Pur nei limiti di una breve relazione vorrei svolgere qui una riflessione di lungo periodo. Corro deliberatamente il rischio di una rappresentazione schematica, ma la storia dei popoli non si può comprendere se non dentro un lungo arco storico. E oggi siamo al momento delle riflessioni radicali. D'altra parte, la ragione di questa scelta risponde anche a un duplice scopo: fornire una cornice generale ai colleghi storici che seguiranno con interventi più specifici e raccordare in maniera più ravvicinata la celebrazione del 150° con il presente, con i problemi che abbiamo di fronte.
L'Italia è sempre stata segnata da questa singolare contraddizione: essa ha avuto una precocissima identità culturale e territoriale, una identità di Paese e una tardiva identità di Nazione.
Quando parlo di Paese mi riferisco – utilizzando soprattutto il testo di R.Romano, Paese Italia, pubblicato nel 1993 – alle culture popolari, alle tradizioni, ai legami col territorio, alla religione, alle cucine, alla lingua, al sentire comune, alla letteratura.
Come ha mostrato Romano questa identità è più forte da noi, dove il potere politico è frammentato, che in Paesi come la Francia, l'Inghilterra o la Spagna di antica tradizione politica unitaria.
Questa identità del Paese si esprime anch'essa in una forma economica e politica che non ha paragoni in Europa: essa si manifesta attraverso la disseminazione nel territorio delle città, dei centri cittadini. L'Italia è un Paese di città, mentre gli altri Paesi sono prevalentemente campagne con al centro una grande capitale. Cattaneo l'aveva ben compreso quando nel 1858 scrisse La città considerata come principio ideale delle istorie italiane. Ora queste città – che sono in genere il lascito degli antichi municipi romani - sin dal tardo medioevo sono protagoniste di una straordinaria e prolungata supremazia economica nel bacino del Mediterraneo.
E' noto a tutti il profilo di veri e propri imperi commerciali e finanziari assunti da città come Venezia e come Genova, per un buon numero di secoli. Ma l'intraprendenza economica su scala europea - o, se vogliamo usare una espressione di Braudel, nell' “economia mondo” di quell'epoca – vede protagoniste, a lungo, una moltitudine di città: dalle repubbliche marinare (Amalfi e Pisa , oltre a Genova e Venezia) a centri più interni come Milano, Firenze, Lucca, Ferrara, Mantova, Bologna, ecc. Naturalmente, anche alcune città del Sud partecipano a questa vicenda, benché in forme commerciali più subalterne, e all'interno delle strutture di un Regno unitario. Penso a Napoli, a Bari, a L'Aquila, Palermo, a Catania, Siracusa, Messina, Trapani, ecc.
Se noi vogliamo comprendere oggi l'origine delle nostre città d'arte, oltre che del nostro straripante patrimonio artistico, la dobbiamo cercare in questa straordinaria fioritura economica delle nostre innumerevoli città, che dura sino all'età moderna. I capitali per finanziare i palazzi signorili, i monumenti, le opere d'arte sono venuti dalle manifatture tessili e dalla mercatura cittadina, oltre che, naturalmente, dalla rendita fondiaria, dallo sfruttamento del contado, del lavoro contadino. Per avere un'idea di questa prevalenza economica dell'Italia sino ai primi del XVI secolo basti ricordare che Marx sosteneva, ai suoi tempi, che il Paese destinato a realizzare per prima la rivoluzione industriale era l'Italia, non la Gran Bretagna, in virtù della sua avanzata produzione manifatturiera e del suo predominio commerciale.
Com' è noto questa supremazia viene perduta quando nascono in Europa i moderni Stati assoluti: quando cioè l'economia mercantile e protocapitalistica conosce una forma più avanzata di organizzazione politica, si dispone su più ampi spazi territoriali e viene sorretta da un potere centralizzato sempre più forte anche sotto il profilo militare. Ora, non è che in quella fase le nostre città e l'Italia con esse, sotto il profilo economico, decadono, come a lungo si è pensato. Semplicemente, come ha ricordato Paolo Malanima, perdono il loro primato. E questo perché, con l'età moderna ,la supremazia economica passa necessariamente attraverso nuove forme di potere statale. Le sfide economiche ora si svolgono su nuovi spazi intercontinentali. Quindi è il potere statale centralizzato altrui che ci mette fuori dal grande gioco internazionale, dapprima nello stesso Mediterraneo – dove eravamo i dominatori – e poi , un secolo dopo la scoperta delle Americhe, nello spazio atlantico, dove non siamo mai entrati.
Ma nel corso del XVI secolo si verifica un altro processo che oggi è molto ricco di insegnamenti per noi. Con l'ingresso delle navi nord-europee nel Mediterraneo, e il loro crescente predominio, si spezza quello che Maurice Aymard ha definito il 2sistema italiano”, vale a dire la complementarietà economica tra Nord e Sud del Paese. Per secoli, infatti, le economie agricole meridionali , sia pure con rapporti commerciali subalterni, avevano avuto i loro sbocchi nelle città mercantili del Nord. Il cotone siciliano costituiva la materia prima per tante industrie tessili lombarde o toscane. L'olio d'oliva di Terra di Bari o di Terre d'Otranto, prodotto da vere e proprie foreste di oliveti, veniva smerciato come prodotto industriale da Venezia e Genova nelle varie piazze d'Europa.
Ebbene, l'assenza di uno Stato centrale, favorirà la rottura di questo sistema, che aveva giovato al Sud e soprattutto al Nord. Queste due grandi aree rimarranno di fatto commercialmente separate almeno fino all'Unità. Fino a quando il nuovo Stato unitario e la costruzione delle ferrovie non daranno vita al mercato nazionale interno.
Credo sia importante mostrare questi precedenti. Perché noi non possiamo valutare tutto il valore del conseguimento di un moderno Stato unitario se dimentichiamo la linea lunga della nostra storia.
Nel '600 e nel '700, la creatività e la vivacità delle economie locali urbane, non era più in grado di competere con un livello superiore di organizzazione della vita economica raggiunto dai Paesi del Nord Europa. E perciò l'Italia, il Paese Italia, viene messo ai margini , alla periferia dell'economia-mondo di allora. E sarà solo con la realizzazione di uno Stato-nazione che esso ritroverà una parte della antica centralità perduta.
Voglio ricordare qui che la nuova figura dello Stato-nazione - che si forma nel XIX secolo - non costituisce soltanto una forma più avanzata di governo dell'economia nell'epoca della nascita della borghesia capitalistica e della diffusione dei modi di produzione capitalistici. Il moderno stato borghese è portatore di processi emancipativi più ampli. Esso si viene formando come eredità della rivoluzione francese, liquida le vecchie bardature della giurisdizione feudale, fonda lo stato di diritto, amplia gli spazi delle libertà individuali e collettive, consente la formazione di un'opinione pubblica nazionale, favorisce – in diversa misura, da paese a paese - la nascita del moderno cittadino. (Naturalmente fonda anche lo sfruttamento coloniale del Sud del mondo, ma questo aspetto, in questa sede, lo dobbiamo, per brevità, espungere dal quadro)
Ovviamente, oggi, nel valutare questa conquista della lunga storia italiana non possiamo non ragionare su come tale unità si è formata, su come vi è entrato il Mezzogiorno, su come il Paese è entrato nella Nazione . Ora, su molti aspetti controversi, di questa rilevante fase di passaggio della storia italiana interverranno altri illustri colleghi. Neppure posso soffermarmi su un altro aspetto: quello dei danni o dei vantaggi che il Sud avrebbe ricevuto entrando nella nuova compagine unitaria. Io credo che oggi bisogna lasciar cadere gli aspetti recriminatori e sterilmente controversistici di quella questione. Piuttosto qui occorrerebbe svolgere una considerazione di ordine diverso: quella che riguarda il problema della formazione della ricchezza nazionale.
Da tempo la Lega va rivendicando l' autogestione delle ricchezza insediata nei territori dell'Italia settentrionale. Come se si trattasse di considerare i dati del PIL della Lombardia o del Veneto degli ultimi anni. Ma questa è una pretesa che rattrappisce un intero processo storico. Dopo 150 anni di vita nazionale unitaria come si fa a separare quella ricchezza dal contributo che vi ha dato tutto il Paese? Pensiamo al contributo degli emigranti che hanno inondato di moneta pregiata, con le loro rimesse, l'Italia del primo quindicennio del '900, che hanno favorito l'arrivo del carbone belga nel secondo dopoguerra, o a quello dei braccianti meridionali che hanno lavorato alla Fiat, al ruolo dei professionisti e dei quadri tecnici formatisi nelle università meridionali e diventati classe dirigente distribuita in tutte le regioni. E anche laddove si denunciano i “ritardi” del Sud occorrerebbe saper vedere anche il loro lato vantaggioso generale. Ci si dovrebbe infatti chiedere: quanto è stato utile un Mezzogiorno, scarsamente industrializzato, che ha costituito per decenni un tranquillo mercato interno per le produzioni industriali del Nord? Ma anche il binomio Nord-Sud è monco. Costituisce una rappresentazione schematica e impoverita del nostro Paese. Non solo perché cancella le differenze interne che segnano ciascuna delle due grandi aree, ma anche perché ,di fatto, abolisce una parte rilevante dell'Italia. Come ha ricordato di recente Asor Rosa, esiste un”'Italia di mezzo” che ha contribuito potentemente alla formazione del Paese e della Nazione, con economie, culture, classi dirigenti, e che non compare nel dualismo retorico delle cronache correnti.
E come accettare, infine, il rozzo economicismo di questa contrapposizione dualistica?Un Paese è fatto solo di fabbriche, e di PIL ? E quale ruolo hanno avuto gli scienziati, gli artisti, i poeti, i filosofi nel formare l'identità italiana, la nostra comune lingua, l'orgoglio di una appartenenza a una comune storia, il collante dello stare insieme, il nostro prestigio nel mondo? E come possiamo permettere che si liquidi il ruolo di Roma, vale a dire della capitale dell'Italia contemporanea, del suo Parlamento, dei suoi governi, con una caricatura denigratoria?
Su questi temi, comunque, non più di un accenno. Io vorrei soffermarmi invece su un aspetto specifico, perché ho l'ambizione – sia pure in via di ipotesi – di cogliere quello che a me sembra un connotato costante e per così dire fondativo dell' Italia contemporanea, il filo rosso della sua storia negli ultimi 150 anni.
Fin dal 1860 il problema dell' Italia è il modo in cui il Paese viene organizzato negli spazi culturali, giuridici e politici di una moderna Nazione. Ora questo, contrariamente a quanto a volte si tende a dimenticare , non è un problema esclusivamente italiano. Riguarda in genere tutti i paesi che si danno una moderna configurazione di Stato-Nazione nel corso del XIX secolo.
Voglio riportare in proposito un esperienza personale. Sul finire degli anni '70 ho letto un libro che mi ha procurato uno shock culturale assai salutare. Il libro era di uno storico americano con un inconfondibile cognome tedesco, Eugen Weber, e il titolo era Peasants into Frenchmen (1976), Da contadini a francesi come più tardi venne tradotto dal Mulino. Ebbene questo libro mostrava una Francia che letteralmente sconvolgeva la vulgata di una nazione di antica e uniforme identità culturale. A leggerlo era come se la Grande Rivoluzione dell' 89 fosse avvenuta da un'altra parte.
Il Paese Francia , cioè la sua sterminata pancia rurale, appariva come un mosaico multiforme di linguaggi, culture, tradizioni economiche, foggie di vestire e di abitare, pesi e misure, ecc. Perché abbiate un'dea di quello che Weber squaderna in questa sua vasta ricerca rammento che egli intitola il primo capitolo A Country of Savages,un paese di selvaggi. Del resto anche Braudel,ad apertura del primo volume della sua storia della Francia, nel voler cogliere un suo carattere originale, esalta quello che egli chiama 2il trionfo conclamato del plurale, dell'eterogeneo, di quel che non è mai completamente simile”.
Dunque, perfino le classi dirigenti di uno dei più antichi stati unitari del Vecchio Continente, ha dovuto fare i conti con un Paese multiforme ed eterogeneo. Non dubitiamo che analogo compito sia toccato, ai tedeschi, cosi come alle classi dirigenti degli altri Paesi europei.
Ebbene, qui cogliamo un elemento comune dell'Italia con gli altri Stati e al tempo stesso la sua drammatica divaricazione. Perché io credo – e qui sta il filo rosso che voglio porre in evidenza – che le nostre classi dirigenti non siano state capaci di far entrare in un progetto egemonico di Nazione moderna la grande massa dei ceti popolari e in genere quello che chiamiamo Paese.
Ora, noi sappiamo quanta controversia storiografica ci sia intorno ai modi in cui è stata realizzata l'unità. Ma su un punto credo che ci sia consenso unanime : l e fragili basi di consenso sociale su cui nasce il giovane Stato. Un potere centrale senza dubbio forte, ma dotato di limitata egemonia.(nel senso complesso che Gramsci dava a questo termine)
Si può ancora discutere se esistevano le possibilità, nell'Europa di allora, di realizzare una rivoluzione agraria come voleva Gramsci - e poi Sereni - che coinvolgesse i contadini nel processo di formazione dell'Italia. Chabod e poi Romeo lo negavano con analoghe e varie ragioni. Ma nessuno di loro negava la desiderabilità di una partecipazione dei ceti popolari alla vita nazionale.
Ora, tale coinvolgimento fu limitato, come sappiamo. Forse meno limitato di quanto poi si sia creduto. Ma, soprattutto, nei decenni successivi mancò una politica capace di far guadagnare il consenso popolare alle nuove istituzioni nazionali.
L'aspra pressione fiscale del nuovo Stato non servì certo ad allargare le basi del suo radicamento.
Uno dei momenti che in genere rifondano i rapporti tra le popolazioni e lo Stato, grazie all'emergere della figura del nemico, vale a dire la guerra, non ebbe in Italia questa funzione. Nelle trincee della prima guerra mondiale, i contadini si riscoprirono come eterogenea comunità nazionale, italiani e fratelli parlanti diversi dialetti, ma mandati a morire da uno Stato estraneo e per una guerra che non comprendevano. La guerra, come è noto, ebbe poi anzi la conseguenza di lacerare ulteriormente il Paese e la Nazione.
Debbo qui almeno accennare anche a un'altra ragione che aiuta a capire i limiti egemonici del potere unitario. Essi sono il frutto, oltre che del modo in cui è avvenuta l'unità, del brigantaggio e della sua repressione, delle politiche fiscali, ecc. , di altre componenti. Una di queste è il carattere eterogeneo della borghesia italiana, messo in luce da Alberto Banti nella sua Storia della borghesiaitaliana in età liberale .Una borghesia diversa per provenienza geografica, formazione economica e sociale, cultura politica. Queste classi dirigenti tra di loro divise hanno indubbiamente accentuato la fragilità del consenso complessivo dello Stato-nazione.
Ma quel che qui importa sottolineare sono le conseguenze di questa fragilità originaria e fondativa, per così dire, della nostra compagine unitaria. Perché, è mia profonda convinzione che tale debolezza costitutiva abbia avuto, nel corso di tutta l'età contemporanea, conseguenze decisive nell'indirizzare lo svolgimento della nostra storia.
La debolezza egemonica della borghesia italiana ha a mio avviso accresciuto i suoi timori per la tenuta della compagine unitaria e ha quindi spinto lo Stato ad accentuare il suo centralismo, a mortificare le autonomie locali, a disconoscere le fisionomie e le culture dei territori. La Nazione si è venuta dunque costruendo con i suoi apparati normativi e istituzionali, ma reprimendo la creatività e le diversità storiche e antropologiche del Paese. Naturalmente, non tutto di quelle tradizioni era da salvare. Il cattolicesimo bigotto e retrivo di tanta parte del mondo contadino non era certo più avanzato della modernizzazione autoritaria del nuovo Stato. Ma a me sembra che sia accaduto esattamente questo: l'arcipelago di culture che il Paese Italia esprimeva non ha conosciuto il disciplinamento moderno in grado di trasformarlo in un livello più elevato e originale di civilizzazione dell 'intera Nazione. La Nazione non si è fatta forte del Paese che aveva in corpo.
Ma tale fragilità egemonica originaria è forse alla base di quello che io considero una delle costanti ricorrenti della storia dell' 'Italia contemporanea, un suo perverso carattere originale: la tendenza di fasce estese delle classi dirigenti di rompere - soprattutto nei momenti di difficoltà e di crisi - il patto costituivo che tiene insieme la Nazione. Questo è il nodo centrale che lega il Risorgimento, l'unificazione nazionale con i problemi dei giorni nostri. Io credo che una costante, sotterranea vocazione all'eversione abbia sempre animato nuclei cospicui delle nostre classi dirigenti. Una lunga e mai spezzata linea rossa che attraversa e segna tante stagioni della vita nazionale e arriva sino a noi.
Mi limito a fare un sommario elenco di questi nefasti passaggi della nostra storia. Ricordo l'avvento del fascismo, che liquidò lo Stato liberale per controllare le masse popolari entrate sulla scena pubblica dopo la prima guerra mondiale, il separatismo siciliano dopo la seconda, il minacciato colpo di stato del 1964, messo in atto probabilmente contro la Riforma urbanistica di Fiorentino Sullo, il tentativo di colpo di Stato del 1970, le stragi e la strategia della tensione, la formazione della P2.
Ma questo perverso carattere originale si manifesta in altro modo. La durata secolare di almeno due forme di criminalità organizzata, la mafia e la camorra, non consentono di valutarle come puri fenomeni delinquenziali. Esse sono fittamente intrecciate con i gruppi dirigenti regionali e poi nazionali. La loro durata storica è incomprensibile senza tener presente le estese ramificazioni di potere che esse sono state in grado di stabilire con il mondo delle imprese, delle professioni, del potere politico. E non a caso il loro insediamento da tempo non è più legato al Sud. Un esempio, tra i tanti, è il versamento clandestino di rifiuti tossici sul territorio meridionale che alcuni industriali del Nord hanno affidato alla camorra per il loro smaltimento.
D'altra parte, al di fuori di questa costante culturale e politica non si comprende il fenomeno che ormai ci distingue sempre più nettamente in Europa: l'abusivismo e il saccheggio del territorio. E' degno di nota che l'abusivismo edilizio costituisce una pratica anche dei ceti popolari, oltre che dei grandi gruppi immobiliari. Qui infatti si rivela infatti, ancora una volta, la fragilità egemonica originaria delle nostre classi dirigenti, l'incapacità di ottenere consenso dai ceti popolari sulla base di una proposta avanzata di civiltà e il tentativo di conseguirlo invece in forme collusive, infrangendo le regole comuni, violando l'interesse generale.
E naturalmente oggi abbiamo sotto gli occhi una stagione più che decennale di questa cultura dell'eversione, che si raccoglie intorno alla figura di Berlusconi e che si manifesta anche con i conati secessionistici della Lega. Non ho il tempo per entrare nel merito di questi aspetti, peraltro ampiamente studiati, anche da colleghi storici. Qui vorrei riprendere il filo della mia interpretazione di lungo periodo.
Con l'avvento della Repubblica, il varo della Costituzione, la nascita dei partiti di massa, le classi dirigenti italiane approdano a un assetto egemonico più avanzato. Questo è un passaggio rilevante della nostra storia, che vede irrompere le masse popolari dentro lo Stato. Si tratta di una svolta importante, anche se qualcuno ha pianto per la morte della Patria. In Italia viene fondata una nuova, più avanzata egemonia. La DC raccoglie nel suo seno e in una certa misura controlla l'arcipelago politico del Paese e anche i settori reazionari e tendenzialmente eversivi. Il PCI e il Partito socialista portano dentro lo Stato, per la prima volta nella storia d'Italia, gli interessi e la voce delle masse popolari, degli operai e dei contadini. Si potrebbe dire che, in una grande misura, i Partiti di massa finiscono col surrogare la Nazione. La DC riesce a raccogliere un consenso vasto ed eterogeneo, che va dai grandi industriali del Nord ai piccoli proprietari terrieri della nostre campagne. Nel PCI si ritrovano, come in una comune patria ideale, l'imprenditore dell'Emilia, gli intellettuali di Roma e Torino, i braccianti calabresi. Si trattava, anche qui, di una straordinaria eterogeneità sociale, ma tenuta insieme da un potente collante ideologico: il progetto di una società più avanzata e più giusta, la spinta emancipativa dei ceti popolari verso un superiore assetto di benessere e di libertà.
Sappiamo bene che questa surrogazione della Nazione da parte dei partiti è poi degenerata. La DC è diventato un partito-Stato. Si è sostituito non solo alla nazione, ma perfino allo Stato. Dunque, l'assetto egemonico fondato nel dopoguerra è entrato in crisi.
Ora, non sono così velleitario da affrontare in questa sede, le varie file che si dipanano da quel passaggio strategico. Vorrei solo svolgere un racconto storico essenziale, ma privilegiando preliminarmente il quadro internazionale. La svolta si concentra negli anni '80. In quegli anni assistiamo alla crisi fiscale dello Stato sociale, alla crescita dell'inflazione, all'emergere di elementi di blocco e di parassitismo del Welfare. Nel frattempo l'URSS, l'alternativa storica realizzata al capitalismo, si rivela sempre più apertamente come una società soffocata da un pesante apparato burocratico e autoritario. Il Paese che aveva indicato la via della possibile emancipazione proletaria certifica, a tutti coloro che sanno esaminare la realtà, l'attestato di un fallimento.
In quegli anni, dunque, tutto cospira a rendere irresistibile la sfida che il capitalismo e ampi settori delle classi dirigenti lanciano nel Regno Unito, con l'amministrazione Thatcher e negli USA con l'amministrazione Reagan. Una sfida che ha il suo nucleo teorico e ideale nel neoliberismo e che conquista abbastanza rapidamente lo spazio pubblico mondiale. Anche i vecchi partiti popolari della sinistra vengono investiti e fagocitati in tutta Europa. Com'è ormai noto, tanto i governi di centro -sinistra in Italia che quelli socialisti in Francia, a partire dagli anni '90 sono fra i più solerti propugnatori di riforme neoliberiste, di liberalizzazione e di privatizzazione di imprese e settori, di riforma del mercato del lavoro. Non mi soffermo su questo e rinvio alle ricostruzioni ricche e circostanziate di S. Halimi e D. Harvey.
Ma da queste riflessioni generali voglio trarre alcune considerazioni che ci riportano dentro i confini della storia nazionale. Una delle conseguenze facilmente prevedibili della trasformazione dei partiti di massa sotto l'urto della modernizzazione neoliberista è stata l'accettazione inconsapevole che questi stessi partiti hanno sottoscritto della propria sopraggiunta irrilevanza storica. Se è il mercato il più efficiente strumento di allocazione delle risorse – e, con una consequenzialità non logicamente necessaria, ma verificatesi nei fatti – è sempre il mercato il migliore regolatore delle relazioni sociali, se lo Stato sociale va ridimensionato per liberare risorse a favore dei ceti imprenditoriali, appare evidente che il ruolo dei partiti appare sempre più irrilevante, la loro presenza sempre meno necessaria . A che servono i partiti se il mercato fa tutto da sé? Non a caso anche i partiti di massa si sono trasformati, hanno cambiato natura, sono diventati nel frattempo segmenti del mercato, agenzie di marketing elettorale. Hanno liquidato i loro apparati, disperso le figure dei militanti, messo al comando un leader dotato di capacità comunicative, in grado di vendere efficacemente messaggi nella società dello spettacolo.
Ma tra i tanti effetti che questa trasformazione ha prodotto negli ultimi decenni ce ne uno, in particolare, che ci porta diritti al cuore dei nostri problemi attuali. La scomparsa in Italia di un grande partito popolare di massa, ha significato, tra tante altre cose, la perdita irrimediabile che operai e ceti popolari hanno subito della loro tradizionale rappresentanza politica: lo smarrimento di un punto di riferimento ideale e culturale di rilevante portata. Pur non volendo mitizzare il ruolo del PCI, ricordo che la sua stessa presenza, le sue sezioni e circoli e cellule insediati nei territori e nei luoghi di lavoro significava, per milioni di lavoratori, che la durezza della loro fatica , i conflitti di fabbrica, le rinunce quotidiane si inscrivevano tuttavia dentro un percorso di emancipazione collettiva, proiettato nel futuro, che dava significato anche alla più opaca ed emarginata delle vite.
Ma la presenza del sindacato e del partito nel territorio, dava senso alla vita e alla lotta quotidiana anche per un'altra ragione: perché essi indicavano le cause economiche, politiche e di potere che si frapponevano a una migliore condizione di vita, alla emancipazione dei lavoratori. C'erano scelte padronali, politiche governative, insomma avversari visibili all'origine dei loro bassi salari, dei ritmi di sfruttamento sul lavoro, della mancanza di case e di scuole. Ebbene, negli ultimi decenni, questo orizzonte sindacale e politico che orientava il comportamento e la vita stessa di milioni di lavoratori è quasi scomparso. Si è smarrito il fine, il significato politico generale del conflitto. E si è verificato quel fenomeno che io chiamo l' occultamento del nemico interno. E' scomparsa una controparte ravvicinata e visibile contro cui lottare e al suo posto è stato insediato un nemico sfuggente e imprendibile: la globalizzazione. A un certo punto, di fronte alla perdita del lavoro, al dilagare degli impieghi precari, all'intensificazione dei ritmi di fatica, si è incominciato a dire: 2è la globalizzazione”, come un tempo si diceva 2è la vita”.
Ebbene, questa perdita di una controparte da affrontare con la razionalità della lotta sindacale e politica ha avuto un esito gravemente sottovalutato dai vecchi partiti della sinistra. Essa ha consentito che il disagio popolare si trasformasse in risentimento. E il risentimento – come ha osservato Richard Sennet – 2è un forte sentimento sociale che tende a staccarsi dalle sue origini economiche e a trasformarsi in altre dimensioni”. E da noi, soprattutto nelle regioni del Nord si è ampiamente trasformato. Grazie all'iniziativa di un gruppo politico, la Lega – che ovviamente è sorta sulla base di squilibri reali, come mostrò a suo tempo Ilvo Diamanti - il risentimento ha trovato dei capri espiatori, che sono stati, di volta in volta, dei nemici esterni alla comunità: “Roma ladrona”, il “Sud parassitario”, e ora i gli extracomunitari, i clandestini, i disperati che il capitalismo senza freni getta quotidianamente sul mercato mondiale del lavoro.
Esiste dunque, un rapporto diretto, tra la trasformazione dei partiti e le divisioni interne, lo scollamento della nazione. Esso dipende direttamente dall'eclisse di un progetto di società che teneva insieme, pur nel conflitto e grazie ad esso, le diverse classi sociali, indirizzandole a traguardi di interesse comune. Scomparso l'interesse generale, affidato all'automatica ricomposizione della mano invisibile del mercato, il risentimento popolare viene facilmente veicolato contro il capro espiatorio del nemico esterno, del clandestino, dei rom, degli zingari, dei meridionali.
Si tratta, del resto, di un fenomeno non solo italiano, ma riguarda in diversa misura un pò tutti i Paesi dell'Europa. Donatella della Porta ha parlato, in proposito di “partiti etno-regionalisti”. Definizione che non si applica alla Lega, la quale non ha nulla di etnico, se non le fandonie mitologiche di una razza celtica assolutamente introvabile. Come sanno gli storici – da ultimo Girolamo Arnaldi – non c'è Paese, in Europa, che abbia subito tante invasioni e rimescolamento di razze e culture come il nostro.
Ma questi fenomeni – quest'uso strumentale delle psicologie collettive a fine di parte - non si neutralizzano soltanto con l'impegno culturale, con la solidarietà agli emarginati, con la contrapposizione ideale al razzismo che ormai ha infettato molti angoli d'Europa. Trovo incredibilmente ingenue le proposte di nuove configurazioni istituzional-territoriali, che dovrebbero ridare un nuovo equilibrio unitario alla Nazione, scongiurare la cosiddetta secessione. Non sta qui il nodo. Inflilarsi in questa strettoia è un gesto di subalternità culturale incomprensibile. L'Italia ha da tempo le strutture decentrate con cui i territori possono esprimere le proprie esigenze particolari, le proprie culture e autonomie. Un assetto che si può migliorare, anche dal punto di vista di una più stringente responsabilità fiscale delle classi dirigenti locali. Ma ricordando che già esistono regioni, provincie, comuni, un'articolazione più che sufficiente delle autonomie. Il federalismo sbandierato dalla Lega, è lo slogan di successo di un ceto politico, di una agenzia di marketing elettorale, che vi ha lucrato il suo spropositato potere, ma costituisce una pretesa erronea e storicamente infondata.
Il federalismo, come termine, fa un un grande effetto propagandistico, nulla di paragonabile al grigio lemma regionalismo, che sarebbe più appropriato, ma allude a qualcosa che esiste già e non raccoglie, poi, così tanto consenso. Ma la radice latina del termine, foedus, cioé alleanza, tradisce e denuncia la menzogna concettuale che è alla base della proposta leghista.Il federalismo dovrebbe unire, in un certo modo, ciò che è diviso: esso era proponibile al momento dell'unificazione nazionale, non oggi che la Nazione è unita e per giunta articolata in regioni.
In realtà si trasferiscono a livello di territorio alcuni grandi problemi del nostro tempo ormai ben visibili. La Lega ha potuto rinfocolare e rappresentare l ' egoismo dei territori anche grazie al disancoramento dei partiti storici della sinistra dalla loro base sociale e di classe. Il venir meno della loro forza rappresentativa ha contribuito a occultare le ben più gravi disuguaglianze verticali che attraversano e lacerano il corpo della società italiana. Nel 22008 - ha ricordato uno studio della Banca d'Italia - la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10 per cento della ricchezza totale, mentre il 10 per cento più ricco deteneva il 44 per cento della ricchezza complessiva. “ Disuguaglianze che passano tra il Nord e il Sud, ma anche tra imprenditori e operai. Ricordo che all'interno dei 30 Paesi paesi dell' OCSE i salari degli operai italiani figurano al 23° posto per livello di retribuzione. E noi siamo una delle grandi potenze economiche del mondo. Esiste dunque una divaricante asimmetria di classe, che si stenta a vedere e che talora, anche in buona fede, si stempera nelle grandi metafore territoriali. Si parla di Nord, ma il Nord è fatto solo di piccoli imprenditori ? Si parla di Sud, ma il Sud è fatto solo di imprese criminali? O soltanto di poveri?Spesso usiamo i termini Nord e Sud come i lemmi di una antica retorica che sopravvive a se stessa. Parliamo ancora di Sud come ne parlava Salvemini, ai primi del Novecento. Ma il Sud è una società stratificata, divisa in classi, ci sono i poveri, ma anche i ricchi e i ricchissimi, come in tutte le società avanzate del nostro tempo.
L'altro problema nascosto dall'egoismo dei territori è un mutamento storico che fa epoca: il declino dello Stato-nazione. L'unificazione mondiale dei mercati, il sovramondo delle transazioni finanziarie, l'emergere di quelle nuove Compagnie delle Indie che sono le multinazionali, la formazione dell'Europa, hanno ridotto e ridurranno sempre di più l'autonomia dello Stato-nazione. E' questa la grande sfida cosmopolita che si para davanti a noi. Ad essa, tuttavia, né l'Europa degli ultimi anni, nè il ceto politico dei singoli Stati mostra di sapere rispondere. E l'assenza di un orizzonte più avanzato di raccordo tra le genti e le culture che si muovono nella scena mondiale crea spaesamento, induce a rifugiarsi negli spazi stretti delle identità locali. Non nego che i territori costituiscono dei presidi importanti di resistenza contro l'omologazione culturale trionfante. Sono effettivamente un grande punto di forza, soprattutto in Italia. Ma essi devono accrescere i legami orizzontali, non rinchiuderli. Nello spazio dell'economia mondiale servono nuove configurazioni sopranazionali, non il ritorno alla frammentazione preunitaria. E noi italiani dovremmo essere i più pronti a comprendere quale grande passo indietro sarebbe, innanzi tutto per la società del Nord e poi per l'Italia intera, una secessione. In un 'epoca in cui le economie vivono nel grande mare globale, l'idea di una autosufficienza mercantile di un pezzo, sia pur prospero, di territorio è una pericolosa 'illusione. La crisi che ha sconvolto il capitalismo mondiale in questi ultimi 3 anni ha mostrato, con dati ampi e inoppugnabili, che senza la concertazione di tutti gli Stati-nazione l'economia internazionale si sarebbe dissolta nel caos. Nessun mercato può fare a meno di un governo politico dei fenomeni economici. Quello italiano meno che mai, e gli ultimi vent'anni di storia nazionale lo provano ampiamente. Mai nell'ultimo mezzo secolo l'Italia era apparsa così lacerata e disorientata, priva di slancio e di progetti. E questo mostra quanto sia urgente oggi riconciliare il Paese con la Nazione, ridare allo Stato il suo ruolo di garante della solidarietà sociale e di equo redistributore della ricchezza. E' una condizione decisiva perché l'Italia pervenga non certo all'unità, ma per lo meno a quella cooperazione interna che sola le può consentire di dialogare con i grandi attori della scena mondiale, portare il contributo originale delle sue culture
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Silvio Messinetti
Comitati territoriali, migranti da Castelvolturno, network sociali, associazioni come Libera, Arci e Legambiente. E ancora: intellettuali, storici, giuristi, sindacalisti Fiom e gli operai Melfi e Pomigliano. Nella cittadina casertana lo «spirito» dei forum sociali
Chi è stato a Firenze, ai tempi del social forum, dice di trovarci la stessa atmosfera. In effetti, sembra di esser tornati a dieci anni fa. Cambia il luogo e diversa è l'ambientazione: Teano non è Firenze ed altra è la fase storica, con la sinistra politica ancora alle prese con l'elaborazione del lutto per una sconfitta epocale. Mancano i partiti - l'ennesimo colossale errore - e le organizzazioni straniere. Per il resto qui, a Teano, è un melting pot di sigle e formazioni sociali. Ci sono i comitati territoriali (gli aquilani del 3.32, i pendolari dello Stretto, il Comitato pro Salvia e quello contro la centrale di Pannitteri nel parco del Reventino, per citarne qualcuno), i movimenti dalla tradizione consolidata (i no Tav, i no Ponte, Action, il Forum italiano dei movimenti per l'acqua), i gruppi dell'altraeconomia e quelli dell'antimafia. C'è la comunità migrante di Castel Volturno e l'antirazzismo di Terre di Mezzo di Milano e Nosotras di Firenze. Ci sono i network sociali (rete@sinistra e Forum per la sinistra). In prima fila storiche associazioni (Libera, Arci, Legambiente, Mani Tese). Partecipano intellettuali, storici, magistrati, avvocati, i sindacalisti della Fiom, e gli operai di Melfi, Pomigliano e Termini Imerese (vedi articolo a fianco). E, insieme a loro, tanti singoli attivisti (quasi 500 finora si sono registrati) accorsi nel borgo casertano perché, dicono, «un'altra Unità è possibile».
Teano li accoglie tappezzata di tricolori. In nome di una nazione non nazionalista, su un'idea di popolo non populista. Fuori dalla chiesa sconsacrata dell'Annunziata, fulcro logistico dell'evento, è un via vai di militanti. Tutti alle prese col patchwork di incontri, dibattiti, gruppi di lavoro e seminari. Dislocati nelle sale di palazzi d'epoca e nei locali del museo archeologico. E poi ci sono le plenarie, ad alto respiro ed affollate. Come l'assemblea coordinata da Paul Ginsborg su "Verità e Riconciliazione", per fare i conti con la nostra storia; quella introdotta da Piero Bevilacqua, dedicata al bilancio storico dello stato nazionale; quella sui beni comuni, curata da Paolo Cacciari. Spiccano i tanti workshop: sulla sovranità alimentare e quella energetica, sui nuovi cittadini italiani, su mobilità e grandi opere, sulla dimensione euromediterranea, sul disastro ambientale e l'innovazione sociale, sui tanti sud del mondo in vista di Cancun 2011, sull'Italia come categoria letteraria, sulla formazione scolastica alla presenza degli studenti del Casertano. E, naturalmente, il confronto tra nord e sud «per capire dove va l'Italia» con Luigi Ciotti, Riccardo Iacona, Marco Revelli, Gianfranco Bettin.
Nonostante la pioggia e il tempo inclemente, c'è tanta voglia di nuova politica. Dal basso, partendo dai mille comuni impegnati nelle buone pratiche di solidarietà ed accoglienza. Perché se questa Italia, in 150 anni di storia patria, è riuscita davvero male, a Teano si prova a ricominciare da capo. Dai tanti presìdi di resistenza al saccheggio del territorio sparsi per lo Stivale. Dalle lotte per la difesa dei diritti e la dignità del lavoro. Dalle molte esperienze di economia solidale. Dalle voci dell'informazione autonoma. Dai comitati di cittadinanza attiva. Che non vogliono più saperne di Berlusconi ma, ancor di più, del berlusconismo. In nome di un protagonismo collettivo e dal basso. Non gridato, ma praticato sui territori. Da qui potrebbe nascere un'altra Italia, autoconvocata. Come quella dei sindaci che domenica si sono dati appuntamento nell'Annunziata per stringere un patto solenne di fronte ad una platea piena di camice rosse. Una sfilata di amministratori illuminati, in prima linea nella lotta per l'acqua pubblica (Anna Maria Bigon da Povegliano Veronese e Bengasi Battisti da Corchiano), nell'antirazzismo (Ilario Ammendolia da Caulonia e Mimmo Lucano da Riace), nel pacifismo (Sergio Gori da Quarrata e Eugenio Melandri da Genzano), nella battaglia antimafia (Giovanni Di Martino da Niscemi), nella raccolta differenziata (Enzo Cenname da Camigliano), nella cura del territorio (Domenico Finiguerra da Cassinetta di Lugagnano), nella cooperazione decentrata (Claudio Bertalot da Torre Pellice), nel buon mercato (Rossella Blumetti da Corsico), nella filiera corta (Gianluigi Surra da Carmagnola), nelle buone pratiche (Mario Cicero da Castelbuono).
Una Carta di Teano fondata su un'idea di democrazia sociale. Per la quale non tutto è misurabile col denaro, non tutto è mercificabile. C'è quest'Altra Italia a Teano che chiede di poter gestire i beni comuni, naturali e culturali, di non privatizzare l'acqua, di non incentivare modelli produttivi e di consumo per i mercati globali, di non sventrare i territori per l'alta velocità di pochi e l'immobilità di molti, i pendolari, di non cementificare con new town e sedicenti grandi opere.
A sera, il corso di Teano brulica di attivisti. Conclusi i dibattiti, Piazza Duomo accoglie i tanti banchetti delle organizzazioni. La mensa popolare è allestita presso l'Istituto alberghiero. Domani (oggi per chi legge ndr) si chiude. Verrà letto il Patto per una Nuova Italia alla presenza delle tante reti comunali (Enti Locali per l'Acqua bene comune, Rete comuni solidali, Associazione comuni virtuosi, Associazione Comuni dei Parchi, Rete Nuovo Municipio, Coordinamento Enti Locali per la pace e i diritti umani, Avviso Pubblico). A seguire l'assemblea plenaria sulla "Lotta alle mafie come Lotta di liberazione nazionale" a cura di Libera e del manifesto con Luigi Ciotti, Angelo Mastrandrea, Stefano Pisani (vicesindaco di Pollica-Acciaroli) e Mario Martone.
Infine recital teatrale dello "storico incontro" con Enzo Scandurra e Renato Nicolini. Per una Unità dal basso, contro i leghismi del nord e del sud.
MOVIMENTI
Da Teano a Cancun
Pensando a Terzigno
di Giuseppe de Marzo
C'è un nesso tra le mamme ed i cittadini impegnati contro la discarica di Terzigno, stretti tra la camorra e l'assenza dello Stato, e quanto succede in questi giorni a Teano, dove un'altra Italia si ritrova per provare a riscrivere dopo 150 il senso del nostro stare insieme? C'è un nesso tra questi due fatti e le centinaia di migliaia di lavoratori e cittadini che il 16 ottobre scorso hanno risposto all'appello della Fiom per difendere diritti, lavoro e democrazia? E tra questi e quanto avverrà a Cancun, in Messico, dove a fine a novembre i governi del mondo si incontreranno per affrontare la tragedia dei cambiamenti climatici, mentre i movimenti del mondo promuoveranno un foro alternativo? I nessi ci sono e sono evidenti. Ormai la crisi strutturale del sistema capitalista miete sempre più vittime, reclama sempre più sacrifici sull'altare del profitto dove tutto quello che pensavamo di aver conquistato in un secolo di lotte e di socialismo giuridico viene piegato e scomposto. Questo modello di sviluppo è insostenibile e sempre più persone se ne rendono conto sulla loro pelle, costretti a difendersi da uno Stato che in assenza di una vera opposizione politica rischia in maniera evidente e pericolosa una deriva autoritaria, come dimostra l'aggressione illegale contro la comunità di Terzigno che si batta per il diritto alla salute, o le sciagurate dichiarazioni incendiarie del ministro degli interni sulla manifestazione del 16 ottobre. Viviamo in un sistema costituzionale costruito sul diritto al lavoro, mentre quello che ci viene proposto dall'amministratore delegato Fiat e dalla Confindustria ripropone uno schema medioevale fatto di perdita di diritti e di salario, poca o nessuna sicurezza e competizione esasperata per fomentare una guerra in basso. E mentre la politica non affronta le questioni centrali, rimangono i movimenti, i comitati, le associazioni, i sindacati e la società civile ad organizzare riflessioni, analisi, mobilitazioni, conflitti e proposte su come uscire dalle crisi. Ed è questo uno dei temi centrali dell'incontro di Teano, che ribalta la retorica savoiarda dei vincitori e prova a fare un esercizio di analisi e pratica politica alla luce del leghismo rampante che appare aver avvelenato molte delle relazioni tra nord e sud.
Se si vogliono affrontare le questioni legate ai rifiuti, al federalismo fiscale, al diritto al lavoro e alla difesa del contratto nazionale, all'istituzione del reddito di cittadinanza ed alla salvaguardia dei beni comuni a partire dall'acqua, dobbiamo prendere visione della portata della crisi, dell'impatto che ormai questa ha anche nelle nostre vite quotidiane e dell'impossibilità della governance globale di cambiare lo stato di cose. La dimensione delle crisi è globale ed intreccia il particolare con l'universale, mettendolo in relazione. Queste crisi non possono essere risolte con gli strumenti del modello capitalista. È questo il punto, evidente e visibili nei tanti conflitti sociali ed ambientali esplosi in questi anni in tutto il mondo (la lista sarebbe infinita).La crisi ecologica può essere fermata non con una mano di vernice verde sulle produzioni, come qualche furbetto della cricca vorrebbe, ma solo se si mettono in discussione i meccanismi di produzione, distribuzione e consumo. La "green economy" rischia di essere una scatola vuota o addirittura controproducente se non affronta le questione centrali legate a quale sviluppo e sistema economico oggi sia compatibile con la sostenibilità e con i limiti imposti dal pianeta e dalle crisi. Cosa sono oggi dunque le "forze produttive" e come si possono organizzare è un altro dei temi centrali. Ecco perché le risposte a Cancun non arriveranno dall'incontro del Cop 16. A prescindere da cosa preferiremmo, non rimane come opzione che quella di organizzare un campo planetario capace di dare le risposte che l'umanità anela e di cui ha un disperato bisogno. Se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno. La governance globale ha già fallito a Copenaghen, sulla crisi alimentare, su quella energetica, su quella finanziaria, su quella migratoria e su quella economica; purtroppo fallirà anche a Cancun. Queste crisi possono essere superate solo attraverso la costruzione di un modello che metta la giustizia ambientale e sociale al centro della costruzione del proprio paradigma di civilizzazione. Questo afferma la società civile a Teano, come quella che sta organizzando Cancun. E queste sono le risposte che cercano i milioni di italiani precari e disoccupati, le mamme di Terzigno, i pastori sardi, i comitati dell'acqua, i maestri ed i ricercatori, tra gli altri. Chiedono di migliorare le condizioni materiali, peggiorate enormemente con le crisi, e di rispettare i loro territori ed i loro beni comuni: la memoria stessa di una comunità.
Abbiamo bisogno di fare un salto in avanti che ci proietti finalmente verso il futuro. Abbiamo bisogno di una nuova teoria dell'emancipazione sociale, di una Democrazia della Terra. Abbiamo bisogno di farci domande nuove e di costruire vocabolari nuovi. Ed a questo esercizio non possono sottrarsi le forze della sinistra, che rischiano la marginalizzazione dalla storia. Il terreno di confronto su cui ricostruire un campo ed un'appartenenza sta nella scelta del bene comune e della giustizia sociale ed ambientale come assi della riscrittura del contratto sociale. Oggi la liberazione dell'uomo passa indissolubilmente per la liberazione della Terra.
* Portavoce A Sud - www.asud.net
UNITÀ D'ITALIA
La società «operosa» che vuole
ricostruire l'Italia dal basso
di Andrea Bagni
In occasione della visita dell'imperatore russo «il ministro degli affari esteri credeva di poter mostrare i benefici effetti della sua amministrazione, imbiancando le facciate degli edifici pubblici ... e nascondendo altresì agli sguardi i cenci degli infelici». Era regola la confusione dell'interesse privato con quello pubblico, cioè della «persona del principe». È un brano citato da Della odierna moralità politica nelle Due Sicilie di Claudio Fracassi. Si parla dell'Italia dei Borboni alla vigilia del 1860. Non sembra di essersi allontanati più di tanto. Siamo sempre alla persona, anzi al corpo, del principe. Ai suoi vizi, così privati così politici, che tengono occupate le menti dei sudditi: distratte, snervate, sepolte, cieche, divise. Oppure rabbiose, ma sempre in qualche modo subalterne: prigioniere dello specchio oscuro di una sovranità perversa.
Anche Marchionne con i suoi pulloverini rappresenta bene questa modernità iper-aziendale e insieme neofeudale: il lavoro ridotto a merce disponibile a piacere, senza contratti o sindacati, in un rapporto individuale servo-padrone. Il parlamento pieno di domestici servitori (vincolo di fedeltà personale, concessione di un beneficium, immunità). Le fabbriche pure. Forse ha ragione Bascetta quando sostiene che fa parte dello stesso scenario, della stessa grammatica separata dalla società e dai suoi disastri, l'ipotesi di grandi alleanze di salute pubblica. Modello Cln. Bisognerebbe in qualche modo spostarsi, giocare altrove un altro gioco. Però non mi sembra che possiamo immaginare luoghi conflittuali incontaminati, al riparo per l'urgenza dei bisogni da un ordine simbolico che privatizza desideri e sogni. Esistono eccome gli operai, ma appartengono molto diversamente alla classe operaia. È l'immaginario che è devastato, colonizzato, destrutturato. Il lavoratore di Videocracy progetta la sua emancipazione nel reality show: come faccio a dire a una ragazza che sono uno che lavora al tornio otto ore al giorno, chi uscirebbe con me. La destrutturazione non è solo socio-economica, è anche antropologica. Fra istituzioni violentate dal berlusconismo e nazione declinata stile Adro - qui siamo padroni in casa nostra - sembrano restare sul campo solo moltitudini frammentate, sgomente. Ma non rassegnate.
Secondo me bisogna ripartire da qui. Comunque. Da una democrazia creativa, all'altezza delle solitudini globali, vissuta in questa forma singolare, maschile e femminile, fondata su relazioni ravvicinate, non solo "di massa". Da una nazione oltre lo stato-nazione e senza nazionalismo. Interamente politica, cioè aperta agli attraversamenti. Da una cittadinanza fondata sull'esserci in un territorio, oggetto della legge e dunque soggetto della legislazione. Un concetto di cittadinanza fondato su relazioni che nascono dall'appartenenza alla polis, in un certo senso artificiali ma perché umane. Per questo tessuto civile e politico la natura, il lavoro, il sapere - beni comuni - non sono né proprietà pubblica, dello stato, né proprietà privata, del capitale, perché non sono proprietà autoritaria di qualcosa d'altro che decide altrove. Sono luogo di incontro e dialogo di una collettività che partecipa, di una società costituente, di una comunità che viene.
C'è una società "operosa" che è società politica, forse l'unica politica oggi, che esiste come soggettività diffusa anche se non ha rappresentanza istituzionale. È questa nazione decente che si è incontrata a Teano per riprovarci ancora, dal basso, a tessere un po' le fila di un'altra Italia - né sabauda né leghista né borbonica. Nel disastro degli Stati, dei nazionalismi e dei populismi, forse un popolo e una nazione possono incontrarsi. Fare altri discorsi, costruire altre grammatiche. Spostarsi e spostare. Vediamo.
Da questa sera parte a Teano l'incontro nazionale per rilanciare l'Unità d'Italia a 150 anni dallo storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II. La manifestazione terminerà il 26 mattina, che è il giorno dell'incontro storico che sancì l'annessione del Mezzogiorno. Non si tratta di una delle tante celebrazioni che si terranno per ricordare il 150° anno della nascita dell'Italia. Si tratta di una scommessa, di una sfida che ha una serie di obiettivi ambiziosi. Non è un caso che questa grande manifestazione che mette insieme tante realtà sociali e culturali del nord e del sud del nostro paese non abbia ricevuto un euro da Giuliano Amato, coordinatore nazionale del Comitato per i 150 anni dell'Unità d'Italia, che gestisce 16 milioni di euro per i festeggiamenti. In fondo, a pensarci bene è un riconoscimento al valore politico e culturale di questo incontro. Vorremmo invece ringraziare i tanti che ci hanno sostenuto, le decine di volontari, reti municipali (da Recosol ad Assiso Pubblico alla Rete dei Comuni Virtuosi,all'Ancip), associazioni grandi e piccole (da Libera a l'Arci a tante altre) , diverse ed importanti categorie sindacali della Cgil e della Cisl, la Banca Etica di Padova, last but not least, il comune di Teano che ci ha ospitato con grande generosità e l'Anci che ha patrocinato l'iniziativa. Una iniziativa unica nel suo genere, complessa per la etereogenità dei soggetti coinvolti, che ha diversi obiettivi che in estrema sintesi possiamo qui ricordare.
Il primo: fare i conti con la nostra storia, a partire dalle ferite profonde inflitte alle popolazioni meridionali, per restituire agli italiani una memoria condivisa, una visione della nostra storia ben diversa da quella che ci viene ancora oggi propinata nei testi scolastici. Non per suscitare una voglia di rivalsa, ma per collocare nella giusta luce la storia del Mezzogiorno all'interno della storia nazionale. Una memoria condivisa per costruire un futuro comune.
Il secondo: prendere coscienza del fatto che questo nostro paese rischia di dividersi, di spaccarsi tra leghe del nord e partiti del sud, con il pericolo reale di rimettere indietro le lancette della storia. A rimetterci sarebbero innanzitutto i lavoratori ed i cittadini tutti, schierati gli uni contro gli altri, un film che abbiamo già visto in anni recenti (la ex Jugoslavia docet).
Il terzo: l'Unità d'Italia non si ricostruisce con le belle parole, ma con un Progetto-paese che ci faccia uscire insieme dalla crisi economica-sociale e morale più pesante della storia repubblicana. Dentro l'attuale modello di sviluppo il Mezzogiorno non ha spazio, non ha ruolo, è diventato solo un costo. In un altro modello economico e sociale il Mezzogiorno può divenire una variabile strategica per tutta l'Italia. È questo progetto che nelle prime due giornate di Teano cercheremo di disegnare per grandi linee, a partire dalla scelta strategica della sovranità energetica ed alimentare che riduce la nostra dipendenza dall'esterno ed abbisogna delle grandi potenzialità del Mezzogiorno in questi settori vitali.
Il quarto: promuovere sinergie, dialogo, convergenze tra forze sociali, economiche e culturali diverse. Partendo dal presupposto che solo una vasta unità di forze sociali e culturali ci può produrre una più ampia unità territoriale nel nostro paese. Per questo a Teano si incontreranno sindacalisti della Cgil e della Cisl e Uil, operatori economici e sindaci, esponenti del mondo del volontariato e dell'associazionismo di cui è tanto ricco questo paese.
Il quinto: sottoscrivere un patto ideale e concreto a partire dai sindaci, espressione primaria della democrazia. Il Patto di Teano verrà presentato domenica mattina e per ognuno dei dieci punti ci sarà una testimonianza concreta delle amministrazioni locali che già lavorano in quella direzione. Obiettivi di lungo periodo che si coniugano con obiettivi immediati, su quello che ognuno può fare hic et nunc.
Il sesto: fare a Teano i primi passi di un cammino di rinnovata unità nazionale fondata su diritti di cittadinanza irrinunciabili - dalla sanità alla scuola al lavoro - che devono costituire limiti e paletti di qualunque forma di federalismo. Diritti che vanno estesi ai nostri nuovi concittadini, figli di immigrati nati in Italia, che vivono da sempre in Italia, ma sono considerati stranieri per un assurdo ed arcaico ius sanguinis.
Il settimo: la festa. A Teano tanti artisti di fama nazionale si esibiranno nella tre serate dando all'incontro di Teano il calore della festa, dell'incontro tra culture diverse unite da ideali comuni.
Questo ci aspettiamo dalle giornate di Teano e rivolgiamo un appello a tutti: chi può partecipi. La Nuova Unità d'Italia si costruisce dal basso, con il concorso di tutti gli uomini e le donne che amano questo paese.
“Caro Marcello, faremo il Ponte sullo stretto di Messina.” Anch’io, come milioni di cittadini, ho ricevuto in campagna elettorale la lettera ‘personalizzata’ di Silvio Berlusconi, che iniziava con questa promessa: sono convinto che l’uomo di Arcore farà di tutto per mantenerla, a costo di confondere Scilla e Cariddi con qualche attore.
Non bisogna andare molto lontano per capire cosa ci aspetta, per cogliere i rischi che la vittoria del Cavaliere – e del Movimento Autonomista Siciliano di Raffaele Lombardo – consegna al nostro paese e alle forze che hanno a cuore la tutela del paesaggio e dei beni culturali. Il sistema di funzioni attive in una struttura orientata verso il profitto e il potere porterà, in breve tempo, alla piena comprensione di cosa intendano per tutela del paesaggio e impatto ambientale la Presidenza siciliana, i gruppi culturali di Marcello dell’Utri, le esperienze maturate nella Valle dei Templi e nella speculazione edilizia delle coste della Trinacria assieme alla santificazione dei condannati per attività mafiose.
Ma il quadro sarà più ampio, e saprà coniugare spinti regionalismi con fermi centralismi. Siccome negli ultimi decenni la vertiginosa accelerazione dei tempi di produzione e comunicazione rende paesaggio smemorato quanto successo solo pochi anni fa, toccherà ricordare il sistema di scatole cinesi noto come Patrimonio S.p.A. / Infrastrutture S.p.A. /Agenzia del Demanio. Nel 2002 la regia di Giulio Tremonti e la sotterranea costruzione, già da tempo in atto, elaborata da Domenico Siniscalco, poi ministro del Polo (vi contribuirono, se non ricordo male, anche uomini come Sella e Sabino Cassese), cercò di fare cassa con le famose cartolarizzazioni dei beni culturali e ambientali al fine di finanziare le grandi opere. Su tutte, proprio quella del ponte sullo stretto di Messina.
La costruzione di tale sistema fu dirompente ed esemplare: l’attacco al cuore della tutela avveniva non tanto con la vendita di un patrimonio una volta considerato indisponibile (varco aperto qualche anno prima da ministri progressisti come Giovanna Melandri), quanto sottoponendo i Beni e le Attività Culturali al Tesoro, e, successivamente, le valutazioni di impatto ambientale e tutte le leggi esistenti – nei casi di emergenza – alla Protezione Civile, sotto la guida della Presidenza del Consiglio. Il processo è il controllo da parte dell’Esecutivo, come in altri gangli delicati della Repubblica (ad esempio, la Magistratura). Un’interpretazione creativa (meglio della finanza) degli indirizzi di Licio Gelli e della Loggia P2. I piani, probabilmente, torneranno a incontrarsi, sia per l’ambiente che per i beni culturali e paesaggistici, sia per i magistrati. Si ripartirà da qui?
Sull’ambiente si annuncia un ridimensionamento – apparentemente sarà negato – delle energie pulite attraverso il rilancio del nucleare, l’attacco al sistema coste ed un investimento deciso nei ‘termovalorizzatori’ e nelle biotecnologie (non certo ogm free). Sulla cultura, a rischio i ‘paesaggi culturali’ attraverso una gestione aggressiva dell’urbanistica nel territorio e una complessiva mercificazione, affiancata da un indebolimento del sistema di tutela, del patrimonio culturale.
Dovremo aspettarci una strategia ben preparata che agirà su diversi piani, orchestrando una de-regulation giocata ancora attorno al titolo V della Costituzione, e, nel contempo, un forte controllo centralista da parte del Tesoro e dell’Esecutivo. Punto di attenzione dovrà essere di nuovo il Codice dei Beni culturali e del paesaggio: si cercherà probabilmente di modificare ancora gli elementi di maggior garanzia e di utilizzare i suoi punti deboli.
La sinistra, sconfitta istituzionalmente, ha il dovere di rimettere al centro, e con maggiore forza, il concetto della natura pubblica e comune delle ‘cose’ di interesse artistico, archeologico, storico, architettonico ed etnografico, dei paesaggi. In tale quadro, sarà interessante nuovamente il caso Sardegna, dove ci attendiamo un progressivo attacco al sistema di tutela delle coste, già annunciato da una destra galvanizzata dai forti risultati galluresi e dalla subalternità al ‘modello lusso’ recentemente ribadita nell’operazione G8-La Maddalena. Penso anche che sarebbe opportuno ripensare con molta cautela il cosiddetto passaggio di competenze nei beni culturali: come si è visto, il quadro politico è mutevole, e in questo periodo storico, non certo ad egemonia progressista, meglio sarebbe non consegnare a possibili gestioni conservatrici il territorio, per giunta in un quadro dove le istituzioni della tutela appaiono indebolite. Pericolo che a sinistra non è stato generalmente colto e talora è stato irresponsabilmente favorito. Si prospetta perciò uno scenario assai incerto, poco solido e attraversato da contraddizioni interne drammatiche, esplose con particolare evidenza nel caso Tuvixeddu.
Come attrezzarsi a questo difficile scontro, dopo la scomparsa istituzionale della sinistra, è evidentemente una domanda lecita. Intanto seguendo con attenzione gli eventi, allargando la rete comunicativa e sociale (con posto di rilievo all’associazionismo), costruendo alleanze internazionali in questa direzione. Sul territorio, incrementando, come mostrato con successo da alcuni Enti Locali, l’acquisizione al patrimonio pubblico delle aree monumentali e naturali di pregio.
Sarà soprattutto essenziale che ognuno dal suo posto di lavoro – dirigenti e quadri della tutela, della scuola, della ricerca – intensifichi l’impegno professionale, che sappiamo inseparabile da quello etico, nella difesa del patrimonio culturale e paesaggistico nazionale.
Un decalogo per ambiente, territorio e paesaggio. Dieci questioni - dal tumultuoso incedere del cemento alle politiche energetiche, dai rifiuti alla tutela dei beni culturali - che la rete dei Comitati toscani, nata dopo la denuncia dello scempio di Monticchiello, in Val d´Orcia, ha messo a punto in questi giorni di campagna elettorale, imputando un po’ a tutti gli schieramenti un caduta di tensione. È un documento composito, che va anche oltre la scadenza del voto, una delle prime elaborazioni della vasta ramificazione di comitati che dalla Toscana si è estesa in altre regioni - le Marche, l’Umbria, la Liguria, il Veneto, la Lombardia - coinvolgendo ormai parecchie migliaia di persone.
«Partiamo dalla premessa», spiega Alberto Asor Rosa, che della rete è stato il promotore, «che l’ambiente, in un paese ricco di eredità, ma fragile e vulnerabile, è al tempo stesso un bene primario e un obiettivo primario. Detto in altri termini: è il metro di misura da cui far discendere la credibilità e la sostenibilità di ogni programma elettorale».
E ciò non sta accadendo, a vostro avviso?
«Assolutamente no. Qualcuno parla di ambiente e di territorio, ma sembra di ascoltare discorsi che stanno a distanze siderali dai problemi reali. Molti non ne parlano per niente».
Un panorama desolante.
«Nel quale, però, salutiamo con favore l’approvazione delle modifiche al Codice dei Beni culturali. Nonostante alcuni compromessi, dovuti al braccio di ferro fra il Ministero e le Regioni, la nuova versione del Codice contiene meccanismi chiari di protezione del paesaggio, sottraendoli al puro arbitrio comunale e regionale. Le battaglie condotte dalla nostra rete sono fra quelle all’origine di questo ripensamento».
Voi siete favorevoli a un maggior accentramento delle competenze in fatto di tutela?
«La protezione del paesaggio è un processo che riguarda tutti i livelli istituzionali, Stato centrale e Regioni. La Convenzione europea prevede che siano le popolazioni le protagoniste di questa attività, e non solo le popolazioni che risiedono in quei luoghi. Per dirla semplicemente: la tutela della Val d’Orcia è una questione che riguarda anche chi abita in Sicilia. E lo Stato ne è garante. L´idea che a decidere siano solo i residenti o i politici del posto oltre agli interessi economici più immediati è aberrante. E lo è ancora di più quando si spaccia questo per partecipazione».
Uno dei punti chiave del vostro documento è l´arresto del consumo di suolo.
«L’espansione edilizia degli ultimi anni ha assunto proporzioni inimmaginabili. I dati dimostrano che è ormai scollegata da ogni esigenza abitativa. Noi chiediamo che prima di consumare altro suolo, per ogni bisogno che vada al di là di necessità sociali (le case per i giovani o per gli immigrati, per esempio) si riutilizzino strutture esistenti. Non si può spacciare per modernità la costruzione di seconde, terze e quarte case, di villaggi turistici abitati un mese l’anno, di centri commerciali che paralizzano il traffico».
Ma i Comuni sostengono che senza i soldi che incassano grazie a queste concessioni edilizie non possono andare avanti, non hanno fondi per gli asili o anche per pagare gli stipendi.
«È un gioco perverso. Un cortocircuito. Da una parte si incassano soldi, ma poi si dilata sempre più il territorio urbanizzato per cui servono sempre più servizi. E ancora più soldi. La verità è che l’imprenditoria privata è in grado, anche nelle regioni amministrate dal centrosinistra, di imporre scelte urbanistiche ambientalmente distruttive».
Un altro capitolo del vostro documento è dedicato alle grandi infrastrutture...
«...che concorrono a modernizzare l’Italia e a promuovere il suo sviluppo solo se inserite in una programmazione complessiva. E solo - mi permetta un’osservazione apparentemente banale - se fatte bene: l’Italia abbonda di infrastrutture mai terminate o che si sono rivelate del tutto inadeguate. La verità è che dietro alle spinte per realizzare le cosiddette Grandi Opere ci sono interessi di imprese. Prenda la vicenda dell’Autostrada tirrenica, che la Regione Toscana vuole assolutamente realizzare rifiutando l’ipotesi di ammodernare e potenziare l’Aurelia. Noi chiediamo che venga rivista profondamente la Legge obiettivo e che torni la valutazione di impatto ambientale, che ora è limitata al solo progetto definitivo di un’opera».
Voi chiedete la valutazione di impatto ambientale anche per gli impianti che producono energia alternativa.
«Certamente. Noi vogliamo promuovere le fonti energetiche rinnovabili, l’eolico, il solare, insieme a programmi seri di risparmio e di efficienza. Ma la condizione per realizzare impianti energetici è la loro compatibilità con l’ambiente e con il paesaggio. Intere zone della Toscana sono devastate da un uso improprio, fortemente speculativo, delle risorse geotermiche».
Tutti i punti del vostro decalogo si sintetizzano in una richiesta: maggiore partecipazione. Non si rischia in questo modo di allungare i tempi di approvazione di qualunque opera?
«Non confondiamo. Le lungaggini sono di ordine burocratico e amministrativo. Quello che chiediamo è che le associazioni e i comitati possano partecipare alle decisioni che sempre più frequentemente avvengono fuori della pianificazione ordinaria, al riparo da qualunque discussione o dibattito. Le scelte che riguardano stravolgimenti territoriali non possono essere prese nel chiuso di una stanza, lontano anche dai Consigli comunali o regionali, e poi comunicate ai cittadini interessati. Il nostro è un progetto di una democrazia territoriale partecipata».
LA RETE DEI COMITATI PER LA DIFESA DEL TERRITORIO
SI RIVOLGE ALLE FORZE POLITICHE CHE SI PRESENTANO ALLE PROSSIME CONSULTAZIONI POLITICHE GENERALI PER IL GOVERNO DELL’ITALIA
La Rete dei Comitati per la difesa del territorio, nata in Toscana due anni or sono, ma ormai in fase di diffusione sull’intero territorio nazionale, ha scelto di non partecipare alle prossime consultazioni politiche generali del 13 e 14 aprile prossimi e di non dare indicazioni di voto.
Considera tuttavia tale scadenza come importantissima, forse decisiva, per le questioni dell’ambiente e del territorio italiano; e chiede perciò alle forze politiche che vi si presentano, di pronunciarsi sulle questioni che ora noi sottoponiamo loro.
È fin troppo facile, infatti, constatare che, nei programmi di governo fin qui presentati, e nel confuso dibattito che ne è seguito, i temi riguardanti l’ambiente e il territorio italiani sono stati proiettati a distanze siderali da quelli più intensamente affrontati (qualche forza politica non si prova neanche ad affrontarli).
Al contrario, la posizione della Rete insiste su questa primaria e fondamentale
PREMESSA
L’ambiente (il territorio, il paesaggio, i beni culturali, le condizioni della vita, individuale e associata, in tutte le sue forme) rappresenta, in un paese ricchissimo di eredità di ogni tipo ma al tempo stesso fragile e vulnerabile come l’Italia, il bene primario, il problema primario, l’obiettivo primario: il metro di misura, dunque, da cui far discendere la credibilità e sostenibilità dei programmi considerati nel loro complesso (e non viceversa, come solitamente accade).
Accanto all’ambiente noi porremmo, per motivi che si possono facilmente cogliere, quelli della formazione e della ricerca: temi che meriterebbero un discorso a parte, e su cui intendiamo ritornare, ma che abbiamo voluto semplicemente evocare perché fosse chiaro il quadro delle relazioni e della complessità, cui facciamo riferimento.
SEGNALI DI CAMBIAMENTO
Prima di entrare nel merito, tuttavia, la Rete sente il bisogno-dovere di salutare l’approvazione del nuovo Codice del Paesaggio, elaborato dalla Commissione coordinata da Salvatore Settis e sostenuto dal Ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, come un segnale positivo, che inaugura una strada da difendere e rafforzare. Nonostante alcune mitigazioni, seguite al braccio di ferro tra Ministero e Regioni, tale Codice contiene infatti meccanismi chiari e ineludibili di protezione e controllo del paesaggio italiano, sottraendoli al puro arbitrio comunale, provinciale e regionale. Non è secondario per i comitati affiliati alla Rete rilevare che le battaglie da essi sostenute, dallo scoppio del caso Monticchiello in poi (agosto 2006), sono state alla base del processo che ha portato a tale approvazione. È lecito dubitare che ciò sarebbe accaduto se i Comitati non avessero infuso nuova linfa nel movimento ambientalista italiano.
Allo stesso ordine di fattori va ricondotta l’approvazione di quell’emendamento alla Finanziaria 2008, che stanzia una somma rilevante (15.000.000 di euro per tre anni) al fine di demolire insediamenti particolarmente rovinosi all’interno dei siti UNESCO, quand’anche autorizzati.
È la testimonianza che nulla è veramente irrimediabile e che il nesso movimenti-istituzioni può essere totalmente ricostruito su nuove basi, se la spinta è abbastanza forte per farlo.
Si tratta, ovviamente, solo delle manifestazioni iniziali di un processo, che avrà bisogno, per svilupparsi, di una grande chiarezza ideale e di una somma di energia straordinaria, destinata a svilupparsi per canali inusitati rispetto ala vecchia tradizione politico-partitica.
In questa direzione si muovono i seguenti dieci punti, che sottoponiamo per ora all’attenzione delle forze politiche impegnate nella campagna elettorale, chiedendo che esse si pronuncino sul loro spirito e sui loro obiettivi.
PUNTI DI PROGRAMMA
1. Modernità e sviluppo
Le parole ‘modernità’ e ‘sviluppo’ ricorrono nei programmi elettorali dei partiti e in molte regioni sono il viatico di politiche che riguardano l’utilizzazione del territorio e delle sue risorse.
Non è modernità, tuttavia, proseguire o addirittura incrementare il consumo dei suoli non edificati a fini speculativi; non è sviluppo la costruzione di seconde, terze, quarte case e villaggi turistici che distruggono il paesaggio, la grande casa comune degli italiani; non è né sviluppo né modernità la proliferazione di centri commerciali che incrementano il traffico automobilistico e innescano nuove urbanizzazioni in località periferiche. In sintesi, non crea ricchezza durevole il consumo di risorse territoriali senza un progetto adeguato alle sfide del nostro tempo.
Analogo discorso vale per la costruzione di infrastrutture di trasporto, la produzione di energia, lo smaltimento dei rifiuti. La loro programmazione settoriale, la ricerca di fonti energetiche alternative senza una valutazione del loro impatto sistemico, il ricorso esasperato al project financing che spesso comporta una progettazione economica solo dal punto di vista del gestore, sono operazioni che denunciano una grave carenza di una reale modernità che deve essere praticata con approccio olistico, partecipato e tecnologicamente avanzato.
La Rete dei Comitati propone che tutti i consumi di risorse territoriali, ambientali e paesaggistiche che esulano dalla soddisfazione di bisogni sociali (giovani, immigrati, fasce più povere della popolazione) siano subordinati al riutilizzo e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti, a progetti di sviluppo basati sulla ricerca, la formazione, la produzione di servizi, le tecnologie risparmiatrici di energia.
2. Dimensione statutaria del paesaggio
La riforma del titolo V della Costituzione è stata interpretata da molte Regioni, la Toscana in testa, come una patente di autonomia dei Comuni, rispetto a qualsiasi direttiva o prescrizione sovraordinata. La tutela del paesaggio è invece un processo che riguarda tutti i livelli istituzionali e, secondo la Convenzione europea del paesaggio, deve vedere come protagoniste le popolazioni: non solo quelle che ‘abitano là’, ma quelle che sentono legami di appartenenza con quel luogo e quel paesaggio, ciò che a volte vuole dire l’intera umanità. L’idea che a decidere siano unicamente residenti del posto e gli interessi economici più immediati, spesso male interpretati, è aberrante e tuttavia viene spacciata come ‘partecipazione’.
Il Piano di Indirizzo territoriale della Regione Toscana è esemplare a questo proposito, dissolvendo la disciplina paesaggistica in quella territoriale e riducendo il ruolo di Regione e Province a quello di fornire raccomandazioni e indirizzi che possono essere tranquillamente non rispettati dai Comuni cui fanno capo tutte le verifiche di conformità.
La Rete dei Comitati propone che la disciplina di tutela del paesaggio – definita come Pianificazione paesaggistica – sia distinta dalla pianificazione territoriale, anche se a questa organicamente collegata. La tutela del paesaggio deve essere sottratta alla variabilità del piano ed assumere un carattere statutario, di natura costituzionale. Lo statuto del paesaggio, articolato in vari livelli, deve cioè essere considerato un’invariante cioè non modificabile se non mediante procedure particolari in cui sia centrale la partecipazione dei cittadini.
3. Cementificazione del territorio e consumo di suolo
Ad una fase di espansione edilizia che riguardava soprattutto i principali centri urbani ed era giustificata come risposta al bisogno primario di case, è seguita una fase in cui lo sviluppo delle città si è progressivamente scollegato dalle necessità abitative.
All’ulteriore urbanizzazione dei centri urbani si è aggiunto un altrettanto diffuso attacco al territorio rurale, fino a tempi relativamente recenti risparmiato, perché considerato non appetibile, ed ora oggetto di interesse da parte di operatori italiani e stranieri e di capitale altamente speculativo (spesso di dubbia origine), attratto proprio dal pregio del paesaggio e dalla sua attuale “spendibilità”.
L’imprenditoria privata è oggi in grado anche nelle Regioni amministrate dai partiti di sinistra, di imporre scelte urbanistiche ambientalmente distruttive e operare una gestione privata del territorio attraverso offerte alle amministrazioni locali che quando non conniventi hanno una ridotta capacità di resistenza a causa del cronico disavanzo finanziario in cui versa l’intero settore degli enti locali.
La Rete dei Comitati chiede, oltre a quanto già esposto – e cioè che dietro ad ogni consumo di suolo vi sia un progetto di reale modernizzazione – di tagliare il cortocircuito perverso per cui i Comuni sopperiscono alle esigenze di bilancio attraverso gli oneri, di costruzione di urbanizzazione, ritornando a quanto era previsto dalla legge 10 del 1977 (la legge Bucalossi).
4. Grandi opere e infrastrutture
Grandi opere e grandi infrastrutture, come le linee dell’alta velocità, i raddoppi e le varianti autostradali, il ponte sullo stretto di Messina, non sono automaticamente opere che concorrono a modernizzare il Paese e a promuoverne lo sviluppo, dipendendo quest’ultimo dalla qualità delle opere stesse e dal loro inserimento in una programmazione complessiva. L’Italia abbonda di infrastrutture e attrezzature non finite o che si sono rivelate inadeguate rispetto ai loro scopi o addirittura controproducenti.
Dietro alle spinte alla realizzazione di qualsiasi opera e al rifiuto pregiudiziale di ogni voce critica stanno spesso gli interessi economici di grandi imprese talvolta colluse con settori della politica e dell’amministrazione. La vicenda dell’Autostrada tirrenica, dove la Regione Toscana rifiuta pervicacemente di prendere in considerazione l’ipotesi di adeguamento e messa in sicurezza in sede della statale Aurelia (soluzione da lei stessa approvata nel 2000 e già sottoposta con parere favorevole a VIA) è esemplare a questo proposito.
La Rete dei Comitati chiede una profonda revisione della Legge 443 del 2001 (la legge Obiettivo) e del delegato Decreto Legislativo 190 del 2002. Ciò significa, fra l’altro, reintrodurre la possibilità di opzione zero, ora vanificata dal fatto che il soggetto aggiudicatore, oltre che del progetto preliminare è anche autore dello studio di impatto ambientale, mentre la VIA viene effettuata solo sul progetto definitivo. Significa, inoltre, che le procedure della VIA devono reintrodurre la possibilità di un’effettiva partecipazione dei soggetti interessati, secondo quanto disposto dalla Direttiva 337/1985 del Consiglio della Comunità europea.
5. Politiche energetiche
Urge la redazione di un serio e coerente “piano energetico nazionale”, che preveda programmi di risparmio di efficienza dell’energia e la promozione diffusa delle fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico, ecc.), purché la loro realizzazione sia ecocompatibile sul piano ambientale e paesaggistico.
È evidente che occorre uscire dall’era del petrolio e degli altri combustibili fossili, senza per questo ricadere nel pantano, ideologico e pratico, del nucleare. Il metano come combustibile di transizione è accettabile, ma con la garanzia che sia utilizzato in quota percentuale tale da garantire il rispetto dei parametri fissati da Kyoto sull’“effetto serra”. Sono invece incompatibili i “rigassificatori di gas liquido”, perché sono impianti ad alto rischio per l’ambiente e le popolazioni.
Analoghe considerazione andrebbero fatte a proposito della “geotermia”. Ci sono intere zone del paese (per esempio, in Toscana, il Monte Amiata, ma altri casi si potrebbero citare) devastate da un uso improprio, altamente speculativo, delle risorse geotermiche.
Su tutto questo presto bisognerà ritornare. Come nelle proposte di trivellazioni di territori d’alto valore ambientale (Val di Noto, Val d’Orcia), che, dopo un primo momento di arretramento, sembrano tornare alla carica, spesso con l’avallo delle Regioni interessate.
Nell’immediato, la Rete dei Comitati chiede urgentemente che le Regioni rendano obbligatoria la procedura di VIA per tutti gli impianti di produzione di energia alternativa di dimensioni tali da alterare in modo sensibile la qualità del paesaggio e in particolare per i parchi eolici, proprio a causa del loro impatto paesaggistico.
In particolare, per potere meglio definire e approvare un Piano Energetico Regionale, in Toscana si rende necessaria una moratoria sulla localizzazione dei nuovi impianti e una loro valutazione partecipata, che prenda in considerazione il ciclo integrale dell’energia sotto l’aspetto urbanistico, paesaggistico, ambientale e sanitario, al fine di contenerne e diminuirne l’impatto globale sul territorio.
6. Emergenza rifiuti
La dimensione e la drammaticità della “emergenza rifiuti”, verificatasi particolarmente in Campania, ma presenti anche in altre Regioni, i colossali e inutili sprechi di denaro pubblico, l’incompetenza e le collusioni dei vari segmenti del ceto politico, il serbatoio colossale di “autofinanziamento” creatovi ai propri fini dalla delinquenza organizzata, fanno di questo punto uno dei cardini di un programma ambientale nazionale e al tempo stesso sconsigliano da ricette facili e affrettate.
È evidente, sul piano strategico, che occorre elaborare e praticare una diversa politica dei rifiuti fondata sulla loro drastica riduzione (e dunque sull’adozione di un diverso modello di vita), la raccolta differenziata porta a porta, il riciclaggio sistematico con l’adozione di nuove tecnologie non inquinanti (impianti di trattamento a freddo).
Nell’immediato l’uso sorvegliatissimo degli inceneritori deve tendere al tempo stesso alla loro progressiva chiusura ed esaurimento.
È necessario altresì adottare piani regionali di smaltimento, che fronteggino con soluzioni eque e partecipate le reazioni particolaristiche, le quali tuttavia appaiono giustificate in molti casi dallo stato di abbandono e di disagio delle popolazioni più direttamente investite dall’increscioso fenomeno.
7. Politiche dei Beni culturali. Rafforzamento delle sovrintendenze
È evidente che affrontare in maniera corretta in Italia il problema della tutela ambientale comporta anche l’adozione di serie ed efficaci politiche dei Beni Culturali.
Ci limitiamo su questo punto a osservare che, se l’adozione del Codice Settis va considerata un passaggio serio e non semplicemente un manifesto delle buone intenzioni, sarà necessario in tempi brevi operare un rafforzamento massiccio, qualitativo e quantitativo delle Sovrintendenze, alla cui operosità va ricondotto in buona parte l’oggettivo funzionamento di tale meccanismo.
8. Partecipazione
Tutti i “punti del programma” precedentemente elencati risulterebbero vani, se non fossero attraversati e modellati da questo: la partecipazione dei cittadini alle scelte di trasformazione del territorio. Una partecipazione che deve andare ben oltre il consenso e la rappresentazione formale, per divenire occasione di consapevolezza, di vertenza, di difesa ed in particolare di progetto e di nuovi rapporti tra amministratori e popolazione, verso una “democrazia territoriale partecipata”.
A questo proposito la Rete dei Comitati ritiene necessario che sia promossa una reale partecipazione dei cittadini, riuniti in associazioni, nonché delle associazioni ambientalistiche, nell’iter di elaborazione dei piani e soprattutto nelle decisioni, sempre più frequenti, che avvengono al di fuori della pianificazione ordinaria, mediante decreti legislativi delegati, o attraverso conferenze di servizi rese di fatto inaccessibili ai cittadini. Analoga partecipazione deve essere prevista nei procedimenti di valutazione (valutazioni di impatto ambientale, verifiche preliminari, valutazioni ambientali integrate ecc.).
La Rete inoltre chiede che sia disciplinata e resa omogenea la normativa riguardante gli strumenti referendari in modo che sia effettivamente praticabile per tematiche di impatto territoriale e accessibile con certezza del diritto e costi contenuti per i cittadini.
Per quanto riguarda specificatamente la Toscana la Rete chiede che sia rivista in alcune parti la legge sulla partecipazione sia per quanto riguarda il dibattito pubblico relativo ai “grandi interventi”, sia per il sostegno regionale ai processi di partecipazione. Riguardo al primo punto, appare insoddisfacente che il soggetto proponente possa “proseguire a sostenere il medesimo progetto sul quale si è svolto il dibattito pubblico, argomentando motivatamente le ragioni di tale scelta”, ma ignorando nella sostanza quanto emerso in fase di dibattito. Riguardo al secondo punto, bisogna evitare che il sostegno regionale si traduca in una burocratizzazione della partecipazione, e in una contrapposizione manipolata fra gruppi di interesse.
9. Legalità
In Italia il rispetto dei piani e delle leggi è diventato un fatto facoltativo, affidato alla discrezionalità delle amministrazioni. In Toscana, ad esempio, è sempre più diffuso il fenomeno di strumenti urbanistici comunali che non solo ignorano le disposizioni del PIT e dei piani territoriali delle Province, documenti peraltro di mero indirizzo, ma che ostentano una plateale inosservanza della legge di governo del territorio (LR 1/2005) senza che né le Regioni, né le Province vogliano o possano intervenire.
Giusto promuovere la cooperazione dei vari livelli istituzionali, giusto che la pianificazione non sia una cascata di prescrizioni localizzate a dettaglio crescente, ma non si può supporre che bastino le esortazioni a produrre un buon governo del territorio. Una volta sancito un patto, bisogna che questo sia rispettato dai contraenti e il rispetto delle leggi di governo del territorio non può e non deve essere esterno a queste stesse leggi.
La Rete dei Comitati chiede che le Regioni e, in particolare la Regione Toscana, introducano nella legge del governo del territorio procedure di controllo che sanzionino in modo efficace l’inosservanza delle leggi da parte delle amministrazioni locali.
10. L’Ambiente e il Voto
La Rete dei Comitati constata (e lo abbiamo già detto) che nei programmi e nel dibattito pre-elettorale il “grande assente” è l’ambiente: il territorio, il paesaggio, il patrimonio culturale italiano; oppure è ridotto ad un catalogo di genericità e di buone intenzioni (la formula “ambientalismo del fare” sembra preludere purtroppo più a “politiche del fare” che a “politiche dell’ambientalismo”).
La Rete ritiene perciò utile mettere in circolo idee e proposte precise e circostanziate in materia. Chiediamo, per orientarci e orientare, risposte altrettanto precise e circostanziate e a tal fine sollecitiamo la collaborazione degli organi di informazione, nazionali e locali, regionali e locali, al fine di rendere visibile un tale eventuale dibattito.
Le somme, ovviamente, si tireranno nei giorni del voto.
Firenze, 26 marzo 2008
Disse una volta il primo ministro inglese Margareth Thatcher: «La società non esiste». Simile l´impostazione del "pacchetto sicurezza", all´origine di quella "politica militarizzata" sulla quale ha richiamato l´attenzione Giuseppe D´Avanzo. Ma, inviato a Napoli con un ruolo a metà tra il Fassbinder di Germania in autunno (dove la madre del regista invoca un dittatore "buono e giusto") e il Tarantino di Pulp Fiction ("Il mio nome è Wolf, risolvo problemi"), il sottosegretario Bertolaso ha subito dovuto fare i conti proprio con la società, ha dovuto mettere tra parentesi gli strumenti autoritari e si è incontrato con i sindaci, i rappresentanti dei partiti e persino con i rappresentanti dei terribili centri sociali.
Non è il caso di fare previsioni sull´esito di questa partita difficilissima. Registriamo uno scacco della logica militare, ma non lasciamoci fuorviare da un episodio e consideriamo con attenzione il nuovo modello di governo della società affermato con il "pacchetto". È accaduto qualcosa di nuovo, che mette alla prova i principi della democrazia e dello Stato costituzionale di diritto, ponendo l´eterna questione del modo in cui si può legittimamente reagire ad emergenze difficili senza travolgere quei principi. La storia è piena di queste vicende, molte delle quali hanno provocato trasformazioni che, in modo duro o "soffice", hanno alterato la natura della democrazia.
Un punto è indiscutibile. È nato un diritto "speciale", fondato su una sostanziale sospensione di garanzie fondamentali. Una duplice specialità. Da una parte riguarda il territorio, poiché ormai in Campania vige un diritto diverso da quello di altre regioni. Dall´altra riguarda le persone, perché per lo straniero vige un diritto che lo discrimina e punisce in quanto tale, anche per comportamenti per i quali la sanzione penale è chiaramente impropria e sproporzionata o ingiustificatamente diversa da quella prevista per altri soggetti che commettono lo stesso reato.
Colpisce la contemporaneità di provvedimenti che sembrano collocare nella categoria dei "rifiuti" sia le cose che le persone, la spazzatura da smaltire e l´immigrato da allontanare. E tuttavia una distinzione bisogna farla, non per attenuare la gravità di quanto è avvenuto, ma per analizzare ciascuna questione nel modo più adeguato. L´emergenza rifiuti in Campania ha una evidenza tale, una tale carica di pericolosità anche per la salute, da rendere indifferibili provvedimenti urgenti. Ma l´insieme delle nuove regole fa nascere un modello che produce una "eccedenza" autoritaria inaccettabile.
In Campania, in materia di rifiuti, è stato cancellato il sistema del governo locale. Le aree individuate per la loro gestione sono dichiarate "di interesse strategico nazionale", con conseguente militarizzazione e attribuzione al sottosegretario Bertolaso della direzione di tutte le autorità pubbliche: a lui vengono subordinati "la forza pubblica, i prefetti, i questori, le forze armate e le altre autorità competenti", con una concentrazione di potere assoluto davvero senza precedenti. Un accentramento di potere si ha anche per la magistratura, con la creazione di una superprocura per i rifiuti, con la centralizzazione dell´esercizio dell´azione penale e dello svolgimento delle indagini preliminari. La stessa logica accentratrice è alla base dell´attribuzione al solo giudice amministrativo di tutte le controversie riguardanti la gestione dei rifiuti, anche per le "controversie relative a diritti costituzionalmente garantiti". Vengono creati nuovi reati, per il semplice fatto di introdursi in una delle aree "militarizzate" o per l´aver reso l´accesso "più difficoltoso": una formula, questa, di così larga interpretazione che può risolversi in inammissibili restrizioni di diritti costituzionalmente garantiti, come quello di manifestare liberamente.
L´insieme di questi provvedimenti è impressionante. Nessuno, ovviamente, può spendere una sola parola a difesa di un sistema di governo locale assolutamente inefficiente. È essenziale, tuttavia, rimuovere anche le cause ambientali, camorristiche e affaristiche, che hanno accompagnato l´inerzia e la complicità degli amministratori locali: senza queste misure, il ritorno della mala amministrazione, magari in altre forme, rischia d´essere inevitabile e le misure prese rischiano di non funzionare (come si allenterà la presa camorristica sul trasporto dei rifiuti?). Inaccettabile, però, appare la manipolazione del sistema giudiziario. Il Governo si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene aggirato l´articolo 102 della Costituzione, che vieta l´istituzione di giudici straordinari o speciali. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata.
Interrogativi analoghi pone l´altro diritto "speciale", riguardante gli immigrati. A parte l´inammissibilità di alcune scelte generali, contrarie ai principi costituzionali riguardanti l´eguaglianza e la stessa dignità delle persone, siamo di fronte a norme destinate a far crescere inefficienza e arbitri, a perpetuare un sistema che genera irregolarità. Si è sottolineata l´impossibilità di applicare le nuove misure senza far saltare il sistema giudiziario e carcerario. Tardivamente ci si è resi conto che si possono provocare sconquassi sociali, e si è detto che si porrà rimedio al problema delle badanti, distinguendo caso per caso. Ma sarà davvero possibile fare accertamenti di massa, controllare centinaia di migliaia di persone? E ha senso limitarsi alle badanti o è indispensabile prendere in considerazione anche colf e altre categorie di lavoratori altrettanto indispensabili, come hanno sottolineato molte organizzazioni, Caritas in testa? Provvedimenti giustificati con la volontà di ristabilire l´ordine, si rivelano fonte di nuovo disordine e ulteriori irregolarità.
Ma contraddizioni, difficoltà di funzionamento, smagliature, non possono far sottovalutare la creazione di un modello di governo della società che ha tutti i tratti della "democrazia autoritaria": centralizzazione dei poteri, abbattimento delle garanzie, restrizione di libertà e diritti, sostegno plebiscitario. Si affrontano questioni dell´oggi, ma si parla del futuro. Si coglie la società italiana in un momento di debolezza strutturale, e si modificano le condizioni dell´agire politico. Si lancia un messaggio che rafforza i pregiudizi e diffonde la logica della mano dura: non sono un caso le aggressioni romane a immigrati e gay. Qui è la vera riforma istituzionale, qui il rischio di uno strisciante mutamento di regime.
Un virus è stato inoculato nel sistema politico e istituzionale. Esistono anticorpi che possano contrastarlo? In democrazia, questi consistono nel Parlamento, nel ruolo dell´opposizione, nel controllo di costituzionalità, nella vitalità dell´opinione pubblica. Ma una ferrea maggioranza annuncia il Parlamento come luogo di pura ratifica delle decisioni del Governo. L´opposizione sembra riservarsi quasi esclusivamente "un potere di emendamento", che la mette a rimorchio delle iniziative del Governo. Molto lavoro attende la Corte costituzionale, come accade nei tempi difficili di tutte le democrazie.
I cittadini, l´opinione pubblica? Sulle capacità di reazione di un mondo reduce da una batosta elettorale si può sospendere il giudizio. Ma i disagi profondi e le insicurezze reali vengono ormai governati con l´accorta manipolazione dei sondaggi, con una presa diretta delle pulsioni sulla decisione politica, con una logica sostanzialmente plebiscitaria che li capitalizza a fini di consenso. Si imbocca così una strada vicina a quella che ha portato alla crisi di molte democrazie nel secolo passato. Certo, tempi e contesti mutano. L´Europa ci guarda e, per molti versi, ci garantisce. E tuttavia il populismo ci insidia tutti, sfrutta ogni debolezza della democrazia e dei suoi fedeli, ci consegna a logiche autoritarie. È una tendenza ormai irreversibile, come più d´uno ormai teme? O non bisogna perdere la fede, e cogliere proprio le occasioni difficili per continuare a lavorare sulla democrazia possibile?
«Non è che un inizio». Questo cantavamo, un po' più giovani e pieni di speranze nel maggio del 1968. Dopo quarant'anni la stessa frase ci torna in mente, ma come l'annuncio di un futuro denso di incognite e preoccupazioni, in cui tutto sembra stravolgersi, mettendo in discussione persino quelli che ritenevamo i princìpi intangibili dei diritti individuali delle persone. Questo il senso del primo pacchetto di provvedimenti di Berlusconi tornato trionfalmente a occupare Palazzo Chigi.
I titoli dei primi commenti apparsi sui giornali di ieri sono eloquenti: «Lo scempio del diritto» di Giuseppe Di Lello sul manifesto, «L'uguaglianza calpestata» di Stefano Rodotà su la Repubblica. La condanna di questa prima uscita del governo è radicale, ma - ripeto - quel che è andato in scena a Napoli è solo un inizio. L'inizio di un'offensiva autoritaria, anticostituzionale. Questo dobbiamo avere bene in testa, e dovrebbe avercelo bene in testa anche quel fantasma di governo ombra, che nelle intenzioni dei suoi autori dovrebbe coinvolgersi e partecipare al governo del paese. In positiva dialettica con la brigata di Berlusconi, Bossi e gli uomini di Fini e Alemanno.
Tutto questo si inquadra perfettamente e minacciosamente nel quadro attuale delle economie capitalistiche. Non solo in Italia e in Europa, ma in tutto il mondo.
La situazione attuale è - lo leggiamo su tutti i giornali - è di grave crisi della finanza e dell'economia e, quindi, della politica e della democrazia. Le situazioni di crisi quasi sempre hanno spinto a destra: a monte del fascismo e del nazismo ci sono crisi economiche, inflazione galoppante, rabbie di popolo. Quando tanti anni fa, lavoravo a Botteghe Oscure e mi entusiasmavo anche per i più piccoli sintomi di una crisi del capitalismo italiano, Giorgio Amendola mi ammoniva, dall'alto della sua figura, dicendo che in mancanza di una grande forza, veramente grande, della sinistra, l'esito «naturale» delle crisi è il fascismo, o quasi.
La domanda inevitabile è: «ma il partito democratico, quel che resta della sinistra arcobaleno, i sindacati, Cgil in testa, hanno coscienza di questo sperimentato pericolo?
Si rendono conto che la condanna a cinque anni per chi crea disordini (per ora) nella gestione dei rifiuti o semplicemente si oppone a una discarica sotto casa (che mette a repentaglio la sua salute) è solo un'anticipazione di quel che già sta nel nostro orizzonte?
Capiscono che in nome delle emergenze (a volte gonfiandole e usandole) si arriva a mettere in pericolo i diritti fondamentali, le libertà personali, la possibilità di dissentire dalle misure che il potere prende e impone?
La prospettiva è questa e quel che resta della sinistra direi anche della democrazia deve attrezzarsi per fronteggiare questo pericolo autoritario, direi fascisteggiante. E innanzitutto prenderne coscienza e reagire. «Non è che un inizio».
Si può capire che dopo la batosta la ex Sinistra arcobaleno sia in sofferenza. Dovrebbe esserlo anche il Pd, dato che il disegno di prendere voti al centro è fallito, ma il suo leader è inossidabile, fa le fusa con Berlusconi perché quel che in primo luogo preme a tutti e due è riconoscersi l'un l'altro come il solo interlocutore su piazza. Per la Sinistra arcobaleno non c'è invece conforto possibile. La scomparsa dal parlamento ha mandato a pezzi il progetto di rimescolare le sinistre residue, e il fatto che ognuna soffra e se ne vada per conto suo dimostra che era davvero fragile. Quel che non è comprensibile è che si domandino così poco il perché del fallimento. Tutti lamentano di non essere stati capiti o non essersi fatti capire; si fa la festa ai gruppi dirigenti dei quali si chiedono le dimissioni o si hanno addirittura senza chiederle. Tutti scoprono l'ombrello, cioè che la Lega è radicata nel territorio, mentre in nome della modernità ci si è affidati più alla tv che alla frequentazione di coloro cui si chiedeva il voto.
In convulsione è soprattutto Rifondazione: perché la sciagurata ha partecipato al governo? Non ci doveva andare, doveva appoggiarlo dall'esterno. Ma non vedo che cosa sarebbe cambiato: o ne votava volta per volta le leggi, rinunciando a portarvi dall'interno anche quel poco che è riuscita a introdurvi, oppure non le votava, e il governo sarebbe caduto fra gli strepiti contro la sua «irresponsabilità». Come nel 1998. Non è che dopo quella rottura Rifondazione sia cresciuta. E adesso? Essa si sta dividendo sul dilemma: meglio rinsaldare la propria identità o mirare a un soggetto più largo, sottintendendo che chi difende la prima scelta mira di più al «sociale» mentre chi difende la seconda mira solo al «politico». Meglio andare al congresso su un'unica tesi emendabile o su due o più tesi? Chi vuole l'unità e chi cerca la rottura? E fioccano i sospetti.
Il Pdci se la cava invece con la convinzione che se avesse mantenuto il simbolo della falce e martello, infaustamente concessi alla Sa, gli sarebbe andata meglio. La sinistra di Mussi si accorge di essersi data una mossa troppo tardi. I Verdi pensano che si può trattare anche con il Pd su un ambientalismo che non tocchi la proprietà, vedi Al Gore. E via. Come ho detto, si può capire. Ma è difficile che ci si appassioni.
Eppure siamo stati colpiti tutti. C'è stata una tempesta, aggravata dalla legge elettorale ma non imputabile solo ad essa. Nessun paese dell'Europa occidentale è nel nostro stato, con tutta ma proprio tutta la destra al governo e i cosiddetti «riformisti» che fanno fuori l'intero movimento operaio e i «soggetti radicali». Perché ci siamo arrivati? Che cosa è diventata l'Italia?
Abbiamo difficoltà a guardarci in faccia. Ai tempi del partito pesante, ogni sezione spulciava i risultati del suo quartiere, seggio per seggio, e non erano soltanto numeri ma facce, aziende, negozi, giovani, donne, lavoratori, disoccupati o pensionati, strade - i numeri davano la misura della nostra penetrazione o assenza. Delle variazioni si cercava assieme di darsi ragione. Oggi questo lavoro lo fa soltanto Ilvo Diamanti. Così avviene che Berlusconi e Fini abbiano parlato a uno sparuto Colosseo ma abbiano preso Roma, e Veltroni a un mucchio di gente ma l'ha perduta. Il comizio finale non serve a persuadere, si ritrovano i persuasi. La persuasione è avvenuta prima, se è avvenuta, nel contatto con le vite concrete, speranze e inquietudini, non solo parlando ma ascoltando la massa di scontento e dolore che corre nelle società affluenti. Chi la ascolta? E come le trasmette un'altra idea di sé? Altro che MacLuhan, il «mezzo è il messaggio»: le sinistre si sono illuse che basti spettacolizzare uno scontro di idee sullo schermo invece che viverlo.
Questo è sbagliato sempre, ma incredibilmente stupido in anni di veloce mutamento delle figure sociali. Se non c'è più l'aggregato della fabbrica, se la piazza non è più punto di incontro e la chiesa ne profitta, se le relazioni si annodano soprattutto via portatile o blog, se i dipendenti sono dispersi nel precariato o disoccupati per delocalizzazione, o diventati padroncini «autonomi» in migliaia di aziende a due persone, sono stati sconvolti i legami collettivi e i numeri hanno un senso diverso. Il Popolo delle Libertà non doveva far altro che confortare la tendenza, accarezzando gli egoismi degli abbienti (meno tasse, federalismo fiscale così ognuno si tiene il suo) e spostando sull'immigrato (delinquente) o sul ceto politico (governo ladro) invece che sulla «modernizzazione» e la «competitività» l'insicurezza dei disagiati. L'incertezza sul domani è trascolorata nell'insicurezza fisica: non importa che i reati siano diminuiti, la paura è aumentata. E' la microcriminalità che angoscia, la macro non fa paura. I giornali titolano differentemente, se pur lo vedono, lo stupro casalingo da quello perpetrato ieri dall'albanese oggi dal romeno. I sindaci coltivano la xenofobia.
E la sinistra in questo andazzo? Anche parte di essa ha vezzeggiato il «disagio settentrionale» (difendersi dalle tasse) come a suo tempo difendeva nel sud l'abuso edilizio. Ora esita a chiamare pogrom le ruspe di Veltroni o della Moratti e gli assalti dei napoletani, maschi femmine, ai campi nomadi. E starà, c'è da giurarlo, al federalismo fiscale.
C'è infatti modo e modo di guardare alla «gente» - o si tenta di fare della plebe un popolo, che sarebbe il mestiere della sinistra, o del popolo una somma di individui egoisti (se abbienti) o plebei (se disgraziati), che è il mestiere della destra. In una società che si parla solo negli stilemi del mercato, le elezioni confessano idiosincrasie o speranze di salvezza/guadagno personale.
Così è successo, credo, che abbiamo il secessionista Bossi a riscrivere i confini della Repubblica, il Cavaliere a governare finalmente l'Italia come un'azienda, e i missini al governo, alla presidenza della Camera e al Campidoglio. Eugenio Scalfari ci assicura che non importa, poiché non possono più fare la guerra né deportare gli ebrei. Infatti la guerra la si fa solo via Nato e Fini è il leader più simpatico alla comunità ebraica romana. Sono solo razzisti, antisindacalisti, antipensionati, nemici della spesa per la scuola e la sanità pubblica, contrari alla fecondazione assistita e alla 194. Se il fascismo ordinario è di casa, l'antifascismo non serve più e la Costituzione, ci annunciano, va cambiata.
Mi si dimostri che non è vero. Ma perché è andata così? Possibile che la sinistra alternativa, o la sua fetta più grossa, Rifondazione, non si proponga una lettura di come siamo cambiati, non capisca che non ci arriverà da sola, non coinvolga a definirla chi è fuori dalle Camere o ne è stato messo fuori o si vergogna di trovarcisi? Perché ci invita non più che ad assistere a una resa dei conti fra bertinottiani e ferreriani, che è solo affare suo?
Io sono convinta che non si costruirà nessun nuovo soggetto politico nel chiuso d'un partito, perdipiù perdente. E ce ne potrà essere uno, adeguato alla disfatta subita, soltanto se darà conto di che cosa concretamente la mondializzazione significhi per noi, intrisi e fin sporcati dalla nostra storia, ma costretti a ballare sulla musica del pianeta. Se non siamo in grado di vederlo e di farlo vedere, penso che ci si illuda. Come il compagno di Giano che mi scrive protestando: «Ma che stai a parlare della Cina, la Cina è lontana mentre se avessimo dirigenti migliori risolveremmo tutto». Lontana, la Cina? Ma su chi s'imbatte quando va a comprare intorno a piazza Vittorio l'identico golf per cinque volte a meno prezzo che a via del Corso? Quando i nostri tessili chiudono e reinventiamo le dogane? Quando la Fiat si troverà davanti non la povera macchina indiana a 800 euro, ma quella europea a 2.500 euro, prodotta da mano d'opera fuori dei nostri contratti? Che incontra se non mondializzazione e finanziarizzazione (cioè speculazione più o meno clamorosa) quando il costo del petrolio si moltiplica per dieci e si trascina dietro anche quello del riso?
Inversamente, senza capire i legami che ci stringono, lo slogan «pensare globale e agire locale» significa ormai limitarsi alla propria provincia e al proprio problema, comunicando a stento. La straordinaria spinta del volontariato, come il movimento per la pace si bloccano l'una in assistenza cristiana, e l'altro in protesta frustrata.
Quel che a me, vecchia comunista, più duole, è la solitudine del lavoro dipendente, precario o perduto. Tutto il pianeta è stato messo al lavoro per il profitto, uomini e cose, braccia e intelligenza (la natura ridotta a cava dalla quale estrarre finché ce n'è, e l'agricoltura ristretta per fare bioenergie). Mai è esistito un salariato così immenso eppure viene deriso come l'ultimo giapponese che credeva di combattere e la guerra era finita. Le parole di Rinaldini su questo giornale (14 maggio) mi sembrano incontrovertibili, ma dalla maggioranza degli uomini mi sento dire che «l'operaio è sparito» e da quella delle donne che le sinistre, istupidite dall'economicismo, se ne sono occupate troppo. Troppo! Hanno mollato quasi tutto. La Cgil si è svenata a salvare il governo e ora, assieme a Cisl e Uil e in perfetto accordo con il Pd, cerca un dialogo con Berlusconi e la Marcegaglia.
Se non troviamo una visione comune del quadro che ci sta davanti, delle sue tendenze e delle sue macroscopiche contraddizioni, non costruiremo nulla di adeguato alla situazione in cui siamo. C'era dell'improvvisazione nel tentativo di fare della Sa più che una coalizione elettorale, un soggetto politico. Ma una trincea politica, un'alternativa politica occorre, se non vogliamo dichiarare anche noi la fine della storia. Perché non ci diamo tempo e modi per rimetterla in piedi? Perché - non smetterò di battere questo tasto - il nostro giornale non si piega su questa urgenza invece di fare il cronista del disastro? Perché Rifondazione non verifica su questo la sua funzione? In forme ordinate, senza gazzarra, senza concedere a sfoghi vanverosi, a «fabbriche» di programmi a denominatore comune minimo?
Questo è un lavoro immenso, che vuole tempo, molte forze che essa sola non ha, niente demagogia, capacità di tenere assieme i fili, di verificarli volta a volta in azioni. Nel sociale e nel politico, più che mai avvinti, la destra lo dimostra, altro che grillerie. E altro che mera spontaneità. Siamo atomizzati e infelici, la società civile non è tanto meglio di quella politica, si specchiano. Ci toglieremo finalmente dai piedi le stucchevoli lamentazioni e le altrettanto stucchevoli nostalgie sul partito soltanto se ora, sotto botta e con le spalle al muro, riusciremo a collegarci su un lavoro comune di indagine e proposta, in tempi non vaghi e né intermittenti, in luoghi non precari, in azioni mirate e allargate nel breve e medio termine. Le forme dello stare insieme nascono per fare e nel fare. Il governo è già all'offensiva, non possiamo permetterci di sbagliare. Un'identità non consiste di certo nel reimpacchettare il passato (peraltro mai rivisitato davvero) ma nel leggere il filo, o collegare i fili, del presente, esponendosi in interpretazioni e proposte, ordinando e tenendo severamente assieme il telaio. Sì, severamente, cioè non demagogicamente, non arrogantemente, non frettolosamente. Non chiudendo, non rimandando, non mettendo fra parentesi. Esponendosi. Se Rifondazione se la sente di misurarsi subito su questo, confermerà che esiste. Che conta. Che ha imparato e sedimentato. Se no, francamente, che ci importa del suo congresso?
Crescere, stando a Silvio Berlusconi, «significa produrre più ricchezza». Nel discorso al Parlamento, Berlusconi sceglie però di spiegare ai presenti e al paese che c'è ben altro: si può utilizzare la crescita per una serie di finalità. La tecnica oratoria lo porta lontano, fino a indicare almeno nove scopi possibili. Scuola, ricerca e formazione; federalismo fiscale; promozione del Mezzogiorno; infrastrutture; famiglia e rimozione delle cause dell'aborto; controllo dell'immigrazione; valorizzazione delle imprese italiane; lavoro, ma senza morti bianche; flessibilità. La crescita della ricchezza insomma consentirà margini di manovra in tutte queste direzioni.
D'altro canto il miracolo della crescita avverrà se alcuni settori d'intervento si metteranno in moto. Berlusconi suggerisce così un circolo virtuoso in cui la crescita è tanto fine che mezzo. Tra qualche mese ci dirà che tutto e subito non si può fare: prima questo e dopo, semmai, quello. Tanto per fare un esempio, prima il federalismo del Nord e solo poi la compassione per il Sud.
Crescita, Crescere e Accrescere sono concetti che compaiono almeno 17 volte nel testo del presidente del consiglio. Sviluppo, invece una sola e come «sviluppo demografico». Non ne sarà felice Claudio Scajola che dello Sviluppo è il ministro.
A ben vedere quello considerato essenziale è il caso dell'impresa ; e il risultato dipende anche - o soprattutto - da «una seria e non retorica tutela dell'ambiente». Sull'ambiente c'è solo questa citazione nel discorso del presidente del consiglio. In precedenza però Berlusconi aveva invitato a «Rinnovare il paesaggio delle nostre infrastrutture». Sommando uno più uno, sembra che si suggerisca all'opposizione parlamentare di non tutelare l'ambiente «in modo retorico», ma accettare invece di rinnovare il paesaggio con qualche ulteriore infrastruttura «nostra». Si può scommettere che l'opposizione di sua maestà accoglierà la proposta di buon grado.
Caro Parlato,
che sgomento. Si leggono i giornali, si sente la radio, si guarda la tv e cos'è l'attualità politica? Che Walter Veltroni va di qua che Massimo d'Alema va di là, che uno vuol flirtare con l'Udc di Pierferdinando Casini, che l'altro vuole, con gesto «paterno» ricuperare la sinistra. Ma non hanno capito che sono tutti dei perdenti? Che non possono arroccarsi sul potere che si sono accaparrati e distribuire presidenze di commissioni o di vari enti dosando le varie correnti?
Ma da quanti anni c'è questa lotta sterile e dannosa tra Walter Veltroni e Massimo d'Alema? Dal secolo scorso. Nanni Moretti aveva detto: «con questi non si vincerà mai». Oggi possiamo dire «con questi abbiamo perso e forse per sempre».
Ma come può Walter Veltroni aprire a Pierferdinando Casini? Casini che all'indomani della condanna di Cuffaro aveva con scaltrezza detto «sarà il nostro capolista in Sicilia». Cos'è, anche Walter Veltroni vorrebbe i voti siciliani dell'oggi, onorevole Cuffaro? Sinceramente meglio un Leoluca Orlando che un Totò Cuffaro, a meno che si calcolino le opportunità in base ai voti che uno può portare in dote.
E come ha potuto lasciar eleggere vice presidente della Camera Rocco Buttiglione che nemmeno il Parlamento europeo aveva voluto? A questo punto che dire? Che fare? Se nel Partito democratico è rimasta una qualche traccia di sinistra che si faccia sentire, che non dimentichi che il grosso degli elettori del Partito democratico sono quelli che per una vita hanno votato Pci e che poi hanno ingoiato fedelmente tutto fino a arrivare a questo sfacelo?
Scusami per lo sfogo
Elena Bassi, Reggio Emilia
Cara Elena,
sei assolutamente pessimista, ma forse (e anche senza forse) hai ragione e il risultato delle recenti elezioni, politiche e amministrative, pesa a tuo favore. Il risultato delle ultime elezioni è il prodotto del disorientamento totale di quella che una volta era la sinistra italiana.
Il neonato Partito democratico, a guardar bene, non è più un partito, ma una somma di interessi confliggenti tra loro e neppure su grandi scelte politiche e ideali, e le alleanze che citi tu ne sono un esempio.
Il Partito democratico per un verso è un'americanata e per l'altro un indeterminato. Quel che resta della Sinistra Arcobaleno non suscita migliori speranze.
In questa, piuttosto disastrosa, situazione che fare? Non dimentichiamo che anche il sindacato è coinvolto in questa crisi.
La mia risposta a questo solenne interrogativo rischia di essere banale o elusiva. Tuttavia ci provo. Innanzitutto credo che, come per le malattie, la diagnosi preceda la cura. Quindi, innanzitutto, fare inchiesta e studiare le forme di sfruttamento nella società presente e, aggiungo, cercare di capire perché neppure il sindacato è riuscito a promuovere una lotta unitaria dei precari, che sono la plebe o il bracciantato della società presente.
E poi, ancora, cercare di capire le conseguenze del capitale finanziario e della globalizzazione.
Quindi studiare e fare inchiesta per ricostruire il partito del nuovo secolo. Una volta c'erano le sezioni territoriali del Partito comunista e le parrocchie.
Oggi le prime non ci sono più e il tanto deprecato centralismo democratico appare un ideale. Mi viene da scrivere (e so che esagero) che la democrazia parlamentare ha ucciso la democrazia.
Insomma sforziamoci di capire la nuova realtà e di costruire un vero partito politico che superi le attuali aggregazioni.
Aggiungo ancora. Nel corpo dell'anonimo Partito democratico ci sono ancora forze e persone di sinistra che non hanno dimenticato il senso del comunismo. Si facciano sentire, prendano iniziative. Le nostre pagine le accoglieranno.
Resistere non basta più. Con i miei saluti
Trecentotrentacinque voti e diciannove applausi - tre dei quali bipartisan, altri trasversali a ranghi sparsi - segnano l'approdo del processo di legittimazione democratica della destra post-fascista in Italia. Gianfranco Fini siede nello scranno più alto della camera dei deputati, terza carica dello Stato, due giorni dopo la conquista del Campidoglio di Gianni Alemanno. Sono due prime volte nella storia della Repubblica. Dicono che cade un tabu, ma in verità a cadere è il fondamento antifascista della Costituzione, e poi chi l'ha detto che i tabu devono cadere tutti? Da ieri, non dal ’92 quando non crollò nessun tabu ma solo un sistema politico corrotto, siamo in un'altra Repubblica e alla Camera si vede anche a occhio: Fini presiede, la sinistra non c'è. Ci sono voluti diciannove anni, la lunga autodissoluzione del Pci, l'avvento del profeta Berlusconi, lo scongelamento nelle acque di Fiuggi dell'Msi, un bipolarismo e poi un bipartitismo fatti dall'alto, un tentativo fallito di costituzionalizzare la destra una e trina del '94, un serial televisivo ininterrotto, dosi massicce di revisionismo storico sulle buone ragioni dei ragazzi di Salò e sulle colpe di comunisti, socialisti e socialdemocratici e alla fine ce l'abbiamo fatta. Un paese finalmente normale?
Fini non è Alemanno e in Parlamento non brinda come farà per radio Alemanno alla legittimazione conquistata: si limita a praticarla dall'alto scranno, con le dovute astuzie e cautele. Omaggia Napolitano e solo per il suo tramite la Costituzione (impegnando la legislatura a cambiarla, e senza steccati sulla prima parte), garantisce con algido disincanto che le ideologie antidemocratiche del Novecento sono morte e sepolte (insabbiando sotto la condanna dei totalitarismi europei quella dell’italico regime), incassa «il traguardo ormai raggiunto» della memoria condivisa e della pacificazione nazionale, e vola nel XXI secolo in compagnia di Benedetto XVI innalzando la bandiera della libertà. Quale? Non quella celebrata «doverosamente» dal 25 aprile, che ormai è al sicuro, ma quella minacciata dal male assoluto di oggi, che non è più il fascismo come aveva concesso in Israele bensì il relativismo culturale. «La libertà è minacciata nello stesso momento in cui nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è». Presidente «di parte ma imparziale», come si autodefinisce, Fini sarà anche il testimone e l’arbitro del Vero e del Giusto?Dal secolo delle ideologie e dei totalitarismi si può sempre uscire con un po’ di fondamentalismo, raccomandandosi che venga bene impartito in famiglia e a scuola.
Il resto è contorno, tanto post-ideologico quanto saldamente di destra. L’omaggio più deferente è al papa e alle radici cristiane non dell’Europa ma «della nostra patria», l’orizzonte è quello mediterraneo dei tre monoteismi ma non si va oltre, le parole più rotonde sono nazione e tricolore, il lavoro passa da fondamento della Repubblica a motore dell’economia alleato con l’impresa e i magistrati da garanti dei diritti a sentinelle dell’ordine alleate con la polizia, lo Stato ritroverà autorità e i cittadini sicurezza. A Roma, per tradurre, ci saranno meno stupri.
La seduta è finita, la transizione pure. Dalla fine, si sa, si vedemeglio anche l’inizio. C’era un partito fascista extracostituzionale, oggi c’è una destra democratica. C’era una sinistra costituzionale, oggi c’è un partito democratico. Eppure, la democrazia non sembra scoppiare di salute.
La scomparsa della sinistra italiana dalla rappresentanza parlamentare non è solo l'ultimo colpo di coda dell'insensato cupio dissolvi che l'ha accompagnata dal 1989, ma il sintomo plateale della sua inadeguatezza rispetto alla trasformazione dell'ormai trentennale ciclo politico neoliberale in cui ci troviamo. Di questo ciclo, delle sue contraddizioni politiche e delle sue rotture storiche, questa sinistra nulla o quasi ha compreso, se non quando ha denunciato con qualche approssimazione e genericità l'«americanizzazione» della società italiana. La tonalità penitenziale che hanno assunto le analisi del voto convergono in gran parte su questo punto. È un gigantesco passo in avanti per chi non ha quasi mai praticato la virtù del dubbio, preferendo attribuire gli errori della propria proposta politica all'incapacità della società di coglierne il senso. Ammettere tuttavia di non avere compreso nulla della «realtà» è una conclusione imbarazzante che assomiglia ad una penosa autoassoluzione e non spiega la ragione per cui questo processo si è consolidato al punto da avere raggiunto conseguenze così imprevedibili.
Vittoria senza partito
È una salutare novità che alcuni protagonisti della sinistra politica abbiano invitato ad analizzare la sua disfatta politica a partire dai suoi presupposti culturali. Solo che non ci si può accontentare di pensare che le «culture della destra» si siano impadronite della società e che per questo motivo la sinistra non riesce più a capirla. Applicare lo schema «destra/sinistra» al ciclo politico neo-liberale può forse appagare l'istinto di conservazione di una cultura penalizzata dal suo originario storicismo, ma non spiega come una battaglia culturale potrebbe intervenire nella costruzione di un'identità politica alternativa. In un'intervista intitolata significativamente Building a New Left (Costruire una nuova sinistra), rilasciata addirittura alla fine degli anni Ottanta nell'Inghilterra di Margaret Thatcher, il filosofo (gramsciano) Ernesto Laclau ha spiegato che l'egemonia attribuita alla «destra» neo-liberista è un artefatto complesso che unisce tutti i livelli nei quali gli uomini condividono l'identità collettiva e le loro relazioni con il mondo (la sessualità, il privato, l'intrattenimento, il potere). L'egemonia non è dunque mai un partito, o un soggetto, ma l'espressione di molteplici operazioni che si cristallizzano in una configurazione, quella che Michel Foucault ha definito «dispositivo».
Così come il neo-liberismo non è l'espressione di un partito, né s'incarna in un soggetto (Thatcher? Tony Blair? Silvio Berlusconi?), perché rientra in un «dispositivo» più ampio, in un'«egemonia» appunto, anche chi vorrebbe contrastarlo dovrebbe accettare l'idea per cui l'esercizio di una critica non ha bisogno solo di un partito, ma di capire quale funzione egli svolge nel dispositivo in cui si trova. Oggi, la faticosa, e non scontata, riscoperta del principio di realtà dovrebbe giovare a questo compito: non si tratta, infatti, di essere solo contro il neo-liberismo, come se fosse possibile astrarsi dalla sua presa, magari praticando la retorica angelicata dell'alternatività della proprio «essere di parte». Si dovrebbe capire, una volta per tutte, di essere dentro un ciclo politico nel quale le identità politiche tradizionali evaporano, mentre le nuove sono il risultato di contrattazione politica permanente.
Primato della contingenza
Si potrebbe allora immaginare, in questa cornice, un primo passaggio che ha messo all'angolo la «sinistra», in quanto portatrice di una cultura politica espressione della classe operaia, agente della trasformazione e dell'emancipazione: il venir meno di quel soggetto universale nelle forme conosciute nel XX secolo. La «sinistra» non ha dunque colto il senso profondo del nuovo ciclo politico che interroga l'assetto più generale dei saperi: l'universale non è più un'essenza, o qualcosa che si dà nella storia già bell'e pronto, al contrario si costruisce nella contingenza, seguendo le linee eterogenee dei problemi specifici, irripetibili, ed individuali.
Normalmente questo passaggio è stato interpretato come il tentativo di opporre la libertà all'uguaglianza. In realtà, il dispositivo neo-liberale - che non è il liberismo, ma la realtà più ampia dell'egemonia in cui viviamo - ha provveduto a trasformare il significato di queste polarità a partire da un orizzonte unico per tutti, quello della libertà. Di essa, il neo-liberismo ha fornito alternativamente un'interpretazione individualistica o sicuritaria. Ciò non ha impedito, ad esempio al filosofo francese Jean-Luc Nancy ne L'esperienza della libertà (Einaudi), di interpretare la libertà in un senso singolare. Quell'universale che prima veniva identificato nelle grandi identità collettive, garantendo l'esistenza del principio di uguaglianza e la possibilità di rivendicarlo, oggi si configura a livello della vita dei singoli, a livello cioè della qualità esperienziale che rende unica questa vita e, in questo modo, uguale a quella degli altri.
Chi volesse interrogare la natura del dispositivo neo-liberale non dovrebbe trascurare la portata di questa trasformazione radicale. Egli dovrebbe quindi sapere distinguere il canone della filosofia liberale, per il quale la libertà è sempre prerogativa dell'individuo, dal dispositivo di governo che garantisce l'uso politico di questa libertà. È proprio tale uso ad essere l'oggetto della politica, incontrastata, di tipo neo-liberista. L'unico ad avere inteso, finora, questo problema è stato Michel Foucault che ha riassunto in maniera brillante il senso del dispositivo in atto: il liberismo promette libertà. Il suo dilemma, tuttavia, è che la libertà degli individui deve essere governata e questo significa produrre insicurezza. Ciò obbliga a produrre nuove dosi di sicurezza, ma la sicurezza prodotta distrugge la libertà da governare. Questo significa che il dispositivo neo-liberale non è irreversibile, anzi è ricco di aporie e di contraddizioni sulle quali lavorare per trovare alternative.
Management governa mentale
Gli «studi sulla governamentalità» rappresentano, ad oggi, uno dei rari percorsi di ricerca ad avere affrontato questo compito, partendo dalle analisi sul neo-liberismo condotte da Foucault in Sicurezza, territorio e popolazione e Nascita della biopolitica (Feltrinelli). Avviati da un ristretto gruppo di intellettuali della «nuova sinistra» inglese, spesso in polemica con le analisi della sinistra marxista (Terry Eagleton) e di quelle degli «studi culturali» (Stuart Hall), questi studi hanno esplorato i singoli campi in cui si è sviluppata la governamentalità neo-liberale durante gli anni Ottanta e Novanta, in particolare le nuove scienze del management, le tecniche assicurative, la bio-medicina e le bio-tecnologie. In una serie poderosa di volumi, mai ancora tradotti in italiano, come ad esempio Foucault and Political Reason. Liberalism, neo-liberalism and nationalities of government, (A. Barry, T. Osborne, N. Rose, 1996), Powers of Freedom. Reframing political thought, (N. Rose, 1999), The Politics of Life Itself. Biomedicine, Power and Subjectivity in the Twenty-First Century, (N. Rose, 2007), questi studi hanno rivelato plasticamente il drammatico ritardo accumulato dalla sinistra sin da quando non ha capito che il dispositivo neo-liberale è una declinazione sicuritaria di quell'orizzonte fino ad oggi insuperato - la libertà - nel quale viviamo.
In cerca di autonomia
Contro questa declinazione che inserisce l'individuo all'incrocio tra i legami e le affinità che si creano nelle comunità territoriali chiuse e nelle scelte individuali utili al consolidamento della propria sicurezza, il pensiero critico - e il progetto politico di cui esso è consapevolmente portatore - dovrebbe opporre un'idea affermativa della libertà. Una libertà intesa cioè come autonomia alimentata dall'ostinata e selvaggia volontà di vivere liberamente da parte dei soggetti; come ethos comune stabilito dal desiderio di affermare la singolarità, e la differenza, di ciascuno; come prospettiva universale capace di formulare una progettualità politica inclusiva e di rinunciare alle identità essenzialistiche che hanno caratterizzato la cultura politica della «sinistra».
Un compito arduo, considerata l'arretratezza politica e culturale che la sinistra ha sedimentato in questi anni. Un compito che diventerebbe però impossibile se si continuasse a credere che la «destra» ha capito un problema che la «sinistra» non ha nemmeno immaginato. La mancanza in Italia di analisi politiche sul «dispositivo» neo-liberale, e sulle gigantesche trasformazioni politiche ed epistemologiche da esso indotte, non è certo una novità. Continuare ad ignorarla, significa ammettere la propria superfluità in un dispositivo che già da tempo fa a meno di un punto di vista critico
Giorgio Lunghini
Caro Valentino, per la loro ammirevole semplicità mi hanno colpito due voci, quelle di Aldo Tortorella, a Firenze il 19 aprile, e di Pasquale Santomassimo, sul manifesto del 23 aprile. Ne riprendo qualche riga. Tortorella: «Ciò che è stato rovinosamente battuto in queste elezioni non è stata l'unità della sinistra ma un suo simulacro. L'unità plurale vuol dire certo riconoscimento della diversità ma contemporaneamente ricerca di un pensiero e di una pratica condivisi. Perciò è indispensabile ridiscutere dei fondamenti. Il che non significa parlare della luna, ma di ciò che preoccupa e angoscia le donne e gli uomini di questo nostro tempo: lavoratrici e lavoratori, precari e disoccupati, vecchi e giovani». Santomassimo: «È necessario proporre quello che soprattutto è mancato in quasi vent'anni di grandi passioni e battaglie, ma anche di dibattiti ripetitivi e inconcludenti: una idea di società realistica e praticabile, non confinata in un futuro lontano. Le immagini di lunghe traversate nel deserto e di viaggi di carovane sono molto belle e poetiche. Peccato che siano già state usate vent'anni fa, e che abbiano condotto esattamente al punto di partenza». Se non si parte di qui, aggiungo io, non si sta da nessuna parte e non si va da nessuna parte. Non parlare della luna, e ragionare circa un'idea di società realistica e praticabile, non confinata in un futuro lontano, è però un lavoro molto faticoso; un lavoro che richiede un'intelligenza e un'umiltà, di cui non dispone nessuno tra gli attuali dirigenti politici - parlamentari o extraparlamentari. Mi sembra un lavoro adatto per il manifesto.
Franco Cavalli
Caro Valentino, da inveterato sostenitore del manifesto e da ex-parlamentare socialista svizzero, mi permetto alcune osservazioni sul disastro elettorale della sinistra italiana. Questa sinistra dà l'impressione d'essere vecchia e stanca, soprattutto perché ha perso la sua caratteristica principale: il saper interpretare criticamente i cambiamenti sociali. O se dice di volerlo fare (vedi Veltroni), è solo per meglio giustificare lo slittamento verso la palude centrista. Tu hai già sottolineato un paio di macroscopiche deficienze d'analisi. Ne segnalo un paio d'altre, basandomi su esperienze più vicine alla mia. Così p. es. non si è mai voluto affrontare da un angolo di sinistra il nodo del federalismo, anche se si sogna Zapatero, che ha fatto di questo tema un'arma fondamentale contro i conservatori. Si fosse fatto questo lavoro, non si sarebbe forse gestito in modo sfacciatamente liberista il problema Malpensa, regalando centinaia di migliaia di voti a Bossi e Berlusconi. E che dire della schizzinosità nell'affrontare l'uso della democrazia diretta , arma importante per ricoagulare l'interesse collettivo di molti soggetti ormai atomizzati? E' solo con quest'arma che noi siamo riusciti a evitare la maggior parte delle privatizzazioni. Il manifesto, che è sempre stato antidogmatico, innovativo e non legato a alcuna setta, è forse una delle poche voci che possono rilanciare un dibattito critico. Anche per evitare che finisca come è finita molta sinistra storica in Sudamerica: se mi ricordo bene, a un dato momento in Argentina c'erano una quindicina di partiti trotzkisti!
ps: se tutti gli italiani avessero votato come quelli residenti in Svizzera, Bossi e Berlusconi non andrebbero al governo. Forse perché quest'ultimo, anche dai nostri media di destra, viene descritto come una specie di Caudillo sudamericano.
Franco Cavalli, Bellinzona (Svizzera)
La risposta di
Valentino Parlato
Franco Cavalli e Giorgio Lunghini sono compagni importanti e, da vecchia data, sostenitori del manifesto. Entrambi tentano e sollecitano una seria analisi del disastro elettorale in un giorno che potrebbe aggiungere sconfitta a sconfitta. Il voto di oggi e domani a Roma è molto importante.
Perdere di fronte a Alemanno sarebbe quasi tombale, ma vincere non cancellerebbe i problemi che Franco Cavalli e Giorgio Lunghini pongono nelle loro lettere. Provo a rispondere a entrambi, ringraziandoli per i loro interventi.
La critica di Cavalli è radicale: la sinistra non sa più interpretare criticamente i cambiamenti sociali e di conseguenza (vedi Walter Veltroni) slitta verso il centrismo. Cavalli, inoltre, dalla sua Svizzera, ci dice che sul federalismo avremmo dovuto essere più intelligenti e non solo contro la Lega, ma anche per una realistica interpretazione dell'Italia, il paese «dalle cento città». E ancora che la fiducia nel popolo avrebbe dovuto incoraggiare i referendum.
Ringrazio in egual misura Giorgio Lunghini e penso che dovrebbero ringraziarlo anche Aldo Tortorella e Gianpasquale Santomassimo e intervenire anche loro nella discussione che si è aperta sulle ragioni della sconfitta.
Tortorella afferma che «l'unità plurale» è solo un simulacro dell'unità.
Io, un po' più polemico, ho scritto che l'unità plurale mi fa pensare al dogma della trinità. Santomassimo insiste sulla necessità di avere «un'idea di società realistica e praticabile»: non un compromesso politicistico e neppure un sogno confinato nel futuro.
Caro Giorgio la crisi del Pci e, quindi, della sinistra italiana sta proprio nella rinuncia al grande cambiamento e nell'illusione di potersi adattare ai meccanismi capitalistici senza esserne travolti. Contemporaneamente le forze che si sono messe insieme nell'Arcobaleno, e che il manifesto ha sostenuto, per un verso parlavano alla luna e per l'altro si concentravano sul commercio intestino di posti e di altro.
Giorgio Lunghini ci sollecita ancora a un lavoro faticoso che richiede intelligenza e umiltà (merci oggi piuttosto rare) e che il manifesto dovrebbe assumersi. Il suo invito è un segno di stima per i nostri 37 anni di vita (compleanno il 28 aprile) e vorrei ricordare che il manifesto ruppe con il Pci sulla questione dell'Urss e aggiungere che la fine dell'Urss segnò la fine o l'abiura di tanti partiti comunisti. Quanti sono i compagni che si iscrissero al Pci soprattutto perché aveva l'appoggio di una grande potenza e che si poteva fare buona carriera?
La potenza dell'Urss sollecitava l'opportunismo di tanti giovani quadri degli anni '60 (penso anche a compagni come Veltroni e D'Alema).
E adesso che fare? Innanzitutto cercare di capire come funziona la società di oggi (il capitalismo è un po' Proteo ci diceva Franco Rodano) e non possiamo continuare a ragionare con gli schemi del secolo scorso.
Capire per trasformare, per riorganizzare le forze per un cambiamento realistico e praticabile. Noi del manifesto abbiamo cambiato sede, ma non finalità.
Valentino Parlato
Il voto delle ultime settimane sembra destinato a unire l´Italia. E a renderne, al tempo stesso, più profonde le divisioni. Non ci riferiamo tanto agli effetti del voto politico.
In questo caso, peraltro, la coalizione "per Berlusconi" ha allargato il suo peso elettorale in tutte le zone del Paese. Ma ci riferiamo all´equilibrio territoriale, fra governo e amministrazioni. Fra centro e periferia. A partire dal 1994 e fino ad oggi, avevamo assistito a un tendenziale bilanciamento. Chi governava il Paese perdeva potere sul territorio. E viceversa. Con un andamento anticiclico.
1. Nell´autunno del 1993 la sinistra (il Pds e la Rete) aveva eletto i sindaci nelle principali città italiane. Da Venezia a Palermo. Da Torino a Roma. Da Firenze a Bologna a Napoli. Solo a Milano si era imposta la Lega, nel momento in cui proprio in quella città partivano le inchieste giudiziarie che avrebbero decomposto i partiti della Prima Repubblica. Peraltro sfibrati. Alle elezioni del 1994 aveva vinto il Polo delle Libertà. La coalizione del Centrodestra inventata da Silvio Berlusconi. L´anno seguente (quando, peraltro, Berlusconi aveva già concluso la sua prima esperienza di governo) il Centrosinistra aveva conquistato la maggioranza delle regioni italiane. Nel complesso: 9 su 15 (a statuto ordinario).
2. Dopo la vittoria del Centrosinistra (l´Ulivo, collegato a Rifondazione comunista da un patto di desistenza) alle elezioni del 1996 si era verificato il "movimento" inverso. Cioè: il Centrodestra aveva "conquistato" il territorio. Soprattutto dopo il 1999, quando la Lega, in sensibile declino elettorale, era rientrata nella coalizione "personale" di Berlusconi. Si era, dunque, imposta in numerose città medie, ma anche grandi. Espugnando perfino "Bologna la rossa", capitale storica dell´Italia di sinistra. L´anno seguente, nel 2000, alle elezioni regionali il Polo delle Libertà conquista 10 regioni su 15 a statuto ordinario. Spingendo Massimo D´Alema, che ne aveva fatto un test di rilevanza nazionale, a dimettersi (pratica rara, in Italia). Un risultato che lancia il Centrodestra (divenuto "Casa delle Libertà") alla vittoria nelle elezioni politiche dell´anno successivo, nel 2001. Sempre alla guida del Cavaliere.
3. Da lì un nuovo cambio di ciclo. Caratterizzato dall´espansione del Centrosinistra (nella versione più ampia: Ulivo e Rifondazione). Che, nel 2007, governa, complessivamente, in 15 Regioni su 19. Inoltre, in 79 province contro le 26 amministrate dal centrodestra. Infine, in 396 comuni sopra i 15 mila abitanti, contro i 250 del centrodestra. In effetti, questa crescita si realizza, in larghissima parte, fra il 2003 e le elezioni regionali del 2005.
4. La stentata vittoria dell´Unione alle politiche del 2006 chiude definitivamente il ciclo. Le elezioni amministrative del maggio 2007 segnano il punto di svolta. La Lega e il Centrodestra conseguono successi travolgenti. Strappano al centrosinistra Verona, Monza, Alessandria, Gorizia, Asti. Il vento è cambiato. Un vento freddo e impetuoso. Soffia a Nord. E corre ovunque, nel Paese.
Abbiamo descritto in modo analitico e un poco pedante la successione di risultati che caratterizzano il voto politico e amministrativo nel corso della seconda Repubblica. Perché ci interessa dare sostanza all´incipit: il controcanto fra voto nazionale e locale. Elezioni politiche, da un lato, regionali, provinciali e comunali, dall´altro, hanno, sino ad oggi, seguito direzioni diverse e divergenti. E le elezioni politiche hanno chiuso il ciclo, piuttosto che aprirlo. Nel senso che hanno confermato la tendenza delineata, "prima", dalle amministrative e dalle regionali. Certo, le consultazioni territoriali (regionali, provinciali e comunali) possono essere interpretate come elezioni di "mezzo termine". Usate dai cittadini per esprimere - in parte - la loro posizione verso l´azione del governo nazionale. E, dunque, per sanzionarlo. Viste le difficoltà incontrate da chiunque abbia avuto la ventura - oppure la sventura - di governare il Paese, vincolato - sempre - da maggioranze incerte, frammentate e divise. C´è però una ulteriore spiegazione possibile. Non contraddittoria, ma semmai a integrazione dell´altra. La volontà dei cittadini di "bilanciare" i poteri, favorendo la costruzione di maggioranze diverse al centro e alla periferia. Quasi una coabitazione, secondo il modello che ha caratterizzato altri Paesi, nel passato più o meno recente. In Francia, ma anche negli stessi Usa. Dove i Presidenti hanno dovuto confrontarsi, talora, alle Camere (Assemblea Nazionale, Congresso o Senato), con maggioranze di diverso segno politico.
Tuttavia le elezioni recenti fanno emergere uno scenario diverso. Suggeriscono, cioè, la possibilità che i due livelli del potere - centrale e territoriale - possano allinearsi. Che il governo del Paese possa venire "unificato" dal Centrodestra di Berlusconi. Che, al terzo tentativo, dispone di un´ampia maggioranza alle Camere. Ma anche di un largo, crescente numero di amministrazioni territoriali. Potrebbe, quindi, governare senza eccessivi problemi. Se non quelli dettati dalle divisioni interne alla sua maggioranza. Oltre ad aver vinto largamente le politiche, nell´election day del 13-14 aprile, il Pdl (insieme agli alleati di centrodestra) ha, infatti, ottenuto significativi successi anche nelle altre consultazioni. Alle regionali: ha trionfato in Sicilia. Mentre ha strappato al Centrosinistra il Friuli Venezia Giulia governato da Riccardo Illy. Forse il più autonomista dei governatori, tradito dal vento leghista e antiromano. Alle municipali, il primo turno ha impresso un segno molto chiaro. Si è, infatti, votato in 71 comuni sopra 15mila abitanti, in 47 dei quali il sindaco uscente è di centrosinistra. Dopo il primo turno ne ha mantenuti solo 6 mentre in 13 ha perduto e in altri 28 casi il suo candidato è al ballottaggio. Parallelamente, dei 22 sindaci di cui disponeva, il Centrodestra ne ha rieletti 8, mentre gli altri 14 sono in ballottaggio. Per cui, il rapporto fra le due parti politiche si è rovesciato: 21 sindaci a 6, a favore del centrodestra. E´ possibile che il ballottaggio di oggi e domani modifichi questo bilancio. Ma, sinceramente, ce ne stupiremmo.
Tuttavia, la "conquista politica dell´Italia" da parte di Berlusconi e dei suoi alleati dipende, in gran parte, dal risultato di Roma. Perché Roma non è solo la capitale d´Italia. E´ anche la capitale del Centrosinistra. Che la governa fin dal 1993. Mentre perfino Bologna, nel 1999, è "caduta". La capitale dell´Italia di Centrodestra, nella seconda Repubblica, invece, è sicuramente Milano. Insieme alla metropoli diffusa del Nord Pedemontano. Cuore dell´Italia dell´impresa, dei servizi, della comunicazione. Contesa e condivisa da Berlusconi, Bossi. E Formigoni. Negli ultimi 15 anni la competizione fra queste due città è divenuta continua. E accesa. Un conflitto che si svolge su diversi terreni. Malpensa contro Fiumicino. La "città del cinema" contro Mediaset. Roma contro Inter (e Milan). Il mercato globale della produzione e dei servizi contro il mercato (e il linguaggio) universale dei beni artistici. Anche questo dualismo e questo conflitto potrebbero finire. Mai come in questa occasione il confronto fra i candidati dei due schieramenti - Rutelli e Alemanno - è apparso tanto incerto. Tanto aperto.
Così, domani potremmo vivere in un´Italia unita. Governata da Berlusconi. Al centro e in periferia. Al Nord, al Sud e perfino al Centro. A Milano e a Roma. Il Pd verrebbe confinato dentro il perimetro delle "regioni rosse". Una sorta di "Lega Centro" (la formula è di Marc Lazar). Come i Ds e - prima di loro - il Pci.
Dubitiamo, tuttavia, che la fine del bipolarismo metropolitano pacificherebbe e compatterebbe il Paese. Nell´Italia unita dalla geopolitica, si produrrebbero altre fratture politiche. Più forti. Alimentate da un centrosinistra spaesato. Senza casa. E da un Centrodestra stressato. Stirato. Fra Roma e Milano.
È di moda essere post-ideologici ed è per questo che Silvio Berlusconi invoca la pacificazione nazionale attaccando la «memoria di parte» della Resistenza mentre Walter Veltroni (sull'Unità di ieri) salva la memoria di parte della Resistenza invocando la pacificazione nazionale. Sempre di deideologizzare si tratta, anche se per il primo inchinarsi alla memoria dei vinti è una tassa da pagare alla gratitudine per i vincitori mentre per il secondo la memoria dei vinti va ascoltata senza perdere il senso delle distinzioni. Del resto, non è per caso che Berlusconi può far leva, perorando oggi le ragioni dei «ragazzi di Salò», sullo storico discorso di insediamento di Luciano Violante alla presidenza della camera nel '96. Così come non è per caso che, deideologizzando oggi deideologizzando domani, siamo arrivati dove siamo arrivati, cioè a festeggiare il 25 aprile con Alemanno che rischia di prendersi il Campidoglio il 28. Una prova della pacificazione nazionale avvenuta?
Il presidente della Repubblica ci ricorda che la Resistenza vive nella Costituzione. Ha ragione e infatti conviene spostare qui il discorso. Su un piano che finora è rimasto misteriosamente in ombra nei commenti al voto del 13 aprile, ma che urge riportare alla luce in attesa di quello del 28. Di cambiare la Costituzione si riparlerà in modo «tecnico» di qui a poco, non appena il governo si sarà insediato. Ma non si tratterà affatto di un cambiamento tecnico, qualche parlamentare in meno, le tasse alle regioni, la sanzione formale di un presidenzialismo già praticato. La destra che ha vinto nel 2008 è la stessa che ha vinto nel '94, e oggi come allora, a onta di chi spera in qualche litigata fra Bossi e Berlusconi, è saldamente tenuta assieme, nelle sue componenti post, anti e extracostituzionali, dal progetto di cambiare la Costituzione formale dopo aver cambiato quella materiale del paese. Gli appelli generosi a un patriottismo costituzionale che dovrebbe prima o poi superare i conflitti sulla memoria del 25 aprile si infrangono su questa semplice evidenza: il patriottismo costituzionale non conquista questa destra, perché questa destra non si riconosce nella Costituzione nata dalla Resistenza.
Conviene spostare qui il discorso, invece di attardarsi esclusivamente sulle rivelazioni «territoriali» del voto del 13 scorso, perchè le divisioni territoriali dell'Italia non sono estranee alla sua tormentata storia costituzionale, come sa chiunque non ignori totalmente la vicenda repubblicana. E come dimostrano le litanie sulla «questione settentrionale», se solo facessimo lo sforzo di tradurle nel linguaggio costituzionale dell'uguaglianza, della solidarietà, del lavoro e via dicendo. Risulterebbe chiaro allora che l'unità materiale e valoriale del paese è già fortemente compromessa (nel Nord ricco come nel Sud preda delle mafie globalizzate), e che ogni appello al patriottismo costituzionale rischia di essere fuori tempo massimo.
E' in questo quadro che il ballottaggio romano di domenica prossima acquista una valenza simbolica particolare, per quanto «deideologizzata» possa essere, in tempi di globalizzazione, la funzione di una capitale nazionale. Col voto del 13 aprile, la destra post-costituzionale s'è presa tutta intera la torta. Col Campidoglio avrebbe anche la ciliegina. Meglio sarebbe un boccone di traverso.
Achille Variati va al ballottaggio domenica prossima a Vicenza partendo da secondo. La candidata leghista Lia Sartori infatti può contare su una base di partenza del 39%. L'ex sindaco di Vicenza invece ricomincia da 31. Variati è stato premiato anche per la sua posizione chiara (e contraria) alla costruzione della nuova base Usa al Dal Molin. E' il candidato del Partito democratico, che nella città del Palladio ha ottenuto attorno al 16%. Circa la metà di quel 31% è stato un voto per Variati e le sue politiche, dunque. Il Dal Molin, anche se Variati ci tiene a sottolineare che non è l'unica questione a Vicenza, è certamente una discriminante anche per il ballottaggio. Nel senso che per esempio i voti (5%) della lista del presidio permanente, Vicenza Libera, o della lista di Beppe Grillo (poco meno del 3%) e in parte della stessa sinistra arcobaleno (2,6%) non devono essere dati per scontati. Soprattutto quelli di Vicenza Libera. Variati non si sottrae a ripetere pubblicamente il suo impegno contro la realizzazione della base. «Se sarò eletto sindaco - dice - revocherò l'ordine del giorno della giunta Hullweck e avvierò il processo di consultazione dei cittadini».
Achille Variati, un successo il suo anche legato alla sua posizione chiara sul Dal Molin.
Quella del Dal Molin non è la sola questione della città. Io comunque ho sempre espresso pubblicamente la mia chiara contrarietà alla nuova base, non una contrarietà ideologica ma urbanistica e di metodo. La città conosce bene questa mia posizione e sa che se sarò eletto sindaco la porterò anche in sede istituzionale.
Lei ha sempre sostenuto che il primo atto da sindaco, se sarà eletto, sarà quello di presentare un ordine del giorno che revochi quello con cui la precedente giunta aveva dato sostanzialmente sostegno al progetto americano per il Dal Molin. Conferma che è questa la sua intenzione?
Naturalmente questo è il mio impegno, l'ho detto pubblicamente e non cambio certo idea una settimana prima del ballottaggio.
Però il presidente del Partito democratico Walter Veltroni, che ritornerà a Vicenza in questa settimana, ha ribadito che per quanto riguarda la nuova base al Dal Molin bisogna mantenere gli impegni presi.
A Vicenza, è bene ricordarlo, è accaduta una cosa molto grave. Perché ci possono essere sia una ragione di una comunità che una ragione di stato. La ragione della comunità è chiaramente quella di una città che non vuole essere solo città di muri ma anche un luogo normale, non militarizzato. La ragion di stato, diplomatica o di impegni internazionali, evidentemente può esserci. Il problema è che questa ragione non è mai stata chiarita e documentata davanti ai cittadini di Vicenza che sono quelli che dovrebbero subirla. Nessuno, né esponenti del governo Berlusconi, né del governo Prodi, è venuto mai nella nostra città a chiarire a mostrare documenti che dimostrassero l'esistenza di questa ragion di stato.
In questi giorni si parla molto dell'accordo tecnico tra Claudio Cicero (sostenuto dai fascisti di Azione sociale) e Massimo Pecori (candidato dell'Udc) per sostenere la candidata leghista Lia Sartori, ma senza l'apparentamento. Cosa ne pensa? Lei invece sta incontrando varie liste, compresa Vicenza libera.
Ho detto e ribadisco che mi sembra di assistere a un mercato delle vacche al quale io mi sono sottratto. Non mi interessano gli accordi non fatti alla luce del sole. Un buon sindaco deve avere una maggioranza chiara, non frutto di continui compromessi e accorduncoli. Io voglio essere il sindaco di tutti e voglio poter contare su una maggioranza sicura. Sto parlando con altre liste ma voglio la sicurezza di avere con me alleati che condividono quello che penso e i miei impegni.
Che sono?
Voglio una città più verde in cui alcuni cunei di non costruito non diventino preda di speculazioni edilizie. Vicenza è la terza città più inquinata d'Italia e questo significa un intervento netto sulla mobilità. Perché l'inquinamento, le polvere sottili sono mali che non si vedono ma che segnano per sempre le generazioni future. Per questo ho in mente una rivoluzione dei trasporti pubblici rendendoli non solo più efficienti ma anche garantendone l'accessibilità nei quartieri finora un po' emarginati. Voglio una città più sicura. Ho parlato di tolleranza zero contro ogni forma di criminalità ma anche di abusivismo edilizio, commerciale, la prostituzione. Non come certi benpensanti che parlano tanto e poi sono disposti a chiudere un occhio sugli abusi quando non li perpetrano addirittura loro stessi. Infine voglio una città più viva che rispetta la comunità, attraverso per esempio una manutenzione dignitosa dei marciapiedi come dell'illuminazione. Difendere la vita per me significa anche dare servizi per l'infanzia, come nidi e micronidi. In una frase vorrei una città che tende a non lasciare solo nessuno.
Nota: più o meno l'esatto opposto di quanto sostenuto dagli entusiasti del " Pd del Nord", ispirato da certa sociologia d'accatto (f.b.)
Sarà un pezzo più lungo di quelli che scrivo di solito, me ne scuso. Ma il momento è serio. Il Popolo delle libertà e la Lega stravincono le elezioni, il Pd resta inchiodato a oltre nove punti di distanza , Berlusconi torna al governo, la Sinistra Arcobaleno subisce una sconfitta storica e per la prima volta non entra in Parlamento. Siamo stati penalizzati dall’appello ossessivo al voto utile (tanti elettori di sinistra hanno votato Pd illudendosi di poter battere Berlusconi ma il loro voto non è servito) e dall’astensione di un’altra parte delusa dall’operato del Governo Prodi appoggiato anche dalle forze di sinistra.
Questi due elementi però non spiegano una sconfitta tanto bruciante maturata nell’ultimo anno, e che deriva dai nostri enormi e persino incredibili errori.
Non abbiamo convinto gli elettori che avevano votato a sinistra nel 2006, non abbiamo conquistato nuove forze. La Sinistra Arcobaleno in versione lista elettorale finisce qui. Quando nacque il Pd dicemmo che era un terremoto politico, che nulla sarebbe più stato come prima. Che nessuna delle forze della sinistra poteva da sola rispondere al vuoto che si creava a sinistra del Pd: che era necessaria e urgente una sinistra unitaria e plurale, un nuovo soggetto politico. Ma tra il nostro dire e il nostro fare c’è stato di mezzo il mare.
Abbiamo sprecato un anno . Nonostante gli Stati Generali in dicembre, dove tutti i dirigenti della sinistra politica si erano dichiarati pronti a promuovere e a farsi “travolgere” da una costituente della Sinistra , capace di risvegliare la partecipazione alla politica, pochi giorni dopo tornavano a prevalere chiusure, piccoli egoismi e nessuna costituente è partita nei territori. Siamo così arrivati tardi all’appuntamento delle elezioni anticipate, solo con una lista elettorale (la Sinistra Arcobaleno), senza una idea di sviluppo di questo paese, senza un progetto chiaro e credibile per il dopo elezioni, noncuranti di ristabilire un minimo di radicamento sociale.
Abbiamo puntato tutto sul fatto che la sinistra rischiava di scomparire, che bisognava difenderne l’esistenza. Questo appello non poteva essere sufficiente perché per quanto un elettore di sinistra sia sensibile al mantenimento di una Sinistra nel suo Paese egli vuole capire come sarà, dove lo porta, quali politiche concrete propone per cambiare in meglio la vita delle persone, quali principi mette a base del suo progetto. E vuole anche democrazia nelle scelte programmatiche, nella elezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle liste, condivisione e partecipazione. Senza democrazia diventa asfittico qualsiasi organismo politico (oppure diventa leaderistico e personalistico come sono il PDL e il PD). Senza partecipazione siamo stati percepiti come uno dei tanti ceti politici che cercano di salvare loro stessi, e questo, per una sinistra che aveva denunciato la crisi della politica e si era proposta di cambiarla nelle forme e nei modi è risultata una contraddizione enorme. Se ci guardiamo intorno siamo, paradossalmente, noi dirigenti della Sinistra Arcobaleno quelli che più di tutti gli altri risultano travolti dalla pesante critica che montava, spesso con analisi che io non ho condiviso, dalla cosiddetta antipolitica. E a questo voglio aggiungere che l’aver dato una immagine totalmente maschile è stato un limite serissimo che denuncia una cecità profonda e mai superata.
Se sono vere anche solo una parte delle cose che ho scritto fin qui è chiarissimo che siamo di fronte ad una mole enorme di problemi da capire e da risolvere se vogliamo pensare ad una ripartenza. Per ricominciare bisogna avere chiare le ragioni di una sconfitta, rimettere mano in fretta alle pratiche politiche sbagliate che hanno condotto a quegli errori, cambiare con la democrazia (e non con sommarie rese dei conti) coloro che dirigeranno in futuro l’eventuale progetto di rilancio. Ma bisogna anche dirsi con chiarezza e senza prese in giro qual’è la proposta politica e il progetto di paese che vogliamo rimettere in campo. Ho scritto tante volte della Sinistra che vorrei e non potrei adesso scrivere cose diverse .
Vedo moltiplicarsi in questi giorni convulsi appelli di ogni genere ma ciò che li accomuna è un dato chiaro: la richiesta di tornare ognuno nei propri accampamenti e nei vecchi perimetri culturali. Il solito ritornello che vuole i comunisti con i comunisti, i verdi con i verdi, i socialisti con i socialisti..ripropone solo la congenita e maledetta incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme. E’ una resa. Credo che ognuna di queste culture politiche per quanto ben organizzata non possa, da sola, andare da nessuna parte. Temo che andrebbe solo verso il suo esaurimento.
Sento anche che alcuni altri (pochi per fortuna) propongono di trasferirci armi e bagagli nel Pd : mi pare anche questa una proposta disperata e sbagliata. Se siamo uomini e donne di sinistra come potremmo ritrovarci in un partito che , per sua stessa ammissione non è e non vuole essere un partito di Sinistra?
Tutte le ipotesi che ho elencato rinunciano alla sfida che resta intatta davanti a noi e che ci è caduta addosso quando è nato il Pd : come e chi ridarà forza ad una sinistra in italia? Come ricostruirla? E su quali basi? Dobbiamo tenere i nervi saldamente ancorati alla ragione perché in un momento tanto grave i gesti istintivi e frettolosi possono apparire più semplici, ma in genere sono sostenuti da poco pensiero e rischiano di diventare altri errori che si accumulano a quelli già fatti. Io penso che resti tutto intero davanti a noi l’obiettivo di una sinistra unitaria e plurale perché ritengo maturo (anzi oramai quasi scaduto) il tempo nel quale le culture più storiche della sinistra possano convivere insieme a quelle più recenti e nuove (quelle nate dall’ecologia scientifica, dal pensiero della differenza di sesso e dalla libertà femminile, dalla critica alla globalizzazione). E del resto quanti di noi interrogando la loro coscienza (e anche la loro pratica politica quotidiana) potrebbero dirsi oggi solo e soltanto comunisti, o solo socialisti o soltanto verdi? Siamo molte culture (ognuno di noi ne raccoglie nel suo intimo molte più di quel che ci diciamo) e insieme dobbiamo cercare di radicare nel paese una sinistra unitaria e plurale. Che non può essere la somma di tanti partitini e dei suoi gruppi dirigenti, ma un soggetto politico nuovo.
Per quel che attiene al progetto riparto anche qui da cose già dette :
“Se non si cresce non c’è nulla da ridistribuire. La crescita prima di tutto e il Pil come totem” Questo è stato il tema della campagna elettorale del PDL ma purtroppo è diventato anche il motivo dominante di quella del Pd. La Sinistra parte da altri presupposti: è una forza politica che vede il mondo e le sue contraddizioni globali e ha il coraggio di dire al Paese cosa deve crescere e cosa invece deve decrescere.
Devono crescere, ad esempio,i servizi immateriali, i trasporti di merci su ferro e per mare e i mezzi pubblici per le persone, il risparmio energetico e le energie rinnovabili, il salario e gli stipendi, la sicurezza del lavoro e il suo ruolo sociale, l’agricoltura non modificata, le reti idriche, l’edilizia di manutenzione e di recupero , l’impresa sociale, i diritti.
Devono diminuire le rendite, le speculazioni edilizie e finanziarie, l’uso di cemento che ci vede tra i primi Paesi nel mondo, il trasporto di merci su gomma, la dipendenza dal petrolio, il numero di automobili, la chimica più inquinante, le spese per armamenti (che negli ultimi dieci anni toccano il picco). La chiave di volta è una idea di sviluppo fondata sulla riconversione ecologica di settori importanti della nostra economia. Una diversa concezione dei consumi,dei cicli produttivi e delle merci. Lanciare allarmi sui cambiamenti climatici e sui limiti delle risorse naturali non vale nulla se si rinuncia ad indirizzare lo sviluppo verso altri fini, anche attraverso indirizzi chiari e forti dello Stato in economia.
Il cambiamento del modello di sviluppo liberista è il nostro obiettivo e la riconversione ecologica dell’economia è l’insieme di riforme da mettere in campo per conseguirlo. Spesso la Sinistra non ha saputo vedere quanta giustizia sociale passi attraverso la riconversione ecologica, e ha sbagliato. Proviamo a pensare all’acqua. Di quale giustizia sociale si può mai parlare in un mondo nel quale una parte enorme di persone non ha accesso all’acqua e da qualche settimana neppure al cibo minimo? Che l’acqua resti un bene comune, un diritto, e che la gestione delle reti resti pubblica è una scelta precisa, di sinistra, redistributiva, antiliberista. Il Pil misura in modo indifferenziato la produzione di un Paese, non ci parla degli squilibri. Il Pil non misura i diritti e non li garantisce, non riequilibra le risorse, non ci parla di democrazia, non si cura della sicurezza sul lavoro, non ci dice che stiamo consumando troppo territorio agricolo, che cementifichiamo le coste (vera risorsa per un turismo di qualità), che abbiamo il 40 per cento di acqua che si disperde . Il Pil è un indicatore nudo e crudo.
Lo consideriamo, ma non è la bussola della Sinistra. A noi interessa il benessere economico netto . Il disco rotto della crescita indifferenziata gira sul piatto da molti anni. E da molti anni nulla di buono cresce. Noi lavoriamo invece per l’aumento della qualità sociale e ambientale dello sviluppo. Se queste (e molte altre ancora) sono alcune delle nostre idee, dalle quali derivano progetti di cambiamento che migliorano la vita delle persone, un altro nodo va sciolto al nostro interno.
Si tratta del fatto se la Sinistra alla quale pensiamo debba avere oppure no una cultura di governo. Che non vuole dire stare al governo. Io provengo da una forza politica, il Pci, che aveva una solida cultura di governo. Che sapeva misurarsi con tutti i problemi che i lavoratori, i cittadini, gli insegnanti, i tecnici, le città come organismi complessi presentavano. Si può stare all’opposizione con una solida cultura di governo e ottenere risultati importanti, si sta spesso al governo per anni senza ottenere alcun risultato e senza governare (la Campania insegna).
Ebbene io penso che una sinistra unitaria e plurale per diventare una forza popolare, radicata socialmente, presente sui problemi del territorio debba avere una cultura di governo su tutti i temi che si aprono davanti a noi in questo secolo così difficile. Nessuno escluso, anche quelli che ci imbarazzano di più o che vedono una nostra elaborazione assai scarsa. Parlerei di egemonia, una parola fondante per la sinistra, ma non vorrei aprire un confronto filosofico.
Da ultimo le forme, i modi, le relazioni, le nostre parole. L’unica forma per organizzare una forza politica di qualsiasi genere è la democrazia. Nessuno accetta più, a sinistra di vivere senza democrazia. Se la Pdl e il Pd hanno scelto il modello leaderistico e personale di tanti uomini soli al comando io ritengo che la Sinistra non possa farlo perché negherebbe in radice la sua natura. I modi sono quelli della trasparenza delle scelte, della partecipazione e dell’ascolto, del ritorno ad organizzazioni territoriali e a rete.
Le relazioni sono quelle tra le persone nelle quali si riconosce ad ogni livello e si rispettano le differenze e la presenza e la libertà di tutti e due i sessi. Le parole nuove ce le dobbiamo inventare tutti e tutte insieme, e non sarà facile perché spesso, parlando quasi sempre tra noi abbiamo assunto un linguaggio autoreferenziale e incomprensibile a chi ci ascolta, ai giovani in particolare. Vedo in questi giorni tentativi sommari di trovare capri espiatori, di consumare rese dei conti. Inutili pratiche, vecchie come il mondo.
Chiarito il percorso che vorranno fare tutti coloro che non sono disponibili a tornare dentro i recinti di prima allora democraticamente e con un forte collegamento con i territori dovremo trovare tutta la democrazia che serve per eleggere in modo trasparente chi dovrà portare più responsabilità di altri. Vendola nella sua intervista di ieri ha detto un nuovo gruppo dirigente che comprenda al suo interno anche una nuova generazione, e io concordo. Dice anche che si potrebbe pensare ad una direzione duale (un uomo e una donna), può essere e sarebbe un fatto nuovo. Ma la condizione è che percorsi, programmi, persone vengano scelte con la democrazia e con il voto. Abbiamo fretta da una parte ma abbiamo anche un po’ di tempo. Rifondazione è alle prese con un dibattito congressuale difficile che io rispetto e che credo vada svolto. Ma pur seguendo con attenzione quella riflessione non è detto che nel frattempo si debba restare fermi. Ripartiamo dal territorio, dai gruppi unitari che si sono formati in tante realtà, dalle case della sinistra, dalle associazioni che sono disponibili, dagli eletti nei comuni, nelle province e nelle regioni. Costruendo attorno a loro partecipazione , legame con i territori e discussione politica. Riuniamoci, compagne e compagni, diciamoci tutto quello che pensiamo…e poi, finite le critiche e le invettive, rimettiamoci in cammino.
Nichi Vendola, pare proprio che tocchi ricominciare a parlare di frantumazione politica per cominciare a parlare della sconfitta della sinistra. Nel senso che dopo la frana di consensi e l'uscita storica dal Parlamento imposta dagli elettori, i primi atti soggettivi dei partiti che avevano accettato - almeno elettoralmente - il nome unitario dell'Arcobaleno sono ora gesti di divisione. Tra di loro e al loro interno. A noi tocca, credo, parlare di Rifondazione comunista...
Il peggio che può accadere è che si ricominci dalla politica in forma di resa dei conti, di ricerca del capro espiatorio. Sarebbe una dinamica di continuità con la catastrofe. Perché un gruppo dirigente serio nella sua collegialità deve mettersi in discussione e deve dirigere una rapida transizione verso una fase di rilancio e riorganizzazione del progetto politico. Per una questione, direi, di igiene: e di moralità comunista. Se invece si cerca l'abbrivio di una discussione urlata, di una rapida giustizia sommaria, credo che il danno sarà irreparabile.
Vediamo se ho capito: il confronto sulle responsabilità del disastro non può dislocarsi all'interno dei gruppi dirigenti, ma deve partire da una messa in questione collettiva e generale. Se è questo che proponi, come si deve tradurre concretamente? Che forme deve assumere l'ovvia restituzione di parola alla "base"?
Naturalmente, il partito è una cosa più larga di quanto non siano le istanze organizzate dei gruppi e dei sottogruppi: quindi penso che chiunque voglia difendere il patrimonio che con tanti sacrifici tutti insieme abbiamo accumulato, deve mettere al primo posto un'idea forte di solidarietà all'interno di questa comunità politica che è Rifondazione comunista. Per potere, ancora tutti insieme, guardare con spietatezza le ragioni non congiunturali di una sconfitta tanto radicale. La sconfitta può essere anche vissuta come la ritirata in una casa più piccola, forse anche più comoda per chi ha soltanto il problema di ritagliare uno spazio di sopravvivenza ad un frammento di ceto politico. Ma o il nostro progetto resta quello di una grande innovazione politico culturale, che ambisca a ricostruire il profilo di una sinistra di popolo, oppure la nostra gente abbandonerà il campo e si ritirerà a vita privata.
Fermiamoci allora sulla "catastrofe": sarà un problema mio, ma non capisco come la discussione possa aprirsi senza il punto di partenza di un'analisi del voto. Voglio dire senza confrontarsi su dove sono andati a finire i voti persi, per ricostruirne le ragioni e ascoltarne i messaggi. Ci proviamo?
Intanto il punto d'inizio: la nostra perdita ha dimensioni catastrofiche, perché si tratta di oltre due milioni e mezzo di voti. Che sono usciti in forma più consistente verso il partito democratico, ma non solo: verso il suo alleato, l'Italia dei Valori; e, mi pare evidente, anche verso la destra e al Nord verso la Lega; così come verso l'astensione...
Che sono - il non voto, la Lega e l'Idv - i soli serbatoi aumentati in valori assoluti in queste elezioni. Avrà pure un significato...
Secondo me, per quel che ci riguarda, si rende evidente un mix di ingredienti che caratterizza la nostra sconfitta. Noi e quasi esclusivamente noi abbiamo pagato, naturalmente, tutti gli scontenti rispetto al governo Prodi: sia dal lato delle critiche e delle delusioni, delle "sofferenze" sociali, sia da quello simmetrico d'una punizione dei fattori "perturbativi" della governabilità. E inoltre non siamo stati percepiti come un'alternativa etica, laddove su questo tereno si è colocata la percezione della crisi della politica: e qui ha capitalizzato Di Pietro, a mio parere attraverso un "mediatore culturale" che è il grillismo.
Come, allora, è stata percepita la sinistra per essere così "punita"?
Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell'inefficacia dell'agire politico. Di più, veniamo per così dire "asfaltati" da quest'idea duplice con cui si è depositata nei corpi sociali: che da un lato intende l'efficacia come blindatura della governabilità e dall'altra assume come misura i risvolti concreti immediati, nella vita materiale d'ognuna e d'ognuno, dell'azione politica.
Dunque, la percezione fondamentale era quella d'una inefficacia.
Già: ma l'inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un'improvvisazione elettoralistica. Intendo l'immagine di cartello elettorale. Non ha indicato una chiara prospettiva futura; e nemmeno un superamento in una nuova fucina non tanto delle culture politiche dei partiti coinvolti quanto del corollario di beghe di piccoli palazzi, di politicismi. E' apparso un debole "manifesto" per indicare un luogo che era confuso: noi, voglio dire, chiedevamo di votare al massimo un'allusione. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio.
La sorte "museale" che avvertivi come rischio della sinistra politica in questa temperie storica, già in quella nostra intervista prima dell'estate scorsa, a Bari...
E' fastidioso rivendicarlo, ma è così, avevo provato a dirlo. Ora invece dico: se qualcuno crede che questo problema possa essere affrontato e risolto sul terreno delle questioni identitarie, io credo che sarà rapidamente smentito dalla realtà dei fatti. Il punto di fondo di quest'insuccesso totale credo infatti sia nel totale scoordinamento dei nostri tempi rispetto a quelli della realtà. Che, invece, ci chiedeva un vero e proprio "salto" organizzativo e culturale...
Un momento: questa "domanda della realtà", che pure è stata evocata nella campagna elettorale della sinistra senza appunto riuscire ad andare oltre un'allusione, non viene da un po' prima? Non era già più che matura, intendo, da ben prima della stessa scommessa della partecipazione al governo?
Se posso dire così, il momento "topico" era quello in cui eravamo politicamente perdenti e culturalmente vincenti: il 2001, a Genova. Allora, forse, dovevamo intendere che il filtro e la rappresentazione politica di quelle istanze di cambiamento erano maturi per poter essere sottoposti ad un'operazione coraggiosissima quanto necessaria di innovazione. Intervendo proprio sul tema del soggetto politico.
Ecco: e non è che questa "occasione mancata" precede come problema e anche determina, per così dire, quello della fallita scommessa sul governo?
Quel che non si puo non vedere è che nell'esperienza di governo la sopravvivenza di "quello che c'era" ha portato noi ad essere i parafulmini di qualunque tempesta. Perché da un lato rispetto all'insieme delle istanze di movimento, anche se condividevi percorsi e battaglie, perdevamo credibilità malgrado la pretesa d'efficacia, riferita proprio alla presenza nel governo. D'altro canto, nonostante l'inefficacia del nostro posizionamento critico all'interno del governo - perché su Val di Susa e Dal Molin, per dirne due, non portavamo a casa niente - il fatto che eravamo collocati nella piazza e nel movimento diventava oggetto dei fulmini di tutt'un'area, anche democratica, che pensa la priorità sia tener saldo il quadro del governo. Insomma: noi eravamo nell'occhio del ciclone, ma capita in queste circostanze che chi sta nel suo occhio non si acorga che intorno c'è il ciclone. E invece di essere quelli che, contemporaneamente, vedono crescere la capacità di governo senza rinunciare a implementare il proprio radicamento nei movimenti, siamo apparsi spiantati sia dalla terra della politica che da quella della società.
E qui torniamo al punto dell'assunzione di responsabilità: se le cose stanno così, come deve esplicarsi?
Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? Mi pare francamente ingeneroso. O la facciamo sul fatto che la colpa è del segretario Franco Giordano? Mi pare francamente grottesco. Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Non si cerchino i colpevoli ma s'indaghino le cause. Ripeto, assumendoci collettivamente la responsabilità della sconfitta.
Ma, dal passato al futuro, un'assunzione di responsabilità per cosa? Per proporre quale compito?
Il tema è per me quello che ti ho detto, d'una nuova sinistra di popolo. Problema molto serio: perché significa lottare sapendo d'essere una minoranza ma senza avere atteggiamenti minoritari. La grandezza del movimento no global è stata quella di aver sfidato il pensiero unico superando la variegata mappa di tutti i minoritarismi. E per me quello è il punto di svolta quando voglio immaginare la ricostruzione del campo teorico d'un soggetto d'alternativa.
Uno che certamente è d'accordo su questa premessa, Marco Revelli, indica provocatoriamente al "bagno d'umiltà" della sinistra l'esempio della Lega, ovviamente agli antipodi politici, per indicare come centrale il nodo del territorio e del legame sociale...
Certo, la Lega è una doppia comunità. E' comunità politica che si sovrappone alla reinvenzione d'una comunità territoriale. In qualche maniera offre un doppio riparo rispetto alle tendenze di disidentificazione verso la globalizzazione. Ha costruito un alfabeto che mutua il populismo dal popolo. Si carica di un'identità che altre volte abbiamo definito come di "plebeismo piccolo borghese" e lo restituisce in forma di discussione pubblica, liberato da qualunque freno inibitore. E, ciò che è più importante dal punto di vista della nostra messa in discussione, occupa degli spazi che non solo noi non occupiamo, ma proprio non conosciamo più.
Mi pare parlino su un altro piano sempre di questo altre due voci critiche, ascoltate prima del voto: quella di chi, come Marramao, additava la mancata elaborazione a sinistra del divorzio fra simbolico e dimensione delle pratiche, e quella femminista che l'ha specificato nella fissità, sempre a sinistra, della crisi del simbolico politico maschile. Non sono modi di dire la mancata messa in causa del soggetto politico, della sostanza appassita nelle sue forme?
Ripartire di qui, è appunto il compito. Se c'è chi pensa che si possa ripartire dal partitino, che la collocazione extraparlamentare diventi una specie di codice politico-culturale, sta giocando una partita che non c'entra niente con i bisogni della società italiana come con la necessità di reinventare la sinistra. Occorre partire invece dal fatto che siamo stati e ci siamo esiliati dal simbolico, dalla generalità delle forme di coscienza. Sembriamo possedere un alfabeto indecifrabile e il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità: il nostro racconto è sempre d'un rapporto esteriore, un po' sociologico un po' apocalittico, quando un tempo a raccontare era il lavoro politico, la costruzione di reti di comunità, la messa in sequenza di vertenze, la capacità di dare alla politica un ruolo pedagogico. Oggi anche il nostro racconto sembra mutuare più dalla fiction che dall'attraversamento della realtà.
Cerchiamo di esplicitare i termini politici attuali di queste considerazioni: l'assunzione collettiva di responsabilità, se tale è il grado di crisi soggettiva certificato, a chi deve rivolgersi e in che luoghi deve svolgersi? Con chi e dove bisogna "elaborare il lutto"?
Ci conviene, dico io, anche fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C'è un lavoro che va ricominciato con immensa modestia. Un lavoro che dev'essere spigliato, libero, non ricattato. Con tuti quelli che ci stanno. Per questo, in queste ore, dobbiamo lanciare un messaggio molto forte alle compagne ed ai compagni: quello di partecipare ad una battaglia politica esplicita. Chiudersi in qualunque nicchia significa candidarsi al suicidio. E può anche accedere che per molte ragioni la sinistra italiana come soggetto autonomo sparisca; oppure, che finisca in una piccola commedia senza respiro e senza importanza. Dobbiamo rifiutare questa prospettiva, se possibile. E dobbiamo metterci tutti in gioco. Perché ora c'è solo un modo per salvare la sinistra politica, in Italia: sfidare noi stessi a costruire una grande e nuova sinistra.
Il Nord e il PD
Nel Paese che cambia, ci sono riforme che non costano nulla, se non un atto di coraggio. Esempio: andare da un notaio, e firmare l’atto di nascita del Partito Democratico del Nord, federato al partito nazionale, con il sindaco di una grande città come segretario. Una forza politica leale a Veltroni ma autonoma, coerente col Pd nei valori ma indipendente nelle sue priorità e nei suoi programmi, soprattutto insediata nella zona italiana del cambiamento, e capace di una sua specifica rappresentanza: in uomini, interessi, esigenze e problemi.
Tutto questo non nella convinzione che il Nord si sia consegnato alla destra per sempre. Anzi. Il voto, rovesciando il cannibalismo con cui Berlusconi si cibò della Lega nei primi anni della sua avventura, vede, al Senato, il Pdl calare di 70mila voti in Piemonte, di 254mila in Veneto, di 236mila in Lombardia, a vantaggio della rimonta bossiana. E il Pd, che cresce di 295mila consensi in Lombardia e di 72mila in Piemonte, è pari ad ognuno dei suoi avversari in tutto il Nordest, ed è addirittura primo in tutti i capoluoghi veneti, Vicenza, Verona e Treviso compresi.
Ma il nuovo partito "metropolitano" non arriva al popolo minuto del capitalismo personale che innerva di innovazione e modernità l’area della Pedemontana, né al reddito fisso nordista colpito dalla crisi nella sua rappresentatività sociale. Non è vero che questo sistema economico e sociale rifiuta la politica, perché nella presenza capillare della Lega unita al populismo berlusconiano ha cercato comunque una ipotesi politica di rappresentazione, di interpretazione e di tutela del suo mondo.
Il problema della sinistra è che è esterna prima ancora che estranea a questa trasformazione molecolare del lavoro e della produzione, perché ferma ad una concezione fordista, "evoluzionista", dove la piccola impresa è solo l’impresa da piccola e non un soggetto della modernità, che opera nei luoghi del cambiamento, produce beni immateriali come informazione, servizi, finanza, conoscenza: leve di nuove figure professionali, nuovi saperi, nuovi diritti, nuove domande.
Da questa metropoli diffusa, come anche da Milano, la sinistra non può rimanere fuori, se vuole essere credibile come soggetto del cambiamento. Non può regalarla alla destra, né può pensare che la destra sia lì per caso. Un’offerta di culture diverse può arricchire la zona più ricca d’Italia, nell’interesse del Paese. Forse il Pd del Nord non servirà per vincere, ma servirà per vivere, o almeno per capire.
il manifesto
La marcia in più dei sindaci leghisti
di Orsola Casagrande
Venezia La parola chiave nel post elezioni sembra essere «territorio». Il successo travolgente della Lega Nord soprattutto in Veneto, Friuli, Lombardia e anche Piemonte è dovuto alla capacità che il partito di Bossi ha dimostrato nel relazionarsi ai territori. In maniera speculare la scomparsa della Sinistra arcobaleno è da attribuirsi in larga parte al suo aver disertato i territori, dove per presenza nel territorio si intende la particolare attenzione che è stata data alle istanze che dal locale provenivano. Addentrandosi maggiormente significa presenza e organizzazione (nebulosa, confusa a volte ma comunque fisica, visibile) nei luoghi di lavoro, le fabbriche in primis. Nelle scuole, nei mercati rionali. E naturalmente nelle amministrazioni pubbliche.
La vittoria della Lega è in tanta parte da ascrivere ai sindaci e amministratori che in questi anni sono riusciti a rendere una immagine efficace, presente, per nulla succube dal potere centrale romano, delle pubbliche amministrazioni, dei comuni, perfino dei quartieri. L'esercito dei sindaci leghisti (oltre duecento) ha lavorato con un obiettivo in mente, radicarsi nel territorio, essere riconosciuti e riconoscibili, dare risposte. Spesso risposte gridate, razziste, troppo velocemente liquidate come «sparate». La Lega Nord è cambiata tanto in questi anni, tra esternazioni xenofobe del Borghezio di turno e un meticoloso lavorio di ascolto del territorio che ha prodotto dirigenti che nei territori sono radicati perché da lì provengono, oggi la Lega può brindare al successo. Le caricaturali e folkloristiche immagini della cerimonia della nascita della Padania (a Venezia) lasciano il posto a un articolato progetto che pure ancora confuso si snoda su punti saldi e chiari. Che vanno al di là del «prendiamo i fucili» di Bossi o «buttiamoli a mare» di Borghezio. E parlano di federalismo, fiscale e non solo, di maggior potere alle amministrazioni locali, di maggiore autonomia.
Certo, le parole d'ordine anche in questa campagna elettorale sono state le stesse di sempre, con tanta violenza vomitata addosso ai migranti, per esempio. Anche se poi Treviso, dove il sindaco Grosso e il prosindaco «sceriffo» Gentilini hanno fatto il bis (dopo la guerra delle panchine), è la città che la Caritas nel suo dossier sull'immigrazione indica come il luogo di maggiore integrazione per i cittadini stranieri. A Cittadella, dove il sindaco locale è salito agli onori delle cronache per la sua ordinanza, ribattezzata «antisbandati», con la quale negava la residenza a chi non aveva un reddito di un certo tipo, la Lega ha sbancato raggiungendo addirittura il 42%. Ma il dato da leggere non è solo l'ordinanza. Bisogna andare a monte: la nuova classe dirigente della Lega è quella che appunto usa le ordinanze, gli strumenti legali di cui dispone l'amministrazione locale.
Molto si discute in questi giorni sul voto operaio in parte dirottato proprio verso i leghisti. Anche in questo caso la lettura da fare non può fermarsi alla superficie. Gli operai, molti, hanno visto nelle parole della Lega una possibilità. Intanto di difesa del posto di lavoro, cosa che, lamentano in tanti, anche il sindacato ormai non considera più la priorità. In fondo, nelle assemblee che in questi mesi ci sono state nelle fabbriche venete si è parlato molto di quello che il governo di centro sinistra avrebbe dovuto fare e non ha fatto, a partire dall'abolizione della legge 30. Insomma se la Lega in queste elezioni ha avuto tre milioni di voti alla Camera e poco meno di due milioni e settecentomila al Senato non è soltanto per «protesta». E' perché in questi anni il partito di Bossi ha puntato al radicamento nel territorio, in questo «aiutata» dall'abbandono dei territori da parte della sinistra (intesa come le forze dell'Arcobaleno) e certamente dalla dismissione totale di ciò che di residuo «sinistroide» era rimasto ai Ds poi Partito democratico. Perché nonostante Veltroni e company abbiano perso le elezioni hanno vinto su un altro fronte da tempo perseguito (peraltro fin dai tempi del vecchio Pci) e cioè l'eliminazione delle fronde «sinistre».
In questo contesto si inseriscono positive e interessanti anomalie, come, per citarne soltanto due, il movimento no Tav, ma anche il popolo no Dal Molin. Ognuno con le sue specificità. A Vicenza il presidio permanente ha deciso di giocare la carta dell'amministrazione locale, proponendo una lista e ottenendo un consenso ampio, il 5% che tradurrà in sperimentazione all'interno del consiglio comunale. Anche per provare a stare nel territorio in maniera differente dalla Lega.
Lo si diceva da tempo, e da molte parti: la “questione televisiva” ha certo un peso, e un peso notevole, sullo spostamento dei consensi e la formazione dell’immaginario sociale, ma non riassume di certo l’universo delle sensibilità diffuse. Conta ancora, e in modo massiccio, il “territorio”, meglio ancora se riesce ad entrare in sintonia proprio con quell’immaginario televisivo e in genere mediatico che ne amplifica o orienta tendenze e suggestioni.
Riuscire a riallacciare contatti correnti con le vite quotidiane di chi (la stragrande maggioranza dei cittadini) il territorio nei suoi vari aspetti lo percepisce e sperimenta senza il filtro della grandi categorie dello spirito. Questo l’obiettivo raggiunto dalla Lega, nata esattamente da qui, e questa pare, leggendo l’inquietante editoriale decisamente “marchiato” di Repubblica, anche la tendenza emergente del Pd.
Inquietante non perché scopra il territorio: la cosa è assai positiva, e non da oggi chi se ne occupa in modo più costante e sistematico auspicava una simile svolta della politica. Il motivo della preoccupazione, è che proprio nel momento in cui la sinistra sembra evaporare e/o ingrugnirsi in un dibattito che pare abbastanza autocentrico, il centro pigliatutto se ne esca con la brillante intuizione: casa, famiglia, bottega.
Perché è a questo universo che mira, tutta la congerie di suggestive evocazioni che ascoltiamo ormai da anni, e che ora appaiono sul punto di transustanziarsi in mainstream. Non certo la comunità olivettiana, o le sue antenate del socialismo utopico o dell’autogestione, care ai pionieri dell’urbanistica moderna, dall’autarchia rurale di Owen alla rete globale campi-fabbriche-laboratori di Kropotkin. L’unica radice “teorica” di certa pseudosociologia valligiana tanto in voga, è proprio tutto quanto una intera generazione ha imparato freudianamente a odiare, e che ora ci vorrebbero rivendere come nuova frontiera riformista.
Attenzione: dietro a quelle chiacchiere c’è solo ed esclusivamente un mondo “ideale” che sembra uscito direttamente da qualche sconsolata pagina di Massimo Carlotto e dintorni. (f.b.)
La mappa del voto a Nord, in particolare in Veneto, rivela il peso di alcuni processi sociali nel successo leghista alle politiche. Da sempre il Carroccio si radica nella fascia pedemontana e nei piccoli centri, mentre trova maggiori ostacoli nelle città.
Non solo a Venezia e Padova, ma anche a Vicenza e a Treviso, cuore del leghismo, il Pd è il primo partito. La difficoltà del Carroccio nei centri urbani, così come la sua tendenza a dilagare con percentuali bulgare al di fuori, mette in luce anche l´impatto locale dei flussi globali. Fuori dalle città, luoghi di relazioni economiche e sociali complesse, di circolazione di saperi connessi al mondo, l´effetto negativo di tali flussi è percepito con maggiore intensità.
Fenomeni diversi ma riconducibili allo spettro della globalizzazione ingovernata, come l´insicurezza economica e fisica o l´immigrazione, spaventano interi pezzi di società. Lo spaesamento indotto dalla presa d´atto che gli effetti globali sono ormai divenuti glocali è dirompente per questi segmenti sociali. Il Carroccio ha dato voce a queste paure, alimentandole a sua volta e facendosene imprenditore politico. Invocando soluzioni non certo all´altezza dei problemi ma, e questo in politica conta sempre, colmando un vuoto. Ha rotto, infatti, l´afasia che sull´argomento ha mostrato la sinistra. Guardata da quegli stessi pezzi di società impaurita, come espressione, se non di uno schieramento favorevole, certo non critico verso la globalizzazione. Percezione semplificatoria, facilitata dal fatto che, qui come altrove, la sinistra è ormai in larga parte schieramento di ceti medi con stili di vita cosmopoliti, mentre il "popolo" volge il suo sguardo a destra. Alla ricerca di protezione.
Il consenso alla Lega non è arrivato solo dalla protesta contro la pressione fiscale e la burocrazia; o dall´adesione a un progetto di federalismo vissuto come fine dei trasferimenti di risorse allo stato centrale e alle regioni meridionali. Lo sfondamento oltre il tradizionale zoccolo duro verde è avvenuto sull´offerta di protezione. Quella protezione che la sinistra, impegnata in questi anni a definire il contenitore più che il contenuto e a colmare i suoi storici ritardi nei confronti dei settori più produttivi, non ha fornito. Né sul piano sociale né su quello della sicurezza. Trascurando oltre che l´ormai retorico e ingombrante discorso "sul popolo" anche "il popolo".
Un simile gap non si recupera in pochi mesi. Anche perché dietro a questo umore popolare emerge non solo una dura critica politica ma anche un sordo rancore sociale: verso chi, per risorse o status, è in gradodi accedere a diversi scenari, locali e globali. Contrariamente a quanti, come gli "impauriti", devono vivere, per necessità, ancorati a un territorio trasformato dai flussi globali e da una sorta di nuovo fordismo sociale.
Di fronte a questa fetta di società impaurita, popolata da anziani, casalinghe, giovani decisi a "fare qualcosa", lavoratori a bassi salari, la Lega si è posta come attore territoriale della protezione. La cui funzione è essenzialmente trattenere, disciplinare, dare forma politica, relazionale prima ancora che istituzionale, a un territorio destinato, nelle intenzioni, a aprirsi e chiudersi selettivamente agli effetti della globalizzazione. E che ha la funzione simbolica di ricostituire la "comunità impossibile", di rifondare un legame sociale identitario che prescinda da quella che un tempo era la collocazione di classe. Da qui il richiamo leghista all´interclassismo e al rifiuto di autodefinirsi, a prescindere dal tratto dominante del proprio elettorato, di destra o sinistra.
Non è un caso che abbiano votato per il Carroccio molti operai. Non solo quelli non sindacalizzati delle piccolissime imprese che sognano di mettersi in proprio; ma anche iscritti alla Fiom, che non teorizzano alcuna "soggettività di classe" e guardano il mondo con gli occhi difensivi della comunità della paura che si ricostituisce oltre il cancello della fabbrica. In questa visione il "popolo" condivide, più che immaginari miti padani, l´idea leghista di una nuova «rivoluzioneconservatrice», che ha nel tremontismo il garante dell´alleanza, mai del tutto organica, con il populismo berlusconiano.
Una capacità di penetrazione, quella leghista, dovuta a un metodico lavoro sul territorio. Il Carroccio è ormai l´unico veroerede dei partiti di massa di un tempo: del Pci, nella struttura di partito e nel rapporto con i ceti popolari; della Dc, nel coltivare, attraverso il diffuso "municipalismo padano", i microinteressi locali usati come rinforzo dei vincoli di solidarietà, anche elettorale. Per contrastare la Lega, il cui bacino elettorale non è del tutto fidelizzato ed è destinato a soffrire le tensioni legate al ruolo di "partito di lotta e di governo" intrinseco a una simile formazione, non basta al Pd candidare noti imprenditori. Un serio approccio riformista implica anche saper rispondere, in maniera non imitativa, alla domanda di protezione che viene dai ceti più deboli. Inoltre il Pd deve apparire meno "romanocentrico", dandosi una forma che, mescolando i tratti del partito leggero con quello pesante, gli permetta di comprendere davvero quanto accade a Nord. Un passaggio, concettuale e organizzativo, che necessita di una vera e propria rivoluzione culturale. In assenza della quale non ci sarà partita per tempo inenarrabile.
LIVORNO. Dopo la vittoria elettorale del Pdl, per gli ambientalisti italiani è tempo di rimboccarsi le maniche. La disfatta della Sinistra Arcobaleno, infatti, non li ha relegati tutti fuori dal parlamento. Nel Pd, per fortuna, ce ne sono alcuni di ‘chiara fama’. Ne abbiamo parlato con Edo Ronchi, che ha già ben chiare quali sono le priorità difensive rispetto al programma di Berlusconi, e quali quelle propositive.
Ronchi, come sarà rappresentato in parlamento l’ambientalismo e da chi?
«Ci sono gli ecologisti del Pd prima di tutto, con l´associazione ecologisti democratici che è attualmente in corso di costituzione. Nel comitato nazionale ci molti esponenti dell’ambientalismo di varia provenienza e l’associazione sta organizzando i suoi circoli. Entro giugno ci sarà l’assemblea costituente. Oltre a essere rappresentati in parlamento dagli eletti del Pd, gli ambientalisti avranno quindi anche una rete di consiglieri comunali, provinciali e regionali in gran parte del territorio nazionale. Devo quindi dire che per fortuna è stata fatta questa scelta, in questo modo non sono spariti gli ambientalisti dal parlamento».
Quale ruolo e quali battaglie combatterete per prime?
«Ritengo che ci saranno alcune battaglie da combattere contro Berlusconi, almeno stando alle sue prime prese di posizione: in particolare il Ponte sullo stretto, che è alternativo a un potenziamento del cabotaggio marittimo e all’implementazione delle infrastrutture ferroviarie del sud. Questo creerà un grosso problema perché le risorse economiche sono scarse e quindi se le metteranno sul ponte non le metteranno sul resto. E poi c’è da dare una risposta ben chiara contro l’idea del nucleare come intendono loro da fare subito in Italia o con la delocalizzazione in paesi confinanti come l’Albania. Una scelta arretrata, costosa e inaccettabile. Daremo battaglia su questo».
Dunque darete battaglia anche dentro il Pd visto che il programma, sul nucleare, aveva posizioni simili a quelle del Pdl.
«Il Pd ha posto bene la questione facendo riferimento alla IV generazione, che di fatto è una critica all’attuale generazione di nucleare che non ha assolutamente risolto alcunché dei problemi che ha. A partire dal grande tema della gestione delle scorie, che a me interessa moltissimo. Come ambientalisti dobbiamo guardare ad altro, ovvero a sostenere la rivoluzione delle rinnovabili e del progressivo abbandono delle fonti fossili. Cominciando dal risparmio e dell’efficienza energetica e dal sostegno all’eolico e al solare. Pensando sempre al rispetto di Kyoto. Ho visto gli ultimi dati sulle rinnovabili e ci sono nel mondo dei risultati molto interessanti: nel 2007 siamo arrivati a 97mila megawatt di energia eolica. Di cui 20mila installati nel solo 2007. Anche l’Italia è in crescita con 630 megawatt installati che è quasi la metà della crescita europea, non male visto da dove partivamo. Insomma, dati formidabili come anche quelli sul solare che si sta sviluppando moltissimo. Questa è la strada da seguire».
Battaglie contro Berlusconi a parte, quali sono le vostre priorità?
«La più importante è cogliere l’opportunità rappresentata dalla sfida climatica. Possiamo trascinare nuove produzioni, la ricerca e difendere anche i redditi reali, abbattendo i costi delle bollette della luce e del riscaldamento. E’ la madre di tutte le questioni che poi riporta all’energia e quindi all’efficienza e alle rinnovabili di cui parlavo prima. Poi c’è da portare avanti una forte battaglia sulla mobilità sostenibile e anche sul governo del territorio. Ecco quest’ultima è un’altra questione importantissima: quanto accaduto dal 1997 al 2006, ovvero il boom edilizio con una quantità di costruzioni residenziali realizzate che non ha avuto pari neppure nel dopoguerra, non deve più accadere. Questa dinamica è in crisi e bisogna intervenire puntando su manutenzione, ricostruzione, mettendo un freno quindi al consumo di territorio».
Per la razza e il portafoglio
di Ida Dominijanni
Non è il '94, è peggio. Allora, l'illusionista venuto da Arcore aveva dalla sua una mossa e tre trucchi. La mossa era il bipolarismo, creatura partorita in quattro e quattr'otto in un improvvisato menage a tre con Gianfranco Fini e Umberto Bossi. I tre trucchi erano la sua figura da alieno che conquistava il Palazzo con le armate della società antipolitica, il suo contrabbando di sogni e miracoli, la sua bandiera di un nuovo senza passato e senza radici.
Quasi nessuno di quelli che pensavano di intendersene di politica avrebbe puntato una fiche su di lui, ma lui puntò su se stesso e sbancò il tavolo. Stavolta no. L'illusionista aveva perso lo smalto sotto il cerone, l'unica mossa - la proclamazione del Pdl il pomeriggio di una domenica qualunque - l'aveva copiata dal Pd, di alieno non aveva più nulla, invece di sogni e miracoli ha contrabbandato difficoltà e sacrifici con lo sconto del del bollo sul motorino. La novità incarnata tredici anni fa era ampiamente ammuffita, e lui neanche aveva l'aria di puntare tutto su se stesso. Eppure Silvio Berlusconi sbanca di nuovo il tavolo. Al di là di ogni ragionevole previsione e di ogni ponderato sondaggio. E quel ch'è peggio, con uno dei due antichi alleati, Fini, ingoiato nel Pdl, e l'altro, Bossi, redivivo e rinvigorito fuori. Non sarà solo il Popolo delle libertà a governare; sarà il popolo dei fucili e delle ampolle a conferire il colore giusto a quelle libertà. Non è vero che il colore verde della Padania fa a pugni col tricolore dell'Italia. L'una e l'altra possono sventolare assieme - il caso Alitalia l'ha dimostrato - su un localismo separatista dei ricchi che invoca protezionismo statale - altro che liberismo!- a difesa del portafogli e della razza, Berlusconi e Bossi officianti e Tremonti benedicente. E' l'Italia bellezza, anno di grazia 2008.
L'anomalia del Belpaese persiste in questa forma mostruosa. Non basta l'alternanza dei paesi «normali» a spiegare questo ritorno rinforzato al centrodestra dopo le batoste fiscali del governo di centrosinistra. Nemmeno serve la favola bella del bipartitismo, la nuova creatura partorita da Veltroni e Berlusconi, a leggere la tabella dei risultati, se non parzialmente: non esiste al mondo sistema bipartitico corredato e condizionato da un partito territoriale dell'entità della Lega. Siamo in Italia, i figurini stranieri ci vengono sempre storpiati. Sicché sarà il caso di lasciarli perdere, e decidersi a formulare la domanda decisiva, questa. Che cosa vuole la società italiana dalla politica, da una maggioranza e da un governo? Che idea ha di sé nel presente, e che cosa sogna per sé per il futuro? Che idea ne ha, e che idea le dà, quell'arco di forze che fino a poco fa chiamavamo sinistra e centrosinistra, e che oggi come oggi non ha nome o s'è dato il nome di centro? Se la parte vincente di questa società predica e razzola ricchezza, xenofobia, sicurezza, privilegio, e su questi valori attrae perfino strati consistenti di quella che un tempo si chiamava classe operaia, che cosa le si offre in alternativa oltre che Calearo in lista? E se il rappresentante sommo di questa parte vincente della società santifica come proprio eroe lo stalliere Mangano, che cosa gli contrapponiamo oltre ai puntuali libri di Saviano e ai sacrosanti «vade retro» di Veltroni? E infine, questa società vincente andrà sempre blandita e rincorsa con la ricerca del consenso, o arriverà il momento di metterla alla prova della ruvidezza del conflitto?
Non è il '94 ma è peggio, perché quello che allora era nuovo e insorgente e naive oggi è solidificato e attrezzato e scaltrito. E quello che allora era un voto in cerca di miracoli, oggi è un voto in cerca di stabilizzazione. E rischia di trovarla, perché anche nell'altra metà del campo ciò che allora era in forse, il destino della sinistra dopo l'89, adesso si va stabilizzando con la sua cancellazione.
Manca solo un tassello, l'archiviazione della Costituzione, il collante della destra tripartita del '94, senza il quale il suo progetto non può dirsi compiuto, e che già una volta è stato tentato in parlamento e respinto da un referendum. Non chiamiamole, urbanamente, «riforme funzionali», e nessuno persista nel sogno di farle con un accordo civile e a costo zero. La posta in gioco non è un parlamento più snello e un governo più efficiente. E' il disegno di un'altra Italia, con un'anomalia rovesciata rispetto a quella del secolo scorso,. e confinata in una trappola impermeabile a tutto il buono che c'è nella trasformazione globale di questo. Liberata - se così si può dire - dai vincoli istituzionali e dalle sigle improbabili, la sinistra che c'è, se ancora c'è, metta in moto l'intelligenza e l'inventiva. Sotto le macerie c'è un mondo da scoprire.
Crisi economica, tutti a destra
di Valentino Parlato
Innanzitutto dobbiamo avere il coraggio della verità e dire che queste elezioni segnano una sconfitta della sinistra, non solo politica, ma anche sociale e culturale. Una sconfitta delle sinistre dell'Arcobaleno, ma non solo. La ritirata strategica di Walter Veltroni, cioè la negazione di ogni alleanza a sinistra per andare al voto senza il fastidio delle sinistre radicali si è tradotta in una rotta. Alla Camera e al Senato il Partito democratico sarà più debole che mai negli anni passati.
Del pari la Sinistra arcobaleno non è stata in grado di presentare ai cittadini elettori una unità delle sinistre. Bertinotti annunziava questo obiettivo per il giorno successivo alle elezioni, comunque andassero. Sono andate male perché questa unità non è stata relizzata e ora sarà ancora più difficile da realizzare.
Non bisogna dimenticare che queste elezioni si inquadrano in una situazione di crisi economica grave e che le crisi economiche e la paura che producono normalmente (c'è solo l'eccezione di Roosevelt) provocano brutti spostamenti a destra; pensate all'Italia e alla Germania del dopo '29. E in questo quadro di crisi occorre riflettere sul buon risultato della Lega, per la quale hanno votato molti lavoratori anche iscritti alla Cgil. Quando Massimo D'Alema disse al manifesto che la Lega era una costola del mondo operaio coglieva qualche aspetto della realtà. E certamente il successo della Lega (pare primo partito in Lombardia) è un dato socio-culturale che sarebbe sciocco sottovalutare polemizzando solo contro gli strilli di Bossi. E - voglio aggiungere - penso che la Lega forte del suo successo creerà qualche problema anche a Berlusconi.
A questo punto che fare? Riflettiamoci un po', pensiamoci, non diamo risposte affrettate. Credo che la discussione debba innanzitutto cominciare dentro le forze dell'Arcobaleno (forse diventate extraparlamentari ma non per scelta). E credo che come sempre dopo le sconfitte si debba cominciare da una seria analisi del terreno sul quale si è stati sconfitti. Insomma ci sono cambiamenti sociali forti, c'è un precariato che può diventare massa di manovra di chi offre favori, ci sono problemi nuovi e inattesi (pensiamo solo all'ambiente e al costo crescente dei prodotti alimentari) in un mondo nel quale la povertà cresce verticalmente.
Pensare di uscire dai guai di oggi con qualche trovata intelligente sarebbe a mio parere suicida.
Il punto è che la società e l'economia e le forme dello sfruttamento (che persiste ed esclude sempre più persone dal ciclo lavorativo) sono cambiate e accresciute. Questo, a mio pessimistico parere, sfugge non solo a noi ma anche ai sindacati. Il manifesto dovrebbe avere l'ambizione e la capacità di diventare la cucina di una nuova ricerca delle forme di sfruttamento e di aggregazione degli sfruttati. Sono convinto che in queste elezioni molti sono stati i precari che hanno votato per la Lega o per il PdL.
Luisa Calimani è docente di urbanistica, già deputata e assessore alla casa del comune di Padova, collaboratrice del ministro Di Pietro, presidente dell'associazione «Città Amica». Con lei parliamo di uno dei temi a nostro avviso più importanti della campagna elettorale: quello della casa.
L'esperienza di assessore alla casa ti ha sicuramente segnato, hai toccato con mano la situazione ed è un tema che ti impegna ancora oggi. Ma partiamo dalla situazione, come è noto la diffusione della casa in proprietà non ha risolto la questione abitativa, l'ha forse aggravata. Tu che tieni sotto controllo la situazione come ti pare che sia oggi?
Il presente come il passato, confermano che «l'emergenza abitativa» è una costante e non un fatto episodico e transitorio, è un aspetto strutturale del nostro sistema che non verrà risolto se non si incide non solo nei fattori culturali ma in quelli dell'economia, finanziari e della rendita immobiliare. Culturali, rispetto cioè alla proprietà dell'alloggio soprattutto per i giovani; finanziari, relativamente al confluire dei risparmi nel settore delle costruzioni e dell'azione delle banche nel promuovere e stimolare mutui anche a rischio per l'acquisto della casa; e della rendita immobiliare che è considerata ormai anche nel centro sinistra, non un fattore da abbattere, ma una componente dominante alla quale si assoggetta ogni esigenza e ogni diritto.
Mi pare che i programmi dei partiti, secondo un andazzo dissennato, propongono riduzioni fiscali a tutto spiano, senza rendersi conto che riducono in questo modo mezzi di intervento per risolvere questioni nodali, secondo il principio del «tutto affidato al mercato e per i suoi fallimenti qualche mancia». Se tu fossi in grado, tenuto conto della situazione, quindi con realismo ma innovando, quali sarebbero i tre provvedimenti che un futuro governo dovrebbe prendere per avviare a soluzione la «questione abitativa»?
Questa volta si può dire: predicano male e razzolano bene. Pochi sanno infatti che nella Finanziaria, quindi legge dello Stato, i ministri Di Pietro e Ferrero hanno inserito l'Erp (edilizia residenziale pubblica) fra gli standard. Un nuovo standard aggiuntivo rispetto al verde, parcheggi, servizi (da non confondere con le «sottrazioni» di standard milanesi), che come tale viene ceduto gratuitamente al comune sotto forma di aree e/o di alloggi.
Il futuro governo dovrà stabilire la percentuale minima obbligatoria in tutto il Paese di alloggi ottenuti gratuitamente dall'operatore degli interventi di trasformazione urbana, da riservare a famiglie a basso reddito e in condizioni di particolare disagio. Regioni e Comuni con proprie leggi e piani (come oggi avviene per gli altri standard) potranno ampliare le suddette percentuali ed estenderle, se credono, all'edilizia convenzionata in affitto a canone calmierato. Questo nuovo, straordinario provvedimento crea un meccanismo che incrementa con continuità l'edilizia residenziale pubblica che in Italia è fra le più basse d'Europa, unica a poter rispondere alle famiglie per le quali l'affitto di mercato ha un incidenza del 50% sul reddito. Terreni ed alloggi così ceduti debbono essere inalienabili (altrimenti il giorno dopo i Comuni se li vendono). Bloccherei anche l'insensata antieconomica alienazione del patrimonio edilizio esistente di proprietà pubblica e avvierei un programma decennale per il suo risanamento a partire dagli alloggi vuoti e dai quartieri degradati. Interverrei in una solida operazione di riconversione delle aree demaniali, in particolare delle caserme dismesse, che sono attualmente oggetto di consistenti operazioni speculative (complici Stato, Regioni, Comuni), per assicurare una quota di edilizia sociale e in locazione e una consistente dotazione di parchi urbani. La terza questione riguarda la definizione di alloggio sociale che deve comprendere solo alloggi in affitto a basso canone di locazione destinati a persone e famiglie disagiate. Se questa definizione sarà invece estesa (in difformità a mio avviso alla direttiva europea) anche agli alloggi in proprietà (come è stato proposto), si potranno (senza incorrere in infrazioni contro la concorrenza?) elargire soldi pubblici a cooperative e imprese da destinare all'acquisto della casa, magari finanziando l'abbattimento del mutuo con lo scopo vero ma non dichiarato di finanziare cooperative e imprese, cosa che piace a tutti i partiti e non solo a Berlusconi. E' un modello vecchio, che qualcuno baratta per nuovo (cofinanziamento, social hausing...) e che può considerarsi strumento complementare ma non principale o persino esclusivo, perché s'è dimostrato anche nel passato incapace di ridurre la tensione abitativa.
Le proposte che tu fai, che sono sicuramente di grande interesse, sono di "lunga durata", cioè i suoi effetti non sono immediati. Certo che bisogna lavorare anche per la prospettiva futura, ma esiste anche una emergenza immediata: famiglie senza case, famiglie che non riescono a pagare gli affitti, coabitazioni, immigrati che si accontentano di sistemazioni indecorose, ecc. Per queste situazioni cosa possiamo fare nell'immediato? Senza mettere in discussione le cose buone fatte dal passato governo che tu hai ricordato, si potrebbe sostenere che la "soluzione di lungo periodo", sia una scappatoia per non occuparsi del presente.
Innanzi tutto l'obbligo che in ogni Piano attuativo sia ceduta gratuitamente una percentuale (20% ad esempio) di alloggi ai comuni non è cosa di lungo periodo ma immediata. Regioni e comuni in applicazione della legge finanziaria, possono già oggi richiederlo ai privati, Piani attuativi vengono approvati quotidianamente. Questo strumento produrrebbe anche il benefico effetto di mescolare e integrare classi a diverso reddito, immigrati, ecc, che beneficerebbero di quei servizi - pulizia, decoro, sicurezza, verde - che ceti sociali benestanti sanno di solito ottenere nel loro quartiere. Ma nell'immediato, il problema forse più drammatico che colpisce migliaia di famiglie è lo sfratto al quale la legge 9 fatta da questo governo ha cercato di porre rimedio. Ma lo sfratto per morosità lascia le famiglie più deboli senza alcuna protezione. Se una famiglia con figli guadagna 1000 euro al mese e firma un contratto di affitto a 700 euro sapendo di non poter onorare il contratto e non ha alternative perché un alloggio pubblico non riuscirà ad averlo, che fa? Resta senza casa? Ma neppure questo è consentito, perché non si può vivere sotto i ponti nè in baracche abusive senza luce e senza gas. Si assiste infatti all'encomiabile "pulizia" del degrado urbano e sociale da parte della pubblica autorità che non si chiede dove andrà a dormire la notte successiva la gente cacciata. E allora? Dovrebbe almeno essere immediatamente ripristinata la commissione prefettizia che, d'accordo con il comune, provveda a graduare gli sfratti contemplando anche le esigenze dei proprietari e garantendo alle famiglie il passaggio da casa a casa. Dovrebbe essere imposto agli enti previdenziali di affidare ai comuni gli alloggi da assegnare in locazione rispettando graduatorie che tengano conto principalmente del reddito. I comuni dovrebbero obbligare i privati ad affittare gli alloggi vuoti anche a famiglie a basso reddito indicate dal comune facendosi garanti del canone pattuito. Insomma, mezzi e strumenti non mancano. Manca, come si usa dire, la volontà politica. Il problema casa non è percepito nella sua gravità e nelle conseguenze che ha sulla qualità di vita delle famiglie, non solo rispetto alla incidenza sul reddito, ma anche sulla stabilità, la sicurezza, la possibilità di costruire un futuro.
La soluzione, o l'avvio a soluzione della questione abitativa potrà avere anche un impatto significativo nell'organizzazione delle nostre città? O, detta in modo diverso, non ti pare che le due questioni: città e abitazioni, sono tra di loro strettamente legate?
Si, questo è un punto centrale. La città è tutto: casa, ambiente, trasporti, cultura, lavoro, fra loro interagenti. Ma la casa è il pilastro da cui partire per una riconquista del senso vero dell'abitare. Ripartire da questo diritto urbano fondamentale, per estenderlo alla città intesa come bene comune, significa rovesciare gli attuali processi di trasformazione urbana ribaltando parametri, valori e interessi che oggi costituiscono la base di ogni intervento. Il degrado delle periferie è pianificato. La differenza di qualità nei vari ambiti urbani incrementa la rendita differenziale.La città progettata per parti senza un disegno unitario che la organizzi e la pianifichi come organismo unitario e complesso, consente eccezionali operazioni speculative altrimenti più difficili da sostenere. Per questo operatori immobiliari e pubblici amministratori preferiscono progetti a coriandolo, separati fra loro e invariate al piano regolatore, per non doversi confrontare con i temi generali dei rapporti fra residenza e servizi, residenza e verde, residenza e mezzi di trasporto, residenza e lavoro, residenza e convivenza, che solo una visione generale e complessiva della città può dare. I conflitti urbani non esplodono, esistono sotto traccia ma non incidono nei meccanismi della rendita, la connivenza culturale (e non solo) ammansisce le flebili consapevolezze di un diritto alla città e all'abitare che chiede sommessamente equità, bellezza, salute, convivenza civile. La drammatica condizione abitativa è la misura del fallimento dell'attuale politica urbana e della cultura della città prevalente.