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29 agosto 2018. Una nuova urbanistica richiede una cultura che riconosca il primato dell'interesse collettivo nelle scelte di trasformazione del territorio. E' in grado l'attuale Università di prepare gli autori di tale urbanistica? Qui i riferimenti al dibattito.

Nel bene e nel male è l'economia che determina tempi, modalità e qualità delle trasformazioni del territorio e della città: lo si ripete da sempre, come un refrain consolidato dalla storia.

È da questo dato che bisogna partire per tentare di riprendere le fila di un discorso interrotto bruscamente a partire dagli anni Ottanta, quando ha avuto una forte accelerazione – da una data simbolica, ovvero dall'entrata in vigore della legge 94/'82 – l'intreccio tra la deregulation e la spinta della corruzione che ha pervaso, soprattutto in campo urbanistico, ogni ordine e grado di amministrazione pubblica. Comprendere la forza e le ragioni dell'economia, nonché l'ingiustificabile debolezza delle amministrazioni locali nel governo del territorio e (nella migliore delle ipotesi) l'incapacità di guidare i processi, è dunque fondamentale.

Continuare – solo per scaricare le responsabilità in maniera esclusiva – a fare finta che il male vada individuato soltanto nell'economia, sarebbe comunque fuorviante e, di conseguenza, causa di gravi errori di valutazione. L'economia non è di per sé il male assoluto, ma andrebbe guidata, con la forza necessaria, verso la ricostruzione della credibilità della disciplina urbanistica e, quindi, della “inderogabile” qualità della città pubblica in cui l'iniziativa privata possa trovare una giusta collocazione ed un efficace equilibrio con gli interessi della collettività. Nella consapevolezza che non esiste un'urbanistica demiurgica per sempre, così come uno strumento “regolatore” eternamente valido. Del resto, la città, destinataria delle “applicazioni” urbanistiche, va continuamente “ricostruita”, riadattata, rimodulata, rinnovata, tenendo conto delle evoluzioni in atto (tecnologiche, culturali e, più in generale, comportamentali). Si pensi, ad esempio, ai continui e necessari adeguamenti del contesto urbano e territoriale alle mutevoli esigenze della mobilità.

Nella mia quarantennale esperienza nella Pubblica amministrazione, in Calabria, rimangono ancora vive le ferite inferte alle coscienze da quei Piani regolatori (ancora di più da Regolamenti edilizi con annessi Programmi di fabbricazione) elaborati negli anni settanta-ottanta, per amministrazioni di sinistra da tecnici rigorosamente di sinistra, tutti connotati da ingiustificabili sovradimensionamenti e con le aree standard abbarbicate a dirupi o allocate su superfici impervie se non del tutto inutilizzabili, che gridano ancora vendetta e continuano ad offendere intelligenza e sensibilità. Queste esperienze hanno contribuito negativamente a formare l'opinione del comune cittadino, quanto la cultura della deroga consolidata dagli effluvi urbanistici degli anni novanta (Pru, Prusst, ecc.), minando la credibilità della stessa urbanistica, proposta, invece, in sede teorica come disciplina in grado di coniugare bene comune, qualità funzionale ed estetica. Poi, nell'ultimo decennio del secolo scorso – periodo di maggiore spinta verso la privatizzazione della città – le aree standard di piano vengono consegnate alle scelte dei privati grazie a prassi amministrative introdotte (ancora una volta) da amministrazioni di sinistra che hanno legittimato la “naturale” propensione del centrodestra a favorire (in forma pressoché esclusiva) l'iniziativa privata.

E che dire, poi, di quei successivi Piani strutturali che, in nome di una falsata sostenibilità, indicano enormi aree destinate a parchi pubblici per migliorare gli effetti cromatici degli elaborati (che funzionano come veri e propri specchietti per le allodole) e che di fatto tendono ad amplificare i costi di gestione e a nascondere (dietro le quinte di accattivanti cromatismi, complici i sofisticati software) devastanti e diffuse speculazioni che niente hanno a che vedere con i formali enunciati di “consumo zero” del suolo? In Calabria, l'elenco dei Piani strutturali comunali adottati (e fortunatamente ancora non approvati) evidenzia di fatto la rinuncia al governo del territorio della parte pubblica in nome della demagogia della partecipazione dal basso che informa i piani attraverso le cosiddette manifestazioni di interesse (rigorosamente ed esclusivamente di natura privatistica), molto distanti da quella “cosa” indefinita che si chiama bene comune. In realtà i Piani strutturali, in molti casi, sono la pratica dimostrazione della degenerazione dell'urbanistica, assurta a panacea di tutti i mali, a strumento taumaturgico attraverso le alchimie più incredibili: un male incurabile per la formazione di una coscienza civica.

Qualche anno fa, un sindaco di sinistra, alla domanda di un giornalista, ha risposto così: “il bene comune si manifesta quando il tuo interesse coincide con il mio”; ovviamente, non con l'interesse di tutti gli altri, dell'intera comunità. Su queste basi culturali, come si può costruire il senso civico, necessario presupposto per una partecipazione attiva e utile alla ricostruzione dell'urbanistica di cui tutti dovrebbero essere attori principali e non semplici comparse?

In questo contesto, costruire la credibilità dell'urbanistica rimane un compito difficile che mi pare debba essere affidato ad un uomo “nuovo”, a un urbanista “nuovo”, che agisca – con lo spirito di chi sta per compiere una grande missione – in nome e per conto della collettività di cui deve interpretare (e guidare) le aspirazioni trasfondendole in un disegno di qualità urbana. Ma c'è da chiedersi se le nuove generazioni vengano formate dalle Università italiane in questa direzione o se, invece, siamo rimasti soltanto pochi ultrasessantenni a subire ancora oggi il fascino nostalgico di quel fare urbanistica rivolto alla costruzione della città pubblica di Giovanni Astengo, Edoardo Detti, Edoardo Salzano, Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia, e pochi altri, da cui abbiamo attinto i migliori insegnamenti?

In ogni caso una certezza fondamentale c'è: questo uomo nuovo, che si dovrebbe emozionare al cospetto del territorio con l'innocenza di un bambino ma con la consapevolezza dello storico, può sviluppare la propria incisività soltanto sul terreno delle grandi e imprescindibili riforme strutturali del Paese, a partire dalla modifica del Titolo V della Costituzione, cioè dalla riorganizzazione della macchina amministrativa pubblica e dalla necessaria eliminazione delle confusionarie – per usare un eufemismo – quanto inutili e costose Regioni o, almeno, dall'urgente rivisitazione delle competenze in materia urbanistica.


15 agosto 2018. Contributo al dibattito che argomenta come sia solo l'urbanistica di sinistra ad essere morta, mentre quella di destra è assai attiva e modella i nostri territori. Qui i riferimenti al dibattito.

L’urbanistica non è affatto morta.

E’ moribonda l’urbanistica di sinistra, al contrario di quella di destra che invece gode di buona salute e opera quotidianamente.

Gli urbanisti militanti nella sinistra italiana, compreso il sottoscritto, hanno spesso peccato di superbia nel pensare che il loro “fare urbanistica” fosse l’unico, fosse il verbo.

Facevamo coincidere il nostro sistema di valori etici e politici con gli obiettivi della pianificazione e della programmazione territoriale, nell’assunto che l’urbanistica si potesse esercitare solo in quel modo, in ciò supportati e seguiti da una classe di politici e amministratori culturalmente affini, che al cospetto della realtà attuale oggi diciamo bravi, che necessitava di piani che guardassero a un futuro migliore e quindi chiedevano una pianificazione ispirata in tal senso.

In realtà un’altra urbanistica è sempre esistita e esiste tuttora; è l’urbanistica di destra, servile alla speculazione fondiaria, all’interesse del capitale, un’urbanistica che utilizza solo il contratto pubblico/privato per determinare le trasformazioni, che agisce su parti della città ed è quella che oggi prevale e serve, aloo stesso modo di come facemmo noi allora, l’attuale classe dirigente, sia di destra, sia di sinistra, da questo punto di vista con risultati molto simili.

Di fatto, constato un’ovvietà, ma la voglio dire: la sinistra è scomparsa, affogata nella melassa del perbenismo borghese dimenticando la sua matrice culturale, la destra si conferma per considerare il territorio un luogo ove sviluppare interessi economici e quindi libera da vincoli al libero esercizio del profitto. Stessa sorte per l’urbanistica come l’intendiamo noi.

Credo sia morente solo quel tipo di urbanistica che abbiamo visto esercitare negli sessanta-settanta e parte negli anni ottanta, riducendosi ai minimi termini sino ai giorni nostri e questo perché è in estinzione una componente fondamentale del processo di pianificazione; la committenza pubblica di sinistra.

E’ in piena salute invece quell’urbanistica che ritiene il piano, le sue visioni d’insieme, gli obiettivi strategici, solo pesanti impedimenti all’agire, al concretizzarsi delle opportunità che quotidianamente bussano alle porte dei comuni per proporre fantomatiche occupazioni, fantastici sviluppi economici, straordinarie riqualificazioni, ecc, in verità solo edulcorate speculazioni con evitabili sprechi dio suolo.

Siamo in una fase in cui la politica ha rinunciato all’utopia, al sogno, all’immaginazione di futuri migliori, più equi, più solidali, in maggior equilibrio con la natura. Tutte balle!

Ora si chiede velocità, tempi certi, sfruttamento delle opportunità, concretezza, efficienza, libertà di fare, certezza del profitto.

A questa politica quindi non serve più il piano riflessivo, il piano delle invarianti, men che meno il progetto della città pubblica, il piano delle regole, i sistemi delle tutele paesaggistiche, culturali e ambientali, il contenimento della rendita. Ora chiede soltanto progetti fattibili nel breve periodo (leggasi con le risorse economiche effettivamente disponibili), vuole bei progetti (ben rappresentati con rendering e disegni accattivanti), tempi brevi e certi di realizzazione, così che la variante urbanistica trova subito le argomentazioni a supporto per giustificare l’interesse pubblico, supportata da Vas giustificative e mai problematiche.

Oggi alla politica non serve più la visione d’insieme, bensì una visione per parti, per progetti, così che la città è vista non come un complesso organismo dai delicati equilibri e una comunità che esprime bisogni reali e al tempo stesso speranze di maggior qualità di vita, ma come un semplice mosaico di ambiti da trasformare per determinare rendita e profitto: punto e basta.

Io mi sono formato con l’assioma dello standard urbanistico, oggi. ma a dire il vero da un bel po', constato che gli standard sono un fastidio, i verdi pubblici sono considerati solo fonti di spesa per il bilancio comunale, perciò superabili con quelle odiose monetizzazioni che lasciano brani di città fatti di case, lotti privati, e niente altro.

Ho redatto anch’io piani urbanistici con l’intento di contenere la rendita fondiaria attraverso i Peep, i PIP, i piani dei servizi, la perequazione, con “un’ossatura” che oggi è completamente fuori dal tempo. Oggi, la rendita fondiaria è considerata un falso problema già sconfitto, a dire dei nuovi amministratori, con una tassazione locale già molto alta, o superabile con il concorso alla realizzazione di un’opera pubblica; quindi la questione è meramente ideologica, superata.

Con il sistema valoriale dei decenni sessanta/settanta, prima parte anni ottanta e con gli attrezzi d’allora abbiamo applicato la disciplina per programmare lo sviluppo del territorio e la crescita della città governati dalla sinistra e/o comunque da compagini sensibili a quei principi.

Il prodotto del fare urbanistica non era solo pura tecnica ma parte di un processo di cambiamento. Il Piano aveva un’ossatura, un lessico, ma soprattutto aveva un’anima!

Ora la disciplina è perlopiù impegnata ad applicare la tecnica urbanistica asettica al servizio del privato e del pubblico per smontare ciò che è rimasto dei Piani col risultato di attuare lottizzazioni schematiche, ripetitive, spesso slegate dai contesti circostanti e dai sistemi che strutturano gli abitati.

La letteratura di settore ci ha fatto conoscere i Piano di Gubbio, di Assisi, il Piano Intercomunale del Trentino, il Prg di Modena, il Piano paesistico dell’Emilia Romagna, il PRG di Firenze e di Brescia, leggi regionali come quelle di Toscana ed Emilia Romagna, tutti ottimi esempi di buona urbanistica, talvolta anticipatori di provvedimenti legislativi di grande spessore quali la L.n 765, la L.n 865/71, la L.n 10/1977 e in grado di stimolare dibattiti culturali di notevole spessore, penso alla mancata riforma Sullo ad esempio, che segnarono comunque una crescita della disciplina e la mantenevano al centro del dibattito politico e culturale con autorevolezza.

Intellettuali come Olivetti, Rosi e Pasolini, Calvino, Cederna pur non essendo urbanisti di fatto lo divennero sul campo, con le proprie opere culturali hanno assecondato e sollecitato riflessioni decisive della politica in favore della disciplina urbanistica e contro la speculazione edilizia che imperava con la ricostruzione del dopoguerra. Politici denunciavano speculazioni e corruzione nel governo delle città, per tutti cito Pio La Torre che denunciava dagli scranni del parlamento siciliano la mano della mafia su Agrigento che crollava per colpa della speculazione: l’urbanistica era al tempo stesso capace di denunciare e porsi all’opposizione rispetto al malaffare e alla sciatteria e contemporaneamente di produrre piani di governo del territorio.

Nicolazzi a metà anni ottanta avvia il processo di delegittimazione dell’urbanistica e successivamente Prandini continua il lavoro; si avviano le grandi opere inutili in variante ai piani, poi scoppia tangentopoli e l’urbanistica contrattata emerge come un cancro, infine Lupi, prima come assessore lombardo poi come ministro, con la sua legge urbanistica prima a scala regionale poi nazionale, fa il resto.

La sinistra però segue a ruota, si veda il cedimento della giunta fiorentina sulle aree della Fiat Fondiaria, ma anche delle giunte romane Rutelli e Veltroni, accecate dall’esasperato utilizzo degli accordi col privato finalizzati al recupero delle periferie, ma con risultati assai discutibili e, dulcis in fundo, la nuova L.R 24/2017 della mia regione, l’Emilia Romagna, che sancisce lo smantellamento della disciplina così come l’avevamo praticata e spiana la strada alla mera tecnica urbanistica servile al mercato.

Non è morta l’urbanistica, semplicemente ha preso un nuovo corso, come la politica.

Astengo, Salzano, De Lucia, Nicolini, Insolera, Benevolo, Detti hanno fatto gli assessori del PSI, del PCI, della DC coniugando insegnamento, professione, passione politica. Gli urbanisti impegnati in quegli anni dalle università e dai municipi seppero mobilitare altri settori culturali come il cinema, la letteratura, il giornalismo d’inchiesta, persino il sindacato che indisse il primo sciopero generale sulla casa da cui scaturì la L.n 865/71: da tempo, tutto questo non c’è più!

Allora la sinistra riusciva a distinguersi per le sue proposte capaci coniugare il governo con la lotta per nuove conquiste sociali, scenario completamente diverso rispetto ad oggi in cui quel che è rimasto dell’attuale centrosinistra è impregnato di tanto liberismo.

L’urbanistica del periodo era credibile, convincente, coinvolgente, capace di mobilitare energie positive, perché aveva un'anima, perché osava sfiorare l’utopia, perché aiutava a conquistare spazi di qualità, nuove occasioni di socialità, progettava misurati assetti urbani con al centro i residenti.

Oggi registro una pratica urbanistica perlopiù asettica e neutrale, servile e giustificazionista, unicamente piegata a far corrispondere i programmi di trasformazione urbanistica con piani finanziari che devono dimostrare l’ammortamento dei capitali investiti in sei-otto anni dai fondi d’investimento e una remunerazione del capitale pari al 6%.

Che fare allora? Smetterla di piangersi addosso e assumere le nostre responsabilità civiche,

Io credo occorra ricostruire un fronte intellettuale militante che sappia costruire alleanze con il mondo della cultura, della tecnica, dell’arte e con i cittadini e riproponga le ragioni dell’urbanistica attenta ai bisogni della società, dell’ambiente, in grado di osare per una migliore qualità dell’abitare la città e il territorio. Un’urbanistica credibile e comprensibile.

Suggerisco di andare oltre la lamentela, di non iscriversi alla lista di chi dichiara la morte dell’urbanistica, suggerisco di dar vita a un movimento di opposizione che veda impegnati in prima persona proprio chi ha a che fare con la pianificazione: un movimento che si pone l'obiettivo di far tornare questa questione al centro del dibattito culturale e politico delle realtà locali.

Impariamo da Gramsci, formiamo un blocco intellettuale che promuova i valori che noi attribuiamo alla disciplina inscritta in un moderno programma della sinistra ecologista, credibile, comprensibile anche ai non addetti ai lavori che si contrapponga al “dio mercato”, per il bene dell’ambiente e del territorio e lasciamo di lato i piagnistei che sancirebbero solo la definitiva scomparsa di ogni speranza.

5 agosto 2018. Contributo al dibattito cominciato sul «il manifesto» e ripreso da eddyburg.it, il quale ci invita a «volgarizzare» l'urbanistica per raggiungere un pubblico più ambio per poi sollecitare rivendicazioni di massa. Qui i riferimenti al dibattito.

Saluto con rispetto tutti i tentativi di animare il dibattito sul ruolo dell'urbanistica in Italia, ma la forma e i contenuti mi sembrano troppo spesso miopi e stereotipati.

Mentre i sindaci di Londra e Barcellona parlano di controllare il mercato immobiliare costruendo case popolari, noi continuiamo a parlare di concetti astratti in un linguaggio specialistico. Mi domando se questo atteggiamento, altrove definito "aristocratico", non sia frutto della strategia degli intellettuali di sinistra per ritagliarsi un ruolo di prestigio nella classe dirigente.
I ricchi capitalisti si servono della comunicazione di tecnici e intellettuali per mantenere i privilegi acquisiti con metodi d'ingegneria dell'opinione.
La classe dirigente di sinistra dovrebbe smettere di preoccuparsi di problemi etici o civili di secondo piano, di esprimere opinioni ambigue o incomprensibili, per assicurarsi i favori dei ricchi capitalisti assicurando loro un alibi culturale.

Bisogna dire le cose come stanno.

L'urbanistica è la progettazione del futuro delle nostre città e la pianificazione degli interventi di trasformazione. Il diritto alla città verrà sicuramente calpestato dagli interessi dei più ricchi se il pubblico non interviene con strumenti normativi, fiscali, economici.
Il problema vero è che la gente non ha più consapevolezza dei soprusi che sta subendo e non lo ritiene più un problema fondamentale.
Credo che occorra volgarizzare l'urbanistica per raggiungere un pubblico più vasto, in grado ri reclamare il proprio diritto alla città con gli strumenti democratici.

Firenze, 5 agosto 2018
Angelo Ferrari
architetto, urbanista, paesaggista

Ricordiamo qui una serie di articoli comparsi su eddyburg.it e il manifesto sullo stato di salute dell’urbanistica, la sua mutazione genetica, le sue prospettive e invitiamo a continuare il dibattito.
Il 13 luglio 2018 abbiamo pubblicato l' articolo "Morte dell'urbanistica" di Alessandro Dal Piaz, un commento ad una tesi di Marco Assennato sul ruolo e rilevanza della pianificazione pubblica espressa nell'articolo "Il miraggio della pianificazione nel sacco di Roma", pubblicata dal manifesto il 22 giugno 2018.

Questi articoli si inseriscono in un dibattito sullo stato di salute dell’urbanistica, la sua mutazione genetica, le sue prospettive, che prendeva che prendeva spunto da due precedenti articoli: "Roma, se questa è una città" di Enzo Scandurra, pubblicato su eddyburg il 23 gennaio 2018; "Una disciplina «orfana di padri»" di Paola Bonora pubblicato su il manifesto il 15 giugno 2018, a cui hanno replicato Ilaria Agostini e Enzo Scandurra con l'articolo "Nella mutazione genetica neocapitalista" del 26 giugno sempre sul manifesto.
Sarebbe importante che tale dibattito proseguisse.

Per inviare contributi in risposta al dibattito scrivere a: ilaboniburini@gmail.com, inserendo nell'oggetto "eddyburg:urbanistica.

Un commento alla tesi di M. Assennato pubblicato sul manifesto (22 giugno 2018) sulla pianificazione pubblica nel sistema socio-economico corrente e sul ruolo degli urbanisti.

Ho letto con molta attenzione l’articolo di Marco Assennato intitolato «Il miraggio della pianificazione nel sacco di Roma» (il manifesto, 22 giugno 2018, p.11) e vorrei contribuire in qualche modo ad una discussione delle sue conclusioni.

Richiamando anche precedenti testi di Bevilacqua e Scandurra, Assennato esprime sinteticamente una condivisibile valutazione dell’urbanesimo attuale, condizionato dai dominanti interessi dei proprietari fondiari, dei costruttori e delle banche, chiudendo il suo testo con le frasi: «La pianificazione pubblica, in un sistema che si è fatto esso stesso critico, è solo cattiva ideologia. Ma dentro alla crisi del piano si può e si deve costruire conflitto e sapere. Ha qualcosa da dire, su questo, l’urbanistica? Altrimenti, certo, è morta».

Confesso innanzitutto di non capire in che senso il “sistema” si sia fatto oggi “critico”. Se si tratta delle condizioni sociali e culturali conseguenti al succedersi di crisi del capitalismo, forse la notazione è un po’ banale. Io attribuirei all’espressione “farsi critico” significati connessi con consapevoli processi analitico- valutativi basati soprattutto su categorie concettuali e valori. E perciò mi sembra davvero strano attribuire oggi al “sistema” una qualificazione del genere. Ma forse son io che non ho compreso bene l’intento dell’autore.

È la tesi di fondo sulla pianificazione, però, che mi lascia più che perplesso. Mi sembra che il ragionamento di Assennato sia schematizzabile così: i piani urbanistici odierni sono soltanto strumenti organici al governo capitalistico del territorio, in particolare nelle aree metropolitane; meglio evitare di impegnarcisi; dedichiamoci invece, da urbanisti, a leggerne le contraddizioni per incrementare consapevolezze e conflitti sociali. Non capisco perché mai un atteggiamento del genere debba valere solo per gli strumenti urbanistici. Anche tutte le altre forme di organizzazione collettiva sono oggi sostanzialmente condizionate dal dominio dei meccanismi capitalistici: cosa dovremmo fare, astenerci dalle competizioni elettorali, dalla dialettica su leggi e bilanci, dal confronto sulle politiche locali, riservando ogni nostra energia alla didattica del conflitto in vista di rivolgimenti sociali palingenetici? O non dobbiamo, invece, continuando a scomporre e smascherare ogni messaggio mistificante, utilizzare anche ogni opportunità per mettere a frutto gli spazi, talora interstiziali, talaltra più cospicui, aperti dalle contraddizioni della gestione capitalistica allo scopo di
contrastare gli interessi speculativi particolari e sostenere i diritti collettivi ? Quelli, ad esempio, scritti nella Carta Costituzionale e troppo spesso negletti o compressi?

Proprio i piani territoriali ed urbanistici rappresentano occasioni per cercar di dare concreto spessore alla valorizzazione sociale di quei beni comuni – paesaggio, ambiente, beni culturali, partecipazione – che Assennato sembra invece ridurre a vaghe icone consolatorie da nuove liturgie escatologiche.
È forse venuto il momento di chiedersi se simili atteggiamenti aristocratico-massimalistici non abbiano anch’essi qualche responsabilità nella recente evaporazione della sinistra politica, accanto a quelle, beninteso spaventosamente maggiori, di chi ha semplicemente introiettato l’ideologia, gli obiettivi e gli strumenti del neo-liberismo. Sono convinto che sia oggi sempre più necessario, per chi militi ancora nella sinistra, impegnarsi in modo consapevolmente articolato su tutto il ventaglio di possibilità, alimentando adeguate visioni strategiche alternative, ma senza opportunisticamente abbandonare le trincee dello scontro quotidiano. Anche per tenere davvero insieme teoria e prassi.

Vengono messe in soffitta, una e una, tutto le scienze del territorio, quando non possono essere impiegate (distorcendole) per l'unico uso del territorio che al capitalismo d'oggi interessa: sfruttarlo nel modo più conveniente alla minoranza che ci domina. La Repubblica, 27 dicembre 2016

IL mondo è globalizzato, cambiano i confini, ma la geografia scompare. Sembra un paradosso, ma in università è stata quasi cancellata. Due terzi dei corsi di laurea sono spariti in dieci anni. «Un disastro», lamentano i geografi accademici, che a Bologna hanno costituito un coordinamento e lanciano un appello a difesa di una disciplina che sta uscendo anche dagli studi universitari dopo aver subito, tra mille polemiche, una forte riduzione nelle scuole per effetto della riforma Gelmini.

Eppure in Francia, in Svizzera e in particolare nel Regno Unito, dove la premier Theresa May è laureata in Geografia ad Oxford, esistono dipartimenti e facoltà. In Italia, i corsi di geografia si sono ridotti, dal 2005 ad oggi, da diciotto a sei. E i sopravvissuti sono solo da Roma in su. Resistono la laurea triennale di Milano, che quest’anno potrebbe raddoppiare le 160 matricole, e il corso storico della Sapienza. Le lauree magistrali sono a Bologna, Torino, Firenze e ancora alla Sapienza. La biennale della Statale è stata sospesa per mancanza dei docenti necessari secondo i parametri ministeriali, quegli stessi che i geografi contestano nell’appello. «Criteri troppo rigidi», sostengono i firmatari, più severi di quelli di altre lauree come Filosofia e Storia.

«Stiamo scomparendo, il nostro è un grido di allarme», osserva Carla Giovannini, allieva del padre dei geografi italiani Lucio Gambi che sosteneva la necessità di coniugare la geografia con la storia per capire il presente. «Lui insegnava a fare le carte e a leggerle». Ed è questo il valore che i geografi rivendicano nell’era di Google Maps: la capacità e, soprattutto, la necessità di interpretare un territorio, dalla mappa dei migranti in una città alla ricostruzione dell’alveo di un fiume sino alla cartina del mondo secondo Donald Trump.

«Viaggiamo con il navigatore ma non guardiamo più fuori dal finestrino, non capiamo più la realtà che ci circonda, in quale territorio viviamo — insiste Riccardo Morri, coordinatore del corso in Gestione e valorizzazione del territorio alla Sapienza — A chi mi chiede a cosa serve un geografo oggi rispondo che i miei colleghi lavorano ai piani di evacuazione del Vesuvio, intervengono in Africa per risolvere conflitti tribali sui confini. La nostra è una disciplina di sintesi che serve nella prevenzione, negli studi urbanistici, sociali ed economici ». Negli ultimi anni, i corsi di laurea in scienze geografiche hanno perso iscritti: erano 2.393 nel 2005, oggi si sono ridotti a 957 tra triennali e specialistiche. Una vera e propria emorragia, tamponata solo quest’anno da una ripresa delle immatricolazioni. La geografia in Italia sconta il pregiudizio e forse anche la noia di un certo insegnamento scolastico ridotto all’apprendimento di mari-monti-città. Alzi la mano chi non ha imparato a recitare tutti gli affluenti del Po da bambino. Sorride Giovannini: «Tutto vero, abbiamo pagato il prezzo di anni di nozionismo, la nostra è ora una battaglia culturale».

Tra le richieste al ministero dell’Università, i docenti che presiedono i corsi auspicano un sostegno alle lauree già esistenti, come è stato fatto per la Fisica quando andò in crisi di iscritti. E reclamano un albo dei geografi per sostenere la figura professionale.

«La geografia è praticamente sconosciuta alla pubblica amministrazione. I bandi di concorso che citano tra i requisiti la laurea in Geografia sono rarissimi», spiega Angelo Besana, docente di Torino alla triennale in Geografia gemellata al Politecnico. «Chiediamo attenzione a livello ministeriale e politico», aggiunge Flavio Lucchesi, ordinario di Geografia alla Statale. Giovannini, docente dell’Alma Mater, ricorda i suoi laureati “scippati” all’estero: chi disegna mappe per il Guardian, chi insegna storia dei giardini ai francesi dopo una borsa Erasmus in geografia a Parigi. «Le competenze di un geografo dovrebbero essere evidenti a tutti», conclude. «Invece combattiamo per non essere cancellati ».

«L’osservazione dal punto di vista femminile della città è capace di sovvertire il disegno razionalista dell’urbanistica del ’900 perché è basata sull’esperienza quotidiana, fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi». Milleniumurbano.it, 23 ottobre 2013

Nel 1961 la giornalista del Washington Post Phyllis Richman decise d’iscriversi al Dipartimento di Pianificazione Urbana e Regionale della Graduate School of Design di Harvard. Come risposta al modulo che aveva inviato, ricevette la lettera di un assistente del dipartimento nella quale le veniva chiesto di motivare la sua scelta in considerazione del suo ruolo di donna sposata. La sua richiesta d’iscrizione sarebbe stata presa in considerazione se accompagnata da una relazione nella quale avrebbe dovuto esporre in che modo intendeva conciliare le responsabilità verso suo marito e la sua futura famiglia con la carriera da urbanista. Come se ciò non bastasse, nella lettera lo scrivente le comunicava la convinzione che le donne sposate, quando intendono dotarsi di una educazione professionale, esprimono una tendenza a sprecare tempo e sforzi.

Phyllis non rispose a quella lettera e non intraprese una carriera da urbanista, anche se ebbe un’esperienza professionale nella Commissione Urbanistica della città di Filadelfia. Lo scorso giugno, dopo 52 anni, la giornalista decise di pubblicare quella lettera sul suo giornale, insieme alla risposta che mai ebbe il coraggio di scrivere, con la quale denuncia quanto la discriminazione subita abbia pesato sulle sue scelte professionali.

Nello stesso anno in cui il progetto di Phyllis Richman di diventare un urbanista veniva così pesantemente frustrato, un’altra giornalista, Jane Jacobs, pubblicava il suo libro più famoso, The Death and Life of Great American Cities, che ha impresso un cambiamento epocale al modo d’interpretare il funzionamento delle città. Jacobs ha dimostrato con il proprio attivismo contro i grandi progetti di trasformazione urbana promossi da Robert Moses, che l’osservazione dal punto di vista femminile della città è capace di sovvertire il disegno razionalista dell’urbanistica del ’900 perché è basata sull’esperienza quotidiana, fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi. Visione esattamente opposta a quella del deus ex machina dei lavori pubblici funzionali alla costruzione della città-macchina che separa i flussi in circuiti chiusi e gerarchizzati, dall’auto al pedone. Malgrado sia passato mezzo secolo dalla pubblicazione del libro di Jacobs, tradotto in italiano nel 1969 con il titolo Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, il punto di vista di genere nella pianificazione urbana è ancora ampiamente ignorato ed è assai probabile che gran parte di coloro che lo hanno letto non abbia affatto colto la precisa relazione che esiste tra la donna che l’ha scritto e le argomentazioni che vi sono sviluppate.

Nello scenario di predominanza culturale del modello della città razionale, pensata per il maschio adulto, lavoratore ed automunito, s’inserisce controcorrente l’esperienza di Vienna, dove a partire dagli anni ’90 più di sessanta progetti pilota nel campo della pianificazione urbana sono stati attuati secondo i principi del gender mainstreaming, ovvero l’orientamento alle questioni di genere delle politiche urbane.

Eva Kail, un’esperta di questioni di genere presso il nucleo cittadino di pianificazione urbana, intervistata da The Atlantic Cities, ha chiarito che l’approccio adottato da lei e dal suo gruppo si basa essenzialmente sull’osservazione dell’uso dello spazio pubblico, di chi lo stilizza e per quali scopi. Da questa analisi discende l’individuazione di cosa interessa e serve ai differenti gruppi di cittadini sotto forma di indirizzi alla pianificazione urbana. L’esperienza di Kail inizia nel 1991 con la mostra fotografica “Di chi è lo spazio pubblico – La vita quotidiana delle donne nella città”, che mise in evidenza come i differenti tracciati delle donne nello spazio urbano abbiano in comune la stessa richiesta di sicurezza e facilità di movimento. La mostra ebbe un gran numero di visitatori e notevole risalto mediatico, così i politici locali decisero di far proprio l’approccio di genere nelle politiche urbane. Il primo progetto realizzato fu un complesso di appartamenti, progettato da e per le donne nel ventunesimo distretto della città, chiamato Women-Work-City. All’interno del complesso, situato in prossimità del trasporto pubblico, si trovano aree verdi per il gioco dei bambini, un asilo, una farmacia ed uno studio medico. Il tutto aveva l’obiettivo di rendere più facile la vita delle donne divisa tra lavoro e funzioni di cura.

L’idea di realizzare insediamenti di edilizia residenziale dotati di servizi non è certo nuova e discende dalla tradizione del socialismo utopistico, vecchia di due secoli, che ha via via prodotto una serie di falansteri urbani pensati per comunità di lavoratori. In questo caso l’aspetto innovativo del progetto riguarda la trasmigrazione dal contesto edilizio a quello urbano dell’approccio basato sulla centralità dei bisogni degli utenti. Lo sviluppo successivo ha riguardato la progettazione delle aree verdi, i cui usi diversi secondo il genere erano stati registrati in particolare tra la popolazione giovanile. Nel 1999 i pianificatori urbani hanno riprogettato due parchi del quinto distretto della città con l’intento di allargare il numero ed il tipo di frequentatori, avendo precedentemente registrato che le ragazze erano meno propense ad utilizzare gli spazi verdi poiché spesso scoraggiate dall’invadenza maschile. Sono stati introdotti sentieri per migliorare l’accessibilità e aree per attività sportive che incrementassero l’utenza, così come accorgimenti progettuali del verde intesi a suddividere gli ampi spazi aperti. Il cambiamento non tardò a produrre risultati e, senza che scaturissero conflitti, differenti gruppi di ragazze e ragazzi cominciarono a frequentare i parchi.

Dello stesso anno è il progetto finalizzato a rendere più accessibile il trasporto pubblico e migliori e più sicuri i percorsi pedonali secondo le necessità espresse dalle donne. Il progetto discende dalle rilevazioni fatte a seguito di un’inchiesta rivolta a tutta la popolazione del nono distretto e relativa alle modalità ed alle ragioni degli spostamenti. Mentre la maggioranza degli uomini aveva dichiarato di utilizzare l’auto o il trasporto pubblico due volte al giorno per il tragitto casa-lavoro, le donne avevano messo in evidenza la molteplicità delle ragioni di spostamento, legate soprattutto al ruolo di cura di bambini ed anziani che è ancora loro prerogativa. Furono realizzati marciapiedi più spaziosi e meglio illuminati e infrastrutture che facilitassero l’accesso alle intersezioni del trasporto pubblico, dove anche chi spinge un passeggino o una sedia a rotelle possa raggiungere ed utilizzare facilmente i mezzi in transito.

L’approccio alla pianificazione urbana gender mainstreaming, malgrado i risultati promettenti, ha anche suscitato critiche e sarcasmo. Quando il gruppo di Eva Kail, propose la mostra fotografica “Di chi è lo spazio pubblico – La vita quotidiana delle donne nella città”, qualcuno disse cose tipo “allora dovremmo dipingere le strade di rosa?” La pianificazione orientata alla questione di genere può suscitare reazioni emotive, come sentirsi attaccati, tra coloro cui si fa presente quanto essa non sia stata presa in considerazione nel passato. C’è inoltre il rischio che nel caratterizzare i differenti usi della città tra uomini e donne si rinforzino gli stereotipi alla base delle differenze di genere. La stessa espressione gender mainstreaming è stata successivamente messa da parte dai funzionari pubblici che preferiscono usare l’etichetta “Città Equamente Condivisa”, forse ritenuta meno politicamente orientata.

Malgrado i limiti emersi, l’approccio alla pianificazione urbana utilizzato da Kail e dal suo gruppo ha lasciato un segno sulla capitale austriaca e si sta ora evolvendo verso il tentativo più ampio di cambiare la struttura ed il tessuto della città, così che i differenti gruppi di cittadini vi possano convivere senza conflitti. Si tratta di un visione politica della pianificazione della città, afferma Kail, con la quale si cerca di portare nello spazio urbano persone delle quali prima non si riconosceva l’esistenza o che si sentivano prive del diritto di esistere.

Ma vi è un altro aspetto dell’esperienza del gruppo di pianificatrici urbane viennesi che vale la pena di sottolineare ed è la dimostrazione che solo le donne, e non solo quelle professionalmente coinvolte nei processi di trasformazione delle città come nel caso di Jane Jacobs, possono farsi carico del compito di rappresentare gli interessi del genere a cui appartengono.

«La parola “urbanistica” cercava uno sbocco nell’immaginario collettivo, e per distinguersi dalle due componenti che l’avevano preceduta, abituate a poca pubblicità fuori dagli uffici dove si decideva tutto, si affidò agli architetti progettisti». Cittaconquistatrice.it, 28 dicembre 2014 (m.p.r.)

C’erano una volta due mondi distinti, che solo politica e necessità riuscivano a mettere insieme. Uno era fatto soprattutto di disegni, grandi tavole di schizzi o dettagli tecnici, singoli edifici, strade, e non mancavano neppure, e tratteggiare un quadro di insieme, le vedute a volo d’uccello di interi quartieri completi di alberature, piazze e viali monumentali. L’altro era assai più asettico: tabelle di numeri e brevi pagine di spiegazioni, che riguardavano sia i numeri che il modo per leggerli. Quei due mondi distinti si sovrapponevano l’uno all’altro per trasformarsi in realtà, quando abbastanza casualmente si intrecciavano le risorse e la volontà per farlo. Si scopriva però via via che c’erano parecchi vantaggi non solo a rendere più regolare nel tempo quell’incrocio, ma a governarlo in fasi prevedibili già a partire dalla prima concezione. Nacque più o meno così verso la fine del XIX secolo quella che poi divenne nota come urbanistica, nelle varie interpretazioni nazionali delle leggi e delle culture tecnico-amministrative.

Nascosti dietro le parole ci sono i fatti
Come tutte le innovazioni, anche la nuova parola “urbanistica” cercava uno sbocco nell’immaginario collettivo, e per distinguersi dalle due componenti che l’avevano preceduta, abituate di solito a poco pubblicità fuori dagli uffici dove si decideva tutto, si affidò mani e piedi a una delle sue componenti: gli architetti progettisti. Che nel giro di una ventina d’anni scarsi con la loro quasi miracolosa capacità comunicativa, attraverso le riviste specializzate, le mostre mutuate da quelle classiche d’arte, e altre iniziative, riuscirono a imporre al pubblico questa nuova idea di città, territorio, strategie di sviluppo spaziali. Riuscirono però anche a costruirsi a propria immagine e somiglianza un’idea piuttosto sbilanciata, di urbanistica e di territorio, in cui il loro tipo di progetto prevalentemente edilizio occupava quasi tutto, e il loro ruolo nelle decisioni anche. Intendiamoci: non è che il progetto di architettura, dei quartieri, del landscape, delle forme dello spazio pubblico, non fosse centrale, ma esistevano pur sempre tantissime altre componenti, magari meno immediate da comunicare al pubblico, ma altrettanto essenziali. Spesso anche da questo tipo di squilibrio, comunicativo e decisionale, nasceva la confusione di ruoli, o la sottovalutazione di alcuni aspetti, che spesso nel periodo del secondo ‘900 ha condotto al degrado certe zone, per esempio quando erano costruite senza ascoltare i consigli dei sociologi, o degli ambientalisti, o di altre discipline pure importanti tanto quanto gli architetti.

La greenbelt non è un progetto
Mi sono tornate in mente queste considerazioni, quando sulla rete hanno cominciato a girare alcuni post e commenti relativi a Metrobosco, una specie di progetto coordinato di trasformazione delle zone periurbane metropolitane. Tanti di quei commenti facevano una gran confusione, dicendo più o meno: “ah, che bella idea questa, della tutela delle fasce verdi attorno alla città, ci vuole proprio, la greenbelt”. E dimostravano di essere cascati in pieno nel vecchio equivoco che in modo un po’ partigiano confonde il piano col progetto, e qui mescola inopinatamente particolari e contestuali idee di trasformazione, con strategie di pianificazione territoriale e conservazione.

Fascia di interposizione verde, a destinazione agricola e naturale, è una destinazione d’uso vincolante dei terreni che circondano un centro urbano, di solito di grandi dimensioni, e necessita di strategie di lungo periodo. Dentro questa fascia, e anche grazie alla conservazione e al vincolo, poi si possono sviluppare progetti vari, singoli e puntuali come la riqualificazione di un borgo rurale, o più coordinati e in serie come nella proposta di Metrobosco, che comprende sia interventi di trasformazione che di promozione, ma alla dimensione appunto del progetto e su tempi medio-brevi. Fra gli esempi peggiori dell’architettura-urbanistica novecentesca, ci sono stati quei quartieri ghetto, in cui il medesimo soggetto decideva tutto sul medesimo tavolo da disegno: le regole, il modo di interpretarle, e i destinatari finali. Cerchiamo di non rifare il medesimo errore di metodo mezzo secolo dopo, in un altro campo come quello, piuttosto delicato, della tutela del territorio agricolo, scambiato come sfondo per esercitazioni formali.

Dice il presidente dell'APA:«Non voglio più ascoltare che l'urbanistica non riesce a fare la differenza: dobbiamo tutti tornare a innamorarcene». Su questa sponda dell'Atlantico, dice il giornale, «pare che invece sia diventata una professione depressa e sulla difensiva, di fronte ad attacchi politici tesi a costruire un sistema sempre più debole». The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.)

Titolo originale: Redesigning the way we live - Scelto e tradotto da fabrizio Bottini
A metà del suo mandato di presidentedella American Planning Association (APA), Mitchell Silver con la suacapacità di coinvolgere il pubblico ha affascinato una platea di LosAngeles, con un messaggio che può valere anche qui da noi: “Nonvoglio più ascoltare che l'urbanistica non riesce a fare la differenza: dobbiamo tutti tornare a innamorarcene”. Su questasponda dell'Atlantico, pare che invece una professione depressa siasulla difensiva, di fronte ad attacchi politici tesi a costruire unsistema sempre più debole.

Lo scorso mese qui a Londra, alcongresso del centenario della International Federation of Housingand Planning, Silver ha di nuovo ed efficacemente auspicato unarinascita dell'urbanistica col cittadino al proprio centro, e con laparola d'ordine dell'a giustizia. “Tre parole d'ordine, ambienteeconomia e giustizia, ma l'ultima è anche quella che si usa di meno,sta ai margini, a volte si chiama qualità della vita. Ma non è lastessa cosa”. Il cinquantaduenne Silver sostiene appassionatamentele sue idee, cosa piuttosto rara in una professione di solito assaipoco avventurosa e piatta.
L'urbanistica, ribadisce, mira a costruiregiustizia per tutti in città accoglienti. E del resto – domandaretorica - chi altri ha messo le basi per aspirare a acque pure earia pulita, quartieri sani e sicuri, case, posti di lavoro, economielocali stabili, se non l'urbanistica progressista?

E perché allora oggi l'urbanistica, inGran Bretagna e non solo, si è fatta una tale cattiva nomea? Tutticercano un colpevole, ma “vedo che esistono decine di migliaia diprogetti in attesa di realizzazione. E mi chiedo per prima cosa: comemai sono ancora sulla carta? Colpa dell'urbanistica o delleistituzioni? E, seconda questione, sono gli urbanisti a doverdimostrare quanto valgono, a doversi esprimere in modi diversi sullapropria capacità anche di creare posti di lavoro, di stimolarel'economia, non concentrarsi solo su leggi e norme”.
Comeresponsabile per le politiche urbane di Raleigh, in North Carolina –che gestisce anche lo sviluppo locale, e poi la casa, i quartieri emolto altro – Silver, originario di New York, è convinto che lasua città, 420.000 abitanti, possa indicare la via. Ha avutodall'amministrazione carta bianca – a “pensare in grande”secondo le sue parole – in tutto e per tutto.

Certo aiuta il fatto che Raleigh (53%bianchi, 29% neri, 11% ispanici, il resto di origine asiatica ealtri) sia mediamente abbastanza benestante, con un reddito familiaredi 65.000 dollari. “Non c'è particolare segregazione. C'è laparticolarità di non avere scuole autonome di zona, e cosìcomprando una casa non si sceglie il quartiere esclusivo perché hauna buona scuola per i figli: l'assegnazione dei posti avviene perraggio, il che tende a riequilibrare i quartieri”.
Silver ha appenaterminato il mandato biennale di presidente APA, e ammette che leamministrazioni non consentono spesso agli urbanisti di essereinnovativi. “Ci stanno sempre in testa: faiquello che ti viene detto, stai al tuo posto. E bisogna invecerispondere che volete da noi? Volete darci la possibilità comesettore di avere visioni di largo respiro, innovative, osemplicemente di rilasciare autorizzazioni? Se la risposta è laseconda, vuol dire che si sono create istituzioni chiuse, con limitiinvalicabili che non consentono di fare gran che” Non si puònegare che qui da noi l'urbanistica sia sovraccaricata volente onolente di funzioni legate all'autorizzazione e controllo delletrasformazioni edilizie. E che di conseguenza tutti gli ideali dicostruzione di spazio alla base della legge urbanistica fondamentaledel 1947, Town and Country Planning Act, che ha istituito il sistemamoderno, siano stati accantonati.
Oggi la professione è sulla difensiva,pochi i pensatori innovativi, e certo non aiuta il livellosproporzionato dei tagli subiti, che anche secondo la Commissione dicontrollo governativa sono stati molto superiori a quelli di altrisettori delle amministrazioni. Secondo ricerche effettuate da questo,fra il 2012 e il 2014 i comuni dovrebbero tagliare sino al 58% deibilanci dell'urbanistica. Ed è davvero curioso che Silver abbiatratto ispirazione proprio dagli ideali del movimento inglese dellacittà giardino – fondato dal pioniere delle riforme sociali eterritoriali Ebenezer Howard nel secolo scorso – e dal principiodella fascia verde attorno alle città. Idee che hanno in gran partecontribuito al contenimento dello sprawl che caratterizza molte zonedegli Usa. “Valutiamo molto le vostre idee, la green belt, le cittàgiardino. Che via via abbiamo adottato. Ma la vera sfida resta quelladel vostro sistema di controllo a scala nazionale, che a noi manca.Abbiamo solo quelli statale e locale”.
Prosegue indicando altre importantidifferenze fra sistemi, come la maggiore divisione, in Inghilterra,fra la pianificazione spaziale e gli aspetti sociali: “Negli Usac'è maggiore integrazione, il processo democratico poi consente piùpartecipazione dal basso”. Silver si autodefinisce un “sanguemisto” metà nero e metà bianco, ed è fermamente convinto chel'urbanistica debba guidare non solo quartieri più etnicamenteintegrati, dal punto di vista razziale e di classe, ma rispondereanche ai nuovi problemi dell'invecchiamento e dell'immigrazione. “Incittà come la mia, Raleigh, ci riusciamo abbastanza. C'è unadifferenza fra ciò che a volte percepisce la gente e la realtà. Ecerto non si può impedire di avere particolari convinzioni einclinazioni. Ma l'urbanista sta in prima linea, deve porsi ilproblema e affrontarlo, non è più possibile evitarlo”.

Dall'epoca degli sventramenti ottocenteschi e dei boulevards al posto dei baluardi a terrapieno, trasformazione urbana ed evoluzione del concetto di difesa (e attacco) vanno di pari passo. E oggi? Alcune tendenze e strategie internazionali emergenti, ricomposte in una tesi che riguarda anche i territori italiani. Articolo ripreso da Mall, 4 febbraio 2013

Che ci sia una correlazione fra l'idea di città e l'idea di conquista, non è certo una grande e innovativa intuizione del sottoscritto. Solo per restare a tempi abbastanza vicini ai nostri, mi piace ricordare l'enfasi con cui il nostro giovane e (anche un po' troppo) entusiasta Bruno Zevi proponeva nell'immediato dopoguerra all'American Planning Association di sfruttare l'abbrivio della immagine vincente degli Usa nel mondo, dopo la sconfitta dell'Asse e l'avvio del processo di ricostruzione soprattutto in Europa, come vero e proprio arnese di politica estera. Cosa c'è di più propagandistico, per quello che si propone come modello universale di way of life consumi lavoro relazioni, argomentava Zevi, che mettre in vetrina addirittura il know-how che sta alla base degli spazi fisici entro cui poi quelle relazioni di sviluppano? Naturalmente sappiamo poi come è andata a finire: del vero e proprio sistema di valori ai vincitori della guerra importava abbastanza poco, valeva di più il famoso binomio militar-industriale, e a cascata l'imposizione di una serie di prodotti e sistemi in punta di baionetta, poi di informatica-finanza, sino ai nostri giorni. Ma l'intuizione non ha per questo smesso di essere del tutto valida e fondata.

Del resto, anche se in forma un po' caricaturale e a volte perniciosa, è proprio simbolicamente quello il processo in cui combattono a colpi di rendering gli studi delle archistar internazionali. Prendiamo il caso più recente e pubblicizzato, l'inaugurazione del grattacielo Shard progettato dallo studio di Renzo Piano in centro a Londra, in un'area di grande interesse nella fascia a sud del fiume. Si è parlato molto di quell'edificio, dal solito folkloristico “torre più alta d'Europa” o punto di osservazione inusitato del panorama metropolitano, alle innovazioni urbanistiche introdotte, prima fra tutte l'eliminazione del traffico automobilistico aggiunto, cancellando ogni previsione di parcheggio: i visitatori allo Shard ci devono andare a piedi, o coi mezzi pubblici, o in taxi, o farsi accompagnare in macchina dalla zia che poi al volo si allontana, perché lì non troverà mai, nemmeno pagando oro, una piazzola di sosta. Ma un commentatore più attento ci ha visto dell'altro, in quella grossa scheggia emergente sullo skyline della capitale finanziaria mondiale, e cioè la punta di un iceberg per nulla subacqueo: l'avanzata di una nuova forma di politica estera dei potentati mediorientali, sotto forma di investimenti immobiliari sparpagliati ovunque sul globo.
Secondo Peter Beaumont, esperto di politica estera dell'Observer, gli emiri del Qatar si stanno impossessando del mondo a modo loro, usando intelligentemente i soldi del petrolio e del gas, reinvestendoli in attività varie, di cui quel pur vistoso enorme grattacielo rappresenta la forma tangibile, ma i cui effetti e reti scorrono sotterranei, subliminali a volte, a permeare di sé vari scenari, urbani e non. Illuminato in questa luce di stravagante nuova conquista delle anime, che dire ad esempio del Master Plan appena presentato da un altro braccio armato urbanistico del Qatar per la nostra Costa Smeralda in Sardegna? Gli amministratori locali, come già avevano fatto prima con l'Aga Kahn, poi con Berlusconi, si precipitano a mendicare qualunque forma di investimento nel solito turismo suburbano a colpi di sprawl costiero, con complemento di un terminal riservato aeroportuale, in cui pare (dai pettegolezzi della sorveglianza) sfilino a decine le misteriose mogli velate dei nuovi padroni. Ma anche il nuovo e inopinato consumo di suolo e impatto ambientale assume tinte addirittura più fosche, se inizia a configurarsi come conquista militare di nuovi territori a colpi di progetti urbanistici, in cui una norma tecnica equivale a un trattato di pace e concessione politica internazionale. Ci si può chiedere se non si stia avverando perversamente la profezia di Zevi, ma invece degli hamburger della villetta e dell'utilitaria per tutti, il messaggio pare più sottile: non sarà mica una specie di jihad virtuale?
E allora si illumina di luce diversa anche il bell'articolo proposto domenica 3 febbraio da Richard Florida sul newyorkese Daily News, apparentemente di puro sostegno ad una specie di promozione politica del sindaco Micheal Bloomberg a Washington, alla fine del mandato che scade tra non molto. La riflessione di Florida parte da alcune considerazioni non molto esplicitate qui in Europa, ovvero che gran parte del sostegno politico alle due elezioni di Barack Obama si poggia non solo sulle fasce emergenti di giovani multietnici e immigrati non-bianchi, ma che si tratta principalmente di ceti urbani. Molto schematicamente, se l'elettore tipo della destra Repubblicana lo possiamo virtualmente dipingere come il classico maschio bianco col Suv che si sposta fra svincoli centri commerciali nella villettopoli dispersa, il sostenitore/sostenitrice di Obama prende l'ascensore, va in metro, magari inforca la bici nell'androne di un condominio di dieci piani in un quartiere popolare centrale.
Una divisione strumentale e tagliata con l'accetta, ma che fa il paio con tantissimi altri ragionamenti, per esempio gli infiniti rapporti della Brookings Institution sul ruolo centrale economico, anche mondiale, dei nodi metropolitani, o le scelte dell'amministrazione federale per il sostegno all'occupazione durante la crisi, che avevano quantomeno provato a uscire dalla logica dell'equazione automatica opere pubbliche = infrastrutture che promuovono urbanizzazioni disperse.
A questo, Richard Florida aggiunge la prospettiva vetusta dell'attuale struttura federale per lo sviluppo urbano, tutt'ora strascico dell'antico Housing and Urban Development nato a cavallo tra le due guerre, in piena epoca di suburbanizzazione da un lato, e urban renewal sventratore alla Robert Moses dall'altro. La domanda è: non avrebbe molto, ma molto più senso, sostituire al glorioso ente per l'erogazione di fondi ai quartieri popolari di palazzoni (o a quelli a cul-de-sac automobilistici) una nuova entità più dinamica, aperta ai temi dello sviluppo economico, a quelli emergenti climatici ed energetici, e affidarne la struttura a uno che con tutti questi temi ha ampiamente dimostrato di saperci fare alla grande, come il sindaco di New York, Bloomberg?
Perché la Grande Mela, oltre ad essere da sempre uno dei poli della globalizzazione finanziaria, nei due mandati del sindaco ha dimostrato di essere all'avanguardia anche in altri aspetti un po' meno viziosi della globalizzazione, come i progetti di sostenibilità energetica, l'agricoltura urbana, e last but not least l'esemplare gestione di un caso da manuale di emergenza climatica come la potenziale catastrofe dell'uragano Sandy, dagli interventi di emergenza al Piano Strategico 2030 per il Waterfront appena pubblicato dal Planning Department della signora Burdett.
Insomma, come ci dicono di solito senza tante mezze parole studi e convegni dell'ONU sul tema dell'urbanizzazione del pianeta, la malattia contiene anche al suo interno il siero in grado di curarla. Se gli stati nazionali, a partire da quelli più grandi e potenti, cominciano davvero a investire in modo progressivo e progressista sulle concentrazioni urbane, per renderle ancora più concentrate e ancora più urbane in senso lato, l'antidoto ai grandi mali ambientali sociali ed energetici della Terra forse si avvicina.
E fare un passo del genere in una logica democratica, trasparente, che rende conto agli elettori delle proprie scelte, significa anche contrastare le politiche estere striscianti, magari favorite da altri governi nazionali e locali meno lungimiranti, di chi si infiltra nei territori con le proprie, di politiche urbane. Se si vuole distinguere fra destra e sinistra, nell'epoca della globalizzazione, pare davvero che si possa ancora tornare al vecchio adagio: il quartiere urbano è progressista, le villette con giardino nascoste da alte siepi sono reazionarie. Anche quando la guerra non si combatte nelle trincee con la baionetta innestata, ma discutendo di politiche urbanistiche.
Per chi volesse dare un'occhiata ai tre testi che ho direttamente citato per nome e cognome: prima di tutti il nostro Bruno Zevi, con la sua conferenza L'urbanistica come strumento di politica estera che ho tradotto tempo fa su Mall dal Journal of the American Institute of Planners, inverno 1946; poi la tesi dell'esperto di politica estera dell'Observer, Peter Beaumont, secondo cui Il Qatar si sta impossessando del mondo pubblicata lo scorso luglio; infine l'appello di Richard Florida perchè Obama ci lasci una duratura eredità urbana magari promuovendo a Washington il sindaco Micheal Bloomberg, proposto domenica 3 febbraio sul sito del New York Daily News.
A proposito del citato Piano Strategico per il Waterfront ci vorrà un po' più di pazienza, il mio articolo è in fase arretrata di redazione. Ma i veri appassionati e ammiratori internazionali della mitica Amanda Burden (da Oscar la sua interpretazione in Urbanized) possono scaricarselo direttamente - intero o a fettine, attenzione, è pesantissimo - dalla pagina Vision 2020 del sito comunale

Da video.com riprendiamo la presentazione e il video di un bellissimo documentario, nel quale Vittorio De Seta racconta un mestiere nel quale probabilmente si riconoscono molti di quanti ptaticano il mestiere dell'urbanista nello spirito, e nell'ideologia di eddyburg. Entrate nell'articolo e cliccate dove vi suggeriamo.

«Scorsese ha detto di luiche era un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta. A noi inveceha detto che dell’antropologia non gli importava proprio niente, e tutto quelche cercava era la poesia, “che è come il sale, conserva le cose”. In questa videointervista, realizzata da ZaLab a Barcellona nel 2008, Vittorio De Seta,padre del documentario italiano, ripercorre gli elementi fondamentali della suapersonalissima cinematografia, dal suono, al montaggio, al rapporto con ipersonaggi e i loro ambienti. Un appello alla resistenza per un mestieredifficile e necessario, un richiamo alla sfida del reale, che può tornare aimporsi anche quando sembra ormai troppo tardi»

Non crediamo di dover precisare che per "ideologia " non intendiamo una parolaccia ma solo «quell’insieme di credenze condivise da un gruppo e dai i suoi membri che guidano l’interpretazione degli eventi e che quindi condizionano le pratiche sociali» (T. A. Van Dijk, Ideologie.Discorso e costruzione sociale del pregiudizio, Carocci, Firenze2004).
Sul mestiere dell'urbanista abbiamo ripreso a discutere su eddyburg a proposito dello "scandalo" dell'Università di Firenze e dell'articolo di Francesco Ventura. Proseguiremo su queste pagine e poi, magari, in occasione di un prossimo seminario della Scuola di eddyburg.

Quando si parla di città e territorio, è opportuno non mescolare troppo un approccio di carattere generale, che vede al centro la società e protagonista assoluto il cittadino, e uno professionale, molto diverso

Negli ultimi giorni ci hanno lasciato quasi contemporaneamente due giganti del pensiero, almeno per quanto riguarda la nostra idea condivisa di città moderna. Mi riferisco naturalmente a Oscar Niemeyer e a Guido Martinotti, indiscussi maestri rispettivamente dell’approccio architettonico progettuale modernista, e di quello sociologico del territorio, con particolare riguardo ai contesti metropolitani. Coincidenza tristemente utile, perché entrambi i protagonisti occupano in modo vistoso una posizione estrema nelle scale di giudizio correnti, ovvero da un lato quella che considera “urbanistica” tutto ciò che concerne la progettazione delle trasformazioni fisico-edilizie alle varie scale, dall’altro quella che allarga il campo – quasi ovviamente, viene da dire – alla componente umana, che distingue questi contenitori spaziali da lucide scatole desolatamente vuote. Entrambi approcci fondamentali, fondativi dell’urbanistica, quelli dell’architettura e della sociologia del territorio, che insieme a tanti altri hanno concorso a definire la disciplina più o meno com’è oggi.

Con una precisazione importante: tanti approcci significano anche tanti punti di vista, opinioni su quale possa essere il baricentro irrinunciabile dell’idea di città, e non si può negare che (soprattutto in Italia, ma non solo) la parte del leone spetti al contributo del progetto di trasformazione spaziale. Una cosa che vale sia per l’immaginario collettivo, sia in buona parte per l’esercizio professionale in senso lato, dalle consulenze private, alla pubblica amministrazione, all’insegnamento superiore e universitario. Naturalmente se si ragiona solo un istante sulle radici, sulla stessa legittimazione dell’idea di città e metropoli contemporanea, il pensiero non può che correre subito a figure che col progetto c’entrano direttamente poco o nulla. Esempi internazionali classici ne sono Robert Moses e Jane Jacobs, protagonisti a metà ‘900 dello scontro, dialettico e non solo, da cui in sostanza nasce la fondamentale critica al meccanicismo razionalista ancora pienamente attuale. Dottore in scienze politiche il primo, autodidatta senza alcun titolo superiore la seconda, rappresentano benissimo tante altre figure di spicco nella costruzione dell’urbanistica contemporanea, fra cui ad esempio in Italia Antonio Cederna, fra tutti.

Una grande ricchezza e complessità, che trovano un corrispettivo anche nel dibattito sulla formazione superiore dell’urbanista, cosa ben testimoniata dall’evoluzione dei corsi universitari e di specializzazione in tutto il mondo. Nel mio la Città Conquistatrice ho scelto di inserire, da questo punto di vista, i due contributi dell’europeo Gaston Bardet e dell’americano Frederick Adams: il primo con un orientamento molto tecnico e amministrativo diciamo “tradizionale” legato alle Alte Scuole francesi, il secondo più empiricamente anglosassone e aperto alle contingenze, che nel periodo in cui viene formulato vedono in primo piano le scienze sociali. Sappiamo tutti, poi, che negli ultimi decenni è emersa un’altra centralità, quella ambientale, a cui specie nel contesto europeo e italiano va sicuramente aggiunta e affiancata quella dei beni culturali e del paesaggio (questione specifica, e diversa dalla cultura del landscape). Ma, e ancora in particolare nella vicenda italiana, l’innegabile trait-d’union novecentesco di tutte le possibili prospettive urbanistiche resta comunque l’approccio progettuale, unito ad una certa sensibilità intuitiva.

E arriviamo all’attualità spicciola, che spicciola non è affatto, a ben vedere. Accade di recente nel nostro paese che per una integrazione didattica in un Laboratorio di Urbanistica universitario la Commissione giudicatrice, esaminati i curricula dei candidati, opti per un profilo non tecnico-progettuale, in particolare per una laurea spiccatamente umanistica e un percorso autodidatta. Siamo in buona sostanza, sul versante del metodo, dalle parti di Robert Moses e Jane Jacobs, ma trattandosi di concorso pubblico emerge il terzo incomodo: un ricorrente che rivendica classica e diversa interpretazione dell’urbanistica, un laureato in architettura, che si considera competente e formalmente qualificato, molto più di quanto non possano mai garantire gli altri due. Ecco: potremmo essere davvero di fronte a un’occasione per ragionare ancora sull’urbanista, sul rapporto fra discipline scientifiche, territorio, società. Invece la difesa d’ufficio della discrezionalità della Commissione (che ribadisce pubblicamente la propria scelta iniziale) ci porta in tutt’altra direzione. Ovvero dalle parti di quanto è identificato diffusamente come uno dei problemi centrali della nostra università: la selezione del personale docente.

Perché tutto, ma proprio tutto, il dibattito sull’alta formazione dell’urbanista, sin dai primi vagiti britannici a cavallo della Grande Guerra, che ne la Città Conquistatrice ho voluto riassumere con un raro articolo del giovane Patrick Abercrombie, si svolge a colpi di sistematicità dei percorsi, verificabilità dei titoli, strutturazione delle materie. Abercrombie già allora sottolineava con un efficacissimo cortocircuito quanto sia importante uscire da pur ricche vaghezze di sensibilità spazio-sociale spontanea collettiva: tutti conosciamo in qualche modo il territorio, ma l’urbanista comunque inteso sa tradurre questa conoscenza in operatività, ad esempio il militare che vince la battaglia sfruttando al meglio il campo. O per saltare ai nostri giorni il giovane Obama (tra l’altro futuro docente universitario), che da social organizer si portava appresso il libro di Jane Jacobs nel ghetto di Chicago per far interagire al meglio gli abitanti col loro quartiere. Sistematicità verificabile, percorsi di riflessione che si possono fare in una direzione o nell’altra, e che quindi sono in grado di stimolare altra sistematicità a chi si forma studiandoli e partecipando. Ad esempio in un Laboratorio di Urbanistica universitario (che è anche altro rispetto a un workshop partecipativo o a un seminario aperto).

Forse di questo, si dovrebbe parlare, replicando alle proteste, più o meno fondate, di chi si è sentito escluso da quello che considerava un diritto. Se c’è una vera differenza di legittimazione a esprimere e comunicare ad alto livello una cultura della città e del territorio, non è certo fra approcci tecnico-progettuali, o analitici, o storico-critici, o di carattere sottilmente trasversale e interdisciplinare. Piuttosto di garanzia a offrire una struttura comunicativa sistematica, e non un generico stimolo, per cui esistono altre forme, diverse da quelle degli incarichi di docenza. Almeno, così credo dovrebbe essere, ma probabilmente non ho capito nulla, e non mi riferisco solo all’urbanistica comunque intesa.

(le “prime puntate” di questa discussione aperta sono prima la notizia dal quotidiano La Nazione con relativa postilla, e poi l’articolo di Francesco Ventura sul caso)

Avevo chiesto a Francesco Ventura questo scritto anche per aprire una discussione che andasse al di là della povera contingenza. Condivido la scelta di cui in quest'articolo l'autore motiva le ragioni, e avevo promesso un mio commento. Una rapida postilla (come le postille devono essere) mi sembrerebbe però riduttiva e quindi affronterò il tema in un mio prossimo intervento, sempre su queste pagine.
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La notizia in breve

La facoltà di Architettura di Firenze ha bandito un concorso pubblico per l’assegnazione di due insegnamenti temporanei di urbanistica integrativi di Laboratori di progettazione architettonica. La commissione da me presieduta ha proposto al Consiglio di Facoltà, e il consiglio ha approvato, l’affidamento di un insegnamento a un filosofo e l’altro a un “paesologo”, maestro elementare senza laurea.

Uno dei concorrenti esclusi, che ha il titolo di dottore in progettazione architettonica e di cui ignoravo prima l’esistenza, ha fatto ricorso al TAR. Non contento e non sentendosi sicuro del buon esito del ricorso, e avendo i mezzi, ha lanciato una campagna di stampa scandalistica a sostegno del suo presunto diritto. Si direbbe quasi che il ricorso lo abbia fatto per poi lanciare l’offensiva mediatica. Tanto si sa, i processi ormai si fanno sui giornali, che sono andati con lui a nozze, scatenando poi una ridda di opinioni favorevoli e contrarie, ma per lo più abbastanza stravaganti su vari blog compreso una su Eddyburg che a suo modo vorrebbe essere benevola, ma sempre ignara dei fatti.

I giornali hanno preso qualche passaggio del ricorso e il punto di vista del ricorrente quali dati degli atti e dei fatti e li hanno pubblicati più o meno con questi toni: “una cattedra (sic!) di urbanistica assegnata a un filosofo e un’altra a un poeta senza laurea”. Ecco “il solito sistema” dei concorsi universitari. Insomma: sparando nel mucchio ci cogli sempre.

Consiglio a chi ne ha tempo e voglia di leggere un po’ di interventi sui blog, perché ce ne sono anche di veramente esilaranti come quello che suppone che qualcuno abbia voluto sistemare l’amante.

Viene in luce qualcosa di veramente illuminante: i giornali per lo più non riescono a dare notizie di atti e fatti e soprattutto del senso che chi li ha compiuti dà a quei fatti. Se fossero in grado di comunicare questo senso, poi sarebbe possibile per chiunque discuterlo. E una tale discussione sarebbe di grande utilità scientifica e culturale e non una ridda insignificante di opinioni banali (anche quando favorevoli) e di luoghi comuni astratti dalla realtà.

I mezzi di comunicazione di massa, non sapendo di che parlano, dicono “stronzate”. Questo è il titolo di un libro che consiglio a tutti di leggere: Harry Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico Rizzoli 2005 (titolo originale: "On Bullshit"). La stronzata non è un falsità o un dire bugie, ma un parlare di cose che non si conoscono. Il politico è tra coloro che più è costretto, secondo Frankfurt, a dire stronzate. Ma io aggiungerei che forse molti giornalisti lo sono ancora di più. E ovviamente chiunque intervenga nel dibattito in rete che la presunta notizia scandalistica scatena arricchisce a dismisura la quantità di stronzate in cui siamo immersi nel nostro tempo. In altri termini: siamo nella merda!

Sono ancora in attesa che almeno Il Tirreno di Viareggio, città del ricorrente, e primo a lanciare lo scandalo, pubblichi la lettera di poco più di mezza pagina che con gli altri due commissari abbiamo inviato a breve chiarimento dei fatti. Ma a quanto pare fanno molta fatica a trovarle spazio.

Ora vorrei, almeno su Eddyburg, poter informare gli urbanisti e gli altri frequentatori di questo prestigioso blog, se avranno la pazienza di leggermi.

Gli antefatti

La facoltà di Architettura di Firenze ha deciso di integrare il Laboratorio di progettazione architettonica IV del Corso quinquennale di Laurea in Architettura con un insegnamento di urbanistica da 6 CFU (48 ore). Dato il numero di studenti, i Laboratori – e quindi anche i moduli – sono quattro. La sperimentazione è partita l’anno scorso e i quattro moduli sono stati affidati ad altrettanti docenti strutturati di urbanistica, tra i quali anch’io. L’ho accettato per spirito di servizio come secondo insegnamento. Per quest’anno accademico i tre miei colleghi hanno preferito altri impegni didattici. Sicché sono rimasti scoperti i relativi moduli. Uno è stato assunto da un altro collega, come me ordinario di urbanistica, e gli altri due sono stati messi a bando.

Nonostante non fossi stato tra i promotori dell’integrazione dell’urbanistica nel laboratorio di progettazione architettonica, mi sono posto, di necessità, il problema di come migliorare la sperimentazione, cercando di evitare che l’insegnamento dell’urbanistica si giustapponesse alla didattica dell’esercizio progettuale architettonico o ne fosse assorbito scomparendo di fatto.

Ho proposto che ogni studente potesse scegliere il modulo di urbanistica indipendentemente dal Laboratorio al quale fosse iscritto, senza che ciò comportasse per lo studente un esame specifico. Penso che lo studio non debba essere strumentale all’esame, ma lo scopo primario, lo dico sempre agli studenti. Ho proposto che il modulo tenuto dall’altro Ordinario di Urbanistica, Gabriele Corsani, fosse più disciplinare, di cultura urbanistica generale. Corsani ha un ottima cultura di storia dell’urbanistica. Mentre il mio modulo fosse organizzato in forma seminariale sul tema del “Culto contemporaneo del patrimonio” (urbano, paesaggistico, ambientale). E che questo mio seminario potesse avvalersi di contributi esterni, non presenti in facoltà, non strettamente disciplinari, idonei a corroborare l’approfondimento del tema.

Ci sono due criteri principali per conferire simili affidamenti temporanei a non strutturati. Uno, il più praticato, privilegia l’affidamento ad assistenti volontari del docente; preferendo a parità di condizioni coloro che hanno il titolo di dottorato (in questo caso dottorato in urbanistica, non certo, come il ricorrente, in progettazione architettonica). È questo un modo di compensare, con una piccola gratificazione accademica temporanea, l’aiuto gratuito fino a quel momento offerto dai volontari al docente. Io non ho, non ho mai avuto e non voglio assistenti. Sono assistente di me stesso e perciò libero. E quando invito qualcuno all’Università perché penso di imparare qualcosa da lui insieme agli studenti, lo assisto come un volontario. L’altro privilegia l’assegnazione a persone che possano apportare contributi didattici diversi da quelli interni, d’eccezione e, se possibile, di eccellenza.

La scelta degli affidatari

È su queste basi che i due insegnamenti integrativi sono stati affidati al filosofo e al paesologo, non laureato, su cui si sono scatenate facili e stupide ironie.

Chi sono costoro?

Emanuele Lago è un giovane filosofo, trentaquattro anni, allievo di Emanuele Severino, che nel 2005 ha pubblicato un libro in una collana Bompiani diretta da Massimo Cacciari (laurea ad honorem in architettura) intitolato La volontà di potenza e il passato. Nietzsche e Gentile. La sua lettura mi impressionò molto. Chiesi subito all’amico Severino i recapiti del giovane allievo. Il passato è il contenuto della memoria e il patrimonio è il sempre più vasto e ricco insieme delle tracce mnemoniche di ogni società, oggi del mondo intero. Ma cos’è il passato nel pensiero occidentale inaugurato dai Greci? E in che modo e perché il senso del passato è stato messo in crisi dal pensiero del nostro tempo, ossia dai grandi pensatori degli ultimi due secoli? Averne consapevolezza per chi si occupi di tutela del patrimonio è, per me, della massima importanza. Già da qualche anno, su mio invito, Lago ha tenuto seminari da noi anche con affidamenti. Lago non sente la filosofia come professione, ma come sapere in sé, perché la filosofia autentica non è una disciplina. Non ha alcuna intenzione di intraprendere la carriera accademica. Vive tranquillamente con altro lavoro e insieme continua a studiare con liberalità.

Franco Arminio, cinquantadue anni, è grande poeta e scrittore di crescente successo. Tra i molti premi ha appena vinto il “Premio letterario nazionale Paolo Volponi Letteratura e impegno civile” con il libro Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia (Mondadori 2011). Con Laterza nel 2009 ha pubblicato Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, e molti altri in precedenza. Sarebbe troppo lungo elencarli. Coniando il termine “paesologia” ha dato un nome a un complesso di luoghi, i paesi morenti, di paesaggi in cui i paesi sono immersi e di sentimenti di straordinario interesse anche, e direi soprattutto, per gli urbanisti che guardino al territorio, al paesaggio all’ambiente e non solo all’urbanizzazione. A suo tempo ha cestinato la tesi di laurea già scritta. Un gesto encomiabile. Quando riusciremo ad abrogare il valore legale del titolo di studio?

Un paio di anni fa ho proposto e la Facoltà ha approvato un Seminario tematico sui paesi in abbandono. Insieme agli studenti e ad altri docenti mi sono messo a viaggiare nei paesi e a leggere tutto ciò che mi sembrava stare in relazione al tema. È così che mi sono imbattuto nei libri di Arminio. Ed è stato Vezio De Lucia, che già lo conosceva, a fornirmi i suoi contatti. Ai miei occhi, la sua opera, il suo peregrinare nella desolazione dei paesi, sono una potente forma poetica, originalissima, di culto del patrimonio. Qual è la sorte di questi luoghi e paesaggi? Il turismo? E cosa vuol dire? Non lo sappiamo, ma lo dobbiamo indagare. Arminio fornisce molteplici spunti anche contrastanti, tra le molte e dense parole che riesce a scrivere c’è questa che trovo bellissima e suggestiva: «turismo della clemenza».

L’attività didattica

Gli insegnamenti che il ricorrente vorrebbe a tutti costi far interrompere dal TAR sono già in corso. Con 45 studenti, io e Lago, a metà novembre siamo stati a Salvitelle e ad Aliano, il paese dove fu confinato Carlo Levi, celebrato nel suo Cristo si è fermato a Eboli. Lì Arminio ha promosso e dirige un festival molto particolare intitolato “La luna e i calanchi”, fatto di una serie di scuole paesologiche. Il TG3 della Basilicata ha dedicato ben quaranta minuti in diretta alla nostra partecipazione con interviste agli studenti, facendo in questo caso informazione corretta. (verrebbe da dire: l’arrogante turistica Viareggio e la nobile clemente Aliano).

Ci ha raggiunti Carlo Scoccianti, un biologo esperto di ecologia applicata al territorio, che da qualche anno ospito nel mio Laboratorio di progettazione urbanistica, purtroppo senza che abbia alcun incarico ufficiale (ma ciò finora mi aveva evitato scandali). È riuscito a far espropriare un centinaio di ettari nella piana fiorentina per ricostruire l’ambiente naturale scomparso (senza bisogno di mastodontiche e farraginose pianificazioni, che spesso o sono inutili o portano solo cemento). Con lavoro volontario, compresi i miei studenti, ha realizzato l’Oasi di Focognano. Ha molto da insegnare agli architetti e agli urbanisti che ritengono di sapersi occupare a vario titolo di ambiente, mostrando loro quali sono i più comuni e gravi errori che commettono quando progettano e pianificano pur nell’intento di tutelare paesaggio e sistemi ecologici.

Ebbene. Arminio si è innamorato di Lago. Lago di Arminio. Arminio si è innamorato di Scoccianti. Scoccianti di Arminio. E così via l’un con l’altro e io già con tutti e tre. Comincio a pensare che lo sconosciuto che ha scritto su qualche blog che probabilmente ho affidato gli insegnamenti a qualche amante abbia colto nel segno.

Poi Lago ha iniziato il suo seminario “La morte dell’arte” nel duplice senso della morte dell’arte di cui si parla oggi e della morte da cui l’arte trae origine, fino a chiarire il senso della crisi che sta vivendo l’architettura contemporanea. L’ordinaria di progettazione architettonica, Maria Grazia Eccheli, che con me segue, insieme a un centinaio di studenti, il Seminario, e che provenendo da Venezia conosce l’importanza dell’Estetica, dopo dieci minuti dall’inizio della prima lezione di Lago mi ha detto: “ti ringrazio di avermelo fatto conoscere e di averlo portato in facoltà”.

Insomma, gli studenti (italiani, russi, albanesi, spagnoli, iraniani, israeliani), oltre alle mie lezioni e all’esercizio della progettazione architettonica sotto la guida di docenti ordinari, seguono rapiti le parole del filosofo, viaggiano, si immergono e osservano, con “la postura del cane” come consiglia loro Arminio, la straziante desolazione dei paesi in abbandono e vanno a piantare siepi nell’Oasi in costruzione di Scoccianti, nei posti giusti e non sui cigli delle strade che si trasformano in trappole mortali per gli animali e gravi rischi per automobilisti e motociclisti.

Conclusioni

Non so se qualche lettore sia riuscito a seguirmi fin qui. Documentarsi, conoscere è faticoso. La rapida ed evanescente levità dei giornali è preferibile. Ma allora quando non si vuol faticare restano solo due vie o tacere o dire stronzate.

(qui una prima replica di Fabrizio Bottini: sarà una stronzata? corriamo il rischio)

Polemica apparentemente chiara, potrebbe nascondere anche qualcosa di diverso dal solito malcostume accademico, e solleva un problema. La Nazione, 29 novembre 2012, postilla (f.b.)

Firenze, 29 novembre 2012 - Ha presentato un ricorso al Tar della Toscana un architetto-ricercatore all'Università degli Studi di Firenze per esprimere il proprio dissenso riguardo la nomina alla cattedra di Urbanistica a due docenti non specializzati nel settore. L'insegnamento in questione è stato infatti affidato, attraverso un bando avente per criterio la sola valutazione del titolo dei candidati, ad un laureato in filosofia e ad un insegnante di scuola elementare, poeta ed esperto in paesologia (disciplina compresa tra l'espressione poetica ed il territorialismo).

L'architetto e dottore di ricerca alla scoperta dei vincitori del concorso ha subito risposto presentando un reclamo in prima istanza al preside della facoltà, tuttavia la commissione giudicante, riunitasi di nuovo per emettere un verdetto, ha confermato la graduatoria, adducendo come criterio di scelta il maggior prestigio dei curricula e quindi dei titoli dei due vincitori. Il ricercatore non ha accettato il giudizio ed ha immediatamente presentato ricorso al Tar della Toscana, non ritenendo giusto affidare due cattedre di urbanistica di 48 ore ciascuna ad un filosofo specializzato nel pensiero di Hegel e Heidegger, e ad un maestro elementare non laureato.

Postilla
Abbastanza esemplare, questo caso, della confusione che circonda la parola “urbanistica” particolarmente nel nostro paese: esaminati i curricula, una commissione universitaria giudica, e richiamata in causa ribadisce, la migliore qualificazione di alcuni candidati rispetto ad altri per l’insegnamento della materia. L’escluso presenta ricorso (ne ha pienamente diritto naturalmente) sulla base di una convinzione di fondo: urbanistica è materia da architetti, esclusivamente o prevalentemente; chi non ha competenze ed esperienze maturate nel campo della regolamentazione tecnico-normativa delle trasformazioni edilizie del territorio e dintorni è al massimo un geniale dilettante, i cui titoli culturali pesano in realtà pochissimo. Che so, come chiamare “urbanista” Celentano grazie al suo interesse per la qualità urbana, il verde, la cementificazione della via Gluck e gli alberi di trenta piani al posto dei prati di periferia.
Ma senza farla tanto lunga, cosa che pure meriterebbe, però non qui, chiedo ai classici venticinque lettori: secondo voi chi ha ragione? Il tecnico qualificato, o la commissione che prova ad esprimere un’idea di “urbanistica” adeguata ai tempi? Oppure dobbiamo cambiargli il nome e la sostanza, alle discipline della città del territorio e dell’ambiente? Sono gradite risposte, di qualunque tono, purché pubblicabili. Grazie (f.b.)

Alghero (SS), 15 aprile 2011 - Ad Alghero, un pianto ricorrente è che il Comune tarda con l'approvazione del Piano Urbanistico Comunale (PUC). E quindi: "dateci il PUC!", "serve approvare il PUC!", "vogliamo il PUC!”. Come se il PUC fosse come l'acqua: quando hai sete, la bevi, punto e basta.

Non è così. Un PUC fa scelte, urbanistiche e politiche. Non esiste IL PUC, esistono molti PUC possibili, e non è affatto indifferente quale PUC, con quali contenuti, con quali scelte, approvare. Questo pare che molti lo ignorino (mentre alcuni lo sanno benissimo!).

Anziché dire "vogliamo il PUC", serve dire "vorremmo questo o quel PUC". Anziché dire "approvate al più presto il PUC", serve dire "fateci capire che cosa prevede, quali contenuti ha, l'attuale proposta di PUC".

Ma se chiedete a molte persone ad Alghero, scoprite che ne sanno poco, pensano o sembrano pensare (o fanno finta di sembrare che pensano) che si tratti di un atto puramente tecnico, da sbrigare tra tecnici ed urbanisti, e poi approvare alla svelta in Consiglio Comunale (magari in "seconda convocazione"), come se fosse, che so, la sincronizzazione dei semafori agli incroci; come se fosse, appunto, l'acqua da bere.

Per questo, ho messo su un piccolo blog che intende informare sui contenuti e avviare una discussione nel merito delle scelte contenute nella proposta del PUC di Alghero. Fiducioso che un PUC migliore (vorrei dire, cioè, più giusto), sia possibile.

Tra le cose che vorrei raccontare è che cosa succede al PUC se ci vogliono vent’anni per farlo. Vorrei mostrare che succede che a un impianto analitico rigoroso e adeguato si sovrappongano scelte incoerenti e immotivate; che il piano sia senz’anima o con troppe anime, che non sappia scegliere, e che poi il “diavolo” compaia nei

dettagli.

Ecco il mio blog: http://pucalghero.blogspot.com/. I commenti sono graditi, e utili.

É consolante apprendere che dal PD viene una proposta, quella relativa alla riforma degli ordini professionali, che ammette anche le associazioni volontarie fra professionisti diversi. Almeno, consolante dovrebbe essere per chi ha, nel tempo, argomentato più volte circa l’inadeguatezza della figura-principe del Grande Architetto come ‘autore’ di urbanistica ‘di diritto’ – e di diritto tendenzialmente esclusivo. Nella patria del diritto d’autore, dove è semisconosciuto, per non dire applicato, il fai use o public domain d’oltreoceano, si tratta quasi di una proposta eversiva.

Ma a guardar meglio si vede poi dove cade questa proposta: in un paese dal quale, al pari della peste dai climi temperati, l’urbanistica si avvia a scomparire, e forse anch’essa, come il morbo, per anni.

Si vede l’oscurità dei grandi squarci di vuoto che promette di aprire l’ “integrazione” dell’articolo 41 della Costituzione sull’iniziativa economica, o l’ “aggiramento” dell’articolo 118 della Costituzione stessa, che combinati “costituzionalizzano” la liceità dell’abuso, purché sia compiuto in piena ‘responsabilità’,e fino a che, naturalmente ex post, non sia stato provato.

Ci si domanda,certo, chi mai sarà tanto dissennato da volere/potere aprire qualsivoglia tipo d’impresa in un paese (e in un continente) impoverito, spaventato, dal futuro oscuro e malcerto: sono davvero i controlli ex ante della pubblica amministrazione il problema. Naturalmente no, ma il plauso peloso degli imprenditori resta…

Guardando ancora, si vede il vuoto aperto dalla possibilità, data ai Comuni, di avvalersi anche loro (debitamente autorizzati dall’esecutivo di Roma) di quelle famose norme sui ‘grandi eventi’ che di recente in Italia hanno generato fra l’altro Draquila e il ddl contro le intercettazioni o legge-bavaglio: già, i Comuni potranno decidere “che cosa” sia da considerarsi per loro “grande evento”, e aggirare come per Draquila (ma come per il G8, come per gli Europei di nuoto, come per le Olimpiadi…) le leggi sugli appalti e ogni altro tipo di norma; indifferibilità e urgenza; emergenza; sicurezza nazionale… Più vicino, si vedono come morsi di tarme i vuoti aperti dalle norme sull’accatastamento dell’abusivo del dl 78/2010 (detto anche Manovra) – come pure da quelle sul taglio delle consulenze a carico degli enti locali.

Chi controllerà ‘ex post’ – chi verificherà la rispondenza alle norme urbanistiche dell’abusivo neo-accatastato, gli Uffici tecnici dei Comuni costretti a non assumere e a non avvalersi di consulenti? Di quei Comuni – questa volta i grandi – che già all’epoca del primo condono ( original) furono costretti a esternalizzare in blocco a società private la verifica delle masse di pratiche confluite ai loro Protocolli? Sulla carta, certo, per i geometri ci sarà molto lavoro – né più né meno come nel 1985 e dintorni; forse anche per ingegneri e architetti; un profluvio di accatastamenti e di autocertificazioni.

E l’Urbanista?, questa figura che già non era né carne né pesce né altro alimento, il cui lavoro consiste (dovrebbe consistere) esattamente nell’apporre le famose norme che giustificano oggi i perfidi controlli ex ante? Che fine farà (o ha già fatto) questo personaggio disgraziato, che ha sulla coscienza (udite!) il peccato grave e imperdonabile di apporre ostacoli alla miracolosa ripresa?

In realtà, l’urbanista è già “postumo”, e sopravvive a se stesso solo in alcune parti del paese le cui classi dirigenti sono intenzionate a non perdere del tutto la faccia – ovvero devono comunque distribuire qualcosa ai propri clientes pianificatori, oppure in quei grandi e costosi parcheggi che sono le università italiane, intente a formare stuoli di pluri-dottorati-masterizzati destinati ben che gli vada a popolare per brevi dolorosi periodi qualche call center, e, se hanno la casa dei genitori, a restarci.

La cosa singolare - vista dall’esterno – è che questi ‘mondi’ separati, queste ’nicchie’, paiono comportarsi come se nulla stesse accadendo – mentre non si tratta di questi mesi o di questi giorni, ma di una storia che continua da anni, e le cui vittime sono tra noi.

Spigoliamo da Repubblica tra ottobre 2009 e giugno 2010:

"Protagonisti di questa sorta di dolenteSpoon River da quell'al di là che è il mondo di chi viene privato del lavoro, e in cui moltissimi rischiano di precipitare, sono i giovanissimi della laurea breve, i diplomati e quelli delle scuole specialistiche. Ragazzi che, sui banchi delle università, hanno studiato come gestire i rischi ambientali e a cui ora non viene dato alcun ruolo nella società attiva."

"Da Strasburgo ci scrive un ragazzo che si è laureato in geologia e ha un dottorato in geofisica. 'L'Italia non ha bisogno di un sismologo, non ha bisogno di un esperto di geotermia e non ha bisogno di persone che studiano e sviluppano lo sfruttamento delle energie rinnovabili'"

"[...]alla metà di maggio, al Comune di Napoli, si sono presentati in 112mila per 534 posti. E in questi giorni al Comune di Varese sono arrivate 150 domande per un posto da educatore part time; a Busto Arsizio, dove cercano 16 tra vigili e impiegati, hanno scritto in duemila; a Treviso una folla di 857 persone si contende un posto da impiegato comunale".

E Draquila è lì, a certificare che, come scrive il ragazzo, “l’Italia non ha bisogno di un sismologo”.

Ma Draquila, con le sue new town, è lì anche a dimostrare, come nel favoloso racconto del Ministro per il Turismo Brambilla, l’Italia in realtà non ha bisogno neppure di un urbanista, dal momento che è il Presidente in Consiglio in persona a studiare a tavolino o dove che sia (comunque ad Arcore) il nuovo assetto della Draquila post-terremoto (terremoto?,ma non avevamo detto che non serviva un sismologo?...).

Figure postume, gli urbanisti, uomini o donne, zombie, morti viventi.

Ma – il punto è -, ma lo sanno? Ai nostri occhi arriva la luce di stelle morte: così, i pregevoli e ricchi siti o portali che si interessano alla materia.

Unica prospettiva realistica, per i loro curatori/frequentatori, una dimensione quietamente, rassegnatamente, fenomenologica: osservare e descrivere quel che succede. O per dir meglio: descriverlo fino a che rimanga legittimo farlo – con o senza iscrizione all’Ordine dei Giornalisti – con obbligo di rettifica entro le 48 ore (norma del ddl intercettazioni rivolta ai blogger).

Attrezzatevi!

CONSIDERANT QUE :

1 La qualité de l'organisation physique, sociale et économique des pays, des régions et des zones rurales et urbaines concerne au premier chef le public et les autorités responsables à l'intérieur de la Communauté et de chaque Etat membre.

2 Ces autorités reconnaissent le rôle crucial de l'aménagement spatial, tant du point de vue national que régional et local, pour réaliser et maintenir une organisation physique, sociale et économique du territoire et un environnement de bonne qualité.

3 Remplir ce rôle dépend de la présence et de la disponibilité à tous les niveaux, aussi bien dans le secteur public que privé, d'urbanistes professionnels compétents et responsables.

4 Il est donc d'intérêt public que ceux qui font appel aux services d'un urbaniste puissent reconnaître et être certain de sa compétence et de sa probité professionelle, dans des conditions reconnues à travers toute la Communauté.

5 Il n'y à pas d'obstacles légaux à la libre circulation des urbanistes et à leur droit de s'établir dans un des Etats membres de la Communauté, mais il y a des différences substantielles entre ces Etats quant à la définition, l'object, le rôle, le champ d'activité, la structure et l'exercice de la profession d'urbaniste, et également quant à la formation, la compétence et les règles de conduite des urbanistes.

LES INSTITUTS NATIONAUX ET LES ASSOCIATIONS SOUSSIGNÉS D'URBANISTES DES ETATS MEMBRES croient nécessaire et urgent de s'unir pour rechercher une harmonisation de toutes les matières en relation avec la profession d'urbaniste à travers la Communauté. Ils se sont en particulier mis d'accord pour collaborer à l'établissement de critères de compétence et de morale professionnelle, qui seront observés par leurs membres et reconnus par les autres. En conséquence ils RECONNAISSENT et DECLARENT :

Qu'il formuleront une définition de l'urbaniste professionel par référence au champ et à la nature des ses activités; à sa compétence, en fonction de sa formation et de son expérience; à son éthique professionnelle en fonction du code de déontologie auquel il est soumis; et à son appartenance à son Institut national ou à son Association.

Que les éléments de cette définition seront formulés dans des annexes au présent Accord et Déclaration, spécifiant :

la nature et le champ d'activités de l'urbaniste professionnel :

les critères de formation et d'expérience professionnelles ;

les règles de morale professionnelle

3 Que cette définition constituera le critère minimal de reconnaissance de l'urbaniste professionnel à travers la Communauté et qui pourra être garanti par un symbole distinctif.

4 Que ceux qui répondent à cette définition seront reconnus mutuellement en tant qu'urbaniste professionnel par les Instituts nationaux et Associations à travers toute la Communauté; que les Instituts nationaux et les Associations seront libres de déterminer des critères plus exigeants pour leurs propres membres et que le critère minimal sera relevé de temps en temps par un accord conclu entre les Instituts et les Associations.

5 Que les Instituts et les Associations soussignés tendront vers l'harmonisation de leurs exigences en ce qui concerne la formation, l'expérience et la morale professionnelle en vue de parvenir en temps utile à la reconnaissance mutuelle des conditions et des qualfications requises pour l'affiliation.

6 Que les Instituts et les Associations soussignés travailleront à l'harmonisation des cycles de formation et des niveaux d'enseignement offerts par les institutions academiques dans les Etats membres respectifs, ainsi qu'a l'établissement d'une commission européenne pour la formation en urbanisme.

7 Que les Instituts et les Associations soussignés coopéreront à l'échange d'informations et à encourager les relations entre leurs membres et avec d'autres organisations concernées par la profession.

8 Que les Instituts et les Associations soussignés collaboreront pour dégager les grands problèmes de l'urbanisme et de l'environnement à incidence européenne et à formuler des recommandations opérationelles.

9 Que les Instituts et les Associations soussignés établiront un Comité de Liaison, forum où se poursuivrera le travail en vue de la réalisation des buts définis par la présente déclaration, qui servira de référence entre la profession et les Institutions de la Communauté, et aidera la promotion et la reconnaissance de la profession d'urbaniste dans chaque pays membre et dans la Communauté.

10 Que les Instituts et les Associations soussignés souhaiteront l'adhésion au présent Accord et Déclaration de tout Institut national ou Association, leur coopération et leur aide pour atteindre les buts énoncés dans le présent Accord, ainsi que leur appartenance au Comité de Liaison.

ANNEXE A: NATURE ET ETENDUE DES ACTIVITIES DE L'URBANISTE PROFESSIONNEL

1. L'Urbanisme est un processus qui regroupe plusieurs pratiques telles que: aménagement du territoire, aménagement régional, planification physique et spatiale, aménagement urbain et rural, environnement, sous leurs aspects socioéconomiques et dans leurs implications.

2. Domaines et nature d l'Urbanisme

L'Urbanisme couvre tous les aspects de l'aménagement, de la mise en valeur des territoires et de l'usage des sols. Il intervient aux différents niveaux interdependants - rural et urbain, métropolitain et régional, national et international. Il rassemble toutes les formes d'activitiés relatives aux phénomènes de développement. Pour ce faire, il oriente, il met en valeur, il contrôle et simule la perpétuelle évolution des milieux dans le respect de l'interêt général.

Ménageant l'avenir, I'Urbanisme contribue au développement harmonieux des Communautés humaines, en simulant les transformations physiques et sociales des milieux, en proposant l'utilisation optimale des ressources, et en prévenant les conflits d'intérêt ou en les atténuant. C'est à la fois une discipline de conception et de gestion, qui s'applique aussi bien à la préservation qu'à la transformation des structures et du patrimoine des régions urbaines et rurales.

L'Urbanisme contribue toujours à mettre en évidence les libertés de choix et les marges de flexibilité.

Projetant pour aujourd'hui et pour demain les différentes conditions d'organisation sociale, physique et économique des territoires dans un environnement de qualité pour les habitants, l'Urbanisme n'est pas forcément déterministe. Il s'inscrit dans l'argumentaire et les mécanismes de décision des institutions publiques et du secteur privé.

A cause de son influence directe sur la vie quotidienne des hommes, I'Urbanisme à évidemment de fortes résonances politiques, et la participation du public en est un élément indispensable.

3 Les qualités réquises pour les Urbanistes

L'Urbanisme demande une approche multidisciplinaire pour intégrer les aspects physiques, sociaux, culturels, économiques, écologiques et politiques du territoire. Les méthodes de l'Urbaniste comprennent l'analyse et la synthèse, la création et la composition, la gestion et l'administration du territoire.

L'Urbaniste se caractérise par son aptitude à travailler en équipe d'Urbanistes avec d'autres professionnels et avec les répresentants des différents groupes intéressés à l'evolution du cadre de vie.

4 Les missions de l'Urbaniste

Chercheur ou praticien, I'Urbaniste propose des politiques d'aménagement et des programmes d'action; il est concepteur de projets et permet leur mise en oeuvre; il participe à la formation des Urbanistes.

Par une synthèse complète, équilibrée et imaginative, les actions professionnelles des urbanistes concourent à:

° identifier les besoins présents et futurs de la collectivité ou de la Communauté et mettre en évidence les opportunités, les enjeux, les contraintes et les implications pour l'action;

° proposer, sous forme de politiques et de plans d'aménagement, les actions nécessaires pour déclencher, organiser et mettre en oeuvre le changement, en s'appuyant sur les données de la recherche;

° assurer la médiation nécessaire à la mise en oeuvre de ces actions;

° contrôler, conduire et modifier, ces plans et ces politiques au fur et à mesure de l'évolution des besoins et des ressources, et selon les directives générales qu'ils reçoivent;

° gérer et évaluer les effets et les implications dès changements des leur apparition.

NATURE ET CHAMP D'APPLICATION DES ACTIVITES DES URBANISTES PROFESSIONNELS

(Annexe A à la Charte Fondatrice)

L'urbaniste est

·Un chercheur

·Un professionnel

·Une source de proposition de politiques et de programmes d'action

·Un concepteur de projets, et

·Un réalisateur

Par les domaines de l'aménagement, l'urbaniste peut contribuer aux activités suivantes :

[omissis, vedi il file .pdf allegato]

Note

La gamme des activités couverte par la profession varie selon le pays membre de l'UE. Dans chaque pays membre, les urbanistes peuvent choisir individuellement de se spécialiser dans différents types d'activités.

ANNEXE B: FORMATION DE L'URBANISTE

1. L'Annexe B constitue le cadre de formation minimum de l'Urbaniste européen. La formation de l'Urbaniste à pour but de lui faire acquérir et de maintenir les compétences nécessaires à l'exercice de la profession définie dans l'Annexe à (Nature et étendue des activités de l'Urbaniste) et l'Annexe C (Devoirs professionnelle de l'Urbaniste). La mise en application et les modalités transitoires sont à définir par les institutions concernées.

2 Le Statut et les Compétences de l'Urbaniste requièrent une formation visant à développer la capacité d'identifier des situations, d'énoncer des diagnostics, et de formuler des solutions grâce à l'assimilation de connaissances interdépendantes d'ordre physique, spatial, technique, social, culturel, économique et politique, par la compréhension du processus global de l'aménagement du territoire et des disciplines et professions connexes dans leurs contributions à celui-ci, et par l'initiation à l'analyse, à la synthèse, à la prospective, à la programmation, à la création, à la conception et à la gestion.

3 Le Contenu de la Formation doit

a) s'étendre aux différentes échelles spatiales et aux différents termes dans le temps,

b) concerner les différents contextes et milieux de vie (rural, urbain, économiquement développé ou non),

c) évaluer et intégrer les nouvelles pratiques et techniques professionnelles,

d) se composer d'une formation académique et d'un stage de pratique professionnelle,

e) comprendre l'étude du champ de l'Urbanisme et des contributions faites à l'Urbanisme par les disciplines et professions connexes,

f) englober un tronc commun minimum de formation qui définit le niveau et la qualité minimum de cette formation, et qui sera adapter progressivement par le Conseil.

4 La Structure d'Organisation de la Formation

a) La formation est de niveau universitaire.

b) La formation est organisée dans le cadre :-

* d'un cycle d'études undergraduate (ler et 2e cycle) et comprend un minimum de 6 ans de formation, soit 4 ans de formation académique à temps plein ou équivalent et 2 ans d'expérience professionnelle inclus dans la formation, ou respectivement 5 ans et 1 an; ou

* d'un cycle d'études postgraduate (3e cycle) et comprend un minimum de 4 ans de formation, soit 2 ans de formation académique à temps plein ou équivalent et 2 ans d'expérience inclus dans la formation

c) Les contributions des disciplines connexes à l'Urbanisme sont intégrees à la formation des Urbanistes pendant toute la durée des études au sein des programmes de cours, des professeurs, et dans le cas des études postgraudate, des étudiants.

d) Les professionnels sont intégrés dans l'enseignement pour réaliser un équilibre entre théoriciens et praticiens au sein du corps professoral.

e) Les établissements d'enseignement ont, en outre, pour tâche de développer la recherche académique dans le domaine de l'Urbanisme et de l'aménagement du territoire.

5 La Spécialisation de l'Urbaniste dans un domaine particulier de l'Urbanisme se réalise

soit antérieurement à ses études en Urbanisme (postgraduate)

soit postérieuerment à ses études en Urbanisme (undergraduate)

soit de maniére complémentaire durant ses études en Urbanisme.

6 Les Formations de Nature Complémentaire dans le domaine de l'Urbanisme sont organisées pour

° la formation continue de l'Urbaniste

° Ia formation des techniciens chargés d'assister l'Urbaniste

° la sensibilisation des professions connexes à l'Urbanisme.

SUPPLEMENT A L'ANNEXE B DE LA CHARTE EUROPEENNE DES URBANISTES

TRONC COMMUN DES PROGRAMMES DE FORMATION DES URBANISTES

Le CEU précise le tronc commun minimum de formation requis pour préparer à l'exercice de la profession d'urbaniste.

Ce tronc commun fait partie intégrante de l'Annexe B à la Charte Européenne des Urbanistes: il est un élément fondamental de la profession d'urbaniste en Europe.

Il est exprimé volontairement dans un langage, et dans un ordre destinés à en permettre l'interprétation pédagogique différenciée par les différents Instituts et établissements de formation des urbanistes en Europe, selon leurs orientations spécifiques.

1. DE LA COMPREHENSION DU MILIEU

La perception et la compréhension du milieu: physique, naturel, humain, social, économique, technologique, bâti. La connaissance et la compréhension des traditions et des mécanismes qui régissent le développement, la vie sociale, la production et l'usage de l'espace, les mécanismes d'évolution des milieux naturels, et de la qualité de l'environnement. Les principes du développement durable. La compréhension des besoins de la personne.

2. DE LA THEORIE ET DE LA METHODOLOGIE

Histoire et philosophie; Théorie; Logique d'acteurs; Notions d'espace; Notions de temps. Politiques urbaines, aménagement du territoire, et urbanisme: marges de manoeuvre, analyses, synthèses, propositions. Méthodologies: analyse, synthèse, proposition/création/conception, médiation, mise en oeuvre, gestion, évaluation.

Choix et conception d'outils appropriés pour agir sur les mécanismes et sur les stratégies d'acteurs. Evaluation des contributions interdisciplinaires et méthodes d'évaluation continue des politiques publiques. Apprentissage de la recherche, et introduction à la prise en compte du temps et des rythmes dans l'évolution des établissements humains.

3. DU CADRE INSTITUTIONNEL

Législation et Administration de l'urbanisme: signification et cadre juridique des pratiques locales, et les règles de l'économie locale; compréhension et analyse pédagogique des différences entre pays. Connaissance et compréhension de l'imbrication des différents niveaux: national, régional, local, et de leurs spécificités propres. Connaissances générales sur les sources statistiques, sur les données financières principales, et sur les indicateurs exploitables (humains, physiques, économiques).

4. DES TECHNIQUES ET DES PRATIQUES PROFESSIONNELLES:

* Montrer la spécificité des méthodes: Identification des besoins; Prospective et anticipation des besoins - stratégies. Formulation du projet et simulations/évaluation des résultats; Capacité de travailler en équipes interdisciplinaires; Relations avec la population; Médiation des conflits; Fondements du Droit appliqué; Gestion et coordination des processus d'aménagement. Production de plans. Aménagement des sites.

* Apprendre les notions d'esthétique et acquérir les bases du travail de conception: Art Urbain; Plans d'urbanisme. Plans d'aménagement.

* Techniques d'expression: Mode, contenu, et transmission des concepts aux autres acteurs professionnels, à la population, aux centres de décision. Moyens d'expression (oraux, graphiques, écrits, informatiques).

5. DES MATIERES PROFESSIONNELLES

Mise en évidence des connaissances, des attitudes et des savoir faire spécifiques aux urbanistes; Responsabilité de l'urbaniste; Ethique/Responsabilité/Hiérarchie; Statuts d'exercice; Déontologie; Evolution des critères de reconnaissance professionnelle; Organisation professionnelle.

[Texte arrêté par l'Assemblée Générale du C.E.U. le 17 novembre 1995 à Athènes]

ANNEXE C: DEVOIRS PROFESSIONNELS

1 Les Urbanistes professionnels doivent se comporter de manière à garantir la bonne réputation de la profession en général et de leur Institut ou Association en particulier. Ils doivent respecter et défendre l'éthique et les règles professionnelles en vigeur dans les divers Instituts et Associations de chacun des Etats membres dans lesquels ils remplissent leur mission.

2 Chaque Institut ou Association rédige le détail de ses propres règles de conduite professionnelles et ce, dans le cadre des principes énoncés ci-dessous que tous les Urbanistes professionnels, appartenant à un Institut ou une Association des Etats membres de la Communauté Européene signataire de l'Accord, doivent respecter.

a) Compétence Prendre les moyens nécessaires et raisonnables pour entretenir leur compétence professionnelle en tout moment, et ce en prenant connaissance des orientations émises par leur Institut ou leur Association. Les Urbanistes doivent s'assurer qu'ils sont bien informés des besoins de la societé dans sa globalité et dans la diversité des disciplines.

b) Responsabilité Intervenir toujours dans l'intérêt de son donneur d'ordres (mandant, employeur ou client), tout en considérant que l'intérêt public doit rester prédominant.

Rendre compte et mettre en évidence tout renseignement utile connu, ainsi que les enjeux et les risques prévisibles dans l'action envisagée.

c) Intégrité Honorer la confiance de son donneur d'ordres (mandant, employeur ou client). Ne pas faire mauvais usage des renseignements dont les Urbanistes professionnels disposent de manière privilégiée.

Eviter les confusions d'intérêt, et particulièrement la situation d'être juge et partie, en s'assurant que toutes les propositions qu'il formule soient conformes à la bonne foi et aux savoir-faire professionnels.

d) Confraternité Chercher à éviter et à éliminer toutes formes de discrimination. Ne compter que sur la valeur professionnelle pour obtenir de nouvelles missions; ne pas chercher à évincer un confrère; informer systématiquement dès les prèmieres démarches tout confrère qui serait intervenu précédemment sur le même sujet avec le même type de mission. Travailler en équipe et collaborer avec d'autres Urbanistes autant que de besoin. Lorsqu'il est employeur, permettre à ses collaborateurs de parfaire leurs connaissances, d'épanouir leurs capacités et d'accroître leur expérience et leur savoir-faire, en permettant l'identification de leur contribution.

e) Rapports avec les autres professions Reconnaître la spécificité des professions connexes, rechercher leur collaboration et recourir à leurs spécialités selon la nature de la mission.

f) Remunération N'accepter pour rémunération de son travail que des honoraires, des appointements ou un salaire, selon les barèmes appliqués, éventuellement publiés par leur Association ou leur Institut Professionnel, à l'exclusion de toute autre remise ou commission; les Urbanistes exerçant à titre honoraire peuvent renoncer à être rémunérés.

g) Publicité Lorsqu'elle est authorisée, la publicité doit être honnête, mesurée, courtoise envers les concurrents, et être basée sur des reférences effectives sans autres intérêts commerciaux.

3 Chaque Association ou Institut Professionnel est responsable de l'observation par ses membres des règles énoncées ci-dessus.

Quello che faccio è uno strano mestiere che sta a cavallo tra le tecniche e le interpretazioni, tra i metodi quantitativi e quelli qualitativi, fra i modelli e la comunicazione; il tutto nell’idea che bisogna governare la città, che la città è – nel suo insieme – un bene comune (anche se molte cose della città possono e debbono essere “merci”, così non è per la città nel suo insieme; e la stessa cosa succede per molte altre cose in molti altri campi) e che a governarla debbono essere i cittadini (non per capirci i “portatori di interesse” o i percettori di rendite).

Vorrei ribadire questo concetto con un esempio: il mercato, un luogo fondamentale della città, è un luogo pubblico, anche se le merci che vi si scambiano sono beni privati, come luogo pubblico viene programmato, progettato, regolato, “mantenuto”; non vi si svolge solo lo scambio di merci, ma è luogo di relazioni, di discussioni, di trame, di seduzioni, di intrattenimento (i fieranti, che vanno a quei particolari mercati occasionali che sono le fiere, i saltimbanchi, i malandrini, i giocatori delle tre carte, … si trovano al mercato); l’agorà era il luogo dello scambio, ma anche della democrazia; spesso vi sono state anche “città dei mercati”, a volte stagionali o mobili.

“Alcune centinaia di anni fa c'era la piazza del mercato. I mercanti ritornavano da mari lontani con spezie, sete e pietre preziose e magiche. Delle carovane arrivavano attraverso deserti brucianti portando datteri e fichi, serpenti, pappagalli e scimmie, strane musiche e strani racconti. La piazza del mercato era il cuore della città ... La gente si alzava presto e veniva qui per il caffè e le verdure, le uova e il vino, le pentole e i tappeti, gli anelli e le collane, i regali e i dolci ... Venivano qui per guardare e ascoltare e meravigliarsi, per comprare e per divertirsi. Ma molti venivano qui soprattutto per incontrarsi gli uni con gli altri. E per parlare.”

Levine R., Locke C, D. Searls e Weinberger D . Cluetrain Manifesto La fine del business as usual Fazi, Roma 2001 pag,23

Poi mi occupo di giochi, in generale – come deve essere – per divertimento e, qualche volta, come è possibile, in quanto essi sono una “tecnologia educativa” ed uno strumento utile per capire la città e per capire come la si può guidare.

C’è solo una giustificazione per un esordio così personale: che esso sia utile; credo che lo sia perché nell’esperienza che raccontiamo mi sono “allargato” un po’ troppo, proponendo alle mie studentesse e ai miei studenti un percorso – riferito alle periferie di Sassari - che arrivasse sino al progetto, non limitandosi all’analisi e alla diagnosi, come avrei dovuto.

Le considerazioni che seguono sono – in molti sensi – il riferimento teorico ed il quadro concettuale di quei progetti che potete trovare insieme con altri utili saggi e saggetti nel volume che ho curato per i tipi di Franco Angeli Al centro le periferie. Il ruolo degli spazi pubblici e dell’attivazione delle energie sociali in un’esperienza didattica per la riqualificazione urbana, che a noi che l’abbiamo fatto pare molto umilmente utile e utilmente umile.

1. Governare le trasformazioni

La prima considerazione serve a definire il quadro di riferimento dell’intera costruzione logica e concettuale del progetto; governare le trasformazioni della città è necessario, governare le trasformazioni della città è possibile.

Il fatto che sia difficile e che debba essere fatto in modo diverso che in passato, non vuol dire che non si debba e non si possa fare.

Governare la città è difficile ed ha molte implicazioni ed oggi avviene in modo diverso da ieri, soprattutto per quanto riguarda la progettazione e la pianificazione del suo futuro.

2. Governare per che cosa?

La seconda considerazione ci indica a cosa deve tendere il governo, in generale e per quanto riguarda le trasformazioni del territorio.

Saper leggere, descrivere, interpretare, orientare e governare le trasformazioni radicali della città, del territorio e dell’ambiente, all’interno dell’ obiettivo di fondo di uno sviluppo che garantisca equità, sostenibilità, diritti è il compito e la sfida che dobbiamo porci, ciascuno di noi dal proprio punto di vista.

Uso la parola “sviluppo” con prudenza, ma con convinzione ed in qualche modo la associo alla parola “progresso”.

3. Città e sostenibilità

La terza considerazione riguarda la questione della sostenibilità.

La città non è mai stata "sostenibile" in nessuno dei sensi in cui questa espressione è usata, in particolare se si pensa all’accezione che Latouche definisce “eco-centrata”: anzi la città è il luogo della vita umana organizzata in cui la crescita dell'entropia è massima.

Ovviamente qui mi riferisco al raffronto con stili di vita “locali” e autosufficienti come quelli della campagna non alla situazione devastante dello sprawl che estremizza, senza averne la qualità, il consumo di suolo e la dissipazione energetica.

Per la città il problema del limite è sempre esistito, ma forse ora per la prima volta, assume dimensioni non solo locali e non solo contenute nel tempo.

Molte città, la stragrande maggioranza di esse, si sono estinte per aver distrutto il loro ambiente, le condizioni per la propria sopravvivenza, per autofagia.

Ma il limite della città, l'ambito della sua divorante famelicità era sino a ieri prevalentemente "locale", i danni ambientali (diretti quantomeno) erano legati alla "prossimità", alla contiguità spaziale.

Negli ultimi decenni la crescita dell'urbanizzazione e l'aumento dei consumi urbani stanno determinando una globalizzazione anche degli effetti ambientali, sia in termini di impatto momentaneo che di pressione stabile: non solo viene investito tutto il mondo attuale, ma viene "consumato” tutto il mondo futuro.

4. Città di ieri e città di oggi

In quarto luogo si tratta di identificare i caratteri distintivi della città.

Vale la pena partire da alcune “affermazioni” che mi appaiono evidenti per le città di sempre:

- nelle dinamiche urbane si intrecciano permanenza (le stratificazioni) e cambiamenti, sicché il futuro di ogni città non è indipendente dalla sua storia;

- la città è la nicchia ecologica della specie umana, anche perché si tratta di una specie sommamente adattabile, sicché la forma città, pur mutevole, è resistente e resiliente;

- la città rende possibile isolarsi e rende inevitabile stare con gli altri, sicché gli spazi di relazione e quelli dell’abitare sono entrambi essenziali e la qualità urbana dipende dalla qualità di entrambi: le “città” senza spazi pubblici o che distruggono lo spazio pubblico non sono città; in esse i "non-luoghi" divengono gli unici simulacri della città, come d’altro lato non sono città le “città” senza abitanti;

- la città è il luogo dell’interazione sociale fra diversi, sicché le città “ideali” non sono città e le città-fortezza (le Gated Cities) non sono città.

5. Urbs, civitas e polis

La quinta considerazione riguarda la perdita del ruolo politico della città, che è un bel problema anche per il senso delle parole.

Un’altra causa del declino e della scomparsa delle città nelle storia è stata il venir meno della loro capacità di garantire forme adeguate di cittadinanza, nei modi storicamente possibili e quindi diversi da un’epoca all’altra; l’inclusione forse non coincide con i diritti di cittadinanza, ma essi ne sono la condizione: “l’aria della città rende liberi” non era solo un modo di dire.

Un’evoluzione della città contemporanea è quella di originare città senza abitanti, ovvero senza cittadini; una non-città che dissolve in uno stesso tempo la “forma” della città (l’urbs) e la società (la civitas): si perde il cittadino se si perde la città e si perde così la politica e così si perde la democrazia; il cittadino diviene solo consumatore è la “città” una delle tante (neppure la più importante) “macchina per il consumo”, una marmellata in cui gli unici grumi sono le cittadelle del consumo che spesso assumono l’aspetto fantasmatico di città fittizie.

6. In sesto luogo bisogna capire cosa sono oggi le periferie.

L’incendio di un condominio fatiscente a Parigi, vicino a Place d’Italie, e il fatto che in quell’incendio, a causa dello stato di abbandono dell’edificio, siano morte 17 persone fra cui 14 bambine e bambini, tutti immigrati regolari dall’Africa, è solo l’emergenza tragica del problema delle condizioni dell’abitare in tutte le città contemporanee, in cui progressivamente è stata abbandonata ogni azione per il “diritto alla casa”, azioni che erano elemento centrale, cardine della politica urbanistica delle amministrazioni pubbliche soprattutto nel primo dopoguerra, in cui a dirigere l’Ufficio per le attività edilizia del Comune di Berlino era Martin Wagner e in cui nella Vienna “rossa” sorsero le grandi Hof.

La nascita delle moderne periferie (anche le città antiche avevano i propri suburbia, ma il fenomeno delle periferie è un fenomeno moderno che possiamo far partire dal periodo di abbattimento delle mura, anche se ha assunto poi forme e modi diversi in varie parti del mondo) e la crisi dei processi di integrazione economica, culturale e sociale determinano l’esistenza nelle città, a volte nel loro più interno centro, di aree di esclusione permanenti, escluse dal presente e dal futuro, aree cui si contrappongono i ghetti dorati delle gated city o le città “specializzate”.

7. Le periferie al centro

Una settima considerazione riguarda il nodo politico e culturale più rilevante: come ridare qualità alla vita urbana; la maggiora parte degli abitanti della città, che sono la maggior parte degli abitanti del mondo, vive in periferia, talvolta – come abbiamo detto in città che sono tutte e solo periferie.

E come abbiamo detto una questione, forse la prima questione è il peso ed il ruolo della rendita.

Le periferie hanno molto poco della civitas, molto poco dell’ urbs e tuttavia nelle “normali” città non sono dei vuoti, dei buchi neri; in esse nascono fenomeni culturali importanti, autonomi, creativi, in esse si sviluppano energie sociali, che hanno bisogno di sbocchi, li cercano e ne trovano molti e diversi, uno dei quali è la violenza.

L’attivazione delle energie sociali (la scoperta di quella che è stata definita insurgent city) strettamente collegata con la definizione di obiettivi concreti di sostenibilità ambientale (concreti vuol dire radicali, soprattutto per quanto riguarda trasporti, rifiuti e consumi energetici) e l’attenzione al contesto, sono aspetti necessari di ogni strategia di “salvezza” della città.

La “partecipazione” proprio per questo serve: non si tratta di partecipazione come costruzione del consenso o come semplice decentramento istituzionale, si tratta di partecipazione come espressione dell’azione di trasformazione che viene dalle pratiche sociali, cui si dà struttura, visibilità, efficacia, potere; per usare un termine tecnico si tratta dell’ empowerment, ovvero della conquista di potere di decisione e di diritti reali da parte dei diversi soggetti.

8. Chi decide? La frattura sociale e la secessione

L’ottava considerazione riguarda il problema della democrazia e del potere di decisione nell’epoca della rinascita dei semidei.

La questione della democrazia è nel mondo dell’ultima, recente globalizzazione un punto critico quasi disperato; è vero che esiste in molti cittadini una sensibilità acuta ed una pronta capacità di mobilitazione e ciò comunque è un bene, ma questi cittadini “avvertiti” si misurano con i problemi sempre e comunque in quanto questioni “locali” e soprattutto essi spesso si percepiscono e si rappresentano come “utenti”, rivendicano non tanto potere e responsabilità, ma soprattutto servizi e rispetto delle regole; la loro voce parla solo per loro, per il qui, per ciò che è loro diritto avere, raramente per tutti (e solo un progetto per tutti è un progetto di organizzazione e gestione del territorio), per uno spazio più ampio del nostro spazio, per conquistare nuovi diritti; ed è soprattutto vero che quelli che non hanno voce non trovano nessuno che vuole dargliela (al massimo – e non è poco – si offre loro pietà e compassione).

I semidei, duecento anni dopo la Rivoluzione Francese e molto di più che allora, popolano di nuovo la terra: l’abisso tra ricchi, sciolti da ogni legge e virtualmente onnipotenti, che hanno il solo limite di essere mortali, e la gente comune, tra cui anche i miserabili delle periferie del mondo, ma non solo loro, è sempre più ampio, tanto che essi vivono vite separate in mondi separati, senza quasi intersezioni, senza relazioni.

9. Città e periferie: che fare?

La nona considerazione riguarda quel che è possibile fare e suggerisce qualche strada.

Quel che in primo luogo chiedono gli abitanti delle periferie, come tutti gli esseri umani è la base della condizione umana in un sistema di relazioni sociali: il rispetto.

On n'estpas des racailles mais des êtres humains. On existe. La preuve: les voitures brûlent” (“Non siamo feccia, ma esseri umani. Esistiamo. La prova: le macchine bruciano)”.

L’interpretazione dell’urlo di chi è senza futuro è quella dettata dalle politiche della sicurezza. La violenza espressa dall’odio per una condizione inaccettabile e senza speranze riceve la risposta che separa gli umani tra di loro, perché non volgano gli occhi verso i semidei.

Solo se il controllo delle dinamiche di sviluppo è sottratto al dominio della rendita e governato, sulla base dei rapporti di forza fra le classi, dal potere pubblico; solo se i protagonisti delle trasformazioni sono gli abitanti tutti dei quartieri e se la ricchezza delle loro espressioni (che, tra l’altro, i “padroni delle mode” saccheggiano, senza pagare dazio) trova riconoscimento e interlocuzione, solo se il lavoro è una dimensione consistente e ricca di prospettive e proiettata al futuro, garanzia di riconoscimento e di promozione (chi mai riconosce a sé stesso dignità nella prospettiva di lavori precari o nel friggere polpette, per tutta la vita?) e di reddito e di valore, solo se si danno queste condizioni, gli interventi architettonici, urbanistici, culturali hanno speranza di successo, possono sottrarre le periferie alla loro condizione di luoghi del bando.

10. Che fare a Sassari

Infine, la decima considerazione è quella che ci dettato le linee di intervento operative nelle situazioni concrete.

Certo Sassari non è Parigi e neppure Napoli e dunque gli effetti della condizione periferica assumono dimensioni meno ampie e meno drammatiche, potremmo dire più “tradizionali”.

Intanto vi è a Sassari una “periferia centrale”, che corrisponde grosso modo all’intera area del centro storico all’interno del cerchio delle antiche mura, in cui il progressivo degrado del patrimonio abitativo si è inevitabilmente accompagnato alla perdita di funzioni e di diversità sociale.

In alcuni quartieri di periferie periferiche sono confinate le “classi pericolose”, anche se il problema della violenza e della criminalità non è oggettivamente grave a Sassari e non è neppure percepito come molto rilevante, se non localmente in situazioni particolari.

Nelle periferie di Sassari alla domanda “ti piace dove stai”, la risposta è molto spesso “no”; alla domanda “te ne vorresti andare” la risposta è altrettanto spesso “no”; questa terra è la mia terra, ma così non mi piace.

Nessuno può trascurare il fatto che le cose stanno così: per chi progetta è un buon punto di partenza (se il progettista non guarda il suo ombelico).

Inseriamo di seguito il preambolo e la “dichiarazione di principi” del documento che l’Associazione nazionale degli urbanisti ha assunto come propria regola e ha trasmesso all’Ordine professionale degli architetti. Nell’attuale ordinamento i laureati in Urbanistica, in Pianificazione urbanistica e territoriale e in Pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale (le varie denominazioni assunte dal corso di laurea fondato da Giovanni Astengo nel 1970), nonché i laureati nella facoltà di Pianificazione del territorio (istituita all’università Iuav di Venezia nel 2001) sono inquadrati in una sezione autonoma dell’Ordine degli architetti (parallela rispetto a quelle degli Architetti, dei Conservatori e dei Paesaggisti Il testo, che riteniamo molto positivo, riprende definizioni e principi presenti negli analoghi documenti di altri paesi: come quelle del “codice etico” dello statunitense “ American Institute of Certified Planners” e quella europea dell’ “ Accord et Déclaration Internationale des Urbanistes” In calce è scaricabile il documento integrale.

PROPOSTA di CODICE di DEONTOLOGIA

PIANIFICATORI TERRITORIALI ITALIANI

Adottato il 12 gennaio 2008

Preambolo

L'Associazione nazionale degli urbanisti e dei pianificatori territoriali e ambientali, in vista della predisposizione di appositi Codici deontologici per le nuove figure professionali inserite in appositi Ordini, ha proposto un articolato che si fonda su tre presupposti:

- che i pianificatori territoriali e urbanisti hanno un ruolo costituzionalmente rilevante (art. 117, sia quando si richiamava l'urbanistica fino al 2009. sia quando si richiama dopo il governo del territorio) perché il loro lavoro è destinato a prendere corpo all’interno di una azione di livello istituzionale

- che i pianificatori territoriali e urbanisti, in virtù del primo assunto, esercitano la loro professione esclusivamente nel dominio pubblico, dunque nell'interesse generale; quindi il loro operare ha come fulcro di riferimento il patrimonio e i beni comuni

- che i pianificatori territoriali e urbanisti, proprio per i due punti precedenti, hanno responsabilità non solo verso la loro clientela, quanto anche verso [il] pubblico e, soprattutto, verso le generazioni future; per questo devono esercitare la professione in modo etico e responsabile.

Per questi motivi i pianificatori territoriali esercitano la loro professione esclusivamente per il bene e l'interesse pubblico, e tengono in considerazione la qualità e l'efficienza della loro azione. Il pianificatore territoriale rispetta il territorio come risorsa comunitaria, fragile e limitata, contribuendo, così, alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, favorendo lo sviluppo equilibrato delle comunità locali ed apportando miglioramenti alla qualità della vita. Poiché i pianificatori territoriali hanno responsabilità verso la loro clientela, il pubblico e le generazioni future, gli iscritti devono esercitare la loro professione in modo etico e responsabile. La presente dichiarazione di principi, che precede le norme deontologiche. dovrà essere fonte d'ispirazione e d'informazione per i pianificatori territoriali italiani nell'interesse pubblico generale.

Dichiarazione di princìpi

1. Rispettare ed integrare le necessità delle generazioni future.

I pianificatori territoriali riconoscono che il loro lavoro ha implicazioni intersettoriali e di lungo termine. Affrontando problematiche e rispondendo a bisogni di breve termine, i pianificatori territoriali, riconoscono le necessità future delle comunità, l'esistenza di altre specie e dei loro ambienti, ed evitano di compromettere risorse irripetibili o insostituibili. Essi devono, pertanto, garantire l'equilibrio degli spazi umani, socio­economici e fisici, nonché l'integrità dell'ambiente naturale e di quello antropico nel rispetto di tutte le invarianti territoriali come risorse di interesse pubblico limitate, fragili e insostituibili da consegnare alle generazioni future.

2. Superare o compensare le limitazioni dei confini.

I pianificatori territoriali sono consapevoli che il loro lavoro ha un impatto potenziale su numerose giurisdizioni e campi disciplinari, su molteplici interessi e settori di intervento; devono dunque realizzare la loro pratica professionale in modo olistico e riconoscendone la necessità di ampliarne i confini di interesse.

3. Valorizzare l'ambiente naturale e culturale.

I pianificatori territoriali credono che l'ambiente, le risorse naturali ed il patrimonio culturale debbano essere valorizzati. Assumono il loro ruolo di "sovrintendenti" di questi ambienti, equilibrando conservazione attiva e sviluppo duraturo; stabilendo così con i luoghi rapporti virtuosi.

4. Riconoscere e reagire positivamente di fronte all'incertezza.

I pianificatori territoriali credono che le previsioni di lungo periodo siano molto spesso imprevedibili, e che occorre sviluppare risposte adattabili e flessibili per fare fronte positivamente a quest'incertezza. Devono quindi prestare più attenzione alla costruzione dei temi collettivi e non solo garantire tecnicamente i cosiddetti servizi.

5. Rispettare la diversità.

I pianificatori territoriali rispettano e proteggono la diversità dei valori, delle culture, delle economie, degli ecosistemi, degli ambienti costruiti e dei luoghi distintivi, unici e caratterizzanti.

6. Equilibrare le necessità delle Comunità e degli individui.

I pianificatori territoriali cercano di equilibrare gli interessi delle Comunità con quelli degli individui, e riconoscono che le Comunità comprendono tanto Comunità geografiche che Comunità di interessi.

7. Stimolare la partecipazione del pubblico per una condivisione consapevole.

I pianificatori territoriali credono in una partecipazione pubblica significativa da parte degli individui e dei gruppi, e cercano di articolare le necessità di tutti quelli le cui necessità non sono state rappresentate. Assumono l'imperativo della cooperazione nella pianificazione e condivisione delle scelte.

8. Applicare e comunicare i valori.

I pianificatori territoriali credono nell'applicazione esplicita di questi valori al loro lavoro ed impegno professionale, e nella comunicazione della loro importanza alla loro clientela, ai loro datori di lavoro, ai loro colleghi ed al pubblico. Valori questi che assumono anche il ruolo di disvelatori di appartenenza e quindi di elemento di costruzione di nuova socialità.

Grosso guaio a Chinatown, ovvero via Paolo Sarpi e dintorni a Milano. Problemi di "conflitto di culture" dice qualcuno. Macché, raccontano i più informati: è il comune che per anni e anni non ha regolamentato in nessun modo la trasformazione urbanistica di un quartiere antico, da zona residenziale tradizionale a ridosso dei bastioni e del centro storico (è qui il primo piano parziale di espansione di Cesare Beruto, molto prima di quello più famoso per tutta la città) a un ingestibile coacervo di attività, compreso il commercio all'ingrosso. Così, grazie alla fede assoluta e storica nel laissez-faire dell'amministrazione meneghina, si è creato l'ennesimo casino, e ora scenderanno in campo orde di tuttologi a "spiegarci" tutto.

Un curioso parallelo, con l'alba delle tecniche di zoning, così come ce le racconta Franco Mancuso in una sua "classica" rassegna storica pubblicata nel 1978. Proviamo a dare un'occhiata a queste poche righe, almeno prima del diluvio degli opinionisti (f.b.)

Franco Mancuso, Le vicende dello zoning, Il Saggiatore, 1978 (pp. 11-13)

Modesto, città a 85 miglia a est di San Francisco, che conta poco più di 20 000 abitanti. Come in molte altre città sulla costa occidentale degli Stati Uniti, e a differenza di quelle poste sulla costa dell'Atlantico, gli immigrati qui provengono dai paesi orientali, e soprattutto dalla Cina. Quello dei cinesi è il problema che maggiormente assilla la comunità e l'amministrazione municipale: la loro intromissione negli affari locali, la conduzione diretta e quasi esclusiva di alcune attività economiche, l'occupazione - per l'esercizio di queste attività o per esigenze di abitazione - di edifici e di aree nelle parti più centrali, ha raggiunto un livello che ai cittadini ben pensanti di Modesto sembra ormai insopportabile.

Dopo aver tentato ogni sorta di espediente per impedirne non solo l'espansione ma la loro stessa sopravvivenza, sia a livello locale che facendo riferimento a provvedimenti di carattere governativo, l'amministrazione municipale di Modesto propone questa soluzione: perché non agire, invece che direttamente sui cinesi in quanto tali, sulle attività da loro esercitate e sugli edifici che queste occupano? E perché no, visto che quasi tutti i cinesi sono occupati nella conduzione di particolari attività, e cioè di lavanderie pubbliche - le cosiddette laundry - e che quasi tutte le lavanderie sono ubicate in una zona particolare della città ? E che tali lavanderie sono i punti di raccolta di tutti i nuovi immigrati, e laundry è sinonimo di luogo di incontro dei cinesi in cerca di occupazione?

Certo, si può sostenere che le lavanderie sono pericolose, possono incendiarsi, e poi producono scarichi puzzolenti; insomma, a ben guardare, costituiscono un vero pericolo per la città.

Ecco allora l'idea, e la sua concreta attuazione: la città verrà divisa in due zone, e si dirà, con una ordinanza della polizia Qualcuno pone il problema che la corte Suprema possa dichiarare incostituzionale l'ordinanza della città, tenuto conto che le possibilità di intervento che la legge dello Stato affida all'amministrazione municipale sono molto limitate. Ma gli si fa subito osservare che non vi saranno opposizioni, visto che solo un anno prima la città di San Francisco ha fatto qualcosa di simile, ed è bastato motivare le proprie « ordinances» sulla base dei principi di «benessere» «ordine pubblico» «sicurezza della comunità» «moralità» per non avere noie: è bastato scrivere che

... la localizzazione incontrollata di lavanderie pubbliche, nelle quali vengono puliti abiti o altri articoli, è pericolosa e dannosa per la sa- lute e la sicurezza pubblica, è pregiudizievole per il benessere e il confort della comunità, e diminuisce il valore della proprietà in quei quartieri in cui tali lavanderie sono ubicate ...

perché la corte suprema non si opponesse alla chiusura e all'allontanamento di 300 lavanderie cinesi.

La soluzione funziona. Ed ecco che le ordinanze che i City Councils di Modesto e di San Francisco emanano divengono il prototipo cui si richiameranno tutte le successive; e i commentatori di estrazione giuridica ne esalteranno la perfezione, per il fatto che esse riuniscono abilmente due principi legislativi in un unico atto: primo, dichiarando che l'uso di una certa attività è motivo di disturbo per la città, se esercitato al di fuori di una sua zona dove invece è permesso, e, secondo, che una tale violazione può essere perseguita a norma di legge.

La città ottiene in definitiva il diritto di regolare attività e usi rispetto alle sue diverse parti, e la corte suprema della California stabilisce per fa prima volta il principio giuridico dello zoning.

Tant'è che dopo San Francisco e Modesto, moltissime città della California ne approfittano: come Sacramento, e Los Angeles, che incoraggiate dall'esperienza dei « laundry cases » emanano ordinanze che proibiscono di tutto: sale da ballo, noleggi di vetture a cavallo, macelli, saloons, piscine, tutto ciò che si presta a tradurre sul piano dell'uso e delle attività di carattere urbano, conflitti che invece sono inequivocabilmente di carattere razziale.

Nota: a proposito dei fatti specifici del 2007 a cui si riferisce questa citazione di antichi eventi, qui un commento in diretta da la Repubblica edizione di Milano del 13 aprile; ancora dal 13 aprile, su Mall un'analisi economico-commerciale del fenomeno dal Sole 24 Ore (f.b.)

La pubblica amministrazione in Italia: le province. Leggi dello stato e provvedimenti di numerose regioni hanno attribuito compiti di pianificazione alle province. Di quali competenze ha bisogno la pianificazione provinciale? Il parere di un dirigente, l’esperienza di alcuni laureati di Ca’ Tron

Ne parlano il dirigente dell’ufficio del piano di Bologna, arch. Alessandro Delpiano e alcuni laureati a Ca’ Tron che vi hanno lavorato: Catia Chiusaroli, Graziella Guaragno, Marco Guerzoni, Alida Spuches

Giovedì 15/03 Ore 14,30-18,30

Nell’ambito del programma “Il Mondo di Ca’ Tron” si svolgeranno quattro seminari volti a discutere, sulla base di concrete esperienze di lavoro, i rapporti tra la formazione dei pianificatori che hanno svolto il loro apprendimento a partire dalle aule di Ca’ Tron e la domanda di professionalità che viene dal mondo del lavoro.

Ciascun seminario. moderato da Edoardo Salzano, sarà aperto da alcune domande poste dagli studenti del 3° anno del Corso di laurea in Scienze della pianificazione urbanistica e territoriale, cui risponderanno, riportando dati delle loro esperienze, ospiti esterni.

Sulla base dei risultati dei seminari gli studenti del corso “Il mestiere dell’urbanista” organizzeranno il seminario conclusivo del corso, che si terrà nel mese di maggio.

Giovedì 08/03

Ore 14,30-18,30

La pubblica amministrazione in Italia: le province. Leggi dello stato e provvedimenti di numerose regioni hanno attribuito compiti di pianificazione alle province. Di quali competenze ha bisogno la pianificazione provinciale? Il parere di un dirigente, l’esperienza di alcuni laureati di Ca’ Tron

Ne parlano il dirigente dell’ufficio del piano di Bologna, arch. Alessandro Delpiano e alcuni laureati a Ca’ Tron che vi hanno lavorato: Catia Chiusaroli, Graziella Guaragno, Marco Guerzoni, Alida Spuches

Giovedì 15/03

Ore 14,30-18,30

La ricerca in Italia e all’estero. Anche senza precludersi altre opportunità, i laureati possono decidere di svolgere attività di ricerca o didattica. Quali sono le possibilità e i modi dell’accesso a questo segmento del mondo del lavoro? In Italia la situazione è difficile, altrove forse è migliore.

Ne discutono alcuni laureati a Ca’ Tron e dintorni che svolgono attività di ricerca in Italia e all’estero: Laura Fregolent (Università Iuav di Venezia), Ivan Blecic(Università di Sassari-Alghero), Elena Besussi (Bartlett School – University College of London)

Giovedì 22/03

Ore 14,30-18,30

La pubblica amministrazione in Italia: i comuni. Il settore nel quale l’impiego degli urbanisti storicamente e attualmente più elevato è quello della pubblica amministrazione. I comuni costituiscono la quota più rilevante. Com’è il lavoro dell’urbanista in un comune? I suoi rapporti con i decisori, con i cittadini e le loro organizzazioni, con le informazioni di base, con i professionisti ...

L’esperienza di tre dirigenti di comuni della Toscana ( Graziella Beni, Elisa Spilotros, Stefania Fanfani), e di alcuni laureati di Ca’ Tron che lavorano in comuni del Veneto

Giovedì 29/03

Ore 14,30-18,30

La libera professione in Italia. Quali sono i lavori che l’urbanista è chiamato a svolgere se lavora come libero professionista. Quali sono i suoi rapporti con i decisori, quali problemi ne nascono, in che modo il suo ruolo e la sua preparazione si integrano con quelli degli altri soggetti.

Ne parlano Daniele Rallo, presidente dell’Associazione degli urbanisti e pianificatori territoriali e ambientali e Vezio De Lucia, urbanista libero professionista e protagonista di rilevanti esperienze amministrative

Tutti gli incontri avverranno nella sede della Facoltà di pianificazione del territorio, Ca’ Tron, Santa Croce 1957, Venezia. Essi sono aperti a tutti

Titolo originale: Future Planners: Propositions for the next age of planning - estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini



Il pianificatore del futuro

Quella del “ planner” è una professione moderna. Sin dal suo emergere negli anni ’20 ha avuto alti e bassi, a seguito di mutamenti nelle ideologie politiche e del contesto sociale. É possibile tracciare una storia professionale contemporanea a partire dagli anni ‘80, decennio contrassegnato da una fede politica nel libero fluire del mercato e nella deregulation. Il sistema di pianificazione era considerato un ostacolo all’incremento della crescita economica. Ma oggi assistiamo a un ritorno dell’idea di pianificazione come elemento chiave per consentire uno sviluppo sostenibile legittimato democraticamente.

Quanto emerge chiaramente dalla nostra ricerca è che le risposte per una pianificazione di successo non possono venire dai soli urbanisti, o cittadini, o dall’impresa, ma da tutti e tre. Un funzionario dell’ufficio tecnico di Middlesbrough ha commentato che “… la pianificazione non è l’inizio e la fine di tutto. Ma senza di essa, non si possono ottenere alcuni altri obiettivi economici e sociali”. Esiste un complesso intreccio di responsabilità e sostegno: far corrispondere le aspirazioni della comunità alla capacità di risposta degli urbanisti, e i diritti dei costruttori con le loro responsabilità rispetto all’ambiente e alle città in cui operano.

Centrale, l’impegno dei pianificatori alla creazione di valori pubblici, che comporta comprendere come gli urbanisti possano unire nella realizzazione di spazi sostenibili le forze dell’impresa privata, del terzo settore, e delle stesse comunità.



Un esperto indipendente: valori pubblici e professionali

Il planner dà molto peso alla propria neutralità. Ma il pianificare risulta sempre più politicamente orientato. Ci siamo convinti che non è sempre scontato, che gli organismi pubblici perseguano l’interesse pubblico. E dunque la posizione dell’urbanista in quanto dipendente dell’amministrazione locale, che ha un mandato politico, o come consulente di un soggetto privato, con interessi commerciali, può indebolirne l’immagine di indipendenza e neutralità. Ne può risultare di conseguenza compromessa la percezione pubblica dell’urbanista, indipendentemente dalla sua etica professionale. Molte persone identificano il planner con interessi e poteri apparentemente al di là della loro portata: vuoi attraverso la sua competenza professionale, vuoi per appartenenza politica.

Un’immagine pubblica ancora più importante in un contesto in cui emergono nuove identità professionali impegnate, eticamente consapevoli, orientate a valori pubblici. Come ci ha detto un funzionario municipale di Milton Keynes, “si percepisce davvero di poter fare del mondo un luogo migliore”.

Questi professionisti comprendono di essere inevitabilmente agenti morali, il cui lavoro per riuscire dipende dalla fiducia del pubblico. E si impegnano a svolgere questo ruolo; un funzionario di Middlesbrough ci ha detto: “Potrei guadagnare molto di più … se lavorassi nel settore privato. E molta gente non capisce quanto noi si vada oltre l’orario di lavoro, per l’impegno nel lavoro che stiamo svolgendo”. Gran parte degli urbanisti con cui abbiamo parlato – nel settore pubblico e in quello privato – avvertono istintivamente questa dimensione etica.

La storia dell’ Urbanista Futuro è quella dei nuovi modi in cui viene utilizzata e condivisa la sua conoscenza ed esperienza. I cambiamenti che abbiamo sottolineato, ridefiniscono i rapporti del planner con l’autorità e i decisori, ridimensionando la tendenza della delega, da parte del pubblico, ad una pura conoscenza tecnica. Per essere un soggetto indipendente di realizzazione di valori pubblici, l’urbanista ha bisogno di un modello aperto e collaborativo di consulenza. Deve sempre più “ascoltare in modo diverso”, con una disponibilità a domande varie e impegnative.

Lo spostamento formalizzato verso un sistema di pianificazione spaziale pone l’accento sulle capacità tecniche necessarie all’urbanista, che si tratti di progettazione urbana, della capacità di valutazione di sostenibilità, di mediare fra interessi diversi. Allo stesso tempo , come ha sottolineato Sir John Egan, i pianificatori devono anche sviluppare le capacità relazionali necessarie a guidare processi di “co-produzione”. Questo spirito collaborativo risulterà centrale nello sviluppo della figura del planner per il XXI secolo. Ad esempio, le persone con cui abbiamo parlato hanno tutte sottolineato l’importanza di individuare i limiti delle proprie conoscenze: sapere quando, dove e come rivolgersi a competenze che non possiedono.

A Tower Hamlets un tecnico ci ha detto che “… ci vuole la conoscenza necessaria a individuare un problema … Poi per costruire i collegamenti con le altre risorse adeguate”. Abbiamo rilevato questo ruolo molto ben compreso all’interno del nostro laboratorio: “gli urbanisti contribuiscono alla conoscenza comune portando il contributo di una consapevolezza spaziale”. A The Wash, la cosa è accaduta per la gestione della linea di costa. Il planner non doveva tanto essere un esperto ingegnere, ma “tenere insieme” in rappresentanza della pubblica amministrazione i contributi di altri e gli insegnamenti dell’esperienza locale di altri professionisti.



Nuovi ruoli per il pianificatore

Per comprendere il nuovo ruolo dell’urbanista, è centrale il bisogno di rafforzare la sua indipendenza, ovvero riconoscerne la posizione di esperto nel senso esposto sopra. Ciò comporta anche la comunicazione e lo sviluppo dei nuovi ruoli corrispondenti ai cambiamenti delineati.

Egualmente importante, è esprimere le competenze relative a questi ruoli. Il planner ha sempre più una funzione chiave nella redazione e gestione di progetti per realizzare valori pubblici. Per svolgerla, in futuro dovrà essere in grado di:

• negoziare

• essere indipendente

• mediare

• comunicare

• collaborare

• comprendere i bisogni delle comunità

• essere in grado di pensare per scenari

Nel corso della nostra ricerca abbiamo individuato quattro potenziali ruoli futuri per il pianificatore.

Probabilmente sarà necessario operare in senso trasversale rispetto ad essi; alcuni segnali di questi intrecci si possono già rilevare nel modo di lavorare attuale.



1 - Il planner come facilitatore

Gli urbanisti hanno una grande conoscenza di leggi e norme, nonché la capacità di leggere l’ambiente naturale e costruito: quanto potremmo definire ecologia urbana dello spazio. Essi sviluppano anche una enorme esperienza rispetto a come funziona il sistema. I pianificatori vedono sempre più il proprio ruolo nell’usare tutto questo nel facilitare l’emergere di una visione per una certa area: aiutare le persone ad esprimere aspirazioni, utilizzare le proprie conoscenze e reti per trasformarle in realtà. Ciò significa un uso efficace dei processi di gestione per costruire consenso fra pubblico, privato, cittadini; come i costruttori possono realizzare valori pubblici; come ci si rapporta all’interno delle amministrazioni. Questi processi collaborativi si inseriscono nel superamento del deficit democratico; ad esempio, il planner può giocare un ruolo chiave nell’integrare due livelli di pianificazione gestiti da due diverse autorità.



2 - Lo “scenario planner

La pianificazione per scenari, introdotta da compagnie come la Shell negli anni ‘70, deriva dall’aumento di incertezza e rischio nel mondo d’oggi, e dalla conseguente impossibilità di sapere esattamente cosa riserva il futuro. La serie di scenari è essenzialmente fatta di evoluzioni e simulazioni prodotte in modo collaborativi, pensate per rendere visibili diverse possibili linee di sviluppo, e di predisporre azioni nella prospettiva di un futuro auspicato.

Questa pianificazione per scenari diventerà sempre più importante nel futuro, dato che la nuova politica governativa per la casa la individua come strumento essenziale. In quanto leader nella costruzione degli scenari, il ruolo del pianificatore sarà quello di collegare cause ed effetti esplicitando le implicazioni dell’agire, responsabilizzando costruttori e cittadini nel riconoscere i rischi di lungo termine e i valori di un intervento. La pianificazione di scenario contribuisce ad affrontare la questione del deficit partecipativo, ponendo al centro dell’azione futura flessibilità e reattività.



3 - Il provocatore

Esiste un ruolo importante da giocare per un urbanista “rompiscatole”, nel mettere in dubbio gli assunti di partenza dei cittadini e offrire contesti e prospettive alternativi. Si tratta di un ruolo vitale che contrasta il dogmatismo per sostenere l’innovazione e il cambiamento, nella realizzazione degli spazi naturali e urbani. Mettendo in comunicazione ciò che avviene localmente con quanto cambia a livello nazionale e globale, il pianificatore si inserisce nel processo di sostegno ai cittadini, ai politici e all’impresa, nel comprendere le implicazioni del proprio agire.

Ciò è particolarmente vero, in campo urbanistico, in un contesto di progetti che potenzialmente possono dividere, dove risulta centrale comprendere lo scontro fra valori locali pubblici e non. In modo simile, il mettere in dubbio domande e assunti dell’impresa dal punto di vista dei cittadini, e viceversa, può rappresentare uno strumento vitale nella costruzione del consenso. Questo tipo di “provocazione”, attraverso la sfida costruttiva e la messa in discussione, può risultare importante nell’affrontare a questione del deficit di valori pubblici, già sottolineata, coinvolgendo in modo attivo la percezione dei valori, locali e pubblici, e i loro rapporti.



4 - Il pianificatore come giudice

In un mondo di democrazia multiforme, l’urbanista dovrà trovare un ruolo di arbitro indipendente fra valori globali, nazionali, locali, individuali, futuri. Un mondo che chiederà ai pianificatori di modificare i propri rapporti con le strutture dell’amministrazione locale, e il proprio livello di autonomia. Scollegarsi da quanto è percepito come interesse particolare, dimostrare indipendenza, è importante per riaffermare l’etica professionale e la neutralità di giudizio. Ciò comporta anche chiarezza sui limiti e potenzialità del proprio ruolo – la propria collocazione, il potere – e su cosa esattamente significhi indipendenza. Ciò significa anche essere aperti sui rapporti coi politici, l’impresa, la cittadinanza. Di conseguenza sosteniamo l’idea espressa nel Local Government White Paper e da Kate Barker, che debba diventare di livello più elevato la figura dell’Urbanista Capo nella pubblica amministrazione, come primo passo per affrontare questi problemi.

[… il rapporto originale integrale è allegato alla versione inglese di questi estratti - f.b.]

here English version

Ho letto di recente una tesi di laurea sull'urbanistica partecipata della quale lei è stato relatore.

La lettura di questo lavoro, molto interessante, mi ha aiutato a comprendere alcune delle complesse dinamiche che avvengono, più che nei processi di pianificazione a fianco di essi, ho percepito chiaramente il gioco di posizioni che si compie tra gli amministratori e chi come noi li affianca.

Mi sono ricordato con entusiasmo i periodi in cui lavoravo per strada raccogliendo le storie di vita dei lavavetri del mio quartiere, era la scoperta di un linguaggio di segni e sguardi da decifrare, di piccoli gesti significanti di un mondo oltre le parole.

Allora pensavo con curiosità che fare etnografia volesse dire imparare a comunicare con i gatti. Il gatto è "l'altro" per eccellenza un essere con il quale ci si rapporta ma che non subisce l'addomesticamento, con il quale si deve codificare un linguaggio nuovo fatto con il corpo, fatto di piccoli adattamenti reciproci…

Mi scusi la fantasiosa metafora, non le scrivo per tediarla parlandole di gatti, il fatto è che spesso provando a lavorare mi trovo a dover cercare di stabilire canali comunicativi con gli amministratori locali, scegliendo di posizionarmi su vari livelli lungo la distanza che separa me da loro.

Oggi però mi chiedo se effettivamente tutto questo sforzo sia opportuno, nel senso che non sono più tanto sicuro di voler prendere l'urbanistica come una missione, o meglio comincio a non averne più la possibilità (economica ma anche come risorse di energie), forse insistere col presentarsi ai sindaci dei comuni più disparati, per proporre azioni di sviluppo e sollecitare la creazione di strategie di pianificazione è una fatica inutile, perchè lottare per convincere la gente a muoversi per provare ad evolvere verso livelli di qualità della vita migliori? (ma poi migliori per chi?) quando questa stessa gente non ha mai fatto nulla per cercare di migliorare le proprie condizioni?

Il fatto è che fino ad adesso sono stato troppo legato alla mia terra ed ho avuto la convinzione di dovermi impegnare in qualche modo, per contribuire alla sua evoluzione allora tutto quello che vedevo mi stimolava alla creazione di idee, di ricerche, di possibilità di azione, ma a lungo andare mi sto esaurendo e sto perdendo amore ed energia.

Allora sempre più fortemente mi chiedo cosa significhi lavorare da urbanista in realtà territoriali dove esiste la cultura dello sviluppo, dove esiste civitas, dove i cittadini per primi sono attori locali interessati alla ricerca di modi di sviluppo di tutela dell'ambiente e salvaguardia dei patrimoni.

Esistono davvero questi mondi civili oppure sono un miraggio? si può veramente fare urbanistica senza lottare come Don Chisciotte?

Sono contento che la tesi di Cinzia Rinzafri ti sia stata utile. Ma più della tesi, è la vita a suggerirti gli interrogativi che poni. Non voglio risponderti adesso, preferisco aprire un dibattito sulla tua domanda.. Sono sicuro che qualcuno dei frequentatori di questo sito risponderà, e si aprirà una discussione che potrà essere utile a molti.

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