zone rurali in cerca di lavoro, di un opportunità nella vita che sia qualcosa di più della mera sussistanza che ti offre la campagna (sempre che non si siano ondate di siccità o altre calamità naturali). Talvolta, come mi è capitato di conoscere, persone con uno stipendio che potrebbe consentirli una sistemazione migliore, ma che per risparmiare (in genere per l’educazione dei figli) vive qui.

La città in Kenya, come in tutta l’Africa più generalmente, costrituisce ancora una forte attrattiva. Non sempre per le reali possibilità che questa offre, ma più per le potenziali opportunità che possono rappresentare. Le condizioni abitative nella casa di origine nei villaggi sono spesse migliori, o sembrano meno degradanti, di quelle che si ottengano trasferendosi in città e soprattutto a Nairobi. Ma qui, in città, ci sono tutta una serie di servizi, soprattutto la possibilità di studiare, di incontrare persone, di trovare un lavoro – per quanto precario sia – che in campagna.

Raramente i migranti rispondono allo stereotipo dell’abitante povero, analfabeta, e mal adattato. Essi provengono da tutte le classi sociali, e tendenzialmente con lo stesso livello di formazione scolastica, reddito e lavoro di quelli che da sempre hanno vissuto in città, anzi sono spesso quelli ad avere un educazione superiore alla media a lasciare il villaggio per andare in città, quelli meno ‘educati’ tendono a muoversi, in altri villaggi.

Il fatto di vivere in uno slum è uno step accettabile, il primo gradino della scala sociale, l’accesso alla città, in attesa di trovare un posto migliore, magari di studiare, farsi una posizione e quindi poi muoversi in un quartiere appena meglio.

La baracca: non più capanna e non ancora appartamento

La diversità degli slum di manifesta nelle risposte diverse alle necessità (dormire, mangiare, guadagnare, etc.) in una società in trasformazione. Il risultato è spesso di una contaminazione tra ancestrali tradizioni locali e modernità che passa attraverso l’uso generalizzato di beni di consumo e di tecnologie d’importazione (il cellulare primo fra tutti). Il legame con il mondo rurale di origine, è molto forte, e solo a livello di relazioni sociali, ma persiste nell’organizzazione spaziale città degli slum. La dimensione del villaggio e della casa rurale non scompare del tutto come riferimento culturale, comunitario e spaziale. Questo legame a livello di organizzazione spaziale e ambientale non è così evidente a prima vista perchè l’esportazione e l’adattamento della casa rurale nel contesto denso della città trasfigura i connotati e le qualità del modello originario.

La casa nello slum, come quella del villaggio, è fatta di materiali poveri reperibili sul luogo terra prima di tutto; nel caso della città sono soprattutto materiali di scarto come terra, cartone, lamiera, stoffa, pezzi di plastica, e quant’altro di recuperabile si trova nelle discariche. Non è certamente dotata di tutti i comfort di una casa “adeguata”, come d’altronde non lo è una casa rurale. Nello slum ogni nucleo familiare ha generalmente una sola stanza che serve un pò a tutto: l’ambiente è flessibile e c’è spesso commistione tra esseri umani e animali, la vista si svolge soprattutto all’esterno. Dove si trova il focolare. In campagna, il focolare trova spesso riparo in un altra capanna, per riparasi dalle piogge.

Il problema di questo modello abitativo “rurale” è che nella sua trasportazione e adattamento all’ambiente urbano si densifica, aumentando il carico antropico che diventa insostenibile per la terra e l’ambiente.

Che si è fatto per gli slum?

Con l’indipendenza il progetto era quello di eliminare tutti gli slum e di sostituirli con case adeguate, immaginate nella forma di palazzine moderne in cemento. Il governo aveva piani ambiziosi: assicurare ad ogni famiglia un’ unità abitativa accettabile che corrispondeva a due stanze, una cucina separata e un bagno. Le strutture che non corrispondevano a questi standard erano da demolire, con il risultato che molti abitanti furono espulsi dal centro urbano per andare ad ingrossare le periferie informali

La Banca Mondiale aveva cominciato a promuovere i primi progetti di site and services e di upgrading. Alla base c’era l’applicazione del principio del self-help, ovvero “aiutare i poveri ad aiutare se stessi”. Site and service significa che agli abitanti viene concesso un appezzamento attrezzato con I servizi minimi: allacciamento alle fognature, all’acqua corrente e all’eletricità, mentre è lasciato a ciscun individuo la responsabilità di costruirsi l’abitazione. Questa concessione non era gratuita, ma prevedeva un cifra da pagare a rate per andare a “recuperare i costi” e rendere il processo replicabile.

Lo slum upgrading è invece quel processo di recupero degli slum mediante la graduale sostituzione delle baracche con insediamenti umani più vivibili, dove i residenti abbiano possesso sicuro della terra, infrastrutture e servizi primari, e abitazioni adeguate. Si andava affermando una nuova ortodossia: dall’edilizia pubblica popolare ( e sussidiata) si passava ad un edilizia popolare nelle mani del mercato, sollevando l’impegno ‘storico’ degli stati a provvedere per la popolazione più disagiata. Si preparava così la strada al ritiro massiccio del governo statale e locale nella fornitura di servizi che sarebbe avvenuta negli anni seguenti.

Il governo kenyota, nell’impossibilità di provvedere alle abitazioni necessarie e diventando il problema dei quartieri informali sempre più pressante, tenta strade alternative. Sulla scia del nuovo approccio promosso dalla Banca Mondiale, passa anch’esso all’ approccio più ‘pragmatico’ dell’upgrading e del site&service. Il primo progetto di questa generazione fu quello di Dandora che si prefiggeva di creare 6,000 lotti dotati di infrastrutture destinati a famiglie a basso reddito. Dati i costi, queste unità, andarono però a beneficiare le classi medie e alte e non i poveri per cui erano state inizialmente costruite.

A metà anni ’80 avviene un altro cambiamento, nell’approccio ai problemi degli insediamenti da parte della Banca Mondiale e di conseguenza alle altre agenzie e giù sino ai governi. Il mancato recupero dei costi dei progetti precedenti di upgrading (ritenuti quindi degli insuccessi prima di tutto finanziari), i programmi di aggiustamento strutturale - che spingevano alla privatizzazione dei servizi pubblici, delle risorse naturali, decentramento amministrativo e deregolazione del mercato (spesso in cambio della rinegoziazione del debito che i paesi via via accumulavano nei confronti dell’IMF) – e il ruolo strategico riconosciuto alla città come motore della crescita economica, fanno si che si individua un modello di intervento orientato ad un impegno minore dello stato verso il fare, e un impegno maggiore verso il far fare, ovvero verso le enabling strategies che significa “mobilitare risorse e capacità imprenditoriali per incrementare la produzione di abitazioni e infrastrutture”.

Negli anni ’90, di nuovo, il governo Keniota, sulla nuovo sulla scia delle raccomandazioni della Banca Mondiale, cambia approccio: anzichè assumersi il ruolo di fornitore principale di alloggi, crea incentivi che possano facilitare il recupero dei quartieri informali da parte sia di privati che di ONG. Il Mathare 4A Development a Nairobi, che è anch’esso un progetto di slum upgrading, rappresenta l’applicazione di questo approccio. Seppur una qualche infrastruttura fu fornita e qualche miglioramento ottenuto, che questo metodo di intervento fu fallimentare; soprattutto perchè non compresero nè i bisogni primari degli abitanti, né il fatto che la maggior parte degli abitanti erano affittuari e non proprietari delle baracche esistenti.

Le cose da allora non sono cambiate molto, ci sono certamente più progetti, ma gli slum continuano ad esistere e la maggior parte dei progetti, seppur riuscendo a migliorae le condizioni di un certo numero di abitanti, rimangono una goccia in mezzo al mare.

Sia i programmi del passato che anche i più recenti progetti, pur nella diversità delle soluzioni proposte, sono simili nella rappresentazione del problema. Il modo in cui il problema è posto riflette una lettura univoca della realtà, che assume la città come un fenomeno sociale ed economico sostanzialmente omogeneo, e paragonabile a quello dei paesi occidentali. Il modello implicito di riferimento, perchè è sulla base del distanziamento della realtà dal modello, che un fenomeno viene considerato un problema, è una città in cui tutti si muovono con lo stesso tipo di razionalità, in cui le regole del mercato valgono per tutti e sono condivise, e che vi sia uno stato in grado di applicare le norme del diritto moderno, e che le esigenze e le aspirazioni individuali non possono che passare attraverso un’abitazione adeguata che consiste in una struttura di cemento (o simile) dotata di acqua corrente (possibilmente potabile), bagno collegato alle fognature, ed elettricità

Perchè, nell’era dell’abbondanza esistono ancora gli slum?

Ad oggi i dati quantitative sugli slum di Nairobi rimangono incerti, non solo perchè la popolazione negli slum cambia velocemente (una percentuale di abitatante è certamente transitoria) ma anche perchè la stessa quantificazione ha una sua “ragione politica” a seconda degli interessi dei diversi attori. Rivelare numeri alti permette di presentare il problema dello slum come “drammatico”, un caso eccezionale, degno di attenzione e quindi di fondi. Viceversa, ridurre la quantità al ribasso permette di considerare il problema sia “trascurabile” che affrontabile, non impossibile da risolvere.

Quindi da una parte abbiamo i numeri che le varie agenzie di sviluppo e ONG fanno circolare, strumentali per il reperimento dei fondi e il finanziamento dei progetti, che sono tantissimi, soprattutto nello slum di kibera, dove pare che ci sia una associazione attiva per ogni 50 abitanti. Dall’altra abbiamo i numeri presentati dal governo, che hanno convenienza a ridurre il problema.

Certamente l’aspetto “quantitativo” ha il suo peso, ma credo che occorra riflettere sull’aspetto qualitativo del problema, e ancora prima ragionare non tanto nè solo su quale sia il problema, ma su quail basi definiamo che un fenomeno sociale un problema.

I dati del Nairobi Urban Sector Profile (Un-Habitat, 2006) riferiscono che a Nairobi oltre il 60% della popolazione vive negli slum, quindi a fronte di una popolazione urbana stimata intorno ai 3 milioni di abitanti, oltre il milione e mezzo vive in uno dei tanti quartieri informali che costellano la città e ne riempono gli interstizi. Secondo lo stesso documento è inoltre previsto che la popolazione che vivrà negli slum raddoppierà nei prossimi 15 anni. Pensare che nei prossimi 15 anni non saremo capaci di trovare una risposta a questo problema è assai deprimente!

Quello che è preoccupante invece, dal mio punto di vista, è rappresentare il dilagare degli slum come se fosse un problema “naturale”, una calamità, qualcosa al di fuori del sistema, sul quale non possiamo interagire. Non solo e tanto perchè ci rende inermi, ma soprattutto perchè riflette uno schema mentale e una posizione ideologica per cui i fenomeni non sono considerati i prodotti di quello stessa sistema socio-politico ed economico nel quale viviamo. Come possiamo essere arrendevoli e semplicemente anche solo pensare che il numero di persone che vivranno in queste condizioni duplicherà nel giro di 15 anni. Solo i barbari accetterebbero questo sistema!

Certamente il problema, non è semplice, soprattutto se questo assume valori quantitativi come quelli di Nairobi, e se calato all’interno di una realtà di paese non ricco, e di uno stato che denuncia carenze di risorse.

Quello che mi chiedo ogni volta che leggo un articolo, un libro su questo argomento e ogni volta che entro in uno di questi quartieri è: perchè oggi nell’età dell’abbondanza, della democrazia, dei diritti, della tecnologia, ci sono ancora persone che vivono nell’indigenza e sono soggette a uno stile di vita che da un punto di vista della lunghezza della vita e della salute, certamente è di una categoria infinitamente inferiore.

Ma credo che, per quanto banale possa essere, il problema principale sia quello di una volontà politica capace di fare accettare al popolo Keniota (e a tutte le agenzie e associazioni che intendono adoperarsi per dare una mano) che occorre individuare un modo per redistribuire più equamente le ricchezze e i benefici, che non si può accettare di far vivere migliaia e migliaia di persone senza un minimo di servizi, quando dall’altra parte si investono risorse per costruire una “world class city” fatta di superstrade, aeroporti, centri commerciali ricchissimi e via di seguito. Perchè è questo che sta succedendo a Nairobi. Nelle prossime pagine del mio diario vi racconterò di alcune opere in corso, dei progetti del governo, ma anche delle micro-imprese che si stanno portando avanti in tanti slum per migliorare le condizioni degli abitanti.

Le prime due settimane del mio soggiorno a Nairobi sono stata ospitata a casa di Gathogo e Polly (lui ex compagno di master, lei la sua simpaticissima moglie che abbiamo conosciuto nel 2004). Da loro, in Langata, e più precisamente ad Uhuru Gardens, prima periferia di Nairobi, ho fatto vera vita africana urbana (da middle class).

Questa comprende lunghi viaggi sui matatu (pulmini a 13 posti che suppliscono alla carenza di trasporto pubblico) nel traffico allucinate (sempre peggio aimè, ed ugualmente polveroso) e assordante (musica a manetta e ora anche video!) tra casa e lavoro. Ma devo dire che è più comodo, di una volta: non stipano più persone di quelle consentite perchè il conducente rischia ora di prendere una salatissima multa se lo beccano.

Matatu e sfera pubblica

Il viaggio in matatu non si può descrivere senza perdere gran parte del suo fascino, e anche della sensazione di terrore. Guidano spericolatamente, su strade dal fondo sconnesso, salendo su marciapiedi, cordoli, deviando per carraie, sorpassando sia a destra che a sinistra, tutto nel tentativo disperato di evitare il traffico.

Innanzitutto, dove si prende il matatu? Siccome non fa parte del sistema di trasporto pubblico, le sue rotte non sono scritte da nessuna parte, bisogna chiedere in giro, ma sta pur sicuro che un matatu che va dove hai bisogno di andare quasi sicuramente c’è. Ogni tratta ha due punti di carico e scarico “fissi”: i capolinea, i punti intermedi sono piuttosto flessibili (traffico permettendo), diciamo a richiesta. A Nairobi centro il capolinea è in downtown, nei pressi della fire station oppure vicino alla bus station, in entrambi i posti e più generalmente nella downtown, c’è un caos di mezzi e di persone inimmaginabile. La downtown si sviluppa a est e nord est di Nairobi, il confine è la mitica Tom Mboya Street. Al di là, la Nairobi “locale” al di qua, la Nairobi “internazionale”.

In questo caos, trovare il numero giusto non è cosa da poco. Ma se tu non trovi lui, lui, o meglio il “controllore” del matatu trova te. Siccome c’è concorrenza spietata tra mezzi, ogni business cerca di riempire il prima possible il matatu per poi partire, quindi urlano (in Swahili) la meta e il prezzo, con una cantilena che sembra quasi una filastrocca.

Non è neache il caso di specificare che anche i prezzi sono mutabili… la tariffa dipende dal mezzo (più o meno alla moda e dotato di IT, come il video), dall’ora (nell’ora di punta costano di più) e dal tempo atmosferico (quando piove il prezzo della corsa subisce immediatamente un incremento!). Ogni matatu può caricare 15 persone: l’autista, due passeggeri davanti, 12 passeggeri dietro e il “controllore” che ha il compito di trovare i viaggiatori, risquotere il pedaggio, e gestire le fermate.

Dal momento che comincia la corsa, le comunicazioni tra passeggeri, controllore e autista sono fatte perlopiù di segni… la musica assordante rende qualsiasi conversazione orale assolutamente inutile. Il controllore comunica all’autista attraverso delle manate date sulla lamiera del mezzo (oppure utilizzando una moneta, provocando quindi un suono metallico che riverbera ovunque). Un picchio significa che può ripartire, due picchi che alla prossima fermata (ipotetica, immaginata, sottointesa) si deve fermare. Le comunicazioni tra passeggeri e controllore consistono in tocchi con un dito sulla spalla. Se è il controllore che te lo da, significa che gli devi pagare la corsa. Se sei tu che lo dai a lui, significa che alla “prossima” vuoi scendere.

E’ un luogo privilegiato il matatu, riesci a vedere come funziona la città, come comunicano le persone, riesci a guardare quelle bellissime faccie senza essere insolente. E ne puoi sentire l’odore e ti puoi togliere il desiderio e la curisità di sfirorare il braccio di un bambino, di una donna o di un uomo senza che questo provochi alcun problema: lo spazio nel matatu è risicato!

Tutto sommato è un mezzo efficiente nell'inefficienza assoluta del sistema. Il matutu è un icona della città Africana. A Nairobi rappresenta la trasgressione (dalle regole del traffico, dell’economia, e della politica, che in più momenti ha tentato di bandirli), la creatività, la bizzaria dei kenioti. E’ al tempo stesso mezzo di comunicazione, non solo perchè trasporta persone da un luogo all’altro, ma anche perchè offre uno spazio di comunicazione, e prodotti culturali. Alcuni matatu sono dei veri e propri oggetti d’arte, per i colori, i graffiti che riportano sulla carozzeria, per la cura degli interni, per la musica o i programmi radiofonici che trasmettono.

Sono anche parte di quella “sfera pubblica” che si nutre di “rumours”, potenti mezzi di “verità” paralleli al sistema formale di informazione (media, giornali, radio e TV). Questa rete di comunicazione informale (detta anche da Musila “Kenyan grapevine”) prende vita dai discorsi popolari che si formano al mercato e sui matatu, e può diventare una forma potente di contestazione. La sua “legittimità” e forza la si capisce dal momento che le istituzioni e i media tentano di screditarla o ancora peggio di cooptarla. Qeusto “rumor” non è l’esclusivo dominio del pubblico discontento, ma un mezzo polivalente di cui talvolta si serve anche la classe politica. E’ soprattutto attraverso questo media che i Kenioti sono informati e totalmente coscienti della corruzione che divampa nel loro paese. Non c’è persona, per quanto distante essa sia dalla città, che non è a conoscenza delle malefatte della classe politica e dell’elite (c’è una strettissima correlazione tra i due gruppi, quasi una sovrapposizione geometrica…).

Tuc tuc e boda boda

Oltre ai matutu ci sono anche i tuc tuc, ovvero dei mini matatu che fanno la spola tra fermate dei matatu e quartieri non serviti dai mezzi collettivi. Affrontano tragitti più brevi e spesso su strade non asfaltate e raggiungono gli slum oppure i compound distanti dalle arterie principali. Ci stanno 4, a volte anche 5 persone, se magre. Si tratta di un Ape della Piaggio adattata al trasporto di passeggeri. E’ un servizio importantissimo, soprattutto per le donne che alla sera dalla fermata del matatu (da una arteria principale quindi) devono raggiungere la loro abitazione, attraverso strade non illuminate e non molto frequentate.

In questi ultimi anni sono proliferati i boda boda ovvero i taxi motocicletta, che fanno più o menoil servizio dei tuc tuc. Sono diffusissimi soprattutto nelle città minori e nei paesi. Questo mezzo si è diffuso perchè hanno prezzi di molto inferiori alle automobili e permettono ai giovani di guadagnarsi da vivere. Ma purtroppo, data la precarietà del mezzo, il non essere avezzi alle due ruote, alle condizioni delle strade e la guida spericolata (anche senza patente), i boda boda sono oggetto di tantissimi incidenti. Mi diceva un taxista, che nella città di Eldoret la metà dei pazienti in ospedale sono vittime di incidenti da motocicletta.

Tran tran giornaliero

Arrivata a destinazione (università, uffici comunali, biblioteca, archivio, etc.) la mia giornata prosegue tra appuntamenti, attese, attraversamenti (sto al passo degli africani!), studio, letture, e si conclude piuttosto presto, 5-6 del pomeriggio, per consentire un rientro a casa prima che faccia buio.

A meno che... si prenda un taxi (cosa che evito il più possibile, visto che non sono poi così economici) o non si aspetti Gathogo, che da buon professionista possiede un automobile e spesso passa a prendere la moglie e rientrano a casa insieme. Lui dice sempre “I am on my way… almost in town…” ma magari non arriva in città prima delle otto di sera.

E allora sto 2 ore nel loro cafè preferito “The Mug” (un Giava più locale, ma sempre per middle-high class, però più africano che europeo) dove praticamente loro sono di casa. Spesso aspetto con Polly, anche lei in attesa e magari altre persone che passano e poi vanno.

Il rientro a casa con Gathogo comprende SEMPRE una tappa al supermercato che è aperto se non tutta notte almeno sino alle dieci di sera. Sono incredibili, altrochè il Nakumatt del 2004! Questi fanno competizione a quelli inglesi e americani per la quantità di roba e ‘schifezze’ varie (tra patatine e dolcetti c'è da perderci l'occhio e la linea!). Anche qui è arrivato il latte appena munto che si scarica nelle bottiglie di plastica da un mega dispenser. Famiglia Gathogo (soprattutto Polly) da buoni ecologisti usano questo metodo, il che richiede almeno due tappe settimanali a riempire le 4 bottiglie da 1.5 litri!

Ora che siamo a casa sono le 9 passate e anche se non ho fatto niente dalle 5 del pomeriggio sono esausta e la testa sta per esplodere dalle chiacchiere e dalle infinite immagini che durante la giornate si sono accumulate e che continuano a mandare impulsi al cervello. Ma non è finita... doccia veloce e poi cena... televisione praticamente sempre accesa... spesso i bambini sono ancora alzati: Anissa di 30 mesi, che richiede un pò di attenzione e Fathili, 7 mesi che aspetta la sua tettata. Ci si aggiunge un gattino che miagola in continuazione...

Sometimes is just too much!

Dimenticavo, c'è una tata tuttofare che vive con loro, che accudisce i bambini, tiene in ordine la casa e prepara da mangiare: chapati favolosi!!!!!! Ma anche il resto non è male. Frutta deliziosa e riso saporitissimo, ugali (che poi non è altro che una specie di polenta) e quelle verdurine che tagliano finissime che non ricordo il nome. Raramente carne, ma poi fagioli, di vari colori, lenticchie e altre cose.

"Dam view estate" in Uhuru gardens

Vivono in un tipico appartamento da middle class: in una palazzina di 4 piani (a volte sono anche di 8), parte di un compound che comprende altre palazzine, ovviamente recintato da un alto muro e monitorato da una guardia 24 ore al giorno, che controlla chi entra e chi esce.

La palazzina ha dei tipici dettagli che a me sembrano "nairobesi" tipo l'uso del bowindow inglese ma usato per tutta l'altezza, richiami di semitettucci a capanna o addirittura a mansarda o peggio da chalet di montagna, e un archetto messo sempre da qualche parte. Nell'insieme diventa tipico di qui, comunque nulla di peggio di quanto succede da noi, anzi quasi piacevoli!

C'è un cortile, spazio per stendere e parcheggiare. Ci sono tutti i comfort: luce, gas (bombole) acqua potabile (o quasi), fognature. Ma al di fuori del compound sembra di essere in campagna, le strade interne, cioè quelle che dall'arteria principale (Langata Road) portano alle lottizzazioni sono sterrate, con buche che potresti annegarci dentro in tempo di heavy rain! Ai bordi delle strade i soliti gabbiotti che vendono immancabilmente le ricariche della Safaricom (rete cellulare), caramelle sciolte, i banchetti delle verdure, le donne che a terra cucinano ugali e spezzativo da vendere ai lavoratori nei paraggi (in these days vicino c'è sempre un cantiere). Non mi manca la compagnia nel percorso da casa alla fermata del matatu.

C'è anche un mini market, very basic (dove Gathogo famility non ha mai messo piede, ma la tata si, a comprare qualcosa che manca all’ultimo minuto) con gestori molto simpatici. A fianco un hotel (bar) dove fanno un chapati delizioso. E' una versione antecedente al centro commerciale moderno, che è ancora diffuso fuori Nairobi. A me ricorda un pò i “minimarket” che si trovavano nelle frazioni di campagna, dove accanto al bar c’era un piccolo alimentari con le cose essenziali, generalmente gestito dalla moglie del barista!

Questi negozietti, credo che siano utilizzati soprattutto dalla lower class che si trova in zona, o perchè lavora per la middle class (le varie tate, house help, lavandaie eccetera) o perchè hanno subaffittato una camera nelle casa della middle class, che così arriva a fine mese meno strafogata e si può permettere una macchina!

Ma entriamo in casa... potresti essere da qualsiasi parte del mondo, non c'è quasi nulla dentro che ti fa pensare che sei in Africa, forse la televisione se stanno trasmettendo un programma in swahili. C'è praticamente tutto quel che occorre, tranne la lavatrice. Al suo posto viene utilizzata una signora che tutti i venerdì viene a lavare a casa a mano tutto quello che si accumula in una settimana, e torna il lunedì a stirare. Per un totale di 3 euro alla settimana! Insomma conviene usare lei piuttosto che comprare una lavatrice. Di tipico c'è una stanzetta a fianco della cucina: qui c'è un rubinetto che butta acqua direttamente a terra e un fornelletto di quelli africani, è praticamente l'equivalente dell'aia che si trova nelle case rurali. Finestra sempre aperta, si distende qui la biancheria intima, si mette l'immondizia, si cuociono le cose ingombranti, si lavano frutta e verdura, c'è la cuccia del gatto e adesso c'è anche un gallo... ma questa è un'altra storia.

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