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La Sardegna difende la supertassa

di Giovanni Maria Bellu

CAGLIARI - Nella regione sarda informatizzata di Renato Soru, gli umori popolari arrivano via e mail. Ce n’è anche uno di Giulia Maria Crespi che incita: "Andiamo avanti così, anche per le coste". Ce n’è un altro, entusiastico, di una giovane fan: "Lei è un mito". La Casa delle libertà, che subito dopo l’approvazione della "tassa sul lusso" aveva paventato "danni per il turismo", non ha insistito nella polemica. Forse perché gli stessi operatori del settore non la pensano così. Il più importante di tutti, Tom Barrack, il padrone della Costa Smeralda, già da tempo si è detto d’accordo sulla tassa con la sola condizione che il ricavato sia investito per la valorizzazione del territorio. Ed è quanto la nuova legge prevede.

Il favore con cui il provvedimento è stato accolto in Sardegna non deriva solo dal fatto che gli isolani sono esclusi dalla tassazione. Ci sono ragioni più antiche e profonde che connettono la "tassa sul lusso" con altre iniziative della giunta Soru: la chiusura della base americana della Maddalena, il divieto di edificare nella fascia costiera a due chilometri dal mare, l’ingresso della lingua sarda negli atti amministrativi della Regione, l’avvio della realizzazione della biblioteca digitale della cultura sarda, dove sono state già inserite 50.000 pagine di documenti. Il "nuovo sardismo" dell’ex patron di Tiscali continua a tirare: nelle elezioni politiche il centrosinistra ha aggiunto 75.000 voti a quelli conquistati alle regionali di due anni fa.

E’ da verificare quanto la "tassa sul lusso" porterà nelle esangui casse della Regione sarda. Stime non ufficiali parlano di circa 150 milioni di euro l’anno, somma rilevante a fronte di un bilancio complessivo di 4,5 miliardi di euro ma insufficiente a coprire i mancati introiti (circa 400 milioni l’anno) causati, secondo l’amministrazione isolana, dal mancato versamento da parte dello Stato di quote dell’Irpef e dell’Iva riscosse in Sardegna. I conti economici, insomma, non sono ancora del tutto definiti. Quelli morali, a quanto pare, cominciano a quadrare.

Tutti in Sardegna conoscono l’aneddoto sulla nascita della Costa Smeralda. Era il 1961 quando gli emissari dell’Aga Khan, che avevano appena cominciato a fare incetta dei terreni costieri, offrirono un miliardo a un anziano capraro. "Altro che un miliardo - rispose l’uomo - voglio almeno 800 milioni!" Da molti anni questa storia ha smesso di suscitare ilarità. E’ diventata la sintesi di una regione totalmente incapace di valorizzare le proprie risorse, di aver cura dei propri tesori. C’è anche questo dietro i consensi che il "nuovo sardismo" continua a raccogliere.

Secondo l’assessore al Turismo, Luisanna De Pau (che è a sua volta un imprenditore turistico) la tassazione delle residenze al mare non solo non farà diminuire il numero dei visitatori della Sardegna, ma agevolerà gli imprenditori del settore. Si calcola che a fronte di 160.000 posti letto censiti e regolarmente classificati ce ne siano altri 4/500.000, in nero, nelle seconde case. La stessa stima porta almeno a raddoppiare il numero reale dei turisti che ogni anno visitano la Sardegna: le presenze non sarebbero dieci milioni, che è il dato ufficiale, ma almeno venti milioni. E’, secondo Soru, la principale industria sommersa dell’isola. "Di tutto questo - dice l’assessore al turismo - non ci resta nulla in termini di posti di lavoro e, quando i proprietari non sono sardi, nemmeno di introito fiscale". Sempre secondo le prime stime, appartengono a "continentali" il 30/40 delle seconde case.

Gli amministratori regionali ritengono che non esistano problemi di legittimità per la "tassa sul lusso". "Dal punto di vista formale - spiega Fulvio Dettori, il segretario generale - abbiamo raggiunto la conclusione, confermata per esempio da un costituzionalista come Valerio Onida, che questo provvedimento rientra nei poteri dell’amministrazione". Ma c’è un argomento sostanziale, che riguarda l’equità del provvedimento. "I nostri interventi a tutela dell’ambiente - dice l’assessore alla Programmazione Francesco Pigliaru - e in particolare il blocco dell’edificazione nella fascia costiere, hanno determinato un incremento di valore dell’intero patrimonio abitativo. Il contributo che chiediamo non è affatto esoso". Concetto riassunto da Soru con una battuta: "Non si capisce perché nelle spiagge chi pianta un ombrellone debba pagare dieci euro e invece chi si sistema in uno dei nostri golfi con una barca di cinquanta metri non debba pagare niente. Quanto chiediamo corrisponde a quanto, molto spesso, viene speso in una serata in un locale alla moda".

Soru: "Chi ha di più paga di più

non sono Ghino di Tacco"

di Alberto Statera

Aveva promesso qualche mese fa di far sequestrare a Tremonti la scrivania di Quintino Sella e l’intero palazzo umbertino di via XX Settembre, sede del ministero del Tesoro, per l’inadempienza dello Stato nel versamento delle quote Iva e di imposte spettanti alla Sardegna. Ora Renato Soru, il Robin Hood di Sanluri, il vendicatore del Supramonte o, tout court, di «su populu sardu», dopo aver «cacciato» gli americani dalla Maddalena, ha fatto di peggio. Ha istituito una sorta di tassa sul lusso di terra, di mare e di cielo - ville, yacht e jet - dei non sardi, beccandosi dal centrodestra almeno l’epiteto di «comunista», avanguardista del partito delle tasse che con Prodi spennerà il paese. Figuratevi se qualche miliardario di Porto Rotondo che si vedrà tassare la villa da 5 o da 50 milioni di euro, magari il proprietario dei 2500 metri quadrati coperti di villa «La Certosa» tra un numero sconfinato di ettari, non ricorrerà in tutte le sedi contro l’ignobile balzello marxista.

Forse, governatore Soru, gli incazzati hanno qualche ragione: ponga il caso di un sardo che si compra una casa a Varazze per passare le vacanze. Che direbbe lei se gli mettessero una tassa?

«Guardi che non abbiamo nessuna intenzione di dividere l’Italia a fette o di far pagare diritti di signoraggio. Non sono un Ghino di Tacco sardo. Ma il turismo e le seconde case sono la principale attività della nostra regione, sono ciò che per l’Italia del nord, per il Veneto, sono i capannoni delle piccole industrie».

Le seconde case come il distretto degli occhiali nel Bellunese o quello delle scarpe nel Vicentino? Il distretto sardo delle seconde case e degli gli yacht a Porto Cervo?

«Esattamente, la Sardegna come il distretto delle piastrelle. Ma il reddito delle nostre piastrelle, 250 mila seconde case e migliaia di yacht, non viene qui, va fuori».

Non ci ha risposto sul sardo ipertassato a Varazze.

«La Sardegna è una regione a statuto speciale, con compiti speciali, con responsabilità e competenze in molte aree, con costi diversi dalle altre regioni. Oltre alla partecipazione all’Iva prodotta in Regione, che non ci viene corrisposta dallo Stato per molte centinaia di milioni di euro, abbiamo la possibilità dell’imposizione fiscale per far fronte ai nostri immensi compiti. Secondo lei verso chi dovremmo usare questa potestà? Verso i lavoratori dipendenti che non arrivano alla fine del mese? Verso i disoccupati?».

Supponiamo verso i ricchi, presidente.

«Verso chi fa uso privato e non produttivo di valori ambientali tutelati, di risorse scarse».

Insomma, lei vuole vendere ai ricchi d’Italia e del mondo una sorta di «pacchetto amenità»?

«Non mi sembra di dire un’eresia sostenendo che si partecipa sulla base delle proprie capacità contributive: chi ha di più contribuisce di più, chi ha meno di meno. L’utilizzo delle scarse risorse ambientali deve andare a beneficio della collettività sarda. Bisogna contribuire allo sviluppo delle zone interne, redistribuire il reddito per creare opportunità uguali per tutti, sulle coste e all’interno».

Presidente Soru, redistribuzione è una parolaccia per chi ci ha governato fino a ieri e forse per parte cospicua degli italiani.

«E invece sa io che le dico? Che contrariamente a quel che ho sentito dire da un importante personaggio politico, lei sa chi, penso che i figli dei ricchi e quelli dei poveri debbano avere le stesse opportunità».

Va bene, ma lei non ci sta forse dando un assaggio di autonomismo un po’ troppo spinto? Non farà dei «continentali» dei nemici?

«Per carità, nemici solo per una piccola tassa sui valori immobiliari che si sono incrementati di centinaia di volte e che si valorizzeranno ancora per la politica di tutela ambientale? I continentali sono gli amici più vicini. Chiedano la residenza in Sardegna, li accoglieremo a braccia aperte».

Non andranno in Costa del Sol?

«Una piccola tassa non sposta le preferenze dei turisti e dei proprietari di seconde case diventate uno straordinario investimento».

Fatto sta che, passato Berlusconi che voleva abolire l’Ici, e lei governatore, e non Prodi, che con la super Ici fa l’avanguardista del centrosinistra come partito delle tasse.

«Guardi che il centrosinistra non è il partito del tasse, è il partito delle pari opportunità».

Quindi non pignorerà a Prodi e al suo ministro dell’Economia la scrivania di Quintino Sella?

«Ci sono giuste ragioni da tutte e due le parti, Prodi lo sa, il problema della ripartizione dell’Iva sarà risolto. E Quintino Sella può riposare tranquillo».

Polverizzato. Più letale di una benna il Tar ha demolito il castello di accuse tirato su dal comune di Azrazchena al Piano paesaggistico regionale. Sarò anche una vittoria postuma per la giunta guidata da Renato Soru, ma i giudici pezzo dopo pezzo smontano tutte le osservazioni fatte dal comune culla della Costa Smeralda. La sentenza, che fa scuola, ribadisce la bontò della filosofia del Ppr e mette ordine in un area in cui ogni granello vale oro. Solo se ricoperto da cemento armato. Il muro di eccezioni, che l’amministrazione ha presentato per abbattere il Ppr, viene abbattuto dai giudici. Si spezza il principio portato avanti nel ricorso del Comune. Più cemento-più denaro- più sviluppo. Il Ppr non trasforma il territorio della Costa Smeralda in una riserva integrale, ma dà regole certe. Questo è il principio che sembra ribadire il Tar con questa sentenza. Filosofia applicabile in tutti i centri dell’isola. Tra gli argomenti al centro del ricorso l’istituto delle intese. La procedura per cui il Comune presenta una serie di progetti alla Regione e chiede che vengano approvati. Secondo Arzachena è uno strumento arbitrario che spoglia l’amministrazione del suo potere di decidere. Ma il Tar rovescia il punto di vista. Le intese sono una gentile concessione della Regione alle amministrazioni che non sono state capaci di adeguare il piano urbanistico alle regole del Ppr. La Regione non voleva che tutto si fermasse nei centri costieri in attesa del varo dei nuovi Puc. Per questo ha proposto di portare almeno i progetti più importanti a Cagliari. Per discuterli insieme e trovare una intesa. «I comuni non sono obbligati a chiedere l’attivazione dell’intesa — riporta la sentenza —. Si possono limitare ad adeguare con la dovuta sollecitudine il Puc al piano paesaggistico». Ma già dalle prime righe il Tar comincia l’opera di demolizione. I giudici puntano l’indice contro il comune di Arzachena che nel suo ricorso non avrebbe fatto distinzione tra fascia, e ambito costiero. Per i profani due sinonimi. Per il Ppr due cose diversissime. La fascia è l’area vicina al mare, l’ambito è il territorio nel suo complesso. La fascia costiera è tutelata con maggiore rigidità. Arzachena, che si trova a 5 chilometri dal mare, sosteneva di essere considerata dal Ppr come fascia costiera. Ma il piano paesaggistico la individua come ambito costiero. Un’area che vive di e sul mare. Finezze non solo da giuristi, ma che hanno un peso che si misura in metri cubi di cemento. In ogni caso il Tar affonda questo punto forte del ricorso. «La Gallura costiera nord orientale è stata esaminata nelle sue componenti, non si può tracciare una linea netta di demarcazione che distingua la parte paesaggistica costiera da quella insediativa interna. Tutta l’area è un unicum di cui fanno parte sia i territori sul mare, sia quelli e interni». Un altro paletto il Tar lo fissa anche per la strada Olbia- Santa Teresa. Da sempre Arzachena chiede la quattro corsie. La giunta Soru ne ha programmato una a due corsie. Anche su questo punto i giudici mettono punti fermi. Il Comune si lamentava. «Perché la Regione — riporta il ricorso presentato da Arzachena — con la ricomprensione in ambito costiero delle aree interessate alla viabilità a quattro corsie Olbia-Arzachena ha con palese sviamento vietato la realizzazione dell’opera ». Ma anche questo punto viene spazzato via dal tribunale che ribadisce la assoluta discrezionalità della Regione nel dare regole e pianificare lo sviluppo del territorio come meglio crede. In altre parole a decidere deve essere Cagliari.

Per il partito del cemento è una disfatta. La giunta regionale sarda ha approvato ieri il cosiddetto piano paesaggistico. Costruire sulle coste devastando paesaggio e ambiente non sarà più possibile. Le nuove regole impongono una tutela rigorosa. Vietato costruire entro una fascia che si estende mediamente (un po' meno in alcune zone, un po' più in altre) per due km dal mare. Tutti i comuni dovranno dotarsi di un piano urbanistico, che dovrà essere sottoposto a una verifica di coerenza con il piano affidata alla Regione. Nelle zone di insediamento turistico saranno consentite esclusivamente opere di riqualificazione urbanistica, ad esempio la trasformazione di villaggi turistici in alberghi oppure la ristrutturazione di strutture abbandonate o in rovina. E il piano tutela anche le campagne, dove si potrà costruire solo in terreni estesi per almeno tre ettari e solo se si dimostra che chi edifica esercita su quel pezzo di terra un'attività di imprenditore agricolo. E' insomma un'inversione di tendenza netta rispetto al passato. L'obiettivo del piano, firmato da Edoardo Salzano, urbanista da sempre impegnato sul fronte ambientale, è quello di dare uno stop a un modello basato sulle seconde case e sui villaggi turistici. Ora dove non c'è niente non si potrà più costruire, e dove già è stato costruito si potrà soltanto riqualificare, eliminare gli scempi. La filosofia di fondo del piano è conservare le zone ancora intatte, indirizzando lo sviluppo turistico verso i centri urbani, con progetti di riconversione urbanistica degli insediamenti già esistenti. Per il presidente della giunta sarda, Renato Soru, non è stato semplice ottenere il consenso della sua maggioranza all'approvazione del piano paesaggistico. Le resistenze maggiori sono arrivate da una parte dei Ds, quella più legata a settori imprenditoriali che dal vecchio modello di sviluppo turistico hanno ricavato per anni utili sostanziosi. Alla fine di un lungo braccio di ferro Soru è riuscito a far passare la sua linea. La battaglia, però, non è ancora terminata. Raggiunto l'accordo di maggioranza che ha consentito all'esecutivo presieduto da Soru di approvare il piano, ora si apre la fase di definizione dei piani urbanistici comunali. Molti sindaci di centrodestra hanno già annunciato che faranno ostruzionismo. Tra le reazioni, quella di Roberto Della Seta, presidente di Legambiente: «Quello sardo è uno dei piani paesaggistici più avanzati e innovativi, in grado di proporre tutela e valorizzazione». A sostegno del piano anche Antonello Licheri, capogruppo Prc in consiglio regionale: «E' una bellissima notizia per la Sardegna e un pessimo affare per palazzinari senza scrupoli». E quanto pesante sia la sconfitta per i palazzinari lo dimostra la reazione rabbiosa del centrodestra. Ieri mattina alcuni consiglieri regionali hanno bloccato l'ingresso all'aula, transennando le porte con nastri di plastica con su scritto: «Vergogna!».

Precisazione

Il Piano paesaggistico regionale non è “firmato da Edoardo Salzano”. Il piano è il piano dell’amministrazione regionale, è stato redatto dall’Ufficio regionale diretto dall’ing. Paola Cannas, alla sua redazione hanno concorso alcune decine di tecnici e amministrativi, nonché (con i suoi consigli e documenti, e l’impegno personale di alcuni suoi membri) il Comitato scientifico. Salzano è stato il coordinatore del Comitato, ed è orgoglioso di aver partecipato a questo titolo alla formazione del più positivo documento di pianificazione redatto in questi anni, così difficili per quanti credono che il territorio sia un bene comune e che, per governarlo nell’interesse delle generazioni attuali e di quelle future, sia necessario amministrarlo con parsimonia e avvedutezza.

Alla fine i falchi di Forza Italia hanno dovuto cedere e il consiglio regionale della Sardegna ha approvato l'articolo del decreto salva coste, il numero 3, che impedisce di costruire entro una fascia di due chilometri dal mare. Per bloccare la decisione della giunta presieduta da Renato Soru l'opposizione aveva presentato 3.800 emendamenti. Guidata da Mauro Pili, ex presidente della Regione, alter ego in Sardegna del presidente del Consiglio, il centrodestra puntava a bloccare i lavori del consiglio e a impedire l'approvazione della legge finanziaria regionale entro la fine dell'anno. Ma le cose sono andate storte. Pili, alla fine, è rimasto isolato all'interno della stessa minoranza. Il braccio di ferro è finito a favore del centrosinistra. Alleanza nazionale si è sfilata, lasciando Pili solo a sostenere la linea dello scontro istituzionale. Al partito di Fini si è accodato quasi tutto il resto dell'opposizione, che ha deciso di rinunciare all'ostruzionismo e di discutere la legge in consiglio a termini di regolamento. In sostanza, il centrodestra ha riconosciuto alla maggioranza il diritto di legiferare, senza per questo rinunciare a modificare il decreto in aula. Dopo l'intesa tra centrosinistra e centrodestra Pili ha reagito con dichiarazioni molto polemiche, accusando i partner della coalizione di centrodestra di fare «un'opposizione morbida e in pantofole». Puntuale la replica del capogruppo di Alleanza nazionale in consiglio, Mario Diana: «Ma quali pantofole. Alleanza nazionale farà un'opposizione dura, ma nei limiti della democrazia. L'accordo sul disegno di legge esiste, ma riguarda solo i tempi e non i contenuti». E poi, una puntualizzazione che è anche una «frecciata» al leader di Forza Italia: «Non siamo noi ad aver perso le ultime elezioni, ma Pili». Nel confronto con Soru, Pili ha perso con un distacco nettissimo a favore del leader del centrosinistra (un centrosinistra allargato, in Sardegna, ai movimenti e a Rifondazione Comunista). Il contrasto tra Pili e An riflette a livello locale le tensioni che a Roma agitano la Casa delle libertà. Dopo l'accordo con l'opposizione, la discussione del disegno di legge sulle coste è ripresa a ritmi normali. L'articolo cardine, il 3, è già passato. Ed è un vero e proprio mutamento di paradigma. Il divieto di costruire entro la fascia di due chilometri ferma tutti i progetti speculativi e tutti i piani immobiliari che molti comuni avevano fatto passare, nei cinque anni di governo del centrodestra, con il sostanziale appoggio della giunta regionale. Il saccheggio indiscriminato viene bloccato. Il disegno di legge fissa i criteri generali di una programmazione che mette al centro la tutela dell'ambiente.

Gli interessi che vengono colpiti sono enormi. Tra i progetti bloccati quello di Costa Turchese, a sud di Olbia, dove una società di Marina Berlusconi, figlia del presidente del Consiglio, vorrebbe realizzare un maga villaggio turistico. Ma viene bloccato anche il progetto di raddoppio della Costa Smeralda messo in cantiere da Tom Barrack, il miliardario texano che ha acquistato il paradiso sardo delle vacanze per vip da Karim Aga Khan. Così come vengono fermate colate di cemento già pronte a deturpare le coste di Bosa, di Alghero, del Sulcis e dell'Ogliastra. Interventi che, considerati tutti insieme, prefigurano una sorta di città lineare, fatta di seconde case, di villaggi turistici e di alberghi, che si estenderebbe su tutto il perimetro delle coste sarde. Interessi imprenditoriali, quelli toccati dal decreto, che si appoggiano soprattutto a Forza Italia. Anche per questo An ha deciso di mollare Pili e di lasciarlo solo a sostenere la linea dell'ostruzionismo a oltranza. Ora il fronte della protesta dura si è spostato dal consiglio regionale ai Comuni ed è guidato da sindaci di centrodestra. In prima fila il sindaco di Olbia, Settimio Nizzi, e quello di Arzachena, Pasquale Ragnedda. Il più intransigente è Nizzi, che sui progetti di cementificazione delle coste ha puntato tutta la sua campagna elettorale, sostenuta in prima persona dal Cavaliere.

Nei primi anni ‘90 la Regione decise di vincolare una fascia di 300 mt. dal mare raddoppiando la misura in vigore. Poi i piani paesistici, che accoglievano la norma, sono stati annullati (un primo gruppo già nel ‘98) e da allora la politica, eludendo i tentativi di riaprire il dibattito, ha scelto la strada dell’attesa; conveniente specie per chi non ha mai nascosto l’idea di fare saltare tutto il quadro delle regole.

Il vincolo temporaneo per una fascia di 2 km. dal mare posto dalla giunta regionale è un provvedimento annunciato. In campagna elettorale Soru ha continuamente affermato l’intenzione di ampliare il regime di tutela, giudicato insufficiente. Per salvare il salvabile è un’ accortezza indispensabile.

Ma è la contrarietà degli avversari di questa linea (e la equidistanza di altri) che ne spiegano la giustezza. Una cuccagna l’assenza di regole

che darebbe il tempo di assestare gli ultimi colpi: tante case in libertà, almeno quante se ne faranno comunque, per via di molte concessioni già rilasciate.

Ma le ragioni contro il decreto si ammantano di significati alti: «contrario ai metodi raffinati della pianificazione», «in dispregio all’autonomia dei

comuni», «contro lo sviluppo turistico» ecc. Ed è curioso che chi invoca la certezza del diritto oggi, non lo abbia fatto quando vi erano territori

con e territori senza piano paesistico.

Ma nessuno nega che la sottrazione, per legge regionale ed extra-piano, di parti dei litorali alla trasformazione (la deprecata fascia di rispetto

dei 300 mt.) abbia scongiurato un danno di considerevoli proporzioni.

Non è vero d’altra parte che il ricorso a queste misure sia operazione astratta. Per alcuni beni, a rischio di danni irreversibili, i vincoli si sono ampliati per corrispondere a crescenti riconoscimenti di valori.

Grandi parti delle città italiane sono sostanzialmente immodificabili, aldilà di dettagliate analisi urbanistiche (non solo i profili delle più note piazze e strade delle città storiche ma gli assetti di una miriade di paesaggi urbani minori sono vincolati). Appunto nelle città d’arte - care ai turisti più delle spiagge sarde - un metro cubo in più varrebbe una fortuna e tanti metri cubi sarebbero una disgrazia. La tesi secondo cui i vincoli aumentano la rendita delle preesistenze lascia il tempo che trova.

Verso i paesaggi naturali il processo di affezione avviene con più lentezza. Le misure di rispetto non sono che il riconoscimento a siti dove le sensazioni

di chi si guarda attorno sono più forti, che aumentano quanto più ci si avvicina alla riva del mare, come al nucleo di un bosco, alla cima di un

monte, a un nuraghe. Difficili da definire esattamente e variabili («tu chiamale se vuoi emozioni», semplificava Lucio Battisti).

E il grado elevato di intensità emotiva di questi ambiti, che si può alterare con poco, è confermato guarda caso dal valore di mercato - qui la rendita

immobiliare è molto alta - che si spiega con le ricorrenti richieste di possesso esclusivo.

È così irragionevole ipotizzare di allontanare l’edificazione in modo da lasciare intatti quei luoghi - e quelle emozioni - a vantaggio di molti? Chi può affermare che i turisti, per esempio quelli che hanno cominciato a disertare la Sardegna, non apprezzino questo riguardo verso il carattere

dei luoghi, anche oltre i 300 metri dal mare?

È cresciuta l’esigenza di tutela dei litorali sardi, oltre quella linea credo. La soglia di sopportazione verso le alterazioni dei siti più delicati è stata ampiamente superata, e i sardi - non solo quelli residenti nei comuni marini - e i forestieri guardano con indignazione ai danni, questi si pregiudizievoli

per il turismo. Fermarsi un anno a fronte di scelte che si trasferiranno nel tempo lunghissimo è opportuno: si scoprirà che non servono altre residenze sparse ma al più qualche buona (e vera) attrezzatura ricettiva meglio se localizzata all’interno dei preesistenti insediamenti.

Potrà riflettere quel sindaco che ha fretta di avere villaggi sulla costa con un centro storico mezzo vuoto, e convenire che una estensione del regime

di tutela, cioè piani paesistici più rigorosi di quelli annullati, potrà avvantaggiare il suo comune.

La Regione ha il compito di continuare nella strada intrapresa perchè tra l’altro ha molto più consenso di quanto si vuole fare apparire. Se ne dovrebbero

convincere gli alleati di Soru, quelli titubanti e che si collocano in quelle zone grigie, né di qua né di là, in attesa di vedere come andranno le cose.

“Abbiamo fatto parlare tutti quelli che si sono iscritti a parlare e alla fine della giornata ce ne andremo da qui avendo più ascoltato che parlato. Ci sono stati più di 25 interventi e io ringrazio tutti singolarmente, da ciascuno di questi interventi c’è qualcosa di prezioso da cogliere, importante, anche quando magari il gioco delle parti ha avuto un ruolo troppo importante e anche quando la polemica forse poteva essere stemperata.

I temi sul tappeto sono moltissimi, contagiati da tante cose, le considero tutte, cercherò di far tesoro di tutte, partendo da quella che sottolinea che forse non abbiamo rispettato troppo il cerimoniale con il presidente della Provincia, il sindaco del Comune, però francamente mi sembrano questioni ridicole. Abbiamo fatto in fretta questo incontro di lavoro perché dobbiamo lavorare in fretta per i motivi che voi ci avete sottolineato, senza troppi cerimoniali, incontrandoci da pari come voi avete detto perché c’è da fare. Rappresentiamo istituzioni diverse con responsabilità diverse che tutte assieme collaborano, secondo il principio di equanimità al Governo di questa Regione. Non abbiamo pensato di fare troppe cerimonie, abbiamo fatto le cose in fretta spendendo poco denaro pubblico ma cercando di essere più efficienti possibile.

Ringrazio comunque il sindaco del comune di Alghero per averci ospitato, non l’abbiamo voluta disturbare perché non cercavamo nulla di particolare, cercavamo una sala dove incontrarci e parlare un po’. Però le devo riferire i complimenti che sono già stati fatti per la sua città, perché sono venuto ieri sera e ho passato una bella serata passeggiando per i Bastioni, e mi devo complimentare per la piacevolezza di passare una serata in questa città. Capisco il successo di questa città, per la piacevolezza di far turismo qui e basta una serata ad Alghero per capire che differenza c’è tra visitare una lottizzazione costiera o un villaggio inventato o uno nuovo, o una specie di presepio di cartapesta, un paese vissuto dalla gente, un posto vero che attiri la gente, che l’attiri tutto l’anno e che non si monti e smonti come un presepio che dura solo 20 giorni di architetture di venti anni, un progetto che ci costa sempre un sacco di soldi e che ogni anno dobbiamo ricomprare. Questa è la differenza tra diversi tipi di turismo: fra un luogo di cartapesta e un luogo vero. Suggerisco a tutti una serata ad Alghero, a tutti quelli che hanno responsabilità per programmare il turismo nel loro territorio.

Ho detto che faccio tesoro di tutti gli interventi. Anche se volessi riassumere un pochino gli interventi ne viene fuori che ho sentito poche autocritiche oggi. Parliamoci francamente, ho sentito veramente poche autocritiche da parte degli amici, eppure tutti saranno immagino amministratori pro tempore come lo sono io e quindi non hanno magari responsabilità del passato. Sembrerebbe che tutto va bene, tutto va benissimo. L’ambiente della Sardegna è stato sempre salvaguardato dalle amministrazioni locali, quello che abbiamo realizzato è tutto bellissimo, come dicono, e ciò che stiamo facendo è tutto buonissimo. Il turismo anche quest’anno sta esplodendo e ci sta portando una montagna di lavoro, gli operatori turistici sono tutti contenti, va tutto bene, per cortesia lasciateci lavorare, non disturbateci.

Questo è un pochino il riassunto brutale degli interventi, però non credo sia così perché, se chiediamo a tanta gente che va in giro per la Sardegna, che va in giro per le coste della Sardegna, non tutto quello che è stato costruito è buono, anzi molto di quello che è stato costruito non è buono affatto, anzi ci induce anche a vergognarci un pochino per quello che è stato fatto. E non è neanche vero che il turismo sta andando bene in Sardegna, a parte rarissime situazioni, il turismo sta andando piuttosto male quest’anno, in Sardegna come in altri luoghi d’Italia, colpito dalla nuova competizione, da mercati nuovi che si offrono al mercato del turismo europeo e mondiale con professionalità nuove, prezzi più bassi, prezzi molto più bassi e a volte molto spesso servizi migliori. Il turismo non sta andando bene in Sardegna e allora forse vale la pena di continuare a parlare senza pregiudizi.

Un tema importante che è emerso: non siamo più il modello di uno Stato gerarchizzato, dove certamente si decide in piena autonomia facendo poi subire le decisioni centrali alle regioni alle province poi ai comuni. E d’altronde noi, come amministrazione regionale che combatte quello che sta accadendo in questi giorni in Parlamento, a livello centralistico statale, con il programma addirittura di modificare l’autonomia regionale di regioni che hanno carattere atipico, non possiamo pensare a decisioni centralistiche per territori, comuni, province che hanno caratteri di complementarietà e di pari valore con l’amministrazione regionale. Non ci può essere una Regione senza comuni ma non ci può essere una regione neanche senza amministrazione regionale. Tutti siamo stati votati a scrutinio segreto, come è stato ricordato stamattina, e a ciascuno di noi è stata data una responsabilità diversa, ai sindaci dei comuni costieri, agli altri trecento sindaci che oggi non sono rappresentati in questa sala e che io devo rappresentare e anche alla Regione che sicuramente ha un ruolo importante, diverso da quello dei sindaci.

Abbiamo il ruolo di programmare, abbiamo il ruolo di coordinare, fissare gli indirizzi, di guidare la politica, le diverse politiche della Regione, in questo caso la politica del turismo, le politiche urbanistiche, le politiche dello sviluppo; quindi dobbiamo lavorare assieme e stiamo cercando di imparare a farlo. Comunque esserci incontrati oggi credo sia stato importante per tutti ed è un segno di questa nostra volontà del cambiamento. C’è stato detto che forse lo potevamo fare prima, io continuo a pensare che è stato importante prima farlo e poi discutere e sentire la volontà di questa Giunta regionale, non solo di discutere ma di far le cose. E comunque abbiamo avviato questa discussione che inizia oggi, e andrà avanti e vedrà il vostro contributo attivo da qui ai mesi prossimi e ci porterà alla stesura di un Piano Territoriale Paesistico Regionale.

Programmazione dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto, non credo che dobbiamo attenerci a delle formule ma sicuramente siamo tutti chiaramente consapevoli che abbiamo bisogno sia di assistenza tecnica sia di competenze esterne, ma abbiamo anche bisogno di riconoscere le competenze locali, delle amministrazioni locali, di chi conosce il territorio. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro e nessuna parte può fare a meno dell’altra parte; il singolo comune non può fare a meno dell’amministrazione e l’amministrazione regionale non può fare affatto a meno dei singoli comuni. Dobbiamo imparare a lavorare assieme, a rispettarci, e a rispettare la responsabilità diversa che ciascuno di noi ha; è stato detto: “Lei dovrebbe essere il sindaco di tutti i sindaci”, non lo so, non lo so cosa devo essere. Io devo, dovrei, rappresentare tutti i sindaci, devo rappresentare tutti i cittadini sardi, devo sapere di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini sardi, di tutti, non solamente dei cittadini dei comuni costieri, ma anche gli interessi dei cittadini di Sanluri, tanto per fare un esempio, che non hanno il mare nel loro comune però hanno conosciuto Torre dei Corsari nel comune di Arbus, hanno conosciuto Marceddì nel comune di Terralba, hanno conosciuto San Giovanni di Silis nel comune di Cabras, e sono portatori d’interesse in quei posti, direi quanto i cittadini di queste sono portatori di interessi altrettanto importanti e altrettanto meritevoli di tutela verso quei luoghi.

E rappresento, vorrei rappresentare, in questa Giunta, gli interessi di tutti i cittadini sardi; non solo, vorrei rappresentare gli interessi di tutti i cittadini sardi, di oggi e quelli che non conosciamo ancora. Sono assolutamente conscio che dobbiamo rappresentare gli interessi di chi non è ancora nato e non nascerà prima di 20, 30 anni. Sono altrettanto importanti quegli interessi, non ci siamo solamente noi, il mondo non finirà e abbiamo il dovere di controllare e di far trovare ai nostri nipoti almeno qualcosa di quello che abbiamo conosciuto noi, e se è possibile dobbiamo fargli conoscere meglio tutto quello che di buono abbiamo conosciuto noi e qualcosa di migliorato e niente di compromesso e di cancellato per sempre: questi sono gli interessi di cui io sono portatore, io e la Giunta.

“C’era urgenza di provvedere?” mi è stato chiesto dal sindaco di Sassari. Accidenti se c’era urgenza, c’era molta urgenza per dei provvedimenti, per dei vincoli caduti, che il passato Consiglio regionale non era riuscito a riproporre, per cui questa nuova amministrazione regionale si è trovata in una situazione di caos normativo sulla fascia costiera che, come è stato ricordato, rappresenta una parte importante dei presupposti di sviluppo turistico e quindi di sviluppo di tutta la Regione sarda. C’era assolutamente l’urgenza di prendere dei provvedimenti. I 2000 metri fanno parte della storia dei precedenti PTP: la programmazione costiera è andata ad esaminare e a studiare la fascia dei 2 chilometri. C’era urgenza e abbiamo prudentemente, e con rispetto anche per quello che hanno fatto gli altri, limitato l’oggetto della nostra attenzione a difendere 2 chilometri di costa che erano stati oggetto dell’attenzione di chi ci ha preceduto. C’era assolutamente urgenza di farlo e l’abbiamo fatto.

Io vorrei cercare di chiarire, scusatemi, però ho ascoltato parecchio e poi corro il rischio di farvi perdere qualche minuto, comunque vi ringrazio di richiamare la vostra attenzione per qualche minuto in più, però è stata preziosa per voi questa mattinata ma è preziosa anche per me per farmi sentire direttamente da voi su questo argomento.

E vorrei provare ad inquadrare questa cosa in un insieme un pochino più generale che appunto è la responsabilità che io ho. E’ chiaro che quando si parla di norme generali poi colpiscono il singolo comune che aveva il suo problema particolare, un altro ne aveva ancora un altro, un altro comune non ha costruito nulla per cui è inutile che venga penalizzato come quello che ha costruito tantissimo, un altro ha nei suoi 200 metri caso unico rarissimo un importante presenza di industria zootecnica, ci sono cento particolari che avremo modo di analizzare e vi chiediamo di aiutarci a comprendere ed eventualmente a correggere. Ma quando c’è fretta è chiaro che nelle pagine si tagliano delle cose che non si vorrebbe tagliare, ma è comunque prezioso, importante, prendere delle note generali.

Comunque, quale è in realtà l’inquadramento generale che la Giunta deve fare, diversamente dai sindaci, che devono pensare all’interesse del loro singolo territorio? Innanzitutto parliamo di sviluppo economico per questa regione, di possibili modelli di sviluppo economico, di possibilità di sviluppo economico.

E’stato ricordato che l’altro giorno c’era il centenario dei fatti di Buggerru, una Sardegna all’epoca certamente più povera di oggi con un reddito pro-capite che era pari al 40% del reddito pro-capite della media nazionale. Oggi il reddito in Sardegna è sicuramente più alto. La Sardegna è più ricca di 100 anni fa, ma il reddito pro capite dei sardi è ancora pari a meno il 65% della media nazionale, dal 40% siamo passati al 65%: questo è il risultato.

Per altre cose la crescita è stata molto più importante, ad esempio per l’istruzione: il 75% delle coppie che si sposavano all’epoca firmavano con una croce i documenti del loro matrimonio; oggi direi che non c’è più nessuno che, delle nostre giovani coppie, firma con una croce. All’epoca, le donne non votavano per nulla, è stato ricordato, c’erano forse circa 15 mila frati che erano iscritti nelle liste elettorali, c’erano trecento studenti all’Università, c’erano 50 ragazzi all’anno laureati, 30 avvocati e 20 medici. La Sardegna ha fatto passi avanti da giganti, però la Sardegna non ha fatto altrettanti passi da gigante nel recupero dello sviluppo economico, dal 40% è passata al 65%. Credo che magari ci saremmo aspettati un risultato migliore e questo ritardo di sviluppo deve essere ancora la priorità del Governo della Regione, insieme alle altre cose. Un ritardo di sviluppo che si sposa con un altro dato importantissimo: la Sardegna ha probabilmente il tasso di disoccupazione più grave di tutta l’Italia. Abbiamo detto che siamo vicini al 20% e in certe regioni, in certe aree della Sardegna, e soprattutto per i giovani e per le donne, questo tasso supera il 35%, in alcune occasioni si avvicina anche al 50%; un reddito più basso del 35%, tassi di disoccupazione cha vanno dal 18, 20, 35%.

Come dare lavoro, come superare questo ritardo di sviluppo? Dando lavoro alla gente. Che modello di sviluppo per i sardi? Sono stati tentati altri modelli in precedenza, quello delle monoculture, quello del mettere tutti i soldi in unica scommessa. Questa Regione non può puntare su una nuova monocultura. C’è un dibattito anche a livello nazionale in cui si pensa che l’Italia, che vede cadere le industrie piano piano, che vede processi di deindustrializzazione, di fuga dagli investimenti industriali verso altri paesi, debba puntare in maniera massiccia verso il turismo, anche a livello nazionale. Noi in Sardegna non possiamo immaginare una nuova monocultura, quella del turismo, vogliamo un’economia ordinata, fatta di un pezzo importante dell’agricoltura, dell’industria, che già al 13% è ai livelli più bassi di tutta Italia. Vogliamo l’agricoltura, vogliamo l’industria, vogliamo anche quello che resta della grande industria, vogliamo l’artigianato, vogliamo i servizi, vogliamo i servizi anche di tecnologia, vogliamo il turismo, all’interno di un processo ordinario, non puntando unicamente adesso su una nuova unica scommessa.

Puntiamo sul turismo e allora, innanzitutto, cos’è il turismo? Prima di parlare di metri cubi, di stanze, metri quadri, stiamo parlando di posti di lavoro, di sviluppo economico, di sviluppo economico nel turismo che deve avere un ruolo importantissimo in Sardegna. E quindi cos’è il turismo? E allora direi che innanzitutto non possiamo far finta tra di noi di pensare che il turismo sia vendere la terra, perché a volte c’è la pressione della gente, ci sono delle necessità, c’è bisogno di uno stipendio oggi, questo mese, c’è bisogno di arrivare al mese prossimo o all’anno prossimo, qualche volta c’è anche il bisogno di guadagnare tanto e subito, fregandosene degli altri e del futuro. Però il turismo non è vendere la terra, non possiamo come Regione pensare di risolvere i problemi come fanno tante volte le cattive famiglie, dove piuttosto che utilizzare questi strumenti che hanno, questa eredità che hanno ricevuto, vendono qualcosa oggi, qualcosa domani, pensando che questo qualcosa da vendere rimanga per sempre; poi alla fine si accorgono che le cose da vendere sono finite, pure il valore di quelle che stavano vendendo man mano è scemato; nel frattempo i figli non sono andati a scuola o ci sono andati poco, nel frattempo quelle cose che avevano avuto in eredità erano diventati strumenti di lavoro veri. E si ritrovano spesso senza futuro e senza possibilità. Allora turismo non è vendere la terra. Il turismo non è vendere le coste, non è nemmeno venderle qualche volta anche a decine di ettari, se rendono qualcosa anche pochissimo, se rendono tanto di più a chi le valorizza, se rendono tanto di più a chi le lottizza e poi le rivende al dettaglio. Il turismo non è quello. Quello non è turismo, quello è altro. Il turismo non è neanche vendere la terra al dettaglio o vendere la terra quando, dopo le lottizzazioni, si iniziano a costruire le casette tutte uguali di questi villaggi che rimangono aperti un mese, un mese e mezzo e raramente rimangono aperti due mesi.

E’ stato ricordato ampiamente in questi giorni che io ho frequentato Villasimius, che vado a Villasimius. Lì ci sono dei posti anche bellissimi, delle calette, delle cale, dei luoghi importanti dove la cala è sparita completamente, il luogo non esiste più e esistono molte decine di case che quest’anno erano per la stragrande maggioranza vuote. E allora quelle lì evidentemente non erano investimento del turismo, sono state terra venduta, venduta con delle casettine sopra. Quello non è turismo. Il turismo non è quindi vendere la terra, terra che poi non ci sarà più a disposizione nostra e delle prossime generazioni, per tentare lo sviluppo economico possibile che ci faccia superare questo ritardo di sviluppo. Il turismo non è nemmeno attività di edilizia e in queste settimane, quando si è detto “Questo decreto uccide il turismo, questo decreto blocca il turismo, questo decreto rovina il turismo”, quasi che avessimo cancellato qualche volo aereo, bloccato la gente fuori, quasi che avessimo bloccato l’accesso alle spiagge, quasi che avessimo chiuso gli alberghi, avessimo chiuso i tour operator, non abbiamo fatto nulla per uccidere il turismo, abbiamo fatto qualcosa che ha limitato l’attività edile. Non credo che questo significhi uccidere il turismo.

Il turismo quindi non è attività edilizia, è uso attento del territorio per l’offerta dei servizi, il turismo non è cose, il turismo sono servizi, il turismo non è la casa o l’albergo, il turismo sono i servizi che possono essere fatti, sono servizi immateriali soprattutto, questo è il turismo e noi ancora ci siamo occupati di turismo nei nostri provvedimenti; è l’uso attento del territorio, è stato giustamente correttamente ricordato, l’uso attento del territorio che vuol dire la costa, la spiaggia, il terreno circostante, ma vuol dire anche il paesaggio, la storia, la cultura, i suoi abitanti, tutto quello che c’è attorno, i mestieri che si sanno fare e altre attività economiche; il turismo è l’uso attento del territorio, che vuol dire di tutta la Sardegna, di tutto quello che su questo territorio esiste, paesaggio, chiese, storia, nuraghi, cultura, conoscenze. Questo è il turismo, non attività edilizia; questo per capire qual è l’oggetto del nostro dibattito e noi dobbiamo a questo mirare, a capire cos’è l’attuale offerta di servizi e che tipo di servizi turistici sostenibili possiamo offrire, non oggi e domani e basta ma nel lungo periodo.

Cos’è il turismo e cos’è il progetto della politica regionale. Voi sindaci avete una responsabilità che è quella del vostro territorio, programmate per quello, cercate di rispondere alle esigenze, cercate di dare risposta a quelli che vengono alla vostra porta ogni mattina. Noi abbiamo come oggetto la politica regionale, la responsabilità che abbiamo di programmazione della politica regionale, all’interno della quale altre politiche regionali devono essere portate avanti. Ma l’oggetto è quello della politica regionale, la politica di sviluppo regionale, la politica turistica regionale riguarda un milione e seicento mila sardi e non solamente quelli delle zone costiere, e non può essere considerato un grazioso regalo per le zone costiere dare un posto di lavoro a quelli delle zone interne e non c’è molto da vantarsi del fatto che a volte le zone costiere danno lavoro a quelli delle zone interne, non ne abbiamo alcun merito.

Il nostro interesse, la nostra responsabilità è quella di tutelare gli interessi complessivi di lungo periodo di tutta la Regione, di lungo periodo e dell’intera Regione, delle zone costiere e delle zone interne e anche degli altri trecento sindaci che oggi non sono rappresentati e di tutta l’economia regionale, perché appunto l’ambiente riguarda tutta l’economia regionale, riguarda l’agricoltura, l’artigianato, la piccola-media industria, tutto quello che deve essere utile al turismo e che deve essere aiutato dall’operazione turistica. E allora vedete che dobbiamo darci innanzitutto, ancora prima di parlare di altri metri cubi, di altri metri quadri, di distanze, di cose, ancora prima di parlare di PTP, dobbiamo capire qual è la nostra strategia sul turismo. Noi siamo alla Regione da pochi mesi ma io la strategia del turismo della Regione sarda non l’ho trovata nei cassetti dell’assessorato al Turismo, se qualcuno sa dove posso andarla a trovare me lo dica e magari se ci va bene la riprendiamo assieme. Non esiste, non è esistita, è stato anche detto, l’hanno fatta gli imprenditori locali e i sindaci, gli imprenditori privati e i sindaci, ma non può essere così, altrimenti vuol dire che la Regione non sta facendo il suo lavoro. Il turismo deve essere programmato dalla Regione, assieme dobbiamo fare questa programmazione, ma ci dobbiamo dare una strategia del turismo, altrimenti siamo delle cicale che stanno sciupando e distruggendo e pregiudicando il futuro di lungo periodo di sviluppo vero e di turismo di questa Regione. E allora per darsi una strategia occorre innanzitutto capire qual è la nostra attuale offerta, la dimensione dell’offerta. E’ stato detto che nella provincia di Oristano ci sono oltre 1500 posti letto. Un buon dato di partenza per capire l’oferta ricettiva, ma quanti sono i posti letto esistenti in Sardegna oggi? Chi lo sa dire con precisione e quanti sono questi posti letto che ci saranno in Sardegna tra 3 mesi, chi lo sa dire con precisione? E tra 12 mesi, e tra 24 mesi? Sulla base delle concessioni edilizie già date, non sulla base di quelle che abbiamo sospeso, di quelle che avrebbero dovuto essere, ma solo sulla base di quello che è stato già concesso, già in fase di costruzione, quanti posti letto abbiamo in Sardegna? Se qualcuno lo sa me lo dica, quanti a breve, quanti sono in costruzione? Voglio dire che mancano i dati sulla dimensione dell’offerta e non credo che possiamo continuare a costruire se non sappiamo i dati dell’offerta. Non sappiamo quello che è in fase di realizzazione, non sappiamo quanto è in fase di realizzazione, non sappiamo quanto è in programma, non sappiamo quanto è la dimensione dell’offerta. Alla fine dobbiamo costruire case o vendere servizi turistici? Se dobbiamo costruire case, va tutto bene fintanto che si vende, credo che ci sia anche un po’ di difficoltà. Ma se dobbiamo offrire servizi, forse la quantità e la qualità della nostra offerta la dobbiamo capire bene, soprattutto alla fine di una stagione come questa dove gli alberghi hanno segnato, credo, dei risultati molto più modesti rispetto al passato; soprattutto alla fine di una stagione come questa dove chi era abituato ad affittare la propria casa, magari in nero, forse ha visto deluse le proprie aspettative, molto di più del passato.

Qual è l’offerta, qual è la domanda, che tipo di turismo vuole la gente, siamo sicuri che lo sappiamo? A quale tipo di domanda di turismo ci vogliamo rivolgere, a quello di massa, a quello delle discoteche, a quello di Rimini, tutti buoni per carità, ma l’importante è che sappiamo che cosa dobbiamo fare, a che tipo di turismo ci vogliamo rivolgere. Qual è la domanda e l’offerta, che tipo di modifiche sta avendo questa domanda, 30 anni fa avevamo timore dei villaggi turistici, forse anche 20-15 anni fa, adesso iniziano ad andare un pochino meno di allora. Gli stessi operatori dei villaggi turistici adesso dicono “Ah, se invece di un villaggio da 1500 posti, ne avessi 5 posti da trecento posti”. La Regione fa bene a capire questa domanda.

Qual è l’offerta, qual è la domanda, come sta evolvendosi questa domanda in giro per l’Europa, cosa possiamo fare per catturare questa domanda, a che tipo di domanda vogliamo puntare e quali sono i vantaggi competitivi di questa regione. Che cosa offriamo? Qual è il vantaggio che pensiamo di avere rispetto agli altri per cui anche in futuro la gente verrà da noi? Perché la gente sta iniziando ad andare in Croazia, o perché va alle Maldive, o perché vanno di più sul Mar Rosso, perché vanno in Tunisia, come ci poniamo in competizione verso questi paesi, qual è il nostro vantaggio competitivo? Il vantaggio non è sicuramente una stagione diciamo di caldo, non è nemmeno la facilità di trasporto che abbiamo no, come vantaggio competitivo, non abbiamo la Germania dietro di noi che incombe a poche ore di macchina in autostrada sempre pronta e a costo basso, non è il trasporto che ci aiuta per la nostra capacità di competere. E credo che non sia nemmeno il basso costo del lavoro che ci aiuti come possibilità di competere. E in un mercato che sta diventando sempre più globale e completo, dove arrivano Croazia, Tunisia, Egitto, iniziano ad arrivare anche i paesi dell’Africa tra poco, paesi dove il costo del lavoro è il 10% del nostro, dove ci sono 5 camerieri attenti per ogni turista che costano pochissimo, diversamente da un cameriere distratto, come capita da noi qualche volta, non è quello il vantaggio competitivo; e allora perché dovrebbero continuare a venire da noi, perché il costo del lavoro alto porta ad un’offerta dei servizi che non è particolarmente vantaggiosa. Non sentiamo molti turisti che vanno via dicendo la Sardegna costa poco e anche noi quando andiamo fuori all’estero, o andiamo da altre parti, ce ne torniamo a casa pensando che la Sardegna costi poco o stupendoci per quanto costa tanto dalle altre parti rispetto a noi. Noi stessi sappiamo, diciamocelo tra di noi, che la Sardegna costa cara, che i ristoranti in Sardegna costano spesso tantissimo, che gli alberghi costano tanto per la qualità dei servizi che danno. E allora quale è il vantaggio competitivo della Sardegna? Se non sono i trasporti, se non è la massa di persone che vive a fianco a noi, a distanza di automobile, se non è la qualità dei servizi, se non è il costo del lavoro, quale è il vantaggio competitivo che abbiamo? L’unico vantaggio competitivo che abbiamo è l’ambiente, l’unico vantaggio competitivo che abbiamo oggi e che possiamo sostenere nel futuro è l’ambiente, un ambiente ancora sufficientemente integro, ancora bellissimo, ancora straordinariamente intatto in molte regioni, un ambiente fantastico, in mezzo all’Europa, in un contesto di sicurezza non vicinissimo a problemi di grande emergenza, diciamo di sicurezza internazionale, con una coscienza ambientale magari ormai superiore a quella dei paesi che si affacciano ex-novo al turismo. L’ambiente, la qualità dell’ambiente, l’importanza che possiamo dare all’ambiente in mezzo all’Europa, in un contesto di sicurezza sociale. Un’altra cosa abbiamo, come dice uno che, questa estate, dopo essere stato un amante pazzesco della Sardegna, un milanese che amava la Sardegna più di me, ma questo anno non è venuto in Sardegna, è andato da un’altra parte a farsi le vacanze, ha preso la sua barca ed è andato nel Nord Africa. Ha visitato un paese che tradizionalmente era chiuso, ha incontrato dieci vacche in quindici giorni, ha trovato chilometri di coste libere, l’acqua meno trasparente fortunatamente, molto vento, disagi; fortunatamente dietro alla costa non c’era niente, certo non c’era una cultura, non c’era una storia, non c’era una tradizione di ospitalità, non c’erano tutte quelle altre cose che compongono il contesto ambientale della Sardegna e che la rendono preziosa: nuraghi, chiese romaniche, muretti a secco, centri storici, antichi mestieri, tradizioni, musica, cultura, letteratura. Questo rende prezioso il nostro ambiente: questi sono i vantaggi competitivi dai quali possiamo partire per programmare il turismo in Sardegna.

La qualità ambientale è un concetto di ambiente sufficientemente espresso; la qualità ambientale quindi deve essere il nostro pensiero ricorrente, importantissimo, tutto quello che possiamo fare per proteggere l’ambiente è importante, perché è quello l’unico vantaggio competitivo che abbiamo e che possiamo mantenere nel futuro. Dobbiamo partire dal presupposto che l’ambiente ha un costo e una priorità altissima, che una volta consumato non è che avremo ripensamenti, non esiste più, quello che c’era non ci sarà più, e quando si sbaglia nei territori è per sempre e allora non una volta ci dobbiamo pensare ma 2, 3, 4. Gli sbagli che facciamo oggi non sono per 3 mesi o per 3 anni, sono per sempre. E allora la massima attenzione al valore ambientale, al concetto di ambiente sufficientemente esteso, perché questo è l’unico vantaggio competitivo che avremo,abbiamo qui in Sardegna, non ne vedo altri, se qualcuno ne vede altri ce lo faccia sapere e condivideremo questa impostazione e magari riusciremo a fare qualcosa.

Poi vi faccio anch’io una domanda: chi devono essere i protagonisti del turismo in Sardegna? Per ora è stato detto che sono stati gli imprenditori privati e sono stati i sindaci, abbiamo detto che un ruolo importante ce l’ha la Regione e la programmazione, ma vorrei sapere chi sono questi imprenditori privati. Scusate io sarò all’antica, ho un’educazione assolutamente occidentale, capisco il valore dei mercati ma capisco anche che i mercati vanno regolamentati, capisco anche che i mercati non vanno lasciati da soli e capisco anche che ci sono mercati diversi e occorre sapere chi devono essere i protagonisti.

L’altro giorno, lo ripeto ancora, eravamo a Buggerru per ricordare i tempi della miniera. Abbiamo ricordato incidenti gravi, fatti, una tragedia importantissima la quale poi ha contribuito in maniera importantissima a far nascere la coscienza sociale e politica dei sardi. Ha permesso di essere individui, singoli che si ribellavano singolarmente ma hanno posto la loro ribellione all’interno di un discorso generale; erano operai, minatori, che lavoravano per una miniera francese con un direttore turco che il 3 di settembre gli ricordava che l’estate era finita a Buggeru e che quindi bisognava tornare all’orario invernale e la pausa per il pranzo s’interrompeva all’una del pomeriggio. Qualcuno - lo voglio ripetere perché mi sembra un’immagine bellissima - ha detto che la società a capo dell’estrazione del minerale aveva un sistema colonialistico e della Sardegna non gliene importava niente, tantomeno dello sviluppo anche sociale della Sardegna. Aveva un totale disinteresse, anzi viveva della quasi schiavitù delle persone che occupava: gli dava uno stipendio piccolo e li costringeva a spendere i loro soldi dentro la cantina della miniera per cui pagavano il martello, pagavano il tugurio in cui dormivano, pagavano l’unico market dove consumavano e così vivevano. Erano nel colonialismo dell’estrazione mineraria. Qualcuno con una felice frase ha detto che poi siamo passati all’estrazione del pecorino romano. La Sardegna è stata usata come miniera per estrarre il pecorino romano come decenni fa. Ancora una volta, il lavoro dei pastori, il valore del latte, il valore di quello che producevano, è valorizzato pochissimo: tutto viene “estratto” e portato fuori.

Oggi ci sono dei villaggi turistici in Sardegna, io ne conosco molti, in uno sono anche andato a prendere un mio amico che era lì e l’ho poi portato a casa per passare un pomeriggio assieme. Era lì da dieci giorni e naturalmente non sapeva neanche dov’era; abitava in un villaggio turistico dove naturalmente si sente quasi come un diritto imprescindibile che il demanio regionale dia la spiaggia a 4 euro all’anno dove mettere gli ombrelloni e le sdraio. Non accontentandosi di questo, c’è il proprietario del villaggio che è riuscito anche a ritagliarsi uno spazio pari a qualche decina di metri, recintato con le canne, dove anziché metterci le sdraio, ci mette la sua sdraio, quelle dei suoi amici, …sempre a 4 euro all’anno del demanio regionale.

Una fetta importante, una spiaggia importante in un luogo del territorio della Sardegna: in quel villaggio i sardi naturalmente sono impiegati, qualcuno a fare il giardiniere, altri a sistemare le camere. Tutto è chiuso, non c’è un signore che esce e che va almeno a comprare due cose nel paese che è a quattro chilometri di distanza. Ora ditemi se questo non è estrazione di turismo della Sardegna, questo è, in maniera molto più civile e moderna, un’altra forma di estrazione di valore dalla Sardegna. Ci può essere anche un po’ di questo, ma non può essere questo in prevalenza, non ci può essere estrazione di turismo dalla Sardegna e allora, se non può essere estrazione di turismo dalla Sardegna, vuol dire che la politica deve cercare per quanto possibile di privilegiare il turismo che renda attiva l’impresa sarda, che la renda attiva, per quanto possibile. Forse abbiamo un problema politico, ovvero capire che anche il turismo non deve essere solo estrazione di turismo dalla Sardegna, ma deve essere luogo di creazione di turismo in Sardegna da parte dei sardi che ci devono abitare; e allora ci sono modelli diversi da quelli di svendere il proprio territorio ad un prezzo che comunque, per quanto ci sembri caro, sarà sempre poco visto tra dieci anni o visto tra 20 anni, sarà sempre nulla in prospettiva, quando si tratta della terra. Perché su un automobile si può guadagnare poco o tanto, su un mobile poco o tanto, su un vestito poco o tanto, quando si tratta della terra di una Regione in prospettiva sarà sempre poco e ce ne accorgeremo. Chiunque, tutti noi ci rendiamo conto che è stato troppo poco il prezzo a cui è stato venduto in precedenza. Allora gli imprenditori sardi devono essere protagonisti e per essere protagonisti non possono essere lasciati soli. Il sistema deve essere in qualche maniera regolamentato, o meglio l’Amministrazione non può sempre lasciare le porte aperte, agevolare l’occupazione chi viene ad estrarre turismo in Sardegna che non produce quanto potrebbe produrre. Un turismo prodotto in Sardegna e non estratto dalla Sardegna.

Tutti noi abbiamo figli, io adesso ne ho uno di dodici anni neanche. Se deve giocare a pallone, io voglio che giochi con persone della sua classe, voglio che partecipi al campionato dei ragazzi e al massimo si confronti con quelli di tredici, quattordici quindici anni, non lo metto a giocare a pallone con quelli di venti anni, perché quelli vincono di sicuro, non lo metto a giocare al pallone con gli adulti perché quelli vincono di sicuro. E allora nel pallone non c’è la libera competizione: i piccoli con i piccoli, i medi con i medi, i grandi con i grandi; se lasciamo la libera competizione i campi da calcio saranno occupati solamente dai grandi, i piccoli non giocheranno mai a pallone perché i grandi sono più forti di loro, sono più veloci, hanno spalle più larghe, sono anche più potenti e non lasciano spazio ai piccoli. I campi di calcio noi non li regolamentiamo per i nostri figli, forse dobbiamo stare attenti anche a regolamentare la possibilità di fare impresa per quelle aziende che sono più piccole e hanno meno capitale, meno esperienza. Non c’è bisogno di fare tutto subito oggi, perché altrimenti casca il mondo.

Allora il turismo non è vendere la terra, il turismo non è costruire quello che abbiamo costruito fino adesso, perché abbiamo già venduto molta terra e abbiamo già costruito tanto che resta vuoto. E allora dobbiamo innanzitutto risistemare quello che rimane vuoto, riqualificarlo, migliorarlo, modificarlo anche in maniera sostanziale in virtù delle mutate esigenze dei turisti di oggi; aiutare i comuni che non hanno la fortuna di avere i bastioni di Alghero, ma che comunque sono comuni costieri da valorizzare e aiutare a diventare luoghi belli, luoghi piacevoli. Intervenire dove c’è un turismo che vuole ritrovarsi in contesti normali e, se c’è la possibilità, può venire a novembre, a dicembre, a febbraio, quando i paesi rimangono comunque aperti e i villaggi sono chiusi e le lottizzazioni sono chiuse e solamente qualche volta hanno la seconda casa chiusa. Dobbiamo riqualificare l’esistente per quello che è possibile, dobbiamo invertire questa idea totalmente diversa dal modello di turismo, per cui il turismo balneare debba essere necessariamente e solamente quello, senza che venga offerto altro, tutto ciò che c’è intorno. Siamo sicuri che abbiamo fatto una riflessione attenta? Siamo sicuri che sia solamente questo? Siamo sicuri che, come ancora succede oggi, dobbiamo fare i parcheggi asfaltando a fianco a un palazzo con il cornicione alto 20-30 centimetri, accanto alle spiagge incantate che ancora abbiamo. Probabilmente non è questo.

E allora riqualificazione, spremerci le meningi, usare le intelligenze, le risorse, l’entusiasmo e ritrasformare questi paesi e questa marea di seconde case o di case vuote nei paesi. A Villanova Monteleone ci sono delle case che costano 30,80,40 milioni di lire, si comprano le case per 20 mila euro non c’è dubbio, dobbiamo solamente aspettare, le compreranno tutte come hanno comprato la Toscana. Le spiagge a Villanova Monteleone c’è il vantaggio che è vicino all’aeroporto di Alghero, se le compreranno tutte.

C’è un modello, c’è una domanda turistica in giro per il mondo che chiedi di trovare una natura incontaminata. Riqualifichiamo, investiamo nei paesi, costruiamo anche tanto, ma per riqualificare e per rendere bello ciò che c’è, valutiamo caso per caso, incontriamoci, innanzitutto sapendo che cos’è il turismo, che non è vendere i territori, ma avere ben chiaro che strategia abbiamo per il turismo e che cosa vogliamo per il nostro futuro. E poi parliamo di metri cubi e di metri quadri, quello è tutto dopo, con questo provvedimento si arriva innanzitutto a fare in modo che non ci siano comuni di serie A e comuni di serie B, comuni più forti dove le tubature sono poche e comuni invece magari più attenti alle norme, che hanno approvato il PUC da tempo, dove le tubature sono la metà di quelle di altri comuni. Ecco questo non può esistere, davvero in Sardegna solo le tubature; serve ai comuni e agli imprenditori avere certezza di diritto, per avere certezza di diritto bisogna fare delle leggi, per fare delle leggi bisogna analizzare, per analizzare bisogna avere voce ferma, per analizzare bisogna avere un quadro fermo, non si può analizzare, programmare quindi normare quando tutto è in movimento. Noi chiediamo al Consiglio regionale che ci approvi questo disegno di legge, se sarà il caso potranno essere precisate meglio delle cose, e ci impegniamo entro 12 mesi a portare a casa il Piano Territoriale Paesistico Regionale, che non sia solamente metri cubi e metri quadri, ma che sostenga un modello di turismo, che sappia che l’ambiente è in realtà l’obiettivo più importante della Sardegna nei prossimi decenni e che ogni ferita all’ambiente ha un costo comparato enorme, ha un costo enorme per la possibilità di sviluppo turistico e sappiamo anche che l’ambiente ha mantenuto un’accezione più alta di quella che magari ogni tanto si ripresenta. Non è solamente mettere a posto la spiaggia, ma è tutto quanto, e sappiamo che la Sardegna è una, è fatta di 1 milione e 600 mila persone, di paesi che vivono all’interno, che fanno magari mestieri e che ancora oggi portano avanti quelle tradizioni per cui noi poi ci battiamo, ci impegniamo anche nei paesi delle zone costiere e sarà un dono prezioso la possibilità di lavoro per questi paesi. Noi chiediamo al Consiglio regionale che ci approvi questo disegno di legge, nella consapevolezza che questo è un aspetto fondamentale dei prossimi 5 anni dell’amministrazione regionale. E’ uno dei temi fondamentali della mia campagna elettorale, della maggioranza che mi ha sostenuto. Verremmo valutati in un momento veramente di importanza fondamentale per la Sardegna, quando è ora di ripensare il turismo e l’utilizzo del suo territorio. Ci incontreremo per farlo insieme.

Grazie

Sull'argomento vedi anche l'Eddytoriale 53 e i link in calce

CHI può dissentire, in buona fede e in tutta onestà, da una norma che serva effettivamente a difendere il territorio e il paesaggio di un paradiso come la Sardegna? E chi può contestare, dunque, la decisione della nuova giunta regionale guidata da Renato Soru di fermare l´avanzata del cemento selvaggio, per impedire lo scempio urbanistico nella "perla del Mediterraneo"?

Con la delibera che sospende per tre mesi qualsiasi attività di costruzione in una fascia di due chilometri dal mare, in attesa di un Piano paesistico da adottare entro un anno, la Regione ha emanato un provvedimento d´emergenza contro l´anarchia edilizia, contro il vuoto legislativo e il conseguente caos che ormai minacciavano di compromettere irreversibilmente i tratti più incontaminati delle coste sarde.

Ma come mai si era arrivati a questa situazione estrema e perché? Nell’ottobre del 2003 molti avevano accolto con entusiasmo la sentenza con cui il Tribunale amministrativo, su ricorso delle principali associazioni ecologiste, respinse ben tredici piani paesistici approvati dalla precedente amministrazione di centrodestra. Se il Tar li ha bocciati, vuol dire evidentemente che non erano legittimi, che non rispettavano la legge urbanistica regionale, che non tutelavano adeguatamente l´assetto del territorio. Eppure, come riconoscono gli ambientalisti più consapevoli, quella fu in realtà una vittoria di Pirro: vale a dire un boomerang che, facendo tabula rasa dei vincoli previsti, ha dato via libera alla lottizzazione più sfrenata.

Una volta di più, insomma, l´esperienza insegna che non sempre l´estremismo (in questo caso, verde) paga. E la lezione può essere utile anche ora, per la stessa giunta di centrosinistra e per i suoi sostenitori, in preparazione del Piano paesistico regionale che dovrà riempire appunto il vuoto legislativo e definire una nuova fascia protetta, oltre i trecento metri dal mare stabiliti dalla vecchia legge Galasso. In questa prospettiva, per un´isola frastagliata come la Sardegna, due chilometri possono anche essere troppi o troppo pochi. Dipende, tratto per tratto, dalla configurazione della costa. Sarà opportuno perciò verificare in concreto, comune per comune, le caratteristiche particolari di questo o quel territorio per decidere di conseguenza. Sul piano del metodo, un confronto aperto e democratico con le amministrazioni locali comunque s´impone.

Altrimenti, magari al di là delle migliori intenzioni, c´è il rischio di favorire gli interessi forti, quelli di chi già possiede abitazioni, residence, ville o alberghi sulle coste sarde. O peggio ancora, di alimentare involontariamente una bolla speculativa, come quella finanziaria ai tempi d´oro di Internet. Né si può ridurre tutto all´effetto annuncio, a una campagna mediatica fine a se stessa, all´insegna della demagogia, dell´isolazionismo o del protezionismo autarchico.

Per crescere e prosperare, alla Sardegna serve un modello di sviluppo economico-sociale, moderno, compatibile con la difesa dell´ambiente e con la valorizzazione di tutte le sue risorse, a cominciare proprio da un turismo sostenibile. Ha ragione il governatore Soru a dire che questo non si può identificare con l´attività edilizia. Ma è pur vero che non deve ispirarsi a un paradigma "cavernicolo", fatto esclusivamente di campeggi, tende, roulotte e caravan. La "perla del Mediterraneo" ha bisogno di essere protetta dai nuovi barbari, non di essere blindata e diventare un´isola "off limits".

Postilla

Ha ragione Valentini quando dice che “due chilometri possono anche essere troppi o troppo pochi”, non solo per la Sardegna. Proprio a questo serve un piano paesistico. Un vincolo temporaneo di salvaguardia non può che essere una sciabolata, cui dovrà seguire (come correttamente la delibera regionale prevede)il cesello di un vero e proprio piano paesaggistico, che, adeguandosi alle caratteristiche proprie delle diverse porzioni di costa, potrà stabilire la tutela rigorosa e la non trasformabilità su fasce che potranno essere inferiori, e anche superiori, ai 2000 metri del vincolo di salvaguardia. È su questo piano che dovrà esercitarsi il confronto, con el amministrazioni locali ma con i cittadini e con le espressioni associative degli interessi diffusi. Solo che il vincolo dovrebbe durare fino all'adozione del piano. (es)

DAL NOSTRO INVIATO CAGLIARI — Non più cemento sulle coste, Renato Soru è stato di parola: da ieri la Sardegna ha una legge che proibisce di costruire sui litorali e il limite è persino più dei due chilometri che due anni fa, fra polemiche e minacce di rivolte nei comuni a più alto sviluppo turistico, il governatore aveva imposto provvisoriamente. Ora quel limite è flessibile: va da un minimo di 300 metri, ma in pochissimi siti, a un massimo che in località di particolare pregio ambientale supera i 5 chilometri. Soru riassume: «Tutto ciò che è scampato all'assalto in corso da decenni rimarrà intatto. Le bellezze naturali sono un patrimonio che può essere messo a frutto solo se non viene stravolto. Ci eravamo impegnati a voltare pagina, lo abbiamo fatto».

A un prezzo carissimo, protestano l'opposizione di centrodestra che ha occupato l'aula del consiglio regionale con bavagli, transenne e cartelli di divieto di transito («Sarà la paralisi dell'edilizia, migliaia di disoccupati») e gli imprenditori più danneggiati. Fra i quali la famiglia Berlusconi, che dovrà rinunciare definitivamente a realizzare Costa Turchese, mega villaggio a sud di Olbia, ville e alberghi su 500 ettari e porto turistico per 2 mila imbarcazioni. A Costa Turchese e nella fascia intorno a Capo Ceraso, di fronte all'isola di Tavolara, non si potrà erigere un solo metro cubo: la salvaguardia è totale, anche per la vicinanza di una riserva marina protetta che va dal golfo di Olbia fino a San Teodoro.

La legge è tassativa: si potrà costruire esclusivamente nelle città, ma solo se dotate di un piano urbanistico, e compiere interventi di riqualificazione in insediamenti turistici esistenti, ma con l'assenso di Regione, Provincia e Comune. Un esempio: a Porto Cervo il finanziere californiano Tom Barrack potrà compiere ristrutturazioni (è previsto l'abbattimento del cantiere nautico: al suo posto hotel a 5 stelle e centri commerciali) ma la Costa Smeralda nel complesso rimarrà com'è; nei 2500 ettari fra Cala di Volpe e Portisco non si potrà tirar su neanche un muro. Stop a Sergio Zuncheddu, importante imprenditore immobiliare ed editore del quotidiano Unione Sarda, e agli insediamenti a Cala Giunco (costa sud). Niente cemento nell'incantevole golfo di Orosei (Cala Luna, Sisine, Mariolu, Goloritzè), nella baia di Porto Conte vicino ad Alghero. Nel Sulcis Iglesiente invece le miniere dimesse saranno trasformate in siti di interesse turistico con il recupero degli edifici esistenti, ma nelle decine di migliaia di ettari fronte mare non si potrà erigere nulla. Così pure all'Asinara: nell'ex isola- prigione, ora parco nazionale, via libera ad imprenditori internazionali che però dovranno trasformare gli edifici carcerari in residenze per turisti.

Alt anche alle ville «camuffate» da fattorie: nei terreni agricoli si potranno costruire solo alloggi per chi conduce l'azienda ed è prevista un'estensione minima di 3 ettari. «E' la fine del Far West», tira dritto Soru. «Ora ci sono regole certe, forse addirittura abbiamo fatto meno di ciò che la gente chiedeva. Abbiamo visto paesini sulle coste diventare città, senza lo straccio di un progetto né un piano regolatore. Si procedeva colpi di piano di risanamento urbano, ben 18 in un solo comune. Adesso non accadrà più».

Salve prof. Salzano, sono, ancor prima che studente di architettura nella facoltà di Firenze, un giovane ragazzo sardo. In quanto studente di architettura, ho avuto modo di conoscerla, senza interloquire, in una lezione frontale, di qualche anno fa, che tenne, nelle ore di lezione del prof. Morandi. In quegli anni ho avuto modo di conoscere lei e le sue opere, compreso la bellissima e sempre aggiornata pagina web. Poi, lei diventa protagonista della mia Terra, grazie alla sua collaborazione per la stesura del nostro PPR. Niente mi ha reso più orgoglioso in questi anni, ma sopratutto quando ho letto il suo nome, non ho avuto dubbi che il lavoro di quel Piano, fosse al di sopra di ogni sospetto. In questi giorni, lei, come noi sardi, avrà appreso della sconfitta del presidente Soru, il quale ha deciso di combattere all'opposizione, grazie all'appoggio dei molti giovani che lo hanno sostenuto in questi giorni drammatici. Ecco, questa mia mail, la scrivo, per iniziare a difendere il lavoro, di quella giunta che è stata appena bocciata, da quelle persone mal informate, sull'indispensabile e rivoluzionario PPR sardo. Avendo appreso, dai giornali, che uno dei primi provvedimenti, riguarderà proprio il PPR, le chiedo, in che modo potranno intervenire sul lavoro fatto finora. Cosa possiamo fare, quali azioni possiamo intraprendere, affinché quel Piano non venga toccato? Quali strumenti abbiamo, noi, gente comune, per difendere a spada tratta, l'operato del PPR? A livello universitario, si potrebbero creare dei comitati, a sostegno del vostro lavoro, affinchè la nuova giunta sarda, non possa agire liberamente a causa del disinteresse e l'ignoranza, totale degli abitanti? Chiedo consigli a Lei, in quanto penso, sia la persona più adatta ad indirizzarmi nelle strade più importanti e giuste, per difendere, ancor prima che il PPR sardo, quei principi fondamentali ed imprescindibili, alla base di quel lavoro. La ringrazio anticipatamente della sua collaborazione e posticipatamente per essere stato attore del nostro più importante strumento di governo del Territorio Sardo

Caro Omar, non sono protagonista del piano paesaggistico della Sardegna, ma solo uno dei membri del Comitato scientifico che ha aiutato il presidente Soru, la Giunta e, soprattutto, l’ufficio diretto dall’ingegner Paola Cannas a redigere il piano. È un lavoro al quale sono molto orgoglioso di aver collaborato, e che ritengo espressione di una politica di tutela del patrimonio comune eccezionale: vorrei dire unica in Italia. Ma il merito maggiore va indubbiamente a Renato Soru, alla sua determinata volontà e alla fedeltà all’impostazione di base che caratterizza la sua cultura. Devo dire che anche Soru ha i suoi difetti: per esempio, non ero affatto d’accordo con la legge urbanistica che la sua Giunta aveva predisposto, e non ho mancato di fargli conoscere le mie ragioni critiche. Ma non abbiamo bisogno di santi (seppure ce ne fossero), invece di parsone che sappiano fare ciò che i tempi e le occasioni chiedono loro, e che nel farlo siano migliori degli altri. Ora non ho dubbi sul fatto che, oggi, in Italia, per quel lavoro di tutela del patrimonio collettivo costituito dal paesaggio (e dalla cultura che esso esprime), Soru abbia fatto il meglio che si potesse fare.

Credo che dobbiamo domandarci perché il popolo sardo non lo abbia compreso. Le ragioni sono certamente molteplici: il “pensiero unico” che negli ultimi decenni ha pervaso tutte le teste, e che ha portato in primo piano l’illusione che difendendo i propri interessi economici immediati contro tutto e tutti si serve la propria felicità; la sterminata potenza di fuoco mediatico messo in campo di quel macroscopico “errore politico” che è Silvio Berlusconi; le piccole, meschine furberie autolesioniste nelle quali si è espresso il fastidio degli “alleati” di Soru per le asprezze del suo carattere e, soprattutto, per qualche “pulizia” che ha fatto. Ma io credo che ci siano stati anche errori suoi: forse ha lasciato appannare la forza del suo messaggio, ha cercato mediazioni che si sono rivelate illusorie, non ha saputo coniugare il carattere “aristocratico” del suo messaggio con la ricerca di una base popolare abbastanza larga, costruita sui principi che sono alla base del suo agire.

Scusami questo lungo sproloquio, ma la tua lettera mi spinge a riflettere su una vicenda che continua ad appassionarmi. Una vicenda che non è chiusa, a mio parere. Lo sarebbe stato se Soru, dopo la sconfitta, av esse abbandonato. Così fortunatamente non è. I voti che ha preso per la sua politica (che sono più di quelli che ha preso la coaliizione costruita per appoggiarlo) sono una ricchezza che va spesa: in primo luogo per accrescerla e farla diventare di nuovo maggioritaria e, nel frattempo, per difendere ciò che la Sardegna, grazie a lui, ha conquistato. Come? Tu lo chiedi, e dai alcune prime risposte.

Sarà certamente utile utilizzare le università, a condizione che i miei colleghi sappiano abbandonare gli atteggiamenti accademici, sappiano chinarsi sulle cose, comprendere e far comprendere, impegnarsi in una battaglia politica che deve consistere in primo luogo nel far condividere agli altri ciò che ci sembra giusto: al popolo, ai cittadini che non parlano né conoscono le parole difficili. E sarà utile aggregare tutti quei cittadini che hanno fiducia in Soru e, soprattutto, nei principi e nelle qualità del territorio che lui difende. Sarà utile rafforzare quei comuni che non pensano che il bene collettivo consista nello svendere i patrimoni che ci sono stati consegnati dagli avi, e conquistare i comuni oggi diretti da chi ha venduto l’anima pubblica al mercato immobiliare. Sarà utile coinvolgere tutti quegli intellettuali che hanno compreso che la politica avviata da Soru è quella necessaria, ma che non riescono se non con fatica a uscire dalle loro torri d’avorio. Sarà utile cercare i canali mediante i quali si possa allargare all’Italia, all’Eutropoa e al mondo la denuncia dei tentativi di distruggere ciò che nel quinquennio di Renato Soru si è costruito.

Eddyburg è pronto a fare la sua parte

INVIATO A CAGLIARI E’ una partita a poker che vale due miliardi di euro, in cui ognuno gioca per conto suo, quasi tutti indossano gli occhiali scuri per non far vedere lo sguardo, e tutti hanno un interesse, non sempre coniugabile col bene comune. Dietro le dimissioni di Renato Soru c’è la sfida di una lobby del cemento, le mire, a volte indecenti a volte no, di imprenditori e palazzinari, le faide dentro il Pd, persino la villetta del piccolo consigliere locale, che magari vota contro il piano paesaggistico del governatore. Se ci fosse Rosi potrebbe girare «Le mani sull’isola ». La città è troppo poco. Certo, siamo a Cagliari, da dove tutto è cominciato, e nelle cui vicinanze si combattono due delle contese che più hanno lavorato ai fianchi il governatore. Ma non è solo Cagliari. Passeggiando per le rovine archeologiche di Tuvixeddu, per esempio, la scritta che blocca i lavori dell’ingegner Gualtiero Cualbu è ancora affissa, «sito sottoposto a blocco cautelativo dall’autorità giudiziaria». Cualbu, il più noto costruttore edile della città, oggi anche albergatore di lusso col Thotel, voto (esplicito) a destra, aveva presentato un progetto di utilizzo di un’area degradata di 50 ettari dove fino agli Anni Sessanta la gente viveva incastrata come nei Sassi di Matera, 38 dei quali da destinare a parco urbano, e dieci a residenze. Un business da 260 mila metri quadri di nuovi volumi, investimento tra i 150 e i 200 milioni di euro. La Regione ha stoppato tutto, Soru spiega che «quella è un’area archeologica tra le più belle della nostra terra, e non sopporta volumi di queste dimensioni». Cualbu ha fatto ricorso, e adesso racconta: «Sono la vittima predestinata, il costruttore che gli serve per fare bella figura sui media, ma avevo tutte le autorizzazioni. Una cosa è certa, noi il 5 dicembre riprendiamo i lavori». Bisogna dunque, come sempre, se- guire dove va il fiume di danari che scorre - o potrebbe scorrere - nell’isola, per cominciare a capire cosa c’è alla radice delle (tante) ansie di rivincita che si coalizzano contro Soru. E risalire un po’ la costa orientale da Cagliari a Cala di Giunco, Villasimius - dove anche in questa mattinata variabile è possibile vedere i fenicotteri. Un sindaco di sinistra, Salvatore Sanna detto Tore, che ostenta familiarità con Walter Veltroni (il segretario democratico ha semplicemente fatto vacanza da quelle parti), aveva inizialmente benedetto il progetto di Sergio Zuncheddu, altro grande costruttore, editore dell’Unione Sarda, nemicissima di Soru: villaggi per 140 mila metri cubi di nuovi volumi, investimento di 90 milioni di euro, stop a tutto, e il Tar che ha appena dato ragione a Soru. Come andrà a finire? Zuncheddu è tenace, «noi andiamo avanti, ricorreremo ancora». Tra parentesi: lui ha l’Unione, e ora anche La Sardegna si è spostata a destra. Prima l’editore era Nicki Grauso, ora una compagine di imprenditori legati a Marcello Dell’Utri. La mappa del potere muta, a urne ancora chiuse. A Cagliari il sindaco forzista Emilio Floris è sul piede di guerra perché sono fermi lavori sul lungomare Poetto, sul porticciolo di Marina Piccola, sul campus universitario. Vuole candidarsi? Alla Maddalena, che Soldati chiamava «la piccola Parigi», dopo il G8 del 2009 si farà un bando per il polo turistico, è assodato che concorreranno il riabilitato Aga Khan (pronto a spendere 150 milioni), una società monegasca (la Giee, collegata col gruppo Rodriguez, che fa yacht d’altura, ne sborserebbe 70), e anche Tom Barrack, se al quartier generale confermano: siamo interessati anche noi. Ma è una partita da giocare. Altre si stanno giocando. Negli ultimi due anni, per dire, i fratelli Toti e Benetton sono arrivati sull’isola più volte per proporre un progetto nella zona di Capo Teulada, all’inizio si sono fatti precedere da una telefonata di Francesco Rutelli. La regione ha controproposto: impegnatevi invece nel tratto di miniere dismesse di Sant’Antioco, dove urge una riqualificazione. Risposta: fossimo matti. Stessa sorte è toccata a Domenico Bonifaci, che voleva operare su un’area intorno a Porto San Paolo, edificando tra l’altro nuove residenze nell’agro, cosa vietatissima dalla filosofia- Soru (i tre chilometri dalle coste sono inespugnabili, e oggetto, appunto, della legge contestata). Lì i lavori non sono neanche mai partiti. Alcune porte però si aprono, Soru le cita per dire «è falso che io sia contro l’impresa tout court». Colaninno sta riqualificando un vecchio albergo a Is Molas (progetto di Massimiliano Fuksas), i Marcegaglia hanno acquisito il Forte Village (Tronchetti aveva visitato le miniere dismesse di Ingurtosu, poi ha scelto di non investire), Barrack sta facendo semplici lavori di ristrutturazione dei suoi alberghi della Costa Smeralda, Ligresti ha visto approvare il suo Tankka Village (sempre a Villasimius). Perché loro sì? La regione ritiene che non sfondano il territorio con nuovi volumi, anzi razionalizzano strutture obsolete. Paolo Fresu, jazzista veltroniano, ha lanciato per mail una petizione pro Soru coi suoi amici intellettuali, Salvatore Niffoi, l’attrice Caterina Murino. Ma magari pesa di più l’ira dei sindacati, che strepitano perché l’ex mago del bilancio di Soru, Franceso Pigliaru, il Giavazzi sardo, ha rimesso in sesto il bilancio anche tagliando 98 milioni di euro per la formazione: prima se li pappava la triplice. La circostanza che i seguaci di Cabras, il senatore amico di Fassino capo degli anti-Soru, votino contro il piano paesaggistico è, in questo mare, la semplice goccia. Peserà questa, o il fatto che la somma di tutti gli investimenti bloccati è vicina al miliardo, e - accusa Silvio Berlusconi - «Soru penalizza l’economia »? No, replicano in regione, gli occupati nel settore edile crescono del 18 per cento. E secondo l’assessore all’Urbanistica Gian Valerio Sanna, il miliardo bloccato è compensato da un altro miliardo virtuoso: 500 milioni investiti in tre anni dalla regione per centri storici, campagne, agricoltura, e altri 500 dai progetti approvati ai privati. Ci sono mani e mani, sull’isola della lotta al potere del cemento.

La legge vigente in Sardegna e quella in corso di approvazione da parte del Consiglio regionale prevedono entrambe che il Piano paesaggistico regionale sia approvato dalla Giunta e redatto sulla base di un documento di indirizzo del Consiglio.

E’ stata approvata soltanto la prima parte del Piano paesaggistico, quella relativa alle coste, la seconda parte, relativa alle zone interne, è stata elaborata ma non ha ancora concluso il suo iter. Obiettivo della giunta Soru è di completare il piano entro il mandato amministrativo, quindi approvare nei prossimi mesi anche la seconda parte del piano.

La discussione che è esplosa in Consiglio regionale riguarda la volontà da parte di alcuni, comprese alcune componenti della maggioranza, di utilizzare per la formazione della parte residua del Piano paesaggistico, le nuove norme anziché quelle precedenti. In sostanza significa che lo stesso Consiglio che ha approvato il documento di indirizzi sulla cui base è stato fatto il Piano paesaggistico, vuole adesso approvare un nuovo documento di indirizzi sulla base del quale ricominciare la pianificazione delle zone interne.

Soru e la Giunta, da quello che si capisce dalla lettura dei giornali, sembrano invece determinati ad approvare il più presto possibile il Piano nella sua interezza. Rimettere le cose in discussione significherebbe ritardare di un consistente numero di mesi il procedimento e quindi non arrivare all’approvazione completa del piano entro il mandato amministrativo. Bisogna considerare che da tempo, da parte della maggioranza, c’erano malumori nei confronti di Soru e quindi questa, più che l’occasione, è stata il pretesto per tentare di commissionarlo

CAGLIARI - Alla fine Renato Soru non ce l´ha fatta più. E all´ennesimo sgambetto della sua maggioranza ha dato le dimissioni. È accaduto ieri a tarda sera in consiglio regionale durante le votazioni sulla legge urbanistica, il caposaldo della sua attività di governo. Quando è stato bocciato a voto palese (55 no, 21 sì e un astenuto) un emendamento della giunta regionale il governatore della Sardegna si è alzato e insieme agli assessori ha abbandonato l´aula. Dopo un´ora e mezza di attesa Soru si è ripresentato in aula e ha annunciato le dimissioni. «Ma non lascerò la politica», ha detto dopo.

Il provvedimento respinto avrebbe dovuto sostituire la vecchia normativa del 1989 per completare il programma di governo del territorio, cominciato con la legge «salvacoste» del 2004 e proseguito con il Piano paesaggistico. Per il governatore era una «parte fondamentale della legislatura», quella che avrebbe consentito di puntare ad una pianificazione legata a uno sviluppo ambientalmente sostenibile per l´isola, con una serie di vincoli tra cui il divieto di inedificabilità assoluta nella fascia dei 300 metri dal mare.

Soru aveva messo in guardia la maggioranza in mattinata nel suo primo intervento dall´inizio dell´esame della nuova legge urbanistica. «Il Piano paesaggistico regionale è stato parte fondamentale di questa legislatura. Disconoscerlo, in qualunque modo, è un fatto grave, che dovrà essere preso nella giusta considerazione da parte di tutti noi», aveva dichiarato, invitando a votare per l´emendamento di sintesi della Giunta che avrebbe consentito alla Regione di approvare la seconda parte del Piano paesaggistico regionale con le nuove procedure previste dalla legge in discussione.

L'avvertimento non è stato colto e Soru stanco di mesi di guerriglia, a cominciare dalla continua messa in discussione della sua ricandidatura alle elezioni regionali del prossimo giugno, ha deciso di andare sino in fondo e di non farsi logorare sino allo sfinimento, come nelle ultime legislature è accaduto agli altri presidenti della Regione, sia di sinistra che di destra, in prossimità della scadenza del mandato, in piena lotta per le candidature.

«Non è un dissenso solo sul merito della legge urbanistica ma ancora più una mancanza di fiducia forte fra il presidente e la sua maggioranza», ha spiegato Soru in consiglio regionale annunciando le dimissioni. «Ho riflettuto sul fatto di essere un presidente eletto direttamente dai sardi. Ma non si può governare senza una forte maggioranza in consiglio regionale, tanto più che abbiamo davanti la discussione della finanziaria, l´ultima della legislatura. Mi sono riletto la legge statutaria e ho riflettuto su cosa sia più utile per la Sardegna e non più utile per me».

Il portavoce nazionale del Pd, Andrea Orlando, ha annunciato che il partito lavorerà per scongiurare la fine anticipata della legislatura.

«La notizia delle dimissioni di Soru ci preoccupa e giunge in un momento delicato e importante del governo riformista della giunta regionale. Lavoreremo nelle prossime ore per ricomporre il quadro politico e fare in modo che non si apra la strada della fine anticipata della legislatura consentire di proseguire un´azione di trasformazione della Sardegna che riteniamo importante e decisiva». Soru presenterà le dimissioni formalmente questa mattina e avrà un mese di tempo per ritirarle. Se non ci saranno ripensamenti il consiglio regionale sarà sciolto e le prossime elezioni dovranno tenersi entro sessanta giorni.

28 luglio 2007

Di Sardegna il mare e il suol...

di Guglielmo Ragazzino

La cosiddetta tassa Soru, che prende nome dal presidente della Sardegna, consiste in un'imposta regionale sulle seconde case ad uso turistico. Fino a tre chilometri dal mare si pagano 9 euro al metro quadro per alloggi fino a 60 metri e poi la tariffa sale per le case più grandi. Una casa di 60 metri quadri è così tassata per 540 euro; Silvio Berlusconi, sempre grandioso, ha invece calcolato di subire il carico maggiore: 50 mila euro. Per le case più vicine al mare, meno di 300 metri, è prevista una sovrimposta del 20%.

La «tassa Soru» non è apprezzata dal governo di Roma che la ritiene doppiamente illegittima, sul piano costituzionale. C'è un conflitto tra stato e regione in materia tributaria ed è messa a rischio l'uguaglianza dei cittadini. Il governo si è rivolto alla Corte una prima volta l'anno scorso, e il giudizio è pendente. Ha deciso di rifarsi sotto quest'anno, impugnando la legge e le modifiche apportate da Renato Soru nel maggio 2007.

E' una materia spinosa che si è ripresentata in un brutto frangente... e così ieri venerdì 27 luglio, quando alle 9,45 del mattino si è riunito il consiglio dei ministri, con un'agenda densa di decisioni da prendere, di nomine da fare, il tempo era veramente poco. Il comunicato ufficiale è trascritto in sei pagine; e per arrivare alla questione Soru si deve arrivare all'ultima che trascriviamo integralmente. «Il Consiglio, infine, su proposta del Ministro per gli affari regionali e le autonomie locali, Linda Lanzillotta, ha esaminato alcune leggi regionali a norma dell'art. 127 della Costituzione. La seduta ha avuto termine alle ore 11,00.» Un consiglio dei ministri con la mente altrove, con altro da pensare per occuparsi di ambiente e beni comuni, di mare e libertà, di uguaglianza e ricchezze.

I temi presenti nella questione del mare di Sardegna e del federalismo fiscale, della costa e dei suoi padroni, delle case e dei sardi emigrati, sono tutti compressi nel richiamo all'articolo 127 della Carta. L'anno scorso, nel presentare la tassa, Soru ha detto che essa «si fondava sull'uso dell'ambiente, una risorsa pubblica scarsa». E aggiungeva che il tentativo era di «portare avanti un progetto di sviluppo del turismo; ma di un turismo sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale». Sul problema del non rispetto eventuale dell'articolo 3 della costituzione, relativo all'uguaglianza tra i cittadini, i sardi, gli immigrati in «continente», i loro figli, Soru dichiarava la volontà di tenere aperta la discussione.

Infatti la soluzione adottata piace poco ai sardi ed è sempre avversata dal governo di Roma. Ma se esso intenda difendere l'uguaglianza, sia pure astrattamente intesa, dei cittadini di fronte al mare, oppure i diritti dei ricchi che il mare pensano di averlo comprato per sempre, forse non lo sanno neppure a Palazzo Chigi. Per ora, intanto, due su tre dei tassati non pagano, in attesa che una specie di condono li premi ancora una volta.

2 agosto 2007

La spia accesa sarda e i vandali di governo

di Pierluigi Sullo

Il manifesto ci ha fatto una prima pagina: scelta molto azzeccata. L'impugnazione da parte del governo della cosiddetta «tassa sul lusso» della Sardegna è un riassunto dell'atteggiamento del centrosinistra - la parte «coraggiosa» - sui temi del cosiddetto sviluppo. In altre parole, è la conferma di quanto il precipitare della crisi ambientale, lo stato di degrado in cui è il nostro assetto idro-geologico, il disastro della cementificazione e privatizzazione delle coste (che è all'origine dell'«emergenza incendi»), lo spettro della crisi idrica che sta ammazzando il Po, tutto questo sia ignorato dall'attuale governo. Anzi, ogni provvedimento (o non provvedimento) concorre a aggravare la situazione.

La legge sarda non si propone solo di far pagare un'imposta ai ricchi, quelli che hanno grandi barche o aerei privati, ma soprattutto di chiudere un cerchio che si è aperto con l'approvazione del piano paesistico regionale che proibisce nuove costruzioni a meno di tre chilometri dalle coste. Quel divieto salva il salvabile, dopo l'allegro saccheggio iniziato dall'Aga Khan in Costa Smeralda decenni fa, e permette all'isola di continuare a vendere la sua «merce» turistica, che altrimenti semplicemente si esaurirebbe. Ma in compenso, dice il presidente Soru, noi chiediamo ai non residenti, a coloro che posseggono una seconda casa e la usano uno o due mesi l'anno, di contribuire al salvataggio delle coste. Anche a loro vantaggio, perché non costruire più nulla darà ovviamente maggior valore a quel che c'è già.

Ora, che il governo si opponga in nome dell'esclusivo potere dello stato di imporre tasse (dopo tante fesserie sul federalismo) e dell'«eguaglianza dei cittadini» (quando è noto che la tassazione progressiva, e quella sarda lo è, è una delle basi dello stato moderno) è più che grottesco: è pericoloso. Perché suona inequivocabilmente come un incitamento ai trafficanti di cemento, tant'è vero che la destra sarda sta esultando, oltre a invitare a non pagare la famosa tassa (quasi il 50 per cento di chi dovrebbe, per altro, ha già pagato, perché evidentemente i cittadini sono più intelligenti dei loro ministri).

Ma appunto questa storia della Sardegna è l'ennesima spia rossa accesa sul cruscotto dell'automobile modello Italia. Lasciamo stare per una volta la Tav, che è troppo facile. Che dire di una Regione, come l'Umbria, che allo stesso tempo proclama lo stato di calamità a causa della scarsità d'acqua, e poi autorizza Rocchetta a utilizzare un pozzo che ammazzerebbe definitivamente un fiume, il Rio Fergia, così che tocca ai cittadini locali accorrere al suono delle campane per fermare le ruspe? E che dire di un parco nazionale, come quello del Gargano, dove le fiamme hanno divorato boschi e ucciso persone, che si oppone all'abbattimento di centinaia di case abusive e non fa una piega quando si vuole costruire un mega-hotel e centro commerciale in zone protette?

O di un'altra regione, il Lazio, dove lobby multiformi si agitano per ottenere il maggior numero possibile di inceneritori, solo perché sono resi assai convenienti dagli scandalosi Cip6 (la quota che tutti noi paghiamo nella bolletta per fonti rinnovabili fasulle e velenose come gli scarti del petrolio o i rifiuti, appunto), mentre il comune di Roma ha una ridicola quota di raccolta differenziata, il 20 per cento, e viene perciò premiato da Legambiente?

A Vicenza aspettano a pié fermo le ruspe che dovrebbero costruire la nuova base militare.

Se ci sono drammi sulle pensioni, la precarietà e il welfare (e ci sono), suggerisco alla sinistra di prendere nota di questi altri drammi. Il malessere sociale ha molte facce.

Come è noto, la signora Lanzillotta, ministra degli affari regionali nel governo Prodi, rappresenta la punta più avanzata dell'innovazione riformista coraggiosa [tralascio le virgolette perché ne occorrerebbero troppe]. Per conto del gruppo di potere cui appartiene, capeggiato da Francesco Rutelli, intrattiene relazioni con le imprese che hanno preso di mira i servizi pubblici locali. Prima delle elezioni politiche, l'anno scorso, Lanzillotta ne prometteva la liberalizzazione e modernizzazione, se il centrosinistra avesse vinto. Altro che Berlusconi. Purtroppo la ministra non è stata del tutto di parola: sull'acqua, ad esempio, ha dovuto accettare una moratoria, assediata com'è dalla sinistra cosiddetta radicale [sarebbe ora di chiamarla sinistra e basta], e soprattutto dalle oltre 400 mila firme raccolta dalla legge d'iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua: firme raccolte da quel movimento che secondo molti non esiste più, e con il solo sostegno di giornali indipendenti che qualcuno vorrebbe non esistessero più.

Ma l'ideologia è una forza potente. E la ministra Lanzillotta un tipo tenace. Perciò, per conto del governo, ha impugnato presso la Corte costituzionale la cosiddetta "tassa sul lusso" varata in Sardegna dal presidente Soru e dalla sua maggioranza di centrosinistra. Soru, che è un liberista intelligente [invece che idiota, come la gran parte dei liberisti italiani] ha fatto questo ragionamento: noi, con il Piano paesistico regionale [steso da un insigne urbanista e collaboratore di Carta, Edoardo Salzano] diciamo basta alla costruzione di nuove case in una fascia di tre chilometri dalla costa. In questo modo salvaguardiamo il valore di mercato [appunto, Soru è liberista] del turismo sardo, che altrimenti degraderebbe in una insopportabile cascata di cemento. Però arrestare questo "sviluppo" comporta un sacrificio economico. Quindi si tratta: a] di far pagare un'imposta ai ricchi che si servono delle nostre coste, cioè coloro che arrivano con barche oltre i 14 metri e con aerei privati; b] soprattutto, di far sì che chi possiede una seconda casa in Sardegna, non abitandovi ma usandola uno o due mesi l'anno, paghi l'uso che fa del nostro territorio e delle sue spiagge, ecc. Questa tassa sulle seconde case, a sua volta, è graduata in base alla grandezza della casa [più o meno di 60 metri quadri] e alla vicinanza alla costa [il valore delle case aumenta se sono più vicine al mare]. Insomma, una tassa progressiva [chiede di più a chi ha di più] e che ha lo scopo di rendere utili, almeno dal punto di vista del bilancio sardo, le città morte di seconde case che la speculazione degli ultimi decenni ha creato [e in proposito consiglio di leggere l'articolo di Sandro Roggio, urbanista sardo, sul mensile di Carta che uscirà questo sabato, dedicato appunto al destino delle coste italiane].

Cos'ha da obiettare la ministra Lanzillotta? Che la tassa sarda, per altro già pagata [dice Soru] dal 50 per cento di chi dovrebbe pagarla, un dato che impressiona positivamente, invade le competenze dello Stato e per di più viola il principio di uguaglianza tra i cittadini, visto che a pagare sono i non residenti. Soru risponde che la Sardegna è una regione autonoma a statuto speciale fin dal 1948, e ha il diritto di imporre nuove tasse. E d'altra parte invocare il principio di uguaglianza è in questo caso ridicolo.

Sta di fatto che il governo Prodi, e la sua punta avanzata coraggiosa, cercano di sabotare l'unico provvedimento che con qualche decisione, in tutto il paese, cerca di fermare l'ondata di cemento che ha già investito - si calcola - tra il 60 e il 70 per cento delle coste, privatizzandole di fatto, esponendole ad incendi come quello del Gargano [ne parleremo sul prossimo numero del settimanale], inquinando il mare, ecc. E la ragione è puramente ideologica: lo "sviluppo" non può essere fermato, foss'anche quello cialtrone delle seconde case [e figuriamoci quello degli inceneritori, dei rigassificatori, delle superferrovie…]. Perché può essere raccontato agli elettori come la "crescita" del paese [cioè dell'economia] e soprattutto perché apre le dighe degli affari, dai super-palazzinari che governano Roma alle Impregilo che costruiscono il Mose e fanno andare in malora la raccolta dei rifiuti in Campania. Quel centrosinistra, quello della signora Lanzillotta, è un originale impasto di dirigismo politico-economico e di alleanze con gruppi di potere imprenditoriali. Sono le partecipazioni statali alla rovescia: un tempo era lo Stato a intervenire nell'economia, creando le sue industrie; oggi è l'economia a intervenire nello Stato, creando le sue lobbies.

PREMESSE

Il quadro di riferimento

Prima di esprimere un parere sulle osservazioni al progetto di Piano paesaggistico regionale, il Comitato scientifico ritiene utile chiarire la propria posizione su alcuni dei principali temi affrontati nel progetto, riprendendo questioni che sono state ampiamente discusse in un clima di costante collaborazione con l’Ufficio, espresse in numerosi documenti che hanno contribuito in modo consistente a conferire al PPR il contenuto e la sua forma attuale. La progettazione del PPR ha comportato, per i componenti del Comitato scientifico, un coinvolgimento intellettuale ed anche emotivo che l’intero gruppo ha condiviso pienamente nelle intenzioni culturali e politiche, percependo l’assoluta novità dell’esperienza nella quale si troveranno contenuti che rivoluzionano il governo del paesaggio.

L’estensione dell’area disciplinata (è il più grande piano paesaggistico mai redatto in Italia), il carattere controcorrente della filosofia di fondo che sostiene il Piano rispetto alla tendenza prevalente (che è quella della corsa alla privatizzazione e alla dissipazione del territorio e delle sue risorse, in cui la sostenibilità, ridotta a sopportabilità, è più un uso artificioso della parola che una volontà determinata di preoccuparsi dei posteri), la possibilità di verificare e applicare i nuovi orientamenti scientifici derivanti dalle direttive europee e le regole, a volta discutibili, del recente Codice dei beni culturali e del paesaggio, tutti questi fattori hanno reso il compito del Comitato scientifico intricato ma appassionante. D’altronde, il Comitato era ben consapevole del fatto che il PPR rappresenta il primo piano unitario dedicato al paesaggio regionale, dopo tanti piani settoriali e i piani paesistici decaduti.

Così, incaricato di seguire la progettazione a partire dalla messa a punto delle “Linee guida”, il Comitato Scientifico non si è limitato all’espressione di pareri ma ha formulato una filosofia, una visione organizzata sulla quale, poi, si è sviluppato il piano. Nel corso della progettazione - a partire dal luglio 2005 - i membri del CS hanno costituito dei gruppi di lavoro misti con l’Ufficio del Piano che, fin dall’estate del 2004, aveva avviato la progettazione, raccolto e ordinato il vastissimo materiale conoscitivo e delineato i primi elementi del metodo.

La formazione del PPR si colloca infatti in una fase di particolare evoluzione del diritto ambientale, non solo nel nostro paese. Negli ultimissimi anni e mesi, alla costanza dell’affermazione di principi (maturati sulle radici di più antiche sentenze costituzionali ma resi espliciti e cogenti dalle leggi che si sono succedute dalla 431/1985, alla L.183/1989, alla L.394/1991, al DLeg 490/1999, al DLeg 42/2004, fino al recentissimo atto di modifica di quest’ultimo e alla vicenda del DLeg sull’ambiente) ha corrisposto un continuo modificarsi delle formulazioni tecniche, dei procedimenti e della stessa portata degli atti di pianificazione.

E contemporaneamente, mentre il quadro europeo arricchiva di contenuti e di prospettive la pianificazione del paesaggio (soprattutto con la Convenzione Europea del Paesaggio del 2000) e la tutela dell’ambiente (con la Direttiva Habitat del 1992), e mentre si consolidavano a livello internazionale nuovi orientamenti nella gestione delle risorse naturali (come quelli espressi nella Convenzione di Rio sulla biodiversità, o quelli affermati dall’Unione Mondiale della Natura a Montreal, 1996, a Durban nel 2003 e a Bangkok nel 2004, o quelli sanciti dall’UNEP e dalla stessa Unione Europea per la gestione integrata delle zone costiere del Mediterraneo), le modifiche alla legislazione nazionale in materia ambientale e i ritardi nella sua attuazione hanno indebolito alcuni supporti essenziali della pianificazione paesaggistica-ambientale, quale la pianificazione di bacino.

È in questo quadro che vogliamo fornire alcune riflessioni sulle principali questioni emerse nella formazione del progetto di piano. Riflessioni che siano di riferimento per la validazione tecnico-scientifica delle elaborazioni in corso, per l’esame delle osservazioni raccolte nella fase di pubblica consultazione e per l’avvìo delle attività di valutazione con le quali controllare i processi attuativi. In effetti, la complessità delle tematiche affrontate e l’oggettiva difficoltà di rendere omogenei molti tematismi apparentemente distanti e prodotti su basi cartografiche diverse - unitamente alla ristrettezza dei tempi e alla forte accelerazione data ai lavori nella fase finale - non hanno consentito sempre un’adeguata rivisitazione delle elaborazione operate che restano, comunque, impregnate della filosofia illustrata nelle linee guida del Piano.

Le riflessioni concernono soprattutto:

1. La forma e la struttura del piano, ossia le differenti modalità mediante le quali il PPR intende avviare un processo di pianificazione che abbia, quale suo punto di partenza e sua prima “invariante”, l’indifferibile esigenza di tutelare le qualità del territorio regionale per garantirne la fruizione alle popolazioni attuali e a quelle future. In questo quadro, si affronteranno anche le questioni relative alla particolare tutela della fascia costiera, alle norme diversamente articolate in relazione alle “componenti del paesaggio” e agli “ambiti di paesaggio”, alla definizione di “valori paesaggistici” alle diverse parti del territorio.

2. I rapporti tra le diverse responsabilità, competenze, ruoli degli attori pubblici. Si tratta dell’applicazione del principio di sussidiarietà che si è inteso dare nel formulare le scelte relative sia ai contenuti che alle modalità di svolgimento del processo di pianificazione, con particolare riferimento alle responsabilità della Regione e alla definizione della collaborazione, nel processo di pianificazione, tra i diversi enti pubblici elettivi a diverso titolo responsabili del governo del territorio. In questo quadro, si farà cenno al ruolo dei diversi enti nel governo del territorio, e agli strumenti mediante i quali garantire, a un tempo, l’efficacia delle scelte della pianificazione e il rispetto delle prerogative dei diversi livelli di governo.

2. Il paesaggio della Sardegna.

L’oggetto del PPR, si può dire il suo protagonista, è il paesaggio della Sardegna. Un bene complesso e fragile. Complesso per la sua formazione: deriva dai fondamenti geopedologici, climatici e biologici, ma è anche il prodotto del millenario lavoro dell’uomo su una natura difficile, lungo la cui durata si sono costruiti insieme la forma dei luoghi (il paesaggio appunto) e l’identità dei popoli. Difficile da organizzare in conoscenza sistematica per la cognizione che ognuno di noi ne possiede pur esistendone una qualche percezione comune. Osservato e studiato nella convinzione che conservare e gestire responsabilmente il paesaggio significhi conservare l’identità di chi lo abita e che un popolo senza paesaggio è un popolo senza identità e memoria. Complesso e fragile proprio per la bellezza delle sue coste, preda delle più rapaci e violente distruzioni, e per le solitudini mistiche delle aree interne in abbandono.

Fragile ma confortante per la certezza che ancora si prova nel riconoscere il territorio anche in una fotografia dell’isola trovata nella polvere, per la sensazione di infinito che l’isola provoca in chi guarda ciò che di intatto è stato conservato, e di riconoscibile per l’effetto dei venti dominanti che hanno piegato il paesaggio, rocce e alberi, in una forma unica che lo identifica e lo rende familiare. Complesso nonostante l’unità sostanziale che secoli di storia hanno realizzato a partire dalle differenti forme, unificando il territorio della Sardegna che si è composto in una sintesi, articolata e armonica, delle sue molteplici identità locali. Complesso e fragile, a dispetto della sua forza e resistenza, per i conflitti che sono natinegli ultimi decenni tra una civiltà fortemente radicata nella storia e nei luoghi e una deformata idea di modernità che è consistita nell’utilizzazione feroce delle risorse e nella trasformazione del territorio ispirata a modelli uguali e ripetuti in ogni parte del mondo.

L’assunto alla base del PPR è che questo paesaggio - nel suo intreccio tra natura e storia, tra luoghi e popoli – sia la principale risorsa della Sardegna.Una risorsa che fino a oggi è stata utilizzata come giacimento dal quale estrarre pezzi pregiati sradicandoli dal contesto, piuttosto che come patrimonio da amministrare con saggezza e lungimiranza per consentire di goderne i frutti alla generazione presente e a quelle future. Una risorsa che è certamente il prodotto del lavoro e della storia della popolazione che la vive e di cui essa è responsabile.

E’ su questo assunto che si basano le scelte di fondo del PPR, già indicate dalle Linee Guida approvate nel 2005 ed ora tradotte in indirizzi progettuali di governo del territorio, quali:

- la priorità accordata alla preservazione delle risorse e dei paesaggi “intatti”, non ancora irrimediabilmente devastati o mutilati dalle trasformazioni antropiche, in quanto cespite irriproducibile per un autentico sviluppo durevole;

- il riconoscimento del ruolo centrale che l’eredità naturale e culturale è chiamata a svolgere nell’organizzazione complessiva del territorio, connotandolo nell’insieme come uno straordinario “paesaggio culturale”;

- l’orientamento a perseguire nuove forme di sviluppo turistico ed in particolare una nuova cultura dell’ospitalità, basata sulla rivalorizzazione dei valori paesaggistici riconosciuti, sottratta alle ipoteche dello sfruttamento immobiliare ed agli effetti devastanti della proliferazione delle seconde case e dei villaggi turistici isolati.

3. Il piano paesaggistico regionale

Il PPR è appunto lo strumento centrale del governo pubblico del territorio. Esso si propone di tutelare il paesaggio, con la duplice finalità di conservarne gli elementi di qualità e di testimonianza mettendone in evidenza il valore sostanziale (valore d’uso, non valore di scambio), e di promuovere il suo miglioramento attraverso restauri, ricostruzioni, riorganizzazioni, ristrutturazioni anche profonde là dove appare degradato e compromesso. Il Piano è perciò la matrice di un’opera di respiro ampio e di lunga durata, nella quale conservazione e trasformazione si saldano in un unico progetto, essendo volta la prima a mantenere riconoscibili ed evidenti gli elementi significativi che connotano ogni singolo bene, e la seconda a proseguire l’azione di costruzione del paesaggio, che il tempo ha compiuto, in modo coerente con le regole scritte e non scritte che hanno presieduto alla sua formazione.

Il PPR è quindi, da una parte, il catalogo progressivamente aggiornato - tramite il sistema informativo territoriale - delle risorse del territorio sardo e del suo paesaggio e delle regole necessarie per la sua tutela e, dall’altra parte, il centro di promozione e di coordinamento delle azioni che, a tutti i livelli, gli operatori pubblici pongono in essere per trasformare la tutela da insieme di regole a concreta gestione del territorio, finalizzata allo sviluppo duraturo e sostenibile dell’intera Sardegna.

Particolare rilevanza devono assumere tra queste azioni quelle svolte dai soggetti seguenti:

- dagli enti locali nella definizione della pianificazione urbanistica dei territori di loro competenza amministrativa, anche attraverso le collaborazioni inter-istituzionali che il Piano propone;

- dalle articolazioni settoriali e funzionali dell’amministrazione regionale aventi come compito specifico la gestione degli interventi di promozione finanziaria, le politiche patrimoniali, la valutazione ambientale;

- dagli enti di rilevanza nazionale, regionale e locale cui è affidata la missione specifica di tutelare e gestire singole parti del patrimonio paesaggistico ed ambientale della regione (foreste, demani, aree protette ecc.).

La prima fase della formazione del PPR consiste nell’approvazione preliminare, da parte della Giunta Regionale, di una serie di documenti i quali, pur essendo riferiti all’insieme del territorio, disciplinano con particolare attenzione e compiutezza i beni e i paesaggi interessanti la fascia costiera, ossia l’insieme dei territori i quali (per la loro origine e conformazione, per le caratteristiche dei beni in essi presenti, per i processi storici che ne hanno caratterizzato l’attuale assetto) hanno un rapporto privilegiato con il mare.

Essa deve essere considerata la prima fase di un lavoro che si svilupperà nel futuro sotto molteplici punti di vista e per varie ragioni:

- perchè è oggetto di una discussione nella quale la società regionale, in particolare quella rappresentata dai soggetti indicati al punto precedente, si esprimerà proponendo integrazioni, correzioni e approfondimenti dei quali terranno conto la Giunta e il Consiglio regionali al momento dell’approvazione del piano;

- perchè molte delle direttive e degli indirizzi espressi nei documenti di piano dovranno essere verificati, specificati e articolati nella pianificazione provinciale e comunale, nel quadro di quella “assidua ricognizione” dei valori paesaggistici e ambientali cui la Corte costituzionale si è più volte riferita;

E con lo stesso metodo e il medesimo impianto filosofico, anche per le parti del territorio regionale aventi minore attinenza con il mare si raggiungerà lo stesso analitico livello di approfondimento.

LA FORMA DEL PIANO

4. Un piano per la tutela-valorizzazione del paesaggio

Tra le due modalità consentite dalla legislazione nazionale (“piano paesaggistico” oppure “piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali”) si è scelta la prima. Ciò significa che si è avuta fin dall’inizio la consapevolezza che il piano non si propone di definire tutti gli aspetti della disciplina e del funzionamento del territorio, ma ne costruisce i presupposti con l’individuazione delle regole e delle azioni necessarie per consentire che le trasformazioni del territorio, che saranno definite dalla successione delle varie fasi della pianificazione (comunale, provinciale, regionale) della pianificazione siano funzionali alla tutela delle caratteristiche qualitative proprie della configurazione del territorio.

Dove per tutela e valorizzazione non si intende l’antinomia (e la ricerca del difficile equilibrio) tra il vincolo paralizzante e la trasformazione in merce delle qualità presenti nel territorio, ma la ricerca della piena messa in valore di un tipo particolare di beni pubblici: quelli costituiti dalla forma che al territorio ha impresso la plurimillenaria storia del rapporto tra uomo e natura. Una messa in valore la cui condizione preliminare è data dall’individuazione del bene e delle sue caratteristiche proprie (come elemento singolo e come relazione tra elementi diversi). I passi successivi consistono nella conservazione, il restauro, la ricostituzione e, infine, la costruzione di qualità e identità nuove là dove quelle della storia sono state annullate dall’azione dell’uomo o degli eventi. Ed è questo accoppiamento tra tutela e messa in valore che consente di passare da logiche puramente difensive e reattive centrate sui vincoli a logiche attive di promozione e di valorizzazione territoriale centrate sul Piano, dando significato concreto ai principi della autentica sostenibilità.

La tutela-valorizzazione dei beni paesaggistici pone una duplice serie di esigenze per quanto riguarda la loro definizione.

Da un lato, è necessario individuare le categorie di beni che è necessario sottoporre a tutela, a partire dalle categorie definite dalla legislazione vigente ma articolandole e arricchendole sulla base dello specifico contesto territoriale e culturale. Si tratta di partire da quanto disposto dalle leggi nazionali (dalla L. 431/1985 al DLeg 42/2004), costruendo un ulteriore tassello – regionale - di quella “riconsiderazione assidua” del territorio “alla luce e in attuazione del valore estetico-culturale” che la Corte costituzionale ha ritenuto necessaria.

In proposito, il Codice attribuisce al piano paesaggistico un compito estremamente importante ai fini dell’operatività e dell’efficacia delle misure di protezione, sia dei beni già considerati dalla legislazione precedente (L 1497/1939 e L. 431/1985) sia di quelli ulteriormente ritenuti meritevoli di tutela nel piano stesso.

Dall’altro è indispensabile tener conto che il paesaggio non è costituito dalla mera giustapposizione di elementi di particolare rilievo, ma anche dall’integrazione che si è determinata tra gli stessi elementi e il contesto territoriale intorno: quella integrazione che ha condotto storicamente alla costituzione di specifiche individualità territoriali. In altri termini definite come “unità di paesaggio” o - per adoperare le parole del PPR, mutuate dalle denominazioni del Codice del paesaggio (art. 135) - ambiti di paesaggio. Non va dimenticato che il passaggio dalla considerazione in chiave vincolistica dei singoli “beni paesaggistici” alla considerazione dei “paesaggi” che tutto il territorio articolatamente esprime (ossia, come si è spesso detto, la “territorializzazione” delle politiche del paesaggio) rappresenta l’innovazione più importante sancita dalla Convenzione Europea del Paesaggio che verrà adottata anche nel nostro Paese.

5. L’impianto normativo

L’impianto normativo del PPR è costruito in adeguamento alla legislazione sovraordinata, con particolare attenzione all’evoluzione legislativa che ha condotto dalla legge 431/1985 al Codice 42/2004, alla giurisprudenza costituzionale che si è susseguita in materia a partire dalle sentenze 55 e 56 del 1968, nonché alla Convenzione europea del paesaggio, al Protocollo MAP- UNEP per la gestione integrata delle zone costiere. Esso è accompagnato da un testo legislativo che propone modifiche alla vigente legislazione regionale in materia, modifiche funzionali al ruolo che si intende attribuire al PPR. Esso, in risposta alla duplice esigenza sopra ricordata, si basa nella sostanza sulla complementarietà di due strati normativi (o insiemi di precetti), che si distinguono non tanto per la scala o il grado di specificazione, ma per la loro funzione diversamente “regolatrice” della pianificazione:

A) Il primo strato normativo è riferito sia ai singoli oggetti o elementi territoriali per i quali è necessaria e possibile la tutela ex articoli 142 e 143 del DLeg 42/2004 (benipaesaggistici appartenenti a determinate categorie a cui è possibile ricondurre i singoli elementi con criteri oggettivi, in jure “vincoli ricognitivi”), sia alle componenti ambientali-territoriali che, pur non essendo dei beni (anzi magari essendo dei “mali”, come ad es. i siti inquinati o le aree di degrado) devono essere tenute sotto controllo per evitare danni al paesaggio o per favorirne la riqualificazione. E’ importante notare che, ai sensi del Codice, questo primo insieme di norme implica un esplicito riconoscimento di quegli oggetti di disciplina da considerare come “beni paesaggistici”, al fine di assicurarne la “puntuale individuazione” ai sensi dell’art.143 e di differenziarli dalle altre componenti (pur dotate di valenza paesistica, come gran parte dei beni culturali che il Piano intende valorizzare) non solo sotto il profilo procedurale (l’obbligo di specifica autorizzazione paesaggistica per gli interventi che li concernono) ma anche sotto il profilo sostanziale, in relazione al ruolo che essi svolgono nel determinare la qualità complessiva dei contesti in cui ricadono. Ciò implica anche che l’individuazione dei beni paesaggistici, pur prendendo le mosse dalle categorie già definite a livello nazionale (come le categorie dell’art. 142), può e deve fondarsi su quelle maggiori specificazioni che fanno riferimento alle concrete realtà regionali (ad es. distinguendo zone umide, apparati dunali, falesie ecc.); specificazioni che a loro volta possono comportare approfondimenti conoscitivi da sviluppare nelle fasi successive della pianificazione paesistica, come si dirà più avanti.

B) Il secondo strato normativo è riferito ad ambiti territoriali – ambiti di paesaggio ai sensi dell’art. 135 del Codice - per la definizione dei quali i caratteri paesaggistici ed ecologici sono determinanti, e che saranno la sede per definire indirizzi, direttive e prescrizioni anche di tipo urbanistico, da rendere operativi mediante successivi momenti di pianificazione; in particolare per precisare la definizione degli obiettivi di qualità paesistica (che sebbene non più esplicitamente menzionati dall’ultima versione del Codice rappresentano uno dei passaggi chiave previsti dalla Convenzione Europea), gli indirizzi di tutela e le indicazioni di carattere “relazionale” volte a preservare o ricreare gli specifici sistemi di relazioni tra le diverse componenti compresenti. E’ importante notare che la disciplina degli ambiti, ordinata alla tutela e al miglioramento della qualità del paesaggio, è anche la sede nella quale cercare, come prevede la Convenzione Europea all’art. 5d, di “integrare il paesaggio nelle politiche di pianificazione del territorio, urbanistiche e in quelle a carattere culturale, ambientale, agricolo, sociale ed economico, nonché nelle altre politiche che possono avere un’incidenza diretta o indiretta sul paesaggio”.

6. La fascia costiera.

Tra tutte le categorie di beni meritevoli di tutela è presente, nella letteratura e nella giurisprudenza italiane ed internazionale quella particolare categoria costituita dalle coste marine. Già individuata secondo criteri meramente geometrici e transitori dalla legge 431/1985, poi ripresa identicamente dal DLeg 42/2004, variamente articolata dalle regioni nella pianificazione paesaggistica dell’ultimo ventennio, applicata di nuovo secondo criteri meramente geometrici e transitori dalla legge regionale 8/2004, spetta evidentemente al PPR definirne l’esatta articolazione e conformazione territoriale.

Il Comitato scientifico e l’Ufficio del piano hanno ritenuto che, nel contesto specifico della Sardegna, la caratteristica di bene degno di tutela diretta meritasse di essere attribuita non solo alla sommatoria delle sue componenti, ma al territorio costiero nel suo complesso. È insomma l’insieme della costa della Sardegna, costituito dall’integrazione degli elementi naturali, storici, culturali, caratterizzato dal rapporto stretto tra la terra e il mare (un rapporto nel quale l’azione della natura e quella della storia hanno concorso a formare un paesaggio caratterizzato da una spiccata individualità), la cui percezione, e quindi la cui tutela, non sono segmentabili nelle sue singole parti, ma deve essere considerata e governata unitariamente. La fascia costiera, pur essendo composta da elementi appartenenti a diverse specifiche categorie di beni (le spiagge, le dune, le falesie, le piccole isole e gli scogli, gli stagni, i promontori ecc.) costituisce nel suo insieme una risorsa paesaggistica di eccezionale valore: non solo per il pregio delle sue singole parti, ma per la superiore qualità che la loro armonica composizione determina.

É anche grazie al suo staordinario valore - e alla scarsa capacità di governo delle risorse territoriali dimostrata nei decenni trascorsi dall’amministrazione pubblica - che questo incomparabile bene è oggetto di pericolose dinamiche di distruzione. E’ qui che si è esercitata con maggior violenza nei decenni trascorsi, e minaccia di esercitarsi nei prossimi, la tendenza alla trasformazione di un patrimonio comune in un ammasso di proprietà suddivise, trasformate senza rispetto della cultura e della tradizione locali né dei segni impressi dalla storia, svendute come generiche merci ad utilizzatori di passaggio, sottratte infine all’uso comune e al godimento delle generazioni presenti e future.

Massima qualità d’insieme e massimo rischio: due circostanze che giustificano la particolare attenzione che si è posta per delimitare, secondo criteri definiti dalla scienza e collaudati dalla pratica, il bene paesaggistico d’insieme di rilevanza regionale costituito dai “territori costieri”, e per disciplinarne le trasformazioni sotto la diretta responsabilità regionale, in vista sia della protezione che della promozione delle azioni suscettibili di orientarne le trasformazioni nel senso di un ulteriore miglioramento della qualità e della fruibilità. In effetti la fascia costiera non è soltanto la cornice essenziale del paesaggio sardo e una risorsa fondamentale della sua economia, ma è anche la struttura ecosistemica che ospita gran parte della sua diversità biologica, storico-culturale e insediativa. La sua specificità, indissociabile dalla sua continuità ed unitarietà, è costituita dalla interrelazione tra mare e terra che trova in essa la sua prima ed essenziale dimensione. Essa non può quindi essere artificiosamente suddivisa, se non per scopi amministrativi, ma deve mantenere il suo carattere unitario complessivo soprattutto ai fini del PPR e, pertanto, essere considerata come un bene paesaggistico d’insieme,di valenza ambientalestrategica ai fini della conservazione della biodiversità, della qualità paesistica e dello sviluppo sostenibile dell’intera regione.

Questa assunzione, al di là di ogni considerazione localistica, va vista in prospettiva mediterranea, dove trova pieno riscontro nel Protocollo UNEP per la Gestione Integrata delle Zone Costiere (protocollo attualmente in corso di definizione nell’ambito del Mediterranean Action Plan della Convenzione di Barcellona). Ed è precisamente l’esigenza di gestione integrata che caratterizza specificamente la fascia costiera, mettendo in gioco non soltanto le complesse interazioni ecosistemiche tra terra e mare, ma anche le interferenze e i potenziali conflitti tra le dinamiche naturali e le attività economiche e sociali (dalle pratiche tradizionali della pesca alle varie forme di utilizzazione produttiva, turistica e ricreativa) che proprio sulla costa presentano particolari addensamenti. Interferenze e conflitti che, a loro volta, richiedono da un lato la diretta responsabilizzazione delle autorità regionali di governo e la concertazione inter-istituzionale, dall’altra e congiuntamente il coinvolgimento delle popolazioni, delle istituzioni e degli operatori locali, in vista di forme condivise di sviluppo sostenibile, come afferma il Protocollo citato (art.5).

E’ in questa duplice direzione che il PPR prevede il ricorso, per fronteggiare efficacemente i problemi della fascia costiera e promuoverne un’utilizzazione realmente sostenibile, alla formazione di Piani di riassetto territoriale – che possono prendere la forma di Piani di Gestione Integrata, PGI, in accordo, ripetiamo, con il protocollo UNEP - riguardanti, per stralci coordinati, l’intera fascia.

Piani volti a coordinare, nello stesso tempo, la pianificazione urbanistica locale, la gestione delle risorse naturali-culturali ed i programmi d’investimento, anche in funzione del Piano Regionale dello Sviluppo Turistico Sostenibile.

Piani che forniscano indicazioni – sulla base di valutazioni ambientali strategiche – circa il dimensionamento dell’apparato ricettivo e le opportunità di rilocalizzazione degli insediamenti incompatibili, l’organizzazione della mobilità e dell’accessibilità, gli standard da rispettare, i criteri di gestione dei servizi, delle attrezzature e del “capitale territoriale”, la prevenzione dei rischi e dell’inquinamento, il monitoraggio delle aree e delle risorse di particolare interesse o sensibilità, l’acquisizione delle aree più interessanti alla Conservatoria del Litorale.

E’ evidente che la formazione di tali PGI pone problemi delicati dal punto di vista del rapporto tra i diversi poteri pubblici. Ma quest’ordine di problemi può essere affrontato efficacemente riferimendosi a tre principi costituzionali: la sussidiarietà, la differenziazione e l’adeguatezza, come si dirà più avanti.

7. Tre letture, tre assetti

Il paesaggio, come si è detto, è certamente il risultato della composizione di più aspetti. E’ anzi proprio dalla sintesi tra elementi naturali e lasciti dell’azione dell’uomo che nascono le sue qualità. E’ quindi solo a fini strumentali che, nella pratica pianificatoria, si fa riferimento a diversi “sistemi” (ambientale, storico-culturale, insediativo) la cui composizione determina l’assetto del territorio, e dei diversi “assetti” nei quali tali sistemi si concretano.

Anche la ricognizione effettuata come base delle scelte del PPR si è articolata secondo i tre assetti: ambientale, storico-culturale, insediativo. Tre letture del territorio, insomma, tre modi per giungere all’individuazione degli elementi che ne compongono l’identità. Tre settori di analisi finalizzati all’individuazione delle regole perchè di ogni parte del territorio siano tutelati ed evidenziati i valori (e i disvalori), sotto il profilo di ciò che la natura (assetto ambientale), la sedimentazione della storia e della cultura (assetto storico-culturale), l’organizzazione territoriale costruita dall’uomo (assetto insediativo) hanno conferito al processo di costruzione del paesaggio.

Ciascuno dei tre piani di lettura ha consentito di individuare un numero discreto di “categorie di beni a confine certo”, per adoperare i termini della Corte costituzionale: cioè di componenti del paesaggio cui il PPR attribuisce una specifica disciplina, articolata per categorie e sotto-categorie. E di individuare, tra tali componenti, quelle da considerare a tutti gli effetti “beni paesaggistici”, cui applicare il disposto degli articoli 142 e 143 del Dleg 42/2004, innescando le precise procedure di tutela previste dal Codice. Dalla ricognizione e dall’individuazione delle caratteristiche dei beni nasce la definizione delle regole.

Sicché è dalle tre letture che sono nati i tre “Titoli” delle norme.

Ciascuno di essi detta le attenzioni che si devono porre perchè, in relazione ai beni o componenti appartenenti a ciascuna categoria e sotto-categoria, le caratteristiche positive del paesaggio vengano conservate, o ricostituite dove degradate, o trasformate dove irrimediabilmente perdute.

Non si può nascondere il rischio che l’articolazione normativa nei tre assetti produca una certa separatezza, portando a sottovalutare sia gli effetti sinergici derivanti dalla compresenza di risorse e qualità distintamente apprezzate sotto ciascuno dei tre profili di lettura, sia le interferenze o le conflittualità che possono prodursi.

Per quanto riguarda i primi basta pensare all’opportunità di valorizzare il fatto (certamente frequente nel paesaggio sardo) che un’area di grande pregio naturalistico ospiti anche beni culturali di grande interesse.

Per quanto riguarda le seconde, vale il caso delle aree insediative, le cui dinamiche espansive - nei limiti, ovviamente, voluti dal PPR – ricadono inevitabilmente seppur marginalmente nelle contigue aree seminaturali o agroforestali. Si tratta quindi di assicurare un corretto coordinamento tra le norme dei tre assetti che eviti entrambi i rischi evocati.

Inoltre, analoga esigenza di coordinamento si pone nei confronti delle norme per ambiti. E’ infatti negli ambiti di paesaggio che, a norma del Codice, le istanze di protezione si confrontano con le esigenze di mantenimento o innovazione sostenibile degli assetti economici e sociali, di organizzazione e di riqualificazione complessiva del territorio, e quindi anche con le attese e le intenzioni programmatiche degli enti locali.

Spetta alle politiche d’ambito (da condividere con gli Enti locali) comporre i conflitti e le interferenze che si manifestano nel territorio, rispettando i vincoli e le limitazioni che provengono dalle norme per componenti, articolate nei tre assetti.

Ma queste ultime non possono non tener conto delle dinamiche reali e delle ipotesi progettuali relative a ciascun ambito: sia nel senso di regolarne l’impatto sui beni e le componenti interessati, sia nel senso di stabilire efficaci salvaguardie valevoli in carenza di piani locali o settoriali adeguati agli indirizzi del PPR (come meglio vedremo più avanti), sia ancora nel senso di evitare inutili e controproducenti vincolismi.

8. Obiettivi di qualità e giudizi di valore

Il PPR tende a presidiare, nelle forme più efficaci, uno straordinario patrimonio di valori. Non solo le misure specificamente poste a tutela dei singoli beni paesaggistici, ma ancor più le “previsioni” per ogni ambito di paesaggio ordinate (come chiede l’art.135 del Codice) a mantenere i caratteri identitari, ad individuare linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibile, a recuperare le aree degradate, ad individuare interventi per lo sviluppo sostenibile, si fondano sul riconoscimento della “tipologia, rilevanza e integrità dei valori paesaggistici”. Riconoscimento operato con la possibile oggettività e con gli strumenti scientifici che le diverse discipline interessate mettono a disposizione. Tutto corrisponde alle indicazioni della Convenzione Europea ed a quanto richiesto dal Codice (almeno nella sua ultima versione del 2006, dopo le modifiche recentemente introdotte).

Il CS non può quindi nascondere le sue perplessità nei confronti di impostazioni che (seguendo più o meno la linea indicata dal DLeg 42/2004 prima delle recenti modifiche) attribuiscano al PPR il compito di definire una gerarchia di “livelli di valore”, individuando le modalità per la loro specifica attribuzione ai diversi ambiti o, peggio, alle diverse componenti territoriali. Le perplessità non riguardano ovviamente la possibilità-opportunità di esprimere giudizi di valore su singoli beni o singole parti del territorio (secondo una prassi largamente consolidata a livello internazionale nel campo della conservazione della natura), ma la pretesa di fondare solo o essenzialmente su tali giudizi le misure di disciplina. Attribuire “livelli di valore” scalarmente ordinati a beni caratterizzati in modo specifico secondo caratteristiche peculiari alla categoria di beni, o allo specifico bene, sembra operazione culturalmente discutibile. Non solo perché implica l’attribuzione di valutazioni soggettive, largamente discrezionali per molti aspetti, come tipicamente quelli estetici, a beni di cui invece l’analisi scientifica oggettiva ha consentito di definire i connotati caratterizzanti e le ragioni della tutela. Ma anche perché sul piano applicativo comporta una inopportuna iper-semplificazione delle indicazioni normative, che ignora le specificazioni introdotte con le norme “per componenti” di cui al paragrafo 5a, cancellando arbitrariamente le profonde diversificazioni che, anche all’interno della più piccola porzione di territorio, danno vita ai diversi paesaggi. Un sistema dunale, o la trama storica di un territorio, sono caratterizzati (e il loro valore è determinato) da ben individuati elementi fisici i quali costituiscono il valore del bene per la loro presenza e per le loro connessioni con gli altri elementi. Non ha molto senso distinguerli a seconda che siano più o meno “compromessi” o più o meno “importanti”.

Sembra comunque utile riprendere l’indicazione contenuta nella Convenzione Europea (art. 6D) e già in qualche misura recepita nel Codice (art 135, c.3), volta a richiedere la definizione di specifici obiettivi di qualità paesaggistica per ciascuno dei paesaggi, ossia degli ambiti di paesaggio, individuati. Dove la qualità va certamente intesa in senso globale, apprezzando adeguatamente la compresenza di valori dei diversi assetti e le loro relazioni fondative con le dinamiche strutturali economiche, sociali e culturali dei diversi contesti.

Si tratta infatti di un passaggio cruciale per integrare saldamente in ogni contesto territoriale le “previsioni e le prescrizioni” per la tutela-valorizzazione del patrimonio paesaggistico, collegando organicamente le analisi ricognitive con le scelte progettuali. Le Schede d’ambito del PPR; da definire col coinvolgimento delle Province e dei Comuni, dovranno perciò dare adeguato riscontro alla definizione di questi obiettivi.

Più problematica appare la possibilità di dare riscontro all’esplicita indicazione della Convenzione Europea concernente le attese, le percezioni e le attribuzioni di valore delle popolazioni interessate, di cui si deve “tener conto” nella valutazione dei paesaggi e quindi anche – “previa consultazione pubblica” – nella definizione degli obiettivi da perseguire. Si tratta di un’operazione intrinsecamente complessa, che sconta da un lato l’esigenza del massimo possibile coinvolgimento delle popolazioni (in tutte le loro articolazioni sociali e culturali) nella difesa del loro patrimonio identitario, dall’altro il ruolo imprescindibile dei “mediatori culturali” nella formazione dei giudizi di valore e la responsabilità primaria della Regione nella tutela-valorizzazione dell’eredità collettiva della comunità regionale.

Non va sottovalutato il ruolo che lo stesso PPR svolge in quanto forma creativa dell’immaginazione sociale, strumento di sensibilizzazione, educazione e apprendimento collettivo E’ comunque necessario, seguendo la Convenzione, “avviare procedure di partecipazione del pubblico e delle autorità locali”, con la consapevolezza che non esistono politiche efficaci del paesaggio che possano prescindere dalla sensibilizzazione e dalla mobilitazione dei soggetti direttamente coinvolti nelle pratiche di gestione, di manutenzione e di continua rielaborazione del paesaggio. Questa necessità dovrebbe essere tenuta in conto anche per quanto concerne le forme di comunicazione del PPR e dei suoi elaborati costitutivi.

RESPONSABILITÀ, COMPETENZE, RUOLI DEGLI ATTORI PUBBLICI

9. Collaborazione inter-istituzionale e co-pianificazione

L’obiettivo della tutela e valorizzazione del territorio non è raggiungibile mediante un singolo atto e un singolo attore: lo è soltanto come risultato di un processo nel quale lo strumento della pianificazione paesaggistica e la responsabilità istituzionale della Regione (quindi il Piano paesaggistico regionale) costituiscono solo il momento iniziale. È necessario il lavoro concorde di una pluralità di soggetti istituzionali, i cui ruoli, competenze, responsabilità devono confluire in una serie di azioni protratte nel tempo. Il PPR deve prolungarsi e aumentare la sua efficacia nella pianificazione provinciale e comunale, nella quale le scelte di livello regionale devono trovare la loro specificazione e verifica, quelle relative al paesaggio devono trovare la loro integrazione con quelle relative alle altre esigenze e agli altri settori. La responsabilità della Regione deve saldarsi con quelle della Provincia e del Comune, promuovendo un’azione coordinata di tutti i livelli di rappresentanza dei cittadini.

Non a caso la “cooperazione tra amministrazioni pubbliche” è posta dal DLeg 32/2004 al secondo posto delle “disposizioni generali”, subito dopo la “salvaguardia dei valori del paesaggio”. Le procedure della co-pianificazione, cioè della formazione degli atti di pianificazione mediante il contributo di tutti gli enti pubblici territoriali, sono perciò strumento essenziale nell’azione di governo del territorio. La Regione è fin d’ora impegnata a condurre il processo di pianificazione, in coerenza con l’idea di paesaggio formulata dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che non considera i diretti interessati (amministrazioni e comunità locali, con le loro tradizioni di percezione ed azione sul paesaggio) come meri destinatari di regole e di sollecitazioni. La co-pianificazione è anche ascolto attento di ciò che sente e muove la gente che pensa il proprio paesaggio.

10. Responsabilità e sussidiarietà

Tuttavia, la cooperazione tra soggetti che siano espressione di interessi diversificati deve avvenire nella chiarezza delle rispettive responsabilità. E’ necessario che ciascuno porti il proprio contributo, che ciascuno ascolti con attenzione le ragioni degli altri e ne valuti le proposte, che si compia il massimo sforzo per raggiungere su ciascun punto l’intesa. Ma non è detto che ciò sia sempre possibile. Ciò che è accaduto sul territorio delle coste della Sardegna testimonia che gli interessi, le esigenze ritenute prioritarie, e quindi le soluzioni, possono essere contrastanti, in aperto conflitto tra loro. È necessario perciò – se non si vuole che la cooperazione si rovesci in paralisi – che si sappia, su ciascun argomento, a chi spetti la decisione finale in caso di mancato raggiungimento dell’accordo. Ciò in particolare per quanto riguarda la responsabilità dei diversi enti pubblici territoriali elettivi di primo grado.

Nella Costituzione della Repubblica si possono individuare due direzioni nel rapporto tra i diversi enti pubblici territoriali elettivi di primo grado (Stato, Regione, Provincia e Città metropolitana, Comune) in materia di funzioni legislative e amministrative. Per un determinato e limitato numero di argomenti la direzione è dall’alto verso il basso. Per tutti gli altri, la direzione è dal basso verso l’alto.

Il paesaggio è stato collocato fin dal 1948, ed è rimasto anche dopo le modifiche, tra gli argomenti del primo tipo: quelli per i quali vi è una competenza legislativa esclusiva dello Stato. Questa esclusività è stata temperata recentemente distinguendo, a proposito di Beni culturali (tra cui il paesaggio), l’idea di “tutela” e “valorizzazione”.

Del termine “valorizzazione” si possano dare interpretazioni differenti (a seconda che prevalga, nella considerazione del paesaggio, l’aspetto “bene” o l’aspetto “merce”), m resta certo che la responsabilità del paesaggio, e della sua tutela e valorizzazione, rimane nelle mani del binomio Stato-Regione.

Tuttavia la responsabilità della Regione in materia, benché primaria, non è certo esclusiva. Si è già osservato che la tutela del paesaggio esige, come la stessa Corte Costituzionale ha più volte rilevato, un’assidua riconsiderazione dei valori del paesaggio a tutti i livelli e le scale: avviata a livello statale e regionale, deve proseguire nell’attività di governo del territorio delle province e dei comuni. In che modo distinguere allora le responsabilità della “decisione ultima”, cioè là dove non si raggiunge l’unanimità del consenso?

La Costituzione ha recentemente introdotto, per quanto riguarda i criteri di ripartizione delle funzioni amministrative, i già citati principi di sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza. Questi suggeriscono di trasferire dal basso all’alto le responsabilità connesse alle funzioni amministrative laddove i livelli inferiori non siano in grado di garantire la necessaria “unitarietà” alle determinazioni.

Giova a chiarire la questione la definizione originaria del principio di sussidiarietà. Questo, come è noto, fu elaborato per decidere sulla ripartizione delle responsabilità tra governi nazionali e istituzioni europee, e fu introdotto per la prima volta nella normativa europea a Maastricht il 7 febbraio 1992. Il principio di sussidiarietà significa, nella sostanza, che là dove un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti, e questi sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello di governo territorialmente sovraordinato (l’Unione europea nei confronti degli Stati nazionali o, nel nostro contesto, lo Stato nei confronti della Regione, la Regione nei confronti della Provincia e così via) è a quest’ultimo che spetta la responsabilità e la competenza dell’azione. E la scelta del livello giusto va compiuta non in relazione a competenze astratte o nominalistiche, oppure a interessi demaniali, ma in relazione a due elementi precisi: la scala dell’azione (o dell’oggetto cui essa si riferisce) oppure i suoi effetti.

11. Carattere processuale della co-pianificazione

La prospettiva della co-pianificazione conferisce al PPR un carattere inevitabilmente processuale e interattivo: soggetti e centri di decisione diversi sono coinvolti in un processo che non è in alcun modo riducibile ad un singolo atto amministrativo, essendo costituito da un insieme aperto e complesso di atti che si condizionano a vicenda. Il lavoro finora svolto ha già prodotto un primo risultato di grande portata, conducendo a sintesi in un tempo ridottissimo una mole imponente di conoscenze e dando loro un significato rilevante e sostanzialmente coerente. Questo ne fa un riferimento imprescindibile per tutte le elaborazioni successive sui paesaggi regionali, in qualunque contesto vengano condotte. E’ una visione di livello regionale, integrata puntualmente da conoscenze e determinazioni locali. Il confronto con le visioni locali – quali quelle che, tipicamente, trovano espressione nella pianificazione urbanistica comunale – è quindi di cruciale importanza. E’ infatti evidente che le previsioni e le prescrizioni del PPR, per la loro stessa natura, sono destinate ad esercitare un impatto rilevante sulla pianificazione locale, sollecitando una profonda (e politicamente costosa) ristrutturazione dei PUC. Tale impatto non appare mitigabile mediante una semplice divisione di competenze che lasci ai Comuni ogni responsabilità sulle aree urbanizzate e riservi al PPR e ai piani provinciali ogni determinazione relativa alle aree extraurbane. Se da un lato è vero che lo stesso Codice esclude dalle “aree tutelate per legge” (art. 142) le zone A e B degli strumenti urbanistici (vale a dire quelle d’interesse storico-ambientale e quelle compromesse, oltre a quelle ricomprese nei Piani pluriennali d’attuazione e a quelle ricadenti nei “centri edificati perimetrati” per i Comuni sprovvisti di tali strumenti), è altrettanto vero che il PPR non può disinteressarsi del controllo delle trasformazioni del sistema insediativo, proprio per la sua peculiare integrazione col paesaggio rurale e naturale. Va d’altronde in questa direzione l’obbligo previsto dal Codice all’art. 135,c. 3b, di provvedere col Piano paesaggistico all’”individuazione delle linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili”: obbligo peraltro già riscontrato nelle Norme per l’assetto storico-culturale e per quello insediativo.

Il problema, pertanto, non sembra tanto quello di “quali aree considerare” ai diversi livelli del processo di pianificazione, quanto piuttosto quello di “come” controllarne le trasformazioni. Questo solleva due questioni delicate:

A) L’apparato normativo del PPR va pensato per “dialogare” con gli altri strumenti di pianificazione, il che implica che, da un lato, esso deve esprimere “indirizzi” e direttive tali da responsabilizzare i soggetti istituzionali cui spetta di tradurle in disposizioni operative, limitando le prescrizioni direttamente cogenti e prevalenti ai casi in cui spetti alla Regione presidiare risorse e valori indiscutibili, non adeguatamente tutelabili dagli altri soggetti istituzionali; e, dall’altro, che le specificazioni e gli approfondimenti operati dagli enti locali e dalle autorità di settore devono potersi ripercuotere sulle determinazioni del PPR. Vanno in questa direzione le norme che prevedono la progressiva precisazione delle delimitazioni cartografiche di certe categorie di beni o componenti (mediante opportuni meccanismi “auto-correttivi” che tengano anche conto dell’avanzamento continuo del fronte delle conoscenze), o le norme che tendono ad un progressivo arricchimento delle indicazioni contenute nelle Schede degli ambiti, mediante il coinvolgimento degli enti locali.

B) Le scelte del piano (ferme restando le prescrizioni poste a tutela di valori intangibili, come sopra detto) devono dare spazio alla valutazione preventiva, esplicita ed integrata degli interessi, dei conflitti da risolvere e delle alternative d’azione operabili in concreto. Da questo punto di vista, non solo si ravvisa la necessità di una più organica formulazione delle norme circa le valutazioni d’impatto dei singoli interventi (con una più chiara e precisa definizione delle soglie quali-quantitative degli interventi soggetti a tali procedure); ma si rende anche necessario impostare un processo di progressiva definizione delle strategie d’azione (in particolare nelle Schede d’ambito), fondato sulla valutazione strategica delle alternative e sul monitoraggio delle situazioni critiche (quali ad es. i carichi di fruizione sulle parti più sensibili della fascia costiera), mediante l’individuazione di apposite procedure e degli indicatori utilizzabili. Ciò anche in conformità alla la direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente: direttiva – è presumibile – che verrà recepita anche dal nostro Parlamento.

I documenti fondamentali del piano sono disponibili qui

Disappunto. Delusione. E la consapevolezza che - come dice il presidente di Legambiente Sardegna, Vincenzo Tiana, «bisogna contribuire a preservare il territorio sardo, magari anche attraverso un regime di tassazione. Se questo non può avvenire attraverso la tassa sul lusso, che si trovi un'altra soluzione». La notizia dell'impugnazione da parte del Governo del pacchetto fiscale della Giunta Soru ha lasciato interdetti numerosi personaggi di spicco della società sarda: politici, ambientalisti e intellettuali. Accomunati da una certa perplessità nei confronti della decisione dell'esecutivo.

Anche se, a dire il vero, qualcuno se l'aspettava: Enzo Cugusi, consigliere comunale a Torino e dirigente del circolo sardo “Kinthales”, dice che «la presa di posizione del Governo era prevedibile. L'esecutivo ha in programma la riduzione di alcune tasse, a partire dall'Ici, ed era ovvio che facesse calare la sua scure, innanzitutto, su una supertassa. Un'imposta che si aggiungerebbe all'Ici. Vorrei ricordare che, ad Alghero, chi possiede una seconda casa paga l'Ici al 7,2 per mille, corrispondente al tetto massimo previsto dalla legge. Ora, si sente forse la necessità di rincarare la dose con una nuova imposta?».

Tuttavia, Cugusi ricorda che le imposte sul turismo, che colpiscono i non residenti proprietari di yacht superiori ai 14 metri o di una casa in fascia costiera, «sono delle cosiddette “tasse di scopo”: ossia dovrebbero servire per riassestare gli equilibri delle zone interne dell'Isola, aiutando i piccoli comuni a rianimarsi e a combattere piaghe come la dispersione sociale o lo spopolamento. Pertanto, la Regione potrebbe anche spuntarla nella querelle con lo Stato. Del resto, le tasse a scopo rappresentano una realtà consolidata in molti Paesi europei».

Il presidente Soru, nel commentare lo stop intimato dal Consiglio dei ministri, ha rivendicato l'autonomia impositiva di una Regione a Statuto speciale come la Sardegna: «Ma il punto di partenza deve essere un assunto incontrovertibile: le tasse le devono pagare tutti», commenta Cugusi, ricordando che «nei Comuni costieri i residenti spesso non sanno nemmeno cosa siano i tributi comunali. Per non parlare degli affitti in nero delle seconde case, ormai diventati un'abitudine. Se la smettessimo, in Sardegna, di ricorrere a questa pratica e, soprattutto, se tutti ci mettessimo in testa di pagare le tasse, non ci sarebbe bisogno di un'imposta sul lusso per ovviare all'indisciplina e alla mancanza di senso civico dei cittadini».

Stefano Deliperi, presidente dell'associazione ecologista “Gruppo di intervento giuridico”, fa notare che «non c'è nulla di strano nelle leggi promosse dalla Giunta Soru e bocciate ieri dal Governo. Si tratta di norme applicate normalmente, ad esempio, in Corsica. E poi occorre far chiarezza sul termine “tassa sul lusso”: personalmente, penserei a una forma di contribuzione legata all'erogazione di servizi e alla necessità di tutelare la natura e il paesaggio isolano. In poche parole, i non residenti che approdano in Sardegna dovrebbero pagare una quota minima, di 2 o 3 euro, come accade in altre parti del mondo».

Anche Deliperi si sofferma sul problema degli affitti in nero: «Questo è un campo che richiede un intervento molto serio e ponderato», sospira, «perché non si può accettare che vi siano persone così furbe da usufruire del nostro territorio e dei suoi servizi senza versare un centesimo. C'è un vero e proprio lucro non tassato. Sono certo che, intervenendo con intelligenza ed equilibrio, si otterrebbe la comprensione e la piena collaborazione della gente. Che si dimostra sempre sensibile, quando stimolata, su queste problematiche».

Vincenzo Tiana ha le idee molto chiare: «Noi, come Legambiente, condividevamo lo spirito di fondo che animava le imposte istituite della Giunta Soru: il contribuire economicamente al mantenimento, alla manutenzione e alla salvaguardia del territorio. Certo, ora non possiamo addentrarci in tecnicismi nel tentativo di comprendere quali siano i presupposti di illegittimità ravvisati dal Governo nei testi delle norme. Ma quel che sappiamo di certo è che il turismo è, per definizione, “consumatore del territorio” e l'impatto del boom turistico di mezza estate sull'ecosistema isolano va attutito con i mezzi a nostra disposizione. Se non si interverrà con le tasse sul lusso, si dovrà trovare un'alternativa».

Per lo scrittore Giorgio Todde «le tasse sul turismo, così come sono state pensate dalla Giunta, hanno un fortissimo valore simbolico e direi perfino pedagogico. Inculcano l'idea di usare il territorio senza violentarlo. Pertanto, dal punto di vista educativo mi sembrano sacrosante e le sposo in pieno. Del resto, in questi due mesi estivi la Sardegna diventa qualcosa di simile a una prostituta. Sdentata, aggiungerei io. Viene trattata in modo vergognoso». Che dire, allora, del provvedimento adottato dal Governo? «Se davvero si riscontrano i crismi dell'incostituzionalità, da buon cittadino italiano non posso fare a meno di accettare il verdetto negativo», risponde Todde, «ma, pur non avendo le competenze per entrare nel merito della questione legale, ritorno sull'apprezzabile valore etico della tassa sul lusso».

La pensa allo stesso modo l'antropologo Giulio Angioni, che si lascia andare a «una disapprovazione di tipo plebeo-protestatario. Le tasse sul lusso sono legittime. Anzi, certi lussi non dovrebbero neppure esistere e, certamente, non dovrebbero essere esibiti, ostentati in terre sfruttate come la Sardegna. C'è chi vive in panciolle, in modo scandalosamente offensivo nei confronti della stragrande maggioranza della popolazione. Così, i ricchi fanno i turisti e i poveri muoiono di fame e di disoccupazione». Quindi Prodi ha fatto male? «Io dico a chiare lettere, anche se oggi affermarlo sembra essere passato di moda, che i ricchi fanno schifo», chiosa Angioni, «e, dunque, se ogni tanto anche loro pagano non credo che la società ne risentirà negativamente».

CAGLIARI, 24 MAGGIO 2006 - Il presidente della Regione ha firmato stasera il decreto con il quale è disposta la pubblicazione del Piano paesaggistico regionale, nel Bollettino ufficiale della Regione. Copia del Piano paesaggistico sarà trasmessa a tutti i comuni territorialmente interessati, perchè provvedano alla pubblicazione per la durata di quindici giorni nei rispettivi albi pretori. Renato Soru ha anche disposto la trasmissione del Piano paesaggistico alla commissione consiliare competente in materia di urbanistica, che ha tre mesi di tempo per esprimere un parere prima dell'approvazione definitiva del Piano.

Il Piano paesaggistico è però da oggi pienamente operativo. E' lo strumento che introduce un nuovo sistema della pianificazione territoriale, che colma le lacune poste dopo l'annullamento degli strumenti di programmazione urbanistica territoriale e un periodo di vuoto legislativo al quale la legge di tutela delle coste approvata dal Consiglio regionale nel 2004 aveva posto termine. Pone al centro della politica regionale l'enorme valore ambientale ed economico per adesso della fascia costiera della Sardegna, nelle parti rimaste intoccate o che non sono state comunque compromesse dall'edificazione.

L'attività edilizia non solo è possibile, ma viene incoraggiata negli agglomerati già esistenti, dove è permessa la riqualificazione urbana e architettonica, la trasformazione delle seconde case in attività turistico-alberghiere, la costruzione di servizi in funzione delle attività ricettive.

Lungo la fascia costiera è vietata anche qualsiasi costruzione in area agricola, a meno che non siano legate all'attività agro-zootecnica, nel caso di ricovero per attrezzi, o nel caso che la residenza in campagna sia strettamente necessaria alla conduzione dell'attività.

La fascia di 2 chilometri dal mare, che era nella legge Salvacoste, varia secondo il Piano paesaggistico in funzione della conformazione del paesaggio costiero, in alcuni casi è più profonda, in qualche caso meno profonda dei 2 chilometri.

Qui i materiali del Piano paesaggistico regionale

CAGLIARI, 28 MAGGIO 2007 - E' stata conferita oggi pomeriggio a Cagliari al presidente della Regione Renato Soru, da parte di un'Agenzia dell'Onu per la tutela dell'ambiente e la salvaguardia delle coste nel mediterraneo, la nomina di "Ambasciatore per la Costa". Il riconoscimento assegnato dal PAP/RAC - questo il nome dell'agenzia delle Nazioni Unite (Unep - United Nations Environment Programme), rappresentata dal suo direttore Ivica Trumbic - premia in particolar modo la legge regionale n. 8 del 2004, che ha posto il vincolo provvisorio di non edificabilità nella fascia costiera entro i due chilometri dal mare, e il Piano paesaggistico regionale adottato lo scorso anno. Con questa onorificenza l'Unep indica esplicitamente ad altre autorità regionali e nazionali la Sardegna come un esempio da imitare per la salvaguardia delle coste.

La Regione Sardegna ha aderito alla Campagna Internazionale per la protezione e la conservazione delle coste, organizzata insieme dall'UNEP, dall'Unione Europea, e dal progetto METAP della Banca Mondiale. A questo proposito il PAP/RAC ha deciso di rendere merito ai rappresentanti politici della Regione Sardegna e alla popolazione dell'isola per aver intrapreso una coraggiosa iniziativa per proteggere e salvaguardare lo spazio costiero attraverso la legge regionale n° 8 del 2004 prima ed il Piano Paesaggistico Regionale successivamente. La concezione che sta alla base della normativa sarda considera il suolo una ricchezza finita e il territorio costiero un bene prezioso dal punto di vista ambientale, paesaggistico e culturale. Il PAP/RAC auspica che l'esempio della Sardegna sia seguito da altre autorità regionali e nazionali in un Mediterraneo dall'equilibrio fragile e reso ancor più delicato dal progressivo snaturamento delle coste.

Le attività di sensibilizzazione dell'opinione pubblica verranno realizzate congiuntamente da tutti i Paesi del mediterraneo durante il "Coast Day", l'evento principale della Campagna previsto per il 24 Ottobre 2007.

Il PAP/RAC (Priority Actions Programme/Regional Acitvity Centre) lavora ormai da 30 anni per garantire uno sviluppo sostenibile delle aree costiere del mediterraneo, riconosciute da tutti come i territori a più alto valore ambientale ed economico nel quale devono essere concentrati i massimi sforzi di protezione.

Il PAP/RAC ha inoltre diffuso nei Paesi del mediterraneo l'ICZM, una metodologia di pianificazione e gestione delle aree costiere ormai integrata nella legislazione europea. In questo periodo il Protocollo Internazionale ICZM (Integrate Coastal Zone Management - Gestione Integrata delle Aree Costiere) - uno dei più importanti eventi per ciò che riguarda la legislazione ambientale a livello internazionale - è in via di approvazione da parte di tutti i 21 paesi del mediterraneo e dell'Unione europea.

La situazione delle coste mediterranee è ancora lontana dal potersi definire soddisfacente. Le aree edificate coprono ormai il 40% della costa e questo trend è destinato a crescere; si prevede che entro il 2025 il 50% delle coste del mediterraneo sarà edificato. Oltre al rischio di un processo irreversibile di perdita del territorio, vi è anche quello che un numero sempre crescente di specie che abitano questi ecosistemi sia destinata all'estinzione.

Queste perdite saranno permanenti, perché il territorio artificializzato non potrà mai più ritornare al suo stato naturale. I territori delle coste mediterranee appartengono profondamente alla vita delle popolazioni locali e alla loro identità sociale, culturale e storica.

Anche se ragionando in una logica di breve periodo potrebbe sembrare che limitare lo sviluppo edilizio porti dei danni all'economia turistica, in una logica di sviluppo sostenibile e di politica di medio-lungo periodo la conservazione del patrimonio costiero è il miglior investimento per il futuro delle popolazioni residenti nelle coste del mediterraneo.

Qui il sito della RAS con il servizio sul premio

OLBIA. Un detto cinese ultimamente è assai di moda: «Se il nemico non lo puoi battere - recita - accordati con esso». Settimo Nizzi un nemico (politico, è bene precisarlo) lo ha: Renato Soru. Il terreno di battaglia (o meglio: i terreni) è l’urbanistica. Non c’è atto del governatore - dal decreto alla legge “salvacoste” al piano paesaggistico - che il sindaco di Olbia non abbia cercato di far saltare per aria. Le ha provate tutte: dai ricorsi al Tar a quello, via Berlusconi quando era premier, alla Corte costituzionale. Tutti respinti. Alla fine, ha deciso di seguire la strada “politica”. Con un blitz, è andato a Cagliari e ha firmato con la Regione l’intesa per adeguare il Puc di Olbia, ora congelato, ai paletti del piano paesaggistico. «E sbrigatevi, vogliamo vederlo approvato subito» ha intimato.

Blitz pasquale. Quella di Nizzi è una decisione rimasta senza pubblicità ma che apre numerose strade (e altrettante interpretazioni). L’intesa con la Regione è stata sottoscritta nella settimana di Pasqua, quando i sentimenti, anche politici, sono sono di pace. Nizzi è andato a Cagliari, all’assessorato all’Urbanistica, con il capo dell’area tecnica Antonello Zanda. Ad attenderli, l’assessore regionale Gianvalerio Sanna e il direttore generale dell’assessorato Paola Cannas.

Non c’è stata né freddezza né imbarazzo, nonostante Nizzi e Sanna, dal 2004 a oggi, abbiano ingaggiato duelli verbali durissimi. Che cosa hanno messo nero su bianco i due, a nome del comune di Olbia e della Regione? E’ un protocollo d’intesa: Olbia, insieme ad altri 32 comuni dell’isola, sarà capofila della pianificazione a due per rendere efficaci ma non punitive, Comune per Comune, le norme (restrittive) del piano paesaggistico regionale. L’amministrazione di Nizzi era rimasta fuori dal primo gruppo, a dicembre del 2006. Il sindaco, prima di lasciare l’incarico, ha voluto recuperare il tempo perso. Ma che cosa cambia? Che cosa succederà ora? Ci sono due livelli di lettura: uno politico, l’altro amministrativo.

Livello politico. A Cagliari, c’è molta soddisfazione. Gianvalerio Sanna non commenta. Dal suo staff si lasciano andare: «Alla fine anche Nizzi ci ha ha dato ragione». Per Soru, una festa. Il suo maggiore avversario, sul fronte della politica urbanistica, era (e resterà, non c’è dubbio) proprio il sindaco di Olbia. Nizzi era uno dei protagonisti della raccolta di firme per chiedere un referendum abrogativo del piano paesaggistico. «E’ un piano dannoso, è un piano illegittimo» era la sua posizione. Ma quel referendum, ultima battaglia possibile, è stato cassato proprio un mese fa. Nel momento in cui Nizzi firma il protocollo d’intesa, è dunque evidente che legittima il piano paesaggistico. Una posizione cui non ha dato visibilità (evitando quindi anche un ritorno mediatico).

Livello amministrativo. Il piano è legge, dunque bisogna rispettarlo. E Olbia, come tutti gli altri Comuni, dovrà cambiare il proprio piano urbanistico, quel Puc approvato all’ultimo momento (nella sera del via libera alla legge “salvacoste”) e mai certificato dalla Regione. Un Puc di cui funzionano solo gli effetti negativi. I proprietari delle aree edificabili (ma solo sulla carta) potrebbero pagare un’Ici salatissima, per via del decreto Bersani. Di aree fabbricali, non ce n’è più: e i prezzi delle case sono stratosferici. Un Puc che andrà sostanzialmente rivisto soprattutto nelle volumetrie nella fascia costiera. Un milione di metri cubi che dovranno sparire ed essere distribuiti in altre aree. Un lavoro duro, ma il Comune, firmando l’intesa, ha ottenuto dalla Regione soldi e un funzionario per rivedere carte e cubature.

«Non perdiamo tempo - ha detto Nizzi a Sanna -. Il nostro Puc è bello pronto, servono solo degli accorgimenti. Voglio che la Regione si metta al lavoro subito per darci il Puc».

Tempi? Anche meno di un anno, prevedono a Cagliari.

Ex miniere, nessuno va alla gara

di Giampaolo Meloni

IGLESIAS. Masua resterà come è: «Un museo naturale, e ne sono ben felice», dice Renato Soru. Il destino di questo tassello della storia mineraria abbarbicata sul mare è segnato dall’esito del bando internazionale per il recupero e la valorizzazione turistica dei siti minerari dimessi del Sulcis Iglesiente e dell’area Ingurtosu: la gara, in scadenza a fine marzo dopo la proroga di un mese, è andata deserta, nessuna proposta è arrivata sul tavolo della Regione. Dunque la procedura è approdata a formale compimento. Ma il bando sarà riformulato, Masua esclusa.

Ci sarà però un aggiustamento nella struttura del bando “Luxi” (così era stato denominato), al quale la giunta pensa di poter cominciare a lavorare in tempi brevi. Il punto sul quale si corregge la rotta è nella prospettiva che l’esecutivo aveva previsto attraverso la modulazione del testo e che aveva innescato una sequenza di polemiche: «La nostra attenzione rimane intatta per i centri della fascia più interna che avevano mostrato interesse e auspicio per lo sviluppo turistico», ha osservato Soru. La parte del bando che riguarda Ingurtosu e le zone di Buggerru saranno tutte destinate a interventi di valorizzazione. La modifica sostanziale nella nuova formula della gara internazionale sarà nell’assegnazione dei siti: i “gioielli” del patrimonio minerario dismesso finiranno sul mercato non con la formula della vendita ma attraverso la “concessione”, come dire, in affitto per un periodo determinato.

La sostanza del bando cambia, ma l’indirizzo politico della giunta trova conferma come era stato in realtà già delineato. Proprio Soru e l’assessore dell’Urbanisitca Gianvalerio Sanna lo avevano dichiarato alla Nuova in una intervista congiunta a fine dello scorso giugno: «Lavoreremo per la concessione». Una strategia maturata anche per rispettare le osservazioni (in qualche caso anche polemiche forti) che sull’argomento avevano preso corpo da diversi ambienti, sia sindacali (con le manifestazioni della Cisl in piena estate), sia politiche (il centrodestra in consiglio regionale: vogliono svendere le aree minerarie) e alcune associazioni culturali.

«Dirotteremo gli investimenti previsti per Masua verso i centri abitati di Nebida e Buggerru, previo accordo con i rispettivi amministratori locali - ribadisce il presidente della Regione Renato Soru -. Per Ingurtosu verrà rifatto il bando tenendo conto della spinta e delle sollecitazioni arrivate negli ultimi mesi per evitare la vendita e a prevedere invece la formula della concessione dei siti».

Le tre società che avevano presentato una manifestazione di interesse per Masua e avevano anche visitato il sito minerario dismesso (Pirelli Real Estate, Immobiliare Lombarda e il fondo immobiliare Hines Italia, mentre una cordata sarda era rimasta esclusa fin dall’inizio per inghippi procedurali), non si sono presentate all’appuntamento fissato l’ultimo giorno di marzo, dopo la proroga di un mese che era stata chiesta dalle stesse società che avevano inizialmente mostrato interesse e quindi a fine febbraio chiesto di potere ancora pensare all’iniziativa. Ma al traguardo nessuno si è presentato.

Soru non accoglie il fatto con amarezza. Anzi, appare ben lieto di poter assecondare la sollecitazioni a non costruire sulla costa, anche in questo caso, perchè, spiega, «si tratta di una richiesta che proviene dalle sensibilità del territorio». E di quelle obiezioni si è tenuto conto: «Non abbiamo più lavorato al bando che oltre ad essere stato contestato da parte sindacale - ha chiarito Soru - ha avuto critiche per la mutata sensibilità ambientale. La consapevolezza della tutela della costa è cresciuta e non solo sono d’accordo, ma ne sono felice».

La gara interessava due compendi, quello dell’area di Masua e Monte Agruxau, su una superficie di circa 318 ettari, dove sarebbe stato consentito il recupero e la realizzazione della volumetria esistente sino al limite massimo di 120mila metri cubi per Masua e 40mila per Monte Agruxau, per un totale massimo di 160mila metri cubi. Il secondo riguardava Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli, per una superficie di circa 329 ettari. In questo sito sarebbe stato consentito il recupero e la realizzazione della volumetria esistente sino al limite massimo di 30mila metri cubi per Ingurtosu e 70mila per Pitzinurri e Naracauli, per un totale non superiore a 100.000 metri cubi. L’importo a base d’asta era di 32 milioni e 520mila euro per Masua e Monte Agruxau e di 11 milioni di euro per Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli.

Nelle procedure del bando internazionale si è innescato il contenzioso sulle bonifiche delle aree inquinate dall’industria mineraria: gli interventi sarebbero stati curati con il controllo regionale attraverso le società Igea e Ati-Ifras (dove operano i cinquecento ex minatori), o affidati agli acquirenti privati (con il conseguente prevedibile licenziamento dei lavoratori). La Regione aveva previsto nel bando sia la garanzia di interventi per i primi e sia il compito parziale di avrebbe acquistato. Ma sindacati e lavoratori non sin sono fidati troppo e hanno innescato una vertenza sofferta a tutela del proprio impiego.

Anche su questo fronte il presidente Soru nella tarda serata di ieri, con riferimento alle due società Igea e Ati-Ifras, ha voluto rassicurare le comunità locali: «Le bonifiche si faranno e saranno realizzate attraverso gli strumenti di cui disponiamo». Ma c’è di più. L’argomento non sarà liquidato facendo ricorso alle casse pubbliche, che pure dovranno intervenire, ma si aprirà probabilmente un confronto (se non anche un contenzioso) con chi ha la responsabilità dell’inquinamento, ovvero le società minerarie che hanno esercitato l’attività abbandonando poi i luoghi con il carico dei veleni. Tra queste primeggia l’Eni, che nel 1993 chiuse le miniere e fece le valige lasciando sul posto (in verità con molti consensi) le ferite dell’inquinamento senza nulla risarcire. Prospettiva che si potrebbe aprire in un futuro non troppo lontano.

Quel sogno non è svanito

di p.p.

IGLESIAS. Far sorgere fiorenti attività turistiche dove un tempo c’erano le miniere: che idea! Più che un progetto è stato un sogno coltivato per molto tempo. Sembrava una sorta di parabola evangelica: nei luoghi che furono un inferno di fatiche durissime sotto terra finalmente c’era la possibilità fare il salto. Quasi una redenzione. Dalle tenebre alla luce. Quella del sole e dell’aria aperta e mare pulito che può accogliere vacanzieri spensierati in quell’angolo di paradiso.

L’idea circolava già nel tempo in cui Mauro Pili era sindaco di Iglesias. Chiuse le miniere bisognava capire che cosa fare e come farlo. In sostanza bisognava trasformare quel sogno in progetto reale. Lo ha fatto l’amministrazione regionale guidata da Soru preparando le carte necessarie a far partire un bando d’asta internazionale.

Attenzione. Non un progetto per cementificare ma per impiegare al meglio il 60% delle volumetrie esistenti. E già solo la notizia (era l’aprile del 2006), dell’asta internazionale per il recupero e la valorizzazione dei beni minerari dismessi di Ingurtosu, Naracauli e Pitzinurri ha creato subito un clima di euforia tra gli amministratori comunali della zona. Ma anche qualche problema: il centro destra ha accusato Soru di svendere i pezzi migliori dell’isola ai suoi amici. I sindacati hanno posto il problema degli ex minatori: potevano, per esempio, essere loro a bonificare quei siti?

Le aree interessate dal bando nel territorio di Arbus appartengono al compendio ex minerario di Ingurtosu e hanno una vastità di 329 mila ettari, con una possibilità di intervento di recupero, ristrutturazione e adeguamento fino a un limite massimo di 100 mila metri cubi di volumetria, di cui trentamila a Ingurtosu e settantamila a Pitzinurri. Tutto quel bendiddio, spalmato su 47 chiloetri di costa di grande pregio ambientale, poteva finire al migliore offerente attraverso una gara che aveva base d’asta di undici milioni di euro.

La speranza di tutti era che a scendere in campo fossero nomi di prima grandezza della finanza e del turismo internazionale. A nessuno (Soru lo aveva dichiarato in maniera perentoria) interessava avere a che fare con mariuoli più o meno cammuffati. Quel bando poteva essere l’occasione per trasformare in paradiso un angolo di Sardegna sottoutilizzato sebbene apprezzato da un un crescente numero di ambientalisti e amanti delle aspre bellezze di quelle coste. E quel sogno non è ancora svanito.

p.p.

CAGLIARI. Zack. Il referendum per dire no al Ppr non si farà. Richesta bocciata per la seconda volta. Piange, la Cdl, furiosa contro i vincoli del piano urbanistico. «E’ inammissibile», decreta l’Ufficio regionale che deve valutare se è il caso di ricorrere alla consultazione popolare per cancellare una legge. Vanno in fumo 24.139 firme: tante ne aveva raccolte in un paio di settimane il centrodestra capitanato da Mauro Pili che proprio ieri sera - sentendo odore di bruciato - si è autoconsegnato al direttore del carcere di Buoncammino per protestare contro quello che lo stesso deputato definisce «il bavaglio dei sardi». Renato Soru non commenta, neanche sotto tortura, ma non è peregrino ipotizzare che ieri sera il governatore abbia brindato.

La ghigliottina sulla seconda richiesta di referendum sul Piano paesaggistico è stata azionata ieri pomeriggio, poco prima delle cinque.

Sotto la presidenza di Gian Luigi Ferrero, i componenti Vincenzo Amato, Silvio Ignazio Silvestri, Enrico Passeroni e Fulvio Dettori, con l’assistenza del segretario Carlo Sanna, l’Ufficio regionale ha ritenuto di non dover ammettere la richiesta di referendum abrogativo della delibera varata dalla giunta regionale il 5 settembre dell’anno passato, quella con cui è diventato operativo il Piano paesaggistico regionale.

Da che cosa è originata l’inammissibilità? La spiegazione è contenuta in una decina di pagine in cui si fa un diretto riferimento a un orientamento della giurisprudenza in materia di referendum. Senza usare termini giuridici, la sostanza del rifiuto è abbastanza semplice. Si parte dall’assunto che il Piano paesaggistico «è un atto particolarmente articolato, che contiene disposizioni eterogenee e in gran parte differenziate, senz’altro non riconducibili a un unico principio ispiratore».

Ebbene, secondo le argomentazioni dell’Ufficio regionale, «la richiesta di referendum non può essere ammessa in quanto essa si ricollega alla delibera della giunta nella sua totalità, fatta attraverso un quesito unitario nonostante la pluralità e non omogeneità della materia in discussione». E ancora: «Il cittadino si troverebbe nell’impossibilità di esprimere liberamente il suo voto su argomenti e disposizioni del tutto diversi». Insomma, i componenti dell’Ufficio sono convinti che non si possa - con un «sì» o con un «no» (queste sono le uniche opzioni) - valutare nel suo complesso una normativa così complessa e articolata come il Piano paesaggistico.

«Il quesito - si argomenta ancora da parte dell’Ufficio del referendum - non consente di differenziare la valutazione sull’abrogazione o la conservazione della disciplina sulla fascia costiera, sulle aree naturali, sulle aree agro-forestali, sul sistema dei parchi» e via elencando.

A corredo del parere negativo, l’Ufficio presieduto da Gian Luigi Ferrato infine precisa che «l’accertata inammissibilità della richiesta referendaria comporta che non si deve provvedere agli ulteriori adempimenti imposti dalla legge regionale nuero 20».

Quest’ultima, ha tutta l’aria di un’ulteriore mazzata nei confronti del centrodestra che, all’inizio del 2007, per impulso di Mauro Pili ma anche dell’intero gotha della Cdl sarda, aveva deciso di riorganizzare una raccolta di firme per abolire la legge sul Ppr, definito a più riprese uno strumento che «blocca lo sviluppo della Sardegna, e favorisce importanti speculazioni immobiliari». Pili e soci avevano comunciato a girare la Sardegna e in un paio di settimane avevano raccolto oltre 24mila firme. Il numero minimo era di diecimila, ma, dopo la bocciatura di una prima richiesta di referendum, la Cdl aveva pensato bene di prendersi il sicuro, anche in previsione di quanto poi avrebbe previsto la Statutaria che ha innalzato il tetto a 15mila firme. Lo scorso 6 febbraio, poi, una folta delegazione dei partiti d’opposizione aveva depositato nella cancelleria della Corte d’Appello di Cagliari 24 faldoni azzurri contenenti ognuno mille firme. Subito dopo, in una conferenza stampa, gli esponenti dell’opposizione non si erano risparmiati nel contestare in maniera ancora più feroce la politica urbanistica, caratterizzata da vincoli bloccasviluppo, della giunta.

Non è azzardato, dopo quest’altra bocciatura, prevedere che da oggi, convinta che il referendum avrebbe cassato il Ppr, si mobiliti un’altra volta. E magari segua l’esempio di Mauro Pili, autorinchiusosi a Buoncammino.

CAGLIARI. «La tutela del territorio non blocca le attività economiche e, anzi, garantisce sviluppo e occupazione». Lo ha detto il vice premier Francesco Rutelli nel firmare ieri, con Renato Soru, il protocollo d’intesa sul Piano paesaggistico. Nella sua qualità di ministro dei Beni culturali Rutelli ha assicurato «collaborazione con lealtà e amicizia». E come ministro del Turismo ha affermato che è la strada giusta «per allungare la stagione». Prima di inaugurare a Villanovaforru la mostra precolombiana, Rutelli ha anche «approvato» le scelte della Regione su Tuvixeddu.

Accompagnato dal deputato Paolo Fadda e perennemente circondato dai dirigenti e consiglieri regionali della Margherita, Rutelli è stato protagonista di cinque ore sarde particolarmente intense prima di rientrare nella capitale per l’incontro del governo Prodi con la Chiesa. Proprio in vista del delicatissimo appuntamento, il vicepremier, pur con cortesia, ha accuratamente evitato di rispondere alle domande dei giornalisti sulla situazione politica italiana: «Oggi, per fortuna, qui parliamo di cultura».

L’arrivo poco prima delle 10 nella presidenza della Regione, dove ad attenderlo c’erano Renato Soru e gli assessori Gian Valerio Sanna e Luisanna Depau. Dopo un breve incontro nell’ufficio del presidente, la cerimonia della firma si è svolta davanti a giornalisti e telecamere, in sala giunta. Il protocollo d’intesa ha diversi obiettivi: semplificare le procedure di cui sono responsabili gli uffici nazionali e quelli regionali (non più semplicemente delegati dallo Stato), prevedere forme di collaborazione attiva, programmare verifiche e aggiustamenti alle normative.

Il presidente Soru ha sottolineato «con orgoglio» che la Regione sarda «è la prima ad avere approvato il Piano paesaggistico e quindi la prima a firmare l’intesa». Rutelli non ha certo faticato a dargli atto di un lavoro «denso e importante che ha impresso una svolta nella tutela del paesaggio». E’ «una sfida straordinaria e coraggiosa», anche «per situazioni pregresse che hanno compromesso lunghi tratti di costa». A questo proposito, auspicando che la svolta avvenga anche nelle altre zone del Paese, Rutelli ha affermato che «in Italia si discute molto di opere pubbliche per la grande viabilità, mentre su quelle dovremmo essere più veloci per essere più cauti sulla cementificazione».

Che non riguarda solo le coste, come ha fatto notare lo stesso Soru citando il caso cagliaritano dei colli di Tuvixeddu e Tuvumannu. Rispondendo una domanda su dilemma tutela-lavoro a proposito del rischio licenziamenti per il blocco dei cantieri edili, Rutelli ha detto che «si possono trovare giuste soluzioni con espropri e compensazioni». E ha citato la storia dei «sassi» di Matera: «Quarant’anni fa erano il simbolo di un’arretratezza millenaria, tanto da essere scelti da Pier Paolo Pasolini come scenario fedele della Palestina di Gesù Cristo, oggi quelle case salvate e risanate valgono quattromila euro a metro quadro e nel centro abitato ci sono ancora i residenti, che hanno trovato occasioni di lavoro». Per dire che «la tutela porta anche vantaggi economici». Soru ha quindi voluto chiarire: «La necropoli punica è come la reggia di Barumini: non si può consentire che venga coperta da palazzi. E poi non blocchiamo tutto, i lavori nella vasta area riprendono, abbiamo detto no solo alla costruzione di alcuni edifici».

Il passo al programma sul turismo è stato breve: «L’Italia non è solo Roma, Firenze e Venezia, diciamo no al turisdotto che collega frettolosamente e superficialmente questi tre centri per vedere pochi monumenti e andare via. L’Italia, e la Sardegna in particolare, ha enormi potenzialità nei suoi edifici, nei suoi monumenti e nel suo territorio». Quindi «tutela e valorizzazione» sapendo che «si può trasformare il territorio con interventi mirati».

Prima del trasferimento a Villanovaforru, Rutelli ha dedicato dieci minuti alle associazioni ambientaliste sul caso Tuvixeddu-Tuvumannu. Particolarmente felice Vincenzo Tiana (Legambiente), che ha consegnato un dossier al vicepremier. «Il suo sostegno - ha detto Tiana - può essere decisivo».

Nel Museo del Territorio, tra Villanovaforru e Villaurbana, dove ha inaugurato una mostra precolombiana di grande suggestione, Rutelli ha detto di essere rimasto «affascinato dalle colline delle Marmilla». Dove hanno messo gli occhi operatori italiani (tra cui l’ex dirigente Fiat Paolo Fresco) e irlandesi vogliono realizzare centinaia di residenze di lusso e campi da golf. L’occasione ha consentito al vicepremier e ministro di sottolineare l’importante del rapporto tra il turismo e la cultura: «L’Italia e la Sardegna - ha ribadito - non possono non puntare sulla qualità». L’accento è stato messo non solo sul Museo (volàno autentico dello sviluppo di questa zona) ma anche sul recupero dei centri storici avviato venticinque anni fa da quattro sindaci-pionieri, tra i quali soprattutto Giovanni Pusceddu, del Consorzio Sa Corona Arrubia.

A Villanovaforru Rutelli è stato raggiunto dai parlamentari nuoresi Antonello Soro, che per primo gli aveva parlato del Museo del Territorio, e Salvatore Ladu. C’era anche tutto il gruppo della Margherita in Consiglio regionale, convocato da Antonio Biancu per una riunione con il leader nazionale. L’appuntamento politico, in vista dei congressi, è invece saltato a causa del poco tempo a disposizione.

Ed è stato parzialmente sacrificato anche il pranzo ufficiale nel rifugio della seggiovia. Rutelli ha fatto appena in tempo ad assegiare gli antipasti e un primo di «lorighittas» perché a un certo punto è stato prelevato dall’infaticabile Paolo Fadda: «Ci aspettano qui vicino, a Collinas, per farti vedere il presepio artistico. E’ bellissimo, non l’hanno disfatto per te. Ci vorranno cinque minuti in tutto». Rutelli, che da buon romano ha la passione del presepe, non si è fatto pregare. La visita nel piccolo paese in festa è durata un po’ di più. Quindi la frettolosa partenza per Roma, a parlare (purtroppo o per fortuna) di politica.

Postilla

È utile precisare il protocollo firmato dal Ministro e dal Presidente non ha ancora gli effetti di quello di cui all’articolo 143 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, e in particolare non provoca gli snellimenti procedurali annunciati da Rutelli. Infatti l’intesa di cui alla legge deve essere firmata anche dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, e gli snellimenti procedurali vi saranno quando i comuni avranno adeguato i loro strumenti al PPR, esteso all’intero territorio regionale. Una intesa, quindi, eminentemente politica, come quelle firmate con la Toscana e con il Friuli – Venezia giulia.

Con una sola differenza, peraltro rilevante: in Sardegna il PPR c’è, ed è vigente: per ora, almeno per gli ambiti costieri. E la sua tutela è immediatamente operante.

CAGLIARI. Dopo la strada da 31 milioni di euro che doveva attraversare il valico nella necropoli di Tuvixeddu sull’asse ovest-est e arrivare fino alla sopralevata per l’aeroporto, la Regione cancella con una delibera un filare di palazzi di cinque piani progettati lungo la via Is Maglias per un totale di 75 mila metri cubi. Lo strumento per arrivare al risultato di lasciare a Cagliari quel che resta della sua caratteristica di «città di pietra e di acqua» saranno gli espropri, possibili secondo l’articolo 96 del codice per i beni culturali varato dal ministro Urbani. I soldi per l’operazione verranno ricavati dalla Finanziaria di quest’anno dove, annuncia l’assessore ai Lavori pubblici Carlo Mannoni, sarà previsto un fondo «per gli oneri relativi agli espropri ex articolo 96». Inoltre «al momento della contrattazione, la giunta può proporre degli scambi». Dalla lettura della delibera si comprende che non è un intervento cieco: la difesa dal cemento del costone sopra la via Is Maglias e del varco conosciuto come canyon, suggestiva risultanza dell’attività di cava, è uno dei tasselli del «parco di Karalis», l’operazione ambientalista promossa con il piano paesistico regionale. La delibera mette ancora una volta in chiaro la volontà della giunta regionale di rileggere l’accordo di programma firmato nel 2000 tra Coimpresa (la ditta titolare della lottizzazione), il Comune e la Regione secondo la formula del piano integrato d’area (pia) «Cagliari 17 - Sistema dei colli». Come è noto, la giunta è andata oltre ogni aspettativa ecologista: finora le costanti polemiche sulle costruzioni a bordo di necropoli contestavano la quantità di volumetrie e in qualche caso la loro posizione ma sempre in relazione alla presenza di tombe. Mai l’estetica e, men che meno, i 23 ettari di parco. Nella delibera varata in questi giorni si rintracciano accenti perfino appassionati nel descrivere l’immenso torto che verrebbe arrecato alla straordinaria necropoli di Tuvixeddu se il parco sarà quello attualmente in cantiere e le costruzioni quelle progettate. Gli espropri possibili con la delibera 5/23 del 7 febbraio 2007 intendono impedire quel che è successo giù sul lato della necropoli che degrada verso Sant’Avendrace: l’accesso naturale della città bassa è ormai sigillato dal cemento. La delibera cerca di rimediare anche a questo suggerendo l’acquisizione di una porzione del viale Sant’Avendrace, dal numero civico 35 al 55. Nella fascia alta l’accesso a Tuvixeddu, adesso, è quasi tutto libero. Salvo la cresta delle palazzine dei Punici costruite in cima al costone su viale Merello via Is Maglias a un passo dal ripetitore, il versante del colle su quest’ultima via è libero: secondo la giunta regionale deve restarlo perché «è tuttora l’accesso all’antica e ancora possibile percezione panoramica che dal colle guarda verso Santa Gilla, il mare, i monti del Basso Sulcis fino ad abbracciare la dimensione spaziale del Golfo degli Angeli...». Lunedì prossimo la commissione regionale del paesaggio si riunisce per decidere l’estensione del vincolo paesaggistico: si dirà nel dettaglio ciò che si può fare e ciò che sarà vietato. Ma la delibera della giunta fa proprie alcune osservazioni degli esperti (citandoli) della stessa commissione. In sostanza, secondo archeologi e paesaggisti nei 23 ettari del parco in cantiere «il sistema ambientale preesistente a seguito dei lavori oggi sospesi risulta del tutto stravolto». La sommità del colle è più alta di tre metri; la vegetazione originaria è quasi scomparsa; le strade interne sarebbero sproporzionate; aiuole e robusti muri di contenimento, anche se ospiteranno essenze mediterranee, «artificializzano un luogo in gran parte naturale o seminaturale», in favore di «uno scenario da giardino pubblico, gradevole, attraente, consumabile... a detta degli esperti l’impressione è che alla base vi sia un’idea non condivisibile: quella di bonificare e abbellire il contesto della necropoli, come se lo si ritenesse inespressivo, difettoso sul piano formale ed estetico».

Il soprintendente ai beni archeologici di Cagliari e Oristano, Vincenzo Santoni, in viaggio tra Sassari e Cagliari ieri ancora non conosceva la delibera e ha tagliato corto: «Vedremo». La situazione è delicata anche per il suo ufficio, visto che l’accordo del 2000 aveva il benestare della sua soprintendenza e difatti avrebbe chiesto un parere legale sulle indicazioni della Regione.

Plauso incondizionato da Gruppo di intervento giuridico e Amici della Terra che, per mano del presidente Stefano Deliperi, scrivono: «finalmente viene messa in primo piano la salvaguardia della più importante area sepolcrale punico-romana del Mediterraneo».

Il giornale mi mandò in Sardegna, per una inchiesta sui porti, nel 1960. Avevo 24 anni, l’Italia appariva ancora, in tanti posti, integra e bellissima. Non ero facile agli stupori. Tuttavia quella terra segreta e intatta, quei paesaggi antichi e quasi del tutto intoccati mi emozionarono, mi entrarono dentro in modo tutto speciale. Certo, il sottosviluppo lo si respirava. A Sassari non c’erano neppure dei veri taxi alla stazione, ma soltanto moto-taxi. Andando verso Cagliari, sulla Carlo Felice, incontrammo qualche rara vettura e pochi camion. A Macomer c’erano donne in costume tradizionale in strada e certo non aspettavano noi, sparuti turisti di passo. Poi è successo quello che è successo, travolgendo spesso piani e tutele.

“Abbiamo costruito villaggi fantasma e reso fantasmi i nostri paesi”, ha commentato amaro il governatore Renato Soru lanciando una sorta di nuovo “manifesto” programmatico per la sua isola. In base al quale si vuole dare precedenza assoluta alla salvaguardia delle coste e al restauro, recupero, riqualificazione di quanto già stato costruito.

“C’è qualcosa di molto triste e perfino drammatico nei villaggi vacanze”, osserva un fine intellettuale sardo, Giorgio Todde, “c’è qualcosa che lascia inebetiti nella vita sintetica del villaggio dove si mangia si dorme, si balla, si nuota in piscine irreali, poi si mangia di nuovo, si dorme di nuovo in un ciclo rotondo e animale di cibo, deiezione e sonno”. Dal quale la Sardegna vera è esclusa, là, fuori dal recinto..

A questo punto dovrei indicare le zone dell’isola che ancora si presentano integre a chi vi risiede o a chi vi si reca in viaggio, in vacanza. Il ventaglio della scelta, nonostante tutto, è ampio. Volete, miracolosamente, una grande area a pochi minuti dal traffico di una città come Cagliari? C’è il promontorio di Sant’Elia. Oppure, ad un passo dalla città, il parco della laguna di Molentargius e quello della Sella del Diavolo. Natura, storia, archeologia, lì c’è tutto, in modo affascinante. Anche il Sinis vanta ambienti e paesaggi strepitosi, come del resto la zona attorno a Bosa. All’interno poi ci sono il Gennargentu o il Supramonte. Ma, se vogliamo restare sul mare, scegliamo allora la Costa Verde nell’Iglesiente, detta anche il Sahara d’Italia per l’ampiezza inusitata degli arenili e delle dune che li proteggono. Anche 3.000 ettari ininterrotti.

Sulla Costa Verde si possono meglio capire quante risorse conservi questa grande isola (in passato molto spesso colonizzata da questo o quel popolo e però rimasta fieramente se stessa) e quanti rischi essa corra tuttora. Siamo in un distretto minerario che nell’Ottocento ha attratto, fra Montevecchio, Ingortosu, Funtanazza, Piscinas, Naracauli, Scivu, Pistis, investitori da mezza Europa, per il piombo e per lo zinco (oggi esauriti). Investitori professionali, francesi, belgi, inglesi come lord Brassey, a lungo titolare della “Pertusola”. O improvvisati come uno dei romanzieri europei più amati, Honoré de Balzac, sempre in caccia di febbrili speculazioni regolarmente finite male.

In questa costa sud-occidentale dell’isola, che si apre con la località, anch’essa mineraria, di Arbus, ci sono dune di una vastità e di una bellezza abbaglianti, dune le quali penetrano anche per 2 chilometri nel retroterra dove vigoreggia la macchia mediterranea, col lentischio, il corbezzolo, il ginepro, il cisto. E poi, dovunque, pini e pinastri. Migliaia di ettari di dune, altrove distrutte e cementificate. Chilometri e chilometri di arenili incontaminati da interventi dell’uomo.

Dietro il mare verde, dietro queste dune imponenti, dietro la macchia mediterranea, regno del cervo sardo, nell’interno i villaggi dei minatori, le ville liberty, spesso in granito, dei dirigenti, tutto ciò che ha fatto di questi luoghi una comunità di lavoro, con l’epos unico delle miniere. A Montevecchio le gallerie si inoltrano per un centinaio di chilometri, con pozzi fino a 350 metri di profondità. Altre gallerie perfino a picco sul mare, a Porto Flavia, una costa di roccia alta e accidentata. Su tutto domina il Monte Arcuentu che è come una fortificazione naturale di basalto dovuta a remote eruzioni vulcaniche.

Ne parlo con una certa apprensione. Nella Sardegna investita dal “boom” del cemento turistico si è molto costruito – prima del decreto salva-coste votato dalla Giunta Soru nel 2005 e che preservava una fascia di 2 chilometri – e si è costruito, “normalmente”, a 200 o 300 metri dal mare. Con prezzi d’acquisto che nella scorsa stagione oscillavano fra i 1.300-1.600 euro al mq di Muravera, entrata da poco nel business, e i 2.500-4.000 di Golfo Aranci. Anche se nella prima località c’erano ancora – e risultavano gradite – non poche case del vecchio paese. Ecco tornare il discorso iniziale del governatore-imprenditore Renato Soru e del Piano Paesistico Regionale (di cui si parla qui sotto): non più villaggi turistici aperti pochi mesi l’anno, e che intanto si “mangiano” natura e paesaggio, ma paesi antichi o vecchi che siano sempre più intensamente vissuti. Da tutti.

IL PIANO SALVACOSTE

Renato Soru, presidente della Regione Sardegna, è balzato agli onori della cronaca per la polemica sulla tassa sul lusso (megayacht, seconde case) con Flavio Briatore, manager della scuderia Renault in FormulaUno, proprietario del Billionaire di Porto Cervo. Al governatore sardo si deve il più grande piano paesaggistico mai disegnato in Italia: tutelerà 1.731 Km di coste e il loro entroterra. Un piano impostato, nelle linee-guida, da un comitato di esperti coordinati da Edoardo Salzano (titolare, fra l’altro, dell’utilissimo sito di paesaggio e ambiente, eddyburg.it) e realizzato però dagli uffici tecnici regionali. “Conservare e gestire responsabilmente il paesaggio, prodotto del millenario lavoro dell’uomo su una natura difficile, significa conservare l’identità di chi lo abita. Un popolo senza paesaggio è un popolo senza identità né memoria”. Ecco la filosofia del PPR.

Di qui le linee-guida: priorità alla preservazione delle risorse paesaggistiche, al loro ruolo strategico sul piano culturale, alla riqualificazione e al recupero dell’esistente, a forme di sviluppo fondate su di una nuova cultura dell’ospitalità “sottratta alle ipoteche dello sfruttamento immobiliare ed agli effetti devastanti della proliferazione delle seconde case e dei villaggi turistici isolati”.

Una precisazione

Le linee guida per il Piano paesaggistico regionale sono state elaborate dalla Giunta regional; ad esse il Comitato scientifico ha suggerito alcune limitate integrazioni, collaborando poi al lavoro dell’Ufficio di piano (e.s.).

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