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Rimane, nel DDL “semplificazioni”, il “silenzio assenso” alle trasformazioni del paesaggio, con la mortificazione delle Soprintendenze. (Ben altra revisione esige la disciplina della “autorizzazione paesaggistica” secondo il vigente articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio).

Non è questo DDL “semplificazioni” che introduce il “silenzio assenso” delle soprintendenze alle trasformazioni del paesaggio tutelato, ma certo lo consolida, con l’aggravamento che estende anche alla disciplina a regime l’accorciamento dei tempi dati alla soprintendenza per esprimere il suo parere, che sono quelli (quarantacinque giorni) della vigente disciplina transitoria, destinata per altro (per le ragioni che ora diremo) a durare a lungo. Non vale obbiettare alla risentita protesta collettiva di non aver letto con attenzione il testo dell’art. 13 di un DDL clandestino, che non è stato ancora presentato al parlamento, né si sa che vi sia stata al riguardo l’autorizzazione del presidente della repubblica. Ma ben fondata è la smentita alle affrettate assicurazioni del ministro Ornaghi sui nuovi presidi che la modifica avrebbe introdotto a difesa della integrità del paesaggio e sulla soppressione del barbaro meccanismo del “silenzio assenso”, che invece è espressamente confermato.

Il ministro di un governo tecnico si è infatti smarrito nella complessa costruzione tecnica del vigente articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio (il DDL lo intende appunto modificare) che disciplina il rilascio della autorizzazione paesaggistica, affidato alla competenza della regione e dell’ente sottoordinato da essa delegato, nella quasi generalità dei casi il comune, che si pronuncia su parere della soprintendenza. Parere vincolante soltanto nella disciplina transitoria, finché cioè la regione non abbia adeguato il proprio piano paesaggistico al “codice” come messo a punto nel 2008, finché il comune non abbia adeguato il proprio piano regolatore al piano paesaggistico adeguato e la soprintendenza non abbia certificato la correttezza di tali adempimenti. Nessuna regione ha ancora adeguato il proprio piano paesaggistico e dunque è destinata a persistere a lungo nel tempo questa disciplina transitoria che dà alla soprintendenza quarantacinque giorni per esprimere il suo parere vincolante e dispone che il comune, se la soprintendenza non lo abbia reso, possa indire una conferenza di servizi (per una pronuncia nel termine perentorio di quindici giorni) e in ogni caso provveda sulla domanda di autorizzazione paesaggistica “decorsi sessanta giorni dalla ricezione degli atti da parte del soprintendente”. Il DDL da questo comma 9 dell’articolo 146, che disciplina il regime transitorio della autorizzazione, si limita a sopprimere la fase della facoltativa conferenza di servizi (all’evidenza in concreto impraticabile per la concentrazione dei tempi), sicché rimane per altro confermato il drastico taglio dei tempi dati alla soprintendenza per il parere (quarantacinque giorni) e la presunzione di legge che il silenzio della soprintendenza vale assenso preventivo a come andrà a provvedere l’autorità competente (il comune delegato dalla regione). Dunque è confermato il “silenzio assenso”, tal quale era uscito dalla conclusiva revisione del codice nel 2008, che mortifica, anzi in concreto vanifica, il ruolo della soprintendenza (l’istituzione caricata del compito e della responsabilità di rappresentare l’interesse nazionale alla “tutela”) nella concreta gestione delle trasformazioni del paesaggio, e perciò si espone a ben fondati (già riconosciuti dal giudice delle leggi in tema di “tutela”) rilievi di legittimità costituzionale.

Lo stesso meccanismo di “silenzio assenso” il DDL conferma nella disciplina a regime della autorizzazione paesaggistica (nel comma 5 del medesimo articolo 146), ma, conformemente al regime transitorio, dimezza i novanta giorni qui previsti per il parere della soprintendenza; insieme conferma nella disciplina a regime la natura non vincolante di questa consulenza, come aveva preteso la conferenza delle regioni da un ministero intimidito, a conclusione della revisione del Codice nel 2008. Sola, allora, Italia Nostra denunciò l’assurdo abbattimento del ruolo consultivo della soprintendenza, non certo giustificato dai previsti e certificati adeguamenti normativi dei piani paesaggistici e dei piani regolatori, che esclude in pratica la istituzione statale della tutela dalla applicazione della disciplina delle trasformazioni del paesaggio (dai doverosi controlli al riguardo), per affidarla alla competenza esclusiva di regione e comune delegato.

E’ vero dunque che l’unica rilevante modifica alla normativa della autorizzazione paesaggistica proposta dal DDL sulle “semplificazioni” è quella della riduzione a quarantacinque giorni del termine dato alla soprintendenza per il suo parere nella disciplina a regime (conformemente, ripetiamo, a quella – vigente - transitoria), ma ben fondata è la affermazione (non solo che questo taglio dei tempi è irragionevole perché frustra in pratica l’esercizio del ruolo, ma innanzitutto) che la materia della tutela del paesaggio è ribelle ai propositi e al disegno generale di meccaniche semplificazioni nell’azione della pubblica amministrazione, mentre la disciplina della autorizzazione paesaggistica (l’articolo 146 del “codice”) esige ben altra revisione con il rafforzamento del ruolo consultivo della soprintendenza, cui debbono essere dati tempi ragionevoli di deliberazione per la formazione di pareri in ogni caso determinanti nella gestione delle trasformazioni dei paesaggi tutelati (si dica determinanti, meglio di vincolanti, per escludere il temuto ruolo subordinato di regione – comune nel rilascio della autorizzazione paesaggistica e per affermare invece il paritario concorso delle due istituzioni e il necessario consenso di entrambe ad ogni rilevante trasformazione dei paesaggi tutelati).

Il governo Monti riuscirà dove non è riuscito il governo Berlusconi, cioè a rendere ancora più deboli e magari annullare i vincoli paesaggistici e ambientali esistenti sulle aree protette? Dalle notizie di oggi sul nuovo testo sulla Semplificazione pare proprio di sì. La eliminazione del silenzio-rifiuto e la sua sostituzione col silenzio-assenso qualora le soprintendenze ai beni architettonici e paesaggistici non riescano a dare una risposta entro 45 giorni avrà effetti devastanti su quanto resta del Belpaese. Il governo Monti e per esso il ministro Lorenzo Ornaghi e il sottosegretario Roberto Cecchi non possono non sapere che il personale tecnico delle Soprintendenze è stato ridotto all'osso e deve (o dovrebbe) esaminare e sbrigare, già oggi, almeno 4-5 pratiche al giorno con un picco incredibile di pratiche edilizie per Milano e la Lombardia. Quindi la richiesta di una risposta nel termine di un mese e mezzo pena il silenzio-assenso significa dare in pratica via libera a tutte le domande di concessione edilizia, alle lottizzazioni ai nuovi insediamenti industriali anche all'interno di aree vincolate. Cioè una incredibile colata di nuovo cemento laddove già edilizia di speculazione e edilizia abusiva hanno massacrato territorio e paesaggio. Tutto ciò mentre lo stesso governo Monti, tramite il titolare dell'Agricoltura, Mario Catania, presenta un disegno di legge contro il dissennato consumo di suoli liberi, in maggior parte agricoli... Tutto ciò mentre gli stessi costruttori più avveduti puntano sul restauro-recupero del patrimonio edilizio esistente. C'è da restare trasecolati di fronte a tanta incoerenza, a tanta arretratezza. Siamo davvero ai brandelli d'Italia. Ma naturalmente si vuole rilanciare il turismo. Di incoerenza in incoerenza, di insipienza in insipienza si spalanca la porta ad una nuova barbarie vestita da Sviluppo semplificato, da norma tecnica.

Ernesto Galli della Loggia ha colto l’occasione delle sue vacanze in Calabria per rendersi conto della salute delle coste, del paesaggio ed in generale del patrimonio culturale del nostro Paese. Ha dunque meritevolmente espresso tutta la sua indignazione sulle pagine del «Corriere».Ha anche indicato senza indugi coloro che ritiene i responsabili del disastro e la soluzione da adottare. I colpevoli senza appello sono una masnada di praticoni e di incolti amministratori locali. Basterebbe dunque attribuire allo Stato centrale competenze e poteri. Ora, Galli della Loggia indica una dinamica almeno trentennale alla quale si è aggiunto il turbo dello pseudo-federalismo leghista al governo. È indiscutibile infatti il nesso tra sfascio del paesaggio e la politica dei condoni, del federalismo demaniale e dello sviluppo affidato al «piano casa», al tempo in cui tale politica figurava tra le priorità del governo.

Ci pare che il grado di vigilanza, da parte di alcuni importanti opinionisti, fosse allora molto modesto. Certo, ci sono gravi responsabilità di amministratori locali e di una certa impresa privata. Lo stesso centrosinistra deve fare profonda autocritica e rivedere presto alcune scelte legislative ed alcune pratiche amministrative assai diffuse. Ma c’è stata una filosofia che Berlusconi ha incarnato appieno e che ha deliberatamente ignorato la necessità della tutela e della produzione culturale così come dello sviluppo sostenibile. La soluzione di centralizzare tutto, dettata forse da un tardivo senso di colpa, è tuttavia anch’essa improponibile. Il Pd lavora invece a ridefinire un più chiaro equilibrio tra livelli di governo, semmai unificando la formazione dei funzionari pubblici responsabili del patrimonio culturale.

L’indirizzo deve essere netto: basta condoni e consumo di suolo. Le Regioni devono dotarsi senza più perdere tempo dei Piani Paesaggistici. I comuni e gli enti locali non debbono più essere costretti a trovare risorse finanziarie per investimenti e servizi essenziali dagli oneri di urbanizzazione. Soprattutto a regole chiare non deve più seguire la diffusa pratica della deroga. La nostra visione, anche su questi temi, deve saper coniugare la più sana tradizione autonomista con la capacità di tenere unito il Paese e l’Europa.

Centinaia di chilometri di coste distrutti da ogni genere di abusivismo. Centri urbani stravolti da una crescita cancerosa. Il degrado spicca in Calabria, ma il quadro non è molto diverso nel resto d'Italia, in Val d'Aosta come sulle Riviere liguri. Paradossalmente l'unico Paese che nella Costituzione si proclama tutore del paesaggio assiste impassibile al suo massimo strazio.

Così scriveva ieri sull'editoriale del Corriere Ernesto Galli della Loggia. E Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro dei Beni culturali, «condivide totalmente» la sua denuncia: lo scempio del paesaggio italiano è il risultato della pessima qualità delle classi politiche locali e della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale.

«Uno degli atti più sciagurati compiuti nel nostro Paese — sostiene lo storico dell'arte 73enne — è la riforma del Titolo V della Costituzione. La Repubblica, che dovrebbe tutelare il paesaggio e i beni artistici, di fatto non è più una, diretta dal centro, ma un guazzabuglio di tutto: le regioni, le province, i comuni, fino ai consigli di quartiere. Istituzioni governate il più delle volte da personaggi mediocri, con le conseguenze che vediamo».

Ne è talmente convinto, Paolucci, da farne quasi un punto di autocritica rispetto alla propria passata attività ministeriale nel governo Dini, tra il 1995 e il 1996. «Fossi di nuovo ministro — afferma lo studioso — mi impegnerei ancora di più per frenare la deriva particolaristica che è seguita alla pessima riforma costituzionale del 2001. Forse allora non riuscii a immaginarne del tutto le implicazioni e le conseguenze».

Prima della riforma un sovrintendente rispondeva al governo centrale; mentre nel sistema attuale, con i poteri di tutela distribuiti tra i vari livelli locali, le competenze sono frammentate, i poteri dei tecnici ridimensionati e, in caso di contenziosi, il Tar dà quasi sempre ragione agli enti locali. Con l'effetto di intimidire ancor più l'azione dei controllori.

Eppure i sovrintendenti sono stati spesso accusati di essere, a loro volta, un centro di potere che paralizza ogni trasformazione urbanistica. «Certo, è l'eterna accusa di bloccare tutto, di essere nemici della modernità. Ma è un'accusa ingiusta. Il mestiere dei sovrintendenti è controllare. E, quando si controlla, a volte si deve bloccare. È una missione svolta per tutti. La tutela dei boschi dell'Aspromonte o degli acquedotti laziali interessa tutti gli italiani, anche quelli di Bolzano. Interessa la patria, e pazienza se a qualcuno la parola non piacerà o sembrerà retorica. Non lo è».

A proposito di parole. Le brutte cose, così come le belle, tendono a trasferirsi nel linguaggio, rivelando talvolta sinistre mutazioni culturali. Il degrado ambientale, sottolinea l'esperto, ha contaminato anche la lingua italiana. «Tanto che il termine "paesaggio", forse perché rigoroso, o considerato elitario, è stato sostituito con il più comodo concetto di "territorio", che implica utilizzo, sfruttamento, svincoli, parcheggi. Una parola amata da assessori e geometri, ma anche da molti urbanisti. E "godimento" è stato rimpiazzato da "fruizione", riducendo la Venere del Botticelli alla stregua di un servizio pubblico (di cui, appunto, si fruisce) o di un'esenzione fiscale».

Che fare? Il direttore dei Musei Vaticani ritiene che si debba «rimettere la palla al centro», restituendo potere all'amministrazione dello Stato, un'amministrazione che venga opportunamente riqualificata. Ma la vera sfida è coordinare gli interventi tra i vari ministeri: dai Beni culturali allo Sviluppo economico. «L'Italia è la repubblica delle individualità, un connotato che rappresenta la sua bellezza. Siamo il luogo delle differenze. Dobbiamo impegnarci a salvaguardarle ma in un quadro di coordinamento centrale».

Quasi un ossimoro, Paolucci lo sa bene. Da dove può arrivare la conciliazione di questi due estremi? La tutela del paesaggio, ricorda lo studioso, nasce in Italia cinque secoli or sono, quando Papa Leone X Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, crea la potestà normativa dei beni culturali affidandone la sovrintendenza a un «tecnico». Ma non a un tecnico qualunque: a Raffaello. Così nasce la «civiltà italiana della tutela». Gli altri due momenti essenziali, nel Novecento, sono la legge Bottai del 1939 («opera del miglior ministro dell'Italia moderna») e l'articolo 9 della Costituzione, anch'esso unico al mondo.

Tutte azioni figlie di grandi personalità intellettuali. Grazie a quelle leggi, grazie a quell'operato, il patrimonio culturale italiano è arrivato quasi intatto fino a noi. Da un certo punto in poi però il Paese non è stato più in grado di tutelarlo, nelle stagioni della crescita economica. La recessione, pur con tutti i suoi mali, potrebbe forse spingere brutalmente verso qualche ripensamento benefico, anche per l'economia. «O almeno c'è da augurarselo».

Postilla

Fra gli adepti della difesa del nostro martoriato paesaggio, registriamo dunque un altro arrivo, quello dell’ex ministro per i beni culturali. Di irrilevante azione in quel ruolo (e però in ottima compagnia, da questo punto di vista), l’attuale direttore dei Musei Vaticani fu per molti lustri sovrintendente fiorentino del polo museale e vero dominus della politica culturale della città. Con risultati non certo indimenticabili, visto il lunghissimo sonno che caratterizza le istituzioni fiorentine dal punto di vista della produzione culturale.

Da circa tre decenni, durante i quali non solo nulla è stato fatto per contrastare l’affermazione di quell’one company town (definizione dello stesso intervistato) responsabile dello stravolgimento e del degrado del centro storico fiorentino, ma pieno è sempre stato il concerto con quelle classi politiche locali che nell’articolo si definiscono di pessima qualità, in generale, come peraltro le inchieste della magistratura stanno dimostrando nel caso specifico.

Se il centro di Firenze è un immane suk a cielo aperto e gli Uffizi sono ridotti ad un bancomat per denaro pronta cassa e per opere d’arte da spedire in giro per il mondo a coronamento dei più improbabili eventi, i responsabili vanno cercati non solo a Palazzo Vecchio.

Come eddyburg sostiene da sempre, è perfettamente vero che la realizzazione di un federalismo improvvisato e mirato esclusivamente a scopi predatori ed elettorali è causa primaria del degrado del nostro paesaggio e del nostro patrimonio culturale, ma occorre cominciare a dire che questa resa dello Stato è avvenuta spesso con l’acquiescenza e il vero e proprio aiuto della sua classe dirigente, disponibile, ben oltre il mandato istituzionale, ad accordi di ogni tipo con i politici locali. Si è trattato, e parlo dei più alti livelli, di una vera e propria trahison des clercs di cui bisognerà cominciare a scrivere la storia.

Come – parallelamente – sarà utile esercizio verificarne gli atteggiamenti di disponibilità, ai limiti della sudditanza o peggio, nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, alle quali sono state fatte e si continuano tuttora a fare concessioni indebite a danno del patrimonio della nazione e quindi di noi tutti.

Il federalismo di cui si denunciano ora i danni, insomma, non è solo un perverso meccanismo istituzionale che ha costretto alla cessione di poteri e deleghe, i buoni – lo Stato – a vantaggio dei cattivi – gli enti locali.

Altre realtà nazionali dimostrano che i processi di decentramento possono essere governati in modo da produrre un vantaggio per i cittadini in termini di maggiore efficienza della pubblica amministrazione.

In Italia, invece, questa denominazione è in realtà servita a coprire nè più meno, nè meno che la svendita del patrimonio di tutti – che fosse il territorio, o i beni culturali o i servizi sanitari - a vantaggio, personale e familistico, di pochissimi: speculatori privati, politici locali e nazionali e boiardi di Stato. (m.p.g.)

Sono un bene comune, ma costituiscono un affare privato. Anche se appartengono giuridicamente allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, le spiagge italiane vengono sfruttate – sul piano ambientale ed economico – da 30 mila aziende titolari delle concessioni demaniali con un esercito di 600 mila operatori, compresi quelli dell’indotto. Dal 2001 a oggi, gli stabilimenti sono più che raddoppiati, passando da 5.368 a circa 12 mila, fino a occupare 900 chilometri di costa: un quarto di quella adatta alla balneazione, su un totale di ottomila chilometri. In pratica, uno ogni 350 metri, per un’estensione complessiva che arriva a 18 milioni di metri quadrati. A fronte di oneri concessori nell’ordine dei 130 milioni di euro all’anno a favore dell’erario, il fatturato di questa “industria delle spiagge” varia dai 2,5 miliardi dichiarati dai gestori (i contribuenti italiani più “poveri”, con una media di 13.600 euro a testa) ad almeno uno di più stimato dalla Guardia di Finanza, per raggiungere i 6-8 ipotizzati da alcuni esponenti ambientalisti.

È contro lo sfruttamento intensivo di questo patrimonio pubblico che il Wwf diffonderà oggi un nuovo dossier, presso la Riserva naturale delle Cesine, in Puglia, sulla costa salentina. Contemporaneamente, inizieranno i lavori di bonifica e rimozione dei rifiuti stratificati da anni lungo l’arenile, al confine dell’area. In poche settimane, la spiaggia tornerà così al suo originario splendore. «Questa è una giornata importante che ci permette di ringraziare tutti gli italiani, gli amici e i partner che hanno contribuito alla campagna “Un mare di Oasi per te”, presentando il risultato concreto della loro partecipazione», dice Gaetano Benedetto, direttore delle Politiche ambientali dell’associazione.

E ora il Wwf chiede di condividere con la Regione e gli altri enti locali un progetto di manutenzione costante, per garantire la bellezza e la vivibilità della spiaggia. Un fenomeno particolarmente allarmante riguarda la progressiva scomparsa delle dune di sabbia, “costruite” nel tempo dall’azione del vento e invase ormai dalle file di ombrelloni e sedie a sdraio, dai chioschi, dai campetti di calcio o beach-volley. Nell’ultimo mezzo secolo, si sono ridotte da una lunghezza complessiva di 1.200 chilometri a circa 700. Ma quelle ancora “attive”, in grado cioè di svolgere la loro funzione naturale di barriera protettiva, coprono appena 140 chilometri.

In un periplo ideale della Penisola, il Wwf presenta un check-up generale delle spiagge nelle quindici regioni costiere italiane. L’associazione ambientalista ha accertato così che nella maggior parte dei casi non è stata stabilita neppure una percentuale minima di arenile da riservare alla libera balneazione. Anche la “fascia protetta” di cinque metri dalla battigia molto spesso è più affollata di una strada dello shopping e diventa quindi impraticabile. La Regione più virtuosa risulta la Puglia, con una quota di spiagge libere pari al 60 per cento del litorale, comprese però le foci dei fiumi e le infrastrutture, come i porti. Altrove, si aggira intorno al 20-25 per cento. Ma in genere la competenza viene delegata ai Comuni e ognuno si regola come crede. Qui manca il Piano paesaggistico regionale, lì non esistono norme, né programmi specifici per la tutela delle coste. In questo bailamme, c’è perfino chi propone in Parlamento di estendere le concessioni demaniali da 20 anni a 50, con il rischio di favorire così la trasformazione di strutture stagionali in impianti fissi o addirittura in edifici, stimolando un’ulteriore cementificazione del litorale. Eppure, dal 2006 una direttiva comunitaria sulla circolazione dei servizi - che prende nome dal politico ed economista olandese Frederik Bolkestein – impone la modifica di questi contratti con lo Stato, in base alle regole della concorrenza. Evidentemente, una spiaggia assegnata in concessione a un privato per mezzo secolo non sarà mai più pubblica né tantomeno libera.

Il paesaggio mantovano di Andrea Mantegna è salvo. Non finirà sotto il cemento la sponda del fiume Mincio che il maestro raffigurò nella Morte della vergine, un dipinto del 1462, ora al Prado di Madrid: il Consiglio di Stato ha pubblicato la sentenza con la quale dichiara validi i vincoli posti dalla Soprintendenza e dalla Direzione regionale dei beni culturali della Lombardia, vincoli che rendono inedificabile l’area. E ha rigettato il ricorso di una società immobiliare, la Lagocastello, che lì voleva costruire un quartiere di centottantamila metri cubi - duecento villette, alberghi e altri edifici per milleduecento abitanti.

Si chiude con una sentenza lunga e argomentata, firmata dal presidente della VI sezione Giuseppe Severini, una storia tortuosa che ha diviso Mantova, condizionando anche le vicende politiche e amministrative della città (un sindaco di centrosinistra, Gianfranco Burchiellaro, autorizzò l’intervento, il successivo sindaco, sempre di centrosinistra, Fiorenza Brioni, lo bloccò). L’area interessata dal progetto è proprio di fronte alle mura della città, di fronte al Palazzo Ducale e al Castello di San Giorgio, in un contesto di paesaggio naturale e urbano che racchiude i valori del Rinascimento italiano.

Ed è proprio sulla presenza di questo doppio elemento - natura ed edifici - che si sono

fondati i vincoli posti dalla Soprintendenza e dalla Direzione regionale dei Beni culturali. Anche le sponde del fiume Mincio, che in quel punto si allarga diventando un lago, sono opera dell'uomo e sono modellate in maniera da costituire un sistema che va conservato nella sua interezza, come se fosse un monumento: questo è scritto nel decreto di vincolo.

E a questo elemento il Consiglio di Stato ha dato molta importanza. L'integrità del complesso paesaggistico e la sua percezione verrebbero stravolte dalle costruzioni. Dunque i vincoli vanno mantenuti, scrivono i giudici. Ora i proprietari dell’area annunciano ricorso alla Corte Europea. Ma intanto il paesaggio di Mantegna non verrà intaccato da nessuna villetta.

Caro Segretario,

grazie di essere venuto all’incontro con Sandra Bonsanti e Gustavo Zagrebelsky, grazie di aver provato a rispondere alle loro e nostre domande, e grazie per i tratti di umanità e simpatia che specie in conclusione trapelavano dalle sue parole. Naturalmente questo ringraziamento introduce una delle mille domande che ancora molti di noi avrebbero voluto rivolgerle – perché è importante che anche da queste nostre domande emergano infine quelle “dieci parole” che devono, secondo il suo pensiero, riassumere le cose da fare, secondo un “progetto di società” che coloro che sceglieranno di votare Pd possano riconoscere come proprio. E’ importante che quelle dieci parole siano davvero scelte con la massima cura – e anche con la massima attenzione a tutte le domande sensate che salgono dai cittadini. Sarebbe bello se questa mia questione non fosse che la prima di una nuova serie, che vada ad aggiungersi a tutte quelle che le sono già state proposte, o a rinforzarle, sfaccettarle, precisarle….

La questione che vorrei sollevare prende avvio dal suo discorso iniziale, nel quale ha accennato a una serie di problemi con cui la cittadinanza e dunque la politica si scontrano, qui ed ora, ma che non nascono qui. Vengono da decisioni prese “altrove” – altrove rispetto ai luoghi deputati della politica “nazionale”, le istituzioni dello Stato, il Parlamento, i partiti. E ha fatto esempi calzanti e familiari – la finanza, il lavoro. Ne ha fatto un terzo che invece non è calzante: l’ambiente.

Non sono un’ambientalista – me ne mancano tutte le necessarie, complesse competenze – ma proprio questo è segno che la questione, DA NOI, non è certamente un lusso per nicchie verdi e nemmeno per no-global, no Tav, no-men di professione. DA NOI, è una questione che le comprende quasi tutte: perché è una questione che punta il dito su quello che non esiterei a chiamare il suicidio morale di una nazione, l’aspetto terribilmente visibile della catastrofe morale e civile che si misura in tasso di corruzione e crescita della zona grigia di contiguità fra politica e – purtroppo – criminalità, più o meno organizzata.

Non sono un’ambientalista anche nel senso che non sono “solo” tale, e lo dico per pregarla, Segretario, di non far spallucce come se fosse una questione di lusso, una questione secondaria nel disastro in mezzo al quale ci troviamo. Di non fare come da sempre fa in questo nostro Paese la sinistra, per la quale la bellezza (l’aspetto visibile di quell’”ordine” che i disastri ambientali distruggono) è un lusso, e prima viene il necessario. La bellezza non è un lusso e la sua distruzione ha lo stesso significato della distruzione di tutti gli altri beni senza i quali semplicemente non vale la pena di vivere. E per i quali, invece, il pane quotidiano è un mezzo (non di solo pane vive l’uomo): la giustizia, la libertà, la ricerca del vero. L’idea che la bellezza sia un lusso ha fatto a questo nostro Paese più danno – infinitamente di più – di qualunque attardata nostalgia di “socialismi reali”, centralismi “democratici” e altre eredità da un pezzo dismesse dalla sinistra italiana. Mentre quell’idea resta purtroppo un’ovvietà mai dismessa dal suo arsenale mentale.

Non sono un’ambientalista, e perciò l’ambiente che ci circonda qui, in Italia, preferirei chiamarlo, con Salvatore Settis, il paesaggio storico, che comprende tanta parte di beni “comuni” – naturali e culturali. Ecco: Zagrebelsky insisteva sulla necessità di chiarire cosa fa la differenza, nelle parole e nei programmi che il Pd proporrà, perché nessuno direbbe “abbasso il lavoro” o “distruggiamo l’ambiente”. Ecco allora una parola nuova e una battaglia specifica, che uno studioso di fama internazionale come Settis propone da molto tempo, pubblicamente e quotidianamente. Ma perché né il Pd né il governo dei “tecnici” sembrano essersene accorti? Perché abbiamo ai due ministeri che per l’Italia sono infinitamente importanti, quelli dell’ambiente e dei beni culturali, due ministri che meno “tecnici”, cioè esperti e appassionati dei problemi specifici, non si può? Cosa ha fatto il Pd perché così non fosse?

Dopo queste tre negazioni potrà immaginare la mia questione senza – speriamo – subito rimuoverla: qual è la linea del Pd sull’ambiente italiano, o meglio sui nostri paesaggi storici – se ce ne è una? I nostri paesaggi storici: vale a dire il volto stesso del nostro Paese, la nostra identità, il nostro marchio di valore agli occhi del mondo, la nostra residua risorsa economica, il (già scarso) futuro dei nostri figli, e inoltre e più in profondità il nostro e loro nutrimento spirituale e culturale, la nostra radice. Ma anche qualcosa che non appartiene a noi, e tanto meno a ciascuna regione o provincia o comune, ma in alcuni casi all’umanità intera. Questo nostro volto, caro Segretario, noi da una ventina d’anni a questa parte lo stiamo distruggendo, con una sistematicità, un’intensità, una rapidità che non ha eguali nei decenni precedenti, compresi gli anni del boom e gli edonistici anni ’80. Per questo l’ho chiamato un suicidio: è l’anima del nostro Paese che stiamo svendendo agli interessi più sordidi quando va bene, e alle mafie che gestiscono l’edilizia quando va male, cioè quasi sempre.

Ne è consapevole, la dirigenza del Partito, di questo suicidio, sintomo della tranquilla disperazione di cui parlava Zagrebelsky, tanto simile agli atti autolesionistici che gli adolescenti depressi tanto spesso compiono? E come intende porvi, pur così tardivamente, rimedio? Ora per precisare davvero il senso di questa mia domanda concluderò sulle ragioni per cui ritengo del tutto inadeguato il suo terzo esempio dei “problemi che vengono da decisioni prese altrove”, oltre i limiti della vita politica nazionale.

No, Segretario, le decisioni sui nostri paesaggi storici non vengono prese altrove, ma nel cuore spesso già devastato di quegli stessi paesaggi. Le decisioni devastanti sono da vent’anni assolutamente bipartisan. Sono purtroppo molto spesso l’opera di quegli amministratori locali, anche quelli della sinistra, che – come lei ha detto – intanto si stanno facendo le ossa per ascendere a ruoli più “nazionali”, nel Partito o nelle istituzioni. Peccato che se le stiano facendo, le loro giovani ossa, a furia di lasciare che vadano in polvere le fragili, antiche ossa di questo Paese, che non sono solo quelle di Pompei o della Domus Aurea che frana. A furia di svendere spiagge e pinete e fiumi e colli e monti e legalità – in cambio di consenso, un consenso criminoso quand’anche diffuso. Con la solita scusa, quella che anche lei, stasera, sembra aver abbozzato a un accenno di Zagrebelsky in questa direzione: c’è prima la questione sociale. C’è la questione dello sviluppo, dicono sindaci e governatori. Certo: lo sviluppo come cementificazione e consumo di territorio, che poi crea semplicemente mostruosità invendibili distruggendo risorse realissime. Distruggendo il motivo per cui da tutto il mondo si veniva in Italia – che non è certo quello di contemplare baie un tempo famose ridotte a periferie industriali, profili collinari dolcissimi stuprate da autostrade e superstrade sempre più ridondanti e inutili, valli montane immortalate nei libri di viaggio dei classici europei sfasciate dalla dinamite e coperte di cemento. Debbo fare qualche esempio? Certo che ci sono lodevoli eccezioni, soprattutto in alcuni (piccoli o piccolissimi) comuni. Ma c’è una tal caterva di esempi terribili, Segretario, lo chieda a qualunque volontario di Italia nostra, vada a guardare il sito “Salviamo il Paesaggio”!

Devo proprio fare qualche esempio simbolico, simbolico tanto dell’anima di questo Paese così amato nel mondo – nonostante tutto – quanto di alcune roccaforti della “buona” amministrazione, del buon governo delle sinistre? Ecco: Assisi è “patrimonio dell’umanità”. Vada una volta a mettersi proprio di fianco al cartello che lo attesta, Segretario, e si affacci da quella terrazza a contemplare la piana sottostante. Non è molto diversa da quella di una degradata periferia semi-urbanizzata, insieme caotica, volgare e miserevole, soprattutto dove ostenta ricchezza. E questo non è una specie di crimine contro l’umanità, quell’umanità di cui Assisi è patrimonio? Oppure, Segretario, vada in Toscana, quel nostro luogo dell’anima il cui solo nome evoca sospiri di nostalgia o di desiderio in tutte – senza eccezione – le persone che ho incontrato all’estero, nelle università di tutto il mondo. Percorra in tutta la sua lunghezza la Riva degli Etruschi: vi troverà una percentuale di “porticcioli turistici” alta come quella del Lazio – infame e ridicola, uno ogni tre o dieci chilometri: e sa di cosa parlo, vero? Immani cementificazioni che sono nella maggior parte dei casi non solo non-funzionali come porti, ma totalmente fallimentari sia dal punto di vista commerciale che da quello immobiliare. Si figuri che a Cecina stanno addirittura spostando la foce del fiume, per far posto a un’opera enorme, che aggraverà enormemente il già gravissimo problema dell’erosione costiera (decine e decine e decine di metri di spiaggia e pineta mangiati in pochi anni). Con una diga marina, la distruzione di due spiagge e relative pinete, l’installazione di quaranta centri commerciali, residences, un numero spropositato di box e perfino un eliporto, e il tutto lo sa dove, Segretario? In Riserva Naturale di Stato (Tomboli di Cecina) e Area Regionale Protetta (ANPIL Fiume Cecina). E cosa dice l’ottimo Presidente della Regione Toscana? Disse, dopo le alluvioni di quest’inverno: mai più costruzioni sull’alveo dei fiumi! Ma cosa fa la Regione Toscana? Dice sì all’accordo fra il Comune di Cecina che regala la foce, e l’azionariato privato che la riceve per farsi il porto, che per di più ottiene gratis lo scavo del fiume, perché la sabbia (velenosissima, inquinata dalla Solvay) verrà riciclata per un’improbabile rinascimento della spiaggia che resta, e questo si può fare col programma anti-erosione della Comunità Europea! E a chi confida, la Regione Toscana, il controllo delle condizioni imposte per la concessione dei permessi? Al Comune di Cecina, implicato fino alle orecchie nell’operazione che dovrebbe controllare! E come risponde, l’Assessore all’Ambiente della Regione Toscana, a una sequela di obiezioni del WWF sul disastro ambientale che l’operazione provocherà (“bomba ambientale” e “stupro paesaggistico” l’hanno definita gli esperti di Italia nostra), una sequela da far tremare i polsi? Ecco come: DECRETA “Queste obiezioni non sussistono”, punto.

Perdoni Segretario se l’affliggo con questi dettagli che ho veduto e letto coi miei occhi: ma non sono queste cose un esempio terribile di complicità con la malversazione che sta facendo naufragare il Paese, con l’aggravio di essere malversazioni presentate dagli stessi che proclamano “gride” manzoniane come “mai più costruire sull’alveo dei fiumi”? Non voglio dire che ci siano consapevoli elementi di malversazione in questi specifici casi – io non lo credo, almeno. Ma c’è forse ancora di peggio: c’è una sottovalutazione talmente inconsapevole e irresponsabile di questo povero valore che ci resta, e che dovremmo tutti difendere con le unghie e coi denti, la bellezza, da far cadere le braccia. C’è un’idea profondamente e dimostrabilmente sbagliata di sviluppo. C’è assoluta ignoranza del fatto che certi paesaggi non appartengono a un comune o a una regione, ma all’umanità tutta intera. E se questi, questi toscani, ad esempio, sono per tradizione i più esperti fra gli amministratori del Pd, i più colti – come saranno gli altri? Come potremo chiedere agli onesti e ai responsabili di credere ancora alla bontà delle amministrazioni locali della sinistra?? E infine, Segretario, a chi risale quella “Legge Burlando” che ha semplificato, appunto, la concessione ovvero la svendita dei terreni demaniali per costruire porticcioli? Se non a uno che fu perfino Ministro, e le cui gesta, in quanto presidente della Regione Liguria, sono narrate nel libro di Marco Preve e Ferruccio Sansa, Il partito del cemento, Chiarelettere 2008 ? A chi si debbono, a proposito di amministratori locali, quelle “costruzioni sull’alveo dei fiumi” che hanno causato addirittura perdite di vite umane?

No, Segretario, queste decisioni non sono mai state prese altrove. Ma qui, nella mente e nel cuore dei luoghi che ne sono stati devastati, nell’opaca quotidianità degli scambi fra politica e affari, dagli eredi di quegli amministratori che per decenni avevano “salvato” il paesaggio. E che negli ultimi vent’anni hanno ceduto, come di schianto, al dilagare della malapolitica. La Spaccamaremma, l’autostrada più assurda del mondo, l’ha voluta Altiero Matteoli. Ma c’è chi dall’altra parte – dalla nostra, Segretario, e questo non è un grido di dolore, è un lungo pianto, che non ha mai risposta – si sta sforzando di fare anche di peggio. Perché? Perché non dite niente?

Lo fermerete, questo suicidio? Se non ora, quando?

Non poteva che finire così. Era una pazzia, l'idea di portare l'immondizia di Roma a settecento metri dal sito archeologico di Villa Adriana, tutelato dall'Unesco. Come avrebbe potuto Mario Monti, dopo aver tanto faticato per ricostruire l'immagine internazionale del nostro Paese, rischiare una figuraccia planetaria?Dal Palazzo di Vetro avevano già mandatoun avvertimento chiaro. Esprimendo «forte preoccupazione» per il progetto di trasformare la ex cava di Corcolle in una enorme discarica.E lasciando intendere che in quel caso il bollino dell'Unesco poteva essere revocato.E non solo perché l'olezzo di migliaia di tonnellate di spazzatura avrebbe nauseatoi turisti.

E nemmeno perché la quiete del sito, fra ulivi e cipressi secolari, sarebbe stata lacerata dalle urla dei gabbiani, abituali e chiassosi frequentatori di ogni discarica. Più semplicemente, perché non si tratta così un Patrimonio dell'Umanità: ovvio. Sarebbe stata sufficiente questa banale considerazione per evitare di farci ridere dietro ancora una volta. Questo è successo.Ma se tutto è bene quel che finisce bene, dando per scontato che la questione Corcolle sia superata (guai se ci fossero delle sorprese: non ci provino), l'incredibile storia che ci ha inutilmente esposti all'umiliazione di una raccolta di firme internazionale contro la sventurata ipotesi, dice almeno due cose. La prima è che il pasticcio di Pompei (il crollo della scuola dei gladiatori, 103 mila euro spesi per censire 55 cani randagi, la scellerata mancanza di una manutenzione quotidiana dei mosaici...) non è servito proprio a nulla. E a nulla è servita la lezione delle durissime critiche piovuteci addosso da tutto il mondo. Per togliere di mezzo una disputa ridicola come quella su Corcolle che in un Paese normale non sarebbe mai neppure iniziata, si è dovuti arrivare a un passo dall'incidente internazionale con tutti gli studiosi che ci ricordavano che il nostro patrimonio non è soltanto nostro.

Il fatto è che paesaggio e beni culturali, ovvero la «materia prima» nazionale che tutto il mondo ci invidia, sono in balia di un disinteresse pressoché totale da parte della nostra classe dirigente. Enti locali, Regioni, amministrazioni statali: con poche sfumature, hanno tutte lo stesso sconcertante atteggiamento di sufficienza. Come se i nostri tesori, anziché una risorsa, rappresentassero un problema.Certo che lo sono: per lo sfruttamento sconsiderato del suolo, per le violenze al paesaggio, per la cementificazione.Altrimenti i resti della villa dell'imperatore Adriano non potrebbero convivere con una orrenda distesa di edilizia sgangherata battezzata col nome, appunto, di Villa Adriana. Nella toponomastica ordinaria, niente altro che il nome di un disordinato sobborgo di Tivoli. Dove mancano perfino cartelli stradali ben visibili per indicare la strada ai turisti. Dice una ricerca resa nota da San Marino che mediamente il bollino Unesco fa aumentare i visitatori del 30%: a Villa Adriana, incredibile ma vero, è successo il contrario: ha avuto il prezioso riconoscimento, i turisti sono diminuiti del 42%. Scendendo fino, quelli paganti, a 109 mila l'anno, un trentesimo di quanti vanno a Gardaland.

Ma non serve nemmeno andare fino a Villa Adriana per toccare con mano la sciatteria che ha massacrato l'Italia. Basta guardarsi intorno: dalle inquietanti periferie delle grandi città agli scempi delle coste calabresi, alla distesa di capannoni senza soluzione di continuità con cui è stata stuprata la meravigliosa Pianura padana. Anche l'Istat ha certificato con apprensione, nel suo ultimo rapporto annuale, che il 7,3% del nostro territorio ormai non è più naturale. In compenso, pieni di inutili palazzine e aree industriali deserte, siamo diventati il Paese europeo meno dotato di infrastrutture essenziali.Al disinteresse si aggiunge poi una confusione decisionale insensata, frutto di una situazione che ormai strozza l'Italia. Qui può accadere che si blocchi per anni una metropolitana per la scoperta di un resto archeologico magari di secondaria importanza e al tempo stesso che un prefetto possa pensare di fare una discarica accanto a un sito Unesco.

E questa è la seconda lezione. Quello di Villa Adriana è un caso di scuola che dimostra le necessità assoluta, come già proposto ieri, di affidare le tre grandi ricchezze d'Italia a una direzione univoca. Un ministero del Patrimonio nel quale riunificare le competenze su ambiente, beni culturali e turismo, dotato di poteri concreti e gestito dai migliori: scelti sulla base di passioni e competenze. Siamo convinti, caro professor Monti, che si risparmierebbero anche un sacco di soldi.

Titolo originale: Turbine scheme provokes wuthering gale of protest – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

La frase con cui comincia Jane Eyre – “In quel giorno era impossibile passeggiare” – gli appassionati delle sorelle Brontë l’hanno assaporata chissà quante volte. Ma oggi gli abitanti del villaggio di Haworth, patria della famiglia letteraria, temono che le loro passeggiate possano diventare impossibili a causa di un rischio molto contemporaneo. È esplosa la rabbia davanti al progetto di impianto eolico da 14,5 milioni di euro nel bel mezzo delle “selvagge e meravigliose” brughiere che hanno ispirato le tre sorelle. Thornton Moor a Haworth era fonte di ispirazione sia per Emily, che Charlotte e Anne, che potevano godersi quelle straordinarie vedute durante le frequenti passeggiate dalla casa parrocchiale in cui abitavano. E oggi la Brontë Society e gli abitanti del villaggio sono esterrefatti per il progetto di quattro turbine alte circa cento metri in quel paesaggio, a fare da cornice su entrambi i lati al sentiero turistico Brontë Way.

Il consiglio di Bradford dovrebbe votare sulla proposta di installazione del primo pilone di raccolta dati la prossima settimana, e gli oppositori temono che l’intero piano possa attraversare tutto l’iter autorizzativo entro settembre ed essere realizzato nel giro di un anno. L’area di Thornton Moor è a circa sei chilometri da Haworth, dove le sorelle Brontës passarono quasi tutta la vita. Sally McDonald, che presiede il consiglio direttivo della Brontë Society, spiega: "Le brughiere devono restare intatte per le generazioni future, per le folle dei visitatori che arrivano da tutto il mondo, qui a Haworth e nello Yorkshire, interessati all’opera e al mondo delle Brontë. E siamo preoccupati per questo inquinamento visivo in un’area di interesse storico internazionale. "Haworth è già considerato un paesaggio a rischio. Le Brontë amavano moltissimo questi luoghi e la brughiera ha influenzato profondamente la loro scrittura”.

"Cime tempestose è ambientato in questa area. Quattro turbine alte cento metri sono un impatto visivo enorme. La brughiera … è davvero un luogo selvaggio e meraviglioso. Una parte speciale dello Yorkshire, e attira ogni anno quantità enormi di turisti, anche coloro che vogliono vedere gli sfondi delle opere delle Brontë: lì non mi pare si racconti di piloni eolici”.

Secondo gli oppositori le turbine saranno a meno di settecento metri dalle case del piccolo villaggio di Denholme Gate, dove tutti gli abitanti hanno firmato la petizione. Anthea Orchard, che preside il Thornton Moor Wind farm Action Group, spiega: “Devasta tutto e tutti. Ci saranno danni irreparabili al paesaggio. Cambia il nostro modo di vivere, e lo contrasteremo fino alla fine. Usano come cortina fumogena le energie rinnovabili. Il sentiero della Brontë Way, che collega tutti i luoghi storici delle Brontë, passa propri nel bel mezzo dell’impianto di turbine. Due a sinistra, due a destra. Ci colpisce tutti, siamo spaventati e furiosi. Si vedranno a chilometri di distanza, qui siamo molto in alto”.

Ma Phil Dyke, responsabile per la Banks Renewables, compagnia energetica, replica: “L’impatto visivo del primo pilone sonda a Thornton Moor è molto basso, si tratta di una struttura sottile. Discuteremo con Natural England i particolari per ridurre al minimo gli effetti ecologici”. Il progetto di impianto a Thornton Moor installa una capacità di oltre 8MW, sufficienti a coprire il fabbisogno annuo di 4.500 case.

postilla

Di altri discutibili progetti sulle Cime Tempestose questo sito aveva dato notizia tempo fa, ma oggi si aggiunge un interesse particolare: comunque vada a finire la vicenda, è questo il genere di “posizione preventivamente favorevole alle trasformazioni sostenibili ” di cui parla l’appena approvata riforma urbanistica fiore all’occhiello dei Conservatori? Ed è questo il rapporto con le popolazioni locali cercato e sbandierato non molti mesi fa con la Legge sul Localismo? Stiamo freschi! Evidentemente, con tutti i correttivi di contesto del caso, non c’è bisogno della volgare arroganza di certi campioni sviluppisti a senso unico di casa nostra, per combinare guai (f.b.)

Il primo di marzo 2012 la Giunta regionale della Campania ha adottato il disegno di legge “Norme in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio in Campania”. Si tratta di un pericoloso stravolgimento sino ad ora tentato della disciplina paesaggistica, così come scritta nella nostra Costituzione, nel Codice dei beni culturali e del paesaggio, nella Convenzione europea del paesaggio.

Un provvedimento che avrà conseguenze gravissime su un territorio fragilissimo già martoriato da decenni di illegalità, di abusivismo, di incuria, ma che nonostante tutto conserva ancora aree preziosissime.

Esplicitamente dichiarata la finalità: limitare i vincoli che gravano sul territorio per rilanciare il settore edilizio, e allo stesso tempo risolvere il problema dell’abusivismo con lo stravolgimento dei principi di legalità di sanzione e riparazione.

Ancora una volta, nel nome di un modello economico arcaico e dissipatore, si tenta l’assalto – forse definitivo – al paese dove fioriscono i limoni.

Non tutela del paesaggio, quindi, ma piuttosto una nuova puntata della discutibile avventura intrapresa con il piano casa, attraverso la quale viene sancita la rinuncia dei poteri pubblici al diritto/dovere di esercitare la sovranità territoriale nell’interesse generale.

Il disegno di legge adottato in Campania è incostituzionale, perché attraverso di esso la Regione si appropria surrettiziamente di competenze di tutela del paesaggio che l’articolo 117 della Costituzione mette esclusivamente in capo allo Stato.

E’ illegittimo perché modifica unilateralmente la pianificazione vigente, a partire dal Piano urbanistico territoriale della Penisola Sorrentina Amalfitana e ignora platealmente i procedimenti di copianificazione prescritti dal Codice.

E’ giuridicamente pericoloso e antidemocratico, perché prevede che l’approvazione del futuro Piano paesaggistico regionale – lo strumento forse più importante di governo del territorio – non avvenga in consiglio regionale, con il contributo di tutte le rappresentanze politiche, ma in Giunta Regionale, addirittura con il meccanismo del silenzio assenso.

La Campania, risorsa preziosa della Repubblica, ha bisogno non di avventure arrischiate, quanto di un governo del territorio che si fondi sulla più rigorosa tutela dei suoi paesaggi, patrimonio comune dell’Italia, dell’Europa e dell’umanità.

Le Associazioni che sottoscrivono questo appello, si rivolgono in primo luogo ai cittadini e a tutte le istituzioni e associazioni culturali campane che hanno a cuore la difesa del loro territorio, affinché richiedano con forza il ritiro di un provvedimento illegittimo e dannoso: in un momento storico particolare che impone a tutti noi assunzione di responsabilità e rispetto della legalità

sarebbe gravissimo che un’intera regione fosse consegnata ad un destino di degrado generalizzato del proprio territorio e dei principi democratici.

Al Ministro Ornaghi, in particolare, le Associazioni firmatarie richiedono un’immediata denuncia dell’illegittimità del provvedimento della regione Campania rispetto all’art. 9 della Costituzione e al vigente Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Edoardo Salzano – Direttore eddyburg

Vittorio Emiliani – Presidente Comitato per la Bellezza

Alessandra Mottola Molfino – Presidente nazionale Italia Nostra

Vittorio Cogliati Dezza – Presidente nazionale Legambiente

Ilaria Borletti Buitoni – Presidente Fai

Carlo Alberto Pinelli – Presidente Mountain Wilderness Italia

1. Dall’Unità d’Italia alla caduta del fascismo

1.1. I primi provvedimenti

L’Italia unita tarda a dotarsi di norme per la tutela dei beni culturali e del paesaggio, e ciò è dovuto non tanto alla difficoltà di definire gli oggetti da salvaguardare quanto alla concezione integralistica della proprietà, a quel tempo ancora prevalentemente considerata jus utendi atque abutendi. Secondo Giuseppe Galasso, è solo nel periodo giolittiano che la necessità di provvedere alla tutela si traduce in iniziative legislative, “in quel periodo, cioè, della sua storia nazionale in cui l’Italia varcò molte frontiere della modernità e dei congiunti progressi, a cominciare da quella di un definitivo decollo quale paese industriale”.

In effetti, la prima legge per la protezione del territorio è quella (n. 411), approvata nel 1905, quarantacinque anni dopo l’Unità d’Italia, che riguarda solo la conservazione della Pineta di Ravenna. Una legge fortemente voluta da Luigi Rava, a quel tempo ministro dell’Agricoltura, industria e commercio, e subito dopo ministro della Pubblica istruzione. Nel 1909 ancora una legge parziale (364/1909) per la tutela delle antichità e belle arti, approvata dal Senato con l’eliminazione dei riferimenti alle bellezze naturali com’era stato richiesto dal ministro Rava.

Soltanto nel 1922 (sono passati 62 anni dall’Unità) vede la luce la legge generale (n. 788) per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico, che resta in vigore fino al 1939. Il decreto legge che l’aveva preceduta era stato presentato due anni prima da Benedetto Croce, ministro della Pubblica istruzione nell’ultimo governo Giolitti (1920 – 1921), il quale, tra l’altro, aveva messo in luce “che anche il patriottismo nasce dalla secolare carezza del suolo agli occhi, ed altro non essere che la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari, con le sue montagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo, i quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”. Il contenuto della legge del 1922 (solo sette articoli contro i 184 del Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2008) è ben sintetizzato dal suo primo articolo: “Sono dichiarate soggette a speciale protezione le cose immobili la cui conservazione presenta un notevole interesse pubblico a causa della loro bellezza naturale o della loro particolare relazione con la storia civile e letteraria. Sono protette altresì dalla presente legge le bellezze panoramiche”. Sono evidentemente tutt’altro che facili la distinzione fra la bellezza naturale e quelle panoramiche, oltre che il riconoscimento del carattere “notevole” e “pubblico” dell’interesse alla protezione. Di ciò si discusse lungamente negli anni successivi.

1.2. Urbanistica e tutela. Il disegno di legge Di Crollalanza.

Nel 1933 fu elaborato, per iniziativa del ministro dei Lavori pubblici Araldo Di Crollalanza, un disegno di legge urbanistica che prevedeva, fra i contenuti dei piani regionali, anche appositi vincoli per la tutela delle bellezze artistiche o panoramiche. Quella proposta non fu approvata per l’opposizione della federazione nazionale fascista della proprietà edilizia, e per quasi un decennio la nuova legge urbanistica fu accantonata. Ma la necessità che la pianificazione urbanistica comprendesse la tutela continuò a essere presente nel dibattito di quegli anni. Nel 1938, su «Urbanistica», rivista dell’Istituto nazionale di urbanistica (Inu), Virgilio Testa sostiene che: “La tutela delle bellezze panoramiche deve essere […] non l’elemento unico per la formazione di un piano regolatore paesistico ma uno degli elementi certo fra i più importanti in determinate località, per la disciplina integrale, dal punto di vista urbanistico, di zone più o meno vaste di territorio. La tutela delle bellezze panoramiche deve essere, cioè, inserita fra gli scopi da raggiungere attraverso la formazione di quei piani regolatori che fuori d’Italia hanno preso il nome di «piani regionali», e che tendono appunto alla disciplina integrale di zone più o meno vaste di territorio, avuto riguardo alla tutela del panorama, al miglioramento del traffico, all’impianto e perfezionamento dei servizi pubblici, alla zonizzazione, alla creazione di nuovi aggregati edilizi, ecc.”. Analoghe proposte sostenne Gustavo Giovannoni nel successivo fascicolo di Urbanistica.

1.3. Giuseppe Bottai e la legge n. 1497/1939

Prima che si concludesse il dibattito sulla legge urbanistica, fu però approvata la legge 1497/1939, sulla “protezione delle bellezze naturali”, subito seguita dal regolamento d’attuazione approvato con regio decreto (n. 1357/1940). La nuova legge, fondamentale e di lunga durata, dovuta in particolare all’impegno del ministro Giuseppe Bottai, riprende in parte i principi e le formulazioni della legge del 1922, aggiungendo peraltro l’importante distinzione fra le “bellezze individue” e le “bellezze d’insieme” Ma il pregio indiscutibile e l’originalità assoluta della legge 1497 sta nella previsione della pianificazione paesistica. Infatti l’art. 5, attribuisce al ministro dell’Educazione nazionale la “facoltà di disporre un piano territoriale paesistico”, volto a impedire un’utilizzazione pregiudizievole alla bellezza panoramica delle località vincolate dalla medesima legge. La relazione al disegno di legge (a firma del ministro Bottai), pone in evidenza il fatto che “la vigente legge non conosce i piani territoriali paesistici e quanto ai piani regolatori urbani detta una norma affatto insufficiente”.

La successiva legge urbanistica (n. 1150/1942) è conseguentemente priva di norme di tutela e regola solo le espansioni e le trasformazioni urbane. Detta legge, nonostante sia stata più volte oggetto di modifiche e integrazioni (cfr. successivo paragrafo 2.2), è anch’essa di lunga durata e tuttora in vigore. Un tentativo di radicale riforma fu tentato nei primi anni Sessanta per iniziativa del ministro dei Lavori pubblici Fiorentino Sullo, democristiano, sconfessato però del suo partito la proposta finì su un binario morto.

Con la legge sulle bellezze naturali del 1939 e quella urbanistica del 1942 si istituì la distinzione fra il regime delle tutele e quello delle trasformazioni urbanistiche, una separazione che, nel bene e nel male, opera da settanta anni e caratterizza tuttora l’assetto dei poteri pubblici in materia di organizzazione del territorio.

Restano da ricordare le leggi relative ai primi parchi nazionali – Gran Paradiso (1922), Abruzzo (1923), Circeo (1934) e Stelvio (1935) – che, per ragioni di spazio, non sono oggetto della presente nota. Esse tuttavia testimoniano l’attenzione in quegli anni per la protezione della natura, ove si consideri che il primo parco nazionale istituito dopo il fascismo è quello della Calabria del 1968.

2. Dalla Costituzione repubblicana al Codice del 2008

2.1. L’art. 9 della Costituzione

Com’è noto, fra i 12 articoli della Costituzione relativi ai principi fondamentali è compreso l’articolo 9 (“La repubblica promuove lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”). La repubblica italiana fu il primo Stato al mondo a considerare nella propria costituzione la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio. È impossibile fermarsi qui sull’importanza di quella decisione e si rinvia all’ultimo libro di Salvatore Settis.

Si deve invece osservare che il dettato costituzionale è restato per anni dimenticato e negletto. Anche i piani paesistici sono stati trascurati. A parte il piano paesistico dell’Isola d’Ischia, approvato nel 1943, negli ultimi mesi del fascismo, nel dopoguerra, prima della legge Galasso (1985) sono stati approvati solo 12 piani paesistici: S. Ilario di Genova-Nervi (1953), Osimo (1955), Monte di Portofino (1958), Appia Antica (1960), Versilia (1960), Gabicce Mare (1964), Argentario (1966), Sperlonga (1967), Assisi (1969), Ancona Portonovo (1970), Procida (1971), Terminillo (1972). Sono piani paesistici molto diversi da come li immaginiamo oggi. Alcuni sono limitati a minuscole porzioni di spazio: quello della zona di via Cinque Torri e via Leopardi in comune di Osimo, interessa appena 6 ettari, una specie di piano particolareggiato. Pessimo – come vedremo – il piano dell’Appia Antica, in effetti un vero e proprio programma di devastazione, che prevedeva nuova edilizia per milioni di metri cubi, fatta salva un’esigua fascia di rispetto a cavallo della regina viarum. Altri piani paesistici, invece, pur se in forma rudimentale, prevedevano norme drastiche, rigidissime. Il piano dell’Isola d’Ischia, approvato nel 1943, progettista Alberto Calza Bini, imponeva l’inedificabilità lungo quasi tutta la costa e nel nucleo interno dell’Isola. La metà circa delle aree edificabili consentiva indici di copertura molto bassi. È appena il caso di ricordare che quel piano è stato del tutto disatteso e, com’è noto, l’Isola d’Ischia, dopo la seconda guerra mondiale, è stata massacrata dalla speculazione edilizia legale e abusiva, nel sostanziale disinteresse delle amministrazioni comunali, regionali e statali. Analoga la sorte degli altri piani, approvati e sepolti nei cassetti ministeriali.

Esiste poi una sorta di seconda generazione di piani paesistici, quelli promossi nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso dalla Cassa per il Mezzogiorno con il lodevole intento di proteggere i 29 comprensori di sviluppo turistico individuati dalla stessa Cassa nei più bei luoghi del Mezzogiorno. Sono stati definiti “piani interrotti”, perché oggetto di lunghe, complesse, talvolta apprezzabili soluzioni, ma nessuno di essi è mai stato approvato.

2.2. La tutela nella pianificazione urbanistica

Il doppio regime. Abbiamo visto che in Italia, in materia di organizzazione del territorio, operano due regimi distinti: quello specifico delle tutele, che fa capo alla legge del 1939 e il regime delle trasformazioni urbanistiche, che fa capo alla legge del 1942 e ai successivi precetti statali (e poi regionali). Ma nel dopoguerra la disciplina urbanistica si è a mano a mano arricchita di contenuti fino a comprendere la salvaguardia dell’integrità fisica e dell’identità culturale. Tant’è che, talvolta, come vedremo, la strumentazione urbanistica è stata più efficace di quella specialistica ex lege 1497/1939.

In questo processo evolutivo è stata fondamentale la cosiddetta legge ponte (n. 765/1967), che include fra i contenuti propri del piano regolatore generale “la tutela del paesaggio e di complessi storici, monumentali, ambientali ed archeologici” (per la prima volta la parola “paesaggio” ex art. 9 della Costituzione è ripresa da una legge ordinaria). La legge ponte fu voluta da Giacomo Mancini, ministro dei Lavori pubblici negli anni del primo centro sinistra, per rispondere all’indignazione provocata dalla frana di Agrigento del luglio 1966 causata dall’immane sovraccarico dell’edilizia speculativa. Fu definita “ponte” perché doveva rappresentare un rimedio provvisorio, nell’attesa di un organico provvedimento di riforma urbanistica (quello che stiamo ancora aspettando).

Dieci anni dopo, il decreto presidenziale (616/1977) che regola il trasferimento delle funzioni dallo Stato alle Regioni definisce all’art. 81 la materia urbanistica come “la disciplina dell’uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente” (definizione di Massimo Severo Giannini).

La tutela dell’Appia Antica. L’obbligo o la facoltà di tutela da parte degli strumenti urbanistici non sono stati soltanto riconosciuti legislativamente, ma anche, come ricordato prima, ripetutamente utilizzati nella pratica della pianificazione. Solo qualche esempio. Il caso certamente più importante è quello del piano regolatore di Roma approvato dal ministero dei Lavori pubblici nel 1965 (non erano state ancora istituite le Regioni a statuto ordinario). Il decreto ministeriale di approvazione introdusse, per “preminenti interessi dello Stato” una strepitosa modifica al piano adottato, sottoponendo a tutela, e quindi destinando a parco pubblico, oltre duemila ettari dell’Appia Antica e della campagna circostante, da porta San Sebastiano al confine comunale. Ai fini del nostro discorso, va soprattutto messo in evidenza che con il decreto di approvazione del piano regolatore furono eliminate le possibilità edificatorie consentite invece dal già citato pessimo piano paesistico dell’Appia Antica del 1960.

Fra gli esempi illustri di urbanistica sposata alla tutela, si devono ricordare ancora almeno il piano regolatore di Firenze del 1962 (sindaco Giorgio La Pira, assessore all’urbanistica Edoardo Detti) che, tra l’altro, impose la tutela delle colline che racchiudono la città; e poi i piani coordinati dei comuni della maremma livornese dei primi anni Sessanta del secolo passato. E, ancora, Ferrara, la sua prodigiosa “addizione verde”, prevista dal piano regolatore del 1975, più di mille ettari fra la cinta muraria e il Po, destinati a formare un gran parco urbano come parte integrante del centro storico. Infine, mi permetto di menzionare il nuovo piano regolatore di Napoli, approvato nel 2004, che ha sottratto all’edificazione, per ragioni di tutela, quanto resta del territorio comunale non coperto di cemento e di asfalto nei decenni precedenti.

La tutela dei centri storici. La legge ponte del 1967 va ricordata anche per aver imposto un’appropriata tutela dei centri storici, riprendendo di fatto il principio dell’inscindibile unitarietà degli insediamenti storici definito nella cosiddetta ‘Carta di Gubbio’ approvata per iniziativa dell’Associazione italiana centri storici (Ancsa) nel convegno che si tenne nel 1960 nella città umbra. Riguardo ai centri storici, la legge ponte subordina, di fatto, ogni intervento di sostanziale trasformazione all’approvazione di piani particolareggiati. Una soluzione all’apparenza precaria e semplicistica che però, con il passare degli anni, si è dimostrata di eccezionale efficacia. Tant’è che l’Italia è l’unico paese d’Europa che ha in larga misura salvato i propri centri storici. Certamente, nessuno può sostenere che nel nostro paese la tutela del patrimonio immobiliare d’interesse storico sia garantita in modo soddisfacente, ma certamente non sono più all’ordine del giorno gli episodi di gravissima alterazione, se non di vera e propria distruzione, che avvenivano frequentemente nei primi lustri del dopoguerra.

Specialmente dopo l’approvazione della legge ponte, i centri storici sono stati più volte oggetto di studio, di politiche e di interventi di salvaguardia nell’ambito della pianificazione urbanistica, mentre sono meno frequenti le proposte di conservazione promosse dai titolari di specifiche competenze in materia di tutela. È noto, infatti, che solo alcuni centri storici sono integralmente sottoposti alle leggi del 1939.

La distinzione fra legislazione di tutela e legislazione urbanistica ha retto al trascorrere degli anni, nonostante alcuni tentativi di superamento. Riguardo ai quali mi limito solo a citare i lavori della commissione cosiddetta Franceschini, dal nome del suo presidente, Francesco Franceschini, istituita nel 1964, con l’obiettivo di formulare proposte per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico, artistico e paesistico. Circa gli strumenti di intervento, è indubbio ed esplicito l’orientamento della commissione a ricondurre gli obiettivi della tutela e dei valori culturali nell’ambito dell’ordinaria pianificazione urbanistica, assicurando peraltro la concorrenza dei poteri statali e specialistici nelle procedure ordinarie. Alla commissione Franceschini fece seguito la commissione presieduta da Antonino Papaldo che similmente propose di collocare la tutela nell’ambito dell’ordinaria pianificazione urbanistica, precisando che le determinazioni dell’amministrazione dei beni culturali sono però prevalenti su ogni altra. Anche le risultanze della commissione Papaldo, come quella della precedente commissione Franceschini, non produssero alcun effetto concreto.

Vanno ricordate infine le sentenze della Corte costituzionale n. 55 e n.56 del 1968. Con la prima fu stabilito il carattere “espropriativo” (e perciò da indennizzare) dei vincoli di natura urbanistica, quelli cioè che individuano la aree destinate a servizi; con la seconda fu confermata invece la non indennizzabilità dei vincoli a tutela del paesaggio. L’orientamento della Corte è stato ribadito da altre sentenze negli anni successivi.

2.3. L’istituzione delle Regioni a statuto ordinario

Le Regioni a statuto ordinario furono istituite nel 1970 e due anni dopo avvenne l’effettivo trasferimento dallo Stato dei poteri previsti dall’articolo 117 della Costituzione. Le competenze in materia di urbanistica furono trasferite con il Dpr n. 8/1972 che, al secondo comma, prevede che il trasferimento “riguarda altresì la redazione e la approvazione dei piani territoriali paesistici di cui all’articolo 5 della legge 29 giugno 1939, n. 1497”. Trasferimento, quest’ultimo, rimasto del tutto ignorato e infatti non risultano piani paesistici approvati dalle Regioni prima della legge Galasso.

2.4. La legge Galasso

Inaspettatamente, la legge Galasso (n. 431/1985, che sostituisce il precedente decreto ministeriale, a firma del sottosegretario per i Beni culturali e ambientali Giuseppe Galasso) interrompe nove lustri di inerzia politica e legislativa in materia di tutela e pianificazione del paesaggio. Com’è noto, la legge integra gli elenchi delle bellezze naturali e d’insieme della legge 1497 con alcune categorie di beni (dai territori costieri alle zone d’interesse archeologico) ope legis assoggettati a vincolo paesaggistico. La tutela non è più puntiforme ma si estende alla globalità del territorio. La pianificazione paesistica non è più discontinua e facoltativa ma assume carattere strutturale e diventa obbligatoria. L’art. 1 bis della legge dispone infatti che le Regioni “sottopongono a specifica normativa d’uso e di valorizzazione” i territori dei beni vincolati “mediante la redazione di piani paesistici o di piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali da approvare entro il 31 dicembre 1986”. I “piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali” sono una importante novità a favore dell’inserimento della tutela fra i contenuti dei piani urbanistici ordinari, ritenendo quindi ammissibile la rinuncia a una pianificazione specializzata alla tutela del paesaggio.

Ma i risultati della legge Galasso sono deprimenti. A parte le province autonome di Bolzano e di Trento che tutelavano il paesaggio con approfonditi ed efficaci provvedimenti ancor prima della legge 431, entro la scadenza del 31 dicembre 1986 nessuna Regione disponeva di piano paesistico né di piano urbanistico-territoriale ad hoc. Solo quattro Regioni – Emilia Romagna, Liguria, Marche, Val d’Aosta – si dotarono di un piano paesistico in tempi accettabili. Altre Regioni provvidero in ritardo. Il Veneto fu la prima Regione, seguita da Piemonte e Venezia Giulia, che intraprese la strada del piano urbanistico territoriale con specifica considerazione dei valori paesistici. Storicamente inadempienti Sicilia e Calabria.

In verità, un bilancio puntuale e significativo della legge Galasso è privo di senso e probabilmente inutile. L’assenza di indirizzo e coordinamento dell’azione regionale, la conseguente vistosa differenza dei comportamenti regionali sotto ogni punto di vista (di procedure, di merito, di scala degli elaborati, di caratteri dei vincoli e delle prescrizioni, di categorie dei beni interessati) ha determinato che ogni piano costituisce in effetti un caso a sé.

2.5. Le altre leggi di tutela (e di rinuncia alla tutela)

Come si è detto, nella presente nota, per evidenti ragioni di spazio, non possiamo trattare delle leggi che tutelano l’integrità fisica del territorio: dalle leggi n. 183/1989 per la difesa del suolo e n. 394/1991 sulle aree protette, alle leggi istitutive dei nuovi parchi regionali, a quelle per la protezione dell’ambiente, la sicurezza sismica, eccetera. Mi limito a osservare che le nuove leggi statali specialistiche e di settore che si sono moltiplicate a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso (insieme a un numero indefinito di norme regionali), hanno generato una molteplicità di nuovi piani che hanno modificato radicalmente il quadro concettuale e operativo della pianificazione del territorio in assoluta assenza di principi generali e di coordinamento (legge cornice sul regime dei suoli o simili). Si è perciò configurata una situazione normativa tanto complicata quanto insoddisfacente. All’intricata trama di perimetri e di poteri non corrispondono quasi mai coerenti e coordinate scelte di piano, ma un coacervo disarticolato di divieti e di prescrizioni prevalentemente transitorie. Tutto ciò ha contribuito ad alimentare l’insofferenza per qualsiasi forma di pianificazione, agevolando, di fatto, la proliferazione di quelle norme statali e regionali di natura derogatoria, “eversive” degli ordinamenti fondamentali che, proprio a partire dagli anni Ottanta, si sono moltiplicate in forma vertiginosa e devastante. Per non dire delle leggi di condono edilizio – tre in diciotto anni (1985, 1994, 2003) – e delle leggi statali e regionali relative al cosiddetto “piano casa” che rendono disonorevole la condizione italiana nel panorama europeo.

2.6. Il Codice del paesaggio

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, emanato nel 2004 (e definitivamente approvato nel marzo del 2008), non introduce sostanziali novità, e la struttura normativa resta fondata sul doppio riferimento alla legge 1497 e alla legge Galasso. Apprezzabile la definizione del paesaggio tutelato dal Codice (che riprende i concetti espressi da Benedetto Croce nel 1920), “relativamente a quegli aspetti e caratteri che costituiscono rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale, in quanto espressione di valori culturali” (art. 131, c. 2). Ottimo il netto assoggettamento della valorizzazione alla tutela (art. 131, c. 5). Rispetto a precedenti stesure, risulta anche opportunamente stemperata la connessione con la Convenzione europea del paesaggio (cfr. successivo paragrafo 2.7).

Inedito e pregevole l’art. 145 (c. 1) che recita: “La individuazione da parte del Ministero delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali”. Ritorna il lessico del celebrato e colpevolmente disatteso art. 81 del Dpr 616/1977, che prevedeva la funzione centrale di indirizzo e coordinamento in materia di urbanistica. Le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale ai fini della tutela del paesaggio restano però una pura dichiarazione d’intenti, in assenza di ogni determinazione organizzativa volta a dotare il ministero delle indispensabili risorse professionali e materiali per garantire concretezza all’azione d’indirizzo. A ciò si aggiunga la drastica riduzione del bilancio ministeriale, il progressivo invecchiamento e la diminuzione del personale, la sottovalutazione del paesaggio nella riorganizzazione degli uffici dirigenziali, e infine la manifesta ostilità governativa nei confronti della pianificazione. D’altra parte, non inducono all’ottimismo l’inconsistenza, meglio sarebbe dire l’inutilità, delle convenzioni finora stipulate fra ministero e regioni (Toscana, Campania, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Lazio, eccetera) per i piani paesaggistici, unitamente all’assoluta inerzia regionale.

Un inaccettabile passo indietro rispetto a precedenti stesure del Codice sta nella delimitazione del territorio oggetto del piano paesaggistico elaborato congiuntamente da Stato e Regioni. Prima dell’accordo con le Regioni, l’area di piano coincideva con “l’intero territorio regionale”. Il testo definitivamente approvato, assume invece come area di piano quella limitata “ai beni paesaggistici” (art. 135, c. 1), e cioè agli immobili vincolati a norma delle leggi del 1939, alle categorie della legge Galasso e alle loro integrazioni. Non è difficile intendere che in tal modo risulterebbe velleitario e astratto, quand’anche effettivamente praticato, l’obiettivo del citato art. 145: che senso ha che il ministero individui le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, se la pianificazione paesaggistica di cui può occuparsi il medesimo ministero comprende solo i beni vincolati?

A fronte della complessiva labilità della pianificazione paesaggistica prevista dal Codice, risulta probabilmente superflua la minuta, disordinata, faticosa articolazione dei contenuti. Sostanzialmente inutile il riferimento ai centri e ai nuclei storici di cui tratta l’art. 136, c. 1, lett. c), argomento già affrontato dal regolamento del 1940 di attuazione della legge 1497 e spesso oggetto di pianificazione ad hoc. In realtà, si è persa l’occasione per allestire finalmente un’efficace normativa nazionale per i centri storici. Walter Veltroni, da ministro dei Beni culturali, propose un ottimo disegno di legge che prevedeva un vincolo di tutela ope legis per i centri storici, come definiti dai piani regolatori, proposta poi ritirata dallo stesso proponente per le resistenze dei portatori di interessi colpiti.

Nell’ottobre del 2010, l’associazione Italia Nostra ha pubblicato un primo rapporto nazionale sulla pianificazione paesaggistica, dal titolo Paesaggi. La tutela negata, un documento che dà conto dello stato di attuazione del Codice. Emerge un quadro sconfortante. Solo la Sardegna, grazie alla determinazione di Renato Soru (presidente della Regione dal 2004 al 2008), dispone di un piano definitivamente approvato. In nessun’altra Regione risulta effettivamente operante l’elaborazione congiunta con lo Stato dei piani paesaggistici e il ministero non ha neppure provveduto a definire i criteri uniformi per la redazione degli accordi di pianificazione.

2.7. La Convenzione europea del paesaggio

Secondo la Convenzione europea del paesaggio, il paesaggio è “una determinata parte del territorio, così com’è percepita dalle popolazioni”; inoltre, secondo la Convenzione, il paesaggio “costituisce una risorsa favorevole all’attività economica” e “può contribuire alla creazione di posti di lavoro”.

Questi e altri enunciati della Convenzione non convincono, in quanto la subordinazione del valore paesaggistico alle percezioni dei cittadini direttamente interessati a eventuali trasformazioni e, ancor più, la funzionalizzazione del paesaggio allo sviluppo economico sono obiettivi evidentemente in contrasto con l’assunzione della tutela del paesaggio fra i principi della Costituzione repubblicana (art. 9) e con la tradizione della legislazione e delle politiche di settore. Insomma, almeno in teoria, nel nostro paese il paesaggio è sempre stato inteso come un valore in sé, svincolato da ogni subordinazione, soprattutto dalle convenienze locali, e quest’impianto concettuale è opportunamente ricordato in ogni occasione di dibattito su attentati alla bellezza del territorio.

Il testo completo di note e bibliografia nel file allegato

Un «incendio grigio», che nella sola pianura padana divora ogni giorno 19 ettari di campagne fertili, assorbite per sempre dal cemento. Più dei roghi, più dei dissesti idrogeologici, forse più dell'inquinamento: è la cementificazione selvaggia il nemico fin troppo visibile che continua a erodere l'ambiente. Se non ci fossero dati tanto puntuali alla mano, la notizia avrebbe quasi dell'incredibile: invece ora il dossier «Terra rubata, viaggio nell'Italia che scompare», elaborato dal Fondo ambiente italiano con il WWF Italia studiando 11 regioni italiane (il 44% della superficie totale), sorprende con la forza dei numeri.

A presentarlo ieri a Milano, con l'intento di tracciare una road-map anticemento, sono stati il presidente onorario del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi, il presidente onorario del Wwf Italia Fulco Pratesi, il direttore delle Politiche ambientali Wwf Italia Gaetano Benedetto, la responsabile ufficio Ambiente e paesaggio Fai Costanza Pratesi, e il vicepresidente esecutivo Fai Marco Magnifico. «Nei prossimi 20 anni l'Italia verrà divorata dal cemento al ritmo di 75 ettari al giorno — ha spiegato una più che mai combattiva Giulia Maria Mozzoni Crespi —. Qualche esempio? La nuova area di Porta Garibaldi, a Milano: dove sono stati fatti grattacieli poteva esserci un parco. Non amo parlare di esempi negativi, preferisco pensare al meglio e per fortuna adesso anche Milano sta aggiustando il tiro. Fino ad oggi si è pensato sempre al presente, ma il domani arriva e non fa sconti».

Sfogliando il dossier il «saccheggio» prende forma e assume proporzioni importanti: l'area urbana in Italia negli ultimi 50 anni si è moltiplicata di 3,5 volte e nei prossimi 20 anni crescerà di 600 mila ettari, con un andamento di oltre 33 ettari al giorno. Ma c'è di più: dal 2000 al 2010 la superficie agricola utilizzata è diminuita del 2,3%, il numero di aziende zootecniche del 32,2%, con il risultato di un territorio più fragile, che ha causato 6.439 vittime tra morti e dispersi per le frane e un rischio desertificazione del territorio stimato intorno al 4,3%. I danni hanno di fatto ridotto all'osso le possibilità future. «Il terreno che oggi ognuno di noi ha a disposizione è mezzo ettaro, pari a un piccolo campo di pallone», ha detto Fulco Pratesi. «Le costruzioni sopra un terreno sopravviveranno fino al 50.000 dopo Cristo, impedendo non solo le coltivazioni, ma anche la fioritura di papaveri, fiordalisi e tutto ciò che rende gentile il mondo».

Quello che emerge dal dossier è un sovraffollamento di case, edifici e costruzioni, talmente imponente da rendere impossibile tracciare «un cerchio con un diametro di 10 km senza intercettare un nucleo urbano», come ha spiegato Costanza Pratesi.

A fare da volano alla «terra rubata», non sfugge allo studio, è stato il fenomeno dell'abusivismo edilizio, che negli ultimi 16 anni è stato sanato e «incentivato» dai 3 condoni del 1985, del 1994 e del 2003. Anche qui i numeri valgono più delle parole: 4,5 milioni di abusi dal 1948 ad oggi, quasi 75 mila l'anno e 207 al giorno, con un totale di 1.730.000 alloggi irregolari realizzati fino ad oggi. «Due terzi — ha sottolineato Gaetano Benedetto — si concentrano in Calabria, Campania, Lazio, Puglia, Sicilia e 4 di queste Regioni hanno la presenza della criminalità organizzata».

Tra le proposte dalla road-map anticemento sono stati sottolineati i severi limiti alla edificazione nella nuova generazione di piani paesistici, una moratoria delle nuove edificazioni su scala comunale, oltre al censimento degli effetti dell'abusivismo. «Ci opponiamo all'Imu che impoverisce ancora di più gli agricoltori — ha sottolineato Giulia Maria Mozzoni Crespi —. Siamo certi che il governo Monti accoglierà questo appello accorato, colmando carenze vecchie 40 anni e oltre, come il ruolo sbiadito delle Soprintendenze, accompagnate dolcemente dai precedenti governi verso la morte».

(Dossier scaricabile qui di seguito)

Titolo originale: Withering Heights? Green Belt homes set for Brontë country – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le brughiere spazzate dal vento dello Yorkshire occidentale, che ispirarono a suo tempo le opere delle sorelle Brontë, oggi sono a rischio a causa dei progetti di edificazione di alcune zone classificate Green Belt, nuove case che fanno infuriare abitanti e appassionati di letteratura. L’amministrazione di Bradford ha iniziato le consultazioni per il progetto di 48.500 abitazioni previste nell’area a rispondere alla domanda crescente, a cui si aggiungono interventi sulla rete di trasporto, da realizzarsi entro il 2028. Secondo il piano in discussione almeno 600 di queste case andrebbero a collocarsi nel piccolo villaggio di Haworth, e altre 400 in quelli vicini di Oakworth e Oxenhope.

Haworth –2.000 abitanti – è una delle mete turistico-letterarie più famose del mondo. Nella casa parrocchiale (oggi Museo Parrocchiale Brontë) abitava la famiglia Brontë, è lì che sono stati scritti libri come Jane Eyre, di Charlotte, o Cime tempestose di Emily. John Huxley, presidente della circoscrizione amministrativa di Haworth, spiega come gli abitanti intendano contestare il piano e difendere il paesaggio: “Siamo rimasti scioccati dalla quantità di nuovi edifici che ci chiedono di accettare. Quando ci sono ancora tante aree dismesse che si possono recuperare. Certo non siamo chiusi alle trasformazioni, ma 600 alloggi sono decisamente troppi. Quel migliaio di nuove case che dovrebbero arrivare complessivamente nella valle avrebbe effetti devastanti sul paesaggio”.

Secondo il progetto, si dovrebbe allargare la zona classificata urbana, per rispondere agli obiettivi residenziali. Il documento preliminare sottolinea la necessità di tutelare il ruolo turistico della zona della famiglia Brontë, visitata ogni anno da più di un milione di persone. Ma afferma anche che “alcune modifiche sostenibili alla superficie della Green Belt saranno utilizzate per rispondere alla domanda abitativa” e che costruendo “con materiali adeguati e con l’aiuto di una buona progettazione si salvaguardano e migliorano i caratteri locali”. Huxley replica che queste rassicurazioni sono “in netto contrasto con quanto si sta effettivamente facendo. Ho visto un progetto, che di sicuro minacciava gli spazi verdi di questa valle, nessun dubbio. Per noi è una cosa grave. Si tratta di un ambiente insostituibile. Se si costruisce sopra un campo, è perduto per sempre. Non lo riavremo mai più. Se si cancella questo paesaggio, ci saranno effetti enormi anche sul turismo”.

Ora si scopre che anche l’idea di restaurare la Chiesa Parrocchiale di Haworth, dove sono sepolte le sorelle Brontë, potrebbe essere accantonata se non si riusciranno a raccogliere almeno 37.000 euro per assicurarsi il finanziamento English Heritage. Soldi necessari per riparare il tetto, costruito fra il 1879 e il 1881, e rimediare ai danni alle pitture all’interno. La chiesa è stata anche oggetto di furti ben tre volte solo nell’ultimo anno e mezzo. C’è la promessa di quasi centoventimila euro per i lavori, ma a condizione che i comitati riescano a raccoglierne altri 75.000, mentre sinora siamo a meno di quarantamila.

“L’incentivazione agli impianti eolici in Italia è stata fino ad oggi la più alta del mondo. Soltanto per questa ragione è stato conveniente impiantare oltre 5.000 torri per una potenza complessiva di 6.000 MW, non certo per la loro produttività. Infatti la ventosità in Italia si attesta in media sulle 1.500 ore/anno, ben al di sotto delle 2.000 ore/anno ritenute utili per una produzione competitiva”. E’ soltanto un passo della lunga e argomentata lettera indirizzata in questi giorni ai ministri competenti (Clini, Ornaghi, Passera, ecc.) da associazioni come Italia Nostra, Lipu, Mountain Wilderness, VAS, Comitato per la Bellezza. Comitato Nazionale del Paesaggio, Amici della Terra, Altura, Movimento Azzurro, Terra Celeste e da decine e decine di Comitati nati soprattutto nelle zone appenniniche. Iniziativa che si deve soprattutto alla passione di Carlo Alberto Pinelli, regista di storici documentari per la Rai, alpinista e ambientalista.

Il documento, giustamente critico nei confronti della politica di incentivi, insieme caotica e costosa, del governo Berlusconi, cerca di inquadrare il problema delle fonti energetiche rinnovabili, con un approccio “freddo”: per razionalizzare una materia complessa e arginare “il proliferare di giganteschi impianti eolici nei luoghi più belli e integri d’Italia”. In tal senso fanno ben sperare le parole pronunciate dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini sul “rispetto degli usi bilanciati del territorio” e sulla necessità di “paragonare il valore economico e ambientale della generazione dell’elettricità da eolico con quello della protezione del paesaggio, prezioso per la nostra economia”. Rappresenta un delitto anche in termini di turismo culturale scempiare il paesaggio della mirabile città romana di Saepinum (Campobasso) o quello di zone vicine a grandi e affascinanti parchi, quali le Foreste Casentinesi, o ai monti solenni sopra Urbania e Urbino.

Poiché la situazione economico-finanziaria del Paese è drammatica – come più volte sottolineato dal presidente Napolitano – bisogna riflettere tanto più attentamente sull’uso migliore delle risorse. Anche i maxi-impianti fotovoltaici pongono seri problemi se installati in zone coltivate, di elevato pregio agricolo. “Impianti che noi vorremmo vedere collocati – propone il documento - esclusivamente nelle aree industriali e sopra i tetti degli edifici recenti”. Pensate quanto sarebbe oggi più favorevole la situazione nel “Paese del sole”, se si fossero dotati per tempo di impianti fotovoltaici tutti i quartieri costruiti negli ultimi decenni, a cominciare da Roma e dal Sud. E se si fosse utilizzata, in modo accorto, anche la geotermia.

E’ assolutamente indispensabile riportare in onore un’idea di fondo che in questi anni di deregulation berlusconiana (e uso già un termine nobile) è stata invece affossata: l’idea cioè di pianificare attentamente e quindi selezionare tutte le (limitate) risorse sia finanziarie che territoriali e paesaggistiche in un Paese la cui bellezza è stata brutalmente intaccata da sviluppi abusivi o “drogati”, pur rappresentando essa, se tutelata, anche un valore economico in termini di turismo culturale e naturalistico. Il documento propone queste linee di azione: a) andare ad una moratoria degli incentivi; b) ridurre la soglia dei certificati verdi emessi annualmente; c) detrarre le installazioni di fotovoltaico già eccedenti il valore obiettivo proposto dalla UE (8.000 MW, “mentre siamo già a quasi 12.000 MW in esercizio”) dalla quota prevista per l’eolico; d) ridefinire in sede governativa e non regionale, o, peggio, locale le quote dell’eolico per il quale hanno spinto e spingono con forza anche gruppi inquinati dalla criminalità e che ci hanno regalato parchi eolici in zone assai poco ventose. Un grido di dolore serio e motivato, questo delle associazioni e dei comitati, che, in un momento di vera emergenza, economica e paesaggistica, è bene che il governo Monti ascolti con molta attenzione.

Trasformare uno straordinario pezzo di costa adriatica in un cantiere, per la ricerca di idrocarburi? Sforbiciare pesantemente una riserva naturale (il Borsacchio) famosa per le sue bellezze, la sua fauna? Nel 2006 la Medoilgas Italia S.p.A ha chiesto alla Regione Abruzzo di potere scavare in profondità, nei territori della città di Pineto e di Roseto. I cittadini piu sensibili si sono subito mobilizzati. E della ricerca non si è saputo piu nulla. Sembrava morta. Ma non lo era, visto che oggi, alla fine del 20011, la Regione Abruzzo chiede ai suoi cittadini — a dire il vero con molta civiltà — di dare il proprio parere sulle escavazioni. La Regione domanda agli abruzzesi se, a parer loro, il progetto di ricerca sul territorio presentato dalla Medoilgas debba essere sottoposto a VIA (valutazione di impatto ambientale) oppure no. Le osservazioni degli interessati devono pervenire in Regione entro il prossimo 26 dicembre.

Finalmente, si dirà, le amministrazioni consultano chi lavora e cura gli interessi di un territorio, senza imporre le cose dall'alto. Ma c'è un ma. Nella richiesta della Medoilgas è scritto che nella zona da loro presa in esame non ci sono aree protette e che comunque le loro ricerche riguarderanno solo il gas. Ma ciò non corrisponde a verità, come dichiarano i cittadini piu avvertiti. E questo la Regione dovrebbe metterlo in chiaro. La zona dove si vuole scavare comprometterebbe una gran parte della riserva naturale del Borsacchio. Inoltre la ricerca prevede anche le trivellazioni in mare per il petrolio, trivellazioni che sappiamo quanto siano laboriose, costose e devastanti.

Eppure la legge regionale n. 6 del 2005 che ha istituito la Riserva, stabilisce categoricamente dei divieti: «È proibito alterare le caratteristiche naturali del luogo», «Proibita l'apertura di nuove strade, la costruzione di nuovi edifici, la costruzione di nuove cave, di miniere e di discariche», «Proibita l'alterazione con qualsiasi mezzo, diretta o indiretta, dell'ambiente geofisico e delle caratteristiche biochimiche dell'acqua, ed in genere l'immissione di qualsiasi sostanza che possa modificare, anche transitoriamente, le caratteristiche dell'ambiente acquatico» e persino «l'installazione di cartelli pubblicitari». Possibile che a ogni legge che tende a proteggere il territorio, nel nostro Paese, si oppongano immediatamente limiti e deroghe, tanto da renderla nulla?

Incredibile: il rapporto ambientale contenuto nell'istanza di permesso di ricerca non prende minimamente in considerazione la presenza dell'area naturale protetta del Borsacchio, creata nel 2005 proprio per rimediare alla cementificazione delle coste adriatiche, e per preservare uno dei pochi tratti di litorale abruzzese non completamente cementificato.

Possibile non rendersi conto che nuove devastazioni del territorio e delle coste non potranno che portare, per conseguenza, inondazioni periodiche, frane, slavine, smottamenti, come quelli che in questi giorni stanno distruggendo tante parti della nostra costa? Possibile essere così ciechi di fronte agli interessi vitali del territorio e dell'ambiente?

Là dove c'era il «cantiere di Mapello», ora c'è il «Continente», un mega centro commerciale che oggi verrà inaugurato ufficialmente e domani aperto al pubblico. Uno dei luoghi simbolo della tragedia di Yara Gambirasio cambia veste in una data che ha scandito le tappe significative della vicenda. Era il 26 novembre quando la tredicenne ginnasta di Brembate Sopra scomparve all'uscita del centro sportivo. Era il 26 febbraio quando fu trovato il suo cadavere in un terreno incolto di Chignolo d'Isola. È il 26 ottobre il giorno in cui si può archiviare definitivamente l'espressione, più volte utilizzata negli articoli di giornale e nelle trasmissioni televisive, «cantiere di Mapello».

Ma quel luogo non sembra comunque destinato ad uscire di scena. Perché qui portarono, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Yara, i cani molecolari. Qui lavorava Mohamed Fikri, il marocchino fermato al largo di Genova perché sospettato, sulla base di intercettazioni telefoniche controverse o mal tradotte, di essere l'assassino. E a questo luogo sembrano ricondurre tutti gli altri indizi finora emersi: dalla polvere di cantiere trovata nei polmoni della ragazzina al taglierino da piastrellista ipotizzato come arma del delitto. Senza trascurare che anche uno degli ultimi segnali emessi dal telefonino di Yara la sera di undici mesi fa fu registrato dalla cella telefonica di Mapello.

I carabinieri, a differenza del pubblico ministero Letizia Ruggeri, sono convintissimi ancora oggi che molte risposte ai dubbi che tormentano il loro lavoro da un anno si potevano trovare in quel grande cantiere. I cani molecolari, le intercettazioni, la cella telefonica erano elementi che secondo i militari avrebbero dovuto imporre controlli minuziosi sia del luogo che delle decine e decine di persone che lì lavoravano. L'operatore privato, il gruppo Lombardini, si mise a disposizione. Alcune parti del cantiere furono passate al setaccio, a un certo punto i carabinieri impiegarono anche uno speciale georadar per verificare l'eventuale presenza di corpi estranei nelle gettate di cemento. Non emerse nulla: né allora né nei mesi successivi. Intervenne la relazione dell'anatomopatologa Cristina Cattaneo, che parlo per Yara di «concause di morte» ma non tramontò il sospetto che la vittima potesse essere passata di lì.

Da oggi quel luogo associato ad un dramma cambia completamente veste. Si dà un nome, il «Continente», e aspira a diventare il punto di riferimento per lo shopping e lo svago di migliaia di persone ogni giorno. Ma è difficile non pensare che, comunque, nell'immaginario collettivo segnato dalla tragedia di Yara rimarrà indelebile il ricordo del «cantiere di Mapello».

postilla

Alla buon’ora, pare che anche nella cronaca locale, complice lo scatolone al neon che le sta spuntando davanti agli occhi, si stia facendo strada un’intuizione: il tono del racconto assume sfumature alla Dashiell Hammet, e lascia le atmosfere dei Racconti del Maresciallo. Il che avrebbe risvolti esclusivamente letterari se non fosse per l’effetto profondo che quel tipo di immagine del territorio, continuamente ribadita proprio dai mezzi di comunicazione di massa, ha sulla società e sulle istituzioni che la rappresentano. Sin dalle prime battute della vicenda ci siamo sentiti raccontare di una specie di comunità locale semirurale sconvolta dall’irrompere di un disturbo dall’esterno, quando invece quello sconvolgimento (non mi riferisco al delitto in sé, ma alla reazione) era antico, sedimentato, e avrebbe probabilmente potuto metabolizzarsi, se riconosciuto.

Perché quell’area è metropolitana da una generazione, salvo una distorta percezione di sé. Quel centro commerciale non è affatto estraneo al luogo, ma ovvio, banale, indispensabile. E quei “campi abbandonati” in cui è stato ritrovato il corpo della povera Yara, dopo mesi (!) in una logica di gestione del territorio metropolitana coerente non sarebbero stati tali, ma valorizzati, frequentati, lavorati, insomma parte viva dell’area. Ce lo insegnano gli abitanti della Val Susa ogni giorno, cosa significa coscienza collettiva del territorio locale.

E ce lo insegna tutta la vicenda noir dell’Isola Bergamasca, invece, come certe ideologie localiste distorte a puro consumo del potere discrezionale di “decidere lo sviluppo” facciano solo danni gravissimi: all’ambiente in cui viviamo e alla qualità della vita dei superstiti. (f.b.)

La svolta (in retromarcia) dei campi

di Giuseppe Sarcina

BRUXELLES — Le organizzazioni degli agricoltori stanno calcolando le perdite. «Siamo nell'ordine di 240-280 milioni in meno, ogni anno a partire dal 2014», comunica Pietro Sandri, responsabile economico di Coldiretti. Stime e tabelle girano anche negli uffici della Cia (Confederazione italiana agricoltori) e Confagricoltura. «Per l'Italia è in arrivo un taglio complessivo del 25% delle risorse», dichiara il presidente Cia, Giuseppe Politi. A Bruxelles, intanto, si prepara la grande macchina delle lobby agricole, le più antiche, le più rodate alla lunga trattativa che si aprirà sulla proposta presentata due giorni fa dal Commissario europeo Dacian Ciolos. Il Trattato di Lisbona ha introdotto la procedura della «codecisione» anche per l'agricoltura. Il progetto, quindi, dovrà essere approvato dall'Europarlamento e dal Consiglio dei ministri (i 27 Stati).

Ci sono da dividere 1.040 miliardi di fondi in sette anni per il periodo 2014-2020, con 972 miliardi di «pagamenti diretti», cioè di sussidi passati direttamente agli agricoltori. Il problema è che la nuova Pac (Politica agricola comune) d'ora in avanti deve fare i conti non più con 15 Paesi, ma con 27. In prima fila i partner dell'Est europeo. Da dove partire? Ciolos fissa un parametro base, la «Sau» (superficie agricola utilizzabile), come dire: consideriamo la terra effettivamente coltivata. Risultato: i grandi Stati, compresa l'Italia, si collocano sopra la media dell'Europa allargata e dunque, secondo il ragionamento di Ciolos, sono loro che devono ridurre le pretese per fare spazio ai nuovi arrivati. Detto in cifre e prendendo come riferimento il 2013, l'Italia, secondo la simulazione realizzata da Coldiretti, dovrebbe rinunciare al 6% circa di finanziamenti all'anno (tra i 240 e i 280 milioni di euro).

E qui scatta la reazione di Sandri (Coldiretti): «La scelta del parametro della superficie agricola utilizzabile è del tutto arbitrario. Per l'Italia il danno è doppio. In termini assoluti, per il taglio secco di fondi. E in termini relativi se guardiamo al nostro concorrente più agguerrito, la Francia che perde solo il 3%». Anche Germania e Spagna, però, dovrebbero cedere più o meno il 6%. La Gran Bretagna idem, ma, come sempre, fa capitolo a parte, poiché ha diritto a un rimborso dai tempi di Margaret Thatcher.

Le organizzazioni di categoria stanno valutando l'impatto sul mercato italiano. «Saremo fortemente penalizzati, migliaia di imprese sono in grave pericolo», osserva Politi della Cia. Coldiretti stima che i danni maggiori saranno a carico soprattutto dei grandi allevamenti del Nord Italia e dei coltivatori di olive. Conseguenze pesanti anche per il settore degli agrumi e del tabacco. Ma non piacciono neanche le altre scelte compiute dal Commissario Ciolos. Un solo esempio: la definizione troppo larga e generosa di «agricoltore attivo».

È sufficiente dimostrare di aver ricevuto sussidi per un ammontare superiore al 5% del proprio reddito globale (comprese quindi altre attività di «diversificazione») per essere ammessi alla nuova distribuzione di finanziamenti. In serata arriva anche la lunga nota del ministro dell'Agricoltura Saverio Romano. Questo il passaggio chiave: «Le proposte della Commissione appaiono complessivamente insoddisfacenti. Tutto l'impianto è caratterizzato da una forte complessità burocratica e da un'eccessiva rigidità. Sarà necessario un forte impegno del governo italiano, delle Regioni e dei rappresentanti italiani nel Parlamento europeo per correggere l'impostazione».

Interessante, però, registrare anche un punto di vista esterno, come quello di Franz Fischler, austriaco, ex commissario all'Agricoltura, oggi presidente di «Ecosocial forum», organizzazione non governativa. «Certo, sulla carta l'Italia perde qualcosa, ma con l'allargamento della Ue era inevitabile. La proposta della Commissione prevede però la possibilità di passare da un sistema di finanziamento diretto ai singoli agricoltori a una distribuzione delle risorse su scala omogenea, magari regionale. Per l'Italia può essere l'occasione per razionalizzare l'utilizzo dei fondi».

«La riforma degli aiuti? Cambierà il paesaggio nelle nostre campagne»

Intervista a Federico Radice Fossati, di Claudio Del Frate

MILANO — «Fosse solo la questione del 6 o 7% in meno degli aiuti, si potrebbe anche sopportare. Ma il cambio di passo nella politica agricola comunitaria deciso a Bruxelles è una svolta perché rivoluziona il criterio con cui essi vengono decisi; e quello nuovo è destinato a modificare, soprattutto in Italia e soprattutto in alcune regioni, non solo l'economia, non solo l'agricoltura ma addirittura il paesaggio». Il tono della voce è pacato ma lo scenario che Federico Radice Fossati, imprenditore della terra con storiche radici in uno dei «cuori verdi» dell'Italia, la Lomellina, va tratteggiando dice che niente, a partire dal 2014 sarà più come prima.

Perché dunque quanto deciso dalla Ue stavolta è così importante?

«Per capirlo occorre dare rapidamente uno sguardo al passato; la politica agricola comunitaria fondata sugli incentivi nasce col trattato di Roma per scongiurare all'Europa penuria di cibo. Ma ben presto la nostra agricoltura diventa la migliore del pianeta fino a creare le famose eccedenze di produzione, fino all'assurdo del '92, quando la Comunità vara gli incentivi per non produrre».

E arriviamo a grandi passi ai giorni nostri: cosa cambierà nel concreto a partire dal 2014?

«Storicamente gli aiuti erano concessi in base ai quintali per ettaro, un meccanismo che premiava la produttività dei suoli. Adesso subentra invece un calcolo fondato meramente sull'estensione dei terreni. È come se l'Europa avesse concesso a tutti gli agricoltori una sorta di pensione, indipendente dalla qualità e dall'efficienza del loro lavoro, rinunciando di fatto a ogni politica agricola. Purtroppo è un cambiamento che era nell'aria, largamente annunciato».

Come impatterà questo cambiamento sull'agricoltura italiana? Proviamo a immaginare degli scenari...

«Faccio l'esempio che ho sotto gli occhi della Lomellina, territorio vocato alla coltivazione del riso. Quest'ultima è una coltura che proprio per il particolare valore assegnato al prodotto riceveva dall'Europa incentivi pari all'incirca a mille euro l'ettaro. Con la nuova Pac il contributo scenderà a duecento euro. Questo significa che molti imprenditori saranno spinti a seminare non più riso ma ad esempio mais per produrre biogas, che a quel punto sarà molto più redditizio. Ecco perché la nuova Pac potrebbe cambiare addirittura il paesaggio di territori come la Lombardia o il Piemonte».

Il mondo agricolo contesta poi che la «torta» viene divisa senza grandi distinzioni tra tutti i 27 Paesi dell'Unione...

«Anche in questo caso il guaio vero è che non viene introdotta alcuna distinzione di qualità. Ma la stortura riguarda non solo singoli Paesi ma anche singole regioni. In Italia, ad esempio, la Lombardia vedrà ridotti i contributi Ue del 42% mentre quelli della Valle d'Aosta saliranno del 540%».

Accennava poco fa al fatto che questa svolta era ampiamente annunciata: come mai non è stata fermata?

«Perché adesso a Bruxelles votano 27 Paesi; sono i costi della democrazia, mi verrebbe banalmente da dire. Il nuovo meccanismo premia indubbiamente nazioni più arretrate, ad esempio la Romania, che tra l'altro esprime il commissario europeo all'agricoltura».

Adesso che spazi esistono, se esistono, per correggere la rotta?

«L'Italia dovrà imparare a contare di più su se stessa e meno sull'Europa. Gli aiuti dovranno essere concepiti in base a due pilastri; il primo è la qualità dei prodotti, il secondo è la tutela del paesaggio, il valore ambientale e turistico che sempre più è abbinato a quello della coltivazione della terra».

Ma il destino dell'agricoltura sarà sempre quello di essere sorretta dalla «stampella» degli aiuti pubblici?

«Di fatto stiamo andando verso il superamento di questo meccanismo. Almeno se vogliamo continuare a parlare di una politica produttiva nel settore agricolo e a patto di ricordare che il libero mercato comporterà un aumento sensibile del prezzo di molti prodotti alimentari».

Sullo sfondo dello splendido dittico di Federico da Montefeltro e della moglie, Battista Sforza, di Piero della Francesca, visibile agli Uffizi, si delinea il dolce paesaggio collinare che dalle Marche declina verso l'Adriatico.

Uno dei tanti luoghi incantati della penisola che ogni italiano dovrebbe salvaguardare come cosa propria e ineguagliabile bene collettivo. Per amara esperienza sappiamo che così non è.

Neanche in questo caso, come prova con icastica ironia un manifesto illustrato di Italia Nostra che riproduce quel paesaggio nel prossimo futuro, sconciato dall'offensivo profilo del più grande impianto eolico mai realizzato.

Si tratta, in questo caso, di ben 36 torri di 180 metri, un'altezza finora mai vista, dislocate a cavallo di due Regioni, la Toscana e l'Emilia Romagna, con impatti diretti anche sulle Marche. Prende il nome dalla località Poggio Tre Vescovi,e si estende attraverso i comuni di Verghereto (Forlì, Cesena), Casteldelci (Rimini) e Badia Tedalda (Arezzo). Siamo in un crocevia interessantissimo dal punto di vista paesaggistico e culturale, dove le antiche strade di cui si conservano i resti furono percorse dagli eserciti di Annibale verso Roma, utilizzate in seguito dai "Romei" che negli anni giubiliari si recavano ad Assisi ed uniscono a tutt'oggi borghi storici di grande pregio, fortificazioni e resti dell'incastellamento medievale. Sono le terre dei duchi di Urbino, di Cesare Borgia, di Lorenzo il Magnifico.

Il progetto è destinato a devastare questi luoghi, a meno che non venga bloccato dalla Conferenza dei Servizi che si riunisce oggi presso la Regione Toscana con la partecipazione delle altre Regioni interessate, dove saranno prese in considerazione le valutazioni di impatto ambientale.

Tra l'altro andranno analizzate le conseguenze degli sconvolgimenti nella rete dei trasporti, poiché dovrebbero essere realizzati 18 km di strade di collegamento, più 28 interventi di allargamento e rafforzamento di arterie provinciali per il passaggio dei mezzi pesanti. Altro elemento di perplessità desta la morfologia dei luoghi che conserva una buona tenuta del suolo se resta integra la copertura boschiva, mentre presenta una pericolosità erosiva laddove questa viene meno. Lo prova, sul fronte opposto di una delle vallate investite dal progetto, il verificarsi nel 2010 di un fenomeno franoso tra i più vasti dell'ultimo mezzo secolo. Preoccupa, quindi, un'opera che implica ingenti movimenti di terreno e chilometri di sbancamenti. Ma le perplessità non finiscono qui. Tra le più significative vi è la diffida del ministero dei Beni culturali che smentisce la relazione paesaggistica dove si afferma che le pale saranno di colore grigio chiaro per renderle visivamente meno impattanti, mentre una precedente conferenza dei servizi, considerato che la zona è di intenso traffico aereo, aveva già deciso che le pale, andrebbero, comunque, tinteggiate con grandi strisce rosse.

Da ultimo è venuta la denuncia di Italia Nostra alla Procura di Arezzo in cui si segnala che la richiesta di autorizzazione paesaggistica e idrogeologica, compreso il piano particellare di esproprio, viene presentato dai tecnici del Comune di Badia Tedalda. In proposito si sottolinea, come dalla documentazione emerga che il 50% dei terreni interessati sono di proprietà del sindaco Fabrizio Giovannini e di suo fratello Roberto. C'è, quindi, vasta materia d'indagine sui presupposti di conflitto d'interesse e d'interesse privato in atti d'ufficio. Infine l'investimento, supportato dai soliti meccanismi d'incentivi e certificati verdi, ammonta a 220 milioni. Lo promuove una società a responsabilità limitata denominata, Geo Italia, di cui i movimenti ambientalisti non sono riusciti a conoscere nulla. Si tratterà di una delle solite reti di "facilitatori" in cui l'autorità giudiziaria si è già imbattuta nei numerosi crimini emersi quasi ovunque attorno ai parchi eolici?

Fiero di essere italiano? Cittadino di un Paese dall'economia immobile, afflitto da un'evasione fiscale sterminata (oltre 100 miliardi di euro l'anno secondo Il Sole 24 Ore), intento a tagliare le spese in ricerca, cultura, istruzione e tutela? Dove la principale stampella della maggioranza di Governo è un partito che minaccia la secessione? Dove crescono la disoccupazione giovanile e l'emigrazione dei ricercatori, e il governatore Draghi parla di "macelleria sociale" in atto? Sarebbe più facile, per questo "tema svolto", inventariare dubbi e imbarazzi, e non dichiarare fierezze. Eppure...

Eppure mi capita di sentirmi fiero di essere italiano. Due piccole storie recenti. Prima scena in Scozia, dove tutti parlano del tesoro perduto di William Blake. Ecco, in due parole, la storia: nel 2001 un libraio compra per 1.000 sterline da un antiquario di Glasgow diciannove disegni acquarellati di Blake, una serie che il grande artista visionario aveva composto nel 1805 per illustrare il poema The Grave di Robert Blair.

L'incisore fu l'italiano Luigi Schiavonetti, ma almeno sette di quei disegni non furono mai incisi. La Tate Gallery offre subito 4,2 milioni di sterline, ma il proprietario non si accontenta, chiede otto milioni. La Tate non li ha, e dunque (nel rispetto delle leggi del Regno Unito) i disegni vengono messi all'asta uno per uno, e acquistati da diciannove collezionisti diversi, il cui nome non viene rivelato. Risultato: un gruppo di disegni concepito come un tutto unico è stato irrimediabilmente disgregato, nessuno potrà mai rimetterlo insieme, nemmeno per una mostra.

Ecco quel che accade quando la legge antepone le ragioni del mercato e del profitto a quelle della cultura e del pubblico interesse. Commento del Times Literary Supplement (17 giugno): «L'avidità privata e l'inerzia del legislatore sono disperanti. È ora di aprire un dibattito sulla proprietà dei beni culturali, e chiedersi se l'interesse privato debba sempre prevalere sul bene comune». Ebbene: in Italia questo dibattito vi è stato per secoli, ha condotto già negli Stati preunitari a una normativa che antepone il pubblico bene all'interesse privato. Nell'Italia unita è così almeno dalla legge Rava-Rosadi del 1909, e fino al Codice Urbani oggi in vigore. Se anziché a Glasgow i disegni di Blake fossero riemersi a Venezia o a Palermo, sarebbero ora di un museo o di un privato, ma certamente ancora tutti insieme, come vogliono le nostre leggi. Possiamo sentirci fieri di essere italiani.

Seconda scena, Stati Uniti. Si parla di come si va evolvendo la cultura ambientalista per reagire ai pericoli crescenti di un mondo globalizzato, dove le ciniche ragioni del profitto devastano l'aria, le acque e i luoghi colpendo alla cieca i cittadini, corpo e anima. Si parla di possibili rimedi, di trattati internazionali, di norme di autoregolazione, di come diffondere un'etica dell'ambiente. Si conviene che è urgente costruire nuove nozioni giuridiche, che possano installarsi al centro di ogni sistema legale, a livello internazionale ma anche nelle singole nazioni. Dominano il discorso due nozioni giuridiche nuove e "in crescita" nella riflessione (anche filosofica ed etica) di questi anni: i diritti delle generazioni future e la nozione di comunità di vita.

In America, la discussione sui diritti delle generazioni future si richiama spesso a un testo fondativo del presidente Theodore Roosevelt (1909): «Conservare vuol dire perseguire il maggior vantaggio per il maggior numero possibile di cittadini, per quanto più tempo possibile. Il criterio del "maggior numero possibile" deve applicarsi all'intero svolgersi del tempo: e in esso noi, che viviamo oggi, non siamo che una frazione insignificante. Abbiamo il dovere di rispettare l'insieme degli uomini, specialmente le generazioni non ancora nate: dobbiamo dunque impedire che una minoranza priva di principii distrugga un patrimonio che appartiene alle generazioni che verranno. Il movimento per la conservazione dell'ambiente e delle risorse naturali è essenzialmente democratico per spirito, finalità e metodo». Il tema, giuridico ed etico, dei diritti delle generazioni future è sempre più discusso anche in Italia (specialmente da Stefano Rodotà, o nel libro di Raffaele Bifulco, Diritto e generazioni future. Problemi giuridici della responsabilità intergenerazionale). È, in questi termini e nei nostri orizzonti, un tema nuovo. Ma in esso risuona fortissima la voce antica del pubblico interesse come sovraordinato al profitto privato: e che cos'altro era la nozione giuridica di publica utilitas o di bonum commune, se non il richiamo alla responsabilità di ciascuna generazione nei confronti di quelle che seguiranno?

La supremazia del pubblico interesse ricorre quasi ossessivamente nei cento Statuti dell'Italia comunale, nelle norme dei re di Napoli e dei pontefici, viene fortemente riaffermata nella legge di tutela del patrimonio culturale del 1909 (citata sopra), nella legge Croce sul paesaggio (1920-22), nelle leggi Bottai (1939), nel Codice Urbani oggi in vigore, ma soprattutto nella nostra Costituzione repubblicana, la prima al mondo in cui la tutela del patrimonio storico e artistico e del paesaggio fu scolpita fra i principi fondamentali dello Stato (articolo 9). Con un proprio linguaggio (che si richiamava al diritto romano), lo sguardo lungimirante dei nostri padri, fino ai Costituenti, già individuava nei "diritti delle generazioni future" il nucleo generativo della tutela.

Tempo fa ho portato la famiglia a sciare sulle montagne dell'Abetone e, lungo la statale del Brennero, abbiamo visto che gli alberi vicino alla sede stradale sono stati tutti tagliati. Allora ho approfittato dell'occasione per spiegare ai miei figli come il taglio degli alberi stia provocando delle frane, mentre questi svolgono spesso una importante funzione stabilizzatrice dei versanti e quindi riducono l'erosione e il deflusso incontrollato delle acque. Per prudenza, la settimana successiva, ho pensato bene di portare la famiglia al mare ma. .."i cipressi che a Bolgheri alti e schietti vanno da San Guido in duplice filar". dove sono finiti?

Supponendo che il cancro corticale del cipresso fosse il colpevole, stavo per spiegare in che modo insetti e funghi possono uccidere le piante e quali sforzi si deve fare per curarle, ma il vero colpevole non era il cancro, perche le piante erano state tagliate. Ora mi accorgo che lungo tutte le strade percorse, ai loro margini, non vegeta più né un platano, né un tiglio, né qualunque altro albero. C'è solo una lunga teoria di lamiere piegate ad arte, i guardrail, alcune delle quali sono anche chiamate 'ecologiche' perche rivestite di legno di pino!

Questo scenario incredibile e paradossale potrebbe diventare possibile, se si applicasse alla lettera la norma del codice della strada su cui si è basata la sentenza della Cassazione n. 17601 del 7.5.2010 per mezzo del quale un tecnico dell'Anas è stato condannato per omicidio colposo, non avendo provveduto a "mettere in sicurezza" il tratto stradale di sua competenza.

Gli effetti di questa norma del Codice della Strada, in sostanza, possono indurre a ritenere che ogni albero che si trova ad una distanza inferiore a 6 m dal ciglio stradale deve essere abbattuto (e mai ripiantato) in quanto potenzialmente pericoloso per la pubblica incolumità. La ragione ultima del disposto è oggettivamente condivisibile; chi non ritiene doveroso tutelare con il massimo rigore la sicurezza dei cittadini? Ma allora perche non asciugare l'asfalto dopo ogni pioggia (?!). Ovviamente non possiamo entrare n queste logiche senza superare il confine dell’assurdo (e si vedano a questo proposito i molti commenti alla sentenza rintracciabili sulle chat), però vorrei qui commentare quanto accaduto nell'ambito di un quadro più vasto.

La nostra Costituzione tutela la vita dei cittadini e la loro sicurezza, così come il territorio e l'ambiente, intendendo con ciò che la qualità della vita dei cittadini dipende anche dal luogo in cui essi vivono. Non si tratta di obiettivi contrastanti, nel senso che la tutela di un bene di valore primario e costituzionale non può comportare l'annientamento di un altro bene di pari valore. Ad esempio, fra i valori costituzionali vi è sia la tutela della salute che del "lavoro", ma quest'ultimo non può essere tutelato dalle norme a danno della salute e viceversa. Si deve cioè trovare un modo il più equilibrato possibile di perseguire questi beni e valori primari. Penso cioè che il Codice della Strada avrebbe dovuto trovare un più equo e intelligente (direi Costituzionale) compromesso fra il sacrosanto diritto alla sicurezza stradale e il diritto di tutela del paesaggio.

Sono convinto che una soluzione concreta esiste e che se certamente in qualche caso è necessario tagliare degli alberi che rendono molto pericoloso un incrocio, al tempo stesso la pericolosità dei nostri viali alberati non è data dalla presenza e dalla distanza degli alberi, o dall’assenza del guardrail, ma dal modo in cui noi guidiamo nelle diverse condizioni, dall’efficienza delle noste vetture e dalla manutenzione della sede stradale.

In questa ottica diventa chiaramente assurdo ipotizzare la distruzione di un elemento di qualificazione del paesaggio come il viale alberato per garantire la sicurezza che, invece, non si garantisce affatto. È, anche certo, infatti, che anche 'spostando' gli alberi a 6 m di distanza dalla sede stradale, tale misura non è quasi mai sufficiente a far sì che una macchina lanciata in velocità e magari senza controllo, possa fermarsi da sé. E allora perche invece di 6 m non spostare gli alberi a 100 m dal ciglio? Ricordo, altresì, che vi sono studi che dimostrano, invece, come la presenza di alberi al margine della strada contribuisca alla diminuzione degli incidenti, poiché favorisce la percezione del percorso, riduce l'impatto della luce solare e, favorendo il benessere psichico, tende a smussare i comportamenti imprudenti o aggressivi.

In questa ottica andrebbe rivista questa assurda norma del Codice, perche la sua applicazione implica l'impossibilità di progettare un viale alberato degno di questo nome ed in grado di assolvere le funzioni che gli sono proprie.

In sostanza l'approccio corretto dovrebbe essere il seguente: gli alberi (ma anche altri ma- nufatti come i pali della luce) possono trovarsi in prossimità della carreggiata stradale e la loro presenza può costituire una fonte di pericolo tale da indurre rischi di incidenti mortali o comunque assai gravi. Ai fini della normativa sulla sicurezza è necessario che il gestore predisponga misure di protezione collettiva (nel caso il guardrail) finalizzate a ridurre questa fonte di pericolo.

Ma, in tutti i casi, pensiamo un po' di più al ruolo, alle funzioni e alle condizioni di vita delle piante. Gli alberi lungo le strade, infatti, sono decisamente maltrattati, non solo a causa degli incidenti che subiscono, ma anche per colpa dell'Ente gestore, sia esso I' Anas o le amministrazioni locali. Molti alberi sono inclinati e quindi "fuori sagoma" o presentano carie estese od altre anomalie alla base del tronco e all'inserzione dei rami, con un notevole pericolo di rottura. Tutti questi difetti costituiscono una certa fonte di rischio per l'utente stradale, ben di più della loro minore o maggiore distanza dal ciglio! Ma questi difetti sono dovuti ad errori nella tecnica di impianto o nello spazio troppo limitato a disposizione, oppure nelle improprie tecniche di gestione colturale.

Questi alberi,più degli altri, dovrebbero essere prima compresi, mediante una appropriata valutazione della stabilità e quindi curati, secondo le tecniche dell'Arboricoltura, come si insegnano da tempo in questa scuola, da personale qualificato e magari certificato ETW (European Tree Worker), in modo che gli alberi siano sicuri per se stessi e in relazione agli spazi in cui si trovano a vegetare. Se una colpa dobbiamo fare a chi gestisce gli alberi lungo le strade, quest'ultima indicata è certamente legittima, mentre non si può accettare di vivere in un luogo a rischio zero, in quanto senza alberi, anche perche sarebbe un posto terribilmente stupido e noioso. .

Con la pubblicazione del Rapporto Preliminare e dell'Analisi preliminare (identificata con la Carta dei Luoghi e Paesaggi del Piano stesso") ha preso avvio la prima fase, attività di scoping, del processo di VAS relativo al PPR dell'Abruzzo. Italia Nostra, che alla pianificazione paesaggistica intende rivolgere particolare attenzione ed a tale scopo ha promosso uno specifico Osservatorio nazionale, ha organizzato a Pescara il convegno "Il nuovo Piano Paesaggistico della regione Abruzzo: cominciamo a discuterne". Di seguito si riporta una delle relazioni tenute nell'occasione.

La nostra particolare attenzione alla Carta dei Luoghi e dei Paesaggi (CdLeP) discende dal ruolo che tale strumento assume non solo rispetto al Piano Paesaggistico Regionale (PPR), di cui costituisce il corredo conoscitivo di base, ma anche e soprattutto, quale istituto previsto, dalla nuova Legge Urbanistica Regionale (LUR), con funzioni molto significative ed importanti nei nuovi processi di pianificazione.

L’art. 5 della LUR definisce, infatti, la CdLeP quale sistema della conoscenza condivisa, e pertanto riferimento analitico imprescindibile di tutti i piani regionali di qualsiasi livello; in coerenza con tale strumento saranno conseguentemente definiti i quadri conoscitivi dei piani di settore, provinciali, e comunali; non solo, l’art. 8 della legge, al comma 10, precisa che “La Carta dei Luoghi e dei Paesaggi ” costituisce strumento conoscitivo della pianificazione urbanistica e territoriale, anche ai fini delle verifiche di compatibilità di cui all’art. 19”, come confermato nel Rapporto Preliminare: “La Carta dei Luoghi e Paesaggi, quale Quadro conoscitivo del nuovo Piano Paesaggistico Regionale, è parte integrante del medesimo e ne rappresenta lo strumento di valutazione di piani e progetti in relazione ai temi del paesaggio e dell’ambiente.”

Quindi ci pare pienamente legittima una lettura della Carta, quale quella che ci accingiamo a compiere, in termini autonomi, nei contenuti noti e alla luce della cartografia pubblicata; dalla lettura dei materiali ci sentiamo di affermare, non per amore del paradosso, che la Carta dei Luoghi e Paesaggi trascuri, dimentichi, nella sua complessiva configurazione, proprio i paesaggi.

La Carta, contraddittoriamente rispetto alla sua stessa denominazione, si occupa, degli aspetti fisici, storico-culturali e urbanistico-insediativi del territorio ed esclude dal proprio orizzonte di indagine gli aspetti percettivo-identitari, sociali e simbolici, propri della dimensione paesaggistica.

Per tale motivo, in considerazione del ruolo che la LUR assegna alla CdLeP, si può affermare, in particolare, che dal sistema conoscitivo di base del PRG viene espunta una lettura del territorio in termini di singolarità, specificità e differenze dei suoi componenti e cioè del riconoscimento dei paesaggi di valore, dell’ordinarietà o del degrado.

Recentemente sul sito web della Regione dedicato al PPR sono state pubblicate le 91 tavole di analisi ed è probabile che in esse siano rinvenibili aspetti conoscitivi significativi, non considerati rilevanti in sede di sintesi e che, invece, dovrebbero essere recuperati e opportunamente integrati nella CdLeP.

Ma i contenuti formulati sono pur sempre quelli che, nella generalità dei casi, vengono preliminarmente acquisiti dai comuni nella redazione degli strumenti urbanistici generali e che, nella maggior parte dei casi, richiedono la semplice assunzione e presa d’atto degli stessi, piuttosto che l’attivazione di percorsi partecipativi per la loro condivisione.

E’ anche evidente, nella impostazione data, la contraddizione con la stessa definizione di CdLeP formulata nel Rapporto Preliminare: “La Carta dei Luoghi e dei Paesaggi, è un sistema di conoscenze istituzionali, conoscenza di progetto (intenzionali), e di conoscenze locali (identitarie), che descrivono il territorio secondo le categorie di Vincoli, Valori, Rischi, Degrado, Abbandono, Frattura, Conflittualità…”

Perché la Carta sia coerente a tale difinizione, che ricalca il testo formulato nella LUR in itinere, è necessario che le analisi vengano integrate degli aspetti relativi alle conoscenze di progetto, (a partire dai programmi degli enti che si occupano di infrastrutturazione del territorio) e alle conoscenze identitarie condivise, presupponendo, quindi, un percorso di compartecipazione degli altri enti territoriali e delle comunità locali alla definizione del Piano.

D’altra parte è lo stesso Direttore generale, l’architetto Sorgi, a confermare questa considerazione quando afferma che:” gli elaborati del nuovo Piano paesaggistico regionale declinano dati territoriali ufficiali validati dagli Enti pubblici competenti ed in relazione ai quali codeste Associazioni possono solo segnalare eventuali carenze ed errori…”.

Da ciò deriva la grave ed inaccettabile conseguenza che le analisi di base dei Piani Comunali e le verifiche di compatibilità previste dalla nuova LUR, non dovranno misurarsi, ex ante, con una componente essenziale della pianificazione territoriale quale quella derivante dai caratteri e dai valori paesaggistici del territorio. Aspetti, questi, che il PPR assume nelle successive analisi relative all’Approccio sintetico induttivo e che sviluppa progettualmente nell’Atlante del Paesaggio, in relazione ai 21 paesaggi identitari regionali.

***

Disattendendo l’esortazione del Direttore generale prima richiamata, entriamo nel merito delle differenti elaborazioni cartografiche presentate, ponendo in risalto i rapporti diretti e indiretti fra indagine svolta e contenuti paesaggistici inespressi, i limiti analitici presenti e formulando considerazioni che, per quanto indesiderate, ci auguriamo utili al prosieguo dell’elaborazione del Piano.

1 Carta dell’Armatura urbana.

Su tale elaborato si avanzano due osservazioni:

a) L’unificazione in un’unica categoria dei Suoli Urbanizzati e dei Suoli urbani Programmati, non permette di distinguere la differenza fra ambiti territoriali consolidati, aree in corso di trasformazione e ambiti non ancora trasformati e pertanto questa lettura non consente di cogliere, come necessario e come negli intendimenti dei pianificatori, gli effettivi livelli di trasformabilità del territorio.

Si tratta di un aspetto di rilievo, a nostro avviso determinante, se solo si tiene conto del frequente sovradimensionamento insediativo dei piani regolatori comunali, della consueta sovrastima e reiterazione delle aree produttive, e quindi della possibilità/necessità di ripensare scelte compiute dalla pianificazione comunale, là dove queste si interferiscano con preesistenti valori paesaggistici.

In rapporto a queste situazioni problematiche, pur se il Codice sancisce la prevalenza normativa del PPR sugli strumenti urbanistici di scala inferiore, è auspicabile che, per il successo della stessa pianificazione paesaggistica, si percorra la via del confronto, del convincimento e della condivisione, utili alla crescita culturale e alle sensibilità diffuse dei cittadini. Sono queste le circostanze più opportune in cui promuovere iniziative di copianificazione, in modo da verificare e sciogliere, in termini compatibili per l’ambiente e per il paesaggio, i conflitti rilevati.

Questa attenzione alle sensibilità locali, nello spirito della Carta Europea del Paesaggio – quando, ovviamente, siano in gioco interessi della comunità insediata e non il tornaconto dei singoli e delle lobby - va comunque posta in relazione con l’assunto che il patrimonio paesaggistico locale “appartiene”, spesso, anche a comunità più ampie che trovano in esso l’espressione della propria identità (dai paesaggi di valenza regionale sino a quelli considerati patrimonio dell’intera umanità).

Si corrono, altrimenti, due rischi: il primo, quello di chiudersi in un localismo di corto respiro e di inaccettabili conseguenze e il secondo, di configurare una sostanziale e diffusa legittimazione, senza alcuna verifica, della pianificazione in atto, ripetendo quanto verificatosi in occasione della redazione del precedente Piano paesistico regionale, alla cui stesura, per lo meno, si era pervenuti attraverso un ampio coinvolgimento della società regionale.

b) La lettura dei caratteri insediativi è effettuata con un approccio unicamente “funzionale”, con l’utilizzazione delle categorie di: areeurbanizzate, servizi e aree produttive.

Qualche considerazione critica nel merito:

La mancata indagine sulla morfologia insediativa, quindi sulle forme specifiche degli assetti territoriali, non consente di conoscere i caratteri fisioniomici del costruito e, conseguentemente, di individuare gli ambiti di degrado, gli ambiti di particolare problematicità o i tessuti di qualità all’interno delle strutture urbane.

Non si evincono le dinamiche in atto, in particolare, rispetto alle più evidenti pressioni insediative: dalle risorse territoriali sottoutilizzate, alle aree a intenso consumo di suolo;

Una lettura sommaria che non articola sufficientemente le tipologie insediative, può indurre a gravi equivoci interpretativi (un esempio per tutti sulle infrastrutture del turismo: uno stesso simbolo indica i camping, di scarso impatto paesaggistico e attrezzature alberghiere di enorme evidenza insediativa).

In definitiva, non emergono nelle analisi i caratteri qualitativi dell’urbanizzazione (la periferia ed i margini urbani anonimi, ambiti di degrado, la città diffusa, la qualità insediativa delle aree produttive e il peso delle infrastrutture, ecc) elementi conoscitivi importanti sia per l’individuazione dei beni da tutelare, sia per la riqualificazione dei paesaggi dell’ordinarietà e del degrado e sia, infine, per la costruzione di nuovi paesaggi che consentano il riscatto dall’anomia dei processi di omologazione diffusi.

2 Carta dei rischi

La carta dei rischi riporta sostanzialmente dati mutuati dal PAI, con l’individuazione delle aree di instabilità e quelle di esondazione. Dati particolarmente significativi ai fini della valutazione di rischi per l’edificazione e per l’individuazione delle più consone direzioni di espansione dell’abitato, piuttosto che per l’integrità dell’ambiente e del paesaggio.

In questa ottica, e in riscontro con altri aspetti dell’analisi, si manifesta una singolare e preoccupante distorsione di immagine:

i fiumi sono riguardati principalmente quale elemento di pericolo esondativo piuttosto che nella loro importante funzione ambientale e paesaggistica,

emergenze geologiche quali, ad esempio, i calanchi, risultano solo rischio e non elementi identitari del paesaggio collinare,

Si tratta di un evidente ridimensionamento di significato rispetto alla definizione che la nuova LUR formula per tali ambiti: “ Areali di rischio: quali parti del territorio caratterizzate dalla presenza di fattori di instabilità, fragilità e perdita di qualità riconosciute, che ne compromettono una o più caratteristiche costitutive, rilevanti ai fini della definizione delle Unità GPA e/o del Valore”. La norma, come si legge, sottende una visione di rischio più ampia e articolata rispetto alla sola dimensione del pericolo per le costruzioni.

A nostro avviso i rischi da indagare, in relazione alla componente del paesaggio, sono altri, quali ad esempio:

il numero dei permessi di costruire in zona agricola, gli accordi di programma in deroga che coinvolgono suoli agricoli, interventi per la realizzazione di strutture produttive ai sensi della L. 447/98, le ricadute della deriva petrolifera, l’eolico selvaggio, il fotovoltaico rurale, ecc.

Rischi, questi, concreti e tangibili per la perdita di qualità riconosciute del territorio e del paesaggio che derivano dai processi che in modo sempre più invasivo interessano lo sviluppo del territorio: l’inarrestabile consumo di suolo soprattutto agricolo, la saturazione della fascia costiera e la progressiva occupazione delle aree golenali, la crescente infrastrutturazione viaria con l’aumento della frammenterietà dei suoli, le deroghe ai vincoli del piano paesistico vigente, ecc.

Si tratta di materia di grande importanza per la costruzione del piano; si consideri che l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio è uno dei contenuti essenziali dell’elaborazione del piano paesaggistico ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio.

3 Carta del degrado e dell’abbandono

Oggetto dell’indagine sono i suoli produttivi abbandonati, le cave (di cui però sarebbe opportuno introdurre la distinzione fra quelle dismesse e quelle in esercizio) e le discariche.

Anche per tale problematica si rileva una contrazione di significato rispetto alla definizione della nuova LUR: “….parti del territorio caratterizzato da fenomeni di abbandono (degli usi antropici) e dal conseguente degrado dei fattori costitutivi”.

Per cogliere a pieno i fenomeni di abbandono e di sottoutilizzazione delle risorse territoriali, gli oggetti dell’indagine dovrebbero comprendere anche i centri storici, gli antichi insediamenti, o le aree produttive o marginali.

Rispetto ai fenomeni di degrado una lettura inclusiva della dimensione ambientale e paesaggistica dovrebbe prendere i considerazione, ulteriori detrattori rispetto a quelli richiamati quali i paesaggi dell’abbandono e del disordine, i siti inquinati, ecc.

La Carta, infine, non restituisce elementi conoscitivi relativi agli areali di frattura ( Carta del Degrado, Abbandono e Fratture) un aspetto, questo, che riteniamo molto importante dal punto di vista ambientale, oltre che paesaggistico, ed essenziale per la progettazione della rete ecologica regionale, infrastruttura ambientale strategica per la conservazione della biodiversità e la specificità dei paesaggi, di cui non si fa mai menzione, ma che ci auguriamo assuma l’importanza che le compete nelle analisi del Piano.

4 Carta dei vincoli

Tale carta, che attiene alla trasposizione degli immobili e delle aree soggetti a vari tipi di vincolo, va sottoposta ad attenta verifica poiché sono omesse numerose aree protette regionali (non sono riportati, ad esempio, i perimetri di quasi tutte le riserva naturali regionali costiere: il Borsacchio a Roseto degli Abruzzi, Santa Filomena a Montesilvano, oltre a diverse riserve naturali nel chietino).

5 Carta dei Valori

E’ questa la carta di maggiore importanza in quanto, in una certa misura, anticipa le linee di azione del Piano, almeno sul versante della conservazione e della tutela del paesaggio.

Sono oggetto di studio i valori geobotanico e vegetazionale, storico, monumentale, archeologico e i valori agronomici, ovvero le qualità naturalistico ambientali, storico insediative e di produttività dei suoli.

Non sono invece indagati i caratteri precipui dell’identità del territorio: i sistemi delle specificità e le differenze, le dimensioni percettive e simboliche, non si individuano, in definitiva, i valori propri del patrimonio paesaggistico. Ma è proprio questa la materia che, a nostro avviso, assume maggiore importanza nel processo di riconoscimento e condivisione dei valori.

Una lettura che porta a risultati paradossali in cui le colline non ancora aggredite dallo sprawl invadente, le aree golenali, singolarità locali, tipologie insediative tradizionali, sono ritenuti di nessun valore.

Sfuggono all’analisi ambiti territoriali che per il loro ruolo, specificità o rarità assumono un valore strategico non solo per la tutela ma anche per la riqualificazione dei paesaggi, come accade nelle rare discontinuità della conurbazione lineare costiera, rispetto alla quale, indipendentemente dai valori intrinseci che pure sono presenti, tutte andrebbero gelosamente salvaguardate in quanto potenziali nodi di rigenerazione urbana. La classificazione delle sole qualità produttive dei suoli agrari senza alcun riferimento alle morfotipologie rurali lascia fuori dal riconoscimento di valore paesaggistico tutto il territorio agricolo (aree di origine protetta, aree rurali di valenza storica, ecc.).

Si disattende con evidenza alla definizione che la LUR in itinere formula per gli areali di valore ovvero “ quali parti del territorio caratterizzate da particolari e specifiche qualità naturalistico ambientali, paesaggistiche, storico artistiche, archeologicheed agronomiche che singolarmente o nel loro insieme contribuiscono alla definizione dell’identità regionale”. Gli areali di valore sono, cioè, quelli in cui si esprime l’identità dei luoghi e paesaggi locali e il cui riconoscimento richiede processi di condivisione con le istituzioni e le comunità locali.

D’altra parte il processo di condivisione delle conoscenze non ha alcun significato se si esercita di fatto su dati pressochè indiscutibili (il mosaico dei PRG, il PAI, i vincoli di legge, le analisi specialistiche disciplinari); il terreno della condivisione riguarda invece proprio la lettura degli elementi qualitativi legati alla percezione e alle sensibilità delle comunità locali, nel confronto del significato e della valenza dei beni.

A nostro avviso la carta dovrebbe mirare alla individuazione dei luoghi dell’identità regionale, del paesaggio, della natura, della storia, della cultura nel rapporto con l’ambiente e restituire la sintesi dei valori dei patrimoni del territorio, riconosciuti e condivisi dalla comunità regionale, e pertanto “non negoziabili”.

Beni e risorse non disponibili allo scambio impari, ad un mercanteggiamento che vede quasi sempre prevalente gli interessi particolari, che caratterizzano, sempre più frequentemente, modalità di trasformazione del territorio affidate agli strumenti propri dell’urbanistica contrattata.

6 Carta della conflittualità

La carta non è agli atti ma, alla luce di quanto prima argomentato sulle carenze di analisi dei caratteri dei paesaggi, è difficile possa contenere riscontri significativi rispetto ai valori paesaggistici. Ma si tratta di una carta importante perchè è da questo elaborato che vengono “estrapolate le conflittualità alle quali corrisponde un maggior livello di criticità ambientale;…”

Un elaborato che, se ridefinito con l’inclusione dei contenuti propri derivanti dalla componente paesaggistica, assume una importante valenza per le successive fasi di elaborazione del Piano poiché consente di individuare le aree sensibili, gli elementi di criticità e le dinamiche che costituiscono minacce tangibili al patrimonio paesaggistico.

***

In conclusione, a nostro avviso, la CdLeP dovrebbe essere adeguata sia sotto il profilo delle molteplici carenze analitiche prima richiamate e sia ricomprendendo in essa il riconoscimento dei differenti paesaggi regionali ed i relativi valori identitari.

Che tale revisione dei contenuti della Carta sia necessaria è implicitamente riconosciuta nella stessa Relazione Preliminare là dove, a proposito degli obiettivi di qualità dei paesaggi identitari, si afferma (come essi) “…..definiscono la cornice di riferimento per la definizione degli obiettivi prestazionali alla scala di maggior dettaglio dei piani urbanistici, chiamati a coniugare i valori identitari affermati dal piano paestico con le valenze di sviluppo locale e di tutela delle risorse territoriali proprie dello strumento urbanistico” ed ancora, alla pagina successiva, “La definizione degli obiettivi di qualità associata ai singoli paesaggi diventa il momento di culmine della fase di ricognizione e interpretazione dei beni paesaggistici e di snodo verso le scelte di tutela valorizzazione che dovranno essere operate in sede di pianificazione del paesaggio e più complessivamente di pianificazione del territorio”.

Pertanto il quadro conoscitivo (CdLeP) nella sua completezza, dovrebbe inscindibilmente comprendere, se si vogliono includere i valori paesaggistici del territorio, ambedue gli approcci analitici: deduttivo ed induttivo come peraltro emerge dalla stessa elaborazione di Piano: “ A) quadri conoscitivi – Carta dei Luoghi e Paesaggi /Regole: ……..l’avvio di un processo di condivisione del quadro conoscitivo, sia nella sua dimensione istituzionale (vedi art. 143 C.U.) che in quella identitaria locale”.

In tal modo è possibile far sì che tutti gli strumenti di pianificazione, a partire dai piani regolatori comunali, si misurino, sin dalle fasi preliminari della loro impostazione, con la dimensione del paesaggio quale elemento cardine della progettazione e con gli obiettivi di tutela in coerenza con il dettato costituzionale.

Il testo riprende la relazione svolta dall’autore in occasione del convegno: “IL NUOVO PIANO PAESAGGISTICO DELLA REGIONE ABRUZZO: COMINCIAMO A DISCUTERNE”, organizzata dalla sezione di Pescara di Italia Nostra “LUCIA GORGONI”, 15 aprile 2011.

L’autore è Responsabile regionale di Italia Nostra per la pianificazione territoriale.

Piero Ferretti -PPR Abruzzo

«Spalanca, spalanca» . Al piano nobile del castello di Camigliano risuona un pianoforte. Gualtiero Ghezzi, padrone di casa, guarda verso Montalcino. «Apri le finestre, tutti devono sentire» . Dieci metri più sotto, le note rompono il silenzio del borgo di Camigliano, entrano nelle case dei 36 abitanti, con i ragazzi che giocano ancora alla ruzzola a corda. Ghezzi è l’ultimo feudatario d’Italia. Un caso più che una scelta. Nel borgo semideserto, lui nel castello, i 36 attorno alle mura, si occupa dei destini incrociati degli abitanti. Distribuisce lavoro e, a date fisse, svago.

Tutti o (quasi) sono impiegati nella sua azienda agricola che con il borgo si identifica (e viceversa). Una volta l’anno Ghezzi chiude il paese e porta tutti in gita. Pranzo, discorso, generose sorsate di vino del podere. A Natale invita i paesani a pranzo. Sembra un borgomastro. Non eletto, ma designato in quanto possessore della terra. «Chiedono e io faccio — racconta l’ex ingegnere milanese trasformato in vignaiolo— organizzo lo scuolabus per Montalcino, decido che fare se l’unico negozio di alimentari chiude per anzianità dei proprietari (lo acquisto e trovo una famiglia di giovani per riaprirlo).

«Quando il padre di Gualtiero, Walter Ghezzi, arrivò qui da Milano — racconta la moglie Laura — c’erano solo maiali e mucche chianine. Era il 1957, due anni dopo vennero impiantati i primi vigneti di Sangiovese, che qui si chiama, appunto, Brunello. I Ghezzi si innamorarono di queste colline e dell’abbazia di Sant’Antimo, dove si celebra (e si canta) ancora con il rito gregoriano» . I vitigni sono stati recuperati fino a coprire 92 ettari dei 530 della proprietà, la vecchia cantina è stata ricostruita sotto terra per non ostacolare lo sguardo dal paese verso il bosco. Sono arrivati nuovi tini d’acciaio a temperatura controllata accanto alle botti in rovere di Slavonia da 25 a 60 ettolitri. E il vino viene lavorato con uno speciale metodo, a caduta.

«Per non farlo stressare» , spiega il produttore-ingegnere. Così il Brunello di Camigliano si è, poco a poco, affermato sul mercato. Fino a far scrivere al critico Luca Maroni, nell’annuario dei vini 2010, che il Brunello Gualto 2003 è «di intesa fragranza mentosa dell’aroma, violacemente balsamico, suadentemente armonioso, uno dei migliori del millesimo e di sempre» . «Far funzionare questa azienda è il modo per non far morire il borgo, senza di noi si svuoterebbe in fretta» , dice sicuro Gualtiero Ghezzi.

Ora le casette in pietra rimaste vuote vengono affittate ai turisti. È anche stato aperto un piccolo ristorante da una giovane coppia. C’è un sacerdote part time a Camigliano: arriva in Ape, confessa, benedice, poi chiude e se ne va. La chiesa ha la forza di una parabola: c’è una porta d’ingresso per i battesimi, l’altra per l’ultima uscita, il funerale. Una strage di pennuti, chiamata sagra del galletto, nella prima settimana di ottobre, è il solo evento plebeo del borgo, con tavolate e giochi d’altri tempi. La coppia dei neofeudatari, come impone il ruolo, apre il castello agli artisti. Fino a qualche anno fa chiamava a rapporto ogni anno un gruppo di disegnatori che esponevano i loro lavori tra satira e storia locale. Poi venivano organizzate rassegne di arte contemporanea. In quelle occasioni la cantina diventa una galleria.

È la signora del castello a mettersi al lavoro per sfamare ospiti e artisti con i piatti della tradizione, la ribollita e la bistecca alla fiorentina. I neofeudatari non hanno personale di servizio. «Ci aiutano le donne del paese, come gli uomini nei campi» . La visita in cantina inizia con le lodi di Ghezzi al Moscadello, rinascimentale vitigno citato dal poeta Redi nel suo «Ditirambo» . Poi il tesoro: 160 mila bottiglie di Brunello ottenute in 50 ettari tra le crete senesi. L’annata del 2006 del Camigliano dei castellani ha ottenuto 92 punti su 100 pochi giorni fa dagli americani di Wine Enthusiast, e ieri è stata presentata al Four Seasons di Milano con sette stelle del Brunello di Montalcino (Castello Banfi, Castello Romitorio, Col d’Orcia, Marchesato degli Aleramici, Mastrojanni, Siro Pacenti, Tenute Silvio Nardi).

Vigne, ulivi e il bosco padronale, non c’è altro per chilometri attorno al borgo. Il paese-azienda è un insieme di nuovo e antico: tutto sembra continuare da secoli, riti medievali compresi. Invece, almeno per l’economia delle vigne, tutto è cambiato. Il Brunello di Montalcino è un vino dell’età moderna. Dal 1870 fino agli anni Cinquanta c’era un solo produttore, Biondi Santi. «Quando siamo arrivati parte del castello era in rovina e nei campi servivano grandi investimenti» , raccontano i Ghezzi. Mezzo secolo dopo il castello, e il Brunello, hanno salvato il borgo.

Nota: non è certo questo modello neofeudale a ispirare i protagonisti di una vicenda simile ma al tempo stesso assai diversa, come quella raccontata nel film Langhe Doc da Paolo Casalis (f.b.)

Titolo originale: Trees slow motorists in urban areas as well as rural – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Alcuni esperimenti nei villaggi rurali dell’area Norfolk - Overstrand, Martham, Coltishall e Mundesley – dimostrano che gli automobilisti rallentano quando gli alberi limitano la visibilità periferica.

Che diminuisce del 20% chi procede a 65-95 kmh, e complessivamente si scende dell’1,5%.

L’associazione Trees for Cities sostiene che anche nelle aree urbane si ottengono i medesimi risultati.

La responsabile Emma Hill spiega:

“Questa ricerca di Norfolk dimostra che gli alberi in area rurale possono rallentare il traffico. E la stessa cosa avviene nelle città.

“Gli studi evidenziano che con le alberature arrivano anche più pedoni nelle vie. E con gli alberi e i pedoni gli automobilisti sono ancora più spinti a rallentare.

“Quindi aumentare sulle strade rurali e urbane gli alberi, che avvantaggiano gli abitanti da molti altri punti di vista, è una economicamente conveniente alternativa alle solite telecamere per rilevare le velocità”.

Il responsabile ministeriale nazionale per la sicurezza stradale Mike Penning aggiunge:

“I risultati delle alberature di Norfolk indicano come sia possibile pensare a soluzioni innovative per la riduzione delle velocità in aree rurali e villaggi, anziché usare le telecamere”,

“Spero che altre amministrazioni locali colpite da questo successo considerino se introdurre piani simili e ridurre gli incidenti sulle proprie arterie rurali”.

Conclude il responsabile sicurezza dell’Automobile Club Andrew Howard:

“Quando c’è un’ottima visibilità le auto esagerano, anche se non è sicuro”.

“Una scarsa visibilità può condurre a qualche sbandamento quando non è chiarissimo il percorso davanti. Con piantumazioni ben studiate si può rimediare a tutto questo”.

Nota: e pensare che il nostro Codice della Strada e relativo dibattito paiono stare su un altro pianeta; il testo originale dell'articolo sul sito Horticulture Week (f.b.)

Perchè parlare di paesaggio

L’obiettivo di questo contributo era quello di tracciare una cornice storica, seppur forzatamente sommaria, delle normative di tutela del paesaggio con alcuni riferimenti a quelle di ambito regionale. Può apparire un tema tangenziale rispetto alla relazione sulla quale si incardinava il seminario, musei e paesaggio, quali elementi fondanti del nostro patrimonio culturale. Eppure, come si è cercato di evidenziare in questa pur rapida analisi, attraverso la prospettiva giuridica si sottolineano aspetti e criticità che si rivelano importanti per meglio comprendere l’assetto attuale del nostro sistema della tutela nel suo complesso e soprattutto le sfide che si trova a sostenere in questa fase storica.

Al di là dell’ovvia considerazione che musei e paesaggio costituiscono nel nostro paese un’endiadi inscindibile, compendiata nel nesso “museo diffuso”, meno scontata, ma ugualmente determinante appare l’analogia insita nella sempre maggiore pressione sociale, economica e politica assieme che entrambi si trovano a dover fronteggiare, con accelerazione crescente in questi ultimi anni.

Se per i musei è in atto un ripensamento radicale delle modalità di gestione che investe le finalità dell’istituzione stessa, il paesaggio si trova a dover convivere con fenomeni di sfruttamento del territorio per finalità economiche o sociali (edilizie, produttive, infrastrutturali) che ne minano progressivamente e senza ritorno la presunta intangibilità di bene culturale.

In sostanza questo primo decennio del terzo millennio ha visto in Italia riaccendersi il contrasto fra tutela e sviluppo, con modalità nuove nell’asprezza e nella intensità; per quanto riguarda il paesaggio questo fenomeno ha condotto ad un confronto quasi sempre lacerante con operazioni di trasformazione territoriale, mentre per quanto riguarda i musei, lo stravolgimento di senso e di ruolo cui sono sottoposti si colloca nella stessa direzione di uno sfruttamento commerciale a fini turistici sempre più esasperato e prevaricante nei confronti delle ragioni culturali e scientifiche.

La direzione generale per la valorizzazione recentemente istituita dal Ministero ha d’altro canto come obiettivo principale ed esplicitamente enunciato, la “messa a reddito” del nostro patrimonio culturale, obiettivo perseguito soprattutto attraverso la creazione a ciclo continuo di eventi e mostre. I nostri musei, per i quali si pensa ormai esclusivamente, a livello ministeriale, ad un’utenza di tipo turistico, sono quindi sempre più scenografie per eventi di vario tipo o depositi di lusso finalizzati ad alimentare il meccanismo ormai frenetico delle mostre temporanee.

Eppure, a livello giuridico, la nostra è una storia di eccellenze, nel senso che la legislazione di tutela del patrimonio culturale, oltre a risalire, come noto, per lo meno all’epoca rinascimentale nelle sue prime formulazioni, anche per quanto riguarda epoche più recenti, dagli inizi del secolo scorso in poi, ha saputo elaborare sistemi normativi di grande coerenza ed efficacia, spesso presi a modello da altre legislazioni nazionali; l’Italia è la prima e tra i pochissimi paesi moderni ad avere inserito fra i principi fondamentali della propria Costituzione, la tutela del patrimonio storico artistico e del paesaggio, riconoscendone quindi le caratteristiche di valori fondanti dell’identità nazionale.

Ripercorrere la storia della legislazione di tutela, del paesaggio in particolare, significa però confrontarsi con una compresenza spesso frustrante fra eccellenza giuridica e inerzia amministrativa. Frustrante e proprio per questo altrettanto significativa tanto da rappresentare probabilmente l’elemento più significativo dell’attuale momento storico-politico in questo ambito e il nodo da affrontare per arrivare a strumenti di tutela del paesaggio più efficaci.

Il quadro che si presenta in questa sede, costituito da una serie di richiami storico-legislativi e da alcune suggestioni a commento, considera nel loro insieme le normative statali e quelle regionali; di queste ultime si richiamano, come previsto, i provvedimenti legislativi emanati dalla Regione Emilia Romagna, anche se occorre sottolineare che il loro carattere esemplificativo è in questo ambito limitato poiché la produzione legislativa regionale, come si cercherà di sottolineare, è caratterizzata da una marcata disomogeneità a livello di metodo e di finalità perseguite e quindi di risultati ottenuti.

L’inizio della storia: da Benedetto Croce a Concetto Marchesi

Per quanto riguarda il paesaggio, la tradizione legislativa deve essere fatta risalire, come prima elaborazione compiuta, alla legge n. 778 del 1922, la così detta legge Croce che, in pochi sintetici articoli, decretava l’inserimento - e quindi la loro salvaguardia - delle “bellezze naturali” nel patrimonio culturale nazionale; nella relazione alla legge, di due anni precedente, Croce sottolinea come “Il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria con le sue campagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo […]” rilevandone, quindi, accanto al valore estetico, anche quello identitario. Ma soprattutto introduce per le bellezze naturali quel carattere di “pubblica utilità” che vale a superare persino il diritto alla proprietà privata.

Da tali principi si svilupperà la legge 1497 del 1939, emanata da Giuseppe Bottai che, pur se con ben altra articolazione, dalla legge del 1922 erediterà comunque la filosofia largamente estetizzante (il paesaggio da tutelare è solo quello esteticamente pregevole), ma nella quale viene ribadito il carattere di “interesse pubblico” delle “bellezze naturali” (art.1) quale motivazione prima della legge stessa. Nellarelazione al disegno di legge, Bottai evidenzia la lacuna legislativa fino a quel momento presente per quanto riguarda i piani paesaggistici che, per la prima volta nel nostro ordinamento, con la 1497 vengono introdotti nella facoltà del ministro (art. 5).

Allo spirito della Bottai si ispira peraltro lo stesso testo costituzionale, il cui art. 9, che si deve principalmente a Concetto Marchesi, pone in capo alla Repubblica, nel suo essere costitutivo di Stato, regioni, province e comuni, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico artistico della Nazione. La sua collocazione nel ristretto novero dei principi fondamentali della Carta, ne ribadisce l’importanza dal punto di vista della definizione dell’identità nazionale: con una innovazione linguistica non trascurabile, ma destinata a svilupparsi, nelle sue potenzialità semantiche, con molto ritardo, nell’art. 9 si parla non più di “bellezze naturali”, ma di “paesaggio”.

Sarà solo con la legge “ponte” del 1967 che tale espressione sarà introdotta nella legislazione ordinaria, peraltro di ambito urbanistico. La legge “ponte” (e la successiva l. 1187/1968) costituì d’altronde il tentativo di trovare un coordinamento fra pianificazione urbanistica e pianificazione urbanistica, fino a quel momento disgiunte, introducendo gli organi preposti alla tutela paesaggistica nei procedimenti di elaborazione degli strumenti urbanistici.

Per quanto riguarda i piani paesistici introdotti dalla 1497, scarse e poco efficaci furono le elaborazioni fino al 1972, quando, con la nascita delle Regioni e il trasferimento di competenze legislative e amministrative, la possibilità di legiferare in merito ai piani territoriali paesistici venne trasferita agli enti regionali (Dpr. 8/1972). Con esiti del tutto deludenti: la pianificazione paesaggistica continuò ad essere totalmente trascurata.

Dalle Regioni all’Europa: la legge Galasso e la Convenzione europea

Per interrompere una lunga inerzia politica e legislativa in materia di pianificazione del paesaggio occorrerà giungere alla legge 431 del 1985, la cosiddetta Galasso, che per larga parte rappresenta la cornice legislativa entro la quale ci muoviamo tuttora, dal momento che l'adeguamento al successivo Codice dei beni culturali e del paesaggio è ancora un processo largamente in itinere.

La legge Galasso, che sostituisce il precedente decreto ministeriale del 21 settembre 1984, a firma del sottosegretario per i Beni culturali e ambientali Giuseppe Galasso, viene introdotta lo stesso anno del condono edilizio emanato dal governo Craxi; la legge cercava di fornire una risposta efficace ed immediatamente operativa a quei fenomeni di degrado territoriale, intensificatisi dall’inizio del decennio, contro i quali era venuta crescendo la denuncia del mondo dell’ambientalismo e di gruppi di intellettuali, fra i quali occorre ricordare soprattutto Italia Nostra e Antonio Cederna. Nella Galasso, come sappiamo, si introduceva il vincolo ope legis per “le zone del territorio nazionale ricadenti in fasce territoriali che seguono le grandi linee di articolazione del suolo e delle coste e che costituiscono di per se stesse, nella loro struttura naturale, il primo e irrinunciabile patrimonio di bellezze naturali e di insieme dello stesso territorio nazionale”. All’art. 1 bis si richiamavano quindi le Regioni a sottoporre “a specifica normativa d'uso e di valorizzazione ambientale il relativo territorio, mediante la redazione di piani paesistici o di piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali da approvare entro il 31 dicembre 1986”.

Praticamente in una sola notte, dal 7 all’8 agosto 1985, il territorio nazionale tutelato, in virtù della Galasso, passava dal 18% al 47%, da 53.713 a141.751 chilometri quadrati.

L’obbligo stabilito dalla Galasso, fu però in buona misura disatteso da parte delle Regioni: sia per quanto riguarda i tempi (quasi tutte arrivarono in ritardo, per alcune il Ministero dovette esercitare i poteri sostitutivi), sia per quanto riguarda i contenuti. Nella maggioranza dei casi, infatti, gli enti regionali tesero ad assorbire le valenze della pianificazione paesistica all’interno della pianificazione territoriale e/o urbanistica: in pochissimi casi il piano paesistico fu concepito come figura pianificatoria autonoma. Tale impostazione, d'altro canto, non era contraddetta dalla legge che ammette esplicitamente piani che affrontino contestualmente la tutela e la trasformazione del territorio, ma è di per sè significativa di un atteggiamento di resistenza culturale a considerare il proprio territorio esclusivamente a partire dai valori paesaggistici e in definitiva ad assumere il paesaggio come invariante, un prius rispetto ad ogni trasformazione ammissibile, prima che come risorsa economica, parte di un processo di trasformazione territoriale in quanto esso stesso elemento di accumulazione.

Oltre a questo, un buon numero dei piani paesistici si limitò esclusivamente ai beni vincolati, fornendo quindi una lettura e protezione del territorio a macchia di leopardo. Questa linea di indirizzo ha comportato fra l'altro, quale negativa conseguenza, una inadeguata interrelazione tra elementi territoriali strettamente connessi, ad esempio, fra un fiume e il relativo bacino idrografico o tra i parchi e le aree contermini.

Infine, quale ulteriore elemento di debolezza, mentre, per effetto della Galasso, l'estensione del territorio nazionale vincolata triplicò da un giorno all'altro, a questo ampliamento non corrispose un adeguamento delle soprintendenze chiamate ad esercitare tale tutela sul territorio: né per quanto riguarda il numero, né le risorse e neppure le competenze. A tutt'oggi, in Italia, le Soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici contano appena una trentina di uffici.

Pur con questi limiti la 431ha rappresentato indubbiamente un ampliamento, sul piano della tutela, decisivo e fondamentale, operando, al contempo, un’evoluzione del concetto stesso di tutela, da una concezione soggettiva ad una maggiormente oggettiva dei beni paesaggistici includendo anche aspetti naturali ed ecologici, da una concezione estetizzante a una strutturale.

Anche sotto il profilo operativo, inoltre, almeno per decennio la Galasso ha costituito lo sprone, per un discreto numero di Regioni, verso un impegno alla programmazione e pianificazione di area vasta, pur con tutte le diversità caso per caso e con esiti assai diversi. In questa sede conviene ricordare, ad esempio, l’esperienza della regione Emilia Romagna che seppur in ritardo, elaborò un buon piano territoriale – paesistico: nello scorcio degli anni ’80, il PTPR dell’Emilia Romagna rappresentò certamente un punto di avanzamento della cultura ambientalista in Italia. Frutto di una discussione scientifica, politica, culturale in senso ampio, appassionata ed allargata, costituì, per almeno per un decennio, un punto di riferimento e di maturazione critica rispetto alle politiche di governo del territorio e come tale fu apprezzato, fra gli altri, da Antonio Cederna, anche perché, fra gli altri suoi meriti, costituiva il risultato concepito, coordinato ed elaborato dalle strutture interne di un'amministrazione pubblica.

Gli anni ’90 rappresentano sul piano dell’elaborazione teorico-scientifica un momento di grandissimo fermento: si moltiplicano gli approcci alla lettura e le interpretazioni del paesaggio si arricchiscono di contributi multidisciplinari, anche se raramente interdisciplinari in senso compiuto. Sul piano dell'elaborazione legislativa a livello europeo, il risultato di questa discussione culturale sarà la Convenzione europea del paesaggio, aperta alla firma dal Consiglio d’Europa nell’ottobre del 2000, a Firenze.

La Convenzione rappresenta indubbiamente un’evoluzione decisiva del concetto di paesaggio, a partire dalla sua estensione a tutto il territorio e a tutti i tipi di paesaggio; attraverso la Convenzione è sicuramente stato favorito quel passaggio da “bene paesaggistico” a "paesaggio" da realizzare attraverso processi di interpretazione, sensibilizzazione, formazione, per mettere in grado l’intera popolazione di riconoscere i valori del proprio ambiente di vita, di apprezzarne il significato e condividere la responsabilità della tutela. Anche per merito della riflessione operata da questo documento, sostanzialmente, ci si allontana da un approccio riduzionistico al paesaggio inteso come la mera sommatoria di tutti gli oggetti estetico-culturali o naturalistici di pregio, mentre si sviluppa una specifica attenzione alle molteplici relazioni che il paesaggio contiene ed esprime.

La Convenzione, infine, sancisce il riconoscimento delle funzioni di interesse generale del paesaggio, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale, ma anche come risorsa favorevole all’attività economica.

Al di là di tali elementi interpretativi di indubbia valenza positiva presenti nella Convenzione, tale documento è però divenuto, soprattutto nell’ultimo lustro, oggetto di una sopravvalutazione non priva di opportunismi: se tutto il territorio è paesaggio, allora andrà gestito con strumenti diversi da quelli della tutela, inapplicabili alla globalità del territorio stesso. In realtà la convenzione non ha un carattere prescrittivo e rappresenta piuttosto un documento di riflessione culturale, pur importante.

Ma non esente da critiche anche sotto questo profilo, a partire da quella definizione di paesaggio che sembra limitarne la dimensione a quella esclusivamente percettiva, soggettiva quindi e in quanto tale staturiamente ambigua, a rischio di derive relativiste che già si intravvedono e potenzialmente aliena da ogni forma di descrizione, prescrizione e finanche interpretazione scientifica o storica. Se il paesaggio sul quale agiamo è solo quello percepito e quindi visibile, infatti, è impossibile operarvi quel processo di conoscenza fondato sulla ricostruzione storica dei rapporti sociali che, nel corso del tempo, lo hanno prodotto: ciò significa quindi precludere, in sostanza, quella “cognizione” che Lucio Gambi poneva come obiettivo di ogni seria politica territoriale.

Il Codice: uno strumento in mezzo al guado

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, emanato nel 2004 con successivi emendamenti del 2006 e del 2008, trova la sua prima ragion d’essere nella necessità di un adeguamento legislativo, anche nell’ambito del patrimonio culturale, al mutato quadro costituzionale venutosi a creare con la riforma del titolo V della Costituzione. Riforma, come si sa, per certi versi dirompente per la successiva vicenda dei rapporti interistituzionali, che in tutta la materia del Codice ha introdotto più di un elemento di confusione destinato a sfociare, come è puntualmente avvenuto, in una sorta di microconflittualità strisciante fra Stato da un lato e Regioni-enti locali dall’altro, e che ha caratterizzato anche la successiva discussione avviata sulla redazione del codice stesso.

Ma per la parte terza relativa al paesaggio, in particolare per quanto riguarda gli emendamenti introdotti nella versione del 2008, il gruppo di lavoro creato dal Ministero e coordinato da Salvatore Settis è partito anche dalla constatazione di un arretramento quasi generalizzato delle funzioni di programmazione su vasta area da parte delle regioni, atteggiamento politico e amministrativo assieme che ha, in molti casi, accelerato in modo sempre meno arginabile, progressivi fenomeni di degrado territoriale. E dal tentativo di circoscrivere un eccesso di delega che, in questo come in altri campi, ha prodotto una sovrapposizione e frammentazione di poteri decisionali tra Regioni, Province e Comuni, spesso a danno della trasparenza, della legalità e dell’interesse collettivo.

Con l'arrivo del Codice è cambiato anche il rapporto Stato-Regioni. Mentre nella Galasso erano le Regioni, autonomamente, che provvedevano alla redazione dei piani paesistici, dal Codice in poi vi è una nuova assunzione di responsabilità da parte dello Stato, da subito contestata dalle Regioni e all'origine di un vero e proprio conflitto istituzionale cui hanno posto soluzione alcune sentenze della Corte Costituzionale. In particolare la n. 367/2007, nella quale la Corte, ribadendo il “valore primario e assoluto” del paesaggio, ne ha posto in capo allo Stato la tutela che, in ogni caso, “precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici”.

L'impegno dello Stato si estrinseca soprattutto in due passaggi: il Ministero ha il compito di individuare le linee fondamentali dell'assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio con finalità di indirizzo della pianificazione (art.145), mentre le Regioni e il Ministero per i beni e le attività culturali sono chiamati a stipulare intese per l'elaborazione congiunta dei piani paesaggistici per quanto riguarda le aree tutelate (art. 135). Il compito delle Regioni, che pure, nella versione vigente del Codice, rimane fondamentale, è quello di sottoporre a specifica normativa d'uso il territorio approvando piani paesaggistici concernenti l'intero territorio regionale (art. 135), disciplinando i procedimenti di pianificazione paesaggistica (art. 144), e disciplinando il procedimento di conformazione ed adeguamento degli strumenti urbanistici alle previsioni della pianificazione paesaggistica (art. 145), che - lo ricordiamo - secondo il Codice viene ad essere al livello più alto della scala gerarchica, cioè superiore a ogni altra pianificazione.

Nel sistema delineato dal testo legislativo, le regioni rimangono lo snodo istituzionale decisivo, in quanto impegnate sui due versanti, sia nei confronti dello Stato che nei rapporti con gli enti locali. Ad esse spetterebbe, come ricordato, la disciplina dell'iniziativa degli altri enti pubblici nell'organizzazione del territorio, poiché se, soprattutto in questo ambito, il principio dell'autorità viene sempre più sostituito da quello ispirato ad una responsabilità condivisa e partecipativa, questa tendenza non dovrebbe far derogare dall'azione regolatrice la pubblica amministrazione, in quanto unica a poter rappresentare bisogni ed esigenze dell'intera collettività.

Una vivace discussione ha accompagnato l’intera vicenda dell’elaborazione del Codice: da parte della Conferenza unificata delle Regioni è stato lamentato, nel metodo, il mancato coinvolgimento delle Regioni stesse nel procedimento di adeguamento e, nel merito, come sopra richiamato, il tentativo di riappropriazione, da parte degli organi centrali dello Stato, di competenze precedentemente delegate all'ambito regionale.

Più in generale si è rimproverato al Codice di aver tradito, almeno in certa misura, lo spirito della Convenzione di Firenze, per ricollegarsi - con quello che è stato giudicato un arretramento concettuale – alla tradizione legislativa precedente. Sempre sul piano dei contenuti, è stato poi sottolineato da più parti come i richiami, pur presenti nel Codice, allo sviluppo sostenibile non rappresentano in realtà un reale avanzamento concettuale e metodologico, né comportano alcun preciso o nuovo impegno per l'elaborazione dei piani paesaggistici e finiscono con l'essere quasi solo una verniciatura lessicale, un dovuto, scontato omaggio al “mantra” del momento.

Oltre a tali aspetti, le critiche hanno investito anche quella che è la definizione degli strumenti di piano, cui si rimprovera l’assenza di innovazione, mentre da un documento come questo ci si attendeva che fossero ereditate almeno alcune delle recenti acquisizioni metodologiche relative alla pianificazione del paesaggio stesso.

Sono poi state rilevate talune sfasature culturali, e ambiguità, laddove il Codice avrebbe dovuto stabilire regole e paletti certi: nei tempi e nelle modalità in particolare.

Ma soprattutto sono state sottolineate discrasie e contraddizioni, ad esempio laddove, nell’ultima versione, l’operazione di copianificazione è stata limitata solo alle aree tutelate: se da un lato il ministero è chiamato a individuare le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, la pianificazione paesaggistica vera e propria di cui può occuparsi il medesimo ministero comprende solo i beni vincolati, e ne risulta quindi artificiosamente circoscritta.

Pur con taluni limiti, in ogni caso, il testo del Codice rappresenta una buona mediazione fra le istanze diverse degli operatori pubblici sul territorio, ponendosi in una linea di continuità culturale con la legislazione precedente, Bottai e Galasso in particolare, ma operando, allo stesso tempo, un’evoluzione positiva del concetto di tutela. A partire dall’affermazione del primato del piano paesaggistico quale strumento di gestione attiva delle politiche per il paesaggio, e dalla considerazione del paesaggio stesso come elemento fondante del territorio nella sua interezza e unicità. Il Codice sancisce inoltre il superamento definitivo, nella nostra legislazione, dell’originaria concezione estetica collegando, fra l’altro, le politiche di conservazione a quelle dello sviluppo sostenibile.

In sintesi, il Codice rappresenta un’operazione di grande valore culturale, potenzialmente in grado di far evolvere quelle attuali in forme alte di tutela che includano non solo prescrizioni vincolistiche, pure necessarissime e da mantenere nella loro prescrittività e cogenza, ma anche ricerca e diffusione delle conoscenze, formazione delle coscienze, consapevolezza dei valori.

Potenzialmente, appunto. Purtroppo, ad oltre due anni dall’approvazione definitiva, il Codice appare confinato, per quello che riguarda la parte paesaggistica, in un limbo difficilmente giustificabile solo con motivazioni di carattere organizzativo o amministrativo, mentre il quadro legislativo e istituzionale nazionale è stato caratterizzato, in quest’ultimo anno specialmente, da una instabilità e contraddittorietà tali da frapporre ostacoli sempre più pesanti all’efficacia operativa del Codice stesso.

Oggi: il paesaggio minacciato

Evidenti risultano i ritardi da parte sia dello Stato che delle regioni. Per parte ministeriale, le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale ai fini della tutela del paesaggio previste nell’art. 145, sono restate finora una pura dichiarazione d’intenti e tale compito, seppur mai esplicitamente rinnegato, nell’attuale situazione di collasso organizzativo e di irrilevanza politica del Ministero Beni Culturali appare a dir poco velleitario.

Apparentemente arbitro della partita, il Ministero, sfibrato da anni di riduzione delle risorse finanziarie, di riorganizzazioni spesso fra loro contraddittorie e comunque incoerenti rispetto ai compiti prescritti dal Codice, da ultima la cancellazione di una Direzione Generale autonoma sul Paesaggio, sembra aver ridotto il proprio intervento, a livello centrale, ad un mero ruolo di segreteria ammnistrativa, mentre gli organi periferici procedono in ordine sparso e con grandi difficoltà determinate non solo dalla scarsità delle risorse a disposizione, quanto soprattutto ad una inadeguatezza, eccezioni personali a parte, a livello di competenze di pianificazione. Tali lacune non testimoniano solo dell’attuale crisi vissuta dal Ministero nel suo complesso, ma rappresentano un vero e proprio tradimento dello spirito del Codice che, per la prima volta nella storia del nostro sistema normativo, chiamava a confrontarsi sullo stesso piano, quello della copianificazione, anche gli organismi deputati a rappresentare le istanze della tutela.

Se in questa situazione diviene quasi utopistica l’elaborazione, a livello centrale, non solo delle linee guida sull’assetto del territorio nel suo complesso, ma anche di quella unitarietà di regole e metodologie, di procedure e codici di comportamento e di indirizzo scientificamente mirati che, sola, potrebbe consentire una reale omogeneità di obiettivi e di risultati, ugualmente relegata alla dimensione della ipotesi futuribile appare l’organizzazione sul territorio di un sistema costante di monitoraggio e di verifica del raggiungimento di tali risultati.

Nessuna legge, per quanto giuridicamente “perfetta”, ha qualche speranza di efficacia laddove la struttura chiamata a renderla operativa si trovi di fatto in una situazione di paralisi e di impotenza.

In maniera speculare, d’altronde, le Regioni stanno procedendo all’adeguamento della propria legislazione ai sensi del Codice con estrema lentezza. Come si è avuto modo di sottolineare in questi pur rapidi cenni, l’intera storia delle politiche regionali sul territorio non depone a favore di una particolare sensibilità delle amministrazioni pubbliche nei confronti della pianificazione paesaggistica e anche in questa fase, l’operazione di copianificazione sta incontrando difficoltà di ogni tipo, conseguenza non ultima e inevitabile del vero e proprio abbandono di tali pratiche perseguito a livello regionale.

Eppure il ruolo delle regioni sarebbe determinante in materia di costruzione partecipata delle politiche per il territorio, per contrastare, tramite il piano paesistico regionale, i fenomeni negativi che interessano negli ultimi anni i nostri paesaggi. Ad esempio l’espansione esponenziale di fenomeni contemporanei di abbandono e di sovrautilizzo per controbilanciare i quali solo strumenti regionali di indirizzo, di coordinamento e orientamento delle politiche settoriali e di equilibrio fra conservazione e trasformazione potrebbero produrre risultati. È d'altro canto solo a livello regionale che sarebbe possibile promuovere l'integrazione tra esigenze del paesaggio e politiche di spesa settoriali (agricoltura, turismo, ecc.) e promuovere adeguati, aggiornabili ed estesi sistemi unitari di conoscenza, di sperimentazione e di formazione.

Come detto, l’attività normativa delle amministrazioni regionali in questi ultimi anni, a parte alcuni episodi isolati, va invece in tutt’altra direzione: appare cresciuta la difficoltà nei confronti di operazioni di strategia territoriale su area vasta e quindi a ripensare il proprio territorio in termini complessivi non collegati esclusivamente a modelli di sviluppo a senso unico.

In generale la disciplina del paesaggio rimane invischiata nel sistema della pianificazione territoriale, costruita secondo un sistema a cascata che termina a livello comunale, al quale ultimo è peraltro riconosciuta, in molti casi, un’autonomia ampia, quando non amplissima.

Nè lasciano ben sperare le prime operazioni collegate alla copianificazione ai sensi del Codice. La Regione Emilia Romagna, ad esempio, ha approvato da circa un anno la L. n. 23/2009 destinata a dettare norme in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio e come primo, introduttivo passaggio all’accordo di copianificazione ancora da stipulare con il Ministero. Il testo, pur migliorato anche in seguito alla puntuale analisi critica svolta dalla sezione regionale di Italia Nostra, quando non risulta meramente ripetitivo della disciplina del Codice, manifesta nel complesso la rinuncia a proporre regole prescrittive o anche solo definitorie cogenti, sancendo che il piano che risulterà dal processo di copianificazione dovrà tutt’al più stabilire “prescrizioni generali di tutela” e definire, ad esempio, “i criteri per l’apposizione, la verifica e l’aggiornamento dei vincoli paesaggistici”, anzichè apporli esso stesso. Nel piano, così come descritto nella legge regionale, manca un’esauriente e prescrittiva rappresentazione cartografica e soprattutto esso risulta in definitiva costituito dall’insieme dei piani di coordinamento provinciale e anzi dal mosaico dei piani strutturali comunali.

Genericità delle prescrizioni di tutela e rinuncia alla pianificazione di area vasta appaiono d’altronde gli elementi ricorrenti per quanto riguarda la copianificazione paesaggistica a livello regionale, almeno da quanto è possibile rilevare dalle documentazioni disponibili.

Complessivamente si potrebbe commentare che anche per il Codice possa valere ciò che Giuseppe Galasso affermò, a distanza di anni, a proposito dell’applicazione della 431/1985, e cioè che la legge aveva preceduto la coscienza collettiva lasciando pericolosamente aperti il problema dell’educazione alla tutela e dell’addestramento della pubblica ammnistrazione.

Ma l’operazione di copianificazione è fortemente insidiata nei risultati anche da elementi di contesto esterni. L’ultimo anno ha difatti conosciuto un accavallarsi di provvedimenti legislativi, frammentari e scollegati che, anche quando non direttamente incidenti sul paesaggio, possono svuotare di senso alcune delle innovazioni introdotte dal Codice.

Oltre ai sempre nefasti provvedimenti di condono o sanatoria edilizia, ormai non più etichettabili come episodici, il complesso insieme di norme che ricade nell’alveo della così detta “semplificazione amministrativa”, ha prodotto o rischiato di produrre (a parte avventurosi salvataggi dell’ultima ora) effetti deflagranti per il sistema delle tutele: citiamo per tutti il nuovo regolamento di semplificazione dell’autorizzazione paesaggistica, secondo il quale si opera una vera e propria distorsione del ruolo delle soprintendenze e la S.C.I.A., l’autocertificazione destinata a sostituire la D.I.A. e per fortuna esclusa, poco prima dell’approvazione parlamentare, per quanto riguarda le aree vincolate.

Ma soprattutto preoccupano, per le sorti della copianificazione paesaggistica e del nostro paesaggio in generale, l’atteggiamento politico complessivo assunto dall’attuale classe di governo a partire dal Ministro dei Beni e le attività culturali in carica che, ad esempio, in sede di audizione parlamentare, ha addirittura connotato negativamente “l’eccessiva ampiezza delle aree sottoposte a vincolo” per effetto della legge Galasso e ha invocato “principi di ragionevolezza e proporzionalità” per l’individuazione di “un punto di equilibrio che coniughi le esigenze della tutela del patrimonio culturale e paesaggistico con quelle dell’alleggerimento del peso dei controlli burocratici”. Come evidente, si tratta di un’inversione a 180° rispetto ai principi costituzionalmente sanciti e sopra ricordati, che non sta mancando di provocare effetti sempre più evidenti sul quadro complessivo dell’esercizio delle attività di tutela.

Eppure a livello di settori sempre più ampi del mondo culturale, dell’associazionismo e fra gli operatori che sul territorio si occupano a vario livello di tematiche territoriali, sempre più chiara è la consapevolezza che sia necessario un cambio di passo per uscire dallo stallo e che tale opportunità vada cercata innanzitutto in un diverso atteggiamento cooperativo tra le varie componenti della Repubblica. Sempre più evidente è la necessità di costruire un concetto di federalismo fortemente ripensato rispetto alla vulgata attuale e che si innesti in una riflessione ad ampio raggio, una sorta di rifondazione della politica culturale, capace di innescare un processo di confronto paritario con quella economica e non velleitariamente superiore nel dettato normativo, quanto regolarmente perdente in re.

Le sfide che ci troviamo di fronte sono di grande difficoltà: il paesaggio che cerchiamo di tutelare oggi rimanda ad un modello economico locale, artigianale e familiare oggi in declino anche se ha prodotto risultati straordinari, sia del paesaggio urbano, sia di quello rurale non solo per bellezza, armonia e diversità culturale, ma anche per equilibrio nell’uso del suolo e delle risorse ambientali: un paesaggio naturalmente sostenibile, senza bisogno di dichiararlo.

Di fronte all’attuale crisi economica globale da più parti è stata quindi avanzata la proposta di fare del territorio e dei paesaggi le basi di un grande cantiere di manutenzione ambientale e di mantenimento e gestione-valorizzazione di patrimoni insediativi e rurali. Al di là della volontà politica, uno dei primi limiti culturali a un’impresa di questo genere, risiede nella mancanza, in Italia, di documentazioni scientifiche, aggiornate e su vasta area, sui principali fenomeni di degrado territoriale quali consumo di suolo e abusivismo, come pure sull’evoluzione storica del paesaggio stesso: primo fondamentale strumento per la costruzione di qualsiasi operazione di pianificazione territoriale.

Ce lo aveva già insegnato Gambi: occorre “conoscere per agire politicamente” e per agire politicamente (cioè pianificare) sul paesaggio, occorre acquisirne quella “cognizione discretamente matura” che è frutto di studio, ricognizione, analisi e sintesi ripetuta e consolidata nel tempo.

Non è un caso, d’altronde, che Lucio Gambi, pur partito da posizioni di severa critica nei confronti della Galasso da lui, grandissimo studioso del territorio, giudicata troppo rigida e schematica, abbia accompagnato la vicenda del Piano Territoriale Paesistico degli anni ’80 e, soprattutto, sia fra i protagonisti della fondazione dell’Istituto Beni Culturali, da lui, primo presidente dell’Istituto, interpretato come imprescindibile strumento di conoscenza del territorio al servizio della programmazione regionale, non solo culturale.

Nella sua vicenda ultratrentennale l’Istituto ha svolto un ruolo di ricognizione del territorio nelle sue valenze culturali, forse con difficoltà in certi casi, ma con una sostanziale continuità che è all’origine di un patrimonio documentale assolutamente unico, fra le regioni italiane, per ampiezza, estensione cronologica (che si colloca ben oltre l’arco di vita dell’Istituto stesso, grazie all’opera di ricerca e di acquisizione di fondi storici) e varietà multimediale. L’Istituto naturalmente partecipò a pieno titolo alla vicenda della redazione del PTPR, mentre attualmente la citata legge regionale n.23/2009 gli assegna, nel processo di adeguamento del Piano al Codice, un ruolo del tutto marginale, forse non per caso.

Eppure nelle sfide che affrontiamo oggi, quali, ad esempio, la crisi del paesaggio agrario e i diffusi processi di omologazione dei paesaggi legati a forme di urbanizzazione estensiva che dissolvono il confine tra urbano e rurale e che tendono a ridurre sempre più il ruolo del paesaggio come elemento di riconoscimento identitario, solo una conoscenza consapevole e aggiornata potrebbe essere lo strumento decisivo per migliorare la nostra capacità di interpretare e pianificare il territorio, anche al di là della conservazione e restauro dei paesaggi ereditati: ricostruendo il processo che ha portato alla formazione dei paesaggi stessi e riconoscendo i meccanismi economici e socio-culturali che ne influenzano la costruzione.

Il nostro paesaggio è un bene comune fragilissimo che si può salvare solo attraverso un'azione collettiva condivisa dalla grande maggioranza della comunità che lo ha in custodia, ma tale azione, se vuole perseguire un'opera di tutela duratura ed efficace nel tempo, non può che essere il risultato di una lenta, faticosa, ma tenace, ma aperta operazione di coinvolgimento culturale.

A conclusione di questa sintesi, propongo, a illustrazione di alcuni dei fenomeni che caratterizzano in questa fase le politiche sul paesaggio, un caso esemplare. Come molti ricorderanno, nell’estate del 2006, si avviò sulla stampa un acceso dibattito attorno ad una lottizzazione edilizia sorta accanto al centro storico di Monticchiello, una frazione del comune di Pienza, in provincia di Siena, collocata in Val d’Orcia, territorio inserito dall’Unesco nella lista mondiale dei siti patrimonio dell’umanità.

Tale episodio, che vide l’intervento anche dell’allora Ministro dei beni Culturali Rutelli nel tentativo di ridimensionare l’area delle costruzioni, è assai significativo almeno per tre aspetti: la pressione alla mercificazione cui è attualmente sottoposto il nostro territorio, la debolezza complessiva dell’attuale sistema delle tutele, il presidio costituito dalla società civile.

·La lottizzazione aveva sfruttato la posizione di assoluto pregio ambientale riconosciuta al luogo, tanto che la vendita delle villette era stata pubblicizzata sfruttando il richiamo dell’inserimento nella lista Unesco, utilizzato come un vero e proprio marchio di qualità.

·Non si trattò in alcun modo di un abuso, nel senso che tutte le prescrizioni delle allora vigenti normative di tutela furono rispettate e la Soprintendenza concesse le autorizzazioni necessarie.

·Anche grazie alla capacità comunicativa di alcuni dei personaggi coinvolti (primo fra tutti Alberto Asor Rosa che lanciò il caso) Monticchiello acquistò un livello di “popolarità” impensabile in anni passati, quando episodi di questo tipo erano relegati tutt’al più nelle cronache locali: indice inequivocabile della centralità che il tema del paesaggio nel suo insieme ha assunto nell’attuale fase politica, ritrovandosi al centro delle attenzioni come elemento di snodo dal punto di vista economico e quindi divenuto oggetto di interessi fortissimi e contrastanti che sottendono a visioni diverse e spesso inconciliabili non solo del nostro patrimonio culturale, ma del concetto di sviluppo e, in definitiva, del nostro futuro.

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