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Il villaggio immorale

Giovanni Maria Bellu

Se è vero che il successo politico di Berlusconi è stato in buona parte determinato dall'aver dato dignità di valore ad alcuni dei peggiori difetti del nostro carattere nazionale, l'annuncio del «piano casa» segna un'accelerazione formidabile del loro sdoganamento. Sembrano passati secoli, invece è meno di un anno, dai giorni della campagna elettorale quando il centrodestra era ancora obbligato ad assicurare di aver messo da parte la politica dei condoni. Qua siamo ben oltre: la sanatoria è preventiva. Autorizza a fare legalmente quanto, illegalmente, è stato fatto in occasione delle sanatorie «normali». Basti ricordare che nella fase preparatoria del primo dei condoni edilizi berlusconiani (1994) furono costruiti 83.000 edifici abusivi, 25.000 in più di quanti ne erano stati costruiti l'anno prima.

La «cementificazione dell’Italia» denunciata da Dario Franceschini è più di un rischio. Se il progetto andrà avanti nei termini in cui è stato annunciato, è una certezza. La novità allarmante è che Berlusconi questo rischio e questa certezza ritiene di poterseli prendere: considera il paese «pronto». Agisce, con la consueta spregiudicatezza, sulle parti più molli e fragili della nostra debole considerazione della cosa pubblica. L'esempio che ha fatto nell'illustrare il piano (la famiglia che cresce, la necessità di recuperare una stanza in più) segna l'assunzione del familismo immorale a valore programmatico. La vecchia definizione di Edward Banfield diventa una sorprendente e spietata istantanea del presente: «L'incapacità degli abitanti del villaggio di agire insieme per il bene comune o di fatto per qualsiasi bene che trascenda l'interesse immediato e materiale del nucleo familiare». Con la differenza che il «villaggio» in questione è un paese stremato economicamente nel quale l'87% degli abitanti ha una casa di proprietà. Ed ecco dunque la «soluzione» facile e allettante: allargare la casa dove ci si è già chiusi. In questo modo si avrà più spazio, si «valorizzerà» l'immobile, e si darà lavoro alle imprese edili. Quanto al rispetto dei piani urbanistici, dell'ambiente e del buon gusto, a garantirli sarà una sorta di autocertificazione.

Una balla. Ma suggestiva e allettante. Popolare. Per questo va presa sul serio. Come dice a Federica Fantozzi la presidente dell'Umbria Maria Rita Lorenzetti, va cercato un punto di equilibrio tra la deregulation selvaggia e il nulla. Per esempio semplificando le procedure amministrative che consentono, a determinate e tassative condizioni, di intervenire sugli immobili. E, intanto, affermando con forza il ruolo degli enti locali nella gestione del territorio. Abbiamo, per fortuna, parecchi «villaggi» formati da famiglie che hanno a cuore il bene comune e dove resistono dei valori condivisi.

Non è affatto scontato. È amaro scoprire - lo racconta Massimo Solani a pagina 16 - che Marco Beyene, lo studente italo-etiope aggredito l’altro giorno a Napoli per il colore della pelle, ha ricevuto tante telefonate di solidarietà dalla gente comune, ma nessuna da esponenti istituzionali della maggioranza di governo, né dal sindaco della sua città. Evidentemente certe vergogne sono ormai considerate episodi dell’ordinaria quotidianità. Il razzismo è diventato routine.

Ville gonfiate fai-da-te. Perplesso anche Bossi

Federica Fantozzi

Venerdì arriverà in consiglio dei ministri, diretto verso una rapida approvazione. È il piano straordinario per l’edilizia annunciato ex abrupto dal premier e accolto con critiche da molte Regioni e dalle associazioni ambientaliste.

Il documento si basa sui progetti di Veneto e Sardegna, due regioni guidate dal centrodestra, che consentono un ampliamento della cubatura degli edifici e la ricostruzione per quelli con più di trent’anni di vita. Il Veneto del forzista Galan farà da testa d’ariete: domani la giunta regionale discuterà il piano. Poi toccherà alle altre Regioni valutarlo.

Il ministro per i Rapporti con le Regioni Fitto ha annunciato che presto arriverà una legge quadro che consentirà agli enti locali di regolamentare sulla materia. Chiara la filosofia alla base del provvedimento: «Se riaprono i cantieri riparte tutta l’Italia». Dubbi della Lega e scarso entusiasmo del suo leader Bossi: «Alcuni ci credono molto, io meno. Ma è giusto riparlarne».

Preoccupati per la cementificazione del territorio e lo stimolo all’abusivismo, molti governatori. «Ferma contrarietà» da parte del presidente della Basilicata De Filippo che accusa il governo di «improvvisazione. Cauti il governatore delle Marche Spacca («Faremo la nostra parte ma niente deregulation, va tutelato il principio di sostenibilità») e quello della Lombardia Formigoni («Bene la sburocratizzazione ma non a svantaggio del territorio»). Duro sul metodo il governatore dell’Emilia Romagna Errani, anche presidente della conferenza Stato-Regioni: «Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo “piano segreto”, si rimetta il treno sui giusti binari, si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materia».

Berlusconi però ci tiene molto, convinto come è che si tratti di un volano per l’economia, cui potrebbe aggiungersi la scelta di mettere sul mercato le case popolari «a un prezzo ragionevole» per trasformare gli inquilini in proprietari. Il premier si mostra sicuro che non ci saranno abusi «perchè tutto quello che si farà è in continuazione di case esistenti, nelle zone previste dal piano regolatore e con una vidimazione sotto la responsabilità dei progettisti». Insomma, si tratterà solo di «dare a chi ha una casa, e nel frattempo ha ampliato la famiglia, la possibilità di aggiungere una, due stanze, dei bagni alla villa esistente».

Il piano prevede 550 milioni per l'edilizia popolare. Soldi che, protestano dall’opposizione, erano già stati stanziati dal governo Prodi e poi bloccati da Tremonti con molti progetti edilizi già avviati. Le abitazioni saranno date in affitto con diritto di riscatto. I primi interventi prevederebbero la costruzione di 5-6mila alloggi.

Ma il punto dirimente riguarda la possibilità di aumentare il volume di case, appartamenti e villette, e addirittura di ricostruire alberghi e villaggi turistici. E' previsto infatti un aumento delle cubature, pari al 20%, delle costruzioni esistenti. Nonché la possibilità di abbattere edifici vecchi (realizzati prima del 1989), non sottoposti a tutela, per costruirne nuovi con il 30% di cubatura in più. Qualora si utilizzino tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è fino al 35%.

Interventi che dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi. Che quest’ultimo divieto possa funzionare, non ci credono in molti: il permesso di costruire verrà, in parecchi casi, sostituito da una sorta di autocertificazione da parte del progettista. Obiettivo: eliminare lacci, pastoie ed eccessi di burocrazia nel settore.

In fondo, per Berlusconi il nuovo piano casa è l’estensione di un altro provvedimento fortemente voluto: la legge «padroni a casa propria» del 2004 che permetteva di ristrutturare a piacere l’interno degli edifici, rispettando volumi e facciate, dietro semplice presentazione della dichiarazione di inizio attività.

La scelta è tra egoismi e legalità

Vezio De Lucia

È il condono universale. Universale e senza oblazione. Anzi, con la gratitudine del governo.

È scattato subito il no delle regioni di centro sinistra e immediata è stata la protesta degli ambientalisti. Ma si apre uno scontro difficilissimo, irto di insidie, perché il provvedimento berlusconiano solletica gli egoismi più profondi e popolari, radicati in tanta parte del nostro Paese, in particolare nel Mezzogiorno. Quegli stessi egoismi che nei decenni trascorsi indussero ad affossare ogni tentativo di riforma urbanistica e che nel mese scorso hanno determinato la sconfitta di Renato Soru. E torna in vita quel vasto consenso popolare che ha favorito tre leggi di condono in diciotto anni (governo Craxi nel 1985, governi Berlusconi nel 1994 e nel 2003).

Non è certo un caso se la Sardegna è stata la prima regione a plaudire. Insieme al Veneto, alla Lombardia, alla Sicilia, all’Abruzzo, e all’associazione dei costruttori, che non perde occasione per schierarsi dalla parte della speculazione edilizia.

Le conseguenze, se la proposta fosse approvata così come annunciata, sarebbero inaudite, potrebbero ammontare a decine di milioni le nuove stanze consentite dalla legge, annientando quanto resta del paesaggio italiano, sempre meno tutelato, grazie anche alle recenti misure di smantellamento del ministero dei Beni culturali. Per non dire del favore alla malavita che nell’edilizia spontanea e illegale ha sempre sguazzato.

Mi auguro che nei prossimi giorni si riesca a organizzare una contestazione efficace e produttiva, ma soprattutto mi auguro che questa sia l’occasione per mettere mano a una severa riflessione autocritica da parte della politica e della cultura di centro sinistra che non sono mai state davvero capaci di contrastare con determinazione politiche di deregolamentazione selvaggia come quest’ultima sull’edilizia.

In controtendenza rispetto al meglio dell’Europa.

«Così si favorisce l’abuso e si distrugge il territorio. Il governo si fermi»

Federica Fantozzi intervista Maria Rita Lorenzetti

Maria Rita Lorenzetti, presidente dell’Umbria, boccia il piano casa del governo ma è pronta a sedersi al tavolo «per trovare le soluzioni migliori per i cittadini».

Il ministro Fitto annuncia di aver chiuso l’accordo con le Regioni, che presto arriverà una legge quadro e che con il piano casa ripartirà il Paese. È così?

«Intanto chiariamo che né il ministro nè il governo ci hanno consultati: ora la cosa migliore è fermare tutto e discutere con le Regioni. Poi ricordiamoci che i 550 milioni per l’edilizia pubblica annunciati dal governo li aveva già assegnati Prodi. A luglio scorso Tremonti li ha tolti, sebbene alcune regioni, come l’Umbria, avessero avviato i progetti. Se li avessero lasciati sarebbe stata una bella infornata di risorse per l’edilizia, i cittadini e le piccole imprese».

Insomma l’esecutivo ha solo restituito ciò che aveva tolto?

«Esatto. Procurando un ritardo allo sviluppo dell’economia. Lo stesso vale per i Fas: ieri il Cipe ne ha approvati 8. Se fosse successo prima, erano fondi per case, riqualificazione urbana, infrastrutture ambientali, aree industriali...».

Lei del piano che permette di ampliare il volume degli edifici e ricostruire quelli con più di 30 anni non sapeva nulla?

«Assolutamente no. Eppure ho trattato il recupero dei fondi per l’edilizia pubblica. 200 milioni subito per progetti già cantierabili, gli altri 350 più avanti.

E in tante riunioni e telefonate non è mai uscita un’idea simile».

Molti dicono: che male può fare ricoprire una terrazza?

«Molto abusivismo nasce da interventi di tamponatura di balconi e porticati. Così si rischia di stimolare gli abusivi e distruggere il territorio».

Una o due stanze in più. Rischia di essere uno slogan molto popolare in tempi di crisi.

«Ma certo, l’effetto mediatico può essere molto forte. Di gente che ha bisogno e non può permettersi grandi spese ce n’è. Ma ogni Regione e Comune sa come regolarsi per rispondere a queste giuste esigenze. Si possono trovare norme purché non confuse, inefficaci e approssimate come queste».

Qual è l’approccio giusto?

«L’esecutivo non ha minimamente discusso con chi ha competenze ed esperienza, vale a dire gli enti locali. Non mi è mai capitato, finora, un caso insolubile. Non ci si può nascondere dietro situazioni di disagio per fare scempio del territorio. È immorale».

È vero che c’è un eccesso di burocrazia nei regolamenti edilizi?

«Certo che una semplificazione è augurabile. Ma non una deregulation selvaggia. Io sono stata azzannata dagli ambientalisti per aver varato una legge che permette investimenti nei centri storici. Con norme certe, precise, trasparenti però. Se si lascia ognuno libero di fare quello che vuole, non sono d’accordo».

Se il piano diventerà realtà, l’Umbria lo applicherà o no? C’è qualche parte che giudica salvabile?

«Il governo e soprattutto Fitto sanno bene che noi siamo interlocutori che al di là dai colori politici si misurano sul merito. Ci siederemo al tavolo e valuteremo il meglio per i cittadini. Ma disturba molto che l’esecutivo strombazzi un suo progetto fatto con i soldi nostri e non abbia fatto lo sforzo di consultarci prima».

Errani: si fermi quel piano si discuta con noi Governatori

Fermare il piano per l'edilizia annunciato da Berlusconi, e ripartire dalla discussione con le regioni. Tornano all'attacco i governatori di centrosinistra, guidati da presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani: si riparta da un più corretto rapporto istituzionale con le autonomie locali. Peraltro il provvedimento legislativo dovrebbe essere discusso in conferenza Stato-Regioni solo dopo l'approvazione in consiglio dei ministri, venerdì. «Sul merito del provvedimento sulla casa annunciato dal governo ai giornali - ha ribadito Errani - mi preoccupa la politica degli annunci e mi preoccuperebbe ancor più se si facesse la scelta grave delle deregolazioni invece di seri percorsi di semplificazione, che sono necessari. Trovo gravemente sbagliato il metodo. Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo “piano segreto”, si rimetta il treno sui giusti binari, si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materia».

Franceschini: «No al piano di cementificazione dell’Italia»

Maria Zegarelli

Bocciato, senza appello. Dario Franceschini, «look maglioncino», come lo definisce Lucia Annunziata «In mezz’ora», è lapidario con il piano per la casa annunciato dal premier. «Il rischio cementificazione dell’Italia è pericolosissimo» perché le ricchezze di questo Paese sono il suo territorio e il suo paesaggio. «È come se un paese arabo bruciasse il petrolio».

La squadra

Un’idea «campata sulla Luna» questa liberalizzazione. malgrado Berlusconi la racconti come la possibilità per chi ha una villa «di aggiungere una o due stanze», come se la stragrande maggioranza degli italiani non vivesse in condomini. Il segretario del Pd , dopo una vita da mediano riveste con disinvoltura il ruolo da capocannoniere e prende atto dell’ «l’effetto choc» determinato dalle dimissioni di Veltroni: finita l’epoca della litigiosità interna, «siamo una squadra, c’è solidarietà». Mette in fila dei sì e dei no, spazzando via le zone d’ombra.

No al piano casa, no all’allungamento dell’età pensionabile per le donne, perché dall’Ue «non si può prendere soltanto questo pezzo, pensare di iniziare la riforma del sistema previdenziale con l’equiparazione dell’età delle donne con quella degli uomini senza accompagnarla con un meccanismo di servizi sociali, di assistenza alle famiglie, alla maternità , agli anziani». No all’accordo con la Francia per le quattro centrali nucleari, «nessuno le fa più. Dobbiamo entrare subito nella ricerca sul nucleare di nuova generazione e investire nella cosiddetta green economy su cui ci sarà uno sviluppo straordinario». Ed ecco il quarto «no»: «Non sono l’uomo dei no, ho detto di essere disponibile ad un confronto sulle misure da adottare per fronteggiare la crisi. Sono loro ad aver detto “no” alle nostre proposte», come quella sull’election day. «Abbiamo chiesto di accorpare il referendum alle elezioni europee e amministrative per non buttare 460 milioni di euro, ma si sono rifiutati». Come quella sulla moratoria sui licenziamenti.

Il quinto «no» arriva a proposito del testamento biologico: su questo argomento non c’è «disciplina di partito», ma c’è un’opinione prevalente ed è quella che esclude l’imposizione di alimentazione e idratazione a prescindere dalla volontà soggettiva. Un altro no, a volerli metterli in fila tutti, arriva anche all’ipotesi di appoggiare il governo Berlusconi, «un’idea che non sta né in cielo né in terra».

Se il governo lo accusa di dire «no di sinistra», il segretario risponde: «siamo un’opposizione che fa proteste e proposte». Il «democristiano classico» . come lo definisce Annunziata, per il modo di approcciare alla crisi con l’assegno di disoccupazione. rimanda la palla: «Proporre un assegno di disoccupazione è di sinistra? Provi Berlusconi a dirlo a un disoccupato di destra che ha perso il lavoro, e veda cosa gli risponde». Vero, non è colpa del premier se c’è la crisi, «a nessuno di noi, nemmeno nella foga di un comizio è mai venuto in mente di dire che è colpa del governo Berlusconi, ma il modo inefficace e inadeguato in cui si affronta» la crisi, certamente sì.

La Rai

Opposizione dura e poi dialogo con Gianni Letta per la presidenza Rai, commenta la giornalista. «Lo impone la legge, ma dal momento in cui avremo contribuito a scegliere il presidente, il Pd farà un passo indietro». E quanto al possibile matrimonio Rai-Mediaset, «se ci fosse un tentativo di questo tipo ci opporremmo con ogni determinazione». Sul futuro de l’Unità il segretario augura una soluzione che garantisca il futuro del giornale, ma «non è un compito del segretario perché né l’Unità, né Europa hanno rapporti giuridici o economici con il Pd».

IL DOCUMENTO DELL'INU

L’Istituto Nazionale di Urbanistica esprime la più grande preoccupazione per le ipotesi riportate dalla stampa relative alle norme che il Governo intende varare in materia di edilizia privata e in particolare quelle relative all’incremento, indiscriminato e senza condizioni, del 20% degli edifici residenziali esistenti con un ulteriore regalo alla rendita fondiaria e non a tutti i cittadini. Mentre l’estensione della Dichiarazione d’Inizio Attività (DIA) per ogni intervento, porterebbe sicuramente ad un aggravio del già elevatissimo contenzioso sull’edilizia, oltre ad eliminare ogni forma di controllo ed anche di pubblicizzazione degli interventi. Se tali ipotesi venissero confermate dal provvedimento legislativo che il Governo intende varare nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri, si prospetterebbe anche un reale pericolo di peggiorare la già precaria qualità morfologica ed urbanistica delle città italiane, con ampliamenti e sopralzi casuali, legati alle occasioni e alle possibilità d’intervento, in deroga a qualsiasi regola che ogni città e ogni centro urbano hanno cercato faticosamente di darsi con i propri piani e i propri regolamenti, ponendo l’interesse pubblico come primo, fondamentale obiettivo da salvaguardare. Il provvedimento annunciato non sembra, inoltre, tenere minimamente conto dell’impatto urbanistico di tali ampliamenti, che, se generalizzati, potrebbero aumentare congestione e invivibilità delle nostre città, aggiungendo nuovi carichi urbanistici insostenibili e non programmati. Senza dimenticare l’impatto sociale che si determinerebbe, provocando situazioni differenti e disuguaglianze per i cittadini, causa l’eterogeneità delle situazioni di partenza.

L’INU dichiara di appoggiare qualsiasi provvedimento che si muova nella direzione della semplificazione e nella trasparenza delle procedure edilizie nell’interesse di tutti i cittadini, senza tuttavia introdurre forme generalizzate di deregulation che favoriscono, di fatto, nuove forme di rendita senza controlli e senza nessuna ridistribuzione sociale della stessa; scelte che hanno determinato esiti negativi ovunque, in Italia o in Europa, siano state applicate. L’INU ricorda anche come modalità, auspicabili, di semplificazione e di incentivazione siano già presenti nella normativa italiana e in particolare in quelle di alcune Regioni, dalle quali bisognerebbe partire per proporre provvedimenti che non cerchino di incassare solo un generico consenso dell’opinione pubblica senza garantire un reale incremento dell’attività edilizia socialmente sostenibile, ma che consolidino regole e possibilità d’intervento qualitativamente migliori per tutti. L’INU sottolinea, inoltre, come un miglioramento delle procedure e del rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, passi necessariamente attraverso un aumento della capacità di gestione di quest’ultima e quindi da un maggiore qualità delle sue prestazioni professionali e culturali, condizioni che non si raggiungono sottraendo risorse agli enti locali attraverso misure fiscali improvvisate.

Nei confronti dei provvedimenti annunciati dal Presidente del Consiglio dei Ministri, l’INU avverte, inoltre, come la materia trattata non sia di esclusiva competenza dello Stato, bensì concorrente e dunque coinvolga direttamente la responsabilità delle Regioni, alle quali spetta costituzionalmente il compito di legiferare in materia di governo del territorio e quindi anche di edilizia: tali provvedimenti dovranno quindi essere contenuti, in una legge quadro di indirizzi per le Regioni, come da alcune notizie di stampa sembra potersi desumere, che dovrà trovare il consenso di tutte le Regioni, senza quindi alcuna forzatura politica o costituzionale. A questo proposito, l’INU ricorda come sia da tempo ferma in Parlamento la legge quadro sui “principi

fondamentale del governo del territorio”, nella quale potrebbero anche essere inseriti alcuni dei provvedimenti annunciati, in un contesto più meditato e costituzionalmente maggiormente attendibile; in questo caso non mancherebbe il sostegno dello stesso INU, a condizione che incentivi e incrementi si indirizzino verso la realizzazione di edifici bio-sostenibili e energeticamente virtuosi, mentre eventuali demolizioni e ricostruzioni, del tutto auspicabili come principio, non vadano a detrimento della normale programmazione, anche in termini quantitativi, che ciascuna comunità si è data. Peraltro, l’ipotesi, tutta da discutere, di ampliamento generalizzato dell’edilizia esistente sembra potersi applicare realisticamente solo agli insediamenti a bassa densità e con tipologie uni o bifamiliare.

L’INU ribadisce, infine, l’importanza del rilancio del programma di edilizia sociale, da troppo tempo assente dalle nostre politiche nazionali, annunciato insieme ai provvedimenti prima trattati. Su questo tema si sottolinea la necessità che l’edilizia sociale, pubblica o privata, sia prevalente in affitto, perché tale è la domanda sociale emergente e che sia rivolta alle categoria più deboli della nostra società quali i giovani, gli anziani e gli immigrati. Un’edilizia che, come già previsto da altri provvedimenti, deve essere considerata una dotazione territoriale, cioè un servizio sociale e sia realizzabile sulle aree acquisite gratuitamente dai Comuni attraverso i meccanismi compensativi e perequativi, ormai diffusi a livello nazionale. Con questi indirizzi e a queste condizioni il programma di edilizia sociale troverà l’aperto sostegno dell’INU.

Roma, 8 marzo 2009

Le città incivili di Berlusconi e soci. Avrebbe dovuto chiamarsi così il decreto legge che è stato invece intitolato al rilancio dell’attività edilizia. Le città sono infatti un prodotto complesso della società e della cultura e sono sempre state, nella loro millenaria storia, luoghi di regole. Regole di convivenza civile tradotte in numeri e rapporti di vicinato. Regole ormai consolidate che vengono infrante lasciandole all’arbitrio di volgari speculatori immobiliari: il decreto afferma infatti nel suo secondo articolo che le norme derogano sulle “disposizioni legislative, strumenti urbanistici, regolamenti edilizi”. Vengono cancellate le regole e il futuro delle città viene affidato a quegli stessi speculatori che in questi due decenni di liberismo senza regole hanno potuto costruire in ogni angolo dell’Italia. La ricetta per far ripartire l’economia è di affidare i destini delle città ai principali responsabili dello sfascio e di annullare gli strumenti pubblici del controllo. Questo non succede in nessun paese europeo, dove anzi si lavora per restituire al pubblico il ruolo messo in dubbio alla radice dalle teorie liberiste, forti del fatto che è stata proprio quell’ubriacatura a causare la più grave crisi economica mondiale. Da noi avviene l’esatto contrario.

E avviene attraverso un grande imbroglio mediatico Dicono in coro i media imbeccati da palazzo Chigi che con il provvedimento molti ci guadagneranno allargando le loro case, mentre nessuno ci rimetterà. Perché protestare allora? Perché non è vero. E’ noto a tutti che i piani urbanistici impongono una distanza minima tra fabbricati di 10 metri: con il decreto si scende a 6. Ci sarà chi si vedrà costruire una finestra a sei metri di distanza e dicono che non ci rimette nessuno! Ancora. In un quartiere a villini tipico delle periferie urbane realizzate a cavallo del novecento, uno speculatore qualsiasi potrà abbattere le vecchie case e con il regalo del 35% in volume, potrà realizzare una palazzina. Un piano o due in più. I giardini storici spariranno. Per un incivile berlusconiano ci rimettono decine di normali cittadini.

In un quartiere a palazzine di tre piani qualsiasi furbetto del quartierino potrà demolire e realizzare case con un piano o due in più. Ancora una volta per un furbo che ci guadagna sono decine coloro che vedranno deprezzata la propria abitazione. E la città diventerà più brutta.

Con il decreto non vengono risparmiati neppure i centri storici. Afferma l’articolo 3 che per tutti gli edifici “non vincolati” (che sono oltre il 99% dell’intero patrimonio storico), le Soprintendenze in trenta giorni potranno imporre soltanto “ulteriori modalità costruttive”, cioè nulla. Invece di meravigliose tipologie seriali medievali vedremo sorgere volgari edifici ben più alti di quanto la storia li aveva resi uniformemente belli. Uno o due piani in più toglieranno per sempre il panorama di chi abitava, spesso da una vita, quei luoghi. Le città, beni comuni per eccellenza, ne verranno irrimediabilmente sfigurate. Le città incivili, appunto.

Ma c’è di peggio. Il provvedimento non sconvolge soltanto le zone della città che citavo. Anzi, esse sono soltanto una cortina fumogena per nascondere sciagurati affari milionari. Il cuore del provvedimento si rivolge ai protagonisti dell’economia di rapina di questi anni. E’ stato il gretto egoismo proprietario a far nascere capannoni in ogni angolo della pianura veneta e lombarda. Oggi che sono vuoti il proprietario potrà mutarne la destinazione facendone case. E’ stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione commerciale a disseminare a proprio piacimento l’Italia di immensi centri commerciali. Oggi che sono in crisi è meglio riconvertirli in alloggi. Questo prevede il decreto: e stiamo parlando di aumenti di superficie anche di 15 mila metri quadrati, un’intera palazzina.. Ma una città vivibile non nasce da queste logiche. Così si crea la città della paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base della volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.

Ma è purtroppo questo il richiamo della foresta dell’attuale classe dirigente. Giovedì scorso durante un dibattito nella televisione del quotidiano LaRepubblica, Claudio De Albertis, per molti anni presidente nazionale dei costruttori edili e oggi presidente dei costruttori milanesi, ha affermato che l’assurdo della questione casa è che si continuano a costruire alloggi popolari che durano troppi anni. Per risparmiare, ha detto, bisogna costruirne di nuove che durino un tempo limitato. Venti anni, poi si demoliscono e si rifanno. Il problema dunque non è che lo Stato e i comuni sono in ginocchio, uccisi da un economia di rapina. La questione è che si costruisce con criteri troppo generosi. Le persone in carne e ossa vanno dunque trattate come merci senza nessun diritto. La gravità dell’affermazione è inaudita. Del resto, è lo stesso metodo che viene applicato ai precari: se c’è la crisi, tutti a casa senza diritti. Sarebbe ora che qualcuno dicesse a costoro di costruire per loro stessi case rapide. Per le loro signore e per la loro prole, se tanto ci tengono. Ricordasse ancora che è il dettato costituzionale ad affermare che la “Repubblicarimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale”. Case rapide o ubicate al posto dei vecchi capannoni della speculazione quegli ostacoli le accentuano. Le rendono eterne.

Due altre vergogne. La cubatura in aumento viene calcolata sulla base di quella “realizzabile e delle pertinenze esistenti” (articolo 2). Sarà lo scempio del paesaggio agricolo italiano perché si calcoleranno stalle, granai e altri giganteschi volumi di questo tipo. Ai comuni (articolo 6) viene imposto di prendere nota dei maggiori volumi realizzati e di provvedere ad “assicurare gli standard urbanistici”. Il privato guadagna e il pubblico paga.

Infine la prova del delitto. Si dice (articolo 2 comma 3) che si potrà mutare destinazione d’uso “anche senza opere edilizie”. Ma il decreto non serviva a rilanciare l’edilizia? E’ evidente che senza fare opere non si spenderà nulla, ma i soliti noti si metteranno in tasca milioni di euro. Ecco il vero motivo del provvedimento: un paese in mano alla rendita speculativa.

Basterebbero queste critiche per far scattare un generalizzato rigetto di massa del provvedimento. Ma la condizione è che qualche forza politica aprisse una battaglia frontale per far affermare culture differenti: troverebbe un terreno fertilissimo di consenso. E in questo campo ci sono già ottimi esempi. La regione Puglia di Vendola e del bravo assessore Angela Barbanente di recente ha approvato una legge sulla rigenerazione urbana che permette davvero le “rottamazioni edilizie”, ma non in un quadro di selvaggia deregulation. Sono i comuni che decidono luoghi e modalità degli interventi. Dobbiamo contrapporre questa cultura -la sola in grado di far ripartire il sistema paese- alla barbarie berlusconiana.

Tutto è partito con una bella lettera al Sole24ore. Il ministro Brunetta ha lanciato la sua idea meravigliosa: il piano di vendita delle case popolari. Le 768 mila famiglie inquiline di case dell’ex Iacp potranno diventarne proprietari. Il governo si impegna a proporre loro un mutuo sostenibile, così spiega Brunetta, magicamente l’alloggio «aumenta di valore per il solo fatto di essere stato privatizzato» e il tutto migliora la situazione economica delle famiglie e dunque del Paese, mettendo in circolo ben 20 miliardi. Tutto meraviglioso, tutto positivo. Peccato però che lo stesso Brunetta avesse presentato un piano identico nel 2005 quando era un “semplice” consulente economico dello stesso presidente del Consiglio. Lo aveva fatto scrivere nelle Finanziaria 2006, ma appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale furono le Regioni a sollevare dubbi di costituzionalità. Dubbi diventati realtà per mezzo di una sentenza della Corte Costituzionale che ha bloccato la norma, di fatto cancellandola. Quattro anni dopo lo stesso Brunetta la ripropone da ministro dell’Innovazione e della Pubblica amministrazione, dimenticando che nel frattempo nulla è cambiato: gli ex Iacp sono diventate enti regionali, in quanto tali facenti capo alle regioni stesse.

«PIANO CASA INCOSTITUZIONALE»

Ci sono sempre le Regioni di mezzo. Anche per quanto il piano casa tanto caro a Silvio Berlusconi. Ieri l’ultima bozza del decreto definito “Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”. All’articolo 1 comma 2 c’è scritto: «Le norme del presente decreto trovano applicazione su tutto il territorio nazionale, sino all’emanazione di leggi regionali in materia di governo del territorio». La traduzione in termini più comprensibili la fa il segretario del Pd Dario Franceschini: «È peggio di quanto annunciato da Berlusconi. È un piano palesemente incostituzionale perché la materia è di competenza regionale ed invece con il decreto i comuni (proprietari di altri 400 mila abitazioni, Ndr) e le regioni sarebbero scavalcati». L’articolo 2 va pure oltre e prevede: «l’ampliamento dell’unità immobiliare mediante la realizzazione di nuovi volumi e superfici in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi». Ancora la traduzione di Franceschini: «Non ci sono più né norme urbanistiche nè piani regolatori, azzerati dal decreto legge». Il piano casa «è una operazione priva di senso e una devastazione del territorio italiano» e perciò, afferma Franceschini, «non potrà più trovare una posizione di confronto da parte del Pd». In poche parole, un condono permanente. «Spero si fermino e ci ripensino», conclude il segretario democratico.

La casa è quindi diventata improvvisamente una priorità del governo. Ma solo quella di proprietà o che diventerà di proprietà. Nei piani del governo non si trova uno straccio di norma per le 150 mila famiglie che, come hanno denunciato Sunia e Cgil, rischiano lo sfratto perché non in più grado di pagare l’affitto.

PD E CGIL: PARTIRE DAGLI AFFITTI

Proprio da qui propone invece di partire il Pd. Il suo piano casa è una proposta in 4 punti per sostenere chi una casa non ce l’ha: possibilità di detrarre anche parzialmente il canone per chi vive in affitto, incentivo all’affitto facendo calare al 20 per cento l’aliquota Irpef pagata dagli affittuari e assieme a questo altre forme d’incentivazione per evitare che molti appartamenti rimangano sfitti e infine un piano reale di edilizia popolare per la costruzione di almeno 5 mila nuovi alloggi.

Pd e Cgil all’inizio erano stati possibilisti sul piano casa del governo, «per non rischiare di essere ideologici», come aveva dichiarato Epifani. Ma entrambi hanno dovuto constatare che «quello del governo non è un piano casa, ma un decreto sull’edilizia» e così come risposta si propone di puntare sull’efficienza energetica e sulla diffusione delle fonti rinnovabili. In questo quadro e con regole e controlli certi allora sì che si potrebbe dar vita ad un piano casa che promuova interventi per rendere più moderno ed efficiente il patrimonio edilizio. Provvedimenti efficaci, cantierabili da subito, sarebbero un volano per rilanciare l’economia, ma nel segno della qualità.

Postilla

Questa paura di essere “ideologici” (vedi anche il commento di Pippo Ciorra sul manifesto)… Perché, i berluscones non hanno un’ideologia? Anzi, il guaio è che ce l’hanno solo loro. Sarebbe bello se quanti si oppongono a Berlusconi esprimessero anche loro “l’insieme di credenze del [loro] gruppo e dei [loro] membri, che [ne] guidano l’interpretazione degli eventi e condizionano le pratiche sociali” (Teun A. van Dijk, Ideologie, Carocci, 2004).

Più che un "piano casa", a favore dell’economia, sarebbe un’offensiva mirata contro le Regioni e contro i Parchi. E di conseguenza, una devastazione autorizzata di ciò che resta del territorio in tutto il Belpaese.

In preparazione del Consiglio dei ministri convocato venerdì prossimo per emanare il decreto legge sull’edilizia, e alla vigilia della Conferenza Stato-Regioni chiamata domani a esprimere il suo parere, la bozza del decreto ha prodotto l’effetto di una bomba nel mondo ambientalista. Protestano all’unisono il Wwf, Fai, Italia Nostra, Legambiente e tutte le altre associazioni ecologiste. Con loro si schierano anche studiosi, architetti, archeologi e uomini di cultura, decisi a difendere a spada tratta quell’articolo 9 della Costituzione che antepone «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione» rispetto a qualsiasi altro interesse.

Il primo motivo di allarme riguarda proprio il rapporto con le Regioni. Finora, s’era ritenuto che il "piano casa" fosse tenuto comunque a rispettare le loro competenze esclusive in materia: il presidente del Lazio Piero Marrazzo, o quello della Puglia Nichi Vendola, per esempio, come gli altri governatori di centrosinistra, avrebbero potuto rifiutare un provvedimento del genere e quindi non applicarlo.

Ma l’articolo 1 del decreto, comma 2, stabilisce invece che queste norme trovano applicazione immediata su tutto il territorio nazionale, «sino all’emanazione di leggi regionali in materia di governo del territorio». E poiché le Regioni non possono a loro volta emanare decreti, ciò significa in pratica scavalcare le loro competenze e metterle fuori gioco, in attesa che riescano prima o poi ad approvare nuove leggi sull’assetto del territorio.

Il secondo punto particolarmente contestato dagli ambientalisti attiene alla salvaguardia dei Parchi. All’articolo 5, comma 1, la bozza del decreto legge esclude esplicitamente che gli ampliamenti possano essere realizzati nelle "zone A" dei parchi nazionali, regionali o interregionali, dove vige una tutela integrale, oltre che nelle aree naturali e archeologiche. Ma questo significa ammetterli implicitamente nelle "zone B", quelle definite a "tutela orientata", dove qualsiasi intervento dev’essere comunque compatibile con la destinazione del parco medesimo. Da qui, appunto, la preoccupazione che la cementificazione possa dilagare anche nelle aree verdi protette d’interesse storico e paesaggistico.

Contro la deregulation selvaggia prevista dal "piano casa", la protesta degli ambientalisti denuncia infine il nuovo regime edilizio: non più la concessione preventiva, bensì una semplice Dia (dichiarazione inizio attività) con tutte le procedure di controllo ridotte a un’autocertificazione.

Quanto alla bioedilizia o all’adozione di fonti rinnovabili, la bozza governativa non stabilisce alcun indice di efficienza energetica e anzi autorizza gli aumenti di volume anche solo per i "risparmi delle fonti idriche e potabili". Un alibi o un escamotage, insomma, per contrabbandare questi interventi

(regioni.it) Mentre il Ministro per le riforme istituzionali, Umberto Bossi, invita tutti ad ascoltare ciò che diranno le Regioni sul Piano casa nella Conferenza Unificata in programma il 25 marzo alle 12.30 a Palazzo Chigi, e il Ministro dell’economia, Giulio Tremonti, sottolinea che "si tratta di una manovra a costo zero e avrà un grande risultato per il bilancio delle famiglie e per la nostra economia",

Il Presidente della regione Liguria, Claudio Burlando, puntualizza, ed invita a decidere “insieme alle Regioni”, facendo un ragionamento – in un’intervista pubblicata da “Il Giornale - a 360 gradi: ''mi pare indubbiamente indicato e giusto'' partire da un settore come quello dell'edilizia per affrontare la crisi economica. Quindi bene il piano casa messo a punto dal governo di Silvio Berlusconi, a patto però che si decida insieme alle Regioni, ai Comuni e alle Sovrintendenze, affinché ''un'idea giusta non si trasformi in una colata di cemento''. Per questo ''dico no a interventi sconsiderati che possono creare anche rischi idrogeologici - spiega Burlando - ma fatti salvi questi casi estremi penso che le norme proposte dal governo possano andare benissimo nell'entroterra, che si sta ripopolando''. In particolare, per la Liguria, Burlando si riferisce a nuovi interventi ''sulle ex aree della Piaggio a Finale Ligure, a quelli negli ex cantieri di Pietra Ligure e anche a Rapallo se permettono di aprire nuovi alberghi''.

Conferma i primi giudizi il Presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani (che è anche il Presidente della Conferenza delle Regioni) :”Il decreto promosso dal Governo – scrive in un editoriale pubblicato sula edizione locale di Bologna de “La Repubblica” – per me è uno strumento improprio,che rischia di essere inefficace per i conflitti e per le sovrapposizioni che inevitabilmente produrrà”. Ma il “punto – continua Errani - non è la semplice rivendicazione di un ruolo.Ma dire che il decreto sarà in vigore finché non subentreranno leggi regionali più restrittive significa aprire alcuni mesi di incertezza giuridica,con un aumento della conflittualità fra cittadini e cittadini e con la pubblica amministrazione. Ha bisogno di questa litigiosità il nostro Paese? Sicuramente no. Occorrerebbe invece un confronto vero Governo, Regioni, Enti locali per semplificare rispettando le regole ed innescare un effetto anticiclico. […] per fare una seria politica anticrisi e della casa, in Emilia-Romagna come nel paese, occorre pensare ad incentivare gli alloggi a prezzi calmierati, aumentare il fondo nazionale a sostegno dell'affitto, sostenere l'acquisto con mutui agevolati: tutte politiche rimaste al palo finora, anche per responsabilità del Governo. Ricordo che solo nei giorni scorsi Regioni e Governo hanno finalmente firmato il vero “Piano-casa” che consente primi investimenti per 200 milioni di euro (e successivi per350) per alloggi pubblici. Erano soldi fermi da almeno un anno, sbloccati solo per l'insistenza delle Regioni e dei Comuni".

Toni fermi, ma distesi anche dal presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo: "Non sono mai un 'signor no' per pregiudizio o appartenenza politica, ma penso che il piano casa del governo toglie dei vincoli che potrebbero mettere in discussione un altro diritto del cittadino, che e' l'ambiente. Allora io dico: sosteniamo le imprese, ma attraverso strade che ci danno la possibilita' di mantenere l'idea del futuro come un luogo di cui poi non ci pentiamo". E' quanto ha affermato il presidente della Regione Lazio, nel corso della trasmissione 'Uno mattina' su Raiuno, in merito al piano casa del governo Berlusconi. “L'85 per cento dei cittadini vive in condominio e noi dobbiamo guardare verso quella prospettiva- ha spiegato Marrazzo- per dare una mano a chi non riesce a pagare l'affitto, a chi non riesce a pagare il mutuo per la prima casa, mettendo allo stesso tempo in moto il mercato attraverso le ristrutturazioni".

Oltre alle mediazioni e alle aperture al confronto Stato-Regioni proposte dal Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, anche il Presidente della regione Sardegna, Ugo Cappellacci, insiste sulla necessità di passare da un ''no, a prescindere'' e una serie di ''si' ragionati'', con precise garanzie sul rispetto dell'ambiente e del paesaggio. Sara’ questa la ''filosofia'' della legge sulla quale punterà la Regione Sardegna”.Cappellacci intende infatti presentare in Consiglio regionale e far approvare entro l'estate una legge che, oltre a fare chiarezza e fissare regole certe sugli interventi possibili, sara' un mix tra le legittime aspettative dei proprietari di case e dei costruttori e la doverosa tutela dell'ambiente e del paesaggio''.

La Regione Umbria e' pronta a presentare ricorso alla Corte costituzionale contro un eventuale decreto legge sul 'Piano Casa' del governo, definito dalla Presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti "palesemente incostituzionale” secondo la quale il decreto, cosi' come proposto dal governo, interviene in materie come l'urbanistica e l'edilizia che, secondo la Costituzione, sono concorrenti tra Stato e Regioni. “Ci spiace molto - ha aggiunto il presidente Lorenzetti - ma oltre a non essere il decreto legge lo strumento giusto per affrontare una questione cosi' importante che attiene a prerogative anche regionali, ci pare che sia anche incostituzionale". Lorenzetti ricorda come il precedente Governo Berlusconi "aveva fatto la stessa cosa con il condono edilizio, approvato con legge. Noi ricorremmo alla Corte costituzionale che ci diede ragione - ha proseguito - perche', appunto, non rispettava le competenze delle Regioni essendo la materia urbanistica una competenza concorrente". Dal sistema delle Regioni, e' stata "sempre data prova di serieta' e rigore, quando di mezzo ci sono gli interessi generali del Paese, come e' avvenuto sia per la vicenda degli ammortizzatori sociali, che del piano per l’edilizia residenziale pubblica. Vorremmo che altrettanto rigore e serietà siano riservati a noi da parte del Governo - ha proseguito -, visto che si sta mettendo mano a competenze regionali e anche comunali". Resta comunque ferma la disponibilità a discutere "per giungere ad ogni tipo di semplificazione procedurale e premialita' nel settore dell'edilizia, perche' anche noi siamo certi che questo comparto puo' essere il volano della ripresa economica. Cio' che non condividiamo - ha concluso - e non possiamo accettare e' la politica degli annunci mediatici piuttosto che la vera volontà del Governo di una leale collaborazione con chi, come le Regioni, ha competenze attribuite dalla Costituzione”.

Anche secondo il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola "dinanzi all'urgenza di varare un piano anti-crisi che riattivi il settore edilizio, anche per rispondere al crescente bisogno sociale di abitazioni, l'auspicio e' che il Governo ritiri il proprio decreto e accetti di confrontarsi con serietà con le Regioni"."Quel decreto, invadendo palesemente competenze regionali, presenta aspetti evidenti di incostituzionalità. Ma soprattutto profila risposte elusive e inefficaci dal versante di chi soffre l'emergenza abitativa, e viceversa sembra predisporsi ad aprire nuove e inquietanti prospettive a quanti hanno già abituato il nostro Paese agli sconci della cementificazione selvaggia e dell'aggressione al paesaggio"."La disponibilità delle Regioni a contribuire in prima persona al cimento delle politiche anti-recessive non e' in discussione- ha detto ancora Vendola - ed e' disponibilità a verificare tutto quanto può portare semplificazione e velocizzazione nei procedimenti amministrativi, nonché ad approfondire il tema dei benefici e delle premialità in caso di integrale demolizione e ricostruzione di edifici vetusti".

Netto il giudizio del Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini: “piu' che un piano casa, ci troviamo di fronte ad un decreto edilizio", dice Martini. "Un piano casa e' qualcosa che deve dare la casa a chi non ce l'ha, che deve fronteggiare gli sfratti, che deve trovare una risposta alle giovani coppie, agli anziani, agli immigrati. Si vuole dare impulso all'economia- prosegue Martini- ma per fare questo si smantella tutta la legislazione urbanistica, si azzerano tutte le leggi regionali. E' come se per accelerare il traffico nelle nostre città si dicesse che tutti possono passare con il rosso. E' assurdo”.

Il Piano Casa annunciato dal governo è un gravissimo attacco alla qualità del territorio, all’identità, alla storia e alla cultura del nostro paese ed una risposta sbagliata alla crisi economica.

Ridimensionato il piano delle grandi opere per i tempi lungi e per l’insufficienza dei fondi, ridimensionato anche il "piano casa delle nuove cento città" di cui all’art.11 della legge n.133 del 6 agosto 2008 sempre per i tempi lungi e per l’opposizione delle regioni, si è arrivati al "Piano casa fai da te".

Nell’attuale situazione di gravissima crisi economica e di fermo del mercato immobiliare, è infatti molto probabile che gli ampliamenti che il governo vorrebbe consentire saranno fatti più dai singoli proprietari ricorrendo alla numerosa e sommersa manodopera straniera, piuttosto che dalle imprese del settore, e riguarderanno più le villette e le case rurali che i condomini.

Una devastazione edilizia improntata ad un mero aumento di cubatura del tutto indifferente alla qualità del prodotto, agli effetti sull’ambiente urbano, alla sua utilità pubblica e al disegno organico e razionale degli insediamenti. Indifferenti sono le destinazioni d’uso rimesse alla mera convenienza economica come è valutata dal mercato, senza neppure avvertire che sulle funzioni urbane sono misurati standard e servizi. La liberalizzazione è massima. Indiscriminati aumenti di volumi e sostituzioni edilizie che rischiano di cancellare anche quanto resta della nostra architettura rurale di tradizione e l’identità dunque dei paesaggi agrari.

La devastazione non si ferma davanti ai centri storici (dove è regola consolidata il divieto di sopraelevazione) e neppure davanti agli edifici monumentali, se la soprintendenza non avrà dimostrato "concretamente e motivatamente" le ragioni di incompatibilità dell’intervento. Ed elevato è il rischio che le soprintendenze non siano capaci, per obiettive carenze di mezzi, di rispettare il brevissimo termine dato per la prevista verifica dell’interesse culturale e allora il silenzio varrà assenso. Disposizione questa palesemente incostituzionale perché l’interesse della "tutela" (che ha la più alta copertura nell’art. 9 Cost.) ne risulta subordinato – e cedente – di fronte alla prevalente esigenza di sollecita attuazione dell’intervento cui è affidato il compito impellente del rilancio dell’economia.

Già abbiamo segnalato, e qui confermiamo, una pregiudiziale ragione di illegittimità costituzionale perché l’attività edilizia attiene al "governo del territorio", dalla Costituzione affidato alla legislazione concorrente di stato e regioni e la potestà dello stato è limitata alla determinazione dei principi fondamentali della "materia". E principi fondamentali non possono essere dettati, funzionalmente, per decreto legge, mentre non sono certo di principio le minute disposizioni del "piano".

La devastazione del nostro paesaggio e lo stravolgimento dei nostri centri storici, vera ed irripetibile ricchezza del nostro paese e del nostro turismo di qualità, non sono la via di uscita dalla crisi economica ma il definitivo ed irrimediabile affossamento del Paese. Il reale rilancio dell’economia non può avvenire con l’ulteriore cementificazione del nostro già martoriato territorio.

Rilanciamo, quindi, l’invito che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto nel messaggio di fine anno: "Facciamo della crisi un’occasione perché l’Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano".

Oggi stesso Italia Nostra ha comunicato alla Conferenza unificata Stato – Regioni, convocata per la giornata di domani, il motivato fermo dissenso sulla bozza di decreto, sottolineandone ancora i profili di illegittimità costituzionale.

Abusivismo legalizzato nel decreto legge per cementificare ancora un po'. Anche nei parchi. Per il Pd è incostituzionale: «Ci opporremo con ogni mezzo»

Colata di cemento delle libertà

di Carlo Lania

Con il piano casa il paese si prepara a diventare un cantiere. Non si salvano neanche i parchi e i centri storici. Le regioni minacciano il ricorso alla Consulta. Domani l'incontro con il governo

C'è chi ha già preparato il ricorso alla Corte costituzionale e chi, anche senza mettere mano alla carta bollata, ha già resa pubblica la sua opposizione al Piano casa del governo. E così domani, quando si terrà l'incontro con il ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto per discutere i contenuti del decreto che rischia di trasformare l'Italia in un gigantesco cantiere, non sono pochi i governatori decisi a dare battaglia. Di sicuro tutti quelli di centrosinistra, dalla Toscana all'Umbria passando per Lazio, Trentino, Marche, Piemonte, Emilia, Puglia, Campania, Valle d'Aosta e Liguria, arrabbiati perché si vedono espropriati di una materia, come quella relativa alla tutela del territorio, che la Costituzione affida alle Regioni, ma anche per la scelta di procedere attraverso un decreto. «Se il governo non farà un passo indietro, di sicuro ci sarà una rottura istituzionale», hanno fatto sapere ieri i governatori.

Una posizione che però l'esecutivo, almeno per ora, non sembra intenzionato ad ascoltare, nonostante ieri lo stesso Fitto abbia espresso la speranza di arrivare a «un testo condiviso». Diplomazie che non sembrano interessare Giulio Tremonti. Forte del consenso incassato anche da Confindustria, il titolare del Tesoro ieri sera si è infatti lasciato andare a una difesa senza dubbi né riserve del Piano casa: «Funzionerà molto bene per famiglie, piccole e medie imprese... falegnami e piastrellisti», ha detto ai microfoni amichevoli del Tg4. «Sarà certamente una manovra a costo zero per il bilancio pubblico e un grande risultato per il bilancio di famiglie e per la nostra economia».

Sarà davvero così? Aldilà di quanto dice Tremonti, è difficile che tutte le famiglie italiane potranno davvero avvalersi dei «benefici» previsti dal decreto. Senza parlare delle ricadute che il provvedimento provocherà su un territorio già messo a dura prova. «Il governo dà a ognuno il via libera per fare quello che vuole, a partire dai costruttori», dice ad esempio il Verde Angelo Bonelli. «Un via libera destinato a cambiare completamente il volto delle nostre città».

Sono sufficienti sette articoli per avviare una vera e propria deregulation del settore. All'articolo 1 il compito di mettere da parte le Regioni. Il secondo comma stabilisce infatti che le disposizioni del decreto si applicano a tutto il territorio nazionale «sino all'emanazione di leggi regionali» in materia di governo del territorio. Il che significa che la Regione che deciderà di non far suo il decreto dovrà affrettarsi a legiferare. Ma per quanto in fretta possa fare, ci sarà sempre una finestra temporale all'interno delle quale chi vorrà ampliare la propria abitazione potrà farlo liberamente. Il provvedimento del governo stabilisce infatti la possibilità di ingrandire del 20% il volume della propria casa, percentuale che sale fino al 35% nel caso si demolisca completamente l'abitazione per ricostruirla con tecniche di bioedilizia o utilizzando fonti di energia rinnovabile.

Ma il vero grimaldello utile a forzare qualunque piano regolatore è scritto all'articolo 4, dove si spiega che ogni intervento edilizio di ampliamento potrà essere avviato presentato una semplice Dichiarazione di inizio attività al Comune di appartenenza. Senza più bisogno di una licenza edilizia e senza alcuna possibilità per il Comune di opporsi ai lavori. «Ma un altro articolo pericoloso è il 5», spiega Bonelli. Articolo che vieta di costruire nelle zona A dei parchi naturali. «Messa così sembrerebbe una norma a tutela dell'ambiente. In realtà è l'opposto visto che il divieto vale solo per le aree a tutela integrale (chiamate zone A) e non per le zone B che, pur essendo all'interno di un parco, sono però a tutela orientata». Via libera, dunque alle ristrutturazioni selvagge nelle aree protette. E anche nelle città. Sempre l'articolo 5, infatti, dispone che per gli edifici non sottoposti a vincoli situati nei centri storici la Dia vada presentata anche alle competenti Soprintendenze, che avranno 30 giorni di tempo per opporsi. Trascorsi i quali prevarrà il principio del silenzio-assenso. Un puro e semplice proforma. «In Italia - spiega infatti Bonelli - i Soprintendenti abilitati al controllo sono pochissimi, in tutto circa 500. Come potranno svolgere la loro attività di controllo quando saranno sommersi da centinaia di migliaia di domande?»

DIRITTI

«Bloccate gli sfratti». In 150 mila rischiano di perdere l'abitazione

di Giacomo Russo Spena

Per affrontare l'emergenza caro affitti s'invoca il «blocco generalizzato di tutti gli sfratti». Misura adottata dal governo Prodi e repentinamente tolta lo scorso anno da questo esecutivo che non sembra intenzionato ad affrontare il problema.

Perderanno l'abitazione 150 mila persone nei prossimi due anni sia per morosità che per fine locazione, denuncia il Sunia evidenziando come da anni sia assente una politica di calmierazione dei prezzi, con più di 600 mila famiglie, ad oggi, escluse dal mercato immobiliare che attendono in graduatorie l'assegnazione di un alloggio popolare. «Nell'ultimo decennio c'è stata un'attesa di rendimento fuori da ogni logica - spiega il segretario del sindacato Luigi Pallotta - così oggi una parte della popolazione è stata estromessa per motivi economici». Non a caso l'80 degli sgomberi (12mila gli eseguiti e 65 mila quelli richiesti nel primo semestre 2008) avviene per morosità. E tra le famiglie messe in mezzo alla strada quasi la metà ha subito in precedenza «traumi lavorativi su almeno un reddito»: licenziamento o cassaintegrazione.

Eppure il premier Silvio Berlusconi ha sottratto nell'ultima Finanziaria ben 40 milioni d'euro al Fondo di sostegno all'affitto, non investendo un euro sulla costruzione di nuova edilizia pubblica, ormai in ginocchio (nel Paese si costruiscono in media solo 1500 case popolari l'anno). Persino quei 550 milioni stanziati dal piano Ferrero, ai tempi del governo Prodi, per il recupero di 20 mila case popolari abbandonate e «murate» in modo da non farle occupare (2500 solo a Milano) hanno preso un'altra direzione per il volere del Cavaliere. Solo dopo forte pressioni delle Regioni, si è convinto a farne "ritornare" 200. Per il resto solo soldi ai costruttori e ai palazzinari a cui viene delegata, col progetto del social-housing, l'emergenza abitativa.

Per chi ha un mutuo, soprattutto col tasso variabile, le cose non vanno meglio: sono 40-50 mila le famiglie in stato d'insofferenza, ovvero che pagano la rata in ritardo e facendo mille peripezie. «Bisogna creare un fondo comunale per il reperimento di alloggi di edilizia pubblica in cui far confluire da subito le entrate dell'aumento dell'Ici», sostiene il movimento capitolino Action che insieme ad altre sigle di lotta per la casa (il Coordinamento e i Blocchi precari metropolitani) sarà presto in Prefettura per chiedere il blocco immediato degli sfratti. Per due anni.

A Roma infatti si respira una delle situazioni più buie: nel 2007 le esecuzioni di sgombero sono state 3.341 per morosità, circa il 70 % del totale. L'Unione Inquilini trova inutile però la strada dell'incontro col prefetto. «Non è uno strumento efficace - spiega Massimo Pasquini, responsabile romano dell'organizzazione - Il governo non ascolterà mai nessuna richiesta». E allora che fare? «Bisogna lavorare sulla Regione». La sentenza 166 del 2008 infatti riconosce «solo» ai governatori il potere di «graduare gli sfratti» depotenziando quelli del governo. Una linea perseguibile coi presidenti «rossi» del Paese.

Intanto Action e gli altri movimenti lanciano una campagna dal basso, «fatta di picchetti», per fermare gli sfratti in giro per Roma. Domani i primi due. Anche perché «il sindaco Alemanno, dopo avere promesso in campagna elettorale, la realizzazione di 30 mila case popolari, dopo un anno di amministrazione, non ha fatto nulla».

CONFINDUSTRIA

Marcegaglia: sì al piano, rilancia gli investimenti privati

Luce verde anche da Confindustria al piano del governo sulla casa che verrà varato venerdì prossimo dal consiglio dei ministri (dopo la conferenza Stato-Regioni). «Va bene perché potrebbe dare una spinta all'edilizia, ma bisogna ovviamente evitare abusi e rispettare l'ambiente», ha detto ieri Emma Marcegaglia a margine degli stati generali dell'associazione degli industriali. «Dobbiamo ancora leggere il piano nel dettaglio, ma mi sembra che in un momento come questo possa dare una spinta agli investimenti privati, in un quadro di regole chiare che devono essere rispettate da tutti», ha detto ancora la presidente di Confindustria. Dunque, tutti insieme appassionatamente, centrodestra, industriali e una fetta del centrosinistra. Nel nome dell'edilizia libera e con meno regole.

COMMENTO

L'immobilismo dell'immobile

di Pippo Ciorra

La prima reazione è l'incredulità. Considerando la natura del nostro territorio è fisicamente impossibile mettere «tutti» gli italiani (o una quota rilevante) in condizioni di aumentare del 20% la cubatura delle loro abitazioni. Ci sono piani e regolamenti, distanze da rispettare e limiti sismici, altezze massime già sature, infiniti interessi da comporre. Insomma ne viene fuori un ginepraio tale che c'è davvero da chiedersi come sia venuto in mente, al premier, di infilarsi in un guaio del genere. Poi «piano piano» abbiamo assistito al solito indecifrabile miracolo: da una lato la boutade di Berlusconi che prendeva la forma di provvedimento reale, rozzo e diabolicamente demagogico.

Dall'altro abbiamo visto montargli intorno la solita marea di inarrestabile «consenso popolare», e il centro-sinistra finire come spesso gli accade nell'angolo, costretto allo strepito di testimonianza di chi sa già che non riuscirà a contrapporsi con la forza necessaria. Poi, come sempre succede in questi casi, è arrivato l'appello dei «padri (o zii) della patria» Aulenti, Gregotti, Fuksas. Appello che io, confesso, non sono riuscito a firmare. Non perché condivida l'impostazione del provvedimento del governo, ovviamente, ma perché mi pareva una buona occasione per sollevare una discussione intorno a una serie di questioni reali dalle quali la bozza del «piano casa» trae cinico vantaggio. Oltre alle mille nefandezze e incongruenze che tutti sottolineano e che tutti abbiamo capito, vale allora la pena ricordare alcune delle questioni compatibili con un approccio più «virtuoso».

Prima fra tutte la questione del «riciclaggio» del nostro orrendo patrimonio edilizio dal dopoguerra a oggi. Necessitavano incentivi e strategie, era giusto far ricorso nei casi appropriati ai «premi di cubatura» - che amministrazioni di destra e di sinistra utilizzano da decenni, c'era bisogno di sgravi e sostegni non nominali per chi demolisce e ricostruisce in modo più sostenibile. Poi la questione dell'inefficienza degli uffici e del moloch di normative e competenze sovrapposte e intrecciate, tali da paralizzare qualsiasi programma di trasformazione. Lanciandosi all'assalto contro la «burocrazia» Berlusconi si costruisce un retroterra di consenso solidissimo, che noi non abbiamo saputo smontare. Infine l'arretratezza delle nostre leggi e della nostra cultura urbanistica (lavoriamo ancora con la legge del '42), ferma a un'impalcatura normativa pensata per centri storici, periferie di palazzoni e zone industriali quando invece il 60% degli italiani abita in casette sparse in aree indecise tra il rurale e l'urbano. Quelli appunto che aspettano con ansia il decreto Berlusconi.

Su questi e altri temi noi non abbiamo fatto abbastanza, paralizzati dalle solite diatribe e dal peso dell'ideologia, e come sempre è finito che ci ha pensato il Silvio nazionale. Che però lo fa a modo suo, alludendo subliminalmente alla memoria anticrisi (e antidisoccupazione!) del glorioso «Piano Fanfani», facendo leva sull'inarrestabile individualismo abusivista che già segna il nostro tempo e il nostro territorio, mettendo ulteriormente a rischio quell'unica ricchezza, il paesaggio e la nostra cultura urbana, che potrà forse garantirci un ruolo negli equilibri economici del futuro.

Probabilmente il «piano casa» fallirà, frenato dalle difficoltà oggettive o esploderà in una specie di allegra anarchia in stile Bombay, ma in ogni caso questo non giustifica le nostre mancanze e la nostra mortale propensione all'immobilità.

Tutte le potentissime voci del partito del fare annunciano il piano casa del premier Silvio Berlusconi e del suo avvocato di fiducia Niccolò Ghedini. Si tratta, come dicono quelli che sanno di economia e di finanza, di una "deregulation", vale a dire di una liberazione dai lacci e lacciuoli che soffocano la libera iniziativa privata.

Per quel che ne so delle precedenti deregulation all’italiana esse non hanno vie di ritorno: se fanno dei guasti sono irreparabili.

Mi provo a ricordarne alcune. Nei lontani anni Sessanta come cronista feci un’inchiesta sulle vacanze dei milanesi, andai a vedere cosa facevano nel golfo del Tigullio e usai un neologismo che ebbe la consacrazione dei dizionari: "rapallizzazione". Per dire un’urbanizzazione senza regole e misura, banchi compatti di case e casoni che dal mare risalivano le valli e coprivano gli oliveti. L’inizio della distruzione delle due Ligurie di Levante e di Ponente lungo le quali oggi si corre su un’autostrada da cui il mare è invisibile tra cartelloni pubblicitari e antisuono. Un’altra esperienza di deregulation all’italiana la feci dopo l’alluvione del Polesine. Cercai di capire le cause e mi dissero che i corsi d’acqua, anche i più piccoli, devono avere la loro "fascia di pertinenza" o di "divagazione", ma che migliaia di sindaci democraticamente eletti, per guadagnare o conservare i consensi popolari, per non opporsi al partito del fare, avevano riempito di case e di fattorie le terre di esondanza fra gli argini e che il guasto era irreparabile perché nessuno era in grado di assumersi l’onere della distruzione delle costruzioni abusive.

Poi vennero gli anni del miracolo economico e della industrializzazione trionfante e andai a vederne gli effetti a Torino, dove per costruire fabbriche, magazzini, mercati, strade il terreno tra il Po e la Dora era stato coperto da uno strato impermeabile di cemento e asfalto, per cui l’acqua non scendeva nel terreno ma si riversava nei fiumi e, come nel gioco del domino, per cementificazioni successive si arrivava fino al mare in una catena inevitabile di sciagure.

Mi sono occupato del popolo del fare e della sua tendenza ad agire alle spalle della comunità quando il ministro Ruffolo cercò di dare il via alla bonifica della valle del Lambro e di altri fiumi e fiumiciattoli dove gli operosi imprenditori "deregolati" versavano i loro veleni. Ne ricordo uno ad Agrate Brianza che diceva di aver inventato il modo per ricavar benzina dai rifiuti industriali e invitava i giornalisti a visitare la sua fabbrica piena di alambicchi giganteschi. Poi si seppe che faceva i soldi liberandosi per conto dei fabbricanti della zona dei rifiuti versandoli nei canali d’irrigazione o in una cisterna che perdeva sugli asfalti stradali. Oggi nel bacino del Lambro l’inquinamento arriva a trentadue metri di profondità. Irrecuperabile.

Con l’odierna deregulation, ci informa il governo, «si semplifica l’attività edilizia con l’abolizione dei permessi di costruzione sostituiti da un certificato di costruzione firmato dal progettista, il quale, sotto la sua responsabilità, deve accertarsi della piena regolarità delle opere». Se abbiamo capito bene il rigoroso controllo dell’edilizia pubblica e privata verrebbe affidato proprio a chi è esposto alle tentazioni del facile guadagno e della corruzione, a chi in ogni occasione mostra la sua avversione per lo stato di diritto, per la giustizia eguale per tutti. A Berlusconi non si può disconoscere il coraggio dell’impudenza e il gusto della provocazione. Se non si possiedono come si fa decentemente a proporre un controllo dell’edilizia, cioè di una parte importantissima dell’economia, a un ceto dirigente che ha praticamente accettato le mafie come forma di governo? Come è possibile offrire il controllo della nostra economia, una sorta di autogoverno, a chi ogni settimana riempie le cronache criminali e giudiziarie: giudici che conducono una guerra per bande per assicurarsi il controllo di un palazzo di giustizia, professori universitari che violano le leggi per questioni di potere, operazioni di salute pubblica come lo sgombero dell’immondizia nelle grandi città possibili solo con la complicità della Camorra, ai prezzi che essa richiede. Interi governi regionali in Abruzzo, in Sicilia, in Calabria, nelle Puglie coinvolti nel malgoverno, uso demenziale del pubblico denaro per opere faraoniche come il ponte sullo stretto, o come la dissipazione senza fondo della Salerno-Reggio Calabria, il continuo rifacimento di opere sbagliate o di materiali scadenti. Un esercito di servi che nega il regime mentre lo serve, e le domande angosciose degli onesti: che ne sarà dei nostri figli in questo paese senza decenza e senza pudore?

Il piano casa come una sanatoria di fatto di tutte le violazioni passate, come premio ai disonesti. Dicono che gli italiani non abbiano il senso dello stato. E come potrebbero averlo se questi sono i governi?

C'è chi la chiama legge anti-catapecchie, chi un rinnovamento edilizio stile Obama, cioè per promuovere l'utilizzo delle fonti di energia alternativa. Ma la rivoluzione annunciata da Silvio Berlusconi per l'edilizia, "un piano straordinario con effetti eccezionali sulla casa", dice il premier, promettendone l'approvazione al prossimo consiglio dei ministri, è anche qualcos'altro.

C'è un intervento di edilizia popolare con un piano da 550 milioni concordato con le regioni: le case saranno date in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, con diritto di riscatto. Ma il grosso della manovra è un altro: il via libera a un sostanzioso aumento delle cubature di tutto il patrimonio edilizio esistente, una liberalizzazione spinta delle norme per costruire, un ritorno in alcuni casi al "ravvedimento operoso" dal sapore di condono. C'è un articolato, già discusso da Berlusconi con i governatori del Veneto, Giancarlo Galan, e della Sardegna, Ugo Cappellacci, che costituisce l'ossatura di quella "rivoluzione" annunciata ieri, che ha ottenuto già l'approvazione delle due Regioni. È probabile che al prossimo consiglio dei ministri il premier proponga un progetto molto simile a quello dei governatori.

Vediamolo questo progetto di stampo "federalista" che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo. Titolo: "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l'utilizzo di fonti di energia alternativa". Dà la possibilità alle Regioni che la accettino, di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici ( realizzati prima del 1989) per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più, in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici, energetici", di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità, giurata, da parte del progettista, di rendere più veloci e certe le procedure per le autorizzazioni paesaggistiche.

Il primo punto riguarda l'ampliamento degli edifici esistenti. I Comuni posso autorizzare, " in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 20% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L'ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un " corpo edilizio separato avente però carattere accessorio". In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento può essere chiesto anche da singoli separatamente.

Ma non basta. La Regione "promuove" la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989, che non siano ovviamente sottoposti a tutela, e che debbono essere adeguati agli odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici. Anche qui i Comuni possono autorizzare l'abbattimento degli edifici ( in deroga ai piani regolatori) e ricostruirli anche su aree diverse ( purché destinate a questo scopo dai piani regolatori). Qui l'aumento di cubatura previsto è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale, e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è del 35%.

Tutti questi interventi debbono rispettare le norme sulle distanze e quelle di tutela dei beni culturali e paesaggistici, non potranno riguardare edifici abusivi, o che sorgono su aree destinate ad uso pubblico o inedificabili, non potranno essere invocate per aprire grandi strutture di vendita, centri commerciali. Sono previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se la casa è destinata a prima abitazione del richiedente o di uno suo parente entro il terzo grado.

Fin qui la legge che verrà proposta alle Regioni, che ha già la disponibilità di Veneto e Sardegna, anche se non c'è dubbio che, con Comuni assetati di quattrini e assediati dalla crisi economica, le adesioni saranno molte. C'è anche una ridefinizione delle sanzioni, solo amministrative nei casi più lievi e più severe se nel caso di beni protetti. E' previsto un ambiguo "ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato", dal sapore di condono, e norme per semplificare le procedure riguardanti i permessi in materia ambientale e paesaggistica.

La fondatezza dell’allarme lanciato da Italia Nostra è dunque dimostrata dalla resistenza che i colleghi di governo hanno opposto alla intenzione del Presidente del Consiglio di procedere, subito oggi, con un decreto-legge. Disegno di legge invece, che oggi il Consiglio dei Ministri inizia soltanto a discutere, perché evidentemente non ne sono convinti i ministri di Lega e AN, come riferisce la stampa.

Ma ancora si insiste per la soppressione del permesso di costruire come se potesse bastare la parola del progettista. Il principio di buon andamento della Amministrazione (art. 97 Costituzione) esige il controllo pubblico preventivo su ogni trasformazione urbana. Gli interventi edilizi in aumento sull’esistente sono affidati all’esclusiva iniziativa dei proprietari (e ammessi anche contro i vigenti piani regolatori) e dunque del tutto estranea alle preoccupazioni del Presidente del Consiglio l’esigenza di misure organiche di recupero delle zone della più degradata periferia attraverso una responsabile pubblica pianificazione.

Infine si dà per certa anche una modifica del Codice dei beni culturali e del paesaggio per escludere – ancora riferisce la stampa- ogni ipotesi di efficacia vincolante del parere delle soprintendenze sugli interventi in ambiti ambientali protetti. Insomma l’edilizia non solo contro l’urbanistica, ma pure contro il paesaggio che la Repubblica tutela per precetto dell’art. 9 della Costituzione. Conforta che la presentazione alle Camere del disegno di legge che il governo andrà ad approvare passerà alla verifica del Presidente della Repubblica.

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Quando l’Italia uscì dalla seconda guerra era un paese in ginocchio. Insieme ad un’economia distrutta e a tante città rase al suolo da bombardamenti indiscriminati, c’erano milioni di persone che vivevano al limite della sussistenza in alloggi di fortuna, in grotte o tuguri. Nonostante l’urgenza di avviare in fretta la ricostruzione, il decreto legislativo del marzo 1945 avviò la stagione dei “piani di ricostruzione”, strumenti di governo che, seppure più semplici dei piani regolatori e con procedure di approvazione più veloci, tentavano comunque di disegnare un progetto condiviso.

Nel febbraio 1949, quando le condizioni strutturali erano mutate di poco rispetto a quattro anni prima, ed erano anzi anni in cui la popolazione cresceva vertiginosamente, si avviò il grande piano di realizzazione di alloggi pubblici dell’Ina casa. Migliaia di case realizzate in tutta Italia sulla base di programmi che prendevano a cuore l’esigenza sociale di costruire case a basso reddito.

Oggi il paese è infinitamente più ricco e appesantito dal diluvio di cemento che si è abbattuto nell’ultimo decennio del liberismo sfrenato. Sono stati costruiti mediamente 300.000 alloggi ogni anno. Abbiamo oltre 31 milioni di abitazioni, mentre la popolazione è stabile da oltre un decennio. Il mercato edilizio è fermo perché ci sono molte case invendute. In Spagna, dove la crisi edilizia è più acuta che da noi, si è varato un piano di acquisizioni pubbliche delle case invendute. In questa Italia ricca e ubriaca di cemento, i “furbi del quartierino” che ci governano vogliono dare un aumento indiscriminato a tutti, senza quella mediazione rappresentata dai piani urbanistici che, come noto, cercano faticosamente di armonizzare esigenze individuali con il diritto di tutti di avere città belle e vivibili.

In tempi di emergenza e di bisogni estremi, chi aveva responsabilità di governo e l’intera comunità ebbero la maturità di accettare le regole fondamentali di una civile convivenza. Non sono mancati abusi in quel periodo. Ma c’era un sentire comune che sembra scomparso. Oggi non si può neppure tentare di rintracciare gli elementi che legano la comunità. Ciò che conta è l’interesse privato, la visione di corto respiro, l’egoismo proprietario. Un brutto segnale, davvero.

Anche perché costruito su motivazioni truffaldine. Si dice che l’edilizia non può svolgere il suo ruolo salvifico perché la burocrazia pubblica strangola i virtuosi imprenditori e i loro tecnici. Un argomento grottesco nei tempi attuali segnati dalla più grave crisi economica della storia moderna, causata proprio dall’avidità di un mercato senza regole. Ancor più grottesca, perché assolutamente falsa: in questi anni, come dicevamo, si è costruito tantissimo.

Ma il governo ha trovato la ricetta giusta: bisogna costruire ancora “ per dare stanze a figli e nipoti nelle ville di famiglia”. Ha detto proprio così, Berlusconi: nelle ville. Come dicono tutti gli istituti di ricerca seri, da Nomisma al Cresme, questi anni di cemento selvaggio non hanno risolto il problema della casa perché non si è realizzato nessun alloggio pubblico. Solo edilizia privata, troppo costosa per le famiglie più povere.

Regalare il 30 o il 35% della cubatura esistente ai privati servirà dunque a incrementare il reddito dei proprietari, ma non servirà per dare soluzione al problema casa. Sul fatto che servirà a rilanciare il mercato, i maggiori economisti hanno seri dubbi, proprio perché siamo in un periodo di eccesso di offerta. E allora perché il governo ha ipotizzato e tanto sapientemente enfatizzato l’intervento sul mercato edilizio? Per due buoni motivi.

Il primo è quello che accennavamo prima. Dare il colpo di grazia a quel poco che resta della funzione pubblica in materia di governo del territorio. Le soprintendenze di Stato ridotte nelle prerogative, nelle risorse economiche e nel personale; le Regioni ormai derubricate da enti di programmazione a funzioni di routine. Ora tocca ai poteri di controllo dei comuni. In nessun altro paese del mondo occidentale verrebbe in mente di affidare la bellezza delle città a perizie giurate di tecnici pagati dai volgari speculatori che governano l’economia del mattone. Nell’Italia di Berlusconi, sì. Era proprio questo, del resto, il punto su cui si soffermava entusiasta il presidente dei costruttori nazionali, tal Paolo Buzzetti, che passerà alla storia per aver sperimentato a Roma e diffuso in tutta Italia il grimaldello dell’accordo di programma.

Il secondo punto è che dopo che si sarà diradato il fumo dell’effetto annuncio, si vedrà che qualcuno ci guadagna. E molto. Facciamo tre esempi, confortati dal fatto che per testare il provvedimento hanno fatto da cavia i presidenti delle regioni Veneto e Sardegna.

Il Veneto perché è la patria del paesaggio dei capannoni vuoti. Una quantità impressionante di contenitori prima utilizzati come piccole fabbriche, magazzini o per attività commerciali oggi desolatamente vuoti. Di proprietà di gruppi sociali che ha votato per il centro destra e attendeva il regalo: 30-35% di incremento di superficie e (vedrete che sarà così) la possibilità di riconvertire in residenze. Per capire di cosa parliamo, si pensi che un normale capannone ha superfici di 5 o 6.000 metri quadrati. Un regalo di 2.000 metri quadrati da costruire. Milioni di rendita!

La Sardegna ha luoghi di bellezza sublime occupati da caserme o da ex strutture minerarie. Mentre Tremonti venderà per fare cassa, Berlusconi regala rendita. Ai privati, naturalmente, e anche in questo caso si tratta di migliaia di metri cubi che, dato il contesto, serviranno a devastare quanto resta del paesaggio.

I proprietari di grandi compendi immobiliari e delle ville “ stile cafone” tanto di moda, infine. Anche in questo caso migliaia di metri cubi regalati. Milioni di euro che andranno a ingrassare i pingui detentori di incalcolabili rendite. Altro che le stanzette per le famiglie modeste, il governo pensa al proprio elettorato di riferimento.

E allora tutto è perduto? Macchè, le contraddizioni sommergeranno il governo: basterebbe avviare una grande offensiva culturale. Insieme ai soliti noti vincitori della tombola ci sarà chi ci rimette. Tutti i cittadini che vedranno diventare più brutte le città. Perché nelle zone a bassa densità, si aprirà la cementificazione selvaggia. Perché nelle zone paesaggisticamente sensibili si compiranno intollerabili manomissioni.

Ma saranno danneggiati anche i singoli proprietari che per loro sventura si troveranno vicini a chi trarrà vantaggio dallo sciagurato provvedimento. Il proprietario di un vecchio villino di periferia urbana che vedrà sorgere nel lotto vicino una palazzina e vedrà la sua casa deprezzarsi in modo irreversibile. I proprietari delle ordinate periferie urbane, penso a Torino o alle belle città della via Emilia che a fianco o sul lato opposto della strada vedranno sorgere mostri di cemento. Anche loro ne riceveranno un danno patrimoniale. Allora una modesta proposta. Perché la sinistra esangue invece di restare irretita dal mago di Arcella e Arcore, non interpreta i sentimenti della maggioranza dei cittadini? Che chiedono soltanto di trovare qualcuno che abbia la capacità di delineare un’uscita dalla crisi che conservi i nostri tesori, le città e il paesaggio, e non aumenti le disuguaglianze.

L’associazione elenca, testo alla mano, il ‘rosario’ dello scempio in arrivo. La ‘voglia di veranda’ usata come esca per costruire nei parchi, consegnare il territorio agli abusivi e avviare un super-condono mascherato

Per il WWF il testo dello schema di decreto legge sul cosiddetto “piana casa”, inviato dal Governo alla Conferenza Stato Regioni, è di straordinaria gravità. Un vero e proprio attacco senza precedenti al Belpaese e al suo paesaggio volutamente ‘camuffato’ con l’esca più banale, la ‘voglia di veranda’.

Il WWF nei prossimi giorni interverrà direttamente sui Ministri in vista della riunione del Consiglio venerdì prossimo e su tutte le Regioni che mercoledì prossimo sono chiamate ad esprimere un parere nella Conferenza Stato Regioni.

Scorrendo il testo il WWF ha previsto lo scenario che potrebbe scaturire se il testo venisse approvato.

Ecco il ‘triste’ rosario: sono previsti ampliamenti del 20 % per tutti gli immobili realizzati, anche in sanatoria, entro il 31 dic. 2008. Le unità abitative potranno essere ampliate sino a 300 metri cubi, le altezze dei fabbricati potranno essere aumentate sino a 4 metri oltre quelle previste dagli strumenti urbanistici vigenti. Sono ammessi i cambi di destinazione d’uso. In caso di abbattimento e ricostruzione gli edifici residenziali potranno aumentare del 35%, mentre per quelli commerciali addirittura può aumentare del 35% la superficie occupata; queste ipotesi sono possibili solo in caso di adozione di tecniche di bioedilizia o l’adozione di energie rinnovabili, ma il decreto non stabilisce nessun indice di efficienza energetica e addirittura rende possibile tali incrementi di volume anche solo al fine del “risparmi delle risorse idriche e potabili”. Vengono fatte salve le zone inedificabili, ma con l’esclusione delle sole zone A (ben poca cosa) gli aumenti di volume e di superficie occupata potranno essere realizzati anche nei parchi. Gli interventi non sono soggetti a concessione edilizia ma a semplice DIA (Denuncia Inizio Attività) e tutte le procedure di controllo vengono fatte attraverso autocertificazione.

Il Governo è andato ben oltre il 20% di cubature aggiuntive e certo non si è limitato, come sarebbe ampiamente auspicabile, alle sole aree metropolitane consolidate. Sono investite tutte le aree protette, le zone paesaggistiche, saltano gli indici di edificabilità fissati dai Comuni, nulla si prevede per gli standard di verde pubblico. Grandissimo regalo agli imprenditori che potranno aumentare i capannoni del 35% ed ogni tipo di immobile industriale o commerciale. Falsa la promessa di condizionare gli abbattimenti e le ricostruzioni al miglioramento ambientale: senza indici di efficienza energetica non esiste controllo e, inoltre, il testo prevede come alternativa la possibilità del risparmio idrico, come dire che basta mettere il recupero delle acque piovane e i rubinetti di nuova generazione per costruire il 35% in più.

Stravolte le procedure autorizzative ben sapendo che data la mole degli interventi che si prevedere né i Comuni, né le soprintendenza saranno in grado di dare qualsivoglia risposta. Ed inoltre, inevitabilmente, tutti gli abusi realizzati verranno fatti, se rientrano nel limite del 20% sino a 300 metri cubi, verranno certamente fatti passare come opere nuove e quindi sanati.

“Quanto si sta facendo non risponde in alcun modo ad un interesse pubblico, ma ad una sommatoria di interessi privati – ha dichiarato Gaetano Benedetto co-direttore del WWF Italia - E’ talmente clamoroso il tutto che sembra un tardivo scherzo di carnevale, o un pesce d’aprile anticipato, la speranza è qualcuno si renda conto, che il Parlamento, le Regioni, la Corte Costituzionale, ma soprattutto il mondo della cultura, delle università, delle Associazioni, prendano coscienza che mai, davvero mai, il Bel Paese aveva ricevuto un simile attacco”.

Berlusconi ha spiazzato tutti. Forse non ero il solo, in queste settimane d’angoscia, a ricordare Enrico Berlinguer e il suo discorso sull’austerità, al tempo della crisi energetica degli anni Settanta, quando repentinamente tramontarono le illusioni di uno sviluppo economico illimitato basato sul petrolio a basso costo. Penso che in molti abbiamo pensato di riprendere il tema dell’austerità, rassicurati dal fatto che il più grande paese capitalistico del mondo e della storia percorreva anch’esso strade inaspettate, varando misure a favore della riconversione sostenibile dell’economia, della cultura, della ricerca scientifica, dell’istruzione e della sanità pubblica. Invece, improvvisamente, il nostro presidente del consiglio, con il suo forsennato rilancio della speculazione fondiaria come misura risolutiva per uscire dalla crisi, ci ha brutalmente ricondotti nello squallore terra-terra della nostra realtà.

L'aspetto più preoccupante è che l’azione governativa solletica egoismi profondi e diffusi del popolo italiano, soprattutto nel Mezzogiorno. Il piano casa è un paravento. La realtà è un'esasperazione della linea "padroni in casa propria", quella stessa linea che aveva accompagnato gli sciagurati condoni edilizi degli anni passati. Altro che austerità, altro che rilancio della cultura e della solidarietà. Se non ci mobilitiamo con coraggio e determinazione, la crisi economica si svilupperà in un paesaggio di scempi e di sperpero di denaro pubblico.

L'articolo è stato scritto per la rivista settimanale online Nuova Società, diretta da Diego Novelli

Mentre Silvio Berlusconi promette verande e garage ai padroni di casa, rischia di esplodere la questione sfratti. Secondo uno studio Sunia-Cgil, nel triennio 2009-11 150mila famiglie potrebbero ritrovarsi senza un tetto perché non ce la fanno a pagare. Sfratti per morosità. È la crisi che rischia di spazzare via le ultime sicurezze di famiglie già debolissime, stretta tra disoccupazione, precarietà e cassa integrazione. Servirebbe un intervento pubblico per quella che si profila come una vera emergenza. Eppure il governo rema in direzione esattamente opposta, tagliando risorse al fondo sociale (che finanzia le politiche abitative dei Comuni) e anche quelli sul piano casa pubblico. Nel frattempo il premier apre le porte a interventi privati di tutti i generi (al prossimo consiglio dei ministri si conosceranno i dettagli), concedendo di fatto alla rendita immobiliare un altro vistoso vantaggio rispetto a chi vive di solo lavoro.

i deboli

Le famiglie in affitto, infatti, in Italia sono le più deboli. Circa il 20% della popolazione, di solito giovani coppie o studenti fuori sede. Il governo Prodi aveva cominciato a pensarci, con detrazioni analoghe a quelle offerte ai proprietari sull’Ici, che diventavano più sostanziose per gli studenti. Proprio la rigidità del mercato della casa italiano è infatti uno dei fattori che blocca la mobilità interna, e con essa le aspettative delle giovani generazioni. Con Berlusconi si è fermato tutto. Oggi è di nuovo emergenza. «Data l'insostenibilità dei canoni, delle spese per l' abitazione e dell'aggravarsi della situazione economica e occupazionale - si legge nello studio Sunia-Cgil - senza misure di sostegno al reddito delle famiglie in affitto, nel triennio 2009/2011 si prevede che altre 150.000 famiglie perderanno la propria abitazione subendo uno sfratto per morosità incapaci di far fronte al pagamento dell'affitto». Gli esperti del sindacato spiegano infatti che «il mercato dell'affitto privato - si legge ancora - è caratterizzato da quella famiglia tipo che oggi più che mai subisce gli effetti della crisi economica: il 20,5% dei nuclei sono unipersonali, il 67% delle famiglie in affitto percepisce un solo reddito e in queste il 39,6% è rappresentato da operai e il 29,2% da pensionati, più di un quinto dei capofamiglia ha oltre 65 anni e un quarto è costituito da donne».

le spese

Una platea di deboli, che la crisi economica rischia di schiacciare. «Per le famiglie dove spesso l'unica entrate è un reddito da lavoro dipendente o una pensione - si legge - l'affitto incide con percentuali insostenibili: tra il 40 e il 50% a Genova e Torino, tra il 50 e il 70% a Bologna e Firenze, oltre il 70% a Milano e Roma. In generale, le spese totali per l'abitazione gravano sul reddito mediamente tra il 50 e il 70%, con i casi eclatanti di Milano e Roma, dove l'incidenza oscilla tra l'82 e il 92%. A fronte di un reddito medio da lavoro dipendente sostanzialmente invariato, gli affitti sono aumentati del 16% nel corso del 2008». Le aree metropolitane sono quelle più a rischio. A Roma e Milano hanno subito uno sfratto circa 20mila famiglie, 15mila e Napoli, 10mila a Torino.

quale piano

Per il segretario generale del Sunia, Luigi Pallotta, «di fronte a questo scenario il governo si propone di varare un “piano casa” che non affronta i problemi di queste famiglie e che, anziché concentrarsi sul rilancio del mercato dell'affitto a prezzi sostenibili, si indirizza ancora una volta verso la casa in proprietà che in Italia ha raggiunto livelli difficilmente superabili». «Rispetto a queste che sono le vere esigenze del Paese il governo propone un Piano per chi ha già casa», osserva la segretaria confederale della Cgil, Paola Agnello Modica. «In attesa di conoscere la integrale proposta del Governo di un piano che viene spacciato per Piano Casa ma che è in realtà un 'Piano per l'edilizia - prosegue la sindacalista - già è chiaro che dall'agenda politica sparisce il tema dell'edilizia sociale e dell'affitto».

La questione abitativa segna un’altra penalizzazione dei ceti meno protetti. Il governo concede sanatorie a chi vuole allargarsi mentre non c’è nulla per le emergenze sociali di chi vive in affitto e non ce l’ha fa più.

Beffa dell’ICI e cemento

di Giovanni Maria Bellu

Quando ieri ci è arrivato il testo del «piano casa», abbiamo cominciato a leggerlo con la convinzione che alcune delle funebri previsioni fatte nei giorni scorsi, dopo l’euforica anticipazione che ne fece il premier, sarebbero state smentite o quantomeno ridimensionate. Berlusconi forse aveva un po' esagerato per colpire la platea e diffondere un po' di «ottimismo» almeno tra gli speculatori edilizi. Ahìnoi, c'eravamo sbagliati: il testo che oggi sarà esaminato dal governo, come ci racconta Roberto Rossi, non solo prevede che per aumentare le volumetrie basti una «autocertificazione», e non solo include tra gli immobili «ampliabili» quelli che hanno beneficiato dei precedenti condoni, ma contiene una serie di suggerimenti pratici per realizzare abusi ulteriori. Nasce la categoria delle opere «caratterizzate da precarietà strutturale dirette a esigenze contingenti e temporanee» che potranno essere costruite ad libitum con l'unico obbligo di smontarle «al cessare della necessità». Che sarà stabilito dal proprietario. Non sembra vero.

Ma attenzione: gli speculatori non esultino, né gli ambientalisti si disperino. Ieri (l'articolo di Chiara Affronte è a pagina 6) abbiamo scoperto che il governo è capace di ravvedersi. Sono mesi che denunciamo i danni provocati alle casse pubbliche dalla dissennata trovata propagandistica del taglio generalizzato dell'Ici sulla prima casa. Bene, i tecnici di Tremonti hanno fatto sapere ai comuni che una serie di cittadini che credevano di essere stati esentati in realtà dovevano pagare. Si tratta di decine di migliaia di persone per un totale di oltre 400 milioni di euro. Un abbaglio collettivo? No: è semplicemente successo che il governo ha diffuso una circolare dove interpreta in modo restrittivo il taglio. In effetti è passato quasi un anno dalle elezioni.

Consulteremo uno specialista della scienza dei numeri. Questa cifra - 400 milioni - ricorre troppo spesso per non avere un significato: corrisponde al costo della decisione di non effettuare l'election day; è quasi identica a quella che si riuscirebbe a raccogliere se fosse applicata la tassa di solidarietà proposta dal Partito democratico e ieri respinta - assieme a tutte le richieste di fare qualcosa per i ceti più deboli - dalla maggioranza. Ecco un'idea per Umberto Bossi che, unico tra i suoi alleati, si è mostrato sensibile all'idea di dare un sostegno alle persone che si trovano senza lavoro e che non godono di alcun tipo di tutela: dica sì all'election day e i soldi arriveranno in un istante. Peccato che sia proprio lui il più fiero oppositore del referendum elettorale. Il fatto è che non si può pretendere coerenza dall'astuzia.

Dunque il denaro andrà cercato altrove. Ma dove? Le entrate fiscali, come spiega Guglielmo Epifani nell'intervista con Oreste Pivetta, crescono solo perché i dipendenti pagano le tasse. In attesa di farle pagare a tutti, si potrebbe chiedere uno sforzo ai più abbienti. Un'aliquota, transitoria, più alta per recuperare un miliardo e mezzo di reddito aggiuntivo da destinare ai diseredati. «Sarebbe una dimostrazione di cultura civile», dice il leader della Cgil. Ecco, la cultura civile, appunto.

Libertà di abuso per legge

Ecco il piano casa del governo

di Roberto Rossi

Oggi nel Consiglio dei ministri il piano casa targato Silvio Berlusconi. Esclusione di vincoli paesaggistici, deroghe alle concessioni edilizie, cancellazioni dei limiti dell’abuso, tra le principali novità.

Il concetto è semplice, la sua applicazione pure. Il concetto, che Silvio Berlusconi ama sempre ripetere, è questo: «ciascuno è padrone a casa sua». La sua applicazione è, invece, il “Piano casa” che il governo ha preparato e che oggi sarà visionato preliminarmente nel Consiglio dei ministri per essere poi discusso la prossima settimana. Un piano che abbatte i vincoli paesaggistici, che impone deroghe alle concessioni edilizie, che riscrive i limiti dell’abuso e che, se approvato, ridisegnerà per sempre il paesaggio italiano.

Il documento in discussione, che l’Unità ha visionato, parte dalla riscrittura delle regole per la costruzione di nuovi edifici e per la loro conservazione. Ad esempio, l’articolo 3, fatta salva la diversa previsione regionale, permette interventi di ampliamento della propria abitazione «del 20% dei volumi e delle superfici principali». La norma è estesa anche a quegli edifici abusivi ma che hanno usufruito della sanatoria. Sono ammessi, inoltre, interventi di conservazione talmente ampi che si può anche, in teoria, abbattere e ricostruire l’edificio mantenendo le stesse volumetrie e la sagoma originaria.

Ma è in campagna che la cementificazione sarà maggiore. In generale il testo, che con tutta probabilità sarà trasformato in un disegno di legge e non in un decreto legge, non riconosce più il limite, molto rigido, di 0,03 metri cubi per metro quadro. L’unico limite che è concesso è quello di non oltrepassare l’ampliamento del 10% dei volumi e delle superfici. Il che garantisce la costruzione di piccole dependance in un territorio come quello italiano che per il 47% è vincolato.

Il limite vale solo per le costruzioni in muratura, tra l’altro. Perché il documento prevede anche l’«attività edilizia libera», non assoggettata cioè a divieti. Che tipo di attività? «Le opere interrate accessorie alla residenza» come garage, cantine, rustici, che «non superino il 20% del volume esistente»; oppure «serre mobili stagionali sprovviste di struttura in muratura funzionali allo svolgimento dell’attività agricola», nei quali rientrano anche gazebo e strutture in legno chiuse; ma anche meglio non precisate «opere caratterizzate da precarietà strutturale e funzionale, dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità» (chi stabilisce quanto dura?); oppure, infine, «il deposito temporaneo di merci e materiali a cielo aperto, al di fuori dei centri abitati», che suona tanto come la possibilità di creare discariche.

Anche i comuni potranno usufruire di deroghe. L’articolo 14 darà l’autorizzazione di costruire in barba a strumenti e regolamenti edilizi locali quando si tratta di «edifici o impianti pubblici o di interesse pubblico», anche quest’ultimo concetto aleatorio.

Chi le certifica tutte queste opere, siano in campagna o in città? Colui che esegue i lavori tramite «un progettista abilitato». In sostanza la concessione edilizia viene sostituita da una certificazione da presentare allo sportello unico delle imprese. Il che fa sparire servitù, vincoli paesaggistici e quant’altro.

Se l’immobile è sottoposto ad un vincolo di tutela il comune avrà trenta giorni di tempo per opporsi. Se la tutela dell’immobile sottoposto al vincolo non compete al comune, lo stesso, non si capisce per quale ragione poi, dovrà «convocare una conferenza di servizi» che discuterà del caso.

Ci sono variazioni anche per quello che riguarda l’agibilità degli edifici (che dovrebbe garantirne al sicurezza) per la quale si ribalta l’onere della prova. La relativa dichiarazione, infatti, dovrà essere «resa dal direttore dei lavori» e non più dal competente ufficio comunale (la mancata presentazione della dichiarazione comporterà l’irrisoria multa di 500 euro). Al quale spetterà il compito di un controllo successivo visto che avrà sessanta giorni di tempo per verificare la completezza della documentazione e l’integrità dei lavori.

L’ultima spallata che il testo riserva riguarda il concetto di «lottizzazione abusiva». Che scatta per lo sfruttamento edificatorio «di un’area non ancora urbanizzata, purché la stessa abbia un’estensione pari ad almeno 5mila metri quadri, se interna, ovvero di almeno 2.500 metri quadri, se esterna al perimetro del centro abitato». E se l’estensione è minore? Cemento e casa. Il vecchio amore di Berlusconi.

ROMA - Servirà a famiglie e imprese e aiuterà l’economia, ma a quale prezzo per l’ambiente? Il "piano per l’edilizia" potrebbe stimolare lavori per 60 miliardi, secondo il Governo. Previsione prudente per il Cresme che riguarda l’adesione del 10 per cento dei proprietari degli oltre 9 milioni di edifici residenziali, mono o bifamiliari, concentrati soprattutto nel nord del Paese. Se solo questa parte dell’Italia delle villette sfrutterà l’occasione, gli effetti sull’ambiente e il sistema urbanistico del territorio sarebbero pesanti: l’aumento del volume delle abitazioni del 20%, permesso dal dl, equivarrebbe alla costruzione da zero di quasi due città e mezzo come Roma. Pari a un miliardo e mezzo di metri cubi di cemento in più.

È l’allarme lanciato da uno studio dei Verdi che accusa il piano-casa di «deregulation edilizia». Per Angelo Bonelli, ex capogruppo dei Verdi alla Camera, sarebbe «una svolta negativa senza precedenti che potrebbe portare al collasso del sistema ambientale». Sotto accusa: l’espansione urbanistica, l’incremento della produzione di cemento (oggi l’Italia è seconda in Europa) «insostenibile», il raddoppio delle cave esistenti e le emissioni inquinanti del settore che produce cemento triplicate.

Il Cresme ha simulato le modifiche su edifici che hanno una superficie media di 260 metri quadri: se un proprietario su dieci deciderà di ingrandire, con un costo di circa 1200 euro per metro quadro, la superficie abitabile aumenterà complessivamente di oltre 490 milioni di metri quadrati.

Per questo ampliamento, secondo le stime dei Verdi, serviranno 800 milioni di tonnellate di sabbia e ghiaia per fare il calcestruzzo, e altre cave a danno di boschi, montagne e aree agricole. Un esempio: le cave di inerti (sabbia, ghiaia o pietrisco) in Italia sono circa 5.725 e gli inerti da costruzione sono oltre il 60% della loro produzione. Per soddisfare la domanda di cemento - si legge nello studio - ne servirebbero circa 10mila.

Effetti pesanti anche sull’applicazione del protocollo di Kyoto: se nel totale di emissioni di CO2 il settore dell’edilizia contribuisce per l’8 per cento, in futuro potrebbe incidere per oltre il 15 per cento. E ancora: i processi di combustione per la produzione di cemento sono responsabili dell’emissione nell’atmosfera di circa 2.600 tonnellate l’anno di polveri sottili, con il provvedimento passerebbe a 8000 tonnellate l’anno.

Non basta: in controtendenza rispetto ad altri Paesi europei, come Germania, e Gran Bretagna e Olanda (che hanno leggi sul contenimento del consumo di suolo), dai noi aumenterà. Se oggi si distruggono 244mila ettari l’anno è previsto un aumento del 2%. Le stime escludono modifiche nei condomini (più di 2 milioni) e negli edifici non residenziali (oltre 11 milioni). Ma bastano per gli ambientalisti per parlare di un «atto di pirateria», che farà anche danni economici e sociali. Per Bonelli «non si può pensare di risolvere così la crisi: serve un piano nell’edilizia che metta al

ROMA - Stretta sulle sanzioni, certificazione giurata del progettista invece del permesso di costruire, meno burocrazia e tempi più stretti: ecco i punti chiave del piano per l’edilizia a cui sta lavorando il governo, la "legge quadro" che domani dovrebbe approdare al Consiglio dei ministri. Anche se è possibile che il via libera slitti di qualche giorno per mettere a punto i dettagli del pacchetto e sciogliere le riserve dell’alleato leghista. Ieri Bossi ha espresso ancora dubbi sul provvedimento per quanto riguarda il nodo immigrati e la tutela del territorio: «Vogliamo vedere bene cosa ha in mente Berlusconi», ha detto.

Ma la "rivoluzione" per sostenere l’edilizia va avanti, e si muove su due livelli. Mentre i tecnici del governo lavorano alla legge quadro, parallelamente, il tema è all’ordine del giorno anche alla conferenza Stato-Regioni: oggi alle Regioni sarà proposta una bozza di ddl simile a quella discussa da Berlusconi e Galan e approvata dalla giunta regionale del Veneto. Ogni Regione potrà decidere se farla sua.

Il consenso della Sardegna c’è, la Lombardia ha annunciato un intervento a breve. «È una bella idea che può mettere in moto l’indotto», ha chiarito Formigoni. L’ "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l’utilizzo di fonti di energia alternative e rinnovabili" prevede che le abitazioni private potranno essere ingrandite fino a un tetto del 20% del volume. I Comuni potranno scegliere di ridurre il "contributo di costruzione", previsto per l’ampliamento, del 20%. Se si tratta di prima casa invece lo "sconto" può arrivare al 60%. Prevista la possibilità di realizzare un ampliamento separato dal fabbricato, e fissata una scadenza (fine 2010) per presentare la richiesta di modifica. C’è la cosiddetta "rottamazione" per palazzi vecchi: gli edifici pre-1989, non soggetti a forme di tutela, possono essere abbattuti e ricostruiti con un aumento del volume del 30%, fino al 35% se si usano tecniche di bioedilizia. Se si costruisce su un’area diversa da «quella occupata dal fabbricato demolito - si legge nella bozza - dovrà essere gravata da un vincolo di inedificabilità o ceduta all’amministrazione comunale per essere adibita a verde pubblico o a servizi». Fissati paletti rispetto ai vincoli ambientali e paesaggistici, e il divieto di ampliare immobili abusivi.

Punta a semplificare le procedure e a tagliare i tempi la "legge quadro" del governo che dovrebbe modificare il testo unico dell’edilizia e il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Tra le novità: confermata l’abolizione del permesso di costruire, sostituita con una certificazione di conformità giurata del progettista e la creazione di una Camera di conciliazione presso i Comuni. Per evitare che le norme si trasformino in un condono sanzioni più severe per chi interviene sui beni vincolati. È allo studio anche il "ravvedimento operoso": per i casi meno gravi potrebbe essere immaginata l’estinzione per l’illecito e la possibilità che accertamento di conformità e quello di compatibilità ambientale estinguano i reati. Infine il piano vuole semplificare le procedure per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica.

Piano casa? Quale piano casa? Questo non è un decreto che dà un’abitazione a chi non ce l’ha. È un decreto per rilanciare l’economia. Tant’è che si chiama così. Cominciamo col fare chiarezza». A Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, le mistificazioni non piacciono. E dice chiaro e tondo che non ci sta a subire un aut aut sulle norme urbanistiche. Non ci sta allo scambio rilancio economico contro regole. «Lo dico subito, io quel piano non lo voglio attuare». È pronto a fare ricorso alla consulta, come aveva già fatto con l’ultimo condono edilizio. Legge e rilegge gli articoli dell’ultima bozza del provvedimento annunciato da Berlusconi, e non crede ai suoi occhi: deroga totale, su tutto il territorio. Leggi regionali azzerate con un tratto di penna.

Sarà difficile contrastare il decreto.

«Faccio un appello ai colleghi della Lega e a tutti i sindaci del Carroccio. Si è tanto parlato di federalismo, e poi su una materia concorrente come questa ci si chiede di accettare un atto d’imperio come questo? Quel testo è inaccettabile. Sostanzialmente abolisce tutti i vincoli su tutto il territorio nazionale, istituendo una nuova norma generale a cui in un secondo momento le Regioni dovrebbero adeguarsi con norme regionali. Ebbene, al premier dico: io la legge regionale ce l’ho già. Ma se lui procede per decreto, vuol dire che quando ha annunciato che le Regioni in disaccordo erano libere di non adottare il provvedimento ha mentito».

Il rilancio dell’economia è comunque un punto forte.

«Bene, allora parliamo di quello. Io sono disposto a discutere. Se davvero dobbiamo aiutare l’edilizia, se davvero ci sono norme farraginose, se davvero c’è una burocrazia troppo pesante, parliamone. Possiamo razionalizzare il sistema, renderlo più efficiente. Faccio presente che in Toscana la Dia (dichiarazione di inizio attività) già c’è. Comunque su questo sono d’accordo. Ma il risultato non può essere l’eliminazione delle regole, lo smantellamento dei vincoli. Anche i cittadini devono saperlo: senza regole alla fine ci si rimette. Se uno non ha vincoli, vuol dire che non ce li ha neanche il vicino di casa. Chiunque potrà costruire un muro davanti alla finestra di un altro. Con l’anarchia non si risolvono i problemi, si aggravano».

Berlusconi si è impegnato a un confronto con voi.

«Sì, ma poi leggo che incontrerà le Regioni mercoledì e dopo qualche ora varerà il decreto. Se così fosse, è una presa in giro. Che confronto sarebbe? Per questo mi appello a chi crede nel federalismo. Non si possono varare per decreto norme tanto dirompenti, che fanno tabula rasa di legislazioni locali. Sa cosa si prevede per i Comuni?»

Cosa?

«I Comuni dovranno istituire un albo dove registrano le modifiche apportate. Entro il 31 dicembre 2011 dovranno inserire quelle modifiche nello strumento urbanistico. Significa recepire passivamente tutto quello che è stato deciso da altri, e per di più dovranno anche assicurare gli standard urbanistici, magari costruire parcheggi e altri servizi dove serviranno. Ma come fanno i sindaci della Lega ad accettare questo?».

Lei cosa propone?

«Io chiedo che ci sia un vero confronto con gli enti locali. Accetto di discutere sulla semplificazione delle norme. Infine chiedo che ci sia un piano casa vero, che assicuri gli alloggi ai più deboli e costituisca un’opportunità per il mondo delle costruzioni. I dati del Sunia sugli sfratti dimostrano che c’è bisogno di case, non di stanze o di verandine».

Il decreto facilita anche il cambio di destinazione d’uso.

«Sì, e per noi in Toscana vuol dire distruggere anni di lavoro con le associazioni agricole, con cui avevamo concordato regole condivise per tutelare il territorio».

Piano casa: ecco come funzionerà

Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. La legge nazionale per rilanciare l’edilizia approderà venerdì al Consiglio dei ministri, ma già ieri mattina il governo regionale del Veneto ha licenziato un dettagliato provvedimento che consente senza troppe burocrazie l’ampliamento degli edifici. Galan ha deciso di non attendere la normativa nazionale: «Lo Stato darà direttive che la nostra legge regionale rispetta perché l’abbiamo concordata con Berlusconi», assicura il governatore. La legge regionale consentirà ampliamenti di volumetrie in deroga agli strumenti urbanistici fino al 35% se si ricorrerà a «tecniche di bioedilizia» o si installeranno sistemi per l’utilizzo di energie rinnovabili. Nessun ampliamento è permesso in edifici storici o abusivi.

Leggi che puntano anche a rilanciare un settore pesantemente in crisi come quello dell’edilizia in un momento in cui la disoccupazione aumenta a ritmi decisi: + 46% a febbraio. Unica consolazione di ieri in questo panorama plumbeo, la ripresa delle Borse trascinate da Citigroup. Il Banco Popolare è la prima banca italiana che chiede l’aiuto di Stato.

Legge veneta per l’edilizia,

Galan batte Roma sul tempo

di Alda Vanzan

Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. Prima ancora che il Consiglio dei ministri approvi il piano casa (lo farà venerdì), la giunta regionale del Veneto licenzia il disegno di legge che, dai paesi di montagna del bellunese fino alle periferie di Venezia, consentirà aumenti di cubature dei fabbricati, demolizioni e ricostruzioni di case e capannoni con più di vent’anni, snellimenti delle procedure burocratiche. Avviene tutto in mattinata e nell’arco di un paio d’ore: visto che il testo di legge regionale tutto sommato era pronto, anziché presentarlo ai colleghi di giunta nella consueta seduta del martedì e poi prendersi una settimana di pausa, il governatore Giancarlo Galan decide di accelerare. In fin dei conti, spiega poi Galan ai cronisti, questo è un provvedimento «concordato» proprio con il premier: «Con il governo, meglio, con il presidente del Consiglio - perché le cose continuo a farle con lui o con Letta - abbiamo pensato a qualcosa per rilanciare il settore edilizio e che vada incontro ai cittadini». Il fatto che Palazzo Chigi affronti la questione dopodomani è un dettaglio: «Lo Stato darà qualche direttiva che da parte nostra sarà assolutamente rispettata perché l’abbiamo studiata assieme», dice Galan. Di lì a poche ore, da Roma giungerà la conferma dello stesso premier che il piano casa sarà varato proprio venerdì. Con una assicurazione di Berlusconi: «Nessuna cementificazione, sarà un piano di buon senso».

Giancarlo Galan, che al fianco ha l’assessore all’Urbanistica Renzo Marangon, sintetizza il testo di legge. «Primo: ci sarà una assoluta abolizione della burocrazia». Per l’aumento delle cubature del 20%, per intenderci, basterà una Dia, la Dichiarazione di inizio attività. Ma chi potrà usufruirne? «È chiaro che la legge funzionerà di più per le abitazioni singole, con i condomini sarà più difficile. Ma nel Veneto ci sono più case e casette che non palazzoni». Aggiunge: «È anche in incentivo per l’economia, così la gente tira fuori i soldi da sotto il materasso». Mattoni e nuove tecnologie: «Butti giù vecchi capannoni e li ricostruisci, ampliandoli, con le nuove tecniche». L’ambiente, sottolinea il governatore, sarà salvaguardato: tutti i vincoli e le tutele esistenti non si toccano. Oneri finanziari a carico della Regione: zero. E a chi già contesta la diminuzione degli oneri di urbanizzazioni a favore dei Comuni, Galan risponde con una battuta: «Sì, i Comuni prenderanno minori contributi, ma non avrebbero preso niente senza questa legge, perché se non costruisci non hai gli oneri di urbanizzazione». E comunque, aggiunge Marangon, questa è «una risposta, la via veneta, alla crisi economica».

Approvata all’unanimità dalla giunta veneta, ora il disegno di legge passa all’esame del consiglio regionale. L’auspicio di Galan è che venga licenziato in tempi stretti: «Tra l’altro stavolta ho notato meno fanatismo ideologico, il sindaco di Vicenza Achille Variati per esempio ha preso una posizione intelligente». E le perplessità della Lega? «In giunta la Lega ha votato a favore. C'è questa preoccupazione per cui sarebbero case per immigrati: ma che c'entra? Se io dò il permesso per costruire due stanze in più che c'entrano gli immigrati? Forse non avevano ancora letto il testo». Marangon spera in una approvazione in aula prima dell’estate: «Anche perché altrimenti perderebbe senso, questa norma ha due anni di validità, fino al 2010». E il governatore confida anche un altro progetto: «Fare in modo che le 40mila persone che pagano un affitto per abitare in una casa dell'Ater possano diventare con una firma proprietari dell'abitazione. E su questo le banche devono fare la loro parte».

Dagli alleati di governo (regionale) plausi all’iniziativa: «Mi auguro che il Veneto possa ancora una volta fungere da apripista con questo interessante, intelligente, innovativo progetto di legge», dice Antonio De Poli (Udc). Leonardo Padrin, Forza Italia, ha già inserito il disegno di legge con l’intero articolato nel suo sito Internet. Ma Franco Frigo, consigliere regionale del Pd, è di tutt’altro avviso: «Tanto fumo e poco arrosto».

Sono 250mila le case abbandonate

di Adriano Favaro

C’è anche un record, poco noto, nel settore edilizio a Nordest, quello delle case disabitate e inutilizzate: quasi 250 mila. Precisi precisi i numeri dicono 200 mila tra Veneto e Trentino Alto Adige e altre 41 mila in Friuli Venezia Giulia. Un calcolo-stima fatto dal Cescat, il Centro studi casa ambiente e territorio di Assoedilizia. Che fornisce anche una somma complessiva. «In tutto il paese - spiegano i ricercatori Cescat - ci sono due milioni di edifici abbandonati: case di montagna e di campagna, casolari, casupole, baite, ville rustiche, antiche magioni, casali, rocche e cascinali». Il record del Nordest viene dal fatto che esistono quasi 250 mila edifici disabitati per una popolazione di poco superiore ai sei milioni e mezzo.

La Lombardia registra la stessa quantità di edifici disabitati con una popolazione di circa dieci milioni di abitanti. Di fronte a queste cifre Assoedilizia, associazione legata a Confindustria aveva deciso - alcuni mesi prima della recente proposta del governo - di dare una scossa lanciando un’idea: nell’attuale congiuntura economica molti cominciano a guardare con interesse crescente alla ricerca di nuovi affari. E, contemporaneamente, i Comuni - attenti ai bilanci - potrebbero favorire la forte spinta al "riuso". «Le amministrazioni comunali - spiegava l’avvocato Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia - dovrebbero istituire incentivi, non solo sul piano delle agevolazioni strutturali, ma anche in termine di premi volumetrici, per coloro che promuovono operazioni di recupero del patrimonio edilizio abbandonato». Quasi come le idee di Berlusconi.

Procedimento facile? «Tutto dipenderà anche dal comportamento dei Comuni - spiegava Riccardo De Gobbi, il responsabile della direzione Agroambiente e servizi per l'Agricoltura del Veneto - In questo periodo stanno redigendo i "Pat" o "Pati", in pratica quello che una volta erano i piani regolatori. Alcune delle richieste per la salvaguardia delle abitazioni rurali abbandonate potrebbero essere accolte». De Gobbi segue questi temi da anni e ha spiegato come la regione del Veneto sia stata la prima (e forse l’unica) regione in Italia a rispondere ad una legge nazionale del 2003 che aveva lo scopo di salvaguardare e valorizzare le architetture rurali, cioè gli insediamenti agricoli, gli edifici o fabbricati rurali realizzati tra il XIII e il XIX secolo; almeno 80 mila nel Veneto.

Resta da fare i conti anche con un altro dato: nelle ultime rilevazioni il Catasto nazionale ha censito 31,5 milioni di abitazioni. Mentre l’Istat, dalle sue indagini, ne rileva 28,5 milioni. Un patrimonio esistente ma "scomparso" - gli immobili in caso di permanenza dell'abbandono dovrebbero essere stralciati dal catasto - che diventa ancora più significativo se a questi numeri si aggiungono (ma per il Nord del Paese vale poco) gli immobili abusivi, comunque stimati attorno al milione e mezzo.

IL CONTENUTO DELLA LEGGE VENETA

LE DEROGHE - La legge regionale stabilisce che quando l’intervento edilizio sia volto a «preservare, mantenere, ricostituire e rivitalizzare il patrimonio edilizio esistente» oppure sia diretto a «favorire l’utilizzo di energia rinnovabile», è consentito l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume se destinati ad uso residenziale e del 20% della superficie coperta se adibiti ad uso diverso, e questo anche «in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali provinciali e regionali».

AMPLIAMENTI - L’ampliamento degli edifici «deve essere realizzato in contiguità rispetto al fabbricato esistente» ma se ciò risulti materialmente o giuridicamente impossibile «potrà essere autorizzata la costruzione di un corpo edilizio separato, di carattere accessorio e pertinenziale».

CONDOMINI - In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento potrà essere realizzato anche separatamente per ciascuna di esse, compatibilmente con le leggi che disciplinano il condominio negli edifici.

DEMOLIZIONI - Per realizzare gli interventi, sono consentiti la demolizione e l’integrale ricostruzione degli edifici con aumento del 30% dei volumi per gli immobili residenziali e del 30% della superficie coperta per gli immobili a uso diverso. La percentuale di aumento puà arrivare fino al 35% se si utilizzano «le tecniche della bioedilizia» o le energie rinnovabili.

MIGRAZIONI - La ricostruzione dell’edificio demolito può anche avvenire su area diversa, purché l’area dove si ricostruiscono i volumi demoliti sia destinata a questo scopo, aumenti di volume compresi, dagli strumenti urbanistici e territoriali. Inoltre, l’area originariamente occupata dal fabbricato demolito «dovrà essere gravata da un vincolo di inedificabilità».

FOTOVOLTAICO - Per incentivare l’installazione di impianti fotovoltaici fino a 6 kilowatt, le pensiline o le tettoie realizzate su abitazioni già esistenti al momento di entrata in vigore della legge non siano calcolate nella cubatura dell’immobile. Inoltre, tali tettoie o pensiline finalizzate al supporto di impianti fotovoltaici «sono realizzabili anche in zona agricola» con una semplice Dia (Dichiarazione d’inizio attività). Dovranno però rispettare caratteristiche e dimensioni che verranno stabilite dalla Giunta regionale con successivo decreto.

SCONTI - Per questi interventi, il contributo di costruzione, ove dovuto, è commisurato al solo ampliamento ridotto del 20%. La riduzione arriva al 60% nell’ipotesi di edificio o unità immobiliari destinati a prima abitazione del proprietario o dell’avente titolo.

LIMITAZIONI - I comuni dovranno istituire ed aggiornare l'elenco degli ampliamenti autorizzati. Gli interventi «sono subordinati al titolo edilizio previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380». Gli edifici per i quali si chiede l’ampliamento dovranno essere già stati ultimati entro il 2008. Gli interventi sono subordinati all'esistenza delle opere di urbanizzazione primaria e al loro adeguamento al maggiore carico derivante dagli ampliamenti. Non si può intervenire su immobili aventi valore culturale o paesaggistico. E gli interventi su immobili commerciali non possono condurre a «derogare alle norme in materia di programmazione di grandi strutture di vendita».

ABUSIVI - Non può essere riconosciuto alcun aumento di volume o di superficie ai fabbricati anche parzialmente abusivi soggetti all'obbligo della demolizione, così come agli edifici che sorgono su aree demaniali o vincolate ad uso pubblico o dichiarate inedificabili.

ESCLUSIONI - I comuni hanno 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore della legge per escludere l'applicabilità delle norme a specifici immobili o zone del proprio territorio, sulla base di specifiche valutazioni o ragioni di carattere urbanistico, edilizio, paesaggistico, ambientale. I comuni possono pure stabilire limiti differenziati di ampliamento in relazione alle caratteristiche proprie delle

Ed ecco il testo del disegno di legge, in eddyburg

l'Assessore alle Politiche del Territorio, Angela Barbanente, ci ha inviato la nota che si seguito si riporta:

L’assessore

“Davvero gli Italiani sono così ingenui da ritenere efficace il piano straordinario per l'edilizia annunciato da Berlusconi? A nessuno sorge il dubbio che si tratti di un modo per distrarre l’opinione pubblica dai problemi quotidiani di una crisi gravissima che attanaglia persone e imprese e per coprire con sensazionali notizie spazi mediatici che potrebbero essere occupati dalla cruda realtà dei fatti? Una realtà che, come sappiamo, consiste in molteplici scippi a danno delle regioni del Mezzogiorno e, per quanto più direttamente ci interessa, in un’ostinata predilezione per inutili grandi opere, nella riduzione dei già esigui fondi destinati a rispondere ai bisogni abitativi delle fasce più deboli e a un’insopportabile perdita di tempo in tentativi di accentrare competenze regionali e risorse già ripartite. Per distogliere l’attenzione da tutto questo, basta annunciare provvedimenti sensazionali!

“E no, caro Berlusconi, noi non cadiamo nella trappola. Siamo molto attente e in grado di valutare i provvedimenti in base ai contenuti.

“Intanto per il Piano casa non c’è certo da esultare. Esso è ancora largamente una scatola vuota. Ci fa certo piacere che il governo abbia riconosciuto le nostre ragioni e si possa, con molti mesi di ritardo, far partire i Piani regionali promossi dal Governo Prodi immediatamente con 200 milioni e poi anche con i restanti 350. Non si può però dimenticare che ci sono voluti mesi di trattative e una raffica di ricorsi alla Corte costituzionale per conseguire questo risultato. Ma tant’è. La grande macchina comunicativa del governo Berlusconi è capace di far passare prima una scatola vuota e poi il recupero tardivo di programmi regionali per “iniziativa importantissima” del Governo.

“Quanto alle altre parti dell’annunciata "rivoluzione", l’idea appare di una rozzezza incredibile e certo non innovativa. Si tratta, infatti, del ritorno alla stagione delle deroghe indifferenziate, tristemente nota in Puglia per la sua scarsa trasparenza e per aver reso peggiore la qualità dell’ambiente, del paesaggio e anche della vita delle persone senza aver creato sviluppo. Su questo mi piacerebbe conoscere l’opinione di qualche Consigliere regionale di opposizione.

“Riguardo poi alla sostituzione del permesso di costruire con una perizia giurata di conformità resa dal progettista, sa Berlusconi che già oggi per molte opere è prevista la denuncia di inizio attività? E sa che le grandi speranze di semplificazione e snellimento riposte nella modifica della disciplina di tale procedimento e nell’istituto del silenzio assenso varati nel 2005, quando egli era presidente del Consiglio, sono state profondamente deluse? Ne conosce i problemi e le incertezze interpretative? E chi oggi esulta per l’innovazione annunciata si rende conto che la semplificazione viene così posta a carico del privato che si assume un onere istruttorio assai gravoso e rischioso in un paese caratterizzato da norme complicate e farraginose?

“Su questo abbiamo le idee chiare: riteniamo dannose le politiche fondate solo su modifiche procedimentali e provvedimenti derogatori. Per questo in Puglia abbiamo operato e continueremo a operare in modo diverso: con una politica per la casa attiva, con direttive e regole chiare, con incentivi mirati a rispondere ai bisogni sociali e a migliorare la qualità urbana come quelli previsti dai Pirp o dalle norme per la rigenerazione urbana, per l’abitare sostenibile e per aumentare l’offerta di edilizia residenziale sociale.”

Il governo Berlusconi si accinge a varare un provvedimento che sconvolge tutte le procedure edilizie. Sostiene di volerle snellire, agevolando la ripresa economica. Secondo le associazioni di tutela. questa misura sarebbe un disastro per il paesaggio e per l'assetto delle città. La Repubblica sostiene un appello promosso dagli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti al quale hanno già aderito gli urbanisti Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Italo Insolera ed Edoardo Salzano.

" Le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità. La proposta di liberalizzazione dell’edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi, rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio. Ecco perché c’è bisogno di un sussulto civile delle coscienze di questo paese. ".

L’appello può essere firmato sul sito di Repubblica.it, precisamente qui

La legge prevede l'abolizione della concessione edilizia da parte dei Comuni, sostituita dalla dichiarazione di un tecnico privato: per conto di chi costruisce, il professionista certificherebbe la conformità del nuovo edificio alle norme urbanistiche. In più, stando alle anticipazioni, si consentirebbe di aumentare il volume di un edificio nella misura del 20 per cento, se si tratta di un edificio residenziale, del 30 se commerciale. Sarà consentito demolire e ricostruire tutti gli edifici sorti entro il 1989 che non abbiano vincoli di tutela incrementando il volume del 30 per cento. Alcune Regioni, come la Sardegna e il Veneto, hanno già aderito e il governatore Giancarlo Galan porterà già oggi all'approvazione della giunta un provvedimento simile. Da parte di molte altre Regioni vengono invece avanzati dubbi quando non forte opposizione.

Palazzo Chigi ha diffuso, inviandola ufficialmente a Regioni ed enti locali, un’irresponsabile bozza di decreto legge su sedicenti "Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili".

Nulla ha dunque insegnato al nostro governo la "bolla edilizia" (housing bubble) che ha duramente colpito l’economia americana l’anno scorso. Secondo l’analisi di George Soros nel suo ultimo libro (The New Paradigm for Financial Markets: The Credit Crisis of 2008 and What It Means), le aspettative artificialmente create da un mercato immobiliare gonfiato ad arte hanno prodotto, fra 2001 e 2005, una crescita incontrollata degli investimenti immobiliari, e dunque dei relativi meccanismi di finanziamento (a cominciare dai mutui), sul presupposto che il valore degli immobili possa crescere indefinitamente, appoggiandosi a finanziamenti e prestiti sempre più alti, per immobili sempre più cari. Il solo fatto di concedere sempre più mutui, a condizioni facilitate, fece crescere la domanda immobiliare, anzi per alcuni anni parve convalidare le previsioni più ottimistiche, innescando un perverso inseguimento fra eccesso di domanda (e di debito) ed eccesso di offerta. Bastarono pochi anni, e l’eccesso degli investimenti immobiliari e del relativo indebitamento, oltre che distrarre il risparmio da investimenti più produttivi, finì con l’esser tanto alto da trascinare l’intero sistema nella rovina: la terribile housing bubble con conseguente bancarotta, appunto, di cui abbiamo letto su ogni giornale, evidentemente invano.

L’Italia, si sa, è il Paese europeo col più basso tasso di natalità. Ma è al tempo stesso il Paese col più alto consumo di territorio: per dare solo un esempio particolarmente raccapricciante, la Liguria ha consumato negli ultimi vent’anni il 45% della propria superficie libera da costruzioni, inondando il paesaggio di cemento (la media italiana è un già pessimo 17%). Basta mettere insieme questi due dati (bassa natalità, altissimo consumo del suolo), che contrastano drasticamente con l’esperienza Usa (un Paese in continua espansione demografica e con ampie aree a bassa densità abitativa), per comprendere come la "bolla immobiliare" nostrana, se gli investimenti non vengono dirottati altrove, sia destinata a esplodere con ben maggior violenza. La bozza ora emanata da Palazzo Chigi parte al contrario dall’ipotesi, quando meno azzardata, che per rilanciare l’economia nulla di meglio vi sia che scatenare la cementificazione del Paese. Allo scopo, s’intende, «di sostenere la domanda generale interna di beni e servizi, nell’attuale fase di congiuntura globale» (art. 1 della bozza). L’arcaica superstizione secondo cui l’unico investimento sicuro è quello del "mattone", comprensibile come retaggio di una società preindustriale, viene dunque adottata dal governo come linea vincente per salvare l’economia del Paese.

L’intento di fornire al "partito del cemento" una piena licenza di uccidere non potrebbe esser più chiaro. Si possono ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008: la percentuale si calcola sul volume per le unità residenziali, sulla superficie coperta per ogni altra (art. 2, c. 2). Se poi il 20% non basta, niente paura: si può arrivare comodamente al 35% (del volume o della superficie), purché si abbatta integralmente un edificio, ricostruendolo più in grande. Queste ed altre espansioni edilizie saranno fatte, assicura la bozza, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi» (art. 2 c. 1); persino l’altezza della nuova fabbrica può essere modificata, portandola fino a «quattro metri oltre l’altezza massima prevista dagli strumenti urbanistici vigenti». Per tutti questi interventi basta una d.i.a. (dichiarazione inizio attività), senza tanti permessi: il risanamento dell’economia non può aspettare. E se per caso si trattasse di edifici storici? Facile: basta far domanda alla competente Soprintendenza, e se per caso non risponde entro 30 giorni vale il principio del silenzio-assenso (art. 5, c. 3 e 5). Il Codice dei Beni Culturali viene in tal modo non ignorato, ma consapevolmente calpestato. La certezza del diritto cede il passo a una feroce delegificazione.

Impallidiscono, al confronto, i condoni edilizi ex post, piombati a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004). La foglia di fico della crisi economica non nasconde l’essenziale: questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell’intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città. Se, come è da sperare, questa bozza null’altro è che un ballon d’essai, sarà molto interessante vedere quali saranno le reazioni delle istituzioni. Che cosa farà il Ministero dei Beni Culturali, che in passato seppe far cadere le proposte di silenzio-assenso presentate dai ministri Baccini (2005) e Nicolais (2006), di fronte a questa norma assai più distruttiva? Che cosa diranno Regioni ed enti locali di fronte a tanta selvaggia deregulation? Qualcuno si ricorderà dell’art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica, in via prioritaria rispetto ad ogni altro interesse anche economico, «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione»?

Lo stuolo di portavoce del governo, nel rosario quotidiano dei telegiornali, spende spesso e volentieri la definizione "sinistra del no" (molto trendy anche su svariati quotidiani). Nel mazzo sfiorito di questi "no" seriali, che sarebbero la prova provata della sterilità intellettuale dell’opposizione, sono finite anche le dure critiche al cosiddetto "piano casa", che a una parte consistente dell’opinione pubblica appare come la deregulation della già sregolatissima cultura edilizia di uno dei Paesi più (mal) cementificati del mondo.

Come altre formule "pop" della destra di governo, lo slogan "sinistra del no" è semplice e funzionale: attribuisce all’opposizione una sorta di malumore preconcetto; e al governo un’alacre attivismo. Peso morto da una parte, motore virtuoso dall’altra. Il clichè rientra nel "normale" fastidio che questa maggioranza coltiva nei confronti dell’opposizione e delle sue prerogative. Ma c’è, specie in un caso come questo, strutturale per il futuro di tutti, un’aggravante sostanziale. L’aggravante è questa: che il merito delle questioni scompare. Si fissano (o si rifissano) le parti in commedia, quella dell’operoso Berlusconi e quella dei suoi neghittosi osteggiatori, e si evita accuratamente di parlare delle scelte concrete, delle loro conseguenze, dei pro e dei contro.

Un "no", isolato dal suo contesto, non ha senso. Ogni "no" (esattamente come ogni "sì") può essere giusto o sbagliato, motivato o pretestuoso, sciocco o intelligente, solo in misura della proposta o dell’evento che lo ha suscitato. Dire "sinistra del no" equivale a decontestualizzare ogni idea, ogni parola, nascondendola dietro un siparietto propagandistico uguale e contrario a quello assegnato al premier, ormai da quindici anni (tre piani quinquennali) sulla scena come fattivo e generoso artefice della rinascita nazionale.

La scomparsa del merito, della dimensione concreta dei problemi, non è solo uno dei morbi più velenosi e ottundenti della scena pubblica italiana. Sta diventando uno degli elementi fondanti dell’egemonia berlusconiana. L’aspetto psicologico, emotivo e dunque televisivo e spettacolare della politica ruba la scena alla discussione razionale. Un capo che sorride e ha nel cuore le sorti del popolo contro un’opposizione frustrata e invidiosa: questo è il plot che la gragnuola delle dichiarazioni da telegiornale, molti talk-show, molti titoli strillati hanno confezionato e consolidato. Quando si tratti, poi, di decidere se è giusto o ingiusto dare corso legale a centinaia di migliaia di piccoli abusi edilizi, favorire l’iniziativa privata magari a scapito di interessi collettivi nevralgici come l’integrità del paesaggio (quel che ne resta), ri-condonare di fatto l’attitudine anarchica che molti italiani scaricano sul territorio, allora ci si accorge che si deve risalire la china della caricatura propagandistica costruita in anni di sapiente semplificazione dei problemi. Se dico ancora "no", è costretta a chiedersi "la sinistra del no", faccio la solita figura del livido guastafeste? Mi si nota di più se dico "no" o se resto in disparte e non dico niente? E non sarà più simpatico dire "sì", in modo che il pubblico capisca che so variare il copione?

Si noti come le precedenti domande non abbiano niente, ma proprio niente a che fare con la sostanza delle questioni politiche in generale, e con il "piano casa" nello specifico. Una delle poche frecce rimaste nell’arco dell’opposizione è proprio questa: azzerare questo ricatto psicologico, ignorare le freddure sulla "sinistra del no", procedere come se si vivesse e si facesse politica in una Paese in cui i "no" e i "sì" si pronunciano solo in rapporto a quanto accade, non in rapporto a quanto sta scritto in un copione mediatico scritto, per giunta, da altri.

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