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conques online, 4 novembre 2017. Il 1948 è l'anno in cui comincia ad allargarsi la forbice tra salari e profitti. Lo segnala l'ultimo discorso del grande sindacalista

«La mattina del 3 novembre 1957, poche ore prima di morire,Giuseppe Di Vittorio tiene questo discorso ai dirigenti e agli attivistisindacali di Lecco».

“Lo so, cari compagni, che la vita del militante sindacaledi base è una vita di sacrifici. Conosco le amarezze, le delusioni, il tempotalvolta che richiede l’attività sindacale, con risultati non del tuttosoddisfacenti. Conosco bene tutto questo, perché anch’io sono stato attivistasindacale: voi sapete bene che io non provengo dall’alto, provengo dal basso,ho cominciato a fare il socio del mio sindacato di categoria, poi il membro delConsiglio del sindacato, poi il Segretario del sindacato, e così via: quindi,tutto quello che voi fate, che voi soffrite, di cui qualche volta anche avetesoddisfazione, io l’ho fatto.

Gli attivisti del nostro sindacato, però, possono avere la profondasoddisfazione di servire una causa veramente alta. [...] Invito a discutere suquesto: è giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano amoltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimanganoche le briciole? E’ giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto deibisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle lorocreature? E’ giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perché questo è ilcompito del sindacato. [...]

Avete visto che cosa è avvenuto: mano a mano che ilcapitalismo riusciva ad infliggere dei colpi al sindacato di classe e allaCGIL, e quindi a indebolire la classe operaia, non solo si è verificata unadifferenza di trattamento dei lavoratori, ma come conseguenza di questadifferenza di trattamento, si è aperto un processo in Italia che tuttoracontinua. [...]

Si sono aperte le forbici, si è prodotto uno squilibriosociale profondo nella società italiana. Supponete, per esempio, che ilrapporto fra salari e profitti fosse 100 per i salari e 100 per i profitti nel1948. Come è andato sviluppandosi il processo? I profitti da 100 sono andati a110, i salari sono rimasti a 100. Poi i profitti sono andati a 150, i salarisono andati a 105; i profitti sono andati a 200, i salari sono andati a 107; iprofitti sono andati a 300, i salari rimangono a 107-8-9.
Quindi si sono aperte due curve: i profitti si alzano semprepiù e i salari stentano a salire, rimangono sempre in basso. Le conseguenze,allora, di questi colpi ricevuti dalla CGIL ad opera del grande capitalismo,delle scissioni, delle divisioni dei lavoratori quali sono state? Ecco: le duecurve, la curva dei profitti che aumenta sempre di più, e la curva dei salariche rimane sempre in basso. [...] La nostra causa è veramente giusta, serve gliinteressi di tutti, gli interessi dell’intera società, l’interesse dei nostrifigliuoli. Quando la causa è così alta, merita di essere servita, anche a costodi enormi sacrifici. So che una campagna come quella per il tesseramentosindacale richiede dei sacrifici, so anche che dà, certe volte, delusioniamare.

Ci sono ancora lavoratori che non hanno compreso, ma nonbisogna scoraggiarsi. Pensate sempre che la nostra causa è la causa delprogresso generale, della civiltà della giustizia fra gli uomini. Lavoratesodo, dunque, e soprattutto lottate insieme, rimanete uniti. Il sindacato vuoldire unione, compattezza. Uniamoci con tutti gli altri lavoratori: in ciò stala nostra forza, questo è il nostro credo. Lavorate con tenacia, con pazienza:come il piccolo rivolo contribuisce a ingrossare il grande fiume, a renderlotravolgente, così anche ogni piccolo contributo di ogni militante confluiscenel maestoso fiume della nostra storia, serve a rafforzare la grande famigliadei lavoratori italiani, la nostra CGIL, strumento della nostra forza, garanziadel nostro avvenire. Quando si ha la piena consapevolezza di servire una grandecausa, una causa giusta, ognuno può dire alla propria donna, ai proprifigliuoli, affermare di fronte alla società avere compiuto il proprio dovere.Buon lavoro, compagni”.

postilla

GiuseppeDi Vittorio assume il 1948 come l’anno in cui, in Italia, la curva dell’aumentodei profitti si distaccò da quelle dei salari e l'ampiezza della forbice aumentò continuamente. Quello fu infatti l’anno in cui la storia registra eventi che modificano profondamente gli equilibri tra ila crescita dei salari da un lato, i profitti e le renditedall’altro. Gli eventi principali, che provocarono la sempre più profondadivaricazione tra ricchi e poveri nei paesi “sviluppati”, furono la rottura, nel mondo dell’unità antifascista che avevasconfitto il nazifascismo, e in Italia lavittoria elettorale della Democrazia cristiana con la pesante intromissionedegli USA, l'estromissione delle sinistre dal pgovernola rottura del sindacato unitario dei lavoratori (la CGIL) con ildistacco elle due componenti CISL (aprevalenza democristiana) e Uil (a prevalenza socialdemocratica e repubblicana,mentre comunisti e socialisti rimanevano nella CGIL.

il manifesto,

Cerignola tornerà ad ospitare l’opera di Ettore de Conciliis dedicata a Giuseppe Di Vittorio. Il murale, sin dalla metà degli anni Ottanta abbandonato in frantumi nei depositi comunali – fu divelto per far posto ai nuovi cantieri di piazza della Repubblica – sarà ricollocato domani 3 novembre in piazza della Libertà. Con il restauro del murale «Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno» si conferma il recupero di una stagione pubblica e sociale della pittura italiana espressa tra gli anni sessanta e settanta del Novecento di cui de Conciliis, Rocco Falciano e le esperienze pittorico-installative del Centro di Arte Pubblica e Popolare di Fiano Romano restano un prezioso riferimento.

A Cerignola, intanto, si assiste ad un miracolo laico. L’opera, ridotta a scoria non più leggibile del nostro Novecento, tenuta in vita da un importante lavoro volontario che, negli anni, durante i vari trasferimenti, ha fotografato e documentato lo stato dei frammenti e permesso una prima catalogazione dei pezzi, ha confermato una straordinaria capacità di resistenza estetica. I lavori di restauro sul murale, in un hangar della zona industriale di Cerignola, sono appena terminati. Seguito dallo stesso de Conciliis, sui pannelli è intervenuto il lavoro Francesco Daddario. Il restauro, oltre al problema della caducità dei materiali industriali, si è presentato difficile per la messa in sicurezza ed il riassemblaggio dei quasi trecento frammenti in cui risultava scomposto. L’opera, completa investiva una superficie pittorica di circa centotrenta metri quadrati. I pannelli in Glasal – un fibrocemento simile all’eternit – accoglievano i colori delle resine industriali frammiste a pigmenti naturali.

L’opera – terminata in laboratorio nel settembre del 1974 e successivamente assemblata sul posto – evitando facili soluzioni agiografiche, racconta le vicende delle lotte contadine. Il volto del capo della Cgil si accompagna a quelli della moltitudine degli operai e dei braccianti. L’ulivo è raffigurato come rizoma ancestrale di un popolo che migra da un Mezzogiorno invaso dalle banconote partorite dal ventre della prostituta Babilonia. L’effetto fu disturbante.

Oggetto di una preoccupante campagna giornalistica, a tre giorni dalla sua installazione i neofascisti mitragliano il murale. Numerose, furono le testimonianze di solidarietà. In un suo scritto Renato Guttuso, ricordando l’esperienza di de Conciliis accanto a Siqueiros nel cantiere del Poliforum, definisce l’opera «generosa, geniale e disinteressata». Ad oggi, dell’originaria struttura installativa risultano quasi completamente recuperati i tre schermi laterali; completamente disperso, invece, quello inferiore.

Ancorati sui tre lati di un tronco di piramide rovesciato, i quattro pannelli, tagliati, a diverse altezze, in forma di bandiera, nel punto più alto raggiungevano, con la struttura metallica tubolare, i dieci metri. Dinamismo e integrazione plastica individuavano la struttura portante come forma significante capace di espandere e continuare la pittura. L’installazione, su tre lati, favoriva una lettura ottica d’insieme mentre, dal basso verso l’alto – con la presenza dello schermo oggi disperso – veniva assicurata la fruizione da un punto d’osservazione ravvicinato.

La possibilità di attraversare l’opera e la sua poliangolarità consentivano una particolare esperienza percettiva che, dal libero movimento dello spettatore, risultava aumentata, moltiplicata nella sua meccanica espressiva dalle infinite alterazioni delle sue possibilità visuali.

Confermata anche dalle letture di Carlo Levi e di Paolo Portoghesi, il murale per Di Vittorio guadagnava, nel suo rapporto con lo spazio pubblico, la coesistenza di valori pittorici, scultorei ed architettonici. La sfida, rinnovata nella nuova collocazione, resta quella di trovare, per un’opera che pittoricamente continua, in maniera aperta, ad interrogarci, il giusto rapporto tra percezione, spazio e invenzione plastica.

Riferimenti
Per comprendere (o ricordare) chi è stato Giuseppe Di Vittorio leggi l’articoloGiuseppe Di Vittorio e il “New Deal” per l’Italia, con i riferimenti in calce, e la Letterad’un bracciante sindacalista a un conte capitalista

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