loader
menu
© 2026 Eddyburg

La Rete Toscana nella sua completezza, costituita da oltre 170 Comitati e Associazioni, esprime la propria adesione all’appello a sostegno del si al referendum, redatto dai Comitati fiorentini e da Italia Nostra, e sottoscritto anche da numerose personalità del mondo della cultura, dell’università e dell’associazionismo che notoriamente non sono riconducibili allo schieramento politico del centro-destra, ritenendo che i motivi che hanno portato all’esercizio dello strumento referendario, superino di gran lunga, allo stato attuale dei fatti, la valenza degli schieramenti politici di parte di chi lo ha promosso e che i sostenitori del NO al referendum tentano ancora, propagandisticamente, di far passare contrapposti agli interessi della Cittadinanza.

La Rete, ritiene infatti che lo strumento referendario, come è nella sua natura, rappresenti attualmente, per la cittadinanza tutta, l’ultima speranza per cercare di far breccia nell’arroccamento, quasi sempre arrogante e mistificatore, espresso dalla committenza, e dall’Amministrazione Comunale, nel non voler procedere a nessuna sostanziale revisione tecnica del progetto, neppure per le linee 2 e 3, non ancora cantierizzate, come i Comitati richiedono in nome di una gran massa di Cittadini che hanno manifestato in più occasioni contro le conseguenze distruttive, immediate e future, che un progetto mai definito nei particolari, come quello attuale, possa arrecare irreparabilmente a vastissime zone della città.

La Rete Toscana sostiene ovviamente lo sviluppo del trasporto pubblico e quindi non è assolutamente contro la tramvia: ma contro questa tramvia, che ha evidenziato nel progetto i suoi limiti di condivisione con la Cittadinanza, anche a causa di un percorso decisionale non adeguatamente trasparente che ha visto prevalere i toni propagandistici, alle ragioni di fatto. Ragioni che dovevano partire da un ben definito piano di mobilità dell’area vasta, se non provinciale, la cui mancanza è aggravata dal non aver mai definito neppure un piano di collocazione delle attività pubbliche, produttive e terziarie, determinandone invece una spontanea dispersione su tutta l’area metropolitana e dei comuni limitrofi, anche di seconda cintura, che rende di fatto impossibile dare risposte di mobilità adeguate, con qualunque mezzo pubblico, che non sia il proprio ciclomotore.

Ciò premesso, questa tramvia non costituisce neppure un’occasione di riqualificazione degli spazi urbani, come normalmente è accaduto in altre realtà europee, ma semmai ne riduce la fruizione peggiorando, nella maggior parte dei casi, gli attuali standard di vita dei cittadini e delle attività che si svolgono a margine dei percorsi della tramvia.

Firenze 8 Febbraio 2008

Due sì alla moratoria per le linee 2 e 3 della tramvia

Italia Nostra, Associazione piazza della Vittoria, Associazione Linea 3, Coordinamento dei comitati dei cittadini dell’area fiorentina

A Firenze dal 2004 è stata avviata la costruzione di una linea tranviaria, la Linea 1, che collegherà la Stazione di S.M. Novella con Scandicci. La linea 2 – per l’Aeroporto - e la Linea 3 – per Careggi - sono in via di progettazione definitiva e se ne sono già avviati i lavori preliminari.

Con il Referendum consultivo indetto per il 17 febbraio dovremo dire sì o no alla sospensione delle linee 2 e 3. Lo scopo è quello di avviare un ripensamento complessivo sia del sistema tranviario che del trasporto pubblico a Firenze.

Questa Amministrazione comunale non ha mai attuato un vero confronto con i cittadini sull’opportunità o meno di costruire una tramvia, non ne ha mai discusso i tracciati e non ha mai cercato di affrontare e risolvere i disagi e i problemi prodotti da un’opera del genere.

L’assenza del confronto con la città genera mostri: infatti è possibile verificare che le sistemazioni preliminari già realizzate sono di una desolante modestia progettuale e di un devastante impatto territoriale e ambientale. A monte di qualsiasi progetto esistono invece dei vincoli inevitabili di natura ambientale, storico-artistica, urbanistica che qui non sono stati preventivamente individuati o “considerati”. Una volta che i problemi, i gravi danni al centro storico e al verde consolidato emergeranno non ci sarà più alcuna possibilità di recupero con soluzioni alternative valide.

Questo modo di procedere ha acutizzato il conflitto con una parte rilevante della cittadinanza. I nostri amministratori hanno trasformato il confronto sui fatti, da noi più volte sollecitato, in rissa ideologica che favorisce la logica degli schieramenti (destra o sinistra?) e impedisce qualsiasi sereno e serio confronto.

Gli amministratori ingenuamente attribuiscono alla sola presenza del tram il potere miracoloso di ridurre il traffico privato su gomma, senza effettuare alcuna verifica del progetto e senza affrontare il problema della mobilità nel suo complesso.

Ribadiamo: la forte politicizzazione che ha assunto il dibattito rischia di impedire la conoscenza ed una seria discussione dei progetti.

Per tutto ciò, pur non avendo promosso noi il Referendum, partecipiamo alla campagna referendaria a favore del sì considerandola comunque un’importante occasione data ai cittadini per esprimersi.

Noi siamo per il completamento della Linea 1 e per una moratoria delle Linee 2 e 3 in modo da ripensare tutto il sistema del trasporto pubblico.

A Firenze la congestione cronica da traffico è aggravata da un’alta domanda di mobilità, ben al di là della dimensione della città, sia per la presenza di un turismo globale invasivo e poco governato, sia per un’espansione edilizia incontrollata che ha disseminato abitanti e attività a grande distanza tra loro.

Noi sosteniamo il potenziamento del trasporto pubblico, ma siamo anche per la riduzione del bisogno di mobilità indotto dalla speculazione immobiliare che sta svuotando la città e condannando i suoi ex cittadini ad una vita da pendolari.

Per creare vere alternative al mezzo privato però bisogna rinunciare all’idea che esista un rimedio unico ed evitare infatuazioni o demonizzazioni per questa o quella soluzione. Non c’è esempio europeo che valga se non si parte da un’approfondita conoscenza delle esigenze della propria città.

La nostra opposizione non è alla tramvia in sé ma a questo progetto che riteniamo sbagliato, oneroso e imposto alla citta’.

Ecco 10 ragioni per rimettere in discussione le linee 2 e 3

- il sistema tranviario che si vuole realizzare è costituito da tracciati concepiti 15 anni fa per una metropolitana. è un trasporto di superficie pesante, rigido, inadeguato per la città di firenze.

- il progetto è limitato allo spazio adiacente ai binari senza riqualificare lo spazio pubblico circostante. mancano interventi contestuali sul sistema della circolazione, sul sistema della sosta e sulla rete di autolinee.

- ad opera finita avremo tre linee radiali imperniate sul nodo S.M. Novella – Fortezza che aumenteranno la congestione dell’area centrale, senza soddisfare i collegamenti con importanti funzioni metropolitane e i collegamenti intercomunali diretti (attraversamento di Firenze).

- stiamo verificando che ovunque passi questa tramvia gli alberi, anche adulti, vengono abbattuti. Il patrimonio arboreo esistente deve essere un’invariante di progetto, non la prima cosa da eliminare. Il prolungamento fino al Meyer produrrà l’ ulteriore taglio di un centinaio di alberi.

- l’abbattimento degli alberi, anche di quelli difesi da vincolo di legge, e i numerosi sottopassi, compromettono l’impianto storico del Poggi e i suoi prolungamenti moderni.

- il paesaggio urbano di Firenze ne uscirà stravolto, come già avvenuto nella zona di Porta al prato e delle Cascine.

- il tram “Sirio” di 32 m. è fuori scala per la città storica. L’impatto sarà dato sia dalla linea aerea (4 km. di fili e centinaia di pali) sia dall’ingombro e dalla frequenza dei convogli. La posa dei binari, costosa e con spesse fondazioni, è da considerarsi irreversibile per il centro storico di Firenze, patrimonio dell’Unesco.

- il tratto della Linea 2 che transita dal Duomo è dannoso anche perché finisce in modo irragionevole in piazza della Libertà dove metterà in crisi un nodo delicatissimo della viabilità cittadina, compromettendo una delle piazze più significative del Poggi.

- la diminuzione dell’inquinamento e del traffico automobilistico, che comunque alla fine non supererà l’8-10%, avverrà solo se e quando tutto il sistema della mobilità funzionerà.

- è da considerare che gli abitanti della zona Cure, dei quartieri a sud e a est non saranno serviti dalla tramvia.

la costruzione della Linea 1 con i costi raddoppiati e con ben 63 varianti dimostra che i progetti vengono elaborati in modo sommario. Questa “navigazione a vista” elevata a sistema è inaccettabile, è priva di qualsiasi studio di impatto ambientale e tale da vanificare ogni criterio di trasparenza

- l’aver affidato ad un “project financing” la delicata progettazione delle linee 2 e 3 significa addossarne il debito alla collettività, che dovrà compensare il mancato incasso alla società di gestione.

ed ecco alcune proposte alternative

- elaborare un Piano organico della mobilità di tutta l’area, anche mettendo in discussione scelte urbanistiche centralizzatrici ed invasive recentemente riconfermate dagli strumenti di pianificazione adottati

- mettere in atto una migliore utilizzazione dell’infrastruttura stradale e una razionalizzazione dei sistemi e dei servizi esistenti a scala metropolitana, da definirsi prima e non dopo la costruzione della tramvia.

- liberare il centro storico dal traffico fin da subito, limitando al massimo il suo attraversamento da parte delle linee di autobus e rinnovando profondamente il sistema di Trasporto Pubblico Locale.

- Pretendiamo il rispetto della ztl.

- prevedere il potenziamento di servizi di bus ecologici per il centro con penetrazione a staffa.

- attuare contemporaneamente tutte le misure utili al rafforzamento della mobilità elementare, in particolare di quella ciclabile, individuando una rete di aree e di corridoi ciclopedonali protetti

- verificare la necessità delle linee 2 e 3 valutando ipotesi diverse di collegamento metropolitano, basandosi sull’esteso sistema ferroviario in parte inutilizzato (si pensi solo al tratto Cascine - Leopolda), eventualmente completato da rami tranviari o utilizzando altri mezzi o infrastrutture adatte alle caratteristiche della città.

- aprire il confronto con la cittadinanza su progetti di tramvia, anche alternativi tra loro, fatti conoscere in modo semplice e comprensibile.

Anche la tramvia, da mezzo di trasporto pubblico, può trasformarsi in strumento di declino ulteriore.

La parola d’ordine di chi sostiene questo progetto, “cambiare o declinare”, la facciamo nostra: cominciamo a cambiare il progetto di tramvia, le sue modalità di costruzione e di finanziamento.

Nel XXI secolo modernità vuol dire rispetto dell’ambiente e qualità della vita

votiamo sì per fermare le linee 2 e 3!

votiamo sì per garantirsi le scelte, per garantirsi il futuro, per una vera partecipazione!

Primi sottoscrittori.Prof. Leonardo Rombai, Prof. Giorgio Pizziolo, Prof. Mariella Zoppi, Maria Rita Signorini, Arch. Luciano Ghinoi, Maria Rita Monaco, Arch. Paolo Celebre, Prof. Mario Bencivenni,Dott. Domenico de Martino, Tiziano Cardosi, Prof. Luigi Zangheri, Prof. Mauro Cozzi, Arch. Gabriella Carapelli, Arch. Rinaldo HoffmannRomano Romoli(Casa dei Tessuti, via dei Pecori), Prof. Marco Dezzi Bardeschi, Dott. Lara Vinca Masini, Prof. Rosetta Raggianti Prof. Carlo Carbone, Prof. Francesco Pardi

Postilla

L’intenzione dell’appello non è quella di rinunciare al tram, ma di ottenere un progetto decente, quindi ben diverso da quello approvato dal Comune. Forse sarebbe stato più efficace chiedere sostanziali miglioramenti del progetto anziché chiedere la moratoria, cioè la sospensione sine die dei lavori. Ma ciò avrebbe richiesto un dialogo con l’amministrazione, che non sembra esserci stato. Finché l’atteggiamento di chi governa è “prendere o lasciare”, ci sono poche speranze per una migliore democrazia e una migliore città

Palazzo Vecchio dichiara guerra alla rendita immobiliare. Lo fa con «l’avviso pubblico», il nuovo strumento urbanistico col quale progetta di sovvertire le regole edilizie fino ad oggi in uso. Durante il convegno organizzato ieri dalla commissione territorio guidata da Antongiulio Barbaro, l’assessore all’urbanistica Gianni Biagi ha annunciato che il Piano strutturale pronto a primavera conterrà proprio l’«avviso pubblico», lo strumento col quale il Comune si rivolgerà ai privati aprendo una sorta di concorso sulle opere che intende realizzare: una gara dove peserà più la qualità dei progetti che la semplice proprietà dei terreni. Una rivoluzione concettuale dell’edilizia privata che proprio a Firenze, dice l’assessore, troverà la prima sperimentazione significativa.

«L’avviso pubblico è un’idea della Regione che siamo lieti di sperimentare nella nostra città. E non a caso: finora in Italia era stato applicato solo in piccoli Comuni ma la Toscana e Firenze si confermano all’avanguardia nel dibattito urbanistico», sostiene l’assessore comunale. Mettendo fine (almeno in parte), oltretutto, alle divergenze e anche alle polemiche saltate fuori qualche settimana fa proprio sui contenuti del Piano strutturale tra il Comune e Riccardo Conti, l’assessore regionale all’urbanistica primo paladino del ricorso all’«avviso pubblico» tanto da introdurlo nel Pit, il Piano d’indirizzo territoriale che la Regione approverà in via definitiva prima dell’estate.

Come funzionerà «l’avviso»? Oggi il proprietario di un terreno che vuole costruire 100 appartamenti presenta un progetto e preme il Comune per ottenere poi la concessione. Domani tutto cambia: nel Piano strutturale il Comune dice quali opere considera prioritarie ma non dove devono essere fatte (il Piano strutturale non è più un Piano regolatore). E lancia quindi l’«avviso»: ci sono imprenditori interessati a realizzare l’idea del Comune? Il proprietario dei terreni e il costruttore devono mettersi insieme per confezionare un progetto convincente. E il Comune sceglie, tra quelli pervenuti, il progetto che più comporta vantaggi per il pubblico.

Solo a questo punto, non prima, interviene il regolamento urbanistico a dire dove deve essere realizzata l’opera. E solo a questo punto sarà chiaro quali saranno i terreni edificabili. Prima del regolamento urbanistico la rendita immobiliare non può dunque salire e dopo il Comune avrà già scelto. Da notare che il regolamento avrà una durata di soli 5 anni (nel senso che dopo decade tutto).

Quali operazioni potranno essere fatte con l’«avviso»? Secondo Conti e Biagi, «praticamente tutte»: il recupero dell’ex panificio militare di via Mariti o anche l’albergo nella ex Fiat di viale Belfiore, che ha sollevato tante polemiche dopo l’abbandono dell’architetto Jean Nouvel. Prima di tutto però il Comune dovrà decidere il pacchetto delle opere da farsi con urgenza.

«Lo faremo cominciando dal Piano strutturale - dice Biagi - il sistema dell’"avviso" consente al Comune di massimizzare i profitti e consente anche la massima trasparenza nelle procedure». Ma consente anche, aggiunge Conti, di favorire la concorrenza tra privati: «Una concorrenza sui progetti, sulla qualità, più che sulla proprietà». Senza contare che, interviene anche il capogruppo dei Ds Alberto Formigli, definire il pacchetto delle priorità pubbliche è come «assegnare quote di edificabilità». Mille miglia lontano dalla logica dei vecchi piani regolatori che stabilivano sulla carta quali erano i terreni edificabili aumentandone d’un botto il valore.

Postilla

Già a Milano si era proposta, e praticata, la soluzione di lasciar decidere alla proprietà immobiliare che cosa costruire e dove, sulla base delle “strategie”, molto generali e generiche, dell’amministrazione. La proposta era stata ripresa e perfezionata e generalizzata dalla "legge Lupi" (per fortuna sconfitta).

Adesso anche a Firenze si vuole fare così: la “strategia” la fa il piano strutturale, e il regolamento urbanistico (cioè il vero PRG, quello che dice dove si costruisce e che cosa e quanto) viene redatto dopo e sulla base delle proposte degli “imprenditori”, cioè il tandem costruttori-proprietari. Insomma, chi decide è la rendita.

Poi dicono (e il giornalista ci crede) che così combattono la rendita e la vincono. Dicono di aver vinto, e non sanno che si sono arresi.

Sono state molte le iniziative per ricordare la disastrosa alluvione di quarant’anni fa. Iniziative importanti che culmineranno, penso, nell’incontro in difesa dell’ambiente e degli ecosistemi urbani (domani in Palazzo Vecchio) nel corso del quale sarà solennemente firmato l’appello delle città di Firenze, New Orleans, Dresda, Budapest e Venezia, per la salvaguardia del pianeta e dei patrimoni culturali.

Forse, però, è mancato un ricordo importante: l’inascoltata proposta, che Giovanni Michelucci lanciò all’indomani della catastrofe, di ripartire dalla ricostruzione del quartiere di Santa Croce, uno dei più devastati, per risanare una parte importante del centro storico e riproporre così un’idea di città «aperta», non più costruita per parti separate e ghettizzanti. L’idea - già proposta all’indomani della distruzione di Borgo San Jacopo ad opera dei nazisti in fuga - era quella di un uso popolare degli spazi, le cui parti potevano essere collegate da «percorsi».

Un’idea semplice, che riproponiamo con le parole del Grande Vecchio dell’Architettura, tratte dalla conversazione raccolta nel libro Abitare la natura, edito da Ponte alle Grazie nel 1991. «Proponevo qualcosa di più di un semplice pensiero architettonico - spiegava Michelucci - Era una nuova Firenze, quella a cui pensavo. Non più separata in due parti da un fiume ostile, ma unita da un percorso che, per orti e giardini, da Boboli per San Frediano, attraverso l’Arno arrivasse all’orto di Santa Croce, nel cuore del quartiere, riscoprendo quel verde che, come ho sempre sostenuto, non si può “mettere” nella città: ne fa già parte. Pensavo di affrontare la rinascita di quel quartiere da sempre segnato dall’emarginazione, cercando oltre la sopravvivenza, anche gli elementi dinamici della storia. L’alluvione, per esempio, aveva messo in evidenza come i viali del Poggi non fossero solo un anello utilissimo di scorrimento fra la vecchia e la nuova città, ma anche un elemento di sviluppo il quale, organizzando lo spazio fra le Murate e San Salvi, avrebbe fatto assumere a Santa Croce la funzione di collegamento e di avamposto della memoria storica al di là dei viali. Altro che sopravvivenza! Era nuova una vita per il quartiere e l’intero centro storico. Era la fine della separatezza fra l'antico quartiere e la parte ottocentesca della città. Ma così non fu - concludeva amaramente Giovanni Michelucci - C’è stata un’ostilità nei miei confronti che non ho mai capito. Forse perché andavo capovolgendo la città e con essa alcuni interessi costituiti».

Probabilmente come quelli che ancora oggi sembrano dominare Firenze, ormai senza un’idea di città.

Per questo, forse, è imbarazzante ricordare il Grande Vecchio dell’Architettuta scomparso alla vigilia del suo centesimo compleanno.

La vicenda di via Arnoldi nella quale un gruppo di abitanti, proprietari dell’unica via di accesso ad uno dei cantieri di cui si sta riempiendo la città, sono costretti a difendersi da provvedimenti di imposizione dell’Amministrazione Comunale, è solo l’ultimo atto di un'aggressione al territorio portato avanti da alcuni costruttori di Firenze, con l’assenso dell’Assessorato all’Urbanistica e la compiacente distrazione della Provincia e della Regione.

Ricordiamo di che cosa si tratta:

Nel 2002 il Comune pubblica un bando per la costruzione di appartamenti secondo il programma nazionale denominato “20.000 case in affitto” ? Decreto Ministeriale 2522 del 27 Dicembre 2001? per la costruzione in aree degradate di alloggi da cedere a canone concordato.

Nel corso del 2005, l’Amministrazione Comunale, invece di partecipare al bando in prima persona, e senza avviare alcuna seria iniziativa per il recupero di aree all’interno delle previsioni del PRG, accoglie in tempi brevissimi progetti per ben 688 alloggi. Delle 9 aree interessate una era a destinazione industriale, mentre tutte le altre, erano riservate a servizi, a funzione agricola o, come nel caso di via Arnoldi, appartenevano al Parco storico della collina e dell’Arno, in cui vige il divieto assoluto di edificare.

Da quel momento tutti i servizi previsti in quelle aree (verde pubblico, servizi sociali, parcheggi, ecc) sono automaticamente cancellati.

Si sottraggono beni e risorse pubbliche per ottenere case con affitti di poco inferiori a quelli correnti sul mercato, permettendo ai privati di ricavarvi ingenti profitti. In pratica i proprietari hanno la possibilità di scegliere, al di fuori di qualsiasi previsione di piano, i terreni su cui investire, ridisegnando l’intera città con la costruzione alla fine di 668 appartamenti.

Le innumerevoli agevolazioni per la proprietà privata in quest’operazione:

- finanziamento statale tramite la Regione del 45% dei costi di costruzione degli alloggi da affittare a canone convenzionato (se la locazione è permanente) e del 25% (se invece è a termine per almeno 10 anni)

- rimborso del 40% dell’ICI per 10 anni

- abbattimento del 40% degli oneri di urbanizzazione

- dilazione del pagamento della restante somma per un periodo di 5 anni

- aumento dei massimali di affitto concordato dal 65 al 75%, poi ulteriormente ritoccati in modo da annullare quasi la riduzione.

- eliminazione degli oneri concessori relativi al costo di costruzione

E soprattutto

un incremento notevole della rendita urbana realizzato attraverso il cambio di destinazione del terreno, reso edificabile, con possibilità di realizzarvi oltre ai 368 alloggi in affitto, anche 300 appartamenti in vendita a prezzo di mercato.

Altro che aree degradate!

Si calcola che con questa speculazione immobiliare i proprietari, a fronte di un costo contenuto per costruire gli alloggi in affitto convenzionato, possano realizzare, solo sugli immobili oggetto di vendita, un profitto del 500%, circa 100.000.000,00 di Euro!

Berlusconi e il senatore Lupi avrebbero saputo fare di meglio?

Nel caso di via Arnoldi i soggetti promotori, giungendo in tempi record a concludere i diversi iter burocratici, ottengono:

- una variante al Piano Territoriale di Coordinamento provinciale

- una variante al PRG del Comune di Firenze

- il parere positivo della Commissione comunale per il paesaggio

- il parere positivo della Soprintendenza ai BB.AA.

- l’approvazione del Piano Urbanistico Convenzionato

Di fronte alle legittime proteste dei proprietari prospicienti l’area, che nel frattempo ricorrono al TAR e presentano anche un esposto alla Procura della Repubblica, l’impresa Le Quinte s.p.a. tenta di forzare i tempi di apertura del cantiere con il pieno accordo del Comune che invia in suo soccorso la Polizia Municipale.

Se l’Amministrazione comunale non esita a diffidare questi cittadini, quella provinciale irride le loro legittime rimostranze, dipingendole come difesa del privilegio di pochi a fronte dell’urgente necessità di alloggio in città.

La Provincia per giustificare, una variante al Piano Territoriale di Coordinamento che va contro ogni sua precedente previsione, arriva ad affermare che quel Piano (PTCP) è “uno strumento totalmente inventato e creato dalla Provincia di Firenze”, che “non ha valenza di uno strumento di tutela paesistica”. Quasi, cioè, una pura e semplice “boutade”.

Si giunge insomma al paradosso per il quale il privato si trova a difendere, contro l’Amministrazione, lo strumento di programmazione da questa creato!

A fronte di amministratori pubblici ostili o latitanti, che per di più non difendono risorse essenziali per la città, è il cittadino a dover garantire interessi giuridicamente protetti di natura urbanistica e a ricoprire il ruolo di difensore di un bene culturale comune!

Questo è ciò che avviene a Firenze!

Le forzature della Società privata e dell’Amministrazione non sono però riuscite ad intimidire gli abitanti i quali, con un presidio stradale, hanno impedito per ora l’inizio dei lavori in attesa degli esiti della sentenza del TAR.

Il progetto prevede la costruzione di tre edifici subito al di là dei giardini privati che separano la zona edificata di via di Soffiano da quella aperta e classificata in precedenza nel Parco.

Si tratta di tre nuovi blocchi la cui altezza giunge fino a tre piani fuori terra, con un volume di 10.400 mc. Essi comprendono 20 appartamenti in locazione, tre in locazione temporanea e 23 in vendita sul libero mercato.

L’edificio, progettato dall’arch. Bartoloni, risulta poco compatibile con il contesto per tipologia, materiali e colore, ma soprattutto, se osservato dai varchi esistenti nell’edificato di via di Soffiano, copre ciò che ancora si può vedere della celebrata collina di Bellosguardo, che oggi si profila a poco più di 500 metri senza alcun ostacolo.

La vicenda di via Arnoldi, oltre che significativa per il tipo di resistenza civile che ha innescato, è esemplare anche perché rivela in quale scarsa considerazione sia tenuto da questa Amministrazione lo straordinario patrimonio territoriale e culturale delle colline circostanti la città, e dell’asta dell’Arno che le generazioni precedenti e innumerevoli battaglie politiche dello scorso secolo, ci hanno consegnato.

Già si parla di un altro terreno da edificare nella stessa zona.

In tutto il territorio comunale i casi di riperimetrazione, di arretramento dei confini, di eccezioni al Parco, sia in collina che sulle rive dell’Arno si stanno moltiplicando. La pressione degli interessi immobiliari è enorme dati gli altissimi valori in gioco ed ogni cedimento dei poteri pubblici, anche limitato, può diventare un segnale per l’attacco generalizzato al regime di vincolo da parte della speculazione edilizia.

La vicenda di Soffiano del resto si lega a quella del Ponte alla Badia, sotto la collina di Fiesole, dove il Consiglio comunale, con apparente leggerezza, ha approvato una variante al PRG, rendendo edificabile un’area fragilissima.

Se a Soffiano e altrove l’alibi è quello delle case in affitto, sotto la Badia Fiesolana la copertura è data dall’Istituto Universitario Europeo, che vuole costruirsi lì il proprio campus, e alle cui richieste l’Amministrazione si accoda zitta e buona, senza neanche uno straccio di convenzione che impedisca in futuro un utilizzo speculativo di quei 60 appartamenti.

Ormai in molti l’hanno capito: questa Amministrazione non si oppone, non propone, non svolge alcun ruolo di difesa degli interessi collettivi!

L’ Assessorato all’Urbanistica non è certo il solo, ma sicuramente è il principale responsabile di questa situazione ormai insostenibile.

Come molti cittadini hanno potuto verificare da lungo tempo questo Ufficio, nelle figure dei suoi principali responsabili, si distingue per arroganza dirigistica, risultati discutibili sotto il profilo della competenza, poca trasparenza, sollecitudine ai poteri forti e chiusura nei confronti di qualsiasi rimostranza, anche ragionevole e perfettamente motivata, che provenga dai comuni cittadini.

Fatto salvo l’impegno quotidiano di numerosi volenterosi consiglieri comunali, tecnici e funzionari dell’Amministrazione, e senza pensare di risolvere facilmente i problemi strutturali degli Enti locali, noi crediamo che l’allontanamento dal loro incarico di quei dirigenti e responsabili politici che in queste ultime vicende si sono distinti per scarsa competenza e arroganza, sarebbe un primo significativo segno, da parte dell’Amministrazione comunale, di voler veramente procedere a quel confronto con la cittadinanza che continuamente proclama.

Per questi motivi e alla luce delle recenti vicende i Comitati dei Cittadini di Firenze chiedono:

- Le dimissioni dell’Assessore all’Urbanistica Gianni Biagi

- Lo spostamento dell’attuale Direttore della Direzione Urbanistica Maurizio Talocchini

- La riorganizzazione degli Uffici che si occupano della pianificazione e della gestione del territorio comunale attraverso la valorizzazione del patrimonio di competenze e professionalità ancora esistente al suo interno

- Il riavvio di un confronto aperto su tutte le scelte di politica urbanistica della città

Anche un articolo dell'Unità del 30 giugno e la Opinione di Lodo Meneghetti

Tre palazzine di cemento di quattro piani, che ospiteranno in tutto 46 appartamenti, ai piedi di una delle colline più belle di Firenze, Bellosguardo, situata nel cuore di una zona protetta considerata da 50 anni area rurale storica di interesse culturale. Una zona in cui, fino a un paio di anni fa, non si potevano costruire nemmeno delle serre o piantare alberi ad alto fusto, figurarsi costruire dei condomini. Da Palazzo Vecchio però non si sono persi d’animo, e pur di concedere la licenza edilizia un paio d’anni fa è stato modificato il piano regolatore. Ma non è stato possibile fare nulla per fermare le proteste dei residenti della zona che quando due settimane fa sono iniziati i lavori di costruzione delle palazzine, hanno organizzato un picchetto in via Arnoldi, l’unica strada che porta al cantiere. Così da dieci giorni ruspe, camion e scavatrici ogni mattina alle sette arrivano a pochi passi dal cantiere ma sono costretti a fermarsi davanti al singolare picchetto dei cittadini, messo in piedi senza striscioni o bandiere, ma munito di ombrellone e sedie per ripararsi dal sole. Ieri mattina a fermare la protesta ci hanno provato anche una ventina di agenti, metà vigili e metà Carabinieri, ma non c’è stato niente da fare, «il picchetto - hanno proclamato i cittadini - va avanti».Di usare le maniere forti non se ne parla nemmeno: infatti i residenti della zona hanno tutto il diritto di bloccare via Arnoldi perché è una strada privata, di proprietà proprio dei cittadini in rivolta. Sembra addirittura che la protesta stia dando i suoi frutti: gli operai del cantiere ieri hanno annunciato che l’azienda costruttrice è intenzionata a fermare i lavori fino alla decisione del Tar, a cui i cittadini del picchetto si sono rivolti da tempo. Le tre palazzine in questione rientrano nel programma approvato da Palazzo Vecchio 20mila alloggi in affitto, che prevede la creazione di appartamenti a prezzi calmierati. In realtà però solo la metà degli alloggi avrà questa destinazione, mentre i restanti 23 saranno venduti a normali prezzi di mercato. A rendere la situazione ancor più ingarbugliata c’è il piano territoriale della Provincia, che continua a considerare la zona non edificabile. Ieri la questione è entrata anche in discussione a Palazzo Vecchio, con le consigliere del Prc De Zordo e Nocentini che in un intervento hanno preso posizione a favore della protesta dei cittadini. In serata però è arrivato un fermo altolà alle speranze dei cittadini del picchetto. L’assessore all’Urbanistica Gianni Biagi ha infatti affermato perentoriamente che «i lavori non si fermeranno perché non ce n’è motivazione. Il Comune - ha proseguito l’assessore - ha già sentito i pareri necessari, compreso quello della soprintendenza, ed erano tutti positivi». Il destino della collina sembra quanto mai incerto. Se il Comune non riuscirà a far cambiare idea ai cittadini si prospetta una lunga battaglia da combattere su fronti diversi: tanto nelle aule di tribunale quanto sotto l’ombrellone del picchetto, ormai considerato il simbolo della protesta di via Arnoldi.

”Vedendo come viene soddisfatto il bisogno di un tetto, possiamo avere la misura del modo con cui vengono soddisfatti tutti gli altri bisogni” (F. Engels)

Nell’area fiorentina vivono un totale di 600.000 persone: 378.000 nel Comune di Firenze e 224.000 nei comuni circostanti. Ci sono 6.000 famiglie con sfratti esecutivi a Firenze e 8.900 nell’area fiorentina; all’ultimo bando per le case popolari sono state presentate circa 4.200 domande. Mille persone vivono in case occupate “abusivamente”, e sarebbero senza casa se non fosse per il Movimento di lotta per la casa di Frenze.

A Firenze i valori immobiliari sono fra i più elevati e speculativi d’Italia. Dati Nomisma per il 2004 indicano prezzi di 8.700 euro a mq. per il residenziale nelle zone di massimo pregio e 430 euro a mq. all’anno di affitto (rendimento 4,9%), ed un prezzo medio di 2.819 euro a mq., con affitto medio di 155 euro a mq. all’anno (rendimento 5,5%). Il censimento del 2001 indica la presenza nel Comune di Firenze di 170.000 abitazioni occupate. Sono invece ben 15.000 le case sfitte di cui 6.000 nel centro storico. Una quantità ben superiore alle utenze non attive pari a 4.000 abitazioni.

Di fronte all’emergenza abitativa gli interventi vanno calibrati con attenzione.

Il Bando “20.000 case in affitto” riguarda l’attuazione a livello comunale del Programma di edilizia sperimentale denominato "20.000 abitazioni in affitto", approvato dal Governo con Decreto Ministeriale del 27 dicembre 2001. Nel Comune di Firenze le aree coinvolte sono nove, di cui una destinata alla sola vendita. L’ipotesi è di risolvere la domanda di chi non può accedere ai bandi per le case popolari né al mercato “libero”.

Il programma prevede finanziamenti e facilitazioni di Stato, Regione, Comune ai consorzi di imprese che realizzano casa da affittare a prezzi inferiori a quelli concordati.

Su un totale di 54.066 mq. di edilizia abitativa realizzata con il programma a Firenze: 28.213 mq. sono di case in vendita a prezzi di mercato (!) e 25.663 mq. sono di case in affitto;

- Aree a servizi pubblici (standard), agricole, a parco e un’area industriale occupata dal centro sociale autogestito Ex Emerson sono state trasformate in aree per abitazioni, utilizzando 9 varianti al PRG;

- 45% del costo complessivo delle costruzioni è finanziato da stato e regione (il finanziamento è calcolato sulla S.C. cioè superficie complessiva che è costituita dalla superficie utile abitabile aumentata del 60% della somma della superficie non residenziale e della superficie parcheggi (Sc= Su + 60% (Snr+ Sp)); i massimali per l’edilizia agevolata prevedono un costo di costruzione di 1433 euro a mq. di superficie complessiva, mentre il Progetto operativo Regionale prevedeva un massimale di 1044 euro a mq.;

- Tutti e 9 i progetti godono oneri di urbanizzazione primaria e secondaria ridotti del 40%; il residuo 60% se non impegnato per la realizzazione delle opere di urbanizzazione da parte dell’operatore stesso verrà dilazionato in 5 anni secondo modalità e tempi concordati con il Comune; il contributo sul costo di costruzione non è dovuto; l’imposta ICI sarà rimborsata all’operatore nella misura del 40% per un periodo di 10 anni;

- Fra le 9 aree una è solo per case in vendita (via de Pinedo).

- Nelle 9 convenzioni fra amministrazione e imprese (approvate dalla Giunta) manca l’obbligo a praticare affitti ridotti del 25% rispetto a quello concordato. Al contrario nella bozza di convenzione approvata in Consiglio Comunale l’articolo c’era. Appare grave che manchi il vincolo dell’affitto ridotto del 25% che dovrebbe essere la ragione per cui è stato messo in opera tutto questo marchingegno. E poi il vincolo all’affitto è a tempo indeterminato, ma per quanto durerà?

- Gli affitti saranno del 25% inferiori a quelli concordati fra associazioni dei proprietari e sindacati degli inquilini (che a Firenze variano fra un minimo di 2 a un massimo di 11,36 euro, quindi nulla a che fare con i prezzi dell’edilizia popolare che è giustamente una percentuale del reddito) ma i promotori immobiliari hanno ottenuto che la fascia contrattata sia quella massima prevista. Inoltre l’accordo vigente del 2004 deve essere rivisto ogni 3 anni e il rischio è che gli affitti lievitino tanto da annullare la riduzione del 25%;

- Per accedere al bando gli inquilini devono avere un reddito compreso fra i 13.000 (pari a 18.000 euro lordi) e i 38.734. Questo vincolo è finalizzato ad assicurare ai proprietari il pagamento degli affitti, ma chi ha il reddito minimo richiesto farà fatica a pagarlo.

La rendita urbana e il diritto di costruire

“…la città è una proprietà comune dei suoi abitanti. E’, in senso economico, un bene pubblico… il valore astronomico assegnato al centro della città emerge solamente dal fatto che è al centro delle attività di milioni di persone. Loro, non i proprietari, hanno creato questi valori, che evidentemente appartengono ai cittadini” (Colin Ward)

La prima cosa che l’amministrazione dà, quella che fa guadagnare da sempre di più è il cambio di destinazione: perché un’area a servizi pubblici o un’area agricola, tanto più se vincolata per il valore ambientale, costa molto meno di una edificabile. E se non ci fossero state questi 25.663 mq. di case in affitto, neppure poi così basso, questo cambio di destinazione sarebbe stato più difficile. Questo è il regalo più grosso: la rendita urbana (assoluta), cioè il valore che il terreno assume solo per essere stato definito edificabile dall’amministrazione.

Quasi tutte le aree di Firenze su cui verranno realizzati i progetti delle 20.000 case in affitto, prima delle varianti al Piano Regolatore Generale vigente, erano vincolate alla realizzazione dei servizi pubblici in base allo standard di legge: attrezzature della pubblica amministrazione (un caso), verde pubblico e sportivo (tre casi), aree di particolare interesse culturale interne al parco storico della collina e parco dell’Arno (due casi), scuola superiore dell’obbligo (un caso), attrezzatura ricreativa, cinema, teatro (2 casi). Ci sono poi un’area agricola con particolare interesse culturale e una agricola produttiva. Le 9 varianti al PRG hanno sottratto aree destinate a servizi e aree agricole e aree a parco. E la variante che investe l’area del centro sociale autogestito dell’ex Emerson coinvolge un servizio pubblico esistente.

Gli “standard” del Decreto Ministeriale del 1968 sono quel minimo di servizi pubblici che i comuni sarebbero obbligati a garantire e non a caso sono quelli che la legge sul governo del territorio nazionale chiamata legge Lupi, approvata dalla Camera dei deputati il 28 giugno 2005, ma non dal Senato, avrebbe voluto eliminare definitivamente. Bene: il Comune di Firenze, ha deciso che visto che gli standard nel PRG erano di progetto, solo sulla carta, erano inutili e quindi il vincolo sulle aree in cui realizzarli si poteva eliminare. Nel Piano Strutturale di Firenze si afferma che i servizi pubblici previsti dagli standard del 1968, sono schematici, ma invece di prevedere servizi e spazi pubblici più appropriati questo discorso serve per sostituirli con un vago “sistema integrato” di attrezzature e servizi offerti da pubblico e privato. E questo delle case in affitto non è l’unico esempio di soppressione di aree per servizi. Anzi il Comune ha trovato gli “intellettuali” che hanno anche fornito la giustificazione teorica: le quantità non bastano, bisogna parlare di qualità, di prestazioni, ogni località ha bisogno di standard diversi. Può esserci del vero ma il risultato finale è che si afferma che la prestazione la può offrire anche il privato e quindi via alla privatizzazione dei servizi; l’amministrazione non ha soldi per espropriare e quindi è inutile che vincoli delle aree che non esproprierà mai, l’unica cosa che può fare è lo scambio: chi costruisce deve concedere al comune le aree per servizi. Peccato che in questo modo si leghi la realizzazione di servizi sociali alla costruzione di edifici non sempre così necessari e opportuni, che, come si sa, non vengono realizzati per rispondere ai bisogni abitativi ma come risposta alla domanda di investimento che guarda a chi paga e non a chi ha bisogno. Peccato che troppo spesso lo scambio sia impari ed iniquo: come se le pubbliche amministrazioni non sapessero contrattare o come se i rapporti di forza fossero così smisuratamente a favore della proprietà fondiaria e delle imprese immobiliari che il risultato non è mai seriamente a vantaggio della collettività.

La domanda da porsi è: quanto è costato l’intervento in termini di risorse pubbliche, sottrazione di beni pubblici e cosa si è ottenuto in cambio? Invece di investire tutti questi milioni di euro, a cui vanno sommati gli sconti su opere di urbanizzazione e gli sconti sull’ICI e non ultimo gli aumenti di valore dei suoli, le rendite urbane, (regalate attraverso i cambi di destinazione e le quantità edificatorie) per ottenere 368 case da affittare con una riduzione del 25% rispetto a un prezzo che se ci fosse un po’ di decenza sarebbe normale e soddisfacente per i proprietari, sarebbe stato possibile usare queste stesse risorse per costruire case in affitto di proprietà pubblica da affittare a prezzi accessibili ai bassi redditi e quindi svincolate dai prezzi di mercato? Non sembra che queste case in affitto alle condizioni su esposte siano costate un po’ troppo care?

Il “libero” mercato.

Progetti di questo tipo non riducono i prezzi degli affitti, non fanno da “calmiere” perché non modificano i diritti e i doveri delle parti coinvolte, imprese che affittano e inquilini.

Il pianificatore ed economista inglese Michael Edwards, afferma che mentre ci sono relazioni di mercato brutalmente chiare, “esse sono talvolta ingannevoli, essenzialmente perché un accordo fra due persone, per vendere e comprare, ha l’apparenza superficiale di uno scambio volontario e libero. Adam Smith ha sostenuto che la mano nascosta del mercato opera attraverso individui che perseguono il loro proprio interesse e fanno affari che lasciano entrambe le parti più ricche. Tuttavia questa visione del mercato ignora l’equilibrio di potere fra compratore e venditore (che può rendere lo scambio tutto tolto che equo) e ignora tutto quello che determina il prezzo di mercato dominante: l’equilibrio generale di potere fra compratore e venditore. Il lavoratore ha poca scelta nell’accettare un lavoro pagato male se le paghe basse sono le sole disponibili. Il contadino deve accettare il prezzo di mercato per i suoi animali se è quanto offrono tutte le catene di supermercati…”

Le due parti, proprietario e inquilino, si presentano sul “libero mercato”, ma chi definisce il prezzo? Quello della casa è un mercato monopolistico e per l’inquilino non c’è che prendere o lasciare. La truffa della proprietà della casa significa solo che con il mutuo (uno dei maggiori introiti per le banche) il limite del prezzo si eleva, perché si può allungare, quasi a dismisura, il periodo di tempo per pagarlo. Quanti dell’80% di proprietari di casa in Italia in realtà sta ancora pagando il mutuo e lo pagherà ancora per molto? E che effetti ha l’impossibilità di trovare casa a prezzi commisurati ai (magri) redditi, sull’inizio (in tarda età) della vita autonoma dei giovani in Italia?

Ma i rapporti di forza possono essere modificati e un’amministrazione locale e regionale potrebbe fare molto in questo senso. Anzi ridurre le rendite dovrebbe essere la parola d’ordine di qualsiasi governo sia pur debolmente favorevole a ribaltare la situazione delle classi subalterne.

L’idea di ancorare l’affitto al reddito è un modo per svincolare il rapporto domanda ed offerta dallo strapotere (pozzo senza fondo) dell’offerta, che non ha nessun rapporto con la domanda d’uso, se mai con quella di investimento.

Che fare? E cosa non fare.

Soluzioni strutturali e non contingenti alla questione della casa e dello spazio pubblico e sociale richiedono la drastica riduzione dei prezzi delle aree e degli immobili. Liberare lo spazio dalla rendita urbana e dal profitto immobiliare richiede di modificare i rapporti di forza fra capitale, lavoro, proprietà fondiaria, fra profitto, salario e rendita e di cambiare le regole del gioco.

Come farlo? Quali strumenti e azioni sono necessarie? La storia della pianificazione urbana e territoriale è anche storia del rapporto fra domanda sociale e rendita.

Quale politica abitativa si può proporre per l’Europa, che non ne ha una? Una proposta che non cerchi una (ghettizzante) soluzione per ogni segmento della domanda sociale ma ne trovi una capace di liberare spazio per i (differenti) valori d’uso per i (diversi) abitanti.

L’aumento dei prezzi delle aree e degli immobili, è un indice certo del fallimento del governo del territorio. L’abbassamento dei prezzi può essere ottenuto assumendo razionalità sociali invece che di mercato. Come per i servizi sociali, per le abitazioni si deve ammettere che il mercato capitalistico non è adatto a mediare la risposta ai bisogni e che si deve agire fuori dalle sue regole.

Le note e la bibliografia sono nel testo integrale, qui sotto scaricabile

Cosa prevede il progetto di Castello

di Sandro Bennucci

La Nazione, Firenze 25 gennaio 2006

A nord ovest, nella piana di Castello, nascerà una nuova capitale di colletti bianchi: dirigenti, funzionari, impiegati. Regione e Provincia, con il protocollo firmato lunedì con Palazzo Vecchio, costruiranno sedici ettari di uffici. I calcoli sono facili: la Provincia ha annunciato realizzazioni per 68mila metri quadrati, compresa la cittadella per gli studenti delle superiori. E ieri anche la Regione ha precisato le sue previsioni: costruirà su una superficie di 90mila metri quadrati. Di cui 58mila da dedicare al centro direzionale della giunta e gli altri 32mila alle agenzie regionali: Arpat (ambiente), Apet (promozione), Arsia (agricoltura).

Il costo? Fra i 220 e i 280 milioni di euro. L'obiettivo? Ospitare un esercito di tremila dipendenti. Molti dei quali potranno avere anche casa lì, nella piana. Uscio e bottega, come si diceva una volta. I tempi di

costruzione? Cinque anni per la Provincia, 7-8 per la Regione.

Federico Gelli, vicepresidente della giunta toscana, e artefice tecnico-politico dell'operazione spiega: «La necessità era quella di accorpare gli uffici. Impossibile continuare a pagare milioni e milioni di euro d'affitto, anno dopo anno. La stessa Corte dei conti ha invitato le amministrazione a comprare gli immobili. A noi servono spazi grandissimi.

Fino a poco tempo fa credevamo che la scelta migliore fosse quella di prendere la Manifattura Tabacchi e di mantenere i palazzoni, già acquistati, a Novoli. Poi la situazione è cambiata. Con Palazzo Vecchio e con la Provincia abbiamo fatto un ragionamento nuovo, che ha consigliato la scelta di Castello».

I palazzoni di Novoli, costati 45 milioni di euro, potrebbero essere dati in permuta a Salvatore Ligresti, patron di Fondiaria, come parziale pagamento dell'operazione. Una delle più imponenti mai fatte a Firenze. Ligresti, oltre a dare i terreni, potrebbe costruire materialmente la nuova città degli uffici di Castello. Riguardo alla permuta con i palazzoni di Novoli, dovrebbe essere il Comune a facilitare l'operazione. Come? Cambiando destinazione d'uso: i palazzoni potrebbero diventare poli commerciali,

> alberghieri o espositivi Palazzo Vecchio, ieri, ha approvato la delibera sul protocollo d'intesa con Regione e Provincia.

Molto soddisfatto il sindaco, Leonardo Domenici: «Questa scelta ci permette di progettare lo sviluppo della città in una dimensione metropolitana mai avuta in passato e di trovare un equilibrio fra la Firenze moderna e la Firenze storica». Poi Domenici tocca l'immancabile riferimento allo stop del 1989 di Occhetto che delegittimò l'allora dirigenza fiorentina del Pci: «Non si ripropone la logica della vecchia variante Fiat-Fondiaria. Si salva quanto di buono c'era nella strategia di sviluppo a nord-ovest nei primi anni Ottanta e la si rende praticabile privilegiando le funzioni pubbliche, elemento qualificante dell'intervento».

Intanto la Pirelli ha stimato in 38 milioni di euro il prezzo di Palazzo Bastogi e del Teatro della Compagnia, in via Cavour, attualmente in affitto alla presidenza della giunta. Che comprerà i due immobili per destinarli, ormai sembra certo, al Consiglio Regionale. La sala, che apparteneva a Cecchi Gori e che ha ospitato cinema e perfino commedie teatrali, diventerà aula consiliare. E vedrà altre scene.

sinistra critica: «E' una lottizzazione inutile»

La Nazione, Firenze 25 gennaio 2006

Nocentini e De Zordo contestano il progetto del mega insediamento

L'operazione Castello è fortemente avversata dalla sinistra critica. La capogruppo di Rifondazione Anna Nocentini e la candidata sindaco Ornella De Zordo temono che il protocollo d'intesa tra Comune, Provincia e Regione sia «un atto che sancisce un grande affare per la Fondiaria-Sai di Salvatore Ligresti ma non per la città di Firenze».

La variante di Castello, una delle più grandi operazioni immobiliari d'Italia, non si sarebbe potuta attuare senza l'apporto fondamentale dei soggetti pubblici: «Il loro intervento per decine e decine di milioni di euro risulta decisivo per l'operazione di speculazione sull'ultima area verde di Firenze.

Senza i soldi pubblici l'operazione Ligresti sarebbe rimasta al palo - commentano Nocentini e De Zordo -. Questa operazione ha completamente ribaltato il meccanismo di maturazione delle scelte urbanistiche, ovvero adottare lo strumento urbanistico adeguato solo dopo aver appurato un bisogno diffuso. In questo caso si è fatta prima la scelta (la macrolottizzazione) e poi ci si è adoperati a trovare la domanda in maniera da legittimarla a posteriori. Spiace che ad avallare una scelta del genere siano state amministrazioni di centrosinistra». Per le esponenti della sinistra critica si tratta di «una cementificazione pesantissima che non risponde a nessuno dei bisogni e delle esigenze reali della città».

Contrarietà anche da parte di Forza Italia: «A Castello ci sarà una enorme colata di cemento - commenta la consigliera Bianca Maria Giocoli -. Inoltre questa gravosa edificazione non risolverà neanche il problema della casa: la quota riservata all'edilizia residenziale è infatti limitata a un centinaio di alloggi. Senza contare poi che saranno realizzati diversi birilloni di undici piani».

L'azzurro Marco Stella è preoccupato per il futuro dell'aeroporto: «Siamo sicuri che lo sviluppo di quest'area non blocchi lo scalo? Siamo sicuri che le infrastrutture che verranno create non siano ostative allo sviluppo dell'aeroporto? Siamo certi che i nuovi insediamenti non precludano qualsiasi sviluppo di Peretola?

Provincia di Firenze - Per costruire a Castello in vendita i gioielli di famiglia

L’Unità, 26 Gennaio 2006

La Provincia di Firenze potrebbe mettere sul mercato il palazzo di via Zara,dove attualmente si trova la Questura di Firenze, la Caserma dei Vigili del Fuoco di via La Farina e l'istituto di Agraria per finanziare, con il ricavato, la costruzione del nuovo centro direzionale a Castello e il mega campus scolastico da quattro mila studenti. L'ipotesi viene confermata dall'assessore provinciale al Patrimonio Massimo Masi: «Sicuramente una parte del finanziamento verrà trovata con alcune alienazioni» spiega. Concretamente però la giunta di Palazzo Medici Riccardi non è entrata nel merito su come riuscire a reperire i 110 milioni di euro da investire nell'area di Fondiaria-Sai. «Queste strutture - aggiunge Masi - fanno parte di un patrimonio che abbiamo in affitto. Ma che siamo disponibili a valutare eventuali vendite». Dopo mesi di trattative con il Viminale è stato da poco firmato il nuovo contratto di affitto del palazzo della Questura «che scadrà fra sei anni» precisa l'assessore. Anche per la Caserma dei Vigili del Fuoco di via La Farina «la situazione è stata da poco regolarizzata» aggiunge Masi. Per quanto riguarda l'Istituto Agrario è l'università di Firenze che tempo fa ha manifestato il suo interesse per trasferire eventualmente alcuni dipartimenti della vicina facoltà di Agraria. Ma l'elenco degli stabili che la Provincia potrebbe mettere sul mercato riguarda anche Villa Mondeggi «valuteremo il da farsi insieme agli enti locali, con Bagno a Ripoli in primo luogo» precisa infine Masi. Firmando il protocollo in Regione era stato il presidente Matteo Renzi ad annunciare che accanto alla sede operativa della Provincia dovrà sorgere anche «un campus studentesco per circa 4000 studenti».

Qui una sintesi della vicenda dell’intervento Fiat-Fondiaria, negli anni 1984-1990

Rfi (Rete ferroviaria italiana)ha annunciato l’apertura ufficiale dell’alta velocità Milano-Roma per il 2010 e specifica che i treni transiteranno sul nuovo tracciato, tranne che nel nodo di Firenze, per il quale, «almeno fino al 2016», si continuerà ad usare la linea esistente. Dunque la Tav Milano-Napoli, per sei anni, attraverserà Firenze in superficie. E’ questa la migliore dimostrazione dell’inutilità del sottoattraversamento ferroviario, previsto quale soluzione definitiva per il nodo fiorentino.

In effetti all’inizio della vicenda, l’assetto della rete nell’area aveva indirizzato le scelte verso l’attraversamento di superficie, che si sarebbe realizzato presto e facilmente, a costi bassissimi, con una serie limitata di aggiustamenti della linea e l’aggiunta di due binari. Tale programmafu abbandonato, addirittura prima di essere formalizzato in schema di massima, per avviare la progettazione di un supertunnel di una decina di chilometri (poi ridotto a circa 7,5).Questo comprende, tra l’altro, una galleria che dovrebbe passare sotto parti importanti del patrimonio storico-artistico e residenziale della città, oltre che sotto le falde e alcuni corpi idrici di alimentazione del bacino dell’Arno, nei pressi del corso d’acqua principale.

Il progetto, sottoposto a valutazione d’impatto ambientale solo in fase preliminare, con un procedimento che anticipava la Legge Obiettivo, è stato approvato con molte prescrizioni nel 2003. Nel 2007 è stata espletata la gara, vinta da un raggruppamento di imprese legate a cooperative nazionali e locali oltre che a grandi imprenditori del settore, «con un ribasso incredibile», per circa 800 milioni. I costi reali dell’opera, compresa nuova stazione, sono stimati almeno in 2,5 volte tanto, per cui si prevedono, more solito, forti aumenti in corso d’opera. Il megatunnel con nuova stazione, «un transatlantico nel cuore sotterraneo di Firenze», il più grande scavo a memoria della storia della città, non è solo inutile e costoso,ma anche foriero di gravi danni al patrimonio ed all’assetto urbanistico, e soprattutto, all’idrogeologia: il notoriamente fragile bacino dell’Arno che sarebbe – esso sì – da mettere in sicurezza, con una spesa totale simile a quella del sottoattraversamento Tav.

Il centro di Firenze, che già soffre pesanti problemi di inquinamento e congestione, sarebbe ulteriormente gravato dagli impatti di una serie di megacantieri che la taglierebbero in due per circa un decennio, con forti emissioni di polveri e gas, moltissimo rumore, enormi disagi per la popolazione, anche per l’ingente movimentazione e stoccaggio di materiali. L’impatto urbanistico negativo resterebbe anche dopo, per l’incremento di attività e di flussi dovuti alla nuova stazione, a un chilometro dall’esistente stazione di S. Maria Novella: a dispetto della principale motivazione per cui, a suo tempo, ci si indirizzò verso il tunnel in nome dell’esigenza di «salvaguardare la centralità di Santa Maria Novella», poi clamorosamente abbandonata in sede di progettazione definitiva.

Le vibrazioni dei cantieri e, poi, dei treni metterebbero a rischio il patrimonio artistico e le stesse residenze. Ma i maggiori problemi arrivano dagli effetti di alterazione dell’assetto idrogeologico. L’assenza delle necessarie garanzie deriva da valutazioni effettuate, ormai da molti anni, soltanto nel progetto di massima, tra l’altro assumendo dati sul sistema idrico superficiale e sotterraneo ancora più datati e, quindi, superati.

«Bisogna dimostrare la fattibilità e la funzionalità efficace degli strumenti proposti per assicurare la tenuta del sistema idrogeologico. Nel Sia esiste solo un’illustrazione piuttosto generica di alcuni apparati tecnologici utili ad affrontare il problema: non sono specificate le condizioni del loro impiego e quindi la nuova operatività e preservazione del sistema. (...).Allo stato appaiono possibili, se non probabili, gli eventi dannosi di dissesto o addirittura di disastro idrogeologico. (...) L’area interessata dal progetto è tra quelle classificate ad alto rischio ambientale per l’Italia centrale dall’analisi dei rischi sul territorio dell’Unione (...) allegato al 3° rapporto Ipcc/Unep sui cambiamenti climatici (per la Piana fiorentina esistono due rischi opposti: quello strutturale o di lungo periodo è legato alla diminuzione d’acqua e all’aumento di temperatura nell’ambito metropolitano (...).

Come effetti contingenti, legati all’incremento di turbolenze metereologiche, sono paventabili eventi alluvionali). Il progetto è tale da esasperare le negatività tendenziali legate a tali trend» (T. Crespellani, 2007).

C’è la forte preoccupazione che possa ripetersi la situazione del Mugello, dove la realizzazione dell’alta velocità ha provocato frane, dissesti, sparizione di falde e corsi d’acqua, nonché processi di desertificazione, con un danno ambientale valutato dalla magistratura in oltre un miliardo di euro. Nella città di Firenze i problemi sarebbero amplificati, come sostiene il gruppo di studiosi ed esperti dell’Università locale, che ha valutato il progetto di sottoattraversamento ed ha proposto in alternativa un aggiornamento del passaggio di superficie.

Quest’ultimo prevede l’aggiunta di due binari al fascio di quelli esistenti e l’allargamento delle pertinenze ferroviarie, in alcuni punti, con un’unica e modesta operazione di ampliamento di galleria. Sono previste, inoltre, parziali ristrutturazioni delle stazioni interessate. Con pochi accorgimenti, il progetto di superficie – che prospetta un più rapido attraversamento di Firenze – aumenta realmente la capacità del sistema e diventa un segmento importante della nuova rete metropolitana su ferro. Laddove il disegno del tunnel, con due binari riservati esclusivamente alla Tav, irrigidisce il modello, riducendone le potenzialità (il contrario di quanto reiteratamente sostenuto dai favorevoli).

In generale il megatunnel e la grande stazione richiamano l’idea di grandi opere, avulse dal contesto cittadino, ma forse coerenti con il modello di sviluppo «turisti e cemento» propugnato dall’attuale governance. Il passaggio di superficie, invece, con il modello integrato di trasporto che promuove, oltre a costare circa un decimo rispetto al sottoattraversamento – ma forse è proprio questo il problema -, è compatibile con un futuro della città ancora determinato dalla sua identità culturale, artistica, scientifica, architettonica e paesaggistica; notoriamente tanto cara a tutti. Forse non a coloro che considerano tale patrimonio ostacolo per i propri affari.

Lo «scandalo» urbanistico di Firenze era prevedibile: troppe le scelte discutibili negli ultimi tempi. Il nuovo strumento urbanistico, il Piano strutturale, e diversi grandi progetti (ipermercati, aree commerciali, poli turistico residenziali, infrastrutture) non solo non rispondono alle domande sociali e ambientali della città, ma appesantiscono i problemi sul campo; come gli urbanisti della locale Università hanno illustrato nella rivista del dipartimento, Contesti. L’ex assessore comunale al ramo, tra i primi dimissionari all’esplodere dell’inchiesta, qualche mese fa apostrofava impudentemente tutto ciò come «bischerate! ». Si è anche formulata una teoria ad hoc, distorta, dello sviluppo fiorentino per giustificare una serie di macrostrutture per lo più turistico terziarie e, per l’alta velocità, il megatunnel e la grande stazione.

A fronte di un passaggio assai difficile e problematico per il sistema economico-finanziario internazionale appare, infatti, inspiegabile - secondo criteri di accettabile razionalità tecnica, programmatica e sociale - la «febbre veteromodernista» che sembra aver «investito i sistemi decisionali regionali e comunali, toscano e fiorentino».

Le ultime vicende dimostrano che questa è una pericolosa illusione, oltre che uno strumento per accentuare l'ingovernabilità del sistema socio-economico e per favorirne il crescente controllo da parte delle grandi lobby finanziarie e speculative. In questa logica si inquadra la necessità di puntare sul turismo «a alta intensità di consumo» e sulle opere pubbliche(!) per rispondere alla crisi del secondario e del terziario - settori portanti dell'economia regionale e metropolitana nel recente passato. Tale modello si istituzionalizza e informa addirittura i diversi strumenti di programmazione - tra cui il Pit e la Pianificazione locale, strutturale e strategica - e appare sbagliato. Specie per una realtà come quella toscana e fiorentina in cui - nell'era della sostenibilità e dell'high tech - sembra logico che si debba puntare sulle peculiarità esistenti - arte e scienza, storia e cultura, turismo ecosociale e paesaggio - per prospettare un'economia sostenibile e una società vivibile.

La proiezione spaziale dell'aporia economica rappresentata dal modello «Rimini più Gioia Tauro» - turismo di consumo e opere pubbliche - proposto per città e regione, comporta grande consumo di suolo e alto impatto ambientale, con intasamenti per comparti urbani già congestionati. Le «grandi opere», impattanti quanto avulse dal tessuto urbanistico, rappresentate emblematicamente anche dal sottoattraversamento, trascinano una serie di trasformazioni di aree, soprattutto ex ferroviarie e prossime alla linea (così «valorizzate»): contenitori che ampliano cementificazione e volumi edificati, inducendo degrado ulteriore nell'assetto territoriale, paesaggistico e ambientale dell'area metropolitana. Laddove servirebbero reti di verde e sostenibilità, per legare strutture culturali, artistiche a luoghi «cospicui» della città e avviare la ricomposizione del paesaggio urbano nonché la riqualificazione urbanistica dell'assetto.

Il suggello di queste tendenze critiche è rappresentato dalla proposta di nuova variante al piano strutturale per cancellare il parco di Castello, un'area di cerniera e di riequilibrio ambientale, strategica per le relazioni tra la città e il suo hinterland e per ridare «senso estetico e funzionale» all'espansione diffusa verso Sesto e dintorni.

Gli attuali problemi amministrativi possono fornire l'occasione per una svolta, a patto che essa muova dall'abbandono di scelte che sembrano dettate da una logica opposta a quella della corretta programmazione e appaiono spiegabili solo da esigenze evidentemente estranee alla buona gestione della cosa pubblica. La bonifica urbanistica può prospettare un orizzonte politico di nuovo attento ai bisogni della città.

FIRENZE - Lo stadio al posto del parco. Dalle carte dell’inchiesta sull’area Castello di proprietà di Salvatore Ligresti, che vede indagati oltre al costruttore due assessori della giunta di Firenze, salta fuori ora una "trattativa segreta" attorno alla collocazione del nuovo stadio che Diego Della Valle sogna di costruire per la sua Fiorentina. Il 26 giugno scorso il sindaco Leonardo Domenici parla al telefono da Roma con il suo assessore all’Urbanistica Gianni Biagi, ora indagato insieme al collega di giunta Graziano Cioni. Dice di stare «andando ad un pranzo riservato con Ligresti e Della Valle» e chiede a Biagi (che nel frattempo ha dato le dimissioni) informazioni sulla convenzione firmata dal Comune per Castello.

Una convenzione del 2005 che prevede che accanto alla realizzazione di 1 milione e 400 mila metri cubi di edifici pubblici e privati vengano sistemati a parco 80 ettari di terreno da Fondiaria Sai. Il documento esclude che si possa fare uno stadio in quella zona ma Domenici sembra intenzionato a cambiare gli accordi. Racconta Biagi in un’altra intercettazione riferendosi a Castello: «... Ti posso dire con certezza che Della Valle e Ligresti si sono incontrati più volte prima dell’estate... che... Leonardo e io abbiamo incontrato Della Valle il 2 o il 3 di agosto... dove ci ha fatto vedere questo progetto».

Agli occhi della città però il bozzetto disegnato da Massimiliano Fuksas appare all’improvviso il 19 settembre, quando i fratelli Della Valle lo presentano in una sala affrescata del Four Seasons dove sono invitati tutti i politici e gli amministratori fiorentini. Un’offerta "prendere o lasciare", spiega Della Valle, facendo capire alla sua selezionata platea quanto sia importante per Firenze cogliere al volo un’occasione di sviluppo che prevede oltre allo stadio negozi, alberghi, una disneyland del calcio e vari impianti sportivi. Ad ascoltarlo c’è anche il sindaco. Che subito dopo l’incontro, come si legge in un’altra intercettazione con Biagi, va da Diego: «... senti... non lo sa nessuno... ma vado un momento a chiacchierare con Della Valle... gli dico anche questa cosa qui.. che noi allora entro il 30 settembre facciamo questa roba...». Biagi: «va bene». Domenici: «cioè praticamente noi facciamo un...». Biagi: «un emendamento». E infatti l’emendamento al Piano strutturale viene elaborato. Rimaneggiando il testo al telefono, sempre con Biagi, Domenici chiarisce che non intende fare un favore a Della Valle concedendo lo stadio: «...oh! spero che tutti capiscano che il sindaco vuole toccare il parco! cioè vorrei che su questo non ci fossero dubbi.. io voglio toccare il parco... e non perché io voglio dare ragione a Della Valle.. ma perché quel parco mi fa cagare da sempre... è chiaro?». Le cose però non vanno in questo modo. Due giorni fa in una tesissima seduta del consiglio comunale lo stadio scompare di nuovo dal piano urbanistico di Firenze. La maggioranza si spacca e il Pd rimane solo a difendere l’emendamento del sindaco: l’ala sinistra vota insieme a Forza Italia, An e Udc per chiedere che restino gli 80 ettari di parco. Uno smacco vissuto male da un Pd già duramente scosso dall’inchiesta che vede indagato uno dei quattro candidati alle primarie per il sindaco, lo sceriffo Cioni, l’assessore conosciuto in Italia per l’ordinanza contro i lavavetri. Inutili finora tutti i tentativi dei vertici del partito per convincerlo a fare un passo indietro, almeno dalla corsa elettorale. «Io sono innocente e non scappo dall’accusa infamante di corruzione», spiega Cioni. A dare le dimissioni per effetto delle intercettazioni, invece, è il direttore della Nazione Francesco Carrassi: parlava al telefono con l’uomo forte di Fondiaria Sai, Fausto Rapisarda, anche lui indagato. Dalle conversazioni sembrano emergere scambi di favori.

Postilla

Magari scoprissero che si è trattato solo di “scambio di favori”, ovvero di “normale” corruzione. Temiamo invece che si tratti di una diffusa mutazione antropologica di cui almeno quei politici e amministratori sono colpiti, grazie alla quale chi governa non sa in nome di che cosa governa e a chi deve rispondere. Se è così, vadano via tutti.

© 2026 Eddyburg