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Olimpiadi a Firenze (e Bologna per par condicio) nel 2032. La bufala viene da Dario Nardella, Sindaco di Firenze e ha trovato l’interesse dell’omologo bolognese, nonché del Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, tornato all’ovile del PD. (segue)

Già a Firenze, subito dopo l’alluvione del 1966, il professore architetto Pierluigi Spadolini, con l’appoggio di una parte della Democrazia Cristiana e delle grandi società immobiliari romane, aveva lanciato un’analoga proposta. Naufragata, perché all’epoca il Sindaco di Firenze si chiamava Piero Bargellini e il PC non si era ancora trasformato nel partito del cemento.

E’ evidente che le probabilità che il CIO accordi le Olimpiadi estive a Bologna e Firenze sono inferiori a quelle di vincere l’enalotto giocando una sola schedina. Le ragioni sono state indicate in un articolo del Fatto Quotidiano on line dell’11 settembre. Il Comitato Olimpico chiede ai “pretendenti” di avere già una buona infrastrutturazione di base, mentre Firenze e Bologna sono a terra per quanto riguarda gli impianti sportivi, a partire dagli stadi per l’atletica, per non parlare del nuoto o del ciclismo. Inoltre, per un criterio di alternanza è difficile che dopo l’assegnazione delle Olimpiadi invernali a Milano e Cortina si voglia ancora gratificare (si fa per dire) l’Italia. Va da sé che le Olimpiadi sono state sempre rovinose per i bilanci pubblici e profittevoli solo per i costruttori che in Italia, per prassi consolidata e con costi crescenti, si lasciano dietro una marea di opere incompiute.

Se ne deduce che o Dario Nardella è uno sprovveduto o è in malafede. Propendiamo per questa seconda ipotesi. Ma allora perché lanciare la bufala delle Olimpiadi? Una risposta verrà dalle reazioni dell’establishment locale e dal partito del Pil. Già ci sembra di sentire alzarsi le voci che per dare gambe alla candidatura fiorentino-bolognese occorre realizzare al più presto il nuovo aeroporto, bucare Firenze con il sottoattraversamento Tav e chissà cos’altro. Qui potrebbe stare l’obiettivo sottostante, usare come grimaldello una proposta inattuabile per realizzare quello che viene messo in forse dall’opposizione più consapevole di sindaci e cittadini.

Bisogna dare atto a Nardella di un tocco di comicità nella sua proposta. “Perché "se Milano è la capitale finanziaria e Roma quella politica, Firenze e Bologna possono rappresentare il polo italiano delle eccellenze e del made in Italy, visto che rappresentiamo il meglio in campo alimentare, in quello della moda, dei motori, della tecnologia e dell'alta formazione universitaria" (La Nazione Firenze, 11 settembre). Cosa c’entri tutto ciò con un evento effimero e di tutto altro genere come le Olimpiadi rimane misterioso. Ma dopo la comicità viene la tragedia: intervistato dal Fatto Quotidiano Giacomo Giannarelli, il candidato del Movimento 5Stelle alle prossima elezioni regionali, afferma “che ogni iniziativa che promuova lo sport, il turismo e le relazioni internazionali è un’iniziativa da sostenere”. Ma i pentastellati non erano contro le Olimpiadi, emblema sommo dello spreco di soldi? Il no di Virginia Raggi è stato un penoso malinteso?

Tutti accomunati i nostri politici da una visione miope e retrograda del futuro delle nostre città. Fermi agli anni ’60, sono ancora convinti che le infrastrutture pesanti e il cemento siano la via maestra di un mitico “sviluppo”. Ambiente e cambiamento climatico sono slogan usa e getta.

Firenze subì nel 1966 una spaventosa alluvione (da cui, appunto, la proposta di Olimpiadi risarcitorie). Niente è cambiato da allora rispetto al rischio idraulico che corre il capoluogo e buona parte della Toscana. Invece di assecondare la natura la si vuole in ogni modo violentare. Tanto in Italia gli stupratori se la cavano con poco.

L'argomentata denuncia non è soltanto una corretta analisi e una preoccupata valutazione di un attentato alle più consolidate esperienze di tutela delle qualità storiche, artistiche e sociali dei centri storici. E' anche un grido di allarme per il precedente gravissimo che l'Ordinanza del Consiglio di stato costituisce. (e.s.)

Qui l'articolo del Gruppo urbanistica perUnaltracittà.

Le reazioni dei sostenitori dell'aeroporto alla sentenza del Tar confermano la malafede del progetto, la cui strategia è proprio quella di eludere norme e prescrizioni urbanistiche e ambientali ben sapendo che la proposta è già sulla carta in contravvenzione delle stesse. Con riferimenti. (i.b.)

La sentenza con cui il Tar per la Toscana ha accolto il ricorso per l'annullamento del decreto del Ministro dell'Ambiente sulla compatibilità ambientale del nuovo aeroporto di Firenze è importante sia sul piano giuridico sia su quello politico. Sul primo punto il pronunciamento del tribunale, se non sarà rovesciato da un Consiglio di Stato più sensibile ai venti politici, farà giurisprudenza. Il Tar toscano infatti ha stabilito che “La documentazione presentata nell’ambito del procedimento urbanistico conferma come in sede di Via sia stato presentato un progetto parziale e comunque insufficiente a consentire una compiuta valutazione degli impatti ambientali, essendosi rinviato detto giudizio alle fasi progettuali successive, devolvendo le attività di verifica della corretta esecuzione delle prescrizioni al costituendo Osservatorio Ambientale”.

Questo il succo della sentenza, esaurientemente spiegato nell’articolo del Gruppo Urbanistica per un'Altra Città pubblicato su eddyburg. Una sentenza che non solo azzera la strategia finora seguita dai proponenti – Enac e Toscana Aeroporti – ma di fatto vanifica il Dlgs 104/2017 nel suo obiettivo principale: consentire che la Via venga svolta su progetto di fattibilità, volutamente nebuloso, affinché le scelte fondamentali siano rinviate al progetto esecutivo.

Se il gioco fosse leale, i proponenti dovrebbero prendere atto delle motivazioni della sentenza, fare mea culpa per aver voluto a ogni costo aggirare la legge e presentare un progetto conforme; in fondo che senso ha rimandare approfondimenti necessari e studi su opere che comunque devono essere fatte? A meno che il gioco non sia fin dall’inizio truccato e celi il proposito di non eseguire quegli approfondimenti che potrebbero risultare negativi e, meglio ancora, di non fare le opere più onerose e problematiche.

Un gioco elusivo, la cui mossa finale è stato il trasferimento della competenza di controllo dell’opera dalla commissione Via (cui spetterebbe per legge) a un Osservatorio da costituire ad hoc presso il Ministero dell’Ambiente: con una variante presentata ex post da Enac e sancita dall’ing. Antonio Venditti, coordinatore nella Direzione Via, affinché nell’Osservatorio non siano rappresentati i Comuni più direttamente interessati; e con lo stesso Venditti - già protagonista nell’istruttoria tecnico-amministrativa del procedimento di Via, già coestensore del Dlgs 104/2017- autonominatosi presidente dell’Osservatorio, dove partecipa Enac e, sia pure senza diritto di voto, Toscana Aeroporti, entrambi in clamoroso conflitto di interesse. Cui si aggiunge come pseudo-rappresentante degli interessi locali, Dario Nardella – del quale peraltro si ignorano le specifiche competenze tecniche - sindaco della città metropolitana, anch’esso strenuo sostenitore dell’opera.

La strategia del cartello pro nuovo aeroporto è chiarissima: un Master Plan lacunoso con prescrizioni non “precettive” ma “esortative”, la cui ottemperanza è rimandata a nebulose fasi successive, dove il controllo sarà esercitato da un gruppo di amici del progetto. Strategia, tuttavia, messa in crisi dalla sentenza del Tar. Ma invece di fare buon viso a cattiva sorte (da loro stessi procurata) ecco che - riporta il Corriere della Sera nelle pagine locali - scoppia l’ira di Marco Carrai, presidente di Toscana aeroporti, evidentemente dotato di poteri di ultravista, o altrimenti comico, quando afferma che “il giudice in un’ora, senza avere un consulente, ha deciso che 146 elaborati progettuali, 399 elaborati tecnici ambientali (tra cui anche uno studio sull’obesità infantile in Toscana, ndr), tre università (ma non quella di Firenze, ndr), la commissione Via, direttori generali dei ministeri con tre governi diversi, non fossero sufficienti”. Mentre Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di Commercio fiorentina, consigliere di amministrazione di Toscana Aeroporti, già deciso a non concedere finanziamenti per Firenze Fiera (di cui è presidente) senza il nuovo aeroporto, taccia di ideologismo, non si sa su quali basi, la sentenza del Tar.

Anche il Presidente della Regione Toscana, la butta in politica, dimenticando di avere ribaltato il parere negativo del suo nucleo di valutazione regionale. “Si deve con amarezza prendere atto - dice Rossi - come il grillismo sconfitto nelle urne sia una malattia invasiva della cultura politica odierna … mettendo in secondo piano l’interesse collettivo, il lavoro e persino il rispetto dell’ambiente”.

Sbaglia completamente Rossi, quando taccia di “grillismo” dei sindaci che, fino a prova contraria appartengono tutti, salvo uno, al Pd, di nuovo il suo partito. Dovrebbe invece congratularsi con il Movimento 5 stelle, che a quanto pare, in questo frangente come in altri casi, ondeggia in direzioni contrapposte senza una bussola né tecnica, né politica. Infatti, nonostante che a livello locale per anni i politici grillini si siano sbracciati contro il nuovo aeroporto, ora leggiamo che “nel ricorso si è costituito il Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare (Sergio Costa, Movimento 5 stelle), unitamente al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Alberto Bonisoli Movimento 5 stelle) e all’Enac, (oltre alla Regione Toscana), contestando le censure dedotte e chiedendo il rigetto del ricorso”. Vedremo se il Movimento 5 stelle farà un ulteriore retromarcia, ricorrendo con i suoi ministri contro la sentenza del Tar presso il Consiglio di Stato. Se ciò avvenisse, dovremmo prendere atto che i grillini al governo sono sostenitori del nuovo aeroporto e passo dopo passo, presumiamo saranno favorevoli alla linea Tav sotto Firenze e perché no, alla Torino-Lione con lo sventramento della Val di Susa. Chiedendosi, poi perché i voti si siano dimezzati nell’ultima tornata elettorale e rischiando un’ulteriore dimezzamento alle prossime elezioni politiche.

Riferimenti
In eddyburg si trovano diversi articoli di critica a questa grande opera inutile. Per un'introduzione al tema si legga No al nuovo aeroporto di Firenze, di Ilaria Boniburini, che include anche le ragioni del no dei comitati toscani. Si rimanda inoltre ai precedenti articoli di Paolo Baldeschi sul tema: Aeroporto Firenze. Responsabilità ora a Enrico Rossi (3 gennaio 2018), L'aeroporto di Firenze e il mito dello sviluppo (22 luglio 2018), Oscure manovre attorno all’aeroporto di Firenze (9 giugno 2017). Sulla sentenza si legga Il Tar e l’Aeroporto di Firenze. Una sentenza fondativa per le vertenze contro le grandi opere e Troppe prescrizioni per l’aeroporto di Firenze, il Tar boccia la Via già pubblicati su eddyburg.

Il Consiglio di Stato blocca la pessima Variante al Regolamento urbanistico di Firenze che introduce la ristrutturazione edilizia come categoria di intervento sugli immobili notificati, e tante altre nefandezze. Fino alla sentenza i cantieri sugli edifici storici sono congelati. Una sconfitta per il candidato sindaco Nardella ma una vittoria per associazioni e movimenti che l'hanno osteggiata. (a.b)

Fermate le speculazioni sugli edifici monumentali del centro città e delle colline e le vendite di immobili storici di proprietà pubblica. Legittimata l’azione della magistratura.

L’ordinanza cautelare del Consiglio di Stato di ieri blocca la norma urbanistica recentemente varata dal Comune di Firenze, la Variante all’art. 13 delle NTA del Regolamento urbanistico. “La variante è un vero e proprio regalo agli “investitori”, agli immobiliaristi, ai parassiti della rendita. Ed è stata perciò a lungo avversata dall’opposizione, dai movimenti e dalle associazioni, tra le quali Italia Nostra, che ha presentato il ricorso. Di questo siamo soddisfatte”, hanno detto le candidate in consiglio comunale per Potere al Popolo Francesca Conti (capolista) e Ilaria Agostini, docente di urbanistica.

La variante ora sospesa introduce una norma che elimina il vincolo di restauro dagli edifici storici e ne indebolisce drammaticamente la tutela. Il variato art. 13 introduce inoltre la “ristrutturazione edilizia” tra gli interventi ammissibili sul patrimonio edilizio storico notificato ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Una categoria troppo ampia, quella della “ristrutturazione edilizia”, che prevede persino la demolizione dell’edificio e la sua ricostruzione in forme diverse da quelle originali.

Per Conti e Agostini “si tratta, perciò, di una variante urbanistica che regala il centro storico all’economia estrattivista del turismo globale; che apre la strada a nuove speculazioni sugli edifici monumentali del centro città e delle colline; che agevola la vendita di immobili storici di proprietà pubblica; e che infine legittima le speculazioni bloccate dal sistema giudiziario”.

Conti e Agostini, attive nel laboratorio politico perUnaltracittà, concludono ricordando come proprio questo tema sia stato al centro della loro azione “ne abbiamo scritto articoli di approfondimento sulle pagine de “La Città invisibile”, un appello internazionale e collaborato alla realizzazione di una trasmissione su Radio Wombat”.

Qui i link agli articoli scritti in proposito da PerUnaltraCittà:

Dietro la facciata niente. Firenze dimentica il restauro
di Ilaria Agostini

L’assalto al patrimonio storico architettonico di Firenze. A chi giova?
di Antonio Fiorentino

Florence 2018: goodbye to the restoration of architectural monuments
del Gruppo urbanistica PUC

Una variante per la degenerazione urbana

di Ilaria Agostini

Firenze Smart City. E’ questa l’idea centrale del programma del Sindaco di Firenze in vista delle prossime elezioni amministrative dove, appunto, l’aggettivo “smart” ricorre per ben 27 volte. Un programma di 119 pagine, in tipico stile renziano.

Firenze Smart City. E’ questa l’idea centrale del programma del Sindaco di Firenze in vista delle prossime elezioni amministrative dove, appunto, l’aggettivo “smart” ricorre per ben 27 volte. Un programma di 119 pagine, in tipico stile renziano, dove la connotazione è, se non tutto, gran parte e ha l’obiettivo di dare un’idea di attualità e di un futuro à la page. Un programma diviso in 52 paragrafi, un mare di parole il cui leitmotiv sono le buone intenzioni: a volte meritevoli ma non tali da suscitare l’entusiasmo dei cittadini i quali preferirebbero scelte precise e programmi attuabili su cui esprimere consenso o dissenso.

Un segnale della pletorica affabulazione del programma nardelliano è la difficoltà che incontrano gli organi della stampa, pur così benevoli verso il Sindaco, a darne una sintesi comprensibile ai lettori: qualche riga o poco più, in cui la principale notizia è l’intenzione di realizzare la linea 5 della tramvia metropolitana, quando la numero 2 è appena entrata in esercizio e la 3 e la 4 sono in fase di progettazione preliminare; e, per ‘par condicio’, l’interramento del traffico veicolare in due piazze lungo i viali di circonvallazione, sotto le quali si trovano i gangli vitali delle infrastrutture progettate nell’800 da Giuseppe Poggi - speriamo che ciò non costituisca, come al solito, una sorpresa a scavi iniziati.

Alcuni dei punti del programma centrano delle questioni reali, come il fatto che la popolazione fiorentina sia molto più anziana della media nazionale e con una bassa natalità o l’impatto negativo del turismo, ma le azioni proposte non colgono gli aspetti strutturali dei problemi, sono superficiali e spesso contraddittorie. Una popolazione anziana avrebbe bisogno di una politica di ricupero e valorizzazione dello spazio pubblico esistente e di costruzione dello spazio pubblico dove questo manca come nelle recenti periferie; che implichi una riduzione del traffico automobilistico e una conseguente pedonalizzazione della città, soprattutto nelle zone dove piazze e strade sono diventate parcheggi di superficie; che non obblighi a spostamenti in macchina per gli acquisti quotidiani; quando, invece le politiche delle amministrazioni – passate e presente – si sono mosse in senso contrario, permettendo e incentivando la trasformazione del centro storico in una vetrina di lusso dove è impossibile trovare un negozio di uso domestico; estendendo l’area pedonale nel quadrilatero magico a scapito delle periferie, penalizzate, oltretutto, dall’occupazione delle strade da parte delle linee della tramvia.

Per incentivare la natalità, nel programma si promette un bonus (di berlusconiana memoria) “fino a 2000 euro”, ma non sono contemplati servizi sociali a favore delle donne o investimenti negli asili nido o orari differenziati. Le criticità del turismo sono circoscritte a quelle provocate dal “mordi e fuggi” nel centro storico, ma si tace sulle pesanti trasformazioni che questo provoca nell’economia e nella società fiorentina. Si riconosce la carenza di case per famiglie bisognose ricordando i 52 milioni di euro stanziati nel 2018 per il Piano Casa, ma tutti gli edifici pubblici dismessi appartenenti al Comune o al demanio pubblico sono destinati, con il Sindaco promotore, a diventare residenze o alberghi di lusso in un business miliardario.

Molto peso viene dato nel programma alla sicurezza e al controllo del territorio come tentativo di risposta alle proteste di residenti e dei comitati che segnalano casi di microcriminalità e lamentano gli schiamazzi notturni della ‘movida’. Il problema esiste, ma è grandemente enfatizzato, e le risposte come “il vigile di quartiere”, “la video sorveglianza”, il “controllo di vicinato”, nonché 450 nuove telecamere, sembrano più che altro iniziative per non farsi scavalcare dal candidato leghista. Un centro storico svuotato di cittadini per forza si presta occupazioni e attività incompatibili o contro l’abitare.

Tuttavia, quello che più colpisce nel programma elettorale è ciò che non c’è. Sono le omissioni dei grandi progetti che dovrebbero cambiare l’assetto della città e che in tutti questi anni sono stati sostenuti tenacemente (anche se con qualche contraddizione) da Nardella: evidentemente gli spin doctor del programma hanno suggerito di tacere o di mettere sotto tono i temi più controversi. Poche parole sul sottoattraversamento della linea dell’alta velocità, minimizzando l’inutile e costosissimo scavo della stazione sotterranea ai Macelli, per l’occasione rinominata di Belfiore (cioè in una posizione più vicina a quella centrale). Forse temendo che qualcuno possa ricordare a Nardella, ora diventato strenuo sostenitore del progetto, le parole pronunciate nel giugno del 2016, testualmente: “questo progetto di alta velocità [...] appare inspiegabile. E' un grande spreco di denaro pubblico. Perché stiamo parlando di un miliardo e mezzo di euro, per risparmiare due minuti. [..] Svuota Santa Maria Novella … Quindi ci sono molti elementi che ci portano a dire che quel progetto è vecchio prima ancora di essere realizzato. […] Insomma è un progetto nato male e che sta andando ancora peggio.”

Nessuna parola sulle pesanti criticità del progetto del nuovo aeroporto, già indicato come il motore di un nuovo rinascimento fiorentino; nessuna consapevolezza che l’aeroporto sia stato pensato per farvi atterrare i voli low cost, gonfiando proprio quel turismo di cui la città non ha bisogno. Ma l’omissione più clamorosa riguarda il quadrante nord-ovest della città dove si dovrebbe concentrare gran parte degli investimenti e dei metri cubi del piano regolatore a volumi zero (un ossimoro). Secondo la Variante al PRG approvata nel 2018, l’attuale Mercato ortofrutticolo dovrebbe trasferirsi nella zona ancora inedificata di Castello; completando la grandiosa impresa di occupare l’unica area verde di collegamento tra Peretola e le colline insediate dalla ville medicee, oltre che con il tappo dell’orribile scuola dei carabinieri, anche con il nuovo Mercafir: cioè con funzioni non accessibili al pubblico e non certo smart.

Tace il programma sul fatto che al posto del Mercato ortofrutticolo dovrebbe sorgere la Cittadella Viola con il nuovo stadio, un grande outlet, di cui nessuno sente il bisogno, oltre al solito mix di direzionale e negozi, un progetto finora sbandierato come il fiore all’occhiello dell’amministrazione Nardella. Con una squadra che va male, i tifosi infuriati, è prudente tacere su un’operazione che non ha alcun senso economico e le cui conseguenze urbanistiche sarebbero disastrose. Meglio, quindi, evitare i temi controversi e spinosi e riempire le pagine del programma di opzioni meno impegnative. I fiorentini potranno così gioire di alcune innovazioni come, la Smart City Control Room, il Biciplan, le politiche di Road Pricing, lo Smart Parking. Insomma un programma che renderà Firenze veramente una Smart City, una città intelligente. O piuttosto, per tutto quello che il Sindaco si propone di fare e quello che omette di fare, una “Smarting City, vale a dire una Città Sofferente?

Sembrerebbe (il condizionale è necessario) che il governo, con il ministro Toninelli, voglia riconsiderare il progetto del nuovo aeroporto di Firenze che sarà esaminato nella Conferenza di servizi convocata per il 7 settembre cui parteciperanno 32 enti interessati.

Sembrerebbe (il condizionale è necessario) che il governo, con il ministro Toninelli, voglia riconsiderare il progetto del nuovo aeroporto di Firenze che sarà esaminato nella Conferenza di servizi convocata per il 7 settembre cui parteciperanno 32 enti interessati. Atto finale che chiude le procedure e dà il via libera il progetto, secondo i vertici di Toscana Aeroporti, atto dovuto, ma di valore puramente procedurale secondo il Ministro, che invece vuole attendere i risultati di un’analisi costi e benefici, per l’aeroporto come per altri progetti di grandi opere.

Questo atteggiamento che sembra sensato (qui non voglio entrare in merito di altri comportamenti insensati del Ministro e del governo di cui fa parte) ha scatenato la reazione bipartisan del Pd e di FI, uniti come sempre nella lotta, in gara a chi fa da migliore supporto al miope, oltre che colluso, establishment locale. Miope perché non ha una minima idea di cosa significhi lo sviluppo di cui parla in continuazione e senza cognizione, supportato da una stampa locale che cade nel ridicolo quando propone (intelligente provocazione, secondo i sodali) addirittura un referendum sull’opera, dopo che Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge. Niente dibattito, nessuna partecipazione, ma un referendum tra cittadini ignari cui sarebbe chiesto se vogliono il nuovo aeroporto che porta sviluppo e occupazione o preferiscono la situazione attuale che significa arrendersi alla nemica Bologna: questo sì che è autentico populismo!

Vediamo di riassumere per gli ignari cittadini, in attesa del referendum, solo alcuni punti cruciali che rendono illegittimo e non vantaggioso (se non per Toscana Aeroporti) il nuovo aeroporto, che non è un modesto ampliamento di quello esistente come continua a ripetere il Presidente Enrico Rossi.

Primo punto: l’iter precedente e seguente la Valutazione di impatto ambientale del progetto è stato illegittimo già a partire dalla variante del Pit di previsione della nuova pista annullata dal Tar della Toscana, per proseguire con la presentazione a Via da parte di Enac e Toscana Aeroporti di un Masterplan e non di un progetto definitivo come prescriveva la legge. Per sanare alcuni dei molti provvedimenti illegali, già segnalati in altri articoli su eddyburg, il governo Gentiloni ha approvato, ad hoc, nel 2017 il Decreto legislativo 104 che ha comportato la decadenza di non poche delle 142 prescrizioni cui era condizionato il parere favorevole alla Via. Ma non basta: come ciliegina finale, la Regione Toscana ha già annunciato per bocca del suo Presidente l’intenzione di utilizzare la Conferenza di servizi per provvedere a una variante automatica del Pit che vanifichi la sentenza del Tar, anche se la legge urbanistica regionale non lo consente, essendo in gioco beni paesaggistici e culturali: non solo erranti, ma anche perseveranti.

Secondo punto: tra le modifiche alle prescrizioni permesse dal DL 104 vi è stata anche la composizione di un osservatorio preposto a controllare la realizzazione dell’aeroporto, dove sono stati eliminati i sindaci dei Comuni coinvolti, a favore di un unico “rappresentante locale”, Dario Nardella, Sindaco della Città metropolitana, strenuo sostenitore del progetto.

Il terzo punto è una balla: sono stati concessi 150 milioni pubblici per la realizzazione dell’aeroporto che andrebbero perduti. In realtà 50 milioni sono stati stanziati (non concessi), gli altri solo promessi. Poiché la normativa dell’Unione Europea non permette aiuti statali, sia per la tipologia dell’aeroporto di Firenze, sia per la sua prossimità a Pisa e Bologna, si è inventato l’escamotage di finanziamenti che andrebbero a opere complementari. Spacciando come complementare o di mitigazione la costruzione del nuovo Fosso Reale e di altre opere che solo la nuova pista rende necessarie, ma che attualmente funzionano egregiamente.

Quarto punto: il nuovo aeroporto migliorerà la situazione ambientale della piana: non si vede come, dal momento che sono previsti il raddoppio dei voli e vettori di maggiore dimensione (è noto che l’aereo è il mezzo di trasporto di gran lunga più inquinante a parità di chilometri percorsi).

Infine c’è la favola che sta alla base delle infinite lamentazioni, polemiche e invettive che da ogni parte vengono rivolte a chi mette in dubbio l’utilità pubblica di un nuovo aeroporto e preferirebbe il potenziamento di Pisa, già aeroporto internazionale, e un rapido collegamento tra questo e Firenze: la favola è “chi è contro il nuovo aeroporto è contro lo sviluppo di Firenze e della Toscana”. Questo mantra viene ripetuto quotidianamente dai politici del Pd e di FI in attività, dal sottobosco politico che ruota attorno ai partiti, dagli amministratori regionali, da Confindustria, dal Presidente di Firenze Fiera (“se non si fa l’aeroporto io non investo”, come se si trattasse di soldi suoi), un ritornello amplificato dalla stampa locale, pronta a raccogliere ogni esternazione in proposito, da personaggi conosciuti e sconosciuti.

Lo sviluppo, che sarebbe il grande beneficio dell’aeroporto di Firenze, è stimato dall’Irpet in 2.500 posti lavoro. Ammesso che questa stima sia credibile, al netto dei progressi tecnologici che intercorreranno nei prossimi anni, si tratterà per lo più di addetti ai bagagli, baristi, commessi, camerieri, taxisti e simili. E’ questo il lavoro qualificato di cui ha bisogno Firenze come l’Italia? E quale sarà l’impatto sull’economia fiorentina di masse di turisti che arriveranno con i voli low cost consentiti dalla nuova pista? Firenze ha realmente bisogno di gonfiare un’economia basata sulla rendita medicea? Di incrementare il turismo mordi e fuggi? Si vuole ulteriormente penalizzare i residenti dal centro storico a favore degli affitti turistici? E’ questo il conclamato sviluppo?

Se i fautori dell’aeroporto si informassero, dovrebbero sapere che in tutti i paesi di capitalismo avanzato (il nostro è tristemente arretrato), il capitale intangibile - fatto di ricerca e sviluppo, di informazione, di conoscenza tacita e formalizzata, di condizioni favorevoli alla creazione cluster tecnologici - ha ormai da più di 25 anni superato nello stock degli investimenti il capitale materiale, fatto di edifici, macchine, infrastrutture; che capitale intangibile e occupazione qualificata sono strettamente legati; che la spesa pubblica italiana per l’istruzione come quella privata per ricerca e sviluppo è la metà di quella europea con una modestissima crescita annuale; che siamo penultimi nell’UE per numero di laureati seguiti solo dalla Romania; che alla base di uno sviluppo che produce lavoro di qualità, vi è l’economia della conoscenza. E se non leggono e non si informano, per lo meno dovrebbero comprendere le ragioni della vitalità dell’economia dei distretti che pure hanno sotto il naso. Non si tratta solo di flessibilità, decentramento, capacità di adattarsi ai cambiamenti della domanda. I distretti, sono stati storicamente e sono tuttora formidabili produttori di ciò che gli economisti definiscono “conoscenza tacita”. Un processo cumulativo, aperto, socialmente, condiviso, che ha portato a risultati di eccellenza. Ma i nostri preferiscono le infrastrutture pesanti e gli sconvolgimenti territoriali e ambientali, perché così vogliono i politici e le banche. Si preoccupano dei migranti in entrata e non dei 50.000 giovani, di cui 10.000 laureati che ogni anno lasciano l’Italia: perché sono choosy, vale a dire che non vorrebbero per tutta la vita trasportare pizze a domicilio e fare i camerieri stagionali. E purtroppo non hanno la fortuna di fare parte dell’establishment e di goderne eredità e rendita politica.

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perUnaltracittà, newsletter 4 aprile2018. Firenze. Come distruggere insieme urbs e polis. L'insegnamento della città guida del renzismo urbanistico. Ma contrastare si può passando dalla denuncia all'azione.

Proprio in nome della “rigenerazione urbana”, una Variante al Regolamento Urbanistico sottopone a trattamento degenerativo il corpo esangue della città storica e lo predispone a nuova speculazione immobiliare. La Variante al RU, approvata dalla Giunta e a breve in discussione consiliare, aggredisce il patrimonio edilizio storico e abolisce l’obbligatorietà del restauro sui monumenti architettonici: la loro tutela viene demandata alla libera discrezionalità della Soprintendenza, ridotta allo stremo dalla riforma Franceschini.

Nel feudo del declinante potere renziano

All’ultimo anno di mandato, la Giunta Nardella si esprime con questo pericoloso provvedimento che apre la strada agli appetiti sulle architetture monumentali del centro città e delle colline, che agevola la sciagurata vendita di edifici storici di proprietà pubblica e che, infine, legittima vecchie speculazioni bloccate dal sistema giudiziario. È l’estrema torsione amministrativa, liberista e servile, un regalo agli “investitori”, agli immobiliaristi, ai parassiti della rendita.Ma è principalmente un atto di selezione sociale.

L’accelerazione impressa dalla Variante rafforza infatti il processo di esclusione della vita civile e delle funzioni sociali dai luoghi rappresentativi della comunità cittadina, prodromo dello spossessamento degli spazi pubblici e comuni. Corrobora ulteriormente la già avviata sostituzione dei residenti con «utenti» che, dotati di notevole disponibilità economica, influiscono sull’assetto urbano senza tuttavia partecipare alla vita politica[1]. Tutta urbs niente polis, verrebbe da dire. La popolazione ideale da governare.

Tutto il contrario di quanto sarebbe auspicabile per ridar vita alla città storica. La soluzione è da ricercare semmai in politiche cariche di valenza sociale, che tutelino l’ambiente di vita urbana tutelando la vita ivi condotta, secondo l’esempio originario di Bologna (anni Sessanta-Settanta), certo da rinnovare, perfezionare e rendere applicabile nei giorni presenti.

Carico di tali connotati sociali, il restauro è stato consacrato dalla cultura e dalle pratiche urbanistiche come il metodo di intervento più indicato sulle città storiche. Mai era stato messo in crisi, formalmente, il principio della tutela dell’edificato storico. Ci prova ora – sotto le insegne dell’innovazione urbana, ma da solida posizione di retroguardia culturale – il Comune di Firenze.

Ristrutturazione “alla fiorentina”

La proposta Variante all’art. 13 delle Norme Tecniche di Attuazione del Regolamento Urbanistico agisce sulla disciplina delle trasformazioni del patrimonio immobiliare storico introducendo un’inedita “ristrutturazione edilizia limitata” su quasi metà dell’edificato del territorio comunale[2](sono esclusi i beni culturali, ma su di essi torneremo subito).

La “ristrutturazione edilizia limitata” pur preservando la sagoma, le facciate – ancorché “sostanzialmente” – e alcuni elementi distributori (scale, androni), non tutela la configurazione interna degli edifici ed espone il patrimonio edilizio a ulteriori frazionamenti finalizzati agli affitti turistici. Del rischio di “façadisme” abbiamo scritto su queste pagine nell’articolo Dietro la facciata niente, a cui rimandiamo.

Se già appariva surreale l’invenzione di una ristrutturazione “alla fiorentina”, appare fuor di ragione la normativa che il Comune ha delineato per i monumenti architettonici: i pezzi più pregiati, dagli Uffizi a Forte Belvedere, dalla Villa di Rusciano alla Manifattura Tabacchi, saranno suscettibili di “ristrutturazione edilizia” tout court (“senza limitazioni” si precisa nella delibera). Non è un caso che molti di essi corrispondano alle “Aree di Trasformazione” del RU e alcuni siano anche presenti nei Piani di alienazione.

La sostituzione del restauro con la “ristrutturazione” contravviene alla prescrizione di tutela del Bene culturale espressa nell’art. 29 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. La ristrutturazione edilizia è infatti la classe di intervento che consente la maggior libertà nelle opere di trasformazione, persino la demolizione dell’edificio e la sua ricostruzione in forme diverse da quelle originali. Quanto a previsioni urbanistiche dunque, sui monumenti si potrà agire con la stessa libertà con cui si opera su un capannone industriale.

La tutela sarà demandata totalmente alla Soprintendenza, che finora ha lavorato a fianco del Comune autorizzando le trasformazioni consentite dal RU (poiché sono due i dispositivi che rispondono al precetto di tutela del Bene Culturale: il permesso di costruire, in capo al Comune, e l’autorizzazione del soprintendente). Ma come ognun sa, la Soprintendenza non è il Comune, non è un organo rappresentativo della cittadinanza, ha funzioni di diversa natura, non tratta di pianificazione, non è suo compito occuparsi della disciplina in materia di attività edilizia ed urbanistica. In altre parole: il Soprintendente non può sopperire alla mancata pianificazione comunale.

Degenerazione amministrativa

Rimettendo alla Soprintendenza il destino degli edifici monumentali, il Comune recede da un obbligo costituzionale. Elude le funzioni attribuitegli dalla Legge urbanistica (L 1150/1942), dall’art. 118 della Costituzione, definite dal “Testo unico degli enti locali” che specifica:

«Spettano al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed il territorio comunale, precipuamente nei settori […] dell’assetto ed utilizzazione del territorio» (DLgs 267/2000, art. 13, co. 1).

L’urbanistica, quale funzione primaria ed essenziale, rientra tra tali compiti amministrativi: attraverso il Piano Regolatore (nelle sue varie denominazioni regionali) il Comune ha l’obbligo di dettare la disciplina delle trasformazioni e dell’uso di ogni immobile ricadente nel territorio comunale, nell’interesse generale. Nessuno escluso.

[L’articolo è la trascrizione del contributo dell’autrice all’incontro All’assalto della città pubblica! Firenze elimina il restauro e spiana la strada ai grandi capitali organizzato da Spazio InKiostro, tenutosi a Firenze il 28 marzo 2018. In apertura: Santo Stefano al Ponte Vecchio, aprile 2018,

Note al testo

[1] Si veda su questo argomento il sintetico: Alessandro Barile, Utenti contro residenti. La nuova dialettica metropolitana tra cittadini e fruitori, “Alias”, supplemento a “il manifesto”, 17 marzo 2018.

[2] Ossia, sulle «emergenze di valore storico architettonico» non vincolate; sugli «edifici di interesse documentale» e sugli «edifici storici o storicizzati» (ricadono in questa voce le case popolari di via dei Pepi poste in vendita nel piano comunale delle alienazioni).

La Città invisibile", 3 marzo 2018. Qualcuno dei sindaci che governano le città mariterebbe d'essere cacciato a furor di popolo.Ma non si può fare, ed è giusto. Ma allora bisognerebbe lavorare meglio per educare il popolo

Tutelare o demolire? Conservare la scena urbana di Firenze, il brand che fa cassa, o favorire la speculazione immobiliare sull’edilizia storica? Un dubbio lacerante, ma la risposta è pronta: scavare case e palazzi, mantenerne le facciate e inserire al loro interno nuove strutture e nuove funzioni. È quanto prevede il documento di avvio di una Variante che introdurrà nel Regolamento Urbanistico fiorentino una pratica di intervento finora impedita dalla cultura del restauro e dal sistema di tutela nazionale.
Un po’ di storia. Nel 2017 i grandi cantieri nella città storica sono congelati in conseguenza di una sentenza della Corte di Cassazione (sez. Terza Penale, n. 6863) che censurava l’impiego della SCIA (segnalazione certificata di inizio attività) per interventi di frazionamento edilizio e cambio di destinazione d’uso.
Per risolvere la situazione di stallo, il sindaco chiede aiuto a Roma. Roma risponde con la modifica al Testo Unico dell’Edilizia (DPR 380/2001). La modifica all’art. 3, apportata con un emendamento entrato in extremis nella “mini manovra” finanziaria (L 96/2017), inserisce nella categoria del “restauro” il mutamento della destinazione d’uso, purché compatibile e conforme alle previsioni di piano.
Il Piano Strutturale di Firenze sarebbe sufficientemente lasco per favorire i cambiamenti auspicati, eppure il Comune non si accontenta e rivendica maggior libertà per gli “investitori”. Ricorre dunque alla succitata Variante all’art. 13 delle norme tecniche di attuazione del RU (dicembre 2017), che ha appena avviato il suo iter.
Tentiamo di illustrare la ratio che ispira la Variante. A causa delle modifiche al TUE, il restauro sarebbe divenuto una categoria d’intervento troppo ampia, persino pericolosa per gli edifici storici del «centro Unesco»: per la loro efficace protezione gli uffici devono perciò provvedere ad «aggiornare la definizione dell’intervento massimo ammissibile sul patrimonio» di valore storico. I tecnici zelanti individuano allora la «limitazione massima ammissibile» in una classe d’intervento ancor più “permissiva”: cioè nella ristrutturazione edilizia «“semplice” o “leggera”» prevista da un decreto legge, relativo peraltro esclusivamente a normare procedimenti amministrativi (DL 222/2016, all. A; dal quale allegato si coglie fior da fiore, omettendo tuttavia di assumere che nella ristrutturazione “leggera” possono rientrare i soli interventi che non «comporti[no] mutamento d’uso urbanisticamente rilevante nel centro storico», p. 84).
Insomma, è la tutela all’inverso. È l’abbassare gli argini, affermando di rafforzarli. Un’azione disorientante vòlta ad ampliare le manovre speculative.
Il trucco sta tutto nel porre «limitazioni» alla ristrutturazione edilizia, che, ricordiamo, consente un insieme di opere che «possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente» (lett. d), art. 3, TUE). A Firenze, le limitazioni si “limitano” alla salvaguardia integrale della sagoma e «sostanziale» della facciata. È tutto, o quasi. Si salvano solo «androni, corpi scale» e i solai qualora non siano «privi di interesse» [sic]. Da questo meccanismo sono esclusi gli edifici vincolati, naturalmente finché restano in vita le Soprintendenze.
È urgente dunque ostacolare l’iter della Variante, non ancora adottata. Chiamiamo perciò all’azione residenti e turisti, comitati e associazioni, università e istituzioni culturali, italiane ed estere, affinché questo pericoloso dispositivo possa essere bloccato, in nome della tutela del patrimonio urbano, unico e irripetibile. Patrimonio privato, pubblico, ma innanzitutto comune.​

La città invisibile, 14 novembre 2017. Non c'è da meravigliarsi delle cortesie dell Unesco vero le malfatte fiorentino (come con quelle veneziane). È noto che l'Italia è tra i maggiori contribuente dell'agenzia Onu per la cultura

Camera con vista”, il titolo del romanzo di Edward Morgan Forster, è anche la metafora del viaggiatore inglese che nell’Ottocento, a Firenze o, meglio ancora, a Fiesole, viveva una vacanza più o meno lunga, lontano dalle bruttezze della rivoluzione industriale. “Camera con vista” perché l’élite anglosassone preferiva contemplare il paese da lontano, fantasticando di Beato Angelico e Benozzo Gozzoli, godendo delle nebbioline che celavano dall’alto la vita reale, ma non amava scendere in strada e mescolarsi alla gente comune. Questo comportamento deve avere ispirato la missione Unesco-Icomos a Firenze del 25-27 maggio 2017, di cui ora conosciamo il Rapporto, ben lontano dalle preoccupazioni espresse in una lettera dell’agosto del 2015 indirizzata al Comune di Firenze, per mesi tenuta nascosta dal Sindaco Nardella.

Del resto i “riconoscimenti” (aknowledgements) già spiegano tutto: “L’amministrazione fiorentina è stata estremamente generosa con expertise, tempo e ospitalità. Il Sindaco Dario Nardella, sia formalmente che informalmente, ha prestato un grande interesse al nostro lavoro… Siamo grati a tutti per avere contribuito al successo della missione e per avere reso così piacevole la nostra permanenza”. E ci immaginiamo i nostri due viaggiatori, bon vivant, alloggiati in alberghi di lusso, magari con vista sull’Arno, gratificati dalla buona tavola e dal buon vino, immersi in colloqui, sopralluoghi, visite e passeggiate, perché no, nel centro storico ancorché affollato di turisti, abbacinati dal bello e dalla storia, tardi epigoni dei loro antesignani ottocenteschi. Informati – ci immaginiamo – direttamente o indirettamente anche da molti dei sostenitori delle infrastrutture inutili o dannose, aeroporto e tunnel della Tav in primis. Dei molti comitati attivi a Firenze, solo pochi quelli invitati con due ore contingentate, memorie scritte in inglese e qualche sommario appunto.

Ma veniamo al Rapporto Unesco-Icomos sulle principali questioni fiorentine.

Sull’aeroporto la missione apprezza la riduzione dell’impatto sulle ville medicee, e prende per buono il racconto che solo una frazione marginale dei voli passerà sopra il centro di Firenze. Su tutto il resto tace con un livello di approfondimento degno di un depliant di Toscana Aeroporti. Troppo impegnativo, evidentemente, leggere il parere del nucleo di valutazione della Regione Toscana, le osservazioni dell’Università di Firenze, le 142 prescrizioni della Via non ancora ufficializzate ma tuttavia ben note. Quello che interessa è la property, cioè l’area direttamente tutelata, il resto può andare alla malora.

Ancora più sbrigativo il giudizio sul sottoattraversamento dei treni ad alta velocità che, secondo il rapporto, provocherà solo qualche millimetro di subsidenza e paradossale la conclusione che avalla la serietà tecnica del progetto. Ignora la missione, anche se su questo era stato presentato dal comitato no Tav una memoria scritta, che le prescrizioni della Via, mirate a un approfondimento degli studi ambientali e geologici, sono state rimandate al progetto esecutivo (peraltro difforme da quello originale), vale a dire ignorate con il beneplacito di un osservatorio cieco; e che la maxi stazione sotterranea, diventata nel frattempo mini, è in entrambe le versioni priva di valutazione ambientale. La conclusione che “the proposals have been subject to intensive expert scrutiny by the authorities” appare, perciò, più che superficiale, mistificatoria. Sulla stessa lunghezza d’onda l’apprezzamento della politica che sta svendendo, o facilitando la svendita, di edifici pubblici nel centro storico di Firenze per trasformarli in alberghi o residenze di lusso; politica che, invece, secondo il rapporto assicura la permanenza dei valori culturali e della loro fruizione pubblica.

Un contentino per compensare i giudizi encomiastici: la raccomandazione di non sottoattraversare con una nuova linea della tramvia il centro di Firenze e di ripensare l’idea di un parcheggio sotterraneo in piazza Brunelleschi, a due passi del Duomo. Due progetti demenziali su cui perfino i nostri missionari hanno qualcosa da ridire. Tralasciamo per brevità le altre considerazioni e raccomandazioni che ognuno può leggere sul rapporto on line. Annotiamo solo che vi sono delle blande preoccupazioni per l’eccessiva concentrazione di turisti nel centro storico e per la possibilità che il nuovo aeroporto, con i voli low cost, incrementi il turismo modi e fuggi. Per il resto tutto va bene. Naturalmente il Sindaco Nardella e i corifei della stampa locale hanno lanciato grida di giubilo, con il primo cittadino che ha straparlato di via libera all’aeroporto di Firenze – da chiedersi se avrebbe tenuto in altrettanta considerazione un parere negativo.

Scriveva nel 1855 Cosimo Ridolfi, rivolgendosi agli stranieri che descrivevano la campagna toscana come un grande giardino, che per conoscere tutta la vera Toscana arretrata, arida, scoscesa, moralmente disabitata, bisognava, prendere non le strade maestre della pianura o della dolce collina; e aggiungeva “ed allucinati dal nostro bello, anche gli ingegni più severi si fecero artisti e videro qui l’Eldorado, perché scrutarono la gentilezza dei modi, ammirarono la vaghezza dei siti e lodarono senza chiedere conti a nessuno… perché chi traversa i paesi in posta e scrive le sue osservazioni, non fa, in genere, che dei romanzi”. Come gli epigoni dell’Unesco.

lacittàinvisibile, 4 ottobre 2017 «La proposta è di una nuova concezione territoriale: la città/paesaggio, che potrebbe trovare in Firenze e nella Piana fiorentina un occasione reale di sperimentazione». (c.m.c.)

La lista di cittadinanza perUnaltracittà ha sviluppato un’organica attività di opposizione politica, operativa e teorica, e contemporaneamente ha attivato un processo complementare di riflessione, ricerca, proposta e sperimentazione, sui temi dell’urbanistica fiorentina, con la prospettiva di pervenire alla costruzione collettiva di un’urbanistica alternativa di immediata operabilità.

Presentiamo qui alcune ipotesi di lunga durata che abbiamo elaborato collettivamente nella fase di contrasto al Piano strutturale e poi al Regolamento urbanistico, per dire sì a una nuova visione della città di Firenze e alla nuova Città metropolitana.

Infatti, nonostante la devastante politica territoriale dello Stato e della Città metropolitana stia consumando giorno per giorno tutti i margini di libertà ambientale e democratica, l’ipotesi “altra” rimane valida, proprio nella stretta finale del destino di questa bellissima, sfortunata e pur inerte città.

Crediamo infatti che sia ancora necessario costruire una speranza concreta e praticabile di una città “altra”, e di aprire un processo di rianimazione e rivitalizzazione dei luoghi, verso ambienti di vita significativi[1].
La proposta che avanziamo è allora quella di una nuova concezione territoriale: la città/paesaggio, che potrebbe trovare in Firenze e nella Piana fiorentina un occasione reale di sperimentazione, con un modello utile anche per molti altri luoghi d’Italia. Infatti, le grandi potenzialità sopite di Firenze possono riemergere rapidamente ancora una volta, solo che se ne abbia la volontà e che si metta la città in grado di essere di nuovo se stessa.

La città/paesaggio, che vogliamo quindi assumere come nuovo modello di luogo vivente, si caratterizza come un contesto territoriale dove le città storiche e l’urbano contemporaneo, i residui assetti paesistici di valore, i luoghi abbandonati e le ruralità sopravvissute, le porzioni di naturalità e le strutture ecologiche dissestate riescono a riorganizzarsi e a produrre un inedito organismo molteplice.

Dunque una struttura composta di due entità – la città e l’ambiente/paesaggio – che convivono intrecciate e interattive tramite nuove relazioni inedite, coinvolgendo fiumi rigenerati e campagne produttive, città di pregio e brani dell’urbano contemporaneo, boschi, colline ed aree industriali attive, fino a formare il nuovo organico eco/sistema, il contesto urbano territoriale[2].

La città/paesaggio di Firenze riscopre l’Arno e i suoi affluenti, le colline, il verde storico, il verde residuale e quello rurale, gli spazi per un riuso ecologico della città, fino a ricostruire un organismo complessivo, vivente e abitabile, proprio col recupero di quegli spazi che si intendeva saturare, a cominciare dalle aree industriali dismesse, fino ai preziosi tasselli non edificati ancora presenti in varie parti della città, e che i Piani in atto intendono invece saturare… a dispetto dei proclamati “volumi zero”!

Questo programma richiede, come condizione indispensabile, la collaborazione e il coinvolgimento attivo e creativo della popolazione – la “partecipazione” –, sia nella fase propositiva che nella verifica delle scelte compiute.

La città/paesaggio dunque non è solo un “disegno” o uno “scenario”, ma un processo che si deve attivare sia a livello del pensiero e della ricerca quanto dell’azione, che potrebbe fare di Firenze, sulla scia dei felici esempi recenti di Berlino e di Stoccolma, una delle città/ambiente più avanzate d’Europa.

Allo scopo si propone di favorire la riappropriazione della città da parte dei suoi abitanti promuovendo nelle aree dismesse alcuni Laboratori di sperimentazione urbana in cui attrezzare spazi di relazione che potrebbero concretamente evolversi nel contesto urbano formando una costellazione di Oasi interconnesse tramite una rete di percorsi sia informatici che materiali, urbani e di sistema[3]. La città/paesaggio è così anche una nuova concezione del vivere urbano.

Una proposta per Firenze

Firenze è una città stressata, che per molti aspetti è andata ben oltre le soglie della sostenibilità.

Vari tipi di inquinamento, consumo di suolo, pessima vivibilità urbana, alterazione del centro storico, uso distorto del patrimonio e abuso urbanistico, sono tutti fenomeni inseriti in un modello economico comandato e subalterno alla città/immagine della merce turismo banale, oggi ulteriormente aggravato da una mobilità stressante e minacciato da progetti di grandi opere devastanti (tramvie sbagliate, tunnel Av, nuovo aeroporto).

Dalla nostra lunga attività di vertenza e di proposta svolta con i comitati, sulla base del contrasto e della controproposta per una diversa Alta Velocità e ancora, sulla base delle esperienze democratiche per pervenire ad “un’altra città” (Firenze Novella[4]) emerge la possibilità di aprire un processo urbanistico partecipato per fare di Firenze una città ecologica e sostenibile di livello europeo.

Questa operazione passa per tre indirizzi, da attivare contemporaneamente:

– la denuncia ed il contrasto rispetto ad ogni azione distruttiva e di aggravamento del già alterato sistema della città;

– la costruzione di un obiettivo alto per questa città di interesse mondiale: il lancio, appunto, dell’idea di una città/paesaggio, un nuovo luogo per un ambiente di vita, sia urbano che naturale, integrati tra loro e innovativi, verso un’ecologia della mente e della natura. Per attivare questa ipotesi si è incominciato con il riferirsi alle risorse storico naturali di questa città/territorio, per ricostruire la base, il “campo” sul quale ricomporre strutture e relazioni, sia umane che ambientali, vitali (la biocittà metropolitana, verso la bioregione);

– la promozione di “fuochi” ambientali/sociali/urbani per attivare le trasformazioni, radicate sul territorio, per andare a formare quelle che abbiamo chiamate le Oasi per la rinascita del tessuto sociale urbano ambientale della Città[5]. Questi sono dunque non delle categorie urbanistiche astratte tradizionali, bensì gli elementi teorici e concreti, dai quali partire per attivare il processo di rinnovamento della città che potrà svilupparsi, in divenire, secondo questi stessi indirizzi. Quella che presentiamo è un’idea di città di livello europeo, scaturita anche da tante vertenze e da tanta “progettualità dal basso”, che potrebbe essere attivata subito, partecipativamente e sperimentalmente in molte sue parti, in particolare quelle di interesse collettivo. In tal modo le grandi potenzialità di Firenze potrebbero riemergere rapidamente.

Questo progetto di città dovrà essere sperimentale, ma non improvvisato o estemporaneo, e dovrà pertanto fare riferimento ad alcuni criteri.

Questa idea si articola, oltre che su questa impostazione generale, anche su alcune altre scelte:

– l’ipotesi di una mobilità pubblica su ferro e comunque leggera, realizzabile usufruendo della infrastruttura ferroviaria esistente come di una preziosa preesistenza a rete e ad anello, è senz’altro di grande interesse infrastrutturale (metrotreno, verde di relazione etc.);

– la riscoperta del centro storico come “grembo” della rinascita della città è un passaggio obbligato ed urgente, cosi come il suo ripopolamento umano stabile;

– la formazione di “oasi” di riqualificazione partecipata e vivente in ogni quartiere, come motori di promozione del risanamento e della riqualificazione dei quartieri e delle comunità locali è l’ulteriore passaggio, di un processo che arrivi fino alla ricomposizione di quadro organico delle periferie fiorentine.

Per rendere concrete queste scelte il processo urbanistico partecipato può divenire il quadro di garanzia urbanistica delle trasformazioni della città. Sulla base delle strutture territoriali e delle scelte di indirizzo in quanto all’uso delle risorse, umane, ambientali, socio-produttive, si può pervenire alla riorganizzazione di un ambiente di vita dinamico e stimolante, verso un’economia del bene comune.

Ma come abbiamo detto, la condizione di Firenze, oggi per legge “Città metropolitana” (per quello che la confusa legislazione postprovinciale può significare) è una condizione opposta rispetto alla speranza “altra” che abbiamo fin qui delineato.

Sembra quasi che, con un notevole grado di perversione, si sia perseguito il completo ribaltamento di ogni nostra ipotesi relativa alla dimensione fisico-ambientale o a quella urbana, all’uso del suolo o all’uso sociale partecipato della città.

Così, per esempio, l’esito annunciato della costruzione dell’aeroporto est-ovest, se letto in maniera territoriale sistemica, porta ad una visione “mostruosa” che vede il cemento e l’asfalto metropolitano coprire senza interruzioni tutto il fondo valle dell’Arno da Rovezzano fino al centro commerciale I Gigli, dalle pendici di Monte Morello a quelle delle colline di Scandicci.

In questo quadro il nodo Novoli-aeroporto diviene il baricentro e il cuore della Città metropolitana cementata, mentre il centro storico rimane un’appendice mummificata, e allo stesso tempo il motore decentrato della produzione di una ricchezza falsificata, gestita dalle catene dei grandi alberghi a sei stelle, e dai musei mercantilizzati, in un abisso di svendita e di povertà culturale ed economica per gli abitanti e per i cittadini in genere, davvero umiliante.

Ma tutto questo meriterebbe un’analisi più approfondita da sviluppare in un’altra occasione[6]. In questa sede possiamo intanto riprendere le elaborazioni alternative del nostro gruppo per verificarne ancora una volta la puntualità dell’analisi ma in particolare anche le prospettive di lungo respiro, con l’ipotesi “altra” della città/paesaggio che ci dà la forza di sperare ancora.

Ma quali sono i margini per intervenire? Se si facessero delle valutazioni quantitative, specialmente in termini di risorse ambientali e urbane, dovremmo forse onestamente dire che non ci sono margini per uscire da questa situazione. Ma se invece ribaltiamo il ragionamento e partiamo dalla prospettiva che vorremmo costruire, la risposta forse potrebbe essere ancora aperta.

Ponendo la questione non più in termini di costruzione astratta predefinita ma, coerentemente con le valutazioni iniziali, tentiamo invece di mettere a punto quella che con una metafora potremmo chiamare la barca per navigare nel dopo-crisi fino ad arrivare a fondare la nuova città, potremmo scoprire che molte attrezzature sono già disponibili, che molte terre sono già state avvistate, che anche noi localmente abbiamo materiali da utilizzare sperimentalmente per le nostre costruzioni, e che abbiamo già molti possibili compagni di viaggio che non vogliono essere solo passeggeri, ma sono disposti a collaborare e a creare liberamente insieme a noi.

In particolare penso che, fuor di metafora, per la costruzione di un’economia e di una città del dopo-crisi possiamo contare sui seguenti ordini di attrezzature, mentali e materiali.

Quanto agli ambienti di vita:

– le risorse come beni comuni, il loro recupero personale e sociale, nel campo delle energie, del risparmio energetico, nell’uso delle acque, del suolo e dell’ambiente;

– la questione alimentare e la riscoperta dell’agricoltura urbana, la ruralità come struttura di relazioni umane;

– i diversi possibili modi di abitare, l’edilizia sostenibile. Le attività lavorative legate alla manutenzione/trasformazione sostenibili della città e del territorio. Con questi materiali, attraverso un loro uso integrato e in particolare attraverso un costante esercizio di partecipazione attiva e costruttiva, sarà possibile far rinascere significativi ambienti di vita, personali e di comunità.

Quanto alla fioritura delle relazioni e di un nuovo Genius Loci:

– la riscoperta condivisa e sperimentale del senso dei luoghi non tanto come identità ma come differenze relazionali persona-società-ambiente. La riscoperta del valore – oggi vilipeso – della città di Firenze e la sperimentazione di tutte le forme contemporanee di intercomunicazione e di espressività;

– la garanzia di tutte le forme di relazione, comprese quelle di una mobilità complessa ma sostenibile. Ma ancor più nel senso più ampio dell’evoluzione della mobilità leggera, quale struttura dinamica di supporto alla città/paesaggio;

– l’integrazione continua con il flusso di persone provenienti da tutto il mondo come straordinaria occasione di “interfaccia reale”, verso un nuovo turismo, quello dell’intercomunicazione, ma anche dell’accoglienza della complessità che proviene da ogni parte del mondo, in particolare dalle popolazioni più diseredate e derubate. Costruzione di reti internazionali, per confrontare esperienze, per far circolare risultati scientifici e sperimentali università/città, per verificare e crescere insieme. E Firenze in tal senso potrebbe essere città relazionale per vocazione!

Le precedenti strumentazioni necessitano di un contesto al quale riferirsi, un contesto a un tempo ambientale e urbano. In diverse parti d’Europa si stanno profilando modelli integrati di questi due aspetti, ritenuti invece spesso contrapposti. Una tale modalità richiede peraltro una riconsiderazione tanto della città (vivente) quanto del suo stesso contesto ambientale di vita. In tal senso, un riferimento potrebbe essere la Convenzione europea del paesaggio che, nella sua versione originaria, propone una visione del paesaggio come ambiente di vita delle popolazioni e quindi come fenomeno sociale direttamente collegato alla percezione e alle scelte di tutte le popolazioni interessate, in una visione dinamica, ecologica, evolutiva.

Ecco che allora la prospettiva della città/paesaggio può divenire di grande aiuto nella nostra attività, anche nel senso di orientare la nostra navigazione.

Infine, comunità urbana e vita corale

Riteniamo di grande utilità riorganizzare, in senso sociale e strutturale, gli ambiti urbani con nuove forme aggregative, da un lato per poter contare su un tessuto organico commisurato e relazionalmente coeso, dall’altro perché le Comunità urbane non sono solo spaziali ma anche temporali-informatiche, o comunque tematiche, variabili nel tempo e nello spazio, ma sempre interrelate.

Quanto finora proposto non avrà senso se non sarà condotto, insieme alla cittadinanza disponibile, oltrepassando le idee correnti di “partecipazione”(termine ormai consunto, come quello di “sostenibilità”, benché i concetti originari rimangano validi) e andando invece verso modalità e stili di vita e di comportamento reciproco che vorremmo definire come corali.

Buona musica allora, che seguirà l’improvvisazione di jam sessions partecipate e, perché no, dissonanti!

*Giorgio Pizziolo

[Il testo è apparso nel libro Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014, a cura di Ilaria Agostini, Aión, Firenze, 2016, pp. 135-143; del libro, abbiamo già pubblicato i capitoli: Un’altra idea di città, della curatrice; Firenze 2004-2014. Un caso nazionale, di Paolo Berdini; Dal Palazzo al città, e ritorno, di Ornella de Zordo; L’urbanistica in consiglio comunale, di Maurizio Da Re; Comunicare il pensiero critico, di Cristiano Lucchi; Piani neoliberisti, di Ilaria Agostini; La città in svendita, di Maurizio de Zordo; La città storica, di Daniele Vannetiello; Il sottoattraversamento TAV nel modello insostenibile di mobilità fiorentina, di Alberto Ziparo; Castello e la piana, di Antonio Fiorentino; Il comitato No Tunnel TAV, di Tiziano Cardosi; La forma e il progetto della città, di Roberto Budini Gattai]

Note al testo

[1] Sull’opera nazionale di «risanamento territoriale» a scala nazionale, si veda Gruppo Urbanistica Puc-Lista di cittadinanza Firenze, Come salvare la grande opera Italia, “il manifesto”, 16 gennaio 2012 (l’articolo collettivo portava in calce le firme di Giorgio Pizziolo, Ilaria Agostini, Daniele Vannetiello, Antonio Fiorentino, Maurizio De Zordo, Tiziano Cardosi, Alma Raffi, Franca Gianoni, Francesco D’Angelo, Rita Micarelli, Giandomenico Savi).

[2] Cfr. anche Giorgio Pizziolo, La biocittà e la comunità urbana, “Quaderni di inchiesta urbana”, Unaltracittà/Unaltromondo, Firenze, 2009.

[3] Cfr. Giorgio Pizziolo, La città/paesaggio. Temi e proposte per Firenze, in Gruppo urbanistica Puc, Per una Carta Costituzionale del territorio fiorentino. Manuale d’uso per un Piano Strutturale partecipato, trasparente e a consumo di suolo zero, Firenze, 2010, pp. 11-14.

[4] Sul progetto di riuso del complesso del Romito per la nuova stazione Av di superficie – detto appunto Firenze Novella – si veda: Roberto Budini Gattai, Antonio Fiorentino, Giorgio Pizziolo, Firenze Novella, in Alberto Ziparo, Maurizio De Zordo, Giorgio Pizziolo (a cura di), Tav sotto Firenze. Impatti, problemi, disastri, affari e l’alternativa possibile, Alinea, Firenze, 2011.

[5] Cfr. Pizziolo, La città/paesaggio. Temi e proposte per Firenze cit., p. 11.

[6] Cfr. Giorgio Pizziolo, Aeroporto e inceneritore: quali conseguenze per il «sistema» della Piana?, “La Città invisibile”, n. 29, 4 novembre 2015.

La città invisibile, 13 settembre 2017. «Nardella tenta di riscattarsi dopo il putiferio estivo seguìto all’abbattimento di centinaia di alberi in città”: di male in peggio». (m.c.g.)

Nardella tenta di riscattarsi dopo il putiferio estivo seguìto all’abbattimento di centinaia di alberi in città. Ammaliato dal messaggio green di Stefano Boeri, autore del grattacielo “verde” a Milano, il sindaco ha bandito un concorso per decorare con vegetazione arbustiva e magari con alberi i dispositivi di protezione antiterroristica del centro fiorentino. La “Chiamata alle arti” (ahi, così si intitola il bando) contribuirà a definire un arredo urbano di tutto decoro, e pure un po’ ecologico, che risolverebbe l’urgente questione di sicurezza globale. Put flowers in your gun è il messaggio di un Nardella versione “figlio dei fiori”.

Celare con elementi vegetali e rivestire con la magia del design la recinzione delle enclaves turistiche può solo lenire la crudezza della “città dei recinti”, della segregazione, della zonizzazione tra ricchi e poveri, tra consumatori del lusso e marginalità sociali. È la versione freak di un sindaco che plaudiva al decreto Minniti perchè finalmente il Daspo urbano gli offriva armi più efficaci per garantire borghese decoro e sicurezza proprietaria.

Il concorso per le verdi, “gotiche barriere” (avrebbe scritto Carlo Cattaneo) è bandito in una città il cui patrimonio arboreo è stato pesantemente impoverito. Nel solo mese di agosto: 59 ippocastani abbattuti in viale Corsica. 107 pini neri in viale Guidoni. 45 pini domestici in viale Belfiore. Platani secolari intorno alla Fortezza da Basso. 5 olmi in piazza san Marco. 20 pini in piazza Stazione. 282 piante in totale, molte delle quali non classificate come “pericolose o malate” nella VTA (Visual Tree Assessment) comunale.

Stessa sorte è prevista per altre centinaia di esemplari del centro storico oltrarno (piazza Tasso, viale Michelangelo, Bobolino etc.) e poi alle Cascine e a Novoli. I cantieri del tram e della nuova stazione TAV (e del relativo tunnel) che immobilizzano il traffico cittadino da mesi, già avevano reso necessario il sacrificio dei lecci secolari di via dello Statuto, dei platani della Fortezza-viale Milton, degli alberi ai Macelli, di viale Morgani e di molte altre piante lungo i tracciati infrastrutturali.

In viale Corsica, il taglio degli ippocastani (e il futuro reimpianto di peri cinesi, alberelli non disdicevoli che tuttavia non compenseranno l’assenza di alberi d’alto fusto) ha innescato l’ira dei cittadini, che si vedono depauperati di qualità urbane e ambientali. L’alberatura accresce infatti il benessere da tutti i punti di vista: olfattivo, auditivo, visivo, estetico, simbolico e persino affettivo. La massa vegetale svolge poi una non trascurabile funzione depurativa dell’aria, ha effetti mitiganti sulle temperature, ed è indispensabile perciò nell’attenuare le condizioni favorevoli al manifestarsi di eventi meteorologici estremi, verificatisi anche a Firenze negli anni scorsi. La tromba d’aria del settembre 2014 e l’uragano (downburst) del 1 agosto 2015 hanno travolto, trasformandole in “pericolo” per la cittadinanza, proprio le alberature trascurate, non potate e non adatte a costituire filari stradali.

Dunque, per attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici, abbattere le alberature d’alto fusto, sane, e sostituirle con piante di piccola taglia, è la prima cosa da evitare. Eppure. Eppure la paura fa novanta.

Nel giugno 2014 un ramo di un albero malcurato uccide una bambina e una donna alle Cascine. Per di più, su anni di malagestione e sui relativi danni erariali indaga oggi la Procura: falso in atto pubblico e deturpamento di bellezze naturali (cfr. “la Repubblica”, 11 agosto 2017). Per decenni infatti a Firenze si sono trascurate le basilari regole di sostituzione graduale: gli esperti indicano nel 2-3% del patrimonio arboreo cittadino la quota di alberi da sostituire annualmente (quota che si è ampiamente superata nei tagli dell’agosto scorso). Si è trascurato il valore culturale del paesaggio vegetale che risale in buona parte al disegno urbano postunitario di Firenze capitale. I magistrati rilevano la mancata regolarità nella programmazione della manutenzione che ha provocato il decadimento delle condizioni di molti esemplari arborei, per i quali si è dovuto procedere all’abbattimento; ciò è avvenuto anche nelle zone della città sottoposte a vincolo paesaggistico.

In nome della santa sicurezza, l’amministrazione prevede nel bilancio del 2017 ben dieci milioni di euro (con un incremento del 3.600% rispetto al bilancio 2014, parola dell’assessore) dedicati al verde urbano, per abbattimenti, sostituzioni e reimpianti. In mancanza di una seria programmazione e progettazione del verde, i tagli sono avviati d’urgenza nei mesi estivi, poco indicati anche per via delle nidificazioni dell’avifauna selvatica, e procedono di gran carriera; con cantieri improvvisati, gli abbattimenti avvengono a tappeto nell’agosto più caldo degli ultimi cento anni.

Le procedure democratiche saltano. Il consiglio comunale non è avvertito dell’operazione che investe la città. I lavori sono avviati con determine del sindaco. Alla Commissione ambiente in cui il grande taglio è presentato ai consiglieri, l’assessore non si palesa. Ai cittadini, tenuti all’oscuro, non resta che constatare il fatto compiuto.

Ma comitati e associazioni ambientaliste promettono battaglia.

architetti.com, 11 settembre 2017. Da un idea dell'arch. Boeri, per "abbellire" le "zone ansiogene" e le barriere difensive. Come se per fermare il terrorismo bastasse un muro, e per rendere uno spazio vivibile bastasse un orpello. (i.b).

Il Comune di Firenze ha lanciato in questi giorni una gara internazionale di idee per trovare soluzioni innovative per i dispositivi di protezione degli obiettivi sensibili delle città, che siano anche elementi di arredo urbano di qualità, con l’obiettivo di “proteggersi dal terrorismo usando la bellezza e trasformando la necessità di maggiore sicurezza in un’occasione di abbellimento delle città”.

#FlorenceCalling – questo il nome che è stato dato alla chiamata alle artipromossa dal Comune di Firenze dopo l’idea lanciata dall’architetto Stefano Boeri– si rivolge a aziende, scuole, progettisti, creativi e studi professionali, che dovranno ideare dissuasori ed elementi di protezione e sicurezza in grado di non compromettere, e anzi, di migliorare la qualità estetica e urbana degli spazi pubblici del centro storico di Firenze e, per estensione, di altre città. Il tutto, ovviamente, garantendo il passaggio dei mezzi di soccorso e la massima fruibilità a cittadini e turisti.

Dopo aver già provveduto a mettere in sicurezza i propri spazi pubblici recependo le indicazioni del Comitato provinciale per l’Ordine e la sicurezza Pubblica, Firenze punta quindi all’abbellimento: “La nostra risposta allodio del terrorismo è nell’arte e nella bellezza. Non possiamo permettere ai terroristi di allontanarci dai luoghi pubblici, dai nostri spazi aperti e bellissimi, dalle nostre piazze storiche. Non vogliamo trasformare le nostre piazze in zone ansiogene e imbruttite da barriere e blocchi di cemento”, ha affermato Nardella durante la presentazione del bando. Secondo Boeri, #Florencecalling è “l’invito a trasformare la necessità di proteggerci da chi minaccia la morte, nell’opportunità di inventare nuove architetture generatrici di vita, per lo spazio pubblico delle nostre città”.

Il patrimonio arboreo storico della città, afflitto dai danni provocati dalla sua malagestione, viene sacrificato in nome della sicurezza e di cantieri. il Fatto Quotidiano online, 11 settembre 2017 (p.d.)

Nardella tenta di riscattarsi dopo il putiferio estivo seguito all’abbatimento di centinaia di alberi in città. Ammaliato dal messaggio green di Stefano Boeri, autore del grattacielo “verde” o “bosco verticale” a Milano, il sindaco ha bandito un concorso per decorare con vegetazione arbustiva e magari con alberi i dispositivi di protezione antiterroristica del centro fiorentino. La “Chiamata alle arti” (ahi, così si intitola il bando) contribuirà a definire un arredo urbano di tutto decoro, e pure un po’ ecologico, che risolverebbe l’urgente questione di sicurezza globale. Put flowers in your gun è il messaggio di un Nardella versione “figlio dei fiori”.

Celare con elementi vegetali e rivestire con la magia del design la recinzione delle enclaves turistiche può solo lenire la crudezza della “città dei recinti”, della segregazione, della zonizzazione tra ricchi e poveri, tra consumatori del lusso e marginalità sociali. È la versione freak di un sindaco che plaudiva al decreto Minniti sulla sicurezza urbana perché finalmente il Daspo urbano gli offriva armi più efficaci per garantire borghese decoro e sicurezza proprietaria. Il concorso per le verdi, “gotiche barriere” (avrebbe scritto Carlo Cattaneo) è bandito in una città il cui patrimonio arboreo è stato pesantemente impoverito. Nel solo mese di agosto: 59 ippocastani abbattuti in viale Corsica. 107 pini neri in viale Guidoni. 45 pini domestici in viale Belfiore. Platani secolari intorno alla Fortezza da Basso. 5 olmi in piazza san Marco. 20 pini in piazza Stazione. 282 piante in totale, molte delle quali non classificate come “pericolose o malate” nella Visual tree assessment (Vta) comunale.

Stessa sorte è prevista per altre centinaia di esemplari del centro storico oltrarno (piazza Tasso, viale Michelangelo, Bobolino etc.) e poi alle Cascine e a Novoli. I cantieri del tram e della nuova stazione Tav (e del relativo tunnel) che immobilizzano il traffico cittadino da mesi, già avevano reso necessario il sacrificio dei lecci secolari di via dello Statuto, dei platani della Fortezza-viale Milton, degli alberi ai Macelli, di viale Morgani e di molte altre piante lungo i tracciati infrastrutturali. In viale Corsica, il taglio degli ippocastani (e il futuro reimpianto di peri cinesi, alberelli non disdicevoli che tuttavia non compenseranno l’assenza di alberi d’alto fusto) ha innescato l’ira dei cittadini, che si vedono depauperati di qualità urbane e ambientali. L’alberatura accresce infatti il benessere da tutti i punti di vista: olfattivo, auditivo, visivo, estetico, simbolico e persino affettivo. La massa vegetale svolge poi una non trascurabile funzione depurativa dell’aria, ha effetti mitiganti sulle temperature, ed è indispensabile perciò nell’attenuare le condizioni favorevoli al manifestarsi di eventi meteorologici estremi, verificatisi anche a Firenze negli anni scorsi. La tromba d’aria del settembre 2014 e l’uragano (downburst) del 1 agosto 2015 hanno travolto, trasformandole in “pericolo” per la cittadinanza, proprio le alberature trascurate, non potate e non adatte a costituire filari stradali.

Dunque, per attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici, abbattere le alberature d’alto fusto, sane, e sostituirle con piante di piccola taglia, è la prima cosa da evitare. Eppure. Eppure la paura fa novanta. Nel giugno 2014, un ramo di un albero malcurato uccide una bambina e una donna alle Cascine. Per di più, su anni di malagestione e sui relativi danni erariali indaga oggi la Procura: falso in atto pubblico e deturpamento di bellezze naturali (cfr. “la Repubblica”, 11 agosto 2017). Per decenni infatti a Firenze si sono trascurate le basilari regole di sostituzione graduale: gli esperti indicano nel 2-3% del patrimonio arboreo cittadino la quota di alberi da sostituire annualmente (quota che si è ampiamente superata nei tagli dell’agosto scorso). Si è trascurato il valore culturale del paesaggio vegetale che risale in buona parte al disegno urbano postunitario di Firenze capitale. I magistrati rilevano la mancata regolarità nella programmazione della manutenzione che ha provocato il decadimento delle condizioni di molti esemplari arborei, per i quali si è dovuto procedere all’abbattimento; ciò è avvenuto anche nelle zone della città sottoposte a vincolo paesaggistico.

In nome della santa sicurezza, l’amministrazione prevede nel bilancio del 2017 ben dieci milioni di euro (con un incremento del 3.600% rispetto al bilancio 2014, parola dell’assessore all’ambiente Alessia Bettini, intervistata da Radio radicale) dedicati al verde urbano, per abbattimenti, sostituzioni e reimpianti. In mancanza di una seria programmazione e progettazione del verde, i tagli sono avviati d’urgenza nei mesi estivi, poco indicati anche per via delle nidificazioni dell’avifauna selvatica, e procedono di gran carriera; con cantieri improvvisati, gli abbattimenti avvengono a tappeto nell’agosto più caldo degli ultimi cento anni. Le procedure democratiche saltano. Il consiglio comunale non è avvertito dell’operazione che investe la città. I lavori sono avviati con determine del sindaco. Alla commissione Ambiente in cui il grande taglio è presentato ai consiglieri, l’assessore non si palesa. Ai cittadini, tenuti all’oscuro, non resta che constatare il fatto compiuto.

Ma comitati e associazioni ambientaliste promettono battaglia.

«Gli alberi sono una delle componenti del paesaggio urbano e il paesaggio è un organismo complesso che richiede molti sguardi».il Fatto Quotidiano online, 1 settembre 2017 (c.m.c.)

Gli alberi non sono solo una faccenda per agronomi, proprio come gli esseri umani non sono solo una faccenda per medici. Senza alberi l’uomo non campa, invece gli alberi camperebbero meglio senza uomini. In questi giorni a Firenze, città perfetta, accade qualcosa di grave agli alberi e agli uomini.Dieci milioni di euro per il verde. Come racconta l’assessora all’ambiente di Firenze, Alessia Bettini, intervistata a Radio radicale (minuto 3.44 del podcast del 13 agosto delle ore 15.00) ha destinato ad alberi e piante dieci milioni per il 2017 contro i 285mila dell’amministrazione precedente (giunta Renzi). Bene, abbiamo pensato, chissà quanti alberi nuovi e quante cure per quelli vecchi. Ma i quattrini, si sa, non basta averli. E con quella cifra abnorme, in pochissimi giorni, stanno stravolgendo a colpi di motosega uno dei paesaggi urbani più conosciuti al mondo.

La scuola di Agraria di Firenze, con il professor Francesco Ferrini e l’ordine degli agronomi hanno collaborato con il Comune, dice l’assessora. Insomma, il risultato è che abbattono poco meno di 300 alberi e ne pianteranno 800 nuovi. Ma per ora si vedono dolorosi abbattimenti. Tanto terribili che hanno innescato una pioggia di critiche anche se la città è in apoplessia feriale. Critiche anche da parte di altri agronomi. Però dai loro profili – ormai siamo profili – i sostenitori dei tagli raccontano che bisogna lasciar fare agli esperti. Ohiohi, quante volte l’abbiamo sentita questa faccenda degli esperti.

Strada dopo strada, angolo dopo angolo stanno modificando – con una brutalità che inquieta – luoghi che eravamo abituati a vedere da mezzo secolo e più con le loro alberature. In altre parole cambiano in pochi giorni il paesaggio di Firenze. Cacciano via, con la motosega, l’anima di piazze e viali. Viale Corsica e i suoi 49 ippocastani (di cui 20 pericolanti) tutti segati per sostituirli con un orribile alberello che è diventato un simbolo di questo cambiamento pericoloso. Il pero cinese. Una pianta piccola, infestante, che farà mai ombra, mai fresco e meno ossigeno. E i pini della stazione? Anche quelli segati. Chi arriva a Firenze penserà d’essersi perso. E gli olmi mozzati in piazza San Marco? Un paesaggio scempiato.

Fermarsi, riflettere e migliorare il piano attuale? No, vanno avanti. Eppure gli argomenti per fermarsi e i dubbi sono tantissimi. Anche i bambini sanno che la città è una metafora del cambiamento e della vita stessa. Ma tutto, benessere e malessere, sta nelle modalità del cambiamento, nella sua entità e velocità. Ovvio pure che anche gli alberi hanno una vita e muoiono, ovvio che tra qualche anno i nuovi alberi ricresceranno.

Ma non si può – rudimenti di urbanistica – affidare il paesaggio di Firenze agli agronomi, per quanto bravi e appassionati. Loro vedono solo alberi. Non sono tenuti a vedere il contesto. Gli alberi sono importanti, vitali, ma sono una delle componenti del paesaggio urbano e il paesaggio è un organismo complesso che richiede molti sguardi, molte conoscenze, molti occhi e teste.

Firenze possiede dieci milioni e li usa per abbattere alberi e non per curarli? Erano tutti incurabili e pericolanti? E la scelta dei peri cinesi in viale Corsica? Sembra una bestemmia botanica. Chi arriverà e troverà peri cinesi si chiederà dove diavolo è finito. Firenze ha una sua anima che non rassomiglia a quella delle città dove piantano peri orientali. E quell’anima vincerà. Però nel frattempo dovrà rinunciare a un poco d’ombra, fresco e ossigeno. E sarà meno bella e felice.

E poi uno si fa domande. Come si spendono dieci milioni di euro in alberi? Quanto costa abbattere e quanto valgono gli alberi? Da dove arrivano i nuovi? Non è cultura del sospetto questa. E’ cultura della curiosità. I vivai tengono in vita famiglie e rappresentano un’economia importante e sostenibile, certo. Ed è certo pure che l’agronomia è una scienza nobile. Ma che lo scrigno del sapere sia conservato nelle università è da dimostrare. Dalle mie parti, per esempio, l’università governa e si occupa di paesaggio. Sono gli esperti e sono pure di “sinistra”, però le cose vanno male.

Governare è difficile, si sa. Ma siamo tutti, senza eccezione, un po’ Erostrati, vogliamo lasciare un segno. Così anche la giunta che governa Firenze le studia tutte per non essere dimenticata. Con gli alberi segati un segno lo lascia di certo. La città ha superato situazioni terribili. Ma non si era mai dedicata a disfare crudelmente e repentinamente un tessuto urbano e una memoria che sono costati tanto tempo e sofferenza.

«Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa.
Il secondo momento migliore è adesso».(Confucio)

Baro s. m. (prob. dalla forma di nominativo del lat. baro -onis «briccone, cialtrone»).– Chi bara al gioco delle carte, e in genere truffatore, imbroglione.(Dizionario Treccani). Definizione che si attaglia perfettamente al governo Renzi-Gentilonie al Ministro Gian Luca Galletti..(segue)


Baro s. m. (prob. dalla forma di nominativo del lat. baro -onis «briccone, cialtrone»). – Chi bara al gioco delle carte, e in genere truffatore, imbroglione. (Dizionario Treccani). Definizione che si attaglia perfettamente al governo Renzi-Gentiloni e al Ministro Gian Luca Galletti

, autori del Decreto Legislativo 401 cheabolisce di fatto la VIA per le grandi opere pubbliche e rende discrezionali esoggette all’arbitrio dei proponenti e dell’esecutivo le eventualiprescrizioni.

In effetti, sarebbe stato meglio che il governo avesse cancellato ogniobbligo di Valutazione ambientale, facendo cadere l’ultimo velo di ipocrisia. Purtroppola nostra ancora appartenenza all’Unione Europea non lo consente, ma hapermesso, utilizzando furbescamente la Direttiva europea 2014/52/UE, di ribaltarne spirito e obiettivi nel Decreto che entrerà invigore il 21 luglio.
D’ora in poi: i) sarà sottoposto aVIA non il progetto definitivo, ma quello “di fattibilità”: ii) i proponenti el’autorità competente potranno in ogni momento mettersi d’accordo sul grado didefinizione del progetto, iii) la verifica di assoggettabilità a VIA non saràpiù aperta alla consultazione del pubblico; iv) la commissione VIA saràintegrata da 30 “esperti” di nominaministeriale, con l’unico requisito di avere prestato per 5 anni servizio nellapubblica amministrazione, ovverosia la “tecnica” (si fa per dire) agli ordini della(probabilmente cattiva) politica. E molte altre nefandezze già descritte inprecedenti scritti apparsi su eddyburg e in un ottimo articolo di AntonioFiorentino pubblicato su la città invisibile».
E se qualcuno non ottempera alleprescrizioni VIA? Qui il Decreto mostra la sua faccia feroce: «Salvo che il fatto costituisca reato, siapplica la sanzione amministrativa pecuniaria da 20.000 euro a 80.000 euro neiconfronti di colui che, pur essendo in possesso del provvedimento di verificadi assoggettabilità o di valutazione di impatto ambientale, non ne osserva lecondizioni ambientali». Come dire che con qualche spicciolo si possono risparmiarediversi milioni di euro trascurando le prescrizioni della VIA, dato che non è esplicitamenteprevisto l’annullamento degli atti contrastanti o omissivi. Inutile dire che discrezionalitàe contrattazione – i principi informatori del Decreto - lo rendono noninnocentemente carico di potenzialità criminogene.
Ma tornando all’aeroporto diFirenze, ciò che costituisce una ghiotta occasione per i suoi improvvidipromotori è una norma transitoria che permette, nei procedimenti in corso e su istanza del proponente, di applicare lanuova disciplina o di ritirare il progetto presentato e proporne uno nuovo.Improvvidi, infatti, sono stati ENAC e Toscana Aeroporti, perché avendo findall’inizio violato la legge “per prassi consolidata”, hanno presentato unprogetto pieno di lacune e contraddizioni, avvitandosi in un succedersi diintegrazioni - richieste o volontarie- che hanno avuto come esito di prolungareoltre ogni limite i lavori della Commissione, conclusi con ben 142 prescrizioni:alcune estremamente pesanti, altre che puntano il dito sul conflitto diinteressi di ENAC, controllore-controllato, altre che mettono in luce larischiosità di un aeroporto incastrato tra autostrada, Università e periferianord-ovest di Firenze. Di fatto, una vera e propria bocciatura che il MinistroGalletti ha tenuta nascosta da diversi mesi. Ci si chiedeva le ragioni di tantalentezza e opacità, ma l’approvazione del Decreto “libera tutti” chiarisce lastrategia del governo e dei suoi sodali, in primis le lobby di Confindustria edelle associazioni dei costruttori. E’ facile prevedere che ENAC ritirerà ilprogetto formalmente approvato e formuleràla richiesta di “provvedimento unico in materia ambientale” ai sensi dellanuova normativa, facendo decadere tutte le prescrizioni della Commissione, checolpevolmente non si era dimostrata prona ai voleri della politica nonostanteogni genere di sollecitazioni e pressioni, e che per questo sarà rimpiazzata eintegrata con 30 esperti al servizio del Ministro.
Naturalmente, l’annunciodell’entrata in vigore del Decreto Legislativo è stato accolto con esultanzadalla stampa locale che derubrica la Valutazione di Impatto ambientale ainutile burocrazia, da aggirare o azzerare. «Con ilnuovo decreto vengono eliminati tanti elementi di dubbio presenti nella normasin qui in vigore. Fra questi, il mai risolto nodo sulla necessità di averdepositato il progetto definitivo per il completamento della valutazione diimpatto ambientale per gli aeroporti, sebbene tutte le VIA fossero statefirmate sulla base di progetti preliminari. Il nuovo decreto taglia la testa altoro: è nero su bianco che è sufficiente il Masterplan» (La Nazione Firenze11 luglio). Dove non si sa se sia maggiore l’insipienza o la cattiva fededell’articolista che esulta perché finalmente vengono legalizzate le violazioni“per prassi consolidata” delle leggi (si attende un simile provvedimento per sanarele malefatte dei nostri rappresentanti in Parlamento). L’entusiastica velina segueannunciando che entro un anno sarà tutto approvato e quindi potranno iniziare ilavori.
Sfugge all’articolista, ma, ciòche è molto più grave, ai tanti politici che si battono “senza se e senza ma” afavore del nuovo aeroporto di Firenze (perché? Perché Firenze deve avere il suoaeroporto), che prescrizioni o non prescrizioni – i problemi reali rimarrannotutti in piedi. Si potrà abolire l’obbligo dello spostamento del lago di Peretola,ma non il pericolo di bird-strike se il lago rimarrà nella posizione attuale.Si potrà abolire la prescrizione di valutare il rischio di incidentecatastrofico secondo la direttiva Seveso, ma non il rischio catastrofe; sipotrà abolire la prescrizione di presentare un programma di smaltimento per i 3milioni di tonnellate di terra inquinata, ma non la terra inquinata; si potràabolire l'obbligo di sopraelevare l’autostrada per permettere ilsottoattraversamento del nuovo Fosso Reale, ma non il fatto che il Fosso debba passare sotto l’autostrada: eciò vale anche per tutte le altre 138 prescrizioni. Con il rischio, data ladubbia legittimità del decreto e l’evidente contrasto rispetto alla normativaeuropea, di avvitarsi in una spirale di ricorsi e contro ricorsi. A volte aibari le cose non filano lisce come sperano.

Il Laboratorio PerUnaltracittà sottopone a Icomos le principali criticità che coinvolgono siti Unesco di Firenze (e non solo Firenze). perUnaltracittà online, 21 giugno 2017 (c.m.c.)

Il Laboratorio PerUnaltracittà esprime in 12 punti la sintesi delle principali criticità da sottoporre all’attenzione di Icomos (Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti) nella convinzione che occorre mettere a punto una diversa politica di piano sostenuta da una nuova e diversa cultura del progetto capace di coinvolgere le periferie nella salvaguardia della Città antica e del suo patrimonio collinare. Se la periferia diventa la città, si potrà allentare l’assedio al nucleo storico da parte della speculazione e dell’attuale eccedenza turistica.

1. L’alienazione del patrimonio edilizio storico monumentale pubblico/privato: alle vendite viene garantito il cambio di destinazione per usi alberghieri o residenze di lusso e si garantisce la realizzazione di garages sotterranei, situati nella falda freatica.

2. L’escavazione di 21 parcheggi sotterranei in area urbana, di cui ben 6 in zona Unesco, tra cui il parcheggio sotterraneo di Piazza Brunelleschi. L’ulteriore escavazione di parcheggi sotterranei nell’area di Via Tornabuoni, in particolare sotto il giardino di Palazzo Antinori, a ridosso della Prima e della Seconda cinta muraria di Firenze.

3. La realizzazione del nuovo aeroporto intercontinentale di Peretola, con la buffer zone e traiettorie degli aerei sulla verticale di ambedue i siti Unesco: Centro storico e Ville Medicee. Previsto il raddoppio dei passeggeri in transito di circa 4,5 milioni/anno (vedi punto 6).

4. La realizzazione di una linea tramviaria nel sottosuolo del Centro storico, che metterebbe a rischio la stabilità degli edifici del Sito Unesco e l’integrità dei reperti archeologici sotterranei.

5. Gli scavi dei tunnel nell’area Fortezza da Basso/Santa Maria Novella: per l’Alta Velocità, sotto la Fortezza da Basso e Piazza della Libertà; per la nuova stazione ferroviaria AV, sotterranea e a ridosso del torrente Mugnone; per le varie gallerie veicolari utili al transito in superficie della tramvia.

6. L’insostenibilità acclarata della pressione del turismo sul Sito Unesco: oltre 9 milioni/anno le presenze, occasione di sviluppo di bassa qualità e causa di forte degrado strutturale e di allontanamento dei fiorentini dal Centro storico della loro città (vedi punto 10).

7. L’utilizzo improprio delle Piazze del centro storico in occasione di manifestazioni varie e mercatini con allestimento di strutture temporanee fortemente invasive, fuori scala rispetto all’equilibrio architettonico degli spazi, costruite con materiali incompatibili esteticamente con l’ambiente (in particolare Santa Croce e S.S. Annunziata) e penalizzanti per la vita dei residenti rimasti nel Centro storico (vedi punto 10).

8. La privatizzazione degli spazi pubblici della città per organizzazione di eventi riservati: Ponte Vecchio, Forte Belvedere, Accademia ecc. e soprattutto Palazzo Vecchio che ospita un numero esorbitante di iniziative con ingresso ad invito per cene servite nel Salone dei Cinquecento o in altri ambienti del percorso museale per centinaia di persone con allestimenti incongrui alla rilevanza del bene culturale.

9. La perdita dei significati storici e identitari del Sito Unesco. Evidenti i fenomeni di gentrification urbana e trasformazione della città in una Disneyland del Rinascimento: sostituzione delle botteghe artigianali e del piccolo commercio di prossimità con catene commerciali internazionali che omologano il Centro storico a una qualunque altra città. Ristorazione selvaggia e finta locale.

10. La progressiva ed inesorabile espulsione delle famiglie residenti nel centro storico a favore di turisti mediante trasformazione degli immobili in residenze temporanee (spesso al nero) con conseguente desertificazione del tessuto urbano centrale per quanto riguarda i servizi rivolti ai cittadini in favore del commercio per i non residenti (vedi punto 9).

11. Lo storno di risorse economiche dal pubblico al privato che pregiudica la sicurezza del Centro storico: il caso più eclatante è quello della voragine di Lungarno Torrigiani, crollo dovuto alla mancata manutenzione dell’acquedotto. Gli utili netti di Publiacqua spa non sono state destinate alla manutenzione ma suddivise come dividendi degli azionisti.

12. La realizzazione di mostre in luoghi chiave del Centro storico in cui può esporre chi paga, senza nessuna Commissione di valutazione sul valore delle opere. Un modo semplice, per chi ha i denari (collezionista/produttore) per alterare le quotazioni del mercato dell’arte utilizzando uno scenario unico al mondo.

«Sono oltre 40 le “aree di trasformazione” che il sindaco Nardella vuole approvare in questi 5 anni di mandato». la CittàInvisibile online, 20 maggio 2017 (c.m.c.)

Nella relazione sui suoi primi 1000 giorni durante il Consiglio Comunale del 15 maggio Nardella ha detto con orgoglio: «governiamo la più grande trasformazione della città degli ultimi 150 anni in termini di riqualificazione e grandi infrastrutture».

E si riferiva non solo alla TAV e alle tramvie, ma anche agli interventi urbanistici strategici già approvati e quelli futuri. E’ la concretizzazione dell’idea dei “volumi zero”, di renziana memoria e “rubata”, mistificandola, all’allora opposizione dezordiana. Ma secondo il sindaco è «riqualificazione urbanistica e immobiliare senza cedere alle speculazioni», perché è un “mix di funzioni” (sic).

Ed è lo sviluppo del concetto della “compensazione” e monetizzazione degli impatti delle opere, che ricorda i tempi della TAV del Mugello con le compensazioni ai Comuni e quelli attuali della TAV di Firenze con i 76 milioni di trasferimenti da RFI al Comune, di cui quasi 28 ml già incassati dal 2013, anche senza l’avvio del cantiere di Campo di Marte.

La riqualificazione urbanistica prevede le “compensazioni” tramite le convenzioni consentite con il Regolamento Urbanistico per “gli impatti generati dall’incremento/modifica del carico urbanistico generato dalla trasformazione” della singola area: è l’art. 16, comma 2 punto 4 delle Norme Tecniche di Attuazione, sulla cui legittimità può sorgere il dubbio.

In Consiglio il sindaco ha accennato a 13 interventi già “convenzionati”, poi altri 19 in via di convenzione e ancora altri 13 già “attenzionati”. Infatti dall’approvazione il 2 aprile 2015 del Regolamento Urbanistico sono già passate dal Consiglio Comunale “riqualificazioni” come il campus della olandese Student Hotel nel palazzo delle ex Ferrovie di viale Belfiore (il “Palazzo del Sonno”), il negozio della Apple nella ex BNL di piazza della Repubblica e l’altra ex BNL di via Cerretani, il Campeggio di Rovezzano, la Metro nell’ex deposito Lazzi di via Mercadante, l’ex Enel Campofiore, l’ex magazzino già affittato al Comune in via Erbosa 89, i complessi immobiliari Inarcassa ex Inpdap in Viale Matteotti 15 ed ex Inps in via Foggini 2, quelli in via della Piazzuola 4,e in via dell’Erta Canina 26/a. Con le convenzioni l’amministrazione monetizza gli impatti delle opere tramite «la realizzazione di opere e attrezzature pubbliche, oppure di servizi di manutenzione urbana straordinaria…o in un corrispettivo economico sulla base della stima fornita dal Comune».

Ad esempio per l’impatto del campus al Palazzo del Sonno (con investimento di 40.milioni di Student Hotel, che starebbe acquistando anche l’area di Belfiore) sono stati stabiliti oltre 2 milioni di euro in opere, come il rifacimento di piazza della Vittoria e della Costituzione (più marciapiedi e piste ciclabili), mentre per il negozio Apple in piazza della Repubblica il Comune ha incassato direttamente 986 mila euro. Ma la maggiore compensazione potrebbe avvenire nel prossimo futuro con l’area ex Officine Grandi Riparazioni e la dismissione dei binari ferroviari della Leopolda trasformati in linea tramviaria 4 con meno vincoli edilizi: i giornali hanno indicato in oltre 30 milioni di euro il possibile incasso dalla vendita dell’area da parte di RFI e con il successivo piano di recupero sarebbero previsti 14 milioni di euro nelle casse comunali.

Continueremo ad opporci in Consiglio Comunale a queste presunte riqualificazioni, nonostante il PD abbia i numeri per approvare gli atti e nonostante la discussione, anche da parte dei gruppi di opposizione, sia limitata al merito delle compensazioni. Criticare i progetti significa farsi definire contrari allo sviluppo della città a “volumi zero” e agli investimenti che generano posti di lavoro.

Un’ultima considerazione, ispirata da Paolo Maddalena: in questo modo di amministrare è radicato il concetto che il proprietario è assoluto padrone dei suoi beni, non tenendo conto del fatto che il fenomeno dell’edificazione produce effetti non solo sui beni in proprietà del privato, ma anche sui beni che sono in proprietà collettiva , come il paesaggio, che, essendo un aspetto del territorio, è in proprietà collettiva del popolo, a titolo di sovranità.

Un marziano si domanderebbe: che nesso logico ci può mai essere tra la sopravvivenza di un giornale in crisi, una speculazione immobiliare, una religione molto praticata, il capo di un partito politico e il sindaco di una città? Mboh, strani questi terricoli. il Fatto quotidiano online, 28 aprile 2017

La moschea di Firenze non s’ha da fare. O almeno non nell’ex caserma Gonzaga, la stessa a cui è interessato il gruppo Pessina, editore dell’Unità, il giornale del Pd. A deciderlo, però, non è stato il sindaco di Firenze Dario Nardella, cui formalmente spetta amministrare il Comune ma – a stare alle dichiarazioni – l’ex inquilino di Palazzo Vecchio, Matteo Renzi. A inizio aprile, infatti, Nardella comunica che una parte della struttura verrà concessa come moschea temporanea, dando a 30 mila musulmani un luogo di preghiera per il ramadan (26 maggio-24 giugno). Un modo “per evitare di avere centri abusivi in città” e, nelle intenzioni del sindaco, per poi destinare lo spazio a una moschea stabile. Passano pochi giorni e interviene Renzi: “Tecnicamente e giuridicamente non si può fare lì. Forse non è stato neppure Nardella a pensare quella soluzione. La partita è chiusa”. Nardella ne prende atto, spiega che la sua era solo “una proposta, un’ipotesi, non una decisione già presa” finendo preso in giro dalle opposizioni in Comune.

Il vincolo “giuridico” di cui parla l’ex premier è presto spiegato. L’ex Caserma è passata dal demanio al Comune, che si è impegnato a valorizzarla. A inizio 2015 arriva un bando per destinare parte dell’area di 53 mila metri quadri ad housing sociale. Si presentano Investire Immobiliare, società del gruppo Nattino e la Pessina Costruzioni, dell’omonimo gruppo da 400 milioni di fatturato: progetti che mettono insieme una parte a edilizia residenziale per le fasce deboli e un’altra a servizi e commerciale.

Ieri l’ad di Pessina, Guido Stefanelli (che guida anche l’Unità) ha confermato al Corriere fiorentino che la società è ancora interessata: “Mi auguro proprio che la Moschea non la facciano lì”. Nello stesso periodo del bando la Pessina si aggiudicava (maggio 2015) l’appalto per la costruzione dell’ospedale di La Spezia e trattava l’acquisto de l’Unità, oggi in forte perdita. Nei giorni scorsi un’inchiesta di Report ha sollevato dubbi che l’investimento nel giornale sia valso come tornaconto, grazie al rapporto con l’ex premier, per appalti e affari. La società ha smentito e annunciato querela.

Ampia analisi dei problemi che pongono a Firenze e ai suoi cittadini il turismo sregolato di massa e la svendita della città al turismo "ricco". la città invisibile, 21 marzo 2017 (c.m.c.)

«Il testo è la trascrizione dell’intervento al convegno promosso dall’Assemblea dei Comitati Fiorentini e dalla ReTe dei Comitati per la Difesa del Territorio, Città pubblica vs città oligarchica. Vita immaginata e desiderata, politica subìta, Firenze»

La riflessione che segue tenta di dare delle prime risposte, certamente molto perfettibili, a tre domande fondamentali:quali sono le caratteristiche quantitative e qualitative del turismo a Firenze, chi ne trae i benefici e chi ne paga i costi, tenendo conto che l’impatto del turismo sulla vita dei cittadini varia in ragione dell’età e del luogo di residenza; quali sono alcuni caratteri peculiari della popolazione residente e come sono distribuiti nelle varie parte delle città; infine; quali politiche potrebbero o dovrebbero essere attuate per migliorare la qualità dei vita dei fiorentini (e anche dei turisti-ospiti).

Turismo

Quanti sono i turisti che vengono a Firenze?

Nel 2015 sono stati registrate ufficialmente oltre 9.200.000 presenze, con quasi 7 milioni di stranieri, mediamente di oltre 25.000 unità giornaliere. La spesa annuale delle sole presenze registrate è superiore a 1 miliardo e 200 milioni [1] ed è interessante chiedersi dove va a finire questo fiume di denaro, quante tasse siano pagate e quanto torni alla città, di fronte ai costi diretti dei servizi forniti ai turisti e a quelli indiretti legati all’uso della città.

Tuttavia questi dati sottostimano l’impatto turistico, perché non sono conteggiate né le presenze in nero degli affittacamere che lavorano con Airbnb o Homelidays, né il turismo “mordi e fuggi” che arriva a Firenze con i pullman. Inoltre, la distribuzione delle presenze turistiche varia stagionalmente e in certi periodi può superare le 50.000 unità, una popolazione dello stesso ordine di grandezza dei residenti nel Quartiere 1 (67.000 abitanti), ma concentrata sul quadrilatero centrale, quello che va da Piazza del Duomo ai Lungarni e da via Verdi a via Tornabuoni, con un’appendice Oltrarno. Le conseguenze sono note.
La prima è una progressiva desertificazione delle attività al servizio dei residenti, i negozi della “quotidianità”, sostituiti da negozi di lusso e comunque rivolti alla domanda turistica nell’area più centrale e una proliferazione pervasiva della somministrazione di cibo e bevande con l’occupazione dello spazio pubblico da parte dei dehors e la conseguente movida nelle aree circostanti: secondo stime di Confcommercio, negli ultimi 25 anni hanno chiuso oltre 30 mila attività legate alle tradizioni [2].

La seconda è una torsione del mercato immobiliare a favore degli affitti brevi a visitatori stranieri; ne segue che, come a Venezia, una parte consistente del patrimonio immobiliare è destinata a una domanda “ricca” cui non possono competere né i fiorentini, né altri tipi di utenti più deboli, come gli studenti universitari che costituiscono una popolazione considerevolmente numerosa e sicuramente una linfa vitale per la città: sono circa 50.000, di cui il 30% fuori sede (15.000).

In sintesi, tutto il mercato immobiliare, sotto la spinta dell’amministrazione fiorentina, si sta orientando verso il lusso e i clienti ricchi, mentre ci si dimentica del disagio abitativo che interessa gli strati più deboli della popolazione, né viene messa in cantiere alcune azione concreta per colmare il gap tra richiesta ed offerta di edilizia sociale; quest’ultima relegata come contentino per rendere accettabili presso l’opinione pubblica le operazioni speculative.

I cittadini di Firenze

Il turismo affidato solo al mercato è certamente una causa del deterioramento della vivibilità della città, sia da un punto di vista strutturale, per le distorsioni nel mercato immobiliare, degli affitti e dell’offerta commerciale, sia dal punto di vista della quotidianità, per l’occupazione e l’uso dello spazio pubblico.

Ma chi sono i fiorentini, accettando in prima approssimazione di identificarli con i residenti a Firenze? E quali sono i punti di maggiore attrito con i flussi turistici che ormai raddoppiano la popolazione nell’area centrale? Infine, quali sono le politiche per migliorare la qualità di vita dei fiorentini, ora paradossalmente sempre più estranei alla loro città?

La prima considerazione è che le politiche urbane non agiscono indifferentemente sulle varie fasce di età (oltreché reddituali, ma non abbiamo dati a questo proposito). Ciò che può essere gradito ai giovani (la movida, ad esempio) può essere estremamente fastidioso per gli anziani; la domanda di mobilità e l’uso dei mezzi di trasporto possono essere altrettanto diversificati tra ragazzi, giovani, classi centrali e classi anziane.

L’età è quindi un fattore fondamentale per l’orientamento e il gradimento delle politiche urbane. Come è distribuita da questo punto di vista la popolazione fiorentina?

I dati aggiornati al 2016 ci mostrano una popolazione fiorentina molto più anziana (65 anni e oltre) della media nazionale (il 26% contro il 21% della popolazione italiana), con un indice di vecchiaia pari a 213 punti contro una media nazionale di 161 punti. Significa che per ogni fiorentino nell’età da 0 a 14 anni vi è un numero più che doppio di ultra sessantaquattrenni. Da notare che la distribuzione della popolazione per fasce di età non è omogenea per quartiere: gli indici di vecchiaia variano da quartiere a quartiere con un massimo nei Quartieri 2 (Campo di Marte) e 3 (Gavinana-Galluzzo), per scendere leggermente nel Quartiere 4 (Isolotto Legnaia) un po’ più marcatamente nel Quartiere 5 (Statuto -Novoli), mentre la popolazione è decisamente più giovane nel Quartiere 1 (centro storico) e ha perciò anche un indice di dipendenza molto più basso (circa il 50%, mentre negli altri quartieri si attesta tra il 61% e il 68%)

Questo dato è interessante e dipende dal fatto che la classe degli ultra sessantaquattrenni nel centro storico è meno numerosa rispetto al resto della città, in particolare i quartieri 2 e 3, ciò che non può che essere dovuto a un deflusso della popolazione più vecchia e più debole a favore dell’affitto agli stranieri o dei cambi di destinazione. Analogo è l’andamento dell’indice di dipendenza strutturale. Sulla composizione demografica sicuramente hanno avuto un peso i movimenti migratori, soprattutto provenienti dall’estero.

Firenze, negli ultimi 14 anni ha contato 223.586 immigrati contro 156.692 emigrati, con una componente straniera di oltre 63.000 unità e un numero complessivo di residenti a Firenze nati all’estero pari a 67.115 unità. In sintesi il 18% della popolazione residente a Firenze è nata all’estero e si concentra soprattutto nel centro storico, dove è un quinto della popolazione residente (nel Quartiere 1). Riassumendo: la popolazione residente a Firenze è molto più anziana rispetto alla media nazionale e non è distribuita in modo omogeneo nei diversi quartieri. Il centro storico ha subito un processo di ringiovanimento per effetto dell’immigrazione dall’estero e dell’allontanamento o la non sostituzione della popolazione anziana. Un sesto della popolazione fiorentina è costituita da immigrati dall’estero, con una distribuzione non uniforme per quartiere.

La città attuale

Le politiche del Comune di Firenze nell’ultimo decennio, non hanno tenuto in alcun modo, né della struttura demografica (quindi anche sociale) della popolazione residente, né dei problemi di vivibilità che la pressione turistica creava sulla città. Non solo il turismo viene gestito dal mercato, ma l’amministrazione fiorentina ha seguito e incoraggiato il mercato in una tendenza evolutiva sempre più a favore della domanda ricca, conseguenza a sua volta di una distribuzione della ricchezza sempre più ineguale a livello mondiale.

Questo è avvenuto fondamentalmente in tre direzioni. La prima è stata quella di accentuare il ruolo di “salotto buono” del centro di Firenze, con la destinazione di risorse e con la pedonalizzazione dell’area più interna; pedonalizzazione [3] che (in assenza di una politica decente dei trasporti) ha spostato il traffico sulla cintura immediatamente circostante e in qualche strada “disgraziata”. Inoltre in alcune aree limitrofe si sono spostate attività lecite, ma fastidiose o illecite o “border line” come il gioco d’azzardo. Un esempio emblematico è la situazione di via del Palazzuolo descritta in modo molto puntuale ed efficace in uno scritto di Marta Baiardi che andrebbe riletto con attenzione: «Spaccio, risse, violenza, ludopatia, illegalità diffusa sono esperienza quotidiana di chi qui vive e lavora, con un restringimento di spazi di vivibilità per tutti e un abbassamento della qualità della vita inquietante».

La seconda direzione è quella della vendita effettuata o promossa dal Comune di immobili pubblici dismessi con Variante incorporata verso la destinazione di alberghi o residenze di lusso e in subordine, di attività commerciali sempre di lusso: un centro di Firenze tutto destinato al mercato più ricco. Vale a dire che via via che edifici e complessi pubblici vengono dismessi – si pensi al tribunale di Firenze, alla scuola militare di Costa San Giorgio, alla Manifattura Tabacchi, alle Murate, alle Poste centrali di Michelucci, al Panificio militare, ma vi sono decine di esempi – le nuove destinazioni sono scelte esclusivamente sulla base dei desiderata dell’eventuale compratore, cioè delle preferenze del mercato.

La terza direzione è complementare alla precedente e consiste un sostanziale abbandono delle periferie (che fine ha fatto il progetto concorso per 10 nuove piazze di Firenze e successivamente gli ulteriori concorsi, ad es. piazza dell’Isolotto?). Meno traffico in centro, più traffico nelle periferie, martoriate anche dalle linee della tramvia veloce progettate come binari e non come occasioni di riqualificazione dello spazio pubblico. Inoltre, la tramvia consente a una quota di pendolari di rinunciare all’uso dell’automobile (il 25% a seguito dell’entrata in esercizio della linea1, con una media giornaliera tra i 30.000 e i 40.000 passeggeri), ma non risponde alla domanda di spostamenti interni che ha bisogno di mezzi più distribuiti, più capillari e più flessibili.

Le vicende di Villa Fabbricotti potrebbero (lotteremo perché ciò non avvenga) essere esemplari di una politica che considera complessivamente la città come merce da vendere al migliore acquirente. Villa Fabbricotti, di proprietà della Regione e con destinazione a uso pubblico, è stata recentemente messa in vendita. L’iter è il solito: vendita alla Cassa Depositi e Prestiti e da questa a qualche investitore privato con Variante “a la carte” del Comune di Firenze. L’ipotesi non tanto peregrina è che il complesso sia trasformato in albergo o residenze di lusso e il parco venga privatizzato. Attualmente il parco ha un altissimo valore d’uso, perché utilizzato da centinaia di cittadini (e dai loro cani). Il cambio di destinazione farebbe crollare il valore d’uso – da molti a pochi utenti – mentre aumenterebbe in modo simmetricamente opposto il valore di scambio: quella che viene chiamata “valorizzazione” non è altro che la trasformazione del valore d’uso in valore di scambio, con qualche spicciolo di compensazione.

Questo è comunque l’iter seguito finora e che l’amministrazione di propone di proseguire. La radice è di natura politica e prima ancora culturale, di chi non vede altra via di sviluppo se non quello immobiliare e infrastrutturale, nell’offerta di contenitori vuoti che non possono che essere riempiti dal mercato, vale a dire da investitori con orizzonti temporali e “opzionali” assai limitati, perché il circuito investimento-profitto deve essere più breve possibile. Perciò la risposta di un’opposizione che voglia diventare governo non può che essere prima di tutto culturale e politica. Questo convegno e un primo passo in questa direzione.

La città desiderata
Una città amica di anziani, donne e bambini
Una pianificazione urbanistica attenta ai mutamenti sociali e demografici dovrebbe tenere conto di tutto ciò, sia nelle scelte infrastrutturali, sia nelle politiche della casa e dei servizi, sia nell’organizzazione dello spazio pubblico (v. punto seguente).

Un primo fattore di cui tenere conto è che invecchiando sempre meno si usa l’automobile individuale, a maggior ragione nel congestionato traffico della città, sempre si più amano gli spostamenti a piedi o in bicicletta (otre che con un efficiente trasporto pubblico). Il modello urbanistico fatto di grandi attrattori decentrati, in primis i centri commerciali raggiungibili solo con mezzi di trasporto privati e, in generale, un sistema di spostamenti da casa basati sull’automobile, non solo consolida le fonti di inquinamento, ma è obsoleto perché basato sulla struttura demografica tipica degli anni ’60, fatta di famiglia giovani con figli numerosi, mentre nel 2016 a Firenze la famiglia media è costituita da due persone.

A distanza di 50 anni, l’idea di crivellare la città con parcheggi sotterranei, oltre a quanto si è accennato in precedenza, si rivela una scelta non a favore degli abitanti ma degli interessi immobiliari – salvo casi particolari – e rende permanente il traffico attorno alle aree pedonalizzate. Significa fin da ora rinunciare a una prospettiva, non certo immediata ma possibile, di una città sempre più libera dalle automobili e dal traffico.

Un secondo ordine di considerazioni riguarda la popolazione più giovane. Fino a dieci anni fa vi era in alcune città italiane (non a Firenze) una certa attenzione alle problematiche della “città dei bambini” e in alcuni casi le buone intenzioni sono state tradotte in esperienze concrete. Non deve stupire che una città amichevole e fruibile dai bambini sia anche particolarmente adatta per le persone anziane (spesso le due figure si accompagnano, quando i genitori sono al lavoro). Le implicazioni sociali e urbanistiche sono da una parte un’estesa pedonalizzazione che renda sicuro e piacevole camminare in città, dall’altra una localizzazione di servizi e di attività commerciali che sia ben distribuita e che non implichi la necessità di spostamenti in macchine per gli acquisti o le prestazioni di servizio di tutti i giorni: il contrario della tendenziale (e in molte aree già attuata) desertificazione delle attività a supporto dell’abitare a favore di quelle rivolte al turismo.

E poiché sono spesso le donne che reggono sulle spalle l’assistenza agli anziani e la cura dei bambini, una città amichevole per entrambi è amichevole anche verso le donne, ne rende meno stressante la vita e forse, costituisce un incentivo alla natalità più che operazioni pubblicitarie o mance una tantum. Centrale, in questo recupero della città in favore dei bisogni e della qualità della vitta dei cittadini e il ruolo dello spazio pubblico sia da un punto di vista quantitativo che – soprattutto – qualitativo.

Una città che recupera ed estende lo spazio pubblico

Lo spazio pubblico di Firenze è il risultato di una grande costruzione collettiva durata vari secoli e arricchita dalle generazioni che via via hanno abitato la città. Lo spazio pubblico costituisce la “struttura” della città che ne tiene insieme le varie parti, non solo collegandole funzionalmente, ma integrandole e arricchendole di edifici collettivi e monumenti. Caratteristiche precipue dello spazio pubblico, così come si è venuto configurando storicamente, sono la sua multifunzionalità (essendo contemporaneamente spazio economico, commerciale, religioso, politico), la sua “continuità”, rendendo permeabile e percorribile l’intera città, la sua gerarchizzazione, essendo le emergenze collegate e orientate verso il centro in modo da essere fruibili da tutti i cittadini: qualità tutte negate dalle trasformazioni degli ultimi decenni e neanche prese in considerazioni dalle politiche urbanistiche più recenti che, invece, favoriscono consapevolmente la privatizzazione dello spazio collettivo.

Una politica di ricupero e valorizzazione dello spazio pubblico esistente e di costruzione dello spazio pubblico dove questo manca come nelle recenti periferie, implica una riduzione del traffico automobilistico e una conseguente pedonalizzazione della città, soprattutto nelle zone dove piazze e strade sono diventate parcheggi di superficie. Significa, in modo complementare, valorizzare gli spazi aperti residui nel tessuto urbano, anche quelli interni agli isolati (di cui l’amministrazione Domenici ha promosso colpevolmente la saturazione) recuperandoli all’uso pubblico, preferibilmente come giardini o spazi naturali. L’obiettivo finale è una città “permeabile”, dotata di uno spazio pubblico continuo, fatto non solo di piazze, parchi e giardini, ma anche di spazi minori, più intimamente legati al quartiere in cui sono collocati, fruibile a piedi o in bicicletta per mezzo di una rete di percorsi protetti e dove possibile, indipendenti da quelli destinati al traffico motorizzato. La costruzione delle linee della tramvia veloce era un’ottima occasione per integrarne la progettazione con quella dello spazio circostante, promuovendo, come è accaduto in Francia in analoghe circostanze, un’ampia ristrutturazione della città dove questa è particolarmente carente di spazi di socializzazione.

Un’occasione non solo persa, ma neanche presa in considerazione dall’amministrazione fiorentina, dove tutto viene progettato e gestito in modo settoriale e scoordinato. Una politica di (ri)costruzione dello spazio pubblico implica un’estesa e effettiva partecipazione di cittadini alle scelte urbanistiche a monte e una progettazione condivisa e contestuale delle infrastrutture di supporto. La partecipazione promossa dall’amministrazione fiorentina è stata finora solo la ricerca di consenso su opere già decise o un inutile esercizio perché le proposte dei cittadini e associazioni non sono state prese in considerazione, né hanno lasciato traccia nelle successive politiche. Inutili concorsi hanno solo rappresentato uno spreco di risorse (come quello per la creazione di una serie di piazze periferiche, mai realizzate, sotto l’ironica etichetta di “progettare insieme”).

Un’idea di città e il ruolo di Firenze. Il Sindaco La Pira pensava a un ruolo di Firenze come ambasciatrice della pace nel mondo. A prescindere dai contenuti utopici della proposta, La Pira aveva compreso che la fama di Firenze, il suo prestigio artistico e culturale, offrivano alla città la chance di ritagliarsi un ruolo di livello internazionale e che la sua attrattività poteva essere una carta da giocare per obiettivi più “alti” dello sfruttamento banale del turismo. Nel periodo che ha separato gli anni ’60 dai nostri giorni, una proposta innovativa e intelligente sul ruolo di Firenze è venuta negli anni ’80, durante l’amministrazione Bogianckino, da Giacomo Becattini, economista di grande caratura, che ha sostenuto, in varie occasioni e con ampie argomentazioni, la grande opportunità della città di diventare un laboratorio culturale di livello mondiale.

Da una parte, si proponeva di mettere in rete e potenziare le numerose istituzioni culturali, pubbliche e private, operanti a Firenze, come dipartimenti universitari italiani e stranieri, musei, centri di ricerca, opifici, biblioteche, gallerie, per creare un sistema collaborativo e aperto (si noti che senza internet, all’epoca l’impresa era molto più ardua di quanto possa essere adesso).

Dall’altra si trattava di riconvertire, almeno parzialmente il turismo di massa, che doveva essere gestito e rieducato, in un turismo “stanziale” di studio e di ricerca, cui avrebbero potuto contribuire anche imprese multinazionali in cerca di sedi fiorentine gradite ai loro quadri tecnici e dirigenziali. Patrimonio culturale, qualità della vita urbana, bellezza delle architetture e del paesaggio, potevano costituire la base sinergica e “strutturale” su cui progettare un nuovo e importante ruolo culturale e scientifico di Firenze.

Questa proposta, accolta inizialmente con favore, ma solo a parole, dalle forze politiche, è stata completamente dimenticata; di più: nessuna proposta alternativa, nessun disegno di pari livello è stata fatta negli ultimi trenta anni e l’argomento è stato abbandonato. Ne sono prova le ultime campagne elettorali, dove gli obiettivi proposti ai cittadini sono la realizzazione di infrastrutture come uniche produttrici di reddito e di occupazione e come se non esistessero altre chances e altre opportunità. Di nuovo gli strumenti, in questo caso le grandi opere, sono proposte quali finalità ultime, indipendentemente dal fatto che siano utili o meno. Nessun disegno complessivo per Firenze, i cui destini sono lasciati al mercato, di cui il Sindaco stesso è diventato promotore e facilitatore.

Il disegno di Firenze come grande laboratorio culturale aperto al mondo non ha perso la sua validità e potrebbe guidare le destinazioni da assegnare agli edifici dismessi in un disegno organico, a seconda delle obiettive opportunità urbanistiche, come l’accessibilità, le possibilità di integrazione con altre attività, lo stato dei luoghi, il tessuto sociale in cui si inseriscono. Perciò una importante rivendicazione da avanzare è la richiesta di un disegno organico e innovativo per una Firenze che diventi luogo di ospitalità per un turismo colto, di studio e ricerca, oltre che di affari e di convegnistica.

Le varie opportunità si integrano e possono benissimo mettere d’accordo interessi pubblici e privati, senza la distruzione del tessuto sociale e fisico della città.

Note al testo

[1] Distribuiti alla popolazione fiorentina equivarrebbero a 3.200 euro pro-capite.

[2] Spiega Aldo Cursano, presidente toscano Federazione pubblici esercizi: «Ha retto soltanto il dieci per cento delle botteghe storiche». Uno stillicidio. Una città sempre più a misura di visitatore, poco attenta ai residenti. «Prima, uscendo di casa, salutavo tutti, e tutti salutavano me — racconta un ex residente —, oggi invece non conosco più nessuno e se ho bisogno di una mano, nessuno mi aiuta».

[3] Il cuore di Firenze, dopo che l’allora sindaco Renzi decise a sorpresa di pedonalizzare piazza Duomo e cancellare il contestato passaggio della linea 2 accanto al Battistero, dal 2009 è rimasto senza un servizio di trasporto pubblico forte.

Con una carrellata sui giudizi correnti sullo stadio fiorentino ci ricordano che la mamma dei fessi è sempre incinta. E, attorno a Palazzo Vecchio, anche quella degli affaristi. la città invisibile, 14 marzo 2017

«Ancora una volta siamo di fronte ad una grossa operazione finanziaria e immobiliare che utilizza strumentalmente un bene comune»

In occasione della recente presentazione del nuovo stadio dei fratelli Della Valle a Firenze è andato in scena un vero e proprio festival del provincialismo e del servilismo.

Provincialismo, perché questo progetto, dopo decenni di frustrazione bottegaia, secondo la comunicazione dominante, potrà finalmente consentire a Firenze il meritato riscatto (ne ha davvero bisogno?) rispetto al fior fiore delle metropoli internazionali, a tal punto che «Tokyo in confronto sembrerà Sorgane», mentre i turisti «visiteranno la periferia nord fiorentina con lo stesso sguardo sognante che indossano quando passano su Ponte Vecchio», solleticati dall’aria “molto sexy” di questa arena. Chissà cosa potranno combinare: ne vedremo delle belle.

Il nuovo stadio della città, affermano, non avrà nulla da invidiare a quelli di Monaco, Bilbao, Bordeaux, Nizza. Perdinci! «Qui a Firenze non siamo secondi a nessuno» sembrano dire in coro i protagonisti della surreale vicenda.

Servilismo, perché a scorrere i commenti sembra di rileggere le trionfanti lodi alle imprese del trascorso ventennio fascista. Cosa pensare quando si legge che le “morbide volute” dello stadio gareggeranno con “le guglie aguzze” del Palazzo di Giustizia «in una gara ideale di architetture contemporanee»? «Costruiremo un tempio sopraelevato che ci permetterà di superare i nostri limiti», sarà uno “stadio da Rinascimento", mentre la “rivoluzione” comincia qui e ora con i Della Valle e la corte dei loro valletti.

I cronisti fanno a gara nel paragonare, in maniera blasfema, le forme del nuovo stadio all’ottagono del Battistero, e, visto che ci siamo, all’ottagono del tamburo della cupola del Brunelleschi e, perché no, anche a quello delle Cappelle Medicee. Per di più ricorda anche il Giglio di Firenze, così siamo tutti contenti, storici dell’arte, tifosi e concittadini mossi dal sacro furore campanilista.

Al di là della retorica roboante di questi giorni, pensiamo sia necessaria un po’ di onesta intellettuale: le cose vanno chiamate con il proprio nome.

Siamo di fronte ad una grossa operazione finanziaria e immobiliare che utilizza strumentalmente un bene comune, la nostra città, quella dei vecchi e dei nuovi abitanti, per consentire alle società coinvolte di occupare una superficie di 48 ettari, di costruire volumi edilizi esorbitanti, per ricavare alla fine un utile di circa 30 milioni l’anno. La faccenda sta tutta qui, in questo semplice calcolo economico.

Non interessa poi se, con l’avallo dell’amministrazione comunale, si mette a ferro e fuoco un intero sistema urbano, se si fa sprofondare tutta la zona ovest, da Rifredi a Novoli a Peretola sotto il peso di questa pesante speculazione immobiliare, se si alterano i delicati equilibri del rapporto tra la città, la Piana e il suo ambiente. Tanto le regole e i controlli sono saltati, si conformano ai desiderata dei privati. Anzi sembra che l’amministrazione pubblica e il suo apparato tecnico si siano trasformati in una sorta di consulenti, di facilitatori a disposizione del privato, in questo caso dei Della Valle, affinché il progetto proposto possa passare indenne attraverso le maglie della vituperata burocrazia comunale.

Altro che urbanistica liquida, qui siamo proprio di fronte all’urbanistica evaporata, evanescente, le cui “regole” sono delle finzioni senza più alcuna credibilità.

La retorica dei valletti di turno servirà poi a giustificare e a far sembrare necessarie queste operazioni.

L’ingorgo è garantito, sarà pesantissimo. Basta osservare la mappa della zona: in pochi chilometri si concentreranno questi nuovi volumi, stadio, alberghi e centro commerciale (poco più piccolo di quello dei Gigli di Campi Bisenzio), oltre alla Scuola dei Marescialli, Nuova Mercafir, Autostrada Firenze Mare e Nuovo aeroporto intercontinentale. Una micidiale successione di funzioni molto ingombranti che andranno ad intasare la principale via di accesso e di uscita da Firenze verso la Piana e l’Appennino. Un vero e proprio tappo la cui retroazione si farà sentire sull’intero sistema dei trasporti della città, appesantendolo enormemente.

I profitti saranno privati, i costi socializzati e scaricati sull’intero sistema territoriale.

Sulla localizzazione di queste funzioni grava anche il rischio di incidente aereo messo in evidenza dalla Commissione nazionale di VIA sul nuovo aeroporto di Firenze. Lo stadio e gli annessi volumi commerciali si trovano sulla direzione di sorvolo degli aerei a poche decine di metri e, stante il parere del Ministero, non sono stati valutati a sufficienza gli «scenari probabilistici sul rischio di incidenti aerei» di questa opera che, come afferma il Presidente del TAR Armando Pozzi, è «viziata da eccesso di potere per difetto di istruttoria, irrazionalità e illogicità».

In questi giorni abbiamo sentito impropriamente parlare di rivoluzione, vorremmo ricordare che, secondo noi, «oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza». Quella che ci viene imposta è in realtà una pericolosa involuzione culturale, politica e sociale.

In un’epoca di profondo ripensamento degli scenari economici, di nuova attenzione ai contesti ambientali e alla qualità della vita delle persone, di nuovi modelli urbani ecologici e socialmente equilibrati, i Della Valle e i loro sodali continuano a proporci progetti monstre obsoleti, vecchi, datati, testimoni della loro afasia culturale e intellettuale, incubi alla “Truman show” del tutto superati.

Invitiamo coloro ai quali sta realmente a cuore Firenze, a partire dai numerosi tifosi fiorentini, ad estendere e approfondire il dibattito sulle presunte qualità delle scelte in corso, ad adoperarsi affinché questa vergognosa operazione sia bloccata per riaffermare un’idea di città amministrata in nome dell’interesse collettivo dei suoi cittadini e non del solito dominus di turno.

La follia speculativa e la sottomissione amministrativa stanno preparando un tormentato futuro che tutti noi vorremmo evitare.

«... la metamorfosi dell’urbanistica in ragioneria» Accurata analisi della svendita dl patrimonio pubblico a Firenze, e del quadro nazionale. ReTe territorialmente online, 22 febbraio 2017 (c.m.c.)



«Il testo è la trascrizione dell’intervento al convegno promosso dall’Assemblea dei Comitati Fiorentini e dalla ReTe dei Comitati per la Difesa del Territorio, "Città pubblica vs città oligarchica. Vita immaginata e desiderata, politica subìta", Firenze, 11 febbraio 2017, Teatro dell’Affratellamento».

A Firenze, l’alienazione degli edifici monumentali pubblici e di appartamenti destinati a residenze sociali sottrae alla cittadinanza le migliori occasioni per la riqualificazione dell’habitat urbano. E l’urbanistica si riduce a esercizio da contabili.

Un po’ di storia

Da decenni, i programmi politici evitano l’elaborazione di un’idea di città alternativa al modello economicista, che vuole la città smart, creative, ridotta a brand da impiegare nell’agone della competizione globale. L’aspetto sociale non fa cassa e perciò è stato obliterato. A questo svuotamento di senso delle politiche urbane hanno contribuito, nell’Italia neoliberista, alcuni provvedimenti legislativi – giunti da destra e da sinistra – di matrice squisitamente economica, attinenti cioè a mere questioni di bilancio degli enti locali o dello Stato. E che hanno relegato la gestione della città e del territorio a pratiche di ragioneria.

Sia chiaro, ciò non discolpa l’urbanistica. Nell’abbandono delle finalità sociali e nell’impoverimento della città pubblica, l’urbanistica ha avuto infatti il suo ruolo in commedia, rispondendo senza pudore ai richiami della sirena del libero Mercato. Se non altro con i suoi silenzi e le sue elusioni. Anche a Firenze.

Ripercorriamo alcune tappe della metamorfosi.

Un importante impulso iniziale proviene dal varo della L 386/1991 (Trasformazione degli enti pubblici economici, dismissione delle partecipazioni statali ed alienazione di beni patrimoniali suscettibili di gestione economica) che rende possibile la conversione degli enti pubblici in Società per Azioni. Con la privatizzazione e finanziarizzazione degli enti, servizio pubblico e beni urbani e territoriali fanno ufficialmente il loro ingresso in Borsa.

Nel frattempo, la L 537/1993 – legge finanziaria del governo Ciampi – predisponeva il campo, prevedendo l’emanazione di norme dirette ad alienare intere classi di beni pubblici (art. 9).

Dopo sei anni – siamo nel gorgo della (sinistra) ristrutturazione dell’ordinamento amministrativo a firma Bassanini – è varata l’Agenzia del Demanio (DL 300/1999) avente ad oggetto l’amministrazione dei beni demaniali (pubblici), con «modalità organizzative e strumenti operativi di tipo privatistico».

Il successivo passaggio è compiuto sotto la guida di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia nel Berlusconi bis: la L 410/2001 istituisce la “Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici”: SCIP Srl, nomen omen. L’impiego del lessico finanziario – cartolarizzazione, ossia trasformazione dei crediti in titoli negoziabili sul mercato – è parte atttiva nella “transustaziazione” del bene pubblico in rendita privata.

Un anno dopo, un Tremonti non sazio affianca allo SCIP la “Patrimonio dello Stato SpA” con finalità di «valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio dello Stato». Si noti che la L 112/2002 mette la Patrimonio SpA (art. 7) in stretta relazione con la istituenda “Infrastrutture SpA” (art. 8): un meccanismo che travasa i proventi della vendita del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato – ivi compresi i beni culturali – nel finanziamento delle infrastrutture.

Bisogna attendere il 2008 per registrare, con i Piani di Alienazione, la deflagrante incursione della ragioneria nell’urbanistica comunale. La L 112/2008 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica) dà infatti facoltà agli Enti locali di redigere un elenco degli immobili pubblici posti in vendita – il Piano delle Alienazioni –, da allegare al bilancio di previsione dell’ente stesso.

Corre l’obbligo di richiamare l’attenzione sul fatto che il Piano delle Alienazioni «costituisce variante allo strumento urbanistico generale» (art. 58): consente cioè automaticamente il cambio della destinazione d’uso di un immobile (o di un fondo) presente nell’elenco. Proprio sul cambio di destinazione urbanistica, come tutti sanno, si incardina la rendita fondiaria e immobiliare; non solo nel caso classicamente inteso – quello da Mani sulla città – che vede l’agricolo tramutarsi in “murativo”, ma anche nel passaggio, ad esempio, da “attrezzatura militare” a “turistico-ricettivo”: una caserma venduta come potenziale albergo diventa ben più appetibile per il mercato. Non c’è bisogno di spiegare perché.

Una sentenza della Corte costituzionale, la n. 340/2009, ha riportato nell’alveo democratico tale automatismo, imponendo il passaggio della variante in Consiglio comunale. L’art. 58 della L 112/2008 toglie comunque di mano agli urbanisti un importante strumento regolativo e progettuale.

Per concludere la descrizione di questo quadro desolante (dopo aver ricordato il DL 85/2010 detto del “federalismo demaniale” che dà l’avvio al trasferimento a titolo gratuito di beni demaniali agli enti territoriali al fine di «ampliare il proprio portafoglio immobiliare»), occorre soffermarsi sul funesto DL 173/2014. Meglio noto come “Sblocca Italia”, all’art. 26 il decreto renziano prevede che quota parte dei proventi delle vendite degli immobili pubblici del demanio militare sia destinata proprio a quegli enti territoriali che hanno contribuito alla conclusione del procedimento di vendita, ossia a quegli enti che hanno vestito i panni di agenti immobiliari.

Firenze. Le occasioni perdute

I Piani delle Alienazioni rappresentano l’elenco delle occasioni mancate nella “rigenerazione” urbana che gli amministratori professano di perseguire. A dispetto di pratiche urbanistiche consolidate ed esemplari, infatti, le politiche urbane neoliberiste (anche fiorentine) rifiutano il progetto di città imperniato sulle potenzialità offerte dagli immobili pubblici. E proprio attraverso le alienazioni esse sottraggono alla città il fondamento materiale del progetto collettivo.

Un solo illustre esempio. Bologna, anni ’70: il piano per il centro storico, tutt’oggi indicato a livello internazionale come ricetta valida per contrastare i fenomeni di gentrificazione, era fondato sulla restituzione all’uso collettivo degli edifici di valore monumentale che, oltre a comporre la scena urbana, furono il luogo del potere e dei soprusi. Palazzi, carceri e caserme – liberàti – vengono riconsegnati alla cittadinanza, sia come centri di quartiere sia come contenitori di funzioni rare, ma comunque ad alta socialità.

In tema di trasmutazione dell’ente locale in piazzista, a Firenze si assiste forse al caso più luminoso. Sul sito del Comune è ancora disponibile (e quindi, immaginiamo, ancora attuale) il catalogo Florence city of the Opportunities (sic, 2014) che illustra, a mo’ di catalogo commerciale, una serie di 59 edifici in vendita, dei quali ben 42 sono privati o di enti pubblici diversi dal Comune (Ferrovie, CNR, Poste etc.).

Del catalogo, presentato nel 2014 dal sindaco in persona alle fiere della speculazione immobiliare, sono stati venduti alcuni bocconi pregiati: via Bufalini (già proprietà Cassa di Risparmio, 18.800 mq di SUL, superficie utile lorda) alla Colony Capital di Tom Barrack, «close friend of President Donald Trump»; alla stessa compagnia statunitense vanno gli 89.000 mq della Manifattura Tabacchi. L’ex collegio della Querce (13.400 mq), a un magnate indiano «che ne farà un “sette stelle” extralusso», parola di Nardella. Lo Student Hotel nel Palazzo del Sonno aprirà a settembre.

La vendita di tre importanti edifici di proprietà comunale, presenti in catalogo, è avvenuta secondo un medesimo copione (che evidenzia la forza del legame Firenze-Roma). Il Teatro Comunale viene comprato dalla Cassa Depositi e Prestiti SpA (CDP), pochi giorni prima della chiusura del bilancio comunale: siamo nel dicembre 2013, Renzi è in ascesa verso palazzo Chigi. (Per inciso, CDP diventa società per azioni nel 2003, tradendo il suo mandato di Banca di Stato nata per elargire prestiti alle amministrazioni locali, finalizzati ad opere di pubblica utilità). Lo stesso salvataggio del bilancio avviene l’anno successivo con l’acquisto di palazzo Vivarelli Colonna, ancora da parte della CDP. E nel 2015 con palazzo Gerini.

L’ultimo piano comunale delle alienazioni, approvato nei giorni scorsi con il bilancio preventivo 2017, offre in pasto al libero mercato:

– la rinascimentale Villa di Rusciano, posta in vendita malgrado la clausola testamentaria che ne vincolerebbe l’uso. Si noti che per trasferire la Direzione Ambiente (che ora ne occupa i locali) ed altri uffici comunali, è stato autorizzato l’acquisto dalla “FS Sistemi Urbani-Società a responsabilità limitata”, di due immobili in viale Fratelli Rosselli per 9.828.520 euro. Tale acquisizione viene giustificata con l’argomento dei «fitti passivi». Ma perché investire 10 milioni di euro con tanti immobili vuoti di proprietà comunale? I 6-7 milioni stimati come base d’asta per la vendita della villa di Rusciano non porterebbero l’operazione in pareggio. Forse non è solo una scelta di bilancio;

– il palazzo Vegni, che ospita una delle sedi della facoltà di Architettura;

– la palazzina Grilli (Scuola di Polizia) nel Parco delle Cascine;

– il deposito del tram a Varlungo;

– il Nuovo conventino, per cui si prevede la demolizione con ricostruzione;

– il Padiglione 37 a San Salvi;

– le Gualchiere di Remole, documento di archeologia industriale medievale;

– la scuola di via di Villamagna. Un inciso: a questo edificio, sede storica del CPA (Centro Popolare Autogestito Fi-Sud), potrebbe essere applicato qualcosa di simile alla famosa delibera “per l’ex Filangieri” di Napoli (n. 400/2012, cfr. anche la recente 446/2016). Come è noto, la delibera napoletana fa leva sulla categoria giuridica di «bene comune» e riconosce ad alcune esperienze di riappropriazione in autogestione di edifici dismessi il «valore sociale di ambienti di sviluppo civico», e come tali le ritiene strategiche. Quando con alcuni comitati proponemmo qualcosa di analogo nelle osservazioni al RU 2014, per l’area del CSA-Next Emerson di via di Bellagio, assessore e ufficio tecnico rigettarono la proposta come «non pertinente». Un caso di lungimiranza urbanistica.

Nel piano delle alienazioni comunale, infine, è messa in vendita una sessantina di appartamenti. Tra di essi, l’immobile di via del Leone in cui da anni è portata avanti una sperimentazione sociale che ravviva il quartiere di piazza Tasso (anche per questo edificio varrebbe l’argomento dello «sviluppo civico» contenuto nella delibera napoletana).

Nella lista troviamo inoltre, non senza disapputo, gli appartamenti di via dei Pepi: si tratta di case «storicamente» utilizzate con «finalità sociali proprie dell’edilizia residenziale pubblica» (LRT 96/1996, art. 2) e gestite da Casa SpA, cioè dal Comune. Esse, quindi, come tali – scrive il Movimento di Lotta per la Casa – sarebbero «alienabili solo con i piani di vendita dell’edilizia residenziale pubblica che ne vincola i proventi a reinvestimenti per le stesse finalità». Questo provvedimento di alienazione va ad inserirsi in un quadro di disagio abitativo assai esteso e, purtroppo, in progressiva espansione, che vede a Firenze oltre 12.000 famiglie organizzate in 160 comitati di autogestione, vessate dai regolamenti sempre più restrittivi per l’assegnazione degli alloggi. Famiglie che lottano contro l’impoverimento e il furto operato in città dalla privatizzazione di beni e servizi.

Per favorire il ripopolamento dei quartieri storici, per contrastare la sostituzione degli abitanti, e per calmierare la rendita posizionale, sarebbe opportuno invece un rilancio dell’edilizia residenziale pubblica che potrebbe far perno sugli appartamenti pubblici in area centrale (come lo fu nel citato piano bolognese). Ma niente da fare. Il Comune prosegue in una strategia di fallimentare gestione urbana: allentare le maglie dei regolamenti urbanistici, ammutolire il progetto sociale, dismettere l’idea di uguaglianza urbana, e quindi favorire l’acquisizione di interi pezzi di città da parte del mercato di lusso e del turismo globale.

Il piano delle alienazioni fiorentine comprende anche la concessione pluridecennale a privati: i 10.800 mq dell’ex Tribunale di San Firenze (il contratto è stato sottoscritto a fine 2016 con Zeffirelli per un «Palazzo delle Arti e dello Spettacolo»); l’ippodromo delle Mulina, al centro di un’indagine della Magistratura, che vede coinvolti esponenti del giglio magico (“il Fatto quotidiano”, 20 dicembre 2016); l’ex ristorante Le Rampe; porzioni di villa Favard; e l’«ex» Mercato ortofrutticolo di Novoli: la concessione è legata al project financing per la realizzazione del nuovo stadio e strutture annesse che troveranno sede proprio sull’area Mercafir; ma di questo abbiamo già scritto.

Neanche la Città metropolitana mette in pratica politiche più illuminate. Nel suo piano delle alienazioni sono presenti:

– il complesso di Sant’Orsola, 17.500 mq centralissimi da attribuire con concessione a lungo termine: si ventila l’ipotesi della Bocelli Academy, esclusiva scuola di arti liriche di cui proprio il quartiere non riusciva a fare a meno;

– la fattoria di Mondeggi: sede di un’esperienza rilevante di neoagricoltura e autogestione di terreni demaniali; villa e poderi sono ora in vendita in unico lotto;

– ex ospedale di Bonifacio sede della Questura di Firenze;

– la caserma dei pompieri, in via La Farina.

Passiamo alla Regione. In questo caso il lusso – luxury – è pervasivo, sia nel messaggio che nel vettore comunicativo. Il sito Invest in Tuscany si propone ai mercati stranieri con un’aura da real estate magazine d’alto bordo. Tra gli edifici pubblici immolati al mercato: villa Basilewsky (900 mq e 3.000 di giardino, alla Fortezza); villa Fabbricotti (1.800 mq, in quasi 4 ettari di parco pubblico in piena città); ex Meyer (2.500 mq); ex sede regionale di via Pietrapiana, 1600 mq «di straordinaria qualità» e 650 mq di giardino, a cinque minuti dal Duomo; villa Larderel sulle colline di Pozzolatico (11.800 mq con sette ettari di parco).

Alcuni edifici di competenza regionale, già destinati ad usi sanitari e perciò situati in quota, costituiscono il fronte collinare di aggressione alla città pubblica: il sanatorio Luzzi, 6.800 mq con 29 ettari di terreno; il sanatorio Banti a Pratolino (13.000 mq, 4 ettari e mezzo di terreno); l’ospedale di Fiesole in via Vecchia Fiesolana, 4000 mq ancora in uso.

Su Invest in Italy Real Estate, l’omologo statale del sito toscano, troviamo l’avviso di vendita della vasta area centrale delle Officine Grandi Riparazioni. 54.000 mq di superficie utile lorda, con base d’asta di 16 milioni e mezzo, sono messi in vendita da FS Sistemi Urbani e Società Rete Ferroviaria Italiana. Nell’area sono previsti: «Edifici residenziali (32.400 mq), turistico-ricettivi (8.100 mq), commerciali (4.860 mq), direzionali e servizi per studenti (8.640 mq)» (cfr. RU, scheda ATa 08.10).

Altro, non secondario, capitolo è quello delle ex caserme.

Le caserme, oggi vuote, si presterebbero – per qualità intrinseche – ad un progetto di accoglienza provvisoria di rifugiati, richiedenti asilo, senza tetto e profughi dello sviluppo, resosi urgente dopo l’ultima vittima nell’incendio del capannone Aiazzone. Le caserme sono edifici adatti all’ospitalità del “popolo nuovo”, non solo per la loro conformazione architettonica, ma anche per la loro localizzazione per lo più nella città consolidata, talvolta ubicate proprio in quei settori del centro cittadino nei quali risulta evidente una situazione di disagio sociale e abitativo. Da questa immissione demica i quartieri potrebbero trarre le forze per la loro rinascita.

Un’ottima occasione di riscossa è però andata persa con la vendita della caserma di costa San Giorgio all’argentino Lowenstein (lo stesso che ha acquistato la villa-fattoria medicea di Cafaggiolo). Merita ricordare che per il complesso della ex caserma (15.230 mq), stretto tra i bastioni michelangioleschi di San Miniato e il giardino di Boboli, la proprietaria CDP in vista della vendita presentò osservazioni al RU (2014) che lo faceva ricadere parte in zona G (“Servizi pubblici di quartiere”), parte in zona F (“Attrezzature pubbliche di interesse generale”). Le osservazioni erano «finalizzate ad ottenere che la futura destinazione urbanistica dell’immobile preved[esse] destinazione ricettiva, residenziale e commerciale, secondo un mix funzionale da definire e comunque con destinazione prevalente ricettiva». Non stupisca che la proposta trovò pronta disponibilità presso gli uffici tecnici, e fu accettata (cfr. RU, scheda AT 12.05).

Questo l’elenco delle caserme (proprietà del “Fondo Investimenti per la Valorizzazione” della CDP) in trasformazione o in vendita nel centro cittadino:

– ex ospedale militare San Gallo, oggetto di un concorso bandito dalla stessa CDP «per la definizione della normativa urbanistica» (sic) da «sottoporre all’esame dell’Amministrazione comunale ai fini dell’elaborazione di una variante al Regolamento Urbanistico» (Bando progettosangallo.it, p. 6), Regolamento Urbanistico che, per i 16.200 mq in pieno centro storico, ha elaborato la stringente destinazione a «mix funzionale da definire» (RU, scheda AT 12.43);

– ex Scuola dei Marescialli, di fronte alla Stazione di Santa Maria Novella. 4.400 mq dell’ex convento sono destinati dal Comune a raddoppiare la sede museale. Per i rimanenti 16.000 mq dell’ala ottocentesca, malgrado la carenza di spazi per gli uffici comunali, non esiste ancora un progetto (la consigliera Amato, di Alternativa libera, vi proponeva: «anagrafe, cultura, polizia municipale, altri eventuali servizi sanitari e pubblici, e housing sociale»);

– ex caserma Ferrucci a fianco della chiesa brunelleschiana di Santo Spirito (6.200 mq in Oltrarno, occupati al 25%); il complesso, rassicura Invest in Italy, «non sarà alienato dal Ministero della Difesa ma verrà assegnato, mediante concessione d’uso»;

– ex caserma Redi nel convento del Maglio – 4.560 mq oggi parzialmente occupati dal Dipartimento di Medicina legale Militare – diverrebbe la sede del «politecnico del restauro», ERihs European Research Infrastructure for Heritage, grazie a dieci milioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze (cfr. “Corriere fiorentino”, 17 gennaio 2017);

– nella ex caserma Cavalli, 6.225 mq in «fase di liberazione», la Fondazione CR «farà nascere l’incubatore di imprese», così afferma Nardella; ma nel sito della CDP ancora si legge essere destinata alla «vendita con trattativa privata».

Discorso a parte per la ex caserma dei Lupi di Toscana, 53.000 mq di SUL ai confini comunali. Passata nelle mani del Comune di Firenze grazie al federalismo demaniale, la caserma è attualmente oggetto di concorso internazionale. Il concorso è partito prima della conclusione della consultazione pubblica che, adattando ai tempi il dettato di La Pira, portava il titolo: «Non case, ma città 2.0». Senza il plauso dell’Unione inquilini.

Ulteriori edifici concludono, per ora, il lungo elenco delle occasioni vanificate per ricostituire la città pubblica. A ciascuno di essi, il sito della CDP da cui li ho tratti, attribuisce possibili destinazioni, nel segno del lusso (residenza, turismo, rappresentanz):

– villa Banti (1.335 mq, proprietà del Ministero della Difesa, nei pressi di piazza Donatello);

– villa Sepp, di proprietà CREA-Consiglio per la Ricerca e l’Analisi dell’Economia Agraria: 2.200 mq affacciati su piazza D’Azeglio;

– complesso Bardini (via dei Bardi, 2.141 mq) ed «Eredità» Bardini (via San Niccolò 78, 1.234 mq), entrambi di CDP Investimenti SGR SpA, in vendita con trattativa privata;

– villa Tolomei a Marignolle, in vendita con trattativa privata, 4.303 mq con 18 ettari di terreno, è un caso emblematico: villa privata, poi scuola pubblica poi comando dei Carabinieri, ora – in concessione dallo Stato – resort di super lusso (qualcuno disse che doveva diventare il modello per la gestione di Pompei).

Quanto al palazzo in via de’ Benci prospiciente il Museo Horne (proprietà: CDP Investimenti SGR Spa), l’offerente opera un significativo cortocircuito tra slancio del desiderio e vincolo urbanistico. Nell’edificio, si legge sul catalogo, «secondo lo strumento urbanistico adottato, le funzioni private sono liberamente insediabili, pur con alcune limitazioni». Sembra il minimo.

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Le contraddizioni italiane sul dramma dei profughi: le mostre in centro, i profughi in periferia. comuneinfo newsletter, 17 gennaio 2017 (m.p.r.)

All’estrema periferia, il Comune di Firenze diventa invisibilmente il comune di Sesto, anche se a guardare i capannoni, nessuno se ne renderebbe conto. Non c’è nemmeno un cartello, “Benvenuti all’Osmannoro!” (che i filologi ci riferiscono significherebbe “immondezzaio”).

A cinquecento metri circa oltre l’invisibile confine, c’è un immenso capannone, abbandonato qualche anno fa dalla Aiazzone, una ditta nota per l’imbonitore televisivo che la guidava, cui sono subentrati altri signori poi arrestati dalla Guardia di Finanza per “bancarotta distruttiva, fraudolenta e documentale, riciclaggio di denaro, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, falsa presentazione di documentazione”. Insomma, una sana impresa italiana.

Questo capannone – in una zona in cui la metà delle insegne sono in cinese senza traduzione – è stato occupato da una settantina di africani: non clandestini, gente cui è stata riconosciuta la protezione umanitaria. Siccome nessuna cooperativa riceve trentacinque euro al giorno per ospitare i riconosciuti, l’interessamento dello Stato italiano finisce lì. L’altro giorno, scoppia un incendio e muore un giovane somalo (leggi anche Lo avete ucciso voi, ma anche La morte di Alì e quei profughi dimenticati, ndr).

Evacuati nei giorni più freddi dell’anno, i “protetti” hanno un’idea geniale.

Proprio al centro di Firenze, c’è Palazzo Strozzi. E a Palazzo Strozzi c’è una mostra di alcuni pezzi di metallo, di orrenda bruttezza, ammucchiati da un cinese dal nome Ai Wei Wei. Il tutto è dedicato al Dramma dei Profughi, simboleggiati da una fila di gommoni appesi ai sassi rinascimentali:

“La libertà – Libero è il titolo della mostra –, espressa attraverso ogni singola opera, è un messaggio per chi questo diritto vuole toglierlo e limitarlo. Inoltre, riuscire a portare ancor più in primo piano, sulla facciata di un palazzo storico di una delle più belle città del mondo, il dramma dei migranti e dei profughi, è vitale. Reframe, l’installazione che ha destato più polemiche, porta il mar Mediterraneo sotto gli occhi di tutti”.

E così gli umanitariamente protetti hanno deciso di fare una visita proprio alla mostra di Ai Wei Wei, dove sono stati accolti dalle istituzioni nella maniera che possiamo vedere in questo video (purtroppo incorporandolo, parte subito l’audio, per cui mettiamo solo il link, ma vale la pena di guardare).

Le Istituzioni della Città hanno rimandato la palla al povero sindaco di Sesto Fiorentino, che per ora ha messo i protetti nel Palazzetto dello Sport.

Si può occupare il capannone Aiazzone e marcirci dentro per anni, ma non si può entrare nemmeno per un giorno a Palazzo Strozzi. Infatti, la bellezza di Firenze è esattamente proporzionale a ciò che scarica sulle periferie.

Il Comune di Sesto non ha quindi soltanto l’onore di accogliere settanta persone che volevano invece andare a Firenze. Infatti, è a Sesto, come abbiamo raccontato, che si scaricano tutti i rifiuti di Firenze e dove vogliono farci l’aeroporto internazionale e pure una terza corsia dell’autostrada. Per far venire a Palazzo Strozzi gli altri stranieri, quelli che vanno a spasso con il bastoncino per farsi i selfie.

Always in Your Backyard…

«Non ci si deve sorprendere, che di questi tempi di neoliberismo, si trovi sempre chi è disposto a sostenere candidamente che chi solleva il problema del consumo di suolo sia un "nemico della libertà"». Casa della cultura, Milano, online, 2 dicembre 2016 (c.m.c.)

Le vicende urbanistiche che Firenze ha vissuto negli ultimi anni sono illuminanti riguardo ai tempi che viviamo, ma anche abbastanza dense e intricate da indurre a rinunciare al tentativo di offrirne una sintesi nello spazio di un articolo. Anche per questo è prezioso il libro curato da Ilaria Agostini, Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista (Aión Edizioni, 2016), nel quale una serie di interventi lucidissimi ricostruiscono e discutono gli scenari più rilevanti in cui si sono svolte queste vicende.

Due, comunque, sono i casi cui maggiormente il lettore è chiamato a rivolgere la sua attenzione: il primo (sul quale si soffermano soprattutto la stessa Agostini e Antonio Fiorentino) è quello di un'alluvione cementizia nell'area di Castello, proposta negli anni con insistenza e diverse variazioni sul tema; il secondo (cui dedicano i loro approfondimenti Alberto Ziparo e Tiziano Cardosi) è quello del progetto di sottoattraversamento della città mediante un tracciato di circa sette chilometri di ferrovia ad alta velocità, le cui origini risalgono a più di vent'anni fa e che oggi è ancora in fase di incerta realizzazione.

Il libro non offre semplicemente una ricostruzione precisa, oltre che radicalmente critica, di questi casi e degli approcci al territorio di cui essi sono espressioni paradigmatiche; il volume propone questa stessa ricostruzione come frutto e testimonianza di un'esperienza esemplare di cittadinanza attiva: quella del gruppo perUnaltracittà che dal 2004 al 2014 ha promosso e sostenuto, da un lato, la puntuale contestazione di questi approcci e, dall'altro, l'elaborazione di prospettive alternative, facendo leva soprattutto - ma non solo - sulla sua rappresentanza in Consiglio comunale.

I contributi di Ornella De Zordo (consigliera comunale lungo tutto il decennio), Maurizio Da Re e Cristiano Lucchi sono particolarmente interessanti in proposito, come lo sono quelli di Giorgio Pizziolo e Roberto Budini Gattai sulle possibilità di rovesciare le politiche urbanistiche dominanti rimettendo nelle mani dei cittadini le risorse storiche, paesaggistiche ed ecosistemiche di Firenze, prima che sia troppo tardi. Altrettanto degni di lettura sono, inoltre, gli scritti di Maurizio De Zordo e Daniele Vannetiello sulla città pubblica in svendita e sull'erosione della democrazia urbana, cui perUnaltracittà ha opposto costantemente resistenza.

I vari approfondimenti proposti nel volume fanno emergere, in particolare, il ruolo da comprimario nelle decisioni riguardanti l'assetto della città che il grande capitale immobiliare assume di fatto nel 2005, quando Salvatore Ligresti, a nome di Fondiaria SAI, celebra pubblicamente con il sindaco Domenici e l'assessore all'urbanistica Biagi la firma della convenzione del piano particolareggiato per l'area di Castello, dei cui suoli la Sai all'epoca è proprietaria. Il piano - oggi stravolto dal compresente progetto per il nuovo aeroporto previsto al di fuori di ogni atto di pianificazione regionale - rimane solo sulla carta a causa sia delle iniziative di contestazione di perUnaltracittà e di altri movimenti cittadini, sia dell'intervento della magistratura sulla presunta disponibilità alla corruzione di almeno alcuni dei protagonisti della vicenda.

Il libro aiuta a comprendere che fatti come questo, in realtà, non sono riducibili a espressioni, semplicemente più smaccate di altre, della complicità fra amministratori e costruttori, che - pur in forme meno ostentate - non è mai stata assente dalle cronache del nostro paese; il libro sollecita soprattutto a rendersi conto che fatti come questo sono il frutto maturo di un mutamento "strutturale" delle pratiche urbanistiche, verificatosi ormai da alcuni decenni - in Italia e altrove - sotto il segno del neoliberismo.

Da questo punto di vista, che gli amministratori pubblici si concedano comportamenti censurabili sul piano giudiziario è meno rilevante del fatto che ai soggetti economici privati sia ormai riconosciuta la facoltà di determinare apertamente le strategie urbanistiche dei governi locali; tutto questo viene loro concesso nella misura in cui essi sono considerati i soli soggetti in grado di attivare e attrarre risorse per la modificazione radicale del territorio urbano, ritenuta ormai perennemente necessaria per "modernizzarlo", "riqualificarlo" o "rigenerarlo".

Il fatto stesso che amministratori di una città come Firenze, eredi di una tradizione tutt'altro che liberista, assumano come pacifica la condivisione delle loro scelte con la grande imprenditoria privata, è solo la prova più eloquente di questo mutamento profondo: alla sua radice sta la rinuncia sostanziale - da parte dei ceti politici di sinistra, non meno che di quelli di destra - a privilegiare le esigenze pubbliche e comuni delle città rispetto agli interessi privati o, addirittura, l'identificazione fra la promozione attiva di questi interessi e il beneficio presunto che essa produrrebbe prima o poi a vantaggio di tutti.

Si tratta dell'applicazione - approssimativa quanto si vuole, ma ormai decisamente "strategica" - dell'idea che la libera iniziativa economica debba avere la possibilità di esprimere le sue miracolose capacità di produrre sviluppo e benessere anche mediante l'adattamento dell'uso del territorio alle sue esigenze. Il che dovrebbe essere immediatamente smentito dal fatto che il territorio è una risorsa finita e non riproducibile. Ma questa evidenza è talmente abbagliante che spesso - per così dire - fa perdere la vista proprio a chi dovrebbe farsene carico a nome di tutti.

Gli autori del libro mostrano che di questa tendenza ormai dominante, a Firenze si sono date e si danno anche declinazioni più astute di quelle praticate nell'era Domenici, conclusasi nel 2009. È questo il caso della successiva gestione amministrativa guidata da Matteo Renzi il quale - dopo il suo insediamento da sindaco - proclama di voler inaugurare una fase radicalmente diversa facendo proprio persino lo slogan dei "volumi zero" e proponendo una nuova pianificazione in sostituzione di quella cui il suo predecessore aveva dovuto soprassedere; al tempo stesso egli mantiene nelle sue mani l'assessorato all'urbanistica e, più o meno tacitamente, assume come un dato acquisito le volumetrie previste nelle pianificazioni precedenti - comprese quelle gigantesche dell'area di Castello - e altre si dispone a concederne con lo strumento delle varianti.

Egli evita l'esibizione pubblica del ruolo da protagonisti riconosciuto agli interessi di proprietari e costruttori nelle scelte urbanistiche, ma di fatto manda - per così dire - "a regime" il netto privilegiamento di questi interessi soprattutto mediante tre linee strategiche: la prima è la conferma - come si è detto - delle massicce volumetrie già previste in passato; la seconda è la rinuncia sostanziale alla tutela del territorio e del paesaggio, derivante - per esempio - dalla previsione nelle zone collinari di ogni sorta di attrezzature, infrastrutture, servizi pubblici o privati e, più in generale, di una grande varietà di tangenziali, passanti, circonvallazioni ipogee e di superficie, parcheggi interrati, sottopassi, sovrappassi e così via; la terza, infine, è l'assunzione della dismissione di edifici comunali, caserme, tribunali, uffici postali e industrie come occasione di liberazione e di trasformazione in senso edificatorio di molte delle rispettive aree, che esclude qualunque programma organico di recupero: la vendita, o la svendita, del patrimonio pubblico ne consegue come esito naturale; il che accade - per esempio - con la cessione del Teatro Comunale, destinato probabilmente ad essere trasformato in complesso residenziale, o con le strategie di marketing immobiliare che il successore di Renzi promuoverà coniando l'apposito slogan: "Florence city of the opprtunities".

La prospettiva aperta, o riaperta, da Renzi dunque è quella di una città in eterna crescita edilizia che potrà continuare ad espandersi anche mediante il sistema della cosiddetta "perequazione urbanistica" che riconosce ai privati il "diritto" di edificare altrove, nel caso in cui tale "diritto" sia loro negato all'interno del territorio già urbanizzato per qualche fondata ragione.

Non a caso, lo stesso Renzi - una volta divenuto "sindaco d'Italia" - non esiterà ad impugnare la nuova legge per il governo del territorio della Toscana, che Anna Marson - assessore regionale indisponibile ad assecondare le strategie dominanti a Firenze - riesce a fare approvare nel 2014. In quella legge, infatti, l'idea di limite all'espansione dello spazio urbanizzato campeggia come principio indigeribile per chi - come Renzi - riconosce a ipermercati e centri commerciali il diritto "ovvio" di occupare il territorio rurale residuo che abbraccia le città.

Naturalmente, alla luce di questo libro, non si deve credere che Firenze rappresenti un concentrato più denso di altri di questi problemi. La sua situazione è esemplare, ma non eccezionale, rispetto alla maggior parte delle città italiane e non solo. Non ci si deve sorprendere, perciò, che di questi tempi si trovi sempre chi è disposto a sostenere candidamente che chi solleva il problema del consumo di suolo sia un "nemico della libertà". Qualcosa del genere si è potuto leggere anche in un dotto intervento pubblicato di recente su questo sito.

Purtroppo, però, la questione della libertà è talmente importante e complessa riguardo ai destini del territorio e dello spazio urbano da non poter essere ridotta alla semplice facoltà, di chi si trovi a disporne, di usare proprietà immobiliari e capacità edilizie a proprio piacimento. Molte altre sono le libertà che andrebbero apprezzate al giorno d'oggi in proposito: per esempio quella di praticare la cittadinanza provando spudoratamente a dire la verità sulla città come bene comune.

Che non si tratti di una bestemmia è ciò che il libro curato da Ilaria Agostini ci aiuta a capire.

Una testimonianza dell'ex sindaco di Sesto Fiorentino. Storie individuali e storie collettive legate tra loro per più di un secolo. Spezzato questo filo, entrano in gioco i soliti noti: real estate, cordate, banche. Presidiare questa vicenda è importante per tutti, non solo per gli abitanti e i lavoratori di Sesto Fiorentino. (m.b.)

Ginori annunciati 87 esuberi.Qualcuno l’aveva detto, anche in campagna elettorale, che il problema non era il Museo ma il rischio di far diventare museo fabbrica e lavoratori.Ma era più facile fare interrogazioni su una cosa naif che impegnarsi in operazioni difficili quali rendite immobiliari, piani industriali, appetiti fondiari, destinazioni urbanistiche, in sintesi interessi economici complessi. Tralascio le foto in posa con gli amministratori della fabbrica.

Riepiloghiamo:le aree della Ginori sono l’ultimo grande e pregiato spazio edilizio nelle aree urbane della Firenze Nord Ovest. Interessano imprenditori immobiliari dal 2004, data di nascita della Ginori Real Estate e del conferimento a questa dei terreni. La società, da tempo in liquidazione, era ed è proprietà di due soggetti: Ginori 1735 e Trigono, entrambi possiedono il 50% della proprietà. L’amministratore delegato della stessa era l’ex proprietario di Btp Riccardo Fusi.Per anni, dal 2004 al 2013, si sono succedute cordate, quasi sempre sotto sotto orientate alla valorizzazione immobiliare delle aree.

Il Comune, allora (ero Sindaco) , fece due cose:
- cancellò qualsiasi previsione di edificazione sull’area (prevista dal piano strutturale del 2004);
- dichiarò pubblicamente una disponibilità a ragione, con un’unica proprietà (industriale ed immobiliare) e con un piano industriale di rilancio, anche un’eventuale messa a reddito di una porzione delle aree in questione, con l’obiettivo di tenere la Ginori a Sesto (anche in un’altra area) e di rilanciare la produzione manifatturiera di qualità.

Quando la Ginori fu messa in liquidazione ci fu chi sostenne che per fare quel prodotto, nel mercato attuale fossero sufficienti molti meno dipendenti (150-160). A questo tutti ci opponemmo tant'è che l’offerta irrevocabile di Gucci all'asta fallimentare del 2013 prevedeva il mantenimento dell’occupazione al livello 230 con l’impiego delle eccedenze in attività collaterali del gruppo.In questi anni la nuova proprietà non ha risolto né il nodo dei terreni, né quello del rilancio del prodotto che, seppur rinnovato nel design non ha aggredito in nessun modo i mercati mondiali del lusso e del tabellare.

Andava e va guardata la luna e non il dito. Del Museo parleremo a tempo debito, per fortuna c’è un vincolo apposto dal Ministero dei beni culturali in accordo con il Comune che impedisce qualsiasi speculazione e spostamento dell’edificio e del patrimonio. Ora è della carne viva dei lavoratori che dobbiamo occuparci.Va attivato immediatamente il tavolo nazionale per trovare un accordo sui prezzi dei terreni e liquidare per sempre gli appetiti fondiari e va respinto un piano industriale che non preveda investimenti e rilancio anche ricordando che Gucci comprò per un tozzo di pane (appena 13 milioni di €) la fabbrica.La formula, benchè alla crisi aziendale si sia sommata quella mondiale, è sempre quella
- La Ginori deve stare a Sesto Fiorentino;
- La produzione deve rimanere manifatturiera;
- L’occupazione deve essere la più alta e qualificata possibile.

Forza ragazzi siamo sempre con voi!!!Ps Qualcuno ha visto gli industriali toscani? O saranno, come al solito, dietro ad aeroporti e poli espositivi?

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