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Piano casa? Quale piano casa? Questo non è un decreto che dà un’abitazione a chi non ce l’ha. È un decreto per rilanciare l’economia. Tant’è che si chiama così. Cominciamo col fare chiarezza». A Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, le mistificazioni non piacciono. E dice chiaro e tondo che non ci sta a subire un aut aut sulle norme urbanistiche. Non ci sta allo scambio rilancio economico contro regole. «Lo dico subito, io quel piano non lo voglio attuare». È pronto a fare ricorso alla consulta, come aveva già fatto con l’ultimo condono edilizio. Legge e rilegge gli articoli dell’ultima bozza del provvedimento annunciato da Berlusconi, e non crede ai suoi occhi: deroga totale, su tutto il territorio. Leggi regionali azzerate con un tratto di penna.

Sarà difficile contrastare il decreto.

«Faccio un appello ai colleghi della Lega e a tutti i sindaci del Carroccio. Si è tanto parlato di federalismo, e poi su una materia concorrente come questa ci si chiede di accettare un atto d’imperio come questo? Quel testo è inaccettabile. Sostanzialmente abolisce tutti i vincoli su tutto il territorio nazionale, istituendo una nuova norma generale a cui in un secondo momento le Regioni dovrebbero adeguarsi con norme regionali. Ebbene, al premier dico: io la legge regionale ce l’ho già. Ma se lui procede per decreto, vuol dire che quando ha annunciato che le Regioni in disaccordo erano libere di non adottare il provvedimento ha mentito».

Il rilancio dell’economia è comunque un punto forte.

«Bene, allora parliamo di quello. Io sono disposto a discutere. Se davvero dobbiamo aiutare l’edilizia, se davvero ci sono norme farraginose, se davvero c’è una burocrazia troppo pesante, parliamone. Possiamo razionalizzare il sistema, renderlo più efficiente. Faccio presente che in Toscana la Dia (dichiarazione di inizio attività) già c’è. Comunque su questo sono d’accordo. Ma il risultato non può essere l’eliminazione delle regole, lo smantellamento dei vincoli. Anche i cittadini devono saperlo: senza regole alla fine ci si rimette. Se uno non ha vincoli, vuol dire che non ce li ha neanche il vicino di casa. Chiunque potrà costruire un muro davanti alla finestra di un altro. Con l’anarchia non si risolvono i problemi, si aggravano».

Berlusconi si è impegnato a un confronto con voi.

«Sì, ma poi leggo che incontrerà le Regioni mercoledì e dopo qualche ora varerà il decreto. Se così fosse, è una presa in giro. Che confronto sarebbe? Per questo mi appello a chi crede nel federalismo. Non si possono varare per decreto norme tanto dirompenti, che fanno tabula rasa di legislazioni locali. Sa cosa si prevede per i Comuni?»

Cosa?

«I Comuni dovranno istituire un albo dove registrano le modifiche apportate. Entro il 31 dicembre 2011 dovranno inserire quelle modifiche nello strumento urbanistico. Significa recepire passivamente tutto quello che è stato deciso da altri, e per di più dovranno anche assicurare gli standard urbanistici, magari costruire parcheggi e altri servizi dove serviranno. Ma come fanno i sindaci della Lega ad accettare questo?».

Lei cosa propone?

«Io chiedo che ci sia un vero confronto con gli enti locali. Accetto di discutere sulla semplificazione delle norme. Infine chiedo che ci sia un piano casa vero, che assicuri gli alloggi ai più deboli e costituisca un’opportunità per il mondo delle costruzioni. I dati del Sunia sugli sfratti dimostrano che c’è bisogno di case, non di stanze o di verandine».

Il decreto facilita anche il cambio di destinazione d’uso.

«Sì, e per noi in Toscana vuol dire distruggere anni di lavoro con le associazioni agricole, con cui avevamo concordato regole condivise per tutelare il territorio».

Piano casa: ecco come funzionerà

Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. La legge nazionale per rilanciare l’edilizia approderà venerdì al Consiglio dei ministri, ma già ieri mattina il governo regionale del Veneto ha licenziato un dettagliato provvedimento che consente senza troppe burocrazie l’ampliamento degli edifici. Galan ha deciso di non attendere la normativa nazionale: «Lo Stato darà direttive che la nostra legge regionale rispetta perché l’abbiamo concordata con Berlusconi», assicura il governatore. La legge regionale consentirà ampliamenti di volumetrie in deroga agli strumenti urbanistici fino al 35% se si ricorrerà a «tecniche di bioedilizia» o si installeranno sistemi per l’utilizzo di energie rinnovabili. Nessun ampliamento è permesso in edifici storici o abusivi.

Leggi che puntano anche a rilanciare un settore pesantemente in crisi come quello dell’edilizia in un momento in cui la disoccupazione aumenta a ritmi decisi: + 46% a febbraio. Unica consolazione di ieri in questo panorama plumbeo, la ripresa delle Borse trascinate da Citigroup. Il Banco Popolare è la prima banca italiana che chiede l’aiuto di Stato.

Legge veneta per l’edilizia,

Galan batte Roma sul tempo

di Alda Vanzan

Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. Prima ancora che il Consiglio dei ministri approvi il piano casa (lo farà venerdì), la giunta regionale del Veneto licenzia il disegno di legge che, dai paesi di montagna del bellunese fino alle periferie di Venezia, consentirà aumenti di cubature dei fabbricati, demolizioni e ricostruzioni di case e capannoni con più di vent’anni, snellimenti delle procedure burocratiche. Avviene tutto in mattinata e nell’arco di un paio d’ore: visto che il testo di legge regionale tutto sommato era pronto, anziché presentarlo ai colleghi di giunta nella consueta seduta del martedì e poi prendersi una settimana di pausa, il governatore Giancarlo Galan decide di accelerare. In fin dei conti, spiega poi Galan ai cronisti, questo è un provvedimento «concordato» proprio con il premier: «Con il governo, meglio, con il presidente del Consiglio - perché le cose continuo a farle con lui o con Letta - abbiamo pensato a qualcosa per rilanciare il settore edilizio e che vada incontro ai cittadini». Il fatto che Palazzo Chigi affronti la questione dopodomani è un dettaglio: «Lo Stato darà qualche direttiva che da parte nostra sarà assolutamente rispettata perché l’abbiamo studiata assieme», dice Galan. Di lì a poche ore, da Roma giungerà la conferma dello stesso premier che il piano casa sarà varato proprio venerdì. Con una assicurazione di Berlusconi: «Nessuna cementificazione, sarà un piano di buon senso».

Giancarlo Galan, che al fianco ha l’assessore all’Urbanistica Renzo Marangon, sintetizza il testo di legge. «Primo: ci sarà una assoluta abolizione della burocrazia». Per l’aumento delle cubature del 20%, per intenderci, basterà una Dia, la Dichiarazione di inizio attività. Ma chi potrà usufruirne? «È chiaro che la legge funzionerà di più per le abitazioni singole, con i condomini sarà più difficile. Ma nel Veneto ci sono più case e casette che non palazzoni». Aggiunge: «È anche in incentivo per l’economia, così la gente tira fuori i soldi da sotto il materasso». Mattoni e nuove tecnologie: «Butti giù vecchi capannoni e li ricostruisci, ampliandoli, con le nuove tecniche». L’ambiente, sottolinea il governatore, sarà salvaguardato: tutti i vincoli e le tutele esistenti non si toccano. Oneri finanziari a carico della Regione: zero. E a chi già contesta la diminuzione degli oneri di urbanizzazioni a favore dei Comuni, Galan risponde con una battuta: «Sì, i Comuni prenderanno minori contributi, ma non avrebbero preso niente senza questa legge, perché se non costruisci non hai gli oneri di urbanizzazione». E comunque, aggiunge Marangon, questa è «una risposta, la via veneta, alla crisi economica».

Approvata all’unanimità dalla giunta veneta, ora il disegno di legge passa all’esame del consiglio regionale. L’auspicio di Galan è che venga licenziato in tempi stretti: «Tra l’altro stavolta ho notato meno fanatismo ideologico, il sindaco di Vicenza Achille Variati per esempio ha preso una posizione intelligente». E le perplessità della Lega? «In giunta la Lega ha votato a favore. C'è questa preoccupazione per cui sarebbero case per immigrati: ma che c'entra? Se io dò il permesso per costruire due stanze in più che c'entrano gli immigrati? Forse non avevano ancora letto il testo». Marangon spera in una approvazione in aula prima dell’estate: «Anche perché altrimenti perderebbe senso, questa norma ha due anni di validità, fino al 2010». E il governatore confida anche un altro progetto: «Fare in modo che le 40mila persone che pagano un affitto per abitare in una casa dell'Ater possano diventare con una firma proprietari dell'abitazione. E su questo le banche devono fare la loro parte».

Dagli alleati di governo (regionale) plausi all’iniziativa: «Mi auguro che il Veneto possa ancora una volta fungere da apripista con questo interessante, intelligente, innovativo progetto di legge», dice Antonio De Poli (Udc). Leonardo Padrin, Forza Italia, ha già inserito il disegno di legge con l’intero articolato nel suo sito Internet. Ma Franco Frigo, consigliere regionale del Pd, è di tutt’altro avviso: «Tanto fumo e poco arrosto».

Sono 250mila le case abbandonate

di Adriano Favaro

C’è anche un record, poco noto, nel settore edilizio a Nordest, quello delle case disabitate e inutilizzate: quasi 250 mila. Precisi precisi i numeri dicono 200 mila tra Veneto e Trentino Alto Adige e altre 41 mila in Friuli Venezia Giulia. Un calcolo-stima fatto dal Cescat, il Centro studi casa ambiente e territorio di Assoedilizia. Che fornisce anche una somma complessiva. «In tutto il paese - spiegano i ricercatori Cescat - ci sono due milioni di edifici abbandonati: case di montagna e di campagna, casolari, casupole, baite, ville rustiche, antiche magioni, casali, rocche e cascinali». Il record del Nordest viene dal fatto che esistono quasi 250 mila edifici disabitati per una popolazione di poco superiore ai sei milioni e mezzo.

La Lombardia registra la stessa quantità di edifici disabitati con una popolazione di circa dieci milioni di abitanti. Di fronte a queste cifre Assoedilizia, associazione legata a Confindustria aveva deciso - alcuni mesi prima della recente proposta del governo - di dare una scossa lanciando un’idea: nell’attuale congiuntura economica molti cominciano a guardare con interesse crescente alla ricerca di nuovi affari. E, contemporaneamente, i Comuni - attenti ai bilanci - potrebbero favorire la forte spinta al "riuso". «Le amministrazioni comunali - spiegava l’avvocato Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia - dovrebbero istituire incentivi, non solo sul piano delle agevolazioni strutturali, ma anche in termine di premi volumetrici, per coloro che promuovono operazioni di recupero del patrimonio edilizio abbandonato». Quasi come le idee di Berlusconi.

Procedimento facile? «Tutto dipenderà anche dal comportamento dei Comuni - spiegava Riccardo De Gobbi, il responsabile della direzione Agroambiente e servizi per l'Agricoltura del Veneto - In questo periodo stanno redigendo i "Pat" o "Pati", in pratica quello che una volta erano i piani regolatori. Alcune delle richieste per la salvaguardia delle abitazioni rurali abbandonate potrebbero essere accolte». De Gobbi segue questi temi da anni e ha spiegato come la regione del Veneto sia stata la prima (e forse l’unica) regione in Italia a rispondere ad una legge nazionale del 2003 che aveva lo scopo di salvaguardare e valorizzare le architetture rurali, cioè gli insediamenti agricoli, gli edifici o fabbricati rurali realizzati tra il XIII e il XIX secolo; almeno 80 mila nel Veneto.

Resta da fare i conti anche con un altro dato: nelle ultime rilevazioni il Catasto nazionale ha censito 31,5 milioni di abitazioni. Mentre l’Istat, dalle sue indagini, ne rileva 28,5 milioni. Un patrimonio esistente ma "scomparso" - gli immobili in caso di permanenza dell'abbandono dovrebbero essere stralciati dal catasto - che diventa ancora più significativo se a questi numeri si aggiungono (ma per il Nord del Paese vale poco) gli immobili abusivi, comunque stimati attorno al milione e mezzo.

IL CONTENUTO DELLA LEGGE VENETA

LE DEROGHE - La legge regionale stabilisce che quando l’intervento edilizio sia volto a «preservare, mantenere, ricostituire e rivitalizzare il patrimonio edilizio esistente» oppure sia diretto a «favorire l’utilizzo di energia rinnovabile», è consentito l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume se destinati ad uso residenziale e del 20% della superficie coperta se adibiti ad uso diverso, e questo anche «in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali provinciali e regionali».

AMPLIAMENTI - L’ampliamento degli edifici «deve essere realizzato in contiguità rispetto al fabbricato esistente» ma se ciò risulti materialmente o giuridicamente impossibile «potrà essere autorizzata la costruzione di un corpo edilizio separato, di carattere accessorio e pertinenziale».

CONDOMINI - In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento potrà essere realizzato anche separatamente per ciascuna di esse, compatibilmente con le leggi che disciplinano il condominio negli edifici.

DEMOLIZIONI - Per realizzare gli interventi, sono consentiti la demolizione e l’integrale ricostruzione degli edifici con aumento del 30% dei volumi per gli immobili residenziali e del 30% della superficie coperta per gli immobili a uso diverso. La percentuale di aumento puà arrivare fino al 35% se si utilizzano «le tecniche della bioedilizia» o le energie rinnovabili.

MIGRAZIONI - La ricostruzione dell’edificio demolito può anche avvenire su area diversa, purché l’area dove si ricostruiscono i volumi demoliti sia destinata a questo scopo, aumenti di volume compresi, dagli strumenti urbanistici e territoriali. Inoltre, l’area originariamente occupata dal fabbricato demolito «dovrà essere gravata da un vincolo di inedificabilità».

FOTOVOLTAICO - Per incentivare l’installazione di impianti fotovoltaici fino a 6 kilowatt, le pensiline o le tettoie realizzate su abitazioni già esistenti al momento di entrata in vigore della legge non siano calcolate nella cubatura dell’immobile. Inoltre, tali tettoie o pensiline finalizzate al supporto di impianti fotovoltaici «sono realizzabili anche in zona agricola» con una semplice Dia (Dichiarazione d’inizio attività). Dovranno però rispettare caratteristiche e dimensioni che verranno stabilite dalla Giunta regionale con successivo decreto.

SCONTI - Per questi interventi, il contributo di costruzione, ove dovuto, è commisurato al solo ampliamento ridotto del 20%. La riduzione arriva al 60% nell’ipotesi di edificio o unità immobiliari destinati a prima abitazione del proprietario o dell’avente titolo.

LIMITAZIONI - I comuni dovranno istituire ed aggiornare l'elenco degli ampliamenti autorizzati. Gli interventi «sono subordinati al titolo edilizio previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380». Gli edifici per i quali si chiede l’ampliamento dovranno essere già stati ultimati entro il 2008. Gli interventi sono subordinati all'esistenza delle opere di urbanizzazione primaria e al loro adeguamento al maggiore carico derivante dagli ampliamenti. Non si può intervenire su immobili aventi valore culturale o paesaggistico. E gli interventi su immobili commerciali non possono condurre a «derogare alle norme in materia di programmazione di grandi strutture di vendita».

ABUSIVI - Non può essere riconosciuto alcun aumento di volume o di superficie ai fabbricati anche parzialmente abusivi soggetti all'obbligo della demolizione, così come agli edifici che sorgono su aree demaniali o vincolate ad uso pubblico o dichiarate inedificabili.

ESCLUSIONI - I comuni hanno 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore della legge per escludere l'applicabilità delle norme a specifici immobili o zone del proprio territorio, sulla base di specifiche valutazioni o ragioni di carattere urbanistico, edilizio, paesaggistico, ambientale. I comuni possono pure stabilire limiti differenziati di ampliamento in relazione alle caratteristiche proprie delle

Ed ecco il testo del disegno di legge, in eddyburg

l'Assessore alle Politiche del Territorio, Angela Barbanente, ci ha inviato la nota che si seguito si riporta:

L’assessore

“Davvero gli Italiani sono così ingenui da ritenere efficace il piano straordinario per l'edilizia annunciato da Berlusconi? A nessuno sorge il dubbio che si tratti di un modo per distrarre l’opinione pubblica dai problemi quotidiani di una crisi gravissima che attanaglia persone e imprese e per coprire con sensazionali notizie spazi mediatici che potrebbero essere occupati dalla cruda realtà dei fatti? Una realtà che, come sappiamo, consiste in molteplici scippi a danno delle regioni del Mezzogiorno e, per quanto più direttamente ci interessa, in un’ostinata predilezione per inutili grandi opere, nella riduzione dei già esigui fondi destinati a rispondere ai bisogni abitativi delle fasce più deboli e a un’insopportabile perdita di tempo in tentativi di accentrare competenze regionali e risorse già ripartite. Per distogliere l’attenzione da tutto questo, basta annunciare provvedimenti sensazionali!

“E no, caro Berlusconi, noi non cadiamo nella trappola. Siamo molto attente e in grado di valutare i provvedimenti in base ai contenuti.

“Intanto per il Piano casa non c’è certo da esultare. Esso è ancora largamente una scatola vuota. Ci fa certo piacere che il governo abbia riconosciuto le nostre ragioni e si possa, con molti mesi di ritardo, far partire i Piani regionali promossi dal Governo Prodi immediatamente con 200 milioni e poi anche con i restanti 350. Non si può però dimenticare che ci sono voluti mesi di trattative e una raffica di ricorsi alla Corte costituzionale per conseguire questo risultato. Ma tant’è. La grande macchina comunicativa del governo Berlusconi è capace di far passare prima una scatola vuota e poi il recupero tardivo di programmi regionali per “iniziativa importantissima” del Governo.

“Quanto alle altre parti dell’annunciata "rivoluzione", l’idea appare di una rozzezza incredibile e certo non innovativa. Si tratta, infatti, del ritorno alla stagione delle deroghe indifferenziate, tristemente nota in Puglia per la sua scarsa trasparenza e per aver reso peggiore la qualità dell’ambiente, del paesaggio e anche della vita delle persone senza aver creato sviluppo. Su questo mi piacerebbe conoscere l’opinione di qualche Consigliere regionale di opposizione.

“Riguardo poi alla sostituzione del permesso di costruire con una perizia giurata di conformità resa dal progettista, sa Berlusconi che già oggi per molte opere è prevista la denuncia di inizio attività? E sa che le grandi speranze di semplificazione e snellimento riposte nella modifica della disciplina di tale procedimento e nell’istituto del silenzio assenso varati nel 2005, quando egli era presidente del Consiglio, sono state profondamente deluse? Ne conosce i problemi e le incertezze interpretative? E chi oggi esulta per l’innovazione annunciata si rende conto che la semplificazione viene così posta a carico del privato che si assume un onere istruttorio assai gravoso e rischioso in un paese caratterizzato da norme complicate e farraginose?

“Su questo abbiamo le idee chiare: riteniamo dannose le politiche fondate solo su modifiche procedimentali e provvedimenti derogatori. Per questo in Puglia abbiamo operato e continueremo a operare in modo diverso: con una politica per la casa attiva, con direttive e regole chiare, con incentivi mirati a rispondere ai bisogni sociali e a migliorare la qualità urbana come quelli previsti dai Pirp o dalle norme per la rigenerazione urbana, per l’abitare sostenibile e per aumentare l’offerta di edilizia residenziale sociale.”

Il governo Berlusconi si accinge a varare un provvedimento che sconvolge tutte le procedure edilizie. Sostiene di volerle snellire, agevolando la ripresa economica. Secondo le associazioni di tutela. questa misura sarebbe un disastro per il paesaggio e per l'assetto delle città. La Repubblica sostiene un appello promosso dagli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti al quale hanno già aderito gli urbanisti Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Italo Insolera ed Edoardo Salzano.

" Le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità. La proposta di liberalizzazione dell’edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi, rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio. Ecco perché c’è bisogno di un sussulto civile delle coscienze di questo paese. ".

L’appello può essere firmato sul sito di Repubblica.it, precisamente qui

La legge prevede l'abolizione della concessione edilizia da parte dei Comuni, sostituita dalla dichiarazione di un tecnico privato: per conto di chi costruisce, il professionista certificherebbe la conformità del nuovo edificio alle norme urbanistiche. In più, stando alle anticipazioni, si consentirebbe di aumentare il volume di un edificio nella misura del 20 per cento, se si tratta di un edificio residenziale, del 30 se commerciale. Sarà consentito demolire e ricostruire tutti gli edifici sorti entro il 1989 che non abbiano vincoli di tutela incrementando il volume del 30 per cento. Alcune Regioni, come la Sardegna e il Veneto, hanno già aderito e il governatore Giancarlo Galan porterà già oggi all'approvazione della giunta un provvedimento simile. Da parte di molte altre Regioni vengono invece avanzati dubbi quando non forte opposizione.

Palazzo Chigi ha diffuso, inviandola ufficialmente a Regioni ed enti locali, un’irresponsabile bozza di decreto legge su sedicenti "Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili".

Nulla ha dunque insegnato al nostro governo la "bolla edilizia" (housing bubble) che ha duramente colpito l’economia americana l’anno scorso. Secondo l’analisi di George Soros nel suo ultimo libro (The New Paradigm for Financial Markets: The Credit Crisis of 2008 and What It Means), le aspettative artificialmente create da un mercato immobiliare gonfiato ad arte hanno prodotto, fra 2001 e 2005, una crescita incontrollata degli investimenti immobiliari, e dunque dei relativi meccanismi di finanziamento (a cominciare dai mutui), sul presupposto che il valore degli immobili possa crescere indefinitamente, appoggiandosi a finanziamenti e prestiti sempre più alti, per immobili sempre più cari. Il solo fatto di concedere sempre più mutui, a condizioni facilitate, fece crescere la domanda immobiliare, anzi per alcuni anni parve convalidare le previsioni più ottimistiche, innescando un perverso inseguimento fra eccesso di domanda (e di debito) ed eccesso di offerta. Bastarono pochi anni, e l’eccesso degli investimenti immobiliari e del relativo indebitamento, oltre che distrarre il risparmio da investimenti più produttivi, finì con l’esser tanto alto da trascinare l’intero sistema nella rovina: la terribile housing bubble con conseguente bancarotta, appunto, di cui abbiamo letto su ogni giornale, evidentemente invano.

L’Italia, si sa, è il Paese europeo col più basso tasso di natalità. Ma è al tempo stesso il Paese col più alto consumo di territorio: per dare solo un esempio particolarmente raccapricciante, la Liguria ha consumato negli ultimi vent’anni il 45% della propria superficie libera da costruzioni, inondando il paesaggio di cemento (la media italiana è un già pessimo 17%). Basta mettere insieme questi due dati (bassa natalità, altissimo consumo del suolo), che contrastano drasticamente con l’esperienza Usa (un Paese in continua espansione demografica e con ampie aree a bassa densità abitativa), per comprendere come la "bolla immobiliare" nostrana, se gli investimenti non vengono dirottati altrove, sia destinata a esplodere con ben maggior violenza. La bozza ora emanata da Palazzo Chigi parte al contrario dall’ipotesi, quando meno azzardata, che per rilanciare l’economia nulla di meglio vi sia che scatenare la cementificazione del Paese. Allo scopo, s’intende, «di sostenere la domanda generale interna di beni e servizi, nell’attuale fase di congiuntura globale» (art. 1 della bozza). L’arcaica superstizione secondo cui l’unico investimento sicuro è quello del "mattone", comprensibile come retaggio di una società preindustriale, viene dunque adottata dal governo come linea vincente per salvare l’economia del Paese.

L’intento di fornire al "partito del cemento" una piena licenza di uccidere non potrebbe esser più chiaro. Si possono ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008: la percentuale si calcola sul volume per le unità residenziali, sulla superficie coperta per ogni altra (art. 2, c. 2). Se poi il 20% non basta, niente paura: si può arrivare comodamente al 35% (del volume o della superficie), purché si abbatta integralmente un edificio, ricostruendolo più in grande. Queste ed altre espansioni edilizie saranno fatte, assicura la bozza, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi» (art. 2 c. 1); persino l’altezza della nuova fabbrica può essere modificata, portandola fino a «quattro metri oltre l’altezza massima prevista dagli strumenti urbanistici vigenti». Per tutti questi interventi basta una d.i.a. (dichiarazione inizio attività), senza tanti permessi: il risanamento dell’economia non può aspettare. E se per caso si trattasse di edifici storici? Facile: basta far domanda alla competente Soprintendenza, e se per caso non risponde entro 30 giorni vale il principio del silenzio-assenso (art. 5, c. 3 e 5). Il Codice dei Beni Culturali viene in tal modo non ignorato, ma consapevolmente calpestato. La certezza del diritto cede il passo a una feroce delegificazione.

Impallidiscono, al confronto, i condoni edilizi ex post, piombati a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004). La foglia di fico della crisi economica non nasconde l’essenziale: questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell’intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città. Se, come è da sperare, questa bozza null’altro è che un ballon d’essai, sarà molto interessante vedere quali saranno le reazioni delle istituzioni. Che cosa farà il Ministero dei Beni Culturali, che in passato seppe far cadere le proposte di silenzio-assenso presentate dai ministri Baccini (2005) e Nicolais (2006), di fronte a questa norma assai più distruttiva? Che cosa diranno Regioni ed enti locali di fronte a tanta selvaggia deregulation? Qualcuno si ricorderà dell’art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica, in via prioritaria rispetto ad ogni altro interesse anche economico, «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione»?

Lo stuolo di portavoce del governo, nel rosario quotidiano dei telegiornali, spende spesso e volentieri la definizione "sinistra del no" (molto trendy anche su svariati quotidiani). Nel mazzo sfiorito di questi "no" seriali, che sarebbero la prova provata della sterilità intellettuale dell’opposizione, sono finite anche le dure critiche al cosiddetto "piano casa", che a una parte consistente dell’opinione pubblica appare come la deregulation della già sregolatissima cultura edilizia di uno dei Paesi più (mal) cementificati del mondo.

Come altre formule "pop" della destra di governo, lo slogan "sinistra del no" è semplice e funzionale: attribuisce all’opposizione una sorta di malumore preconcetto; e al governo un’alacre attivismo. Peso morto da una parte, motore virtuoso dall’altra. Il clichè rientra nel "normale" fastidio che questa maggioranza coltiva nei confronti dell’opposizione e delle sue prerogative. Ma c’è, specie in un caso come questo, strutturale per il futuro di tutti, un’aggravante sostanziale. L’aggravante è questa: che il merito delle questioni scompare. Si fissano (o si rifissano) le parti in commedia, quella dell’operoso Berlusconi e quella dei suoi neghittosi osteggiatori, e si evita accuratamente di parlare delle scelte concrete, delle loro conseguenze, dei pro e dei contro.

Un "no", isolato dal suo contesto, non ha senso. Ogni "no" (esattamente come ogni "sì") può essere giusto o sbagliato, motivato o pretestuoso, sciocco o intelligente, solo in misura della proposta o dell’evento che lo ha suscitato. Dire "sinistra del no" equivale a decontestualizzare ogni idea, ogni parola, nascondendola dietro un siparietto propagandistico uguale e contrario a quello assegnato al premier, ormai da quindici anni (tre piani quinquennali) sulla scena come fattivo e generoso artefice della rinascita nazionale.

La scomparsa del merito, della dimensione concreta dei problemi, non è solo uno dei morbi più velenosi e ottundenti della scena pubblica italiana. Sta diventando uno degli elementi fondanti dell’egemonia berlusconiana. L’aspetto psicologico, emotivo e dunque televisivo e spettacolare della politica ruba la scena alla discussione razionale. Un capo che sorride e ha nel cuore le sorti del popolo contro un’opposizione frustrata e invidiosa: questo è il plot che la gragnuola delle dichiarazioni da telegiornale, molti talk-show, molti titoli strillati hanno confezionato e consolidato. Quando si tratti, poi, di decidere se è giusto o ingiusto dare corso legale a centinaia di migliaia di piccoli abusi edilizi, favorire l’iniziativa privata magari a scapito di interessi collettivi nevralgici come l’integrità del paesaggio (quel che ne resta), ri-condonare di fatto l’attitudine anarchica che molti italiani scaricano sul territorio, allora ci si accorge che si deve risalire la china della caricatura propagandistica costruita in anni di sapiente semplificazione dei problemi. Se dico ancora "no", è costretta a chiedersi "la sinistra del no", faccio la solita figura del livido guastafeste? Mi si nota di più se dico "no" o se resto in disparte e non dico niente? E non sarà più simpatico dire "sì", in modo che il pubblico capisca che so variare il copione?

Si noti come le precedenti domande non abbiano niente, ma proprio niente a che fare con la sostanza delle questioni politiche in generale, e con il "piano casa" nello specifico. Una delle poche frecce rimaste nell’arco dell’opposizione è proprio questa: azzerare questo ricatto psicologico, ignorare le freddure sulla "sinistra del no", procedere come se si vivesse e si facesse politica in una Paese in cui i "no" e i "sì" si pronunciano solo in rapporto a quanto accade, non in rapporto a quanto sta scritto in un copione mediatico scritto, per giunta, da altri.

L’altolà di Carandini

di Carlo Alberto Bucci

«Il piano-casa è un allarme per il Paese». Andrea Carandini veste i panni dell’urbanista e boccia il progetto del governo Berlusconi. Seduto in pizzo alla poltrona alla quale ammette «di non essere affatto legato», tanto da «non vedere l’ora di tornare ai miei studi», il vecchio archeologo, neo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ieri ha fatto un discorso di insediamento che lo mette immediatamente in bilico sullo scranno che Salvatore Settis ha lasciato in polemica con il ministro Sandro Bondi. Il sì convinto dell’allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli alla proposta arrivata con una telefonata di Bondi «mentre ero in ascensore», appare infatti appannato dal "piano-casa". «L’intervento, per quanto si intravede - ha detto Carandini, aspettando di leggere la proposta nella sua forma definitiva ai primi di aprile - allarma, nel suo disordinato pointillisme, che rischia di portare nuove rughe al volto già usurato del nostro paesaggio rurale e urbano».

La "puntiforme" estensione dei condoni «viene ad aggiungersi al grande ciclo espansivo dell’edilizia dell’ultimo decennio che ha interessato soprattutto la "città diffusa"». Un pericolo incombe sull’Italia: «È ragionevole temere che venga ulteriormente impoverita la sostanza paesaggistica che potremo offrire a coloro che verranno a visitare il nostro Paese». Per Carandini «bisogna completare al più presto i piani paesaggistici». E in attesa che questi vengano messi a punto (potrebbero servire anche due o tre anni, ipotizza con una buona dose di ottimismo) «non resta che regolamentare l’attività edilizia, caso per caso attraverso le norme del Codice dei beni culturali, ricordando però che la potestà del ministero sull’autorizzazione paesaggistica, secondo la norma transitoria, ben presto si esaurisce: passati i sessanta giorni dal ricevimento del progetto, e il personale tecnico disponibile è scarso».

Davanti al ministro dei Beni culturali (dicastero «con problemi di sopravvivenza», sottolineata la penuria di fondi e personale) e ai consiglieri vecchi e nuovi (i professori Elena Francesca Ghedini, Emanuele Angelo Greco e Marco Romano, nominati al posto dei cattedratici dimissionari Andrea Emiliani, Andreina Ricci e Cesare De Seta), l’archeologo dell’Università la Sapienza ha anche, innanzitutto, sottoscritto le novità portate al Collegio romano dal ministro che starebbe pensando di tornare a occuparsi del suo partito (Forza Italia): ossia nomina di un commissario speciale, il capo della protezione civile Guido Bertolaso, per l’area archeologica di Roma, e quella di un super manager, l’ex leader di MacDonald, Italia Mario Resca, per la valorizzazione dei musei italiani. Ma, in conclusione del suo intervento, Carandini ha posto l’accento sull’ultima parola che dà corpo al Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici. Il paesaggio, appunto. Per l’autore di Archeologia classica (Einaudi), dal "piano-casa" vanno esclusi: «Le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici già adottati o approvati, i beni immobili di interesse culturale sottoposti a disposizioni di tutela del codice e le zone perimetrate come "centro storico" e "città storica" dagli strumenti urbanistici vigenti».

Il ministro Bondi ha approvato la relazione definendola «un perfetto affresco sul patrimonio culturale italiano» e ha ringraziato Carandini «per lo stimolante discorso e le utili indicazioni di lavoro». Molto apprezzata soprattutto l’analisi «sul rapporto Beni Culturali-Stato-Regioni». E già, perché Carandini ha brindato all’accordo di programma tra Bondi e Bassolino in tema di gestione delle bellezze della Campania. E ha detto che «il modello, completato per l’aspetto universitario potrebbe essere esteso, gradualmente, anche alle altre Regioni, nel quadro di una prospettiva nazionale».

Anche uno stop alle mire espositive del governo c’è nella relazione del vecchio archeologo. Che prima s’è trincerato dietro un «non è di nostra competenza» alla domanda se sarebbe d’accordo a prestare i Bronzi di Riace per il G8 in Sardegna. Ma poi, ribadendo che i prestiti si possono concedere solo per rassegne di alto contenuto culturale e scientifico, ha ammesso: «Sono contrario all’esposizione dei feticci, dirò sempre no alle mostre delle belle statuine».

L’obbrobrio chiamato "villettopoli"

di Leopoldo Fabiani

«Ha fatto benissimo Andrea Carandini a condannare il progetto del governo. Tutte le persone di cultura dovrebbero mobilitarsi contro una legge che si risolverà in un’ulteriore devastazione del nostro territorio». Pierluigi Cervellati, urbanista, docente a Venezia, autore di diversi piani regolatori, si oppone ferocemente al "piano casa" del governo Berlusconi.

Professore, non ci vede almeno un tentativo di rivitalizzare l’economia?

«Nemmeno un po’. È un condono edilizio "preventivo e gratuito". Almeno quelli degli anni ‘90, comunque micidiali nei loro effetti, prevedevano una sanzione economica. Tra i costi di un’operazione del genere non si può ignorare l’impoverimento del territorio e del paesaggio, bene primario per il nostro paese».

Qual è l’aspetto più criticabile?

«L’assenza totale di qualsiasi programmazione pubblica, la privatizzazione del bene comune, la crescita senza limiti di quell’obbrobrio che chiamo "villettopoli"».

Non le piacciono le villette?

«Andrebbero proibite per legge, anzi dovrebbero essere demolite. Sono uno degli elementi che più contribuiscono al degrado edilizio del nostro paese».

Ma non esiste un problema abitativo in Italia?

«Abbiamo un numero di case esagerato, e allo stesso tempo troppe persone (specie i giovani) che non dispongono di un’abitazione. Perché abbiamo il mito della casa di proprietà, e mancano gli alloggi pubblici da dare in affitto a chi non si può permettere di pagare un mutuo. La cosa che più mi indigna è che tutti saranno favorevoli a questi ampliamenti del 20% previsti dalla legge, perché le loro proprietà aumenteranno di valore. Alla fine il risultato è che in Italia abbiamo case sempre più belle, ma delle città e un territorio che fanno schifo».

Postilla

No, i panni dell’urbanista li veste proprio male l’uomo che ha sostituito Settis e, con l’uomo della McDonald, ispira e gestisce la politica del Mibac. Concentrare la protesta al “piano casa” di Berlusconi alla sola questione della tutela del paesaggio e dei beni culturali, per di più di alcune oasi, significa non aver capito nulla di che cosa succede a deregolamentare la legislazione urbanistica. Carandini propone di far salve dalla distruzione “le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici adottati o approvati” e i centri storici. Ma lo dicono anche i berluscones, che il paesaggio va – per l’amori di Dio! – tutelato, che i centri storici vanno protetti, anzi, rivitalizzati, che le aree protette vanno rispettate. Ma quante sono le aree effettivamente (sottolineo effettivamente) protette in Italia? E per di più,non è necessario essere un urbanista per comprendere che il territorio è un sistemam e non un insieme di brandelli, e che la protezione è assicurata solo dall’uso razionale e trasparente del territorio. La pianificazione urbanistica serve a questo. Oppure ci si accontenta di avere qualche isola protetta in un paese sempre più distrutto dallo svillettamento e divorato dal consumo di suolo? In una società sempre più devastata dalle privatizzazioni e commercializzazioni dei beni comuni?

Dal Garda a Messina, da Siena alla Murgia, il piano del governo rischia di dare il colpo di grazia al paesaggio. Legittimando l'edilizia selvaggia. Ecco gli scempi del futuro prossimo

Arriva l'onda. Un'onda anomala. Un'onda di cemento. La temono in Liguria, dove l'invasione di nuove costruzioni minaccia i pochi varchi lasciati liberi da decenni di speculazioni. Si prepara al peggio il lago di Garda, già deturpato dal boom di seconde e terze case. Guai in vista anche nella fascia agricola che ancora cinge la periferia sud-ovest di Milano, un'oasi di verde sotto assedio ormai da anni. Per non parlare delle regioni del Sud già deturpate da un abusivismo dilagante.

"Più case per tutti", annuncia Silvio Berlusconi. Ma il piano studiato dal governo per rilanciare l'edilizia rischia di dare il colpo di grazia ad alcuni dei paesaggi più sensibili del territorio nazionale, aree di straordinario valore ambientale e culturale finora almeno in parte risparmiate dall'aggressione dei costruttori. L'allentamento delle regole, la possibilità di aumentare la cubatura degli edifici fino al 20 per cento, di abbattere e ricostruire, magari altrove rispetto all'originale, le case realizzate prima del 1989, il tutto con procedure ridotte al minimo, viene descritta come una sciagura nazionale dalla grande maggioranza degli urbanisti, degli studiosi del territorio, degli ambientalisti. Un vero 'piano Attila' che secondo Antonello Alici, segretario generale di Italia Nostra, mette nero su bianco la definitiva estinzione "di quel poco di governo del territorio che finora aveva salvato alcune parti d'Italia". Nel mirino degli speculatori rischiano di entrare alcune delle aree a maggior valore ambientale e culturale del Paese. Nella lista spicca il parco dell'Appia antica a sud di Roma, da tempo segnato da abusi piccoli e grandi che ora potrebbero diventare legali. Alle porte di Milano è in pericolo il parco di Monza, polmone verde assediato dalle villette in stile brianzolo. A Torino invece la deregulation introdotta dal piano casa potrebbe addirittura stravolgere la struttura urbana del centro già compromessa da demolizioni e grandi opere. E al Sud va citato a titolo di esempio, ovviamente in negativo, la colata di cemento che ha stravolto l'area costiera dello stretto di Messina. Qui il piano casa, secondo le critiche di Italia Nostra, rischia di legalizzare perfino le costruzioni in aree ad alto rischio di frane e alluvioni.

Peggio ancora. Il nuovo provvedimento studiato dall'esecutivo con la collaborazione (interessata) di alcuni governatori regionali come Giancarlo Galan (Veneto) e Ugo Cappellacci (Sardegna) andrebbe ad aggravare la situazione ormai fuori controllo di alcune grandi aree urbane. Gaetano Benedetto, condirettore generale del Wwf, parla di "polverizzazione edilizia". E cioè una miriade di iniziative che finiscono per sottrarsi a una qualunque regia centrale. "Nella sola città di Roma giacciono almeno 700 mila pratiche edilizie inevase", segnala Benedetto. A cui vanno aggiunti i 60 milioni di metri cubi supplementari previsti dal piano regolatore varato dalla vecchia giunta di Walter Veltroni. Basterà l'effetto annuncio della legge berlusconiana per provocare un aumento delle richieste dei cittadini. E alla fine, prevede Benedetto, "sarà il caos, una situazione ingovernabile dove risulterà di fatto impossibile perseguire gli abusi".

Roma non è un'eccezione. Molte importanti amministrazioni comunali, non solo al Sud, faticano a gestire l'esistente. E adesso rischiano di essere travolte da una valanga di lavoro straordinario. Niente paura, fa sapere il governo, la burocrazia sarà ridotta al minimo. Nel nome della deregulation, il permesso di costruire verrà abolito e sostituito da una perizia giurata del progettista. In pratica, sarà lo stesso geometra pagato dal costruttore ad autocertificare la regolarità dell'intervento edilizio. In questo modo, sostiene Alici di Italia Nostra, "si legalizza un principio dagli effetti devastanti, peraltro già molto applicato in Italia. È il principio secondo cui prima si fanno i lavori e poi qualcuno controllerà se si poteva oppure no". E a questo punto, come insegna l'esperienza del passato, l'eventuale abuso potrà essere sanato con un provvedimento ad hoc. Le possibilità di manovra per gli speculatori allora diventano pressoché infinite.

Del resto, è lo stesso progetto casa berlusconiano a somigliare molto a un condono camuffato. Le irregolarità degli anni scorsi - alzare il tetto, aggiungere una stanza, chiudere un balcone - potranno essere sanate in base ai criteri introdotti dal nuovo provvedimento. Liberi tutti, allora. Magari rispettando i più moderni criteri di risparmio energetico e sicurezza. Perché chi abbatte una casa costruita prima del 1989 potrà rifarla più grande di prima (fino al 30 per cento) anche in un luogo diverso dall'originale, ma a patto che si adegui a determinati standard ecologici. Fin qui niente di straordinario o particolarmente innovativo. Anche il Wwf si dichiara favorevole ai provvedimenti che consentono aumenti delle volumetrie condizionandoli all'aumento dell'efficienza energetica delle abitazioni. Il fatto è, però, che l'indubbio vantaggio per l'ambiente rischia di essere annullato dal consumo supplementare di territorio. Se nei centri cittadini mancherà lo spazio per ristrutturare e ricostruire, gli immobiliaristi demoliranno i vecchi edifici per lottizzare nuove aree di periferia strappate a quel poco che resta di verde e agricoltura.

"La dimensione urbana conquisterà nuovi spazi e si aggraverà il problema del consumo di suolo libero, e quindi di paesaggio", dice Sergio Lironi, presidente onorario di Legambiente a Padova. Paesi come Germania e Inghilterra hanno da tempo affrontato la questione fissando limiti severissimi per impedire le nuove costruzioni su terreni agricoli. "In Italia invece cemento e asfalto stanno divorando territorio a una velocità sempre maggiore", denuncia Paolo Pileri, il professore del Politecnico di Milano che guida l'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo, promosso dall'ateneo lombardo insieme a Legambiente e all'Istituto nazionale di urbanistica. E così, secondo gli unici dati disponibili, tra il 1999 e il 2004 le aree urbanizzate, cioè trasformate da cemento e infrastrutture, sono cresciute in Lombardia di 24.742 ettari: quasi 5 mila all'anno. È come se ogni 12 mesi nella Pianura padana si costruisse una nuova città delle dimensioni di Brescia là dove prima c'erano prati, terreni agricoli e boschi. In Liguria, già sottoposta a un enorme stress ambientale, dal 1990 fino a oggi è andato perduto oltre il 45 per cento del territorio libero. Anche in Veneto l'ultimo decennio è stato segnato da una velocissima espansione degli insediamenti residenziali e produttivi. Dal 2001 al 2007 sono state realizzate case d'abitazione per circa 40 milioni di metri cubi all'anno. Quanto basta per dare alloggio ad almeno 600 mila nuovi abitanti. Al ritmo di incremento demografico attuale (immigrati compresi) servirebbero 15 anni per utilizzare tutte queste abitazioni, come ha calcolato Tiziano Tempesta dell'Università di Padova. E nel frattempo continuano a mancare gli alloggi per chi ne ha più bisogno: giovani coppie, famiglie povere e immigrati.

In Veneto come altrove, il frenetico sviluppo edilizio degli ultimi anni ha privilegiato le iniziative speculative: villette, capannoni e centri commerciali. Poco o nulla, invece, per le fasce più deboli della popolazione. E adesso che la recessione minaccia i bilanci dei costruttori, Galan rilancia. La giunta veneta ha fatto addirittura da battistrada varando a tempo di record (martedì 10 marzo) un progetto di legge sulla casa che anticipa le novità governative. Da altre Regioni, invece, arrivano reazioni tiepide o negative. Il presidente della Liguria, Claudio Burlando, ricorda che "questo governo ha tagliato i fondi stanziati per l'edilizia residenziale pubblica". In Piemonte, Mercedes Bresso avverte che "il piano potrebbe provocare disastri sia nel patrimonio architettonico delle nostre città che nel paesaggio delle nostre campagne". Hanno preso le distanze anche Calabria, Umbria ed Emilia Romagna. Ce n'è abbastanza per prevedere che il piano casa finirà sotto il fuoco incrociato delle regioni. Quelle guidate dal centrosinistra, probabilmente. Ma non solo, visto che da Palermo anche il governatore Raffaele Lombardo ha accolto con freddezza le novità da Roma. Del resto in materia di governo del territorio e tutela ambientale, la Costituzione assegna alle Regioni una competenza concorrente con quella del governo centrale. Che deve limitarsi a fissare principi fondamentali. "Ma a questo punto non escludo ricorsi alla Corte Costituzionale per risolvere eventuali conflitti", dice Daniele Granara, avvocato che da anni difende le ragioni delle grandi associazioni ambientaliste. Giovanni Losavio, presidente nazionale di Italia Nostra, arriva a ipotizzare "una violazione di tre diverse norme costituzionali, compreso il principio fondamentale di tutela del paesaggio".

Ma più che dai ricorsi legali, i programmi berlusconiani potrebbero essere frenati dalla recessione. Nella sola Milano oggi si contano oltre 100 mila appartamenti sfitti. I prezzi degli immobili sono in caduta. Dopo gli anni del boom innescato dal credito facile, le aziende faticano a finanziare i nuovi investimenti. E le banche scottate dalla crisi pensano più che altro a ricapitalizzarsi stringendo le maglie di prestiti e mutui. Intanto nelle agenzie si accumulano offerte di immobili che restano invenduti. E il piano casa non sembra davvero in grado di contrastare neppure l'impennata della disoccupazione. Anzi, come ricorda anche il Wwf, il "settore edile è il più segnato dal lavoro nero".

Le Associazioni qui rappresentate hanno più volte denunciato il processo di manomissione, di cementificazione e di imbruttimento dei paesaggi italiani, pur in presenza di taluni atti (le demolizioni dell’ex Hotel Fuenti e di Punta Perotti, l’approvazione del Codice per i beni culturali e paesaggistici) che sembravano aprire una fase di rinnovata, consapevole e condivisa tutela di questo bene fondamentale. Esse rivolgono ora un pressante appello al governo, al parlamento, al presidente della Repubblica affinché il programma per l’edilizia enunciato non venga, anzitutto, approvato nella forma sbrigativa del decreto legge con cui si impone alle Camere di ratificare un provvedimento tanto complesso senza, di fatto, discuterlo. Mentre, trattandosi di principi fondamentali nella materia di governo del territorio (oggetto di legislazione concorrente di Stato e Regioni), si deve escludere che ricorra il caso straordinario di necessità ed urgenza che legittima il Governo all’assunzione di potestà legislativa. Tanto più se fossero previste modifiche peggiorative al Codice dei beni culturali e del paesaggio (in materia dunque che ha copertura nell’art. 9 della Costituzione) con la più volte annunciata esclusione della efficacia vincolante del parere rimesso alle Soprintendenze sugli interventi in aree vincolate.

Osserviamo nel merito che la semplificazione delle procedure edilizie non può spingersi fino all’abolizione del permesso di costruire (garanzia insopprimibile di legalità nell’edilizia) e alla sua sostituzione con una spicciativa autocertificazione del progettista, mentre agli uffici tecnici comunali sono date limitatissime facoltà di contestazione. Contro il principio costituzionale di buon andamento dell’amministrazione e in un evidente squilibrio di forze fra gli uffici comunali e chi rappresenta corposi interessi privati.

Molto rischioso, nella stessa direzione, anche l’ulteriore allargamento della già discutibile Dichiarazione Inizio Attività (DIA), nonché l’inclusione di ogni sorta di interventi fra le opere di “conservazione” e l’ammissione ai benefici della nuova legge dei Comuni ancora privi di strumenti urbanistici i quali semmai vanno, in vario modo, sollecitati a dotarsene. Mentre del tutto improponibile è la prevista assoluta liberalizzazione delle opere interrate, accessorie alla residenza, e nella elevatissima misura del 20 per cento del volume dei fabbricati esistenti, quando invece l’edificazione sotterranea esige rigorosi controlli di fattibilità e sicurezza e, specie nelle aree urbane storiche, verifiche preventive di compatibilità con la tutela archeologica. La quale va mantenuta salda e forte, in capo alle Soprintendenze e non disarticolata con continui commissariamenti (vedi Pompei, ed ora Roma, addirittura l’intera sua Provincia) per ragioni di “protezione civile” che svuotano le Soprintendenze stesse e rimandano nel mondo l’immagine di un’Italia disastrata.

La ristrutturazione e il recupero di fabbricati e la riqualificazione di interi quartieri semi-periferici e periferici precariamente edificati nell’ultimo dopoguerra possono essere attuati soltanto con piani pubblici, attenti e rigorosi, elaborati d’intesa fra Regioni e Comuni, col controllo degli organismi della tutela. Piani i quali tengano conto non del solo mercato ma di una domanda di alloggi popolari e sociali sin qui largamente insoddisfatta, con un intervento pubblico precipitato all’1 per cento.

Tali piani di recupero possono prevedere, in sede regionale, anche premi in cubatura ma non certo nella misura preventivata del 20 per cento. Allo stesso modo un premio generalizzato pari al 10 per cento non può venire regalato indiscriminatamente a chiunque voglia aggiungere altra edilizia nelle zone agricole già tanto invase e di per sé preziose come bene primario, con l’ulteriore effetto di grave alterazione nelle tipologie delle superstiti architetture rurali di tradizione.

Il Paese ha bisognodi una legge-quadro la quale ponga le Regioni in condizione di legiferare in modo snello e insieme rigoroso, valorizzando il paesaggio, i centri storici, i parchi nazionali e regionali (minacciati invece da nuove norme a favore della caccia e a danno dell’avifauna), riqualificando le nostre periferie, potenziando il trasporto locale su rotaia, dando risposte serie ad una nuova domanda di edilizia economica e sociale anche attraverso il recupero attento del patrimonio esistente ed evitando il più possibile ogni nuovo consumo di suoli liberi, agricoli e forestali. Che si stanno infatti diffusamente impoverendo, con danni irreversibili al bene primario del paesaggio: dalla collina veneta, all’Agro Romano (dove la superficie agro-forestale è stata più che dimezzata fra il 1961 e il 2000), alla costa siciliana.

Assotecnici, Ass. R. Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza, eddyburg, Italia Nostra, Legambiente

La manovra è concertata con due "regioni di destra" che, sodali del Presidente del Consiglio, gli aprono la strada e danno la linea alle altre regioni. I comuni saranno dunque abilitati, contro le prescrizioni di piani e regolamenti, a promuovere l’ampliamento del patrimonio edilizio nelle misure dal 20 al 35 per cento.

Non importa se è così sovvertito l’assetto razionale delle città disegnato dai piani regolatori. Berlusconi promette un boom edilizio pari a quello del dopoguerra, perché dall’edilizia civile pretende un contributo decisivo al superamento della crisi economica, non bastano le grandi opere, Ponte sullo Stretto, Mose e infrastrutture d’ogni specie. Anche i permessi di costruire (irrinunciabile controllo di legalità) sono un inutile ostacolo, basta la parola del progettista. Ma pure le sanzioni dell’abusivismo debbono essere attenuate e anzi cancellate se c’è il ravvedimento operoso.

Non basta, l’ostacolo infine del paesaggio deve essere rimosso e cosa nasconda la promessa semplificazione delle procedure per i permessi in materia ambientale e paesaggistica è ben facile intendere.

Sull’ordine urbano e il paesaggio si scarica uno sregolato boom edilizio.

Italia Nostra, allarmata, invita le Regioni che ancora sentono la responsabilità del governo delle nostre città a respingere il progetto del Presidente del Consiglio, così dimostrando di saper fare buon uso delle autonome potestà che la Costituzione ad esse attribuisce. Mentre non dubita che il Presidente della Repubblica, nell’esercizio dei poteri a lui affidati dall’art. 87, comma 4, della Costituzione, verificherà se il disegno di legge di iniziativa governativa risponda al principio del buon andamento dell’Amministrazione (art. 97 Cost.) e a quello, fondamentale, della tutela del paesaggio (art. 9).

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