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Dopo le contestazioni in un liceo romano dei neofascisti il 25 aprile tornano a sfilare i combattenti. E in un libro raccontano ai ragazzi la loro battaglia

Le loro storie sono la nostra memoria. Le storie dei nostri nonni, che ci hanno raccontato quando magari non avevamo voglia di ascoltare, e che adesso non sappiamo dire quanto ci dispiace non potere più ascoltare. Le storie dei nostri nonni o dei nonni che ci siamo scelti, arrivate con una parola, con un libro, con una canzone. Come quella di Mario Bottazzi, partigiano romano, che sabato scorso, al liceo Avogadro di Roma, è stato contestato da un gruppo di studenti neofascisti, e per questo, proprio perché il tempo non è passato, dopodomani 25 aprile, dopo due anni di manifestazione a Porta San Paolo, i partigiani hanno deciso di tornare a sfilare. Per le strade.

La suggestione di un mondo che non conosco se non attraverso le parole a me l´hanno data, a diciassette anni, i CSI. La scoperta di Beppe Fenoglio nei testi di La terra, la guerra, una questione privata. Della guerra, del fascismo, della Resistenza, sapevo quello che avevo studiato e letto e guardato a scuola e quello che avevo sentito in casa.

Alle elementari le maestre ci mandavano in giro per il paese a intervistare gli anziani che avevano vissuto quegli anni. Erano storie di guerra e di fame, di prepotenza in divisa, libertà e dignità calpestate. Di ragazzi di vent´anni che cercavano di tornare a casa, in Sardegna, e si unirono alle bande partigiane, sui monti e nelle città, con la speranza in tasca. Di ragazze che facevano chilometri sulle loro biciclette, nelle valli in nord Italia, con ordini e messaggi nascosti fra i vestiti, con coraggio e incoscienza e lo spazio per un pensiero d´amore. Di donne che nascondevano uomini nelle cantine o nelle soffitte, cucivano vestiti e cucinavano minestre, nelle periferie di Roma o di Milano. La storia di Giuseppe Serreli, ascoltata e trascritta da alcuni bambini: «Giuseppe Serreli è un uomo di 55 anni, basso e magro. Vive ad Uta e fa l´ortolano». Raccontò che si fece partigiano nell´Appennino Ligure, chissà se incontrò Italo Calvino, aveva ventun anni, e scelse Uta come nome di battaglia. Che poi anziane non erano, quelle persone, quando io ero alle elementari, avranno avuto sessant´anni o poco più.

Adesso, adesso sono anziani, molti sono morti. Sono i nostri nonni, e lentamente muoiono. Da raccontare, adesso, quelle storie, ai ragazzi delle medie che non sanno cosa sia, il 25 aprile, a cosa serva. Non sanno che è per tutti, per tutti noi ogni giorno ancora. Non sanno che hanno lottato, quelle persone, che non era in vacanza che andavano gli oppositori di Mussolini, chi si opponeva alle sue idee di oppressione e di violenza, come hanno provato a raccontarci in questi anni. Non sanno le carceri e il sangue sui muri. Non lavate questo sangue, hanno scritto su un foglio le prime persone che sono entrate alla scuola Diaz, dopo la notte in cui accadde quello che accadde. Il sangue non si lava via perché serve a ricordare, a non dimenticare. Quando vengono sospesi i diritti della democrazia, la libertà e la dignità calpestate, non va lavato via il sangue. Perché «tutto quel che è successo è perduto, ma tutto quel che è successo può tornare a succedere», scrive Rossana Rossanda.

La libertà per cui hanno lottato è anche la nostra e la libertà è faticosa. Il 25 aprile deve sopravvivere alla retorica e anche a anni di rilettura, di discorsi in cui non sembra più tanto chiaro che la democrazia, la Costituzione, sono figlie delle donne e degli uomini che hanno combattuto contro l´occupazione nazista e contro il fascismo che la appoggiava. La libertà è faticosa e non vuol dire fare quello che ti pare, mi ha detto una signora di ottantasette anni che ha fatto la partigiana. «Un´elementare spinta di riscatto umano» era, secondo Calvino, a spingere i nostri nonni nell´urgenza di quei giorni, e ancora preme nei nostri, di giorni, lontanissimi e diversi ma riconducibili allo stesso «quid elementare, chiave della storia presente e futura». Come un impegno preso, essere sempre contro ogni forma di oppressione e di fascismo, di discriminazione e di violenza, comprendere e accogliere. Hanno saputo guardare oltre le macerie, i nostri nonni, hanno saputo immaginare mentre agivano e ridare un senso alle cose. Per questo anni fa, a Barcellona, in un locale pieno di stranieri, io e il mio amico Mattia, di San Remo, il 25 aprile abbiamo brindato all´Italia: se aveva un significato il nostro essere italiani, a vent´anni, in una città europea, il significato era questo.

© Paola Soriga 2012 , Roberto Santachiara Literary Agency

Ferdinando De Leoni

«Il Duce decideva le parole e mi ribellai»

Sono nato durante il fascismo. Ho frequentato scuole fasciste – il liceo Tasso, dove andavano i figli del Duce. In un´epoca in cui la televisione non esisteva e la radio era la radio del Regime e i giornali erano giornali del sistema, era proibito leggere libri di autori stranieri e persino parlarne la lingua. Un´epoca in cui era proibito dire ho fatto goal alla partita e al cinema si andava a vedere i film di Renato Rascel (sempre che quel cretino di Starace non fosse riuscito a farlo chiudere, il cinema Eden, perché Eden era il nome del capo dei laburisti inglesi): un´epoca in cui chi decideva le nostre parole non conosceva neppure il significato della parola Paradiso.

Di fronte a tutto questo, come abbiamo fatto, alcuni di noi, a diventare antifascisti? Le strade sono molteplici. Molto differenti. Per me, si leggeva. Clandestinamente. Si studiavano i libri che giravano sottobanco.

Anita Malavasi

«Il mio uomo non voleva che facessi la staffetta

Marcello Marini

«E’ difficile spiegare perchè ci è successo»

Domandano tutti: – Ma perché lo avete fatto? – E fanno anche la domanda che non dovrebbero fare. – Avete ammazzato? I ragazzi vogliono sapere il periodo. E chiarire il perché. È necessario spiegare il periodo, prima di chiarire il perché. È quasi impossibile spiegarsi, tra noi e i ragazzi ma è l´impegno che ci mettono nel cercare di capire, l´importante. L´interesse calò intorno agli anni Novanta. Quando calò un po´ tutto. Ma non posso dire che si estinse. E infatti è covato. Adesso la ripresa c´è stata. I giovani sono tanti e sono tornati. Quando uno vede che alle manifestazioni ci sono giovani e vecchi che cantano Bella ciao è una cosa che fa riflettere. Parliamo di questo.

Negli ultimi tempi dico loro: – Guardate, sono rimasto solo io. Allora diventano più interessati ancora. Io sono l´ultimo.

Giovanna Maturano

«La prima rivolta fu contro nostro padre»

Eravamo due sorelle e due fratelli con due anni di differenza l´un l´altro. Tutti finimmo arrestati. Anche mia madre. Mio padre no. Mio padre non era fascista. Ma non faceva niente. Non era un vigliacco. Era la sua forma mentale da ispettore capo della dogana. Mio padre metteva i soldi da parte per la pensione. Era autoritario in maniera terribile. E noi facevamo la fame. Bisognava chiedere i soldi prima che li mettesse in banca, se no, era finita. Cosí abbiamo dovuto fare una rivolta in famiglia. Da lí, abbiamo fatto esperienza. E l´abbiamo fatta diventare una cosa piú grande. La nostra vita è stata talvolta dura e difficile, ma io non rimpiango nulla, se non forse che avrei potuto fare di piú e meglio. Ma con tutte le delusioni, le amarezze, i dolori e le gioie, questa è stata la mia vita e io l´ho vissuta intensamente e con entusiasmo, soffrendo, amando e lottando.

Vanda Bianchi

«Non mi è mai scappata la voglia di lottare»

Nella Resistenza posso dire di esserci nata. Io sono figlia di un sovversivo. All´epoca non sapevo neanche che cosa volesse dire quella parola, e ne avevo paura. Quando mi è toccato lasciare gli studi, da bambina, mi sono messa a piangere. Perché volevo capire, già allora, come girava il mondo. Non c´è bisogno di avere un granché di istruzione, comunque, in certi frangenti. Il mondo gira in un verso che è chiaro per tutti. Io ho sempre fatto i conti, prima e dopo la guerra. Non sono stata soltanto una partigiana: le nostre lotte le ho fatte ogni giorno, fino ad adesso. Non ci è mai scappata la voglia. Era un onore portare le armi e distribuire la stampa clandestina; era un onore partecipare nelle sezioni dopo la guerra o agli scioperi di mio marito metalmeccanico. I mesi passati a combattere sono stati lunghi e brutti. L´importante è che non tornino piú.

Ferruccio Mazza

«Pensate le cose impensabili»

Ai ragazzi dico questo. Pensate le cose impensabili. Si può sopravvivere a una guerra. Si può saltare un cancello alto alto con delle lance acuminate sulla cima e resistere a un tempo che vuole scambiare la giovinezza con la fame e la morte. Si può ritornare dai campi di concentramento in Germania con gli amici fraterni che vi hanno accompagnato fin sulla soglia della disperazione e poi della libertà, trascinandosi fuori l´un l´altro. Si può ritornare a casa, quando tutto sembra distrutto e perduto, e ricominciare da capo. E sapere, sul treno di ritorno, con le immagini delle macerie che ti passano dai finestrini, che a casa ti stanno aspettando tua moglie, e tua figlia.

Giorgio Vecchiani

«Lascio una rosa sopra ogni targa»

Prima ancora di prendere le armi la nostra guerra era scrivere «Viva la pace» sui muri.

Ora si fanno dei corsi in carcere, sulla Costituzione.

Leggerò ai detenuti la lezione di Calamandrei.

E poi ho messo insieme tanti ragazzi.

In bicicletta si farà un giro di Pisa lasciando una rosa sopra ogni targa.

È sempre difficile trovare gente per le commemorazioni, perché da noi gli eccidi più grandi sono avvenuti d´estate.

Ma io credo che qualcuno verrà.

Liliana Mattei

«Avevamo il veleno per non parlare»

Talvolta mi ritorna l´immagine della città vuota. Stato d´emergenza assoluto. Ponti tutti distrutti. Ho un ricordo di questo silenzio più del rumore dei combattimenti. Il mio nome di battaglia era "Angela". È stata un´esperienza, quella partigiana, dura e tragica, che ha richiesto immensi sacrifici e tanto coraggio. Eravamo consapevoli che, una volta catturati, prima di ricevere la morte saremmo passati attraverso la tortura e le sofferenze più atroci. I compagni ci chiedevano se si volesse il veleno da portare appresso. Ma io non l´ho mai preso: non lo volevo il veleno sul corpo. Però ho una soglia del dolore piuttosto bassa. Mi chiedo ancora come avrei fatto. Tuttavia penso che rifarei la stessa scelta che feci allora.

Aldo Sodero

«Era bello dividere il pane bianco»

Cosa vi devo dire. Le storie sono quelle. C´era la miseria. Si andava a scavare le patate che crescevano selvatiche nei prati, la notte. Si riusciva a trovare un pezzo di pane bianco. Era un sogno per noi. Si portava in famiglia e si divideva fra tutti, nove persone per una pagnotta. Si facevano i chilometri in bicicletta per trovare qualcosa da mangiare, lo si metteva nei barattoli di vetro, si cascava dalla bicicletta e si doveva dividere con le mani il cibo dal vetro. Il momento era quello. L´ho raccontato a mia figlia. Ai miei nipotini di sei e sette anni, appena hanno avuto le orecchie per sentire una voce che non fosse quella della loro mamma. Lo racconto a voi, pur sapendo che certe cose non si possono capire. Erano tempi di scelte. Io ho scelto la parte giusta.

Nello Quartieri

«Niente celebrazioni ma solo amore»

L´importante è stato vivere per qualcosa, non come un´anima spenta. «Cercate di non fuggire dalla libertà», diceva qualcuno. Noi non siamo fuggiti. Non sono fuggiti i colti e gli ignoranti. E penso con intensità sempre maggiore, intanto che vedo arrivare la fine, a come i nostri contadini potessero combattere una battaglia senza aspettare ritorni fruttuosi, con la sola ambizione di ritornare a essere padroni a casa loro. E ritrovo con commozione i compagni persi nelle boscaglie, nei greti dei fiumi, nei nostri alti pascoli, nati poveri prima della Resistenza e morti poveri prima di poterne apprezzare i frutti. Se potessero parlare, direbbero: «Non vogliamo essere celebrati, ma amati». Guai a far naufragare la Resistenza nelle parole encomiastiche. Basterà dire, che un tempo lontano, c´erano dei giovani. E poi iniziare a raccontarla da quel punto. La Storia.

Nel suo più recente libro autobiografico, Senza fare di necessità virtù — Memorie di un antifascista, pubblicato da Einaudi nel settembre dell'anno scorso, Rosario Bentivegna, morto ieri a novant'anni debilitato dalle conseguenze di un ictus che l'aveva colpito il sedici gennaio scorso, prevedeva con un certo distacco e, forse, con una sorta di sollievo, l'oblio che sarebbe calato su uno dei fatti più controversi nella storia della Resistenza italiana. Studente di medicina, comunista, membro giovanissimo dei Gap (Gruppi di azione patriottica), era stato scelto da Carlo Salinari per il ruolo più rischioso nell'attentato fissato per il 23 marzo 1944, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, contro l'XI compagnia del III battaglione SS Bozen di stanza a Roma che ogni giorno verso le 14 risaliva per via Rasella. Travestito da spazzino, lo studente di medicina spinse sino al luogo fissato un carretto carico di 18 chilogrammi di tritolo e di spezzoni di ferro. Aveva riempito la pipa di tabacco e per tre volte l'aveva accesa ritenendo imminente l'arrivo dei soldati tedeschi. L'attesa durò quasi due ore e il commando di partigiani stava rinunciando all'azione finché un quarto d'ora prima delle 16 si udirono passi cadenzati e inni di guerra. Quando i soldati erano vicini, Bentivegna accese la miccia e a passo deciso raggiunse via del Tritone dove lo aspettava con un impermeabile la sua compagna e futura moglie Carla Capponi. Nell'attentato morirono 33 tedeschi, per rappresaglia dopo una serie di convulse telefonate con Berlino, il comando tedesco decise di uccidere dieci italiani per ogni SS caduto. La sentenza venne eseguita alle Fosse Ardeatine, dove le vittime ufficiali, rastrellate tra i detenuti politici, gli ebrei, i comuni, andarono oltre la cifra stabilita: furono 335.

Bentivegna con i suoi compagni (furono in dodici a partecipare all'azione) si nascose prima in città e poi si diede alla macchia. E per tutta la vita dagli avversari, ma anche da alcuni della sua stessa parte politica si è sentito ripetere che lui e i suoi compagni avevano il dovere di consegnarsi per evitare l'eccidio. Seconda una versione tanto falsa quanto dura a morire a Roma sarebbero stati affissi dei manifesti in cui si invitava i partigiani a consegnarsi per risparmiare le vite di innocenti. Contro questa menzogna Bentivegna ha lottato tutta la vita, vincendo non poche cause perché non ci fu nessun manifesto e la prima notizie delle Ardeatine venne pubblicata sul «Messaggero» del 25 marzo, quando la tragedia era consumata.

La Resistenza per quel ragazzo di famiglia borghese con ascendenze risorgimentali (nell'album di famiglia compariva un colonnello Giuseppe Bentivegna che era con Garibaldi sull'Aspromonte) era cominciata molto prima di via Rasella e si sarebbe conclusa ben dopo l'arrivo degli Alleati a Roma il 4 giugno 1944. Inviato da Togliatti con le Brigate Garibaldi a combattere dalla parte di Tito, Rosario Bentivegna riprese gli studi di medicina soltanto a guerra finita. Fu un brillante medico del lavoro e rimase iscritto al Pci sino al 1985, anche se si dichiarò comunista sino alla fine. Militante pronto all'azione, molto legato a Luigi Longo, fu da questi mandato alla fine degli anni Sessanta a recuperare alcuni dirigenti del partito comunista greco in pericolo di vita sotto il regime dei colonnelli. Un'impresa che Bentivegna condusse al timone di un motoscafo d'altura, con l'aiuto della figlia Elena, avuta da Carla Capponi.

Personaggio scomodo del comunismo italiano (la sua medaglia d'argento venne contestata anche dentro al Pci), memoria vivente della Resistenza romana, Rosario Bentivegna nell'ultimo trentennio non ha mai smesso di raccontare e di difendere la sua versione dei fatti. Lo fece una prima volta nel 1983 con «Achtung Banditen», un volume edito da Mursia che fu elogiato da Renzo De Felice per la mole degli episodi narrati e la precisione delle informazioni. Nel '96 pubblicò con il giornalista del Corriere Cesare De Simone, «Operazione via Rasella» (Editori Riuniti) e poco dopo accettò il mio invito a confrontarsi con il «repubblichino» Carlo Mazzantini: ne nacque un volume per Baldini & Castoldi, «C'eravamo tanto odiati» in cui la storia della guerra civile italiana, definizione non accettata da Bentivegna, che preferiva «guerra di liberazione», fu raccontata da due punti di vista contrapposti.

Rosario Bentivegna era un uomo colto e aperto, con un grande senso dell'amicizia. Incredibilmente tenace nel sostenere il suo punto di vista, non si tirava mai indietro, come quando ingaggiò un duello intellettuale con il filosofo Norberto Bobbio che aveva definito l'azione di via Rasella un «attentato terroristico». Sostenere la sua verità su via Rasella è stata, possiamo dire, la bussola che lo ha orientato per tutta la vita. Sentiva pietà per le vittime ma ha sempre ritenuto che tutte le sue azioni partigiane, compresa via Rasella, fossero necessarie per ostacolare il transito delle truppe naziste a Roma e quindi interrompere i bombardamenti degli Alleati.

Divorziato da Carla Capponi, Rosario Bentivegna ha vissuto gli ultimi 38 anni di vita con Patrizia Toraldo di Francia. I funerali saranno celebrati mercoledì nella sede della Provincia: «Sa — dice Patrizia — questo Comune non ci piace».

A proposito dell’attentato di Via Rasella e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine vedi su eddyburg Via Rasella. Memorie antiche e colpevoli smemoratezze recenti e La vera storia di Via Rasella

Il museo che ricorda l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema da lunedì prossimo sarà chiuso. Lo ha annunciato il sindaco di Stazzema, Michele Silicani. «Mancano i fondi dello Stato», moroso già da due anni.

L’ultimo sfregio alla memoria porta in calce la firma del ministro per i beni e le attività culturali Giancarlo Galan. Centomila euro negati (equamente divisi tra il dovuto per il 2010 e il 2011) e il Museo della Resistenza di Sant’Anna di Stazzema che si ritrova costretto a chiudere. Una doccia fredda, l’ennesima, in uno dei luoghi simbolo del dramma perpetrato in Italia dai nazifascisti. Era l’alba del 12 agosto 1944, quando tre reparti di SS, accompagnati da fascisti collaborazionisti, salirono a Sant’Anna (località classificata dal comando tedesco “zona bianca” ossia adatta ad accogliere sfollati) mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle. Gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro in quanto civili inermi restarono nelle loro case. In poco più di tre ore vennero massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni. Il Parco della Pace, di cui il Museo della Resistenza è il cuore, è stato istituito con la Legge 381 dell’11 dicembre 2000 proprio con l’obiettivo di «mantenere viva la memoria storica di quei tragici eventi ed educare le nuove generazioni ai valori della pace, della giustizia, della collaborazione e del rispetto fra i popoli e gli individui».

PROMESSE DISATTESE

Tutto questo, all’agonizzante governo, sembra non interessare più. Perché dopo le rassicurazioni avute dalla giunta comunale lo scorso agosto a Roma (quando incontrò il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro, ottenendo un impegno a ripristinare il finanziamento al Parco per gli anni 2010 e 2011) il ministero ha risposto negativamente lunedì a una interrogazione in merito presentata alla Camera dalla deputata del Pd Raffaella Mariani. «E noi da lunedì chiudiamo. Uno dei luoghi più importanti della memoria in Italia viene cancellato così, con un colpo di spugna» si è sfogato ieri il sindaco di Stazzema Michele Silicani. «Il governo offende il ricordo di tutte quelle vittime ha aggiunto Nega un cifra come questa mentre nelle settimane scorse ha concesso oltre 2 milioni di finanziamento a quattro istituti di storia medievale». A Sant’Anna ogni anno arrivano in visita oltre 50mila persone, per quasi tre quarti studenti e giovani di tutta Europa che si recano sulle colline della lucchesia per visitare l’unico Parco nazionale della Pace il cui altro corrispondente al mondo si trova a Hiroshima. «Questi soldi sono una cifra di scarsa rilevanza per lo Stato, ma vitali per noi perché sono quelli con cui si pagano le utenze, la cooperativa di giovani e competenti operatori che accoglie e guida i visitatori e con cui si mantiene il decoro». Per il funzionamento del Parco ogni anno servono 200mila euro e più della metà arrivano dalla Regione Toscana che non si è mai tirata indietro.

CAUSA ALLO STATO

Ma l’amministrazione comunale di Stazzema non resterà con le mani in mano e preannuncia battaglia. «Politicamente e moralmente è una questione di grande gravità dire a chiare lettere che non vogliono finanziare chi si impegna per la pace ha concluso il sindaco Ma si apre anche un problema contabile: siamo decisi a fare causa allo Stato ed in particolare al ministero dei beni culturali per il mancato finanziamento di una legge nazionale che è in vigore a tutti gli effetti. Il nostro legale di fiducia ha già in mano tutte le carte per affrontare la causa». A dare man forte ci saranno anche i parlamentari del Pd. «Da sottosegretario ai beni culturali nel 2006 mi trovai nella stessa situazione ha ricordato il senatore Andrea Marcucci Berlusconi non aveva onorato le quote per cinque anni, così trovammo le risorse per saldare il pregresso e istituire il Museo. Il diniego del ministro Galan è uno schiaffo a un simbolo sacro della nostra Repubblica».

La resistenza e le riforme

[…] Se c'è un tema nella storia politica italiana del dopoguerra che si ripropone quasi ossessivamente, è proprio quello della necessità delle riforme e dell'incapacità di attuarle. Visti in quest'ottica, gli anni 1943-45 costituirono un'occasione irripetibile, a dispetto dei numerosi ostacoli esistenti. Il vecchio ordine su cui si fondava la società italiana era stato scosso fino alle fondamenta dalla sconfitta militare e dalla successiva invasione. I ceti piú poveri della campagna, spinti alla lotta dall'asprezza degli anni di guerra, chiedevano che fosse posto fine a secoli di sfruttamento e che si riformasse (intero sistema di possesso della terra e dei patti agrari. Gli scioperi di massa della classe operaia settentrionale non avevano un'ispirazione puramente antifascista e democratica. Scaturivano dalle condizioni materiali degli operai, dal freddo e dalla fame, ma anche dalle case degradate, dallo sfruttamento alla catena di montaggio, dalla mancanza di potere sul luogo di lavoro. Per loro la lotta contro i nazisti e la battaglia per una nuova dignità in quanto esseri umani, sia a casa che in fabbrica, andavano di pari passo. Le migliaia di italiani che si univano alla Resistenza non lo facevano solo per liberare il proprio paese, ma per trasformarlo. Essi erano pronti a sacrificarsi (dal momento che 1a probabilità di morte era estremamente elevata), ma salo per una nuova Italia, fondata sui principî di democrazia e giustizia sociale. Cosí scrisse ad esempio il ventiquattrenne Giaime Pintor al fratello nel novembre 1943, tre giorni prima di venire ucciso da una mina tedesca: « Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è cosí grande: tocca a noi colmare questo distacco»[1].

Questo enorme desiderio di riforme e queste potenzialità oggettive rimasero quasi completamente irrealizzate. Gli Alleati ne furono responsabili in non piccola parte: essi cercarono gli interlocutori piú arrendevoli e conservatori, non importa se inquinati da vent'anni di appoggio al fascismo. Gli inglesi non erano interessati a riformare, ma a restaurare. Lo stesso, in modo abbastanza comprensibile, era vero per il re e per Badoglio. Il colpo di stato del z5 luglio 1943, malgrado il successivo disastro dell'8 settembre, li aveva messi al comando di tutta la metà meridionale dell'Italia. I due anni di vita del Regno del Sud emarginarono il Mezzogiorno dai progressi del Nord, isolarono le proteste dei contadini meridionali, assicurarono la continuità della burocrazia fascista e soffocarono le fragili forze della democrazia del Meridione.

Qualche responsabilità per il fallimento storico di questo periodo, tuttavia, deve essere rintracciata anche all'interno dei partiti di sinistra, in particolare nel Partito comunista. Preoccupati di affermare la loro legittimità subordinando tutto all'unità nazionale, riluttanti a disobbedire alle richieste sovietiche di non provocare gli Alleati in Italia e infine scettici sul loro reale potere di contrattazione, i comunisti scelsero di giocare d'attesa. In questo modo raccolsero molti frutti, ma la riforma della società italiana non fu tra questi. […] [p. 64-65]

Salvate dalla Resistenza le grandi fabbriche e le città

[…] Le condizioni di vita nelle grandi città settentrionali continuarono a peggiorare per tutto il rigido inverno del 1944-I945. Mentre la temperatura scendeva a meno undici gradi, mancava il combustibile per il riscaldamento, non si riusciva a riparare le finestre scardinate dai bombardamenti aerei, c'era un'acuta penuria di cibo. La madre di Camilla Cederna scrisse da Milano ai suoi parenti che il proprio letto era diventato «il mio frigorifero notturno», raccontando in che modo doveva vestirsi prima di mettersi a dormire. Nei negozi mancava tutto, eccetto uno o due mazzetti di prezzemolo ingiallito, qualche caldarrosta e una gran quantità di un prodotto tipico del regime di Salò, una sorta di colla nauseabonda che veniva chiamata «formaggio Roma». Il mercato nero prosperava, ma i suoi prezzi erano proibitivi per la maggior parte della popolazione. Il numero assai elevato di casi di tubercolosi nell'immediato dopoguerra è un chiaro indicatore del livello di denutrizione sofferto in questi diciotto mesi di occupazione tedesca.

Nelle fabbriche si lavorava con la costante paura che uomini e macchine potessero venire spediti in Germania. Il 16 giugno 1944, reparti delle SS e delle camicie nere avevano circondato quattro fabbriche di Genova e costretto 1500 operai, ancora con la tuta, a salire su dei camion che erano in attesa. II giorno prima, a Torino, si era sparsa la voce che il reparto 17 di Mirafiorí - motori per aeroplani - sarebbe stato smantellato e trasportato in Germania. Tutti gli operai scesero in sciopero e rifiutarono di tornare al lavoro, malgrado le concessioni economiche fatte da Valletta perché lasciassero snidar via il macchinario da Torino. II 22 giugno un attacco aereo alleato distrusse completamente il reparto 17. Gli operai Fiat pagarono a caro prezzo la loro resistenza, ma i progetti tedeschi erano stati così vanificati. In altre occasioni l'opposizione operaia non ottenne lo stesso successo e una gran quantità di macchinario venne trasferita nelle relativamente sicure valli montane o in Germania stessa.

Le città del triangolo industriale furono colpite nell'inverno 1944-45 da una massiccia disoccupazione, in parte per mancanza di materie prime e in parte perché, a causa di un diffuso sabotaggio, produzione e occupazione erano drastica mente cadute nei primi mesi del 1945 Alla Fiat Mirafiori la produzione di autocarri scese fino a un minimo di dieci al giorno, rispetto a una media di settanta nei due anni precedenti. A Genova, nel gennaio 1945, il numero ufficiale dei disoccupati era di 11.871, ma le autorità fasciste informarono i tedeschi che la cifra reale era di 40 mila persone. II timore di essere deportati trattenne parecchi operai. dal registrarsi come disoccupati.

Le agitazioni operaie, benché fossero ininterrotte e danneggiassero pesantemente la produzione bellica, non raggiunsero mai il livello del marzo 1944. La principale ragione risiedeva nelle sempre piú avverse condizioni del mercato del lavoro, ma ebbe un certo peso anche la necessità di mantenere l'unità all'interno del Comitato di liberazione nazionale e di andare incontro ai desideri della Democrazia cristiana e dei liberali. In molti luoghi di lavoro i comitati di agitazione, formati esclusivamente da operai, erano subordinati ai CLN di fabbrica che comprendevano tanto í lavoratori che la direzione aziendale.

Negli ultimi mesi di guerra i gappisti aumentarono la loro attività. Essi venivano fiancheggiati dalle Sap (Squadre di azione patriottica), formate da normali operai che nelle ore libere dal lavoro facevano il possibile per preparare il terreno all'insurrezione nazionale. All'inizio del 1945 i quartieri operai di Torino erano piú o meno diventati zone proibite per fascisti e tedeschi.

Le rappresaglie contro le azioni dei gappisti furono sempre immediate e spietate. Una delle più note fu quella avvenuta il q agosto r 944 a Milano in piazza Loreto. Il giorno prima il Gap aveva fatto saltare un camion tedesco in città, con il risultato che quindici prigionieri politici, inconsapevoli del loro destino, erano stati prelevati all'alba da San Vittore e fucilati in piazza. I loro corpi furono abbandonati lí per l'intera giornata, esposti al caldo d'agosto, alle mosche, alla morbosa curiosità dei passanti.

Come giunse la primavera del r945 fu chiaro che il movimento partigiano era sopravvissuto, decimato ma intatto, ai terribili mesi invernali. II numero dei partigiani crebbe adesso con estrema rapidità, superando 1e centomila unità nell'ultimo aprile di guerra. Mentre il Terzo Reich veniva circondato a oriente dai russi e a occidente dagli anglo-americani, la prossima liberazione dell'Italia settentrionale divenne finalmente realtà.

Il carattere di questa liberazione fu oggetto di un profondo disaccordo fra gli Alleati e la Resistenza. Ferruccio Parri, recatosi al sud per discutere la questione, riferí che gli Alleati pretendevano per sé soli il diritto di accettare la resa dei tedeschi; essi inoltre esortavano i partigiani a non intraprendere azioni indipendenti ma a concentrare piuttosto le loro energie nel salvataggio del maggior numero possibile di installazioni elettriche e industriali dalla politica tedesca di «terra bruciata». Questo non era tutto. I progetti degli Alleati per la fine della guerra erano i seguenti:

«Trasferire e concentrare le unità partigiane in 30-40 campi; fornire ivi, a cura degli Alleati, la necessaria assistenza i.n modo da riposarle, rifocillarle, rivestirle; consegnare eventuali attestati e premi in denaro; ritirare le armi. Questo periodo, dopo il quale i partigiani verrebbero rinviati a casa loro, potrebbe prendere 3-4 settimane».

I partigiani, invece, avevano idee alquanto differenti. Pur concordando con gli Alleati sulla necessità di salvaguardare il patrimonio industriale dell'Italia, essi rifiutavano di accettare un ruolo secondario nella liberazione del Nord. I comunisti e il Partito d'Azione premettero perché si preparassero piani di insurrezione per le principali città, senza per questo voler contrapporre la loro autorità a quella degli Alleati o porre all'ordine del giorno la rivoluzione socialista. Il loro obiettivo era invece dimostrare il potere effettivo della Resistenza e porre fine all'occupazione tedesca in un modo che sarebbe stato difficile dimenticare. II 25 febbraio 1945 Togliatti telegrafò a Longp nel nord: «Bisogna lottare per l'annientamento totale di tutte le forze tedesche in Italia... contro ogni tentativo di frenare l'insurrezione contro gli occupanti con finte trattative per la capitolazione»'. L'insurrezione dell'aprile 1945 rappresentò 1a vittoria finale su tutte le tentazioni di attendismo militare.

Il 1° aprile 1945 gli eserciti alleati in Italia lanciarono la loro ultima offensiva contro le linee tedesche, puntando a una rapida penetrazione in tutta la pianura padana. La resistenza tedesca fu tenace, e il 13 aprile i1 generale Mark Clark ammoní i partigiani: «il momento per l'azione non è ancora arriva to». Tre giorni prima, comunque, i comunisti avevano già diffusa la famosa direttiva n. 16 in cui si ordinava ai propri militanti di preparassi all'azione insurrezionale. Txa il 24 e il 26 aprile, mentre gli Alleati erano ancora in Emilia, le città di Genova, Torino e Milano insorsero contro i nazifascisti. [p. 81-85. Omesse le note a p.p.]

I nazisti si arresero ai partigiani a Genova il 25 e 26 aprile. A Torino operai, partigiani scesi dalle montagne e cittadini combatterono contro i nazisti e i fascisti dal 26 al 28 aprile. A Milano la battaglia per la difesa delle fabbriche e la liberazione della città si svolse dal 24 al 26 aprile. Come già a Napoli nelle 4 giornate del 27-30 settembre 1943, la Resistenza liberò le città prima che arrivassero le truppe alleate. [n.d.r.]

[1] G. Pintor, Il sangue d’Euriopa. Scritti politici e letterari (1939-19439, a cura di V. Gerratana, Torino 1950, p. 187.


Nell'icona e nell'immagine qui sopra: i partigiani entrano a Torino. Archivio Franco Berlanda (il più alto al centro dell'immagine), che ringraziamo

Elisabetta Bolondi:

Caro Augias, leggo che addirittura Sergio Romano è caduto nella trappola del cosiddetto senso comune, a proposito dell'attentato di via Rasella. Accompagno ogni anno per conto del Comune di Roma e con l'Irsifar (Istituto romano per l'antifascismo e la Resistenza) classi di scuola media alle Fosse Ardeatine; i ragazzi vengono preparati da un incontro tenuto da esperti, poi si va con il pullman a visitare le tombe dei martiri. In genere i ragazzi non sanno quasi nulla, o al massimo a casa hanno sentito dire che se i colpevoli dell'attentato si fossero presentati, la strage sarebbe stata evitata. Non è così, la vulgata costruita nei mesi successivi alla strage ha del tutto falsato la realtà. Dopo la visita i ragazzi escono dal monumento ai caduti colpiti, commossi, consapevoli. Potenza della memoria e del senso della storia, da non trascurare mai più, pena la perdita della nostra identità.

Corrado Augias:

Per gli immemori e per coloro che non hanno voluto sapere, vale la pena di ripetere lo schema orario dei fatti. L'attacco contro una colonna di soldati germanici di ritorno da un addestramento, avvenne in via Rasella alle ore 15.45 di giovedì 23 marzo 1944. Buona parte del pomeriggio passò per concordare, anche in contatto con Berlino, il tipo di rappresaglia. Alla fine si stabilì che dieci cittadini italiani fossero uccisi per ogni soldato tedesco morto: 33 questi, 330 gli italiani. Il massacro in una cava di pozzolana sulla via Ardeatina ebbe inizio alle ore 15.30 del successivo venerdì, ora in cui un pastore che stazionava nei pressi testimoniò d'aver udito i primi colpi. Un macabro particolare conferma che la notizia fino a quel momento era stata tenuta segreta. Nella loro furia i carnefici avevano finito per superare la già tragica lista di 330 todeskandidaten (candidati alla morte) . Gli assassinati alla fine furono 335, cinque in più del previsto. I conti erano sbagliati e si ordinò di uccidere anche quei cinque perché, testualmente, si ordinò: "Questi hanno visto tutto, uccidete anche loro". Nulla doveva infatti trapelare alla popolazione fino al comunicato ufficiale. Dopo quattro ore di spari e di grida, i carnefici erano così esausti che si dovette distribuire del cognac perché terminassero le esecuzioni, le quali ebbero fine alle ore 20 di venerdì 24. Verso le 23 di quel venerdì ci fu un comunicato che l'agenzia Stefani (diretta da Luigi Barzini) distribuì a giornali e sale stampa e che venne pubblicato solo sui quotidiani di sabato 25. Dato il coprifuoco, i giornali, stampati al mattino, arrivavano in edicola verso mezzogiorno. Nessuno sa se gli esecutori dell'attacco, sapendo, si sarebbero presentati. Il fatto è che seppero, come tutti, solo a cose fatte. Si vorrebbe non doverlo più ripetere.



La lettera di Paolo Grassi e la risposta di Corrado Augias su Repubblica, che abbiamo ripreso in eddyburg completandoli con un nostro ricordo personale, hanno provocato un ulteriore utilissimo supplemento di informazioni su un episodio cruciale della nostra storia. Cruciale perché testimonia sia la durezza degli eventi, impastati di eroismo e di ferocia, da cui è sgorgata limpida la nostra Costituzione, sia l’ampiezza e la profondità del perverso lavoro che è stato compiuto per cancellare, con menzogne divenute pensiero corrente, il bene comune fondamentale costituito dalla memoria storica. (e.)

Paolo Grassi:

Caro Augias, rispondendo sul Corriere della Sera ad un lettore, Sergio Romano scrive che il partigiano «colpisce il nemico nella speranza di suscitare rappresaglie, come nel caso dell'attentato di via Rasella». Quell'attentato di cui Giorgio Amendola, della Giunta militare del Cln, si assunse tutta la responsabilità, fu un legittimo atto di guerra che, come tale, voleva attaccare il nemico e smascherare l'occupazione militare nazista di Roma «città aperta». Non sto a ripetere le deformazioni propagandate dal dopoguerra ad oggi. In particolare contro la medaglia d'oro Carla Capponi, di cui il 23 novembre scorso è ricorso il decimo anniversario della morte. L'ho conosciuta personalmente, come sono stato in stretto contatto con partigiane e partigiani romani e con famiglie di martiri delle Ardeatine, che pur dolorosamente colpite hanno sempre difeso quell'azione. Ovvio che Carla Capponi abbia sempre rivendicato la sostanza e l'obiettivo militare di quell'azione, ma ricordo ancora tante sue parole in merito alla fierezza nazionale di cui si inorgoglivano i partigiani e lei stessa, come il ruolo encomiabile dei militari nella Resistenza, quello di Montezemolo e Persichetti, o la tragedia di Cefalonia di cui ho appreso non dalle iniziative di Ciampi, ma qualche decina di anni prima dentro una sezione del Pci.

Paolo Grassi -
pagrassi@alice.it

Corrado Augias:

Sono rimasto anch'io sorpreso dalle parole di Sergio Romano che stimo come attento osservatore della storia non solo diplomatica. L'attentato di via Rasella è uno dei pochi eventi della guerra di Liberazione in cui la vulgata neofascista è riuscita ad imporsi diventando talvolta 'senso comune'. Evidentemente anche Romano, che è di cultura liberale, dunque assai diversa, ne è rimasto in qualche modo preso. Non risulta da nessuna parte che quell'attentato sia stato organizzato allo scopo (tanto meno 'nella speranza'!) di suscitare rappresaglie. Al contrario, dopo un laborioso iter giudiziario, è stata la Corte di cassazione a porre fine alle polemiche con una sua sentenza (febbraio 1999) nella quale, confermando la Resistenza come istituzione della Repubblica ha, di conseguenza, considerato l'attacco partigiano come «legittimo atto di guerra». L'Italia libera aveva dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre 1943; dopo lo sbarco ad Anzio gli Alleati avevano esortato via radio le forze partigiane: «A lottare con ogni mezzo possibile e con tutte le forze ? bisogna sabotare il nemico ? colpirlo ovunque si mostri». Secondo un altro radicato pregiudizio, se gli attentatori si fossero consegnati ai tedeschi, l'eccidio delle Ardeatine si sarebbe evitato. La conoscenza dei fatti e degli orari (che qui non posso riassumere) smentisce anche questa malevola ipotesi.

Edoardo Salzano:

Posso aiutare l’amico Paolo Grassi e Corrado Augias a fornire ai lettori ulteriori elementi sulla vicenda di Via Rasella e successiva strage alle Fosse Ardeatine. In eddyburg il lettore troverà facilmente un testo utile: l’articolo dello storico Alessandro Portelli, sul manifesto del 25 aprile 2006, che informa ampiamente di una lucida e puntuale contestazione di Rosario Bentivegna alle menzogne di Bruno Vespa (è qui). Il giorno dell’attentato ero a pochi passi di via Rasella, e nei miei ricordi d’adolescenza quei giorni è ancora viva: anche perché uno degli assassinati nelle Fosse Ardeatine era un ufficiale monarchico antifascista amico di famiglia, Filippo di Montezemolo. Nel pubblicare il mio libro Le memorie di un urbanista ho integrato i miei ricordi con una piccola ricerca, dei cui risultati do conto in una pagina che copio qui sotto per i lettori di eddyburg.

«Le mie letture mi fecero comprendere la portata di un episodio cui avevo assistito da vicino, a Roma, con mio cugino Luigi, all’hotel Imperiale a Via Veneto. Un piccolo commando di partigiani aveva organizzato un attentato colpendo, con una bomba nascosta in un carretto della spazzatura e con un successivo attacco con pistole e bombe a mano, un reparti di soldati tedeschi che percorrevano la centrale via Rasella. 32 soldati erano stati uccisi. Immediatamente il comandante nazista diede ordine di raccogliere un gruppo formato da 10 persone per ogni tedesco ucciso e di liquidarli per rappresaglia. In realtà ne furono presi 335: militari e partigiani, ebrei, antifascisti, ma anche persone che con la resistenza non c’entravano. Tradotti in una cava di pozzolana sulla via Ardeatina furono trucidati con le mitragliatrici, finiti con un diligente colpo di revolver, seppelliti con l’esplosione di mine.

«Né quel giorno né il giorno dopo se ne seppe nulla: i giornali pubblicavano solo le notizie permesse dai fascisti, tacquero. Due giorni dopo un crudele comunicato, pubblicato sul “Messaggero”, diede la loro versione:

«“Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti badogliani saranno fucilati. Quell’ordine è già stato eseguito»(
“Il Messaggero”, 25 settembre 1944).

«Dopo la Liberazione il Comune bandì un concorso nazionale che condusse alla costruzione del più bell’episodio di architettura civile dell’Italia del secolo scorso, e forse uno dei più belli in assoluto. Lo disegnò un gruppo di giovani architetti e scultori (Gli architetti erano Nello Aprile, Aldo Cardelli, Cino Calcaprina, Mario Fiorentino, Giuseppe Perugini; gli scultori Francesco Coccia, Mirko Basaldella). Accanto alla roccia tufacea della cava un grande parallelepipedo si calcestruzzo, come una gigantesca lastra, copre le 365 tombe, staccato da terra da una feritoia continua; accanto, un gigantesco gruppo scultoreo rappresenta tre uomini legati; un cancello molto tormentato segna l’ingresso al complesso, nel quale sono state ripristinate le cave nelle quali gli ostaggi furono raccolti e trucidati.

«Molti anni dopo, quando si cominciarono a mettere in dubbio gli ideali della Resistenza e, con essi, i metodi della lotta partigiana si tentò di gettare fango su quell’episodio, definendolo un atto criminale dei comunisti (quasi riecheggiando le parole dell’ukase nazista). Ma la giustizia riabilitò l’operato del gruppo di patrioti riconoscendone la natura di legittimo atto di guerra (Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 6 agosto 2007, n. 17172)»
.

Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto, Corte del fòntego, Venezia 2010, p. 6-7

Quando si parla di Resistenza, se ne evoca soprattutto l’aspetto di lotta armata che portò alla vittoria sul nazifascismo e alla Liberazione, dimenticando gli episodi di disobbedienza civile e il sostegno dato da tante famiglie. Spesso si trattava di piccoli significativi gesti di ribellione contro il fascismo che la storiografia ha negli ultimi anni riscoperto. L’Istituto Cervi ne ricorda uno ormai da 15 anni..

Il 25 luglio del 1943, il Gran consiglio del Fascismo vota la sfiducia a Benito Mussolini e il re lo fa arrestare. Cade il regime. A Campegine, in provincia di Reggio Emilia, si fa festa. Una famiglia di contadini un po’ particolari per l'ingegno e la passione che mettono nel lavorare la terra e nell'opporsi alla dittatura, fa il più bel funerale del Fascismo, per dirla con le loro parole.

Decide di offrire al paese un piatto di pasta asciutta. Sono i sette fratelli Cervi con il padre Alcide, la madre Genoeffa e tante altre famiglie della zona. Tempi di fame e povertà, anche nella bassa reggiana, c'è la guerra combattuta e c'è la voglia di sperare. I Cervi ricreano la piazza, la riprendono dopo anni di adunate pilotate, offrendo pastasciutta a tutti i compaesani, una pasta frutto della farina e delle braccia di più persone che non avevano molto. Al massimo potevano fare una pasta in bianco, con burro e parmigiano, ma quella la fecero.

Il 25 luglio è una data storicamente nodale, analizzata da storici e giornalisti nella sua ufficialità, ma troppo spesso si è tralasciato di raccontare la gioia che investì la popolazione, il carattere pacifico delle manifestazioni spontanee che si improvvisarono, espressione di un antifascismo diffuso, spesso nemmeno consapevole, che voleva la fine della guerra, della fame e della paura. La Liberazione arriverà solo venti mesi dopo e costerà ancora tanta sofferenza, ma quel 25 luglio il primo istinto fu di festeggiare insieme. Quello spirito, quell'ottimismo, rivive ancora nella casa che fu dei Fratelli Cervi, oggi Museo, ogni 25 luglio.

L'Istituto Alcide Cervi da anni organizza una rassegna teatrale, il Festival di Resistenza, che ha nella Serata della Storica Pastasciutta il suo evento conclusivo in cui riproporre la stessa formula di ritrovo spontaneo e festoso. La pasta viene offerta a chiunque si presenti, mentre sul palco si alternano ospiti e performance. Quest'anno sarà Ascanio Celestini a raccontare storie di ieri e di oggi al sempre più numeroso pubblico antifascista e, in quell' occasione, verrà assegnato il Premio Museo Cervi per il Teatro allo spettacolo vincitore del festival, realizzato grazie al volontariato generoso del territorio e alla collaborazione con Cooperativa Boorea e Arci.

L’autrice è Presidente dell’ Istituto Alcide Cervi

Cari Compagni,

sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.

Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere. Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.

All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza. Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite. Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e Resistenza sempre. Vostro Mario Rigoni Stern

Mira (Venezia) 20 gennaio 2007

Le lettere dei condannati a morte della Resistenza

non sono state scritte per venire in mano a noi che le leggiamo. Sono state concepite in un momento della vita che solo a pochi è dato di vivere. Quel momento terribile e solenne della contemplazione attuale della propria morte, quando in lucidità e coscienza si è faccia a faccia con se stessi, spogliati di tutto ciò che non è essenziale. Esse sono indirizzate alla cerchia delle persone più vicine e care, in cui sono riposti gli affetti e da cui nascono e si alimentano le energie vitali che ci conducono ad agire nel mondo. Questi testi sconvolgenti parlano della morte freddamente disposta da esseri umani nei confronti di altri esseri umani e questi ultimi colgono negli ultimi istanti della loro vita, nell’attesa consapevole della fine. Ogni facoltà spirituale deve essere stata provocata fino all’estremo. La psiche non può essere sollecitata più di così, dicono coloro i quali, per un motivo inaspettato, sono scampati alla morte e hanno potuto rendere testimonianza. Le parole scritte in quelle circostanze, soprattutto quelle svuotate dall’uso quotidiano – amore, affetto, perdono, casa, papà e mamma – , dalla retorica politica – patria, onore, umanità, pace, fedeltà al giuramento – o dall’estraneità alla nostra diretta esperienza – torturare, fucilare, impiccare, tradire – tornano d’un colpo a riempirsi di forza e significato essenziali. Sono parole ultime, destinate a restare chiuse entro cerchie affettive limitate. Ma chiunque sia disposto a liberarsi per un momento dall’abitudine della mediocrità che tutto livella, smussa e ottunde, può meditarle in sé, senza intermediari.

Se affrontiamo questa lettura emotivamente gravosa, facciamolo col pudore di chi sa di accingersi a qualcosa simile a una profanazione, in colloquio diretto e silenzioso, da coscienza a coscienza. Soprattutto, leggiamo col pudore di chi sa guardarsi dalla presunzione del voler giudicare. Queste lettere chiedono di comprendere, non di giudicare. Nessuno di noi – intendo: nessuno di coloro che non appartengono alla generazione di allora – può pretendere l’autorità del giudice. Se è vero che ci si conosce soltanto nel momento decisivo della scelta esistenziale e che solo lì ciò che di profondo è latente in noi viene a galla, noi non ci conosciamo. Non siamo stati messi alla prova. È facile, ma futile, profferire giudizi e perfino esprimere adesione ideale, ammirazione per gli uni e sdegno o condanne per gli altri. Dovremmo sempre chiederci chi siamo noi, per voler giudicare. Dovremmo temere che qualcuno ci dica: ti fai bello di ciò che è di altri; tu forse saresti stato dalla parte dei carnefici o saresti stato a guardare. E non sapremmo come rispondere.

Conosciamo le condizioni del nostro Paese all’8 settembre del 1943 e immaginiamo quali poterono essere le molte ragioni, ideali e personali, influenti sulle scelte che allora a molti si imposero. Nessuno di noi può avere la certezza che, in quelle condizioni ed esposti alle stesse pressioni, saremmo stati dalla parte giusta e non saremmo stati portati dalle circostanze dalla parte dei criminali. Questo non significa affatto parificare le posizioni o giustificare i crimini. Significa cercare di capire, dicendo con franchezza a noi stessi: rendiamo grazie alla provvidenza o alla sorte perché ci è stato risparmiato di vivere in quel tempo.

La generazione che ha vissuto i fatti di cui parliamo non esiste più. Per le nuove generazioni e, soprattutto, per chi oggi è ragazzo, non si tratta di rivivere o rievocare vicende in cui vi sia stato un coinvolgimento anche soltanto indiretto, attraverso il ricordo di chi le visse. Inevitabilmente questi testi sono letti oggi con un’attutita percezione dell’originario significato politico e impatto emotivo, nel momento della lotta per la liberazione dall’incubo totalitario, dal nazismo e dal fascismo, nel momento in cui si coltivava l’aspirazione a un’Italia nuova, giusta, civile, pacificata. «Sappi che tuo figlio muore per un alto ideale, per l’ideale della Patria più libera e più bella», scrive un anonimo.

Gli orientamenti politici erano diversi, ma comune era l’idea, anzi la certezza di un riscatto morale imminente, che avrebbe trasformato nel profondo, e in meglio, la società italiana. Le Lettere sono un’elevatissima testimonianza di questa tensione. In tutte si legge la consapevolezza di vivere un momento di svolta nella storia d’Italia. Il dopo non avrebbe dovuto, né potuto assomigliare al prima. Ai figli piccoli, che non possono ancora comprendere, si dà l’appuntamento a quando, cresciuti, sarebbero stati in grado di capire per quale altra Italia i padri e le madri avevano combattuto ed erano morti. In momenti critici come quelli degli anni ‘43-’45, non si poteva restare a guardare. Tutti dovevano contribuire. In molte lettere è testimoniata l’irresistibilità dell’appello a prendere posizione. «Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo», scrive una donna ai fratelli, per giustificare, anzi scusare la sua scelta. Molti sentono così di dover spiegare il perché del loro "aver preposto" l’Idea, la Patria o il dovere ai legami familiari e domandano perdono di questo.

Naturalmente, non tutti stavano dalla stessa parte. Nei confronti di chi stava dall’altra, la disposizione spirituale è molto varia. Alcuni chiedono vendetta. Ma altri parlano del nemico col rispetto dovuto a chi una scelta, sbagliata ma non necessariamente in malafede, ha pur fatto: «Negli uomini che mi hanno catturato ho trovato dei nemici leali in combattimento e degli uomini buoni durante la prigionia». Altri, ancora, si rimettono a una giustizia superiore, invitando chi resta a fare altrettanto: coloro che mi uccidono sono uomini e «tutti gli uomini sono soggetti a fallire e non hanno perciò diritto di giudicare poiché solo un Ente Superiore può giudicare tutti noi che non siamo altro che vermi di passaggio su questa terra». Altri ancora invitano al perdono: «Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». Il disprezzo, se mai, è verso gli inescusabili, coloro che non prendono posizione, coloro "che non furon ribelli né pur fedeli" (Inferno, III, 38-39), cioè gli ignavi, gli "attendisti". Su questo punto dobbiamo constatare una grande distanza tra noi e chi ha lasciato la vita per una ragione ideale sul fronte antifascista ma, allo stesso modo, anche chi ha combattuto sul fronte opposto. Si estende ogni giorno di più un giudizio che non solo assolve, ma addirittura valorizza l’atteggiamento di chi è stato a guardare, per poi eventualmente godere dei frutti di libertà ottenuti col sacrificio di altri. Nelle Lettere, leggiamo invece parole come queste: «Quando penso che siamo vicini molto vicini alla nostra ora, mi raccomando e son più che certo che tutti in quell’ora scatteranno in piedi, impugneranno qualsiasi arma e colui che non l’adopera sarà un vile e un codardo». Non risulta che l’accanimento revisionistico di tutto ciò che ha a che fare con i fatti e gli atti della Resistenza sia arrivato direttamente ed esplicitamente alle Lettere, per sminuirne, relativizzarne, se non negarne l’alto valore civile. Può essere che si arrivi anche a questo. Il pericolo è rappresentato piuttosto da un oblio che si vorrebbe giustificato da un’interpretazione pacificatrice da stendere su quegli avvenimenti. Essi sarebbero il frutto di un’esasperazione incompatibile con l’autentico nostro carattere nazionale, un carattere rappresentato da quella parte maggioritaria del popolo italiano che ha assistito da estranea o con atteggiamenti di puro soccorso umanitario, nell’attesa dell’esito degli eventi. Secondo questa visione, i combattenti sui due fronti, fascista e antifascista, avrebbero rappresentato entrambi una deviazione estranea alla nostra tradizione: una tradizione moderata, ostile agli eccessi, aperta a ogni aggiustamento e a ogni compromesso, garantita da una presenza moderatrice e stabilizzatrice come quella della Chiesa cattolica.

Gli uni e gli altri, insieme alla lotta mortale che combatterono e alle ragioni etiche e politiche che li contrapposero, sarebbero così da condannare alla pubblica dimenticanza, come elementi accidentali e come fattori di perturbazione della storia che autenticamente appartiene al popolo italiano. In questo modo, fascismo e antifascismo sono prima accomunati in un medesimo giudizio di equivalenza, per poter poi essere congiuntamente messi ai margini della pubblica ricordanza. All’antifascismo, quale fattore costitutivo delle istituzioni repubblicane, verrebbe così a sostituirsi qualcosa come un "nonfascismo-nonantifascismo", conforme al genio, che si pretende propriamente italiano, di procedere diritto tra opposti eccessi. Questa tendenza è pienamente in atto nel senso comune, alimentata da una storiografia e da una memorialistica sorprendentemente sicura di sé nelle definizioni del carattere nazionale e nella qualificazione dell’attendismo come virtù di saggezza pratica, invece che come vizio di apatia: una storiografia che, quando si avventura su simili strade, è più ideologia che scienza.

Chi ha sacrificato la vita, non importa da che parte, trarrebbe motivo di sconforto e offesa da questo giudizio liquidatorio. Sarebbe forse portato a riportarsi a quanto stabilito da Solone, tra le cui leggi – riferisce Plutarco (Vita di Solone, 20,1) – ve n’era una, del tutto particolare e sorprendente, che privava dei diritti civili coloro i quali, durante una stasis (un conflitto tra i cittadini), non si fossero schierati con nessuna delle parti contendenti. Egli voleva, a quanto pare, che nessuno rimanesse indifferente e insensibile di fronte al bene comune, ponendo al sicuro i propri averi e facendosi bello col non partecipare ai dolori e ai mali della patria; ma voleva che ognuno, unendosi a coloro che agivano per la causa migliore e più giusta, si esponesse ai pericoli e portasse aiuto, piuttosto che attendere al sicuro di schierarsi dalla parte dei vincitori.

Una simile legge sembra dettata da indignazione morale e non da prudenza politica. L’idea di una guerra civile obbligatoria certo spaventa. Ma giustificare l’ignavia e l’opportunismo, farne anzi una virtù pubblica, è cosa diversa e incomprensibile, a meno che si abbia in mente un popolo prono e incapace perfino di avvertire d’esserlo. Ma, forse, Solone mirava a qualcosa di più profondo: non alla guerra civile obbligatoria per legge, ma alla prevenzione della guerra civile. Tutti devono sapere che, nel momento della crisi che precipita, nessuno sarà giustificato se avrà fatto solo da spettatore dei drammi e delle tragedie dei suoi concittadini, da estraneo. Tutti allora operino per evitare che quel momento arrivi; operino dunque preventivamente per la concordia, per la pace, per isolare fanatici, violenti e demagoghi.

Le Lettere contengono la voce d’un altro popolo, di uomini e donne, d’ogni età e classe sociale, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo ch’essa, in momenti estremi, comporta. Chi le legge oggi vi trova un’Italia diversa dalla sua, cioè dalla nostra, dove non si esitava a correre pericoli estremi per parole che oggi non si pronunciano più o, se le si pronunciano, lo si fa con il ritegno di chi teme d’appartenere a una generazione di sopravvissuti. Sono quasi una sfida, un invito a misurarci rispetto a quel tempo, il tempo della libertà e della democrazia riconquistate; un invito a domandarci quale strada abbiamo percorso da allora.

Il testo è parte dell’intervento che sarà letto stasera alle 21 all’Auditorium di Roma in occasione del 25 aprile

ROMA - Più che mai rinvigorita. L'Anpi, l'associazione dei partigiani, fa un bilancio alla vigilia del 25 aprile, dal quale risulta che ha raggiunto 110 mila iscritti, nel 2009. Un boom mai visto. Ma soprattutto, dovuto alle nuove leve di «ragazzi partigiani», giovani e perfino giovanissimi che di guerra e Resistenza hanno solo sentito parlare, ma convinti di poter contribuire lo stesso alla causa per cui i partigiani doc lottarono e morirono: la democrazia e la Costituzione. Un 25 aprile in cui non mancano le polemiche. A Mogliano, in provincia di Treviso non si suonerà "Bella ciao". Anche se il sindaco leghista, Giovanni Azzolini nega: «Nessun problema a far suonare 'Bella ciao' alla banda comunale, se i partigiani lo chiedono», meglio, però, la 'Canzone del Piave', «che celebra il fiume sacro alla patria». Azzolini ricorda di «essere iscritto all'Anpi», non vuole sentire parlare di veti e davanti alle tv locali e sul web canta "Bella ciao" e parla di «fraint e n d i m e n t o ». Tuttavia, ritiene che l'inno al Piave è più adatto, «tanto più che proprio da Mogliano la Terza Armata partì per riconquistare l'Italia». Protesta l'Anpi, ricordando che 'Bella Ciao' è «canzone di tutti».

I partigiani snocciolano i numeri: a controbilanciare il 10% di iscritti, ovviamente in calo, di partigiani storici e di 'patrioti' delle Sap e delle Gap (le Squadre e i Gruppi di Azione Patriottica), uomini e donne che hanno doppiato da un pezzo gli 80 anni, c'è ormai un altro 10% di 'juniores' fra i 18 e i 30 anni, mentre il grosso degli iscritti (60-65%) appartiene alla fascia, ampiamente «postbellica», di 35-65enni. Una vera rivoluzione, anagrafica e culturale, resa possibile dal nuovo statuto che dal 2006 ha aperto le porte dell'Anpi a chiunque dichiari e sottoscriva di essere «antifascista». Nel giro di tre anni si è passati così da 83 a 110 mila iscritti, con un più 27 mila che, confrontato con il calo costante degli anni pre-riforma (dai 75 mila iscritti del 2000 se ne stavano perdendo centinaia l'anno), ha riportato l'entusiasmo nei comitati di tutta Italia.

Ma guai a pensare che la modifica dello statuto sia stata un escamotage anti-età: «Noi abbiamo combattuto per valori che tutti gli uomini hanno dentro, e che spetta a tutti difendere, in qualunque epoca» sostiene Silvano Sarti, 84enne protagonista della Resistenza fiorentina e presidente dell'Anpi di Firenze. Dove, nelle due sezioni più grandi della provincia, i giovani di 18-35 anni sono passati in tre anni da zero a 342, i 3560enni sono più di due terzi degli iscritti, e a capo di un'altra è stato da poco eletto il segretario più giovane d'Italia: «Chi si associa all'Anpi» spiega Sarti «semplicemente ama la Costituzione e vuole difenderla. E chi deve scendere per primo in piazza se non dei giovani con le gambe buone?». E che non si tratti solo di numeri, lo dimostra, spiega il vicepresidente dell'Anpi nazionale Armando Cossutta, quel che avviene nelle sezioni e nei comitati provinciali: «Pieni di gente di ogni classe sociale, di ogni professione, di ogni età, felici di avere uno spazio che i partiti non offrono più: limpido, pulito, senza arrivismi». La «nuova giovinezza» dell'Anpi «sembra figlia anche della crisi della politica». E il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha invitato l'intera giunta a iscriversi all'Anpi, con lui in prima fila.

Il sito dell’ANPI, Associazione nazionale dei partigiani d’Italia

Un saggio di prossima uscita e un intervento di Sergio Luzzatto ripropongono il modo in cui il Pci costruì "l´icona rossa della Resistenza"

Esiste il mito ed esiste la storia. Decostruire il mito significa restituire alla storia la sua complessità, non necessariamente rovesciare o negare i fatti storici da cui è scaturito il racconto epico. Con il titolo Italo, Alcide e il mito è uscito ieri sul Sole 24 ore un documentato articolo di Sergio Luzzatto dedicato a una "icona rossa della Resistenza", la storia dei sette fratelli Cervi uccisi il 28 dicembre del 1943 per ordine dei fascisti. Mettendo insieme due articoli di Calvino pubblicati nel dicembre del 1953, una celebre orazione del giurista fiorentino Piero Calamandrei e la strategia adottata allora da Togliatti, Luzzatto racconta meticolosamente la costruzione negli anni Cinquanta di un mito che ebbe l´effetto di "abbellire" o rendere organica al partito comunista una vicenda che organica non fu, conservando tratti di irregolarità e ribellione nascosti dal martirologio.

Prendendo spunto dalla riedizione de I miei sette figli di Alcide Cervi, una sorta di memoriale voluto da Togliatti nel 1955 (Einaudi, pagg. 100, euro 11), Luzzatto racconta come «da Italo Calvino in giù» l´intellighenzia comunista fece di tutto per celebrare come coerente «una storia certo eroica, ma parecchio complicata». Nei due o tre mesi intercorsi dall´inizio della Resistenza fino alla loro morte, «i fratelli Cervi furono tutto fuorché altrettante incarnazioni del rivoluzionario disciplinato», dandosi all´attività di sabotaggio «con una convinzione ai limiti dell´incoscienza». Non mancarono i contrasti tra loro e i dirigenti locali del Pci, «che li accusarono di comportarsi da "anarcoidi"». Furono Calvino e Calamandrei - continua Luzzatto - a trasformare i fratelli Cervi in santini, «sottacendo le difficoltà ambientali, gli inciampi militari, l´isolamento politico durante la loro breve stagione da partigiani sull´Appennino». Questo comune innamoramento per la famiglia Cervi finì per incontrarsi nel dopoguerra con il desiderio di Togliatti di contrastare la propaganda anticomunista sul cosiddetto "triangolo della morte". La mitografia dei Cervi - scrive in conclusione Luzzatto - servì anche per avversare le "caricature infamanti" ai danni del partigianato rosso. Ma al di fuori della elaborazione leggendaria - sembra di leggere tra le righe - i fratelli Cervi rimangono figure gloriose, che funsero anche da esempio per gli altri combattenti.

Consapevole dei rischi connessi ad operazioni del genere, in tempi di egemonia "neorevisionista", Luzzatto chiarisce al telefono: «In questo caso la decostruzione del mito nulla toglie alla dimensione eroica dei Cervi, che rimane tutta. I revisionisti peggiori, cui diede voce anche Bruno Vespa, arrivarono a sostenere che fu il Pci a decretarne la morte. Io racconto come è nata una leggenda edificante, la passione condivisa da Calvino e Calamandrei. Non bisogna dimenticare che in quegli stessi anni i partigiani finivano sotto processo, e dalle galere uscivano i combattenti di Salò».

È nei primi anni Novanta che dalle memorie interne al Pci reggiano affiorarono i dissapori tra i Cervi e i comunisti. «All´indomani dell´8 settembre 1943», racconta Alessandro Casellato, autore di una monografia sui fratelli Cervi che uscirà da Einaudi, «essi furono artefici di iniziative autonome guardate con diffidenza dai comunisti. Li accusarono anche di anarchismo, ma alludendo a un´intemperanza di tipo esistenziale, non a una teoria politica». La creazione del mito, concorda Casellato, fu anche un risarcimento simbolico per la famiglia, che patì il dolore della perdita e una vita di durezze. «Ma è ora la stessa famiglia a porsi delle domande nuove».

La vicenda dei fratelli Cervi non è mai stata oggetto di un´accurata indagine storica. «Non certo per le censure del Pci», interviene Giovanni De Luna, studioso attento al rapporto tra storia e memoria. «Un vizio della storiografia resistenziale è stato quello di dare spazio agli scenari e al collettivo piuttosto che alle figure in carne d´ossa». La ricostruzione storica, aggiunge lo studioso, è alternativa al mito perché ricostruisce la complessità degli eventi. «Quella di transitare un personaggio dalla dimensione mitica alla conoscenza è un´operazione necessaria. Soltanto un paese avvelenato dal revisionismo può leggerla con malizia».

Postilla

Ci sono momenti in cui è necessario che la storia diventi mito, altri in cui è utile che il mito venga riletto come storia. Nei giorni nostri sciagurati, avvelenati dal revisionismo, è necessaria molta prudenza per fare il secondo passaggio.

Se non l'avete, qui potete scaricare e leggere, o rileggere, il libro di Renato Nicolai e Alcide Cervi.

ROMA - "Che vuole che le dica, la situazione è difficile ma bisogna fare di tutto per far sapere come stanno realmente le cose. Chiarire a chi non l'ha vissuto cosa è stato quel periodo storico"

Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale, classe 1915, è amareggiato ma non rassegnato. A lui, arrestato e torturato durante il fascismo, il nuovo tentativo di "equiparare" per legge partigiani, deportati e militari ai repubblichini di Salò, proprio non piace.

Per farlo il Pdl ha presentato una proposta che ha come primo firmatario Lucio Barani del Nuovo Psi (schierato con il centrodestra). Un disegno di legge, il 1360, con il quale la maggioranza pretende di istituire l'Ordine del Tricolore, con tanto di assegno vitalizio. Assegnandolo indistintamente sia ai partigiani, sia "ai combattenti che ritennero onorevole la scelta a difesa del regime ferito e languente e aderirono a Salò". Un testo che l'Anpi bolla come "l'ennesimo tentativo della destra di sovvertire la Storia d'Italia e le radici stesse della Repubblica"

Presidente Vassalli un'operazione analoga fu tentata anche nelle precedenti legislature, ma venne respinta. Adesso il tentativo riprende vigore. Perché è contrario?

"Perché è assolutamente chiaro che c'è stata la continuità dello Stato anche dopo l'8 settembre e la caduta del fascismo. E non si può riconoscere a chi ha contrastato lo stato italiano sovrano schierandosi con la Repubblica sociale il titolo di combattente. La Cassazione è chiara in merito. Tutte quelle pronunce sono concordi nel definire i repubblichini come nemici".

Postilla

Raccontando l’Italia degli anno Cinquanta e Sessanta, e riferendosi a ciò che era successo nelle città e nelle piazze d’Italia dopo la svolta di destra della DC del governo Tambroni lo storico Paul Ginsborg ha scritto: “Ogni tentativo di svolta autoritaria e ogni attacco alle libertà costituzionali avrebbero incontrato l’opposizione di un grandioso e incontrollabile movimento di massa di cui le forze comuniste sarebbero state una componente importante ma non certo unica” (P.G., Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Torino, Einaudi, 1989, p.348). Un grandioso e incontrollabile movimento di massa.

Esce nelle sale il film di Spike Lee sull'eccidio di Sant'Anna di Stazzema. Enrico Pieri, allora bambino e sopravvissuto alla strage, ne parla con noi, con il regista e alcuni storici

Aveva dieci anni Enrico Pieri (più o meno come Angelo, il protagonista del film di Spike Lee), quella mattina del 12 agosto 1944. Era a Sant'Anna di Stazzema, località I Franchi, nel casalone dove abitava con i suoi: due sorelline, la mamma, il babbo, minatore figlio di emigranti in Svizzera (un nonno morto costruendo il tunnel sotto il Giura, nel 1914), ora a cavar ferro a Montarticcio in Lunigiana, e perciò rimandato a casa dal fronte, il minerale era più prezioso di un soldato. Accanto, nella casa del nonno materno e in quella dello zio Alfredo, c'erano gli sfollati della piana versiliese, ammucchiati alla meglio, assieme alle bestie che si erano portati dietro.

«All'alba - racconta mentre pranziamo dopo il mini-convegno con gli storici che presenta il film a Firenze - al casale era venuto il macellaio per aiutare a scorticare la vacca appesa in cucina: ammazzata senza permesso per sfamare tutta quella gente. Ma non se n'era fatto niente, perché aveva consigliato di andar via in fretta, che stavano per arrivare i tedeschi».

«Il babbo aveva paura soprattutto per via della vacca, ma, come gli altri, aveva detto di no, che non sarebbe scappato, restavano tutti lì. Che i tedeschi arrivavano e non arrivavano si diceva da quasi un anno: dall'8 settembre, quando erano suonate le campane per l'annuncio dell'armistizio e tutti si erano riuniti in cucina a festeggiare. Ma il babbo aveva detto, 'va bene oggi, domani chissà'. Da allora i ragazzi di leva, per sfuggire al bando che minacciava la fucilazione a chi non si fosse presentato (quello famoso firmato da Almirante), erano andati in montagna e poi si era formata una banda partigiana, «I cacciatori delle Apuane», diretta da un tenente d'aviazione, Gino Lombardi. Poi di bande se ne erano organizzate altre e i primi scontri non erano stati coi tedeschi ma con quelli della X Mas. La prima vittima, a S. Anna, alla fine del '43, c'era stata proprio per mano di italiani. Ora, con la linea gotica a due passi, gli allarmi erano diventati continui».

«Questa volta, però, i tedeschi arrivarono davvero. Erano le sette del mattino e ci fecero uscire tutti, fra noi e i Pieroni si era una quindicina. I tedeschi non più di quattro o cinque. Ci avviamo, ma dopo nemmeno 50 metri cambiano idea e ci riportano a casa, stipati nella cucina del nonno, già piena di materassi che spazio con gli sfollati non ce n'era. Non eravamo nemmeno entrati tutti che comincia la sparatoria. La Gabriella Pieroni, due anni più di me, mi piglia per il braccio e mi tira dentro un ripostiglio, nel sottoscala. L'inferno dura poco e c'è un grande silenzio. Usciamo dal nascondiglio tenendoci per mano, ma c'è tanto fumo, perché i tedeschi hanno buttato dentro la paglia e il pavimento di legno sta prendendo fuoco. Lentamente, però, perché le fiamme sono rallentate dalle pannocchie ancora attaccate. C 'è sangue dappertutto e non riusciamo a vedere niente, anche perché non abbiamo coraggio di guardare. Si intravedono i corpi dei nostri uno sull'altro, il sangue che ancora cola, immobili. Ci raggiunge una vocina, è la sorellina piccola di Gabriella che si è salvata nascondendosi nei letti sfatti. Sull'aia c'è un gran cumulo di fagioli e ci nascondiamo tutti e tre dentro, impietriti dalla paura».

Sommersi e salvati

«Sotto i fagioli restiamo fino alle cinque del pomeriggio, trattenendo il fiato. Da fuori ci arrivano gli ululati delle bestie, il rumore degli spari, il boato dei crolli, il crepitare degli incendi. Quando andiamo fuori brucia infatti, al di là della strada, la cascina dei Bartolucci e dei Marchetti, poco più in là, le case della Vaccareccia, dove poi furono trovati 70 morti. Un vero incendio, con i corpi dentro, perché lì hanno usato il lancia fiamme. Tremiamo, ma decidiamo di scappare, io conosco un sentiero che scollina senza passare per S. Anna. Stremati arriviamo all'altra valle e i contadini ci danno latte e rifugio in una grotta: siamo in parecchi e ci raccontano che davanti alla chiesa, in paese, ne hanno ammazzati a centinaia, tutti, una montagna di corpi. Al mattino non resisto e da solo riscavalco il monte per tornare a casa. Ma poi non ce la faccio a entrare nella cucina dove so che ci sono i cadaveri dei genitori, delle sorelline, dei nonni, degli zii. Ma l'incendio non è divampato e riesco a spegnere, prendendo l'acqua dall'acquaio, col vaso da notte del nonno, i mozziconi che bruciano. Così ho salvato la casa, che è ancora lì».

E poi, Enrico? «Poi, poi. Mi hanno affidato a una zia a Castello Carducci, quindi in collegio e appena finite le elementari a lavorare nei cantieri di Viareggio. Alla fine sono andato anche io in Svizzera. Ci sono restato 32 anni e sono tornato solo nel '92, con la pensione. Di S. Anna per anni non ho più voluto saper niente, ancora adesso di notte mi sogno che scappo. Però non volevo che mio figlio, in Svizzera, andasse alla scuola tedesca, non potevo sopportare che parlasse quella lingua. Poi mi sono detto, adesso c'è l'Europa, siamo sicuri, che vada pura dai crucchi».

Enrico Pieri, uno dei rari sopravissuti ai 560 massacrati di S. Anna di Stazzema, di quel che è accaduto è tornato a parlare. E' anzi presidente dei «Martiri di S. Anna». E ogni giorno, dice, «salgo su da Pietrasanta dove ora vivo. Ma lì non abita più nessuno, deserto». Parliamo del film, all'inizio un po' diffidente, perché si tratta del . «Tu però prima diffondevi l'Unità come me, che ne ho vendute a milioni, anche quando ero in Svizzera, fra gli emigrati» - mi dice quasi a rimproverarmi l'antico abbandono. Ma poi prevale la complicità dei vecchi comunisti e parliamo a lungo della polemica che ha accompagnato il film di Spike Lee.

Il film «conteso»

Della pellicola è per certi versi un po' deluso. Ma non perché parla male della Resistenza, o, peggio, come ha indecentemente scritto Peppino Caldarola su Il riformista, perché Spike Lee avrebbe vendicato Gian Paolo Pansa. Pieri non condivide il duro attacco mosso al film dall'Anpi locale. Spike in effetti fa vedere che la popolazione non denuncia i partigiani, tace anche a fronte delle minacce dei tedeschi. E poi mostra i partigiani che combattono e cadono a fianco dei soldati americani. Quanto al traditore... traditori si sa che ce ne sono in ogni formazione. Un po' deluso, piuttosto, è perché «Miracolo», sebbene racconti di un bambino che avrebbe potuto essere lui stesso, non è un film sulla Resistenza in senso proprio, e in qualche modo nemmeno sull'eccidio, come si aspettava. E' invece un film sui soldati neri nella guerra dei bianchi, che nella loro epopea incrociano i massacri nazisti e gli abitanti della Toscana. E dell'Italia racconta quello che ne avevano capito i ragazzi della 92ma Divisione Buffalo decimata nell'attraversamento del Serchio. L'Italia è uno sfondo, dipinta con maestria emozionante, ma la straordinaria forza polemica sta nella denuncia - per la prima volta esplicita - della condizione dei militari neri nella guerra mondiale.

Lo hanno detto anche Leonardo Paggi e Paolo Pezzino, i due storici che hanno parlato al mattino, correggendo con garbo gli errori storici di Spike Lee e dello scrittore del libro, McBride, che nel corso del dialogo molto informale, quasi un botta e risposta mediato dal presidente della Cineteca Toscana Di Tullio, hanno finito per capire cose che non sapevano e hanno finalmente interloquito. Ripetendo per ogni buon conto a ogni passo che dei neri americani come loro due non possono che stare dalla parte dei partigiani.

Paggi, che ha scritto in particolare sull'eccidio di Civitella in Chianti, dove lui stesso ha perduto il padre, spiega che in Toscana non c'era il «noi della Resistenza» e i «loro che erano contro», c'era «una comunità partigiana» di cui tutti - salvo una minoranza di fascisti armati - facevano parte. C'erano casomai differenziazioni nel resistere: chi lo faceva con le armi, chi, correndo rischi enormi, fornendo i viveri e l'asilo, chi semplicemente opponendo a fascisti e nazisti una compatta omertà.

McBride ha ancora dubbi, sulle responsabilità dei partigiani che con le loro azioni avrebbero esposto alla vendetta popolazioni inermi. E tira fuori copia di un manifesto affisso nel '44 nei paesi della Lunigiana e ritrovato una decina di anni fa negli archivi della V Armata. «L'ho fornito io stesso all'Archivio del Museo di S.Anna - spiega Pezzino, che è stato l'esperto che ha aiutato il pm di La Spezia nel processo contro i responsabili del massacro che si è concluso solo l'anno scorso con la condanna, ormai solo formale, dei responsabili tedeschi: morti o vecchi, comunque mai estradati dalla Germania. Un processo che ha tardato più di mezzo secolo, perché i documenti furono tenuti nascosti dai Comandi militari italiani nel famoso «armadio della vergogna».

«E' vero - dice Pezzino - che in molte zone manifesti tedeschi che imponevano l'evacuazione dei paesi vennero sostituiti di notte da manifesti partigiani che incitavano le popolazioni a resistere e a ribellarsi, affermando che loro erano accanto al popolo. Ma non si trattava di offerta di garanzie, bensì di messaggi politici. Del resto abbiamo tutte le prove che i massacri non avvenivano per rappresaglia ma perché nei manuali dell'esercito nazista era scritto che sulla linea del fronte bisogna con qualsiasi mezzo liberare il territorio della popolazione, fare terra bruciata attorno ai 'banditi'». E infatti i massacri dopo S. Anna si ripetono in crescendo: Valla e Bardine di S.Terenzo, il 19 agosto; Vinca, dal 24 al 28 agosto ( lì le Ss furono coadiuvate dalle Brigate nere di Pavolini); Fosse del Frigido, vicino a Massa, il 16 settembre; Bergiola Foscalina, vicino a Carrara, nello steso giorno. Poi il «metodo» viene applicato in Emilia, su scala più larga: a Marzabotto gli assassinati furono quasi 800, il più grande eccidio commesso nell'Europa del sud e occidentale occupata dai tedeschi. Che, quelli impegnati sul fronte italiano, si erano comunque allenati, con stermini anche più efferati, sul fronte sovietico.

Massacri infiniti

«Questa storia delle 'colpe' dei partigiani cominciò a venire fuori già alla fine dei '40, con la guerra fredda, alimentata dalla destra - dice Pieri. La Lucchesia, poi, è zona bianca! A S. Anna non c'era più nessuno che potesse contestare: senza strade e senza luce elettrica, e dopo quei morti, era stata abbandonata. S. Anna è stata dimenticata per decenni. E' stato merito di Ciampi ritirare fuori la nostra storia, quando venne qui, nel 2000. E del lavoro fatto dalla regione Toscana sulla memoria». E' qui che Spike ha buon gioco: «Mentre giravo in Italia ho chiesto a tanti cosa sapevano di S. Anna di Stazzema. Sette su dieci non l'avevano mai sentita nominare. Il film, almeno, avrà il merito di far conoscere a tutti la storia». Dicono i due bambini del film, Angelo e Arturo, in realtà già morti: «Queste sono cose succedevano quando eravamo bambini». Purtroppo succedono anche oggi. Giustamente Paggi ha concluso dicendo: alla fine il massacro ha una sua dinamica propria, al di là delle specifiche ideologie. E infatti si ripete. In tutto il mondo. Oggi anche più di ieri.

Stimato Sindaco,

io – lo debbo confessare - non sono stato un suo elettore.

Ma lei è il Sindaco della mia città, la città in cui ho scelto di vivere e lavorare e che – a grande maggioranza – l’ha voluta per la seconda volta come Sindaco.

Lei dunque è il mio Sindaco e – oltre alla stima e al rispetto istituzionale – non penso che lei sia un pessimo amministratore, conosco ed apprezzo l’attenzione che ha verso l’Università e la Facoltà di Architettura (attenzione per cui non ho mai mancato di ringraziarla), la conosco come persona garbata e cortese, e poi lei è anche un bell’uomo, il che non guasta.

Le scrivo sul tema dell’antifascismo e della Resistenza; non solo con riferimento alla vicenda - che ha avuto grande rilievo sui media – relativa all’esecuzione di Bella Ciao, ma anche per un’altra, che non ha avuto risonanza, ma a che a me pare molto più preoccupante.

Ma cominciamo dalla questione Bella Ciao; se non capisco male lei sostiene che la decisione di non far eseguire questa canzone dalla Banda Musicale Dalerci non risale a quest’anno, ma al lontano 2003 ed è stata presa da lei personalmente; lei lamenta che solo quest’anno questo fatto sia stato segnalato all’opinione pubblica e sia divenuto oggetto di polemica.

Se posso permettermi la cosa è ancora più grave così: è la sesta volta e non la prima, che – per sua espressa decisione – questa canzone partigiana non viene eseguita: un errore ripetuto sei volte, è peggio che un errore di una sola volta. Il fatto che l’opposizione non se ne sia accorta prima è un fatto anche esso negativo (se così è), ma è positivo che - magari in ritardo – che se ne sia accorta.

Vorrei spiegarle perché ritengo questa scelta un errore.

Il 25 Aprile si festeggia la Liberazione. La liberazione dell’Italia dal nazifascismo. È giusto dire e volere che tutti si riconoscano in questa festa, al di là della fede politica. Ad un’unica ed ineludibile ed esplicita e dichiarata condizione: che si accetti che la Resistenza è l’atto fondativo della nostra democrazia e della nostra Repubblica, che sul valore della lotta al fascismo e al suo padrone nazista ha costruito il suo onore e la sua speranza di riscatto. Agli altri un Ministro comunista, Palmiro Togliatti, ha restituito la libertà (mi riferisco all’amnistia del 22 Giugno del 1946, provvedimento molto discusso, tra l’altro), sottraendoli al carcere che avevano meritato, ma non il diritto di rivendicare pari dignità per la loro parte.

Può spiacere. Ma la Resistenza l’hanno fatta donne e uomini di tutta Italia di tutte le fedi politiche, comunisti, azionisti, socialisti, democristiani, repubblicani, monarchici e senza partito, l’hanno fatta per l’Italia e contro il fascismo, contro la repubblica fantoccio dei burattini di Hitler, contro il nazismo.

Da quelle fotografie non si possono cancellare i comunisti (non si può togliere Luigi Longo del Partito Comunista Italiano dalla fotografia del 5 Maggio a Milano con Enrico Mattei, Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Giovanni Battista Stucchi, Mario Argenton; non si può togliere il Presidente della Costituente Umberto Terracini del Partito Comunista Italiano dalla fotografia del 27 Dicembre del 1947 con Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi per la firma della nostra Costituzione), come sarebbe insensato voler cancellare da quelle foto i democristiani, i liberali, i socialisti, i repubblicani.

Cosa vuole, avvocato Tedde, noi non siamo storici, ma quelle fotografie lì sono; e in quelle fotografie ci sono sì molte parti politiche, non ci sono solo i fascisti.

I partigiani si sono fatti “parte” per riscattare l’Italia, una delle loro canzoni più belle è Bella Ciao, una canzone d’amore, struggente ed un po’ ingenua, una canzone di tutti i partigiani, una canzone di tutti gli italiani.

Qualcuno cantandola, alzerà il pugno chiuso, qualcuno la canterà – come me – con le lacrime agli occhi, altri compostamente ed in modo sobrio. Cosa vuol farci, la gente si esprime a modo suo, per come si sente di esprimersi.

So che, passate le polemiche, lei farà in modo che la nostra magnifica Banda suoni in modo impeccabile al prossimo 25 Aprile la comune canzone degli antifascisti, Bella Ciao, perché penso che lei non sia irragionevole e so che lei non è sciocco. Di questa scelta che auspico, la vorrò ringraziare di cuore.

La seconda questione è – se capisco bene le cose - molto più preoccupante.

Un collega catalano mi ha segnalato la lapide ai caduti della seconda guerra mondiale, che non solo mette insieme soldati di leva, partigiani e soldati della repubblica fantoccio dei burattini di Hitler (la “repubblica sociale italiana”) con la rispettiva indicazione di appartenenza, ma anche li qualifica tutti (se ho ben capito, e così appare) come persone “che donarono la vita perché l’Italia fosse libera e giusta”.

Cominciamo dai fatti. Premetto che si deve pietà a tutti i morti. Si deve rispetto al dolore dei loro familiari ed amici.

Ma i fatti sono che i soldati dell’esercito del Regno d’Italia sino alla data dell’8 Settembre 1943, erano soldati di un esercito aggressore ed invasore (quello della “pugnalata alla schiena” alla Francia) dalle Alpi, ai Balcani, al Don.

Ma i fatti sono che i soldati della repubblica fantoccio dei burattini di Hitler, erano soldati alleati e servi dei nazisti, impegnati nei rastrellamenti di partigiani e nella deportazione di compatrioti.

Ma i fatti sono che per la giustizia e la libertà si sono battuti solo i partigiani e i soldati del ricostituito esercito italiano impegnato a fianco delle armate anglo-americane (le armate del secondo fronte terrestre contro i nazisti, il primo fronte era quello dove stavano vincendo, dilagando verso la Germania, le truppe dell’Armata rossa, dopo gli assedi falliti di Mosca, Stalingrado e Leningrado).

Falsificare la storia non è un bene per nessuno, neppure per i caduti di Salò, la cui morte io ascrivo alla responsabilità dei capi fascisti e che, se hanno combattuto per un’illusione e in buona fede (e credo che per alcuni di loro sia stato così), lo hanno fatto sbagliando, al fianco delle SS e della Gestapo, al servizio dei servi di Hitler; voglio dire dunque che anche della loro morte è responsabile il fascismo.

Lei potrà dirmi che la storia è complicata ed io – che non sono uno storico – le risponderò che è vero; lei potrà dirmi che vi sono controversie e che vi sono stati eccessi ed ingiustizie nelle azioni dei partigiani (e delle truppe anglo-americane - chi ricorda lo stupro di massa dopo la battaglia di Montecassino che possiamo riconoscere nel libro e nel film La Ciociara o, in una dimensione maggiore, ha in mente il bombardamento di Dresda, lo sa; e delle truppe sovietiche – chi ricorda l’estensione degli stupri etnici in Germania ed Austria, o in una dimensione maggiore, ha in mente il massacro di Katyn, lo sa) ed io – che non sono uno storico – le risponderò che è vero.

Ma c’era da prendere parte allora, e la parte giusta, la sola parte giusta, la sola parte della giustizia e della libertà era ed è quella dei partigiani.

Non so per quale pasticcio, disattenzione, sciatteria sia stata fatta una lapide con quella scritta: lei non è irragionevole e non è sciocco, si renderà conto che essa è intollerabile; se fosse stata fatta consapevolmente sarebbe un tentativo mostruoso di stravolgere la storia, una barbarie culturale.

So che le faccio perdere del tempo, ma credo che non sia inutile una discussione tra noi; una discussione che – se lei volesse – potremmo svolgere pubblicamente nelle scuole o in Facoltà: lei sarebbe accolto con cortesia e rispetto, come sempre, ed ascolteremo con attenzione le sue opinioni e accoglieremmo con gioia un suo “ravvedimento”; tra l’altro all’inizio dell’anno del 1948, sessant’anni fa, entrava in vigore la splendida Costituzione italiana: perché non distribuirla a tutti gli studenti a cura dell’Amministrazione?

Rinnovandole i sensi della mia stima, la saluto cordialmente, certo di una sua cortese risposta.

Viva la Repubblica! Viva la Resistenza!

Il sito di Arnaldo Bibo Cecchini

Presidente Scalfaro, si apre un altro 25 aprile di polemiche. La destra contesta alle associazioni partigiane i toni della loro «mobilitazione straordinaria», indetta perché l'Italia «corre nuovi pericoli ed emergono sempre più rischi per la tenuta del sistema democratico». Approva il richiamo alla piazza?

«Non lo condivido e non mi sembra una cosa positiva. Se ogni forza che opera nel Paese mantiene senso di responsabilità e freddezza, rischi non se ne corrono. Credo che, sia pur considerando che la nostra è una democrazia ancora giovane e i cui sviluppi meritano una costante attenzione, un grido d'allarme come quello lanciato con il "manifesto" contestato vada oltre una normale dialettica e suoni onestamente sproporzionato, per quanto spiegabile».

Spiegabile forse con il bisogno di dare una «prova di esistenza in vita» della sinistra dopo il voto?

«Siamo in una fase post-elettorale che ha visto un trionfo inaspettato del centrodestra (inaspettato almeno rispetto alle dimensioni) e una caduta a picco della sinistra, Pd a parte. Risponde dunque a una prevedibile logica il soprassalto di chi ha perso e vuole dimostrare che un antico patrimonio di ideali e valori non è tramontato, che esiste ancora e resta custodito con saldezza. Ma sono convinto che per affermare tutto questo non ci sia bisogno di particolari mobilitazioni. Esasperare i sentimenti degli italiani con proclami più o meno squilibrati non è mai utile e positivo. Da qualunque parte lo si faccia».

Lei, che presiede l'Istituto nazionale di storia della lotta di liberazione, come giudica le reazioni che propongono di abolire la festa del 25 aprile?

«È un contrappunto per alcuni versi inevitabile, rientra in certe manifestazioni di assoluta inintelligenza che abbiamo già visto in passato. Sono convinto che non si debba in alcun modo inseguire le provocazioni di certi agitatori che negano la storia, ciò che è di una gravità eccezionale. Non meritano neppure di essere citati. In fondo rappresentano poco più che se stessi».

Non è proprio così. Berlusconi, ad esempio, non ha mai onorato la Liberazione e sembra aver fatto scuola.

«Quei comportamenti denunciano gravi lacune culturali e rientrano in una strategia di rigetto dei valori fondanti della democrazia repubblicana. Ed è su questo che oggi si impone una riflessione pubblica, della società e non solo del mondo politico. L'insurrezione contro il nazifascismo è un evento storico che va valutato in modo serio, trasparente e imparziale. Insomma: i fatti stanno lì e non possono essere negati perché magari non ci piacciono, né modificati o magari esaltati troppo. Ciò premesso, oltre al doveroso ricordo che dobbiamo dedicare a tutte le vittime di quella dura e terribile stagione, va rianimato l'orgoglio dei sentimenti di coloro che si batterono in prima persona riconquistando l'Italia alla libertà».

Ma come si realizza questa «rianimazione» se perfino chi rappresenta le istituzioni si chiama fuori? Il sindaco di Milano ha annunciato che non sarà presente né alle cerimonie del 25 aprile né a quelle del primo maggio.

«È un problema di trasmissione della memoria, che non può essere amputata o fatta oggetto di un uso politico. Bisogna far entrare nella circolazione del sangue di ogni persona, vecchia o giovane, gli antidoti al totalitarismo. A partire dalla tolleranza, dal rispetto dei diritti e dei doveri, dalla tutela della Carta costituzionale che proprio quest'anno compie sessant'anni. Quanto al sindaco di Milano, non voglio polemizzare con le sue scelte, ma è chiaro che chiunque abbia un incarico di responsabilità deve interpretarlo con atteggiamenti limpidi e sereni, tenendo a fuoco i valori di fondo. Che sono di tutti».

Beppe Grillo ha convocato per oggi a Torino un incontro pubblico che è percepito come una contromanifestazione.

«In un momento di assestamento politico come questo (assestamento anche psicologico per molta gente che è ancora sotto choc, come gli sconfitti dal voto), è indispensabile che chiunque sa di avere una voce ascoltata si ponga qualche remora, qualche limite. L'Italia non ha bisogno di accensioni incontrollate. Servono invece sentimenti positivi, pacatezza, responsabilità, nello sforzo di trovare un denominatore comune. De Gasperi questo sforzo lo fece con passione e ragione, "con intelletto d'amore" come si disse, e gli italiani risposero.

Da capo dello Stato, lei sdoganò i post-fascisti al governo e celebrò i 50 anni della Liberazione con un pellegrinaggio laico attraverso l'Italia.

«Anche da questo punto di vista non fu un periodo facile, il mio settennato. Ci furono diffidenze da superare, in Europa soprattutto, e agitazioni interne da riassorbire. Ce l'abbiamo fatta collaborando nell'interesse comune. Per ciò che riguarda la competizione sulla storia, in quel periodo si alternarono diversi momenti tesi. Che furono però superati, come sempre è avvenuto da quando è finita la guerra. La democrazia, da noi, è più forte di quel che tanti credono. E la sua identità comincia il 25 aprile 1945»

L´ordine venne impartito quasi in sordina, in calce alle direttive che il Gran Consiglio del fascismo emanò nella sua riunione del 9 marzo 1937, indetta per «potenziare sempre più la coscienza imperiale della Nazione». In una dozzina di parole si disponeva che «tutti i dipendenti delle Amministrazioni dello Stato» fossero «iscritti nelle Associazioni fasciste», delle quali nello stesso comunicato si sintetizzava la potenza numerica. Tra Fasci di combattimento, Fasci giovanili e femminili, Gruppi Universitari Fascisti e vari organismi collaterali il partito poteva contare, in quell´anno XV dell´Era littoria, su oltre nove milioni - per la precisione 9.251.989 - di militanti «inquadrati» con regolare tessera.

Fuori del lusinghiero calcolo restavano, fino a quella mattina di settant´anni fa, solo i «ministeriali». Una categoria che si riteneva attardata su residue posizioni liberali o tutt´al più «opportunistiche», legata a inattuali riti pantofolai: assai più romanesca (si deplorava) che romana imperiale. L´esemplare tipico della specie era appunto quel burocrate di genere eticamente «profano», quell´individuo appartenente al «limbo», che - secondo lo scrittore Emilio Radius, autore nel 1964 di un saggio sugli Usi e costumi dell´uomo fascista - veniva trattato dagli squadristi o dai camerati di antico fusto «come i soldati trattano in caserma i borghesi». Il modo di registrarne la presenza quando qualcuno di loro s´affacciava nei corridoi di un Gruppo Rionale - «c´è qui un borghese» - era già una denuncia. In linguaggio littorio significava: «Eccolo lì, è un non iscritto al partito».

Ora l´anomalia, già da tempo oggetto di segnalazioni e parziali «reprimende», è ufficialmente sanata. Si sa che la gran massa dei tesserati è in realtà estranea all´attività e alla vita fascista. Ma l´inclusione dei ministeriali nei ranghi conta in quanto lezione. Il renitente borghese (è ancora Radius a descriverlo) mette piede «nelle case del fascio come un cristiano entra in una moschea». Dopo una breve attesa viene interrogato con drastica petulanza attraverso una serie di moduli. I questionari indagano sulla sua biografia: «Gradi rivestiti nell´esercito? Campagne compiute? Decorazioni guadagnate? Detenzione di armi, e quali?». Spesso il compilatore dello stampato è pacifico, inerme e tendenzialmente apolitico, e non se la sente di negarlo. Il suo arruolamento, comunque, risponde all´esigenza di «ripulire gli angolini», scovando i potenziali fascisti «deboli» o addirittura «ex democratici». Non sarà mai possibile trasformarli in una falange di arditi; ma essi faranno numero, contribuendo all´espansione di tre elementi cari alla liturgia nazionale: distintivo, camicia nera, saluto romano.

Il primo membro della triade - il distintivo - potrà essere assunto, quando se ne faccia un uso negligente, in funzione disciplinare. Nell´ottobre del ‘41, quattro anni dopo il reclutamento coatto dei «ministeriali», la rivista Gerarchia segnalava con severità: «E´ ora di sfatare la leggenda che taluni fascisti, non portando il distintivo del Partito all´occhiello, compiano un atto di indisciplina o di semplice menefreghismo. Compiono invece un atto di vera e mera viltà, inquantoché nel contempo non rinunciano, e non rinuncerebbero per la pelle, al possesso della tessera che loro serve egregiamente per il posto, per la tranquillità e per ogni opportunissima evenienza». Ed ecco che la segnalazione del malcostume diventa minaccia e sarcasmo. Si ironizza ruvidamente sul fattore-disattenzione. «Quanta brava gente perde involontariamente il suo distintivo! Bisognerà che i sarti si decidano a ridurre le misure delle asole nei risvolti delle giacche. Con queste asole di grosso calibro i distratti vanno incontro a un´infinità di seccature».

Principale sinonimo di distintivo diventò un termine di successo: la cimice. Lo scrittore Alfredo Panzini era stato il primo a registrarne l´uso come «espressione di dileggio con cui i nemici del regime indicano l´emblema fascista che si porta all´occhiello», segnalando che dopo essere stato di forma ovoidale fino al 1926, il distintivo - o cimice - era diventato quadrangolare. In Romagna, segnalava Panzini, si preferiva designarlo con un nomignolo a sua volta sgradevole: «bagherozzo». Più tardi Vitaliano Brancati avrebbe così descritta l´adozione del distintivo da parte di un suo personaggio memorabile, l´impiegato comunale Aldo Piscitello, protagonista del racconto Il vecchio con gli stivali ed emblema dell´italiano piccolo-borghese degli anni Trenta, fascista per necessità alimentare e per estenuazione psicologica: «Sulla sua giacca nera s´era posato come un maggiolino il distintivo col fascio, ed egli di tanto in tanto lo guardava torcendo gli occhi all´ingiù».

Accanto al distintivo principale, che connotava l´iscrizione al Fascio, ne nascevano altri "d´occasione", celebrativi di singole imprese del Regime. Al punto da indurre nel 1930 Giuseppe Bottai, allora ministro delle Corporazioni, ad opporre un suo "no" all´istituzione di un nuovo distintivo in onore dei fascisti feriti negli scontri "squadristici". Al ministro la trovata parve inopportuna. «I fascisti feriti» fece rilevare «sono in numero irrilevante dopo dieci anni!».

E tuttavia la produzione di distintivi non si arrestò. Essi adornavano non solo le giacche ma anche i copricapi che gli atelier governativi andavano inventando e perfezionando senza sosta. In un suo saggio Antonio Spinosa ricorda una vibrante pagina che Piero Calamandrei dedicò a un negozio di capelli ubicato a Roma in corso Umberto: «Una sua vetrina tutta addobbata in nero», raccontava il giurista, mostrava «una ventina e più di cappelli di parata» di cui alcuni erano «grigi, ma i più neri: e su quel nero spiccavano, come coltri funeree, argenti ed ori di galloni e distintivi. Alla base di ogni piolo un cartellino bianco indicava il grado del gerarca al quale era destinato il copricapo fornito di quello speciale distintivo: «segretario generale», «segretario federale», «ministro», «segretario del partito»; col salire delle gerarchie crescevano i luccichii delle lasagne». Al centro della vetrina «una specie di gigantesco tegame» dominava «tra i tegamini satelliti», con in cima un fierissimo uccellone d´oro. E il suo cartello spiegava: DUCE. I passanti guardavano dentro la vetrina in silenzio: e non osavano guardarsi fra loro».

Potevano sottrarsi all´adozione della cimice (bagherozzo, maggiolino o tegamino che fosse) soltanto i possidenti. I quali, in qualche caso specialissimo, formulavano efficaci obiezioni al regime che quegli emblemi imponeva: nel Piccolo Dizionario borghese che lo stesso Brancati pubblicava, insieme a Leo Longanesi, sul settimanale Omnibus, sotto la voce dedicata a Benedetto Croce si leggeva: «Può farlo perché è ricco».

I non benestanti, se in cuor loro avversi all´ideologia ufficiale, venivano dilaniati dal doppio binario sul quale doveva adagiarsi la loro coscienza. Lo storico del medioevo Ernesto Sestan (1898-1986) racconterà più tardi che cosa aveva rappresentato per lui il dover diventare ufficialmente fascista, quando l´obbligo della tessera, già imposto nel 1931 ai docenti universitari di ruolo, venne esteso anche a coloro che volevano diventarlo, figurando fra i requisiti determinanti per partecipare ai concorsi. Allievo di Gaetano Salvemini e di Gioacchino Volpe, collega ed amico di un altro storico di grande avvenire, Federico Chabod, Sestan dedica alla costrizione, cui soggiacque, accenni molto dolorosi nelle sue Memorie di un uomo senza qualità: l´evento, ricorda, «ha inciso in me molto nel profondo e mi lascerà dell´amaro finché vivrò». E subito dopo racconta: «Se ne discusse non so quante serate con Chabod, resi perplessi, angustiati, indecisi. Né lui né io si era sinceramente fascisti: avevamo accettato passivamente il fascismo, perché era il governo che ci governava e ci dava da vivere, e rispetto al quale non si professava nessuna, nemmeno lontanissima alternativa».

La gente semplice associava l´esistenza di molti organismi "di supporto" inventati dal regime alle più umili necessità quotidiane dei cittadini. Per fare un esempio: appena fondato, l´Istituto di Mistica fascista subì a livello popolare una modifica della sua ragione sociale: la parola mistica diventava «mastica». Istituto di mastica fascista. Un motto che può far sorridere. Ma gronda anche desolazione, rinunzia civile.

Mi diceva qualche anno fa Rosario Bentivegna, medico del lavoro, gappista romano, protagonista della battaglia di via Rasella: «Dopo la guerra, il partito disse sempre la verità su via Rasella e sulle Fosse Ardeatine; quello che non fece, fu di confutare le menzogne e le mistificazioni che erano state diffuse su quegli avvenimenti». Le menzogne e le mistificazioni le sappiamo tutti: la falsa notizia secondo cui, dopo l'azione partigiana in Roma occupata in cui morirono 33 componenti di un battaglione di polizia aggregato alle SS, i tedeschi avrebbero messo cartelli per tutta Roma invitando i «colpevoli» a consegnarsi per evitare la rappresaglia. Sappiamo, o dovremmo sapere, che questa è pura invenzione: persino il generale Kesselring, interrogato in tribunale, disse che non ci avevano mai nemmeno pensato; la rappresaglia fu decisa subito, mai condizionata alla resa dei partigiani, e fu comunicata alla popolazione solo dopo che la strage era stata compiuta.

Una delle tante ragioni per ammirare Rosario Bentivegna è che, in assenza di una chiara risposta politica e storiografica a queste menzogne, da più di mezzo secolo si fa carico puntigliosamente di ristabilire la verità, di confutare le mistificazioni, e di difendersi e reagire in ogni sede (compresi i tribunali) alle demonizzazioni di cui lui e i suoi compagni sono stati oggetto.

E' un lavoro di Sisifo, e ogni volta sembra che si deve ricominciare da capo. Stavolta, la falsificazione proviene dal gran cerimoniere dei riti televisivi, Bruno Vespa, che per qualche misteriosa ragione (o meglio: per ragioni di cassetta e per ragioni di manipolazione ideologica) ha deciso di improvvisarsi storico senza possedere neanche l'ombra dei requisiti minimi del mestiere - ma, direi, senza possedere neanche l'ombra di quella curiosità intellettuale e desiderio di verità che dovrebbe animare non solo lo storico, ma almeno il giornalista serio. Quando Nicola Gallerano parlava di «uso pubblico della storia» aveva in mente cose ben più serie che questi bestseller di quart'ordine.

Un dialogo tra sordi

Così, nella sua Storia d'Italia da Mussolini a Berlusconi, Vespa racconta per l'ennesima volta la vulgata antipartigiana su via Rasella senza neanche prendersi la cura di informarsi sui fatti e di leggere la bibliografia aggiornata. Perciò, ai vari errori sulla ricostruzione dell'evento aggiunge la ripetizione della solita accusa a Bentivegna e compagni di non essersi presentati in risposta ai manifesti fatti affiggere dai nazisti che li invitavano a farlo. E anche stavolta, Bentivegna prende la penna in mano e, instancabile, cortese e chiarissimo, spiega, precisa, rettifica come ha fatto centinaia di volte nella sua vita. Comincia un carteggio, prima privato poi pubblico (anche sulle pagine dell'Unità) che adesso Bentivegna, con il consenso del suo interlocutore, ha trasformato in un libro: Via Rasella la storia mistificata. Carteggio con Bruno Vespa (manifestolibri, pp. 116, 15), con un'introduzione puntuta e puntuale di Sergio Luzzatto, un'ennesima ricostruzione fattuale di che cosa veramente successe e poi, irritante e soffocante, il dialogo mancato fra Bentivegna che spiega e Vespa che fa finta di non capire. O forse non fa finta per niente.

Sono anni che mi occupo di via Rasella e delle Fosse Ardeatine, e ogni volta mi trovo davanti allo stesso meccanismo. E' un po' come la storia del lupo e dell'agnello: c'è una conclusione precostituita e, se un argomento per sostenerla viene meno («mi intorbidi l'acqua») se ne inventa un altro, più specioso ancora («hai parlato male di me») e poi un altro e un altro e un altro, all'infinito. Lo stesso vale per via Rasella, anche nel caso di Vespa: costretto ad ammettere che i manifesti non ci furono, si inventa che però i partigiani dovevano sapere che ci sarebbe stata la rappresaglia perché i nazisti avevano preavvertito (e non è vero neanche questo, e risulta dalle parole dello stesso Kappler), poi che i poveri poliziotti in uniforme nazista erano in realtà degli italiani padri di famiglia (come se vestire l'uniforme di un esercito occupante non fosse un'aggravante, per un italiano; e come se l'età media dei poliziotti del Bozen non fosse in realtà di 33 anni) e via arrampicandosi sugli specchi pur di non rinunciare all'unica cosa che gli interessa: negare il significato dell'azione partigiana e con essa di tutta la Resistenza. Per questo ha ragione Luzzatto quando parla di «dialogo fra sordi». In realtà, Bentivegna ascolta e replica, ma dall'altra parte c'è un sordo che non vuole sentire.

Qui infatti non si tratta solo di banale revisionismo, ma dell'idea di una continuità storica in nome dell'«odio» e della «guerra civile» che accomuna le leggi razziste, la guerra partigiana, gli anni di piombo e l'opposizione a Berlusconi dentro un unico paradigma: sia i partigiani che attaccavano militarmente i nazisti sia il centrosinistra che attacca politicamente Berlusconi sarebbero mossi dagli stessi impulsi. Chiaro che in questa continuità la Resistenza è una spezzatura: infangare la Resistenza, dunque, non serve solo a erodere ulteriormente l'eredità dell'antifascismo ma soprattutto a fare dell'opposizione a Berlusconi l'espressione di atavismi profondi e irrazionali, il «fiume carsico» (scrive Vespa) di una guerra civile ora esplosiva, ora strisciante. Come fa notare Luzzatto nell'introduzione, elencando i titoli delle annuali strenne di Vespa: «presi uno per uno, i titoli dei libri di Vespa scandiscono ogni volta un presunto momento epocale, quando non suggeriscono un'emergenza nazionale o addirittura una crisi rivoluzionaria. Presi in serie, viceversa, essi alludono alla consolante evidenza per cui tutto cambia, più tutto è la stessa cosa...»

Alla fine, Vespa non sa più che pesci prendere, e si limita a ripetere che «l'attentato di via Rasella è un gravissimo errore». La risposta finale di Bentivegna è tagliente: «Credo nella sua buonafede - concede - ma il problema dei problemi è che lei ha dato una versione non corretta dei fatti, condita di insinuazioni e ambiguità, perché aveva orecchiato le consuete mistificazioni e le ha riportate senza la necessaria verifica».

Intelligentemente, Bentivegna non si limita a rettificare la versione con corretta dei fatti, ma smaschera anche l'uso non corretto, strisciante, del linguaggio: contesta il termine «rappresaglia» applicato alle Fosse Ardeatine (e ha ragione, tecnicamente e giuridicamente: secondo il tribunale militare italiano, non si trattò di rappresaglia bensì dio «omicidio continuato»), coglie le implicazioni retoriche di espressioni come il «gesto» che gli viene attribuito, come se non si fosse trattato di un'azione di guerra ma dell'alzata di capo di un isolato irresponsabile, smaschera il presupposto implicito secondo cui avrebbe dovuto «pentirsi» di quello che aveva fatto. E d'altra parte, l'intera modalità comunicativa di Vespa, dal linguaggio del corpo in Tv alla retorica dei suoi libri, reca nel degrado del linguaggio il segno del danno profondo che arreca alla nostra cultura. In questo senso, il lavoro di Bentivegna non è solo l'ennesima doverosa puntualizzazione storica, ma anche un atto importante di resistenza, sia pure con la minuscola, allo strapotere egemonico del discorso televisivo: i libri di Vespa sono vangelo non perché siano attendibili ma perché il loro autore sta in Tv. Qualche tempo fa, sulla metropolitana di Roma, c'era una ragazza sprofondata nella lettura di uno dei tomi di Vespa, con tanto di evidenziatore. Non sono riuscito a capire se quello che sottolineava fossero gli sfondoni del libro, o quelle che lei scambiava per storiche verità o perle di saggezza. Temo che sia buona la seconda.

Pagine responsabili

Il libro di Vespa sulla metropolitana è l'aggiornamento dei canali attraverso cui si è formato il senso comune antipartigiano su via Rasella: riviste da parrucchiere, pamphlet fascisti, dicerie incontrollate. Tutti canali troppo a lungo considerati al disotto dell'attenzione degli storici seri, e persino della politica seria; per questo, hanno potuto continuare a diffondersi per decenni, navigando sotto il radar della vigilanza culturale e del dibattito storiografico. Temo che Vespa sia la stessa cosa: troppo poco serio perché gli storici seri si prendano la briga di smontarlo pubblicamente come sarebbe loro dovere. Anzi, persino rispettabili istituzioni romane hanno ritenuto opportuno allestire presentazioni e dibattiti, come se questi libri fossero una cosa seria.

Per fortuna ci sono persone come Rosario Bentivegna. E per fortuna questo suo libro è accompagnato, stavolta, dall'intervento di uno storico serio che prende atto del rischio di una memoria storica affidata agli ignoranti e ai manipolatori. Quella fra Vespa e Bentivegna non è una battaglia ad armi pari, dato lo strapotere mediatico dell'uno e la sostanziale solitudine dell'altro. Sarebbe il caso di dare una mano a Bentivegna, perché qui non è in gioco solo la sua personale responsabilità, né la moralità della resistenza, ma proprio la nostra capacità di rapportarci criticamente alla storia e di usare responsabilmente il linguaggio. Scrive Luzzatto: «Lo scopo del gioco (di Vespa, ma - aggiungerei io, di tutto quello che lui rappresenta, n.d.r.) è la banalizzazione retrospettiva dei valori e dei disvalori, dei meriti e delle bassezze, delle ragioni e dei torti. La durata del gioco resta da determinare; ma finché uomini come Rosario Bentivegna conserveranno la forza per opporvisi, uomini come Bruno Vespa faranno bene a non sentirsi la vittoria in tasca».

Lacrime e mantra antipartigiano

di AL. PO.

«Fosse Ardeatine: e Gasparri pianse»: così intitola il Corriere della Sera di sabato l'articolo sulla presentazione della Buona battaglia, il buon film tv di Gianfranco Albano su don Pappagallo, ammazzato con altri 334 alle Fosse Ardeatine (in onda domenica e lunedì su Raiuno).

A me della commozione del signor Gasparri non potrebbe importare di meno. Dov'è la notizia? E' un film commovente, la notizia sarebbe se non si commuovesse. Mi pare del tutto normale che davanti a un massacro di centinaia di persone anche un (ex?) fascista si addolori: sono esseri umani anche loro, e poi gli viene facile da quando anche loro hanno preso ad atteggiarsi a vittime. Specie poi se la vittima in primo piano è un prete. Me ne importerebbe qualcosa, però, se non il privato signor Gasparri ma l'uomo politico onorevole Gasparri partisse da queste lacrime per ripensare al significato di tutta quella storia. E invece no: fra una lacrima e l'altra, ripete imperterrito la vulgata della destra estrema, il mantra antipartigiano: sui gappisti romani «grava un marchio d'infamia» perché «non si consegnarono». Aldo Cazzulo, il giornalista, obietta flebilmente: «Guardi Gasparri che da parte nazista non ci fu nessun invito ai partigiani a consegnarsi». E lui impermeabile: «Comunque, gli attentatori di via Rasella non ebbero lo stesso coraggio di Salvo D'Acquisto». Da questo momento, della commozione di Gasparri non c'è più traccia, e l'intervista si limita a registrare senza commenti o rettifiche i soliti luoghi comuni: il negazionismo sui crimini italiani in Libia, le foibe, l'amicizia coi governanti di Israele, le «sentinelle veltroniane» alla Rai, Alessandra Mussolini che «come idee è alla nostra sinistra»...

Ormai dovremmo saperlo tutti che i nazisti procedettero alla strage in meno di ventiquattro ore senza nemmeno cercare i partigiani e senza mettere alcun avviso pubblico (questo lo confermarono in tribunale gli stessi Kappler e Kesselring); in nessun momento pensarono di condizionare l'esecuzione del massacro alla loro eventuale consegna; tutti i bandi affissi a Roma fin dall'8 settembre minacciavano punizioni gravissime ai responsabili di azioni contro i nazisti ma mai che avrebbero punito altre persone al loro posto. Il loro scopo non era di punire i «colpevoli» ma terrorizzare Roma e inquinare la nostra memoria. La cosiddetta «rappresaglia» non era mai stata annunciata o minacciata: è pertanto falsa anche l'illazione ripetuta da Gasparri secondo cui i partigiani forse avrebbero attaccato i tedeschi proprio per provocarla, come se il rapporto fra azione partigiana e rappresaglia fosse automatico (e come se via Rasella fosse stata l'unica azione compiuta contro i tedeschi: se Gasparri, fra una lacrima e l'altra, avesse guardato il film, avrebbe saputo che non era vero). Persino il tribunale militare italiano riconobbe che non si trattò affatto di una «rappresaglia» (che qualche regola l'avrebbe) ma di un vero e proprio «omicidio continuato».

Purtroppo la tv ci ha abituato a chiamare «giornalismo» la mera amplificazione delle parole dei notabili di turno, a privilegiare l'esibizione di lacrime e «sentimenti» più della precisione dell'informazione, e a considerare notizie non i fatti ma i commenti dei politici. Così il Corsera pensa che la cosa principale sia la «commozione» di Gasparri; sulle sue autorevoli pagine il senso di un film su una strage nazista si rovescia diventando l'occasione per esaltare i buoni sentimenti di un (ex?) fascista e permettergli di ribadire un'offensiva menzogna antipartigiana. Bel paradosso.

Tutti abbiamo apprezzato la presa di posizione del direttore del Corriere della sera nella vicenda elettorale. Ma se non vogliamo che l'unico collante della coalizione che ha vinto sia il rigetto di Berlusconi, se vogliamo sperare che questa vittoria duri e dia frutti, dobbiamo cercare anche qualche cemento ideale, qualche comune terreno morale che ci tenga insieme. Non credo che questa unità morale di fondo la possiamo trovare al di fuori di un antifascismo cosciente, critico dove serve ma intransigente sul piano della conoscenza e dei principi: quello che un tempo si chiamava l'arco costituzionale, più meno. Dando spazio quasi incontrollato alle falsificazioni lacrimose di un (ex?) fascista come Gasparri, il Corriere rischia non solo di avallare un falso storico, ma di scavarsi sotto i piedi il precario terreno politico su cui tutti quanti ci reggiamo faticosamente.

Per di più, Gasparri non solo è «tanto umano» ma anche pluralista: «La mia battaglia? Raccontare in tv tutte le storie». Giusto. Perciò Gasparri sostiene tutto contento che la fiction su Sacco e Vanzetti (Canale 5) «è stata un flop» (evidentemente, due innocenti ammazzati sulla sedia elettrica non raggiungono la soglia gasparriana della commozione), e ci promette fiction sui futuristi, sul libro di Pansa (of course), e sull'ennesimo prete, don Gelmini. Sostiene che sul set del film sulle foibe le sentinelle veltroniane vegliavano a che non si usasse la parola «comunisti». Sarà senz'altro vero; scrivo dopo aver visto solo la prima puntata del film su don Pappagallo e la parola «comunista» non l'ho sentita; chissà se, prima che finisca, il regista Albano avrà il permesso di dirci che il Gioacchino «allievo» e compaesano di don Pappagallo era, appunto, comunista. Se tutte le storie vanno raccontate, avremo mai una fiction su Gioacchino Gesmundo, partigiano, comunista, professore (maestro di Ingrao al liceo di Formia, poi docente al Cavour a Roma)?

Comunque, Gioacchino Gesmundo e don Pietro Pappagallo, nati a Terlizzi, provincia di Bari, ammazzati alle Fosse Ardeatine, Roma. Vorrei condividere le parole che Antonio Pappagallo, nipote di don Pietro (che purtroppo non è vissuto per vedere questo film che gli sarebbe piaciuto) mi raccontò di aver detto ai ragazzi del loro paese: «Prendete Gesmundo e don Pietro che sono paesani vostri e immaginate un imbuto... che buttano dentro questa miscela di due opposte... teoricamente: mio zio cattolico, prete e Gesmundo laico - insomma di idee laico, comunista che era... Come mai queste due persone escono da questo imbuto e voi non sapete dire se questo è don Pietro o è Gesmundo, perché tutte e due le loro entità si confondono, si può dire che (Gesmundo) è più prete dell'altro e (don Pietro) è più comunista dell'altro nel senso che per comunista vogliamo intendere l'altruismo del prossimo?»

Un post scriptum su Salvo D'Acquisto. La sua storia è sistematicamente evocata in contrapposizione con quella dei gappisti: partigiani comunisti che «non si presentarono», carabiniere cattolico che «si offrì». In realtà, neanche la storia di D'Acquisto è andata come ce l'hanno raccontata. Tanto i documenti ufficiali dell'arma dei carabinieri quanto la memoria di chi era insieme a lui quel giorno confermano che lui non «si presentò» affatto offrendo il petto ai nazisti, come nei quadri esposti in tutte le stazioni dei carabinieri, ma fu rastrellato insieme con gli altri ostaggi. Quando si disse unico responsabile (di un attentato mai avvenuto) era anche lui sul punto di venire ucciso. Con un gesto comunque nobilissimo, e con una lucida altruistica intelligenza, capì che - dato che comunque sarebbe stato ucciso - tanto valeva «confessare», in modo che morendo lui avrebbe salvato gli altri. Fin qui i fatti.

Adesso un'ipotesi. Credo che i nazisti si fossero ormai resi conto che non c'era stato nessun attentato: le bombe che avevano ferito due loro militi non erano un'azione di resistenza ma un residuato di pescatori di frodo. Stavano per ammazzare ventidue persone senza che ce ne fossero i presupposti, e anche a un nazista questo dà fastidio, immagino. Però, se avessero lasciato andare gli ostaggi allineati davanti alla fossa comune che gli avevano scavare, rischiavano di perdere la faccia. Salvo D'Acquisto gli offre una via d'uscita: possono dire di avere trovato il «colpevole» ed evitarsi una strage inutile. Un gesto nobile, che i miserabili venuti dopo avviliscono servendosene per infangare il tessuto antifascista della nostra democrazia.

[…] Sono imprevedibili i movimenti che disegna la storia, in superficie e sotto la superficie. Ho camminato per molte strade che hanno cambiato nome e appartenenza.

Insomma negli anni sessanta a me e a molti miei compagni successe come alla lucertola cui il gatto ha morso via la coda: ricresce. Lucertola mi pare un termine appropriato. Non sono stata un animale della foresta, neanche un gatto selvatico, e spero non una gallina. Una cosa è come si è, un'altra è come ci vedono e una terza come ci si pensa, rispettiamo le proporzioni. Per una lucertola che metteva la testa fuori, nell'Italia del 1960 faceva più tiepido che nel 1949. Il crinale fu l'estate di quell'anno, che si aprì col sollevamento di Genova infuriata per il primo congresso ostentato del Msi. Fu un evento perché l'antifascismo era da un pezzo sonnolento, e non è vero che non si facesse che parlare di Resistenza. Se l'avessimo fatto non ci avrebbero badato.

Nel 1960 saltarono fuori i giovanissimi, e chi li aveva più visti i ragazzi salvo che nei cortei fascisti per Trieste? Forse il parroco con il suo campetto di calcio, il cinema di periferia sabato o domenica, qualche balera. Non venivano nelle sezioni comuniste, e nelle case del popolo gli anziani con le carte e un bicchiere di vino ai tavolini gli mettevano voglia di andare altrove. Quel luglio invece schizzarono come cavallette, agili alleati dei portuali genovesi simili ad armadi, ragazzini in scarpe di tela e maglietta, versione mediterranea del teddy boy, figura rimasta esotica perché da noi giubbotti ed eskimo, quando arrivarono, vestirono tutt'altre creature. Le correnti si distinguono a distanza, a Londra erano i Beatles e da noi i fan di Adriano Celentano che gli si affollavano attorno alle Feste dell'Unità al parco Lambro perdendo per l'entusiasmo una montagnola di scarpe. La musica cambiava, è il caso di dirlo.

Anche l'antifascismo di chi il fascismo non l'aveva visto fu diverso da quello di prima. E diverso sarebbe stato nel 1968, che dette del fascista a gente cui noi non ci saremmo mai sognati. Una marea si affollò nell'autunno del 196o alle dieci lezioni sul fascismo che proponemmo, e si dovette chiedere al Comune il teatro più grande della città, e i giovani si spingevano dalle platee zeppe fin sotto il palcoscenico per ascoltare Foa e Amendola, non come chi ricorda ma come chi scopre.

Poco prima il paese aveva scricchiolato, la polizia sparò sul corteo di protesta a Reggio Emilia, per terra rimasero cinque morti ammazzati e ogni manifestazione fu proibita. Ero nella segreteria della federazione milanese quando discutemmo se fare il corteo lo stesso. L'esercito aveva ordine di impedirlo. C'era un pericolo? C'era. I morti di Reggio avrebbero trattenuto i soldati? Forse. Dovevo decidere di qualcosa che non era obbligato come in guerra, e poteva anche volgere nella morte di qualcuno. Decidere in prima persona, perché tutti eravamo traversati dallo stesso dubbio. Eravamo in cinque o sei, e di colpo ebbi voglia di sottrarmi. Alla testa del corteo sarei sicuramente andata, ma che di esso decidessero altri. Mi venne in gola un ancestrale: non tocca a me, ero una donna, quella cui è più naturale raccogliere i morti che impedirli, e tanto meno deciderne l'eventualità. Essere seconda è una amata interdizione, inconfessabile. Non se ne accorsero i compagni. In questi momenti si è alla pari. Dissi che sì, si doveva fare. E così fu.

Era una giornata di sole e di totale silenzio. Sfilammo in testa a una marea di gente, i soldati grigi armati fittissimi ci aspettavano a destra e a sinistra di corso di Porta Vittoria, le facce chiuse, immobili, pronti. Un compagno mi avvicinò e togliendo le mani dallo spolverino mi mostrò due bottiglie molotov. Sei matto! Metti via subito! Si scostò accigliato. Mi guardai attorno, forse ce n'erano altri. Non era più il tempo di motociclette della Volante rossa. Via via che avanzavamo capimmo che, salvo un incidente, i soldati non avrebbero sparato. Alla fine del corteo respirai, mi sentivo stanca morta. Poco dopo cadeva il governo.

Molte cose mi sarebbero successe negli anni seguenti, ma di quella estate due mi hanno segnata. Due messe in guardia. Una la capii non molto dopo: quella fu l'ultima vittoria dell'antifascismo, perché era un fascismo nostalgico quello che tentava un ritorno ed era sconfitto da un no che veniva ancora dalle viscere. Avevo interpretato due anni prima De Gaulle nello schema della mia generazione - pur avendolo rispettato come un faro della Resistenza - e cioè che una destra autoritaria non poteva che essere fascista. Invece il suo non era fascismo affatto, non era neppure in senso stretto reazione, era quella che in Italia sognano i moderati, una destra « ammodernatrice», con principi, che mette dei freni alla instabilità e al gioco politico, e per questo era stato in grado di imporre ai suoi una pace onorevole con l'Algeria. Ma io lo intesi soltanto due anni dopo, nella Spagna del 1962, dove fui mandata in missione clandestina per mettere assieme un fronte antifascista da manuale contro un franchismo-fascismo da manuale. Ma non c'erano né l'uno né l'altro. Del franchismo si sbarazzavano le nuove classi dominanti, l'Europa, il capitale, tutto insomma salvo che una lotta di popolo. Mi vennero meno di colpo alcune coordinate che portavo con me dal 1943, come quando avanzando nel mare manca d'improvviso il piede.

La seconda fu la scoperta che non sfuggivo al femminile. E non sul terreno dei sentimenti, dove tutte ci muoviamo con millenni di desideri e frustrazioni addosso, ma su quello del razionale e del pubblico, dove mi dicevo che non c'è differenza fra un uomo e una donna. Non era così. Quell'impulso di fuggire davanti alla decisione del fare o no il corteo proibito fu un avviso che non mi ha impedito di fare scelte drastiche, ma si ripete ogni volta che non sono in gioco io sola - sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi. Non credo che succeda a un maschio, il decidere per gli altri sta nel suo Dna. Da allora quando si tratta di scelte forti nella sfera pubblica riconosco l'impulso a far un passo indietro. E non mi pare una virtù pacifista, ma il riflesso di chi è stato per secoli fuori dalla storia. La materia di cui sono fatta ha questa grana. Combattiva ma seconda. Non decidere in prima o ultima istanza.

Non che le donne non amino il potere, lo esercitano senza pietà nel privato e l'una contro l'altra. Ma fuori del privato siamo tentate di seguire, a costo di romperci in due, la strada decisa da altri. Ci sentiamo estranee, e come Virginia Woolf lo rivendichiamo non senza subirne le conseguenze con lacrime e strida. Ma raramente lo mettiamo in discussione, perché implica meno violenza, e sarebbe una virtù, ma anche meno responsabilità, e dubito che lo sia. Diffido dei saperi detti femminili - la cura per il vivente ma se è prossimo, la predilezione per l'orizzonte privato, la scarsa attrazione per i sogni della ragione, assieme a un'utile ironia, celata per affetto, per le grandezze esibite dai nostri uomini. Non sono sicura che sia una sapienza, è l'eredità d'una condizione subita. Le femministe me lo hanno rimproverato. Io ai miei poveri poteri pubblici non avrei rinunciato, mentre mi pareva un po' losco usare di quelli privati.

«Ma noi abbiano la seduzione! » mi sorrise un giorno un'architetta in tailleur blu ma con scarpette cangianti che la dicevano lunga. Se la tenesse, quella sua seduzione, arma di prossimità. Perché io mi preoccupavo del mondo ed ero diventata una dirigente. La più giovane fra gli uomini del Pci. E non c'è dirigenza che si senta più innocente di quella d'un comunista. Dirigente senza privilegi, dirigente senza soldi, dirigente che impiega la vita per inseguire il giusto. Insomma, la coscienza tranquilla. E poi il potere è una passione e la sua più tremenda tentazione è il poter fare. Temo che questa sia la radice delle vessazioni dei leader, borghesi e comunisti, più che la smania di calpestare gli altri - questa riflette la nostra paura primaria, mentre quella è il biblico serpente che sussurra: se a quel posto ci fossi io, rimetterei le cose nel verso giusto, gioverebbe a tutti, vedi mai se ne viene un uomo nuovo. Divino. Feci un salto, appena iniziata la deriva post Sessantotto, quando lessi che nell'occuparsi degli altri c'è il basso bisogno di metterci le mani sopra. E poi quando in una rivista femminista inciampai su alcune notevoli donne che s'erano date da fare per le altre ma narravano come un bel momento avessero deciso di non fare più che per se stesse, e tolta, per così dire, l'insegna su strada si trovavano felicemente assieme. Una di esse se la prendeva con Simone Weil: ma chi glielo aveva chiesto di immischiarsi, chi l'aveva chiamata? Fremetti di collera. E di dubbio. Chi aveva chiamato me, che non ero neanche Simone Weil? Nessuno. L'imperativo categorico che brilla come il firmamento sopra di noi? A rispondere così mi sarei tirata gli schiaffi.

Ero infuriata perché c'è una punta di vero in quel che le mie amiche chiamano, dandomi grandissimo fastidio, delirio di onnipotenza, come se fra senso di colpa per non fare abbastanza contro un mondo inaccettabile e volontà di dominarlo il margine fosse sottilissimo. E vero che il far politica come l'ho fatta io è folle di appropriazione, anche se gravido di sconfitte. Ho invidiato chi faceva un libro o un film, lasciando qualcosa di suo e compiuto; quel che io perseguivo, se funzionava, sarebbe stato di molti, e se non diventava di molti, voleva dire che non aveva funzionato. Come è infatti accaduto. A quel punto non resta che ripiegare - dal fare all'essere, dall'essere allo scrivere. Poca cosa. Intanto so che nel fare con e per altri, se non è per amore di dio, c'è una immensa gratificazione. Quando alcune donne, passando dall'accusa di prepotenza al suo opposto, mi hanno rimproverato di aver sacrificato me stessa, mi domandai quali tesori interni avessi mai dissipato, che cosa avessi perduto, in che cosa non mi fossi voluta bene. Non trovo granché. Sacrificata? Ma via. Di una stanza tutta per me non ho sentito la mancanza avendo per me il mondo e potendo perfino recederne. Mai ci si realizza come assieme agli altri, cui con naturalezza si spiega come fare - dev'essere il temibile materno, fabbricare le creature, nutrirle, insegnargli a camminare, svezzarle malvolentieri. Mai si è meno sacrificati che in un collettivo che hai scelto e cui ti credi necessaria. Galoppi come madre Teresa, sulla cui santità nutro molti dubbi, e muori di fatica tutta contenta. Ho scarsa pazienza con chi se ne lamenta.

[…..] E così in quell'autunno del 1939. Eppure l'anno prima, sarà stato novembre, la mia compagna di banco mi aveva detto: “Da domani non vengo più a scuola"Perché? “Perché sono ebrea”. Giorgina Moll si chiamava, aveva un bel viso quieto, era un poco piu grande di me, bruna e gentile. Qualche anno fa una giovane donna mi lanciò animosamente: “Se non fosse stata ebrea l'avresti aiutata, saresti intervenuta, ti saresti informata”. No, temo di no. Funzionava il non sapere, non voler sapere, scansarsi - non dal pericolo, percepivamo confusamente not ragazzi, da una volgarità potente ma pur sempre accidentale. Fu una riduzione, il non fascismo, che non era l'antifascismo e credeva di starne fuori non senza una punta di sprezzo - sono le omissioni i veri peccati mortali. lo ero allenata a omettere.

Giorgina Moll non la vidi mai più. Mi dico, spero, che i suoi abbiano avuto il riflesso pronto, sia andata via, fuori dall'Italia. Che cosa dissero i professori di quei vuoti nei banchi? Niente. Che cosa chiesi? Niente. O furono domande e risposte elusive, di quelle che non restano. Siamo avvezzi a non chiedere e lasciare la prima risposta come viene. Ebrea che voleva dire? Chi era ebreo ? Nella nostra miscela triestina l'ebreo non lo trovo, non si diceva attorno a me il tale e ebreo o non lo é - l'ebreo come “altro” lo decide qualcuno, lo decisero il governo, il regime, i fascisti e sembrò di non dover ascoltare quella prevaricazione. Neppure la gran parte degli ebrei ne colse la gravità, o se la nascose o la ridusse. In ogni caso i miei compagni e compagne di scuola non si sentivano né erano sentiti diversi, e non basta un culto a farsi sentire tali. Lo e oggi per interposta Shoah. Venezia non era uno shtetl, dello shtetl credo neppure sapessero, se pur stava nella memoria di qualche vecchio parente. Dovevano essere ebrei come ero cattolica io, che non mi sarei sognata di dire a Giorgina: Sai, domenica sono stata a messa, tanto la cosa era indifferente. Così dal suo “non vengo a scuola perché sono ebrea» percepii che altri decidevano di noi, come sempre dei ragazzi.

Non un allarme. O che fosse addestrata a tacere o lei stessa non avvertisse che cosa covava in quella separazione. Era a scuola che non sarebbe venuta, non alla deportazione che sarebbe andata.

Fino a tardi fra la gente comune le distinzioni fra ebrei e non ebrei non esistettero né nel bene né nel male. Ma il male doveva essere così sornione e la gente così spossessata che la discriminazione si installò senza un sussulto. La furia mi prese dopo: chi non aveva avuto in casa, o vicino, degli antifascisti impegnati era venuto su nel silenzio. Al più - non so se meglio o peggio - un rifiuto che pareva aristocratico della politica, cosa sporca della quale non occuparsi. I miei appartenevano a questa cieca categoria.

E io ? E certo che per le vicende politiche non avevo uno spazio interno. Ma come mi comportai ? Che cosa rilevavo ? Il primo ricordo sono i manifesti “Si Si Si” che tappezzavano la scuola, avrò avuto otto anni, ero al Lido, gli zii non votarono e basta. Si diceva “il regime” come un'ovvietà. Ho in mente - o l'ho sognata? - una visita del re a Venezia, cui la scuola ci accompagnò, e la delusione nell'intravvedere oltre la siepe di folla un ometto senza corona.

Nulla di questo entrava nella quotidianità con la quale avevo a che fare, neanche quando ebbi dieci o dodici anni, salvo l'ora di ginnastica e la divisa. L'ora di ginnastica era tremenda, non riuscivo a percorrere l'asse di equilibrio senza precipitare, saltavo trenta centimetri o simili. “Patata! Polentona!” gridavano le maestre magre e diritte, capelli tirati sulla nuca, che provenivano dalla Farnesina. Una faceva “Ich!” col saluto romano per mostrarci come la massima estensione e dirittura del corpo corrispondesse a quella parola, e in tedesco funzionasse mirabilmente. Soltanto sul quadro svedese salivo, scendevo e caprioleggiavo, per cui cercavo sempre di infilarmici, ma quelle insegnanti malefiche mi spedivano sull'asse. Il mio corpo era pigro e non lo sapevo governare, a differenza di mia sorella Mimma, abituata dalla prima lunga malattia a prenderlo in conto e averne ragione. Mimma percorreva 1'asse fatale in punta di piedi, tipo farfalla, e graziosamente ne scendeva con un saltino. Inoltre saltava la funicella come una cavalletta e non lasciava cadere un pallone. Non posso reclamare ad antifascismo il mio disgusto per la ginnastica, legata a immagini littorie ma simile all'ora di religione, obbligatoria e non importante.

Mentre mi piacque la divisa da giovane fascista, era il primo tailleur con camicetta e cravatta. Con le stesse carte ci si iscriveva alla tal classe e alla categoria giovane italiana o giovane fascista. Non era un gesto, sarebbe stato un gesto dire: No, io no. Non mi venne mai in mente. Che cosa facessi dentro quella divisa non ricordo. Qualche scempiaggine devo aver detto o fatto se qualche tempo fa, a Torino, una compagna di classe dalla bella treccia bionda che ancora le circonda il viso, mi avvicinò a una conferenza nella quale ero stata verbalmente aggredita da alcuni seguaci di Nolte: “Ti ricordi di me? Sono Liliana. Dimmi, come è avvenuta la svolta ?” Quale svolta ? “Quella politica !” Politica ? Ero fascista ? “Eh, si”. Buon dio! Liliana era in piena buona fede, amichevolmente curiosa. Non ne dubitai, la memoria precipitò verso quel buio, vacillò, non pensò niente. Da allora ho frugato nel passato senza esito. Liliana Thalmann, si chiama, a che anni si riferiva? Non potevano essere che quelli che condividemmo al Manzoni, dunque fra i tredici e i sedici, fra il 1937 e il 1940, due anni di ginnasio e due di liceo, perche anticipai l'esame di maturità per guadagnar tempo. Dev'essere allora che Liliana mi ha visto giovane italiana o giovane fascista - era una graduazione per età - asserire non so che cosa, poi 1'ho perduta per mezzo secolo, fino alla sera di Torino. Perché non ricordo che diavolo ho fatto o ho detto? Che sia un tremendo rimosso? Non possono avermi sedotta le aquile e i gagliardetti, parenti del sole che sorgeva libero e giocondo, ridicoli. Mi ha tentato la retorica bellica, gente in trincea, Vinceremo?, o ero attratta da una certa impronta antiborghese, dall'ergersi eroico contro i modesti orizzonti, il buon senso del «chi te lo f fare”, insomma to ziopierinismo ?

Non so, ma questo potrebbe essere, mi dava fastidio e mi da fastidio anche oggi. Se fu, fu un atteggiamento obliquo, nato nell'indifferenza. Che e la peggior colpa, penso ora. Ma mi inquieta. Quindici, sedici anni adesso sono niente, allora non erano niente. E per come poi mi sbalestro il 25 luglio dovevano non essere stati niente. Fino ad allora il fascismo fu un panorama trovato, non scelto, ero una ragazza grigia. Quelli che Renzo De Felice definisce consenzienti col fascismo, quelli delle grandi adunate dove raccattare qualche brandello di identità, dovevano essere perlopiu grigi, il grande incolore del paese. Avrei cercato di individuarli con to sguardo fra il 1943 e il 1945 quando era decisivo capire se qualcuno di loro ti vedeva, ti notava, se ti avrebbe denunciato. Ma come distingui un grigio ? E non erano i grigi a denunciare. Oggi li penso con maggior pietà. Quanto a me, restai assordata dai fragori interni fino al 1943, quando su meta dell'Europa la guerra era gia passata, e per molti versi era decisa. Fino a quel momento mi difesi dal precipitar fuori e sbattervi il muso. La sbattuta fu violenta.[...]

Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, durante l’avanzata verso Berlino, arrivarono nella città polacca di Oświęcim, meglio conosciuta con il nome tedesco di Auschwitz, e scoprirono il più tristemente noto campo di stermino, facendo così conoscere al mondo gli orrori del genocidio nazista. Le testimonianze dei pochi sopravvissuti hanno rivelato realtà mostruose e inimmaginabili. A 61 anni da quell’avvenimento si celebra in Italia la giornata della memoria per ricordare tutte le vittime delle persecuzioni naziste. Non solo ebrei, ma anche oppositori politici, gruppi etnici e religiosi dichiarati da Hitler indegni di vivere. Come il Porrajmos, lo sterminio, di 500mila rom e sinti.

L’ideologia della razza ha origini antiche, ma trova legittimazione in Italia, con il decreto del 17 novembre 1938 che permise di scrivere alcune tra le pagine più scure della nostra storia. Nel 2000, il Parlamento italiano decise di istituire la giornata della memoria con una legge proposta da Furio Colombo, approvata all’unanimità. Scrive Colombo nella illustrazione della sua proposta di legge: «La Shoah non è soltanto la memoria di un immenso e meticoloso progetto di genocidio di tutto un popolo in tutta Europa. È memoria di un delitto italiano. Italiane sono le leggi razziali (tra le peggiori d’Europa) e italiane sono le firme di Mussolini e del re. Vittorio Emanuele di Savoia è stato il solo monarca d’Europa a firmare leggi di persecuzione contro i suoi cittadini».

Il ricordo di sei milioni di vittime è una memoria troppo importante per essere cancellata, per questo dopo 61 anni, si continua a parlare di shoah. La memoria deve essere tenuta viva per evitare che una tragedia così immane si possa ripetere. Non dimenticare significa anche mantenere vivo il ricordo di ogni singola persona che quegli orrori li ha subiti.

Trovare il coraggio di testimoniare certi orrori, per chi è sopravvissuto, non è stato facile. «Vivere nella colpa di essere sopravvissuti - scriveva Primo Levi - è un peso spesso troppo grande da portare. Meditate che questo è stato». Un carico pesante per i reduci dei campi di sterminio che quegli orrori li portano tatuati addosso e nell’animo. Ma tanti non si sono voluti sottrarre all’obbligo morale di far conoscere la verità a chi questa storia la ha conosciuta solo sui libri.

Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le iniziative da parte delle scuole. Protagonisti studenti e docenti di numerosi istituti italiani che si sono confrontati con oratori che di storie da raccontare ne avevano tante. Incontri tra studenti ed ex deportati, viaggi della memoria, letture di testimonianze, seminari, sono solo alcune delle tante proposte per far conoscere ai giovani gli orrori della shoah.

Da parte dei giovani c’è voglia di sapere, di conoscere e di partecipare. Queste le parole di una delle organizzatrici di

un treno della memoria e dei diritti umani Un esempio di progetto educativo organizzato dall’archivio storico della Cgil che ha coinvolto diverse scuole italiane con un numero di partecipanti sempre più ampio.

Un viaggio come quello di tanti altri ragazzi iniziato all’insegna della leggerezza e dello svago, ma terminato con la voglia di non dimenticare. I numerosi istituti coinvolti nell’iniziativa hanno lasciato testimonianza della loro esperienza, c’è chi come Marta M. di una scuola media di Firenze dice: l’esperienza più toccante e significativa della mia vita, oppure chi, come Giovanni del Liceo Parini Di Milano, si limita a citare gli scritti di Primo Levi tante emozioni, sensazioni e commenti raccolti in altrettanti siti internet. Ma c’è anche chi, come il comune di Campi Bisenzio, ha deciso di racchiudere in un libro le impressioni e le esperienze di 31 ragazzi delle scuole medie del territorio che hanno partecipato al progetto. Tanti ragazzi come Giada che parlano delle emozioni di questa esperienza vissuta: "Due ore la settimana non bastano per rendersi conto, la Prof. ci spiega bene la storia, ma poi è finita lì, si chiude il libro e si scorda tutto. Così invece non si dimenticherà mai, ci rimarrà sempre qualcosa dentro, una piccola piaga, che farà male ogni volta che si rammenterà il nome Auschwitz. Non avevo mai provato una cosa simile, ne sono fiera, così potrò dire, io sono stata ad Auschwitz e mi sono resa conto di che cosa è stata la persecuzione contro gli ebrei .

Questa è la spinta giusta perché i giovani devono sapere che quegli orrori erano veri, hanno tentato di cancellare l’identità di un popolo, la dignità di ogni individuo. Non c’è futuro senza memoria e quando non ci saremo più loro dovranno essere la nostra memoria. Questi i commenti di Bruno Venezia, ex deportato ad Auschwitz , dopo l’incontro con alcuni ragazzi prima che partissero per la Polonia.

Imparare dalla storia a non ripetere certi orrori vuol dire anche essere pronti al dialogo con gli altri popoli, educare al rispetto e alla tolleranza questo il messaggio che tanti educatori impegnati nelle iniziative per il giorno della memoria vogliono lanciare soprattutto ai giovani. La memoria di tante persone che certi orrori continuano a viverli. La storia, infatti, non sempre insegna e purtroppo si ripete. In questa giornata così significativa è bene non dimenticare anche i genocidi che sono avvenuti in diversi paesi del mondo come il Ruanda, il Kossovo, la Cambogia, l’ Afghanistan e tutte quelle persone che sono ancora vittime di vessazioni in nome di assurde ideologie. Accanto alle tante proposte in calendario anche iniziative orientate in questa direzione.

Nota

Ricordo che "epifania" significa "manifestazione". Ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, si rivelò l'orrore dell'ideologia che considerava inferiori i diversi.

«L’esecuzione di Mussolini? Sarebbe stato più giusto processarlo». «La guerra civile? Uno scontro feroce che conobbe atti di barbarie da una parte e dall’altra». «L’uccisione di Claretta Petacci? Incomprensibile per due persone che oggi ne parlano in poltrona». Sono dichiarazioni di Massimo D’Alema, intervistato da Bruno Vespa nel suo nuovo libro Vincitori e vinti.

Nell’anticipare il volume, Panorama presenta in copertina il presidente dei Ds, valorizzato per il suo "coraggio"; sullo sfondo i corpi del duce e di Claretta appesi a piazzale Loreto; a fianco, il commento di Berlusconi: «I comunisti hanno cambiato idea, ma continuano a commettere infamie». Claudio Pavone, prima partecipe poi storico della Resistenza, non vuole essere trascinato in una polemica di basso livello che confermerebbe i caratteri peggiori dei tempi in cui viviamo. Preferisce replicare con una citazione attribuita a Franco Fortini. È un articolo dell’Avanti!, uscito all’indomani dell’esecuzione di Mussolini: «Ieri s’è svolto uno spettacolo orribile. Necessario come tanti orribili supplizi. Quale "legalità" avrebbe riparato il torto commesso, l’arbitrio fatto legge, la violenza eretta a norma di vita? Il popolo è stato costretto a giustiziare il proprio tiranno per liberarsi dall’incubo di una offesa irreparabile. Per gli italiani non v’era altra via d’uscita. Era l’unica catarsi possibile».

Professore, D’Alema sostiene che sarebbe stato più giusto processare Mussolini.

«Innanzitutto va ricordato che la condanna a morte del Duce fu decretata dal Cnl dell’Alta Italia, che aveva avuto dal governo di Roma la delega per la gestione politica e militare della Liberazione del Nord. Quindi non si trattò di un atto dovuto all’iniziativa di singole persone o movimenti. Altra cosa è ovviamente la fucilazione della Petacci, che tutti condannarono. Altra cosa ancora l’esposizione certamente orribile in Piazza Loreto dei cadaveri, che furono poi rimossi su decisione dell’autorità resistenziale: non dimentichiamo peraltro che era stata scelta quella piazza perché lì erano stati uccisi per rappresaglia dei partigiani e i loro corpi abbandonati sul selciato secondo un costume inaugurato dalla Repubblica sociale».

La resa dei conti tra fascismo e antifascismo era giunta all’atto finale.

«Sì, questa è una cosa che certo sono in grado di capire "anche due persone che oggi ne parlano in poltrona". L’uccisione di Mussolini fu necessaria per chiudere definitivamente con il fascismo».

Esclude dunque l’ipotesi d’una Norimberga italiana?

«Sui motivi per cui non ci fu, rinvio al libro di Michele Battini Peccati di memoria. Gli apparati dello Stato italiano, per larga parte immutati, non avevano interesse a celebrare un processo. In particolare, la casta militare avrebbe dovuto processare una parte di se stessa. A cominciare da Badoglio».

Un processo imbarazzante anche per gli inglesi.

«In una prima fase gli alleati erano favorevoli a processare anche i criminali di guerra italiani. L’evolversi della situazione internazionale e i prodromi della guerra fredda gli fecero cambiare idea».

Una volta lei mi disse che, se Mussolini fosse stato processato, l’avremmo ritrovato sui banchi della Camera nelle file del Movimento Sociale Italiano.

«Credo che lo si possa dire ancora. Ed aggiungo: il suo fascicolo sarebbe finito nell’"armadio della vergogna", tra gli atti dei processi contro i criminali di guerra insabbiati dai ministri Gaetano Martino e Paolo Emilio Taviani».

Insomma, l’avrebbe fatta franca.

«Questa possibilità è sempre stata presente nei protagonisti della Resistenza. Non si doveva rifare come dopo il 25 luglio, quando a Mussolini e ai fascisti erano stati usati tanti riguardi, e poi loro vollero vendicarsi con la Repubblica Sociale».

Altra cosa fu l’uccisione della Petacci.

«Sì, inaccettabile: così essa apparve anche allora. Ma inaccettabile in senso morale era stato innanzitutto il fascismo. Colpisce che - dalla condanna dell’esecuzione della Petacci - il giudizio dell’onorevole D’Alema sembra estendersi a tutta la guerra civile».

Parla di atti di barbarie da una parte e dell’altra.

«Le guerre civili sono sempre cariche di efferatezza. Equiparare le due parti dal punto di vista dell’esercizio della violenza non è corretto. I fascisti della Rsi agivano con una ferocia protetta dalle autorità che allora impersonavano lo Stato, oltre che dagli occupanti tedeschi. I partigiani erano invece ribelli contro quello Stato. Rimproverare ai ribelli di essere tali, cioè rimproverargli il titolo d’onore, rischia di condurre a una equiparazione tra le due parti. Voglio poi aggiungere che la violenza era parte integrante della mentalità e della cultura fascista. Per gli antifascisti fu una necessità. E purtroppo, come sempre accade, anche la violenza esercitata per fini giusti può corrompere alcuni di quelli che la praticano».

In un’altra pagina del libro di Vespa, D’Alema distingue in modo netto tra chi militava dalla parte giusta e chi in quella sbagliata.

«È una distinzione giusta, che l’onorevole D’Alema non può ovviamente non fare. Ma la buona fede non è criterio sufficiente di giudizio nei confronti di nessuno. E, poi, è da dubitare che tutti coloro che aderirono a Salò fossero davvero "in buona fede"».

Mettendo in discussione l’esecuzione del duce, D’Alema ha demolito un caposaldo dell’opinione antifascista. Una concessione al "revisionismo"?

«Non voglio pensarlo. Il cosiddetto revisionismo è un fatto poco storiografico e molto politico, cioè con obiettivi politici».

A quale fine?

«Non tocca a me dirlo. Mi è difficile pensare che un uomo avveduto come D’Alema non abbia riflettuto in anticipo sulle conseguenze che potevano avere le sue parole».

A lei che effetto fa?

«Prima stupore, poi dispiacere».

Il dissenso dell´Anpi

«L´esecuzione di Benito Mussolini fu un atto di giustizia, deliberato ed eseguito nel corso della guerra di Liberazione nazionale dagli organi che erano anche istituzionalmente i legittimi rappresentanti del governo italiano nell´Italia occupata: il Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia e il Comando generale del Corpo volontari della Libertà». Con queste parole l´Anpi esprime il suo «fermo dissenso» da quanto affermato dal presidente dei Ds Massimo D´Alema nell´intervista del libro di Bruno Vespa.


Confesso che mi arreca pena tornare a scrivere del sacrificio della Divisione Acqui a Cefalonia di fronte alle ricorrenti svalutazioni di cui quell´episodio che costò la vita a 6500 militari italiani è fatto oggetto. Se intervengo ancora una volta è per rispetto alla memoria di quei poveri morti ed anche perché vorrei che i propugnatori delle versioni «riduzionistiche» riflettessero sugli effetti negativi che la loro vulgata può avere sulla formazione all´amor patrio delle giovani generazioni. Dico questo anche perché sono convinto che i dubbi su Cefalonia sono stati in questi anni coltivati soprattutto da personaggi e da studiosi come Gian Enrico Rusconi e Sergio Romano (e nel passato anche da Montanelli), meritevoli per tanti versi di assoluta considerazione, ma impregnati forse da una forma personale di scetticismo storico assoluto, destinato a prevalere su ogni giudizio di valore. Da questo punto di vista discutibilissimo appare inoltre il luogo e l´occasione della loro ultima esternazione, la Radio ufficiale della Germania federale che, nel quadro del Sessantennio della fine della guerra, ha dedicato una trasmissione alla nostra Resistenza, a partire da Cefalonia.

Ecco cosa si evince dal resoconto stenografico della trasmissione.

Voce narrante: «E´ stato soprattutto il Presidente Ciampi a raccogliere l´impulso a porre il grande gesto patriottico della Divisione Acqui al vertice della resistenza italiana. Gian Enrico Rusconi non è d´accordo... « Intervento di Rusconi: «Effettivamente si sta ricostruendo una immagine d´insieme della Resistenza in cui c´è posto per i militari. Ma questi non hanno nulla a che vedere con la resistenza dei partigiani. Perché la Divisione Acqui - e Pirani può dire quello che vuole (la domanda, peraltro, riguardava Ciampi, ndr) - voleva tornare a casa con le armi, punto.... La Resistenza? Se resistenza significa lottare contro i tedeschi, allora quella era resistenza, ma avrebbero combattuto contro chiunque, anche contro i russi, se questi li avessero voluti disarmare. «Intervento di Lutz Klinkhammer, ricercatore presso l´Istituto storico tedesco a Roma: «C´è qui quella che si chiama storiografia del Quirinale.... dimostrare la resistenza della Divisione come simbolo dell´unità nazionale... delle analisi più approfondite potrebbero solo recare disturbo a questo mito di nuova creazione. Alcuni intellettuali conservatori, tra cui Sergio Romano, hanno parlato anche di questi punti dolenti».

Intervento di Sergio Romano: «L´unico desiderio di quei soldati era di tornare a casa. Per loro la guerra era finita. Avevano paura di essere catturati dai tedeschi. Non hanno combattuto per altre ragioni... Poi ci fu un episodio non bello e confuso, quando il generale Gandin forse perse il controllo della truppa. Nella truppa si svilupparono disordini di «tipo sovietico», tra virgolette nel senso che si formarono consigli militari. Ci fu un referendum, il che è piuttosto insolito per un´unità combattente. Forse Gandin perse il controllo della situazione ed in seguito ci furono quegli scontri. Dunque io non credo che si possa parlare di una prima manifestazione di resistenza».

Tralascio altre citazioni (tra cui gli interventi miei e di Giorgio Bocca) ma mi limito a ricordare che la strage di Cefalonia fu bollata dal Tribunale di Norimberga come uno dei più indegni crimini di guerra commessi dalla Wermacht.

Certamente i soldati italiani desideravano tornare a casa ma resta il fatto che decisero di battersi e di resistere, a prezzo della vita, dai generali Gandin e Gherzi all´ultimo fante. Quattro Reggimenti e 17 Caduti furono per questo decorati di medaglia d´oro alla memoria.

Mi spiace non avere lo spazio per riportare le motivazioni.

Se questa non fu Resistenza, tale non fu neppure quella dei 600.000 soldati prigionieri che preferirono restare nei lager piuttosto che aderire a Salò come era stato loro offerto. Se tutti volevano solo andare a casa non si capisce perché i sopravvissuti delle Divisioni Venezia e Taurinense dettero vita alla Divisione Garibaldi che fino alla fine della guerra combattè in Jugoslavia accanto ai partigiani di Tito. E perché le Divisioni Cremona e Friuli, comandate dal generale Magli, invece di ripiegare in Sardegna, liberarono la Corsica dopo duri scontri con le truppe corazzate tedesche. E perché 50 ufficiali a Trilj in Montenegro e più di cento a Santi Quaranta in Albania vennero giustiziati per aver rifiutato la resa. La risposta l´ha data Ciampi: «Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria. Tennero fede al giuramento».

Ma forse non serve ripeterlo a chi non vuol sentire

Noi NonDimentichiamo

Ciampi, Carlo Azeglio

l’Unità del 26 aprile 2005 il testo del discorso pronunciato dal Presidente della

Sessant’anni fa, oggi, si compì la liberazione e la riunificazione della nostra Patria. Tanti ricordi si affollano alla mente. Il cuore è ancora gonfio di pena, ma anche di orgoglio, per quelli che, compagni della nostra giovinezza, diedero la vita per la libertà di tutti; anche di chi li combatteva. Presero le armi per far nascere quelle istituzioni democratiche in cui oggi noi italiani tutti ci riconosciamo. Eredi degli ideali del Risorgimento, restituirono alla Patria l'onore e il rispetto dei popoli liberi. Uomini e donne, militari e civili, laici e religiosi, ci insegnarono a conquistare e a vivere la libertà. Nel loro anelito di democrazia e di giustizia, nell’amor di Patria, che nell’ora della prova più difficile proruppe spontaneo nei loro cuori, si riconobbe una nuova Italia.

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Un forte, indissolubile legame, unisce l’Italia del 25 aprile 1945 all’Italia che il 2 giugno 1946 partecipò, con universale entusiasmo, alle prime elezioni politiche libere dopo la dittatura. Vi presero parte, per la prima volta, anche le donne, elettrici e candidate. Gli italiani scelsero la Repubblica. Lo spirito della Resistenza vive nel testo della Costituzione repubblicana. La memoria dei sacrifici e delle lotte della Resistenza è fondamento della nostra passione per la libertà. Di quei sacrifici danno oggi solenne testimonianza le decine e decine di gonfaloni delle città e province insignite di medaglia d’oro che affollano, per la prima volta, questo cortile del Quirinale, la casa di tutti gli italiani. Da questi stendardi lo sguardo si leva al tricolore che sventola in alto, l’insegna che guidò i nostri padri nelle guerre del Risorgimento, affiancata oggi dalla bandiera azzurro-stellata della nuova Europa, unita da ideali di concordia e di pace.

Noi non dimentichiamo nessuno di coloro che furono protagonisti della lotta per la libertà di tutti gli italiani. Non dimentichiamo la Resistenza operaia, esplosa negli scioperi di massa del marzo ‘43 a Torino, a Milano, a Genova e in altre città, prima della caduta della dittatura.

Non dimentichiamo la Resistenza dei militari che, dopo l’8 settembre del ‘43, nello smarrimento delle istituzioni, trovarono nel loro cuore le radici di un orgoglioso amor di Patria, che li spinse all’azione. Molte migliaia caddero con le armi in pugno, o vennero trucidati dai nazisti.

Non dimentichiamo i civili che, a Roma e altrove, si unirono a loro per la difesa delle loro città, o, come a Napoli, si batterono per cacciare le forze di occupazione.

Non dimentichiamo la Resistenza delle centinaia di migliaia di militari deportati, che preferirono una durissima prigionia, che costò la vita a tanti di loro, al ritorno in Italia al servizio della dittatura.

Non dimentichiamo la Resistenza popolare, che si manifestò spontanea. Migliaia e migliaia di donne e uomini di ogni ceto, a rischio e a prezzo della loro vita, salvarono e protessero civili e militari alla macchia, ebrei minacciati dallo sterminio, soldati stranieri fuggiti dai campi di prigionia, che cercavano la salvezza. Li aiutarono a raggiungere l’Italia già liberata, accompagnandoli lungo quei sentieri della libertà che solcarono allora tutta la penisola, da Nord a Sud, di casolare in casolare, di paese in paese, di città in città. Fu una catena di silenziosa, spontanea solidarietà.

Non dimentichiamo le migliaia e migliaia di vittime delle innumerevoli, orrende stragi che insanguinarono il nostro Paese. Donne, vecchi, bambini, civili colpevoli soltanto di sostenere chi si batteva per la libertà.

Non dimentichiamo soprattutto i protagonisti della Resistenza armata, che nacque come scelta di popolo, che si organizzò in unità partigiane combattenti e dilagò nelle città, nelle pianure, nelle montagne, fino alla riconquista, nell’aprile del 1945, delle grandi città del Nord d’Italia, prima ancora della resa dell’esercito nazista.

Non dimentichiamo le unità del nostro esercito ricostituito, che combatterono con valore per l’onore della nuova Italia democratica.

Non dimentichiamo, non dimenticheremo mai, i soldati alleati, venuti da tutti i continenti per liberare, a costo di perdite immense, tutti i popoli europei dalla feroce tirannide nazifascista.

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La memoria degli eventi di sessant’anni fa è un libro fatto di molte pagine, di tante storie personali e collettive, storie di individui che diedero una risposta alta e nobile alla sfida dei tempi, che seppero interpretare i valori profondi della civiltà italiana ed europea.

Essi volevano un’Italia libera per tutti, unita. Il loro ricordo non vuole alimentare divisioni, vuole insegnarci la concordia, insieme con l’amore per la Patria e l’amore per la Costituzione, fondamento delle nostre libertà. Questo è il significato profondo delle giornate della memoria che noi celebriamo: occasioni per ricordare ai giovani i valori ispiratori di quella libertà che essi hanno il privilegio di vivere e il dovere di custodire.

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Italiani, gli uomini della mia generazione hanno avuto un singolare destino. Abbiamo vissuto, nella giovinezza, anni tra i più foschi della millenaria storia europea. Ma nelle prove più difficili si tempra l’identità di una Nazione. Dalle tragedie di quegli anni abbiamo tutti tratto ammaestramento. A noi sopravvissuti è toccata poi la fortuna di essere partecipi della grande rinascita democratica della nostra Patria; partecipi altresì della miracolosa costruzione di una unione di Stati e di popoli che assicura a tutta l'Europa, dopo millenni di guerre, una pace irreversibile.

Abbiamo avuto la fortuna di garantire ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, quei beni, quei valori, quelle speranze, che noi, da giovani, non avevamo conosciuto. E ne siamo orgogliosi. Ai giovani d’oggi, cresciuti in un’Italia libera, in un’Europa pacifica e unita, dico: non dimenticate mai gli ideali che ispirarono coloro che diedero la vita per voi. Possa la memoria dei sacrifici dei Padri della Repubblica rimanere viva, tramandata di generazione in generazione, guida e monito ad essere sempre vigili nella difesa della libertà riconquistata.

Il ricordo di quei giorni ci fa guardare con fiducia al nostro futuro; ci fa sentire il dovere di essere uniti tutti nell'amore per la Patria italiana ed europea, uniti nell’orgoglio delle nostre grandi tradizioni di civiltà, uniti nell’impegno a contribuire al progresso e alla pace di tutti i popoli.

Viva la Resistenza.

Viva la Repubblica.

Viva l’Italia libera e unita.

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