Il villaggio immorale
Giovanni Maria Bellu
Se è vero che il successo politico di Berlusconi è stato in buona parte determinato dall'aver dato dignità di valore ad alcuni dei peggiori difetti del nostro carattere nazionale, l'annuncio del «piano casa» segna un'accelerazione formidabile del loro sdoganamento. Sembrano passati secoli, invece è meno di un anno, dai giorni della campagna elettorale quando il centrodestra era ancora obbligato ad assicurare di aver messo da parte la politica dei condoni. Qua siamo ben oltre: la sanatoria è preventiva. Autorizza a fare legalmente quanto, illegalmente, è stato fatto in occasione delle sanatorie «normali». Basti ricordare che nella fase preparatoria del primo dei condoni edilizi berlusconiani (1994) furono costruiti 83.000 edifici abusivi, 25.000 in più di quanti ne erano stati costruiti l'anno prima.
La «cementificazione dell’Italia» denunciata da Dario Franceschini è più di un rischio. Se il progetto andrà avanti nei termini in cui è stato annunciato, è una certezza. La novità allarmante è che Berlusconi questo rischio e questa certezza ritiene di poterseli prendere: considera il paese «pronto». Agisce, con la consueta spregiudicatezza, sulle parti più molli e fragili della nostra debole considerazione della cosa pubblica. L'esempio che ha fatto nell'illustrare il piano (la famiglia che cresce, la necessità di recuperare una stanza in più) segna l'assunzione del familismo immorale a valore programmatico. La vecchia definizione di Edward Banfield diventa una sorprendente e spietata istantanea del presente: «L'incapacità degli abitanti del villaggio di agire insieme per il bene comune o di fatto per qualsiasi bene che trascenda l'interesse immediato e materiale del nucleo familiare». Con la differenza che il «villaggio» in questione è un paese stremato economicamente nel quale l'87% degli abitanti ha una casa di proprietà. Ed ecco dunque la «soluzione» facile e allettante: allargare la casa dove ci si è già chiusi. In questo modo si avrà più spazio, si «valorizzerà» l'immobile, e si darà lavoro alle imprese edili. Quanto al rispetto dei piani urbanistici, dell'ambiente e del buon gusto, a garantirli sarà una sorta di autocertificazione.
Una balla. Ma suggestiva e allettante. Popolare. Per questo va presa sul serio. Come dice a Federica Fantozzi la presidente dell'Umbria Maria Rita Lorenzetti, va cercato un punto di equilibrio tra la deregulation selvaggia e il nulla. Per esempio semplificando le procedure amministrative che consentono, a determinate e tassative condizioni, di intervenire sugli immobili. E, intanto, affermando con forza il ruolo degli enti locali nella gestione del territorio. Abbiamo, per fortuna, parecchi «villaggi» formati da famiglie che hanno a cuore il bene comune e dove resistono dei valori condivisi.
Non è affatto scontato. È amaro scoprire - lo racconta Massimo Solani a pagina 16 - che Marco Beyene, lo studente italo-etiope aggredito l’altro giorno a Napoli per il colore della pelle, ha ricevuto tante telefonate di solidarietà dalla gente comune, ma nessuna da esponenti istituzionali della maggioranza di governo, né dal sindaco della sua città. Evidentemente certe vergogne sono ormai considerate episodi dell’ordinaria quotidianità. Il razzismo è diventato routine.
Ville gonfiate fai-da-te. Perplesso anche Bossi
Federica Fantozzi
Venerdì arriverà in consiglio dei ministri, diretto verso una rapida approvazione. È il piano straordinario per l’edilizia annunciato ex abrupto dal premier e accolto con critiche da molte Regioni e dalle associazioni ambientaliste.
Il documento si basa sui progetti di Veneto e Sardegna, due regioni guidate dal centrodestra, che consentono un ampliamento della cubatura degli edifici e la ricostruzione per quelli con più di trent’anni di vita. Il Veneto del forzista Galan farà da testa d’ariete: domani la giunta regionale discuterà il piano. Poi toccherà alle altre Regioni valutarlo.
Il ministro per i Rapporti con le Regioni Fitto ha annunciato che presto arriverà una legge quadro che consentirà agli enti locali di regolamentare sulla materia. Chiara la filosofia alla base del provvedimento: «Se riaprono i cantieri riparte tutta l’Italia». Dubbi della Lega e scarso entusiasmo del suo leader Bossi: «Alcuni ci credono molto, io meno. Ma è giusto riparlarne».
Preoccupati per la cementificazione del territorio e lo stimolo all’abusivismo, molti governatori. «Ferma contrarietà» da parte del presidente della Basilicata De Filippo che accusa il governo di «improvvisazione. Cauti il governatore delle Marche Spacca («Faremo la nostra parte ma niente deregulation, va tutelato il principio di sostenibilità») e quello della Lombardia Formigoni («Bene la sburocratizzazione ma non a svantaggio del territorio»). Duro sul metodo il governatore dell’Emilia Romagna Errani, anche presidente della conferenza Stato-Regioni: «Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo “piano segreto”, si rimetta il treno sui giusti binari, si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materia».
Berlusconi però ci tiene molto, convinto come è che si tratti di un volano per l’economia, cui potrebbe aggiungersi la scelta di mettere sul mercato le case popolari «a un prezzo ragionevole» per trasformare gli inquilini in proprietari. Il premier si mostra sicuro che non ci saranno abusi «perchè tutto quello che si farà è in continuazione di case esistenti, nelle zone previste dal piano regolatore e con una vidimazione sotto la responsabilità dei progettisti». Insomma, si tratterà solo di «dare a chi ha una casa, e nel frattempo ha ampliato la famiglia, la possibilità di aggiungere una, due stanze, dei bagni alla villa esistente».
Il piano prevede 550 milioni per l'edilizia popolare. Soldi che, protestano dall’opposizione, erano già stati stanziati dal governo Prodi e poi bloccati da Tremonti con molti progetti edilizi già avviati. Le abitazioni saranno date in affitto con diritto di riscatto. I primi interventi prevederebbero la costruzione di 5-6mila alloggi.
Ma il punto dirimente riguarda la possibilità di aumentare il volume di case, appartamenti e villette, e addirittura di ricostruire alberghi e villaggi turistici. E' previsto infatti un aumento delle cubature, pari al 20%, delle costruzioni esistenti. Nonché la possibilità di abbattere edifici vecchi (realizzati prima del 1989), non sottoposti a tutela, per costruirne nuovi con il 30% di cubatura in più. Qualora si utilizzino tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è fino al 35%.
Interventi che dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi. Che quest’ultimo divieto possa funzionare, non ci credono in molti: il permesso di costruire verrà, in parecchi casi, sostituito da una sorta di autocertificazione da parte del progettista. Obiettivo: eliminare lacci, pastoie ed eccessi di burocrazia nel settore.
In fondo, per Berlusconi il nuovo piano casa è l’estensione di un altro provvedimento fortemente voluto: la legge «padroni a casa propria» del 2004 che permetteva di ristrutturare a piacere l’interno degli edifici, rispettando volumi e facciate, dietro semplice presentazione della dichiarazione di inizio attività.
La scelta è tra egoismi e legalità
Vezio De Lucia
È il condono universale. Universale e senza oblazione. Anzi, con la gratitudine del governo.
È scattato subito il no delle regioni di centro sinistra e immediata è stata la protesta degli ambientalisti. Ma si apre uno scontro difficilissimo, irto di insidie, perché il provvedimento berlusconiano solletica gli egoismi più profondi e popolari, radicati in tanta parte del nostro Paese, in particolare nel Mezzogiorno. Quegli stessi egoismi che nei decenni trascorsi indussero ad affossare ogni tentativo di riforma urbanistica e che nel mese scorso hanno determinato la sconfitta di Renato Soru. E torna in vita quel vasto consenso popolare che ha favorito tre leggi di condono in diciotto anni (governo Craxi nel 1985, governi Berlusconi nel 1994 e nel 2003).
Non è certo un caso se la Sardegna è stata la prima regione a plaudire. Insieme al Veneto, alla Lombardia, alla Sicilia, all’Abruzzo, e all’associazione dei costruttori, che non perde occasione per schierarsi dalla parte della speculazione edilizia.
Le conseguenze, se la proposta fosse approvata così come annunciata, sarebbero inaudite, potrebbero ammontare a decine di milioni le nuove stanze consentite dalla legge, annientando quanto resta del paesaggio italiano, sempre meno tutelato, grazie anche alle recenti misure di smantellamento del ministero dei Beni culturali. Per non dire del favore alla malavita che nell’edilizia spontanea e illegale ha sempre sguazzato.
Mi auguro che nei prossimi giorni si riesca a organizzare una contestazione efficace e produttiva, ma soprattutto mi auguro che questa sia l’occasione per mettere mano a una severa riflessione autocritica da parte della politica e della cultura di centro sinistra che non sono mai state davvero capaci di contrastare con determinazione politiche di deregolamentazione selvaggia come quest’ultima sull’edilizia.
In controtendenza rispetto al meglio dell’Europa.
«Così si favorisce l’abuso e si distrugge il territorio. Il governo si fermi»
Federica Fantozzi intervista Maria Rita Lorenzetti
Maria Rita Lorenzetti, presidente dell’Umbria, boccia il piano casa del governo ma è pronta a sedersi al tavolo «per trovare le soluzioni migliori per i cittadini».
Il ministro Fitto annuncia di aver chiuso l’accordo con le Regioni, che presto arriverà una legge quadro e che con il piano casa ripartirà il Paese. È così?
«Intanto chiariamo che né il ministro nè il governo ci hanno consultati: ora la cosa migliore è fermare tutto e discutere con le Regioni. Poi ricordiamoci che i 550 milioni per l’edilizia pubblica annunciati dal governo li aveva già assegnati Prodi. A luglio scorso Tremonti li ha tolti, sebbene alcune regioni, come l’Umbria, avessero avviato i progetti. Se li avessero lasciati sarebbe stata una bella infornata di risorse per l’edilizia, i cittadini e le piccole imprese».
Insomma l’esecutivo ha solo restituito ciò che aveva tolto?
«Esatto. Procurando un ritardo allo sviluppo dell’economia. Lo stesso vale per i Fas: ieri il Cipe ne ha approvati 8. Se fosse successo prima, erano fondi per case, riqualificazione urbana, infrastrutture ambientali, aree industriali...».
Lei del piano che permette di ampliare il volume degli edifici e ricostruire quelli con più di 30 anni non sapeva nulla?
«Assolutamente no. Eppure ho trattato il recupero dei fondi per l’edilizia pubblica. 200 milioni subito per progetti già cantierabili, gli altri 350 più avanti.
E in tante riunioni e telefonate non è mai uscita un’idea simile».
Molti dicono: che male può fare ricoprire una terrazza?
«Molto abusivismo nasce da interventi di tamponatura di balconi e porticati. Così si rischia di stimolare gli abusivi e distruggere il territorio».
Una o due stanze in più. Rischia di essere uno slogan molto popolare in tempi di crisi.
«Ma certo, l’effetto mediatico può essere molto forte. Di gente che ha bisogno e non può permettersi grandi spese ce n’è. Ma ogni Regione e Comune sa come regolarsi per rispondere a queste giuste esigenze. Si possono trovare norme purché non confuse, inefficaci e approssimate come queste».
Qual è l’approccio giusto?
«L’esecutivo non ha minimamente discusso con chi ha competenze ed esperienza, vale a dire gli enti locali. Non mi è mai capitato, finora, un caso insolubile. Non ci si può nascondere dietro situazioni di disagio per fare scempio del territorio. È immorale».
È vero che c’è un eccesso di burocrazia nei regolamenti edilizi?
«Certo che una semplificazione è augurabile. Ma non una deregulation selvaggia. Io sono stata azzannata dagli ambientalisti per aver varato una legge che permette investimenti nei centri storici. Con norme certe, precise, trasparenti però. Se si lascia ognuno libero di fare quello che vuole, non sono d’accordo».
Se il piano diventerà realtà, l’Umbria lo applicherà o no? C’è qualche parte che giudica salvabile?
«Il governo e soprattutto Fitto sanno bene che noi siamo interlocutori che al di là dai colori politici si misurano sul merito. Ci siederemo al tavolo e valuteremo il meglio per i cittadini. Ma disturba molto che l’esecutivo strombazzi un suo progetto fatto con i soldi nostri e non abbia fatto lo sforzo di consultarci prima».
Errani: si fermi quel piano si discuta con noi Governatori
Fermare il piano per l'edilizia annunciato da Berlusconi, e ripartire dalla discussione con le regioni. Tornano all'attacco i governatori di centrosinistra, guidati da presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani: si riparta da un più corretto rapporto istituzionale con le autonomie locali. Peraltro il provvedimento legislativo dovrebbe essere discusso in conferenza Stato-Regioni solo dopo l'approvazione in consiglio dei ministri, venerdì. «Sul merito del provvedimento sulla casa annunciato dal governo ai giornali - ha ribadito Errani - mi preoccupa la politica degli annunci e mi preoccuperebbe ancor più se si facesse la scelta grave delle deregolazioni invece di seri percorsi di semplificazione, che sono necessari. Trovo gravemente sbagliato il metodo. Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo “piano segreto”, si rimetta il treno sui giusti binari, si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materia».
Franceschini: «No al piano di cementificazione dell’Italia»
Maria Zegarelli
Bocciato, senza appello. Dario Franceschini, «look maglioncino», come lo definisce Lucia Annunziata «In mezz’ora», è lapidario con il piano per la casa annunciato dal premier. «Il rischio cementificazione dell’Italia è pericolosissimo» perché le ricchezze di questo Paese sono il suo territorio e il suo paesaggio. «È come se un paese arabo bruciasse il petrolio».
La squadra
Un’idea «campata sulla Luna» questa liberalizzazione. malgrado Berlusconi la racconti come la possibilità per chi ha una villa «di aggiungere una o due stanze», come se la stragrande maggioranza degli italiani non vivesse in condomini. Il segretario del Pd , dopo una vita da mediano riveste con disinvoltura il ruolo da capocannoniere e prende atto dell’ «l’effetto choc» determinato dalle dimissioni di Veltroni: finita l’epoca della litigiosità interna, «siamo una squadra, c’è solidarietà». Mette in fila dei sì e dei no, spazzando via le zone d’ombra.
No al piano casa, no all’allungamento dell’età pensionabile per le donne, perché dall’Ue «non si può prendere soltanto questo pezzo, pensare di iniziare la riforma del sistema previdenziale con l’equiparazione dell’età delle donne con quella degli uomini senza accompagnarla con un meccanismo di servizi sociali, di assistenza alle famiglie, alla maternità , agli anziani». No all’accordo con la Francia per le quattro centrali nucleari, «nessuno le fa più. Dobbiamo entrare subito nella ricerca sul nucleare di nuova generazione e investire nella cosiddetta green economy su cui ci sarà uno sviluppo straordinario». Ed ecco il quarto «no»: «Non sono l’uomo dei no, ho detto di essere disponibile ad un confronto sulle misure da adottare per fronteggiare la crisi. Sono loro ad aver detto “no” alle nostre proposte», come quella sull’election day. «Abbiamo chiesto di accorpare il referendum alle elezioni europee e amministrative per non buttare 460 milioni di euro, ma si sono rifiutati». Come quella sulla moratoria sui licenziamenti.
Il quinto «no» arriva a proposito del testamento biologico: su questo argomento non c’è «disciplina di partito», ma c’è un’opinione prevalente ed è quella che esclude l’imposizione di alimentazione e idratazione a prescindere dalla volontà soggettiva. Un altro no, a volerli metterli in fila tutti, arriva anche all’ipotesi di appoggiare il governo Berlusconi, «un’idea che non sta né in cielo né in terra».
Se il governo lo accusa di dire «no di sinistra», il segretario risponde: «siamo un’opposizione che fa proteste e proposte». Il «democristiano classico» . come lo definisce Annunziata, per il modo di approcciare alla crisi con l’assegno di disoccupazione. rimanda la palla: «Proporre un assegno di disoccupazione è di sinistra? Provi Berlusconi a dirlo a un disoccupato di destra che ha perso il lavoro, e veda cosa gli risponde». Vero, non è colpa del premier se c’è la crisi, «a nessuno di noi, nemmeno nella foga di un comizio è mai venuto in mente di dire che è colpa del governo Berlusconi, ma il modo inefficace e inadeguato in cui si affronta» la crisi, certamente sì.
La Rai
Opposizione dura e poi dialogo con Gianni Letta per la presidenza Rai, commenta la giornalista. «Lo impone la legge, ma dal momento in cui avremo contribuito a scegliere il presidente, il Pd farà un passo indietro». E quanto al possibile matrimonio Rai-Mediaset, «se ci fosse un tentativo di questo tipo ci opporremmo con ogni determinazione». Sul futuro de l’Unità il segretario augura una soluzione che garantisca il futuro del giornale, ma «non è un compito del segretario perché né l’Unità, né Europa hanno rapporti giuridici o economici con il Pd».
IL DOCUMENTO DELL'INU
L’Istituto Nazionale di Urbanistica esprime la più grande preoccupazione per le ipotesi riportate dalla stampa relative alle norme che il Governo intende varare in materia di edilizia privata e in particolare quelle relative all’incremento, indiscriminato e senza condizioni, del 20% degli edifici residenziali esistenti con un ulteriore regalo alla rendita fondiaria e non a tutti i cittadini. Mentre l’estensione della Dichiarazione d’Inizio Attività (DIA) per ogni intervento, porterebbe sicuramente ad un aggravio del già elevatissimo contenzioso sull’edilizia, oltre ad eliminare ogni forma di controllo ed anche di pubblicizzazione degli interventi. Se tali ipotesi venissero confermate dal provvedimento legislativo che il Governo intende varare nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri, si prospetterebbe anche un reale pericolo di peggiorare la già precaria qualità morfologica ed urbanistica delle città italiane, con ampliamenti e sopralzi casuali, legati alle occasioni e alle possibilità d’intervento, in deroga a qualsiasi regola che ogni città e ogni centro urbano hanno cercato faticosamente di darsi con i propri piani e i propri regolamenti, ponendo l’interesse pubblico come primo, fondamentale obiettivo da salvaguardare. Il provvedimento annunciato non sembra, inoltre, tenere minimamente conto dell’impatto urbanistico di tali ampliamenti, che, se generalizzati, potrebbero aumentare congestione e invivibilità delle nostre città, aggiungendo nuovi carichi urbanistici insostenibili e non programmati. Senza dimenticare l’impatto sociale che si determinerebbe, provocando situazioni differenti e disuguaglianze per i cittadini, causa l’eterogeneità delle situazioni di partenza.
L’INU dichiara di appoggiare qualsiasi provvedimento che si muova nella direzione della semplificazione e nella trasparenza delle procedure edilizie nell’interesse di tutti i cittadini, senza tuttavia introdurre forme generalizzate di deregulation che favoriscono, di fatto, nuove forme di rendita senza controlli e senza nessuna ridistribuzione sociale della stessa; scelte che hanno determinato esiti negativi ovunque, in Italia o in Europa, siano state applicate. L’INU ricorda anche come modalità, auspicabili, di semplificazione e di incentivazione siano già presenti nella normativa italiana e in particolare in quelle di alcune Regioni, dalle quali bisognerebbe partire per proporre provvedimenti che non cerchino di incassare solo un generico consenso dell’opinione pubblica senza garantire un reale incremento dell’attività edilizia socialmente sostenibile, ma che consolidino regole e possibilità d’intervento qualitativamente migliori per tutti. L’INU sottolinea, inoltre, come un miglioramento delle procedure e del rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, passi necessariamente attraverso un aumento della capacità di gestione di quest’ultima e quindi da un maggiore qualità delle sue prestazioni professionali e culturali, condizioni che non si raggiungono sottraendo risorse agli enti locali attraverso misure fiscali improvvisate.
Nei confronti dei provvedimenti annunciati dal Presidente del Consiglio dei Ministri, l’INU avverte, inoltre, come la materia trattata non sia di esclusiva competenza dello Stato, bensì concorrente e dunque coinvolga direttamente la responsabilità delle Regioni, alle quali spetta costituzionalmente il compito di legiferare in materia di governo del territorio e quindi anche di edilizia: tali provvedimenti dovranno quindi essere contenuti, in una legge quadro di indirizzi per le Regioni, come da alcune notizie di stampa sembra potersi desumere, che dovrà trovare il consenso di tutte le Regioni, senza quindi alcuna forzatura politica o costituzionale. A questo proposito, l’INU ricorda come sia da tempo ferma in Parlamento la legge quadro sui “principi
fondamentale del governo del territorio”, nella quale potrebbero anche essere inseriti alcuni dei provvedimenti annunciati, in un contesto più meditato e costituzionalmente maggiormente attendibile; in questo caso non mancherebbe il sostegno dello stesso INU, a condizione che incentivi e incrementi si indirizzino verso la realizzazione di edifici bio-sostenibili e energeticamente virtuosi, mentre eventuali demolizioni e ricostruzioni, del tutto auspicabili come principio, non vadano a detrimento della normale programmazione, anche in termini quantitativi, che ciascuna comunità si è data. Peraltro, l’ipotesi, tutta da discutere, di ampliamento generalizzato dell’edilizia esistente sembra potersi applicare realisticamente solo agli insediamenti a bassa densità e con tipologie uni o bifamiliare.
L’INU ribadisce, infine, l’importanza del rilancio del programma di edilizia sociale, da troppo tempo assente dalle nostre politiche nazionali, annunciato insieme ai provvedimenti prima trattati. Su questo tema si sottolinea la necessità che l’edilizia sociale, pubblica o privata, sia prevalente in affitto, perché tale è la domanda sociale emergente e che sia rivolta alle categoria più deboli della nostra società quali i giovani, gli anziani e gli immigrati. Un’edilizia che, come già previsto da altri provvedimenti, deve essere considerata una dotazione territoriale, cioè un servizio sociale e sia realizzabile sulle aree acquisite gratuitamente dai Comuni attraverso i meccanismi compensativi e perequativi, ormai diffusi a livello nazionale. Con questi indirizzi e a queste condizioni il programma di edilizia sociale troverà l’aperto sostegno dell’INU.
Roma, 8 marzo 2009
Le città incivili di Berlusconi e soci. Avrebbe dovuto chiamarsi così il decreto legge che è stato invece intitolato al rilancio dell’attività edilizia. Le città sono infatti un prodotto complesso della società e della cultura e sono sempre state, nella loro millenaria storia, luoghi di regole. Regole di convivenza civile tradotte in numeri e rapporti di vicinato. Regole ormai consolidate che vengono infrante lasciandole all’arbitrio di volgari speculatori immobiliari: il decreto afferma infatti nel suo secondo articolo che le norme derogano sulle “disposizioni legislative, strumenti urbanistici, regolamenti edilizi”. Vengono cancellate le regole e il futuro delle città viene affidato a quegli stessi speculatori che in questi due decenni di liberismo senza regole hanno potuto costruire in ogni angolo dell’Italia. La ricetta per far ripartire l’economia è di affidare i destini delle città ai principali responsabili dello sfascio e di annullare gli strumenti pubblici del controllo. Questo non succede in nessun paese europeo, dove anzi si lavora per restituire al pubblico il ruolo messo in dubbio alla radice dalle teorie liberiste, forti del fatto che è stata proprio quell’ubriacatura a causare la più grave crisi economica mondiale. Da noi avviene l’esatto contrario.
E avviene attraverso un grande imbroglio mediatico Dicono in coro i media imbeccati da palazzo Chigi che con il provvedimento molti ci guadagneranno allargando le loro case, mentre nessuno ci rimetterà. Perché protestare allora? Perché non è vero. E’ noto a tutti che i piani urbanistici impongono una distanza minima tra fabbricati di 10 metri: con il decreto si scende a 6. Ci sarà chi si vedrà costruire una finestra a sei metri di distanza e dicono che non ci rimette nessuno! Ancora. In un quartiere a villini tipico delle periferie urbane realizzate a cavallo del novecento, uno speculatore qualsiasi potrà abbattere le vecchie case e con il regalo del 35% in volume, potrà realizzare una palazzina. Un piano o due in più. I giardini storici spariranno. Per un incivile berlusconiano ci rimettono decine di normali cittadini.
In un quartiere a palazzine di tre piani qualsiasi furbetto del quartierino potrà demolire e realizzare case con un piano o due in più. Ancora una volta per un furbo che ci guadagna sono decine coloro che vedranno deprezzata la propria abitazione. E la città diventerà più brutta.
Con il decreto non vengono risparmiati neppure i centri storici. Afferma l’articolo 3 che per tutti gli edifici “non vincolati” (che sono oltre il 99% dell’intero patrimonio storico), le Soprintendenze in trenta giorni potranno imporre soltanto “ulteriori modalità costruttive”, cioè nulla. Invece di meravigliose tipologie seriali medievali vedremo sorgere volgari edifici ben più alti di quanto la storia li aveva resi uniformemente belli. Uno o due piani in più toglieranno per sempre il panorama di chi abitava, spesso da una vita, quei luoghi. Le città, beni comuni per eccellenza, ne verranno irrimediabilmente sfigurate. Le città incivili, appunto.
Ma c’è di peggio. Il provvedimento non sconvolge soltanto le zone della città che citavo. Anzi, esse sono soltanto una cortina fumogena per nascondere sciagurati affari milionari. Il cuore del provvedimento si rivolge ai protagonisti dell’economia di rapina di questi anni. E’ stato il gretto egoismo proprietario a far nascere capannoni in ogni angolo della pianura veneta e lombarda. Oggi che sono vuoti il proprietario potrà mutarne la destinazione facendone case. E’ stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione commerciale a disseminare a proprio piacimento l’Italia di immensi centri commerciali. Oggi che sono in crisi è meglio riconvertirli in alloggi. Questo prevede il decreto: e stiamo parlando di aumenti di superficie anche di 15 mila metri quadrati, un’intera palazzina.. Ma una città vivibile non nasce da queste logiche. Così si crea la città della paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base della volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.
Ma è purtroppo questo il richiamo della foresta dell’attuale classe dirigente. Giovedì scorso durante un dibattito nella televisione del quotidiano LaRepubblica, Claudio De Albertis, per molti anni presidente nazionale dei costruttori edili e oggi presidente dei costruttori milanesi, ha affermato che l’assurdo della questione casa è che si continuano a costruire alloggi popolari che durano troppi anni. Per risparmiare, ha detto, bisogna costruirne di nuove che durino un tempo limitato. Venti anni, poi si demoliscono e si rifanno. Il problema dunque non è che lo Stato e i comuni sono in ginocchio, uccisi da un economia di rapina. La questione è che si costruisce con criteri troppo generosi. Le persone in carne e ossa vanno dunque trattate come merci senza nessun diritto. La gravità dell’affermazione è inaudita. Del resto, è lo stesso metodo che viene applicato ai precari: se c’è la crisi, tutti a casa senza diritti. Sarebbe ora che qualcuno dicesse a costoro di costruire per loro stessi case rapide. Per le loro signore e per la loro prole, se tanto ci tengono. Ricordasse ancora che è il dettato costituzionale ad affermare che la “Repubblicarimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale”. Case rapide o ubicate al posto dei vecchi capannoni della speculazione quegli ostacoli le accentuano. Le rendono eterne.
Due altre vergogne. La cubatura in aumento viene calcolata sulla base di quella “realizzabile e delle pertinenze esistenti” (articolo 2). Sarà lo scempio del paesaggio agricolo italiano perché si calcoleranno stalle, granai e altri giganteschi volumi di questo tipo. Ai comuni (articolo 6) viene imposto di prendere nota dei maggiori volumi realizzati e di provvedere ad “assicurare gli standard urbanistici”. Il privato guadagna e il pubblico paga.
Infine la prova del delitto. Si dice (articolo 2 comma 3) che si potrà mutare destinazione d’uso “anche senza opere edilizie”. Ma il decreto non serviva a rilanciare l’edilizia? E’ evidente che senza fare opere non si spenderà nulla, ma i soliti noti si metteranno in tasca milioni di euro. Ecco il vero motivo del provvedimento: un paese in mano alla rendita speculativa.
Basterebbero queste critiche per far scattare un generalizzato rigetto di massa del provvedimento. Ma la condizione è che qualche forza politica aprisse una battaglia frontale per far affermare culture differenti: troverebbe un terreno fertilissimo di consenso. E in questo campo ci sono già ottimi esempi. La regione Puglia di Vendola e del bravo assessore Angela Barbanente di recente ha approvato una legge sulla rigenerazione urbana che permette davvero le “rottamazioni edilizie”, ma non in un quadro di selvaggia deregulation. Sono i comuni che decidono luoghi e modalità degli interventi. Dobbiamo contrapporre questa cultura -la sola in grado di far ripartire il sistema paese- alla barbarie berlusconiana.
(regioni.it) Mentre il Ministro per le riforme istituzionali, Umberto Bossi, invita tutti ad ascoltare ciò che diranno le Regioni sul Piano casa nella Conferenza Unificata in programma il 25 marzo alle 12.30 a Palazzo Chigi, e il Ministro dell’economia, Giulio Tremonti, sottolinea che "si tratta di una manovra a costo zero e avrà un grande risultato per il bilancio delle famiglie e per la nostra economia",
Il Presidente della regione Liguria, Claudio Burlando, puntualizza, ed invita a decidere “insieme alle Regioni”, facendo un ragionamento – in un’intervista pubblicata da “Il Giornale - a 360 gradi: ''mi pare indubbiamente indicato e giusto'' partire da un settore come quello dell'edilizia per affrontare la crisi economica. Quindi bene il piano casa messo a punto dal governo di Silvio Berlusconi, a patto però che si decida insieme alle Regioni, ai Comuni e alle Sovrintendenze, affinché ''un'idea giusta non si trasformi in una colata di cemento''. Per questo ''dico no a interventi sconsiderati che possono creare anche rischi idrogeologici - spiega Burlando - ma fatti salvi questi casi estremi penso che le norme proposte dal governo possano andare benissimo nell'entroterra, che si sta ripopolando''. In particolare, per la Liguria, Burlando si riferisce a nuovi interventi ''sulle ex aree della Piaggio a Finale Ligure, a quelli negli ex cantieri di Pietra Ligure e anche a Rapallo se permettono di aprire nuovi alberghi''.
Conferma i primi giudizi il Presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani (che è anche il Presidente della Conferenza delle Regioni) :”Il decreto promosso dal Governo – scrive in un editoriale pubblicato sula edizione locale di Bologna de “La Repubblica” – per me è uno strumento improprio,che rischia di essere inefficace per i conflitti e per le sovrapposizioni che inevitabilmente produrrà”. Ma il “punto – continua Errani - non è la semplice rivendicazione di un ruolo.Ma dire che il decreto sarà in vigore finché non subentreranno leggi regionali più restrittive significa aprire alcuni mesi di incertezza giuridica,con un aumento della conflittualità fra cittadini e cittadini e con la pubblica amministrazione. Ha bisogno di questa litigiosità il nostro Paese? Sicuramente no. Occorrerebbe invece un confronto vero Governo, Regioni, Enti locali per semplificare rispettando le regole ed innescare un effetto anticiclico. […] per fare una seria politica anticrisi e della casa, in Emilia-Romagna come nel paese, occorre pensare ad incentivare gli alloggi a prezzi calmierati, aumentare il fondo nazionale a sostegno dell'affitto, sostenere l'acquisto con mutui agevolati: tutte politiche rimaste al palo finora, anche per responsabilità del Governo. Ricordo che solo nei giorni scorsi Regioni e Governo hanno finalmente firmato il vero “Piano-casa” che consente primi investimenti per 200 milioni di euro (e successivi per350) per alloggi pubblici. Erano soldi fermi da almeno un anno, sbloccati solo per l'insistenza delle Regioni e dei Comuni".
Toni fermi, ma distesi anche dal presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo: "Non sono mai un 'signor no' per pregiudizio o appartenenza politica, ma penso che il piano casa del governo toglie dei vincoli che potrebbero mettere in discussione un altro diritto del cittadino, che e' l'ambiente. Allora io dico: sosteniamo le imprese, ma attraverso strade che ci danno la possibilita' di mantenere l'idea del futuro come un luogo di cui poi non ci pentiamo". E' quanto ha affermato il presidente della Regione Lazio, nel corso della trasmissione 'Uno mattina' su Raiuno, in merito al piano casa del governo Berlusconi. “L'85 per cento dei cittadini vive in condominio e noi dobbiamo guardare verso quella prospettiva- ha spiegato Marrazzo- per dare una mano a chi non riesce a pagare l'affitto, a chi non riesce a pagare il mutuo per la prima casa, mettendo allo stesso tempo in moto il mercato attraverso le ristrutturazioni".
Oltre alle mediazioni e alle aperture al confronto Stato-Regioni proposte dal Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, anche il Presidente della regione Sardegna, Ugo Cappellacci, insiste sulla necessità di passare da un ''no, a prescindere'' e una serie di ''si' ragionati'', con precise garanzie sul rispetto dell'ambiente e del paesaggio. Sara’ questa la ''filosofia'' della legge sulla quale punterà la Regione Sardegna”.Cappellacci intende infatti presentare in Consiglio regionale e far approvare entro l'estate una legge che, oltre a fare chiarezza e fissare regole certe sugli interventi possibili, sara' un mix tra le legittime aspettative dei proprietari di case e dei costruttori e la doverosa tutela dell'ambiente e del paesaggio''.
La Regione Umbria e' pronta a presentare ricorso alla Corte costituzionale contro un eventuale decreto legge sul 'Piano Casa' del governo, definito dalla Presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti "palesemente incostituzionale” secondo la quale il decreto, cosi' come proposto dal governo, interviene in materie come l'urbanistica e l'edilizia che, secondo la Costituzione, sono concorrenti tra Stato e Regioni. “Ci spiace molto - ha aggiunto il presidente Lorenzetti - ma oltre a non essere il decreto legge lo strumento giusto per affrontare una questione cosi' importante che attiene a prerogative anche regionali, ci pare che sia anche incostituzionale". Lorenzetti ricorda come il precedente Governo Berlusconi "aveva fatto la stessa cosa con il condono edilizio, approvato con legge. Noi ricorremmo alla Corte costituzionale che ci diede ragione - ha proseguito - perche', appunto, non rispettava le competenze delle Regioni essendo la materia urbanistica una competenza concorrente". Dal sistema delle Regioni, e' stata "sempre data prova di serieta' e rigore, quando di mezzo ci sono gli interessi generali del Paese, come e' avvenuto sia per la vicenda degli ammortizzatori sociali, che del piano per l’edilizia residenziale pubblica. Vorremmo che altrettanto rigore e serietà siano riservati a noi da parte del Governo - ha proseguito -, visto che si sta mettendo mano a competenze regionali e anche comunali". Resta comunque ferma la disponibilità a discutere "per giungere ad ogni tipo di semplificazione procedurale e premialita' nel settore dell'edilizia, perche' anche noi siamo certi che questo comparto puo' essere il volano della ripresa economica. Cio' che non condividiamo - ha concluso - e non possiamo accettare e' la politica degli annunci mediatici piuttosto che la vera volontà del Governo di una leale collaborazione con chi, come le Regioni, ha competenze attribuite dalla Costituzione”.
Anche secondo il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola "dinanzi all'urgenza di varare un piano anti-crisi che riattivi il settore edilizio, anche per rispondere al crescente bisogno sociale di abitazioni, l'auspicio e' che il Governo ritiri il proprio decreto e accetti di confrontarsi con serietà con le Regioni"."Quel decreto, invadendo palesemente competenze regionali, presenta aspetti evidenti di incostituzionalità. Ma soprattutto profila risposte elusive e inefficaci dal versante di chi soffre l'emergenza abitativa, e viceversa sembra predisporsi ad aprire nuove e inquietanti prospettive a quanti hanno già abituato il nostro Paese agli sconci della cementificazione selvaggia e dell'aggressione al paesaggio"."La disponibilità delle Regioni a contribuire in prima persona al cimento delle politiche anti-recessive non e' in discussione- ha detto ancora Vendola - ed e' disponibilità a verificare tutto quanto può portare semplificazione e velocizzazione nei procedimenti amministrativi, nonché ad approfondire il tema dei benefici e delle premialità in caso di integrale demolizione e ricostruzione di edifici vetusti".
Netto il giudizio del Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini: “piu' che un piano casa, ci troviamo di fronte ad un decreto edilizio", dice Martini. "Un piano casa e' qualcosa che deve dare la casa a chi non ce l'ha, che deve fronteggiare gli sfratti, che deve trovare una risposta alle giovani coppie, agli anziani, agli immigrati. Si vuole dare impulso all'economia- prosegue Martini- ma per fare questo si smantella tutta la legislazione urbanistica, si azzerano tutte le leggi regionali. E' come se per accelerare il traffico nelle nostre città si dicesse che tutti possono passare con il rosso. E' assurdo”.
Il Piano Casa annunciato dal governo è un gravissimo attacco alla qualità del territorio, all’identità, alla storia e alla cultura del nostro paese ed una risposta sbagliata alla crisi economica.
Ridimensionato il piano delle grandi opere per i tempi lungi e per l’insufficienza dei fondi, ridimensionato anche il "piano casa delle nuove cento città" di cui all’art.11 della legge n.133 del 6 agosto 2008 sempre per i tempi lungi e per l’opposizione delle regioni, si è arrivati al "Piano casa fai da te".
Nell’attuale situazione di gravissima crisi economica e di fermo del mercato immobiliare, è infatti molto probabile che gli ampliamenti che il governo vorrebbe consentire saranno fatti più dai singoli proprietari ricorrendo alla numerosa e sommersa manodopera straniera, piuttosto che dalle imprese del settore, e riguarderanno più le villette e le case rurali che i condomini.
Una devastazione edilizia improntata ad un mero aumento di cubatura del tutto indifferente alla qualità del prodotto, agli effetti sull’ambiente urbano, alla sua utilità pubblica e al disegno organico e razionale degli insediamenti. Indifferenti sono le destinazioni d’uso rimesse alla mera convenienza economica come è valutata dal mercato, senza neppure avvertire che sulle funzioni urbane sono misurati standard e servizi. La liberalizzazione è massima. Indiscriminati aumenti di volumi e sostituzioni edilizie che rischiano di cancellare anche quanto resta della nostra architettura rurale di tradizione e l’identità dunque dei paesaggi agrari.
La devastazione non si ferma davanti ai centri storici (dove è regola consolidata il divieto di sopraelevazione) e neppure davanti agli edifici monumentali, se la soprintendenza non avrà dimostrato "concretamente e motivatamente" le ragioni di incompatibilità dell’intervento. Ed elevato è il rischio che le soprintendenze non siano capaci, per obiettive carenze di mezzi, di rispettare il brevissimo termine dato per la prevista verifica dell’interesse culturale e allora il silenzio varrà assenso. Disposizione questa palesemente incostituzionale perché l’interesse della "tutela" (che ha la più alta copertura nell’art. 9 Cost.) ne risulta subordinato – e cedente – di fronte alla prevalente esigenza di sollecita attuazione dell’intervento cui è affidato il compito impellente del rilancio dell’economia.
Già abbiamo segnalato, e qui confermiamo, una pregiudiziale ragione di illegittimità costituzionale perché l’attività edilizia attiene al "governo del territorio", dalla Costituzione affidato alla legislazione concorrente di stato e regioni e la potestà dello stato è limitata alla determinazione dei principi fondamentali della "materia". E principi fondamentali non possono essere dettati, funzionalmente, per decreto legge, mentre non sono certo di principio le minute disposizioni del "piano".
La devastazione del nostro paesaggio e lo stravolgimento dei nostri centri storici, vera ed irripetibile ricchezza del nostro paese e del nostro turismo di qualità, non sono la via di uscita dalla crisi economica ma il definitivo ed irrimediabile affossamento del Paese. Il reale rilancio dell’economia non può avvenire con l’ulteriore cementificazione del nostro già martoriato territorio.
Rilanciamo, quindi, l’invito che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto nel messaggio di fine anno: "Facciamo della crisi un’occasione perché l’Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano".
Oggi stesso Italia Nostra ha comunicato alla Conferenza unificata Stato – Regioni, convocata per la giornata di domani, il motivato fermo dissenso sulla bozza di decreto, sottolineandone ancora i profili di illegittimità costituzionale.
Abusivismo legalizzato nel decreto legge per cementificare ancora un po'. Anche nei parchi. Per il Pd è incostituzionale: «Ci opporremo con ogni mezzo»
Colata di cemento delle libertà
di Carlo Lania
Con il piano casa il paese si prepara a diventare un cantiere. Non si salvano neanche i parchi e i centri storici. Le regioni minacciano il ricorso alla Consulta. Domani l'incontro con il governo
C'è chi ha già preparato il ricorso alla Corte costituzionale e chi, anche senza mettere mano alla carta bollata, ha già resa pubblica la sua opposizione al Piano casa del governo. E così domani, quando si terrà l'incontro con il ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto per discutere i contenuti del decreto che rischia di trasformare l'Italia in un gigantesco cantiere, non sono pochi i governatori decisi a dare battaglia. Di sicuro tutti quelli di centrosinistra, dalla Toscana all'Umbria passando per Lazio, Trentino, Marche, Piemonte, Emilia, Puglia, Campania, Valle d'Aosta e Liguria, arrabbiati perché si vedono espropriati di una materia, come quella relativa alla tutela del territorio, che la Costituzione affida alle Regioni, ma anche per la scelta di procedere attraverso un decreto. «Se il governo non farà un passo indietro, di sicuro ci sarà una rottura istituzionale», hanno fatto sapere ieri i governatori.
Una posizione che però l'esecutivo, almeno per ora, non sembra intenzionato ad ascoltare, nonostante ieri lo stesso Fitto abbia espresso la speranza di arrivare a «un testo condiviso». Diplomazie che non sembrano interessare Giulio Tremonti. Forte del consenso incassato anche da Confindustria, il titolare del Tesoro ieri sera si è infatti lasciato andare a una difesa senza dubbi né riserve del Piano casa: «Funzionerà molto bene per famiglie, piccole e medie imprese... falegnami e piastrellisti», ha detto ai microfoni amichevoli del Tg4. «Sarà certamente una manovra a costo zero per il bilancio pubblico e un grande risultato per il bilancio di famiglie e per la nostra economia».
Sarà davvero così? Aldilà di quanto dice Tremonti, è difficile che tutte le famiglie italiane potranno davvero avvalersi dei «benefici» previsti dal decreto. Senza parlare delle ricadute che il provvedimento provocherà su un territorio già messo a dura prova. «Il governo dà a ognuno il via libera per fare quello che vuole, a partire dai costruttori», dice ad esempio il Verde Angelo Bonelli. «Un via libera destinato a cambiare completamente il volto delle nostre città».
Sono sufficienti sette articoli per avviare una vera e propria deregulation del settore. All'articolo 1 il compito di mettere da parte le Regioni. Il secondo comma stabilisce infatti che le disposizioni del decreto si applicano a tutto il territorio nazionale «sino all'emanazione di leggi regionali» in materia di governo del territorio. Il che significa che la Regione che deciderà di non far suo il decreto dovrà affrettarsi a legiferare. Ma per quanto in fretta possa fare, ci sarà sempre una finestra temporale all'interno delle quale chi vorrà ampliare la propria abitazione potrà farlo liberamente. Il provvedimento del governo stabilisce infatti la possibilità di ingrandire del 20% il volume della propria casa, percentuale che sale fino al 35% nel caso si demolisca completamente l'abitazione per ricostruirla con tecniche di bioedilizia o utilizzando fonti di energia rinnovabile.
Ma il vero grimaldello utile a forzare qualunque piano regolatore è scritto all'articolo 4, dove si spiega che ogni intervento edilizio di ampliamento potrà essere avviato presentato una semplice Dichiarazione di inizio attività al Comune di appartenenza. Senza più bisogno di una licenza edilizia e senza alcuna possibilità per il Comune di opporsi ai lavori. «Ma un altro articolo pericoloso è il 5», spiega Bonelli. Articolo che vieta di costruire nelle zona A dei parchi naturali. «Messa così sembrerebbe una norma a tutela dell'ambiente. In realtà è l'opposto visto che il divieto vale solo per le aree a tutela integrale (chiamate zone A) e non per le zone B che, pur essendo all'interno di un parco, sono però a tutela orientata». Via libera, dunque alle ristrutturazioni selvagge nelle aree protette. E anche nelle città. Sempre l'articolo 5, infatti, dispone che per gli edifici non sottoposti a vincoli situati nei centri storici la Dia vada presentata anche alle competenti Soprintendenze, che avranno 30 giorni di tempo per opporsi. Trascorsi i quali prevarrà il principio del silenzio-assenso. Un puro e semplice proforma. «In Italia - spiega infatti Bonelli - i Soprintendenti abilitati al controllo sono pochissimi, in tutto circa 500. Come potranno svolgere la loro attività di controllo quando saranno sommersi da centinaia di migliaia di domande?»
DIRITTI
«Bloccate gli sfratti». In 150 mila rischiano di perdere l'abitazione
di Giacomo Russo Spena
Per affrontare l'emergenza caro affitti s'invoca il «blocco generalizzato di tutti gli sfratti». Misura adottata dal governo Prodi e repentinamente tolta lo scorso anno da questo esecutivo che non sembra intenzionato ad affrontare il problema.
Perderanno l'abitazione 150 mila persone nei prossimi due anni sia per morosità che per fine locazione, denuncia il Sunia evidenziando come da anni sia assente una politica di calmierazione dei prezzi, con più di 600 mila famiglie, ad oggi, escluse dal mercato immobiliare che attendono in graduatorie l'assegnazione di un alloggio popolare. «Nell'ultimo decennio c'è stata un'attesa di rendimento fuori da ogni logica - spiega il segretario del sindacato Luigi Pallotta - così oggi una parte della popolazione è stata estromessa per motivi economici». Non a caso l'80 degli sgomberi (12mila gli eseguiti e 65 mila quelli richiesti nel primo semestre 2008) avviene per morosità. E tra le famiglie messe in mezzo alla strada quasi la metà ha subito in precedenza «traumi lavorativi su almeno un reddito»: licenziamento o cassaintegrazione.
Eppure il premier Silvio Berlusconi ha sottratto nell'ultima Finanziaria ben 40 milioni d'euro al Fondo di sostegno all'affitto, non investendo un euro sulla costruzione di nuova edilizia pubblica, ormai in ginocchio (nel Paese si costruiscono in media solo 1500 case popolari l'anno). Persino quei 550 milioni stanziati dal piano Ferrero, ai tempi del governo Prodi, per il recupero di 20 mila case popolari abbandonate e «murate» in modo da non farle occupare (2500 solo a Milano) hanno preso un'altra direzione per il volere del Cavaliere. Solo dopo forte pressioni delle Regioni, si è convinto a farne "ritornare" 200. Per il resto solo soldi ai costruttori e ai palazzinari a cui viene delegata, col progetto del social-housing, l'emergenza abitativa.
Per chi ha un mutuo, soprattutto col tasso variabile, le cose non vanno meglio: sono 40-50 mila le famiglie in stato d'insofferenza, ovvero che pagano la rata in ritardo e facendo mille peripezie. «Bisogna creare un fondo comunale per il reperimento di alloggi di edilizia pubblica in cui far confluire da subito le entrate dell'aumento dell'Ici», sostiene il movimento capitolino Action che insieme ad altre sigle di lotta per la casa (il Coordinamento e i Blocchi precari metropolitani) sarà presto in Prefettura per chiedere il blocco immediato degli sfratti. Per due anni.
A Roma infatti si respira una delle situazioni più buie: nel 2007 le esecuzioni di sgombero sono state 3.341 per morosità, circa il 70 % del totale. L'Unione Inquilini trova inutile però la strada dell'incontro col prefetto. «Non è uno strumento efficace - spiega Massimo Pasquini, responsabile romano dell'organizzazione - Il governo non ascolterà mai nessuna richiesta». E allora che fare? «Bisogna lavorare sulla Regione». La sentenza 166 del 2008 infatti riconosce «solo» ai governatori il potere di «graduare gli sfratti» depotenziando quelli del governo. Una linea perseguibile coi presidenti «rossi» del Paese.
Intanto Action e gli altri movimenti lanciano una campagna dal basso, «fatta di picchetti», per fermare gli sfratti in giro per Roma. Domani i primi due. Anche perché «il sindaco Alemanno, dopo avere promesso in campagna elettorale, la realizzazione di 30 mila case popolari, dopo un anno di amministrazione, non ha fatto nulla».
CONFINDUSTRIA
Marcegaglia: sì al piano, rilancia gli investimenti privati
Luce verde anche da Confindustria al piano del governo sulla casa che verrà varato venerdì prossimo dal consiglio dei ministri (dopo la conferenza Stato-Regioni). «Va bene perché potrebbe dare una spinta all'edilizia, ma bisogna ovviamente evitare abusi e rispettare l'ambiente», ha detto ieri Emma Marcegaglia a margine degli stati generali dell'associazione degli industriali. «Dobbiamo ancora leggere il piano nel dettaglio, ma mi sembra che in un momento come questo possa dare una spinta agli investimenti privati, in un quadro di regole chiare che devono essere rispettate da tutti», ha detto ancora la presidente di Confindustria. Dunque, tutti insieme appassionatamente, centrodestra, industriali e una fetta del centrosinistra. Nel nome dell'edilizia libera e con meno regole.
COMMENTO
L'immobilismo dell'immobile
di Pippo Ciorra
La prima reazione è l'incredulità. Considerando la natura del nostro territorio è fisicamente impossibile mettere «tutti» gli italiani (o una quota rilevante) in condizioni di aumentare del 20% la cubatura delle loro abitazioni. Ci sono piani e regolamenti, distanze da rispettare e limiti sismici, altezze massime già sature, infiniti interessi da comporre. Insomma ne viene fuori un ginepraio tale che c'è davvero da chiedersi come sia venuto in mente, al premier, di infilarsi in un guaio del genere. Poi «piano piano» abbiamo assistito al solito indecifrabile miracolo: da una lato la boutade di Berlusconi che prendeva la forma di provvedimento reale, rozzo e diabolicamente demagogico.
Dall'altro abbiamo visto montargli intorno la solita marea di inarrestabile «consenso popolare», e il centro-sinistra finire come spesso gli accade nell'angolo, costretto allo strepito di testimonianza di chi sa già che non riuscirà a contrapporsi con la forza necessaria. Poi, come sempre succede in questi casi, è arrivato l'appello dei «padri (o zii) della patria» Aulenti, Gregotti, Fuksas. Appello che io, confesso, non sono riuscito a firmare. Non perché condivida l'impostazione del provvedimento del governo, ovviamente, ma perché mi pareva una buona occasione per sollevare una discussione intorno a una serie di questioni reali dalle quali la bozza del «piano casa» trae cinico vantaggio. Oltre alle mille nefandezze e incongruenze che tutti sottolineano e che tutti abbiamo capito, vale allora la pena ricordare alcune delle questioni compatibili con un approccio più «virtuoso».
Prima fra tutte la questione del «riciclaggio» del nostro orrendo patrimonio edilizio dal dopoguerra a oggi. Necessitavano incentivi e strategie, era giusto far ricorso nei casi appropriati ai «premi di cubatura» - che amministrazioni di destra e di sinistra utilizzano da decenni, c'era bisogno di sgravi e sostegni non nominali per chi demolisce e ricostruisce in modo più sostenibile. Poi la questione dell'inefficienza degli uffici e del moloch di normative e competenze sovrapposte e intrecciate, tali da paralizzare qualsiasi programma di trasformazione. Lanciandosi all'assalto contro la «burocrazia» Berlusconi si costruisce un retroterra di consenso solidissimo, che noi non abbiamo saputo smontare. Infine l'arretratezza delle nostre leggi e della nostra cultura urbanistica (lavoriamo ancora con la legge del '42), ferma a un'impalcatura normativa pensata per centri storici, periferie di palazzoni e zone industriali quando invece il 60% degli italiani abita in casette sparse in aree indecise tra il rurale e l'urbano. Quelli appunto che aspettano con ansia il decreto Berlusconi.
Su questi e altri temi noi non abbiamo fatto abbastanza, paralizzati dalle solite diatribe e dal peso dell'ideologia, e come sempre è finito che ci ha pensato il Silvio nazionale. Che però lo fa a modo suo, alludendo subliminalmente alla memoria anticrisi (e antidisoccupazione!) del glorioso «Piano Fanfani», facendo leva sull'inarrestabile individualismo abusivista che già segna il nostro tempo e il nostro territorio, mettendo ulteriormente a rischio quell'unica ricchezza, il paesaggio e la nostra cultura urbana, che potrà forse garantirci un ruolo negli equilibri economici del futuro.
Probabilmente il «piano casa» fallirà, frenato dalle difficoltà oggettive o esploderà in una specie di allegra anarchia in stile Bombay, ma in ogni caso questo non giustifica le nostre mancanze e la nostra mortale propensione all'immobilità.
Tutto è partito con una bella lettera al Sole24ore. Il ministro Brunetta ha lanciato la sua idea meravigliosa: il piano di vendita delle case popolari. Le 768 mila famiglie inquiline di case dell’ex Iacp potranno diventarne proprietari. Il governo si impegna a proporre loro un mutuo sostenibile, così spiega Brunetta, magicamente l’alloggio «aumenta di valore per il solo fatto di essere stato privatizzato» e il tutto migliora la situazione economica delle famiglie e dunque del Paese, mettendo in circolo ben 20 miliardi. Tutto meraviglioso, tutto positivo. Peccato però che lo stesso Brunetta avesse presentato un piano identico nel 2005 quando era un “semplice” consulente economico dello stesso presidente del Consiglio. Lo aveva fatto scrivere nelle Finanziaria 2006, ma appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale furono le Regioni a sollevare dubbi di costituzionalità. Dubbi diventati realtà per mezzo di una sentenza della Corte Costituzionale che ha bloccato la norma, di fatto cancellandola. Quattro anni dopo lo stesso Brunetta la ripropone da ministro dell’Innovazione e della Pubblica amministrazione, dimenticando che nel frattempo nulla è cambiato: gli ex Iacp sono diventate enti regionali, in quanto tali facenti capo alle regioni stesse.
«PIANO CASA INCOSTITUZIONALE»
Ci sono sempre le Regioni di mezzo. Anche per quanto il piano casa tanto caro a Silvio Berlusconi. Ieri l’ultima bozza del decreto definito “Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”. All’articolo 1 comma 2 c’è scritto: «Le norme del presente decreto trovano applicazione su tutto il territorio nazionale, sino all’emanazione di leggi regionali in materia di governo del territorio». La traduzione in termini più comprensibili la fa il segretario del Pd Dario Franceschini: «È peggio di quanto annunciato da Berlusconi. È un piano palesemente incostituzionale perché la materia è di competenza regionale ed invece con il decreto i comuni (proprietari di altri 400 mila abitazioni, Ndr) e le regioni sarebbero scavalcati». L’articolo 2 va pure oltre e prevede: «l’ampliamento dell’unità immobiliare mediante la realizzazione di nuovi volumi e superfici in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi». Ancora la traduzione di Franceschini: «Non ci sono più né norme urbanistiche nè piani regolatori, azzerati dal decreto legge». Il piano casa «è una operazione priva di senso e una devastazione del territorio italiano» e perciò, afferma Franceschini, «non potrà più trovare una posizione di confronto da parte del Pd». In poche parole, un condono permanente. «Spero si fermino e ci ripensino», conclude il segretario democratico.
La casa è quindi diventata improvvisamente una priorità del governo. Ma solo quella di proprietà o che diventerà di proprietà. Nei piani del governo non si trova uno straccio di norma per le 150 mila famiglie che, come hanno denunciato Sunia e Cgil, rischiano lo sfratto perché non in più grado di pagare l’affitto.
PD E CGIL: PARTIRE DAGLI AFFITTI
Proprio da qui propone invece di partire il Pd. Il suo piano casa è una proposta in 4 punti per sostenere chi una casa non ce l’ha: possibilità di detrarre anche parzialmente il canone per chi vive in affitto, incentivo all’affitto facendo calare al 20 per cento l’aliquota Irpef pagata dagli affittuari e assieme a questo altre forme d’incentivazione per evitare che molti appartamenti rimangano sfitti e infine un piano reale di edilizia popolare per la costruzione di almeno 5 mila nuovi alloggi.
Pd e Cgil all’inizio erano stati possibilisti sul piano casa del governo, «per non rischiare di essere ideologici», come aveva dichiarato Epifani. Ma entrambi hanno dovuto constatare che «quello del governo non è un piano casa, ma un decreto sull’edilizia» e così come risposta si propone di puntare sull’efficienza energetica e sulla diffusione delle fonti rinnovabili. In questo quadro e con regole e controlli certi allora sì che si potrebbe dar vita ad un piano casa che promuova interventi per rendere più moderno ed efficiente il patrimonio edilizio. Provvedimenti efficaci, cantierabili da subito, sarebbero un volano per rilanciare l’economia, ma nel segno della qualità.
Questa paura di essere “ideologici” (vedi anche il commento di Pippo Ciorra sul manifesto)… Perché, i berluscones non hanno un’ideologia? Anzi, il guaio è che ce l’hanno solo loro. Sarebbe bello se quanti si oppongono a Berlusconi esprimessero anche loro “l’insieme di credenze del [loro] gruppo e dei [loro] membri, che [ne] guidano l’interpretazione degli eventi e condizionano le pratiche sociali” (Teun A. van Dijk, Ideologie, Carocci, 2004).
Più che un "piano casa", a favore dell’economia, sarebbe un’offensiva mirata contro le Regioni e contro i Parchi. E di conseguenza, una devastazione autorizzata di ciò che resta del territorio in tutto il Belpaese.
In preparazione del Consiglio dei ministri convocato venerdì prossimo per emanare il decreto legge sull’edilizia, e alla vigilia della Conferenza Stato-Regioni chiamata domani a esprimere il suo parere, la bozza del decreto ha prodotto l’effetto di una bomba nel mondo ambientalista. Protestano all’unisono il Wwf, Fai, Italia Nostra, Legambiente e tutte le altre associazioni ecologiste. Con loro si schierano anche studiosi, architetti, archeologi e uomini di cultura, decisi a difendere a spada tratta quell’articolo 9 della Costituzione che antepone «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione» rispetto a qualsiasi altro interesse.
Il primo motivo di allarme riguarda proprio il rapporto con le Regioni. Finora, s’era ritenuto che il "piano casa" fosse tenuto comunque a rispettare le loro competenze esclusive in materia: il presidente del Lazio Piero Marrazzo, o quello della Puglia Nichi Vendola, per esempio, come gli altri governatori di centrosinistra, avrebbero potuto rifiutare un provvedimento del genere e quindi non applicarlo.
Ma l’articolo 1 del decreto, comma 2, stabilisce invece che queste norme trovano applicazione immediata su tutto il territorio nazionale, «sino all’emanazione di leggi regionali in materia di governo del territorio». E poiché le Regioni non possono a loro volta emanare decreti, ciò significa in pratica scavalcare le loro competenze e metterle fuori gioco, in attesa che riescano prima o poi ad approvare nuove leggi sull’assetto del territorio.
Il secondo punto particolarmente contestato dagli ambientalisti attiene alla salvaguardia dei Parchi. All’articolo 5, comma 1, la bozza del decreto legge esclude esplicitamente che gli ampliamenti possano essere realizzati nelle "zone A" dei parchi nazionali, regionali o interregionali, dove vige una tutela integrale, oltre che nelle aree naturali e archeologiche. Ma questo significa ammetterli implicitamente nelle "zone B", quelle definite a "tutela orientata", dove qualsiasi intervento dev’essere comunque compatibile con la destinazione del parco medesimo. Da qui, appunto, la preoccupazione che la cementificazione possa dilagare anche nelle aree verdi protette d’interesse storico e paesaggistico.
Contro la deregulation selvaggia prevista dal "piano casa", la protesta degli ambientalisti denuncia infine il nuovo regime edilizio: non più la concessione preventiva, bensì una semplice Dia (dichiarazione inizio attività) con tutte le procedure di controllo ridotte a un’autocertificazione.
Quanto alla bioedilizia o all’adozione di fonti rinnovabili, la bozza governativa non stabilisce alcun indice di efficienza energetica e anzi autorizza gli aumenti di volume anche solo per i "risparmi delle fonti idriche e potabili". Un alibi o un escamotage, insomma, per contrabbandare questi interventi
Piano casa? Quale piano casa? Questo non è un decreto che dà un’abitazione a chi non ce l’ha. È un decreto per rilanciare l’economia. Tant’è che si chiama così. Cominciamo col fare chiarezza». A Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, le mistificazioni non piacciono. E dice chiaro e tondo che non ci sta a subire un aut aut sulle norme urbanistiche. Non ci sta allo scambio rilancio economico contro regole. «Lo dico subito, io quel piano non lo voglio attuare». È pronto a fare ricorso alla consulta, come aveva già fatto con l’ultimo condono edilizio. Legge e rilegge gli articoli dell’ultima bozza del provvedimento annunciato da Berlusconi, e non crede ai suoi occhi: deroga totale, su tutto il territorio. Leggi regionali azzerate con un tratto di penna.
Sarà difficile contrastare il decreto.
«Faccio un appello ai colleghi della Lega e a tutti i sindaci del Carroccio. Si è tanto parlato di federalismo, e poi su una materia concorrente come questa ci si chiede di accettare un atto d’imperio come questo? Quel testo è inaccettabile. Sostanzialmente abolisce tutti i vincoli su tutto il territorio nazionale, istituendo una nuova norma generale a cui in un secondo momento le Regioni dovrebbero adeguarsi con norme regionali. Ebbene, al premier dico: io la legge regionale ce l’ho già. Ma se lui procede per decreto, vuol dire che quando ha annunciato che le Regioni in disaccordo erano libere di non adottare il provvedimento ha mentito».
Il rilancio dell’economia è comunque un punto forte.
«Bene, allora parliamo di quello. Io sono disposto a discutere. Se davvero dobbiamo aiutare l’edilizia, se davvero ci sono norme farraginose, se davvero c’è una burocrazia troppo pesante, parliamone. Possiamo razionalizzare il sistema, renderlo più efficiente. Faccio presente che in Toscana la Dia (dichiarazione di inizio attività) già c’è. Comunque su questo sono d’accordo. Ma il risultato non può essere l’eliminazione delle regole, lo smantellamento dei vincoli. Anche i cittadini devono saperlo: senza regole alla fine ci si rimette. Se uno non ha vincoli, vuol dire che non ce li ha neanche il vicino di casa. Chiunque potrà costruire un muro davanti alla finestra di un altro. Con l’anarchia non si risolvono i problemi, si aggravano».
Berlusconi si è impegnato a un confronto con voi.
«Sì, ma poi leggo che incontrerà le Regioni mercoledì e dopo qualche ora varerà il decreto. Se così fosse, è una presa in giro. Che confronto sarebbe? Per questo mi appello a chi crede nel federalismo. Non si possono varare per decreto norme tanto dirompenti, che fanno tabula rasa di legislazioni locali. Sa cosa si prevede per i Comuni?»
Cosa?
«I Comuni dovranno istituire un albo dove registrano le modifiche apportate. Entro il 31 dicembre 2011 dovranno inserire quelle modifiche nello strumento urbanistico. Significa recepire passivamente tutto quello che è stato deciso da altri, e per di più dovranno anche assicurare gli standard urbanistici, magari costruire parcheggi e altri servizi dove serviranno. Ma come fanno i sindaci della Lega ad accettare questo?».
Lei cosa propone?
«Io chiedo che ci sia un vero confronto con gli enti locali. Accetto di discutere sulla semplificazione delle norme. Infine chiedo che ci sia un piano casa vero, che assicuri gli alloggi ai più deboli e costituisca un’opportunità per il mondo delle costruzioni. I dati del Sunia sugli sfratti dimostrano che c’è bisogno di case, non di stanze o di verandine».
Il decreto facilita anche il cambio di destinazione d’uso.
«Sì, e per noi in Toscana vuol dire distruggere anni di lavoro con le associazioni agricole, con cui avevamo concordato regole condivise per tutelare il territorio».
Piano casa: ecco come funzionerà
Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. La legge nazionale per rilanciare l’edilizia approderà venerdì al Consiglio dei ministri, ma già ieri mattina il governo regionale del Veneto ha licenziato un dettagliato provvedimento che consente senza troppe burocrazie l’ampliamento degli edifici. Galan ha deciso di non attendere la normativa nazionale: «Lo Stato darà direttive che la nostra legge regionale rispetta perché l’abbiamo concordata con Berlusconi», assicura il governatore. La legge regionale consentirà ampliamenti di volumetrie in deroga agli strumenti urbanistici fino al 35% se si ricorrerà a «tecniche di bioedilizia» o si installeranno sistemi per l’utilizzo di energie rinnovabili. Nessun ampliamento è permesso in edifici storici o abusivi.
Leggi che puntano anche a rilanciare un settore pesantemente in crisi come quello dell’edilizia in un momento in cui la disoccupazione aumenta a ritmi decisi: + 46% a febbraio. Unica consolazione di ieri in questo panorama plumbeo, la ripresa delle Borse trascinate da Citigroup. Il Banco Popolare è la prima banca italiana che chiede l’aiuto di Stato.
Legge veneta per l’edilizia,
Galan batte Roma sul tempo
di Alda Vanzan
Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. Prima ancora che il Consiglio dei ministri approvi il piano casa (lo farà venerdì), la giunta regionale del Veneto licenzia il disegno di legge che, dai paesi di montagna del bellunese fino alle periferie di Venezia, consentirà aumenti di cubature dei fabbricati, demolizioni e ricostruzioni di case e capannoni con più di vent’anni, snellimenti delle procedure burocratiche. Avviene tutto in mattinata e nell’arco di un paio d’ore: visto che il testo di legge regionale tutto sommato era pronto, anziché presentarlo ai colleghi di giunta nella consueta seduta del martedì e poi prendersi una settimana di pausa, il governatore Giancarlo Galan decide di accelerare. In fin dei conti, spiega poi Galan ai cronisti, questo è un provvedimento «concordato» proprio con il premier: «Con il governo, meglio, con il presidente del Consiglio - perché le cose continuo a farle con lui o con Letta - abbiamo pensato a qualcosa per rilanciare il settore edilizio e che vada incontro ai cittadini». Il fatto che Palazzo Chigi affronti la questione dopodomani è un dettaglio: «Lo Stato darà qualche direttiva che da parte nostra sarà assolutamente rispettata perché l’abbiamo studiata assieme», dice Galan. Di lì a poche ore, da Roma giungerà la conferma dello stesso premier che il piano casa sarà varato proprio venerdì. Con una assicurazione di Berlusconi: «Nessuna cementificazione, sarà un piano di buon senso».
Giancarlo Galan, che al fianco ha l’assessore all’Urbanistica Renzo Marangon, sintetizza il testo di legge. «Primo: ci sarà una assoluta abolizione della burocrazia». Per l’aumento delle cubature del 20%, per intenderci, basterà una Dia, la Dichiarazione di inizio attività. Ma chi potrà usufruirne? «È chiaro che la legge funzionerà di più per le abitazioni singole, con i condomini sarà più difficile. Ma nel Veneto ci sono più case e casette che non palazzoni». Aggiunge: «È anche in incentivo per l’economia, così la gente tira fuori i soldi da sotto il materasso». Mattoni e nuove tecnologie: «Butti giù vecchi capannoni e li ricostruisci, ampliandoli, con le nuove tecniche». L’ambiente, sottolinea il governatore, sarà salvaguardato: tutti i vincoli e le tutele esistenti non si toccano. Oneri finanziari a carico della Regione: zero. E a chi già contesta la diminuzione degli oneri di urbanizzazioni a favore dei Comuni, Galan risponde con una battuta: «Sì, i Comuni prenderanno minori contributi, ma non avrebbero preso niente senza questa legge, perché se non costruisci non hai gli oneri di urbanizzazione». E comunque, aggiunge Marangon, questa è «una risposta, la via veneta, alla crisi economica».
Approvata all’unanimità dalla giunta veneta, ora il disegno di legge passa all’esame del consiglio regionale. L’auspicio di Galan è che venga licenziato in tempi stretti: «Tra l’altro stavolta ho notato meno fanatismo ideologico, il sindaco di Vicenza Achille Variati per esempio ha preso una posizione intelligente». E le perplessità della Lega? «In giunta la Lega ha votato a favore. C'è questa preoccupazione per cui sarebbero case per immigrati: ma che c'entra? Se io dò il permesso per costruire due stanze in più che c'entrano gli immigrati? Forse non avevano ancora letto il testo». Marangon spera in una approvazione in aula prima dell’estate: «Anche perché altrimenti perderebbe senso, questa norma ha due anni di validità, fino al 2010». E il governatore confida anche un altro progetto: «Fare in modo che le 40mila persone che pagano un affitto per abitare in una casa dell'Ater possano diventare con una firma proprietari dell'abitazione. E su questo le banche devono fare la loro parte».
Dagli alleati di governo (regionale) plausi all’iniziativa: «Mi auguro che il Veneto possa ancora una volta fungere da apripista con questo interessante, intelligente, innovativo progetto di legge», dice Antonio De Poli (Udc). Leonardo Padrin, Forza Italia, ha già inserito il disegno di legge con l’intero articolato nel suo sito Internet. Ma Franco Frigo, consigliere regionale del Pd, è di tutt’altro avviso: «Tanto fumo e poco arrosto».
Sono 250mila le case abbandonate
di Adriano Favaro
C’è anche un record, poco noto, nel settore edilizio a Nordest, quello delle case disabitate e inutilizzate: quasi 250 mila. Precisi precisi i numeri dicono 200 mila tra Veneto e Trentino Alto Adige e altre 41 mila in Friuli Venezia Giulia. Un calcolo-stima fatto dal Cescat, il Centro studi casa ambiente e territorio di Assoedilizia. Che fornisce anche una somma complessiva. «In tutto il paese - spiegano i ricercatori Cescat - ci sono due milioni di edifici abbandonati: case di montagna e di campagna, casolari, casupole, baite, ville rustiche, antiche magioni, casali, rocche e cascinali». Il record del Nordest viene dal fatto che esistono quasi 250 mila edifici disabitati per una popolazione di poco superiore ai sei milioni e mezzo.
La Lombardia registra la stessa quantità di edifici disabitati con una popolazione di circa dieci milioni di abitanti. Di fronte a queste cifre Assoedilizia, associazione legata a Confindustria aveva deciso - alcuni mesi prima della recente proposta del governo - di dare una scossa lanciando un’idea: nell’attuale congiuntura economica molti cominciano a guardare con interesse crescente alla ricerca di nuovi affari. E, contemporaneamente, i Comuni - attenti ai bilanci - potrebbero favorire la forte spinta al "riuso". «Le amministrazioni comunali - spiegava l’avvocato Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia - dovrebbero istituire incentivi, non solo sul piano delle agevolazioni strutturali, ma anche in termine di premi volumetrici, per coloro che promuovono operazioni di recupero del patrimonio edilizio abbandonato». Quasi come le idee di Berlusconi.
Procedimento facile? «Tutto dipenderà anche dal comportamento dei Comuni - spiegava Riccardo De Gobbi, il responsabile della direzione Agroambiente e servizi per l'Agricoltura del Veneto - In questo periodo stanno redigendo i "Pat" o "Pati", in pratica quello che una volta erano i piani regolatori. Alcune delle richieste per la salvaguardia delle abitazioni rurali abbandonate potrebbero essere accolte». De Gobbi segue questi temi da anni e ha spiegato come la regione del Veneto sia stata la prima (e forse l’unica) regione in Italia a rispondere ad una legge nazionale del 2003 che aveva lo scopo di salvaguardare e valorizzare le architetture rurali, cioè gli insediamenti agricoli, gli edifici o fabbricati rurali realizzati tra il XIII e il XIX secolo; almeno 80 mila nel Veneto.
Resta da fare i conti anche con un altro dato: nelle ultime rilevazioni il Catasto nazionale ha censito 31,5 milioni di abitazioni. Mentre l’Istat, dalle sue indagini, ne rileva 28,5 milioni. Un patrimonio esistente ma "scomparso" - gli immobili in caso di permanenza dell'abbandono dovrebbero essere stralciati dal catasto - che diventa ancora più significativo se a questi numeri si aggiungono (ma per il Nord del Paese vale poco) gli immobili abusivi, comunque stimati attorno al milione e mezzo.
IL CONTENUTO DELLA LEGGE VENETA
LE DEROGHE - La legge regionale stabilisce che quando l’intervento edilizio sia volto a «preservare, mantenere, ricostituire e rivitalizzare il patrimonio edilizio esistente» oppure sia diretto a «favorire l’utilizzo di energia rinnovabile», è consentito l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume se destinati ad uso residenziale e del 20% della superficie coperta se adibiti ad uso diverso, e questo anche «in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali provinciali e regionali».
AMPLIAMENTI - L’ampliamento degli edifici «deve essere realizzato in contiguità rispetto al fabbricato esistente» ma se ciò risulti materialmente o giuridicamente impossibile «potrà essere autorizzata la costruzione di un corpo edilizio separato, di carattere accessorio e pertinenziale».
CONDOMINI - In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento potrà essere realizzato anche separatamente per ciascuna di esse, compatibilmente con le leggi che disciplinano il condominio negli edifici.
DEMOLIZIONI - Per realizzare gli interventi, sono consentiti la demolizione e l’integrale ricostruzione degli edifici con aumento del 30% dei volumi per gli immobili residenziali e del 30% della superficie coperta per gli immobili a uso diverso. La percentuale di aumento puà arrivare fino al 35% se si utilizzano «le tecniche della bioedilizia» o le energie rinnovabili.
MIGRAZIONI - La ricostruzione dell’edificio demolito può anche avvenire su area diversa, purché l’area dove si ricostruiscono i volumi demoliti sia destinata a questo scopo, aumenti di volume compresi, dagli strumenti urbanistici e territoriali. Inoltre, l’area originariamente occupata dal fabbricato demolito «dovrà essere gravata da un vincolo di inedificabilità».
FOTOVOLTAICO - Per incentivare l’installazione di impianti fotovoltaici fino a 6 kilowatt, le pensiline o le tettoie realizzate su abitazioni già esistenti al momento di entrata in vigore della legge non siano calcolate nella cubatura dell’immobile. Inoltre, tali tettoie o pensiline finalizzate al supporto di impianti fotovoltaici «sono realizzabili anche in zona agricola» con una semplice Dia (Dichiarazione d’inizio attività). Dovranno però rispettare caratteristiche e dimensioni che verranno stabilite dalla Giunta regionale con successivo decreto.
SCONTI - Per questi interventi, il contributo di costruzione, ove dovuto, è commisurato al solo ampliamento ridotto del 20%. La riduzione arriva al 60% nell’ipotesi di edificio o unità immobiliari destinati a prima abitazione del proprietario o dell’avente titolo.
LIMITAZIONI - I comuni dovranno istituire ed aggiornare l'elenco degli ampliamenti autorizzati. Gli interventi «sono subordinati al titolo edilizio previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380». Gli edifici per i quali si chiede l’ampliamento dovranno essere già stati ultimati entro il 2008. Gli interventi sono subordinati all'esistenza delle opere di urbanizzazione primaria e al loro adeguamento al maggiore carico derivante dagli ampliamenti. Non si può intervenire su immobili aventi valore culturale o paesaggistico. E gli interventi su immobili commerciali non possono condurre a «derogare alle norme in materia di programmazione di grandi strutture di vendita».
ABUSIVI - Non può essere riconosciuto alcun aumento di volume o di superficie ai fabbricati anche parzialmente abusivi soggetti all'obbligo della demolizione, così come agli edifici che sorgono su aree demaniali o vincolate ad uso pubblico o dichiarate inedificabili.
ESCLUSIONI - I comuni hanno 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore della legge per escludere l'applicabilità delle norme a specifici immobili o zone del proprio territorio, sulla base di specifiche valutazioni o ragioni di carattere urbanistico, edilizio, paesaggistico, ambientale. I comuni possono pure stabilire limiti differenziati di ampliamento in relazione alle caratteristiche proprie delle
Ed ecco il testo del disegno di legge, in eddyburg
l'Assessore alle Politiche del Territorio, Angela Barbanente, ci ha inviato la nota che si seguito si riporta:
L’assessore
“Davvero gli Italiani sono così ingenui da ritenere efficace il piano straordinario per l'edilizia annunciato da Berlusconi? A nessuno sorge il dubbio che si tratti di un modo per distrarre l’opinione pubblica dai problemi quotidiani di una crisi gravissima che attanaglia persone e imprese e per coprire con sensazionali notizie spazi mediatici che potrebbero essere occupati dalla cruda realtà dei fatti? Una realtà che, come sappiamo, consiste in molteplici scippi a danno delle regioni del Mezzogiorno e, per quanto più direttamente ci interessa, in un’ostinata predilezione per inutili grandi opere, nella riduzione dei già esigui fondi destinati a rispondere ai bisogni abitativi delle fasce più deboli e a un’insopportabile perdita di tempo in tentativi di accentrare competenze regionali e risorse già ripartite. Per distogliere l’attenzione da tutto questo, basta annunciare provvedimenti sensazionali!
“E no, caro Berlusconi, noi non cadiamo nella trappola. Siamo molto attente e in grado di valutare i provvedimenti in base ai contenuti.
“Intanto per il Piano casa non c’è certo da esultare. Esso è ancora largamente una scatola vuota. Ci fa certo piacere che il governo abbia riconosciuto le nostre ragioni e si possa, con molti mesi di ritardo, far partire i Piani regionali promossi dal Governo Prodi immediatamente con 200 milioni e poi anche con i restanti 350. Non si può però dimenticare che ci sono voluti mesi di trattative e una raffica di ricorsi alla Corte costituzionale per conseguire questo risultato. Ma tant’è. La grande macchina comunicativa del governo Berlusconi è capace di far passare prima una scatola vuota e poi il recupero tardivo di programmi regionali per “iniziativa importantissima” del Governo.
“Quanto alle altre parti dell’annunciata "rivoluzione", l’idea appare di una rozzezza incredibile e certo non innovativa. Si tratta, infatti, del ritorno alla stagione delle deroghe indifferenziate, tristemente nota in Puglia per la sua scarsa trasparenza e per aver reso peggiore la qualità dell’ambiente, del paesaggio e anche della vita delle persone senza aver creato sviluppo. Su questo mi piacerebbe conoscere l’opinione di qualche Consigliere regionale di opposizione.
“Riguardo poi alla sostituzione del permesso di costruire con una perizia giurata di conformità resa dal progettista, sa Berlusconi che già oggi per molte opere è prevista la denuncia di inizio attività? E sa che le grandi speranze di semplificazione e snellimento riposte nella modifica della disciplina di tale procedimento e nell’istituto del silenzio assenso varati nel 2005, quando egli era presidente del Consiglio, sono state profondamente deluse? Ne conosce i problemi e le incertezze interpretative? E chi oggi esulta per l’innovazione annunciata si rende conto che la semplificazione viene così posta a carico del privato che si assume un onere istruttorio assai gravoso e rischioso in un paese caratterizzato da norme complicate e farraginose?
“Su questo abbiamo le idee chiare: riteniamo dannose le politiche fondate solo su modifiche procedimentali e provvedimenti derogatori. Per questo in Puglia abbiamo operato e continueremo a operare in modo diverso: con una politica per la casa attiva, con direttive e regole chiare, con incentivi mirati a rispondere ai bisogni sociali e a migliorare la qualità urbana come quelli previsti dai Pirp o dalle norme per la rigenerazione urbana, per l’abitare sostenibile e per aumentare l’offerta di edilizia residenziale sociale.”
Il governo Berlusconi si accinge a varare un provvedimento che sconvolge tutte le procedure edilizie. Sostiene di volerle snellire, agevolando la ripresa economica. Secondo le associazioni di tutela. questa misura sarebbe un disastro per il paesaggio e per l'assetto delle città. La Repubblica sostiene un appello promosso dagli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti al quale hanno già aderito gli urbanisti Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Italo Insolera ed Edoardo Salzano.
" Le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità. La proposta di liberalizzazione dell’edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi, rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio. Ecco perché c’è bisogno di un sussulto civile delle coscienze di questo paese. ".
L’appello può essere firmato sul sito di Repubblica.it, precisamente qui
La legge prevede l'abolizione della concessione edilizia da parte dei Comuni, sostituita dalla dichiarazione di un tecnico privato: per conto di chi costruisce, il professionista certificherebbe la conformità del nuovo edificio alle norme urbanistiche. In più, stando alle anticipazioni, si consentirebbe di aumentare il volume di un edificio nella misura del 20 per cento, se si tratta di un edificio residenziale, del 30 se commerciale. Sarà consentito demolire e ricostruire tutti gli edifici sorti entro il 1989 che non abbiano vincoli di tutela incrementando il volume del 30 per cento. Alcune Regioni, come la Sardegna e il Veneto, hanno già aderito e il governatore Giancarlo Galan porterà già oggi all'approvazione della giunta un provvedimento simile. Da parte di molte altre Regioni vengono invece avanzati dubbi quando non forte opposizione.
Palazzo Chigi ha diffuso, inviandola ufficialmente a Regioni ed enti locali, un’irresponsabile bozza di decreto legge su sedicenti "Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili".
Nulla ha dunque insegnato al nostro governo la "bolla edilizia" (housing bubble) che ha duramente colpito l’economia americana l’anno scorso. Secondo l’analisi di George Soros nel suo ultimo libro (The New Paradigm for Financial Markets: The Credit Crisis of 2008 and What It Means), le aspettative artificialmente create da un mercato immobiliare gonfiato ad arte hanno prodotto, fra 2001 e 2005, una crescita incontrollata degli investimenti immobiliari, e dunque dei relativi meccanismi di finanziamento (a cominciare dai mutui), sul presupposto che il valore degli immobili possa crescere indefinitamente, appoggiandosi a finanziamenti e prestiti sempre più alti, per immobili sempre più cari. Il solo fatto di concedere sempre più mutui, a condizioni facilitate, fece crescere la domanda immobiliare, anzi per alcuni anni parve convalidare le previsioni più ottimistiche, innescando un perverso inseguimento fra eccesso di domanda (e di debito) ed eccesso di offerta. Bastarono pochi anni, e l’eccesso degli investimenti immobiliari e del relativo indebitamento, oltre che distrarre il risparmio da investimenti più produttivi, finì con l’esser tanto alto da trascinare l’intero sistema nella rovina: la terribile housing bubble con conseguente bancarotta, appunto, di cui abbiamo letto su ogni giornale, evidentemente invano.
L’Italia, si sa, è il Paese europeo col più basso tasso di natalità. Ma è al tempo stesso il Paese col più alto consumo di territorio: per dare solo un esempio particolarmente raccapricciante, la Liguria ha consumato negli ultimi vent’anni il 45% della propria superficie libera da costruzioni, inondando il paesaggio di cemento (la media italiana è un già pessimo 17%). Basta mettere insieme questi due dati (bassa natalità, altissimo consumo del suolo), che contrastano drasticamente con l’esperienza Usa (un Paese in continua espansione demografica e con ampie aree a bassa densità abitativa), per comprendere come la "bolla immobiliare" nostrana, se gli investimenti non vengono dirottati altrove, sia destinata a esplodere con ben maggior violenza. La bozza ora emanata da Palazzo Chigi parte al contrario dall’ipotesi, quando meno azzardata, che per rilanciare l’economia nulla di meglio vi sia che scatenare la cementificazione del Paese. Allo scopo, s’intende, «di sostenere la domanda generale interna di beni e servizi, nell’attuale fase di congiuntura globale» (art. 1 della bozza). L’arcaica superstizione secondo cui l’unico investimento sicuro è quello del "mattone", comprensibile come retaggio di una società preindustriale, viene dunque adottata dal governo come linea vincente per salvare l’economia del Paese.
L’intento di fornire al "partito del cemento" una piena licenza di uccidere non potrebbe esser più chiaro. Si possono ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008: la percentuale si calcola sul volume per le unità residenziali, sulla superficie coperta per ogni altra (art. 2, c. 2). Se poi il 20% non basta, niente paura: si può arrivare comodamente al 35% (del volume o della superficie), purché si abbatta integralmente un edificio, ricostruendolo più in grande. Queste ed altre espansioni edilizie saranno fatte, assicura la bozza, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi» (art. 2 c. 1); persino l’altezza della nuova fabbrica può essere modificata, portandola fino a «quattro metri oltre l’altezza massima prevista dagli strumenti urbanistici vigenti». Per tutti questi interventi basta una d.i.a. (dichiarazione inizio attività), senza tanti permessi: il risanamento dell’economia non può aspettare. E se per caso si trattasse di edifici storici? Facile: basta far domanda alla competente Soprintendenza, e se per caso non risponde entro 30 giorni vale il principio del silenzio-assenso (art. 5, c. 3 e 5). Il Codice dei Beni Culturali viene in tal modo non ignorato, ma consapevolmente calpestato. La certezza del diritto cede il passo a una feroce delegificazione.
Impallidiscono, al confronto, i condoni edilizi ex post, piombati a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004). La foglia di fico della crisi economica non nasconde l’essenziale: questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell’intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città. Se, come è da sperare, questa bozza null’altro è che un ballon d’essai, sarà molto interessante vedere quali saranno le reazioni delle istituzioni. Che cosa farà il Ministero dei Beni Culturali, che in passato seppe far cadere le proposte di silenzio-assenso presentate dai ministri Baccini (2005) e Nicolais (2006), di fronte a questa norma assai più distruttiva? Che cosa diranno Regioni ed enti locali di fronte a tanta selvaggia deregulation? Qualcuno si ricorderà dell’art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica, in via prioritaria rispetto ad ogni altro interesse anche economico, «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione»?
Lo stuolo di portavoce del governo, nel rosario quotidiano dei telegiornali, spende spesso e volentieri la definizione "sinistra del no" (molto trendy anche su svariati quotidiani). Nel mazzo sfiorito di questi "no" seriali, che sarebbero la prova provata della sterilità intellettuale dell’opposizione, sono finite anche le dure critiche al cosiddetto "piano casa", che a una parte consistente dell’opinione pubblica appare come la deregulation della già sregolatissima cultura edilizia di uno dei Paesi più (mal) cementificati del mondo.
Come altre formule "pop" della destra di governo, lo slogan "sinistra del no" è semplice e funzionale: attribuisce all’opposizione una sorta di malumore preconcetto; e al governo un’alacre attivismo. Peso morto da una parte, motore virtuoso dall’altra. Il clichè rientra nel "normale" fastidio che questa maggioranza coltiva nei confronti dell’opposizione e delle sue prerogative. Ma c’è, specie in un caso come questo, strutturale per il futuro di tutti, un’aggravante sostanziale. L’aggravante è questa: che il merito delle questioni scompare. Si fissano (o si rifissano) le parti in commedia, quella dell’operoso Berlusconi e quella dei suoi neghittosi osteggiatori, e si evita accuratamente di parlare delle scelte concrete, delle loro conseguenze, dei pro e dei contro.
Un "no", isolato dal suo contesto, non ha senso. Ogni "no" (esattamente come ogni "sì") può essere giusto o sbagliato, motivato o pretestuoso, sciocco o intelligente, solo in misura della proposta o dell’evento che lo ha suscitato. Dire "sinistra del no" equivale a decontestualizzare ogni idea, ogni parola, nascondendola dietro un siparietto propagandistico uguale e contrario a quello assegnato al premier, ormai da quindici anni (tre piani quinquennali) sulla scena come fattivo e generoso artefice della rinascita nazionale.
La scomparsa del merito, della dimensione concreta dei problemi, non è solo uno dei morbi più velenosi e ottundenti della scena pubblica italiana. Sta diventando uno degli elementi fondanti dell’egemonia berlusconiana. L’aspetto psicologico, emotivo e dunque televisivo e spettacolare della politica ruba la scena alla discussione razionale. Un capo che sorride e ha nel cuore le sorti del popolo contro un’opposizione frustrata e invidiosa: questo è il plot che la gragnuola delle dichiarazioni da telegiornale, molti talk-show, molti titoli strillati hanno confezionato e consolidato. Quando si tratti, poi, di decidere se è giusto o ingiusto dare corso legale a centinaia di migliaia di piccoli abusi edilizi, favorire l’iniziativa privata magari a scapito di interessi collettivi nevralgici come l’integrità del paesaggio (quel che ne resta), ri-condonare di fatto l’attitudine anarchica che molti italiani scaricano sul territorio, allora ci si accorge che si deve risalire la china della caricatura propagandistica costruita in anni di sapiente semplificazione dei problemi. Se dico ancora "no", è costretta a chiedersi "la sinistra del no", faccio la solita figura del livido guastafeste? Mi si nota di più se dico "no" o se resto in disparte e non dico niente? E non sarà più simpatico dire "sì", in modo che il pubblico capisca che so variare il copione?
Si noti come le precedenti domande non abbiano niente, ma proprio niente a che fare con la sostanza delle questioni politiche in generale, e con il "piano casa" nello specifico. Una delle poche frecce rimaste nell’arco dell’opposizione è proprio questa: azzerare questo ricatto psicologico, ignorare le freddure sulla "sinistra del no", procedere come se si vivesse e si facesse politica in una Paese in cui i "no" e i "sì" si pronunciano solo in rapporto a quanto accade, non in rapporto a quanto sta scritto in un copione mediatico scritto, per giunta, da altri.
L’altolà di Carandini
di Carlo Alberto Bucci
«Il piano-casa è un allarme per il Paese». Andrea Carandini veste i panni dell’urbanista e boccia il progetto del governo Berlusconi. Seduto in pizzo alla poltrona alla quale ammette «di non essere affatto legato», tanto da «non vedere l’ora di tornare ai miei studi», il vecchio archeologo, neo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ieri ha fatto un discorso di insediamento che lo mette immediatamente in bilico sullo scranno che Salvatore Settis ha lasciato in polemica con il ministro Sandro Bondi. Il sì convinto dell’allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli alla proposta arrivata con una telefonata di Bondi «mentre ero in ascensore», appare infatti appannato dal "piano-casa". «L’intervento, per quanto si intravede - ha detto Carandini, aspettando di leggere la proposta nella sua forma definitiva ai primi di aprile - allarma, nel suo disordinato pointillisme, che rischia di portare nuove rughe al volto già usurato del nostro paesaggio rurale e urbano».
La "puntiforme" estensione dei condoni «viene ad aggiungersi al grande ciclo espansivo dell’edilizia dell’ultimo decennio che ha interessato soprattutto la "città diffusa"». Un pericolo incombe sull’Italia: «È ragionevole temere che venga ulteriormente impoverita la sostanza paesaggistica che potremo offrire a coloro che verranno a visitare il nostro Paese». Per Carandini «bisogna completare al più presto i piani paesaggistici». E in attesa che questi vengano messi a punto (potrebbero servire anche due o tre anni, ipotizza con una buona dose di ottimismo) «non resta che regolamentare l’attività edilizia, caso per caso attraverso le norme del Codice dei beni culturali, ricordando però che la potestà del ministero sull’autorizzazione paesaggistica, secondo la norma transitoria, ben presto si esaurisce: passati i sessanta giorni dal ricevimento del progetto, e il personale tecnico disponibile è scarso».
Davanti al ministro dei Beni culturali (dicastero «con problemi di sopravvivenza», sottolineata la penuria di fondi e personale) e ai consiglieri vecchi e nuovi (i professori Elena Francesca Ghedini, Emanuele Angelo Greco e Marco Romano, nominati al posto dei cattedratici dimissionari Andrea Emiliani, Andreina Ricci e Cesare De Seta), l’archeologo dell’Università la Sapienza ha anche, innanzitutto, sottoscritto le novità portate al Collegio romano dal ministro che starebbe pensando di tornare a occuparsi del suo partito (Forza Italia): ossia nomina di un commissario speciale, il capo della protezione civile Guido Bertolaso, per l’area archeologica di Roma, e quella di un super manager, l’ex leader di MacDonald, Italia Mario Resca, per la valorizzazione dei musei italiani. Ma, in conclusione del suo intervento, Carandini ha posto l’accento sull’ultima parola che dà corpo al Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici. Il paesaggio, appunto. Per l’autore di Archeologia classica (Einaudi), dal "piano-casa" vanno esclusi: «Le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici già adottati o approvati, i beni immobili di interesse culturale sottoposti a disposizioni di tutela del codice e le zone perimetrate come "centro storico" e "città storica" dagli strumenti urbanistici vigenti».
Il ministro Bondi ha approvato la relazione definendola «un perfetto affresco sul patrimonio culturale italiano» e ha ringraziato Carandini «per lo stimolante discorso e le utili indicazioni di lavoro». Molto apprezzata soprattutto l’analisi «sul rapporto Beni Culturali-Stato-Regioni». E già, perché Carandini ha brindato all’accordo di programma tra Bondi e Bassolino in tema di gestione delle bellezze della Campania. E ha detto che «il modello, completato per l’aspetto universitario potrebbe essere esteso, gradualmente, anche alle altre Regioni, nel quadro di una prospettiva nazionale».
Anche uno stop alle mire espositive del governo c’è nella relazione del vecchio archeologo. Che prima s’è trincerato dietro un «non è di nostra competenza» alla domanda se sarebbe d’accordo a prestare i Bronzi di Riace per il G8 in Sardegna. Ma poi, ribadendo che i prestiti si possono concedere solo per rassegne di alto contenuto culturale e scientifico, ha ammesso: «Sono contrario all’esposizione dei feticci, dirò sempre no alle mostre delle belle statuine».
L’obbrobrio chiamato "villettopoli"
di Leopoldo Fabiani
«Ha fatto benissimo Andrea Carandini a condannare il progetto del governo. Tutte le persone di cultura dovrebbero mobilitarsi contro una legge che si risolverà in un’ulteriore devastazione del nostro territorio». Pierluigi Cervellati, urbanista, docente a Venezia, autore di diversi piani regolatori, si oppone ferocemente al "piano casa" del governo Berlusconi.
Professore, non ci vede almeno un tentativo di rivitalizzare l’economia?
«Nemmeno un po’. È un condono edilizio "preventivo e gratuito". Almeno quelli degli anni ‘90, comunque micidiali nei loro effetti, prevedevano una sanzione economica. Tra i costi di un’operazione del genere non si può ignorare l’impoverimento del territorio e del paesaggio, bene primario per il nostro paese».
Qual è l’aspetto più criticabile?
«L’assenza totale di qualsiasi programmazione pubblica, la privatizzazione del bene comune, la crescita senza limiti di quell’obbrobrio che chiamo "villettopoli"».
Non le piacciono le villette?
«Andrebbero proibite per legge, anzi dovrebbero essere demolite. Sono uno degli elementi che più contribuiscono al degrado edilizio del nostro paese».
Ma non esiste un problema abitativo in Italia?
«Abbiamo un numero di case esagerato, e allo stesso tempo troppe persone (specie i giovani) che non dispongono di un’abitazione. Perché abbiamo il mito della casa di proprietà, e mancano gli alloggi pubblici da dare in affitto a chi non si può permettere di pagare un mutuo. La cosa che più mi indigna è che tutti saranno favorevoli a questi ampliamenti del 20% previsti dalla legge, perché le loro proprietà aumenteranno di valore. Alla fine il risultato è che in Italia abbiamo case sempre più belle, ma delle città e un territorio che fanno schifo».
Postilla
No, i panni dell’urbanista li veste proprio male l’uomo che ha sostituito Settis e, con l’uomo della McDonald, ispira e gestisce la politica del Mibac. Concentrare la protesta al “piano casa” di Berlusconi alla sola questione della tutela del paesaggio e dei beni culturali, per di più di alcune oasi, significa non aver capito nulla di che cosa succede a deregolamentare la legislazione urbanistica. Carandini propone di far salve dalla distruzione “le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici adottati o approvati” e i centri storici. Ma lo dicono anche i berluscones, che il paesaggio va – per l’amori di Dio! – tutelato, che i centri storici vanno protetti, anzi, rivitalizzati, che le aree protette vanno rispettate. Ma quante sono le aree effettivamente (sottolineo effettivamente) protette in Italia? E per di più,non è necessario essere un urbanista per comprendere che il territorio è un sistemam e non un insieme di brandelli, e che la protezione è assicurata solo dall’uso razionale e trasparente del territorio. La pianificazione urbanistica serve a questo. Oppure ci si accontenta di avere qualche isola protetta in un paese sempre più distrutto dallo svillettamento e divorato dal consumo di suolo? In una società sempre più devastata dalle privatizzazioni e commercializzazioni dei beni comuni?
Dal Garda a Messina, da Siena alla Murgia, il piano del governo rischia di dare il colpo di grazia al paesaggio. Legittimando l'edilizia selvaggia. Ecco gli scempi del futuro prossimo
Arriva l'onda. Un'onda anomala. Un'onda di cemento. La temono in Liguria, dove l'invasione di nuove costruzioni minaccia i pochi varchi lasciati liberi da decenni di speculazioni. Si prepara al peggio il lago di Garda, già deturpato dal boom di seconde e terze case. Guai in vista anche nella fascia agricola che ancora cinge la periferia sud-ovest di Milano, un'oasi di verde sotto assedio ormai da anni. Per non parlare delle regioni del Sud già deturpate da un abusivismo dilagante.
"Più case per tutti", annuncia Silvio Berlusconi. Ma il piano studiato dal governo per rilanciare l'edilizia rischia di dare il colpo di grazia ad alcuni dei paesaggi più sensibili del territorio nazionale, aree di straordinario valore ambientale e culturale finora almeno in parte risparmiate dall'aggressione dei costruttori. L'allentamento delle regole, la possibilità di aumentare la cubatura degli edifici fino al 20 per cento, di abbattere e ricostruire, magari altrove rispetto all'originale, le case realizzate prima del 1989, il tutto con procedure ridotte al minimo, viene descritta come una sciagura nazionale dalla grande maggioranza degli urbanisti, degli studiosi del territorio, degli ambientalisti. Un vero 'piano Attila' che secondo Antonello Alici, segretario generale di Italia Nostra, mette nero su bianco la definitiva estinzione "di quel poco di governo del territorio che finora aveva salvato alcune parti d'Italia". Nel mirino degli speculatori rischiano di entrare alcune delle aree a maggior valore ambientale e culturale del Paese. Nella lista spicca il parco dell'Appia antica a sud di Roma, da tempo segnato da abusi piccoli e grandi che ora potrebbero diventare legali. Alle porte di Milano è in pericolo il parco di Monza, polmone verde assediato dalle villette in stile brianzolo. A Torino invece la deregulation introdotta dal piano casa potrebbe addirittura stravolgere la struttura urbana del centro già compromessa da demolizioni e grandi opere. E al Sud va citato a titolo di esempio, ovviamente in negativo, la colata di cemento che ha stravolto l'area costiera dello stretto di Messina. Qui il piano casa, secondo le critiche di Italia Nostra, rischia di legalizzare perfino le costruzioni in aree ad alto rischio di frane e alluvioni.
Peggio ancora. Il nuovo provvedimento studiato dall'esecutivo con la collaborazione (interessata) di alcuni governatori regionali come Giancarlo Galan (Veneto) e Ugo Cappellacci (Sardegna) andrebbe ad aggravare la situazione ormai fuori controllo di alcune grandi aree urbane. Gaetano Benedetto, condirettore generale del Wwf, parla di "polverizzazione edilizia". E cioè una miriade di iniziative che finiscono per sottrarsi a una qualunque regia centrale. "Nella sola città di Roma giacciono almeno 700 mila pratiche edilizie inevase", segnala Benedetto. A cui vanno aggiunti i 60 milioni di metri cubi supplementari previsti dal piano regolatore varato dalla vecchia giunta di Walter Veltroni. Basterà l'effetto annuncio della legge berlusconiana per provocare un aumento delle richieste dei cittadini. E alla fine, prevede Benedetto, "sarà il caos, una situazione ingovernabile dove risulterà di fatto impossibile perseguire gli abusi".
Roma non è un'eccezione. Molte importanti amministrazioni comunali, non solo al Sud, faticano a gestire l'esistente. E adesso rischiano di essere travolte da una valanga di lavoro straordinario. Niente paura, fa sapere il governo, la burocrazia sarà ridotta al minimo. Nel nome della deregulation, il permesso di costruire verrà abolito e sostituito da una perizia giurata del progettista. In pratica, sarà lo stesso geometra pagato dal costruttore ad autocertificare la regolarità dell'intervento edilizio. In questo modo, sostiene Alici di Italia Nostra, "si legalizza un principio dagli effetti devastanti, peraltro già molto applicato in Italia. È il principio secondo cui prima si fanno i lavori e poi qualcuno controllerà se si poteva oppure no". E a questo punto, come insegna l'esperienza del passato, l'eventuale abuso potrà essere sanato con un provvedimento ad hoc. Le possibilità di manovra per gli speculatori allora diventano pressoché infinite.
Del resto, è lo stesso progetto casa berlusconiano a somigliare molto a un condono camuffato. Le irregolarità degli anni scorsi - alzare il tetto, aggiungere una stanza, chiudere un balcone - potranno essere sanate in base ai criteri introdotti dal nuovo provvedimento. Liberi tutti, allora. Magari rispettando i più moderni criteri di risparmio energetico e sicurezza. Perché chi abbatte una casa costruita prima del 1989 potrà rifarla più grande di prima (fino al 30 per cento) anche in un luogo diverso dall'originale, ma a patto che si adegui a determinati standard ecologici. Fin qui niente di straordinario o particolarmente innovativo. Anche il Wwf si dichiara favorevole ai provvedimenti che consentono aumenti delle volumetrie condizionandoli all'aumento dell'efficienza energetica delle abitazioni. Il fatto è, però, che l'indubbio vantaggio per l'ambiente rischia di essere annullato dal consumo supplementare di territorio. Se nei centri cittadini mancherà lo spazio per ristrutturare e ricostruire, gli immobiliaristi demoliranno i vecchi edifici per lottizzare nuove aree di periferia strappate a quel poco che resta di verde e agricoltura.
"La dimensione urbana conquisterà nuovi spazi e si aggraverà il problema del consumo di suolo libero, e quindi di paesaggio", dice Sergio Lironi, presidente onorario di Legambiente a Padova. Paesi come Germania e Inghilterra hanno da tempo affrontato la questione fissando limiti severissimi per impedire le nuove costruzioni su terreni agricoli. "In Italia invece cemento e asfalto stanno divorando territorio a una velocità sempre maggiore", denuncia Paolo Pileri, il professore del Politecnico di Milano che guida l'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo, promosso dall'ateneo lombardo insieme a Legambiente e all'Istituto nazionale di urbanistica. E così, secondo gli unici dati disponibili, tra il 1999 e il 2004 le aree urbanizzate, cioè trasformate da cemento e infrastrutture, sono cresciute in Lombardia di 24.742 ettari: quasi 5 mila all'anno. È come se ogni 12 mesi nella Pianura padana si costruisse una nuova città delle dimensioni di Brescia là dove prima c'erano prati, terreni agricoli e boschi. In Liguria, già sottoposta a un enorme stress ambientale, dal 1990 fino a oggi è andato perduto oltre il 45 per cento del territorio libero. Anche in Veneto l'ultimo decennio è stato segnato da una velocissima espansione degli insediamenti residenziali e produttivi. Dal 2001 al 2007 sono state realizzate case d'abitazione per circa 40 milioni di metri cubi all'anno. Quanto basta per dare alloggio ad almeno 600 mila nuovi abitanti. Al ritmo di incremento demografico attuale (immigrati compresi) servirebbero 15 anni per utilizzare tutte queste abitazioni, come ha calcolato Tiziano Tempesta dell'Università di Padova. E nel frattempo continuano a mancare gli alloggi per chi ne ha più bisogno: giovani coppie, famiglie povere e immigrati.
In Veneto come altrove, il frenetico sviluppo edilizio degli ultimi anni ha privilegiato le iniziative speculative: villette, capannoni e centri commerciali. Poco o nulla, invece, per le fasce più deboli della popolazione. E adesso che la recessione minaccia i bilanci dei costruttori, Galan rilancia. La giunta veneta ha fatto addirittura da battistrada varando a tempo di record (martedì 10 marzo) un progetto di legge sulla casa che anticipa le novità governative. Da altre Regioni, invece, arrivano reazioni tiepide o negative. Il presidente della Liguria, Claudio Burlando, ricorda che "questo governo ha tagliato i fondi stanziati per l'edilizia residenziale pubblica". In Piemonte, Mercedes Bresso avverte che "il piano potrebbe provocare disastri sia nel patrimonio architettonico delle nostre città che nel paesaggio delle nostre campagne". Hanno preso le distanze anche Calabria, Umbria ed Emilia Romagna. Ce n'è abbastanza per prevedere che il piano casa finirà sotto il fuoco incrociato delle regioni. Quelle guidate dal centrosinistra, probabilmente. Ma non solo, visto che da Palermo anche il governatore Raffaele Lombardo ha accolto con freddezza le novità da Roma. Del resto in materia di governo del territorio e tutela ambientale, la Costituzione assegna alle Regioni una competenza concorrente con quella del governo centrale. Che deve limitarsi a fissare principi fondamentali. "Ma a questo punto non escludo ricorsi alla Corte Costituzionale per risolvere eventuali conflitti", dice Daniele Granara, avvocato che da anni difende le ragioni delle grandi associazioni ambientaliste. Giovanni Losavio, presidente nazionale di Italia Nostra, arriva a ipotizzare "una violazione di tre diverse norme costituzionali, compreso il principio fondamentale di tutela del paesaggio".
Ma più che dai ricorsi legali, i programmi berlusconiani potrebbero essere frenati dalla recessione. Nella sola Milano oggi si contano oltre 100 mila appartamenti sfitti. I prezzi degli immobili sono in caduta. Dopo gli anni del boom innescato dal credito facile, le aziende faticano a finanziare i nuovi investimenti. E le banche scottate dalla crisi pensano più che altro a ricapitalizzarsi stringendo le maglie di prestiti e mutui. Intanto nelle agenzie si accumulano offerte di immobili che restano invenduti. E il piano casa non sembra davvero in grado di contrastare neppure l'impennata della disoccupazione. Anzi, come ricorda anche il Wwf, il "settore edile è il più segnato dal lavoro nero".
Le Associazioni qui rappresentate hanno più volte denunciato il processo di manomissione, di cementificazione e di imbruttimento dei paesaggi italiani, pur in presenza di taluni atti (le demolizioni dell’ex Hotel Fuenti e di Punta Perotti, l’approvazione del Codice per i beni culturali e paesaggistici) che sembravano aprire una fase di rinnovata, consapevole e condivisa tutela di questo bene fondamentale. Esse rivolgono ora un pressante appello al governo, al parlamento, al presidente della Repubblica affinché il programma per l’edilizia enunciato non venga, anzitutto, approvato nella forma sbrigativa del decreto legge con cui si impone alle Camere di ratificare un provvedimento tanto complesso senza, di fatto, discuterlo. Mentre, trattandosi di principi fondamentali nella materia di governo del territorio (oggetto di legislazione concorrente di Stato e Regioni), si deve escludere che ricorra il caso straordinario di necessità ed urgenza che legittima il Governo all’assunzione di potestà legislativa. Tanto più se fossero previste modifiche peggiorative al Codice dei beni culturali e del paesaggio (in materia dunque che ha copertura nell’art. 9 della Costituzione) con la più volte annunciata esclusione della efficacia vincolante del parere rimesso alle Soprintendenze sugli interventi in aree vincolate.
Osserviamo nel merito che la semplificazione delle procedure edilizie non può spingersi fino all’abolizione del permesso di costruire (garanzia insopprimibile di legalità nell’edilizia) e alla sua sostituzione con una spicciativa autocertificazione del progettista, mentre agli uffici tecnici comunali sono date limitatissime facoltà di contestazione. Contro il principio costituzionale di buon andamento dell’amministrazione e in un evidente squilibrio di forze fra gli uffici comunali e chi rappresenta corposi interessi privati.
Molto rischioso, nella stessa direzione, anche l’ulteriore allargamento della già discutibile Dichiarazione Inizio Attività (DIA), nonché l’inclusione di ogni sorta di interventi fra le opere di “conservazione” e l’ammissione ai benefici della nuova legge dei Comuni ancora privi di strumenti urbanistici i quali semmai vanno, in vario modo, sollecitati a dotarsene. Mentre del tutto improponibile è la prevista assoluta liberalizzazione delle opere interrate, accessorie alla residenza, e nella elevatissima misura del 20 per cento del volume dei fabbricati esistenti, quando invece l’edificazione sotterranea esige rigorosi controlli di fattibilità e sicurezza e, specie nelle aree urbane storiche, verifiche preventive di compatibilità con la tutela archeologica. La quale va mantenuta salda e forte, in capo alle Soprintendenze e non disarticolata con continui commissariamenti (vedi Pompei, ed ora Roma, addirittura l’intera sua Provincia) per ragioni di “protezione civile” che svuotano le Soprintendenze stesse e rimandano nel mondo l’immagine di un’Italia disastrata.
La ristrutturazione e il recupero di fabbricati e la riqualificazione di interi quartieri semi-periferici e periferici precariamente edificati nell’ultimo dopoguerra possono essere attuati soltanto con piani pubblici, attenti e rigorosi, elaborati d’intesa fra Regioni e Comuni, col controllo degli organismi della tutela. Piani i quali tengano conto non del solo mercato ma di una domanda di alloggi popolari e sociali sin qui largamente insoddisfatta, con un intervento pubblico precipitato all’1 per cento.
Tali piani di recupero possono prevedere, in sede regionale, anche premi in cubatura ma non certo nella misura preventivata del 20 per cento. Allo stesso modo un premio generalizzato pari al 10 per cento non può venire regalato indiscriminatamente a chiunque voglia aggiungere altra edilizia nelle zone agricole già tanto invase e di per sé preziose come bene primario, con l’ulteriore effetto di grave alterazione nelle tipologie delle superstiti architetture rurali di tradizione.
Il Paese ha bisognodi una legge-quadro la quale ponga le Regioni in condizione di legiferare in modo snello e insieme rigoroso, valorizzando il paesaggio, i centri storici, i parchi nazionali e regionali (minacciati invece da nuove norme a favore della caccia e a danno dell’avifauna), riqualificando le nostre periferie, potenziando il trasporto locale su rotaia, dando risposte serie ad una nuova domanda di edilizia economica e sociale anche attraverso il recupero attento del patrimonio esistente ed evitando il più possibile ogni nuovo consumo di suoli liberi, agricoli e forestali. Che si stanno infatti diffusamente impoverendo, con danni irreversibili al bene primario del paesaggio: dalla collina veneta, all’Agro Romano (dove la superficie agro-forestale è stata più che dimezzata fra il 1961 e il 2000), alla costa siciliana.
Assotecnici, Ass. R. Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza, eddyburg, Italia Nostra, Legambiente
La manovra è concertata con due "regioni di destra" che, sodali del Presidente del Consiglio, gli aprono la strada e danno la linea alle altre regioni. I comuni saranno dunque abilitati, contro le prescrizioni di piani e regolamenti, a promuovere l’ampliamento del patrimonio edilizio nelle misure dal 20 al 35 per cento.
Non importa se è così sovvertito l’assetto razionale delle città disegnato dai piani regolatori. Berlusconi promette un boom edilizio pari a quello del dopoguerra, perché dall’edilizia civile pretende un contributo decisivo al superamento della crisi economica, non bastano le grandi opere, Ponte sullo Stretto, Mose e infrastrutture d’ogni specie. Anche i permessi di costruire (irrinunciabile controllo di legalità) sono un inutile ostacolo, basta la parola del progettista. Ma pure le sanzioni dell’abusivismo debbono essere attenuate e anzi cancellate se c’è il ravvedimento operoso.
Non basta, l’ostacolo infine del paesaggio deve essere rimosso e cosa nasconda la promessa semplificazione delle procedure per i permessi in materia ambientale e paesaggistica è ben facile intendere.
Sull’ordine urbano e il paesaggio si scarica uno sregolato boom edilizio.
Italia Nostra, allarmata, invita le Regioni che ancora sentono la responsabilità del governo delle nostre città a respingere il progetto del Presidente del Consiglio, così dimostrando di saper fare buon uso delle autonome potestà che la Costituzione ad esse attribuisce. Mentre non dubita che il Presidente della Repubblica, nell’esercizio dei poteri a lui affidati dall’art. 87, comma 4, della Costituzione, verificherà se il disegno di legge di iniziativa governativa risponda al principio del buon andamento dell’Amministrazione (art. 97 Cost.) e a quello, fondamentale, della tutela del paesaggio (art. 9).
Il Presidente del Consiglio ha confermato il proposito di procedere con decreto-legge per l’approvazione del cosiddetto Piano Casa, benchè sia ben consapevole – più volte lo ha ripetuto – che il provvedimento attiene ad una materia, il governo del territorio, rimessa dalla Costituzione alla legislazione concorrente di Stato e Regioni.
La potestà legislativa dello Stato è quindi limitata – così vuole la Costituzione – alla determinazione dei principi fondamentali della materia. Intervento legislativo questo quanto mai complesso per la materia del governo del territorio e a questo adempimento non bastarono neppure le due precedenti legislature mentre la presente ha appena iniziato ad affrontare quel compito attivando al riguardo la competente commissione della Camera dei Deputati.
E se dunque si tratta di dettare, anche con il Piano Casa, principi fondamentali che dovranno indirizzare la produzione legislativa delle Regioni, non solo l’annunciato contenuto non pare che in concreto si mantenga entro quei limiti, ma innanzitutto non può per certo, come enunciazione di principi fondamentali di legislazione concorrente, costituire il caso straordinario di necessità ed urgenza che legittima l’assunzione di potestà legislativa da parte del governo.
Italia Nostra, che ha espresso radicale e motivato dissenso su una misura che esonera dalla responsabile pianificazione pubblica rilevanti trasformazioni urbane e territoriali, ritiene doveroso segnalare il proprio convincimento sulla pregiudiziale incompatibilità funzionale della legislazione di principi con la decretazione d’urgenza.
Berlusconi: "Via al piano edilizia"
ma molte Regioni dicono no
di Paola Coppola
Serve "per smuovere l’economia", per rimettere in moto l’edilizia "ferma e impastoiata da mille burocratismi". Darà "a chi ha una casa e nel frattempo ha ampliato la famiglia la possibilità di aggiungere una o due stanze". Senza rischi di abusi, garantisce Berlusconi. Il piano straordinario per l’edilizia si farà, e subito: alla prossima riunione del Consiglio dei ministri, "venerdì faremo il provvedimento", chiarisce il premier.
Per il ministro delle Infrastrutture Matteoli è possibile trovare punti di incontro sul provvedimento perché "è una necessità non solo delle Regioni di centrodestra ma di tutto il Paese". Giusto riparlare del piano per il leader leghista Bossi, che però frena: "Alcuni ci credono molto, io meno".
Ora toccherà alle Regioni valutare il documento, discusso con Veneto e Sardegna, e che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo con una norma nazionale da affiancare a quelle regionali. Il piano dà il via libera a un aumento delle cubature del patrimonio edilizio con la possibilità per le Regioni che lo accettano di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici realizzati prima del 1989 per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici, energetici", di abolire il permesso di costruire e sostituirlo con una dichiarazione di conformità da parte del progettista.
Ma la maggioranza delle Regioni già frena sul testo che dovrebbe essere alla base della normativa che vuole rivoluzionare le norme su costruzioni e ristrutturazioni. Se il Veneto si candida a fare da apripista, e per il governatore Galan "non ci sarà alcuno scempio, ma si tratterà di operare sul patrimonio edilizio esistente", e la Sardegna è favorevole, l’Abruzzo è pronto a valutare il piano e la Sicilia lo "sposa pienamente", come dice l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Lombardo, Gentile, ma molti governatori di centrosinistra sono perplessi perché temono soprattutto l’impatto ambientale.
È cauto il governatore lombardo Formigoni: "Tutto ciò che va nella direzione della sburocratizzazione e della accelerazione dei procedimenti normativi non può che essere positivo", dice. E precisa: "Studieremo il progetto con un atteggiamento di apertura, ma anche con prudenza, per ciò che può andare a discapito del territorio. Quello della Lombardia è già fortemente antropizzato". Frena anche l’assessore lombardo al Territorio, il leghista Boni: "Abbiamo approvato una legge che restringe i poteri dei Comuni per impedire di occupare nuovo suolo pubblico". Bocciatura dal Piemonte: "Discutibile la proposta di permettere di aumentare la cubatura nelle parti esterne, senza controlli: potrebbe provocare disastri nel patrimonio architettonico e nel paesaggio", dice Mercedes Bresso. In Piemonte una legge permette già di ampliare la cubatura per interventi di ecoedilizia e per le ristrutturazioni di mansarde e parti interne degli edifici. Il piano preoccupa il presidente della Regione Emilia Romagna, Errani; Martini lo bolla come "una proposta inaccettabile, costruita solo con alcune regioni, anziché attraverso un confronto con tutte". Anche in Toscana si possono ampliare le superfici abitative o installare impianti di energia rinnovabile "con i contributi regionali e senza far saltare leggi e regolamenti", dice il governatore. Per Marrazzo, governatore del Lazio, è "una forma surrettizia di condono". Rilanciare l’edilizia è un volano utile, ma bisogna ripartire da quella pubblica, dice Burlando, governatore della Liguria. Contraria la presidente della Regione Umbria, Lorenzetti, il governatore delle Marche, Spacca, chiede di "evitare la deregulation". E "no" anche da Campania, Puglia e Basilicata. Perplesso Loiero: "Si può raggiungere meglio l’obiettivo con incentivi reali come quelli che la Calabria ha messo a disposizione e senza cambiare le regole".
Ambientalisti sul piede di guerra
di Adriano Bonafede
La più dura è Legambiente, che in una nota scomoda addirittura il classico Mani sulla città di Francesco Rosi: "Sembra di tornare alla situazione descritta in quel film, al tempo in cui in barba a qualsiasi norma, Piano o Regolamento edilizio, negli anni '60 in Italia, speculatori senza scrupoli hanno potuto ampliare, demolire, ricostruire edifici brutti e insicuri". Secondo l'organizzazione di difesa dell'ambiente, "sono pagine di storia del nostro Paese che hanno fatto nascere edifici e periferie squallide, dove l'edilizia ha creato ricchezza solo per gli speculatori e case invivibili". Ha poi aggiunto Edoardo Zanchini, responsabile Urbanistica di Legambiente: "Pensare di premiare con il 20-30% di aumento di cubatura interventi che verrebbero realizzati in deroga a Piani urbanistici e regolamenti edilizi significa rendere più brutte e invivibili le città italiane e premiare gli speculatori".
Le preoccupazioni degli ambientalisti riecheggiano anche nel commento di Ermete Realacci, ora responsabile di queste tematiche per il Pd: "È indispensabile un forte rilancio dell'edilizia pubblica sia per l'uso abitativo che per quello scolastico. Ma le norme annunciate dal governo appaiono confuse e pericolose. La proposta di oggi sarebbe iniqua e devastante per l'equilibrio delle città, speriamo resti solo un annuncio come tanti altri".
Per Giovanna Melandri, responsabile Cultura del Pd, "l'Italia rischia di dare l'ultimo assalto alla propria bellezza e al proprio paesaggio, valori imprescindibili della nostra identità e del nostro futuro".
Da parte degli urbanisti, come si vede anche dagli articoli in pagina, si insiste sul fatto che con questa liberalizzazione il governo rinuncia sia al progetto iniziale che al controllo finale. Dice Daniel Modigliani, ex direttore del Piano Regolatore di Roma: "Il governo ha di fatto deciso di non volersi occupare della trasformazione edilizia delle aree metropolitane, nelle quali, peraltro, abita l'85 per cento della popolazione italiana. È quasi peggio di un condono edilizio: almeno quello riguarda soltanto gli edifici irregolari; in questo caso, invece, anche tutto ciò che è regolare".
Gli unici a vedere con favore il provvedimento "liberalizzatore" sono i costruttori, che si aspettano una nuova stagione di affari.
Fuksas:
"Un delirio che può accadere solo qui in Italia"
L’architetto Massimiliano Fuksas è categorico: "Non esiste nessun altro paese in cui si possa fare quello che il governo italiano sembra ora ipotizzare. In Francia, in Spagna, in Germania, paesi che conosco bene, c’è sempre la presentazione di un progetto e c’è un’autorizzazione. Qui invece c’è la resa totale dello Stato. È un delirio". Per Fuksas il governo, anche nel campo edilizio, ripropone una strada che ha già battuto in altri casi: "Il messaggio è chiaro: la burocrazia non è capace, quindi fate come credete. Così come si dice: fatevi le ronde perché la polizia non può farlo. Per uno come me, affezionato all’idea di Stato, c’è un senso di frustrazione". Un intervento sull’edilizia si può fare: "Ma ci vorrebbe un piano vero come il Piano Fanfani negli anni 50".
Cervellati:
"Sciagura che impoverisce tutto il Paese"
"Manca totalmente un progetto. C’è semmai un elemento di speculazione e di favore per chi ha già una casa, che può ampliarla. L’edilizia ha un valore ma andrebbe indirizzata verso determinate aree e problemi". L’urbanista Pier Luigi Cervellati è a dir poco allarmato. "Siamo di fronte a una forma di deregulation con il paravento del risparmio energetico. E poi, nessuno sa con quali parametri misuro questo risparmio: aumento la profondità dei muri? Lavoro all’interno? In Trentino Alto Adige sono stati identificati dei parametri. È evidente che il tutto andrebbe pianificato, studiato con obbiettivi molto precisi. Senza di ciò il progetto diventa una forma di speculazione che porta a un impoverimento del paese. Il liberismo nell’edilizia senza un’idea è una sciagura".
Secchi:
"Uno scandalo che farà scattare
la deregulation selvaggia"
"Questo progetto mi sembra veramente scandaloso". A parlare è l’architetto Bernardo Secchi, ordinario di Urbanistica all’Università di Venezia. "È vero che quando si adeguano gli edifici alle norme energetiche c’è bisogno di qualche metro quadro in più, ma tutto ciò non può essere lasciato all’iniziativa di chiunque". All’estero, aggiunge Secchi, si fanno sempre dei progetti di massima, "dove gli urbanisti dicono quali sono le performance che devono avere gli edifici (ad esempio in Francia ci sono le classi A,B,C, ecc). Soltanto all’interno di questi progetti possono intervenire i singoli". E poi non basta un’autocertificazione del progettista: "Certo che no. La certificazione deve essere fatta da un apposito ente, altrimenti è liberalizzazione selvaggia".
Buzzetti:
"Il progetto darà una spallata alla burocrazia"
"Comprendo le perplessità che alcuni hanno manifestato, ma confido nel fatto che alla fine il progetto del governo sarà più equilibrato di quanto non sia apparso finora". Chiedere a un costruttore cosa ne pensa di una norma che di fatto liberalizza e semplifica l’edilizia è come chiedere all’oste se il vino è buono. Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance, fa dunque il suo mestiere, ma si rende conto delle criticità: "Io credo che la norma che prevede l’abolizione dell’autorizzazione riguarderà solo gli interventi più piccoli, non i più grandi. In ogni caso da sempre i costruttori chiedono ai governi una semplificazione e una maggiore rapidità delle procedure. Questo provvedimento darà una spallata alla burocrazia".
Otto anni di boom edilizio ininterrotto
di Rosa Serrano
Quanto è cresciuto in questi anni il patrimonio abitativo italiano? Quanti metri cubi di cemento si sono posati uno sull’altro per venire incontro alla richiesta di case delle famiglie italiane? E soprattutto, questo bisogno è stato alla fine soddisfatto? Alla vigilia della nuova "rivoluzione del mattone" annunciata dal presidente del Consiglio, cerchiamo di dare qualche risposta, di diradare qualche dubbio. E come prima cosa, scopriamo che dal 2000 ad oggi il flusso di nuove abitazioni costruite ogni anno si è fatto via via sempre più impetuoso. Il dato ci viene fornito dal Cresme: nel 2000 erano 159 mila. Lo scorso anno quasi il doppio: 287.000 (che salgono a 323 mila se includiamo gli ampliamenti di edifici esistenti). Un balzo di oltre l’80 per cento, che sarebbe stato anche maggiore se nel 2008 non si fosse registrata una lieve flessione. L’Agenzia del territorio non fa che confermare questo boom pluriennale del mattone: tra il 2003 e il 2007 il patrimonio residenziale complessivo (cioè lo stock esistente) è salito da 28,8 milioni di abitazioni a 31,4: 2 milioni 600 mila in più. Metà di questo aumento è concentrato al Nord. Il resto se lo dividono Centro e Mezzogiorno con una prevalenza di quest’ultimo, dove lo stock è salito di 700 mila unità.
Malgrado l’ultimo rallentamento creato dalla crisi economica, si è tornati a costruire allo stesso ritmo degli anni ‘80, decennio che conobbe il primo grande condono edilizio, quello deciso da Bettino Craxi. Seguìto dalle due sanatorie di Berlusconi e dalla legge "padroni a casa propria", che oggi il premier vuole in qualche modo riprendere ed estendere dalle ristrutturazioni interne alle cubature esterne.
Di fronte a questo rinnovato e duraturo boom edilizio, ci si aspetterebbe di veder soddisfatta gran parte della fame di abitazioni delle famiglie italiane, ancora non proprietarie. Invece no. Sentiamo quello che ci dice l’associazione dei costruttori, l’Ance, in un suo report. Nel quadriennio 2003-2007 sono stati rilasciati permessi per costruire 1,2 milioni di alloggi a fronte di un fabbisogno abitativo proveniente da nuove famiglie di circa 1,5 milioni di case. Insomma, alla fine ci sono 78 abitazioni per 100 nuove famiglie. Cosa significa questo? Che bisogna costruire ancora di più? In realtà, finora si è costruito moltissimo per il mercato (sempre più ricco) e pochissimo per l’edilizia popolare. Al rilancio di quest’ultima ora punta il Piano Casa che il governo ha sbloccato ieri l’altro con le Regioni. Si cerca in altre parole di intercettare quelle fasce deboli di famiglie tagliate fuori in tutti questi anni dai prezzi inaccessibili e dalla stretta creditizia che ha drasticamente ridotto il ricorso ai mutui soprattutto da parte di giovani o immigrati. Ma tagliate fuori anche da una scarsa offerta di case in affitto a canoni possibili. Chi contesta, come gli ambientalisti, il ricorso a nuove costruzioni, ricorda a questo proposito il fenomeno delle case sfitte. Secondo una recentissima ricerca del Sunia, a Roma sono oltre 245.000 su 1,7 milioni di abitazioni; a Milano 81.000 su 1,6 milioni.
Oltre al piano di edilizia popolare che il governo cerca di legare a una maggiore offerta di affitti a basso prezzo, resta da capire se e in che misura la "liberalizzazione edilizia" che Berlusconi si appresta a presentare (con libertà di ampliare, di demolire e di ricostruire case) verrà incontro alle esigenze delle famiglie attraverso il recupero del patrimonio abitativo esistente, o se verrà utilizzato solo per nuove speculazioni edilizie.
Licenze edilizie, no della Puglia
di Giuliano Foschini
"Nessun aumento di cubature straordinarie. "Fin quando governeremo noi, operazioni scellerate come questa non saranno mai possibili". L’assessore regionale all’Urbanistica, Angela Barbanente, chiude le porte in faccia alla proposta di legge del governo Berlusconi che consentirebbe aumenti di cubature dal 20 al 35 per cento a tutte le strutture residenziali. "Non firmeremo mai quella convenzione - continua l’assessore che è anche docente al Politecnico di Bari in Pianificazione urbanistica - perché sarebbe come mandare all’aria decenni di studi, di dibattiti, di leggi e discussioni sulla pianificazione del territorio soltanto per soddisfare pericolosissimi appetiti speculativi. Questa manovra con lo sviluppo non ha nulla a che fare: è un’operazione che serve soltanto a sanare gli abusi, prima ancora che diventino tali, senza una verifica della sostenibilità ambientale e paesaggistica degli interventi".
"In questi anni - continua la Barbanente - la Regione ha dato in materia di urbanistica e quindi di tutela del territorio degli indirizzi ben precisi, puntando soprattutto sulla sostenibilità ambientale. La nostra linea di governo è questa, chiara e netta. Se qualcuno ha intenzione di portare avanti la politica dell´abuso e delle sanatorie, dovrà bussare ad altre porte".
La Barbanente è critica con Berlusconi anche sulla vicenda legata al piano casa. "Stanno cercando di fare propria - spiega – un’operazione voluta e finanziata del governo Prodi che loro avevano distrutto e che oggi è stata recuperata soltanto grazie alla strenua resistenza delle Regioni, comprese quelle di centrodestra. Oggi il governo ha sbloccato 200 milioni di euro, rispetto ai 550 iniziali, privilegiando i progetti cantierabili. Noi quindi dovremmo vederci finanziare tutti i nostri progetti da 36 milioni". Ma non è soltanto l’urbanistica il terreno di scontro tra il governo pugliese e quello nazionale. Ieri il presidente della Regione, Nichi Vendola, ha criticato duramente la spartizione dei fondi Cipe e Fas decisa venerdì dal consiglio dei ministri. "Dagli interventi del Governo - dice - sono scomparsi il piano per le bonifiche dei siti inquinati, comprese quelle per Brindisi e Taranto, i fondi Industria 2015, e gli interventi per le imprese. L’alta capacità ferroviaria Bari-Napoli è completamente assente mentre opere come la Maglie-Leuca ed il Nodo di Bari non rappresentano alcuna novità, essendo già state indicate dai piani del governo precedente".
Il nostro paese, specie al Nord, ha scelto la strada della Metropoli diffusa senza alcuna qualità urbana senza alcuna coscienza di quanto si può guadagnare se si costruisce meglio
I decreti e le norme in un paese populista sono un´immagine fedele dell´idea che i governanti hanno dei cittadini ma anche di quella che i cittadini hanno di sé
Se passa la nuova legge nel paese del "fai da te"
di Franco La Cecla
Il piano del governo potrebbe risolversi in un ulteriore degrado del paesaggio, senza portare benefici. Ma alle famiglie italiane non dispiace la "deregulation edilizia"
Le leggi, i decreti legge, in un paese a regime populista come il nostro sono una fedele immagine dell’idea che i governanti hanno dei cittadini, ma anche, purtroppo, dell’idea che i cittadini hanno di sé stessi. La promessa legge sulla casa racconta un’Italia di abitanti del sotterfugio, un paesaggio di verandine e cantinette, di superfetazioni e solai sempre pronti a trasformarsi nella cameretta per i figlioli con lo stiracalzoni reguitti e la collezione di lattine di birra vuote. È una popolazione in perenne competizione con gli odiati vicini alla cui faccia si può aprire una finestra abusiva, sopraelevare un terrazzo, rubare aria, vista e metri cubi. Infatti la cosa più singolare della legge in cantiere è che solleverà una marea di contenziosi tra vicini, perché il fatidico 30% di cubatura in più sarà sì certificato dal geometra o dal giovane architetto disoccupato, ma non certo dal dirimpettaio. È una legge fatta per incrementare il lavoro degli avvocati. Non per dare una spinta al settore edilizio.
L’Italia si trova ad avere una enorme quantità di edifici mal costruiti da dopo la guerra ad oggi con materiali scadenti, una totale disconoscenza dell’economia energetica, una disastrosa collocazione: le periferie nate come una escrescenza mostruosa di un’idea della vita e della città mutuata dalla divisione tra sonno, lavoro, consumo ed una condanna della meravigliosa realtà dei nostri centri storici. Il nord soprattutto ha scelto la strada della metropoli diffusa senza nessuna qualità urbana e senza nessuna coscienza di quanto si può guadagnare e risparmiare se si costruisce meglio e con una idea di comunità. Lo scandalo di questa legge non consiste solo nella promessa di cementificazione, ma nel fatto che è una occasione perduta per dare lavoro e respiro all’unico vero settore che "tira" in Italia, le trentamila piccole imprese che si sono lanciate sulla strada della efficienza energetica grazie ad un decreto Bersani che qualche anno fa diede agevolazioni fino al 55% a chi si riconvertiva nell’immobiliare ad alta efficienza climatica.
Oggi in Italia c’è bisogno di demolire molto e di ricostruire con materiali e tecniche innovative. La provincia di Bolzano lo ha capito e offre un "premio" di 3,5 di cubatura % in più (non trenta!) a chi si fa una casa che rientri nelle alte graduatorie di efficienza energetica. Oggi il consumo energetico del nostro patrimonio immobiliare incide per il 40% dell’energia consumata in un anno nel paese. Perfino la nuclearista Francia a cui facciamo il favore di comprare una tecnologia datata, oggi ha provveduto ad avere il 23% dell’energia prodotta da vento, sole, fotovoltaico. Noi arriviamo appena sopra le decine. Obama ha investito 70 miliardi di dollari per la formazione di tecnici che controllino l’efficienza energetica delle nuove costruzioni. Da noi nemmeno una vaga idea nella formazione dei progettisti della importanza di questa competenza. I nostri architetti che si strappano le vesti contro questa legge qualche mese fa - su questo giornale - sostenevano che ci vogliono 3 milioni di nuovi vani per dare respiro all’edilizia. Da noi l’idea è che l’Italietta è fatta di scappatoie costruite da imprese più o meno legali e di fondo tutto l’immobiliare puzza di inciucio, laddove in altri paesi come la Spagna non si fanno progetti se non in una stretta trasparente collaborazione tra pubblico e privato, tra comuni, banche e real estate, i famosi project financing che qui sono solo serviti alle mangiatoie autostradali e lì hanno creato un sistema di "paradores", una fruizione del patrimonio monumentale e dell’ospitalità turistica correlata con soldi privati e controllo pubblico che ha dato frutti economici magnifici. Il problema è che il nostro paese è all’avanguardia solo nell’idea di cortile e di interesse privato e preferisce distruggere la propria ricchezza urbana e paesaggistica in nome di una logica di agenzia immobiliare: pochi, maledetti e subito. Nessuna proiezione nemmeno in avanti di cinque, dieci anni. È l’arraffa bavoso di chi dal governo ha creato delle xerox di sé in ogni padre di famiglia.
Perfino in paesi molto più indietro economicamente come la Grecia la superficie di fotovoltaico e pannelli è una cifra tre o quattro volte superiore alla nostra, 3 milioni e mezzo di metri quadri. Greenpeace Italia ha spiegato come da noi ci siano state energie, inventiva, un tessuto di piccole imprese diffuse che aveva scoperto nella edilizia "efficiente" un polmone di innovazione. Ma non sono state aiutate dalla incoerenza delle leggi, dalla mancanza di coraggio dei governi e adesso l’Italia è nel fanalino di coda di questo settore. Potremmo riprenderci perché comunque l’intero immobiliare è in fermento e nuovi materiali, nuove soluzioni possono essere adottate, ma si tratta di concepire un pensiero, di avere un’idea del tipo di città e di insediamenti che vogliamo. Gli architetti, come al solito stanno giocando a fare "i buoni" contro il governo cattivo e non sono come al solito capaci di un pensiero urbano innovativo. Il 30 per cento di cemento in più pesa sul nostro futuro perché da noi perfino l’idea di demolire lo Zen di Palermo è considerata uno scandalo, laddove oggi uno dei settori più trainanti dell’immobiliare è proprio quello delle demolizioni, ma razionali, energeticamente e ambientalmente controllate e con una idea di cosa farci di meglio. È probabile però che vinca il paesaggio populista, quello di una nuova Italia che ha bisogno di identificarsi nel balcone trasformato in verandina, e poi sublimato in stanza in più a gloria di futuri crolli sui vicini: peggio per loro!
Dove comanda il condominio
di Italo Insolera
Molte volte nella storia troviamo la parola "crisi" (e quasi sempre abbiamo paura di essere colpiti dalla "crisi più grave della storia"). Non sappiamo - per ora - come questa prima crisi del millennio uscirà dal confronto con le crisi del secolo scorso. In questo ci sono stati certamente due momenti di crisi insuperabili: la prima e la seconda Guerra Mondiale (1914-1919/1939-1945) quando l’unità di misura erano i morti.
Quelle guerre ebbero una pesantissima coda che vedeva in primo piano - soprattutto la Seconda - la crisi delle abitazioni. In Italia esisteva dall’inizio del XIX secolo una istituzione pubblica con lo scopo di far fronte appunto al problema della casa; l’Istituto Case Popolari; però alla fine del secondo conflitto si ritenne che l’Icp fosse insufficiente ad affrontare il pesantissimo problema della ricostruzione e si creò un istituto apposta, l’Ina-Casa.
Esso non fu certo organizzato come un ufficio tecnico di un ente assicurativo, ma come una originale e completa struttura incaricata dell’attuazione del "Piano Fanfani", dal nome del ministro dei Lavori Pubblici Amintore Fanfani (1908-1999). Questa complessa struttura mobilitò tutti i tanti neo-laureati, studenti, giovani ingegneri, architetti, geometri, impresari ecc., a dirigere i quali fu chiamato Arnaldo Foschini (1884-1968). Furono costruite case isolate nei piccoli centri e sorsero nelle grandi città i primi "quartieri" veramente moderni: a Torino, a Milano, a Bologna, a Firenze, a Genova, a Roma, e Napoli, a Palermo, ecc., offrendo standards tecnici fino ad allora impensabili per l’edilizia popolare. Le estreme periferie proposero ai cittadini uno "stile" inconfondibile che non si tardò a indicare appunto con il nome dell’Ina-Casa, realizzando contemporaneamente l’obiettivo della lotta alla disoccupazione edilizia e della ricostruzione post-bellica, utilizzando i fondi E.R.P. (European Reconstruction Program) e delle apposite trattenute su stipendi, salari e ogni altro compenso dei lavoratori.
Adesso, a mezzo secolo di distanza, quale insegnamento si può trarre da quella esperienza? La via che sembra indicata potrebbe intitolarsi "Via ventipercento". Non c’è nessun E.R.P., nessuna Ina-Casa come protagonista. L’immagine che si può prevedere è estremamente disordinata. Chi sopraeleverà un pezzo, chi occuperà un distacco, chi farà a destra il contrario di quello che un altro fa a sinistra. Salvo per qualche villetta, si può prevedere che saranno le "assemblee di condominio" a dirigere le trasformazioni urbanistiche!
Come è noto la formazione degli strumenti urbanistici, la loro attuazione, il loro controllo passano attraverso un iter amministrativo che nessuno rimpiangerà. Se ne prevede infatti la sostituzione con quella che potremmo chiamare "autoburocrazia" della perizia giurata e sostituzione dei progetti di architettura-ingegneria con i "più" e i "meno" dei documenti bancari. Nessuno di questi atti può garantirci il paesaggio urbano che ne deriverà; anzi.
Il "ventipercento" edilizio raramente costituirà un arricchimento effettivo e duraturo per il proprietario: infatti il valore totale del fabbricato è già stato certamente utilizzato alla sua costruzione e il 20% aggiunto adesso ha senso per portare via i soldi della banca, non per aggiungere metricubi. Ci sembra che ci sia un solo caso in cui è possibile pensare ad una trasformazione diversa ed è quello della demolizione totale e ricostruzione (che in questo caso può passare dal 20% al 30%); ossia attuare una operazione che trasforma il territorio, una operazione di urbanistica vera e propria.
La prigione degli italiani
di Francesco Merlo
In Italia ci vorrebbero due piani casa: uno di distruzione, l’altro di costruzione, perché l’architettura non è solo aggiungere ma anche sottrarre, non importa se con l’esplosivo purificatore o a colpi di piccone come si fece con il muro di Berlino. Si può dunque investire nella Santa Ruspa e far ripartire l’economia anche distruggendo le case brutte che hanno devastato l’Italia nelle periferie, nelle campagne, lungo le coste. E bisognerebbe distruggerle pur sapendo che in quegli orrori ci sono l’aria di casa e gli odori di casa, la casa dolce casa, la casa italiana da dove non si può scappare perché persino il marinaio che abita lo spazio aperto sogna, come Ulisse, di tornare a casa.
L’italo americano di John Fante addirittura vi torna solo per coricarsi nudo «in una specie di avvallamento che aveva la forma del corpo di mia madre». Ed è la stessa la casa ironica e calda con Brancati, malinconica e disperata con Vittorini, la casa del Nespolo, la casetta in Canadà. Nell’illusione fragilissima che fuori c’è il baccano e in casa ci sono le emozioni. E forse perché solo la casa in Italia garantisce la vita dopo la morte. La casa è l’appartenenza organica, etnica e tribale, la coincidenza tra il luogo d’origine e il luogo d’arrivo: patto d’amore, di fede e di soldi.
A simbolo e a fondamento del familismo italiano, non importa se industriale politico o criminale, c’è sempre la casa: Villar Perosa, Arcore o magari Corleone dove il reato dei figli e dei parenti di Totò Riina non ha bisogno d’essere provato. E infatti anche gli esterni vengono adottati, punciuti, accasati: la casa è già il reato e non esiste l’uomo senza limiti che non rincasa nel casotto, nel caseggiato e nel casamento dei pregiudizi, nella casamatta e nel casino.
È quasi tutto negativo l’universo semantico della parola casa, dalla casalina della serva alla moglie ridotta a casalinga, angelo del focolare che sente la casa come una disgrazia. E si va dalla casa chiusa della prostituta alla casa di custodia e poi di tolleranza, di piacere, di correzione, di salute, di pena, di reclusione, di cura.
E tuttavia la casa è il sogno ed il bisogno, e per l’Italia è stata la rinascita, la maniera di mutare in forza la tragedia dei bombardamenti. Ma la casa è stata anche, nell’Italia del benessere, l’assedio della bruttezza, la casa dei geometri e dei muratori con la complicità degli ingegneri che non misurano la Terra come voleva Platone, non hanno più nulla dei genieri del genio, di quei militari cioè che distruggevano e poi ricostruivano, ma in Italia si ingegnano soltanto ad aggirare le leggi per allargare, sopraelevare, condonare.
Non ci può più essere un piano-casa italiano senza una legge che promuova e protegga l’investimento estetico: non solo edifici che funzionano, ma anche edifici che affascinano, seducono, incantano. Non solo case sicure, a prova d’umidità, ma anche case belle, dentro e fuori, case per la poesia del ritorno. Anche se...
È vero che «bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse», ma noi siamo che certi che molto presto il povero Ulisse si sentì prigioniero della tela di Penelope in quella casa-reggia che finalmente lo proteggeva ma gli riduceva l’anima. E, se non ripartì per mare, certo sognò di farlo e di fuggire dalla casa ché sempre diventa casa di riposo e di ignavia. Ulisse capì subito che, al contrario di quel che aveva creduto sul mare, è in casa che ci si smarrisce, ed è fuori casa che ci si ritrova. A Itaca dunque si perdette, disperatamente rimpiangendo Circe, Polifemo, Nausica e la spiaggia dei Feaci.
Casa
di Italo Calvino
Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio - il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera - le cose viste da sempre di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva. Sapeva già tutto a memoria: eppure continuava a cercare di far nuove scoperte, così di scappata, un occhio sul libro l’altro fuori dal finestrino, ed era ormai sempre una verifica di osservazioni, sempre le stesse.
Però ogni volta c’era qualcosa che gli interrompeva il piacere di quest’esercizio e lo faceva tornare alle righe del libro, un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare.
Il testo del Sillabario di Italo Calvino è tratto da La speculazione edilizia (Mondadori). Franco La Cecla insegna Antropologia all’Università San Raffaele di Milano. Ha scritto Contro l’architettura (Bollati Boringhieri). Italo Insolera, urbanista, è autore del notissimo Roma moderna (Einaudi)
"Venerdì (in consiglio dei ministri, ndr) faremo il provvedimento" sul piano casa che avrà "effetti straordinari" sull’edilizia ma non permetterà abusi. Lo ha detto ieri Berlusconi passeggiando per Roma. Il piano straordinario per la casa allo studio da parte del governo servirà a "dare a chi ha una casa e nel frattempo ha ampliato la famiglia la possibilità di aggiungere una stanza, due stanze o dei bagni con servizi annessi alla villa esistente".
"Saranno le singole Regioni - ha aggiunto il premier - che dovranno valutarlo: serve per smuovere l'economia e in particolare l'edilizia da sempre ferma e impastoiata da mille burocratismi".
Ma non ci saranno rischi di abusi edilizi? "No - ha risposto Berlusconi - perchè tutto quello che si farà è in aderenza e in continuazione di case esistenti, quindi nelle zone previste dal piano regolatore e con una vidimazione sotto responsabilità dei progettisti". Quanto agli effetti che il piano avrà sull'economia e sull'edilizia, il Cavaliere è apparso ottimista: "A sentire i responsabili del settore e i costruttori potrà avere effetti straordinari". Il piano, anticipato ieri prevede nuovi alloggi per giovani coppie, anziani, immigrati regolari, studenti. Il piano, concordato con le Regioni, prevede 550 milioni per l'edilizia popolare. Le abitazioni saranno date in affitto con diritto di riscatto.
I primi interventi prevedono la costruzione di circa 5.000-6.000 alloggi. È previsto un aumento delle cubature, pari al 20%, delle costruzioni esistenti. E la possibilità di abbattere edifici vecchi (realizzati prima del 1989), non sottoposti a tutela, per costruirne nuovi con il 30% di cubatura in più. Questi interventi dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi. Sono previsti sconti fiscali.
Critiche da Pd e Legambiente. "Sembra di tornare alle "Mani sulla città" di Francesco Rosi, al ricordo di come, in barba a qualsiasi norma, Piano o Regolamento edilizio, negli anni '60 in Italia, speculatori senza scrupoli hanno potuto ampliare, demolire, ricostruire edifici brutti e insicuri". Lo afferma in una nota Legambiente. "Sono pagine di storia del nostro Paese che hanno fatto nascere edifici e periferie squallide, dove l'edilizia ha creato ricchezza solo per gli speculatori e case invivibili".
"Aggiungi una stanza a casa tua". Passeggiando per Roma il premier annuncia che venerdì il governo approverà il piano-casa. Si potrà "ampliare" l’abitazione di proprietà. Critiche da Pd
e Legambiente.
Berlusconi invecchia male. Povero di idee rispolvera a mezzo secolo di distanza il “rito ambrosiano”, che contribuì al disastro edilizio della sua città, Milano. Si costruiva in deroga: si tiravano su muri e pilastri, poi sarebbero arrivati un piano regolatore o una variante ad aggiustare le irregolarità. Mezzo secolo dopo e dopo decenni di gaia deregulation, non ci sarebbe neppure più bisogno di quello. Durante la sua passeggiata tra i commercianti radunati a Cernobbio, Berlusconi ha rilanciato la sua scoperta annunciando che il provvedimento è già pronto e che si andrà anche stavolta per decreto. Risoluto: «Ne parlerò martedì o mercoledì con il Capo dello Stato e pensiamo di portare il piano casa venerdì in Consiglio dei Ministri». Dove stia l’urgenza per ricorrere a un decreto non ha spiegato e francamente non si capisce. Non si vedono schiere di muratori al “pronti, via!”. Forse è solo paura: le proteste sono state tante. Anche se lui di coste cementate, di colline scavate, di città costruite tra un cortile e l’altro, non si preoccupa. Testuale: «Voi credete che imbarbariamo o cementifichiamo il Paese concedendo di aumentare la superficie abitativa del 30 per cento? Io credo di no». Ha chiarito: «Ho molta fiducia nel senso estetico degli italiani e nel senso di responsabilità dei professionisti che elaboreranno i progetti». Le prove alle nostre spalle sono inquietanti.
Bersaglio facile
Certo sulla casa è un gioco darsi alla demagogia e colpire nel segno e di demagogia lo ha accusato infatti il leader del centrosinistra, Dario Franceschini, che ha promesso vigilanza: «Valuteremo il piano in modo aperto, ma in base a quello che uscirà dal consiglio dei ministri, non in base alle battute di Berlusconi». Battute Berlusconi non se ne è risparmiate, utili ad arricchire la sua personalissima antologia. Ha spiegato ad esempio che in un primo momento Bossi s’era opposto perché temeva che il piano avrebbe favorito gli immigrati. Invece no e Bossi ha capito, adesso è entusiasta. Bossi ha capito che «questa misura è stata immaginata per andare incontro alle esigenze delle famiglie che abitano in case mono o bifamiliari e che hanno necessità di avere una o due stanze in più». Vedremo spuntare dai condomini della Comasina o del Testaccio, a funghetto, camere da letto, bagni e cucine. Vedremo soprattutto, e qui sta la furbizia del provvedimento, alzarsi mansarde e estendersi terrazze, secondo le esigenze delle famiglie, e di chi, soprattutto, costruttore o proprietario, ha i quattrini e qualche intenzione speculativa, più meno voluminosa. Il “pensierino” per le famiglie può valere migliaia di metri cubi per le immobiliari e sarebbe davvero il «far west edilizio», come ha vaticinato Grazia Francescato, portavoce dei Verdi. Il freno è nella crisi del mercato immobiliare.
Berlusconi, con l’aria severa, ha concesso una risposta di fretta a Emma Marcegaglia che l’aveva l’altro ieri sollecitato a far qualcosa di concreto per l’impresa: «Abbiamo dato soldi verissimi». E ha citato ancora i nove miliardi per gli ammortizzatori sociali, le auto, gli elettrodomestici, le banche. Ha promesso meno tasse alle famiglie «quando i conti lo consentiranno», perché come è noto, «il Pdl non accetta una società divisa tra ricchi e poveri». Ha corretto Maroni, sui prefetti retrocedendoli a a controllori di un comitato di vigilanti.
Davanti ai commercianti ha pure reinventato il ministero del Turismo, giusto per premiare la fedele Michela Brambilla, commerciante di via Montenapoleone. La Russa gli ha fatto presente che ci sono altri che premono: Urso, Castelli... Non ha deluso la platea chiudendo con una sparata internazionale, rivendicando la soluzione del conflitto Russia-Georgia: «Sono stato io a mandare Sarkozy da Putin».
Intendiamoci: quello che sta per essere proposto dal governo è un vero e proprio condono, tra l’altro già noto ai bene informati, che consentirà di ampliare e sanare soprattutto migliaia di seconde case, che inciderà ancora una volta pesantemente sul territorio e che utilizza come misero pretesto il problema-casa e l´incapacità di redigere un vero piano-casa, come si fa dovunque nella lontana Europa. Approfittando del varo della legge per un vago stanziamento di fondi per l’edilizia popolare a favore di Regioni che, come quella campana, non sapranno nemmeno come utilizzarli, non avendo né piani né programmi credibili, il governo ci infila dentro le solite norme deregolative. Non è difficile immaginare i danni che questa operazione provocherà, soprattutto agli appetitosi paesaggi di pregio, stimolando, a breve termine, un sostanzioso giro di danaro, ma nessuna prospettiva di sviluppo duraturo.
Soprattutto, non è difficile immaginare gli effetti che questo quarto condono edilizio della storia repubblicana avrà sul fragile paesaggio campano e sull’ancor più fragile macchina amministrativa che dovrebbe gestirlo, sulla quale gravano ancora centinaia di migliaia di pratiche in attesa di essere evase. Di fronte a questa ennesima, certa, ondata predatoria, si potrà valutare ancora una volta l’atteggiamento che avranno i governi regionali, delegati, com’è noto, alla gestione della materia urbanistica. La Regione Campania, com’era inevitabile, già ai tempi dello scorso condono si è distinta per un comportamento elusivo e ai limiti del comico, approvando allora un provvedimento teso a ridurre i margini di manovra del condono un quarto d’ora dopo il tempo limite, per poi fare inutili ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, lasciando nell´incertezza migliaia di cittadini, ma soprattutto contribuendo, nei fatti, all´affamato sistema della macchina speculativa e criminale dell’edilizia campana.
La Campania resta la regione italiana delle finte tutele. Il caso della Penisola Sorrentina, consegnata alla speculazione edilizia a sfondo semi-abusivo e dove la sistematica distruzione di agrumeti e uliveti, per fare posto a enormi parcheggi e volumi interrati, è all’ordine del giorno e rimarrà come un marchio della gestione urbanistica del centrosinistra, soprattutto perché, nonostante le denuncie e nonostante siano chiari gli effetti di alcune leggi regionali (in particolare la 19/2001, fintamente modificata dalla 16/2004), non si prendono provvedimenti che invertano questa incredibile situazione. In confronto, i recenti episodi di abusivismo edilizio sulla collina di Camerota fanno sorridere, perché in un’area parimenti tutelata di quella del Cilento, la Penisola appunto, si sta consentendo di costruire gli stessi volumi ma, questa volta, sotto l’egida inconcepibile della Regione Campania.
Del resto la kafkiana resistenza dell’ecomostro di Alimuri è solo la punta di un iceberg di un sistema di tutele che evidentemente non funziona, o non è messo scientemente in condizioni di funzionare. Il resto lo fanno i sindaci, soprattutto quelli dei Comuni più piccoli, assetati di voti e dei soldi degli oneri concessori, i tecnici, pronti a firmare e giurare il falso, e le commissioni edilizie, organo di emanazione politica fatto di commistioni non chiare e conflitti di interessi plateali, di fatto abolite dal codice del paesaggio (codice Urbani-Rutelli), ma ovviamente prorogate chissà per quanto ancora dalla Regione. E il centrodestra che si vede all’orizzonte non pare proporre alternative credibili.
Tutte le potentissime voci del partito del fare annunciano il piano casa del premier Silvio Berlusconi e del suo avvocato di fiducia Niccolò Ghedini. Si tratta, come dicono quelli che sanno di economia e di finanza, di una "deregulation", vale a dire di una liberazione dai lacci e lacciuoli che soffocano la libera iniziativa privata.
Per quel che ne so delle precedenti deregulation all’italiana esse non hanno vie di ritorno: se fanno dei guasti sono irreparabili.
Mi provo a ricordarne alcune. Nei lontani anni Sessanta come cronista feci un’inchiesta sulle vacanze dei milanesi, andai a vedere cosa facevano nel golfo del Tigullio e usai un neologismo che ebbe la consacrazione dei dizionari: "rapallizzazione". Per dire un’urbanizzazione senza regole e misura, banchi compatti di case e casoni che dal mare risalivano le valli e coprivano gli oliveti. L’inizio della distruzione delle due Ligurie di Levante e di Ponente lungo le quali oggi si corre su un’autostrada da cui il mare è invisibile tra cartelloni pubblicitari e antisuono. Un’altra esperienza di deregulation all’italiana la feci dopo l’alluvione del Polesine. Cercai di capire le cause e mi dissero che i corsi d’acqua, anche i più piccoli, devono avere la loro "fascia di pertinenza" o di "divagazione", ma che migliaia di sindaci democraticamente eletti, per guadagnare o conservare i consensi popolari, per non opporsi al partito del fare, avevano riempito di case e di fattorie le terre di esondanza fra gli argini e che il guasto era irreparabile perché nessuno era in grado di assumersi l’onere della distruzione delle costruzioni abusive.
Poi vennero gli anni del miracolo economico e della industrializzazione trionfante e andai a vederne gli effetti a Torino, dove per costruire fabbriche, magazzini, mercati, strade il terreno tra il Po e la Dora era stato coperto da uno strato impermeabile di cemento e asfalto, per cui l’acqua non scendeva nel terreno ma si riversava nei fiumi e, come nel gioco del domino, per cementificazioni successive si arrivava fino al mare in una catena inevitabile di sciagure.
Mi sono occupato del popolo del fare e della sua tendenza ad agire alle spalle della comunità quando il ministro Ruffolo cercò di dare il via alla bonifica della valle del Lambro e di altri fiumi e fiumiciattoli dove gli operosi imprenditori "deregolati" versavano i loro veleni. Ne ricordo uno ad Agrate Brianza che diceva di aver inventato il modo per ricavar benzina dai rifiuti industriali e invitava i giornalisti a visitare la sua fabbrica piena di alambicchi giganteschi. Poi si seppe che faceva i soldi liberandosi per conto dei fabbricanti della zona dei rifiuti versandoli nei canali d’irrigazione o in una cisterna che perdeva sugli asfalti stradali. Oggi nel bacino del Lambro l’inquinamento arriva a trentadue metri di profondità. Irrecuperabile.
Con l’odierna deregulation, ci informa il governo, «si semplifica l’attività edilizia con l’abolizione dei permessi di costruzione sostituiti da un certificato di costruzione firmato dal progettista, il quale, sotto la sua responsabilità, deve accertarsi della piena regolarità delle opere». Se abbiamo capito bene il rigoroso controllo dell’edilizia pubblica e privata verrebbe affidato proprio a chi è esposto alle tentazioni del facile guadagno e della corruzione, a chi in ogni occasione mostra la sua avversione per lo stato di diritto, per la giustizia eguale per tutti. A Berlusconi non si può disconoscere il coraggio dell’impudenza e il gusto della provocazione. Se non si possiedono come si fa decentemente a proporre un controllo dell’edilizia, cioè di una parte importantissima dell’economia, a un ceto dirigente che ha praticamente accettato le mafie come forma di governo? Come è possibile offrire il controllo della nostra economia, una sorta di autogoverno, a chi ogni settimana riempie le cronache criminali e giudiziarie: giudici che conducono una guerra per bande per assicurarsi il controllo di un palazzo di giustizia, professori universitari che violano le leggi per questioni di potere, operazioni di salute pubblica come lo sgombero dell’immondizia nelle grandi città possibili solo con la complicità della Camorra, ai prezzi che essa richiede. Interi governi regionali in Abruzzo, in Sicilia, in Calabria, nelle Puglie coinvolti nel malgoverno, uso demenziale del pubblico denaro per opere faraoniche come il ponte sullo stretto, o come la dissipazione senza fondo della Salerno-Reggio Calabria, il continuo rifacimento di opere sbagliate o di materiali scadenti. Un esercito di servi che nega il regime mentre lo serve, e le domande angosciose degli onesti: che ne sarà dei nostri figli in questo paese senza decenza e senza pudore?
Il piano casa come una sanatoria di fatto di tutte le violazioni passate, come premio ai disonesti. Dicono che gli italiani non abbiano il senso dello stato. E come potrebbero averlo se questi sono i governi?