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Intendiamoci: quello che sta per essere proposto dal governo è un vero e proprio condono, tra l’altro già noto ai bene informati, che consentirà di ampliare e sanare soprattutto migliaia di seconde case, che inciderà ancora una volta pesantemente sul territorio e che utilizza come misero pretesto il problema-casa e l´incapacità di redigere un vero piano-casa, come si fa dovunque nella lontana Europa. Approfittando del varo della legge per un vago stanziamento di fondi per l’edilizia popolare a favore di Regioni che, come quella campana, non sapranno nemmeno come utilizzarli, non avendo né piani né programmi credibili, il governo ci infila dentro le solite norme deregolative. Non è difficile immaginare i danni che questa operazione provocherà, soprattutto agli appetitosi paesaggi di pregio, stimolando, a breve termine, un sostanzioso giro di danaro, ma nessuna prospettiva di sviluppo duraturo.

Soprattutto, non è difficile immaginare gli effetti che questo quarto condono edilizio della storia repubblicana avrà sul fragile paesaggio campano e sull’ancor più fragile macchina amministrativa che dovrebbe gestirlo, sulla quale gravano ancora centinaia di migliaia di pratiche in attesa di essere evase. Di fronte a questa ennesima, certa, ondata predatoria, si potrà valutare ancora una volta l’atteggiamento che avranno i governi regionali, delegati, com’è noto, alla gestione della materia urbanistica. La Regione Campania, com’era inevitabile, già ai tempi dello scorso condono si è distinta per un comportamento elusivo e ai limiti del comico, approvando allora un provvedimento teso a ridurre i margini di manovra del condono un quarto d’ora dopo il tempo limite, per poi fare inutili ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, lasciando nell´incertezza migliaia di cittadini, ma soprattutto contribuendo, nei fatti, all´affamato sistema della macchina speculativa e criminale dell’edilizia campana.

La Campania resta la regione italiana delle finte tutele. Il caso della Penisola Sorrentina, consegnata alla speculazione edilizia a sfondo semi-abusivo e dove la sistematica distruzione di agrumeti e uliveti, per fare posto a enormi parcheggi e volumi interrati, è all’ordine del giorno e rimarrà come un marchio della gestione urbanistica del centrosinistra, soprattutto perché, nonostante le denuncie e nonostante siano chiari gli effetti di alcune leggi regionali (in particolare la 19/2001, fintamente modificata dalla 16/2004), non si prendono provvedimenti che invertano questa incredibile situazione. In confronto, i recenti episodi di abusivismo edilizio sulla collina di Camerota fanno sorridere, perché in un’area parimenti tutelata di quella del Cilento, la Penisola appunto, si sta consentendo di costruire gli stessi volumi ma, questa volta, sotto l’egida inconcepibile della Regione Campania.

Del resto la kafkiana resistenza dell’ecomostro di Alimuri è solo la punta di un iceberg di un sistema di tutele che evidentemente non funziona, o non è messo scientemente in condizioni di funzionare. Il resto lo fanno i sindaci, soprattutto quelli dei Comuni più piccoli, assetati di voti e dei soldi degli oneri concessori, i tecnici, pronti a firmare e giurare il falso, e le commissioni edilizie, organo di emanazione politica fatto di commistioni non chiare e conflitti di interessi plateali, di fatto abolite dal codice del paesaggio (codice Urbani-Rutelli), ma ovviamente prorogate chissà per quanto ancora dalla Regione. E il centrodestra che si vede all’orizzonte non pare proporre alternative credibili.

Tutte le potentissime voci del partito del fare annunciano il piano casa del premier Silvio Berlusconi e del suo avvocato di fiducia Niccolò Ghedini. Si tratta, come dicono quelli che sanno di economia e di finanza, di una "deregulation", vale a dire di una liberazione dai lacci e lacciuoli che soffocano la libera iniziativa privata.

Per quel che ne so delle precedenti deregulation all’italiana esse non hanno vie di ritorno: se fanno dei guasti sono irreparabili.

Mi provo a ricordarne alcune. Nei lontani anni Sessanta come cronista feci un’inchiesta sulle vacanze dei milanesi, andai a vedere cosa facevano nel golfo del Tigullio e usai un neologismo che ebbe la consacrazione dei dizionari: "rapallizzazione". Per dire un’urbanizzazione senza regole e misura, banchi compatti di case e casoni che dal mare risalivano le valli e coprivano gli oliveti. L’inizio della distruzione delle due Ligurie di Levante e di Ponente lungo le quali oggi si corre su un’autostrada da cui il mare è invisibile tra cartelloni pubblicitari e antisuono. Un’altra esperienza di deregulation all’italiana la feci dopo l’alluvione del Polesine. Cercai di capire le cause e mi dissero che i corsi d’acqua, anche i più piccoli, devono avere la loro "fascia di pertinenza" o di "divagazione", ma che migliaia di sindaci democraticamente eletti, per guadagnare o conservare i consensi popolari, per non opporsi al partito del fare, avevano riempito di case e di fattorie le terre di esondanza fra gli argini e che il guasto era irreparabile perché nessuno era in grado di assumersi l’onere della distruzione delle costruzioni abusive.

Poi vennero gli anni del miracolo economico e della industrializzazione trionfante e andai a vederne gli effetti a Torino, dove per costruire fabbriche, magazzini, mercati, strade il terreno tra il Po e la Dora era stato coperto da uno strato impermeabile di cemento e asfalto, per cui l’acqua non scendeva nel terreno ma si riversava nei fiumi e, come nel gioco del domino, per cementificazioni successive si arrivava fino al mare in una catena inevitabile di sciagure.

Mi sono occupato del popolo del fare e della sua tendenza ad agire alle spalle della comunità quando il ministro Ruffolo cercò di dare il via alla bonifica della valle del Lambro e di altri fiumi e fiumiciattoli dove gli operosi imprenditori "deregolati" versavano i loro veleni. Ne ricordo uno ad Agrate Brianza che diceva di aver inventato il modo per ricavar benzina dai rifiuti industriali e invitava i giornalisti a visitare la sua fabbrica piena di alambicchi giganteschi. Poi si seppe che faceva i soldi liberandosi per conto dei fabbricanti della zona dei rifiuti versandoli nei canali d’irrigazione o in una cisterna che perdeva sugli asfalti stradali. Oggi nel bacino del Lambro l’inquinamento arriva a trentadue metri di profondità. Irrecuperabile.

Con l’odierna deregulation, ci informa il governo, «si semplifica l’attività edilizia con l’abolizione dei permessi di costruzione sostituiti da un certificato di costruzione firmato dal progettista, il quale, sotto la sua responsabilità, deve accertarsi della piena regolarità delle opere». Se abbiamo capito bene il rigoroso controllo dell’edilizia pubblica e privata verrebbe affidato proprio a chi è esposto alle tentazioni del facile guadagno e della corruzione, a chi in ogni occasione mostra la sua avversione per lo stato di diritto, per la giustizia eguale per tutti. A Berlusconi non si può disconoscere il coraggio dell’impudenza e il gusto della provocazione. Se non si possiedono come si fa decentemente a proporre un controllo dell’edilizia, cioè di una parte importantissima dell’economia, a un ceto dirigente che ha praticamente accettato le mafie come forma di governo? Come è possibile offrire il controllo della nostra economia, una sorta di autogoverno, a chi ogni settimana riempie le cronache criminali e giudiziarie: giudici che conducono una guerra per bande per assicurarsi il controllo di un palazzo di giustizia, professori universitari che violano le leggi per questioni di potere, operazioni di salute pubblica come lo sgombero dell’immondizia nelle grandi città possibili solo con la complicità della Camorra, ai prezzi che essa richiede. Interi governi regionali in Abruzzo, in Sicilia, in Calabria, nelle Puglie coinvolti nel malgoverno, uso demenziale del pubblico denaro per opere faraoniche come il ponte sullo stretto, o come la dissipazione senza fondo della Salerno-Reggio Calabria, il continuo rifacimento di opere sbagliate o di materiali scadenti. Un esercito di servi che nega il regime mentre lo serve, e le domande angosciose degli onesti: che ne sarà dei nostri figli in questo paese senza decenza e senza pudore?

Il piano casa come una sanatoria di fatto di tutte le violazioni passate, come premio ai disonesti. Dicono che gli italiani non abbiano il senso dello stato. E come potrebbero averlo se questi sono i governi?

C'è chi la chiama legge anti-catapecchie, chi un rinnovamento edilizio stile Obama, cioè per promuovere l'utilizzo delle fonti di energia alternativa. Ma la rivoluzione annunciata da Silvio Berlusconi per l'edilizia, "un piano straordinario con effetti eccezionali sulla casa", dice il premier, promettendone l'approvazione al prossimo consiglio dei ministri, è anche qualcos'altro.

C'è un intervento di edilizia popolare con un piano da 550 milioni concordato con le regioni: le case saranno date in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, con diritto di riscatto. Ma il grosso della manovra è un altro: il via libera a un sostanzioso aumento delle cubature di tutto il patrimonio edilizio esistente, una liberalizzazione spinta delle norme per costruire, un ritorno in alcuni casi al "ravvedimento operoso" dal sapore di condono. C'è un articolato, già discusso da Berlusconi con i governatori del Veneto, Giancarlo Galan, e della Sardegna, Ugo Cappellacci, che costituisce l'ossatura di quella "rivoluzione" annunciata ieri, che ha ottenuto già l'approvazione delle due Regioni. È probabile che al prossimo consiglio dei ministri il premier proponga un progetto molto simile a quello dei governatori.

Vediamolo questo progetto di stampo "federalista" che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo. Titolo: "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l'utilizzo di fonti di energia alternativa". Dà la possibilità alle Regioni che la accettino, di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici ( realizzati prima del 1989) per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più, in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici, energetici", di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità, giurata, da parte del progettista, di rendere più veloci e certe le procedure per le autorizzazioni paesaggistiche.

Il primo punto riguarda l'ampliamento degli edifici esistenti. I Comuni posso autorizzare, " in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 20% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L'ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un " corpo edilizio separato avente però carattere accessorio". In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento può essere chiesto anche da singoli separatamente.

Ma non basta. La Regione "promuove" la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989, che non siano ovviamente sottoposti a tutela, e che debbono essere adeguati agli odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici. Anche qui i Comuni possono autorizzare l'abbattimento degli edifici ( in deroga ai piani regolatori) e ricostruirli anche su aree diverse ( purché destinate a questo scopo dai piani regolatori). Qui l'aumento di cubatura previsto è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale, e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è del 35%.

Tutti questi interventi debbono rispettare le norme sulle distanze e quelle di tutela dei beni culturali e paesaggistici, non potranno riguardare edifici abusivi, o che sorgono su aree destinate ad uso pubblico o inedificabili, non potranno essere invocate per aprire grandi strutture di vendita, centri commerciali. Sono previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se la casa è destinata a prima abitazione del richiedente o di uno suo parente entro il terzo grado.

Fin qui la legge che verrà proposta alle Regioni, che ha già la disponibilità di Veneto e Sardegna, anche se non c'è dubbio che, con Comuni assetati di quattrini e assediati dalla crisi economica, le adesioni saranno molte. C'è anche una ridefinizione delle sanzioni, solo amministrative nei casi più lievi e più severe se nel caso di beni protetti. E' previsto un ambiguo "ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato", dal sapore di condono, e norme per semplificare le procedure riguardanti i permessi in materia ambientale e paesaggistica.

La fondatezza dell’allarme lanciato da Italia Nostra è dunque dimostrata dalla resistenza che i colleghi di governo hanno opposto alla intenzione del Presidente del Consiglio di procedere, subito oggi, con un decreto-legge. Disegno di legge invece, che oggi il Consiglio dei Ministri inizia soltanto a discutere, perché evidentemente non ne sono convinti i ministri di Lega e AN, come riferisce la stampa.

Ma ancora si insiste per la soppressione del permesso di costruire come se potesse bastare la parola del progettista. Il principio di buon andamento della Amministrazione (art. 97 Costituzione) esige il controllo pubblico preventivo su ogni trasformazione urbana. Gli interventi edilizi in aumento sull’esistente sono affidati all’esclusiva iniziativa dei proprietari (e ammessi anche contro i vigenti piani regolatori) e dunque del tutto estranea alle preoccupazioni del Presidente del Consiglio l’esigenza di misure organiche di recupero delle zone della più degradata periferia attraverso una responsabile pubblica pianificazione.

Infine si dà per certa anche una modifica del Codice dei beni culturali e del paesaggio per escludere – ancora riferisce la stampa- ogni ipotesi di efficacia vincolante del parere delle soprintendenze sugli interventi in ambiti ambientali protetti. Insomma l’edilizia non solo contro l’urbanistica, ma pure contro il paesaggio che la Repubblica tutela per precetto dell’art. 9 della Costituzione. Conforta che la presentazione alle Camere del disegno di legge che il governo andrà ad approvare passerà alla verifica del Presidente della Repubblica.

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Quando l’Italia uscì dalla seconda guerra era un paese in ginocchio. Insieme ad un’economia distrutta e a tante città rase al suolo da bombardamenti indiscriminati, c’erano milioni di persone che vivevano al limite della sussistenza in alloggi di fortuna, in grotte o tuguri. Nonostante l’urgenza di avviare in fretta la ricostruzione, il decreto legislativo del marzo 1945 avviò la stagione dei “piani di ricostruzione”, strumenti di governo che, seppure più semplici dei piani regolatori e con procedure di approvazione più veloci, tentavano comunque di disegnare un progetto condiviso.

Nel febbraio 1949, quando le condizioni strutturali erano mutate di poco rispetto a quattro anni prima, ed erano anzi anni in cui la popolazione cresceva vertiginosamente, si avviò il grande piano di realizzazione di alloggi pubblici dell’Ina casa. Migliaia di case realizzate in tutta Italia sulla base di programmi che prendevano a cuore l’esigenza sociale di costruire case a basso reddito.

Oggi il paese è infinitamente più ricco e appesantito dal diluvio di cemento che si è abbattuto nell’ultimo decennio del liberismo sfrenato. Sono stati costruiti mediamente 300.000 alloggi ogni anno. Abbiamo oltre 31 milioni di abitazioni, mentre la popolazione è stabile da oltre un decennio. Il mercato edilizio è fermo perché ci sono molte case invendute. In Spagna, dove la crisi edilizia è più acuta che da noi, si è varato un piano di acquisizioni pubbliche delle case invendute. In questa Italia ricca e ubriaca di cemento, i “furbi del quartierino” che ci governano vogliono dare un aumento indiscriminato a tutti, senza quella mediazione rappresentata dai piani urbanistici che, come noto, cercano faticosamente di armonizzare esigenze individuali con il diritto di tutti di avere città belle e vivibili.

In tempi di emergenza e di bisogni estremi, chi aveva responsabilità di governo e l’intera comunità ebbero la maturità di accettare le regole fondamentali di una civile convivenza. Non sono mancati abusi in quel periodo. Ma c’era un sentire comune che sembra scomparso. Oggi non si può neppure tentare di rintracciare gli elementi che legano la comunità. Ciò che conta è l’interesse privato, la visione di corto respiro, l’egoismo proprietario. Un brutto segnale, davvero.

Anche perché costruito su motivazioni truffaldine. Si dice che l’edilizia non può svolgere il suo ruolo salvifico perché la burocrazia pubblica strangola i virtuosi imprenditori e i loro tecnici. Un argomento grottesco nei tempi attuali segnati dalla più grave crisi economica della storia moderna, causata proprio dall’avidità di un mercato senza regole. Ancor più grottesca, perché assolutamente falsa: in questi anni, come dicevamo, si è costruito tantissimo.

Ma il governo ha trovato la ricetta giusta: bisogna costruire ancora “ per dare stanze a figli e nipoti nelle ville di famiglia”. Ha detto proprio così, Berlusconi: nelle ville. Come dicono tutti gli istituti di ricerca seri, da Nomisma al Cresme, questi anni di cemento selvaggio non hanno risolto il problema della casa perché non si è realizzato nessun alloggio pubblico. Solo edilizia privata, troppo costosa per le famiglie più povere.

Regalare il 30 o il 35% della cubatura esistente ai privati servirà dunque a incrementare il reddito dei proprietari, ma non servirà per dare soluzione al problema casa. Sul fatto che servirà a rilanciare il mercato, i maggiori economisti hanno seri dubbi, proprio perché siamo in un periodo di eccesso di offerta. E allora perché il governo ha ipotizzato e tanto sapientemente enfatizzato l’intervento sul mercato edilizio? Per due buoni motivi.

Il primo è quello che accennavamo prima. Dare il colpo di grazia a quel poco che resta della funzione pubblica in materia di governo del territorio. Le soprintendenze di Stato ridotte nelle prerogative, nelle risorse economiche e nel personale; le Regioni ormai derubricate da enti di programmazione a funzioni di routine. Ora tocca ai poteri di controllo dei comuni. In nessun altro paese del mondo occidentale verrebbe in mente di affidare la bellezza delle città a perizie giurate di tecnici pagati dai volgari speculatori che governano l’economia del mattone. Nell’Italia di Berlusconi, sì. Era proprio questo, del resto, il punto su cui si soffermava entusiasta il presidente dei costruttori nazionali, tal Paolo Buzzetti, che passerà alla storia per aver sperimentato a Roma e diffuso in tutta Italia il grimaldello dell’accordo di programma.

Il secondo punto è che dopo che si sarà diradato il fumo dell’effetto annuncio, si vedrà che qualcuno ci guadagna. E molto. Facciamo tre esempi, confortati dal fatto che per testare il provvedimento hanno fatto da cavia i presidenti delle regioni Veneto e Sardegna.

Il Veneto perché è la patria del paesaggio dei capannoni vuoti. Una quantità impressionante di contenitori prima utilizzati come piccole fabbriche, magazzini o per attività commerciali oggi desolatamente vuoti. Di proprietà di gruppi sociali che ha votato per il centro destra e attendeva il regalo: 30-35% di incremento di superficie e (vedrete che sarà così) la possibilità di riconvertire in residenze. Per capire di cosa parliamo, si pensi che un normale capannone ha superfici di 5 o 6.000 metri quadrati. Un regalo di 2.000 metri quadrati da costruire. Milioni di rendita!

La Sardegna ha luoghi di bellezza sublime occupati da caserme o da ex strutture minerarie. Mentre Tremonti venderà per fare cassa, Berlusconi regala rendita. Ai privati, naturalmente, e anche in questo caso si tratta di migliaia di metri cubi che, dato il contesto, serviranno a devastare quanto resta del paesaggio.

I proprietari di grandi compendi immobiliari e delle ville “ stile cafone” tanto di moda, infine. Anche in questo caso migliaia di metri cubi regalati. Milioni di euro che andranno a ingrassare i pingui detentori di incalcolabili rendite. Altro che le stanzette per le famiglie modeste, il governo pensa al proprio elettorato di riferimento.

E allora tutto è perduto? Macchè, le contraddizioni sommergeranno il governo: basterebbe avviare una grande offensiva culturale. Insieme ai soliti noti vincitori della tombola ci sarà chi ci rimette. Tutti i cittadini che vedranno diventare più brutte le città. Perché nelle zone a bassa densità, si aprirà la cementificazione selvaggia. Perché nelle zone paesaggisticamente sensibili si compiranno intollerabili manomissioni.

Ma saranno danneggiati anche i singoli proprietari che per loro sventura si troveranno vicini a chi trarrà vantaggio dallo sciagurato provvedimento. Il proprietario di un vecchio villino di periferia urbana che vedrà sorgere nel lotto vicino una palazzina e vedrà la sua casa deprezzarsi in modo irreversibile. I proprietari delle ordinate periferie urbane, penso a Torino o alle belle città della via Emilia che a fianco o sul lato opposto della strada vedranno sorgere mostri di cemento. Anche loro ne riceveranno un danno patrimoniale. Allora una modesta proposta. Perché la sinistra esangue invece di restare irretita dal mago di Arcella e Arcore, non interpreta i sentimenti della maggioranza dei cittadini? Che chiedono soltanto di trovare qualcuno che abbia la capacità di delineare un’uscita dalla crisi che conservi i nostri tesori, le città e il paesaggio, e non aumenti le disuguaglianze.

L’associazione elenca, testo alla mano, il ‘rosario’ dello scempio in arrivo. La ‘voglia di veranda’ usata come esca per costruire nei parchi, consegnare il territorio agli abusivi e avviare un super-condono mascherato

Per il WWF il testo dello schema di decreto legge sul cosiddetto “piana casa”, inviato dal Governo alla Conferenza Stato Regioni, è di straordinaria gravità. Un vero e proprio attacco senza precedenti al Belpaese e al suo paesaggio volutamente ‘camuffato’ con l’esca più banale, la ‘voglia di veranda’.

Il WWF nei prossimi giorni interverrà direttamente sui Ministri in vista della riunione del Consiglio venerdì prossimo e su tutte le Regioni che mercoledì prossimo sono chiamate ad esprimere un parere nella Conferenza Stato Regioni.

Scorrendo il testo il WWF ha previsto lo scenario che potrebbe scaturire se il testo venisse approvato.

Ecco il ‘triste’ rosario: sono previsti ampliamenti del 20 % per tutti gli immobili realizzati, anche in sanatoria, entro il 31 dic. 2008. Le unità abitative potranno essere ampliate sino a 300 metri cubi, le altezze dei fabbricati potranno essere aumentate sino a 4 metri oltre quelle previste dagli strumenti urbanistici vigenti. Sono ammessi i cambi di destinazione d’uso. In caso di abbattimento e ricostruzione gli edifici residenziali potranno aumentare del 35%, mentre per quelli commerciali addirittura può aumentare del 35% la superficie occupata; queste ipotesi sono possibili solo in caso di adozione di tecniche di bioedilizia o l’adozione di energie rinnovabili, ma il decreto non stabilisce nessun indice di efficienza energetica e addirittura rende possibile tali incrementi di volume anche solo al fine del “risparmi delle risorse idriche e potabili”. Vengono fatte salve le zone inedificabili, ma con l’esclusione delle sole zone A (ben poca cosa) gli aumenti di volume e di superficie occupata potranno essere realizzati anche nei parchi. Gli interventi non sono soggetti a concessione edilizia ma a semplice DIA (Denuncia Inizio Attività) e tutte le procedure di controllo vengono fatte attraverso autocertificazione.

Il Governo è andato ben oltre il 20% di cubature aggiuntive e certo non si è limitato, come sarebbe ampiamente auspicabile, alle sole aree metropolitane consolidate. Sono investite tutte le aree protette, le zone paesaggistiche, saltano gli indici di edificabilità fissati dai Comuni, nulla si prevede per gli standard di verde pubblico. Grandissimo regalo agli imprenditori che potranno aumentare i capannoni del 35% ed ogni tipo di immobile industriale o commerciale. Falsa la promessa di condizionare gli abbattimenti e le ricostruzioni al miglioramento ambientale: senza indici di efficienza energetica non esiste controllo e, inoltre, il testo prevede come alternativa la possibilità del risparmio idrico, come dire che basta mettere il recupero delle acque piovane e i rubinetti di nuova generazione per costruire il 35% in più.

Stravolte le procedure autorizzative ben sapendo che data la mole degli interventi che si prevedere né i Comuni, né le soprintendenza saranno in grado di dare qualsivoglia risposta. Ed inoltre, inevitabilmente, tutti gli abusi realizzati verranno fatti, se rientrano nel limite del 20% sino a 300 metri cubi, verranno certamente fatti passare come opere nuove e quindi sanati.

“Quanto si sta facendo non risponde in alcun modo ad un interesse pubblico, ma ad una sommatoria di interessi privati – ha dichiarato Gaetano Benedetto co-direttore del WWF Italia - E’ talmente clamoroso il tutto che sembra un tardivo scherzo di carnevale, o un pesce d’aprile anticipato, la speranza è qualcuno si renda conto, che il Parlamento, le Regioni, la Corte Costituzionale, ma soprattutto il mondo della cultura, delle università, delle Associazioni, prendano coscienza che mai, davvero mai, il Bel Paese aveva ricevuto un simile attacco”.

Berlusconi ha spiazzato tutti. Forse non ero il solo, in queste settimane d’angoscia, a ricordare Enrico Berlinguer e il suo discorso sull’austerità, al tempo della crisi energetica degli anni Settanta, quando repentinamente tramontarono le illusioni di uno sviluppo economico illimitato basato sul petrolio a basso costo. Penso che in molti abbiamo pensato di riprendere il tema dell’austerità, rassicurati dal fatto che il più grande paese capitalistico del mondo e della storia percorreva anch’esso strade inaspettate, varando misure a favore della riconversione sostenibile dell’economia, della cultura, della ricerca scientifica, dell’istruzione e della sanità pubblica. Invece, improvvisamente, il nostro presidente del consiglio, con il suo forsennato rilancio della speculazione fondiaria come misura risolutiva per uscire dalla crisi, ci ha brutalmente ricondotti nello squallore terra-terra della nostra realtà.

L'aspetto più preoccupante è che l’azione governativa solletica egoismi profondi e diffusi del popolo italiano, soprattutto nel Mezzogiorno. Il piano casa è un paravento. La realtà è un'esasperazione della linea "padroni in casa propria", quella stessa linea che aveva accompagnato gli sciagurati condoni edilizi degli anni passati. Altro che austerità, altro che rilancio della cultura e della solidarietà. Se non ci mobilitiamo con coraggio e determinazione, la crisi economica si svilupperà in un paesaggio di scempi e di sperpero di denaro pubblico.

L'articolo è stato scritto per la rivista settimanale online Nuova Società, diretta da Diego Novelli

Mentre Silvio Berlusconi promette verande e garage ai padroni di casa, rischia di esplodere la questione sfratti. Secondo uno studio Sunia-Cgil, nel triennio 2009-11 150mila famiglie potrebbero ritrovarsi senza un tetto perché non ce la fanno a pagare. Sfratti per morosità. È la crisi che rischia di spazzare via le ultime sicurezze di famiglie già debolissime, stretta tra disoccupazione, precarietà e cassa integrazione. Servirebbe un intervento pubblico per quella che si profila come una vera emergenza. Eppure il governo rema in direzione esattamente opposta, tagliando risorse al fondo sociale (che finanzia le politiche abitative dei Comuni) e anche quelli sul piano casa pubblico. Nel frattempo il premier apre le porte a interventi privati di tutti i generi (al prossimo consiglio dei ministri si conosceranno i dettagli), concedendo di fatto alla rendita immobiliare un altro vistoso vantaggio rispetto a chi vive di solo lavoro.

i deboli

Le famiglie in affitto, infatti, in Italia sono le più deboli. Circa il 20% della popolazione, di solito giovani coppie o studenti fuori sede. Il governo Prodi aveva cominciato a pensarci, con detrazioni analoghe a quelle offerte ai proprietari sull’Ici, che diventavano più sostanziose per gli studenti. Proprio la rigidità del mercato della casa italiano è infatti uno dei fattori che blocca la mobilità interna, e con essa le aspettative delle giovani generazioni. Con Berlusconi si è fermato tutto. Oggi è di nuovo emergenza. «Data l'insostenibilità dei canoni, delle spese per l' abitazione e dell'aggravarsi della situazione economica e occupazionale - si legge nello studio Sunia-Cgil - senza misure di sostegno al reddito delle famiglie in affitto, nel triennio 2009/2011 si prevede che altre 150.000 famiglie perderanno la propria abitazione subendo uno sfratto per morosità incapaci di far fronte al pagamento dell'affitto». Gli esperti del sindacato spiegano infatti che «il mercato dell'affitto privato - si legge ancora - è caratterizzato da quella famiglia tipo che oggi più che mai subisce gli effetti della crisi economica: il 20,5% dei nuclei sono unipersonali, il 67% delle famiglie in affitto percepisce un solo reddito e in queste il 39,6% è rappresentato da operai e il 29,2% da pensionati, più di un quinto dei capofamiglia ha oltre 65 anni e un quarto è costituito da donne».

le spese

Una platea di deboli, che la crisi economica rischia di schiacciare. «Per le famiglie dove spesso l'unica entrate è un reddito da lavoro dipendente o una pensione - si legge - l'affitto incide con percentuali insostenibili: tra il 40 e il 50% a Genova e Torino, tra il 50 e il 70% a Bologna e Firenze, oltre il 70% a Milano e Roma. In generale, le spese totali per l'abitazione gravano sul reddito mediamente tra il 50 e il 70%, con i casi eclatanti di Milano e Roma, dove l'incidenza oscilla tra l'82 e il 92%. A fronte di un reddito medio da lavoro dipendente sostanzialmente invariato, gli affitti sono aumentati del 16% nel corso del 2008». Le aree metropolitane sono quelle più a rischio. A Roma e Milano hanno subito uno sfratto circa 20mila famiglie, 15mila e Napoli, 10mila a Torino.

quale piano

Per il segretario generale del Sunia, Luigi Pallotta, «di fronte a questo scenario il governo si propone di varare un “piano casa” che non affronta i problemi di queste famiglie e che, anziché concentrarsi sul rilancio del mercato dell'affitto a prezzi sostenibili, si indirizza ancora una volta verso la casa in proprietà che in Italia ha raggiunto livelli difficilmente superabili». «Rispetto a queste che sono le vere esigenze del Paese il governo propone un Piano per chi ha già casa», osserva la segretaria confederale della Cgil, Paola Agnello Modica. «In attesa di conoscere la integrale proposta del Governo di un piano che viene spacciato per Piano Casa ma che è in realtà un 'Piano per l'edilizia - prosegue la sindacalista - già è chiaro che dall'agenda politica sparisce il tema dell'edilizia sociale e dell'affitto».

La questione abitativa segna un’altra penalizzazione dei ceti meno protetti. Il governo concede sanatorie a chi vuole allargarsi mentre non c’è nulla per le emergenze sociali di chi vive in affitto e non ce l’ha fa più.

Beffa dell’ICI e cemento

di Giovanni Maria Bellu

Quando ieri ci è arrivato il testo del «piano casa», abbiamo cominciato a leggerlo con la convinzione che alcune delle funebri previsioni fatte nei giorni scorsi, dopo l’euforica anticipazione che ne fece il premier, sarebbero state smentite o quantomeno ridimensionate. Berlusconi forse aveva un po' esagerato per colpire la platea e diffondere un po' di «ottimismo» almeno tra gli speculatori edilizi. Ahìnoi, c'eravamo sbagliati: il testo che oggi sarà esaminato dal governo, come ci racconta Roberto Rossi, non solo prevede che per aumentare le volumetrie basti una «autocertificazione», e non solo include tra gli immobili «ampliabili» quelli che hanno beneficiato dei precedenti condoni, ma contiene una serie di suggerimenti pratici per realizzare abusi ulteriori. Nasce la categoria delle opere «caratterizzate da precarietà strutturale dirette a esigenze contingenti e temporanee» che potranno essere costruite ad libitum con l'unico obbligo di smontarle «al cessare della necessità». Che sarà stabilito dal proprietario. Non sembra vero.

Ma attenzione: gli speculatori non esultino, né gli ambientalisti si disperino. Ieri (l'articolo di Chiara Affronte è a pagina 6) abbiamo scoperto che il governo è capace di ravvedersi. Sono mesi che denunciamo i danni provocati alle casse pubbliche dalla dissennata trovata propagandistica del taglio generalizzato dell'Ici sulla prima casa. Bene, i tecnici di Tremonti hanno fatto sapere ai comuni che una serie di cittadini che credevano di essere stati esentati in realtà dovevano pagare. Si tratta di decine di migliaia di persone per un totale di oltre 400 milioni di euro. Un abbaglio collettivo? No: è semplicemente successo che il governo ha diffuso una circolare dove interpreta in modo restrittivo il taglio. In effetti è passato quasi un anno dalle elezioni.

Consulteremo uno specialista della scienza dei numeri. Questa cifra - 400 milioni - ricorre troppo spesso per non avere un significato: corrisponde al costo della decisione di non effettuare l'election day; è quasi identica a quella che si riuscirebbe a raccogliere se fosse applicata la tassa di solidarietà proposta dal Partito democratico e ieri respinta - assieme a tutte le richieste di fare qualcosa per i ceti più deboli - dalla maggioranza. Ecco un'idea per Umberto Bossi che, unico tra i suoi alleati, si è mostrato sensibile all'idea di dare un sostegno alle persone che si trovano senza lavoro e che non godono di alcun tipo di tutela: dica sì all'election day e i soldi arriveranno in un istante. Peccato che sia proprio lui il più fiero oppositore del referendum elettorale. Il fatto è che non si può pretendere coerenza dall'astuzia.

Dunque il denaro andrà cercato altrove. Ma dove? Le entrate fiscali, come spiega Guglielmo Epifani nell'intervista con Oreste Pivetta, crescono solo perché i dipendenti pagano le tasse. In attesa di farle pagare a tutti, si potrebbe chiedere uno sforzo ai più abbienti. Un'aliquota, transitoria, più alta per recuperare un miliardo e mezzo di reddito aggiuntivo da destinare ai diseredati. «Sarebbe una dimostrazione di cultura civile», dice il leader della Cgil. Ecco, la cultura civile, appunto.

Libertà di abuso per legge

Ecco il piano casa del governo

di Roberto Rossi

Oggi nel Consiglio dei ministri il piano casa targato Silvio Berlusconi. Esclusione di vincoli paesaggistici, deroghe alle concessioni edilizie, cancellazioni dei limiti dell’abuso, tra le principali novità.

Il concetto è semplice, la sua applicazione pure. Il concetto, che Silvio Berlusconi ama sempre ripetere, è questo: «ciascuno è padrone a casa sua». La sua applicazione è, invece, il “Piano casa” che il governo ha preparato e che oggi sarà visionato preliminarmente nel Consiglio dei ministri per essere poi discusso la prossima settimana. Un piano che abbatte i vincoli paesaggistici, che impone deroghe alle concessioni edilizie, che riscrive i limiti dell’abuso e che, se approvato, ridisegnerà per sempre il paesaggio italiano.

Il documento in discussione, che l’Unità ha visionato, parte dalla riscrittura delle regole per la costruzione di nuovi edifici e per la loro conservazione. Ad esempio, l’articolo 3, fatta salva la diversa previsione regionale, permette interventi di ampliamento della propria abitazione «del 20% dei volumi e delle superfici principali». La norma è estesa anche a quegli edifici abusivi ma che hanno usufruito della sanatoria. Sono ammessi, inoltre, interventi di conservazione talmente ampi che si può anche, in teoria, abbattere e ricostruire l’edificio mantenendo le stesse volumetrie e la sagoma originaria.

Ma è in campagna che la cementificazione sarà maggiore. In generale il testo, che con tutta probabilità sarà trasformato in un disegno di legge e non in un decreto legge, non riconosce più il limite, molto rigido, di 0,03 metri cubi per metro quadro. L’unico limite che è concesso è quello di non oltrepassare l’ampliamento del 10% dei volumi e delle superfici. Il che garantisce la costruzione di piccole dependance in un territorio come quello italiano che per il 47% è vincolato.

Il limite vale solo per le costruzioni in muratura, tra l’altro. Perché il documento prevede anche l’«attività edilizia libera», non assoggettata cioè a divieti. Che tipo di attività? «Le opere interrate accessorie alla residenza» come garage, cantine, rustici, che «non superino il 20% del volume esistente»; oppure «serre mobili stagionali sprovviste di struttura in muratura funzionali allo svolgimento dell’attività agricola», nei quali rientrano anche gazebo e strutture in legno chiuse; ma anche meglio non precisate «opere caratterizzate da precarietà strutturale e funzionale, dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità» (chi stabilisce quanto dura?); oppure, infine, «il deposito temporaneo di merci e materiali a cielo aperto, al di fuori dei centri abitati», che suona tanto come la possibilità di creare discariche.

Anche i comuni potranno usufruire di deroghe. L’articolo 14 darà l’autorizzazione di costruire in barba a strumenti e regolamenti edilizi locali quando si tratta di «edifici o impianti pubblici o di interesse pubblico», anche quest’ultimo concetto aleatorio.

Chi le certifica tutte queste opere, siano in campagna o in città? Colui che esegue i lavori tramite «un progettista abilitato». In sostanza la concessione edilizia viene sostituita da una certificazione da presentare allo sportello unico delle imprese. Il che fa sparire servitù, vincoli paesaggistici e quant’altro.

Se l’immobile è sottoposto ad un vincolo di tutela il comune avrà trenta giorni di tempo per opporsi. Se la tutela dell’immobile sottoposto al vincolo non compete al comune, lo stesso, non si capisce per quale ragione poi, dovrà «convocare una conferenza di servizi» che discuterà del caso.

Ci sono variazioni anche per quello che riguarda l’agibilità degli edifici (che dovrebbe garantirne al sicurezza) per la quale si ribalta l’onere della prova. La relativa dichiarazione, infatti, dovrà essere «resa dal direttore dei lavori» e non più dal competente ufficio comunale (la mancata presentazione della dichiarazione comporterà l’irrisoria multa di 500 euro). Al quale spetterà il compito di un controllo successivo visto che avrà sessanta giorni di tempo per verificare la completezza della documentazione e l’integrità dei lavori.

L’ultima spallata che il testo riserva riguarda il concetto di «lottizzazione abusiva». Che scatta per lo sfruttamento edificatorio «di un’area non ancora urbanizzata, purché la stessa abbia un’estensione pari ad almeno 5mila metri quadri, se interna, ovvero di almeno 2.500 metri quadri, se esterna al perimetro del centro abitato». E se l’estensione è minore? Cemento e casa. Il vecchio amore di Berlusconi.

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