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«La garanzia del pluralismo e dell’imparzialità dell’informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta... Il principio fondamentale del pluralismo è sancito dalla Costituzione e dalle norme dell’Unione Europea... E’ necessaria l’emanazione di una legge di sistema, intesa a regolare l’intera materia delle informazioni, delle radiotelediffusioni, dell’editoria di giornali e periodici...». Il 23 luglio 2002, il Presidente della Repubblica dettava così il suo primo ed unico messaggio trasmesso al Parlamento. Oggi, a un anno esatto da quel passo solenne, è arrivata la «risposta» del governo Berlusconi.

La riforma Gasparri è stata approvata dal Senato, e ora passa all’esame della Camera per il varo definitivo. In teoria è la nuova «legge di sistema» invocata dal Quirinale. In pratica è uno schiaffo in faccia a Ciampi e alla Costituzione. Uno sberleffo alle sentenze della Consulta e alle direttive della Ue. Un favore a Mediaset e agli interessi personali del Cavaliere. Un danno alla concorrenza e agli interessi generali della collettività. Stavolta, e almeno fino a questo momento, non sono bastati i segnali lanciati dal Colle e la «moral suasion» tentata in prima persona dal Capo dello Stato. Le televisioni sono il «core business» del potere berlusconiano. Contano quanto, se non più degli affari giudiziari del premier. La Gasparri esce da Palazzo Madama molto peggio di come c’è entrata. Se non cambierà a Montecitorio, Ciampi non firmerà un testo che, a questo punto, si può considerare davvero come la quinta «legge vergogna» della legislatura. Dopo le rogatorie, il falso in bilancio, la Cirami e il Lodo Schifani.

La nuova legge blinda e perpetua la potenza di fuoco mediatico del Cavaliere, che conserva il controllo del servizio pubblico televisivo, mantiene la proprietà delle sue tre reti private e in prospettiva può allungare le mani sulla carta stampata. La nuova legge immanentizza il conflitto di interessi, e lo rende consustanziale al «virus videocratico» che Berlusconi sta inoculando nella nostra democrazia.

Ciampi non firmerà, perché non può sconfessare se stesso, e rinnegare l’atto formale più impegnativo di questa sua prima metà di settennato. Nel suo messaggio alle Camere, ha sollecitato l’immediato recupero dei principi costituzionali del «pluralismo, l’obiettività, la completezza e l’imparzialità dell’informazione». Ha richiamato almeno tre sentenze fondamentali della Corte costituzionale, sistematicamente ignorate dal legislatore e ora allegramente aggirate dalla Gasparri. La prima sentenza, la 536 del 1988, aveva precisato che il pluralismo «non potrebbe in ogni caso considerarsi realizzato dal concorso tra un polo pubblico e un polo privato». Al «duopolio imperfetto» oggi dominante, governi e Parlamenti non hanno voluto o potuto porre un rimedio. Né la legge Mammì del 1990, né la legge Maccanico del 1997. La seconda sentenza, la 420 del 1994, aveva richiamato «il vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all’informazione»: quella pronuncia aveva dichiarato incostituzionale il limite del 25% (pari a tre reti televisive) che la Mammì aveva previsto come massimo consentito a ciascun concessionario, con la motivazione che «non garantisce la libertà e il pluralismo informativo e culturale». La terza e ultima sentenza, la 155 del 2002, aveva implicitamente confermato l’illegittimità della posizione degli operatori televisivi che possiedono più di due reti su scala nazionale. Ed aveva esplicitamente ribadito «l’imperativo costituzionale» secondo cui «il diritto di informazione garantito dall’articolo 21 della Costituzione deve essere qualificato e caratterizzato, tra l’altro, sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie... sia dall’obiettività e dall’imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell’attività di informazione erogata».

Nel suo messaggio, Ciampi ha giudicato questa sentenza, «particolarmente significativa là dove pone in rilievo che la sola presenza dell’emittenza privata (cosiddetto 'pluralismo esterno’) non è sufficiente a garantire la completezza e l’obiettività della comunicazione politica, ove non concorrano ulteriori misure sostanzialmente ispirate al principio della parità di accesso delle forze politiche (cosiddetto 'pluralismo interno’)».

A queste tre sentenze citate nel messaggio se n’è aggiunta pochi mesi dopo una quarta, la 466 del 20 novembre 2002. Evidenziava un ulteriore impoverimento del pluralismo: «Dalla previsione di 12 reti nazionali (di cui 9 private) si è passati a 11 reti (8 private), e ciò non garantisce l’attuazione del principio del pluralismo informativo esterno». Stabiliva che il regime transitorio (quello che ha permesso a Berlusconi di possedere tre reti private in tutti questi anni) «non può eccedere il termine del 31 dicembre 2003». Entro questa data, Mediaset deve vendere Retequattro, o trasferirla su satellite.

Ciampi non firmerà, perché non può non vedere quanto sia stata disattesa, nella prassi e nella legislazione, la richiesta espressa che lui stesso ha indirizzato alle Camere, invocando «una legge di sistema» nel settore dell’informazione, indicando persino i principi fondamentali che la devono caratterizzare: «Il pluralismo e l’imparzialità dell’informazione, così come lo spazio da riservare nei mezzi di comunicazione alla dialettica delle opinioni, sono fattori indispensabili di bilanciamento dei diritti della maggioranza e dell’opposizione: questo tanto più in un sistema come quello italiano, passato dopo mezzo secolo di rappresentanza proporzionale alla scelta maggioritaria...». Di tutto quello che il Colle ha seminato un anno fa, il governo non raccoglie nulla nella riforma Gasparri. Come era stato annunciato dal ministro per le Comunicazioni, i vincoli antitrust introdotti dalla Camera sono stati puntualmente cancellati dal Senato. L’aula di Palazzo Madama ha reintrodotto un generico «divieto di cumulo dei programmi televisivi e radiofonici», in base al quale uno stesso concessionario «non può essere titolare di autorizzazioni che consentano di diffondere più del 20% dei programmi televisivi», né può avere ricavi superiori al 20%, calcolati secondo le «risorse complessive del Settore integrato delle comunicazioni». Il famigerato «Sic», un parametro volutamente vago e inafferrabile, al quale è impossibile ancorare paletti contro i monopoli. Al Senato Franco Debenedetti ha azzardato un’ipotesi quantitativa: il «Sic» varrebbe intorno ai 23 miliardi 387 milioni di euro. Uno sproposito, che rende pressoché irraggiungibile il tetto del 20%. Ma l’artificio consente al Cavaliere di eludere l’obbligo che da dieci anni gli rinnovano inutilmente leggi e sentenze: vendere Retequattro, o trasferirla sul satellite. A scanso di equivoci, la Gasparri approvata ieri ha previsto un salvacondotto in più. Un emendamento del relatore Luigi Grillo, ovviamente di Forza Italia, fa un ulteriore regalo alle reti che alla fine del 2004 copriranno almeno il 50% della popolazione con il sistema digitale: potranno ottenere una nuova concessione con il sistema analogico. Un altro trucco, che evita definitivamente a Emilio Fede il fastidio di doversi trasferire sul satellite.

Non resta molto altro, di questa «epocale riforma» televisiva. Nell’attesa palingenetica dell’era digitale, istituzionalizzerà una volta di più quella che un grande costituzionalista come Gaetano Azzariti ha definito la «temporaneità perpetua» del sistema televisivo: tra costanti rinvii e continue proroghe, il «regime transitorio» è diventato l’escamotage giuridico che serve a rendere definitivi gli squilibri esistenti. Nell’attesa di una chimerica privatizzazione della Rai (per la quale non si fissa neanche una data) non impedirà che si producano gli errori e gli orrori cui abbiamo assistito guardando i telegiornali in questi ultimi due anni: dal Televideo che occulta i dati Istat sul crollo della produzione industriale al Tg1 che censura gli insulti di Berlusconi a Schulz davanti all’Europarlamento di Strasburgo.

Ciampi non firmerà un testo che peggiora la qualità della nostra democrazia. Nella letteratura politica, gli studi di Larry Diamond e Marc Plattner misurano la democrazia di un Paese partendo dalla suddivisione tra «democrazie elettorali e democrazie liberali». Nelle prime, il criterio minimo di base è lo svolgimento di regolari elezioni tra partiti antagonisti. Nelle seconde si richiedono altri quattro criteri, assai più stringenti: il rispetto delle libertà civili (di fede, di espressione, di protesta), la certezza del diritto e la parità di trattamento di tutti i cittadini davanti alla legge, una magistratura indipendente e neutrale, e infine la garanzia di una società civile aperta e pluralista, di cui è parte integrante la libertà dei mass-media. L’Italia non è «un regime», non rischia derive dittatoriali. Ma dopo due anni di cura Berlusconi, si può dire che il nostro Paese è fuori dal secondo, dal terzo e dal quarto criterio di questa virtuale «Maastricht della democrazia». A un anno dal suo messaggio sul pluralismo, Ciampi non può esserne contento. Noi meno di lui.

Occorre ormai rendersi conto che Silvio Berlusconi appartiene ai "grandi" protagonisti della storia d’Italia. Per esser tali, nell’accezione qui adoperata, conta il fatto d’incarnare e interpretare in maniera storicamente significativa un certo coagulo d’interessi e orientamenti dominanti e il corrispondente "spirito del tempo". Ci sarà nella nostra storia nazionale un’era Berlusconi. Nella cultura, nella scienza, nello sport non si può emergere almeno ai primissimi posti se non per effetto d’una selezione che non consente, per così dire, "usurpazioni". Nel campo della politica e del governo ogni cosa è invece possibile. I titolari del potere supremo possono essere dei Jefferson o dei Wilson oppure dei Gorge W. Bush. I primi autentici giganti, quest’ultimo un piccolo "uomo senza qualità" divenuto il leader più potente del mondo unicamente grazie a una combinazione d’interessi che lo ha trascinato alla Casa Bianca, lo sostiene e dirige.

Ma Berlusconi, a differenza di Bush, non è classificabile come "un uomo senza qualità". Egli non è eterodiretto; ha creato un movimento e dirige in prima persona affari e governo. Ha riunito intorno a sé la "sua" Italia e la rappresenta. Si potrà abbatterlo dallo scranno di Palazzo Chigi, ma non più sbalzarlo dagli annali della nazione. Il suo posto è dunque accanto a Depretis, Crispi, Giolitti, Mussolini, De Gasperi, Andreotti, Craxi, a coloro insomma che hanno non solo segnato profondamente la nostra storia, ma impresso uno stile e dato volto a orientamenti altamente tipici. Un filo rosso lega questi uomini diversissimi nelle loro personalità e nelle loro finalità: hanno condiviso progetti tesi a ricollocare la vita nazionale lacerata da profondi contrasti su nuovi equilibri, vuoi servendosi prevalentemente del compromesso o dell’esclusione autoritaria vuoi combinando i due fattori. D’essi nessuno ha conseguito pienamente i suoi scopi. La maggioranza ha fallito, due soli hanno ottenuto un sostanziale successo, uno ha portato il paese alla rovina. Ad avere un sostanziale successo sono stati Depretis, il quale col trasformismo riuscì a ricompattare la destra e la sinistra liberali, fronteggiando i nemici cattolici, anarchici, socialisti e repubblicani, e De Gasperi, che creò un forte centro, isolando la sinistra socialcomunista e la destra neofascista e lanciando la ricostruzione economica del paese. Crispi e Giolitti furono gli esponenti di progetti d’integrazione nazionale condotti con le armi opposte per un verso dell’autoritarismo e del militarismo, per l’altro d’un riformismo liberaldemocratico, entrambi delusi nei loro esiti. Mussolini giocò la carta della ricostruzione dittatoriale del paese e portò l’Italia alla distruzione. Andreotti, prendendo atto che l’Italia partitica era un abito d’Arlecchino con pezze alcune grandi e alcune piccole, finì per cercare compromessi in modo disincantato con tutti a seconda dei tempi, delle circostanze e delle convenienze.

Depretis, Crispi, Giolitti, De Gasperi, Andreotti furono statisti che avevano alle spalle vecchie scuole con robuste radici. Mussolini, Craxi e Berlusconi hanno invece incarnato, nella specificità dei loro itinerari, i classici "uomini nuovi". Non è un caso, probabilmente, che li accomunino un tratto, un piglio, una psicologia: avversione-odio per gli avversari, gusto "gladiatorio", convinzione d’esser "unici", piacere e bisogno d’una corte di seguaci devoti ed entusiasti di vivere nella cerchia d’un "capo" osannato nel contesto d’un culto spettacolarizzato della personalità.

L’ascesa di Mussolini è stata resa possibile dalla disfatta dei liberali, dei popolari e della sinistra socialista e comunista; Craxi s’è incuneato tra la crisi dei comunisti, forti di voti ma via via più deboli strategicamente e svuotati d’identità, e la perdita della capacità della Democrazia cristiana di mantenere il bastone di comando. Ma la grande ascesa del primo è finita nella guerra civile; quella minore del secondo nel disegno frustrato di rifondare la sinistra italiana e di rendere politicamente a sé subalterna la Democrazia cristiana, fino a che la frana lo ha travolto con l’intero sistema politico della Prima repubblica. L’ascesa di Berlusconi, l’imprenditore che non aveva alcuna radice politica, alcuna scuola politica cui collegarsi, ha anch’essa alla base il proposito di rifondare il paese partendo dal crollo d’un sistema partitico. Uomo in ciò davvero tutto nuovo, mai visto in precedenza, è il plutocrate diventato padrone anche d’un partito creato con l’uso congiunto di danaro e mezzi d’informazione, che s’è proposto come il salvatore da un Armagedon statalista-comunista da lui inventato. Ma occorre aggiungere che egli non avrebbe potuto vincere la battaglia per il potere se moltissimi non avessero creduto alle sue promesse. Il nucleo più serio di queste, che si collegava all’onda lunga del neoliberismo d’origine thatcheriana, era la determinazione - in cui credettero gran parte del ceto imprenditoriale, strati popolari, giovani senza lavoro - d’aprire le porte a un nuovo corso "liberale", capace d’abbattere vecchie bardature burocratiche e stataliste, sprigionare energie e capacità represse, rilanciare lo sviluppo dell’economia e della società. Garantiva la sua meravigliosa storia di self-made man, d’"americano" in Italia.

Ma il piano, dopo aver agito come una possente arma propagandistica che ha portato all’attuale governo, s’è decisamente intorbidato. Efficace contro gli avversari in chiave negativa, l’arma s’è spuntata in fase di realizzazione. La severità liberistica thatcheriana s’è caricata di miracolismo irresponsabile, di promesse mancate rivolte a destra a manca, ai ricchi come ai poveri, al Nord come al Sud, a Bossi come a Fini. La coalizione delle forze politiche di centrodestra ha mostrato sempre più in sede di governo la sua eterogeneità e conflittualità interna. Il Parlamento berlusconiano, che avrebbe dovuto lavorare al ritmo di "Cento giorni" dopo "Cento giorni", ha fatto succedere i mesi per difendere prioritariamente i conflitti d’interessi d’ogni genere del Cavaliere. Il governo "forte" si trova tiranneggiato da Bossi, il quale parla e straparla con il suo piccolo elettorato ma con in mano una enorme rendita di posizione che ha imparato da Craxi a usare e fa ora macinare rabbia a Fini e Follini come in passato De Mita. Il conflitto con la giustizia è tenuto aperto ogni giorno dal guardasigilli, che opera zelantemente per tenere in piedi l’asse tra Bossi e il Cavaliere. Il ruolo dell’Italia nell’Unione europea è inquinato da comportamenti che suscitano indignazione. L’economia boccheggia. Il cavallo del Cavaliere è zoppo, ma, anche se non galoppa, continua a camminare.

Quello che più inquieta è che il nostro presidente del Consiglio, divenuto un capitolo centrale della storia d’Italia, rappresenta in maniera autentica una parte importante della nostra società, che ammira i forti e i furbi, s’infischia d’ogni senso della legalità e bada al sodo dei propri interessi. Questo è il problema presente più importante e grave della nazione. Ormai i miracoli promessi appaiono giocattoli la cui montatura è rotta. Tutto, a questo punto, nella vicenda politica del Cavaliere è emerso alla luce del sole. La sua parabola nella vicenda del nostro Stato è destinata a finire male per lui se infine perderà e male per il paese se egli continuerà a vincere. Quando lanciò il progetto di "Nuova Libertà" Wilson disse che nulla era «assolutamente intollerabile» quanto «il controllo dei grandi affaristi sul governo». Ma oggi a questo noi siamo in Italia: nelle mani d’un gruppo di governo guidato da un affarista circondato da vari personaggi scadenti, privi d’ogni senso dell’etica pubblica e intellettualmente squalificati. Siamo a un tramonto politico. Berlusconi, assurto a "grande" protagonista della nostra storia, è divenuto al tempo stesso l’espressione d’una delle nostre maggiori miserie nazionali.

Orbene, d’ora innanzi avremo piena la misura dell’altra Italia e della sua capacità politica.

Sull’Italia 2003 regna un tecnocrate la cui visione del mondo sta in tre battute: prima, gl’italiani hanno teste deboli; seconda, bisogna indebolirle ancora, perché quanto meno pensano, tanto più lui s’ingrassa; terza, le norme esistono affinché i furbi, violandole, prevalgano sugl’inibiti. Nei tardi anni Settanta era un ignoto fuori del serraglio affaristico locale: l’unico punto sicuro è che fosse piduista; poi visitando i posti giusti «con l’assegno in bocca», trova Nostro Signore nell’orto ossia un privilegio sull’etere, del quale diventa duopolista quando la Rai rispetta ancora i cervelli; grave handicap; e spacciando un’epidemia d’allegra volgarità, conquista il mercato. Persi i protettori, s’improvvisa demiurgo alle soglie dei 60 anni, ignorando l’abc politico. Quanto poco impari, lo dicono due anni d’un governo calamitoso.

Tale premessa spiega l’attuale teatro parlamentare. Senza l’ordigno mediatico cadrebbe in 24 ore, come Savonarola appena il pubblico vede che imbroglio sia l’ordalia del fuoco, sabato 7 aprile 1498: perciò non venderà mai le televisioni alle quali deve tutto (sono patrimonio italiano, gridano i caudatari e qualche distinto oppositore annuisce); prima vende l’anima.

Nei paesi evoluti i suoi simili, tanto meno pericolosi, agiscono attraverso lobbies, tenuti d’occhio dalle autorità. Qui l’art. 49 Cost. garantisce ai cittadini il «diritto d’associarsi liberamente in partiti», influendo sulle scelte politiche, ma dove 6 o 7 su 100 leggono, mentre tutti o quasi dipendono dagli schermi, chi li controlla satura gli spazi mentali: mancano i presupposti d’una fisiologia dei consensi; era chiaro che, lui incombente, il conflitto d’interessi fosse insolubile. I due testi passati sulla scena (Montecitorio, 28 febbraio 2002, e Palazzo Madama, 4 mesi dopo) non salvano nemmeno le forme. Puro vaniloquio. L’ultimo segnale viene dalla musica pseudo-neutrale. I musicanti auspicano che, svanito l’incubo giudiziario, tagli virtuosamente i nodi col passato d’imprenditore.

Gli araldi adempiono la loro parte: l’interessato simula scrupoli; le Camere ubbidiscono. Quel capolavoro venuto l’anno scorso da Palazzo Madama figurava nel calendario d’autunno ma il momento è adesso, nella canicola prediletta dal Conquistatore, mentre nasce una l. Gasparri che lo consolida calpestando i responsi della Consulta: due colpi formidabili; re dei media, ormai legalmente invulnerabile, sorriderà all’Europa con quelle ganasce. I votanti presuppongono che, non avendo cariche Mediaset, plani nel disinteresse: se poi un veto ministeriale blocca le rogatorie Usa su frodi fiscali e falsi in bilancio, lui cosa c’entra?; honni soit qui mal y pense.

Siamo in regola, assevera dall’estero il presidente della Camera: che B. abbia delle televisioni, gli elettori lo sapevano; non piangano se, forte dei numeri, regola la materia a modo suo (posava a difensore dell’ultimo caposaldo liberal-biancofiore, contro l’orda blu-quasi nero-verde, e qualche illuso l’aveva preso sul serio). Tornato in patria, combina il fulmineo capolavoro: martedì 22 luglio, dedicato a santa Maria Maddalena, una Camera supera l’altra; Palazzo Madama santifica Mediaset duopolista (essendo B. padrone politico della Rai), mentre Montecitorio vota le boutades sul conflitto d’interessi; furiosi nel contendersi ogni osso gl’inquilini della Cdl cadono in ginocchio davanti al signore. Stavolta l’incostituzionalità investe i fondamenti d’ogni Stato che voglia distinguersi dalle botteghe fraudolente. Siamo alla settima legge ricalcata sul privato interesse berlusconiano.

Viene ora alla ribalta il capo dello Stato. Sinora le ha promulgate smussando le punte, dicono i paladini. Non m’ero accorto d’interventi correttivi quando gli yes-men affievolivano a bagatella il falso in bilancio, mentre negli Usa liberisti i falsari rischiano 25 anni, o legiferavano pro divo Berluscone & C. sulle rogatorie. Sia detto sotto voce, roba oscena. I profani s’informino perché anche la procedura penale, materia povera, ha una sintassi. A esempio, sbaglia chi crede che l’attuale art. 45 corregga il primo ddl Cirami: semmai riesce più pericoloso un "legittimo sospetto" fuori della casistica legale; né dipende da tale variante la decisione con cui le Sezioni unite hanno risposto picche al Sire d’Arcore. La Cassazione aveva sotto mano una formula talmente vaga da poterne cavare qualunque conclusione, e l’ha intesa nel senso restrittivo, guidata dal sistema (art. 25 Cost., c. 1). Onore alla Corte. Infine, non pare gran merito avere escluso i correi dal famoso lodo: sarebbe stato infame; ma altrettanto invalido è l’indecorosamente votato.

Siamo al clou: cos’aspettino tanti italiani, nient’affatto dementi. Art. 74 Cost.: se una legge gli pare fuori del sistema, la restituisce spiegando perché; qualora gli onorevoli ignorino l’ammonimento o vi ridano su, legato dal secondo voto, deve promulgarla. Qui le prediche danno nell’apocalisse: smentito o irriso dalle assemblee, deve dimettersi; e rimasto vacante il Colle, c’è uno pronto a occuparlo; ecco dove conducono le maniere dure. Dio sa perché debba dimettersi davanti al protervo bis in idem (alquanto improbabile): sarebbe atto codardo; adempia l’arduo mestiere del garante d’equilibri costituzionali; esistono partiti, opinione pubblica, elettorato, dialettica democratica, occhio critico d’Europa. Varrebbe tanto un gesto. L’ultimo voto segnala nervi svegli dal Nordest alla Sicilia, dove Sua Signoria aveva preso tutto: e quando le false norme cadano, dichiarate invalide, l’assalitore resta nel brago; se poi un italiano su due, più uno, lo votano anche la prossima volta (non lo credo), diremo «causa Berlusconis placuit diis». L’importante è avere combattuto bene, dalla parte giusta. Al resto provvede il tempo, giudice equanime. Nell’Europa del terzo millennio esistono limiti esterni alle perversioni politiche.

I paladini alzano la voce: non spetta a lui dire se la tal norma sia valida; lo dirà una corte sull’altro ciglio del colle; l’importante era che non fosse «manifestamente» invalida, e gliel’assicurava chi se ne intende. In proposito, 21 giugno, raccontavo l’aneddoto d’un re, Vittorio Emanuele III, furente perché le Camere l’hanno insignito ex-aequo del titolo "primo maresciallo dell’Impero": il duce gli porta l’expertise dello studioso che presiede il Consiglio di Stato; «pusillanime opportunista», sibila Sua Maestà. Spesso gl’interpellati ripetono quel che leggono nell’interpellante. Era molto discutibile quel regalo d’immunità: con le migliori intenzioni vi ha speso della "moral suasion"; cattiva scelta politica, secondo molti italiani, e non s’offenda se gliene chiedono conto. Nello show strasburghese l’Immune gli scarica addosso il tutto. Seguono eufemismi da ufficio stampa, acqua tiepida. Almeno ha salvato i processi ai consorti? No. L’inseparabile P. aspetta un favore analogo prima del solstizio d’inverno, idem i coimputati extraparlamentari. Miti e storie, dal Minotauro a Hitler 1938, condannano i gentleman’s agreement col soperchiatore: lo stipulante ha tutto da perdere; nel caso infausto (Dio lo scongiuri), l’accuseranno d’avere traghettato le anime sull’altra sponda d’Acheronte.

Il punto è che non siamo Francia, Spagna, Germania, Inghilterra, Olanda, ecc., dove i partiti giostrano e il vincitore governa nelle regole. L’Italia cova una vorace neoplasia plutomediatica. Solo qui capita che un manager variamente imputato, su fondale mafioso, metta in scena il processo a Socrate e batta la bandiera d’Erasmo, malinconico umanista; l’impresario dai mille affari (ultimo la presidenza del Consiglio), sotto accusa d’avere comprato delle sentenze, blateri invettive alla giustizia cancerosa; e l’onorevole suo agente invochi aiuto dal Quirinale paragonandosi al capitano Alfred Dreyfus. Commedia nera. No, dialettica bipolare, sogghignano affabili oracoli: se ne fossero convinti, sarebbe istupidimento; forse però leggono nel futuro e, rassegnati alla signoria, vogliono starvi comodi; che non sia più il tempo dell’etica, lo insegnava Palmiro Togliatti. Comunque finisca, B. ha imposto dei modelli: è berlusconoide anche qualche suo avversario; dei curiosi domandano dove stia il male minore. Sono mali componibili (vedi arti bicamerali); e nella somma scoppiano sinergie negative: 2+2=-7.

Il bello dello studiare B., notavo la settimana scorsa, è che le ipotesi analiticamente giuste risultano sempre confermate a opera sua: salta sulla preda, la inghiotte e digerisce, indi ripete l’operazione; fenomeni naturali, come le cacce del coccodrillo o la digestione del pitone. Tout se tient nella sua storia. I paleontologhi ricostruiscono l’intero dinosauro da una vertebra. Idem qui. Persi i protettori salta in politica e non perché gliene sia venuto l’estro: impadronendosi dello Stato vuol salvare una terrificante ricchezza in crescita continua; siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa nella testa che esistano poteri separati; e non stia bene diluirsi i falsi in bilancio, ai quali risulta piuttosto dedito, o storpiare la disciplina delle rogatorie affinché prove d’accusa spariscano dai processi milanesi, o codificare stramberie utili alla fuga da Milano. Racconta d’avere speso 500 miliardi nella difesa. Tre mesi fa, vista l’ombra d’una possibile condanna, viene nell’aula (era contumace) dichiarando d’avere cose da dire, senza contraddittori e nei tempi compatibili col gran daffare: sbraita, suda, gesticola davanti ai giudici allibiti; nessuno credeva possibili spettacoli simili; nel monologo non vola una sillaba sul tema dell’accusa (avere comprato delle sentenze) ma scoppierebbe l’inferno se gli fosse tolta la parola; e forse conveniva che l’abominevole messinscena avvenisse. Dall’accusa gemella s’era fortunosamente salvato grazie a una svista legislativa e al decorso del tempo. Quanto poco sia piaciuto, lo dicono le urne domenica 25 maggio.

Il mese rubato con la pantomima gli serviva a combinarsi un’immunità: le Camere la votano sul tamburo, subito promulgata, sull’illusorio presupposto che sia meno peggio della guerra tra poteri, specie nel semestre europeo; e così le soperchierie diventano diritto. L’Italia non vi guadagna niente. Munitosi del salvacondotto, esporta le sue chiassose anomalie. Lo pretendeva pieno, applicabile anche alle indagini e utile ai correi, uno dei quali gli sta addosso, nient’affatto incline alla parte del capro espiatorio: l’alleato ex-nero pareva d’accordo ma sarebbe stato un mostro d’incostituzionalità; spirando moral suasion, è nato qualcosa d’appena meno abnorme. L’articolo galeotto ignora i coimputati e parla solo dei "processi", lasciando fuori gli atti anteriori: così declamano nelle rispettive aule i relatori, lo ripete un sottosegretario.

Uscito B., la musica s’indiavola. L’on. P., condannato a 11 anni nel dibattimento parallelo, aspetta l’immunità alla quale ritiene d’avere diritto, se ne gode il committente. Nell’attesa perde tempo: un nuovo articolo su misura gli garantisce 45 giorni, quanti ne occorrono all’imputato affinché mediti se gli convenga pattuire la pena; ed esauriti i cavilli, tira in ballo un fascicolo contro ignoti, aperto 8 anni fa. Cosa ci sia dentro, non è chiaro dal feuilleton avvocatesco: la prova della sua innocenza, grida; o almeno del fatto che non sia competente Milano ma Perugia. Fosse un imputato qualunque, tutto finirebbe lì. Quale stretto sodale del premier, interessato a salvarlo (simul stabunt, simul cadent), merita riguardi. L’ingegnere padano, ministro d’una giustizia burlesca, manda due ispettori a inquisire sul misterioso fascicolo 9520: vanno, guardano, tornano, non avendo scovato niente. Ne partono altri due, come nelle favole, e stavolta il referto soddisfa le attese: c’è del losco; nel Giornale 18 luglio un patrono invoca soccorso dal Quirinale paragonando l’on. avvocato d’affari, ricchissimo, protetto, influente, al povero capitano Alfred Dreyfus spedito nell’Isola del Diavolo da un complotto; "Il potere giudiziario minaccia lo Stato". Raccoglie l’appello un brancaleonesco comitato, sulla cui denuncia interviene la procura bresciana, competente ex art. 11 c.p.p. L’obiettivo tattico è rimuovere i due requirenti "accaniti": vecchio e grossolano espediente; l’onorevole li vuole sensibili all’aria, complimentosi, dormienti, quasi fossero già al servizio del governo (una delle riforme annunciate).

Qui pullula l’ennesima storia, sporca. Dal 2001 la procura milanese indaga su Mediaset: tema una frode fiscale (80 milioni d’euro) e relativo falso in bilancio nell’acquisto hollywoodiano dei diritti televisivi su dei film, attraverso società off-shore; due mesi fa v’incappa anche lui; l’ipotesi è che sapesse del trucco, anzi fosse lo stratega. Gl’indaganti chiedono una rogatoria negli Usa, 15 maggio: martedì 10 giugno il ministero comunica d’avere trasmesso la richiesta (l’art. 727, c. 2., contempla uno stop nei 30 giorni, motivato dalla "sicurezza o altri interessi essenziali dello Stato"); l’11 luglio giace ancora; come mai, domanda Milano; lo sanno al governo, risponde l’ambasciata americana. Sabato 18 arriva un plico da via Arenula: "il signor ministro" l’aveva inoltrata ma dal 23 giugno i cinque presidenti sono immuni e siccome tra gl’imputati futuribili ne figura uno, quello sulla cui misura l’articolo era tagliato, se l’è fatta restituire dall’ambasciatore; secondo un "parere pro veritate", tale norma vieta anche d’indagare; perciò S.E. restituisce le carte con l’invito a meditarvi. Il testo della legge richiede profonde riflessioni, confida al popolo leghista venerdì sera 25 presso Pontida: «Io stesso fatico a interpretarlo»; e lo sappiamo laureato, nonché esperto dei rumori. François Rabelais, monaco-medico-mago linguista, formidabile pasticheur, inventava diavolerie simili 471 anni fa nel "Gargantua". Al pragmatico padano riescono naturalissime: aveva una consegna, castigamatti della magistratura; e l’adempie coniugando nefandezze, mimiche esilaranti, indumenti verdi, facezie da teatrino dell’assurdo.

Stavolta la Cdl litiga: quando anche B. fosse intoccabile, non lo sarebbero i coimputati; e non lo è; l’immunità vale solo rispetto agli atti processuali; niente impedisce d’indagare. Cos’hanno da spartire i cinque presidenti con i manager Mediaset? Domanda plausibilissima, se ne togliamo uno, seduto a Palazzo Chigi. Dal Colle arrivano segnali inquieti. Fonti soi-disantes neutrali conducono il coro dello sdegno, notando però "l’eterna caccia" al presidente del Consiglio (lo lascino tranquillo). Quel sottosegretario ventila le dimissioni: sarebbe la prima volta che un democristiano alza le suole spontaneamente, sogghigna l’ingegnere, rimbeccato dal leader della bianca conventicola. Il beneficiario dell’imbroglio plana signorilmente sopra la mischia. I suoi avvocati rispondono a colpo sicuro: l’immunità copre tutto; "processo" significa anche indagini. Ancora l’altro ieri chi l’avesse detto nell’esame guadagnava una fulminea bocciatura. Divus Berlusco trasforma le categorie culturali. Il discorso ha una logica, gangsteristica, quindi chiara: non fingano virtù tardive; salendo sul carro, sapevano dove andasse; se lo disturbano, li scarica; è sua la fabbrica dei voti. La morale della favola sta nelle seguenti massime. Primo, chi parlamenta col caimano presto o tardi gli finisce tra le fauci. Secondo, lo specialista dei rumori non muove dito senza ordini e l’ordine presumibile ci vuol poco a concludere donde venisse. Terzo, anche i più creduli ridono dell’idea che Sua Signoria ignori gli affari Mediaset, come postula il vaniloquio sul conflitto d’interessi votato o difeso da chi oggi s’indigna. Quarto, nel regime berlusconiano il malaffare non ha l’aria del mero accidente. Quinto, lui s’arricchisce e noi affoghiamo: mentre i paesi d’Europa fanno due passi, commenta Bankitalia, l’arrancante Italia ne muove uno; viene dopo Grecia e Portogallo. L’affluent society berlusconiana esiste nel mondo d’Arcore e annessi paradisi fiscali. Ai poveri diavoli che l’hanno votato resta "Beautiful". Cos’altro vogliono?

LA STRATEGIA di Cesare Previti è nota. Per venire fuori dal guaio giudiziario in cui si è cacciato con Silvio Berlusconi, Previti insinua il sospetto che i pubblici ministeri di Milano, con l’acquiescenza dei giudici, hanno truccato le carte dell’inchiesta nascondendo nei recessi di un fascicolo segreto (numero 9520/95/21) le prove della sua innocenza. Quel fascicolo è illegittimo, dice, perché è ancora in vita senza autorizzazione, dopo otto lunghi anni. Previti semina quel sospetto dovunque. Dice: le carte, che non mi mostrano e non mostrano ai giudici, confermano che non era il tribunale di Milano a dovermi giudicare: i competenti erano a Perugia. Quelle carte segrete dimostrano ancora che hanno fatto sparire i verbali dei magistrati di Roma interrogati nel 1996. Non ci sono più. Sono evaporati come acqua al sole. Lì c’era la prova della mia innocenza e della colpevolezza di altri (Romano Prodi, of course). Ancora. Mi nascondono gli appunti della Guardia di Finanza sulle confidenze di Stefania Ariosto, una testimone che è stata «imbeccata» dai procuratori.

Cesare Previti afferra questi argomenti - quanto fondati, lo vedremo presto - e li ripete, li ripete instancabilmente come in un tormentone e li fa ripetere, raccontare e illustrare ai media che controlla direttamente o indirettamente il suo amico e Capo. Ne fa interpellanze e interrogazioni parlamentari, dichiarazioni politiche, prese di posizione di partito e di governo. Trasforma quegli argomenti, senza alcun fondamento nei fatti e nel diritto, in accuse contro i suoi accusatori, contro i giudici che lo hanno giudicato e condannato a 11 anni (Lodo Mondadori/Imi-Sir), contro i giudici che ancora di nuovo dovranno presto giudicarlo (Sme). Infine, qualche amico denuncia i pubblici ministeri con quegli stessi argomenti e il catalogo delle verità rovesciate che ha messo insieme diviene addirittura un j’accuse contro i suoi accusatori.

Se Previti non fosse Previti, se Previti e Berlusconi non avessero a disposizione la grancassa di un sistema mediatico diciamo dipendente, che ne sarebbe della loro contestazioni ai processi di Milano? Un niente. Una bolla d’aria. Ma Previti è Previti e Berlusconi è il capo del governo, così conviene affrontare uno dopo l’altro quegli argomenti (oggi all’esame della procura di Brescia) e vedere che cosa resta delle sue proteste e della sua strategia perché ripetere un falso fino a estenuare chi ascolta non lo fa diventare vero.

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Competenza. Ancora oggi il quotidiano della famiglia Berlusconi ripete: «La competenza territoriale (dell’inchiesta "toghe sporche") è a Perugia visto che fu la procura umbra a ricevere per la prima la notizia di reato». Vero o falso?

Ci sono dei criteri per decidere qual è il giudice che deve valutare se qualcosa è accaduto e per responsabilità di chi. Il primo criterio è il luogo dove è stato consumato il reato. In un caso di corruzione come questo, un altro criterio è il luogo in cui c’è stato il passaggio di denaro dal corruttore al corrotto. O ancora il criterio della residenza, dimora o domicilio dell’imputato.

Bene. Nell’affare delle sentenze vendute e comprate, non si sa dove è stato consumato il reato. Il denaro della corruzione si è mosso estero su estero. Gli imputati hanno residenze e dimora in più città. Quando la situazione è questa, c’è soltanto un ultimo criterio per decidere la competenza territoriale: «La priorità di iscrizione al registro degli indagati». La formula assegna la competenza all’ufficio giudiziario che per primo ipotizza il reato. Previti accetta che questo sia il solo criterio utile, ma obietta che è stata Perugia e non Milano a lavorare per prima all’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Con questo argomento si rivolge al tribunale, alla Corte d’appello. La questione viene presa in esame ripetutamente dalla Corte di Cassazione e sempre l’argomento di Previti viene bocciato per il semplice motivo che non corrisponde documentalmente al vero.

Come è stato dimostrato in ogni sede e da ogni giudice che ha affrontato la contestazione, Perugia avvia un’indagine a seguito della denuncia del presidente dell’Imi Luigi Arcuti per «rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio» e non per «corruzione in atti giudiziari», reato ipotizzato soltanto dalla Procura di Milano. Ancora qualche mese fa (15 marzo), la Suprema Corte è ritornata ad affrontare la questione respingendo ancora una volta l’istanza di Previti e ricordandogli che «l’ipotesi di reato a Perugia era affatto diversa da quella per la prima volta iscritta dalla Procura di Milano». E, infatti, aggiungono i giudici della Cassazione «dopo le indagini, il fascicolo è stato trasmesso alla procura di Roma, segno evidente che quella di Perugia, a torto o fondatamente, non ha ravvisato reati commessi da magistrati romani in quanto altrimenti avrebbe ritenuto la sua competenza».

La questione della competenza è soltanto il primo degli argomenti del tipo «l’asino che vola» periodicamente giocato da Cesare Previti. Ce n’è un altro che, dopo molti cambi di fronte, passi obliqui e marce all’indietro, sembra oggi diventato il suo cavallo di battaglia contro i pubblici ministeri. E’ l’affare del 9520/95/21, il numero dell’inchiesta che ha partorito i processi di Milano.

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Il "9520/95/21". Per Cesare Previti, questo fascicolo d’indagine è abusivo, è illegale, è un mostro giuridico perché nessun giudice delle indagini preliminari lo ha autorizzato e, seppure lo avesse autorizzato, i tempi d’indagine sarebbero esauriti da quel dì. Vero o falso? Ci ritornano su gli amici di Forza Italia che hanno denunciato a Brescia Boccassini e Colombo: «I sostituti procuratori rifiutano di definire il fantomatico procedimento, sì che i suddetti atti restano segreti e occulti, mentre avrebbero dovuto essere depositati a norma di legge per consentire l’esercizio dei diritti della difesa». Anche in questo caso, Previti ha più volte proposto la questione ai tribunali che lo hanno giudicato chiedendone il sequestro. Richiesta respinta dai tribunali per lo meno in quattro occasioni (5,22,29 aprile, 15 maggio), per quanto è stato rapidamente possibile ricostruire.

La contestazione di Previti può essere riassunta così. I tre processi Lodo/Mondadori, Imi/Sir (poi riuniti in un unico dibattimento) e Sme sono stati stralciati dal fascicolo d’inchiesta "9520/95/21". Se questo fascicolo è illegittimo perché privo di autorizzazione a continuare le indagini (in ogni caso, scadute), il lavoro del pubblico ministero va annullato e con esso il processo, i processi.

È in un’ordinanza della IV sezione penale del tribunale di Milano (Paolo Carfì, Enrico Consolandi, Maria Luisa Balzarotti) che la contestazione viene affrontata a lungo, di diritto e di rovescio. Privata di tecnicismi, la questione è questa. Dall’inchiesta sulle toghe di Roma vengono isolati tre episodi di corruzione destinati al processo: il baratto delle sentenze Imi/Sir, Lodo Mondadori, Sme. In questi fascicoli vengono inseriti tutti «gli atti riferibili alle persone e alle imputazioni per cui è stata esercitata l’azione penale». Diciamo meglio, tutte le carte che riguardano gli imputati e le circostanze che vengono loro contestate. Il "9520/95/21" continua a vivere, ma soltanto «contro ignoti».

Ora Previti sostiene che quella proroga non è stata autorizzata dal giudice. E’ falso. L’autorizzazione del giudice, richiesta dal pubblico ministero il 10 febbraio del 1997, è agli atti dei processi di Milano. Come è potuta sfuggire agli avvocati di Previti (e colpevolmente anche agli occhiuti ispettori del ministro Castelli)? E come gli avvocati e Previti possono sostenere che «nel caso di procedimenti contro ignoti, il provvedimento del gip ha durata limitata nel tempo e, in particolare, "per un tempo non superiore a sei mesi"»?

Scrivono i giudici del tribunale di Milano: «Nel caso di procedimenti contro ignoti il codice prevede il provvedimento di autorizzazione alla prosecuzione delle indagini senza l’apposizione di alcun termine per la chiusura delle stesse». «Costantemente», avverte il tribunale, «la Cassazione ha affermato che la prosecuzione a proseguire le indagini contro ignoti non può essere sottoposta ad alcun termine finale» addirittura «qualificando come abnorme un provvedimento con il quale il gip, nell’autorizzare un pm a proseguire le indagini, imponeva un termine entro il quale concludere l’inchiesta».

Respinto sulla questa linea, definiamola di diritto, Previti aggira l’ostacolo aggrappandosi finalmente a qualche fatto. Dice, in sostanza: ritenete quel fascicolo legittimo? Bene, è legittimo! E allora datemelo perché, vedete, in quelle carte i pubblici ministeri hanno nascosto la prova della mia innocenza. Quali? Gli interrogatori dei magistrati di Roma che mi scagionano; le «imbeccate» che hanno condizionato la testimonianza di Stefania Ariosto, ad esempio.

Vediamo come sono andate le cose.

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Verbali spariti. Si comincia con alti strepiti. Dove sono, chiede Previti, chiedono gli avvocati di Previti e naturalmente poi gli avvocati di Berlusconi, le decine di verbali di interrogatorio raccolti a Roma dal pubblico ministero Paolo Ielo spedito da Milano nella Capitale per raccogliere le testimonianze dei colleghi dei magistrati corrotti? La denuncia (gran titoli nei media di riferimento) va avanti per un pezzo e semina qualche dubbio negli ignari. Ma come? Questi pm raccolgono testimonianze dell’innocenza degli imputati, per di più da decine di loro colleghi, e le nascondono? O ancora, perché con quel che spendono Berlusconi e Previti in avvocati (500 miliardi, a quanto pare) non individuano da soli i testimoni e raccolgono quelle testimonianze utili per una rapida assoluzione? Infine, perché quei testimoni non si fanno avanti spontaneamente?

Risposta semplice: quei testimoni e quelle testimonianze non ci sono, non sono mai esistite. Ielo raggiunge Roma e interroga due soli magistrati, Mario Antonio Casavola e Claudio D’Angelo. Inutilizzabili nell’affare milanese, i verbali vengono trasmessi utilmente alla procura di Perugia. Paradosso grottesco: quei due verbali sono mostrati dagli avvocati di Previti ai tribunali di Milano, da quegli stessi avvocati e da quello stesso imputato che, dai giornali, ne denunciano la «sparizione». Comunque, per lo meno in tre occasioni (8 luglio 2002/ 20 settembre 2002/ 16 maggio 2003) la I e la IV sezione del tribunale di Milano prendono in esame la possibilità di acquisire i due verbali. Ipotesi respinta perché (IV sezione) «il contenuto delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo è assolutamente irrilevante rispetto ai temi di questo processo... ictu oculi le dichiarazioni di Casavola riguardano tutt’altre vicende (casi Nomisma, Banco di Roma, lenzuola d’oro) tant’è che sono state trasmesse per competenza alla procura di Perugia... quanto a D’Angelo, egli si limita ad affermare in modo generico di aver intrattenuto corretti rapporti professionali con Squillante (Renato, giudice e imputato, n.d.r.)». Carte inutili, dunque, perché (I sezione) «proprio nell’ambito delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo, esibite dalla difesa Previti, emerge con sicurezza che non sono per nulla attinenti all’imputazione oggetto di questo procedimento».

Quei verbali «spariti» che dovevano essere, negli annunci dei media, la «prova regina» dell’innocenza di Cesare Previti non ne mutano, come si vede, la difficile condizione di imputato messo maluccio. Quando avverte di essere in questa condizione, Previti evoca Stefania Ariosto come per un riflesso automatico. Denuncia: i pubblici ministeri «hanno imbeccato quella donna» e le prove sono in un fascicolo segreto della Guardia di Finanza che mi si impedisce di consultare. E’ in quelle carte la «prova regina» della congiura contro di me.

Anche qui, occorre stare ai fatti.

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Ariosto. Stefania Ariosto racconta ai pm di Milano, in sostanza, un paio di cose: Previti ha rapporti molti stretti con magistrati romani, soprattutto attraverso Attilio Pacifico, anch’egli avvocato. Tra Previti, Pacifico e i magistrati (Squillante, soprattutto) c’è un gran passaggio di denaro. Nessuna di queste rivelazioni della testimone è stata smentita. Anzi. Nessuno sapeva chi fosse Pacifico e quando lo si scopre (grazie all’Ariosto) si comprende il suo ruolo di importatore/esportatore di denaro, mediatore tra Previti e i magistrati. Che poi tra Previti e magistrati corresse tanto denaro lo hanno dovuto ammettere anche gli imputati confessandosi evasori fiscali, maestri di compensazioni estero su estero o di «esterovestizioni», per dirla con Previti, necessarie a proteggere capitali illegalmente esportati. Il contributo (essenziale) della Ariosto all’indagine finisce qui. Quel che davvero mette nei guai gli imputati, come si sa, sono i movimenti di denaro sui conti esteri.

Tuttavia, quando è a mal partito, Previti estrae il nome dell’Ariosto e ricama qualche cabala. L’ultima è questa. Dice Previti: ecco, io ho qui una lettera della Guardia di Finanza che risponde a una mia domanda sul fascicolo personale dell’Ariosto in questo modo: «La documentazione contenuta nel fascicolo 103860 di schedario di questo comando intestato "Stefania Ariosto" è stata formata da ufficiali nel corso di attività di polizia e in quanto tale ha come indefettebile destinazione e esclusiva utilizzazione il pubblico ministero, a quale spettano definitive terminazioni». Come a dire, gli investigatori hanno lavorato per la procura, per qualsiasi determinazione rivolgetevi ai pm. Ora Previti ribalta quella risposta ovvia, la legge in modo ambiguo e sostiene che in quel fascicolo segreto, che gli viene negato, ci sono le prove dell’«imbeccata» della Ariosto e della congiura. Ma è vero che il fascicolo gli è stato negato? E’ vero che Previti non conosce il fascicolo?

Non è vero. Previti conosce quelle carte. Degli «appunti» della Guardia di Finanza sulla collaborazione della Ariosto si occupa la IV sezione penale (processo Lodo/Imi-Sir) per quattro volte in 25 giorni (22 aprile 2002/ 6,15,17 maggio 2002) «dando atto che erano state messe a disposizione di tutte le parti, le relazioni e gli appunti della Guardia di Finanza relative alla fonte "Ariosto"». La I sezione (processo Sme) se ne occupa il 3 e il 16 maggio 2003. In quest’ultima occasione il tribunale scrive: «... è da rigettare la richiesta di ordine di esibizione e addirittura di sequestro dell’intero fascicolo Ariosto formato dalla Guardia di Finanza nel periodo in cui la medesima riceveva informazioni da una fonte confidenziale. In proposito va detto che autonomamente il pm ha posto a disposizione delle difese le relazioni della Guardia di Finanza relative al procedere dell’assunzione di informazioni».

Anche in questo caso che cosa resta delle accuse di Previti?

Niente, se si esclude che l’imputato si chiama Previti; che è l’amico del Capo; che altri amici hanno spedito per posta una denuncia contro i pubblici ministeri a Brescia; che la procura di Brescia in 24 ore ha messo su un’inchiesta penale senza prendersi nemmeno la briga, come intigna qualche maligno, di verificare come d’abitudine (e obbligo) che quelle firme fossero autentiche. Così va l’Italia se ti chiami Cesare Previti.

ALMENO a parole la guerra civile fra sostenitori ed eversori della democrazia liberale è dichiarata. Il capo del governo Silvio Berlusconi, al ritorno da uno dei suoi viaggi nuziali, l’ha dichiarata in modo non equivocabile: «Perseguirò la guerra alla magistratura di parte fino alla sua sconfitta. Fosse anche questo il mio unico successo». La magistratura di parte per dire quella che non sta ai suoi ordini. E gli fanno eco gli uomini di assalto di Forza Italia o della Lega, gli stessi che minacciano di riaprire il movimento di secessione della Padania. Non a caso, fra il secessionismo della Lega e il rifiuto della giustizia di Berlusconi esistono le affinità elettive di un autoritarismo che non accetta controlli e freni.

I metodi di lotta politica sono certamente simili: l’offensiva continua, le spallate successive, l’avversario "lavorato al corpo" per vedere se gli saltano i nervi, se cede a stanchezza o impotenza. È il solito dire e disdire. Le rodomontate dei vari Calderoli e dei Bondi smentibili se la manovra intimidatoria non passerà.

La guerra fra la democrazia delle istituzioni e i suoi aggressori autoritari è un dato di fatto. In una dichiarazione congiunta i magistrati del Consiglio superiore della magistratura del centrosinistra fanno il punto su questa guerra preventiva e continua tipica del conservatorismo radicale diffuso nel mondo intero: "La istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta per accertare se una parte della magistratura ha operato e opera come associazione a delinquere a fini eversivi mette in pericolo gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione e pone, a nostro avviso, non più e non solo un problema di tutela della onorabilità e della credibilità dei singoli magistrati e della intera magistratura ma anche la necessità di valutare che cosa il Consiglio superiore possa fare per adempiere al dovere costituzionale di difendere l’indipendente esercizio della giurisdizione".Con il suo esercito di avvocati pronti a procurare armi formali alla offensiva autoritaria si è già arrivati, nel caso della commissione di inchiesta, a mettere in pratica la dittatura della maggioranza. Prima questa maggioranza vota la creazione di una commissione inquirente che punta a mettere sotto accusa la magistratura che ha osato opporsi ai voleri del "piccolo Cesare" e come secondo e definitivo passo minaccia chi si oppone di offesa a un organo dello Stato democraticamente eletto. Dice il leghista Calderoli: «Dichiarazioni sottoscritte da una parte dei componenti del Consiglio superiore della magistratura sulla istituzione di una commissione di inchiesta sono di una gravità estrema e rappresentano, esse stesse, motivo in più per procedere alla approvazione della commissione».

Quando la democrazia autoritaria scopre il potere formale che è a sua disposizione non ha più limiti. Il rifiuto dei magistrati di prestarsi a una operazione di potere diventa un reato punibile con la galera. Il vicepresidente del Senato Calderoli, riconoscibile per il tovagliolo verde che straborda dal suo taschino, si rivolge già al Codice penale: «Sarei lieto che chi di competenza valutasse se ricorrono o meno gli estremi previsti dall’articolo 289 del Codice penale, quello che fa riferimento all’attentato contro organi istituzionali. È assolutamente necessario dare il via alla Commissione estendendo, con un emendamento, l’indagine anche sulla attività degli ultimi anni proprio del Consiglio superiore della magistratura. Continuo a essere sempre più convinto che si debba prevedere nelle riforme anche la revoca del potere disciplinare del Csm. Gli esiti della inchiesta confermeranno questa necessità».

Il bulldog della Lega, da perfetto liberale, sa già come finirà la commissione di inchiesta e ha la faccia tosta di chiedere al «presidente della Repubblica nella sua qualità di presidente del Csm di approvare l’iniziativa».

C’è da chiedersi a questo punto il perché di questa accelerazione berlusconiana verso lo scontro frontale. Una ragione solo in apparenza marginale è che egli non conosce altra organizzazione del potere che quella aziendale dove il comando del padrone è totale e indiscutibile. In buona o in mala fede i "Ceo", come chiamano in America i sommi dirigenti aziendali, sono indiscutibili, al di sopra delle leggi e della morale.

Per Berlusconi, arrivato per vie magiche più che politiche al sommo del potere, la resistenza di una parte della magistratura al suo disinvolto modo di governare non è un ostacolo imprevisto ma un’offesa imperdonabile, un rifiuto della sua missione provvidenziale, del Bene che egli rappresenta contro il Male dei sempre comunisti che sono tutti coloro che non si inginocchiano di fronte a lui. La seconda ragione, più politica che personale è che egli si sente, come dovette sentirsi Mussolini nei giorni della crisi Matteotti, i giorni in cui un capo politico sa di poter guadagnare o perdere tutto e perciò non esita a giocare forte e pesante. Fa specie vedere che il berlusconismo dilaga anche in campo sportivo: chi tenta di mettere ordine viene accusato di essere nemico delle istituzioni.

Titolo a tutta pagina di quasi tutti i giornali: «Ciampi smentisce Berlusconi». Ovvero: il presidente della Repubblica, sulla cui lealtà, coerenza, rispettabilità non esistono né dubbi né riserve, è tirato ingiustamente in ballo. Dice il capo del governo: «Il Quirinale non critica la riforma tv». Tre ore dopo secca smentita e precisazione: «Non è vero niente, non ne abbiamo mai parlato». Addirittura. Si tratta dunque, scegliete voi il vocabolo che vi sembra più adeguato, di menzogna, frottola o più semplicemente di bugia? Tra i due personaggi di cui si discute, chi vi sembra il più credibile? Domanda legittima: ma il Berlusca, come lo chiamava Bossi, il pensatore della Lega, che concetto ha dei suoi compatrioti? E di questa nazione? Si è reso conto che quando entra a Palazzo Chigi non sta andando in ditta?

Gli americani, quando non danno credito a un individuo, dicono: «Comprereste un’auto usata da questo signore?». L’ Economist ha tracciato un ritratto poco lusinghiero di Berlusconi, confermando quello che modestamente sosteniamo da tempo: in lui non c’è affatto conflitto di interessi, perché pensa soprattutto al suo. Le sue aziende, i suoi soldi. È un caso, credo, unico al mondo: ha tre reti televisive, pari con quelle statali, la più forte casa editrice italiana, un quotidiano e un importante settimanale, e divide l’universo in due: o con me o contro di me. Non c’è da abbassare i toni, ma da stare zitti.

Non avete una idea di quali disponibilità al servilismo dimostrino gli estimatori, neppure ai tempi di Starace c’erano così clamorose e pubbliche dichiarazioni di devozione. C’è chi ha parlato non solo per sé ma per tutta la famiglia, nonni compresi. Con che faccia sorridente, per ispirare penso ottimismo, si presenta oggi il presidente del Consiglio, smentito senza equivoci o sfumature, da Ciampi? Chi deve credergli?

Non sono eleggibili inoltre:

1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l'autorizzazione è sottoposta;

2) i rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato;

3) i consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l'opera loro alle persone, società e imprese di cui ai numeri 1 e 2, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra.

Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di Prefettura.

http://info.supereva.it/giuseconi/361-57.htm?p

Nell'era del liberismo selvaggio, non c'è nulla di scandaloso nel privatizzare la giustizia. Basta dirlo apertamente, applicando ad ogni provvedimento ad personam la relativa etichetta: legge Berlusconi, articolo Previti, comma Squillante...Un giorno di molti anni fa, quand'era ministro dell'Interno e rappresentava il governo in parlamento, Oscar Luigi Scalfaro dovette sciropparsi l'interminabile catilinaria di un deputato meridionale, noto principe del foro, che argomentava dottamente come e perché si dovesse riformare un articolo del codice di procedura penale. A un certo punto, esausto, Scalfaro l'interruppe: «Avvocato, abbia pazienza, mi dica quale processo vuole sistemare. Così magari ci mettiamo d'accordo e la facciamo finita...». «Risate da tutta l'aula», annotano i resoconti stenografici della seduta. Oggi, se un ministro ripetesse una frase del genere, scatterebbe immediata la richiesta di dimissioni. E oggi, al posto delle risate, esploderebbe l'insurrezione generale per leso garantismo. Perché da allora il parlamento della Repubblica italiana ha compiuto un notevole salto di qualità. Di avvocati che invocano riforme per salvare dai guai i loro clienti ce ne sono non uno, ma decine. E oggi, a differenza di quello là, le ottengono. Anche perché ora, in parlamento, non ci sono più soltanto gli avvocati. Ma direttamente gli imputati. Che si propongono e si approvano le leggi su misura. A seconda delle necessità processuali del momento. Prêt-à-porter. Dai decreti Conso e Biondi alla legge antimanette, dalle bozze Boato al nuovo 513, dalla Simeone-Saraceni al pacchetto sul giudice unico, dalla riforma dell'immunità a quella per le intercettazioni, fino alle nuove norme sui pentiti e sull'incompatibilità gip-gup, basta guardare in controluce e prenderanno forma le fattezze dell'imputato o degl'imputati eccellenti che si tenta di salvare. Per motivi di trasparenza e decenza tanto varrebbe ufficializzare il tutto: nell'era del liberismo selvaggio non c'è nulla di scandaloso nel privatizzare la giustizia personalizzando le riforme in materia. Basta dirlo apertamente applicando a ogni provvedimento ad personam la relativa etichetta, con tanto di nominativo e didascalia al posto degli aridi numeri. In luogo di legge numero 354, articolo 2, comma bis, paragrafo ter, sarebbe molto più igienico indicare legge Berlusconi, processo Toghe sporche, articolo Previti, comma Squillante, paragrafo Dell'Utri eccetera. Così tutti capiscono e si dissipano i sospetti di sotterfugio. Alla luce del sole, come si conviene a una democrazia avanzata.

Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi in cui si gridava allo scandalo per le leggi «a gentile richiesta».

Nel 1973 il pretore di Genova Mario Almerighi scoprì che la legislazione fiscale in materia di petroli veniva scritta ed aggiornata direttamente dall'Unione petrolifera italiana che graziosamente prestava i suoi uomini al governo per la bisogna. In cambio imbottiva di miliardi i ministri e i loro partiti. Fu la prima Tangentopoli d'Italia, subito saggiamente archiviata dalla commissione parlamentare inquirente, con la collaborazione della procura di Roma che fagocitò in tempo reale il processo.

Anche le altre grandi imprese venivano amorevolmente sponsorizzate dallo Stato, come ha raccontato l'ex amministratore delegato di Fiat Auto, Vittorio Ghidella, al processo Romiti: «Un settore per arricchire la Fiat Auto era la contribuzione statale per le ricerche tecnologiche. Qui semplicemente si gonfiavano le spese e le ore di applicazione da parte di Fiat Auto e si lucravano somme che coprivano abbondantemente il costo della ricerca. Anzi, si traevano dei buoni guadagni. Se il ministero fosse venuto a controllare, se ne sarebbe accorto. Ma oggi è impossibile. La legge era stata studiata apposta per dare dei soldi a ufo...».

Il 16 ottobre 1984 tre pretori, legge alla mano, vietano al cavalier Berlusconi di trasmettere i programmi dei suoi tre network in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Lui replica con la serrata delle tre reti, facendo credere all'Italia che i giudici abbiano «oscurato la tv libera». Poi va a piangere dal suo amico e compare di battesimo Bettino Craxi. Che, tra l'altro, è presidente del Consiglio. Da Londra, dov'è in visita ufficiale, Craxi convoca un consiglio dei ministri ad hoc, primo punto all'ordine del giorno un decreto «che ripristini il dominio del buonsenso», cioè che oscuri i magistrati per riaccendere le tivù illegali del suo amico. Financo il ministro delle Poste Antonio Gava ha qualche dubbio («Sarebbe un errore agire in termini di conflitto con l'autorità giudiziaria, che interpreta norme esistenti»), ma Craxi minaccia la Dc di andare alle elezioni anticipate. E la spunta. Il 21 ottobre le reti berlusconiane tornano a trasmettere in tutta Italia. Ma il 28 novembre, a sorpresa, la Camera vota a maggioranza per l'incostituzionalità del «decreto Berlusconi», che decade ipso facto. I pretori reiterano il divieto di trasmissione oltre l'ambito locale. «Non si era mai visto», dice il pretore di Torino Giuseppe Casalbore, «che a una diffida fatta a un imputato rispondesse la presidenza del Consiglio con un durissimo comunicato». Il 6 dicembre, il governo Craxi vara il secondo «decreto Berlusconi». Poi, per farlo convertire in legge in tempo utile, fa contingentare i tempi degl'interventi in parlamento. Infine pone la questione di fiducia per annientare tutti gli emendamenti.

Per la prima volta nella storia repubblicana, due decreti prendono il nome del beneficiario. E il caso desta un enorme scalpore, per mesi e mesi. Ripetendosi pari pari nel luglio del '90, quando il governo Andreotti pone la fiducia sugli articoli più sfacciatamente filoberlusconiani (quelli sulla pubblicità in tv) della legge Mammì. Veltroni, in aula parla di «fiducia Berlusconi». Cinque ministri della sinistra Dc si dimettono e Andreotti li rimpiazza in una notte. È il prologo, con quattro anni d'anticipo, del governo Berlusconi. Ma anche quella volta lo scandalo nel paese è enorme.

Nel marzo 1993, a un anno e poco più dallo scoppio di Tangentopoli, tiene banco un altro decreto: prende nome dal ministro della Giustizia Giovanni Conso. Ma dovrebbe chiamarsi «Craxi», visto che a volerlo fortissimamente è il presidente del Consiglio Giuliano Amato, da sempre spirito guida dell'inquisitissimo boss socialista, che l'ha imposto al suo ministro «tecnico». Il decreto depenalizza il finanziamento illecito ai partiti. Se passasse, sarebbe il colpo di spugna su gran parte delle ruberie passate, presenti e future della classe politica e imprenditoriale. Ma per fortuna il presidente Scalfaro non lo firma.

Anno nuovo, governo nuovo, decreto nuovo. Questa volta per imporre leggi pro Berlusconi non c'è più bisogno di Craxi (tra l'altro indisponibile per sopravvenuta latitanza). Ci pensa lo stesso Berlusconi, appena promosso presidente del Consiglio: il 14 luglio '94, ecco pronto il decreto Biondi che proibisce l'arresto per i reati di Tangentopoli. Una liberazione per Paolo Berlusconi, che stava per essere arrestato con altri manager della Fininvest per le mazzette alla guardia di finanza. Ma, visto che la legge è uguale per tutti, escono anche centinaia di detenuti. Stavolta Scalfaro firma, ma la rivolta del paese prima, di Fini e di Bossi poi, costringe il governo alla retromarcia. E, appena il «Salvaladri» decade, Berlusconi junior finisce a San Vittore. «Il decreto non l'ho fatto certo per me o per i miei, ma per un desiderio di giustizia» dice il Cavaliere. Gianfranco Miglio lo smentirà pochi mesi dopo: «Nei giorni del decreto Biondi, Berlusconi mi disse: "Dovevamo farlo passare perché i magistrati stavano perseguitando me e i miei amici"».

A fine anno viene inquisito anche Silvio, mentre la procura di Torino mette gli occhi su Marcello Dell'Utri per le fatture false di Publitalia. Il Polo riesuma il decreto Biondi e, con qualche correttivo per renderlo un po' meno indecente, lo ricicla sotto le pompose spoglie di «Riforma della custodia cautelare e dei diritti di difesa». Il centro-sinistra, per quieto vivere (bisogna tenere in piedi l'anemico governo Dini), inaugura la lunga stagione dell'inciucio. E appoggia la presunta riforma.

La sostanza è più o meno la stessa: mille ostacoli agli arresti, non solo per Tangentopoli, ma anche - in nome della par condicio - per gli altri reati. E, per soprammercato, una serie di legnate ai pubblici ministeri, cosìimparano. Un imperdonabile disguido rallenta l'iter della legge che passerà solo a fine agosto '95. Cosìa maggio i giudici di Torino fanno in tempo ad arrestare Dell'Utri, che sta inquinando allegramente le prove: con la riforma in vigore, non avrebbero più potuto fermarlo. Ad abundantiam, c'è anche qualche regalo alla mafia, compresa l'abolizione dell'arresto per i falsi testimoni, voluto a suo tempo da Falcone e Borsellino.

Quella stessa estate, in gran segreto, Stefania Ariosto comincia a raccontare al pool le avventure di Previti, Berlusconi, Squillante e di tutto il porto delle nebbie. Nel marzo '96 finisce in carcere Squillante, Previti e Berlusconi sono indagati anche per le mazzette ai giudici. $è lo scandalo più grave dall'inizio di Tangentopoli. Sperare nella prescrizione è troppo rischioso: non resta che l'amnistia. Ma ci vuole una scusa che tenga. Eccola: prima si fa la Grande Riforma, dopodiché «si volterà pagina». Ci prova Antonio Maccanico, con il governo di larghe intese e larghissima amnistia, ai primi del '96: fallisce per merito di Fini. Peccato, c'era pure Lorenzo Necci superministro delle infrastrutture. Si va alle elezioni. «Stavolta, se vinciamo, non facciamo prigionieri», promette Previti. Invece perde, e si fa la Bicamerale. «Non dovrà occuparsi di giustizia», dice D'Alema a dicembre. Ma a gennaio '97 Berlusconi protesta e lo vota presidente della commissione. E D'Alema cambia idea: «La Bicamerale dovrà occuparsi di giustizia». Il retroscena lo racconterà, anni dopo, Francesco Cossiga: «Berlusconi mi disse che gli fecero accettare la Bicamerale con D'Alema presidente, promettendogli che a quell'accordo ne sarebbe seguito un altro più impegnativo per un governo di unità nazionale, in cui Forza Italia avrebbe partecipato insieme ai Ds e al centro-sinistra». Magari con un ministro della Giustizia come il presidente del comitato garanzie della Bicamerale, che abusivamente si occupa di giustizia: l'apposito Marco Boato, ex lottatore continuo, ora graditissimo al Cavaliere. Le sue continue bozze, sfornate a ritmi vertiginosi, sembrano scritte a quattro mani da Licio Gelli e Cesare Previti. Prevedono ingerenze politiche a gogo nella magistratura, lo smembramento del Csm, la manomissione dell'azione penale obbligatoria e tante altre piacevolezze. Molto apprezzato da caterve di imputati l'art. 129, che recita: «Non è punibile un fatto previsto come reato nel caso che esso non abbia determinato una concreta offensività». È quel che dice sempre il cavalier Berlusconi: «Nel sentire della gente, non è considerato reato ciò che non danneggia gli altri». Intanto, a scanso di equivoci, si abbassa pure dai due terzi al 50 per cento più 1 il quorum parlamentare per approvare le amnistie.

Il 9 aprile '97 il gup di Torino Francesco Saluzzo condanna il presidente della $$fiat Cesare Romiti a 1 anno e 6 mesi per falso in bilancio, finanziamento illecito ai partiti e frode fiscale. L'indomani, con notevole tempismo, dal Polo, dal Ppi e da mezzo Pds si leva un solo grido: «Depenalizziamo il falso in bilancio e il finanziamento illecito». Come «reati minori». Molto in auge la teoria della «modica quantità», appena sostenuta con scarso successo dagli avvocati romitiani Chiusano e Coppi, e ripetuta pari pari dai collegi difensivi del clan Fininvest, anch'esso imputato per falso in bilancio da capogiro: l'ex magistrato e ora deputato di Rinnovamento italiano, Marianna Li Calzi, propone che il falso in bilancio rimanga reato soltanto quando viene «falsata in modo rilevante la rappresentazione delle condizioni economiche della società». Se un'azienda fattura migliaia di miliardi, potrà occultarne agli azionisti diverse centinaia. Chi più ha, più rubi.

Intanto, alcuni processi di Tangentopoli stanno per giungere alla sentenza definitiva. Molti imputati eccellenti rischiano la galera.

Non sia mai. Ecco dunque, puntualissima, una riforma per impedire il tragico evento. $è l'agosto del '97 quando passa, a gran maggioranza, il nuovo art. 513 del codice di procedura penale. Tutte le accuse non ripetute in aula diventano carta straccia, i processi in corso devono ricominciare da capo, le sentenze già emesse non valgono piu`. La Cassazione annulla le condanne di Craxi e Martelli per l'Enimont e per il conto Protezione: quella di Craxi per la Metropolitana milanese, quella di Paolo Berlusconi e vari politici per le mazzette sulle discariche. E cosìvia, a tutte le latitudini. Restano da sistemare alcune giunte regionali inquisite per varie malversazioni: sempre nell'estate del '97, viene pure abolito l'abuso d'ufficio non patrimoniale (con dimezzamento delle pene e dei termini di prescrizione per la fattispecie patrimoniale). Risultato: assolti in blocco, per legge, gli assessori del Piemonte e della Lombardia, imputati per la lottizzazione delle Usl, e quelli dell'Abruzzo, a suo tempo arrestati per una colossale spartizione di fondi comunitari. Idem per i vigili torinesi che restituivano ad amici, parenti e «vip» raccomandati le patenti sequestrate per varie infrazioni. La fanno franca pure gli inquisiti di Affittopoli, mentre quelli del caso Sisde beneficiano della prescrizione anticipata per legge.

Il '98 si apre alla Camera con il salvataggio di Previti dall'arresto. E prosegue con l'udienza preliminare dell'inchiesta Toghe sporche (imputati Berlusconi, Previti, Squillante e Pacifico). Il Cavaliere, intanto, colleziona le sue prime tre condanne: 16 mesi (condonati) per il falso in bilancio di Medusa Cinema, 35 mesi per corruzione della guardia di finanza, 28 mesi per i finanziamenti illeciti di All Iberian a Bettino Craxi. Ce n'è abbastanza per far crollare in parlamento gli ultimi freni inibitori, per cancellare ogni residua traccia di pudore. Produzione di leggi ad personam in quantità industriali. Il Polo comincia col chiedere l'abolizione del carcere per chiunque abbia compiuto 60 anni (guarda caso: nel '98 Berlusconi compie 62 anni, Previti e Craxi 64, Squillante 71). L'idea non passa, ma poi la legge Simeone salva dal carcere almeno gli ultrasessantenni con «inabilità anche parziale». La prostata di Berlusconi e il diabete di Craxi dovrebbero bastare.

Altra «emergenza giustizia»: la Cassazione sta per esaminare le condanne per la maxitangente Enimont. E chi deve scontare più di 2 anni rischia di finire in galera: Forlani, Sama, Bisignani, Garofano, Giallombardo. Urge provvedere. Il 13 giugno la Suprema corte conferma le condanne, e - guarda caso - il 14 giugno entra in vigore la legge Simeone-Saraceni, che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni. Tutti felicemente fuori.

La Corte d'Appello di Milano respinge l'istanza di revisione del processo per l'assassinio del commissario Calabresi: nessuna speranza per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati in via definitiva a 22 anni di carcere? Nemmeno per sogno. Il parlamento rimedia subito con l'ennesima riforma su misura, la «legge Sofri». A tempo di record: il 17 settembre '98 l'inizio del dibattito al Senato, l'11 novembre l'approvazione definitiva alla Camera. Visto che Milano è contraria alla revisione, se ne occuperà Brescia, e se anche Brescia dirà no, giudicherà Venezia. All'infinito.

Anche Sgarbi rischia grosso: dopo la condanna a 6 mesi per truffa ai danni dello Stato (definitiva), e le continue pene subite in vari gradi di giudizio per gli insulti lanciati contro magistrati e privati cittadini, i tribunali cominciano a negargli la sospensione condizionale della pena. Ecco dunque l'apposita proposta di riforma costituzionale avanzata dal Polo (primo firmatario, Vittorio Sgarbi, seguito a ruota da Filippo Mancuso e altri): senatori e deputati non saranno più insindacabili soltanto per «i voti dati e le opinioni espresse» nell'esercizio delle funzioni parlamentari, come finora ha previsto la Costituzione, ma potranno anche insultare chi gli pare, «indipendentemente dal senso letterale della parola adoperata e dai contenuti espressi (...) anche fuori dal Parlamento». Ad esempio su Canale 5, sul fare del mezzogiorno. Il centro-sinistra si oppone, anche se poi alla Camera e in Senato collabora col Polo nel dichiarare insindacabili quasi tutti gli eletti impedendo ai tribunali di processarli per calunnie, ingiurie e diffamazioni varie. Inaugura il 1999 il caso Dell'Utri: richiesta di arresto da Palermo per ogni sorta di inquinamento probatorio, a base di falsi pentiti, calunnie aggravate ed estorsioni: il tutto documentato da una montagna di intercettazioni sui telefoni di alcuni pentiti avvicinati dall'onorevole berlusconiano. La Camera, ça va sans dire, dice no all'arresto. E contemporaneamente mette all'ordine del giorno la riforma delle intercettazioni. Da un lato Polo e Ulivo escludono, dai reati per cui è consentito intercettare: la calunnia (guarda caso, quella contestata a Dell'Utri), l'associazione per delinquere semplice e, già che ci sono, tutti i delitti di Tangentopoli. Poi, quando lo scoprono i giornali, ci ripensano per la vergogna. Ma ecco un'altra idea geniale: oltre al divieto di intercettare l'utenza di un parlamentare, prevedere l'inutilizzabilità di tutte le conversazioni intercettate sull'utenza di privati cittadini (regolarmente intercettati) che parlano con parlamentari. La Camera approva. Il Polo propone addirittura di distruggere tutte le bobine in cui qualcuno nomina un parlamentare (chissà mai a quale pensano): ma questa è troppo grossa financo per il centro-sinistra, che però è d'accordo di incenerirle «quando sono irrilevanti», mentre per quelle «rilevanti» i magistrati dovranno chiedere il permesso al parlamento, prima di utilizzarle. Resta da spiegare come si possa considerare irrilevante che due delinquenti, parlando fra loro, facciano il nome di un parlamentare.

Ma Dell'Utri non ha problemi soltanto a Palermo. La condanna a 3 anni subita a Torino per false fatture, confermata in Appello con un rincaro di altri 2 mesi, rischia di diventare definitiva in Cassazione: nemmeno la legge Simeone risparmierebbe al deputato-imputato un paio di mesi al fresco. Ecco dunque un'altra legge ad hoc: quella che consente di patteggiare le pene anche in Cassazione. Approvata due giorni prima che la Corte decida su Dell'Utri, la legge permette ai suoi difensori di presentare istanza di patteggiamento. Con relativo sconto di pena e scampato pericolo di arresto. Nella primavera del '99, ormai una ciliegia tira l'altra. E quasi tutte finiscono in pasto a Previti, sempre più allarmato per l'avanzare dell'udienza Toghe sporche. Il pacchetto Carotti, con le norme di accompagnamento della riforma del giudice unico, viene infarcito di codicilli su misura. Un emendamento dei forzisti Gaetano Pecorella e Donato Bruno prevede di «diminuire sempre la pena quando l'imputato è incensurato o ha superato i 65 anni di età»: un'attenuante speciale che, aggiunta alle altre, accorcerebbe i termini di prescrizione del processo a Berlusconi, Previti & C. e, in caso di condanna, li salverebbe da pene superiori ai 3 anni (cioè dal carcere). Viene respinta a fatica, visto che mezzo Ppi non vede l'ora di approvarla. Approvato invece dalla Camera, nell'indifferenza generale, il nuovo art. 431 del codice di procedura, al posto di quello preparato da Giovanni Falcone nel '92 e approvato soltanto dopo la strage di Capaci: verranno espulsi dal fascicolo del dibattimento «i verbali degli atti assunti nell'incidente probatorio e quelli assunti all'estero in sede di rogatoria». In pratica, tutti gli accertamenti bancari e le testimonianze raccolte all'estero per rogatoria diventano carta straccia. E qual è il processo in corso con il maggior numero di atti acquisiti per rogatoria? Ma il processo Toghe sporche, naturalmente. Un processo che, se tutto va bene, potrebbe non iniziare neppure. Previti e Berlusconi sono così preoccupati per la lentezza del sistema giudiziario che fanno di tutto perché quell'udienza preliminare, iniziata il 29 giugno '98, non finisca mai. Le hanno provate tutte: dai continui rinvii per impegni parlamentari di dubbia urgenza (i due sono dei recordman dell'assenteismo) all'incredibile richiesta di termini fino al 2005 per «studiare le carte»; dalla ridicola ricusazione del pool (come se gli imputati potessero scegliersi il pm che preferiscono) a quella del gip Alessandro Rossato, lo stesso che dispose l'arresto di Previti e che ora conduce l'udienza preliminare. Richieste irricevibili per la giustizia, ma non per il parlamento, che le ha addirittura trasformate in legge, con la fattiva collaborazione della maggioranza. Il 2 giugno, infatti, il senatore Guido Calvi (Ds) propone e fa approvare un emendamento al decreto Diliberto sul giudice unico, per rendere immediatamente esecutiva l'incompatibilità fra gip e gup che il governo voleva rinviare al 2 gennaio 2000. Traduzione: Rossato, avendo già preso decisioni in fase d'indagine preliminare, dovrà farsi da parte ed esser sostituito da un collega che non ha mai letto un rigo di quel processo. Risultato: tutto si bloccherà per almeno un anno. Il resto lo farà la prescrizione, che per le accuse più gravi - le mazzette più recenti, quelle fino al '92 per la sentenza Imi-Sir - potrebbe scattare nel 2001. Una vera fortuna visto che difficilmente la corruzione in atti giudiziari (fino a 8 anni di carcere) potrebbe rientrare nell'amnistia giubilare prossima ventura.

Restano ancora da sistemare alcuni dettagli, come i pentiti di mafia: ma per quelli c'è pronta la riforma della legislazione premiale (che diventerà punitiva) e quella dell'art. 192, degno completamento del 513 (oggi in versione Super, che dopo la bocciatura della Corte costituzionale entrerà direttamente in Costituzione): non farà più differenza se a parlare saranno uno o dieci o venti collaboranti. Divieto totale di riscontri incrociati. L'avevano previsto alcuni camorristi intercettati a Napoli un paio d'anni fa mentre brindavano al 513: «Hanno fatto una bellissima riforma e ora ne faranno un'altra». Ma Totò Riina, che queste cose aveva chiesto ai politici amici nel famoso “papello” del '94, può già dirsi soddisfatto: gli han pure chiuso Pianosa e l'Asinara, rammollito il carcere duro e quasi abolito l'ergastolo. A ciascuno il suo, insomma. È l'ultima frontiera della giustizia, nell'ambito della Grande Riforma del welfare: la giustizia privatizzata, personalizzata. Come ha scritto Michele Serra, “che un miliardario con aereo privato, mass media privati, partito privato e addirittura cimitero privato pretenda anche una giustizia privata è perfettamente nella logica”. Già, ma perché solo lui?

C’era un oratore da banchetto, pronto e infallibile anche sull’argomento più ostico che i commensali scegliessero a sorpresa: a esempio, «femore»; e lui volava. «Il femore, o signori, è un osso d’armoniose proporzioni». Loquela innocua, spendibile nelle cerimonie nuziali, funebri, accademiche. Fioriscono anche elocutori meno dediti all’arte pura. Eccone uno nelle cui ballate spesso figura Berlusco felix (così i contemporanei chiamano Lucio Cornelio Silla, al quale riesce ogni impresa). L’anno scorso avevo raccolto due detti memorabili: una similitudine (l’affarista barzellettiere paragonato a De Gaulle) e l’articolo dove, a proposito del conflitto d’interessi, enumerava tre effetti negativi. Primo: finché sia malvista dall’Europa, Mediaset non acquisirà mai i "gioielli televisivi" continentali; Deo gratias, direi. Secondo, la Rai è succuba della sinistra. Infine (salto acrobatico), i pubblici ministeri sono strapotenti e impuniti. Stavolta, fulmineo, risponde ai motivi della sentenza Imi-Sir e Lodo Mondadori stroncandola (Corriere della Sera, 8 agosto). Hanno cinque colpe gli autori: predicano valori morali; dipingono l’imputato; rievocano le polemiche esplose durante il processo; rivendicano l’imparzialità; scrivono storia. Roba da "giustizia militante", "tribunali speciali", "Stato etico" (i modelli novecenteschi sono corti moscovite 1936-38, il Volksgerichthof nazista, i nove scherani in divisa nera che condannano i "traditori" fascisti a Verona, 10 gennaio 1943). Poi spiega come motivino le sentenze i "buoni sistemi giuridici". Indi declama punti interrogativi: cosa legittima gli ayatollah togati al mestiere storiografico? (lui compone historiettes divulgative); può un giudice dolersi degli attacchi subiti?; non è "conflitto d’interessi" pari al berlusconiano? Ormai nei circoli neutrali è mala physiognomìa avere riflessi morali e una testa che pensa.

Irriconoscibile. Ha cambiato stile, dalla prosa notarile al canto impetuoso e ventila l’idea d’una falsa giustizia milanese. Forse qualche credulo beve ma ogni lettore sveglio fiuta il trucco, svelato nell’intervista al presidente del collegio (p. 10). Perché due atipiche pagine introduttive? Risposta: "uno scatto d’orgoglio"; avevano taciuto anni interi sotto infami contumelie. Risposta limpida, noncurante dei commenti obliqui. L’ex-ambasciatore pilucca nelle due pagine, ignorandone 535. Se cerca una macchina critica d’ottima fattura, legga quelle sui reperti, dalle minute d’atti giurisdizionali sequestrate negli archivi d’avvocati-ombra ai conti bancari esteri: Corte d’appello e Cassazione diranno se resti qualche dubbio; spacciarle come fiction politicante è gesto falsario. Lo lasci agl’interessati o al personale del Barnum forzaitaliota.

Gli argomenti della seconda metà tagliano il fiato: a Milano c’è un tribunale montagnardo; condannando elude la questione del come mai avvenissero tante baratterie. Qui pesca nel Foglio 7 agosto, fonte quasi biblica: delinquevano tutti, politici, imprenditori, finanzieri, "persino alcuni magistrati" (infatti, sedevano alla sbarra nelle aule milanesi); correva una "contabilità perversa" tra economia e politica; burocrati corrotti; imprenditori d’avventura perseguivano impunemente disegni impensabili nel mercato. Ha descritto benissimo l’impero televisivo fondato sul privilegio. Allora è una fandonia la ghigliottina con cui "i comunisti", manovratori della magistratura eversiva, decapitano l’Italia liberal-cattolica affossando una virtuosa classe politica: nei primi anni Novanta il malaffare pullula dovunque un pubblico ministero scavi; anzi, basta grattare col dito; e ripullula nel terzo millennio sotto l’ala liberista (perciò gli homines novi vogliono procure ministeriali, affinché nessuno disturbi gl’integrati).

Resta l’ultimo quarto, sbalorditivo. Che la malattia richiedesse terapie politiche, l’aveva detto Craxi (eponimo del sistema). Oggi l’ascolteremmo. Se vuol essere fedele alla sua missione storica, B. rilanci l’idea: ha tutti i titoli; "vecchio imprenditore", conosceva a menadito i giri. Non è perfida ironia. Gli consiglia mosse clamorose: promuovere un bagno collettivo; esca "dal pantano in cui rischiamo" d’affogare; "vol[i] più alto"; "molti gliene sarebbero grati". Se ho capito bene, raccomanda una bevuta nel fiume Lete, pochi sorsi del quale estinguono le memorie. Lavarsi significa oblio delle cose antipatiche. Fingiamo che B. sia vero imprenditore, dagli esordi adamantini, senza passato piduista, uomo d’una sola parola, incline al rispetto delle norme, lettore d’Erasmo e Tommaso Moro, mai volgare: che i network non nascano dal privilegio negoziato sotto banco; i relativi programmi coltivino le anime; l’agonista d’Arcore non falsifichi bilanci, né frodi il fisco; convertendo l’azienda nel partito, salvi l’Italia dal drago comunista; e siccome guarda solo l’interesse collettivo, sia inutile ogni cautela normativa. Nei mondi virtuali il passato fluttua: ci vuol poco a cambiarlo, ancora meno se cooperano gli oppositori; insomma, torniamo all’aprile 1994 quando, unto dal popolo, destina alla giustizia l’on. P., ora condannato a 11 anni dal "Tribunale speciale".

Peccato che l’incantesimo non attecchisca. Pochi italiani bevono dal Lete. Mentre S.R. predica bagni pro divo Berluscone, la campana economica suona a morto: secondo calo stagionale del Pil; è la prima volta dopo 11 anni; e da 2 pontifica lo pseudo-taumaturgo insuperabile nell’arricchirsi in barba alle regole. Sebbene voli sulla mongolfiera d’un Ego mostruoso, sente l’acqua alla gola: infatti, cova misure straordinarie; gli presterà man forte l’hard boiled ex-ministro degl’Interni, reso famoso dal turpiloquio su un morto davanti al quale dovrebbe stare col cappello in mano, chiedendo umilmente perdono.

Parliamo ancora dei tropismi: sono movimenti d’un organismo, pianta o animale, causati da stimoli esterni; se ne vedono tanti nel bestiario politico. Ne abbiamo alcuni sotto gli occhi. Giovedì 7 agosto, apparsi i motivi della condanna, «Il Foglio» intavola una disperata difesa: così facevano tutti, come nell’opera; e B. non è anacoreta. Vero ma le tangenti sono colpe veniali davanti alla giustizia venduta, specie quando porti al corruttore un impero editoriale. Stride la conclusione: che meriti una corona perché rampava meglio dei concorrenti, tanto da accumulare tesori diventando anche presidente del consiglio; siamo già a Tortuga, isola pirata? L’indomani canta l’ex-feluca. Dalle stesse colonne, sabato 9, varia l’antifona uno la cui rubrica emette fiamme: in posa zarathustriana assale "i moralisti a senso unico"; su, allestiscano un girotondo sullo scandalo Cirio; "meditate gente, meditate" sull’"l’Italia antica", organicamente malavitosa. I corollari emergono da soli: al diavolo i moralismi; fidatevi del self-made man d’Arcore, liberista sui generis dal quale lo scandinavo non compra nemmeno un’automobile usata; il futuro nasce dalle sue lanterne. Se le risorse dialettiche del circo criptoberlusconiano sono tutte lì, mala tempora currunt. L’abbiamo visto così tremebondo da disdire l’appuntamento veronese con Schroeder all’Arena: temeva i fischi; ormai vive nel virtuale. E come strepita l’ignivoro (ivi, 24 agosto) sul fatto che, Lui assente, l’orchestra esegua gl’inni nazionali, con profitto morale del futuro antagonista.


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Stato di diritto e veleni diffusidi Sergio Romano

Nella migliore tradizione giuridica i tribunali non sono cattedre di pubblica e privata moralità, non fanno il ritratto caratteriale dell'imputato, non alludono alle contestazioni polemiche che hanno accompagnato il processo, non rivendicano l'imparzialità della corte, non stabiliscono raffronti storici tra gli atti presi in esame e altri analoghi commessi in un più lungo arco di tempo. Tali argomenti appartengono generalmente allo stile della giustizia militante e a quello dei tribunali speciali dove la condanna deve essere esemplare e la sentenza è una pietra o un mattone per il cantiere dove si costruisce lo Stato etico. Nei buoni sistemi giuridici, invece, la motivazione della sentenza è un documento freddo e grigio dove si descrivono i fatti, si elencano le prove, si verificano le responsabilità e si applicano le pene previste dal codice. E? tanto più credibile quanto più è distaccata, imperturbabile, stilisticamente anonima. Valutata con questi criteri, quella di Milano nel processo contro Cesare Previti e altri imputati pecca per eccesso e per difetto, dice contemporaneamente troppo e troppo poco. Dice troppo perché molte affermazioni non si addicono alle funzioni e alle competenze di un giudice. Quali conoscenze storiche, quale sacerdozio morale autorizzano un tribunale ad affermare che questa «gigantesca» opera di corruzione è «la più grande nella storia dell'Italia repubblicana»? E' opportuno che un tribunale si serva di una motivazione per deplorare gli attacchi subìti in corso d'opera? E? questo il luogo in cui il giudice ha il diritto di difendere polemicamente il suo operato? Non vi è forse in queste parole un conflitto d'interessi, simile a quello di Silvio Berlusconi quando si serve della sua cattedra di premier per difendersi nelle vicende in cui è imputato?

Ma la motivazione, al tempo stesso, pecca per difetto. Una volta adottata la linea del giudizio storico e morale, il tribunale avrebbe dovuto chiedersi perché vicende così gravi siano state possibili in Italia nel corso di questi anni. Il Foglio non ha torto quando afferma, in un editoriale di ieri, che i fatti giudicati a Milano sono manifestazioni di una illegalità diffusa in cui sono stati coinvolti per molti anni uomini politici, imprenditori, finanzieri, persino alcuni magistrati. Il finanziamento illecito dei partiti (quello di una potenza straniera per il Pci e quello degli appalti truccati per altri) ha avvelenato l'intera società italiana. Ha creato complicità inconfessabili tra politica ed economia. Ha instaurato una contabilità perversa in cui ogni favore andava ripagato. Ha incitato molti imprenditori a perseguire impunemente progetti che sarebbero stati, in una economia di mercato, inconcepibili. Ha autorizzato la burocrazia a chiudere gli occhi o, peggio, a «monetizzare» le proprie funzioni. E ha prodotto una impressionante cascata di comportamenti illeciti.

Ho sempre pensato che un fenomeno così vasto non potesse essere affrontato con gli strumenti della giustizia ordinaria e che la sua cura dovesse essere principalmente politica. Bettino Craxi, che in Parlamento aveva cercato di analizzarlo, fu poi accolto da un lancio di monetine. Oggi forse, dopo l'esperienza di un decennio, verrebbe ascoltato. Mi chiedo se Berlusconi, anziché continuare a denunciare teoremi e complotti, non abbia interesse a seguirlo sulla stessa strada e a promuovere una specie di lavaggio nazionale. Nessuno meglio di lui potrebbe, come vecchio imprenditore, parlare di quegli anni con maggiore competenza. Certo, se decidesse di farlo, continuerebbe a essere accusato di «interesse privato in atti d'ufficio». Ma uscirebbe dal pantano in cui rischiamo di affondare e volerebbe più alto. Molti gliene sarebbero grati.

A mezzo millennio dal linciaggio di Amboise Paré, uno dei fondatori della chirurgia moderna accusato di pubblicazioni «indecenti» per avere osato inserire nei suoi libri di medicina illustrazioni esplicite di piaghe purulente, facce sconvolte dalla lebbra, gambe mozze e malformazioni varie, il sindaco di Vicenza Enrico Hullweck ha deciso di celebrare l'Anno internazionale dei disabili tornando su uno dei grandi temi dei secoli bui: la «deformità ributtante». La quale, come spiega l'ordinanza 25021, è oggi proibita in tutto il territorio berico. Il divieto è contenuto nell’ormai famigerato catalogo di regole fissate per disciplinare l’attività dei mendicanti. Regole che, già censurate da vari commentatori, stabiliscono come ogni accattone debba lasciare «uno spazio libero per il transito dei pedoni di almeno un metro» o che tra l’uno e l’altro debba «esservi una distanza non inferiore a metri 200». Che il Vangelo parli della carità in modo diverso, lasciamo stare: se la vedrà il sindaco. Che l’assedio di questuanti sia spesso fastidioso e professionistico è vero. Che lo sfruttamento di tanti bambini sia pianificato da bande criminali è sotto gli occhi di tutti. Ma la delicatezza del tema è tale da obbligare ogni persona a pesare le parole. E qui non sono state pesate.

Forse il sindaco voleva mettere in guardia i truffatori che ostentano menomazioni false. E nessuno avrebbe da ridire: le gambe mozze che mozze non sono o gli occhi vitrei che vitrei non sono, rappresentano un insulto per i disabili veri.

Ma qui non si vietano solo l'imbroglio o l'ostentazione esibizionistica, che vanno colpiti con la massima severità. Si vieta «la mendicità invasiva ovvero aggravata mostrando nudità, piaghe, amputazioni o deformità ributtanti».

E su questo, al di là di ogni giudizio sull'ordinanza, non ci siamo proprio: possono una piaga, un'amputazione o una deformità, chiunque ne sia il portatore, essere definite oggi, nel Terzo Millennio, «ributtanti» come ai tempi in cui la madre e la sorella di Ben Hur andavano a ficcarsi in fondo a una caverna per celarsi agli occhi del mondo? Eppure il sindaco vicentino non merita di essere messo, lui solo, in croce: prima di lui, l'hanno fatto a decine.

Questo è il punto. Il concetto antico e odioso di «deformità ributtante», così osceno e offensivo per ogni disabile, è rimasto appeso come un refuso in decine e decine di regolamenti comunali dove ogni impiegato, per fare prima, ha copiato il regolamento di altri. Che poi ogni sindaco ha firmato senza dare peso alcuno alla carica insultante di certe parole. E puoi trovarlo nei «decaloghi» di grandi città come Milano e di paesi come Solaro, di città amministrate dalla destra come Trieste o dalla sinistra come La Spezia. E nelle stesse pagine, dalla piemontese Galliate all'umbra Narni, puoi scovare il divieto di lasciar circolare liberamente i «deficienti». Vale a dire i disabili mentali nel linguaggio sbirresco e raggelante di un tempo.

Certo, insieme con il divieto di «pascere o far pascolare animali, domarli, addestrarli, ungerli, strigliarli, tosarli e ferrarli» che in via Montenapoleone suona surreale, si tratta di residui. Come i fiori sul fondo delle bottiglie di vino. Ma chi amministra non potrebbe preoccuparsi di dare una ripulita, oltre ai parchi, anche a certe leggi comunali spesso più indecorose di un giardino trascurato? «E' una vergogna: il sindaco di Vicenza e tutti gli altri dovrebbero usare meglio le parole, che mai come in questi casi sono pietre», accusa Pietro Barbieri, presidente della «Fish», la Federazione italiana per il superamento dell'handicap che raggruppa una trentina di associazioni, «Non esistono malattie "ributtanti". E' un concetto vergognoso. Non esistono nel pilota Alex Zanardi, che ha perso le gambe in gara, e non esistono nel mendicante. Un conto è colpire chi sfrutta il portatore di handicap sui marciapiedi, un altro usare parole così. Si vergognino, lui e gli altri. E il vecchio che sbava? E il bimbo down? Turbano anche loro il decoro cittadino? C'è dietro un'idea della "normalità" che mette spavento. Di questo passo si torna alla Rupe Tarpea...». Oppure, per non andare indietro fino al dio zoppo Efesto o a Polifemo dall'occhio solo, a un'idea dell'handicap come «scherzo mostruoso della natura», frutto d'una punizione dei peccatori. Dove i gobbi e i dementi dovevano le loro sofferenze alla madre «che troppo a lungo rimase seduta durante la gravidanza». Dove la Taxa Camerae di Leone X stabiliva che «i laici contraffatti o deformi che vogliano ricevere ordini sacri e possedere benefici, pagheranno alla cancelleria apostolica 58 libbre, 2 soldi».

Dove Caterina de' Medici si vantava di possedere sei nani, Re Sigismondo di Polonia nove e il cardinale Vitelli 39. Dove il povero John Merrick, che aveva avuto la testa schiacciata mentre ancora era nel grembo della mamma finita sotto un elefante, veniva trascinato per l'Inghilterra vittoriana come un fenomeno da circo: «Elephant Man». Per non parlare dell'«orrore spettacolare» che Phineas Taylor Barnum sollevava portando in giro la donna barbuta e la bambina coi mustacchi, la gigantessa Anna Swan e i due «selvaggi australiani» che in verità erano microcefali dell'Ohio. Tutti deformi, tutti «ributtanti».

Ma più ancora, vale la pena forse di ricordare a Hullweck e ai suoi colleghi tre brani che non riguardano i «soggetti appartenenti a varie nazionalità» di cui parla il sindaco vicentino nella sua ordinanza. Il primo è di Charles Dickens su Pisa, città di mendicanti dove ogni «sfortunato visitatore» era «circondato e assalito da mucchi di stracci e di corpi deformi». Il secondo della rivista americana Leslie's Illustrated del 1901: «C'è una gran quantità di malattie organiche in Italia e molte deformazioni, molti zoppi e ciechi, molti con gli occhi malati. Questi, da bambini, prima di essere abbastanza vecchi da barattare le proprie afflizioni, vengono esibiti dai loro genitori o parenti per attirare la pietà e l'elemosina dei passanti». Il terzo è del New York Times : «Tra i passeggeri di terza classe del "Vatorland" c'erano ieri 200 italiani, che il sovrintendente Jackson definì la parte più lurida e miserabile di esseri umani mai sbarcati a Castle Garden. Mentre sfilavano a terra il personale rabbrividiva alla vista di un oggetto spaventosamente deforme che zoppicava su tutti e quattro gli arti come un cane. Le dita di entrambe le mani erano contorte in modo impressionante ed erano coperte di bitorzoli. Le gambe erano senza forma e corte in maniera anormale, una più lunga dell'altra e una era interamente paralizzata». Una visione dell'handicap davvero «ributtante». Era il 1879. Più di un secolo dopo, nell'Anno del disabile tanto strombazzato, li vogliamo cambiare questi regolamenti?

«Mussolini andò al potere nel '22, ma non con la marcia su Roma. Andò al potere nell'assoluto rispetto dello Statuto Albertino. E allora, attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di non vedere». Oscar Luigi Scalfaro ha infiammato la platea della Festa nazionale dell'Unità. Ad invitarlo a Bologna è stato personalmente il segretario Ds Piero Fassino, che lo ha voluto accanto a sé per la giornata dedicata al sessantesimo anniversario dell'8 settembre. E il presidente emerito della Repubblica, che ha accettato «per ragioni di affetto e di amicizia», ha scaldato gli animi dei circa duemila stipati nel Palaconad. Come? Semplicemente ripercorrendo le tappe che hanno segnato la storia d'Italia dal '22 al '45. E però, nel farlo, non nascondendo la sua apprensione per il rischio che la storia si ripeta. Perché oggi, ha detto l'ex capo dello Stato criticando le diverse leggi approvate «per una o due persone», siamo di fronte alla «lacerazione di fondamentali principi giuridici». Perché oggi, ha aggiunto con tono ancora più duro, «si sta mettendo la Costituzione sotto i piedi».

A chi gli si è fatto intorno alla fine del dibattito per domandargli se avesse correttamente interpretato il suo intervento, e cioè come un parallelismo tra Mussolini e Berlusconi, Scalfaro non ha risposto direttamente, ma ha detto: «Oggi abbiamo come dei tarli che cercano di erodere questo legno formidabile che è la nostra Storia». E ha poi aggiunto: «Non dico che qui c'è la dittatura. Mi fermo ai fatti». E allora eccoli i fatti elencati dal senatore a vita, dall'alto dei suoi 85 anni (li compie domani), dei quali 58 passati in politica.

I fatti, quelli del Ventennio: «Mussolini andò al potere nel '22. Ma non con la marcia su Roma, che sul piano costituzionale non è esistita. Mussolini andò al potere nel rispetto dello Statuto Albertino». Ha interrotto la lettura storica solo per invitare a fare «attenzione», perché «quando nascono delle cose corrette è sbagliato dire "è nata in modo corretto, quindi andiamo a dormire". E se il giorno quando ci svegliamo non è più corretta?». Chiaro il riferimento a Berlusconi, e a quanti invitano a lasciarlo fare perché regolarmente eletto dai cittadini. Ha ripreso con i fatti: «Nel 1924 viene ucciso Matteotti. Il re tacque». Nessun commento a questo passaggio. Né a quello dopo: «Nel 1930 arriva una disposizione che imponeva a tutti i dipendenti dello Stato di iscriversi al partito fascista». E ancora: «1938: tu sei ebreo? - ha detto puntando il dito indice davanti a sé - non avrai più la pienezza dei diritti. E il re, che aveva taciuto nel '24 e nel '30, firma la legge». È a questo punto che Scalfaro ha di nuovo invitato a fare attenzione: «Attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di nulla, non facciamo finta di non vedere».

Ed è a questo punto che c'è stato il cambio di registro. Sempre di fatti, ha parlato. Ma dei fatti di oggi, delle leggi vergogna, dei ripetuti attacchi contro la magistratura. Poco prima era ricorso al tono ironico, ricordando che lui di professione è stato un magistrato: «Faccio parte dei matti», ha scherzato facendo ben intendere cosa pensi dell'intervista rilasciata da Berlusconi nei giorni scorsi. Frasi dette con tono ironico, all'inizio del suo intervento, quando aveva appena ricevuto in regalo da Fassino una penna Mont Blanc per il suo 85esimo compleanno. E anche con tono scherzoso aveva salutato Sergio Cofferati, seduto in prima fila insieme a tutto lo stato maggiore della Quercia dell'Emilia Romagna: «Tu, caro Cofferati, hai portato nel mondo politico una grande saggezza ed equilibrio. A te che sei matto non te lo potrà mai dire nessuno». Poi, però, il tono è cambiato quando ha iniziato a ripercorrere le tappe del Ventennio, fino all'8 settembre '43 e alla liberazione del 25 aprile '45 (criticando il «revisionismo in malafede» Scalfaro ha detto: «Mi inchino di fronte ai giovani che, schierandosi con la Repubblica sociale, andarono a morire credendo di farlo per la patria. Questo non può però mutare la realtà: erano schierati contro la parte della libertà e della tranquillità del nostro popolo»).

E il tono è rimasto serio quando è passato dalle leggi razziali alle leggi approvate recentemente in Italia, «leggi approvate per una, due o cinque persone», leggi che «sono una lacerazione del principio giuridico dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sancito dall'articolo 3 della Costituzione». Il cosiddetto lodo Schifani, ha aggiunto Scalfaro, è stato per giunta votato «come una legge normale e non con le procedure previste per la modifica costituzionale. E questo perché dovevano approvarlo di corsa, altrimenti il processo poteva andare avanti», ha detto senza specificare di quale processo si trattasse, ma facendolo ben intuire. «Questo - ha scandito mentre già tutta la platea esplodeva in un applauso scrosciante - è mettere la Costituzione sotto i piedi». Una Costituzione che oggi è «in sofferenza», perché si stanno attaccando più principi. Ha ricordato l'articolo 3, il presidente emerito della Repubblica, ma anche l'articolo 21, che sancisce il diritto di ognuno ad esprimersi liberamente e ad essere correttamente informato. «Ma ditemi voi - ha chiesto rivolgendosi alla platea - come sono i telegiornali? come sono le notizie?».

I duemila sotto il tendone del Palaconad hanno interrotto spesso con applausi il suo intervento. Ed è stato un boato quando Scalfaro ha attaccato duramente non solo il presidente del Consiglio, ma l'intero schieramento di centrodestra: «Quando mi capita di sentire il premier che dice qualcosa quanto meno irreale, incomincia una catena salmodiante di ogni rappresentante della maggioranza che spiega: non ha voluto dire così, guardate è la sinistra che... Questa - ha concluso con tono duro tra gli applausi - è la salmodia dei servi».

Solo una volta Scalfaro (che ha anche dedicato un passaggio dell'intervento all'unità del centrosinistra: «Solo se si sta uniti si vince») ha citato l'attuale inquilino del Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi. E lo ha fatto con parole di elogio per il comunicato diffuso nel giorno dell'attacco di Berlusconi contro i giudici. Il senatore a vita ha spiegato di aver apprezzato l'intervento di Ciampi perché fatto in riferimento diretto ed esplicito a quella vicenda: «Ho detto altre volte che le prediche apostoliche, chiunque le faccia, non servono a nulla».

Dai toni meno accesi l'intervento di Fassino, concentrato sul tema della Resistenza ma con alcuni riferimenti alla situazione politica di oggi. «In democrazia non ci sono nemici da battere, ma avversari con cui confrontarsi», ha detto il segretario Ds, poi aggiungendo: «Non è inutile ricordarlo nel momento in cui la vita politica è avvelenata dalla demolizione dell'avversario inteso come nemico». Ha poi criticato duramente l'opera di «revisionismo storico» con la quale si cerca di «recidere le radici della nostra storia, che è nata nei 18 mesi delle Resistenza». Ha concluso Fassino tra gli applausi: «La nostra Repubblica nasce e vive perché una generazione ha deciso che nascesse e vivesse. Il Paese fu riscattato da uomini e donne di idee diverse, ma accomunati dai valori antifascisti».

C'ERA un unico modo non retorico e dunque non inutile di celebrare l'8 settembre, sessant'anni dopo: leggere quella data non come la morte della patria, ma come l'inizio della Resistenza, e collegare la Resistenza al suo esito politico-istituzionale più alto, la Costituzione Repubblicana del 1948. Lo ha fatto ieri Carlo Azeglio Ciampi e l'operazione è importante sotto l'aspetto morale, politico e culturale. Vediamo perché.

Sostengo da tempo che nel nostro Paese è in atto un vero e proprio cambio di egemonia culturale, senza il quale non si potrebbe spiegare l'incarnazione politica della nuova destra italiana, la sua durata e il suo insediamento, il suo impeto "rivoluzionario", l'istinto di modernizzazione anti-istituzionale che la domina, l'estremismo populista della sua classe dirigente.

Anzi, il trapasso di egemonia culturale è esattamente l'involucro che avviluppa questa politica, tiene insieme il suo procedere a strappi, fa da sfondo, orizzonte e legittimazione. Perché ciò che chiamiamo spirito dei tempi (e la nuova destra lo rappresenta esattamente e lo traduce politicamente) in Italia è esattamente questo: un trasloco di identità condivisa, un cambio culturale di stagione, una destrutturazione del sistema di valori civici su cui si è retta la nostra democrazia per quasi sessant'anni. Insomma, tutto ciò che forma lo spirito repubblicano, la coscienza statuale di una nazione.

Apparentemente, l'operazione culturale e l'operazione politica sono disgiunte e hanno protagonisti e finalità distinte. In realtà la prima funziona da battistrada e da garante della seconda. Né il carattere di rifondazione costituzionale permanente della Casa delle Libertà, né la frettolosa e silenziosa trasformazione degli ex missini di An in forza di governo, né la spinta congiunta e anti-istituzionale di tutto il Polo avrebbero potuto imporsi compiutamente senza una seminazione culturale preventiva e appropriata: che nasce certo altrove, nella piena autonomia della ricerca storica e giornalistica, ma che legittima come una cornice questo quadro italiano di oggi.

Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito ad un attacco diretto a tre punti fermi della cultura civile repubblicana: l'antifascismo, l'azionismo, il Risorgimento. Il risultato è presto detto: la Resistenza - punto d'incontro delle tre culture, soprattutto nell'interpretazione gobettiana dell'azionismo piemontese - è stata svalutata a momento ideologico e strumento politico di una parte (i comunisti).

Con l'effetto culturale e politico di togliere alla Repubblica e alla sua Costituzione ogni fondamento autonomo e nazionale di riconquista della democrazia, trasformandole in costruzioni istituzionali fredde e astratte, senz'anima, quasi octroyé dagli Alleati.

Naturalmente non sottovaluto l'uso politico, di parte, che il Pci ha fatto per anni dell'antifascismo, con il risultato di ritardare e silenziare la compiuta presa di coscienza dei crimini del comunismo: non dello stalinismo, ma del comunismo. Ma resto convinto, con Bobbio, che il rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo ha finito spesso per condurre a un'altra forma di equidistanza abominevole: tra fascismo e antifascismo. Voglio essere più chiaro.

Un'equiparazione storica tra fascismo e comunismo è legittima. Purché non serva a cancellare lo specifico italiano, diventando una giustificazione per la nostra storia, dimenticando che qui - in Italia - la dittatura fascista è durata più di vent'anni, e che il 25 aprile non è una data scelta a caso che segna sul calendario la fine generica delle tirannie, ma al contrario è un giorno che testimonia concretamente un accadimento storico italiano, e cioè la liberazione del nostro Paese dalla dittatura di Mussolini.

Un Paese che, in nome dell'ideologia camuffa il significato della sua storia, non ha coscienza di sé. Eppure in questi anni abbiamo assistito al tentativo di ridurre il fascismo ad una sorta di debolezza nazionale, di cedimento italico, di vizio collettivo. La "zona grigia" del consenso al regime è stata esaltata come vera interprete del sentimento politico nazionale, come incarnazione del carattere collettivo, come conferma di una dittatura "che non era poi tanto male" e che comunque era patrimonio - magari inconfessabile - di tutti, salvo pochi fanatici alla cui scelta si nega ogni valore morale, ogni capacità di testimonianza valida anche per oggi.

Ancora domenica, come ha ricordato ieri Mario Pirani, il Corriere della Sera recuperava le ragioni degli attendisti, coloro che non si schierarono dopo l'8 settembre: soprattutto perché, spiega Sergio Romano, non accettavano la generale condanna che veniva dai partiti antifascisti sull'intero corso del regime, dal 1922 al 1943, disposti com'erano a riconoscere a Mussolini responsabilità soltanto negli ultimi anni, con la guerra e l'alleanza con Hitler.

Eppure, verrebbe da ricordare, l'assassinio di Matteotti è del 1924: non bastava, per definire il regime? Tra il '25 e il '28 Mussolini instaura tecnicamente la dittatura, sopprimendo la libertà di stampa e sciogliendo i partiti. Poi le leggi razziali. Cos'è successo perché di fronte a tutto ciò il conformismo e le paure degli attendisti vengano presentati, oggi, come "ragioni"? Quali "ragioni" aveva chi accettava la tragedia della democrazia come normale? E perché equiparare sempre tutto, le motivazioni di chi ha sostenuto la dittatura, quelle di chi se n'è lavato le mani, attendendo, e quelle infine di chi l'ha combattuta?

Sessant'anni dopo, c'è un'unica risposta, purtroppo ideologica. L'azzeramento di ogni moralità repubblicana, indispensabile per la destrutturazione di princìpi e istituzioni, passa attraverso la rappresentazione di un'Italia al peggio, in cui tutti sono uguali nei vizi e le virtù civiche non contano perché lo Stato è un estraneo.

Un Paese dove risuona l'elogio del malandrino, dove il rovesciamento della tavola dei valori è in pieno corso, dove l'estetismo e la goliardia si coniugano nello scherno dell'avversario, nella derisione dei suoi ideali, nello sberleffo per i valori civili considerati come inutili: dunque vecchi, superati, sopravvissuti.

Solo in questo quadro culturale si può davvero spiegare il sentimento extra-istituzionale della nostra destra, il suo modernissimo e impudico essere "aliena" allo Stato e alla sua costruzione bilanciata di poteri, il suo carattere rivoluzionario permanente. Solo dentro questa cornice che da anni filtra legittimazioni e delegittimazioni ideologiche si giustifica il prossimo obiettivo della destra: la riscrittura della Costituzione, lo spostamento dei poteri, la fondazione istituzionale di una Terza Repubblica costruita attorno alla leadership del Capo.

Un'operazione possibile solo dopo che sono stati recisi tutti i fili che legano la Costituzione alla fondazione morale della nostra Repubblica, e cioè alla Resistenza, unica fonte di legittimità capace di dare a questo Stato una tradizione viva, autonoma, riconoscibile.

Per questo il discorso di Ciampi è importante. Perché è in assoluta contro-tendenza. Parte dal rifiuto della tesi-madre di tutta l'operazione culturale di cui abbiamo parlato, la tesi che vuole la patria morta l'8 settembre, e al contrario spiega che in quella data "gli uomini e le donne che decisero di reagire salvarono l'onore della patria". Recupera il valore della guerra di liberazione, contro tante letture riduttive e di comodo, sottolinea il sostegno e la condivisione della popolazione, e vede in quella passione civile il "cemento morale" del Paese.

Ma soprattutto, il Presidente pone questo momento di riscatto all'inizio del processo costituente della nostra democrazia statuale, fino alla nascita della Repubblica e al varo della Costituzione. Una Costituzione che Ciampi difende come "valida, viva e vitale" proprio perché ha un'anima: "Lo spirito risorgimentale passato attraverso il dramma della dittatura e la catarsi del 1943-45".

È una rilettura radicale, integrale, della nostra storia, dopo le forzature di comodo. Così, la Repubblica e la Costituzione ritrovano le loro radici legittime, che erano state troppo spesso amputate negli ultimi anni. Diventerà meno facile manipolarle come fiori secchi. Come diventerà meno facile spostare i poteri al vertice dello Stato in una frettolosa riscrittura costituzionale.

Forse, nei tempi difficili in cui viviamo, si comincia finalmente a capire cosa intendevano i padri costituenti quando volevano un uomo di garanzia al vertice della Repubblica.

L’organetto canta i soliti refrains, «Intreccio fatale delle due sinistre» ovvero «Due anime, riformista e avventurista» ( Corriere della Sera, 2 settembre). Poi le identifica a battute interrogative: B. è solo criticabile a causa del «cattivo governo», come insegna l’oppositore dialogante, già suo partner nella Bicamerale, o significa «anticamera della tirannide», «da combattere con tutti i mezzi?». La "sinistra democratica" risponde lodevolmente nel primo senso: unico punto anomalo l’insoluto conflitto d’interessi (il colmo dell’ipocrisia è supporlo risolubile); quanto al resto, siamo nella norma; e se qualcuno arrischia le tre sillabe "regime", lo degnano appena d’un sorriso, fini quali sono. Purtroppo esiste l’altra, smaniosa d’avventure: vuol «abbattere un tiranno»; e mobilita gli ossessi dell’antiberlusconismo, così giudiziosamente deplorato dagli equanimi à gauche. I veri estremisti sono quelli del girotondo. Meglio Rifondazione comunista, erede d’antiche visioni delle classi. Due sinistre incompatibili. Le divide la questione se «sia lecito negare», a parole e con «gli atti, la legittimità d’un governo regolarmente eletto». Qui la voce meccanica apre una digressione: non sono poi così naïfs da credere al tiranno; ma vi crede, «fermamente», il «bacino d’utenza» dove pescano. Ecco il problema, contare i malati della sindrome antiberlusconiana: i sondatori non bastano; ci vuole il voto. Ergo, la sinistra seria vada alle urne con un partito riformista, schiumato del veleno giacobino; gli ossessi corrano da soli. Niente lista unica.

Questa cantata merita un posto d’onore nel manuale dei falsi argomenti: onesto stupidario, stile Bouvard e Pécuchet, o repertorio d’inganno sofistico. Cominciamo dal clou, se un governo costituito dans les règles sia qualificabile tirannico. Vecchia questione, su cui gl’intenditori non hanno dubbi: un conto è come il tale arrivi al potere; altro i modi nei quali lo esercita; e la pura legalità formale non basta, altrimenti nessun governo sarebbe più legittimo del nazista. Hitler non usurpa niente: s’insedia alla Cancelleria sulle ali della vittoria elettorale, chiamato dal presidente Hindenburg; ottiene i pieni poteri; morto il vegliardo, gli succede cumulando le due funzioni nella figura carismatica Führer; e siccome sopravvivono obsolete competenze autonome, una legge acclamata dal Reichstag gliele subordina (26 aprile 1942). Bartolo da Sassoferrato, luminare trecentesco (quando comuni e repubbliche diventano signorie), dedica un trattato alla tirannia, distinguendo due specie: "ex defectu tituli", l’usurpatore; ed "ex parte exercitii", chi abusa del potere validamente acquisito. Distingue anche due forme, "manifesta" e "velata" dalla maschera costituzionale. Era legittimo il governo d’Hitler? Che domanda. Inutile aspettare risposte dall’organetto: non percepisce né pensa, ripete all’infinito gli stessi suoni; e i paladini d’Arcore rispondono furiosi nemmeno avessimo attribuito al signor B. le nefandezze del caporale austriaco. Stiano quieti, erano teoremi. Non è ancora proibito usare il cervello, chi l’abbia.

Veniamo al merito. "Abbattere il tiranno" è formula da cappa e spada: nel campo antiberlusconiano nessuno macchina secessioni, scioperi fiscali, jacqueries, né arruola bande armate o fonda reti underground; la massima violenza è stata chiamarlo "buffone" perché dava spettacolo nell’aula milanese (epiteto fuori cerimoniale ma fatti, lessico, norme penali l’assolvono). I dissidenti girotondini praticano rituali civilmente beffardi: non avendo televisioni o giornali, manifestano come possono; né sarebbe atto sacrilego o eversivo fischiarlo a teatro. Se esistono eversori, e uno calca la scena con allarmante propensione al guignol, cerchiamoli altrove. Qualche esempio: equipara "Uno bianca" (poliziotti assassini) e procure indaganti su delitti piuttosto probabili, visto che piovono condanne o proscioglimenti ignominiosi (sono passati tanti anni; i fatti esistono, forse però li ignorava; o non costituiscono più reato, essendosi lui tolta dai piedi la norma); proclama «perseguitato politico» l’emissario che un tribunale condanna a 11 anni; nel nome del popolo sovrano iugula le Sezioni unite, colpevoli d’avergli impedito la fuga da Milano. Che storia triste: accumula soldi incretinendo il pubblico delle sue lanterne magiche, sotto le ali d’un consociativismo corrotto del quale raccoglie l’eredità, attraverso una mutazione genetica perché i precursori avevano idee politiche, mentre lui resta uno scorridore d’affari; recluta schiume, agita clave (scandalo Telekom), spaccia finti valori (ordine, moralità, rispetto dei meriti); contraffà i segni della cultura (quel ridicolo culto d’Erasmo); governa avendo tante mani private intese al profitto; dissemina una barbarie politica nuova negli annali costituzionali. È perversione giacobina dirlo? No, matter of fact.

I persuasori neutrali ostentano compatimento e irrisione: «Ah sì, stiamo rivivendo gli anni 1925 e 26; partito unico, dissenso-delitto, tribunale speciale; dove li vedete?». Ironie gaglioffe: la storia non è un melodramma i cui attori concedano bis; le dittature macabre non tornano più; riconfigurati up to date, Mussolini o Hitler sarebbero alquanto diversi, restando identici nel profondo. Gli eventi d’allora sono irripetibili, non foss’altro perché stiamo nell’Ue. Esistono instrumenta regni più sicuri, duttili, meno sporchi. Rispetto all’Italia 2003, caso senza precedenti nelle patologie politiche, «conflitto d’interessi» significa regime personale. Tale va definita ogni società che abbia un padrone. In larga misura B. lo è e non gli basta. Guardate come adopera governo, parlamento, risorse pubbliche (cominciando dalla Rai), l’impero privato editorial-televisivo, un patrimonio i cui tentacoli solo Iddio sa dove arrivino, tra paradisi fiscali, sedi off-shore, scatole cinesi, vertiginosi caleidoscopi societari. Dopo Achille Starace, cane da guardia del Pnf, s’era mai visto un partito simile ai forzaitalioti? Quanto poco c’entrino le idee, lo dicono mimiche, stereotipi verbali, una disciplina dove manca persino quel tanto d’Io indipendente che il contratto riservava all’assoldato nelle compagnie di ventura: stanno sull’attenti; ripetono senza impallidire qualunque bestialità comandata dal Sire; tra loro s’azzannano, naturalmente. Inviti a corte, lever du Roi, coucher du Roi, passatempi in sala, salotti, giardino: a Versailles forse c’era più spirito, né Re Sole s’esibiva da comico o canterino; a Villa Certosa il tempo passa tra conferenze strategiche con i Big, visite d’ossequio, pantomime, melodie napoletane, nel quale pot-pourri l’Unico parla, mima, ride, canta, ringhia, benedice, scaglia fulmini, signore della scena.

Hanno un senso molto pratico i refrains dai quali siamo partiti. Definiamolo così: lo strapotente B. vince comodo su un’opposizione che, ignara delle poste o simulando d’esserlo, lo tratti da interlocutore perfetto, e magari gli aumenti i poteri, servizievole nel gioco delle riforme. Perciò l’organetto aborre gli «avventuristi» ossia chiunque abbia una testa e sentimenti morali.

Se fosse esistito qualche dubbio su origini e stile dell’uomo al governo, lo scandalo Telekom lo dissiperebbe. La storia comincia nel giugno 1997, quando Telecom Italia, il cui 61% appartiene ancora allo Stato, acquista il 29% dall’omonima serba, sborsando 878 miliardi: 5 anni dopo glielo rivende e ne incassa 378, essendo ormai una società a capitale privato (la residua quota pubblica ammonta al 3.9%). Nel frattempo lì era scoppiato l’inferno: Kosovo, intervento militare Usa e Nato, collasso serbo; e i manager non sono Nostradamus. Affari simili attirano gli squali. Dal febbraio 2001 la procura torinese indaga sui retroscena. L’inchiesta parlamentare parte nel maggio 2002. Obiettivo, squalificare gli avversari evocando miliardi corsi sotto banco: intona il canto un tale dal cospicuo record penale ma è roba tale da non essere spendibile nemmeno nel pubblico d’11 anni prediletto dai comunicatori Mediaset; l’impresentabile sparisce; e faute de mieux, ecco Igor Marini, al quale non manca il look forzaitaliota. Come testimone gentiluomo, vale l’altro. Mercoledì 8 maggio innesca un diversivo dal dibattimento Sme dove Sua Signoria guadagna tempo aspettando l’ignobile lodo: arrestato sul suolo elvetico, dove guidava i commissari alla ricerca delle prove, abita ora nelle Vallette, prigione subalpina munitissima; lo descrivevano formidabile macchina mnemonica, senonché cambia versione ogni volta, né esistono riscontri. Anche chi non abbia l’acume induttivo d’Auguste Dupin (proto-detective inventato da E.A. Poe) vede in che brago affondino gli onorevoli inquirenti. Infine indica tre destinatari dei soldi neri rifluiti dalla Serbia: l’allora presidente del Consiglio, nel quale B. ha un pericoloso antagonista elettorale, il ministro degli Esteri, un sottosegretario; nella seduta seguente ne nomina ancora tre, uno dei quali sedeva all’opposizione adesso padrona (frange ex-democristiane fluttuano). Nemmeno una sillaba sul ministro del Tesoro, attuale capo dello Stato, ma a tempo debito lo evoca quale commensale del correo Fabrizio Paoletti, da cui afferma d’averlo saputo, e costui cade dalle nuvole.

L’allora sottosegretario agli esteri P.F., ora segretario Ds, chiama sulla scena «il burattinaio» seduto nel Palazzo Chigi. I soliti replicanti fingono d’inorridire, come quando l’innocuo mattoide Robert-François Damiens punge con un coltellino Luigi XV, le "Bien-aimé". L’amatissimo Sire d’Arcore scaglia fulmini. Peccato che non vigano più le pene d’allora, essendosi ingentiliti i costumi nei 256 anni dallo squartamento su place de Grève. Querela o causa civile? Lunedì 15 settembre il dado è tratto: tutt’e due, querela a Bologna, citazione davanti al tribunale romano; l’offeso chiede 15 milioni d’euro. P.F. rinuncia all’immunità parlamentare e lo sfida ad analogo passo nel giudizio milanese. È materia indisponibile, avvertono gli zelanti. Non confondiamo cose diverse sotto lo stesso nome: "opinioni" e "voti" inquadrabili nella funzione parlamentare sono atti penalmente irreprensibili ab ovo, lo chieda o no l’immune (art. 68 Cost.); è privilegio personale disponibilissimo, invece, la sospensione dei giudizi che B. s’è affatturata.

Ma il caso de quo evade dall’ art. 68: dire «Mussolini manda dei sicari a Matteotti» o "De Gasperi chiama bombe americane su Roma" (l’aveva scritto Guareschi) o «Igor Marini lavora pro B.», non è dialettica camerale; sono discorsi virtuosi o diffamatori, secondo i contesti, chiunque parli, sieda o no in Parlamento; a dati presupposti cadono sotto una scriminante arguibile analogicamente, perché l’interesse collettivo impone critiche anche sanguinose; ipotesi da non confondere con l’exceptio veritatis (prova l’asserto e sarai assolto: art. 596 c.p.). Ora, «burattinaio» è metafora abbastanza ampia da includere due casi estremi e tanti intermedi: N imbecca P affinché compia gesti o dica cose a comando; o era P a muoversi; rende servizi spontanei, sicuro che N, ricchissimo, strapotente, largo pagatore, non lesini sul compenso; fosse roba pulita, la definiremmo gestione d’affari (artt. 2028-32 c.c.). I tribunali diranno quale sia l’ipotesi più probabile, considerati precedenti, persone, interessi. La lunga grancassa mediatica sulle pseudo-rivelazioni lascia pochi dubbi.

I soliti plananti sulla mischia raccomandano toni bassi. Qualcuno ventila simmetrie, equiparando il narratore detenuto alla testimone le cui parole avevano innescato i procedimenti Imi-Sir, Lodo Mondadori, Sme. Chiaro l’invito a rimuovere i rispettivi episodi attraverso una doppia amnesia: ormai B. sta quasi fuori, salvato da immunità e prescrizione, estendere le quali ai correi è affare tecnico; basta liquidare l’antiberlusconismo rabbioso, affinché rifioriscano i dialoghi sulle riforme, cominciando dalla giustizia (carriere separate, ecc.). Definiamolo discorso tartufesco, appeso a una falsa simmetria, falsissima, più falsa delle finestre dipinte: i rispettivi detti non s’equivalgono affatto; uno affabula; i fatti svelati dall’altra conducono a reperti (carte bancarie estere) talmente incriminanti che, nel goffo tentativo d’escluderli, squadre d’onorevoli operai riscrivono articoli sulle rogatorie in termini addirittura manicomiali (alludo all’art. 729, 1-ter); e un tribunale emette dure condanne.

Nella seconda decade d’agosto sopravviene la svolta tattica, necessaria perché l’indagine torinese liquiderà le favole d’Igor: che débâcle; erano l’amo d’una truffa telematica i finti 120 milioni $ della pretesa tangente serba nella banca monegasca Paribas; lo manovravano pirati romani specialisti dell’assalto informatico alle banche (qui, 22 settembre). Archiviate le tangenti, i berluscones deplorano l’affare rovinoso a profitto del sanguinario dittatore serbo, presupponendo che i ministri siano obbligati a vedere nel futuro (tra l’acquisto Telekom e l’inferno kosovaro passano 3 anni): colpa diretta, se lo sapevano; o controlli omessi, quindi inescusabile negligenza. Ogni tanto persone variamente situate girano in tondo come nel presepio meccanico: forse le muove un filo; militanti estremisti, pontieri melliflui, oracoli finti neutrali, salmodiano quel dilemma nei rispettivi stili. L’ex-speaker forzaitaliota, ora coordinatore, trae una conclusione categorica: devono dimettersi; e siccome gli attuali titolari d’uffici sono due, i bersagli saltano all’occhio; uno è il capo dello Stato; l’altro siede nella Commissione europea. Poi nega l’allusione al Quirinale, ma nel mondo blu le parole significano mille cose, anche opposte: non esistono parti fisse; era colomba, diventa guerrigliero o l’inverso. Unica costante l’interesse padronale, da servire in ginocchio e con quanto zelo lo servono. Il signore delle lanterne magiche lavora nel fluido, noncurante dei fatti: 2+2=5 o forse 7 o lui solo sa quanto; aveva vinto spaventando gli elettori con lo spettro comunista (anno Domini 1994, nemmeno fossimo regrediti al 1948); dopo 8 anni ripete l’en plein spacciando illusioni; gli avversari sgomenti credevano che avesse catturato almeno 7 italiani su 10.

L’ugola ufficiale spendeva parole mirate chiedendo le dimissioni dei ministri d’allora: uno, ripetiamolo, è l’antagonista probabilmente vittorioso nella futura sfida elettorale; e se l’altro scendesse dal Colle, vi salirebbe Berlusco felix. Le allusioni intimidatorie puntano anche al futuro imminente: aspettano il voto due testi spudoratamente viziosi, su tv e conflitto d’interessi; restituendoli alle Camere con un messaggio dove spieghi perché non li promulga, il capo dello Stato lo metterebbe spalle al muro; rivotarli tali e quali significa togliersi la maschera, gesto prematuro. Incombono mesi caldi. Perciò B. avvelena l’atmosfera, con tale volgarità da attirarsi gli ammonimenti dei vescovi, 16 settembre, nonostante i favori alle scuole private. Anima d’eversore e padrone dell’ordigno mediatico, ha tutto da guadagnare nella bagarre.

MARZABOTTO (Bologna).

Una lezione di storia. Destinata a tutti coloro che dicono «sciocchezze» sul passato, con l’obiettivo neanche tanto nascosto di stravolgerlo per i propri fini politici. L’ha tenuta il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro, parlando davanti a migliaia di persone riunite a Marzabotto, per commemorare il 59° anniversario dell’eccidio nazifascista nel quale morirono 955 civili. Scalfaro ritorna sulle dichiarazioni di Berlusconi su Mussolini e sulla sua «benevola» dittatura. E, pur senza citare mai direttamente il premier, non nasconde l’indignazione: «Se io sono libero lo devo a coloro che hanno lasciato qui la propria vita - esordisce il presidente emerito della Repubblica -. E se taluni abusano di questa libertà per alterare la storia in modo sciocco e vuoto, si ricordino che sono liberi, anche di dire sciocchezze, grazie a loro». E ancora: «Lo so che si può dire che Mussolini non aveva ucciso nessuno - continua, riferendosi direttamente all’intervista di Berlusconi con la rivista inglese The Spectator -, ma neanche Nerone personalmente ha mai ucciso nessuno».

La folla applaude a lungo: c’è davvero tanta gente nella piazza del centro sull’Appennino emiliano che è sede della Scuola di pace edificata per educare i giovani alla tolleranza e al rispetto reciproco. Tutt’intorno ecco i moltissimi gonfaloni di città e province, striscioni e cartelli dell’Associazione nazionale partigiani italiani («No a un regime autoritario, uniti per la Costituzione»). Ci sono anziani con il caratteristico fazzoletto tricolore, alpini ricoperti di medaglie al valore, ma anche nonni accompagnati dai loro nipoti, accomunati dalla volontà di difendere la Resistenza. Sul palco delle autorità anche Sergio Cofferati, candidato sindaco del centrosinistra sotto le Due Torri, che viene salutato con calore dalle persone. E poi ancora Vasco Errani, governatore dell’Emilia-Romagna, Vittorio Prodi, presidente della Provincia di Bologna e della Scuola di pace di Montesole, e Giovanni Salizzoni, numero due di Palazzo D’Accursio.

Davanti a questo «splendido spettacolo di popolo», Scalfaro prosegue il suo monito: «È la guerra a trasformare gli uomini in mostri. La falsità e la menzogna sono la prima fonte di guerra: l’uomo politico che non rispetta la verità non è degno di dirsi tale». Ed è ancora a Berlusconi e ai suoi uomini che fischiano le orecchie quando il senatore a vita, che a soli 27 anni partecipò all’assemblea costituente per redigere la carta fondamentale della Repubblica, censura qualsiasi tentativo di «incrinare il principio che vede gli uomini tutti uguali di fronte alla giustizia». Scalfaro invita tutti a vigilare sulla degenerazione di questi inquietanti segnali: «Mi chiedo quanti abbiano contestato quando la dittatura fascista ha cominciato a togliere il diritto di voto, la libertà di stampa, a discriminare gli ebrei... E quanti invece sono stati zitti per restare fuori dai guai? Il silenzio davanti a queste storture non è prudenza, è vigliaccheria».

L’altro oratore d’eccezione della cerimonia è Joschka Fischer, ministro degli Esteri tedesco. Mentre parla alla folla, lacrime di commozione gli rigano il volto. «Il ricordo e la responsabilità storica per quello che è successo a Marzabotto continuano a farci male e a farci vergognare - dice Fischer in un fluente italiano -. Si tratta del più terribile crimine tedesco commesso in territorio italiano. Mi inchino con profonda tristezza davanti alle vittime». Fischer testimonia così il cordoglio e la partecipazione del popolo tedesco, come un anno e mezzo fa aveva fatto il presidente della Repubblica federale Johannes Rau nella visita con il presidente Carlo Azeglio Ciampi sui luoghi della strage. «Sono esterrefatto e scosso di fronte a quest’orrendo atto - conclude Fischer -, ancora oggi siamo in lutto per le vittime innocenti insieme ai familiari e a tutto il popolo italiano. I disastri del nazionalismo e del nazismo ci servano di ammonimento, non dobbiamo dimenticare mai».

ROMA - Le bugie hanno le gambe corte. Almeno questo è quanto sostiene il giornalista inglese Nicholas Farrell a proposito del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Che per giustificare le sue recenti affermazioni su fascismo e giustizia, afferma Farrell, sta raccontando una frottola dopo l'altra agli italiani.

Nicholas Farrell non è un giornalista qualsiasi. E' l'uomo che ha realizzato l'intervista per The Spectator dopo la quale sul premier italiano si è scatenata una bufera senza precedenti. Per intenderci, è l'intervista su Mussolini in versione "buonista" e sui giudici "mentalmente disturbati". Ebbene, al Cavaliere che si è difeso dicendo di essere stato travisato, e che davanti alla comunità ebraica ha parlato di una chiacchierata "tra amici" accompagnata da ben due bottiglie di champagne (e dunque male interpretata), Farrell replica puntigliosamente. E smonta l'intera versione fornita dal capo del governo.

Ecco l'esordio della lettera aperta scritta dal giornalista inglese e pubblicata oggi dalla Voce della Romagna: "Caro Cavaliere, quello che sto per scriverti mi addolora perché, mio Berlusca, tu sei grande e io ti voglio bene, ma la verità è sacra e tu non hai detto la verità, hai raccontato alcune frottole e io ho le prove".

Prima bugia. "Continui a dire - scrive Farrell - che la nostra intervista con te era 'una chiacchierata estiva tra amici', non un'intervista con dei giornalisti. Invece era un'intervista on the record (ufficiale) e sono servite settimane per organizzarla. Questo è il motivo per cui sia io che Boris abbiamo messo i nostri registratori sul tavolo di fronte a te e poi, naturalmente, li abbiamo accesi". Su questo punto il giornalista rivela anche un altro dettaglio, con il quale vuole dimostrare che Berlusconi era perfettamente a conoscenza della ufficialità del colloquio: "All'inizio della nostra intervista hai chiesto a me e a Boris (Johnson, il direttore del settimanale, ndr.) se avremmo fatto le domande in inglese e ha chiesto di sapere quando e dove sarebbe apparsa l'intervista". La risposta - dice Farrel - l'ha data appunto Johnson, dicendo al premier che sarebbe stata pubblicata "la prossima settimana su una rivista chiamata The Spectator di cui io sono il direttore".

Seconda bugia. E' quella raccontata ai leader della comunità ebraica alla Sinagoga di Roma mercoledì scorso. "Hai detto loro che tu hai fatto commenti sui giudici pazzi e il benigno Mussolini solo perché eri a little tipsy (un po' alticcio) dopo aver bevuto 'due bottiglie di champagne' con noi". Non è vero, e Farrel lo segnala in modo piuttosto colorito: "Ma và, Berlusca! Tu sai bene quanto noi che l'unica cosa che abbiamo bevuto durante l'intervista era tè freddo al limone, molte caraffe di tè freddo al limone".

Quindi: "Smetti di dire queste frottole, altrimenti non verrò mai più a intervistarti in Sardegna, e smetti di chiamare me e Boris criminali, perché noi siamo giornalisti e facciamo il nostro mestiere, che è quello di seminare zizzania, che non è più un delitto capitale". Nicholas Farrell conclude ironicamente "raccomandando" a Berlusconi di "fare il bravo", altrimenti "è pronta la pubblicazione della terza puntata". Lasciando tutti con la curiosità di sapere cos'altro avrà mai detto Silvio Berlusconi in quelle due ore di conversazione on the record e senza una sola goccia di champagne.

Riccardo De Gennaro
Cattaneo contro Annunziata Sindacati in tv? Hanno Rai3

Riforma pensioni, il direttore generale Rai disposto a concedere solo un contraddittorio da Vespa - Possibile manifestazione nazionale a fine novembre Ieri incontro a Viale Mazzini. Maroni: la legge può essere ancora migliorata

ROMA - Forse uno speciale «Porta a porta» sulle pensioni, dove potrebbero avere un piccolo spazio tutto loro per spiegare le ragioni del no alla riforma Berlusconi. O, forse, niente. I tre leader di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Pezzotta e Angeletti, sono usciti ieri dall' incontro in Rai con il presidente Lucia Annunziata e il suo direttore generale Flavio Cattaneo con una mezza promessa, ma con la conferma della difficile coabitazione tra i due, ormai ai limiti dello scontro. Mentre la Annunziata ha dato ragione ai sindacati sulla legittimità della loro richiesta di uno spazio in tv dopo gli interventi sulle pensioni di Berlusconi e Tremonti (il primo a reti unificate, il secondo invitato a «La vita in diretta»), Cattaneo ha preso tempo, riservandosi una decisione dopo una consultazione con i direttori di rete e richiamandosi a «delibere interne» e ad «elementi normativi». Dopo che il direttore generale ha dichiarato di rispondere soltanto al consiglio di amministrazione, il presidente Annunziata ha ribattuto che oggi porterà il problema nella riunione del cda. Preso atto della posizione di Cattaneo, la Annunziata ha anche manifestato al direttore generale le sue perplessità sulla coerenza della Rai rispetto alle sue caratteristiche di servizio pubblico. è, insomma, la seconda puntata del braccio di ferro cominciato in occasione della mancata concessione della diretta tv per la manifestazione dei sindacati europei a Roma. In apertura dell' incontro, durato oltre un' ora, Cattaneo ha fatto immediatamente capire ai sindacati la sua scarsa disponibilità a concedere loro spazi televisivi: «Di che cosa vi lamentate? Avete già Raitre, che ogni giorno sostiene le vostre ragioni», ha detto Cattaneo, raccontano i sindacati. «Allora diremo ai nostri iscritti di pagare soltanto un terzo del canone», ha ribattuto Pezzotta. I sindacati chedono, come ha sollecitato anche il presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, Claudio Petruccioli, parità di trattamento rispetto agli interventi di Berlusconi e Temonti, che hanno potuto parlare della riforma previdenziale senza alcun contradditorio: «Abbiamo chiesto che ci sia spazio anche per le posizioni del sindacato - ha detto Epifani - cosa che per il servizio radiotelevisivo dovrebbe essere quasi un dovere istituzionale. Fino ad oggi, invece, questo non è avvenuto». I sindacati, intanto, sono impegnati nella preparazione dello sciopero generale di venerdì prossimo: la nostra sensazione, dicono, è che sarà molto partecipato. E sarà solo il primo passo: Cgil, Cisl e Uil avrebbero infatti già stabilito il percorso di lotta successivo, che dovrebbe prevedere - se il governo non ritirerà la delega - una grande manifestazione nazionale a Roma (come nel ' 94) da fissare per sabato 22 o 29 novembre e uno sciopero generale - questa volta di otto ore - per il mese di dicembre. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, intanto, torna alla carica e ribadisce che «spazio per il dialogo con le parti sociali c' è, vedremo se ci sarà la volontà di discutere dall' altra parte, per ora ho sentito soltanto dei no e nessuna proposta alternativa». Gli risponde Pezzotta: «Adesso facciamo lo sciopero, poi - se il governo cambia la sua proposta - si può discutere. Comunque è lui che deve cambiare, non io. Il sindacato le controproposte le aveva fatte e non ha ricevuto alcuna risposta». Quanto all' unità sindacale, Pezzotta ha dichiarato che «ci sono dei momenti in cui è prioritaria la convergenza su obiettivi comuni anche se questo non vuol dire aver superato le divisioni. Oggi è uno di quei momenti». Da Palazzo Chigi, intanto, nessuna notizia della lettera sulle pensioni che Berlusconi ha annunciato di voler inviare agli italiani sull' esempio del primo ministro francese, Jean Raffarin. è possibile che, dopo una prima valutazione in senso contrario, l' invio della missiva avvenga dopo lo sciopero generale proclamato da tutti i sindacati, ad eccezione delle Rdb-Cub, che hanno scelto il 7 novembre. Per ora l' unico punto fermo è che la lettera sarà lunga non più di 25 righe, una cartella.

La Rai oscura i sindacati, Annunziata non convoca il cda

Bocciata la proposta del presidente di prevedere finestre informative sullo sciopero di venerdì. Polemica con Gasparri

ROMA - Lucia Annunziata manda al minimo i motori della Rai. Il presidente della tv di Stato rinuncia, cioè, a convocare la prossima riunione del consiglio d' amministrazione. Il suo è un estremo atto di protesta contro lo decisione del direttore generale Cattaneo e dei 4 consiglieri di non dar «voce» al sindacato sulla riforma delle pensioni. In concreto Lucia Annunziata chiedeva che RaiUno, la rete più vista, aprisse delle "finestre informative" sullo sciopero del 24 ottobre. Queste finestre avrebbero compensato il messaggio di Berlusconi agli italiani (quello a reti unificate) ed anche la presenza di Tremonti al programma di Cucuzza, il 15 ottobre. Niente da fare. Dello sciopero dovrà occuparsi RaiTre, più piccola e meno vista, con un pugno di spazi informativi. Cada nel vuoto anche l' idea del segretario della Uil Luigi Angeletti, che sognava un confronto video con Berlusconi o almeno con Tremonti. Annunziata è arrabbiata anche perché oggi "Uno Mattina" ospiterà il ministro Maurizio Gasparri, malgrado un atto della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai vieti la presenza dei politici in programmi di intrattenimento. In questo clima, Giuseppe Giulietti dei Ds promette un ricorso alle «autorità di garanzia, italiane ed europee» perché si valuti se la Rai rispetta i criteri minimi di pluralismo: «L' evidenza è che chiude la bocca al sindacato e offre telecamere, microfoni e truccatrici solo a questo o quel ministro». Fabrizio Morri, sempre dei Ds, è «incredulo perché la tv di Stato nega spazio, oltre che ai partiti dell' opposizione, addirittura alle forze sindacali, dunque ai lavoratori di ogni credo ed opinione». Dall'altro fronte, Schifani (Forza Italia) accusa Annunziata di fare ormai un «uso politico» della sua poltrona di presidente. Batte un colpo anche il portavoce di Gasparri per spiegare che, stamattina, il ministro non vestirà la giacca del politico, semmai quella del rappresentante delle istituzioni. La Rai, infine, ricorda che anche Vespa, lunedì sera, si occuperà di pensioni. (a.fon.)

Annunziata: nel 2004 non ci sarà pluralismo

Il presidente Rai: 'Il digitale è sulla carta, Ciampi si illude' - La polemica. Oggi i vertici in Vigilanza 'Dare più voce ai sindacati'

ROMA - Lucia Annunziata, presidente della Rai, avverte i politici ed anche il presidente Ciampi. Niente illusioni: il pluralismo informativo non è dietro l' angolo, non arriverà nel 2004, e comunque non è garantito dalla legge Gasparri, all' esame del Parlamento. E' un errore - aggiunge Annunziata - riporre troppe speranze nella Tv digitale terrestre, di cui parla la legge. Questa nuova tecnica di trasmissione del segnale promette di moltiplicare i canali ricevibili a casa, dunque gli editori che offrono contenuti, dunque il pluralismo informativo. Ma una tecnica così innovativa richiede tempi lunghi prima di affermarsi, almeno 10 anni: bisognerà cambiare antenne e televisori, ad esempio. Prima di allora, la fine del duopolio è una pia illusione. E a proposito di pluralismo, la commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai convoca per oggi Annunziata e il direttore generale Flavio Cattaneo. I due amministratori si sono scontrati martedì, lei favorevole a collocare nel palinsesto di RaiUno (la rete più vista) spazi informativi sullo sciopero dei sindacati, lui disposto a concedere solo la piccola (e meno vista) RaiTre. Paolo Gentiloni della Margherita chiede che la commissione parlamentare di Vigilanza approfondisca la questione. Non solo. Il direttore generale Cattaneo dovrà anche spiegare perché i ministri Tremonti e Gasparri sono andati da Cucuzza e ad "Uno Mattina" (su pensioni e televisione digitale) malgrado un documento della Vigilanza vieti la presenza di politici in programmi di intrattenimento. Infine, Ulivo e Rifondazione attaccano Tony Renis, che organizzerà il Festival di Sanremo, e anche il direttore di RaiUno Del Noce. Il 14 ottobre, l' Unità ha pubblicato un articolo di Nando Dalla Chiesa che raccontava delle presunte amicizie di Renis con alcuni boss mafiosi americani. Ieri, poi, in una intervista al Corriere della Sera, Del Noce ha sdrammatizzato la cosa, ha parlato di una campagna di «sospetto e diffamazione senza prove», infine ha ricordato che anche Sinatra conosceva personaggi equivoci, inevitabile forse per chi calca i palcoscenici. Ulivo e Rifondazione non gradiscono il teorema di Del Noce (ieri preso di mira anche dalla trasmissione radiofonica di Alessandro Sortino, in onda su Capital). Falomi dei Ds e Piscitello (Margherita) chiedono che il contratto di Renis con la Rai sia sottoposto alle verifiche antimafia, come capita per gli appalti alle imprese. Vendola (Rifondazione) invoca le dimissioni dell' artista. An, invece, accusa il centrosinistra di muoversi ormai sulla linea «colpevolista e insinuante» tracciata da Violante. (a.fon.)

Caro direttore, ieri sera, all’una di notte, doveva andare in onda un nuovo programma di Rai Due, Cyrano, dove io avrei vestito i panni del celebre spadaccino di Rostand. L’idea del format era venuta qualche mese fa a Edoardo Fiorillo, producer di Match Music, un gruppo di giovani, bravi ed entusiasti che si erano occupati finora prevalentemente di programmi musicali ma che intendevano fare il salto verso un tipo di televisione più impegnata e avevano individuato in me la persona più adatta per la parte di Cyrano, un osservatore della vita un po' trasognato e fuori dagli schemi il cui compito era quello di commentare, a modo suo, i temi e i servizi della trasmissione, in genere di costume (la prima puntata, intitolata «Morire prima, morire tutti», era sarcasticamente dedicata all’incapacità, tutta moderna, di accettare la vecchiaia e la morte). Fiorillo ha proposto il programma ad Antonio Marano, direttore di Rai Due, che l’ha accettata in blocco, compresa la mia partecipazione. Abbiamo firmato i contratti, fatto le prove in corso Sempione, l’ufficio stampa Rai ha emesso un comunicato in cui si dava notizia del nuovo format, che si sarebbe articolato in 15 puntate, e del fatto che Cyrano sarebbe stato Massimo Fini, è uscita un'Ansa in proposito, molti giornali ne hanno parlato e Tv Sette, nella sua consueta rubrica ha segnalato il programma, corredandolo con una mia fotografia, fra quelli da vedere, cosa, mi dicono, rarissima e forse unica per una trasmissione in onda a quell’ora. Infine, il 24 settembre, abbiamo registrato la prima puntata.

Ma quello stesso giorno - e prima di poter vedere la puntata, che andava comunque montata - Edoardo Fiorillo è stato convocato da Marano che gli ha comunicato che c’erano delle grosse difficoltà, dei veti. «Sul programma?» ha chiesto Fiorillo. «No, sulla persona, su Massimo Fini» ha risposto Marano che quindi ha proposto al producer di fare ugualmente la trasmissione, ma togliendomi di mezzo. Fiorillo ha replicato: «Non è possibile: Fini è coautore del programma e inoltre il personaggio di Cyrano è stato pensato e tagliato su di lui». Una risposta coraggiosa perché Fiorillo sapeva di giocarsi in questo modo due mesi di lavoro, un programma su cui aveva investito molto dal punto di vista professionale ed emotivo e, probabilmente, ogni futuro rapporto con la Rai.

L’altro ieri, 29 settembre, mi sono visto con Antonio Marano nel suo ufficio di corso Sempione, alla presenza di un suo collaboratore, Michele Bovi, e di Edoardo Fiorillo. Il direttore di Rai Due mi ha tenuto il seguente discorso: «Voglio essere franco con lei. Potrei salvarmi dicendo che la trasmissione non va bene, che ha bisogno di aggiustamenti. Ma non sarebbe giusto. La puntata che ho visto funziona benissimo. Il fatto è che c’è un veto su di lei, un veto politico e aziendale, da parte di una persona cui non posso resistere. Chi sia questa persona non intendo dirglielo, lo farò il primo gennaio ». Quindi mi ha proposto, come mediazione, di rimanere come autore ma di sparire dal video. Ho risposto: «Non so se vi rendete conto della violenza che mi state usando. Mi avete avvicinato voi, mi avete contrattualizzato, poiché si trattava di quindici puntate, ho dovuto modificare i miei programmi, rinunciare ad altri lavori. Facciamo le prove, le facciamo in Rai, l’ufficio stampa Rai manda fuori un comunicato in cui si dice che Massimo Fini sarà Cyrano, i giornali ne parlano, facciamo la prima puntata e senza neanche vederla, senza nemmeno entrare nel merito, mi si dice: no, tu non puoi lavorare. Cioè, io non posso lavorare in questo Paese?» Marano: «No, no, lei può lavorare...» Io: «Sarò più preciso: ci sono lavori che io, cittadino di questo Paese, non posso fare perché qualche federale me lo vieta ». Marano: «Ecco. È così».

Adesso Marano, rispondendo ai giornalisti che lo interrogano sul caso che si è creato, si difende dicendo che la trasmissione andava messa a punto, che era deboluccia. Lo capisco. Non può dire pubblicamente ciò che ha detto a me. E mi dispiace anche tirarlo così pesantemente in mezzo perché mi è sembrato, tutto sommato, un brav’uomo, il diavolo meno brutto della compagnia, schiacciato da forze troppo più potenti di lui. Ma la verità è quella che ho scritto io, qui, e ho tutte le possibilità di dimostrarlo perché, a parte la testimonianza di Fiorillo, quella conversazione è registrata.

Chi ha posto il veto? Marano non l’ha detto e io non gliel’ho chiesto. Posso solo fare delle deduzioni. Le sinistre no perché attualmente non hanno questo potere in Rai. La Lega no, perché Marano è leghista ed è lui che ha sponsorizzato Cyrano. In quanto ad An, uno dei collaboratori di Marano, Spoto ha fatto un sondaggio presso il ministero delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, il quale ha risposto che non mi vede certo di buon occhio ma che comunque non c’erano pregiudiziali (poteva essere un po' più generoso, monsignor Gasparri, ricordando che negli anni Ottanta, quando l’Msi era al bando, io ero, insieme a Giampiero Mughini, l’unico intellettuale italiano non di destra a partecipare alla loro convention e alle loro manifestazioni culturali, lo facevo non perché condividessi, ma per testimoniare che quattro milioni di italiani non potevano essere arbitrariamente esclusi dal gioco politico). Le correnti di An però oggi sono tante. Gasparri, poniamo, non è La Russa. La mia impressione è comunque che si tratti di un berlusconiano, di Forza Italia, di An, di Comunione e Liberazione, non importa, molto potente per costringere un direttore di Rete come Marano a fare la figuraccia che ha fatto, un berlusconiano forse più realista del Re al quale le mie critiche non sono mai andate giù, non perché, ovviamente, abbiano chissà quale risonanza, ma perché sono comunque fastidiose dato che non è facile gabellarmi per «comunista». Di chiunque sia, un veto c’è stato. Politico e, oserei dire, quasi antropologico. Non essendo iscritto ad alcun partito, non essendo riferibili ad alcuna area politica, non essendo intruppato in alcuna lobby sono abituato, da un quarto di secolo, ad essere emarginato, non pensavo però di diventare addirittura un appestato. Ma se a 58 anni suonati, in cui, caso, credo, quasi unico, non ho mai lavorato né per la Rai né per Mediaset, neppure con una consulenza piccina piccina, non posso nemmeno avere una parte in una trasmissione di costume che va in onda all’una e mezza di notte, cosa devo pensare? Che cosa dobbiamo fare? Ci dicano dove possiamo lavorare. Abbiano almeno il coraggio di dirci apertamente che ci sono dei cittadini che non possono fare certi lavori. Promulghino delle leggi, come ai bei dì. Sarebbe una situazione più chiara e eviterebbe perlomeno a dei disgraziati, come Fiorillo, ma anche come Marano, di entrare in contatto con degli appestati senza poter sapere che sono tali. Caro direttore, perdona lo sfogo, il lungo sfogo. Ma è particolarmente deprimente vivere in un Paese dove ogni santo giorno le più alte cariche dello Stato tuonano contro il fascismo che fu, facendo finta di non accorgersi del fascismo che è. Quanto a me mi appunterò, da ora, una stella gialla al petto, come una medaglia al merito.

Berlusconi nel 1985 aveva solo una rete di televisioni locali che trasmettevano non contemporaneamente gli stessi programmi. Era una furbata che permetteva di violare la legge, visto che allora era vietato a soggetti privati di possedere televisioni nazionali. Ma Berlusconi si mette d'accordo con Craxi che gli fa un decreto legge apposta. E fin qui, lo sapevamo già...

Così Berlusconi ha finalmente tre televisioni nazionali vere. Ma molti storcono il naso perché, essendo possibili solo 11 reti nazionali, è un po' anomalo che un solo imprenditore se ne prenda tre. Non siamo nel Far West che il primo che arriva si prende tutto...

Nel 1994 la Corte Costituzionale con la sentenza 420, stabiliva in difesa del pluralismo, che un unico soggetto privato non potesse detenere tre reti nazionali, concedendo un periodo di transizione e rimettendo il problema al legislatore per una soluzione definitiva entro e non oltre l'agosto 1996. Arriva il 1996, scade nell'indifferenza generale la decisione della Corte Costituzionale e Berlusconi continua ad avere tre Tv. Nel 1997 la legge Maccanico stabiliva che un oggetto non potesse detenere più di due reti e che, finché non ci fosse stato un "congruo sviluppo" via satellite e cavo, Rete4 avrebbe potuto continuare a trasmettere via etere, quest'ultima decisione in palese contrasto con le decisioni della Corte Costituzionale che aveva deciso per un termine definitivo entro l'agosto 1996.

D'Alema, una volta diventato capo del governo, decide di risolvere la questione e indice una gara per l'assegnazione delle concessioni delle reti nazionali. La commissione nominata dal Ministero è presieduta da un avvocato di Mediaset. Berlusconi si aspetta che finalmente possa detenere legittimamente, con un regolare mandato dello Stato, le sue tre reti e relative frequenze. Nel luglio 1999 si svolge questa gara d'appalto, per partecipare si richiedono requisiti spaventosi e sembra chiaro che nessuno riuscirà a scombinare i giochi.

Invece, colpo di scena. Arriva un tipo con uno scatolone enorme pieno di documenti e dice: "Buon giorno sono Francesco Di Stefano di Europa 7, vorrei due reti nazionali, grazie." Panico! E chi è questo? È pazzo? No, non è pazzo, è il loro peggior incubo. Iniziano a mettergli i bastoni tra le ruote: "Le manca il certificato 3457!" "No è qui!" "Il modulo 13 bis compilato in 8 lingue?" "Ne ho due copie, bastano?"

Ma poi trovano la furbata: "Il bando di gara richiede di avere 12 miliardi di capitale versato per rete, lei ne ha solo 12, può chiedere una sola Tv." "Balle!" Risponde il signor Di Stefano, "dodici miliardi sono per concorrere, non per ognuna delle due frequenze". Ricorre al Tar e poi al Consiglio di Stato e vince.

Insomma alla fine gli devono dare una concessione per una rete nazionale e presto anche una seconda, perché ne ha diritto e a Berlusconi ne tolgono una, non che la debba chiudere, deve traslocarla sul satellite che comunque è ricevuto da 18 milioni di italiani.

Ma a questo Di Stefano non gli vogliono dare proprio niente. Evidentemente lui deve essere uno che da piccolo lo allenavano ad abbattere i muri con la cerbottana perché avvia una serie di procedimenti giudiziari spaventosa. Ingiunzioni, diffide, cause penali, civili, regionali, Commissione Europea. E vince tutti i ricorsi, tutti gli appelli, tutte le perizie. E alla fine arriva alla Corte Costituzionale che nel novembre 2002, sentenza numero 466-2002, ha stabilito inequivocabilmente che: - Retequattro, dal 1 Gennaio 2004 dovrà emigrare sul satellite - Le frequenze resesi disponibili dovranno essere assegnate a Di Stefano! L'avete sentito dire al telegiornale?

Abbiamo chiesto a Di Stefano come si sentisse in questa storia e ci ha risposto con un lieve sorriso: "Nonostante siano trascorsi ben nove anni dalla decisione della Corte Costituzionale, Mediaset continua a detenere e utilizzare appieno tre reti nazionali su un totale di sette concessioni assegnate sulle undici assegnabili (comprese quelle Rai). Il fatto che un soggetto, a cui è stata data una concessione (in concessione si da' un bene pubblico, in questo caso le frequenze), non riceva poi materialmente il bene è un avvenimento che non ha precedenti al mondo".

Nel luglio 1999 Centro Europa 7 aveva fatto richiesta di due concessioni, una (Europa 7) l'ha ottenuta, per l'altra (7 Plus) c'è stato un diniego, in quanto non ritenuta idonea per la mancanza del requisito del capitale sociale. Una sentenza del Consiglio di Stato ha riconosciuto esistente il requisito del capitale sociale, per cui siamo in attesa di una seconda concessione, anche se il Ministro Gasparri prende tempo.

Nel frattempo Centro Europa 7 per iniziare le trasmissioni, si è dotata di: una struttura di oltre 20.000 mq, di otto grandi studi di registrazione per le proprie eventuali produzioni, di una library di oltre 3000 ore di programmi e di tutto ciò che è necessario per una rete televisiva nazionale con 700 dipendenti. Questa preparazione è stata necessaria poiché la legge stabilisce che, entro sei mesi dall'ottenimento della concessione, la neo-emittente ha l'obbligo di iniziare le trasmissioni.

Attualmente Centro Europa 7 è una società praticamente ferma, non ha alcun introito, poiché non è stata messa in condizione di operare, ma ha avuto, e continua ad avere, pesanti oneri per la gestione della struttura, l'adeguamento della library, l'adeguamento tecnologico, le ingenti spese legali, i costi dei dipendenti...

Ma ora altro colpo di scena... Gasparri si sta muovendo per salvare Rete4. Il D.D.L. Gasparri, art. 20 comma 5 e art. 23 comma 1, realizza in pratica un condono, riconoscendo il diritto di trasmettere a "soggetti privi di titolo" che occupano frequenze in virtù di provvedimenti temporanei, discriminando così le imprese come Europa 7 che hanno legittima concessione, il tutto sempre al fine di salvaguardare Retequattro.

Infatti, quest'ultima potrà continuare a trasmettere, in barba alla sentenza del '94 e del 2002 della Corte Costituzionale e della legge 249/97, pur non avendo ormai da quasi quattro anni la concessione, mentre Europa 7 non potrà mai trasmettere, dimenticando che nel luglio 1999 c'è stata una regolare gara dello Stato per assegnare le concessioni, gara persa da Retequattro e vinta da Europa 7.

Si realizza quindi un ennesimo gravissimo stravolgimento del diritto. In pratica, chi ha perso la gara (Retequattro) può continuare tranquillamente a trasmettere, e chi l'ha vinta (Europa 7), perde definitivamente tale diritto. Non vi sembra straordinario?

Travolti da un miracoloso afflato civico, i deputati del Polo bocciano alla Camera dei Deputati il decreto Gasparri proprio laddove vuol tagliare la gola a Europa 7. È chiaro che le urla di Berlusconi di questi giorni sono anche per ricompattare i suoi, che se lo mollano adesso...

Ora bisogna vedere cosa fa il Senato... e poi la legge deve tornare alla Camera... E poi bisogna vedere se Ciampi la firma, una legge del genere... Saremmo all'oltraggio definitivo del concetto stesso di stato di diritto.

Un conto è fare una legge per non finire in galera... un conto è fare una legge per prendersi qualche cosa che appartiene a un altro.

Si comincia così e poi si pretende il "Jus Primae Noctis". Quindi, cara cittadina, caro cittadino, sappi che in questo momento si sta giocando una partita incredibile. Se questa legge passa: quello che è tuo è suo!! Vedi se riesci a far girare questa mail, che secondo me, anche se gira solo in Internet, un po' li rende nervosi... Internet non conta niente in borsa, ma siamo comunque una decina di milioni... Dario Fo & Franca Rame

Utilizzare le riserve di Bankitalia per finanziare il «taglio» fiscale annunciato a più riprese dal premier. L’ipotesi, rimbalzata sabato scorso a Cernobbio, poi smentita da Silvio Berlusconi, sarebbe in relatà sulla scrivania di Giulio Tremonti. Sull’operazione c’è il massimo riserbo perché il ministro vorrebbe parlarne al vertice informale dell’Ecofin di venerdì, per fare in modo che la proposta assuma un carattere europeo.

Per arrivare all’obiettivo, infatti, occorre convincere la Bce (che dispone delle riserve a tutela della stabilità della moneta unica) e superare le ritrosie di Via Nazionale, con cui i rapporti sono tutt’altro che rosei. Per questo, meglio smentire per il momento.

Così, nel giorno della proroga di quattro mesi del termine per aderire al condono edilizio (un flop vertiginoso per le casse pubbliche che si aggiunge a quello del concordato preventivo), in consiglio dei ministri il premier dà mandato al titolare dell’Economia di verificare, simulazioni alla mano, le condizioni per l’alleggerimento fiscale. In Tv poi Tremonti aggiunge: «Agiremo sui trasferimenti». Tradotto: meno soldi a ministeri e amministrazioni locali (già sull’orlo del collasso). Difficile stringere ulteriormente la cinghia. Più facile «pescare» nei forzieri di Bankitalia. Anche se sarà assai complicato convincere i banchieri di Francoforte che quelle riserve vengono utilizzate per ridurre le tasse e non per ridurre il debito gigantesco del Paese. Per di più con il rischio declassamento degli analisti internazionali, visti i «buchi» di bilancio che stanno emergendo (le ultime indiscrezioni parlavano di 4 miliardi di euro).

Ma sul reperimento delle risorse necessarie per realizzare il capitolo fondamentale del programma di governo circolano anche altre ipotesi. Una riguarda gli immobili. Si potrebbe estendere il lease back (vendita e riaffitto) dei ministeri, già varato con il «decretone» (gettito previsto: 1,5 miliardi quest’anno, un miliardo per il 2005 e il 2006). Ma quello immobiliare è un altro capitolo rischioso, viste le «secche» in cui si sono ritrovate anche le cartolarizzazioni. Ieri il governo ha dovuto porre la fiducia alla Camera sul decreto che riconosce agli inquilini degli enti un prezzo inferiore a quello previsto dalla Scip2. Un’operazione gigantesca 8sulla carta) quella lanciata dal Tesoro su un patrimonio valutato in 7,7 miliardi di euro. Ebbene, i ricavi al 31 dicembre non superavano i 693 milioni, tanto che ad una delle ultime aste ha dovuto intervenire Fintecna (sempre il Tesoro) per acquistare l’invenduto, e che si è dovuto assicurare un prestito ponte alla Scip in risarcimento degli «sconti» voluti dal Parlamento. Insomma, la matassa degli immobili sta diventando sempre più intricata. Se ci si mette anche il fisco a reclamare incassi dalle case si trasformerà in un nodo insolubile. Terza strada: una tassa per la salute. Meno Irpef, ma un «obolo» per la sanità. Magari da addossare alle Regioni, «colpevoli» secondo Tremonti di essere troppo spendaccione. L’ipotesi si affiancherebbe bene con quel «taglio ai trasferimenti» ipotizzato in Tv dal ministro.

A parte le «fonti» di finanziamento, c’è anche da scoprire chi beneficerà della riduzione fiscale e in che forma. I malumori del vicepremier Gianfranco Fini la dicono lunga sul duello interno alla Casa delle Libertà. Perché partire dall’Irpef e non dall’Irap per le piccole e medie imprese, si chiede Fini. E soprattutto, da quale aliquota Irpef si dovrebbe cominciare? A quanto pare Berlusconi penserebbe a quella dei più ricchi. Per un semplice motivo: costerebbe meno «coprire» il «taglio». I più abbienti sono sicuramente di meno del ceto medio-basso. Ma in termini di voti sarebbe il collasso. E An lo sa bene. Per questo batte le mani sul tavolo e chiede maggiore collegialità. Quanto all’Irap, non sembra che il vicepremier abbia speranza di spuntarla: Berlusconi parla di una misura per le famiglie. E basta.

La proroga (annunciata) della sanatoria ambientale sposta al 31 luglio il termine dell’adesione e al 30 settembre e 30 novembre quello per il versamento della seconda e terza rata dell’oblazione e degli oneri concessori. La «mossa» viene definita tecnica da ambienti vicini all’esecutivo, visto che solo l’11 maggio la Consulta deciderà sulla costituzionalità del provvedimento. Difficile dunque che si denuncino gli abusi sena avere la certezza del condono. Tant’è che le adesioni finora non avevano superato le poche migliaia (in testa Roma con quasi 7mila domande). Resta comunque difficile che si raggiunga l’obiettivo dei 3,7 miliardi di euro iscritti a bilancio. E non solo perché su tutta l’operazione pesa l’incognita Consulta. A molti osservatori sembra assai difficile che si possa raggiungere quella cifra. A parte gli aspetti tecnici, comunque, la decisione avrà pesanti «code» politiche, vista la latitanza del ministro dell’Ambiente al consiglio di ieri.

«Oltre che un indecente invito all’illegalità sul territorio - dichiara Fausto Giovanelli, capogruppo ds al Senato - quel condono si è dimostrato un errore di valutazione politica e finanziaria». .«La proroga del condono edilizio equivale all' ammissione di una disfatta per il governo - aggiunge Fabrizio Vigni dalla camera - Dei soldi previsti per le casse dello Stato non c'è neppure l' ombra. In compenso c'è un danno grave per l' Italia, esposta ad una nuova ondata di abusivismo». Fuoco ad alzo zero dagli ambientalisti. «Si proroga l'impunità, lo scempio, l'irresponsabilità del governo», dichiara Legambiente.

«Spendete più che potete». L'inflazione non cala ma il premier non cambia ricetta.

Procede stancamente la discussione in Senato dei disegno di legge Frattini sul conflitto d'interessi. Per quel poco che ne ho letto su Repubblica e sul Corriere della Sera mi sembra un testo pari all'acqua calda o, come meglio diceva la felice memoria di Ernesto Rossi, all'erba trastulla. Ma vorrei il suo parere in proposito. Non sul problema perché so come lei la pensa, ma sul testo in questione. E meglio di niente? Può servire almeno a qualcosa?

VITTORIO DIFFONI

Gentile lettore, la cosa migliore e più limpida su quel testo è l'analisi che ne ha fatto !l senatore Luigi Zanda nell'intervento in Senato 9 marzo scorso. Perciò lascio a lui la parola. In altri tempi quella illustre Assemblea ne avrebbe votato l'affissione, ma oggi questa prassi è passata di moda. Questo l’intervento.

“L'articolo 1 prevede che se it titolare di una carica pubblica, diciamo per esempio il presidente del Consiglio, non è presente in Consiglio dei ministri quando si deliberano provvedimenti nel suo interesse, tutto è a posto. Anche se il Consiglio approva atti a suo favore, non c'è conflitto.

“L'articolo 2 è quello dell'incompatibilità tra la titolarità di interessi e le principali cariche pubbliche. La norma sull'incompatibilità dovrebbe essere la più chiara: o si è incompatibili o non lo si è. Ma per essere compatibili basta dimettersi dalle cariche sociali e restare “mero” proprietario. L'incompatibilità riguarda infatti solo gli amministratori. Il proprietario, che è l’unico beneficiario de gli atti compiuti in condizione di conflitto d'interessi, non è incompatibile con nulla.

“L'articolo 3 ripete il meccanismo dell'articolo 1. Definisce i casi nei quali sussiste la situazione di conflitto d'interessi. Possiamo chiamarlo l’articolo-alibi. Perché il conflitto sussista, spiega l’articolo 3, è necessario che il titolare di cariche di governo partecipi all'adozione dell'atto che lo avvantaggia. Se non partecipa non conta. Facciamo un caso concreto. Se il Consiglio dei ministri approva un disegno di legge utile ad un'azienda del capo del governo è sufficiente che lui non sia presente net momento dell'approvazione dell'atto the lo riguarda (per esempio che esca per dieci minuti dalla sala del Consiglio): a quel punto it conflitto d'interessi sparisce, non c'è più. Per essere salvi basta avere un alibi per quei dieci minuti”.

Nel finale del suo intervento il senatore Zanda si rivolge al relatore del disegno di legge Frattini, senatore Pastore, e dice cosi: “Senatore Pastore, mi permetta di chiudere con una richiesta di carattere politico. Lei condivide le recenti indicazioni del ministro Tremonti, del vicepresidente Fini e dei presidente Casini sulla necessità che maggioranza ed opposizione, superando lo spirito di parte, affrontino insieme con soluzioni quanto piùpossibile condivise le grandi questioni d'interesse nazionale a cominciare dalle regole del gioco politico e istituzionale, dalla giustizia e dalle politiche di cornice? E le chiedo anche, signor Relatore, se davanti a posizioni tanto significative di personalità eminenti del suo schieramento politico lei non ritenga giusto e opportuno iniziare ad applicare questo nuovo metodo proprio da oggi, dal conflitto di interessi”.

Temo che anche questa esortazione resterà lettera totalmente morta

«So per certo che Berlusconi alza il telefono e chiama i consiglieri d'amministrazione per suggerire nomine ed influenzare le scelte sui programmi». Una denuncia esplicita che ha un effetto bomba, quella fatta dalla presidente Rai, Lucia Annunziata, in un incontro con la stampa estera. Subito si è scatenata l’ira del centrodestra (soprattutto di FI) e una raffica di smentite dai quattro consiglieri: «Si è incrinato il rapporto di fiducia nel Cda», afferma Marcello Veneziani. Se poi questo possa tradursi in una sfiducia alla presidente, nel Cda di oggi pomeriggio, è da vedere. Ma da destra le pressioni sono forti e dirette.

«Queste sono le spiegazioni che mi vengono date in via non ufficiale per giustificare alcune delle decisioni che vengono prese», ha risposto Lucia Annunziata ai giornalisti stranieri. La «goccia che ha fatto traboccare il vaso» è stata la «bocciatura» da parte della maggioranza del Cda Rai del nome di Ferruccio De Bortoli per la striscia informativa di sei minuti dopo il Tg1 delle 20, lo spazio che era occupato da «Il Fatto» di Enzo Biagi prima del diktat berlusconiano. E per una che si definisce una «moderata intransigente», il veto su una persona moderata come l’ex direttore del «Corriere della Sera» è stato la «goccia» esplosiva, spiegano da Viale Mazzini.

Uno per uno i consiglieri hanno smentito. Dall’ospedale parla per primo Giorgio Rumi, cattolico: «Io non ho mai ricevuto nessuna telefonata. Berlusconi non lo conosco nemmeno personalmente», ma «non ho capito perché De Bortoli non vada bene», aggiunge. Segue Francesco Alberoni, «sbalordito». «Mai ricevuto telefonate da Berlusconi per le nomine»; accusa la presidente di fare «comizi e comunicati durante il Cda», poi minimizza sulla scelta dei nomi: uno scambio di vedute con «diverse proposte, rinviamo ogni decisione, non c'è fretta», aveva detto (eppure la striscia sarebbe dovuta partire a febbraio aveva detto il Dg Cattaneo la settimana scorsa, ora è stata rinviata a marzo, dopo Sanremo). Dopo un po’ parla Marcello Veneziani, vicino ad An: «O chiarisce il suo pensiero e rivede la dichiarazione incauta rilasciata, oppure si incrinerà il rapporto fiduciario all'interno del Cda». Mai «preso ordini da nessuno», mai «ricevuto telefonate», Veneziani gira la questione: Annunziata «organica alla sinistra», attaccata da «Santoro e Sabina Guzzanti». Ultimo replica con toni duri Angelo Maria Petroni, il consigliere più organico a FI e che si sarebbe opposto per primo a De Bortoli: «La dottoressa Annunziata ha un transfert psicoanalitico. Probabilmente pensava a consiglieri Rai del passato, a Presidenti del consiglio del passato e a giornalisti Rai del passato» («ai miei tempi le nomine le facevamo noi», replica l’ex presidente Rai, Zaccaria, che cita tre direttori di Tg: Borrelli, Lerner e Longhi).

Subito la destra parte all’attacco chiedendo le dimissioni. Dalla prima fila delle truppe di Forza Italia parte Cicchitto: «Annunziata dà il suo contributo alla campagna elettorale dell’Ulivo, mettendo nel mirino il presidente del Consiglio»; Isabella Bertolini imita il Capo: «A RaiTre i vari soviet di redazione godono di ottima salute». Ricciotti è lapidario: «La signora Annunziata ha dichiarato il falso, farebbe bene ad andarsene». Accuse anche da An, con Bonatesta e Butti. Voce solitaria, il direttore del Tg2, Mauro Mazza (vicino ad An) trova «scandaloso scandalizzarsi. Anche nel caso della mia nomina la politica ha detto qualche parola».

Il centrosinistra è allarmato: «Il Re è nudo», afferma Rizzo, Pdci; Morri dei Ds: «È inutile strepitare, è la verità e la difesa dell'autonomia della Rai dovrebbe essere svolta non solo dal Presidente ma da tutto il CdA e dal Direttore Generale. O pensavate che la Presidente dovesse tagliare soltanto i nastrini?». Il diessino Falomi chiede che «l'Authority per le Comunicazioni avvii un’indagine sul controllo politico dell'informazione in Rai» e che ci sia «un’iniziativa del presidente della Commissione di Vigilanza». Lusetti, Margherita: «Inquietante, non bastano semplici dichiarazioni di smentita per fugare tutti i dubbi».

Già la settimana scorsa, quando fu «bocciato» De Bortoli, Lucia Annunziata aveva denunciato «pressioni esterne» sul nome «sgradito al governo». Qualcosa «era successo», perché l’accordo con il direttore generale, Flavio Cattaneo, era saltato nel Cda. Ma ieri la denuncia ha avuto un cognome (che vale anche per le pressioni di famiglia sulla sfida Bonolis-Ricci). Altro che «figurante», come l’ha definita Santoro, è stata nominata per «vigilare sul conflitto di interessi», spiegano, ma i consiglieri hanno sempre bocciato quattro a uno ogni sua proposta pluralista», per avere il controllo totale sull’informazione, tanto più in campagna elettorale. Annunziata aspetta ancora una risposta chiara sul veto a De Bortoli. Accada quel che accada nel Cda di oggi, la sfida è aperta.

Sulla scelta dei conduttori per la striscia c’è tempo, comunque resta in campo Vespa, alternato o affiancato da nuovi nomi: Enzo Bettizza, editorialista de «La Stampa», Maria Latella e Barbara Palombelli del «Corriere». Rinviata a mercoledì l’audizione in Vigilanza del direttore del Tg1, Mimun: convocata alle 14 di oggi, alla stessa ora è stata fissata la seduta in aula a Montecitorio per la Legge Gasparri.

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«So per certo che Berlusconi alza il telefono e chiama i consiglieri d'amministrazione per suggerire nomine ed influenzare le scelte sui programmi». Lucia Annunziata, presidente del Cda Rai, ha pronunciato questa frase intervenendo oggi a Roma davanti a una platea di corrispondenti di giornali esteri. La Annunziata precisa che queste almeno sono le spiegazioni che le sono state date in via non ufficiale per giustificare alcune decisioni prese in Rai su cui evidentemente la presidente non è stata d'accordo. Il riferimento è in particolare la recente bocciatura da parte della maggioranza del Cda della candidatura di Ferruccio De Bortoli alla conduzione della striscia informativa su Raiuno al posto de «Il Fatto» di Enzo Biagi. Questa bocciatura sarebbe stata decisa perchè l'ex direttore del Corriere della Sera «non è gradito al governo».

I consiglieri Giorgio Rumi e Francesco Alberoni cadono dalle nuvole e rispondono in coro che a loro il premier non ha mai telefonato. Nè conoscono vicende simili anche solo per sentito dire.

Mentre Giorgio Lainati, capogruppo di Forza Italia in commissione di vigilanza Rai, rincara la dose esprimendo sconcerto per le «gravi» dichiarazioni della presidente, considerandole per altro alla stregua di «pettegolezzo». «L'ennesima, gravissima scorrettezza» della Annunziata, soggiunge Antonio Leone, vicepresidente del Gruppo di Forza Italia alla Camera.

E un altro consigliere, l'intellettuale di destra Marcello Veneziani avverte che o la Annunziata smentisce o «il rapporto con il Cda deve considerarsi incrinato». «Capisco - continua - che l'Annunziata viva un difficile momento all'interno della sinistra

dopo le accuse rivoltele da Michele Santoro, in parte da Sabina Guzzanti e dal popolo dei girotondini. Ma che debba tentare di legittimarsi agli occhi della sinistra sparando sul consiglio che presiede è inaccettabile».

Infine il consigliere Angelo Maria Petroni descrive l'uscita della presidente alla stregua di un gesto di "matteria". Per Petroni la Annunziata si doveva riferire al passato e lui crede che dunque «abbia operato un transfert psicoanalitico».

Per il vice coordinatore di Forza italia Fabrizio Cicchitto, la denuncia della Annunziata va invece letta come un riflesso della campagna elettorale già iniziata.

È in auge una giudiziosa campagna d´opinione contro i toni forti. Con rimbrotti equamente ripartiti contro le due bande estreme del campo politico, la destra gradassa e la sinistra indignata. Però, al netto del fair-play e di altre non secondarie questioni di civismo e rispetto, restano sul campo, e contribuiscono a incendiarlo, questioni che purtroppo non sono affatto di tono (magari lo fossero!), ma di sostanza.

Per esempio la parola "censura", che è sgradevole e ingombrante quanto la parola "regime", della quale è sintomo, viene sovente tacitata di esagerazione strumentale, e isterica. Bene: vogliamo entrare nel merito, allora, per verificare se questa parola dia scandalo perché la si adopera a sproposito, o piuttosto perché la si adopera a proposito?

Ieri l´altro la magistratura competente ha fatto sapere che non c´è alcuna ragione di procedere per diffamazione contro Sabina Guzzanti e il suo Raiot. Poiché la Rai aveva sospeso ufficialmente la trasmissione esattamente per questa ragione - perché temeva le conseguenze legali - sarebbe logico presumere che a Guzzanti fossero restituiti, a questo punto, immagine e favella. Non accade e non accadrà. Da un punto di vista logico (e non politico) è lecito o no parlare di censura?

Due giornalisti di punta della Rai, Biagi e Santoro, dopo che in un discorso pubblico il premier li nominò persone sgradite e nemiche, sono stati levati dalla programmazione. Che il caso sia risaputo e logoro non cambia di una virgola la sostanza (non il tono) della nostra domanda, ugualmente risaputa e logora: è lecito o no parlare di censura?

Il comico e dicitore Daniele Luttazzi invitò nel suo talk-show il giornalista Travaglio, autore di un libro (regolarmente in vendita) contro Silvio Berlusconi. Carriera televisiva stroncata, e significativa difficoltà, per Luttazzi, di trovare teatri disponibili a farlo lavorare, specie nel Nord del Paese. Di nuovo: è lecito oppure no parlare di censura?

Dario Fo e Franca Rame hanno scritto una farsa satirica su Silvio Berlusconi. Prima alcuni consiglieri del Piccolo Teatro, nominati dalla maggioranza di centrodestra, si dichiarano contrari alla messa in scena perché lo spettacolo «fa politica schierata» (da Aristofane in poi, in effetti, capita), poi una rete satellitare lo manda in onda senza audio nel timore delle solite «conseguenze giudiziarie». Per la quarta volta: è lecito o no parlare di censura?

A Bologna, l´etologo Celli è invitato a parlare del comportamento dei cani in una sala pubblica. L´argomento non è strettamente politico, a meno di considerare Celli un manipolatore della scienza così geniale da volgere l´esegesi dei volpini e dei pastori bergamaschi in polemica antigovernativa. Ma dal Comune fanno sapere agli organizzatori del dibattito che Celli è «persona sgradita» (aridagli), e siamo punto e a capo: censura o cos´altro?

Infine, e forse perfino peggio, la vicenda della fascia preserale di Raiuno. Ferruccio De Bortoli viene indicato tra i possibili protagonisti Rai di quell´Ora Fatale, quella contesa a colpi di maglio tra Ricci e Bonolis. Pressioni di area governativa sconsigliano e dirottano, il presidente della Rai Annunziata sostiene che il premier in persona (proprietario di Mediaset) telefona ai consiglieri di viale Mazzini per consigliarli, e l´Unità, finora non smentita, giorni fa scrisse che lo stesso direttore generale discusse (diciamo così) con Berlusconi l´assetto della fascia preserale. L´accusa, nel caso in questione, è semplicemente gravissima, perché allo scopo censorio si sommerebbero ragioni di concorrenza sleale, rilevanti penalmente, nonché di Leso Mercato, crimine inaudito sotto questo cielo ma inevitabile strascico logico del famoso conflitto di interessi (altra questione sostanziale spesso retrocessa a una questione di cattivo umore di chi la tira in ballo).

A corollario di quanto detto, aggiungo due osservazioni. La prima: il dibattito sui precedenti casi si è dipanato principalmente sui toni inopportuni (di nuovo!) e lo stile dei censurati, sulla natura della satira, sul carattere fumantino della Guzzanti, sulla consunzione o meno del teatro di Fo-Rame, quasi si fosse a una convention di critici. Assai di meno ci si è soffermati sulla notizia-notizia, che era ed è, indubitabilmente, il secco limite alla libertà di espressione che queste vicende descrivono. Bastasse il giudizio negativo su uno spettacolo, per volerlo oscurare, io cancellerei di mio pugno metà dei palinsesti Rai e Mediaset: il fatto è che non basta affatto, quel giudizio, e la libertà d´espressione contiene, come scomoda conseguenza, appunto la messa in onda di facce e parole "antipatiche": ai giudici il compito, quando sia necessario, di risarcire i diffamati o di perseguire i reati commessi per mezzo della parola. Il resto, tutto il resto, è solo e soltanto censura politica.

Seconda osservazione: che a rimanere vittima di ostracismo politico sia stato, insieme ai ben noti agitatori di sinistra sopraccitati, anche Ferruccio De Bortoli, la dice lunga sull´imprevidenza di un dibattito fondato solo sul garbo politico: si sia garbati o meno - e De Bortoli lo è assolutamente e ai tempi del Corriere lo fu anche valorosamente - si rischia comunque di essere rispediti a casa, con tanti saluti. E dunque garbatamente, perfino squisitamente, con un cordiale sorriso sulle labbra e stringendo la mano a tutti, domando: non è arrivato il momento di chiederci che cosa sta succedendo, in questo paese, alla libertà d´espressione?

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