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Galbraith è un economista che ha attraversato il ventesimo secolo. Nato in Canada nel 1908, si laurea in economia agraria all’Università di Toronto nel 1931, consegue il master (1933) e il ph.d (1934) nell’Università della California. Diventa cittadino americano nel 1937. Dal 1948, e fino al 1975, sarà un docente di Harvard. Militante appassionato del partito democratico, lavora alternando l’accademia alle responsabilità nella pubblica amministrazione con Roosevelt, Truman, Kennedy e Lyndon Johnson. Durante la seconda guerra mondiale dirige l’ufficio che controlla i prezzi industriali. Ripensando a quegli anni scriverà nei suoi libri che è facile controllare i mercati in cui agiscono pochi grandi attori, come venditori e compratori, ma è impossibile farlo quando i partecipanti agli scambi sono migliaia. Svolge anche altri incarichi legati al clima di mobilitazione imposto dalla guerra mondiale, e riceve dal governo americano la «medaglia della libertà», un’alta onorificenza. Testimonianza significativa di come la sua radicalità riformista non gli impediva di mettere le proprie capacità al servizio della nazione e di essere dalla nazione stessa ricompensato.

Dopo un lungo lavoro politico nel partito democratico durante la leadership di John Kennedy, viene nominato ambasciatore degli Stati Uniti in India. Agli inizi del ventunesimo secolo circola sulla stampa americana la sua candidatura al premio Nobel, perché «è il più famoso economista vivente del mondo che non lo ha ricevuto» ma anche la constatazione che non potrà riceverlo perché molti ritengono il suo lavoro troppo legato a fatti contingenti, troppo politico e non abbastanza accademico.

In effetti la fama di Galbraith nel mondo è pienamente meritata. Ma egli ha subito lo strano destino di chi scrive troppo presto le cose più importanti della propria produzione intellettuale. La descrizione della affluent society, la società dei consumi opulenti, nel 1958 e la critica del potere impropriamente esercitato dalle tecnocrazie industriali nella vita pubblica - The new industrial state nel 1967 - rappresentano due pilastri importanti per un nuovo paradigma nel mondo dell’economia politica. Oltre dieci anni dopo, nell’Europa degli anni settanta, percorsa da movimenti di massa ostili alla dimensione fordista e alienante della grande industria, le idee di questo americano liberale diventano un linguaggio capace di restituire alle scienze sociali la forza della critica rispetto all'ordinamento sociale.

Non deve stupire che questi due libri di Galbraith vengano valorizzati anche nel nostro paese dagli ambienti culturali che erano alla ricerca di un radicale superamento del marxismo di stampo tradizionalmente europeo. Claudio Napoleoni e Franco Rodano lavorano sulla centralità dei consumi opulenti per offrire, dalle pagine della Rivista Trimestrale, una politica economica capace di cambiare i processi di riproduzione sociale a partire dalla forma dei consumi e non dai rapporti di forza nei luoghi di produzione. Edoardo Salzano scrive su quelle pagine una serie di articoli intriganti sul legame involutivo che si stabilisce tra la dinamica dei consumi opulenti e le forme dell’espansione urbana. Ne nasce un libro della Laterza, Urbanistica e Società Opulenta, che verrà, purtroppo e spesso, frainteso come una sorta di elogio del pauperismo. La dimensione dell’alienazione dell’individuo, in una economia che smarrisce i valori collettivi, viene proposta come la radice della critica sociale.

La riduzione della complessità necessaria per lo sviluppo della persona umana, del resto, è una costante della stagione culturale alla quale appartengono le due opere principali di Galbraith: ricordate l’uomo di Marcuse, ridotto ad una sola dimensione? Scrive Galbraith nel Nuovo Stato Industriale: «La conformità dell’identificazione degli individui e delle organizzazioni con i fini sociali è possibile grazie alla presenza, quale forza motivante, dell’adattamento, che corre come un filo parallelo dall’individuo ai valori della società passando attraverso l’organizzazione... (grazie a) questo processo di adattamento acquista valore sociale ciò che è utile agli obiettivi dei componenti la tecnostruttura». Alla fine degli anni ottanta la Nuova Italia pubblica un volume di Ricciotti Antinolfi, economista dell’Università di Napoli, che offre la ricostruzione dell’impatto delle analisi di Galbraith sulla politica e la cultura del nostro paese.

In un pamphlet del 1990 - A short history of financial euphoria: financial genius is before the fall, tradotto in italiano da Rizzoli - si ritrova, invece, la grande paura della crisi finanziaria che, dal 1929, attraversa gli Stati Uniti, da Galbraith a Bernanke, passando per Greenspan: «Una normativa che bandisca la credulità finanziaria o l’euforia di massa non è in pratica possibile... il risultato sarebbe un sistema di leggi imponente, forse oppressivo e certamente inefficace. Quando avverrà il nuovo grande episodio speculativo ed in quale campo?.. non c’è risposta a queste domande; nessuno lo sa e chiunque pretenda di darla (la risposta) non sa di non sapere. Ma una cosa è certa, ci sarà un altro di questi episodi ed altri ancora... Gli sciocchi, presto o tardi, vengono separati dal loro denaro». Forse, nel giorno in cui Galbraith ci lascia, sarebbe utile ricordare ai giovani che la sua straordinaria capacità di navigare tra la politica, la pubblica amministrazione e l’accademia gli ha impedito di ricevere un Nobel ma ha offerto una enorme energia intellettuale al suo paese. Grazie alla sua militanza appassionata in un partito. Non sarebbe facile ripetere questa performance nell'Italia di oggi e nel suo sistema politico.

«Se si eccettua il pericolo di una guerra nucleare, la questione dell'ambiente è la minaccia più grave per il mondo». Il solito ambientalista rompiscatole, catastrofista e anche un po' menagramo? No. John Kenneth Galbraith. Sono parole che affidò al mio microfono nella sua bella casa di Boston il 31 gennaio 1991. Tema dell'intervista: la posizione della scienza economica di fronte alla crisi ecologica planetaria. Tema su cui intendevo fare un libro, e che andavo proponendo a un buon numero di economisti di grande prestigio (ben sei Nobel tra gli altri) spesso ricevendone reazioni quanto mai stupite: «Ambiente? Ma io sono un economista», fu ad esempio la prima risposta di Milton Friedman. Lui no. Mi fissò immediatamente una data. E subito, dal primo scambio di battute, fu evidente che, a differenza dei suoi colleghi, riteneva la materia tutt'altro che estranea agli interessi specifici della sua disciplina, e che già aveva considerato l'incompatibilità del modello economico attivo in tutto il mondo con la salvaguardia degli equilibri naturali.

In anni in cui, eccettuati i padri della bioeconomia (Georgescou-Roegen, Boulding, Daly, e pochissimi altri) tutti gli economisti opponevano il più reciso rifiuto anche ad accettare la discussione sulla crescita, lui già con piena consapevolezza parlava degli «effetti negativi della crescita sull'ambiente», e della necessità anzi del dovere dell'Occidente di rivedere il proprio stile di vita e di ridurre drasticamente i livelli di consumo. Aggiungendo - da sperimentato conoscitore del Sud del mondo, e sdegnato testimone del suo sfruttamento - che sarebbe indecente pretendere dai poveri un'attenzione all'ambiente che noi stessi non abbiamo. «Tocca a noi», ripeteva convinto, e - da severo antesignano della critica al consumismo - notava che dopotutto anche noi ne avremmo tratto vantaggio.

Per concludere con una affermazione che al momento chiosò come «fuori tema»: «Il capitalismo è una macchina inbattibile nel produrre ricchezza, ma assolutamente incapace di distribuirla decentemente». Io osservai che non mi pareva un discorso tanto fuori tema. Rispose con un gesto, come a dire: lasciamo perdere.

Sul problema, a differenza della grande maggioranza degli economisti, aveva riflettuto seriamente, e ne vedeva tutta la complessità: ciò che - diceva - avrebbe richiesto da parte di ciascun paese un'impegnata analisi della propria situazione ecologica, non solo per un adeguato trattamento dei rifiuti, quelli nucleari in orimis, un severo sistema di tassazione di ogni tipo di inquinamento, decisi interventi fino alla proibizione delle industrie più inquinanti, e così via. Soprattutto si rendeva conto di qualcosa di cui ancora oggi anche gli ambientalisti più qualificati raramente sembrano avvertiti. Non bastano i provvedimenti dei singoli paesi, diceva: «Ciò che manca finora, e che la situazione urgentemente richiede, è una politica globale». E citava il buco nell'ozono, le piogge acide, l'effetto serra, fenomeni che riguardano l'intero pianeta, che si manifestano sovente agli antipodi del luogo in cui se ne producono le cause, che esigono pertanto una strategia sovranazionale, che solo «un'autorità globale» può affrontare in modo adeguato. E parlò perfino (cosa allora presa in esame solo da pochi specialisti) dell'assurda contabilizzazione del Pil: «Computare in positivo il valore dell'acciaio prodotto e non il valore negativo degli scarichi inquinanti provenienti dall'acciaieria, è un modo ingannevole di fare i conti». E aggiunse, quasi commovendomi: «Inoltre il Pil omette molte cose importanti: ad esempio l'enorme contributo che proviene dal lavoro delle donne».

Continuò a parlare a lungo, senza più bisogno di sollecitazioni, quasi riflettendo ad alta voce, mentre nel pomeriggio invernale scendeva il buio sui boschi che circondavano la casa. Era chiaro che la sua attenzione al problema era dovuta anche a una sorta di aristocratica sofferenza di fronte al deterioramento estetico dell'ambiente, a «quel particolare tipo di polluzione che non lede la salute, ma offende chiunque abbia sensibilità alla bellezza del paesaggio, che deriva dall'uso incontrollato del territorio, dalla manomissione delle campagne», senza dire dei monumenti antichi «oggi gravemente a rischio». L'Italia per esempio, disse: «Era molto più bella quando la visitai le prime volte, tanti anni fa». Nel coro elogiativo che ha commentato qualche giorno fa la sua morte nessuno ha notato la sua attenzione alla crisi ecologica. Ma la cosa non stupisce.

Chi lo ha conosciuto ricorda la sua capacità di colloquiare e tenendo sempre testa all'interlocutore. Sorridente e benevolo, largamente prodigo di parole cortesi, ma non alieno da frasi mordenti e (ahimè per l'interlocutore) sempre infallibilmente centrate.

Galbraith ebbe una formazione teorica solida. Nato in Canada, fece i suoi studi all'Università di California. Successivamente fu accolto come professore di Economia delle università più prestigiose: dapprima Princeton e infine Harvard. Durante la seconda guerra mondiale, Galbraith prestò la sua opera come consulente governativo ed ebbe la responsabilità del controllo dei prezzi e del contenimento dell'inflazione.

All'università di Harvard, Galbraith teneva un seminario settimanale, nel quale, dalle due alle quattro del pomeriggio, si accalcavano gli studenti più avanzati. Era un privilegio farne parte; ma anche un rischio, perché non di rado il professore, interrompendo improvvisamente il suo dire, si rivolgeva al primo che gli capitava a tiro e gli poneva un quesito fulminante. Se il malcapitato non rispondeva prontamente, la stessa domanda veniva girata a un altro, e così via fino a che non si trovava qualcuno che, avendo avuto qualche istante per riflettere, riusciva a trovare una risposta soddisfacente.

I contributi che hanno assicurato a Galbraith la maggiore popolarità non sono nel campo della teoria pura. Tre titoli segnano le tappe della sua attività di pubblicista: Il capitalismo americano, il grande crollo. dove viene analizzata la crisi del 1929 che mise in ginocchio l'economia degli Stati uniti), e La società opulenta. Quest'ultima opera, rimasta la più celebre e quella che gode della maggiore diffusione, contiene una critica instancabile del capitalismo moderno. L'economia nella quale viviamo, osserva Galbraith, ci ha assicurato un benessere materiale crescente e diffuso. Il governo delle grandi imprese assetate di profitto, produce senza tregua nuovi beni materiali (automobili, frigoriferi, lavatrici, e via dicendo), dei quali, grazie alla pubblicità, siamo indotti a sentire un bisogno insaziabile. Chi riflette sulla miseria dei secoli passati, non può che considerare questa evoluzione come un indiscutibile progresso. Ma la disponibilità di beni materiali non è tutto; una società che voglia dirsi davvero avanzata deve porsi mete, forse meno tangibili, ma certamente più ambiziose, a cominciare dalla diffusione della cultura; e qui le lacune sono ancora vistose.

Galbraith formulò questo messaggio rivolto ai suoi concittadini statunitensi alla fine degli anni cinquanta. Messa a confronto con le idee dominanti nella cultura americana del tempo, la sua posizione risultò innovativa e per alcuni osservatori addirittura rivoluzionaria. Negli Stati uniti, la stragrande maggioranza della popolazione riceve una formazione di base estremamente limitata, mentre gli studi più avanzati sono riservati a una minoranza destinata a formare una ristretta classe intellettuale di élite. Questo assetto viene generalmente considerato soddisfacente e adeguato a una società moderna, dedita alla produzione di beni materiali. Il messaggio di Galbraith invertiva le priorità: anzitutto diffusione della cultura e successivamente preoccupazione per la ricchezza materiale. Si trattava di un richiamo a finalità non soltanto più nobili, ma anche pienamente accessibili per una società che, come quella americana, aveva largamente vinto la battaglia contro la miseria. In che misura il suo messaggio sia stato compreso e accettato dai suoi concittadini resta ancora cosa discutibile.

Galbraith era dotato di una penna felice e i suoi scritti sono sempre avvincenti. Questa dote gli permise di spaziare su temi assai vari. Nel 1958, egli compì un viaggio nei paesi d'oltre cortina, dov'era stato invitato a tenere un ciclo di conferenze: era la prima volta che il compito di parlare del capitalismo americano veniva affidato ad un economista estraneo alla scuola sovietica. Nel suo itinerario, Galbraith non toccò la Russia, ma visitò a fondo Polonia e Jugoslavia. Ne risultò un gustoso volumetto di impressioni di viaggio: a partire dall'arrivo a Varsavia, quando il malcapitato Galbraith fu costretto a una lunga serie di brindisi per ognuno dei quali era d'obbligo ingoiare il bicchierino di vodka tutto d'un sorso, fino al commiato finale, quando ebbe la soddisfazione di sentirsi dire in pubblico che le sue lezioni erano state profondamente istruttive, perché il quadro del capitalismo americano che egli aveva tracciato era ben diverso da quello che veniva abitualmente descritto nelle università e nei dibattiti scientifici.

Galbraith lascia il ricordo di un uomo che seppe essere uno studioso accurato e capace di coniugare aspetti diversi della teoria economica pura, ma al tempo stesso un osservatore acuto della realtà e un profondo conoscitore dei fatti. Chi ripercorrerà i suoi scritti troverà non soltanto una larga messe di idee originali ma anche un prezioso insegnamento di metodo: che è quello di perseguire insieme rigore logico e realtà storica.

Titolo originale: Liberty, Happiness... and the Economy – Scelto e tradotto per eddyburg_Mall da Fabrizio Bottini

Tra la fine del secolo scorso e primi decenni di questo, nessun soggetto è stato tanto discusso quanto il futuro del capitalismo. Economisti, uomini di competenze non precisate, filosofi della politica, ecclesiastici acculturati, anche George Bernard Shaw, tutti hanno dato il contributo della propria personale rivelazione. Tutti concordavano sul fatto che il sistema economico era in uno stato di sviluppo, e che nel tempo si sarebbe trasformato in qualcosa di sperabilmente migliore, certamente differente ...

Il prossimo passo sarà un riconoscimento generale delle convergenze dei due moderni sistemi industriali, anche se essi sono etichettati in modo diverso, come socialismo o capitalismo. E dobbiamo anche presumere che questa sia una buona cosa. Col tempo, risolverà il problema dell’inevitabile conflitto sulla base di differenze inconciliabili ...

Le due domande che sorgono più di frequente su un sistema economico sono se serva i bisogni materiali dell’uomo, e se si concilia con la sua libertà e felicità generali. Ci sono pochi dubbi, sulla capacità del moderno sistema industriale di fornire l’uomo di beni ...

La prospettiva della libertà è di gran lunga più interessante. Si è sempre immaginato, soprattutto da parte dei conservatori, che collegare tutta, o in gran parte, l’attività economica allo stato, significhi mettere in pericolo la libertà ...

Ma il problema non è la libertà dell’uomo d’affari. Si può considerare regola generale il fatto che chi parla di più della libertà usa meno quella che ha. L’uomo d’affari che la considera di più è un disciplinato uomo d’apparato. Il generale in pensione che ora tiene conferenze sulla minaccia dell’irregimentazione comunista era invariabilmente una pedina che subordinava la propria esistenza ai regolamenti militari. Il Segretario di Stato che parla con più sentimento del mondo libero è quello che più ammira il conformismo del proprio pensiero.

Il pericolo maggiore è la subordinazione del pensiero alle necessità del moderno sistema industriale. Come ci convince dei prodotti che compriamo, o come ci persuade sulle politiche necessarie alla sua evoluzione, nello stesso modo ci adatta ai suoi valori e obiettivi. Questi consistono nel fatto che la tecnologia va sempre bene, che la crescita economica è sempre buona, che le imprese devono sempre espandersi, che il consumo di beni è la principale fonte di felicità, che la pigrizia è perversa, che niente deve interferire alla priorità che accordiamo alla tecnica, alla crescita, all’incremento dei consumi.

Se continuiamo a credere che gli scopi del moderno sistema industriale e le politiche pubbliche che lo servono vanno di pari passo con la nostra vita in tutti i suoi aspetti, allora le nostre esistenze saranno al servizio di questi obiettivi. Ciò che è coerente a questi fini l’avremo o ci sarà consentito; tutto il resto sarà proibito. I nostri desideri saranno gestiti secondo i bisogni del sistema industriale; lo stato nelle sue politiche civili e militari sarà pesantemente influenzato dai bisogni dell’industria; l’istruzione verrà adattata a bisogni simili; il tipo di disciplina richiesto dal sistema industriale sarà la morale corrente della comunità. Tutti gli altri scopi saranno presentati come un lusso, o poco importanti, o antisociali. Saremo tutti mentalmente servi del sistema industriale. Potrà anche essere la servitù benevola di chi cura la casa e a cui viene insegnato ad amare il padrone e la padrona, a credere che i loro interessi siano anche i suoi. Ma non si tratta esattamente di libertà.

D’altra parte, se il sistema industriale è visto solo come una porzione, e facendoci noi sempre più ricchi una porzione che diminuisce, della nostra vita, c’è molto meno da preoccuparsi. Saranno gli obiettivi estetici ad avere il posto d’onore; chi li perseguirà non sarà soggetto agli scopi del sistema industriale; lo stesso sistema industriale sarà subordinato ai fini più alti della vita. La preparazione intellettuale sarà fine a sé stessa, e non mero servizio al sistema industriale. Gli uomini non saranno più intrappolati nella convinzione che oltre la produzione di beni e reddito attraverso metodi sempre più avanzati non c’è altro, nella vita …

C’è il bisogno di subordinare l’economia ai fini dell’estetica per sacrificare l’efficienza, inclusa quella dell’organizzazione, alla bellezza. Né si devono dire sciocchezze sulla bellezza che, nel lungo termine, paga. Non deve pagare ... É attraverso lo stato che la società deve affermare la superiorità dei fini dell’estetica su quelli dell’economia, e in particolare dell’ambiente sui costi. É allo stato che dobbiamo guardare per la libertà di scelta individuale su come impegnarci; per un equilibrio fra la formazione umanistica e l’addestramento tecnico che serve principalmente il sistema industriale; e deve essere lo stato ad eliminare l’immagine di una politica internazionale che sostiene la tecnologia al prezzo di pericoli inaccettabili. Se lo stato deve servire questi fini, il modo scientifico e dell’istruzione, e la più ampia comunità intellettuale, devono essere consapevoli del proprio potere, dell’occasione che si presenta, e usarlo. Non c’è nessun altro.

here English version

UNO CHE ha le gambe troppo lunghe, come il famoso Daddy Longlegs, ed è troppo alto, sta scomodo, e non di rado scomoda gli altri. Era senz’altro il caso di John Kenneth Galbraith, classe 1908, altezza 1,95, uno dei geni di quella che lui stesso aveva battezzato, in uno dei suoi tanti libri, l’età dell’incertezza; insomma, il nostro tempo, di cui è stato un testimone acutissimo.

Galbraith è morto l’altro ieri a Boston. Dall’essere così alto e con le gambe così lunghe derivava forse la sua tipica tendenza all’irrequietezza e alla provocazione. Non potendo passare inosservato, Galbraith fece di tutto perché ne valesse la pena. C’era forse anche, nella sua «diversità», la sua radice di doppio immigrato, di famiglia d’origine scozzese e di nascita canadese. Per tutta la vita non nascose la sua simpatia per gli immigrati. Anche da lì nasce quella che lui stesso chiamava «l’irrefrenabile tendenza a situarsi contro ogni élite compiaciuta di sé»: «mai allearsi con essa e mai perdere un’occasione legittima di contrariarla o, se possibile, di farla infuriare». Che cosa è l’establishment per Galbraith? Quello che era stato per uno cui per molti versi Galbraith assomigliava, un altro provocatore, un altro immigrato, un altro «contadino», Thornstein Veblen. Establishment: «i pomposi clichés dei quadri d’industria, la completa sicurezza di certi vaghi discorsi d’avventurismo militare, i più ammirati luoghi comuni di politica estera». E, naturalmente, l’ortodossia economica.

Questo complesso, questa sindrome conservatrice, Galbraith l’ha bollata con uno dei suoi ossimori più famosi: la saggezza convenzionale. Cercavo, ci raccontava, qualche cosa che rendesse «quel costante scambio di idee vuote e solenni che è così comune tra personaggi importanti e presuntuosi».

DEL RESTO, faceva parte della sua tecnica polemica l’uso di espressioni di irriguardosa deferenza. Quelle che mandano più in bestia la gente. Tra queste, per esempio, le parodie delle metafore melense della saggezza convenzionale: come quella, intramontabile, dell’azienda America (sorella maggiore della nostra azienda Italia), particolarmente cara al pensiero manageriale, perché intesa a instillare nei cervelli deboli l’equivalenza tra il business e la democrazia. Qualcuno aveva avuto l’idea di elaborarla in una specie di parabola agiografica: gli Stati Uniti come società per azioni, il Presidente come amministratore delegato, i cittadini come azionisti, il Congresso come consiglio di amministrazione, i Ministri come managers (solo gli operai restavano operai). Galbraith inviò l’articolo a Kennedy spiegandogli che il popolo americano aveva commesso l’errore imperdonabile di eleggere Presidente lui anziché suo padre, il grande affarista: forse non era troppo tardi per cambiare. Kennedy si divertì e girò la lettera all’autore della metafora, che non fu felice.

Questa sua aggressività, non è che non gli sia stata restituita. L’establishment, giustamente, lo ripagava della sua stessa moneta. L’epiteto più diffuso era quello di bastardo figlio di puttana. Una gran signora cui Galbraith fu presentato durante un ricevimento finse di non capire il suo nome, se lo fece ripetere, poi disse: «Deve essere imbarazzante per Lei andare in giro con quel nome. Somiglia a quello di quel gran figlio di puttana che lavora per Kennedy».

Come grande economista, titolo che merita appieno, ha ampiamente goduto dell’invidia dei suoi colleghi: per la sua notorietà i suoi libri, tradotti in tutto il mondo, sono venduti a centinaia di migliaia di copie e per il suo successo politico e mondano. La supponenza dell’establishment si manifestò sotto forma di «addebito divulgativo»: come se lo scrivere bene e chiaro e per un vasto pubblico sia un oltraggio per la scienza e una minaccia per le istituzioni. Divulgatore, quindi, e soprattutto del pensiero keynesiano in America. Ruolo che certamente egli svolse; ma che era lontano dall’esaurire il suo contributo alla scienza economica. Quel contributo è caratteristico della «distruzione creatrice», per usare l’espressione di Joseph Schumpeter, un altro grande eccentrico che egli incontrò ad Harvard: distruzione di miti venerandi, creazione di idee nuove.

Il mito della concorrenza perfetta, per esempio: miriadi di piccole imprese brulicanti nel formicaio operoso del libero mercato, ove l’interesse individuale di ognuno concorre al miglior risultato di tutti. Galbraith vedeva, invece, di fronte a sé un mondo di divisioni corazzate, di tecnostrutture, di prezzi monopolistici, di mercati «cattivi», intenti a sconvolgere permanentemente il formicaio o a pacificarlo ripartendolo in sfere di influenza. La risposta liberal tradizionale a quella deformazione del gioco era costituita in America dalle epiche battaglie dell’Antitrust, dirette a ripristinare le regole del gioco attraverso il disarmo dei colossi. Secondo Galbraith quelle battaglie «liturgiche» erano combattute con spade di carta: «Erano l’estremo trionfo della speranza sull’esperienza». La risposta che egli ravvisò nel nuovo gioco era il «potere compensativo». Inutile tentare di frammentare i poteri esistenti. L’antidoto era costituito dai nuovi poteri che lo stesso processo di concentrazione industriale suscitava: i sindacati, le organizzazioni degli agricoltori, le cooperative dei consumatori. L’idea fu considerata eversiva del capitalismo e della democrazia. Invece, come Galbraith stesso riconobbe, era soltanto fiacca. I gruppi più deboli non riusciranno mai a compensare i più forti. Occorre dunque un potere compensativo superiore.

Il mito della sovranità del consumatore. Quando i bisogni più naturali e urgenti sono soddisfatti, i consumatori perdono il controllo della loro domanda, che viene manipolata dai produttori, soprattutto attraverso la pubblicità. Avviene allora che la ricchezza crescente sia trattenuta artificialmente nella sfera di bisogni privati sempre più futili e mutevoli, mentre i grandi bisogni pubblici l’educazione, le infrastrutture, la salute, la bellezza vengono trascurati. Così, l’opulenza privata si installa nello squallore pubblico.

Il mito della Santa Produzione. Molto presto, previde Galbraith in tempi nei quali una politica dell’ambiente sarebbe sembrata uno scherzo di dubbio gusto, «la nostra economia comincerà a preoccuparsi, più che della quantità dei beni prodotti (segnalata dall’indice di aumento del prodotto nazionale lordo) della qualità della vita sul pianeta, minacciata da quell’aumento». Bisognava pensare «alla protezione dell’ambiente e ai servizi pubblici e sociali di cui c’era necessità sempre maggiore».

Come economista, Galbraith non era certo un «puro». Si contaminò con la politica e con l’amministrazione, ne fu coinvolto in pieno, da protagonista. Era nato propriamente come economista in erba, esperto in problemi dell’agricoltura, e la sua grande esperienza tecnica di concimi, allevamenti, rotazioni, ibridazioni, meccanizzazioni, gli conferì un’esperienza pratica di prima qualità, che mise a frutto non solo nell’insegnamento universitario, ma come esperto dell’amministrazione, nella difesa dell’agricoltura americana e del sistema dei prezzi amministrati.

Stabilitosi definitivamente negli Stati Uniti e passato attraverso cinque Università Guelph, Princeton, Berkeley, Harvard, Cambridge non si lasciò mai catturare definitivamente dall’insegnamento. Roosevelt fu il suo primo amore e il partito democratico un matrimonio mai dissolto. Fu nell’amministrazione del New Deal che, ancora giovane, attinse rapidamente un vertice di potere mai toccato dopo di allora. Durante la seconda guerra mondiale si trattava di scongiurare il rischio economico più grave, quello dell’inflazione. Galbraith, che si era distinto nell’Università come specialista dei prezzi agricoli, fu posto accanto all’Albert Speer del New Deal, Leon Henderson, alla testa della nuova Amministrazione dei Prezzi. Per qualche anno fu lo zar dei prezzi americani, una specie di Colbert d’oltre Atlantico, una posizione peculiare nella Repubblica stellata. Nel paese del mercato libero, il mercato libero fu di fatto sospeso. Ma lo sforzo non poteva essere prolungato a lungo. Il capitalismo compresso, gli agricoltori, gli industriali, i commercianti, mordevano il freno. Sui giornali si moltiplicavano i titoli: Galbraith deve andarsene.

Se c’è mai stato un animale politico, uno che la politica l’aveva nel sangue, che la viveva appassionatamente, ma senza mai praticarla professionalmente è stato Galbraith. La passione della politica gli era connaturata. «Era naturale fin dalla nascita, che da noi, nell’Ontario, si nascesse conservatori o liberal, di destra o di sinistra». Lui era nato di sinistra: con una carica di aggressività di derivazione paterna. Suo padre lo portava nei comizi quando aveva dieci anni. Saliva sul deposito di letame di qualche fattoria e si scusava di parlare «dalla piattaforma dei conservatori». Galbraith partecipò alle campagne elettorali di cinque candidati alla Presidenza. Solo due furono eletti, ma che Presidenti! Roosevelt e Kennedy! Si immerse nella vita del Partito Democratico come militante, come raccoglitore di fondi, come propagandista, come ghostwriter. Nelle gallerie dei grandi economisti, è il solo che si sia «contaminato» in modo così impegnato; e così moralmente cristallino. Commitment. Impegno. Era una delle sue parole preferite. A quell’impegno civile non sacrificava la ricchezza della sua vita privata, l’amore per la sua Kitty e per i figli, la loro prodigiosa smania di viaggi per tutto il mondo, il gusto di raccontare in una prosa brillante e incisiva, lo «sfizio» di misurarsi con l’arte, come grande esperto di pittura indiana, e con la letteratura (un romanzo, una commedia). Fece anche in modo impeccabile l’ambasciatore, in India, svolgendo compiti delicatissimi in momenti decisivi e di emergenza (come la breve guerra di frontiera dell’Himalaya). Si batté senza risparmio e senza paura contro la «folle stupidità» del Vietnam.

Commitment: è anche e soprattutto, per Galbraith, l’impegno alla causa del pubblico interesse. Questo, in tutta la sua vita e la sua opera, è il massimo principio deontologico della politica democratica: la superiorità dell’interesse pubblico sugli interessi particolari. Quello non può essere lasciato al libero «gioco» di questi, ma deve essere affidato a una leadership illuminata. Il leader democratico deve cercare il consenso non abbassandosi agli umori istintuali della massa, ma suscitando in quella il bisogno di ideali. Il leader democratico non è amato perché è uno di noi, ma perché è uno migliore di noi. Non perché ci si può rispecchiare, ma perché lo si può rispettare. In ciò sta la natura aristocratica della democrazia.

Volta per volta l’interesse pubblico si identifica in una causa preminente. Nel secolo di Galbraith tre cause hanno meritato questo titolo: la lotta alla disoccupazione, e poi quella al fascismo e infine la prevenzione dell’olocausto nucleare. In tutte e tre Galbraith ha svolto una sua parte di primo piano. La battaglia su questi fronti è stata frenata, fuorviata, intralciata dalla minaccia comunista. Minaccia reale e concreta, ma spesso utilizzata dall’establishment politico a copertura di interessi che non avevano niente a che fare con la libertà.

Oggi quella minaccia è scomparsa. La difesa di quegli interessi non ha più alibi, è diventata esplicita e insolente ideologia della ricchezza e del successo privato. La portata della minaccia si è ridotta. Ma l’orizzonte degli ideali si è ristretto. Si sente la mancanza, e il bisogno, di qualcuno con le gambe un po’ più lunghe.

Nota: su eddyburg_Mall un breve testo di J.K. Galbraith del 1967 che tratta il tema Economia e Felicità

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