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Alla fine ci siamo intesi” dice Angela Merkel evocando, a commento della crisi politica italiana, il parallelo delle trattative con Alexis Tsipras nell’estate 2015, dopo che l’Unione europea – spalleggiata dal vecchio establishment greco pronto a sollevare eccezioni di incostituzionalità – era intervenuta ad agitare spauracchi d’ogni sorta contro il referendum promosso dal premier appena eletto sul famigerato memorandum.

Tsipras allora non cedette, replicando alle minacce con una retorica serena ma determinata (tutt’altra cosa rispetto alle sparate del Salvimaio) che convinse il suo popolo al “No”. Ma l’Unione (questo il senso vero dell’intraducibile verbo sich zusammenraufen usato dalla Merkel, che vale “trovare un modus vivendi nonostante gli scontri e imponendosi autocontrollo”) impose poi il proprio diktat con le irriferibili minacce “al chiuso” nel drammatico vertice del 12 luglio, al termine del quale la linea politica di Tsipras fu stravolta, e rotolò la testa del ministro Varoufakis.

Keine sorge, troveremo un compromesso anche con gli italiani, dice la Merkel. Il commissario Oettinger, con il suo greve accento del Baden, ha solo il torto di parlare più chiaro quando professa fiducia nel nuovo “governo tecnocratico” di Roma e richiama il fatto – testuale – che “i mercati, le quotazioni dei bond, l’evoluzione dell’economia italiana potrebbero essere così drastici (einschneidend, propriamente “taglienti”) da fornire agli elettori l’indicazione di non votare populisti di destra o di sinistra”. L’applicazione è diversa, ma i criteri sono in fondo gli stessi (“l’impennata dello spread”, “le perdite in Borsa”, “l’allarme degli investitori”) richiamati da Mattarella nel suo discorso per silurare il governo Conte.

Singolari parallelismi. Nel 2013, per l’elezione del presidente della Repubblica, il Movimento 5 Stelle candidò con entusiasmo “uno dei vostri”, ovvero Stefano Rodotà, già presidente del principale partito della sinistra, e capace di intuire il potenziale di cambiamento e di aria nuova insito nel Movimento, se fatto reagire con le forze migliori del Paese: la risposta dell’establishment fu la chiusura a riccio; cinque anni dopo, la sinistra è ridotta a un ruolo di comparsa, e il Movimento è per metà in mano a Salvini. Nel 2018, nell’individuazione del ministro dell’Economia, la Lega propone “uno dei vostri”, ovvero Paolo Savona, già ministro nel governo Ciampi e vecchia (e discutibile) volpe della finanza, nonché capace di dire (da una prospettiva essenzialmente di destra) parole chiare sui difetti strutturali della moneta unica: la risposta dell’establishment è venuta domenica, e rischia di avere conseguenze ancor peggiori.

Si può sostenere che in ambedue i casi le forze proponenti giocassero in realtà un’altra partita, strumentale alla loro crescita ulteriore in termini di consenso dopo il prevedibile niet del sistema: può darsi. E del resto fra le due personalità corre un abisso – il governo Conte che si annunciava (come denunciato anche all’interno del Movimento da alcune voci libere) sarebbe stato sotto molti profili un incubo o una baraonda, e si sarebbe probabilmente incagliato in breve tempo, lasciando macerie. Tuttavia, la strategia di depotenziare il voto di milioni di italiani e di silenziare certe istanze col richiamo allo spread o al volere dei mercati, può pagare alla breve, per esempio evitando al Paese il trauma di ministri lepenisti pronti a effettuare rimpatri di massa – ma difficilmente funziona alla lunga. O si condivide la prospettiva di Oettinger (spaventare gli italiani per ridurli a più miti consigli nelle urne) oppure è una pia illusione che la destra “moderata” (per tale, ormai, viene fatto passare Silvio Berlusconi!) possa mantenere le posizioni in un Nord arrabbiato (lo mostreranno le imminenti elezioni comunali), o che la sinistra, desertificata dal perdurante renzismo e da mesi evanescente, possa davvero recuperare fiato drenando i “sinistrorsi delusi” di un M5S votato alla deriva gialloverde.

Si è creata una lacerazione istituzionale dolorosa; si è finito per aizzare la folla contro i giochi di palazzo e le agenzie di rating; si è schiacciato il M5S (fin troppo ingenuo di suo) sull’egemone Salvini; si è fornita una formidabile sponda a chi piccona il sistema seminando sfiducia nelle istituzioni e nell’Europa, o denigrando la democrazia rappresentativa.

Certo: la Grecia di oggi, imbambolata dalla sfiducia, svuotata di tutti i suoi asset strategici, umiliata e illusa con un misero avanzo primario di cui non si avverte alcun beneficio, vegeta in una cupa rassegnazione che forse, dopo anni, tornerà a premiare i vecchi partiti nelle elezioni del 2019. Ma non è affatto detto (ed è poi veramente auspicabile?) che in Italia accada lo stesso.

Questo articolo è inviato contemporaneamente a Il Fatto quotidiano


Spetterà alle inchieste, e agli storici, stabilire come sia stato possibile che martedì a Parigi 1200 black bloc incappucciati - peraltro ben annunciati - abbiano potuto prendere indisturbati la testa del corteo del 1 maggio e abbandonarsi ad atti violenti tra Austerlitz e Bastille, venendo contenuti solo tardivamente da una polizia assai mal condotta (severe in proposito le parole del leader del sindacato CGT Philippe Martinez, ad onta dei trionfalismi del ministro dell’interno Collomb). Di certo la declinazione violenta e repressiva della manifestazione (109 arresti) ha giovato al presidente in carica per almeno due motivi. Da un lato, a breve termine, ha creato un precedente che potrebbe intimidire (giustificando ogni contromisura) la grande manifestazione contro il governo indetta da partiti e associazioni per sabato 5 maggio (“la fête à Macron”): una dimostrazione che, nel cuore di una stagione di scioperi ostinati in tutti i settori della vita pubblica francese, vuole rappresentare una prima “spallata” se non al presidente almeno all’arroganza del suo potere, refrattario al dialogo sociale e assai disinvolto nella prassi parlamentare.

D’altro canto, le violenze hanno obliterato le vere ragioni di un corteo eterogeneo e colorato, che era in grado di dar voce a istanze disparate in una prospettiva di lotta comune. Non sono frasi fatte. In Piazza della Bastiglia nel pomeriggio di martedì si trovavano banchetti e volantini di ogni genere; molti, com'è naturale, parlavano di questioni francesi: la mano libera alla finanza selvaggia, il taglio delle tasse ai più ricchi, la legge restrittiva sul diritto d’asilo, l’indifferenza alle questioni ambientali, il nuovo sistema selettivo di accesso agli studi, la regionalizzazione dell’orientamento universitario, la demolizione del diritto del lavoro, le privatizzazioni di ferrovie, aeroporti e giochi d'azzardo, le nuove lotte per il reddito di cittadinanza, per la tutela dell’ambiente, per la cogestione delle imprese, per una nuova Banca nazionale.

Ma a queste rivendicazioni si mescolavano fisicamente, sul campo, una serie di questioni internazionali connesse con l'attuale modello di sviluppo e di governo del pianeta, e tutte incarnate non da improbabili opinionisti in doppiopetto bensì da folti gruppi di uomini e donne dei Paesi interessati: in pochi metri s’incontravano così il genocidio dei Tamil in Sri Lanka, i nefandi accordi per il rimpatrio dei migranti del Mali, le atrocità del regime iraniano, il movimento per la liberazione della Cabilia, la lotta dei Palestinesi per una loro patria, le legittime aspirazioni a uno stato dei Curdi (scesi in piazza a centinaia e centinaia), gli arresti ingiusti di comunisti sauditi, presidenti brasiliani, giornalisti turchi e dissidenti marocchini, e via dicendo.

In nessun’altra città la presenza di così tante comunità radicate e vigili sul destino proprio e del mondo intero si congiunge a una riflessione così matura e severa sui limiti della società neo-capitalista, non nell’ottica di difese corporative di vecchi privilegi ma nella prospettiva di un fascio di problemi da affrontare su scala globale: è per questa caratura internazionalista e interclassista (dagli studenti ai ferrovieri ai sans-papiers: anche persone che in teoria dovrebbero farsi la guerra tra loro) che, al di là delle nostalgie del cinquantenario, il riaccendersi del maggio francese fa paura all’establishment.

A volte, anche fuori dalle piazze, basta poco per farsi capire: i cinque attori che in un teatro di Montmartre danno vita alla pièce di Judith Bernard Amargi! (dal nome della cancellazione del debito nell’antica Mesopotamia) illustrano in un'oretta con precisione e garbo come qualmente il sistema del debito, descritto nei suoi presupposti storici e teorici da Solone a Piketty, stia portando il mondo alla catastrofe morale e materiale, nella fattispecie all’eventualità di un vasto conflitto armato. La via d’uscita immaginata sul palcoscenico (una complessa società senza più proprietà lucrativa né banche, fatta di cogestione e microcredito e salario universale) può sembrare utopistica, ma ha senz'altro il merito di offrire un’alternativa alla rassegnazione, o ad una pericolosa involuzione destrorsa e nazionalista.

In questi tempi di pistoleri e di razze bianche, di suprematisti e di macerazioni, forse l’unico modo per provare a sconfiggere il male oscuro dell’ignoranza, e per mettere in discussione i presupposti stessi dell'odio, è quello di decostruire dall’interno alcuni stereotipi dell’immaginario collettivo: i cowboy bianchi, le discoteche americane, gli immigrati cattivi da rimpatriare, i tiranni dell'Africa nera... È quanto provano a fare i Parigini, in un Paese e in una città assai provati dalle contrapposizioni di razza e di cultura, tramite interventi d’arte e di pensiero che non si vogliono destinati soltanto agli addetti ai lavori, ma provano a coinvolgere l'espace public.

Il fotografo e videoartista franco-algerino Mohammed Bourouissa, forse il più celebre fra quelli ispirati dalle contraddizioni della metropoli (la sua serie Périphérique, ricca di memorabili istantanee degne di un pittore, rimane la più efficace e inquietante introduzione visuale al fenomeno delle banlieues), ha vissuto per molti mesi nella comunità afroamericana di Filadelfia: la sua installazione Urban Riders (fino al 22 aprile al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris) presenta il frutto di quel suo incontro, e si propone di capovolgere con decisione l'inveterato mito del cowboy bianco. Nei sobborghi di Filadelfia, attraversati da afroamericani a cavallo, va finalmente in scena un rodeo interamente “nero”, con destrieri lungamente allevati e allenati in apposite scuderie, e finemente parati per il gran giorno ("Horse Day") per mezzo di strabilianti gualdrappe intessute di stracci multicolori, di tappi di bottiglia, di CD legati alla meglio, in slanci cromatici che non sfigurerebbero dinanzi all'affresco senese di Guidoriccio da Fogliano. Con minore artificio e maggior concretezza rispetto a Tarantino (il cowboy nero di Django Unchained), Bourouissa propone - nell’America di Trump - un’umanità marginale e inattesa, determinata e aperta, che dà corpo alla propria identità secondo parametri simili a quelli dei “bianchi” di Hollywood, ma ricorda sorprendentemente anche l'estetica equestre degli Arabi o dei Messicani. Ci sono dunque il ragazzo nero che incede su un cavallo bardato al modo di Napoleone, il mito di Pegaso precipitato a Fletcher Street, e i volti della città riflessi sulla carrozzeria deformata delle auto, i controversi destrieri della modernità: i "dannati della terra" (Bourouissa cita spesso Frantz Fanon) sono vicinissimi a noi.

Oltre la Senna, la mostra fotografica del maliano Malick Sidibé alla Fondation Cartier (Mali Twist, chiusa il 25 febbraio) ha offerto un’immagine non banale del continente africano, non di rado considerato dalla pubblica opinione secondo parametri affatto esterni, e farisaicamente appiattito lungo assi che non gli appartengono. Certo, non tutti i Paesi africani hanno attraversato l’età dell’oro conosciuta dal Mali all’indomani dell’indipendenza (1960), quando i dancing della capitale Bamako pullulavano di una gioventù vivace e disinibita, la musica combinava sonorità indigene e straniere, e il futuro sembrava passare attraverso i juke-box, le domeniche in topless lungo le rive del Niger (luoghi oggi degradati dall'abbandono), e una singolare forma di non-belligeranza tra religione musulmana e slancio edonistico. Le foto di Sidibé immortalano quegli anni con una freschezza che ha a tratti del pasoliniano (penso in particolare alla Battaglia delle pietre, del 1976), e si capiscono così, a posteriori, le ragioni dello speciale interesse degli estremisti islamici nella destabilizzazione di un Paese tanto libero e "occidentale"; d'altro canto, s'intuisce lo spazio di eleganza, di emancipazione femminile, di sofisticazione artistica e musicale che i Maliani hanno saputo creare, senza aver nulla da invidiare al ricco Occidente bianco.

Dalla guerra civile della Repubblica Centrafricana viene invece il protagonista del film Une saison en France (di Mahamat Saleh-Haroun, Francia 2018), toccante storia di un rifugiato che dopo aver perso la moglie nel suo Paese ed essersi ricostruito una vita decorosa coi due figli nella banlieue di Parigi, si vede rifiutato l'asilo (per un errore, forse; per un nome sbagliato su una lista, o per una lista dal nome sbagliato), e al fianco di una compagna francese d'origine polacca (Sandrine Bonnaire) affronta il calvario della clandestinità e della paura, fino ad approdare a una Calais appena smantellata. Il film non sfugge alla retorica, e attraversa momenti un po' didascalici e rigidi; tuttavia, nel momento in cui la politica non smette di propugnare quasi a una voce il rimpatrio di legioni di persone come principale soluzione al problema migratorio, questo racconto offre uno spaccato di cosa voglia dire concretamente eradicare a forza di carte bollate nuovi cittadini (per di più onesti) da un tessuto sociale che li sta lentamente assorbendo.

Tutto questo non interessa soltanto la triste temperie elettorale e post-elettorale italiana, ma anche la Francia - la quale, per inciso, ha nei Paesi africani sopra citati interessi militari e strategici ingenti, nei quali ha da ultimo coinvolto anche il nostro debole governo. Emmanuel Macron - eletto proprio sull'onda della reazione alla xenofobia lepenista - sta approvando nuove norme sull'immigrazione che preoccupano molti, anche all'interno del suo partito, dove 30 deputati hanno pronti emendamenti sostanziali in vista dei prossimi passaggi parlamentari. La "circolare Collomb" (dal nome del ministro degli interni) prevede ormai il censimento e la scrematura degli immigrati (“triage”, come in ospedale) da parte delle squadre mobili della polizia già nei centri di accoglienza; si prevedono procedure più rapide per giudicare l'asilo ma anche un iter più stringente per richiederlo, tempi di detenzione più lunghi per gli immigrati irregolari, e rimpatri di massa e immediati per chi non ha diritto, con la fine perpetua degli accampamenti "tipo Calais". Soprattutto nel mondo dell'associazionismo, vi è chi ritiene questo programma politico - segnatamente l'intervento delle forze dell'ordine e la contestuale scrematura degli immigrati “sul campo" - sia perfino più a destra di quello di Sarkozy; l’ex first lady Valérie Trierweiler ha dichiarato di ritenere "inaccettabile che si trattino gli esseri umani peggio degli animali”. Ma il Consiglio di Stato ha per ora ritenuto tutto compatibile con la Costituzione.

L’arte e il dibattito non risolvono, ma possono aiutare. Fino al 10 marzo al Théâtre de l’Odéon, dinanzi al Senato della Repubblica, si è rappresentato il Macbeth di Shakespeare nella messa in scena di Stéphane Braunschweig; per scelta del regista, il protagonista della tragedia, intrisa di stregoneria e di Medioevo, di tirannia e di ambizione, era il senegalese Adama Diop. L'idea non pare avere soltanto una ragione artistica (l’umanizzazione quasi spiazzante di uno dei personaggi più complessi e contraddittori del teatro occidentale), ma anche un risvolto culturale, nella misura in cui ha suggerito - in forma dubitativa - una forma di avvicinamento e di confronto tra mondi, dinamiche e contesti che troppe volte tendiamo a considerare remoti e inconciliabili tra loro.


Quando sbarchi all'aeroporto di Berlino-Schoenefeld, i chilometrici e scomodi corridoi ti accolgono con manifesti cubitali che reclamizzano le bellezze di Potsdam, le terrazze e i padiglioni dei suoi parchi, le sale magnifiche dei suoi palazzi (segue).

Quando sbarchi all'aeroporto di Berlino-Schoenefeld, i chilometrici e scomodi corridoi ti accolgono con manifesti cubitali che reclamizzano le bellezze di Potsdam, le terrazze e i padiglioni dei suoi parchi, le sale magnifiche dei suoi palazzi. Ma Potsdam, per chi vi arrivi dalla capitale oltrepassando il Ponte delle Spie o in tram costeggiando il Wannsee, non è solo il favoloso castello Sanssouci di Federico II di Prussia (1712-1786), le pagode cinesi e la memoria di Voltaire; non è nemmeno solo il castello di Cecilienhof, dove nell'estate del 1945 Stalin, Truman e il subentrato Attlee si riunirono per l'ultima volta a disegnare il futuro dell'Europa. Potsdam è anche una città vera, piccolo ma importante capoluogo del Brandeburgo, una città antica della quale i palazzoni di stampo sovietico denunciano il passato di avamposto della Repubblica Democratica Tedesca (1949-1990).

Impossibile, per esempio, non vedere da lontano l'alta mole dell'hotel Mercure, che al tempo della DDR si chiamava Interhotel e rappresentava il meglio degli alberghi dell'est: ebbene, il Mercure - finito nelle mani della catena francese, e dunque non nella disponibilità del Comune - pare oggi l'unico edificio provvisoriamente al riparo dalla furia iconoclasta intesa a "riqualificare" il centro città. "Riqualificare" vuol dire, in primo luogo, rimuovere le tracce del passato recente, specialmente quello socialista, anche a costo di ricreare dei falsi architettonici maestosi, e riallacciarsi d'emblée al periodo della grandeur prussiana. È qui che un'operazione in apparenza solo urbanistica ("Genuinamente di qui. Impulsi per una città che cresce" è lo slogan sui cartelloni) assume una caratura ideologica.

In Germania, il problema è naturalmente di più vasto respiro: il Paese gestisce ancora con imbarazzo tanto l'eredità architettonica nazista (si pensi al difficile recupero dell'enorme area dei raduni di Norimberga, più volte in passato minacciata di distruzione e ancor oggi in preda a un incerto futuro) quanto quella comunista (il parco Treptow di Berlino, ancora regolarmente visitato dai capi di stato russi, mantiene viva tutta la forza propagandistica dell'Unione Sovietica, con slogan e iconografie che ad alcuni - specie a Berlino - potrebbero dar noia).

Ma ora il centro del contendere è la piazza di Potsdam: gravemente danneggiata dalle bombe alleate e dall'artiglieria russa, essa appare ormai tutta nuova fiammante. Su un suo lato, ha riaperto da pochi mesi, in forma di museo, il Palais Barberini, la copia conforme di un edificio che Federico II fece erigere come copia conforme del Palazzo Barberini alle Quattro Fontane, a Roma (ma c'è chi maligna che il nome fosse da intendere come segreto omaggio a un'amante del sovrano). Passato nella sua storia da residenza reale a sala da concerto a deposito, raso al suolo il 14 aprile del 1945, il Palais è stato appena ricostruito ex novo e riportato agli antichi fasti da un mecenate privato, l'imprenditore del software Hasso Plattner (capo della SAP, l'impresa europea più grande del settore), il quale vi ha allocato la propria collezione d'arte, promettendo di offrire, a rotazione, mostre di alto profilo; la prima, che va dagli Impressionisti a Nolde, è senz'altro notevole. La facciata del Palais dialoga pertanto adesso sia con il barocco castello cittadino (anch'esso ricostruito dal nulla, grazie anche ai soldi dello stesso Plattner, e riaperto nel 2014 per ospitare il Parlamento del Land del Brandeburgo), sia con il vecchio Municipio in stile palladiano, sia con la grande chiesa neoclassica di San Nicola che ha proprio dinanzi, eretta negli anni '30 dell'Ottocento in uno stile più degno di un tempio greco che di uno cristiano.

Una vista della piazza, a destra l'edificio della Fachhochschule
(foto dell'autore)

Una veduta della piazza con Palais Barberini in fronte
(foto dell'autore)

In questo magniloquente concento di antiche forme, pochi forse avranno cuore di ricordare che proprio in San Nicola e in questa piazza il 21 marzo del '33 si tenne, nell'ambito della solenne presentazione ufficiale del nuovo Parlamento al presidente Hindenburg (il famigerato "Potsdamer Tag"), la messa che consacrò l'alleanza tra la Chiesa luterana e il potere nazista appena insediato (una splendida mostra su Lutero e il Nazismo, alla Topographie des Terrors di Berlino, ne offre la documentazione fotografica). "Potsdam costruisce una Sinagoga" risponde oggi un grande manifesto che campeggia 200 metri più in là, dando sostanza di slogan all'auspicio della locale comunità ebraica; ma da 6 anni ancora non si sa bene se, quando e dove tale sinagoga dovrebbe sorgere.

Oggi la memoria che la borghesia cittadina (e di riflesso il Comune) vuole rimuovere, è anzitutto quella della DDR; il rischio da evitare, nella logica celebrativa del potere unitario, è quello dell'Ostalgie, la nostalgia per il vituperato regime della Germania Est. E allora l'ultimo superstite, l'intruso da eliminare, è l'edificio modernista della Fachhochschule (Istituto superiore di formazione professionale) che ancora occupa l'angolo nord della piazza, con le sue finestre strette e le colonne snelle, gli interni in legno e le sobrie decorazioni sulle porte, molto più nuovo e smaliziato dell'ideologia che lo produsse (e infatti, a rigore, è molto simile al Centro Pastorale Cattolico costruito nel '62 da Mies van der Rohe a Des Moines in Iowa). Esempio straordinario dell'architettura dei primi anni '70, tirato su come funzionale polo di aggregazione per gli studenti, ospita oggi qualche ufficio residuo, centri d'ascolto per famiglie, il progetto "Higher Education for Refugees", una galleria d'arte; ma, délabré e provato dal tempo, sembra in larga parte votato all'abbandono.

L'edificio della Fachhochschule (foto dell'autore)
La cupola della chiesa di San Nicola e in primo piano un
dettaglio della facciata del'edificio Fachhochschule
(foto dell'autore)

L'idea di raderlo al suolo per ricostruirvi case in stile anticato, espungendo da una piazza composita l'eredità più recente e apparentemente più scomoda, non piace a tutti: 15mila cittadini hanno firmato una petizione contro l'abbattimento degli edifici di epoca comunista; sul sito "potsdamermitteneudenken.de" si raccolgono idee per trasformare la Fachhochschule in uno spazio di condivisione e di ricerca; i centri sociali più vivi organizzano una resistenza, denunciando tra l'altro l'oscenità delle architetture "di sostituzione" (il brutto cubo grigio del Bildungsforum eretto di fresco in piazza dell'Unità, a pochi metri; la triste stazione ferroviaria). Ma lo spirito dei tempi va in senso contrario. Sfuggita ai fantasmi del XX secolo (il Passo del secolo di W. Mattheuer, nel cortile del Palais Barberini, mostra un uomo che fa a un tempo il saluto nazista e il pugno chiuso), aleggia di nuovo, prepotente dopo la mega-mostra del centenario (2012), l'ombra di Federico II, le cui spoglie mortali furono traslate proprio a Potsdam nell'agosto del 1991 in una controversa cerimonia notturna alla presenza di Helmut Kohl - all'epoca, un migliaio di contestatori antimilitaristi, che ricordavano l'analogo omaggio di Hitler in quel fatale marzo del '33, erano stati dispersi dalla polizia.

Oggi il culto degli Hohenzollern, come osservano anche i visitatori più distratti di Berlino, presiede al rifacimento ex nihilo del loro castello, proprio dinanzi al Duomo della capitale: un monumentale falso architettonico volto a riempire "come una volta" la defunta piazza Marx-Engels, creata nel 1950 dopo la demolizione del castello vero (danneggiato dalla guerra), e contornata negli anni '70 dal parlamento della DDR, che dopo la caduta del Muro venne prima bonificato dall'amianto e poi - al termine di una sapiente campagna mediatica - definitivamente raso al suolo nel 2008.

A Stoccolma, una delle patrie dell’architettura del Novecento, è aperto il dibattito politico e culturale su un secolo di soluzioni abitative … (segue)

A Stoccolma, una delle patrie dell’architettura del Novecento, è aperto il dibattito politico e culturale su un secolo di soluzioni abitative che hanno inciso fortemente sulla società. Una interessante mostra può fornire l'occasione per discuterne anche in relazione ai problemi nostrani.

Secondo il recente rapporto McKinsey sullo stato dell’economia europea, tra le ragioni che hanno reso la Svezia uno dei Paesi più resistenti alla lunga crisi degli ultimi anni spiccano l’estraneità alla zona Euro, l’elevata sindacalizzazione dei lavoratori e una serie di interventi statali volti a garantire il salario e l’occupazione attraverso la concertazione con le parti sociali, la riduzione dell’orario di lavoro, e timide misure redistributive. Ora, nessun cenno a quanto avviene in Scandinavia può prescindere da alcuni luoghi comuni che per esser tali non sono meno veri, anzitutto il senso civico degli abitanti (bassa evasione, bassa corruzione), la situazione di bilancio relativamente florida, e una certa fede nel bene comune.

Né d’altra parte si argomenterà qui che la Svezia sia il paese di Bengodi: i problemi di ordine politico e sociale sono così evidenti da aver dato luogo a inediti fenomeni di guerriglia urbana (si ricorderanno gli scontri a Stoccolma e Göteborg nella primavera del 2013), e favorito la crescita, negli ultimi anni, di alcuni movimenti anti-sistema e talora francamente xenofobi (i cosiddetti Democratici Svedesi, al 13% nelle elezioni del 2014); né va dimenticato che l’inedita chiusura delle frontiere al flusso degli immigrati al principio del 2016 ha rappresentato un tassello fondamentale del fallimento della politica europea in tale àmbito.

Il ruolo dell’architettura e l’urbanistica
per la società del futuro

Ciò detto, in Svezia per tradizione l’architettura e l’urbanistica svolgono un ruolo di primo piano nella costruzione del modello di una società del futuro. Non è forse un caso che contro il discusso progetto di un nuovo Museo dei Nobel (quello attuale, nel Gamla Stan, è senz’altro insufficiente), un lucente bussolotto in vetro e pietra concepito per il cuore della capitale dall’archistar David Chipperfield, sia intervenuto con voce tonante il re in persona, Carlo XVI Gustavo. Già patria di numerose sperimentazioni, e in certe strade (Oxenstiernsgatan, Borgvägen, ma anche il nodo di Sergelstorg e Klarabergsgatan) vero e proprio museo a cielo aperto delle più varie tendenze architettoniche del XX secolo,

Stoccolma ospita sull’isola di Skeppsholmen, nello stesso edificio del popolarissimo Moderna Museet, un meno frequentato Museo di Architettura, che non si limita a raccogliere e catalogare modellini, ma si arroga anche un ruolo propositivo e di pensiero. È così che la mostra attualmente in corso, dal titolo un po' pop “Bo. Nu. Då.” ("Abitare. Adesso. Allora”), da un lato ripercorre le tappe principali della vicenda urbanistica svedese degli ultimi cent’anni, dall’altro valuta le possibili risposte ai problemi oggi insoluti, in primis la grave crisi abitativa che coinvolge la capitale (molti studi valutano in 700mila nuove case il fabbisogno minimo dei prossimi dieci anni).

La questione delle abitazioni:
gli elementi del puzzle

Il modello scandinavo, infatti, ha mostrato sotto questo profilo qualche crepa, giacché l’immane sforzo pubblico confluito nel milione di alloggi costruiti per iniziativa statale fra il 1965 e il 1975 (si ricordi che la Svezia ha oggi meno di 10 milioni di abitanti, e non più di 8 ne aveva all'epoca) ha creato nel medio periodo una larga platea di proprietari “inoperosi” seduti sulle loro proprietà, e ha lasciato le generazioni più giovani, escluse da tanta grazia, alla mercé di un mercato degli affitti sempre più caro e quasi inaccessibile alle nuove famiglie. Naturalmente, il massiccio arrivo di migranti negli ultimi anni (nel 2013 il Paese aveva il tasso di naturalizzazione più alto dell’UE, e gli immigrati pesano per il 14% circa della popolazione), e la civile accoglienza loro tributata (ma non a tutti: celebri sono le intemerate degli ultimi governi contro i Rom, come si vede per es. nella mostra Non Grata di Åke Ericson, attualmente in corso al Fotografiska), abbiano vieppiù esacerbato il risentimento dei locali nei confronti di uno Stato che da questo punto di vista sembra non tutelare i propri figli.

La mostra dell'Arkitekturmuseet ha un forte valore didattico, e mette sul tappeto tutti gli elementi del puzzle: la persistente presenza di homeless (31mila in tutta la Svezia, oltre un terzo dei quali fra Stoccolma, Malmö e Göteborg); la notevole estensione del Paese, grande come Germania e Austria messe insieme ma occupato da un decimo degli abitanti; l’insensatezza della visione che individua nei migranti la fonte di tutti i problemi; la lunga storia di soluzioni abitative provvisorie diventate a lungo andare stabili, dalle case per gli operai di Södermalm nel 1917 ai prefabbricati spediti nelle città bretoni semidistrutte nel 1944 al “Better shelter” disegnato l’anno scorso dall’IKEA in cooperazione con l'UNHCR per i profughi siriani; l’impulso fondamentalmente egualitario che ha caratterizzato le varie (ben 16) tipologie di case del sullodato “piano del milione” (fa impressione constatare la modestia delle case di Olof Palme o di Per Albin Hansson, peraltro ben proporzionale a quella delle tombe dei potenti nel cimitero di Skogskyrkogården); il ruolo delle frange di pensiero alternativo come i “disobbedienti anti-IKEA” e il più strutturato “HSB Living Lab” di Göteborg.

Non solo slogan, ma progetti

Le soluzioni qui più in voga - che hanno il pregio di non risolversi, come spesso accade in esposizioni e dibattiti, in meri slogan più o meno intercambiabili, ma si traducono in progetti concreti ben visibili in mostra (alcuni peraltro realizzati o in via di completamento) - passano oggi per due elementi sostanziali: l’uso sempre più ampio del legno, materiale che oltre ad abbondare in loco è anche più economico, rapido e sostenibile del cemento, e garantisce ormai un alto grado di sicurezza (lo studio C.F. Møller ne ha progettato uno di grande impatto proprio per Stoccolma); la crescente condivisione degli ambienti, in un paradigma di co-housing inteso a migliorare ed estendere l’idea abitativa degli studenti universitari in vista di una migliore gestione delle risorse e di un più alto grado di socializzazione negli spazi comuni, nonché di un’apertura dei quartieri stessi oltre le rigide enclosures che ostacolano spesso i rapporti umani (si pensa in particolar modo agli anziani sempre meno autosufficienti) come anche la creatività dei giovani (si cita spesso come esempio positivo il quartiere di Rågsved a Stoccolma, nel quale di fatto nacque durante gli anni ’70 il punk svedese, destinato a un luminoso futuro).

Non si prendono qui dunque in seria considerazione, se non con un curioso spirito antiquario, certe ardite soluzioni architettoniche escogitate nei decenni passati (le case a stella di Backström e Leinius; le case di Järnbrott a Göteborg, con le pareti interne rimovibili al fine di comporre e ricomporre diversamente le stanze; le case a piramide progettate da Sten Ramel). D’altra parte, s’insiste invece sulla drammatica serietà del problema abitativo come scelta politica: il social housing non è stato un fatto scontato nella storia svedese, e dagli anni ’90 in poi è stato sostanzialmente accantonato, con l’esito di quintuplicare gli elenchi d’attesa per un alloggio (attualmente 500mila persone in lista a Stoccolma).

Non è il caso di addentrarsi qui nei meandri del dibattito politico, in cui le distinzioni tra destra e sinistra sono spesso confuse: quel che importa - anche per segnalare le analogie con i fatti di casa nostra - è che all’ordine del giorno, e alla luce del sole all’insegna del motto architecture is participation, si pongono dinanzi ai cittadini delle alternative nette, quali per es. se fornire ai giovani contributi per l’affitto (che potrebbero però vieppiù far aumentare i prezzi), se costruire a spese pubbliche nuovi appartamenti da affittare (per alcuni ciò ostacolerebbe le libere dinamiche di mercato, per altri la deregulation ha già portato a esiti deplorevoli), se agevolare i mutui per la casa (secondo il governo l’operazione sarebbe rischiosa per la tenuta del budget delle famiglie: il debito privato è in preoccupante crescita), se reintrodurre l’imposta sulla casa abolita nel 2008 (qui la disfida è analoga a quella italiana: attendibilità dei valori catastali, impopolarità della tassa, idea di progressività dell’imposizione fiscale...), se semplificare le procedure per costruire nuovi alloggi (con i conseguenti rischi per l’ambiente e la tutela delle piccole comunità a fronte degli interessi dei grandi gruppi finanziari ed edilizi).

Smantellare sei miti mainstream

A tal proposito, colpisce vedere un’intera parete della mostra dedicata alla demolizione di “sei miti sull’edilizia”, tratti da un bouquet di tredici individuati dal think-tank svedese Critical Urban Sustainability Hub (acronimo: CRUSH): vale la pena di elencare per esteso le 6 proposizioni qui confutate, con dovizia di particolari e di interventi di professori e studiosi.

1) Un’economia più guidata dal mercato è la soluzione alla crisi degli alloggi. 2) Dobbiamo abbassare i nostri standard qualitativi nell’abitare. 3) La segregazione è prodotta dai migranti stessi che vogliono vivere assieme. 4) La gentrification è un processo di evoluzione naturale nelle aree urbane. 5) Economicamente, conviene possedere anziché affittare. 6) Dobbiamo ricreare la cara vecchia democrazia sociale del passato.

Credo che nel nostro spazio pubblico un manifesto che metta in discussione queste premesse - date ormai per acquisite dalla gran parte dei governi europei - potrebbe essere affisso al più in qualche centro sociale. La Svezia non è affatto il Bengodi (loin de là), ma è capace di sviluppare collettivamente - chiamando il pubblico a partecipare in modo attivo - un pensiero critico sui fenomeni sociali che ci coinvolgono, individuando proprio nella gestione dello spazio urbano uno dei fattori principali della società contemporanea.

Stoccolma, 21 agosto 2016
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