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È un vero e proprio ultimatum al governo quello che lancia il segretario ds Piero Fassino: «Svolta radicale immediata o ritiro. Ci vuole un atto chiaro di discontinuità. Gli Usa facciano un passo indietro e la transizione sia affidata all’Onu». Se non c’è un segno tangibile e rapido sulla immediata sostituzione delle forze di occupazione, è questo il senso, con una forza multinazionale dell’Onu, ci sarà un voto «conseguente».

La vicenda delle torture ha impresso una accelerazione che molto probabilmente precipiterà nella richiesta di ritiro delle truppe non oltre il 19 maggio.

Giovedì i leader del listone incontreranno Prodi per fare il punto. Stamani si riuniranno la segreteria Ds e l’esecutivo della Margherita. Mercoledì il governo (difficile che si presenti Berlusconi) dovrà rispondere alla Camera, al question time, a due interrogazioni presentate da Ds e Margherita sulle torture agli iracheni. Si chiede quali siano state le indicazioni impartite ai nostri militari al fine di non rimanere coinvolti nei crimini di tortura. Si chiedono risposte «non evasive» sulla consapevolezza del governo.

I Ds chiedono al governo di predisporre, come hanno fatto i danesi, «ispezioni a sorpresa nelle carceri irachene per accertarsi che i prigionieri consegnati dagli italiani agli inglesi e agli americani non subiscano torture». E bollano come «del tutto inopportuna» la visita di Bush il 4 giugno.

Anche a palazzo Madama il gruppo Ds ha presentato una interpellanza al premier per sapere «se e da quando» il governo fosse a conoscenza delle denunce della Croce Rossa e quali atti intenda compiere verso gli alleati, per porre fine «all’occupazione dell’Iraq» e «ripristinare la sovranità violata». Come dice Gavino Angius, dopo le rivelazioni sulle torture, «niente è più come prima». Anche un atlantista doc come Franco Marini mormora: «Le torture cambiano il quadro e ci mettono tutti in crisi».

L’accelerata attraversa le fila del listone. «A questo punto non si può restare un minuto di più. Tutto il centrosinistra unito deve chiedere il ritiro immediato», afferma il ds Mauro Zani. Ed escono allo scoperto i pacifisti della Margherita come Beppe Fioroni: «Ora basta. Domani (oggi) all’esecutivo della Margherita porremo la questione del ritiro delle truppe». Ermete Realacci vuole «accelerare il dibattito parlamentare» per «trarre le debite conseguenze». Patrizia Toia considera ormai «fallita» la missione italiana.

«Ritiro estrema ratio», aveva detto Rutelli una settimana fa. Ora il suo braccio destro, Paolo Gentiloni, spiega che la faccenda delle torture ha cambiato scenario: «Le rassicurazioni sulla totale estraneità degli italiani non funzionano: anche se il governo fosse stato all’oscuro, che significato avrebbe il nostro ruolo in Iraq?». C’è il rapporto della Croce Rossa. «Se rimangono le forze attuali in che clima si potrebbe arrivare alla svolta? Alle forze attuali resterà appiccicata l’immagine delle torture». Secondo Gentiloni la richiesta di ritiro avverrà ineluttabilmente «a giorni». L’ultimo atto sarà una forte pressione nei confronti del governo italiano. Un ultimatum, appunto. Quello che già ieri ha lanciato anche Piero Fassino. O il governo dice esplicitamente agli americani che a queste condizioni non ci sta più oppure «anche la parte più responsabile del centrosinistra - dice Gentiloni - non potrà che prenderne atto». E la situazione, è ancora il giudizio di Gentiloni, precipiterà con un voto in Parlamento prima dell’incontro di Berlusconi con Bush il 19 maggio a Washington. Fra l’altro il 18 maggio potrebbe tenersi la riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Per cui il dibattito che si è acceso negli ultimi giorni su come accogliere Bush il 4 giugno, per le celebrazioni della liberazione di Roma, rischia di essere già superato. La rottura, a quella data, potrebbe già essersi consumata.

Del resto Enrico Boselli è rimasto solo ad annunciare la sua partecipazione alle celebrazioni ad Anzio. Al Botteghino negano che membri dell’opposizione siano stati invitati. Comunque, afferma Violante, sarebbe sbagliato «partecipare alle celebrazioni istituzionali» così come sarebbe sbagliato «manifestare contro Bush che invece va accolto con il silenzio». Ma sulla annunciata manifestazione contro la guerra e contro la politica di Bush, alla quale hanno già aderito Verdi, Pdci, Prc,Occhetto-Di Pietro, sinistra Ds, si continua a discutere. Mentre D’Alema mette in guardia dal non «cadere in provocazioni», Arturo Parisi, Dl, è dell’opinione che occorrerà «trovare le forme» per manifestare «l’avversione» verso l’amministrazione Bush senza che questo oscuri la «riconoscenza verso il popolo americano»: «Contro Bush perché amici degli americani» è il suo slogan. Da parte loro i promotori della manifestazione vanno avanti. Sono in corso contatti con le associazioni pacifiste per definire percorso e modalità. «Manifestare contro Bush è un dovere morale», sostengono dal Pdci al Correntone Ds. Al contempo si preme per votare al più presto il ritiro immediato. «Ciò che riterrei incomprensibile e ingiustificabile - afferma Fabio Mussi leader del Correntone Ds - sarebbe l’ulteriore esitazione di tutto il centrosinistra a chiedere l’immediato ritiro delle nostre truppe. La libertà, la democrazia, l’onore stesso dell’Europa e degli Usa si possono solo difendere facendo cessare ora l’occupazione e la dittatura militare straniera imposta all’Iraq».

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