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ROMA— S’avanza in Italia un consumatore sobrio, perché più povero ma pure più consapevole, e a chilometro zero. Attratto dai luoghi commerciali dove si offre o prepara cibo, meno dai maxi-televisori al plasma. La crisi economica, arrivata alla sesta stagione, sta cambiando ilmoodcommerciale degli italiani e piallando il mausoleo moderno del consumo di massa: l’ipermercato.Alla fine del 2012 in Italia ci saranno dieci ipermercati — aree di commercio superiori ai 4.500 metri quadrati — nuovi, quando quattro anni fa ne furono inaugurati trentasette. Ma solo la Coop ne sta rottamando sei in Toscana, togliendo la scritta iper dalle insegne di Montecatini e Montevarchi, Sesto Fiorentino e Arezzo, Lastra a Signa e Navacchio. Sta progettando, quindi, di trasformare gli ipermercati in superstore in Sicilia, in Puglia e in Campania, «regione dove il commercioè fortemente irregolare». La Conad, ancora, ha cambiato anima al suo negozio extra large di Rimini e i francesi di Carrefour sono usciti con il loro marchio dagli “iper” della Puglia e della Basilicata.

Ci sono dati facilmente leggibili a dimostrare la tendenza: per la prima volta quest’anno le superfici di vendita degli ipermercati non sono praticamente cresciute (+ 0,3per cento) quando nei sei anni precedenti erano salite del 32 per cento. E a fronte di superstore (più piccoli, più centrali, con ilfoodcome merce d’attrazione) che crescono, i volumi di vendita nei 450 “iper” italiani si contraggono (-1,4 per cento) e così i fatturati (-2,4 per cento). È la prima volta dalla loro nascita. La novità, economica e antropologica, si racconta meglio spiegando come le piastre commerciali da un ettaro approdarono in Italia a metà degli anni ’80: si iniziò in Lombardia (che oggi ha 236 ipermercati, quasi uno ogni tre) e il fenomeno portò con sé un’idea di consumo ipertrofico, «un eccesso di spesa», sostiene l’ultimo report della Coop azzardando un rapporto tra la bulimia dell’acquisto e il debito pubblico.

Si poteva trovare ogni cosa, in un “iper”. E le economie di scala consentivano di abbassare i prezzi. Tutto e conveniente. Il problema, trent’anni dopo, si è scoperto duplice: l’aumento del costo della benzina ha tolto all’ipermercato, situato in aree periferiche, la sua fetta di convenienza sicura. E poi sta cambiando l’uomo italiano, che i suoi duemila euro al mese in media non li vuole più buttare in grandi confezioni, ma preferisce usare più a lungo e destinareil welfare personale al cibo di qualità, spesso bio, spesso etnico, e alla conoscenza (tablet e iPhone). Il resto dei consumi, oggi, è crollato.

«Il modello ipermercato fuori dai centri urbani è in difficoltà in tutta Europa», dice Francesco Cecere, direttore marketing della Coop. «In Toscana abbiamo scelto di toglierespazio all’extra alimentare per concentrarci sul cibo, settore che da noi non declina. Non abbiamo messo la parola fine agli ipermercati, ma le nuove iniziative oggi si concentrano su metrature contenute, la vicinanza a città e paesi, la prossimità ai quartieri. Stiamo aprendo un superstore a Mulinella, sedicimila abitanti vicino a Bologna, e strutture simili a Mestre. In Italia si sonoinaugurati troppi ipermercati e in alcune aree si sta tornando indietro». Intrattenimento e convivialità, risparmio e sostenibilità, visto che l’acquisto massificato di prodotti non tira. I duemila metri quadrati che saranno tolti a ogni “iper” in Toscana (due, in realtà, saranno dimezzati) serviranno per allargare l’area cibo, creare gallerie commerciali, librerie e - novità - ristoranti. In una grande distribuzione che per sopravvivere si ibrida, ecco che all’ex cinema Ambasciatori di Bologna la cucina di Eataly è entrata in un superstore Coop.

Carrefour conferma: stiamo ragionando su una riduzione degli spazi di vendita e ripensando il prodotto. Pino Zuliani, direttore marketing della Conad: «La crisi vera è sugli iper di grandi dimensioni». Auchan, che comunque ha battezzato l’ultima delle sue 58 strutture oltre due anni fa, assicura che la voce “iper” per loro resta il futuro: «Puntiamo a essere i migliori d’Italia». La Methos, ricerche di mercato, dettaglia la situazione nel Lazio, 50 centri: «I grandi scatoloni a trenta chilometri dal Raccordo non incontrano più i favori del pubblico».

Postilla

Brevemente quanto decisamente, come si addice ai commenti sommari sui massimi sistemi: al ragionamento dell’articolo mancano (quasi ovviamente) almeno due aspetti, cioè l’avvenuta mutazione del mercato locale e le modalità dell’urbanizzazione globale. Che paiono appunto fumosi massimi sistemi finché non li si definisce un po’ meglio.

Primo, i bacini territoriali locali del nostro paese hanno tutti ormai subito la frattura dell’ingresso, piuttosto deciso e ingombrante, della grande distribuzione organizzata, che è lì per restare, e stabilire i termini della concorrenza. Non è la fine dell’invasione semplicemente perché l’invasione è già finita da un pezzo, con la vittoria soverchiante degli invasori, oggi legittimi abitanti e parte condivisa dell’identità regionale. La frattura, per usare un termine sociologico anni ’70, ce la siamo lasciata alle spalle, gli iper hanno fatto il loro mestiere e adesso la rete cambia pelle, ma rimane tale in quanto nuovo organismo, al tempo stesso assai diverso dall’antico sistema delle botteghe e via via lontano dal modello della fabbrica centralizzata novecentesca, a cui afferisce l’ipermercato.

Secondo, l’urbanizzazione contemporanea nei paesi ex industrializzati occidentali sta assumendo – per fortuna e per forza - caratteri via via più sostenibili e legati alla dimensione locale, a una certa efficienza e risparmio, si allontana almeno tendenzialmente dalla centralità automobilistica e dalla pura crescita quantitativa. Uno dei segnali vistosi di questo processo è la migrazione verso la densità urbana dei grandi contenitori e reti, che restano tali ma si smaterializzano, diluendosi nello spazio, ma (attenzione) restando grandi nella capacità di condizionamento. Sta alla società e alle istituzioni che la rappresentano il compito di “metabolizzare” dentro il contesto ambientale e di relazioni della città e del territorio i nuovi venuti, addomesticandoli per quanto possibile e facendoli almeno assomigliare a cittadini integrati che danno il proprio contributo come tutti gli altri.

Il resto, è solo pubblicità e autopromozione. Qualche dettaglio in più sui vari percorsi della nuova migrazione urbana del commercio negli ultimi interventi miei in Mall Spazi del Consumo (f.b.)

Nel Diciottesimo secolo se aveste voluto entrare a Londra da ovest sareste dovuti passare attraverso la porta con pedaggio di Kensington. Arrivando da est, invece, vi sarebbe stato chiesto di pagare il pedaggio a Whitechapel. Erano quelle barriere a segnare i confini occidentali e orientali della metropoli. Oggi ne abbiamo un equivalente moderno. A ovest e a est i confini della Londra consumistica sono contrassegnati da due enormi centri commerciali, di proprietà di una società australiana che si chiama Westfield. Il primo — quello leggermente più piccolo tra i due — si trova a Shepherd’s Bush, incuneato all’incrocio tra West Cross Road e Uxbridge Road. Il secondo è tra la Great Eastern Road, a Stratford, e il nuovo Parco olimpico londinese.A rigor di termini, non è più obbligatorio versare un pedaggio fisso passando in macchina all’ombra di queste due moderne barriere a pagamento. Tuttavia, qualora la curiosità dovesse obbligarvi a fare una sosta e a dare un’occhiata all’interno, è improbabile che ne uscireste senza aver speso almeno qualcosa. Questi due grandiosi monumenti al consumismo suonano per certi versi come una sorta di altrettanti rintocchi funebri per i tradizionali quartieri londinesi dello shopping: indubbiamente, andarsene a passeggio tra la folla di acquirenti ipnotizzati, sulla scintillante superficie dei vasti ambienti a forma di cattedrale di Westfield, è un’esperienza di gran lunga più gradevole che trascinarsi faticosamente su e giù lungo i marciapiedi sempre più malmessi e trascurati di Oxford Street.

Westfield Stratford City — come ormai viene chiamato il più recente dei due shopping centre — è soltanto il più appariscente delle varie strutture architettoniche che hanno portato la nuova Londra olimpica al centro di un’accalorata polemica. La questione più dibattuta è lo status assunto da Westfield di “accesso” allo Stadio Olimpico: in pratica, il settanta per cento degli spettatori che si recheranno ad assistere a un evento olimpico si avvicineranno al Parco percorrendo tragitti pedonali che passano letteralmente attraverso il centro commerciale stesso. In altre parole, sarà impossibileassistere a un evento olimpico senza ritrovarsi sottoposti a enormi pressioni per sborsare, lungo il tragitto, parte dei propri contanti. Da questo punto di vista, quindi, il centro di Stratford Westfield è in senso proprio una barriera con pedaggio. L’ideale olimpico di spirito sportivo e fraternità tra le nazioni è stato messo in linea di collisione diretta brutale — e intenzionale — con la nuova etica consumistica.

La parola più in voga che si sente pronunciare tutto intorno ai nuovi edifici olimpici è “Legacy”, eredità. Esiste perfino un’organizzazione denominata Olympic Park Legacy Company. “Legacy”in questo contesto è una di quelle parole altisonanti e flessibili alle quali nessuno può attribuire un significato inequivocabile. Volendo darne in ogni caso l’interpretazione più benevola, “legacy” esprime la determinazione da parte dei progettisti olimpici a far sì che le nuove grandi e costose strutture realizzate negli ultimi anni costituiscano un beneficio duraturo per questa parte dell’East End, storicamente svantaggiata e trascurata. Saranno molte le persone che vigileranno da vicino che questa promessa non vada infranta. Dopo tutto, quando un paese si trova sull’orlo della recessione e il suo primo ministro, laureatosi a Eton, dice alla popolazione che «ci troviamo tutti sulla stessa barca», è un momento davvero insolito perspendere 9,3 miliardi di sterline per un evento sportivo della durata di due settimane. (E che per altro pare diventare sempre più costoso col passare dei giorni: è stato annunciato da poco che il budget per garantire la sicurezza ai Giochi olimpici è stato quasi raddoppiato, passando da 282 milioni di sterline a 533).

Un gran numero di residenti è piuttosto scettico riguardo ai promessi miglioramenti a lungo termine. Le comunità britanniche urbane — delle quali quella londinese è naturalmente la più grande e la più in vista — un tempo si fondavano su qualcosa di solido: l’industria manifatturiera, per esempio. Westfield Stratford City è stata costruita proprio dove un tempo c’era la Stratford Railway Works, dallaquale uscirono 1.682 locomotive e 5.500 carrozze ferroviarie. Quella fabbrica chiuse i battenti oltre venti anni or sono, e gli industriali contemporanei invece di costruire treni provvedono soltanto a soddisfare l’enormeappetitocheilpubblicohaperibeni di consumo venduti al dettaglio.Gli insoddisfatti residenti dell’East End hanno trovato un portavoce nello scrittore Iain Sinclair, che ha trascorso buona parte degli ultimi cinque anni a documentare la propria costernazione nei confronti dei lavori olimpici e per le modalità con le quali i cantieri hanno cancellato con insolenza secoli di storia locale e di edilizia popolare. Sinclair ha dedicato il suo ultimo libro, intitolato Ghost Milk, alle «baracchette dei Manor Garden Allotment», con riferimento a quel patchwork di orti e giardini urbani che un tempo assicuravano nutrimento e svago a centinaia di abitanti dell’East End e che ora sono stati spianati e spazzati via, scivolando nell’oblio, per lasciare posto al Parco Olimpico. Sinclair considera il cuore di quel Parco una mostruosità uscita dritta dritta dalle pagine di un catalogo Ikea — lo chiama il «flatpack stadium», lo stadio componibile. Secondo Sinclair, l’intero progetto olimpico è un atto di arroganza distruttiva: dice che gli architetti, gli organizzatori e gli sponsor vivono in uno «stato psicotico di smania progettuale», e che il motore trainante di tutto ciò, naturalmente, non è lo spirito comunitario o il senso della storia, bensì il denaro.

Vivo ai margini di Chelsea, lontano dal Parco Olimpico, e quindi a fungere da barriera a pedaggio per la mia zona è il più occidentale dei due centri commerciali. Quella è anche la meta preferita di mia figlia adolescente, che vi trascorre ore spensierate in compagnia dei suoi amici, permettendo alle prime simpatie della sua vita di sbocciare e mettere radici mentre passeggia tra i negozi al dettaglio e i vari fast food. La zona nella quale vivo — a circa due miglia da Westfield — è una delle meno multiculturali di Londra, ma ha una prospera comunità di banchieri di investimento europei ed è quindi un buon punto di osservazione per seguire come gli incessanti afflussi e reflussi di capitali internazionali abbiano un impatto sulla vita quotidiana della capitale. Tra i super-ricchi di Kensington e Chelsea (che sembrano arricchirsi di giorno in giorno, mentre il resto di noi si dibatte con le conseguenze della loro crisi finanziaria) sta dilagando una nuova mania: scavare nel sottosuolo. Londra è una città gremita di persone, lo spazio vitale è prezioso e le amministrazioni comunali stanno dando un giro di vite ai permessi concessi ai residenti per espandere le proprie case verso l’alto o verso il largo. Il che lascia un’unica direzione per espandersi e costruire: verso il basso. E questo è quanto stanno facendo coloro che se lo possono permettere.

Questa è una «smania progettuale» su scala più casalinga rispetto alla follia delle Olimpiadi, ma ciò nonostante mette in evidenza le medesime qualità di arroganza ed eccesso. Abbondano le voci di leggendarie stravaganze: non è chiaro quante di esse siano veritiere, ma per le mogli dei banchieri nelle caffetterie eleganti, come pure a tavola nei ristoranti all’ora di pranzo, costituiscono un ottimo argomento per spettegolare. Si parla, per esempio, di un banchiere londinese che ha scavato un enorme showroom sotterraneo per mettere in mostra la sua collezione di Ferrari. O di uno scavo sotto Pembridge Square a Notting Hill profondo non uno, non due, non tre, ma ben quattro piani, così che qualcuno nella propria piscina sotterranea possa installare anche un trampolino. E ancora, si racconta di sotterranei crollati in piena fase di scavo, e della morte di operai (polacchi, naturalmente). E tutto ciò solo perché gli ultra-ricchi possano imporre alla Londra affollata e sovrappopolata un nuovo movimento architettonico, quello che il giornalista Simon Jenkins ha chiamato «architettura Emmental».

Londra ha una grande capacità di reinventarsi, e una passione sfrenata e incontenibile per tutto ciò che è nuovo. Ma è anche uno spazio circoscritto, ed esistono limiti alle modalità con le quali si può indulgere in tale passione, persino per i suoi cittadini più ricchi e più potenti. In superficie progetti grandiosi come il Parco Olimpico e templi del capitalismo come i centri commerciali Westfied possono essere creati soltanto a spese di comunità più piccole e spontanee che hanno impiegato secoli a evolversi. Mentre nel sottosuolo i segreti luoghi di svago dei super-ricchi stanno erodendo il terreno e l’argilla sui quali sono erette le abitazioni dei loro vicini. In entrambi i casi questi progetti — per quanto capaci di colpire l’immaginazione — assai difficilmente porteranno vantaggi a lungo termine alla maggior parte dei londinesi. Al contrario, molti di questi ultimi potrebbero arrivare a sostenere che stanno minando le fondamenta stesse, spirituali efisiche, sulle quali si regge la loro città.

© , 2012 (traduzione Anna Bissanti)

Alcuni giorni fa sono arrivato alla stazione Centrale con il Frecciarossa da Roma all'una di notte con un ritardo di circa un'ora e un quarto (dovuto a problemi tecnici); da conoscitore della stazione mi sono avviato verso una delle uscite laterali tramite la scalinata (e non seguendo il lungo percorso dei nuovi tappeti mobili) ma con grande sorpresa ho scoperto che le uscite verso via Andrea Doria erano sbarrate e così pure quelle vicine alla biglietteria. Era ancora aperta un'unica porta centrale presidiata da un poliziotto privato.

Il taxista mi ha poi spiegato che da tempo la stazione Centrale viene chiusa la notte per problemi di sicurezza; a mio parere non è corretto che la tutela della sicurezza sia fatta causando disagi ai cittadini o agli ospiti stranieri: mi sono immaginato qualche anziano oppure turista mentre vagava per la stazione alla ricerca dell'uscita, perché, ed è questo l'aspetto sconcertante, non vi era alcuna informazione visibile riguardo alla chiusura delle porte; e sarebbe semplicemente bastato un annuncio a bordo del treno!

E a proposito di informazione, quando arrivano a notte fonda treni con questi ritardi, non sarebbe giusto da parte di Trenitalia (o di GrandiStazioni) avvisare la centrale dei taxi che è in arrivo una grande quantità di passeggeri? Lo stesso taxista mi ha detto infatti che dopo una certa ora, difficilmente si trovano auto pubbliche fuori dalla stazione.

Enrico Grisanti

Informazioni ci vorrebbero, su questo non ci piove. Annunci sui treni o anche soltanto scritte in stazione, bene in vista. Per avvisare della chiusura ma, anche, come giustamente lei suggerisce, per allertare le centrali dei taxi di eventuali grandi ritardi. Sarebbe un servizio ai passeggeri non così gravoso, mi sembra: basterebbe che i responsabili tentassero, ogni tanto, di mettersi davvero nei panni di chi viaggia. Quanto alla chiusura in sé di quasi tutti gli ingressi, da frequentatrice abituale della Centrale devo dire che ne riconosco bene la necessità.

Da quando, infatti, alla funzione di capolinea dei treni vi si è affiancata quella di centro commerciale a tutti gli effetti, con negozi di ogni genere che, in verità, poco hanno a che fare con il viaggio, c'è una gran massa di mercanzia da proteggere nelle ore notturne, e con tutti gli ingressi aperti sarebbe molto più difficile. Ma conoscendo un poco l'ambiente che circonda la stazione, immagino che anche la sicurezza dei passeggeri possa, in effetti, venire garantita meglio a porte chiuse. E mi scuso se ho citato prima quella delle merci, ma così, purtroppo, mi pare vada la vita.

Isabella Bossi Fedrigotti

postilla

Abuso indebito di posizione dominante: in questi giorni si discute per altri motivi delle nomine dell’autorità antitrust, ma anche questa faccenda delle stazioni meriterebbe in teoria uno sguardo più attento. Il ruolo particolare e privilegiato di tutto ciò che è di pertinenza ferroviaria nelle città, deriva storicamente come noto dalla funzione pubblica svolta da questo genere di trasporto, oltre che dalla originale proprietà pubblica dell’ente e degli immobili. Però, come senza troppi giri di parole ci conferma anche il dialogo fra il lettore Enrico Grisanti e la signora Bossi Fedrigotti, la funzione trasporto collettivo non è più quella determinante nell’uso degli spazi, e lo è invece quella commerciale. Organizzata, come ormai ben sappiamo tutti, in quella logica gaglioffa che i creativi dell’architettura qualche anno fa avevano battezzato della “città temporanea”, ma che risponde tutto sommato al vecchio e autoritario modello dello shopping mall introverso, scaraventato in un ambiente centrale urbano. E una volta appurato questo aspetto, sorge spontanea la domanda: che diritto ha un gigante commerciale di occupare militarmente per fatti suoi ampie porzioni urbane, producendo automaticamente e prevedibilmente degrado, pericolo, insicurezza, forse anche crollo di alcuni valori immobiliari (di sicuro dell’abitabilità) dei quartieri? La risposta teorica ce l’hanno già data decine di studiosi, da Jane Jacobs a Anna Minton solo per citare una delle prime e una delle più recenti. Quella operativa la stiamo ancora aspettando, ma di sicuro non arriverà da certi centellinatori sottobanco di peso relativo dei cosiddetti stakeholders: mentre stiamo cercando sul vocabolario cosa diavolo voglia dire, qualcuno ci sta già chiudendo un’altra uscita di sicurezza (f.b.)

Titolo originale:Target Looking at Downtown Denver Sites for Urban Store– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Target sta mettendo gli occhi sul centro di Denver per realizzare un suo negozio, nel quadro della migrazione del marchio verso le zone urbane. La compagnia di Minneapolis seconda una fonte informata del settore, sta già anche discutendo di questa possibile area a Denver. Il primo di questi punti vendita urbani di nuova concezione, chiamati City Target, si inaugurerà il mese prossimo a Chicago nel centrale Loop. Ne sono in calendario altri per Los Angeles, Seattle, San Francisco e Portland, Oregon. La Target ufficialmente non conferma né smentisce il progetto per Denver. “Per quanto riguarda Denver, non ho informazioni particolari" ha dichiarato la portavoce Molly Snyder.

Ma alcune fonti locali che seguono gli scenari immobiliari commerciali del centro spiegano che sono in corso negoziati. Una delle aree prese in considerazione sarebbe l’isolato fra la Quindicesima, la Sedicesima e le perpendicolari Welton e California; ottima posizione fra Denver Pavilions e Hyatt Regency Denver al Colorado Convention Center. “Non posso sicuramente parlare in modo preciso di cosa sta succedendo” commenta Jim Kirchheimer, vicepresidente della Downtown Denver Partnership. “Ma stiamo discutendo, e l’interesse è reciproco. Ci piacerebbe molto avere un marchio del calibro di Target in centro a Denver”.

Il formato City Target è un po’ più piccolo del corrispondente suburbano, dai 6.000 ai 9.000 metri quadrati rispetto agli oltre 12.000 dei normali negozi Target. Anche l’offerta commerciale è diversa. Nei City Target ci sono meno prodotti e con una composizione più mirata all’abitante urbano e ad altri che frequentano quel luogo per altri motivi. “Per esempio invece di proporre l’arredo giardino da sei pezzi si trova quello da tre per spazi più piccoli” spiega Snyder. “la confezione di carta igienica invece che da 24 rotoli è in pacco da sei”. È almeno da 2004, che la Target sta discutendo di questa localizzazione centrale a Denver e soprattutto per l’isolato fra le vie Welton e California. Ma va detto che in generale la spinta di Target verso le zone urbane si deve alla parallela tendenza all’incremento residenziale nei centri.

A Denver questa popolazione centrale oggi è di 63.000 abitanti con un incremento del 60% dal 2000. In centro lavorano anche 110.000 persone, e ogni anno ci vengono anche 12,8 di turisti e frequentatori di convegni, secondo i calcoli della Downtown Denver Partnership. “Credo che in centro Target possa riuscire benissimo” commenta l’esperto immobiliare Stuart Zall della sede della Zall Co. Di Denver. “Occupa un vuoto. Col tipo di densità residenziale attuale, a cui si aggiungono turismo e convegni, un negozio Target attira le masse”. I City Target comprendono anche un supermercato alimentare, servizio che da lungo tempo sia spettava in centro. “Denver potrebbe essere una scelta importante per Target” commenta Paul Washington, direttore esecutivo del Denver Office of Economic Development, “specie considerando la crescita di popolazione, la composizione demografica, e il fatto che si tratta di una delle città più vivaci del paese”.

postilla

Anche se ovviamente il marchio Target non è presente in Italia, e alcuni aspetti, contesti e meccanismi sono diversi dai nostri, anche di molto, l’articolo richiama almeno un aspetto che ci riguarda da vicino: lo strapotere della grande distribuzione nel determinare assetti urbani. E non mi riferisco alla sola prepotenza dei ricatti “variante urbanistica in cambio di posti di lavoro” ben nota a chiunque abbia vissuto o studiato tanti casi, ma anche agli effetti striscianti, forse inconsapevoli da parte degli operatori. Ovvero la suburbanizzazione della città, prima con lo strumento diretto della pressione da traffico automobilistico, poi con quello meno diretto ma altrettanto potente della trasformazione dei consumi di spazio-tempo, e infine con l’affermazione graduale di un modello di vita tale da azzerare alcuni modelli di interazione urbana, o confinarli nelle riserve indiane delle zone pedonali in centro storico, col saxofonista a gettone e i negozi griffati. È questo il genere di trasformazione strisciante di molte periferie, e avviene con la solita allegra ignoranza di una intera classe politica e amministrativa, tutta intenta a riempirsi la bocca di sciocchezze e banalità. Per non parlare del vuoto culturale di chi, davanti all’invasione degli ultracorpi, spesso (magari in ottima fede, ma senza speranza: studiate la storia!) evoca improbabili ritorni a modelli improponibili o caricaturali, a partire dal centro storico delle botteghe tradizionali, sperimentatamente incompatibile con gli stili di vita attuali e i rapporti casa-lavoro-tempo libero. La risposta, come sempre, non è una ricettina della nonnina, ma discutere, anche aspramente, di idea di città, e provare anche a guardarsi attorno, nel frattempo (f.b.)

Titolo originale: M&S launches 'shwopping' schemeScelto e tradotto da Fabrizio Bottini

La principale catena di distribuzione di abbigliamento del paese lancia una campagna per evitare che un quarto dei capi acquistati nel Regno Unito finisca nel cassonetto. Marks & Spencer chiede alla clientela di riportare quanto già acquistato, usato o non troppo gradito, quando si compra qualcosa di nuovo, a sostegno di una nuova tendenza battezzata “shwopping”. Per dare avvio a una cultura del “compri uno, regali uno” che poi vedrà i vecchi capi rivenduti o comunque riutilizzati o riciclati dall’associazione Oxfam. Secondo il Ministero dell’Ambiente, I consumatori britannici buttano via due milioni di tonnellate l’anno di abbigliamento, la metà delle quali finisce direttamente in discarica.

Si tratta però di qualcosa che ha subito scatenato i timori dei piccoli operatori del volontariato e dei loro negozi, che potrebbero così perdere una fonte di approvvigionamento, oltre ai dubbi sui problemi logistici di un grande operatore che si trasforma in una specie di deposito di enormi quantità di abiti buttati via. Il programma si inserisce nella più vasta collaborazione fra M&S e Oxfam, che dura dall’inizio del 2008 e ha già visto oltre dieci milioni di capi regalati, per un valore che si calcola in circa dieci milioni di euro. Regalando vecchi capi Marks &Spencer ai negozi Oxfam si avevano in cambio buoni acquisto da 7 euro per la catena di abbigliamento. Stavolta, anche senza incentivi economici, la clientela dovrebbe essere invogliata a portare vecchi capi nei 342 punti vendita M&S del paese.

Non si tratta di una vera novità nel settore, perché la catena TK Maxx e Cancer Research UK per raccogliere tre milioni di euro da destinare alla ricerca per i bambini hanno già promosso la campagna “Rinuncia a un vestito”. Ma questa alleanza M&S e Oxfam link per la prima volta ha spinto i rappresentanti delle piccole associazioni che gestiscono negozi a chiedere ai donatori di non abbandonare gli esercizi minori. Cath Lee, responsabile di Small Charities Coalition, spiega: “Ottima cosa incoraggiare il riciclo in questo modo, però sarebbe una vergogna se la conseguenza collaterale fosse una diminuzione dei vestiti donati alle piccole associazioni. Ci sono enormi di vari fra i vari gruppi, e i più piccoli svolgono un ruolo essenziale, per cause locali e specifiche. Contribuiscono moltissimo nei quartieri. Chi gestisce gli esercizi volontari minori dipende in modo vitale dalle vendite di ciò che è regalato, e quindi è importante che si continui a farlo anche localmente”.

Una portavoce della Charity Retail Association aggiunge: “È confortante vedere un grande operatore partecipare a un programma concertato di riuso dell’abbigliamento attraverso le associazioni, vorremmo vederne anche altri del genere, che coinvolgono operatori minori. Ma il problema centrale è la scomparsa dei doni per i più piccoli … Una collaborazione del genere può essere una alternativa più comoda, che esclude le associazioni minori”. Marks & Spencer ha già proposto capi interamente prodotti in lana e cashmere riciclati da altri capi difettosi restituiti ai negozi. Oggi la raccolta verrebbe inviata a produttori specializzati che rinnovano la fibra pronto per una nuova confezione. Qualche settimana fa M&S ha dovuto ammettere una discutibile acquisizione da ditte messe in difficoltà dall’improvviso caldo di febbraio che aveva sconvolto il mercato di cappotti e maglioni.

postilla

Imbarazzante, ma in sostanza prevedibile, la cautissima reazione del volontariato di fronte a una iniziativa pressoché impossibile da contestare nel merito: ambientale, perché indirettamente tutela il territorio (le discariche, i luoghi di produzione e trasformazione delle materie prime), e promuove la consapevolezza diffusa; economica perché evita uno spreco e presumibilmente abbassa costi e prezzi. Così ci vuole abbastanza poco ad arrivare al nocciolo della questione: che ruolo resta al piccolo volontariato diffuso, quello che sinora ha avuto il monopolio di tutte queste buone intenzioni? Forse quello di cercarsene di nuove, verrebbe un po’ polemicamente da dire: si è entrati in una contraddizione del sistema, scoprendo un segmento di produzione/mercato ignorato da altri, e che ora invece diventa a quanto pare mainstream . Resta aperto invece l’aspetto territoriale più diretto, i luoghi dell’operatività, il rapporto con le comunità locali, i quartieri, le reti minori di produzione/consumo. Ma qui il discorso si accosta (e come potrebbe non farlo?) sia con il ruolo più in generale della distribuzione commerciale indipendente, sia con quello di regolamentazione delle amministrazioni, cittadine e non. Adeguatamente governate e promosse, in modo si spera condiviso e non ideologico, la funzione commerciale e la sua immagine collettiva possono essere la chiave di una nuova idea di città e territorio. (f.b.)

MILANO — Un bel lavoro per tutti. Per le famiglie che pagano (prezzi visti al mercato di via San Marco giovedì 12 aprile) 2 euro tre etti di rapanelli, oppure 2,50 euro tre etti di insalatine; per i Comuni che mettono in buone mani fazzoletti di terra a volte senza una destinazione precisa, altre volte a ridosso di parchi e giardini che si ritrovano, così, «presidiati». Per le comunità in genere, perché «il territorio ben tenuto fa bene a tutti».

Sarà la primavera, sarà la crisi, ma l'altro giorno alla presentazione della bottega di Campagna Amica nella cascina Cuccagna, a ridosso del centro di Milano, Coldiretti ha fatto il tutto esaurito: e la mappa dei capoluoghi lombardi e dei rispettivi progetti di «orti in comune» non è da meno. «Noi siamo così soddisfatti dei nostri appezzamenti da 36 metri quadrati a margine del parco delle Caselle che tra meno di un mese faremo il bando per altri 112 a Selvagreca» dice da Lodi l'assessore (Ambiente e Territorio) Simone Uggetti. «Non solo: abbiamo riservato metà degli orti a cittadini tra i 18 e i 65 anni: perché ormai non sono più soltanto i pensionati a voler coltivare insalata e zucchine». A Lodi, poi, pensano anche agli «orti di quartiere»: «perché siano coltivate le aree troppo piccole per diventare giardini, rimaste senza una funzione definita: trasformate in orti sarebbero utili e ordinate».

Conferma Ettore Prandini, vicepresidente regionale di Coldiretti, che ha fatto una sua bandiera del risparmio del suolo e del farne un uso oculato. «La Lombardia è scesa sotto il milione di ettari coltivati, ogni anno perdiamo la potenzialità produttiva di 27 mila tonnellate di grano, proprio mentre i cinesi comprano terreni agricoli per assicurarsi scorte alimentari». Sia pure su scala più modesta, anche l'orto formato famiglia può ben funzionare in quello stesso senso. Il calcolo lo fa lo stesso Prandini, pensando a un orto di 30-35 metri quadrati: «Quanto basta per una famiglia per tutto l'anno. L'investimento: 100 euro per tutto». Attrezzi, terriccio come fertilizzante naturale, concime. E piantine, naturalmente: da 0,20 centesimi sino a 1 euro e 60, magari per piantine di pomodoro già grandicelle.

Basso l'investimento economico, alto quello in termini di tempo e di impegno: però la resa è alta, come soddisfazione e come economia. Vero che quelli visti al mercato l'altro giorno non sono prodotti in stagione, ma con le zucchine a 4,99 e il radicchio a 4 euro, i cornetti a 6 e le melanzane a 3, i pomodori da 2,50 a 3,50 e i peperoni a 4, c'è da credere che quei cento euro dell'investimento iniziale siano davvero un affare. «E poi nell'orto si impara la stagionalità — sottolinea Prandini. — Si impara a chiedersi da dove mai venga e al prezzo di quale spreco di carburanti e di energia per i frigoriferi arrivino frutta e verdure fuori stagione». Che saranno comunque sempre meno buone di quelle maturate nella campagna più vicina: lì i produttori hanno a che fare, piuttosto «con una speculazione enorme — conclude Prandini. — Il prezzo, passando dall'azienda al punto vendita, lievita anche del 70-80%: frutta e verdura che vengono pagate ai coltivatori meno di un euro arrivano sugli scaffali dei supermercati a 1,50 e più». Tutto questo senza essere primizie: un ricarico che fa sembrare poca cosa quello del latte, per il quale si passa dai 40 centesimi alla stalla a 1,20-1,30 euro alla vendita in negozio.

Ne hanno sempre sentito parlare. Qualcuno ha raccontato loro che è grazie a lei che sono arrivati in quella casa. Aveva un lungo becco e loro erano avvolti in un fagotto. Volavano. Ma certamente la maggioranza tra tutti questi bambini una cicogna, dal vivo, non l'ha mai vista. Ecco qual è la novità per il 2012 al Parco ittico «Paradiso» di Zelo Buon Persico: una grande voliera in costruzione dove allevare le cicogne, per poi liberarle una volta in grado di badare a loro stesse.

E così quest'oasi naturalistica a soli 17 chilometri da Milano si rinnova anno dopo anno, avendo sempre e comunque come attrazione principale la parte ittica, visitabile da un punto di vista decisamente originale e didattico. Una delle particolarità del Parco ittico «Paradiso» sono infatti gli osservatori che, posti sotto il livello dell'acqua, permettono a grandi e piccini di guardare attraverso un vetro i pesci nel loro ambiente naturale. La sensazione è quella di nuotarvi in mezzo.

Nato negli anni 80 come allevamento, il parco di 130 mila metri quadrati è stato poi trasformato in oasi naturalistica, alimentata dalle acque del fiume Adda. Sono stati ricreati molti ambienti fluviali e palustri che oggi ospitano le più disparate specie di acqua dolce. Questa nicchia ecologica è una sorta di ambiente incontaminato, privo di barriere architettoniche, circondato da un bosco di seimila alberi (salici, ontani, olmi, aceri, frassini, pioppi) che può essere attraversato a piedi o in bicicletta muovendosi tra la vasca con i cavedani e quella con i carassi, tra quella con le tinche e quella con gli storioni (ci sono esemplari di storioni tra i più grandi d'Europa. Storioni che raggiungono anche i due metri di lunghezza e valgono migliaia di euro) e da quest'anno anche quella delle anguille.

Non solo, i bambini qui possono scoprire anche «in diretta» come nasce, come cresce e come si nutre un pesce. Questo grazie a «Acqua life», ovvero tre acquari in sequenza che illustrano la vita di un pesce fin dai suoi primi secondi di vita. Acquari che sono a pochi passi dalla grande vasca con poco più di un palmo d'acqua dove nuotano gli storioni albini, che i bambini possono addirittura accarezzare.

Oltre ai pesci, nell'area del grande parco giochi (con scivoli, ponti tibetani sospesi, funi di arrampicata, altalene e aree attrezzate per pic nic) c'è anche un grande recinto con tutti gli animali della fattoria: vitellini, conigli, puledri, asinelli, papere, galline, maialini nani. Ma anche preziosi ungulati come il capriolo e il rarissimo daino nero.Il parco apre alle 9 e chiude alle 17.30 (durante i giorni festivi alle 19). Il biglietto costa 10 euro (gli adulti) e 8 (i ragazzi). C'è anche un sito: www.parcoittico.it

Titolo originale: Reclaiming the suburbs – Rescuing shopping malls – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Gli uffici centrali della Rackspace traboccavano. Nel 2007 la compagnia, che offre servizi di cloud-computing e per la rete, aveva più di mille dipendenti in centro a San Antonio. C’era gente fin nei corridoi e negli atri accampata su tavolini pieghevoli. Spesso per discutere con persone di altre divisioni si doveva cambiare edificio o organizzarsi attorno alle trombe degli ascensori. Ma anche così quando uno dei fondatori, Graham Weston, ha proposto di traslocare in un centro commerciale, c’è stato parecchio scetticismo. Un centro commerciale vuoto, dentro a un quartiere periferico, Windcrest, reso piuttosto tenebroso anche da quell’enorme cadavere lungo la superstrada.

Ma costruirsi una sede nuova avrebbe comunque richiesto parecchi anni, e l’occasione era economica. “I centri commerciali non li vuole più nessuno” spiega John Engates, responsabile settore tecnologie. Ma uno spazio così la Rackspace, e altre imprese, lo possono considerare anche come una pagina tutta da scrivere. Nel 2008 si aprivano I nuovi uffici, e si vinceva anche un premio per la riqualificazione. Adesso ci stanno più di 3.000 persone, con programmi per assumerne altre varie centinaia entro fine anno. Certo esistono ancora tantissimi centri commerciali a scatola chiusa frequentatissimi. Dopo qualche anno di astinenza, tornano i clienti. A febbraio secondo il Dipartimento del Commercio le vendite sono cresciute dell’1% rispetto a gennaio: più del previsto, e un atteso segnale di ripresa.

Ma c’erano parecchi complessi già nei guai prima della recessione, e sicuramente non sarà la ripresa a farli resuscitare. Il settore commerciale in America ha probabilmente costruito troppo, e nel quarto trimestre del 2011, secondo la National Association of Realtors, il 16,9% degli spazi non era utilizzato. I mall sono molto vulnerabili perché sono dei sistemi: se chiude il grande negozio attrattore o certi spazi restano a lungo inutilizzati ne risente presto tutto quanto. Molti sono stati realizzati nell’era eroica del modello e iniziano ad apparire del tutto improponibili. La nuova moda sono gli interventi a funzioni miste, o quelli all’aperto che sembrano un quartiere commerciale urbano. In certe città la gente inizia anche a ritornare nei vecchi distretti centrali, come da anni sognavano gli urbanisti.

Ma se gli americani tornano nei negozi, non tornano nei centri commerciali, il che lascia parecchie aree piene di scatoloni vuoti: contenitori di degrado circondati da ettari di asfalto bollente. Qualcuno diventa una superficie ideale da ricoprire di graffiti. Qualcun altro viene demolito. Ma altri ancora per fortuna trovano nuove funzioni. Ad esempio introducendo usi diversi e vari. Nel Natick, complesso di fascia superiore a Boston, si sono realizzati appartamenti in condominio. Altra idea è quella di attività diverse dal solito. Un pezzo di centro commerciale a Cleveland, Ohio, è stato destinato a verde coperto a orti, un modello che si potrebbe ripetere in tante città a sperimentare agricoltura urbana. Scuole a università sono altri possibili inquilini. La University of the Incarnate Word ha affittato alcuni spazi di un altro mall a San Antonio. Vanderbilt, in Tennessee, ha ceduto superfici a una struttura sanitaria; ai pazienti vengono anche dati dei buoni da spendere per uno spuntino nell’area ristorazione mentre aspettano il turno. Centinaia di studenti delle superiori a Joplin, Missouri, seguono le lezioni in un centro commerciale convertito, dopo che l’istituto è stato distrutto da un tornado l’estate scorsa.

Si tratta di attività più solide dei soliti negozi, che non dipendono dal passaggio. Ma convertire a nuove funzioni richiede spese, e sperimentazione. La Rackspace, per quanto la riguarda, ha investito più di cento milioni nel rifacimento degli spazi. Si sono ritagliate finestre nelle pareti, costruiti lucernari. I dipendenti si perdevano, e così le sale riunione si sono organizzate tematicamente anziché numerandole. Chi arriva nello spazio giochi poi si orienta. Ferve il dibattito interno sul conservare o no le fontane. Allan Nelson, responsabile di gestione, teme che poi qualche “Racker” entusiasta voglia fari un tuffo.

Spazi tanto contraddittori stimolano riflessioni innovative. Luoghi di incontro lungo i passaggi, delimitati dalle ex vetrine dei negozi. Una ex ribalta dei camion è stata convertita a sala presentazioni, e sollevando la grande saracinesca si può partecipare anche da fuori. Si può anche uscire dal proprio ufficio continuando a lavorare al tavolo del bar, o passare al chiosco risorse umane, o giocare a nascondino nel percorso voltato. “Non credo che lo vedano più come centro commerciale” commenta Engates. Forse qualcuno lo prenderà ad esempio.

Quasi un plebiscito sul corso Buenos Aires. Crescono i sì alla chiusura al traffico domenicale della strada commerciale, una volta al mese, in via sperimentale. E anche l'apertura domenicale dei negozi. Ma sale anche lo scontro con chi rimane fortemente contrario. Intanto è pronta la trasformazione dell'intera area commerciale in Duc, Distretto urbano del commercio, come già sono Navigli e Sarpi. Quella sarà la sede, spiegano a Confcommercio, dove prendere le decisioni, con Regione, Comune, associazioni commercianti e Zona.L'ultimo sondaggio è quello fatto in prima persona dal presidente di Zona 3, Renato Sacristani, il quale in due settimane ha bussato porta a porta a 206 negozi. In 101 hanno firmato, scrive nel rapportino conclusivo, «prendendo una posizione»: 78 sì alla sperimentazione, 15 contrari, 8 astenuti.

Mancano ancora all'appello le posizioni di 105 esercizi che dipendono dalle grandi catene distributive. Arriveranno nei prossimi giorni, via email. Sacristani, però, ha una certezza: «Già risulta che l'atteggiamento generale di firme come Feltrinelli, Zara, Chicco, Oviesse, Camicissima, H&M, Mango, Benetton, Geox sia orientato verso la posizione di favore della chiusura al traffico privato». Il principale oppositore all'iniziativa, Gabriel Meghnagi, dell'associazione Ascobaires, non fa passi indietro: «Questo non è un referendum politico. Sarà il Duc a decidere. Lì contano i voti. Potrei rimanere da solo io, viceversa potrebbe perdere Sacristani. Rimango della mia idea. E sono anche convinto che qualche commerciante abbia detto sì al presidente di Zona e sì a me, abbia voluto accontentare tutti». La chiusura al traffico, insiste Meghnagi, si dimostrerà un disastro.

Se qualcosa i due distinti sondaggi, Zona e Confcommercio, doveva certificare è la spaccatura della via. Luigi Ferrario, che rappresenta l'associazione ultima nata, «Buenos Aires Futura», invita a una riflessione: «Noi gli affitti dobbiamo pagarli e dobbiamo per questo fare gli incassi. Anche se l'arcivescovo Scola e ora pure il sindaco Pisapia si sono espressi contro il lavoro domenicale, per noi è evidente che la domenica è un giorno di forte shopping. La gente viene con piacere in Buenos Aires. Siamo convinti che arriverà anche se dovrà spostarsi con il metrò, in bici, a piedi».

Un problema, però, la spaccatura in due del corso, rischia di causarlo. E lo sottolinea proprio Sacristani: chi rappresenterà i commercianti nel Distretto urbano del commercio: «Tra poco si dovrà eleggere un Duc per Corso Buenos Aires e vie limitrofe. È legittimo chiedersi chi rappresenterà i commercianti, visto che Ascobaires, su una questione così importante, è difficile che ottenga più del 15% dei consensi. La storia curiosa è che alcuni di coloro, che in un primo momento avevano seguito le indicazioni di Ascobaires, dopo aver letto la delibera del Cdz 3, hanno deciso di votare a favore». Si deciderà tutti assieme, taglia corto Meghnagi. «Quel che è certo è che non potrà decidere Sacristani da solo. La Zona 3 avrà solo il suo voto».

postilla

Il caso locale di una singola arteria commerciale di Milano (che è però anche uno dei principali casi europei di questo tipo, anche senza contare il “prolungamento” ideale fino alle zone della moda e oltre) vale probabilmente come modello di metodo per tutta la regolamentazione nazionale: ha senso ideologizzare, come si fa in sostanza da qualche giorno, così tanto la discussione? Si e no.

Un buon punto di partenza per capire meglio è il concetto di DUC richiamato dall’articolo, variante locale dell’internazionale BID, Business Improvement District, a sua volta strumento di metabolizzazione urbana della struttura (vincente ormai da generazioni, non va scordato) dello shopping mall suburbano, e portatrice di una idea di fondo elaborata già da Victor Gruen negli anni ’50. In sostanza: è possibile invertire la tendenza del commercio moderno a diventare spazialmente segregato, organizzativamente autoritario, socialmente distruttivo? La risposta dipende dai metodi di governo del fenomeno, dalla mescolanza di mercato e intervento pubblico, di spazi e tempi. E mescolare invece – come pare si stia facendo un po' confusamente ora - un diritto come la qualità del lavoro e i tempi di riposo, con cose onestamente inquietanti come la Giornata del Signore, della Famiglia, eccetera, è solo pura reazione. Su questo sito sono stati esposti non da oggi pregi e difetti del Business Improvement District, sia nella versione di percorso del commercio “verso la città” studiata da Lorlene Hoyt nelle sue ricerche al MIT, sia nella distorsione ideologica e segregante di privatizzazione degli spazi, come suggerisce Anna Minton. Siccome la verità sta sempre nel mezzo di qualcosa, evitiamo in questo come in altri casi di schierarci coi predicatori. Fa solo male (f.b.)

Caro direttore, in Italia sta accadendo qualcosa di grave, ma pochi ne parlano. Ci sono delle imprese che, dopo aver sloggiato centinaia di cinema dai centri urbani, stanno emarginando migliaia di cittadini soprattutto adulti, meno propensi a mettersi in auto per andare a cercare un film nei multiplex metropolitani. Il fiorire delle multisale, diventate il tempio del divertimento giovanile, si accompagna all'emarginazione dei film meno commerciali, privando così gli stessi ragazzi di un confronto con titoli importanti che puntano su impegno e qualità. Da notare che queste sale godono di finanziamenti a fondo perduto e non pochi benefici fiscali dallo Stato. In cambio di cosa? Certo il cinema, incluso quello dei grandi autori, è anche industria. Tuttavia se a dettare legge è solo il lato commerciale, sarà un guaio per tutti. Dichiaro subito di essere interessato perché sta per uscire un mio film e non posso non essere preoccupato. Ci sono nel cinema operatori ai quali poco importa del valore di un film, gente che misura a spanne le pellicole in rapporto ai soldi che possono fare.

Sigmund Freud diffidava proprio di costoro. A Hollywood gli avevano chiesto più volte di lavorare per loro. Non accettò mai perché riteneva il lato commerciale estraneo alla cultura. Lo disse chiaro e tondo a Samuel Goldwyn, fondatore della Metro Goldwyn Mayer, quando nel 1924 attraversò l'oceano per convincerlo a scrivere «una grande storia d'amore per il cinema». Da allora le cose sono peggiorate. Se all'inizio gli artisti prevalevano sui finanziatori (la United Artists nacque per volere di quattro attori e registi: Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks, Mary Pickford e David W. Griffith), col tempo le cose si sono capovolte. Oggi il potere sta in mano solo a chi controlla il denaro.

Nell'industria del cinema c'è una lobby potente, che il pubblico non conosce. È quella degli esercenti. Questa categoria ha l'ultima parola sulla «tenitura» di un film, quanto tempo resterà in sala, dunque quanto incasserà. Il guaio è che se un film non monetizza sin dal primo weekend, può anche essere un capolavoro, ma la sua sorte è segnata. Non era così un tempo, quando l'esercizio partecipava ai costi di produzione e aveva tutto l'interesse a difendere lo sfruttamento sino all'ultimo centesimo. Sembra incredibile, ma il luogo principale dove si consuma il «bene» cinematografico non di rado è il più insensibile alla circolazione dei film migliori. Si tratta di una dicotomia insolubile. Ricorda certe storture dell'amore: «Né con te né senza di te».

Per molti autori la dura legge dell'esercizio sta diventando un'ossessione. I nemici del cinema, dicono, sono gli esercenti. Molti registi arrivano al punto di preferire Internet, pensando di trovarvi più libertà che in sala. Ma è un'illusione. Nulla in contrario al proliferare del successo di commedie, anche se sgangherate. Servono pure quelle. Ma può un Paese vivere solo di risate? Che circolazione avrebbero oggi capolavori comeUmberto D.di De Sica oProva d'orchestradi Fellini, stando al «gusto» prevalente delle multisale? Che cosa sta facendo il cinema italiano per impedire che il consumo uso e getta impedisca l'accesso a chi non vuole ridere soltanto?

Pongo il quesito soprattutto a chi impiega il denaro pubblico. Di fronte alla «dittatura» dei multiplex, il cinema pubblico (tra cui Rai e Cinecittà) dovrebbe occupare il terreno rafforzando la suamission. Il che significa dare un segnale forte per essere presente alla pari, offrendo agli spettatori le stesse opportunità dei film più commestibili. Lapar condiciovale solo per i politici? Basta fare un paragone con un Paese vicino. In Francia, dove la cultura è tenuta in massima considerazione, un film difficile ma importante comeUna separazione, in odore di Oscar, è stato visto da 846 mila spettatori in tutte le sale. Da noi solo da 77 mila in poche sale: i francesi sono undici volte più intelligenti di noi o c'è qualcosa che non va nella nostra distribuzione?

È la riprova che scommettendo su un buon film non si fa solo cultura: ci si può anche guadagnare. Il famigerato I soliti idiotipiazza sul mercato centinaia di copie? Fa benissimo. Ma perché non fare altrettanto con film meno consumabili, capaci di arricchire la mente dei ragazzi? Un'azienda pubblica deve certo guardare al mercato, ma anche porsi il problema di orientarlo, non di subirlo. Il principio vale per il grande come per il piccolo schermo. È come se in tv trionfassero solo i realitye venisse abolito tutto il resto. Speriamo che Mario Monti, nel mettere mano alla riforma, non cada ancora una volta nell'errore di pensare alle pedine e non ai contenuti.

Il furto più grave viene commesso proprio ai danni dei giovani. Di questo passo la legge dell' audienceinvaderà anche le scuole e le università. A furia di pensare solo a far ridere i ragazzi non finiremo per crescere una marea di italiani un po' troppo tristemente allegri?

postilla

Inutile girarci tanto attorno: la questione posta da Faenza dal punto di vista socio-spaziale è perfettamente identica a quella della grande distribuzione commerciale, e in quanto tale deve essere considerata. Scatoloni organizzativamente e culturalmente autoritari che risucchiano vita e attività dalle zone urbane, trascinando persone e sensibilità verso una specie di limbo. Senza contare naturalmente sia il contesto auto-orientato che i fattori di esclusione (ma anche, ahimè, di relativa inclusione e accessibilità che a volte, spesso, mancavano alla rete di esercizi tradizionali). In questo, come in tutti gli altri casi, la questione si pone in modo duplice: da un lato verificare cosa in effetti si debba e possa ragionevolmente conservare, delle attività economiche sociali e culturali, dall’altro a quali spazi esse debbano corrispondere, e a quali soggetti delegare la gestione: pubblici, privati, misti. Sinora la smisurata fiducia nelle capacità del mercato di autoregolarsi ha prodotto gli squilibri urbani, territoriali, socioeconomici che ben conosciamo, ma al tempo stesso l’auspicio che spesso emerge, al ritorno a forme che i nostri stessi comportamenti reali e consapevoli hanno respinto (dai consumi alle aspettative culturali e di relazione), pare non solo debole, ma ridicolmente regressivo. Una questione del tutto aperta, e che di nuovo rilancia l’idea di una gestione urbana assai più integrata e condivisa fra i vari approcci scientifici, tecnici e amministrativi. Neppure il cinema è più solo cosa da cinematografari o cultori, insomma (f.b.)

Titolo originale: La deuxieme vie des malls - Traduzione di Fabrizio Bottini

Nel comune di Voorhees, New Jersey, il municipio è praticamente dismesso. Ormai per accedere ai servizi pubblici gli abitanti vanno … al centro commerciale! È in questo gigantesco spazio, da 105.000 metri quadrati, che si sono da qualche mese insediati gli uffici locali. Costruito negli anni ‘70, l'Echelon Mall era abbandonato. Nel 2005 il 75 % della superficie commerciale risultava inutilizzato. Così il comune ha dovuto trovare una soluzione alternativa. Basta col mall, ecco a voi il Town Center. Una parte della galleria è stata demolita per far posto a un percorso all’aperto, su cui si allineano ristoranti, botteghe, sportelli bancari, fontane. Ci ha trovato posto anche la scuola di estetica e per infermiere. Su parte dell’immenso parcheggio sono state costruite case private e uffici. E per la prima volta a Voorhees esiste un vero e proprio centro cittadino.

Ovunque negli Stati Uniti stanno sparendo centri commercial. “Secondo i miei calcoli degli 11.000 esistenti un terzo sono del tutto chiusi o sul punto di chiudere” racconta Ellen Dunham-Jones, professoressa di architettura al Georgia Tech. “Non se ne realizzano più di nuovi dal 2006”. Il motivo è sia internet con la sua offerta di shopping online, sia la crisi “che ha accelerato il fenomeno”. E poi i consumatori, che non ne possono più di quei centri commerciali extralarge, consacrati a shopping e ristorazione veloce. Una disaffezione che mette in imbarazzo le amministrazioni locali, prive di mezzi sia per demolire che convertire quei complessi, spesso su superfici di oltre 50.000 metri quadrati. In qualche caso c’è un piano B, come a Cleveland, Ohio, dove la Galleria at Erieview ha ormai solo qualche insegna accesa, quando negli anni ‘80 ce n’erano oltre cinquanta.

Sull’orlo della chiusura definitiva, si è trasformato in un “Lifestyle center”. Offre un passaggio coperto con mercato ortofrutticolo, centro studi sulla produzione agricola locale, saloni per feste matrimoni compleanni. “Alla fine è stata una bella idea” giudica Vicky Poole, direttrice del marketing de la Galleria. “Utilizzare in modo innovativo e diversificare gli spazi”. Ci si trovano anche scuole, ambulatori medici, biblioteche, anche chiese. Sono decine quelli che hanno proprio dovuto chiudere, ma altri hanno saputo approfittare delle possibilità di cambiamento. Come il marchio Jump Street, che in questi nuovi spazi installa giganteschi trampolini. “È ora che la periferia americana abbia dei veri centri di attività” conclude Ellen Dunham-Jones. “Un pochino all’europea”.

Titolo originale: Shopping centre tracking system condemned by civil rights campaigners – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le nuove tecnologie che seguono il consumatore mentre si sposta nei centri commerciali, rilevando il segnale dal telefono cellulare, sono entrate nel mirino delle associazioni per i diritti civili.

Con questi sistemi la direzione può acquisire dati su quanto a lungo ci si ferma nel centro, quali sono gli spazi preferiti o i percorsi per spostarsi dall’uno all’altro. Gli operatori rispondono che con queste tecnologie ci guadagnano sia il consumatore che i commercianti, ribadendo che non esiste alcun problema con la privacy dato che i dati sono anonimi.

Le associazioni replicano che però il consumatore non ha altra scelta se non quella di essere seguito continuamente. Nick Pickles, di Big Brother Watch, spiega: “L’unico modo per uscirne è quello di spegnere l’apparecchio. E non viene chiesto nulla sulla eventuale volontà di uscire dal sistema”.

Pickles aggiunge che ovviamente va bene se il singolo consumatore resta anonimo, però “Si ritiene automatico che lo shopping center abbia il diritto di seguire sempre i cellulari: secondo me è sbagliato”.

Con la tecnica FootPath ci sono una serie di apparecchiature di rilevamento sparse nel centro commerciale. Ciascuna raccoglie il segnale dei telefonini abilitati e può stabilire la posizione del cliente in un raggio di due metri. I dati raccolti vengono accumulati, elaborati, continuamente aggiornati.

Secondo la Path Intelligence, compagnia con sede in Hampshire che gestisce FootPath, con queste informazioni la gestione dei centri commerciali riesce a valutare quale composizione di esercizi funziona meglio, se e quanto le promozioni influiscono sul numero dei clienti, e calcolare al meglio gli affitti a metro quadrato delle superfici più redditizie. Può anche approfondire le conoscenze sulle migliori localizzazioni dei servizi di ristorazione, o dei bagni, ed è di aiuto nei casi di emergenza.

I rilevatori non sarebbero in grado di leggere i numeri telefonici, intercettare le chiamate, i messaggi, individuare gli utenti. La Path Intelligence spiega di essersi consultata con le autorità di controllo per verificare che non si violi la privacy. Però rifiuta di rivelare quanti e quali siano i centri commerciali del paese che hanno adottato il sistema. Si limita a specificare che esiste in sette paesi diversi. Ma uno dei centri che lo hanno adottato è Princesshay a Exeter [per inciso un centro a localizzazione in centro storico molto innovativo ideato da Thomas Sharp nel 1946, il nome deriva dalla allora “principessa” Elisabetta, n.d.t.], dove un piccolo cartello recita: “Per migliorare il servizio alla clientela seguiamo l’uso dei telefoni cellulari, che ci aiuta a capire come viene utilizzato il centro. Non si raccolgono dati personali”.

Ma la clientela non si fida. Dave Jones, in giro per saldi, spiega: “Mi pare una invasione della privacy, qualunque cosa dicano sull’anonimato. Non mi piace l’idea di qualcuno che rileva il segnale del mio telefonino mentre me ne vado per i fatti miei. Dà qualche brivido”. Wayne Pearce, direttore del centro, replica: “I dati anonimi che raccogliamo ogni settimana ci aiutano a seguire i flussi delle presenze, i tempi di permanenza, i modi d’uso del centro commerciale. Il che rende poi possibile decidere su eventuali modifiche nella composizione dell’offerta, migliori servizi, uso mirato del personale addetto per rispondere al cliente, a evitare punti di congestione e migliorare la sicurezza per tutti”.

Gus Hosein, direttore responsabile di Privacy International, osserva infine: “Il solo fatto di notificare che il cliente è seguito in ogni suo spostamento non assolve certo la Path Intelligence e le direzioni dei centri commerciali che hanno installato il sistema. Si tratta di un grave attentato alla privacy, almeno finché non sarà introdotta la possibilità di sconnettersi dal sistema”

Titolo originale: Mega mall opens in Casablanca – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Inaugurato dalla popstar Jennifer Lopez davanti al meglio della società marocchina, il primo mega-centro commerciale di Casablanca, dotato anche di acquario su due livelli, sgocciola ovunque lusso e glamour. I costruttori ne parlano come di una tappa che avvicina il Marocco alle nazioni più sviluppate, e i critici temono invece che si tratti solo di boriosa vanità, difficile da sostenere in un paese che oscilla sull’orlo della crisi economica. Quella del Marocco pareva una scelta curiosa, per localizzare il sedicente centro commerciale più grande dell’Africa. Perché già c’erano quei rinomatissimi e tradizionali bazaar che offrono ceramiche e tappeti, e attirano turisti da tutto il mondo.

Il regno nordafricano è anche la patria dei più vistosi squilibri sociali nel mondo arabo, e adesso ci arrivano i negozi di Louis Vuitton, Gucci, Dior e Ralph Lauren, o i magazzini Galeries Lafayette in questo mall, struttura futuristica a forma di bulbo affacciata sulla costa, davanti alle onde dell’Atlantico. Simbolo brutale in un paese con 8,5 milioni di persone in stato di povertà, al 130° posto nella classifica ONU di 186 nazioni, per quanto riguarda lo sviluppo umano, ma dove si tengono anche spettacoli estivi di Shakira o Kanye West. Basta farsi i venti minuti in macchina lungo la costa, dal centro di Casablanca – la più grande città del paese – al centro commerciale, per vedere uno spaccato di tutta questa complessità, con gli slum nascosti alla vista da alte pareti, i cantieri di strutture commerciali, le ville e i locali notturni per ricchi.

“É un onore per il Marocco ospitare un progetto di queste dimensioni” ha dichiarato Salwa Akhannouch, responsabile di Aksal principale promotore del centro, alla cerimonia di inaugurazione. Ma saranno pochi i marocchini che ci faranno shopping. Il paese ha uno dei più alti tassi di analfabetismo, di disoccupazione, di squilibrio dei redditi, di tutto il Medio Oriente e il nord Africa, secondo i calcoli del coefficiente Gini, un metodo statistico di misura usato dagli economisti per valutare la diseguaglianza. E la disparità cresce di anno in anno. Nelle settimane successive all’apertura, il centro è stato invaso dalla folla, a passeggiare in quelle gallerie illuminate dal sole, ammirare l’acquario, i 350 negozi. Regolarmente, animatori dai vestiti colorati, alcuni arrivano sin dall’Europa Orientale, si lanciano in sfrenate danze accompagnate dal rullo di tamburi.

Si sono visti pochi sacchetti pieni di acquisti, però, la maggior parte delle persone pareva solo curiosa di vedere finalmente questo monumento dello shopping di cui tanto si era parlato per anni, costato 200 milioni di euro per la costruzione. “C’è un abisso fra ricchi e poveri, coi ricchi che lo diventano sempre di più, e i poveri pure: il mall è un simbolo” commenta Hassan Ali, quarantacinquenne artigiano del cuoio che vende giacche di pelle nella sua bottega della vecchia Casablanca. Nei programmi del centro commerciale il turismo occupa una parte essenziale, secondo l’amministratrice Jenane Laghrar, che valuta al 20% dei complessivi 12 milioni annui di presenze i visitatori dall’estero. E le vendite almeno per la prima settimana sono state quelle degli obiettivi prefissati. Secondo Laghrar la speranza è di attirare clienti dal resto dell’Africa, chi passa dall’aeroporto di Casablanca diretto in Europa.

Per ora dall’Africa però i turisti in Marocco sono solo il 5%, la maggioranza viene dall’Europa. Il che potrebbe diventare un problema con l’attuale crisi del continente, secondo l’economista Najib Akesbi, anche in termini di economia complessiva del Marocco, fortemente intrecciata a quella dei vicini nel Mediterraneo. La principale fonte di liquidità sono investimenti stranieri, turismo, rimesse degli emigranti, soprattutto dall’Europa. Il 20 dicembre il governo ha rivisto le previsioni per il 2012 dello 0,5% in vista della crisi europea. I responsabili del centro commerciale rispondono indicando la crescita nazionale, fra il 4 e il 5% negli ultimi anni, in grado di sostenere questo tipo di commercio di lusso. Anche con la crescita comunque non si creano posti di lavoro, la disoccupazione sta almeno all’8%, e per chi ha meno di 34 anni a uno spaventoso 30%.

postilla

Difficile non dar ragione a tutti i dubbi sul senso non elitario e speculativo dell’operazione mega-mall di Casablanca, del resto così chiaramente esposti dall’articolo. Resta però almeno un aspetto chiave, lasciato in sospeso forse proprio per la rassegnazione al “modello globalizzato” che si finisce per subire: quello territoriale, che al tempo stesso peggiora il quadro, ma avvicina la questione a problemi e potenzialità nel resto del mondo. Di passaggio si parla dei “venti minuti in macchina dal centro lungo la costa ” necessari a raggiungere la cittadella dello shopping. Vale a dire che, pure al netto del modello commerciale odioso ed esclusivo adottato, il contributo della trasformazione alla città è pari a zero, anzi probabilmente negativo visto che occupa pure una striscia di costa dell’Atlantico. Quando fra XVIII e XIX secolo dopo le varie rivoluzioni popolari i cittadini comuni iniziarono a poter entrare nelle tenute della nobiltà, le trasformarono nei grandi parchi urbani che ancora oggi sono il vanto delle nostre (di alcune almeno) metropoli. Immaginarsi una primavera araba che irrompe fra le scansie di Louis Vuitton e l’acquario, a una trentina di chilometri almeno dalle piazze urbane, risulta comicamente sinistro, e malaugurante da tanti punti di vista, ambiente in primis. La presa della Bastiglia, nel XXI secolo, sta iniziando ad assumere prospettive inquietanti, o quantomeno problematiche (f.b.)

È ormai consolidata opinione del sottoscritto, spero condivisa con qualche sparuto e sparso gruppetto, che i grandi principi vivano esclusivamente ad alta quota, dove si respira l’aria e la vita non è vuota. Sotto ci stiamo noi, che però siamo egualmente importanti, diciamo anche qualcosina di più che egualmente: perché senza di noi non ci sarebbe alcun grande principio. Accade anche nel caso di quella complessa affascinante macedonia che gli anglosassoni chiamano communities, e che a suo tempo il nostro Adriano Olivetti tentò di importare, declinare, migliorare. Ovvero l’impasto fra spazio, società, economia, egoismi e solidarietà che la vulgata attuale spesso chiama “territorio”.

Più o meno contemporaneamente all’utopia olivettiana, un altro pioniere dell’innovazione nazionale importava da oltre oceano, con ben diverso successo, un altro modello di vita. Sembrava a prima vista una sciocchezza, mettere gli scaffali del negozio dietro al banco anziché davanti, e applicare quattro rotelle alla borsa della spesa, e invece fu proprio quello a sconvolgere la città, la comunità, con buona pace di chi stava scrutando forse con troppa attenzione l’empireo dei grandi principi. Quel pioniere si chiama Bernardo Caprotti, e un paio di anni fa ci ha raccontato a modo suo in un libro autobiografico, Falce & Carrello, sino a che punto fosse lui, e non certi idealisti pirlacchioni, ad aver interpretato davvero destino e ambizioni dell’umanità terrena. Che voleva posti puliti e illuminati bene, facili da raggiungere, dove si consumava a poca spesa e senza certe fumose ideologie egualitarie, come il quartiere, o la solidarietà, dietro cui stavano sempre nascoste idee autoritarie.

Anche se, come ben sappiamo, le idee dominanti sono sempre quelle dei vincitori, è difficile dargli torto all’alba del terzo millennio. Tanto più difficile perché i nemici ideologici di un tempo si sono messi a scimmiottarlo, prima avvitando sopra l’ingresso delle cooperative di consumo la nota insegna al neon (rigorosamente rossa) e sotto la borsa della spesa le rotelle di ordinanza. Poi in un certo modo scavalcando a destra il pioniere, verso la nuova frontiera dello shopping mall suburbano all’italiana, tempio del consumo e dello spazio pubblico taroccato a pagamento, al centro della desolazione indotta di villette, capannoni e svincoli della superstrada. Lo scavalcamento è arrivato al punto di rottura, appunto denunciato da Caprotti nel libro Falce & Carrello, quando il gigante Coop si è fatto monopolista, grazie alla connivenza di pubbliche amministrazioni partigiane infedeli al mandato democratico, occupando militarmente il territorio con le proprie insegne.

La magistratura, tirata in causa, prima ha deciso di ritirare il libro dal mercato, e poi lo ha provvisoriamente rimesso sugli scaffali (vedi articolo dal Corriere della Sera in calce). E sarà un tribunale a decidere se e in che misura hanno ragione l’uno o l’altro, nell’interpretare in modo legalmente ineccepibile i principi della libera concorrenza sul territorio. Ma siamo in un periodo in cui si discute molto dei privilegi delle corporazioni, e sarebbe forse utile tornare sul tema che già avevo toccato recensendo a suo tempo il libro: Esselunga difende la sua posizione di attore del libero mercato, Coop pure, ma la pubblica amministrazione può fare altrettanto? Non mi riferisco qui alle solite (ahimè, solite) storie di malaffare, tangenti, o anche solo scorrettezza formalmente ineccepibile, ma esattamente all’idea olivettiana di comunità, per quanto edulcorata e adattata, che oggi forse qualche assessore magari chiamerebbe “città a misura d’uomo”. E che è ben diversa dallo strattonarsi di lobbies e corporazioni, tutti inclusi.

Non esprime alcuna idea di città, ovviamente, chi dice di ispirarsi a principi di libera concorrenza quando per abbassare i prezzi si va a mettere con un enorme scatolone a dieci chilometri da dove abitano i suoi clienti, al tempo stesso tagliando fuori chi non ha libera disponibilità dell’auto, e desertificando i quartieri. Per non parlare del fatto che il consumatore poi in benzina e manutenzione spende molto più di quanto ha risparmiato su tonno e zucchine. Ma non esprime alcuna idea di città anche chi, pur appellandosi a parole al proprio storico ruolo sociale e urbanistico, vive di artificiosi sostegni pubblici senza dare di fatto nulla in cambio. Mi riferisco alle posizioni più frequenti delle associazioni di esercizi urbani nei confronti di traffico, ambiente, pedonalizzazioni, o anche scelte di trasformazione più strategiche. E al sostegno spontaneo che spesso trovano tra i cittadini: il negoziante piccolo è buono per definizione, di fronte al grande e spersonalizzato capitale dello scatolone a neon. Leggere Caprotti, e il suo quasi ghost-writer Emanuela Scarpellini (La spesa è uguale per tutti, Marsilio 2007), aiuta a capire che non è proprio così.

Resta il ruolo della pubblica amministrazione: riesce ad esprimere un’idea di città qualsivoglia? L’impressione è che quella misura d’uomo tanto spruzzata dal podio delle campagne elettorali finisca per non misurare alcunché. Negli anni ’60 in cui i luccicanti supermercati di Caprotti, sostenuti in un primo tempo da finanziamenti americani, facevano intravedere potenziali luminosi futuri sociali e urbani, pareva che anche la cultura delle città avesse un proprio progetto, magari discutibile e discusso, ma di progetto si trattava: la mitica casettina in periferia, con la mogliettina giovane e carina proprio come piace a me … Man mano quella utopia si realizzava, tra appartamenti con acqua calda corrente e garage con tavernetta per le festicciole, emergevano anche le rogne del modello, come ben sanno sia gli addetti ai lavori che i comuni cittadini. E però, nello stesso modo in cui si affrontano tante altre questioni, le risposte paiono più guardare acriticamente al passato che riflettere davvero sul problema.

Che vuol dire, fare i partigiani del supermercato capitalista, della cooperativa finto-solidaristica, o degli esercenti di vicinato buoni in quanto tali? Non vuole dire nulla, salvo comportarsi automaticamente in modo corporativo, come ad esempio è successo negli ultimi giorni con gli edicolanti (difesi da una parte della sinistra) e i farmacisti (sostenuti da sedicenti ondivaghi ex paladini del liberalismo). Un punto di vista diverso potrebbe essere, appunto, quello di chiedersi che ruolo sociale svolgono negli equilibri attuali, nel territorio attuale, nella comunità attuale, e provare a capire come e dove intervenire a eliminare solo gli aspetti corporativi, conservando il bambino nell’acqua sporca, quando il bambino esiste. C’è un punto di equilibrio fra la comodità e modernità della grande distribuzione organizzata, e il ruolo sociale e spaziale del negozio di quartiere? È quello da cercare, non lo schieramento sull’uno o l’altro fronte.

Emanuele Buzzi, Nuova sentenza: «Falce e carrello» torna in libreria, Corriere della Sera 24 dicembre 2011



MILANO — Torna tra gli scaffali il pamphlet Falce e carrello, scritto dal patron di Esselunga Bernardo Caprotti. E si riaccende la polemica per quello che è stato un caso economico-letterario-politico degli ultimi mesi, poi sfociato in una vicenda giudiziaria. Il libro, pubblicato nel 2007, racconta la competizione con la Coop, denunciando un presunto ostruzionismo delle amministrazioni locali e degli operatori economici delle regioni «rosse» rispetto all'espansione della catena Esselunga.

A settembre la prima sezione civile del tribunale di Milano aveva accolto il ricorso presentato da Coop Italia contro Caprotti e il suo saggio, ordinando (oltre a un risarcimento di 300 mila euro) anche la sospensione della distribuzione del pamphlet. Il motivo? La «pubblicazione, diffusione e promozione degli scritti contenuti nel libroFalce e carrellointegrano un'illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia». Ora, nuovo round, nuovo atto. La prima sezione civile della Corte d'Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell'esecutività della sentenza di primo grado. Di conseguenza il libro può tornare liberamente sul mercato in attesa della decisione di secondo grado, prevista in primavera. Nell'ordinanza, firmata dal giudice Giuseppe Patrone, la sospensione della distribuzione viene indicata come «un provvedimento cui non sembra agevole, per l'attualità degli effetti, negare una sostanziale valenza di sequestro e censura».

E proprio sul valore censorio della sentenza di primo grado a settembre si era scatenata la bagarre politica, con il centrodestra pronto a sollevarsi contro quello che veniva bollato come «un autentico scandalo». Una bagarre culminata con l'intervento in prima persona, sulle pagine delCorriere, dello stesso Caprotti, che ironizzava così sulla vicenda: «Io sono soltanto sleale, cioè "unfair", subdolo e tendenzioso. Un niente, di questi tempi! Quasi un gentiluomo. E per i danni subiti da Coop per questa sleale concorrenza ha accordato 300 mila euro invece dei 40 milioni richiesti! Il libro? Non si ordina neppure di bruciarlo sulle pubbliche piazze».

Coop Italia, al tempo stesso, aveva espresso soddisfazione nel vedere condannata «un'aggressione violenta e lesiva che noi non ci saremmo mai sognati di fare nei confronti di un concorrente», prendendo anche le distanze da ogni tipo di polemica: «La suddetta sentenza non ha nulla a che fare con la pretesa di mettere al rogo i libri, anche se falsi e diffamatori, né ci siamo mai espressi in tal senso».

Era solo il primo atto della battaglia legale milanese. Una delle molte che vedono fronteggiarsi Caprotti e le Coop in tutta Italia.

Nell'aprile 2010 il patron di Esselunga ha vinto nei confronti di Coop Liguria, nella primavera del 2011 ha vinto contro Coop Estense, poi c'è stata la decisione del tribunale di Milano. Nel 2012 sarà la volta della sentenza d'appello a Milano e del primo grado della causa con Coop Adriatica.

Titolo originale: You can do anything in a department store these days – including eat. But it doesn't mean you should – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Vicino all’appartamento in cui sono cresciuta a New York c’era una grande magazzino Woolworths, e spesso il sabato mia nonna mi ci portava a pranzo. Si passeggiava per le scansie di dolcetti e cancelleria, annusando l’odore di caffè fresco. Poi ci sedevamo. La cameriera prendeva nota con una matita che teneva dietro l’orecchio, scarabocchiando su un blocchetto. “Cosa vi diamo oggi?”. Io ordinavo sempre la stessa cosa. Formaggio alla piastra e frappe al cioccolato. I bei tempi quando ancora tolleravo il lattosio.

Negli anni settanta non importava più niente a nessuno di cose appena preparate. Neppure a me. Forse non esisteva più nemmeno una vera e propria cucina, non ne sono sicura. Le focacce che si vedevano nelle scatole avevano strutto a sufficienza per conservarle in eterno. Lo strutto era un po’ come oggi il Botox della chirurgia plastica. Gli addetti preparavano solo i panini a richiesta, tutto il resto si scaldava alla piastra o nella friggitrice. Il bancone aveva la forma di un nodo gigante, e così potevamo in contemporanea guardare loro che giravano abilmente le polpette, mentre la clientela del negozio si sceglieva retine per capelli o calze.

Quando sono diventata grande, la catena Woolworths era quasi sparita, e a mangiare andavamo invece da Saks sulla Quinta Strada o da Bloomingdales. La nonna adorava mangiare nei grandi magazzini. Forse per via della comodità di poter fare contemporaneamente le sue due cose preferite: spendere e mangiare. Io l’ho sempre trovato claustrofobico, mangiare in un ristorante che sta vicino al reparto biancheria. E non mi godo il cibo se mancano le finestre. Poi, non essendo affatto una devota dello shopping, trovo la cosa stressante. Di solito entro, prendo quel che mi serve, e esco. Quanto shopping dovrà mai fare chi deve addirittura fermarsi un attimo a fare il pieno?

Certo, lo so che è molto diffuso far di tutto in un solo posto, e che si tratta di una tendenza che non accenna a diminuire. In America, Wal-Mart ha eliminato del tutto la necessità di uscire. Ci si può far visitare dal dottore, cenare, comprare arredi da giardino e biscotti. Al Mall of America in Minnesota, ci si può sposare, o si può divorziare, far battezzare il bambino, la dimostrazione che si può anche passare tutta la vita lì dentro.

Oggi che pure le farmacie stanno diventando come i grandi magazzini, è solo questione di tempo prima che comincino a offrire pranzi. Ma io non ho nessuna voglia di mangiare un panino nello stesso posto in cui qualcun altro si sta comprando una crema per le emorroidi. E poi quei panini preconfezionati. A casa, te lo prepari e poi lo mangi. Non c’è nessuno che se li prepara e li mette via con giorni di anticipo. Peggio ancora, il sushi preconfezionato. Certo è piuttosto improbabile che esista un cuoco specializzato in sushi nei profondi meandri di un negozio Boots ad affettarvi tonno fresco. Cioè, quella roba è stata preconfezionata in una fabbrica da qualche parte nel Galles. In definitiva si tratta di un sushi che migra molto più del salmone dell’Atlantico.

Questa storia della comodità ci sta levando ogni tipo di esperienza culinaria. La gente oggi fa spesa al distributore di benzina. Certo, molto bene comprare localmente ciò che si mangia, però li avete mai visti i filari di pomodori dietro il garage? Quarant’anni fa, a meno di abitare in una comune hippy, non importava a nessuno se il cibo era biologico. Adesso invece abbiamo un palato più esigente. Ma c’è sempre qualcosa che non va, vedendo un ananasso sugli scaffali dell’edicola. Anche se mia nonna, ovviamente, ne sarebbe stata entusiasta.

Si racconta che lo stesso Ebenezer Howard avesse immaginato una specie di centro commerciale nel bel mezzo della sua città giardino, ma è una balla colossale. Vero, che Howard in qualche intervento parlava di un palazzo di cristallo in mezzo a un parco, dove si poteva anche comprare qualcosa e bere un caffè, ma ci vuole proprio una mente perversa a confondere un passeggio coperto semirurale con un tempio del tre per due dotato di comodo parcheggio.

Ma a quanto pare il progresso inarrestabile come al solito riguarda soprattutto le sciocchezze, a partire da un’idea di riqualificazione urbana alla milanese, ovvero aspettare come manna dal cielo qualunque progetto di riuso, anche quando c’entra col contesto come i cavoli a merenda. Il contesto è la centralissima via Sormani a Cusano Milanino, antico percorso da Milano verso l’area comasca, da più di un secolo attraversato dal tram extraurbano che fa capolinea a Desio, e su cui da quasi altrettanto tempo si affacciano le ultime propaggini della città giardino, “il Milanino”, voluta contemporaneamente ai primi esperimenti di Howard dalla cooperativa presieduta dal pioniere della casa per tutti Luigi Buffoli.

Giusto lungo il tracciato del tram, dentro a un tessuto urbano a dir poco consolidato e fitto, sta un classico rettangolone di area industriale dismessa ex Pirelli, da anni alla ricerca del ruolo perduto. Tra l’altro, fra le varie cose che hanno perduto un ruolo, c’è pure il tram extraurbano, da qualche mese “temporaneamente sospeso” ma, sospettano in parecchi, destinato a sparire definitivamente, per lasciar posto al solito dilagare di auto in fila. Un risultato visibilissimo dell’accantonamento del trasporto collettivo come struttura che definisce la forma urbana, lo si può vedere proprio a Desio, qualche chilometro più in là, dove affacciato sulla medesima arteria è stato costruito un Superstore Esselunga: massimo arretramento, parcheggi, pedonalità ridotta al minimo, una specie di colonia suburbana drive-in atterrata in area semicentrale. Per non parlar del traffico, delle corsie di accesso ecc. ecc.

Con qualche variante, ovvero pare di capire con parte dei parcheggi a due livelli nel corpo dell’edificio, non ci si può aspettare niente di troppo diverso dal progetto Esselunga presentato per Cusano Milanino, con l’aggravante di trovarsi in una zona molto più densa, con sezioni stradali tutto sommato piuttosto modeste, e con potenzialità che nulla hanno a che spartire con quel modello. Ma l’amministrazione forse ha la medesima sensibilità dell’ex giunta di centrodestra milanese: basta farsi un giretto nei nuovi quartieri “fiore all’occhiello” degli assessori all’urbanistica ciellini, per vederlo all’opera, il modello. Ovvero la scatola del supermercato con parcheggio (più o meno incorporato nel volume, of course, siamo esseri urbani del terzo millennio!) arretrata rispetto al resto del mondo, a fingere di definire una piazza inesistente.

Alcuni abitanti di Cusano però hanno un’idea diversa: attività economiche, residenza anche sociale, commercio, spazi pubblici, servizi. Questo si merita un’area centrale, inserita in un contesto di valore storico, non un capannone con appesi i festoni colorati delle insegne e delle offerte speciali, a orientamento automobilistico, che alla città offre il suo classico standard di ¾ di pareti cieche e aree carico-scarico. Come sempre la questione non è il supermercato, la grande distribuzione cattiva contro il piccolo esercente sincero, il carrello invasore contro la massaia con la sporta … ma quel formato organizzativo indiscutibile che gli operatori buttano sul tavolo di qualunque trattativa come variabile indipendente. E che in questo caso copre, e come li copre, 2.500 metri quadrati.

Insomma un caso interessante, sia dal punto di vista del merito che del metodo, il quale metodo è un referendum consultivo di cui potete leggere tutti i particolari QUI.

Gateway to London’s Olympic Park



Margine orientale dell’area metropolitana di Londra: a circa 3 miglia, seguendo il corso del Tamigi, troviamo il distretto di Newham, un territorio che porta ancora sulla pelle le tracce del proprio passato, dal quale ora tenta di uscire grazie a un progetto di rigenerazione urbana che si basa su investimenti economici e sociali di diverso tipo, i più importanti dei quali sono legati ai Giochi Olimpici del 2012.

Storicamente il settore trainante dell’economia di Newham è stata l’agricoltura, almeno fino alla metà del 1800, quando la realizzazione del primo porto per navia vapore, collegato direttamente alla ferrovia, rende Newhamil centro di produzione manifatturiera più importantenel sud dell'Inghilterra. Questo filone produttivo si esaurisce però nell’arco di poco più di una generazione, lasciando dietro di sé disoccupazione, calo demografico e abbandono edilizio. Le bombe della Seconda Guerra Mondiale fecero il resto. Solo con la ricostruzione post-bellica è stato possibile attirare nuovamente abitanti (immigrati stranieri che ancora oggi determinano il vivace mix razziale e culturale dell’area), nuovi investimenti e qualche attività economica. Ma la storia sembra ripetersi e, con la crisi dell’industria manifatturiera degli anni ‘80, da oltre un decennio, questo territorio è chiamato a far fronte alla mancanza di lavoro e di conseguenza a fenomeni quali la disoccupazione e la diffusione della povertà.

Newham conta circa 240.00 abitanti, con un’età media tra le più basse dell’area londinese (il 41% della popolazione è under 25) e con tassi di disoccupazione pari a quasi il doppio di quelli della capitale (14% contro l’8% di Londra), dati che contribuiscono a determinare alti livelli di povertà. Il tessuto produttivo è piuttosto debole e la maggior fonte di lavoro per la popolazione locale è rappresentata dal pubblico impiego (scuole, università, sanità) e da alcune catene della grande distribuzione.

Insomma, un territorio che appare sottosviluppato ma con ampie potenzialità per il futuro, purché si sappiano cogliere i giusti investimenti ed elaborare progetti che siano in grado di trasformarlo nella “porta d’accesso orientale alla metropoli”, cercando, al contempo, di “migliorare la competitività dell’economia e la qualità di vita locali”, come si legge nel “Local Economic Assessment 2010 to 2027”, il documento di sviluppo strategico del distretto.

Le istituzioni, per tentare di raggiungere questi obiettivi, hanno aderito al programma The Thames Gateway, una partnership pubblico-privata che coinvolge una ventina di attori locali tra istituzioni e università e che si propone di promuovere operazioni volte al recupero e alla riqualificazione dei territori che si affacciano sul Tamigi. Data la sua posizione strategica, Newham riveste un ruolo centrale nell’ambito di questo progetto, che vuole migliorare l’offerta economica e lavorativa ma anche la qualità dell’abitare di questo territorio.

A fine 2010 è stato approvato il piano strategico per l’area attorno a Stratford, che comprende: la riqualificazione della città esistente, la realizzazione del progetto Stratford City e il riuso, in ottica post-evento, delle strutture olimpiche. L’obiettivo che si intende raggiungere è quello di trasformare l’attuale Stratford nella porta orientale, di scala metropolitana, di Londra, con 46.000nuovi posti di lavoro, 20.000 nuove case, 8 nuove scuole, nuovi negozi, strutture ricreativeeservizi locali, nuove linee di trasporto pubblico. Il progetto trainante dell’operazione di Stratford è quello proposto dal gruppo Westfield, colosso australiano del commercio.

Lo shopping centre più grande d’Europa (English version)



Welcome to the next generation” è solo uno degli slogan utilizzati per il lancio di quello che ambisce a diventare lo urban shopping centre più grande d’Europa, il WestfieldStratford City,la cui apertura è prevista per il prossimo 13 settembre 2011: quasi due milioni di metri quadri tra spazi commerciali e ricreativi, nonché oltre un milione di metri quadrati per uffici, tre hotel, 5.000 abitazioni, per un carico insediativo di 11.000 nuovi residenti e 30.000 posti di lavoro.

Il sito su cui sorgerà il nuovo tempio dello shopping è un’area dismessa, di estensione pari a 73 ettari che confina con il Parco dove si svolgeranno i prossimi Giochi Olimpici di Londra 2012.

Sempre sfogliando il “Local Economic Assessment 2010 to 2027”, si comprende che Stratford già rappresenta un nodo infrastrutturale importante, grazie a linee intermodali di trasporto pubblico che consentono collegamenti efficienti con Londra e con il resto dell’Inghilterra, che si intende valorizzare con ulteriori progetti infrastrutturali, tra i quali spicca il potenziamento delle linee ferroviarie, con annesse strutture di interscambio, e il collegamento diretto con il continente tramite l’alta velocità ferroviaria, grazie alla quale sarà possibile, in due ore di viaggio, raggiungere Parigi.

Del resto qui si trova un’importante dotazione di aree da riqualificare, si concentreranno molti degli investimenti previsti per le Olimpiadi di Londra del 2012 le cui strutture, sono già oggetto di studio al fine di renderle convertibili e adattabili ad usi successivi ed infine qui c’è un tessuto sociale giovane e alla ricerca di lavoro. Sembrano esserci tutte le condizioni per poter attuare un piano di sviluppo, così come programmato nei diversi livelli di pianificazione inglese, supportato da studi economici e sociali integrati a progetti spaziali, almeno in teoria.

La ex “California lombarda”



Margine orientale dell’area metropolitana di Milano: lungo il tracciato della linea ferroviaria Milano-Venezia, appena oltrepassata la stazione di Lambrate, ha inizio l’Est Milano, una realtà territoriale piuttosto vaga e disomogenea, denominata Martesana dal nome del Naviglio che l’attraversa, che si estende dai territori confinanti con Milano, che risentono maggiormente del dinamismo urbano, a quelli più esterni, per i quali l’attività agricola è stata per molto tempo l’unica risorsa ereditata da un passato florido, nel corso del quale lo sfruttamento delle numerose risorse idriche presenti ha garantito un sistema colturale di qualità.

Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, a causa del progressivo congestionamento della metropoli, che ha consentito il trasferimento “fuori città” di molte aziende, ha avuto inizio un rapido processo di industrializzazione, che ha portato Giorgio Bocca, dalle pagine de “Il Giorno” degli anni Sessanta, a definire questo territorio “ la California della Lombardia” in quanto “ da uno stato di indigenza assoluta era passato in poco tempo alla modernità”.

Contestualmente a questi processi di sviluppo, anche grazie ai rafforzamenti infrastrutturali di tipo stradale (autostrada A4, tangenziale est), ferroviario (prolungamento della linea metropolitana e potenziamento della linea Milano-Venezia) e aeroportuale (Linate), i comuni della prima corona suburbana sono stati investiti da una notevole urbanizzazione, tra le più consistenti dell’intera Lombardia, priva però di un governo sovra comunale, e quindi affidata spesso all’iniziativa degli operatori economici locali, che, senza pianificazione, hanno generato squilibri e speculazioni.

Tra questi casi uno tra i più emblematici è certamente il Comune di Segrate che, grazie a una serie di investimenti immobiliari privi di relazione, ha visto triplicare la propria popolazione in poco più di vent’anni. L’esito spaziale è stato un territorio di enclaves spaziali, un patchwork di quartieri ognuno caratterizzato da un assetto spaziale a sé e ognuno con una propria storia e identità: quartieri residenziali di lusso con parchi, giardini e piscine per i residenti, ai limiti delle gated community americane, poli ospedalieri privati, quartieri di edilizia residenziale pubblica poi convertiti in residenze all’ultima moda, poli per il terziario e studi televisivi. Tutte scelte localizzative che, per chi misura lo sviluppo territoriale in termini di ricchezza individuale, hanno dato i frutti sperati: Segrate è il quarto Comune più ricco d’Italia, con un reddito medio pro-capite di 36.000 € all’anno; per quanti invece non ritengono che gli imponibili fiscali siano uno strumento idoneo per valutare la pianificazione comunale è chiaro che questo modello di crescita ha generato un pesante deficit di servizi pubblici e necessita di politiche di riconnessione spaziale per consentire la realizzazione di una rete di servizi efficienti.

Con l’inizio della stagione delle dismissioni industriali la varietà del tessuto produttivo dell’Est Milano ha ritardato alcuni effetti nefasti delle molte crisi di settore, attenuando, o perlomeno ritardando, traumi particolari per le popolazioni locali.

A fronte però dei processi irreversibili di delocalizzazione produttiva, anche qui sono emerse una serie di aree dismesse generate da politiche industriali ed infrastrutturali mutate. Questi vuoti urbani connotano quello che oggi appare un territorio incerto, privato del proprio passato e ancora in cerca di una vocazione per il futuro.

I progetti infrastrutturali in corso, che si susseguono in modo frammentario e disorganico, delineano uno scenario di alta accessibilità per questo ambito metropolitano: autostrada direttissima Milano-Bergamo-Brescia, nuova tangenziale esterna di Milano, potenziamento della linea ferroviaria di alta velocità Milano-Venezia, collegamento metropolitano tra la linea ferroviaria e l’aeroporto di Linate: tutti questi investimenti avverranno senza che il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Milano (l’unico documento con valenza strategica di carattere sovra locale) abbia elaborato delle linee guida di programmazione territoriale complessive e coerenti.

Come era accaduto per i processi di espansione del Dopoguerra, anche i processi di trasformazione delle ex aree industriali sono privi di un piano organico di sviluppo e riqualificazione che affronti le questioni infrastrutturali e che approfondisca una vocazione unitaria del territorio. Ogni ente locale gestisce le proprie aree di trasformazione, tentando di attirare investimenti immobiliari e finanziari, prestando poca attenzione alle ricadute e agli impatti delle nuove funzioni insediate.


Dalla Cittadella del tempo libero…

Anche in questo caso Segrate rappresenta un caso emblematico: qui è stato proposto, e approvato, il progetto per una Cittadella del tempo libero da attuarsi su un’area dismessa di proprietà delle Ferrovie Italiane (ex Dogana) tra le più estese dell’Est Milano.

L’area dell’ex dogana era stata pensata, negli anni ’60, per allontanare le funzioni doganali da Milano città, ma il progetto è rimasto sulla carta, archiviato definitivamente nel '92 dalle norme europee sulla libera circolazione delle merci e, di fatto, l’area è diventata teatro di rave party e raduni clandestini.

Nel 2007 l'area viene acquistata dal Gruppo Percassi, famoso per aver costruito il grande centro commerciale di Orio al Serio proprio di fronte all'aeroporto, la cui strategia di vendita presuppone di “attirare i turisti dello shopping che dovrebbero partire in mattinata dalle capitali europee per recarsi a Orio, fare acquisti e poi tornare a casa”.

Il progetto della Cittadella di Segrate prevedeva un investimento di circa 600 milioni di euro per realizzare il centro commerciale più grande d'Europa, un hotel immerso nel verde, "torri" a fini residenziali, un campo da golf, un cinema multisala e addirittura un impianto sciistico al coperto, per complessivi 600.000 metri cubi. Per questo progetto l’amministratore delegato della società dichiarava di voler realizzare “un centro di aggregazione tra casa e lavoro dove trascorrere il tempo libero, socializzare e divertirsi”.

Per sedare la rivolta dei comitati locali nati per opporsi al progetto, di cui criticavano soprattutto gli aspetti legati al traffico automobilistico, il gruppo Percassi ha inoltre presentato un piano per la riqualificazione del sistema viabilistico, che va dall’aeroporto di Linate fino a Segrate, con previsione di svincoli a più livelli, nuovi percorsi ciclopedonali e una viabilità dedicata per l’ingresso al centro, cosicché il nuovo traffico indotto non interferisca con quello urbano.

Grazie a questi accorgimenti, secondo l’Amministrazione di Segrate, la Cittadella “darà una risposta ad una serie oggettiva di problemi esistenti sul territorio con un progetto destinato a dare pregio alla nostra città”.

…allo shopping centre più grande d’Europa (Italian version)



Gli ultimi sviluppi di questo progetto, che langue nei cassetti comunali dal 2009 a causa della crisi immobiliare, hanno portato il gruppo Percassi a stringere un accordo con il colosso Westfield (ebbene si, proprio lo stesso di Stratford) per la realizzazione dello shopping centre più grande d’Europa (ebbene si, proprio lo stesso slogan di Stratford), che si chiamerà Westfield Milan e che, con un’estensione di 170mila metri quadrati, sostituirà la Cittadella del tempo libero. Centinaia di negozi di livello medio-alto, marchi prestigiosi, brand di lusso e la promessa di 5000 posti di lavoro, oltre al rispetto degli impegni assunti per gli interventi sulla viabilità, sembrano aver convinto l’Amministrazione Comunale alla ratifica del nuovo progetto, la cui fine lavori è prevista per il 2015, giusto in tempo per l’Expo. Progetto che l’Amministrazione Comunale si augura possa diventare “quel centro urbano che Segrate non ha mai avuto”.

Assonanze e divergenze (entrambi preoccupanti) a confronto

Interessante comparare le assonanze e le divergenze di queste due esperienze.

Il contesto orientale delle grandi metropoli, lo sviluppo di un sistema economico di qualità nel passato, in particolare legato al settore manifatturiero, la crisi dettata dalla fine dell’epoca fordista e dall’affermazione di un economia globale e ora l’attuazione di politiche per la riqualificazione e il recupero delle aree dismesse appaiono delle caratteristiche comuni, ma i due casi presentano molte differenze alla luce delle quali l’operazione di confronto appare piuttosto delicata e forse azzardata.

In primo luogo nel contesto londinese le politiche urbane appaiono strutturate ed articolate in una serie di piani strategici nei quali le variabili economiche, demografiche, sociali ed occupazionali sono relazionate alla dimensione spaziale, integrando interventi di valorizzazione a politiche insediative e sociali, o perlomeno ci si prova.

Nel contesto milanese le scelte localizzative e le politiche urbane appaiono frammentate, disomogenee e certamente prive della dimensione metropolitana cosicché le scelte strategiche sono quasi esclusivamente di competenza delle amministrazioni comunali, che spesso le gestiscono senza una visione coerente e d’insieme che consentirebbe l’elaborazione di politiche integrative in campo insediativo e sociale.

In secondo luogo l’esperienza londinese indica come l’organizzazione di un grande evento, le Olimpiadi del 2012, possa essere utilizzata per dare forma alle strategie di sviluppo esistenti, come, nello specifico, potenziare il sistema infrastrutturale di Stratford che è stata destinata a diventare il gate dell’area metropolitana.

A Milano le scelte fatte per Expo 2015 non rientrano in alcuna visione strategica per il futuro della città – tantomeno della regione metropolitana – come dimostra la selezione delle aree interessate, che ricadono in un ambito urbano consolidato e saturo, con pochi margini di sviluppo, e per il quale è facile immaginare ricadute negative in termini di congestione. Il grande evento, e le conseguenti risorse economiche, non è interpretato come occasione per poter attuare un progetto di città del futuro, quanto come mezzo per ampliare il consenso a favore delle forze politiche al governo che, mediante la valorizzazione immobiliare dei terreni su cui avrà luogo l’evento, permetteranno lauti guadagni ad alcune lobbies, finanziarie ed immobiliari, vicine alle stanze del potere lombardo.

Tuttavia è interessante notare come in entrambi i casi la funzione chiave, il motore quasi, di interventi che si pongono come ambizioso obiettivo la riqualificazione e il rilancio di un intero ambito metropolitano, sia quella commerciale.

Sia a Londra che a Milano (soprattutto a Londra) si affronta la questione del recupero di territori dalle molte opportunità, generate soprattutto dall’assetto infrastrutturale esistente e in progetto, e l’unica vocazione attrattiva, che si offre di affrontare i venti della crisi, è quella commerciale.

In entrambi i casi, supportato da analisi e da politiche pubbliche integrate a Londra e demandato alle iniziative private a Milano, la funzione del commercio sembra essere l’unica trainante, in grado di attirare investitori internazioni che, quasi magicamente, hanno le soluzioni (e i capitali) per risolvere problemi annosi, quali il lavoro e la viabilità, che le amministrazioni pubbliche, locali e non, faticano a governare.

Ma le scelte per imprimere al territorio un’evoluzione che sappia coniugare sviluppo e salvaguardia dell’identità territoriale non possono essere dettate da convenienze localistiche né tanto meno dalla spontaneità degli eventi o dagli interessi forti.

Il futuro non può essere condizionato unicamente dai fattori economici, serve uno sforzo da parte delle istituzioni pubbliche affinché, oltre che alle difficoltà contingenti del presente, sappiano prevedere e indirizzare un percorso progettuale per il futuro, capace di misurarsi con le esigenze delle attività economiche e produttive ma anche dei cittadini, per dare vita a sinergie che portino a un reale sviluppo.

Infine è interessante rilevare, più nello specifico delle due proposte targate Westfield che si propongono di realizzare lo shopping centre più grande d’Europa in entrambi i casi, come se già questo fosse un valore aggiunto, come entrambe sembrino voler superare la concezione e il significato tradizionale legato agli spazi del commercio, andando oltre le filosofie ispiratrici anche dei più moderni shopping mall.

Oltre le definizioni di non-luogo e di iper-luogo, questi scenari progettuali propongono delle vere e proprie nuove città nelle città, dove gli spazi di vendita sono affiancati da funzioni integrate, ma di secondo piano, (un po’ di terziario, un po’ di residenza) che generano nuovi recinti autoconclusi, ben delimitati e identificabili, nei quali si può immaginare di passare non solo qualche ora di shopping ma anche l’intero weekend, forse l’intera vita, in una sequenza di attività che hanno un unico presupposto comune: il consumo.

Una città dall’apparente libertà, alla quale si può accedere sborsando l’equivalente di uno sfavillante tailleur griffato.

Gli abitanti diventano fruitori oppure utenti, che vagano per paesaggi, che di urbano hanno solo la scenografia di fondo, dove i ritmi sono scanditi dai bisogni materiali, indotti da enormi e accattivanti cartelloni pubblicitari.

Una città che non ha continuità con la città circostante, se non grazie alle vie d’accesso che accolgono a braccia aperte i consumatori, e nella quale è difficile immaginarsi l’espressione di altri valori se non quelli quantificabili economicamente.

Resta solo un grande dubbio: chi sarà la reginetta degli shopping centre d’Europa? Stratford o Segrate?

Non resta che attendere inaugurazioni e tagli di nastri per saperlo, con un’unica certezza: la metamorfosi della città (e del cittadino) passerà, inevitabilmente, anche da qui.

Diversi giorni fa ho assistito mio malgrado (sono interista) all’inaugurazione del nuovo stadio della Juventus, a Torino. A parte la colata di retorica per me ovviamente indigesta, ho trovato interessanti i commenti sul tipo di stadio, la novità che esso rappresenta in Italia. Si tratta del primo stadio, in Italia, di proprietà di una società di calcio e interamente finanziato da privati (la Fiat o suoi dintorni). Lo stadio precedente, a Torino, si chiamava Olimpico ed era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1990, quelli che, sotto la direzione di Luca Cordero di Montezemolo, contribuirono potentemente a quel debito pubblico per abbassare il quale ora Montezemolo invoca tagli alla spesa sociale. Nel ’90 si costruirono stadi giganteschi, come quello torinese, o quello di Bari, 80 mila posti più le poltrone della famiglia Matarrese.

Il nuovo stadio della Juventus contiene invece 42 mila persone, perché l’idea è di offrire comodità e intrattenimento, calcistico e non solo. Di più, questo tipo di stadi sono l’occasione per praticare lo sport più remunerativo di tutti: la speculazione immobiliare. Sia la Roma che la Lazio, le squadre di Roma, hanno più volte tentato, negli anni, di costruirsi un proprio stadio, abbandonando l’Olimpico romano (a sua volta ristrutturato nel ’90 con enormi spese): si è parlato di uno stadio della Roma alla Magliana, poi alla Pisana, di quello della Lazio (lo “Stadio delle aquile”) sulla Tiberina. In tutti questi progetti, a un impianto più piccolo si affiancavano costruzioni di carattere commerciale e, ovviamente, residenziale. È assai probabile che gli americani nuovi proprietari della Roma abbiano fatto questo investimento, d’accordo con Unicredit, la banca che in pratica possedeva la società, proprio con questo scopo.

In sostanza, il modello è Disneyland, ma anche i grandi centri commerciali: si va allo stadio a vedere la partita, ma si va anche al cinema, a fare shopping. E intorno, uffici e abitazioni in abbondanza, che, anche con un mercato assai depresso dalla crisi, rappresentano pur sempre attivi di bilancio e possibilità di nuovo credito da parte delle banche. Insomma, la finanziarizzazione dell’edilizia applicata allo sport, anzi al business sportivo. Del resto, il modello si è già affermato da tempo in altri paesi, come l’Inghilterra, dove gli stadi sono in generale di proprietà delle società calcistiche. Quello, storico, dell’Arsenal, squadra londinese, fu raso al suolo e ricostruito con il nome di “Emirates”, la linea aerea degli Emirati arabi proprietaria della società.

La spinta è talmente forte che i proprietari della Fiorentina, i Della Valle (il cui “senior” è appena entrato nella cabina di comando di Mediobanca, per dire), si sono più volte “disaffezionati” alla “Viola” proprio perché non sono riusciti a ottenere di costruire un loro stadio, e la famosa frase, in una intercettazione dell’allora sindaco Domenici, «del parco non mi frega una sega» (all’incirca, cito a memoria), alludeva proprio al progetto di nuovo stadio nella famigerata area di Castello. Gli stadi come grimaldelli nell’urbanistica delle città: il calcio è una cosa seria, a parte qualche allenatore dell’Inter.

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Ventimila metri cubi di negozi, alberghi, uffici ma anche spazi riservati «ad attività museali e culturali, ludico-ricreative e sportive» con annessi alberghi e ristoranti. E due torri, una delle quali da 105 metri, parcheggi per accogliere un milione di nuovi visitatori all'anno, su un totale di 46 mila metri quadrati.

E' il nuovo Minitalia, così come lo delinea il progetto presentato due anni fa dalla Thorus spa, società che dal 2007 (e fino al 2010 con i vicentini Zamperla) gestisce il parco dei divertimenti: rinnovato e rilanciato, in questi ultimi anni ha ripreso quota fino ad affacciarsi al 2011, suo quarantesimo anno, con 409.500 presenze nell'arco degli ultimi 12 mesi, che fanno segnare un incremento del 25%. Ma Leolandia — l'altro nome di questa Disneyland bergamasca — vuole crescere ancora. Nonostante i molti dubbi, le opposizioni, le osservazioni. La pagina più recente della vicenda porta la data dello scorso 27 luglio e viene dalla Direzione generale Territorio ed Urbanistica della Regione Lombardia. Promuove il progetto, ma ponendo anzitutto quattro «prescrizioni» ed una mezza dozzina di «indicazioni» cui fanno seguito le «misure di compensazione».

Prima prescrizione: che la torre più alta «scenda» a 90-95 metri perchè si possa «ridurne sostanzialmente la visibilità dal sito del Villaggio Crespi». Seconda, che uno «studio di incidenza» garantisca «il mantenimento della funzionalità globale di Rete Natura 2000»; terza, che un altro studio dimostri «la sostenibilità della trasformazione per quanto riguarda gli impatti attesi a regime sulla sistema trasportistico e infrastrutturale»: in quest'area già congestionata (parlando solo di autostrada, la Milano-Brescia è la più trafficata d'Italia) arriveranno entro il 2015 anche Brebemi e Pedemontana. Quarta: le reti idriche e i sistemi di trattamento delle acque «dovranno essere verificate e analizzate nel dettaglio».

Seguono le indicazioni, sulle alternative ai parcheggi così come sono progettati, sulle aree agricole vicine da salvaguardare, sulla gestione dei rifiuti. «E' un parere positivo, un tassello importante anche se parziale ma, per chi sa leggere, una sostanziale bocciatura del progetto» dicono Mara Leoni e Luciano Gelfi dai circoli Legambiente di Trezzo sull'Adda e Cerca Brembo. Da due anni alla testa del fronte del «no» alla nuova Minitalia, gli ambientalisti sperano che quelle prescrizioni e indicazioni diventino ostacoli insormontabili.

E poi ci sono le misure compensative: prima fra tutte quelle «finalizzate alla valorizzazione e al miglioramento della fruizione del sito Unesco di Crespi d'Adda». Ce ne sarebbe davvero bisogno. Nello storico villaggio industriale costruito a fine Ottocento il corso Gaetano Donizetti è chiuso «al traffico veicolare e pedonale per motivi di sicurezza pubblica»: la grande ciminiera del cotonificio (abbandonato, il tetto a pezzi, tante delle decorazioni in cotto sbreccate) è pericolante. «Io compio ottant'anni e sono nato nel palazzone all'inizio del paese. Il nome non ve lo voglio dire, ma se aggiustassero questa invece di fare torri nuove sarebbe meglio per tutti».

Il caso Ikea a La Loggia, nell’hinterland torinese, viene affrontato da alcuni giornali nazionali mettendo in ombra ciò che lo ha provocato e cioè la questione del consumo di territorio agricolo. Si commenta – e si protesta a fianco di Ikea – come se davvero l’Italia pigra, burocratica e clientelare avesse ostacolato un’occasione pulita e dinamica di nuovo sviluppo. Non è così. Qualunque cosa si pensi del territorio italiano, e innanzitutto padano, si deve prendere atto con rispetto che qui, forse per la prima volta, una Provincia intesa come governo di scala vasta, più forte e autorevole dei singoli comuni, ha detto no alla cementificazionedi un’area agricola, e lo ha fatto in coerenza con un Piano Generale. Sta diventando un caso pilota.

Dopo la decisione di Ikea di sospendere il progetto, il presidente della Provincia respinge al mittente le accuse mosse dalla multinazionale svedese. “Se proviamo a capire i motivi dell’ostinazione con cui Ikea Italia indica nel suo ultimatum quella di La Loggia come unica localizzazione possibileper un secondo punto vendita in Piemonte - ha affermato il presidente della Provincia, Antonio Saitta -ci rendiamo facilmente conto che l’area agricola prescelta con il cambio di destinazione urbanistica acquisterebbe un valore di almeno 20 milioni di euro e Ikea realizzerebbe immediatamente una plusvalenza enorme. In questo modo tutti possiamo essere abili a fare gli imprenditori”.

La decisione della Provincia di Torino ha ricevuto l’appoggio della Coldiretti e delle associazioni ambientalisteche si sono schierate a difesa del suolo agricolo. «Apprezziamo il parere negativo che la Giunta provinciale ha espresso rispetto all’ennesima trasformazione da agricola a commerciale – ha dichiarato la Coldiretti Torino -. Per i coltivatori, il giorno 22 luglio 2011 sarà una data da ricordare. Finalmente una istituzione come la Provincia ha il coraggio di fermare l’indiscriminata espansione commerciale e industriale a danno di terreni agricoli”.

“Grande dimostrazione di coerenza, sul consumo di suolo si è passati dalle parole ai fatti” è stato il commento di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta. In un comunicato, l’associazione ambientalista fornisce alcuni dati sul consumo di suolo nel territorio provinciale: “La provincia di Torino – scrive Legambiente - in questo ultimo ventennio ha subito un consumo di suolo che davvero lascia senza parole (7500 ettari dall’88 al 2006); tali dati dovrebbero frenarci e farci riflettere prima di divorare altri pezzi di verde. Bene quindi che alle buone intenzioni dichiarate nel Piano Territoriale di Coordinamento (Ptc) siano accompagnati fatti concreti e non dannose deroghe”. Non mancano le superfici già urbanizzate e abbandonate dove si potrebbe pensare di fare la sede nuova Ikea. Chiaro, farne su suolo agricolo è più semplice e molto meno costoso. Ma non è quello che ci aspettiamo… dall’Ikea .

Per fortuna in rete si stanno formando gruppi di discussione e appoggio, come su Facebooke Causes

postilla

Forse è il caso di sottolineare, un po' più di quanto non faccia l'articolo, che la vera rilevanza del caso è la dimensione provinciale assunta dal tentativo di governare l'insediamento dello scatolone multinazionale.

Sono diversi lustri che chiunque affronti con un minimo di sistematicità il problema della grande distribuzione sul territorio prima o poi si trova a confrontarsi col classico squilibrio fra le dimensioni dei bacini regionali di riferimento degli operatori, e lo spazio di decisione praticabile dalla pubblica amministrazione che vorrebbe almeno provare a metabolizzarne un po' l'invasione.

Di questi tempi si urla tanto all'abolizione delle Province per "tagliare i costi della politica", e spesso, quasi sempre ahimè, si sorvola allegramente sul fatto che se l'ente territoriale intermedio esiste, di solito ha qualche ragione per farlo, e abolirlo tout court (ovvero senza pensare un istante a chi e come debba assumerne le competenze) lascia come minimo un vuoto.

Ecco: confrontarsi più o meno alla pari con un bacino di utenza commerciale della grande distribuzione è uno di questi potenziali importanti ruoli della Provincia, o di qualunque entità operi a quella scala. Se poi invece non si vuole o non si può farlo (perché ad esempio limitati nelle competenze, ma di solito per carenze culturali o poca volontà) è un'altra storia.

Però se pensiamo a tutte le questioni ambientali, infrastrutturali, insediative, socioeconomiche e via dicendo, poste dall'intreccio col territorio locale di questi giganti. E le mettiamo a confronto con la realtà un po' misera del solito scontro nimby senza sbocco fra piccolo e grande commercio, o cittadino abitante e cittadino consumatore, allora il ruolo di un governo sovracomunale inizia ad emergere, e si può ragionare. Magari litigare, ma ragionare, il che non guasta (f.b.)

Trattandosi d’una stazione ferroviaria, concorderete, ci sta tutto che le automobili vengano messe sotto, il verde possa specie all’esterno prendere spazio, un mezzo di trasporto alternativo diventi l’ascensore. Trattandosi poi della Centrale, già sottoposta ad ampia e articolata ristrutturazione interna è inevitabile— essendo ora la priorità il restyling fuori dalla stazione — non pensare all’Expo. E darci sotto, anzi intervenire lì dove si aspettava da decenni. Per esempio nei 33 mila metri quadrati degli ex magazzini di via Sammartini, infiniti tunnel coi binari che servivano per lo scalo merci oramai buio posto degradato. I tunnel potrebbero diventare una cittadella internazionale di ristoranti, locali e bar.

L’amministratore delegato di GrandiStazioni Fabio Battaggia ha pronto il dossier per il sindaco Giuliano Pisapia. Macchine, casse, Milano Novecento in piazza Luigi di Savoia e seicento in via Sammartini, con quattro piani interrati di parcheggi e conti presto fatti: verranno creati 1.500 posti auto sotterranei. Il progetto dev’essere prima approvato dal Comune; dopodiché vanno reperiti i fondi. Non pochi. Soltanto per i due parcheggi sono 25 milioni di euro. In più ci sono 30 milioni per la riqualificazione dei magazzini. Come fare? O con il Cipe, o con le casse del Comune oppure tirando dentro sponsor. Battaggia a Pisapia proporrà: parliamone, occupiamoci insieme della cosiddetta porta d’ingresso della città. Apriamoci alle professionalità, al talento, alle idee. Dice l’ad: «Dopo tutti i lavori fatti, dopo anche le difficoltà, non possiamo lasciare il grande cantiere Centrale a metà...» .

In via Sammartini dai parcheggi (ricavati sempre negli magazzini) vi saranno accessi diretti ai binari. Spegnere l’auto, salire, entrare nel treno. Manciata di azioni in breve lasso temporale. Accelerare, agevolare. Ritmo metropolitano. Dall’Est alle pensiline Fiera dell’Est Europa con il suo doloroso popolo: gli incontri domenicali fra badanti, le parrucchiere di strada con taglio e messa in piega per qualche spicciolo, i bivacchi di chi non aveva da dormire o era steso ubriaco, le corse verso lo scippo dei ladruncoli rom, e le risse, e le valigie rubate ai turisti... Ha la sua lunga storia piazza Luigi di Savoia, peraltro in rapido e progressivo miglioramento. E ne è pronta una nuova, di storia. Nei disegni degli architetti che hanno rivisitato il suo look, la piazza avrà ancora più verde. Olmi, platani, magnolie, ciliegi andranno a popolarla. Nessuna modifica geografica per l’area dei bus (per Malpensa, Orio al Serio e centro città): rimarrà dov’è.

Semmai saranno aggiunte pensiline e panchine, verrà dato un ordine maggiore, insomma sarà più chiaro orientarsi e sostare. La discarica e il jazz Biciclette di bimbi, frigoriferi senza l’anta, chilogrammi di amianto. Sacchetti di chiodi, una friggitrice. Lungo una delle gallerie stradali che collegano via Sammartini a via Ferrante Aporti ci sono accessi. Porticine. Che danno sugli antichi magazzini. Trasformati in discariche abusive. I binari servivano per movimentare vagoni, container, cassoni. Le potenzialità di quest’area sono enormi. Se non altro per le dimensioni. L’area ha ospitato — qualcuna sopravvive — pescherie di varia natura. C’è una naturale predisposizione architettonica ad accogliere locali pubblici. Il sogno l’abbiamo detto: cittadella commerciale. Battaggia suggerisce: all’insegna dell’anima internazionale di Milano, sorta di via parallela di cibo orientale e africano, sottofondo jazz e acuti delle sperimentazioni europee di musica elettronica.

postilla

Miracoli della compartimentalizzazione societaria: Grandi Stazioni occupandosi di valorizzazione immobiliare non ha la più pallida idea di cosa sia una Stazione, né ha alcun interesse a farsela. Lei valorizza immobili e il concetto di mobilità le sfugge per ragione sociale. Punto.

Quanto già ampiamente notato dai milioni di viaggiatori che sperimentano sulla loro pelle il cosiddetto refurbishment del nodo ormai ex ferroviario, perdendosi nei corridoi progettati come all’Ikea, per far fare più strada possibile tra le mirabolanti offerte commerciali, ora raggiungerà il sublime assoluto, allargandosi al quartiere manco fosse il morbillo. Si legge di migliaia e migliaia di posti auto, sopra e sotto terra, naturalmente come se quelle auto fossero pendagli ornamentali, che arrivano lì dal cielo, e non fabbriche di inquinamento costrette ad arrancare per ore attraverso l’intasamento cronico determinato proprio dal loro flusso. Probabilmente anche i treni svolgono un ruolo similmente virtuale in questa coreografia, simpatiche chiazze colorate complementari all’andirivieni di clienti da un negozio all’altro. Niente da fare: lo shopping mall è come un congegno a orologeria, una volta innescato fa il suo mestiere, incurante della città e del buon senso: chiamate gli artificieri!! (f.b.)

Un centro commerciale (un altro?) nella campagna lombarda. Sorgerà sulle rive del Naviglio, a Borgarello, paese a nord di Pavia, non distante dalla Certosa. La Regione guidata da Roberto Formigoni ha dato l’ok al progetto. Il fatto in sé non meriterebbe neppure due righe in cronaca: nella miriade di centri commerciali che spuntano come funghi al Nord, è come dare notizia di un cane che morde un uomo. Ma attorno a questo morso banale, ci sono anche uomini che mordono cani: dunque forse vale la pena di raccontarlo, lo strano caso del centro commerciale sulla riva del Naviglio pavese.

Intanto è curioso che la Regione abbia dato il via libera al progetto, visto che il suo “Piano territoriale regionale d’area Navigli lombardi” sostiene che bisogna valorizzare e preservarele aree ancora libere nei pressi di quei corsi d’acqua (una fascia di 100 metri dalle sponde, di 500 in presenza di aree agricole, ricorda Renato Bertoglio, responsabile locale di Legambiente). E cosa c’è di meglio di un bel centro commerciale di 240 mila metri quadrati, per valorizzare le aree agricole di Borgarello?

Ancor più strano è il fatto che, dopo dieci anni di tentativi, a condurre in porto l’operazione sia un commissario prefettizio, che dovrebbe limitarsi a gestire l’ordinaria amministrazione: sì, nel municipio di Borgarello decide il commissario Michele Basilicata, perché il sindaco, Giovanni Valdes (Pdl), è in galera. Già buono sponsor dell’affare, oggi Valdes non se ne può più occupare: ha lasciato il municipio di Borgarello per una più scomoda cella del carcere di Opera.

Arrestato nel luglio scorso, nel corso della grande operazione antimafia che ha decapitato la ’Ndrangheta in Lombardia, è accusato di turbativa d’asta: avrebbe truccato la gara per vendere un terreno davanti al suo municipio, finito a una società, la Pfp, riconducibile, secondo il pm Ilda Boccassini, a Carlo Chiriaco, uomo d’affari che ha ammesso di essere affascinato dai boss calabresi che gli ronzavano attorno. A Valdes, uomo di Cl, consigliere della Compagnia delle opere, il giudice ha rifiutato la scarcerazione a causa della“disinvoltura con cui il sindaco di Borgarello ha messo a disposizione di Chiriaco e dei suoi sodali la funzione pubblica svolta”. Ha fatto carte false,“con collusioni e mezzi fraudolenti”, per far vincere la gara all’amico degli amici.

Non sappiamo se ha usato la stessa“disinvoltura”anche nelle pratiche sul centro commerciale, ma certo in questi casi sarebbe bene usare il massimo della prudenza. Invece: avanti tutta. Strada spianata alla società Progetto commerciale srl di Costantino Serughetti. Malgrado il commissariamento del Comune e le perplessità dei partiti. Ufficialmente la Lega è contraria e così pure il Pd. Ma poi i capataz locali della politica sono, chissà perché, tutti favorevoli (a parte Rifondazione). Compresi i sindaci Pd dei paesi vicini, Certosa e Giussago.

E sapete, ultima chicca, chi è il progettista del centro? L’ex dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Borgarello, Giuseppe Masia, prima ha lavorato al piano del territorio e alla valutazione ambientale strategica. Ha detto sì, nel nome dell’interesse generale. Poi si è alzato dalla sua poltrona pubblica e si è seduto dall’altra parte del tavolo. Salto della quaglia in bassa padana.

Così su queste pagine si apriva - parecchi anni fa - la telenovela del Centro Commerciale Borgarello con quello che poi si è trasformato nel primo capitolo del libro I Nuovi Territori del Commercio (f.b.)

Non c’è solo la piazza "palladiana" e la gondola costruita dai maestri d’ascia nello squero veneziano. Oggi c’è molto di più nell’outlet di Noventa di Piave, costruito nel cuore del Nordest, a venti minuti da Venezia, davanti all’autostrada che porta a Trieste.

In mezzo alla miriade di negozi che animano il villaggio del lusso è spuntato anche un museo archeologico.

Sì, proprio un museo, rigorosamente virtuale, in armonia con la "finzione" che tanto piace alla ressa di visitatori che quotidianamente prende d’assalto la cittadella dello shopping. Così tra un vestito di Valentino, una borsetta di Prada e una giacca di Versace ecco che si materializza sulla parete l’area archeologica di Altino, oppure quella di Concordia Sagittaria. E mentre cammini sul pavimento, di una vera e propria sala espositiva attrezzata accanto ai negozi, si illumina sotto le scarpe un mosaico di una villa romana del primo secolo A. C.

Se poi ti avventuri a smanettare sui touch screen, puoi ricostruire interi pezzi storia di mille e più anni fa. Saltare dal museo di Altino a quello di Este, passando per l’area archeologica di Concordia. Un’operazione culturale per nulla improvvisata, condotta da McArthurGlen - il marchio dell’outlet - in collaborazione con la Sovrintendenza ai beni archeologici e Comune, che sta funzionando. Inutile dire dello stupore dei visitatori. Ma dopo un attimo d’incertezza solitamente restano incuriositi dal museo virtuale. Così puoi trovare la coppia di giovani fidanzati con in mano un sacchetto di Fendi che si divertono a camminare avanti e indietro sul "mosaico" scoprendo il fascino del passato: «Che roba - esclama lui - sembra di fare un tuffo nel passato».

Ma poi, incontri anche la signora un po’ anzianotta che sembra essersi smarrita: «Scusi, ma è questo il negozio di Loro Piana?». Ci sono però pure marito e moglie di una certa età incantati a guardare le immagini che scorrono sulle pareti mostrando gli scavi in corso nel complesso archeologico di San Mauro a ridosso del Piave, a poca distanza dallo stesso outlet: «Guarda, qui è scritto che si tratta di una grande villa romana, probabilmente di qualche patrizio». Poi ci sono i ragazzini che, scoperto il gioco, non li smuovi più dal touch screen.

Sono trascorsi solo pochi giorni dall’inaugurazione del museo interattivo, ma il risultato sembra andare al di là delle aspettative. Dice Maurizio Lupi, presidente Bmg Noventa, la spa proprietaria dell’outlet. «Questa mostra rientra nella nostra filosofia aziendale che punta ad integrarsi con il territorio dando vita a iniziative di qualità. In questo senso stiamo anche collaborando allo scavo archeologico in corso a San Mauro».

Enrico Biancato, direttore dell’outlet, traduce in cifre la politica aziendale: «Abbiamo aperto da due anni, non siamo ancora a regime, ma possiamo contare su più di un milione e mezzo di visitatori all’anno, con persone che vengono anche dall’Austria, dalla Croazia e Slovenia. Senza contare i turisti che fanno tappa a Noventa durante l’estate».

Non c’è dubbio: i numeri danno ragione a questa politica che tiene assieme business e cultura, shopping e divertimento intelligente. Se a Las Vegas prima e a Macao dopo, hanno riprodotto Venezia con tanto di canali e ponte di Rialto, per richiamare i giocatori al Casinò, qui a Noventa l’operazione è diversa. Sempre ispirata alla finzione scenica, ma cercando di interagire con l’area urbana circostante. Gli archeologi sono contenti perché quest’atteggiamento, ha consentito, in tempi di vacche magre per la Cultura, di allestire il museo storico interattivo che consente anche di divulgare l’opera di scavo in corso a San Mauro. Che, per l’archeologo Vincenzo Gobbo che dirige i lavori, è «un complesso archeologico eccezionale».

postilla

Liberiamo subito i campo da un equivoco: il modello del centro commerciale suburbano, più o meno tirato a lucido e ribattezzato, fa male all’ambiente e all’equilibrio socioeconomico. Detto questo, quanto raccontato dall’articolo è un percorso a modo suo virtuoso, anche indipendentemente dai contenuti culturali certificati dagli specialisti. Ovvero si sostituisce alla monocoltura commerciale una maggiore articolazione, con un’offerta che va decisamente oltre il baraccone posticcio del solito cosiddetto retailtainment , ovvero un po’ di animazione da tempo libero per sfigati che lascia il tempo che trova. La stessa Venezia scimmiottata, se la pensiamo in una logica da parco a tema qual è, perché non dovrebbe essere considerata anche nel suo aspetto positivo, di valvola di sfogo per una utenza che magari cercherebbe nella Venezia vera quel consumo di spazio mordi e fuggi che in tanti lamentano come pericolosamente degradante? Certo sarebbe assai più auspicabile che tutta la popolazione turistica mondiale, o magari solo padana, fosse composta da tanti piccoli educati intellettuali benestanti tipo moderni Goethe, che sanno come e sino a che punto godersi l’inestimabile bene culturale. Ma visto che non è così, né può esserlo in questo mondo, magari riflettere sugli spunti positivi del “percorso verso la città” dei villaggi commerciali moderni aiuta. Opinione strettamente personale, ma mi pare più fondata e realistica di tante altre (f.b.)

Tempio dello shopping, paradiso del consumo todo modo. L’outlet è la terra promessa dello sconto. La vetrina del lusso democratico, dell’esclusività che non esclude.

Una medina del tempo libero nel senso più autentico del termine, quello di città oasi, di rifugio di mercanti, di location suggestiva. Queste cittadelle consacrate alle divinità del mercato sono la nuova Mecca del desiderio dove i pellegrini del look compiono il loro cammino rituale per ottenere la grazia di un guardaroba griffato senza doversi svenare. È la versione consumistica dell’indulgenza. E a concederla sono i capricciosi numi della domanda e dell’offerta.

Gli outlet che stanno cambiando la geografia dello stivale, dalle Alpi alle Madonie, sono in realtà dei set multifunzione che mescolano passato e presente, realtà e fiction, turismo e affari, socialità e divertimento. Più glamour dei normali ipermercati, questi santuari del superfluo che diventa indispensabile sono l’ultima generazione dei parchi a tema. Figli pentiti dei non-luoghi, hanno trasformato il vuoto dei padri in un pieno straripante. E sono diventati iperluoghi. Zippati di attrazioni, di occasioni, di sollecitazioni, di tentazioni. E di relazioni.

Come suggerisce la parola stessa. Che ha una serie di significati che vanno molto al di là del centro commerciale. Perché in inglese outlet, prima di indicare in senso figurato uno spaccio, è una canaletta elettrica, ovvero uno snodo fatto di collegamenti e di passaggi, di uscite e di entrate, un luogo di contatti e di connessioni, un alternatore di correnti, un trasformatore di energia. Basta riflettere su questo significato perché l’analogia con l’antica agorà si accenda come una lampadina. Erano proprio la concentrazione e l’interconnessione spaziale tra flussi economici, sociali e religiosi a fare del centro della polis un iperluogo. Dove si poteva trovare di tutto, dal tempio al mercato, dai rapporti umani ai contatti politici. Ma anche trascorrere il tempo libero, andare a teatro, godersi lo spettacolo dei prestigiatori e dei ciarlatani, ascoltare i citaredi di strada, interrogare gli oracoli. Una forma sociale che si rifletteva in una forma spaziale e viceversa. L’agorà era l’outlet della democrazia nascente. Mentre gli outlet sono le agorà della democrazia mutante. E riflettono nella loro struttura paradossale, nella loro architettura iperreale, nella loro urbanistica da Luna park, le metamorfosi della cittadinanza globale.

E del resto la stessa parola spaccio ha in sé l’idea della connessione, dell’in ma anche dell’out, mittente e insieme destinatario, in quanto deriva da dispaccio, nel senso di spedizione. Come dire che comprare non è solo portar via qualcosa. E che nella merce si nasconde sempre una relazione incarnata. Anche nel più anonimo degli acquisti c’è un rapporto con l’altro, perfino quando quest’altro non è che l’ombra del nostro desiderio, il Narciso che è in noi. Non a caso nelle lingue indoeuropee i verbi dare e ricevere, che sembrerebbero opposti, hanno la stessa radice do. Lo provano espressioni apparentemente contraddittorie come dare un ricevimento. In altri termini, dare è sempre anche prendere, ovvero un rapporto a due. O più.

Questo valore arcano della merce, di ogni merce, che è la traccia dell’altro, la sua ammirazione, la sua invidia, il timore del suo sguardo che ci giudica, insomma la reciprocità del vedere e dell’esser visti, celebra negli outlet le sue liturgie. Come fa da sempre ogni rito che si costruisce spazi sacri a sua immagine e somiglianza, i templi più adatti a custodire lo scintillio dei suoi idoli.

Ecco perché in questi sancta sanctorum dell’opulenza la fantasmagoria delle merci, per dirla con Walter Benjamin, si manifesta oggi in una sorta di ipertrofia della riproducibilità tecnica, in una clonazione miniaturizzata del mondo, in una mimesi generalizzata che è di fatto una presa di possesso dell’intera realtà. Ridotta a mercato o meglio trasformata in un immenso ipermercato sceneggiato. Borghi rinascimentali, paesini appenninici, città d’arte, siti archeologici, villaggi che sembrano fatti con il Lego. E addirittura cittadine stile rinascimento veneziano con piazze, portici e barchesse, come quelle delle ville palladiane del Brenta. Ogni particolare replicato alla perfezione per offrire ai clienti un incentivo ludico ai loro acquisti. Così l’economia diventa forma mentis e allarga sempre più i confini della merce ma in compenso restringe sempre più quelli del mondo. Fino a farli coincidere. Ingigantimento e miniaturizzazione, lo dice Lévi-Strauss, sono i procedimenti del mito e del rituale che costruiscono modelli ridotti della realtà e con pezzi di realtà, facendone una scena illusionistica, un come se, un bricolage da pop art. Non diverso da quello che fa l’arte contemporanea che non a caso è spesso indistinguibile dalla merce.

Ecco perché queste acropoli dello sconto non sono semplicemente luoghi di transito di una folla solitaria di consumatori "shopaholici". Sono tutto il contrario dei non-luoghi, ammesso che i non luoghi siano mai veramente esistiti e non siano invece la svista di uno sguardo sociologico volto più al passato che al presente. No, gli outlet, che ci piaccia o no, sono più che luoghi. Siti ad alta densità simbolica che ci costringono a rimettere in questione le nostre categorie spaziali. I confini fra dentro e fuori e soprattutto tra centri e periferie. Sono i poli della topografia dello spazio sociale che accompagna la mutazione antropologica del nostro tempo. Nuovi trasformatori di relazioni economiche, ma anche generatori di correnti antropologiche. Queste risparmiopoli suntuarie sono figlie del low cost ma non solo. In realtà riflettono un cambio di scena della modernità, sono un sintomo di quella tendenza alla delocalizzazione, delle imprese, delle persone e anche dei luoghi, che attraversa economia e società. E soffia sul pianeta come un vento nomade, come l’alito irresistibile di un Eolo dei mercati alla ricerca di terre promesse. In realtà gli outlet sono l’effetto di una delocalizzazione della storia, che si trasferisce fuori porta dove i costi sono più bassi. E avvia un turn over epocale destinato a fare delle periferie di oggi i centri di domani.

Non a caso queste disneyworld del fasto attraggono milioni di visitatori. C’è chi ci va per una gita domenicale. Chi per accompagnare i bambini – tra un acquisto e l’altro – a passeggiare nelle strade della Roma imperiale, tra fori e suburra, tra cashmere e porchetta. Ma c’è anche chi va all’outlet per passare una giornata diversa, per incontrarsi con gli amici, per riempire il vuoto del tempo libero. Mille ragioni individuali per quello che è diventato un rito di massa che sta riscrivendo usi e consumi del paese, ma anche le sue mappe. Trasformando spazi residuali, luoghi di transito, no men’s land, come gli svincoli autostradali, le adiacenze degli aeroporti, le aree industriali dismesse in altrettante Bengodi della griffe. Nate da un disegno a tavolino. Dove funzioni e passioni, desideri e sogni sono già immaginati nel progetto. L’outlet è la città del sole dell’umanità interinale. L’utopia realizzata a pochi chilometri da casa.

Nota: naturalmente, per chi se li fosse persi o dimenticati, il riferimento è agli articoli sull'emergere degli outlet village comparsi in questo sito cinque o sei anni fa, e ancora disponibili

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