«Non si tratta solo di accogliere chi -dopo interminabili sofferenze - arriva ai confini della nostra Europa, ma farsi carico anche chi non può, non riesce a fuggire e rischia la morte e la violazione dei diritti umani nelle zone di guerra. E alle nostre frontiere non arriverà mai».
Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)
Lo scorso 11 settembre più di 250mila persone hanno manifestato a piedi scalzi in 71città italiane chiedendo diritti e accoglienza per i migranti e profughi, senza sé e senza ma. E’ stata prova di partecipazione e di mobilitazione straordinaria che ci consegna la domanda di come far vivere nei prossimi mesi un’azione di denuncia politica e di solidarietà concreta con i migranti. «La marcia delle donne e degli uomini scalzi non si fermerà. Continuerà anche dopo l’11 settembre».
Questo è stato detto nell’appello finale letto alla conclusione della manifestazione a Venezia: «E’ una marcia per la dignità, per la vita, per la libertà: per tutti quei valori per cui abbiamo voluto costruire un’Europa aperta al mondo e fondata sulla pace. Una speranza che vogliamo continuare a difendere e per cui vogliamo lottare».
I motivi ci sono tutti. Infatti, dopo qualche sussulto europeo, tra Berlino e Bruxelles, sull’onda dell’emozione della fuga dei profughi siriani, la Merkel ha annunciato che ora le frontiere si chiudono, i paesi dell’est europeo hanno ribadito che non accetteranno nessuna quota per l’accoglienza dei migranti, l’Ungheria finisce di costruire il muro, spara lacrimogeni e usa cannoni d’acqua contro i migranti, e la Francia minaccia nuovi raid aerei in Siria.
Invece sono altre le strade che andrebbero seguite per cercare di affrontare un flusso di profughi - che ormai avrà caratteristiche di permanenza - verso l’Europa. Sempre nell’appello conclusivo è stato affermato: «Molte sono le cose da fare e molti i rischi all’orizzonte. Bisogna creare un vero e proprio corridoio umanitario per chi scappa dalla guerra e bisogna istituire un diritto di asilo europeo che superi l’anacronistico regolamento di Dublino».
E proprio nella manifestazione conclusiva di Venezia, una delegazione della manifestazione di migranti e richiedenti asilo sono simbolicamente saliti sul red carpet della Mostra del cinema aprendo uno striscione davanti a fotografi e pubblico in attesa delle star: humanitarian corridors, now. E’ questa la priorità oggi. Questo il punto che non può essere più eluso. Non si tratta solo di accogliere chi -dopo interminabili sofferenze - arriva ai confini della nostra Europa, ma farsi carico anche chi non può, non riesce a fuggire e rischia la morte e la violazione dei diritti umani nelle zone di guerra. E alle nostre frontiere non arriverà mai.
Oggi i corridoi umanitari sono ineludibili. Ne servono almeno due: uno dalla Siria e l’altro dal Mediterraneo, assicurando in questo caso passaggi in mare sicuri. Ma su questa strada l’Europa e l’Italia per il momento non ci sentono e si barcamenano tra quote per la ripartizione dei profughi - quote molto modeste e non accettate - nuovi hot spot da istituire e che rischiano di produrre non maggiori tutele ma altre discriminazioni e nessuna resipiscenza sulla convenzione di Dublino.
Al governo Renzi dobbiamo chiedere di prendere una iniziativa che vada in questa direzione non solo in Europa, ma anche in Italia: chiudendo i centri di detenzione, introducendo il diritto di voto alle amministrative per i migranti, istituendo unilateralmente un corridoio umanitario dalle coste meridionali del Mediterraneo. Si tratta, dunque, di rilanciare una mobilitazione.
La marcia delle donne e degli uomini scalzi - con tutto il suo carico simbolico e di concretezza nella forma della partecipazione - ha dimostrato che c’è una grande disponibilità, che non va dispersa, ma rafforzata e sviluppata. Una grande alleanza delle donne e degli uomini scalzi che faccia argine alla xenofobia e al razzismo e che sia da ariete contro tutti quei fili spinati e muri che si cercano di alzare in Europa ancora una volta.
C’è un primo appuntamento: domani, 21 settembre manifesteremo alle 18 davanti all’ambasciata d’Ungheria a Roma (via dei Villini 12) e davanti ai consolati ungheresi in Italia (come a Milano, Venezia, Palermo, Trieste e altre città che si stanno aggiungendo) per dire basta ai muri e ai fili spinati, basta alla criminalizzazione dei profughi, basta all ipocrisie europee (qui info). Se c’è qualcuno che deve andare fuori dall’Europa non sono i migranti, ma Viktor Orban.
Gli ellenici tornano al voto per la terza volta in meno di un anno. Tsipras è ancora il favorito nei sondaggi ma deciderà l’astensionismo. Il leader della sinistra greca spera di arginare la scissione del partito dopo l’accordo con la Ue.
Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)
Atene ha accolto la vigilia del voto con una splendida giornata di sole che ha offerto agli ateniesi la tentazione di fuggire dalla campagna elettorale verso un bagno ristoratore nel golfo Saronico. Chi aveva deciso di astenersi prolungherà la breve evasione anche oggi, a urne aperte. La percentuale degli astensiosnisti deciderà anche il vincitore di queste elezioni perché si sa che la maggior parte di loro sono ex elettori di Syriza delusi e scoraggiati dal brutto esito della trattativa. Lo sa anche Alexis Tsipras, che si è speso come non mai in questa campagna pur di farli tornare da lui.
La manifestazione di chiusura a Syntagma, venerdì sera, ha dimostrato che non è stato tutto vano. La piazza era piena. Non pienissima come alla vigilia del referendum ma sicuramente ha visto la più grande partecipazione di tutta la campagna elettorale. Una parte consistente del suo elettorato è tornato a dare fiducia a Syriza. La vittoria è a portata di mano, anche se l’obiettivo della maggioranza assoluta sembra lontano.
I greci sono testardi e orgogliosi. Se uno vuole farli infuriare basta che faccia cenno alla loro presunta «immaturità politica» e alla conseguente necessità che si lascino guidare da forze «responsabili» perché ispirate da centri stranieri. Ecco in breve il ritratto della destra in cerca di rivincita, alzando la bandiera dell’«unità nazionale». Un espediente made in Germany per neutralizzare per sempre gli antagonisti. No, il gioco è talmente scoperto che nessuno ci è cascato. Nuova Democrazia ha recuperato alcuni elettori, ma erano voti suoi che a gennaio si erano presi una libera uscita: non segnano uno spostamento a destra dell’elettorato.
La sinistra può aver sbagliato, essere uscita sconfitta nel negoziato, ma è sempre quella che ha tenuto testa ai diktat di Bruxelles e di Berlino, è quella che ha dato battaglia, mentre la destra si inchinava servile di fronte alla Merkel. Cose ben vive nella memoria collettiva. Tsipras lo sa e per questo è apparso ieri rilassato e sorridente al tradizionale incontro «Un ouzo con il capo» con i giovani di Syriza, in un locale alternativo di Monastiraki, il quartiere tradizionale sotto l’Acropoli. Nessuna dichiarazione prelettorale (la legge lo proibisce) ma una chiacchierata con i pochi studenti rimasti nel partito dopo la defezione di tutta l’organizzazione giovanile verso Unità Popolare. Domanda: «Presidente sarà ridotto il servizio militare?», ora della durata di 9 mesi. Risposta sorridente di Tsipras: «Andate a difendere la patria, sfaccendati». Risata generale.
Il distacco di Syriza rispetto alla destra sarà di almeno quattro punti. Me lo conferma il direttore dell’agenzia di stampa ateniese Michalis Psilos, ossservatore neutrale ma disposto a scommettere anche in favore di una sconfitta ancora più umiliante per la destra. Che in questi ultimi giorni ha mostrato il suo volto peggiore: venerdì era il secondo anniversario dell’assassinio di Pavlos Fyssas e il fuhrer di Alba Dorata Michaloliakos ha rivendicato pubblicamente la «responsabilità politica» per l’uccisione. Alla fine di una delle tante manifestazioni per l’anniversario, un gruppo di anarchici ha assaltato a colpi di molotov il commissariato di Exarchia. Sette minorenni fermati sono stati selvaggiamente pestati dai poliziotti. Ecco la destra ellenica in tutta la sua magnificenza: pestaggi nei commissariati e gara con i nazisti su chi la spara più grossa nella retorica xenofoba. Il leader di Nuova Democrazia Vangelis Meimarakis aveva preso di mira anche l’ex ministra dell’Immigrazione Tasia Christodoulopoulou, rendendola un obiettivo visibile per le squadracce naziste.
All’incontro ha fatto la sua comparsa anche l’ex ministro della Cultura Nikos Xidakis, per tanti decenni responsabile delle pagine culturali di Kathimerini. E’ candidato di Syriza ma non è membro del partito. Anche lui è ottimista e mi espone con grande fervore la sua convinzione che la sinistra al governo greco può fare la differenza in Europa.
Ad Atene tutti sono convinti che i negoziati con i creditori non sono per niente finiti. Il terzo memorandum, quello sottoscritto da Tsipras il 13 luglio, non segue alcuna logica economica. E’ un testo messo su solo per ragioni politiche, per umiliare e delegittimare il governo di Atene. Ben presto quindi dovrà essere rivisto, se non si vuole continuare questo logorante braccio di ferro tra Atene e l’Ue per altri cinque anni. Se Tsipras riuscirà nel frattempo a portare avanti le riforme giuste, sarà in grado di rinegoziare gli aspetti più aspri. Con il vantaggio di aver ottenuto anche una seria ristrutturazione del debito, nei negoziati che iniziano a ottobre.
Tsipras insieme con chi? Le alleanze al governo sono il quiz della vigilia. I Greci Indipendenti, che hanno fatto la campagna Tv di gran lunga più spiritosa, rischiano di non superare la soglia del 3% e rimanere fuori dal Parlamento. In questo caso, oppure nell’eventualità che neanche i loro deputati siano sufficienti, ci sarebbe un accordo di massima già pronto. Non è con To Potami, come tutti credevamo, cioè la formazione di plastica del presentatore Tv Stavros Theodorakis, ma con i socialisti del Pasok. Secondo fonti di Syriza, la nuova leader Fofi Gennimatà ha ricevuto forti pressioni da alcuni partiti socialisti europei perché procedesse verso una rifondazione del socialismo ellenico. In pratica, mettere da parte gli esponenti più esposti e più chiacchierati, come l’ex leader Evangelos Venizelos, per poter collaborare con il premier Tsipras. Per la Gennimatà, politica inesperta e senza grande carisma, è un’occasione d’oro per affermare in pieno la sua leadership. Per Tsipras l’obiettivo sarebbe di condizionare gli equilibri interni del partito di centrosinistra in modo da sganciarlo dall’alleanza subalterna con la destra liberista europea.
E’ questa la politica sotto l’ombra del Partenone, antica passione dei greci, ora in mano a una sinistra che aspira a guidarla e condizionarla. Dal gennaio scorso molta acqua è passata sotto i ponti ma non inutilmente: «Sconfitta non è cadere per terra, sconfitta è non poter rialzarsi», ha gridato Tsipras nel suo ultimo comizio, parafrasando Humphrey Bogart. Stasera si rialzerà in piedi e getterà di nuovo il suo guanto di sfida all’Europa dell’austerità.
Un'intervista molto utile per rendersi conto del perché la sconfitta di Tsipras nella trattativa con gli avvoltoi dell'Unione europea non era evitabile, che cosa la vicenda abbia aiutato a comprendere, e quindi come si debba attrezzarsi nel continuare la lotta. S
bilanciamoci.info newsletter, 19 settembre 2015
“La firma del memorandum è stata una sconfitta, chi sostiene il contrario mente, ma la guerra non è finita e ora bisogna guardare avanti, alla prossima battaglia”. Come andrà è difficile da prevedere, molto dipende dal risultato che uscirà dalle urne greche domenica. Economista molto vicina a Syriza, membro del direttivo dell’Istituto Nicos Poulantzas e del coordinamento dell’EuroMemorandum Group, Marika Frangakis ha vissuto l’esperienza dei 5 mesi di governo sulla prima linea, membro del team di consiglieri economici del vicepresidente Dragasakis. La incontriamo a Roma, dove è arrivata per partecipare a una giornata di approfondimento sulla Grecia organizzata alla Camera da Le Belle Bandiere.
La Grecia va al voto di nuovo sotto il capital control, può spiegarci che cosa significa?
Il capital control è stato introdotto il 28 giugno scorso e si è reso necessario quando la Bce ha deciso di interrompere i prestiti alle banche greche. Per una economia come quella greca, basata sostanzialmente sul cash - basti pensare che prima del capital control appena il 5 per cento del denaro circolava tramite carte di credito o strumenti simili – questo ha creato un enorme problema di liquidità. Gli unici soldi in circolazione erano quelli della Banca nazionale greca e, senza misure di controllo dei capitali appunto, non sarebbero bastati nemmeno per due settimane. Perciò il capital control è stato lo strumento utilizzato per fare accettare l’accordo a Tsipras: se non avesse firmato avrebbe dovuto trovare liquidità altrimenti. Non è stata solo una forma di pressione ma un vero e proprio strangolamento. Le banche sono rimaste chiuse 3 settimane, hanno riaperto subito dopo la firma del memorandum ma il ritorno alla normalità è stato lento e ancora oggi c’è un limite ai prelievi che si possono effettuare dal proprio conto corrente: 60 euro al giorno, con la possibilità di prelevare una volta sola alla settimana. In più non bisogna dimenticare che il capital control era stato introdotto anche a Cipro e, a due anni dall’esplosione della crisi, è ancora in vigore. Temo che in Grecia ci aspetti qualcosa di simile.
Quindi il capital control continua ad essere uno strumento di pressione sulla politica greca?
Certo, la liquidità è un problema. Le banche hanno una liquidità limitata quindi la quantità di denaro in generale che serve all’economia è limitata e questo è un po’ paradossale perché la Grecia non ha un problema di solvibilità, ci sono molti asset di valore nel paese.
Come giudica il ruolo della Bce in questa crisi?
La Banca centrale europea ha mostrato la sua vera faccia. E a dirlo non sono analisti di sinistra ma commentari autorevoli come il professore belga Paul De Grauwe. Il compito della Bce dovrebbe essere quello di salvaguardare la stabilità del sistema monetario e non quello di fare pressione sul governo greco. Non dobbiamo dimenticare che il programma di Quantitative easing varato da Mario Draghi era appena iniziato quando Syriza è arrivata al governo. La tendenza generale era quella di immettere liquidità nel sistema – 60 miliardi circa in prestiti agli istituti di credito – ma quando è stato il turno della Grecia hanno semplicemente detto di no.
Parliamo dell’ipotesi di Grexit: conosceva il piano B di Varoufakis?
Certo, il programma elettorale di Syriza faceva menzione della possibilità di lasciare l’euro come strumento di pressione sui negoziati. Ma molto presto è diventato chiaro che anche i creditori avevano un piano per spingere la Grecia fuori dall’euro. A quel punto è stato chiaro che uscire dall’euro non era una valida alternativa. Aggiungo che una delle difficoltà, in genere poco considerate, è lo scarso appoggio che questo governo ha trovato all’interno dell’apparato dello Stato. Il settore pubblico, a cui il governo in genere si appoggia, in Grecia è, soprattutto ai suoi vertici, strettamente connesso ai partiti mainstream. Quindi apparentemente tutti erano estremamente gentili, ma quando si trattava di richiedere un dossier, dei dati aggintivi o altro i tempi si dilatavano inesorabilmente, tutto diventava impossibile, e alla fine eri costretto a lasciare perdere.
La crisi, anche quella greca, non è stata uguale per tutti. Che conseguenze ha avuto sulla società?
I dati ci dicono che la disoccupazione è cresciuta, come anche la povertà, le disuguaglianze, la distribuzione del reddito e della ricchezza. Questo perché le misure prese per il consolidamento fiscale fin dal 2010 hanno colpito la classe media e la parte più povera della popolazione. Le tasse sono aumentate e i tagli hanno colpito la sanità, l’istruzione, le pensioni, il salario minimo. Quindi tutto è andato nella direzione di un approfondimento delle disuguaglianze. Ai livelli alti gli effetti della crisi sono stati limitati perché quei salari che si aggirano sui 200 mila euro all’anno non sono stati colpiti. Il governo di Tsipras, anche se alla fine è capitolato, ha provato ad alzare le tasse sui redditi più alti, ma la troika era contraria. Era parte del gioco anche questo, un modo per i creditori di chiarire che le èlite come loro non sarebbero state colpite dalle misure, perché le èlite lavorano insieme.
Quale è dunque la lezione della Grecia per parafrasare un suo recente intervento?
Non credo che la sinistra abbia realizzato davvero quanto forti e intransigenti e inflessibili i creditori siano. Tu sei convinto di avere a che fare con persone ragionevoli quindi ti aspetti di riuscire a negoziare qualcosa. Quello che scopri invece è che loro sono disposti a tutto, persino a tollerare un danno economico, piuttosto che concedere qualcosa. Quindi la prima lezione è che se la sinistra vuole combattere l’austerità deve essere consapevole che gli avversari non sono persone ragionevoli ma persone disposte a tutto. La lezione numero due è che le persone in generale devono essere a conoscenza del modo decisamente poco trasparente in cui le istituzioni operano. Infine: bisogna porsi il problema di come influenzare il processo decisionale in un modo o nell’altro. In questo senso anche stare all’opposizione è importante.
La voce autorevole del giovane economista francese si aggiunge alle molte che ricordano l'utilità, per il miglioramento del livello di civiltà dell'Europa ma per la sua stessa sopravvivenza sociale, di accogliere le persone spinte dall'onda dell'esodo.
La Repubblica, 19 settembre 2015
LO SLANCIO di solidarietà in favore dei rifugiati osservato in queste ultime settimane è stato tardivo. Ma quanto meno ha avuto il merito di ricordare agli europei e al mondo una realtà fondamentale. Il nostro continente, nel XXI secolo, può e deve diventare una grande terra di immigrazione. Tutto concorre in tal senso: il nostro invecchiamento autodistruttivo lo impone, il nostro modello sociale lo consente e l’esplosione demografica dell’Africa abbinata al riscaldamento globale lo esigerà sempre di più. Tutte queste cose sono largamente note. Un po’ meno noto, forse, è che prima della crisi finanziaria l’Europa si avviava a diventare la regione più aperta del mondo in termini di flussi migratori. È la crisi, scatenatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti, ma da cui l’Europa non è mai riuscita a uscire per colpa di politiche sbagliate, che ha condotto all’aumento della disoccupazione e della xenofobia, e a una chiusura brutale delle frontiere. Il tutto in un momento in cui il contesto internazionale (Primavera Araba, afflusso di profughi) avrebbe giustificato, al contrario, una maggiore apertura.
Facciamo un passo indietro. Nel 2015 l’Unione Europea conta quasi 510 milioni di abitanti, contro circa 485 milioni nel 1995 (considerando le frontiere attuali dell’Unione). Questa progressione di 25 milioni di abitanti in vent’anni di per sé non ha niente di eccezionale (appena lo 0,2 per cento di crescita annuo, contro l’1,2 per cento della popolazione mondiale nel suo insieme nello stesso periodo). Ma il punto importante è che tale crescita è dovuta, per quasi tre quarti, all’apporto migratorio (più di 15 milioni di persone). Tra il 2000 e il 2010, l’Unione Europea ha accolto quindi un flusso migratorio (al netto degli espatri) di circa 1 milione di persone all’anno, un livello equivalente a quello degli Stati Uniti, con in più una maggiore diversità culturale e geografica (l’islam rimane marginale Oltreatlantico). In quell’epoca non così remota in cui il nostro continente sapeva mostrarsi ( relativamente) accogliente, la disoccupazione in Europa era in calo, almeno fino al 2007-2008. Il paradosso è che gli Stati Uniti, grazie al loro pragmatismo e alla loro flessibilità di bilancio e monetaria, si sono rimessi molto in fretta dalla crisi che essi stessi avevano scatenato.
Hanno rapidamente ripreso la loro traiettoria di crescita (il Pil del 2015 è del 10 per cento più alto di quello del 2007) e l’apporto migratorio si è mantenuto intorno a 1 milione di persone l’anno.
L’Europa, invece, impantanata in divisioni e posizioni sterili, non è mai riuscita a tornare al livello di attività economica precedente la crisi, e le conseguenze sono state la crescita della disoccupazione e la chiusura delle frontiere. L’apporto migratorio è precipitato drasticamente da 1 milione di persone l’anno fra il 2000 e il 2010 a meno di 400.000 fra il 2010 e il 2015. Che fare? Il dramma dei rifugiati potrebbe essere l’occasione, per gli europei, di uscire dalle loro piccole diatribe e dal loro egocentrismo. Aprendosi al mondo, rilanciando l’economia e gli investimenti (case, scuole, infrastrutture), respingendo i rischi deflazionistici, l’Unione Europea potrebbe tornare senza alcun problema ai livelli migratori registrati prima della crisi. L’apertura manifestata dalla Germania al riguardo è una notizia ottima per tutti coloro che si preoccupavano dell’ammuffimento e dell’invecchiamento dell’Europa. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che la Germania non ha scelta, tenuto conto della sua bassissima natalità: secondo le ultime proiezioni demografiche dell’Onu, che pure sono basate su un flusso migratorio due volte più elevato in Germania che in Francia nei prossimi decenni, la popolazione tedesca passerebbe dagli 81 milioni odierni a 63 milioni di qui alla fine del secolo, mentre la Francia, nello stesso periodo, passerebbe da 64 a 76 milioni.
Qualcuno potrebbe ricordare anche che il livello di attività economica osservato in Germania è in parte la conseguenza di un gigantesco surplus commerciale, che per definizione non potrebbe essere esteso a tutta l’Europa (perché non ci sarebbe nessuno sul pianeta in grado di assorbire una tale quantità di esportazioni).
Ma questo livello di attività si spiega anche con l’efficacia del modello industriale tedesco, che si fonda in particolare su un fortissimo livello di coinvolgimento dei dipendenti e dei loro rappresentanti (che hanno la metà dei seggi nei consigli d’amministrazione), e a cui faremmo bene a ispirarci.
Soprattutto, l’atteggiamento di apertura verso il mondo manifestato dalla Germania invia un messaggio forte agli ex Paesi dell’Europa dell’est membri dell’Unione Europea, che non vogliono né bambini né migranti e la cui popolazione messa insieme, sempre secondo l’Onu, dovrebbe passare dagli attuali 95 milioni a poco più di 55 entro la fine del secolo. La Francia deve rallegrarsi di questo atteggiamento della Germania e cogliere l’opportunità per far trionfare in Europa una visione aperta e positiva verso i rifugiati, i migranti e il mondo.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Lo scandalo c'è. Ma non è nell'assemblea organizzata dal sindacato e autorizzato dai rappresentanti del governo ai sensi di legge e con il dovuto preavviso, ma nella negligenza nell'informare con metodi adeguati i visitatori. Ma l'occasione è buona per colpire i lavoratori e le loro rappresentanze. Articoli di Arianna Di Genova e Riccardo Chiari.
Il manifesto, 19 settembre 2015
«Non più cultura in ostaggio dei sindacati», cinguetta Renzi. «La misura è colma», fa eco Franceschini. Anche il sindaco della capitale, Ignazio Marino, sembra su di giri: «è uno sfregio per il nostro paese», tuona. Franceschini e Renzi si spalleggiano, e mentre si professano paladini del Colosseo, chiuso per due ore a causa di un’assemblea sindacale già annunciata, nei fatti dichiarano guerra al patrimonio stesso. Perché per tenere aperti musei e siti archeologici, rendendoli quel prezioso biglietto da visita che in realtà sono per naturale dna, bisognerebbe prima di tutto sostenerli, trattarli davvero come beni comuni. Ma quella manciata di ore «rubate» ai turisti ha tenuto in scacco i vari proclami di Renzi&Co sulla cultura, divenuta una formidabile macchina per spremere consenso. Ha lacerato una maschera assai comoda da indossare, travolgendo un argomento così amabilmente «social». Il ritardo di apertura dell’Anfiteatro Flavio è rimbalzato in rete, un fiume in piena che ha rotto gli argini: i più smaliziati hanno trattato la notizia con ironia, altri con disappunto, diffusamente il «disagio» ha prestato il fianco a una denigrazione dei lavoratori, aizzata soprattutto dal governo.
A uno sguardo distratto, quella specie di tsunami che ha attraversato il Parlamento, scosso di fronte ai turisti in fila fuori dal Colosseo, dovrebbe far sperare per il meglio: i deputati, dopo anni di olgettine, feste e corruzione traversale hanno finalmente a cuore qualcosa che li rende più umani. Il soggetto, oltretutto, è bipartisan. Se il Pd nazionale ha gridato allo scandalo («non si chiude la cultura» ) e addirittura un pasionario come Pedica si è offerto volontario in veste di custode, altri a destra (e pure diversi a sinistra) ne hanno approfittato per attaccare il diritto di sciopero. Che poi era un’assemblea di due ore, come avviene in tutti i musei del mondo senza suscitare isterismi: la National Gallery di Londra ha serrato le porte per 50 volte in un anno di fronte alla minaccia di un passaggio in mani private.
Alla fine della giornata, è arrivata la schiarita: l’annuncio di un nuovo decreto-legge che inserisca la cultura fra i servizi essenziali. Bene, ha affermato il soprintendente Prosperetti, fermo restando il fatto che tutto era stato annunciato, non si è trattato di chiusura ma solo di un posticipo e avvisi multilingue erano stati esposti sui monumenti.
In vista di una privatizzazione dei beni culturali a cui si punta con ogni energia possibile – i commissariamenti sono stati una catastrofe, quindi una strada non più percorribile – ha preso forma un braccio di ferro tra sindacati e governo. Una volta ventilato lo sciopero nazionale, lo scontro è diventato epico: i custodi rivoltosi come tanti Spartaco che si rifiutano di avallare il nuovo hashtag, «la buona cultura». Vale la pena, però, fare un passo indietro per scavalcare l’onda emotiva e mediatica. E con un po’ di sano distacco, cercare di capire cosa sia realmente successo in una giornata politica la cui agenda ad hoc è stata costruita fin dal mattino.
I turisti, invece della consueta fila di almeno un’ora per entrare nel celebre monumento, ieri ne hanno fatta una un po’ più lunga. Il Colosseo — come altri siti italiani perché l’assemblea era nazionale — ha aperto più tardi rispetto al consueto a causa di un incontro fra lavoratori e sindacati. L’oggetto? La mancanza del pagamento da parte dello Stato – dal novembre scorso, quasi da un anno, del cosiddetto «salario accessorio», quello maturato per le aperture lungorario, e anche notturne. Era il frutto di un accordo che avrebbe permesso di non tenere, appunto, «la cultura in ostaggio», secondo lo slogan renziano. Però non è stato onorato: i 18,500 dipendenti del ministero aspettano le indennità accessorie (30% dello stipendio) da un’infinità di mesi. Oltretutto, siti importanti come Uffizi e Pompei non sono stati chiusi, per dare un segnale positivo. Palazzo Pitti sì: sebbene la città di Firenze pullulasse di turisti, nessuno è corso alle armi. Non sempre le richieste sindacali sono del tutto condivisibili, ma stavolta conoscere le ragioni può aiutare a dirimere la questione.
Il Colosseo è aperto sette giorni su sette, da marzo a ottobre (con visite guidate) anche di notte, eppure soffre dell’endemica e cronica malattia dei nostri beni culturali: la mancanza di organico, vuoi strumentale vuoi per difetto di finanze e tagli inconsulti susseguitisi a raffica. Se la riforma del Mibact è stata compiuta e pure strombazzata ai quattro venti – compreso il fiore all’occhiello dei vari direttori italiani e esteri insediati nei «posti chiave», – poco o nulla si è fatto per colmare quella sconfortante carenza di personale. Per fare un esempio: i custodi in ferie, durante l’estate sono stati sostituiti con persone che venivano pagate 3,5 euro l’ora, gettate nell’arena senza preparazione né alcun corso. Riempire i buchi, di corsa e con il minor danno possibile (in termini economici), continua ad essere la parola d’ordine. Nessun sistema strutturale per ovviare al disagio. Il «caso» l’ha creato il governo stesso, facendo la prima mossa, la più grave: non rispettando i patti. La cultura non c’entra proprio niente.
PROTESTE CHIUSE PER DECRETO
di Riccardo Chiari
Musei. Un’assemblea sindacale di due ore dei custodi del Colosseo scatena la vendetta premeditata del governo. Anche M5S contro i lavoratori. La Cgil attacca Renzi. La riunione era annunciata e autorizzata da tempo. Da mesi ai lavoratori non sono pagati gli straordinari. Ma il ministro ’costruisce’ il caso per un obiettivo che piace al governo: limitare il diritto di sciopero
«No alla cultura ostaggio dei sindacati». Passano gli anni, ma il “bomba” Renzi, così come lo avevano ben presto individuato i compagni di classe del liceo Dante, prosegue a spararle in libertà. Il problema, per gli italiani, è che in un modo o nell’altro il “bomba” è diventato presidente del consiglio. Succede così che una normale assemblea sindacale, chiesta per tempo — una settimana fa — e regolarmente autorizzata dalla Soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, diventa casus belli. Di una guerra che ha come obiettivo finale il diritto di sciopero. Da limitare, al momento, con un decreto legge detonante. Da ammazzare, entro breve, con una raffica di disegni di legge, già all’ordine del giorno della commissione lavoro del Senato e a quella affari Costituzionali. Firmati dai soliti Maurizio Sacconi e Pietro Ichino.
Bastano le file all’entrata del Colosseo a creare il caso. Dal nulla, visto che nei principali poli museali italiani, quotidianamente presi d’assalto dai turisti, un paio di ore di coda sono fisiologiche. Chiedere per informazioni ai visitatori della Torre pendente di Pisa, costretti a passare uno per volta sotto il metal detector per motivi di sicurezza. E di due ore e mezzo era la durata dell’assemblea, puntualmente segnalata sui quotidiani, perché la comunicazione ufficiale della Soprintendenza era arrivata per tempo. Anche su alcune agenzie di stampa. Ma proprio una di esse — la principale — di buon mattino lancia già, con evidenza, la notizia: «Un’assemblea sindacale tiene chiusi i siti archeologici più importanti della Capitale: Colosseo, Foro Romano e Palatino, Terme di Diocleziano e Ostia Antica».
Da quel momento prende forma un crescendo inarrestabile. Scatta per prima, ma quando i cancelli del Colosseo sono già stati riaperti, la forzista Lara Comi: «Il paese è bloccato dai sindacati». A ruota il capogruppo dem di Montecitorio, Ettore Rosato: «Il Colosseo chiuso per assemblea è uno sfregio all’impegno di Roma per competere con le grandi città europee». Il colpo grosso arriva dopo mezzogiorno: «La misura è colma», detta il ministro Dario Franceschini, pronto ad annunciare che, in accordo con Renzi, proporrà al consiglio dei ministri di inserire musei e luoghi della cultura nei servizi pubblici essenziali.
L’idea non è nuova. Renzi & Franceschini ci avevano già provato a luglio, quando avevano venduto come “selvaggia” un’altra assemblea indetta secondo le procedure di legge, a Pompei. Ma è proprio la legge, peraltro non certo permissiva, ad essere nel mirino del governo e dei suoi sodali. Fra questi ultimi spicca Sacconi: «Roma, caos turisti: ora fare legge su sciopero e diritti sindacali per proteggere utenti beni pubblici». A dargli manforte Angelino Alfano: «Approviamo subito le legge di Sacconi su regolazione sciopero a tutela utenti beni pubblici. Ieri è iniziato l’iter al Senato».
Chi non crede all’evidenza del pensiero unico avrà da pensare guardando il “sindaco antifascista” Ignazio Marino che si fa riprendere da una telecamera mentre dice: «Sono completamente d’accordo con Franceschini». Non fa una bella figura lo staff di Laura Boldrini, che le permette di dire: “È giusto svolgere l’attività sindacale, ma non si può senza preavviso». Desolanti i 5 Stelle: «Dopo Pompei, succede di nuovo e questa volta a Roma». Unica voce fuori dal coro Paolo Ferrero di Rifondazione: «Sono indecenti gli attacchi ai lavoratori del Colosseo e dei Fori. Franceschini dovrebbe occuparsi piuttosto dello stato in cui versa il nostro patrimonio artistico e culturale, che cade a pezzi. Sono le risorse che mancano e i tagli alla cultura che danneggiano il turismo, non l’assemblea dei lavoratori».
È allibito Claudio Meloni, coordinatore per la Fp Cgil del Mibact: «Non è possibile che il ministro Franceschini non sapesse che le assemblee avrebbero potuto comportare il rischio di aperture ritardate. A Roma l’assemblea è stata chiesta regolarmente l’11 settembre e regolarmente autorizzata dal soprintendente, con largo anticipo. Vorrei inoltre ricordare al ministro che i beni culturali già stanno nella legge che regolamenta i servizi pubblici essenziali».
Tutto inutile. A sera, finito il consiglio dei ministri, l’ineffabile Franceschini annuncia: «Il decreto legato alla vicenda del Colosseo prevede che sia aggiunta ai servizi pubblici essenziali anche l’apertura dei musei». Inutile anche lo sguardo fuori dai confini patri: «Iniziative analoghe avvengono in tutti i paesi d’Europa — ricordano Meloni, Giuliana Guidoni della Cisl Fp ed Enzo Feliciani della Uil Pa — ricordiamo il caso dei lavoratori della National Gallery di Londra, in mobilitazione da diversi mesi contro la privatizzazione dei servizi, o i lavoratori della Tour Eiffel a Parigi, che l’anno scorso hanno chiuso per ben tre giorni il monumento più visitato di Francia. Senza che a nessuno degli esponenti politici o dei media di questi paesi sia venuto in mente di mettere in discussione i diritti fondamentali dei lavoratori»
«». Lavoce.info
Un passo per cambiare Dublino
Alcuni giorni fa, la Germania ha adottato una decisione generosa riguardo al problema dei profughi, offrendosi di dare asilo ai siriani, in deroga al regolamento di Dublino, in base al quale la responsabilità spetterebbe allo stato membro di primo ingresso nel territorio Ue. A seguito di questa scelta, il governo tedesco si è trovato a fronteggiare un flusso assai meno controllabile di quanto immaginato. Ha quindi fatto una temporanea marcia indietro, richiamando gli altri paesi membri alla propria responsabilità in relazione alla ripartizione dei profughi.È possibile che il risultato netto di tutta l’operazione sarà un semplice ritorno alla soluzione (insoddisfacente) concordata a fine luglio: non una ripartizione “obbligatoria” in base alle capacità economiche e agli sforzi già sostenuti da ciascuno stato, come originariamente proposto dalla Commissione Ue, ma la ricollocazione di poche decine di migliaia di profughi, a parziale sgravio di Italia e Grecia, sulla base della (scarsa) disponibilità dimostrata da alcuni stati soltanto.
Rifugiati giovani e determinati
Questa soluzione avrebbe il vantaggio di rendere prevedibile lo sforzo richiesto, togliendo argomenti a coloro che paventano invasioni incontrollate. Lo svantaggio sarebbe invece rappresentato dal rischio di un approccio poco generoso. Per evitare che l’atteggiamento degli Stati più tirchi paralizzi l’intera Ue, si dovrebbe accettare che l’Unione proceda a diverse velocità, lasciando che ciascuno stato stabilisca da sé il limite numerico che lo riguarda (la cosa è già prevista dall’articolo 25 della direttiva 2001/55/Ce). Il successo di un approccio generoso servirebbe a mandare un segnale a quei paesi membri che lo sono di meno. Ma è credibile che la generosità si traduca in un successo per lo stato che la pratica? Se guardiamo alla straordinaria capacità, dimostrata da moltissimi profughi, di affrontare fatiche e pericoli, questo è possibile: si tratta di favorire l’inserimento sociale e lavorativo di una popolazione giovane e fortemente motivata. E un’economia vecchia e spenta come quella europea non potrebbe che giovarsi di questa iniezione di motivazione.
«Italia. Dopo le polemiche sul "piano B" ora tutti fanno quadrato su Syriza. Anche Fassina: "Una sconfitta sarebbe la restaurazione"».
Il manifesto, 18 settembre 2015
Il voto greco si avvicina, i sondaggi prefigurano scenari cupi e la sinistra italiana, la sinistra-sinistra, fa quadrato intorno al leader greco. A Roma mercoledì scorso economisti e politici della famiglia rossa (ma anche di quella verde) si erano riuniti per un confronto con la greca Marika Frangakis, invitata dall’associazione «Le belle bandiere» e il gruppo di Sbilanciamoci a discutere del futuro dell’economia di Atene dopo la firma del Memorandum e alla vigilia di un probabile governo di coalizione.
Ieri però sono tornati tutti uniti. A tifare per Tsipras. Marciando divisi, per non perdere le abitudini della casa. «La riconferma di Syriza e ad Alexis Tsipras può far sì che non si spengano le speranze dei progressisti per un cambiamento profondo delle politiche europee. La loro sconfitta segnerebbe invece un brusco passo indietro ed un appiattimento completo sulle politiche di austerità», dice un nuovo appello firmato da Civati, Elly Schlein e Sergio Cofferati (europarlamentari ex Pd), Ferrero (Prc), Forenza e Maltese (due dei tre europarlamentari eletti con la lista Altra Europa per Tsipras, la terza è Barbara Spinelli che però a maggio ha abbandonato la lista ed è rimasta a Bruxelles da indipendente), Fratoianni e Vendola (Sel) e dai due sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli.
Stessa musica, o quasi, anche da Stefano Fassina. Che resta convinto che il memorandum sia «insostenibile» ma sa che il risultato di domenica farà comunque la differenza: «La vittoria di Nuova democrazia comprometterebbe anche l’offensiva anti-corruzione e anti-evasione avviata dal governo Tsipras e metterebbe a rischio gli interventi umanitari introdotti. Il popolo greco con il voto può evitare la restaurazione», è la conclusione.
La ’brigata Kalimera’ partirà anche stavolta. Ma non sarà né affollata né spensierata come l’ultima volta. In piazza Syntagma, venerdì al comizio Tsipras, ci sarà di nuovo Revelli con la squadra dell’Altra Europa, Raffaella Bolini dell’Arci, Forenza e Ferrero e l’ex 5 Stelle Francesco Campanella. Anche dal resto d’Europa stavolta arriveranno molti meno militanti. E con molte ansie in più.
«Il ritorno dei confini è un processo a catena al quale sarà impossibile imporre una qualche regola comune. E se pure tutti dovessero accettare la loro quota di rifugiati come si costringerà questi ultimi ad accettare il posto assegnato e rimanervi imprigionati?».
Il manifesto, 17 settembre 2015 (m.p.r.)
Il trattato di Schengen è a un passo dalla fine. Non nel senso di una sospensione temporanea, ma in quello di una sua definitiva sepoltura più o meno mascherata. E, venuto meno il diritto alla libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea, il passo verso il suo completo disfacimento è con tutta evidenza assai breve. I trattati europei, come sappiamo, prevedono sospensioni e deroghe in caso di emergenza, principio a prima vista ragionevole. Ma l’emergenza è un’espressione tutt’altro che univoca. A volte, pur reale, come l’allarme lanciato dalle coste mediterranee italiane e greche, trova ascolto tardivo e reticente, altre volte discende dall’arbitrio di questo o quell’interesse nazionale, o dall’enfatizzazione strumentale di minacce immaginarie. Nel caso della grande ondata migratoria, poi, trattandosi di un processo storico di lunga durata (negli Usa c’è chi lo stima a un paio di decenni) tra sospensione e abolizione passa ormai poca differenza. Il ritorno dei confini è un processo a catena al quale sarà impossibile imporre una qualche regola comune. E se pure tutti dovessero accettare la loro quota di rifugiati come si costringerà questi ultimi ad accettare il posto assegnato e rimanervi imprigionati?
Sistema cui è stato conferito il nome civettuolo di hotspot. Mentre l’Unione regredisce verso un mercato comune, peraltro fortemente squilibrato, le sovranità nazionali si dedicano, una dopo l’altra, certo con strumenti e retoriche diverse, a edificare i propri muri legislativi e fisici. E le barriere non si situano esclusivamente ai confini dell’Unione. Prima l’euroscettica Gran Bretagna manifesta l’intenzione di sfoltire i cittadini comunitari che la popolano e vi lavorano, poi la Corte di giustizia europea autorizza la Germania a negare prestazioni e sussidi ai cosiddetti «turisti del welfare» e cioè a quei precari che si spostano nell’area Schengen verso i paesi in cui l’intermittenza del lavoro non equivale a indigenza assoluta. Ma Berlino non si accontenta della sentenza favorevole e vorrebbe rimuovere anche le poche limitazioni che la Corte pone all’estromissione dal sistema previdenziale. Infine c’è chi vorrebbe escludere i profughi dal salario minimo per favorire l’impiego dei meno qualificati. Per fortuna tanto la Spd, quanto la centrale sindacale Dgb si oppongono non tanto per il dichiarato intento egualitario, quanto nel timore di una competizione al ribasso sul mercato del lavoro.
Il manifesto, 16 settembre 2015 (m.p.r.)
Lo sgambetto con cui la cronista ungherese Petra Laszlo ha buttato a terra un profugo siriano che portava il proprio figlio in salvo da una guerra mai dichiarata è un’immagine plastica del cinismo e della crudeltà che domina le politiche dell’Unione Europea e traduce a livello individuale la brutalità con cui i suoi governanti hanno cercato di interrompere la corsa del governo Tsipras per portare in salvo il popolo greco da un disastro di cui non porta alcuna responsabilità. Un accostamento non casuale: l’Unione Europea non sarà mai in grado di accogliere milioni di profughi fino a che negherà diritti e imporrà solo doveri ai popoli dei suoi stati periferici. Quel padre poi si è rialzato e ha continuato la sua corsa, mentre non sappiamo ancora se Tsipras riuscirà a fare altrettanto.
In entrambi i casi, accanto a cinismo e crudeltà, balza evidente l’impotenza dell’Europa, che non ha soluzioni di lungo termine per sottrarre la Grecia e gli altri paesi troppo indebitati al disastro finanziario, ma anche sociale e ambientale, a cui li condannano le sue politiche; ma non ha nemmeno idea di come affrontare lo «tsunami» di profughi che la sta investendo e che rischia di portarla alla dissoluzione. Con le sue promesse Angela Merkel ha cercato di restituire dignità all’immagine della Germania, permettendo così a migliaia di cittadini di dar prova di una solidarietà straordinaria.
Ma ha sottovalutato sia le dimensioni effettive dei flussi che avrebbero investito il paese, sia le resistenze degli altri partner europei: la decisione sulle «quote» di profughi è stata rimandata sine die; le frontiere interne tornano a chiudersi in barba a Schengen, scaricando tutto il peso su Italia e Grecia, che dovrebbero invece farsi carico fin da subito delle richieste di asilo e dei respingimenti. E mentre il governo ungherese imperversa impunito con le barriere di filo spinato e arrestando centinaia di profughi che cercano solo di attraversare il paese, l’Unione approva la «guerra agli scafisti», che è una guerra vera.
Una guerra fatta per respingere profughi e migranti nel deserto che hanno dovuto attraversare, dove sono stati rapinati e violati, e da cui cercheranno comunque di tornare a imbarcarsi per altre vie.
A questa bancarotta delle politiche europee – niente aveva finora diviso così profondamente gli Stati membri e anche il nesso tra «crisi dei profughi» e rating dei debiti sovrani non è sfuggito all’occhio vigile dell’alta finanza — occorre saper contrapporre un’alternativa praticabile. Quei profughi, aumenteranno comunque, perché guerre, dittature, miseria e ferocia che sono andati crescendo ai confini diretti e indiretti dell’Unione dureranno per anni, e si aggraveranno ogni volta che si cercherà di venirne a capo con altre guerre. Ma se la Germania ha forza e mezzi per sostenerne l’urto e ricavarne dei benefici di lungo termine, gli altri paesi dell’Unione no. Manca, per gli Stati più fragili, una politica europea di accoglienza, che vuol dire dare casa lavoro, formazione, reddito per milioni di profughi destinati a restare sul suolo europeo per anni, perché l’Unione, con le politiche di austerità da cui non deflette, non è più in grado di offrire quelle stesse cose a decine di milioni di suoi cittadini che ne sono stati privati dalla crisi, o ne sono privi da ancor prima. E certo non può dare ai nuovi arrivati ciò che non vuol dare a chi ne è privo da tempo.
Ma accogliere è indispensabile: quel flusso di profughi non si fermerà per quanti sforzi si facciano per trasformare l’Europa in fortezza: sia con le armi che con l’ipocrita distinzione tra profughi (da accogliere) e migranti (da respingere). Preliminare a ogni politica di accoglienza è l’istituzione di corridoi umanitari che evitino ai profughi di rischiare la vita e di consegnare agli scafisti di mare e di terra migliaia e migliaia di euro ciascuno. E’ ciò di cui non si vuole mai parlare. Ma accogliere significa poi inserire i nuovi arrivati nella società, e farli accettare a una comunità riducendo al massimo quel senso di un’intrusione che tante forze politiche alimentano per ricavarne un dividendo elettorale. Non è un’operazione solo economica, anche se trovar casa e lavoro ha dei costi molto alti, i cui ritorni, come sanno gli industriali tedeschi, sono rilevanti, arrivano solo nel tempo. Chi lo può fare? Non certo il «mercato», cioè il sistema produttivo così com’è oggi, specialmente al di fuori della Germania. Ma nemmeno gli apparati statali, perché è un’operazione delicata che ha bisogno, anche, di «calore umano»: un bene che la burocrazia non può elargire se non per caso.
Affrontare in modo burocratico questo compito è il modo migliore per far crescere la conflittualità sociale. Meno che mai lo si può lasciare, come si fa in Italia, alla spontaneità di un «privato», sociale e non, reclutato a casaccio, in modo clientelare o mafioso, da prefetture o amministrazioni comunali, che ha devastato immagine e reputazione del terzo settore. L’accoglienza, in questa accezione, è la missione specifica e insostituibile dell’economia sociale e solidale. Nessun’altra componente della società europea è in grado di abbinare, sulla base di esperienze consolidate, inserimento lavorativo e inserimento sociale con progetti mirati. Per questo occorre che insieme, e non in ordine sparso, le reti dell’economia sociale e solidale (SSE) dei paesi dell’Unione si candidino al ruolo di soggetto promotore e attuatore di quel programma pluriennale di accoglienza che è indispensabile per affrontare un compito di questa portata. Il 28 gennaio 2016, su iniziativa del gruppo parlamentare GUE/Ngl e di molte reti dei paesi dell’Unione, si terrà un Forum europeo dell’economia sociale e solidale (una riunione preparatoria si è già tenute il 3 settembre).
Sarà un’occasione, preparandola per tempo, per lanciare questa candidatura, che dovrà sostanziarsi fin da ora in progetti specifici, nazionali, territoriali e settoriali. Ma per farlo occorrono alcune condizioni preliminari:
1. Bisogna, soprattutto in Italia — ma la dimensione europea può aiutarci — ricostruire un’immagine decente del terzo settore, che oggi è in gran parte macchiata dalle vicende di Buzzi, Cara Mineo e Co. Le componenti sane del terzo settore devono denunciare senza remore gli episodi di malaffare, ma anche di clientelismo, di cui sono a conoscenza; a partire dai propri, che non mancano — quasi — mai. Essenziale è garantire un regime di trasparenza totale su tutte le attività.
2. Occorre mettere a punto in tempi rapidi i principi generali e gli strumenti attuativi di un piano europeo di accoglienza e inserimento sociale e lavorativo dei nuovi arrivi con standard condivisi da tutti i paesi.
3. Occorre individuare i settori in cui dovrà operare questo piano che, per le sue finalità di integrazione sociale, dovrà riguardare in egual misura profughi, migranti e cittadini europei senza lavoro, senza casa o senza reddito.
4. Quei settori sono quelli portanti delle conversione ecologica che la COP 21 di Parigi dovrebbe mettere all’ordine del giorno a fine anno: energie rinnovabili ed efficienza energetica; agricoltura ecologica, soprattutto nelle terre oggetto di abbandono o degrado; salvaguardia degli assetti idrogeologici; recupero e ristrutturazione di edifici dismessi o non a norma (a partire da quelli in cui potranno essere ospitati migranti e senzatetto); gestione e recupero di scarti e rifiuti; servizi alla persona. 4. Il piano dovrà essere accompagnato da una stima generale dei costi.
Che non sono solo quelli degli investimenti produttivi per «mettere al lavoro» milioni di persone, ma anche quelli relativi a tutti gli altri aspetti del loro inserimento. L’economia sociale e solidale non deve più essere un modo, come spesso accade, soprattutto in Italia, per risparmiare sui costi del lavoro. Deve mirare, al contrario, ad incorporarere molti altri oneri di carattere sociale.
Ovviamente non ci si può aspettare che l’Unione o qualche suo Stato membro risponda positivamente a questa proposta domani; ma è importante che essa venga sottoposta a un pubblico confronto perché è l’unica in grado di affrontare in modo adeguato i problemi posti dai nuovi flussi di profughi. E l’«opinione pubblica» oggi è in gran parte con noi.
Il testo integrale dell'articolo di Guido Viale è stato pubblicato su eddyburg col titolo L'Europa rifondata
L’Europa si gioca la propria credibilità. Non possiamo rimanere impassibili quando la morte incombe quotidianamente sulle nostre spiagge, mentre migliaia di famiglie che fuggono dalla guerra in Africa, Medio Oriente e Asia Centrale si ammassano nei porti, nelle stazioni, nei treni e nelle strade in attesa di una risposta umanitaria da parte dell’Europa.
Siamo responsabili di fronte ai nostri cittadini che esigono da noi misure urgenti e pongono a nostra disposizione le risorse e i mezzi per facilitare l’accoglienza. Siamo responsabili di fronte ai paesi limitrofi che accolgono rifugiati molto oltre le proprie possibilità — solo in Libano ci sono 1,1 milioni di rifugiati, ovvero il 25% della popolazione del paese. Siamo responsabili di fronte all’idea stessa che ha fatto nascere l’Europa, fondata sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, sulla vergogna dell’olocausto e sulla sconfitta dei fascismi, per assicurare un futuro di pace, prosperità e fraternità per le future generazioni. Dobbiamo essere all’altezza della promessa fatta di fronte al nostro continente in rovina: «Mai più».
La nostra maggior responsabilità è di fronte al genere umano. Se continuiamo ad alzare muri, chiudere frontiere, lasciando il lavoro sporco ad altri stati perché siano loro a fare da gendarmi delle nostre frontiere, che messaggio lanciamo al mondo? Che volto dell’Europa riflette questo Mare Mediterraneo coperto da corpi senza vita?
Noi, le città europee, siamo pronte a diventare luoghi d’accoglienza. Noi, le città europee, vogliamo dare il benvenuto ai rifugiati e alle rifugiate. Sono gli Stati a riconoscere lo statuto d’asilo, ma sono le città a dare sostegno. Sono i municipi lungo le frontiere, come le isole di Lampedusa, Kos e Lesbos, i primi a ricevere i flussi delle persone rifugiate; e sono i municipi europei che dovranno accogliere queste persone e garantirgli di poter iniziare una vita, lontano dai pericoli da cui sono riusciti a scappare.
Per ciò disponiamo di spazio, servizi e, la cosa più importante, della volontà dei cittadini di farlo. I nostri servizi municipali stanno già lavorando in piani di accoglienza per assicurare pane, tetto e dignità a chi fugge dalla guerra e dalla fame. Manca solo l’aiuto degli Stati.
Come sostiene UNGHR, siamo di fronte alla più grande crisi di rifugiati fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Da Voi, governi degli Stati e dell’Unione Europea, dipende che questa crisi umanitaria non si trasformi in una crisi di civiltà, una crisi dei valori fondamentali delle nostre democrazie. Durante anni, i governi europei hanno destinato la maggioranza dei fondi per l’asilo e le politiche migratorie a blindare le nostre frontiere, convertendo l’Europa in una fortezza.
Questa politica sbagliata è la causa del fatto che il Mediterraneo si sia convertito in una tomba per migliaia di rifugiati che provano ad avvicinarsi e condividere la nostra libertà. È venuto il momento di cambiare le priorità: destinare i fondi necessari per garantire l’accoglienza dei rifugiati in transito, appoggiare con risorse le città che si sono offerte come luoghi di rifugio. Non è il momento delle parole e dei discorsi vuoti, è il momento di agire.
Ieri si è svolto a Bruxelles il summit dei Ministri degli Interni e di Giustizia dei paesi membri della Ue per discutere la crisi dei rifugiati. Abbiamo chiesto loro di non girare le spalle alle città, di ascoltare il clamore che si alza nelle nostre strade. Abbiamo bisogno dell’appoggio e la cooperazione degli Stati, dell’Unione Europea e delle istituzioni internazionali per assicurare l’accoglienza.
È tempo di costruire la storia di un’Europa per la quale essere riconosciuti dal resto dei popoli del mondo e ricordati dalle generazioni che verranno. Non lasciateli soli, non lasciateci sole.
Ada Colau sindaca di Barcellona
Anne Hidalgo sindaca di Parigi
Spyros Galinos sindaco di Lesbo
Hanno inoltre aderito al manifesto Manuela Carmena, sindaca di Madrid; Xulio Ferreiro, sindaco di La Coruña; José María González, “Kichi”, sindaco di Cadice; Martiño Noriega, sindaco di Santiago de Compostela, Pedro Santisteve, sindaco di Saragozza.
La libera circolazione rischia di venire travolta dal panico in cui sta cadendo la Ue in queste ore. I ministri degli Interni dei 28 paesi Ue mettono la sordina sulle “quote obbligatorie”, mentre la Germania, domenica, seguita ieri da Austria, Slovacchia, Repubblica ceca e nel tardo pomeriggio anche dall’Olanda, ha sospeso Schengen ristabilendo i controlli alle frontiere. Polonia e Belgio potrebbero fare la stessa scelta nelle prossime ore. Il ministro degli Interni francese, Bernard Cazeneuve, si piega alle richieste delle destre e afferma da Bruxelles che “sono già state disposizioni” per ripristinare i controlli alla frontiera con l’Italia “se si ripeterà una situazione simile a quella di alcune settimane fa” (a Ventimiglia), ma giudica “stupido” fare la stessa cosa al confine con la Germania. L’Ungheria da oggi impone lo stato d’emergenza, con l’arresto per chi entra illegalmente, l’utilizzazione di containers per ospitare i tribunali alla frontiera con la Serbia che giudicano senza la presenza di interpreti i profughi trattati come criminali, richiusi in campi di detenzione.
La decisione più concreta di ieri, presa in mattinata prima dell’incontro dei ministri degli Interni (e della Giustizia) a Bruxelles, è stato il varo della fase 2 della missione navale EuNavForMed, che permette l’uso della forza contro gli scafisti. Le operazioni dovrebbero partire da inizio ottobre. Per la redistribuzione dei profughi, invece, i ministri degli Interni si riuniscono di nuovo l’8–9 ottobre, ma già si parla di “flessibilità” nell’applicazione del ricollocamento dei 120mila del piano Juncker. Se i blocchi continuano, dovrà venire convocato un vertice dei capi di stato e di governo, che rischia di sancire la frattura che ormai mina la Ue.
Francia e Germania, che cercano di mantenere una parvenza di unione anche se la decisione di Berlino di sospendere Schengen è stata accolta come una sberla da Parigi, chiedono “immediatamente” l’apertura di hotspots in Italia e Grecia (e Ungheria, ma Orban si autoesclude), e affermano che faranno un forte “pressing” sui partner. Per François Hollande, “far rispettare le frontiere esterne è la condizione per poter accogliere degnamente i rifugiati”. Il ministro degli Interni della Baviera, Joachim Herrmann, che non risparmia critiche a Merkel per aver incitato i profughi a venire in Germania, punta il dito contro Italia e Grecia, paesi di primo arrivo, secondo lui responsabili del “caos”.
In pratica, riprende alla grande nella Ue lo scaricabarile dei profughi. Angelino Alfano chiede che “i rimpatri” vengano organizzati da Frontex “con i soldi Ue”. Bruxelles promette che “gli stati invieranno subito funzionari di collegamento” per aiutare i paesi di primo arrivo a fare la distinzione tra chi ha diritto all’asilo e chi deve venire espulso. Cazeneuve parla di “umanità e responsabilità”, sperando di convincere i reticenti alla distribuzione. Per il momento, c’è il programma presentato a giugno, per la ricollocazione di 40mila persone (con offerte solo “volontarie” per ricollocare 24mila persone già presenti in Italia e 16mila che sono in Grecia), mentre è sempre in alto mare il meccanismo di ripartizione per “quote” di altri 120mila. Nei fatti, gli arrivi delle ultime settimane rendono ormai caduche queste cifre, inferiori di molto alla realtà. La Commissione ha messo nel cassetto la minaccia di multe per chi non partecipa alla redistribuzione.
Le richieste dell’Onu, ancora ribadite ieri, per “quote obbligatorie” e gli appelli della Commissione a favore di una soluzione “comune” rischiano di cadere nel vuoto, cosi’ come l’allarme del gruppo S&D: “la politica comune di immigrazione e asilo è l’unica strada per salvare l’Europa dalla disintegrazione”. La posizione tedesca si è di fatto indebolita, con il voltafaccia di Angela Merkel di domenica, anche se sembra fosse destinato a far pressione sull’est reticente. Il portavoce di Merkel, Steffen Steibert, assicura che rimettere i controlli alle frontiere “era necessario, ma nulla cambia” nella politica di accoglienza di Berlino. Per il ministro degli Interni, Thomas de Maizière, deve essere pero’ chiaro che “i richiedenti asilo devono accettare il fatto che non possono scegliere il paese europeo a cui chiedere protezione”. Per il ministro degli Esteri polacco, Rafal Trzaskowski, “l’Europa rischia una crisi istituzionale se impone quote obbligatorie”, impegno ormai sfumato nei documenti di Bruxelles. Il fronte del “no” al piano Juncker sulla ridistribuzione dei 120mila profughi si è ricompattato, Ungheria ormai fuori dalle regole Ue, con Repubblica ceca, Slovacchia, Polonia, Romania (c’è anche la Danimarca, ma il paese ha l’opt out su questi temi, come Gran Bretagna e Irlanda). In Francia, l’ex presidente Nicolas Sarkozy chiede uno statuto speciale per i rifugiati di guerra, che dovrebbero rientrare in patria una volta tornata la pace (questa clausola in effetti esiste, ma è la Commissione a doverla attivare).
"La mossa di Angela Merkel è stata abile, e sacrosanta: ha permesso a migliaia di profughi di raggiungere la loro meta e ad altre migliaia di cittadini europei. Ma quella mossa non tarderà a rivelarsi un bluff".
Il manifesto, settembre 2016
L’accoglienza è destinata a diventare per l’Unione il problema maggiore: divide tra loro gli Stati membri impegnati a rimpallarsi le quote di profughi da ammettere; e fomenta al loro interno quello scontro sociale di cui si alimenta la xenofobia. Innanzitutto l’Unione non potrà avere una politica comune per accogliere profughi e migranti perché ha adottato da anni politiche che negano l’accoglienza - casa, lavoro, reddito e sicurezza - a una quota crescente dei suoi cittadini. Quando il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge il 20 per cento, e in alcuni paesi il 50, è a un’intera generazione - anzi ormai a due - che vengono negate le forme basilari della cittadinanza. In queste condizioni è difficile pensare a una politica di inclusione per centinaia di migliaia o milioni di migranti: quanti se ne possono realisticamente aspettare sia che si aprano loro le porte, sia che si punti su respingimenti inefficaci e spietati.
Ma la ragione vera della dissoluzione dell’Unione è un’altra: per anni i suoi Governi hanno assistito ignavi, quando non vi hanno partecipato direttamente o non hanno addirittura preso l’iniziativa, a massacri e guerre scatenate ai confini dell’Europa: quasi che la cosa non li riguardasse, impegnati com’erano, e sono, a perseguire politiche di bilancio sempre più prive di respiro, di prospettive, di futuro. Se a rappresentare la politica estera dell’Unione figure insignificanti non è solo perché quella materia ogni Governo vuole riservarla per sé. Il fatto è che - a parte gli accordi commerciali, soprattutto per procurarsi petrolio e metano - nessuna forza politica europea ha mai formulato un disegno sensato sui rapporti con l’area mediorientale, mediterranea e nordafricana: quella che nel corso degli anni si andava avvitando in crisi e conflitti che non potevano che sfociare nella dissoluzione delle rispettive compagini sociali. Il flusso di migranti in cerca di sopravvivenza in terra europea è la prima – ma non l’unica – conseguenza di questa politica tirchia e insipiente. Ma ogni giorno che passa spegnere quegli incendi è più difficile. Francia e Regno Unito stanno già pensando a unirsi alla guerra in Siria, come se non fossero stati loro a scatenare quella in Libia: che hanno perso, creando un caos di cui nessuno riesce più a venire a capo.
Ora, che siano i vertici dell’Unione e dei suoi Governi a risolvere il problema creato da centinaia di migliaia di esseri umani alla ricerca della propria sopravvivenza è del tutto irrealistico. L’Unione europea vorrebbe respingerne la maggioranza, ma non è in grado di farlo: troppo alto è il prezzo di sofferenze e di vite che sta già facendo pagare alle sue vittime per potersene assumere la responsabilità. Così cerca di nascondere il problema dietro la falsa distinzione tra profughi e migranti economici: come se una ragazza sfuggita alle bande di Boko Haram in Nigeria, o un contadino che sta morendo di fame e di sete – sì, anche di sete – in uno stato subsahariano fossero diversi, nelle loro motivazioni alla fuga, da un siriano che scappa dalle bombe dell’Isis, o di Assad, o di Erdogan, o degli Usa, o di tutti e quattro.
Ma le politiche di respingimento, oggi impersonate da Orban, ma anche da tante forze politiche non solo di destra, e programmate, solo in modo un po’ meno brutale, da molti governi, sono state per qualche giorno rovesciate e sconfitte dalla straordinaria mobilitazione di un popolo europeo solidale con i profughi in marcia sull’autostrada che porta a Vienna, o al loro arrivo nelle stazioni austriache e tedesche; un popolo che da qualche giorno ha occupato la scena facendo tutt’uno con quei profughi. Papa Francesco ha aggiunto la sua voce, ma i protagonisti restano loro. Perché dietro a quelle manifestazioni che hanno bucato lo schermo ci sono altre migliaia di volontari che - senza distinguere tra profughi e migranti economici - hanno cercato e cercano di alleviare le sofferenze di una moltitudine immensa respinta o abbandonata a se stessa: a Calais, a Ventimiglia, a Kos, a Lampedusa, a Subotica, a Milano e in mille altri luoghi a cui stampa e media non avevano dedicato in sei mesi un decimo dello spazio riservato ogni giorno alle infamie di Salvini e dei suoi compagni di merende.
Laici e cristiani, di destra (ci sono anche quelli) e di sinistra, giovani e anziani, occupati e disoccupati (senza timore di vedersi portare via un posto che non c’è più per nessuno), zingari perseguitati da Orban e musulmani già insediati in Europa hanno costruito con la loro mobilitazione le basi di una nuova cittadinanza europea che include, senza mediazioni, quei profughi in marcia dietro la bandiera europea. Un unico popolo: consapevole, a differenza di molti suoi governanti (in sei mesi di Presidenza europea Renzi non aveva rivolto una sola parola alla soluzione del problema dei profughi) che l’accoglienza affettuosa di coloro che sono in fuga da guerre e fame è condizione irrinunciabile della convivenza civile nelle comunità e nei territori dove si insedieranno; e che lo sviluppo sociale dell’Europa non può prescindere dalla creazione, qui, dove sono arrivati, di una cittadinanza europea comune a tutti coloro che ne condividono l’aspirazione.
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Lo scrittore nigeriano, premio Nobel, parla della crisi dei migranti. “È un’eredità del colonialismo, ora però le tragedie dell’Africa sono sotto gli occhi del mondo. Come accade per le ragazze rapite da Boko Haram”.
La Repubblica, 13 settembre 2015
C’è una parola nella lingua zulù che Nelson Mandela ha reso famosa nel mondo: ubuntu e’ un termine difficile da tradurre, ma l’espressione che gli si avvicina di più è “l’insieme dell’umanità”, l’empatia. Wole Soyinka, poeta e scrittore nigeriano, nel 1986 premio Nobel per la Letteratura, la usa spesso nel suo ultimo libro, “dell’Africa”, uno dei testi più importanti fra quelli presentati al Festivaletteratura di Mantova. Mentre sulle pagine dei giornali e alla tv si susseguono le immagini dei profughi che cercano di arrivare in Europa, e’ impossibile non iniziare una conversazione con Soyinka senza parlare di ubuntu .
Le sembra una parola appropriata per le giornate che stiamo vivendo?«È un’espressione che hanno spesso usato persone come Mandela e Desmond Tutu: volevano dire che qualunque persona sia in stato di necessità deve essere aiutata. Che la solidarietà è obbligatoria e che siamo tutti responsabili. Altrimenti perdiamo la nostra umanità. È una parola adeguata a queste giornate, a patto di metterla nella giusta prospettiva. È dovere dei paesi da cui i migranti fuggono, e mi riferisco in particolare a quelli africani, creare le condizioni sociali perché queste persone abbiano sempre meno motivi per scappare. Ed è dovere del mondo esterno capire che la relazione che ha avuto con l’Africa, il lascito del colonialismo è alla base delle migrazioni».
Cosa pensa della reazione dell’Europa di fronte ai profughi?
«Sono sorpreso che l’Europa non abbia capito prima quello che stava per accadere. Da tempo i rifugiati interni ai paesi dove si combatte erano milioni, era naturale che prima o poi la crisi si espandesse. Ora ci sono moltissime persone pronte ad affrontare una morte quasi certa per mare per la speranza di una vita migliore».
L’Europa manca dunque di prospettiva, di uno sguardo di lunga durata?
«Penso all’Africa, e Le rispondo che qualche volta è bello essere dimenticati, lasciati a risolvere i propri problemi: non si può sempre essere assistiti. Ma qualche volta l’attenzione serve. Le faccio un esempio: qualche anno fa il mondo si indignò per Amina, una donna che stava per essere lapidata per adulterio in Nigeria. Fu una cosa importante, perché anche quelli che fino a quel momento avevano fatto finta di nulla furono costretti ad ammettere che stava accadendo qualcosa di sbagliato».
Direbbe lo stesso del clamore suscitato dal rapimento delle ragazze di Chibok da parte di Boko Haram?
«Quella e’ una storia talmente grande che era impossibile da ignorare. Ha colpito tutti, perché ha richiamato alle sue responsabilità una società che non era stata in grado di proteggere delle ragazze nel luogo dove avrebbero dovuto essere più sicure, e un governo che non si è mosso in tempo. Ha costretto tutti ad aprire gli occhi su un fenomeno, che io chiamo del bokoharamismo, che era lì davanti a tutti: la diffusione di un gruppo che è incapace di guardare all’essere umano se non attraverso le lenti strettissime della sua visione religiosa estremista. Abbiamo visto l’intolleranza crescere sotto i nostri occhi e la religione diventare uno scudo per fare quello che si voleva. Lo abbiamo visto nel silenzio totale delle autorità: nessuno e’ stato chiamato a rispondere del fatto che qualche anno fa gruppi di estremisti abbiano messo Abuja a ferro e fuoco per protestare contro un concorso di bellezza. Nessuno ha pagato. Chibok e’ stato il caso più brutale. Il messaggio era: “facciamo ciò che vogliamo con quello che di più caro avete”. Con i riflettori del mondo addosso il governo non ha più potuto far finta di niente».
A 500 giorni da quel rapimento in Nigeria qualcosa e’ cambiato?
«Sta cambiando. Mai abbastanza per me, ma qualcosa si sta muovendo. La gente non dice più le stesse cose di prima, i politici stanno più attenti a giocare la carta delle divisioni religiose. Tutto questo non è più possibile dopo Chibok, come non è più possibile ignorare il fatto che la diffusione dell’estremismo è un problema reale».
Wole Soyinka scrittore e poeta nigeriano premio Nobel per la Letteratura nel 1986
Qualche migliaio di manifestanti, rigorosamente a piedi nudi, hanno attraversato il Lido: tante donne, ragazzi e ragazze, tra loro decine di migranti. Soprattutto dall’Africa: Nigeria, Gambia, Senegal. Si vedono anche bandiere del sindacato: spiccano quelle verdi della Cisl, ma ci sono pure iscritti della Uil, e una nutrita rappresentanza della Cgil, con in testa la segretaria Susanna Camusso.
Folto anche il drappello di politici, ma se si eccettua il vignettista Staino dell’Unità, della galassia renziana non si vede nessuno. In qualche modo, si tratta di “ex”: l’ex segretario di Sel Nichi Vendola, la ex ministra Livia Turco, gli ex piddini Stefano Fassina e Pippo Civati. Avvistato anche l’ex sindaco di Padova ed ex ministro Flavio Zanonato. A riassumere la piattaforma della manifestazione è Giulio Marcon, di Sel, che con il regista Andrea Segre, altri attori e artisti, un vasto arco di associazioni, ha organizzato in pochi giorni le marce in tutta Italia: «La prima urgenza — spiega — è quella di allestire corridoi umanitari sicuri e protetti, a livello europeo. Si dovrebbe poter fare già nei paesi di origine, o a pochi chilometri dalle coste, intercettando i barconi per salvare chi fugge. E accogliere tutti, innanzitutto, calibrando poi l’intervento a seconda che si tratti di rifugiati o di migranti economici”.
Il tema mainstream, quello che nella versione Merkel, o in quella di Salvini, impone una netta distinzione tra chi accogliere e chi rimandare a casa, qui non sembra porre dubbi: tutti concordano sulla necessità di non discriminare. Lo spiegano Rita e Filomena, due giovani sorelle della Congregazione Charles de Foucauld di Fermo, casa di accoglienza per migranti: «Gli uomini sono tutti uguali, e non puoi selezionare. Poi anche chi fugge dalla fame, chi tenta di sopravvivere con i propri figli, è come se venisse da una guerra. Noi cerchiamo di far integrare le persone che stanno da noi: adesso alcuni di loro stanno creando una cooperativa con diversi mestieri».
«Da Venezia a Kobane, da Budapest a Bruxelles: #apiediscalzi #refugeeswelcome». «Io non sono un pericolo, io sono in pericolo». «Abbiamo bisogno di documenti». Tanti gli slogan portati sui cartelli dai migranti, mentre i centri sociali del Nordest — tra loro Luca Casarini — scandiscono «La nostra Europa non ha confini, siamo tutti clandestini», con la doppia versione finale: «siamo tutti cittadini». A metà strada vengono messe a disposizione diverse bacinelle di tempere colorate: chi vuole può bagnarsi i piedi e lasciare le proprie orme sul vialone che porta al Casinò.
Sankung, un ragazzo del Gambia, spiega di essere ospite con altri 50 immigrati in un albergo di Chioggia: le procedure per vagliare le loro richieste di asilo sono lentissime, così c’è chi è da oltre un anno in attesa. E visto che non hanno documenti, per il momento non possono neanche cercarsi un lavoro regolare. Il gruppo è accompagnato da Elena Favaretto, dell’associazione di volontariato Migrantes: spiega che la commissione di Padova, che ha in carico le loro richieste, concede gli asili con il contagocce. Gianluca Schiavon, del Prc, spiega che il suo partito sta sperimentando l’accoglienza nelle sedi locali in diverse città.
Tra i bonghi e i canti dei migranti e le musiche diffuse dal camioncino dell’organizzazione, risuonano le parole dell’appello letto dall’attrice Ottavia Piccolo: «Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi. Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere. E’ difficile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo. Ma la migrazione assoluta richiede esattamente questo: spogliarsi completamente della propria identità per poter sperare di trovarne un’altra. Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno». In attesa del vertice Ue di lunedì, gli italiani e i migranti che hanno marciato oggi in tutto il Paese sperano che si apra uno spiraglio per una politica comune dell’asilo e l’istituzione immediata di corridoi umanitari.
«»
. La Repubblica, 12 settembre 2015
LA REAZIONE nel complesso positiva della popolazione tedesca all’afflusso di rifugiati segna un’importante discontinuità con lo stato d’animo imperante nel Paese all’inizio degli anni ‘90. Dimostra che una leadership politica risoluta – di cui finora, con la Merkel, abbiamo sentito la mancanza – può condurre nel lungo periodo l’opinione pubblica e la società civile a manifestare il loro sostegno e la loro volontà di venire in aiuto a queste popolazioni.
L’asilo politico non è una questione di valori – le chiacchiere sul tema dei “valori” mi esasperano – ma un diritto, e un diritto fondamentale. Questo diritto non può essere garantito solo dai Governi. Dev’essere rispettato dalla popolazione nella sua interezza. I Governi possono non riuscire a far fronte alla sfida attuale, per scoraggiamento o per mancanza di sostegno da parte dei loro mezzi di informazione e dei loro cittadini. E a volte anche per calcoli meschini e per la pusillanimità dei partiti politici di fronte alla pigrizia, l’egoismo e la mancanza di una visione alta nella popolazione.
Per il momento, vediamo che i Paesi membri dell’Unione Europea non riescono, complessivamente, ad accordarsi su una linea d’azione comune. L’onesta proposta del presidente Hollande e della cancelliera Merkel non incontra consenso. Si tratta indubbiamente di un segnale allarmante e vergognoso, ma che la dice anche lunga sul reale stato politico di una comunità che non è diretta da un Parlamento e un Governo comuni, bensì da compromessi stipulati tra ventotto Governi nazionali.
Le diverse reazioni nazionali al problema urgentissimo che dovrebbe oggi vedere una risposta comune testimoniano anche realtà di cui bisogna tener conto: la differente anzianità di appartenenza all’Unione, le differenze economiche importanti – troppo importanti – fra Paesi membri, e soprattutto le differenti storie nazionali e le differenti culture politiche.
L’Europa, di fronte a questo disaccordo insormontabile sulla sfida politica e morale rappresentata dalla crisi migratoria, non deve fallire, col rischio di uscirne alla lunga devastata. E a tale scopo vedo solo una strada realistica: la Francia e la Germania devono prendere l’iniziativa e riunire i Paesi strettamente legati fra loro dall’euro e dalla crisi che attraversa questa moneta per proporre delle soluzioni comuni. La Francia e la Germania devono dimostrare che esiste un nocciolo duro dell’Europa in grado di agire e di andare avanti unito.
Un successo simile potrebbe portare anche, finalmente, a un cambiamento dell’atteggiamento del Governo tedesco, da cui dipende in toto un esito positivo, più a lungo termine, della crisi monetaria stessa. La Francia, se adottasse una linea di condotta energica sulla crisi dei profughi, oltre a restare fedele alla sua tradizione politica darebbe una spinta al Governo tedesco, in modo indiretto: non è solo questione di mostrarsi solidali con quelli che cercano asilo politico, perché una solidarietà di questo tipo è un dovere giuridico; una solidarietà finanziaria è anche una necessità politica in seno a una comunità monetaria che può sopravvivere solo con una politica fiscale, economica e sociale comune.
Traduzione di Fabio Galimberti
«».
Perché non possiamo uscire dallUE, ma dobbiamo conquistarla. «Tutti i paesi, se perdiamo l’Europa, tanto più quelli più piccoli, finirebbero per fluttuare come fuscelli alla mercé delle selvagge leggi del mercato». Nonostante le aggressioni e gli abbandoni (da destra e da sinistra) dobbiamo continuare a sostenere Tsipras.S
bilanciamoci.info, newsletter, 11 settembre 20l5
Sono oramai quasi cinque anni da quando è deflagrato il problema greco, reso clamoroso dalla crisi mondiale ma da quella solo in minima parte causato: già da quando il paese, nel 1981, era entrato nella Comunità europea, primo fra i nuovi sud mediterranei, era risultato evidente che l’allargamento a questa nuova zona dell’Europa avrebbe dovuto indurre cambiamenti di non poco conto nella politica di Bruxelles. Con l’ingresso della Grecia, e qualche anno dopo della Spagna e del Portogallo, tutti e tre peraltro appena usciti dalla dittatura, la nord-centrica entità avrebbe dovuto fare i conti con un ineludibile problema: quello nord-sud (cui solo l’Italia era familiare). Che molti di loro avevano conosciuto solo nei termini del colonialismo.
Con lucidità, quando qualche mese dopo esser diventata membro della Cee la Grecia divenne titolare della sua presidenza di turno, il suo ministro degli esteri Charampopulos, dichiarò: «Accettiamo le responsabilità che ci derivano dalla presidenza, ma non possiamo per questo venir meno ai nostri vecchi giudizi... L’Europa dei sei e poi dei nove era l’Europa dei ricchi, del nord. L’Europa dei dieci e ancor più quella dei dodici sarà un’Europa che vivrà in modo acuto i problemi nord-sud che non possono esser risolti se non attraverso un massiccio trasferimento di risorse e un intervento pubblico pianificatore che condizioni il gioco selvaggio del mercato, destinato ad approfondire la polarizzazione».
Charampopulos rappresentava il primo governo socialista del paese, quello di Andreas Papandreu, che tuttavia, dopo un buon esordio, dimenticò molte cose. Fra queste l’impegno a trarre le conseguenze dalla realistica considerazione espressa all’inizio dell’avventura europea. Era ancora lui al governo, e perciò membro del Consiglio dei Ministri europeo, quando questo, nel 1986, assunse una delle decisioni più cariche di conseguenze negative: la liberalizzazione del movimento dei capitali senza che alcuna altra misura compensativa delle sue possibili conseguenze fosse presa. E non risulta che Atene abbia obiettato, così come, del resto, nessuno dei molti governi socialisti che a quel tempo governavano. Così come assai poco obiettarono anche le sinistre all’opposizione, come nel caso italiano. La speranza di un’intesa mediterranea non si concretizzò mai.
Con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, nel 1993, per non parlare dell’Eurozona, il divario nord-sud diventa cronico. A questo punto anche ove fosse ipotizzabile il massiccio trasferimento auspicato dalla Grecia nel 1981, non sarebbe più sufficiente. Sarebbe necessaria una ridefinizione complessiva del modello e della strategia dell’Unione. Che come sappiamo non ci fu, né c’è tantomeno oggi.
Le risorse dell’Unione furono così sfruttate con spregiudicatezza per operazioni speculative, sovvenzioni a investimenti privati non programmati e non produttivi e un po’ di demagogica spesa pubblica elettorale.
Sappiano tutti cosa è accaduto dopo: nel 1998, quando la Grecia chiede di entrare nel sistema monetario europeo, il suo deficit è al 4,6 % e il suo debito pubblico al 108,5. Cifre troppo negative per ottenere il diritto all’ingresso nell’esclusivo club. Ma il nuovo governo socialista, quello di Simitis, dichiara, solo due anni più tardi, di aver messo tutto in regola e ottiene di entrare nell’Eurozona. E però non era vero, il bilancio era stato falsato. Da allora cresce un’abnorme evasione fiscale, sperpero e corruzione, mentre il paese viene posto sotto la miope tutela di Bruxelles, tanto più interessata a non vedere la realtà perché chi comanda in Europa sono i compagni di partito di quelli al governo ad Atene.
Poi la serie di prestiti micragnosi e condizionati da inaccettabili misure di politica economica: nel 2009 110 miliardi di euro (80 dall’Ue,30 dal Fmi) sulla base del Memorandum of Understanding, da ripagare in 13 tranches. Molto lucrativo per i creditori, soprattutto tedeschi. Inutile per la Grecia. Così come il secondo piano del 2010, basato su prestiti del Fondo Europeo di Stabilità Monetaria, dell’Fmi, e del Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, e così come tutte le altre misure d’emergenza caoticamente e affannosamente varate in questi ultimi anni senza alcuna legittimazione democratica dei procedimenti posti in atto. Perché sempre finalizzate alla restituzione del debito, mai a creare le condizioni necessarie a far sì che tale restituzione fosse possibile: una profonda ristrutturazione dell’economia del paese e un rilancio degli investimenti per uno sviluppo sensato.
Il resto, quanto avviene nella società greca e i mutamenti politici che si innescano, fino alla controffensiva democratica di Syriza, è cronaca attuale.
Ma a questo punto non siamo più al dramma greco, siamo alla crisi dell’Unione Europea tutta: investita da proteste, scetticismo, perduta credibilità. Cui Bruxelles risponde accentuando ulteriormente la tendenza a escludere la politica, e dunque il controllo democratico, dalle decisioni. Siamo oramai nel pieno del modello post-parlamentare e post-democratico, quello auspicato dalla Trilateral più di quaranta anni fa, quando, con la fine della convertibilità del dollaro, ci fu il primo segnale della crisi epocale che viviamo ancor oggi. C’è troppa democrazia, il sistema non può sopportarla – proclamarono allora gli esponenti dell’Occidente, consigliando di non lasciare le questioni economiche in mano a parlamenti incompetenti, perché troppo delicate e complesse.
Di questo modello l’Ue è diventata anticipatrice, sollecitando i governi nazionali dei paesi membri a seguire un’analoga indicazione. (Quello di Matteo Renzi è il miglior allievo).
Era inevitabile che una vicenda che ha prodotto drammi sociali così gravi aprisse un dibattito acceso sulla strategia da perseguire per rendere meno pesante il ricatto cui il paese è stato sopposto anche con il chiaro intento di liberarsi di un governo «pericoloso» come quello di Tsipras: uscire dall’euro e fatalmente dall’Ue, oppure subire il compromesso e cercare di gestirlo per recuperare un rapporto di forza che renda possibile un’alternativa.
Gli articoli, le interviste, i documenti pubblicati nelle pagine di questo e-book aiuteranno ciascuno a farsi un’opinione più circostanziata. La questione ha tanti e drammatici risvolti che non c’è da meravigliarsi se si sono verificati, in Grecia e non solo, dissensi anche aspri e rotture.
Confesso di far fatica a entrare nel dibattito greco perché capisco le perplessità di chi in questi anni ha forse pensato che la strada sarebbe stata più facile e oggi si trova invece difronte a scelte durissime. Capisco la sofferenza di chi vive in prima persona la lacerazione di Syriza la cui unità è stata, anche per noi, un esempio e una speranza. Sono tutti, da una parte e dall’altra, compagni che stimo, moltissimi che conosco da tempo e per cui nutro anche molto affetto. Ma proprio perché la vicenda non è ormai più solo greca ma europea, e dunque riguarda anche noi non greci, non posso esimermi dal dare un giudizio, avere un’opinione. Che tiene conto del fatto che, nel giudicare, mi preoccupa il come riorganizzeremo le forze di un fronte di sinistra in grado di combattere per una diversa Unione europea.
Ho detto Unione e non solo Europa, perché credo sarebbe una catastrofe se ciascuno decidesse di andarsene, così perdendo il terreno comune di lotta, il quadro entro cui, per difficile che sia, si deve combattere. Tenendo a mente soprattutto che se c’è, nell’era della globalizzazione, una speranza di conservare un qualche controllo politico sulle sorti delle nostre società, dobbiamo continuare a puntare su una articolazione macroregionale del mondo, al cui livello non è pensabile possa esser costruito un ordinamento democratico.
Tutti i paesi, se perdiamo l’Europa, tanto più quelli più piccoli, finirebbero per fluttuare come fuscelli alla mercé delle selvagge leggi del mercato. (La Germania, forse, potrebbe permettersi un’uscita dall’Ue, né la Grecia e nemmeno l’Italia, costi quel che costi. Il prezzo di un exit sarebbe molto più caro.)
Non perdere l’Europa, anche perché – come ha scritto Balibar in questo volume – l’Europa è stata condotta dalla storia dei suoi movimenti sociali (delle dure lotte di classe che vi si sono svolte) a un grado di riconoscimento istituzionale dei diritti sociali come diritti fondamentali senza uguali. Non a caso la cosa che abbiamo più in comune per davvero in Europa è proprio il nostro sindacalismo, non mero agente del prezzo della forza lavoro, ma portatore di un’etica che ha penetrato il buonsenso comune. È vero che questo patrimonio è ormai gravemente minacciato, ma proprio per questo dobbiamo cercare di non lasciare che ce lo portino definitivamente via.
Per tutte queste ragioni sono d’accordo con la difficile scelta di Tsipras. Anche perché la sua sfida mi tiene, come sinistra italiana ed europea, dentro la battaglia. Che è buona cosa per noi non greci, ma anche – credo – per i greci. Sebbene sia consapevole che quanto fino ad ora abbiamo fatto sia così poco; e quello che siamo riusciti a imporre ai nostri governi niente.
La disintegrazione dell'autorità pubblica è una delle cause principale dei flussi dall'Africa e dal Medio Oriente. «Non è una disgrazia casuale ma uno dei modi con i quali le grandi potenze esercitano il loro colonialismo economico. Il genere umano dovrebbe prepararsi a vivere in modo più “flessibile” e nomade». Le idee del filosofo sloveno per un programma paneuropeo che tenga conto della realtà.
La Repubblica, 11 settembre 2015
NEL suo saggio “La morte e il morire” Elisabeth Kübler- Ross proponeva il famoso schema delle cinque fasi con le quali reagiamo alla notizia di avere una malattia terminale, ovvero negazione, rabbia, negoziazione (la speranza di poter rimandare in qualche modo il fatto), depressione, accettazione.
La reazione dell’opinione pubblica e delle autorità dell’Europa occidentale al flusso di rifugiati proveniente da Africa e Medio Oriente non è una mescolanza alquanto simile di reazioni disparate? C’è (sempre meno) la negazione: «Non si tratta di un fenomeno così serio, basta ignorarlo ». C’è la rabbia: «I rifugiati sono una minaccia per il nostro stile di vita, tra di loro si nascondono fondamentalisti musulmani, dovrebbero essere fermati a tutti i costi». C’è la negoziazione: «Va bene, stabiliamo delle quote e diamo un sostegno economico per realizzare campi profughi nei loro stessi Paesi». C’è la depressione: «Siamo perduti, l’Europa si sta trasformando nell’Europastan ». Unica assente è l’accettazione che, in questo caso, avrebbe voluto dire mettere a punto un piano pan-europeo coerente che prevedesse le modalità con le quali affrontare il flusso di rifugiati.
La prima cosa da fare è rammentare che la maggior parte dei rifugiati proviene da “stati falliti”, stati nei quali l’autorità pubblica è più o meno inerte, quanto meno in ampie zone (Siria, Libano, Iraq, Libia, Somalia, Congo). Questa disintegrazione del potere statale non è un fenomeno locale, bensì la conseguenza di pratiche economiche e politiche internazionali, e in alcuni casi, come in Libia e Iraq, è la conseguenza diretta degli interventi occidentali. L’ascesa degli “stati falliti” non è una disgrazia casuale ma uno dei modi con i quali le grandi potenze esercitano il loro colonialismo economico. Oltre a ciò, si dovrebbe tenere presente che i semi degli “stati falliti” mediorientali vanno fatti risalire all’arbitrario disegno dei confini dopo la Prima guerra mondiale a opera di Regno Unito e Francia: in definitiva, unendo i sunniti in Siria e in Iraq, l’Is sta rimettendo insieme ciò che fu diviso dalle potenze coloniali.
I rifugiati non stanno semplicemente scappando dalla loro patria lacerata dalla guerra: coltivano anche un sogno preciso. I rifugiati nel sud dell’Italia non vogliono trattenersi lì: la maggior parte di loro vuole vivere nei Paesi scandinavi. Alle migliaia di rifugiati accampati intorno a Calais non piace l’idea di restare in Francia: sono disposti a rischiare la vita pur di entrare nel Regno Unito. Le decine di migliaia di rifugiati nei Balcani vogliono raggiungere almeno la Germania. Tutti costoro manifestano apertamente questo loro sogno come un diritto incondizionato, chiedendo alle autorità europee non soltanto cibo adeguato e assistenza medica, ma anche i mezzi di trasporto necessari per raggiungere le destinazioni scelte. In questa loro richiesta impossibile c’è qualcosa di enigmaticamente utopistico, come se l’Europa avesse il dovere di realizzare il loro sogno.
Si può osservare qui quanto sia paradossale questa utopia: proprio quando la gente si ritrova in povertà, in difficoltà, in pericolo, e ci si aspetterebbe che si accontentasse di un minimo di sicurezza e di benessere, l’utopia assoluta esplode. I rifugiati devono imparare la dura lezione: “La Norvegia non esiste”. Anche in Norvegia. Dovranno dunque imparare a censurare i loro sogni: invece di inseguirli nella realtà, dovrebbero concentrarsi e cercare di cambiare la realtà.
A questo proposito, è indispensabile essere molto chiari: si deve abbandonare una volta per tutto il concetto secondo cui la tutela di uno specifico stile di vita personale è inquadrabile di per sé in una categoria proto-fascista o razzista. Se non abbandoneremo questo concetto, spianeremo la strada all’ondata dei populisti contrari all’immigrazione che monta in tutta Europa. Si dovrebbe evitare di cadere nella trappola del gioco liberale del “quanta tolleranza siamo in grado di permetterci?”. È necessario dunque allargare la prospettiva: i rifugiati sono il prezzo da pagare per l’economia globale. Nel nostro mondo globale, i prodotti circolano liberamente, ma non così le persone, e nascono nuove forme di apartheid. L’argomento dei muri permeabili, del rischio di essere invasi dagli stranieri, è intrinseco e immanente al capitalismo globale. È un indice di ciò che c’è di falso al riguardo della globalizzazione capitalista. È come se i rifugiati volessero estendere la libera circolazione globale dai prodotti agli individui.
La lezione più importante da apprendere, dunque, è che il genere umano dovrebbe prepararsi a vivere in modo più “flessibile” e nomade. La sovranità nazionale dovrà essere ridefinita radicalmente e si dovranno inventare nuovi livelli di cooperazione globale. Nella civile accoglienza dei rifugiati in Austria e in Germania dovremmo vedere un barlume di speranza, ma siamo ancora molto lontani dall’approccio pan-europeo.
Prima di tutto l’Europa dovrà riaffermare il suo impegno a fornire i mezzi per una decorosa sopravvivenza dei rifugiati. E qui non si dovrebbero fare compromessi: le grandi migrazioni sono il nostro futuro, e l’unica alternativa a questo impegno è una nuova barbarie (quello che alcuni chiamano “scontro di civiltà”).
Secondo, in conseguenza di tale impegno l’Europa dovrà necessariamente organizzarsi, e imporre regole e regolamenti chiari. Dovrebbe arrivare a realizzare un controllo governativo del flusso dei rifugiati tramite un vasto network amministrativo che abbracci tutta l’Unione europea (per evitare barbarie locali come quelle delle autorità ungheresi e slovacche). Ai rifugiati occorrerà dare garanzie circa la loro sicurezza, ma si dovrà anche far capire che dovranno accettare il Paese nel quale saranno destinati dalle autorità europee, e che dovranno rispettare le leggi e le usanze degli stati europei: non ci sarà tolleranza alcuna per le violenze perpetrate per motivi religiosi, di genere, o etnici, per nessuno, e non ci sarà il diritto di imporre agli altri il proprio stile di vita o la propria fede, dovendo prevalere il rispetto di ogni libertà dell’individuo, qualora questi intenda abbandonare i propri usi. Se una donna sceglierà di coprirsi il volto, la sua scelta dovrà essere rispettata, ma se sceglierà di non farlo, dovrà essere garantita anche la sua libertà di non farlo. È vero: questo insieme di regole sotto sotto privilegia lo stile di vita dell’Europa occidentale, ma è il prezzo dell’ospitalità europea.
Queste regole dovrebbero essere enunciate chiaramente e chiaramente fatte rispettare, anche con misure repressive, se necessario (tanto nei confronti dei fondamentalisti stranieri, quanto dei nostri stessi razzisti contrari all’immigrazione).
Terzo, si dovrà escogitare un nuovo tipo di intervento internazionale oltre a quello militare e quello economico, che si sottragga alle trappole del neocolonialismo. Potremmo pensare a forze di pace dell’Onu addette a tenere sotto controllo la situazione in Libia, Siria o Congo? I casi di Iraq, Siria e Libia dimostrano come il tipo sbagliato di intervento (in Iraq e in Libia) e così pure viceversa il non-intervento (in Siria, dove dietro la facciata del non-intervento di fatto sono presenti e attive varie potenze straniere, dalla Russia all’Arabia Saudita) possono portare al medesimo punto morto.
Quarto, il compito più difficile e importante è un radicale cambiamento economico che dovrebbe cancellare una volta per tutte le condizioni che creano il fenomeno dei rifugiati. La causa ultima dell’ondata di rifugiati è il capitalismo globale odierno stesso, con i suoi giochetti geopolitici. Se non cambieremo drasticamente le cose, presto ai rifugiati dall’Africa si uniranno i migranti greci e di altri Paesi europei.
(Traduzione di Anna Bissanti)
«Sinistre. Fuori dall'euro: lo propone un manifesto firmato Varoufakis, Lafontaine, Mélenchon e Stefano Fassina. Lanciano una conferenza internazionale. Propongono di dire basta ai trattati-capestro». Positivo allargare lo sguardo e il conflitto dalla Grecia all'Europa, ma negativo sarebbe praticare un Grexit da sinistra.
Il manifesto, 11 settembre 2015
«Un piano B per la Grecia» era quello di Yanis Varoufakis, quello della famosa «moneta parallela», quando da ministro dell’economia, nel corso delle trattative tra il suo paese e la Ue, cercava di convincere il primo ministro Alexis Tsipras a non cedere al ricatto delle istituzioni europee e cercare strade alternative a quella che lui considerava una resa. «Un plan B» è lo slogan usato in queste settimane da Jean-Luc Mélenchon, leader del Parti de Gauche francese, nel Front de Gauche, per indicare una strada alternativa a quella dell’obbedienza, anche obtorto collo, ai trattati europei. «Un piano B in Europa» è il titolo di un dibattito sbocciato ieri a sorpresa nel programma della Fête de l’Humanité, storico appuntamento della sinistra francese in corso in questi giorni alla Corneuve, alle porte di Parigi. Si terrà domani alle 16 e 30. E sarà un evento per le sinistre di tutta Europa. I protagonisti sono un poker d’assi dei cultori del genere. Nessuno di provenienza ’estremista’, anzi: sono tutti ex socialisti o socialdemocratici. Ma sono tutti usciti dai rispettivi partiti contro la loro irresistibile e inarrestabile «deriva a destra».
Naturalmente il padrone di casa sarà Mélenchon, deputato francese e già leader del Front de Gauche; con lui Varoufakis, oggi ancora dentro Syriza ma in rotta di collisione con le politiche del suo governo; Oskar Lafontaine, ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke; e infine per l’Italia ci sarà Stefano Fassina, ex responsabile economico del Pd, ex viceministro dell’economia del governo Letta, oggi fuori dal partito di Renzi e tra i leader della “sinistra radicale”. Tutti e quattro ex tifosi di Alexis Tsipras, che però dopo la firma del memorandum non seguono più. Ma soprattutto tutti e quattro ormai convinti dell’impossibilità di mettere concretamente in atto politiche di redistribuzione della ricchezza, di creazione di lavoro, di transizione ecologica e ricostruzione della partecipazione democratica senza «rompere con questa Europa» ovvero «dentro i vincoli di questa Ue». Dopo le vicende greche e alla vigilia di un nuovo voto ad Atene, il tema dell’accettazione delle regole agita la discussione di tutte le sinistre radicali europee, inclusa quella nostrana. E a sinistra le discussioni si intavolano su un piano inclinato che porta alle scissioni.
L’intento naturalmente è opposto. I quattro hanno scritto nero su bianco un manifesto che verrà reso pubblico forse già oggi, alla vigilia del dibattito. Di fatto è il lancio, se non l’atto di nascita, di una nuova organizzazione della sinistra europea. O di un nuovo movimento. Delinea un programma di massima per «levarsi di dosso la camicia di forza del neoliberismo» che passa per l’abolizione del fiscal compact e l’opposizione al Ttip, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti.
Fino a qui sembrerebbero i soliti i fondamentali delle sinistre già raccolte all’europarlamento nel Gue e nella Sinistra europea. Ma stavolta c’è una netta scelta di campo: basta con i trattati, è il senso del discorso, mai più firme dei governi alle condizioni capestro proposte dalle istituzioni europee, basta capitolazioni sotto la minaccia del «rullo compressore» di «una parte» della Bce.
L’invito, cioè il Piano A, è a una campagna di disobbedienza civile europea contro le scelte e le «regole» fino all’ottenimento della rinegoziazione. I governi che rappresentano le oligarchie — è questo il ragionamento — hanno un loro piano A, ovvero piegare la resistenza dei paesi in crisi, e un piano B, ovvero espellerli dall’eurozona nelle peggiori condizioni distruggendone il sistema bancario e l’economia, come hanno minacciato di fare con la Grecia. Per questo le sinistre debbono attrezzarsi. Dotandosi di un piano A, appunto il tentativo di negoziare il cambiamento dei trattati, ma anche e soprattutto di un piano B: se l’euro non può essere democratizzato serve un modo per non dover cedere al ricatto, per assicurare che gli europei abbiano un sistema monetario che operi a loro vantaggio. Il documento evita i dettagli ’tecnici’, ma non si sottrae agli esempi: valute parallele, digitalizzazione delle transazioni, fino all’uscita dall’euro e la sua trasformazione da moneta unica a valuta comune.
In ogni caso tutto questo sarebbe impossibile, ragionano i quattro autori, senza un’azione europea coordinata e «internazionalista». Per questo domani a Parigi lanceranno la proposta di una conferenza aperta a tutti, cittadini, partiti e organizzazioni, da tenersi in tempi brevi, già a novembre.
Visto da Atene, è un dito nell’occhio di Alexis Tsipras, alla vigilia delle elezioni in cui si gioca l’osso del collo, e un incoraggiamento ai fuoriusciti di Unione popolare. Ma il manifesto non può essere letto solo in traduzione greca e suona assai più ambizioso. L’autorevolezza dei quattro autori è incontestabile. E anche il colpo di scena per tutte le sinistre europee, tormentate dalla discussione sull’uscita dall’euro, fin qui bandiera quasi esclusiva delle destre radicali e di pochi gruppi a sinistra.
Ecco perché sono insensati, iniqui e controproducenti i respingimenti e le invasioni militari, e perché invece l'unica proposta ragionevole è un'ospitalità completa, utile per l'oggi e soprattutto per il domani.
Ilmanifesto, 18 agosto 2015 (versione integrale, con postilla)
Profughi e migranti sono due categorie di persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno la metà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare, hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame, schiavitù sapendo bene che con quel viaggio, che spesso dura anche diversi anni, avrebbero continuato a rischiare la vita e la loro integrità.
Ma coloro che propongono un intervento militare in Libia, o mettono al centro del “problema profughi” la lotta agli scafisti,non sanno bene che cosa fare. Tra l’altro, bloccare le partenzedalla Libia non farebbe che riversarne quel flusso sugli altri paesi della costa sud del Mediterraneo, tra cui la Tunisia, redendo anche lì ancora più instabile la situazione. Ma soprattutto non dicono – e forse non pensano: il pensiero non è il loro forte – che cosa ci si propone con interventi del genere. Ma capirlo non è difficile: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, composto ormai da milioni di persone, in quei deserti che sono una via obbligata delle loro fughe, e che hanno già inghiottitomolte più vittime di più di quante non ne abbia annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, come si è cominciato a fare con il cosiddetto processo di Khartum, a qualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E’ il risvolto micidiale, ma già in atto, dell’ipocrisia che corre da tempo in bocca ai nemici giurati dei profughi: “aiutiamoli a casa loro”.
Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune che dobbiamo costruire insieme a loro. Non c’è alternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura, o per entrambe le cose. Il primo passo da compiere è prenderne atto. Smettere di sottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa, pensando così di combattere o neutralizzare l’allarmismo di cui si alimentano le destre.
L’Unione europea, in mano all’alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedesco ha concentrato le sue politiche e i suoi impegni nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese della popolazione e nel garantire che le sue grandi banche uscissero comunque indenni dalla crisi. Così, anno dopo anno, ha permesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra, di caos permanente, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l’ondata di profughi e di migranti, senza più futuro nei loro paesi,è la prima e più diretta conseguenza. Non saranno altre guerre, e meno che mai una politica feroce quanto vana di respingimenti, a mettere fine a questo stato di cose che le istituzioni dell’Unionenon riescono più a governare né all’esterno né all’interno dei suoi confini.
Bisogna “accoglierli tutti”, come ha raccomandato più di un anno fa Luigi Manconi in un libretto che ne condensa l’esperienza di combattente per i diritti umani; dare a tutti di che vivere: cibo, un tetto decente, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi, di lavorare e di guadagnare.
Così il problema creato dai profughi, non previsto e non affrontato dalla governance dell’Unione, perché o non ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una potente leva per scardinarle a favore del progetto di un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare la conversione ecologica dell’economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadro attuale non hanno alcuna possibilità di essere realizzati. E’ a noi italiani, e ai greci, che tocca dare inizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.
postilla
Il testo integrale, che qui pubblichiamo alle ore 19,00 del 18 agosto 2015, è consistentemente più ampio di quello pubblicato sul manifesto, e che abbiamo ripreso stamattina: 8900 battute invece di 3600. La riduzione del testo nell'edizione del manifesto è dovuta evidentemente alle ovvie ragioni di spazio che un quotidiano cartaceo ha e che eddyburg non ha. Lo pubblichiamo integrale anche perché ci sembra di grande interesse per altri temi che ci stanno particolarmente a cuore, cui l'articolo direttamente o indirettamente rinvia, quali il New Deal del XXI secolo, e la nuova concezione del lavoro che è necessario introdurre nella nostra società.
«la sociologa americana non ha dubbi: “In passato ci sono state fasi di grandi migrazioni ma mai così. Per troppo tempo la Sinistra ha sottovalutato il problema”». E per troppo tempo, più ancora, il Primo mondo che ci nutre e ci coccola lo ha fatto saccheggiando, espropriando e ammazzando quelli del Terzo mondo. La Repubblica, 26 giugno 2015
Oggi le coste italiane sono diventate il teatro di un evento profondamente diverso rispetto al passato. E basta volgere lo sguardo oltre il bacino del Mediterraneo per capirlo. Siamo di fronte a un grande esodo, che riguarda quasi tutto il pianeta». Saskia Sassen, economista e sociologa della Columbia University, tra i massimi esperti in tema di globalizzazione, non ha dubbi: «La storia ha già conosciuto fasi di grandi migrazioni, ma mai su questa scala, nello stesso periodo e con una tale rapidità».
Professoressa Sassen, come si spiega la fatica dell’Unione Europea per elaborare un piano condiviso?
«Negli ultimi decenni i Paesi europei — ma lo stesso vale per gli Stati Uniti — hanno seguito una sola strategia: accogliere i migranti, più o meno legali, finché hanno avuto bisogno di lavoratori a basso costo. Perché servivano a risolvere un problema interno all’economia occidentale. Ma non si sono preoccupati né dei governi dei Paesi da cui i migranti oggi scappano, né di programmare una politica migratoria sostenibile ed efficace».
Verso quale soluzione si dovrebbe quindi lavorare oggi?
«È difficile dirlo, perché la situazione sembra ormai sfuggita di mano, al punto che l’Alto commissariato per i rifugiati non sa nemmeno come chiamare le regioni d’origine dei 60 milioni di persone in fuga. Da “terre caotiche”, dice l’ultimo rapporto dell’Onu, visto che in molti casi — Libia inclusa — è impossibile stabilire quale sia il governo legittimo. Io di una cosa sono certa: non bisogna rinunciare a cercare interlocutori credibili in Africa. Senza di loro una politica migratoria resta impraticabile».
«Repressioni e misure di controllo sono soluzioni temporanee: forse possono tamponare provvisoriamente il flusso dei migranti, ma non incidono sulle ragioni delle migrazioni».
Il progetto di un’Europa unita e solidale rischia di naufragare?
«Spero che l’Unione Europea continui a rafforzarsi, ma penso che possa farcela solo a patto di diventare più democratica e meno neo-liberista. Perché l’accoglienza è più difficile quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e anche la classe media viene piano piano espulsa da case e da zone decorose».
Da anni ormai l’estrema destra europea usa la leva della xenofobia. Crede che l’Italia e la Francia si consegneranno presto a Matteo Salvini e a Marine Le Pen?
«L’Europa sarebbe la regione meglio posizionata per opporre alla logica dell’esclusione la cultura dell’inclusione, ma è anche vero che molti elementi lasciano presagire ben altro. Basta pensare alle recenti elezioni in Danimarca (il Partito del popolo danese ha ottenuto il 21,1% dei voti, diventando il secondo partito in Parlamento, ndr ). In un paese che pure è per molti versi illuminato e ragionevole...».
E la sinistra? Ritiene che debba rimproverarsi di non aver capito l’importanza del problema migratorio per le fasce più deboli della popolazione?
«Stabilire di chi siano le colpe non porta da nessuna parte e non aiuta a trovare soluzioni. Ma penso che la sinistra paghi una certa noncuranza, l’incapacità di mettere a fuoco il problema e riconoscere le caratteristiche più sottili delle migrazioni. C’è stato un atteggiamento di semplicistico laissez faire . E nessuno ha saputo mettere minimamente in luce i nessi tra le guerre fuori dall’Occidente e tutte le tipologie di espulsione perpetrate nell’Occidente stesso».
Il suo ultimo libro, invece, si intitola per l’appunto Espulsioni (a settembre per il Mulino). Oggi le farà un certo effetto osservare come ciò che ogni Paese europeo chiede è esattamente “espellere” gli immigrati irregolari…
Ancora ombre nere sui protagonisti dell’assassinio di Aldo Moro, l’evento che rovesciò il senso della storia dell’Italia contemporanea, avviando in Italia (cinque anni dopo il colpo di Stato in Cile) la discesa lungo lo scivolo Craxi-Berlusconi-Renzi.
La Repubblica, 31 marzo 2014
Notizie giornalistiche riaprono i margini d’un terribile caso. Dopo 31 anni il Pci rimette piede nell’area governativa, alquanto diverso ab illo, votando fiducia al governo monocolore Dc, ma desta sospetti Giulio Andreotti (quattro volte premier), archetipo d’un versatile clericalismo reazionario, e circolano aggressivi malumori. Le Camere votano giovedì 16 marzo 1978.
La svolta conflittuale è opera d’Aldo Moro, cattedratico penalista. Quel mattino esce in via Forte Trionfale n. 79, dove l’aspettavano due automobili, 130 blu, Alfetta bianca e i cinque della scorta. In via Fani era appostato un commando delle imperversanti Brigate Rosse: la scorta tamquam non sit; li abbattono come sagome al bersaglio e lo sequestrano. L’iconografia indica un signore gentile, diverso dalla fauna politica democristiana: porta sul viso un sommesso taedium vitae, congenitamente triste, stanco, annoiato; così appare nelle fotografie 18 marzo e 20 aprile, mandate dai sequestratori.
L’occulta “Prigione del popolo” ospita un processo: capo d’accusa avere servito lo Stato Imperialista delle Multinazionali (i terroristi recitano dogmi rudimentali); tortuosamente abile nel labirinto verbale, tiene in scacco gl’inquisitori. Nel partito aveva sostenuto che gl’innocenti non siano sacrificabili al rigorismo statolatrico; e lettere ai confrères contemplano uno scambio con guerriglieri detenuti: ipotesi estrema, intanto guadagna tempo confidando nelle ricerche. Qualche parola, sfuggita alla censura, suona come riferimento topografico (Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Sellerio, ed. 1983, 175s.). Non è un ago nel pagliaio: Joseph Fouché, ministro della polizia napoleonica, troverebbe il bandolo a colpo d’occhio; e l’omologo Francesco Cossiga vantava singolari abilità tecnocratiche. Dev’essersene dimenticato. In mano sua al Viminale comanda la P2, nel cui disegno va stroncata l’apertura al Pci: l’apparato dà spettacolo senza l’ombra d’un piano intelligente; omissioni, sviste, passi malaccorti; davvero lo cercano? Nell’immaginario collettivo le BR assurgono a potente ente metafisico.
Sincronicamente vanno in scena orribili pantomime. Vedendosi perso, sperava ancora uno scambio. Sul teorema umanitario sostenuto illo tempore chiama testimoni due eminenti democristiani: vero, risponde Luigi Gui; Paolo Emilio Taviani nega, duramente rimbeccato. Stavolta squadra i conti, fuori dei denti. Quel boss ribatte: «Non entro in polemica con le BR»; tanto vale dire che sia succubo dei terroristi, in preda a ignobile paura. Antonello Trombadori, comunista da salotto, e Indro Montanelli gl’intonano un requiem: non esiste più, moralmente morto; riposi in pace (ivi, 68-76, 97).
Che lo Stato dovesse raccogliere la sfida terrorista, l’aveva predicato subito Ugo La Malfa, e nel clamore mediatico qualche mistificatore coinvolgeva la futura vedova attribuendole massime matronali; non lo barattino (ivi, 47 ss.). L’ineguale partita prende cadenze d’inferno. Da 40 giorni abita un cunicolo largo 90 cm e lungo 3 metri: vi macina pensieri e scrive (anche un memoriale), riuscendo a non impazzire; era impresa enorme. Martedì 25 aprile, festa della Liberazione, gli statolatri gonfiano l’ugola: non è più lui, irriconoscibile, testimoniano 50 “vecchi amici”; al posto loro, anche lui sosterrebbe la linea dura, ciarla Flaminio Piccoli (ivi, 102-8). Stando al sicuro, scherniscono l’uomo in spaventoso pericolo. E resiste alla delusione quando Paolo VI implora un rilascio senza corrispettivo (le Br chiedevano 13 detenuti, contropartita impossibile). Questo passo gli salverebbe la vita se i guerriglieri avessero l’organo pensante. Il senso salta agli occhi. Sinora hanno vinto contro lo Stato guadagnando un capitale d’immagine: l’atto pietoso lo moltiplicherebbe; libero, A. M. pone problemi insolubili; ucciderlo è favore alla clique reazionaria.
E non significa niente che là dentro (nella balena democristiana) sia il più pulito? Lo stile Andreotti risplende quando Craxi propone un modico atto umanitario: niente vieta che se ne parli, ma il governo non ammetterà la minima deroga alle norme (l’afferma uno spregiudicatissimo illegalista, partner d’accordi mafiosi), né dimentica il lutto delle famiglie colpite dall’attentato in via Fani; morto chi lo scortava, muoia anche lui. Bel teorema cannibalesco. Il morituro tocca l’argomento con mano lieve nella lettera 4 aprile a Benigno Zaccagnini: la squadra era impari al compito; l’avesse adempiuto, «non sarei qui».
Basterebbe poco a deviare le serie causali giovedì 16 marzo, h. 8.55, ma l’agguato riesce, altrettanto la fuga. Gli restano 55 giorni d’agonia: vilipeso dalla platea, non piange né inveisce, nemmeno parlando d’Andreotti. Nel cunicolo e attraverso i ritagli, scopre una diabolica giostra del potere. L’ultima lettera alla moglie contiene addii e istruzioni sul funerale. Dio sa cos’avverrebbe se, essendosi improvvisamente svegliata qualche fibra cerebrale, martedì 7 le BR lo liberassero raccomandando cautela, perché esiste un fronte statale mortuario. Sabato 13 quanti Tartufi fingono cordoglio in San Giovanni. Vincono P2, Andreotti, Cossiga (s’è guadagnato una funesta carriera). Il Pci sbaglia partita. L’affarista emergente d’Arcore mette piede nell’etere, futuro Re Lanterna.
Corrono fili neri nella storia italiana tra i due secoli: degli oligarchi simulavano rigore etico, genuflessi davanti all’entità mistica “Stato” (da queste parti pochi sanno cosa sia); così liquidano l’innovatore: 36 anni dopo dei giudici devono stabilire se e come lo Stato coesistesse transigente con temibili antagonisti criminali; puntuale, l’oligarchia tenta d’allungare le mani nel giudizio e oppone dei segreti. Meno visibile, ha ancora voce determinante l’ormai vecchio Re Lanterna, tre volte premier, egemone d’un ventennio, negromante dei media, smisuratamente ricco.
L’ideologia del nuovo nècentro-nèsinistra. Da inserire nello stupidario, se l’autore non avesse un peso smisurato nel presente. Lo scritto rivela che non certo dalle sue idee nasce il peso che si è conquistato. Grazie alle debolezze altrui, o anche da più forti e oscuri poteri?
La Repubblica, 23 febbraio 2014
Vent'anni dopo l'uscita di "Destra e sinistra", il bestseller di Norberto Bobbio, l'editore Donzelli ripubblica una nuova edizione con una introduzione di Massimo L. Salvadori e due commenti di Daniel Cohn-Bendit e Matteo Renzi. Pubblichiamo l'intervento del presidente del Consiglio. Un vero e proprio manifesto del capo del nuovo governo
la parola "sinistra" era una parolaccia. Sacrificata al galateo della coalizione di centrosinistra, tanto da giustificare dibattiti estenuanti e buffi sul trattino, ricordate?
"Centro-sinistra" o "centrosinistra" era la nuova disputa guelfi-ghibellini, tra chi pensava il campo progressista come un litigioso condominio, caseggiato rumoroso di partiti gelosi delle proprie convenienze e confini e chi, invece, vagheggiava il Partito-Coalizione, area politica aperta, il cui orizzonte schiudeva l'universo del campo progressista.
In questo incrocio, che ha opposto due linee in parte intente a far baruffa ancora adesso, c'è il Partito democratico, la parola "sinistra" come un laboratorio, sempre in trasformazione, sempre ineludibile.
Una frontiera, non un museo. Curiosità, non nostalgia. Coraggio, non paura. Erano quelli gli anni dell'Ulivo, il progetto di Romano Prodi di abbattere gli steccati che separavano gli eredi del Partito comunista da quelli della Democrazia cristiana, di una forza che raccogliesse istanze liberal-democratiche, ambientaliste, in una nuova unità, una nuova cultura politica semplicemente, finalmente potremmo dire, "democratica".
Erano, nel mondo, gli anni della "terza via", di Bill Clinton e Tony Blair, una rotta per evitare Scilla e Cariddi, tra gli estremismi della sinistra irriducibile e la destra diventata, dopo Reagan e Thatcher, una maschera di durezze. Qualcuno pensò allora perfino che la sinistra fosse ormai uno strumento inservibile, non più adeguato a un mondo nuovo, sulla spinta di quella che si chiamava globalizzazione, dove finiva il XX secolo della guerra fredda e cominciava il XXI, tutto individuale e personal, dalla tecnologia alla politica.
A fare da sentinella, non per custodire e conservare, ma per richiamare alla sostanza delle cose, alla loro forza, il filosofo Norberto Bobbio - or sono venti anni esatti - pensò di tirare una linea, per segnalare dove la divisione tra destra e sinistra ancora teneva e tiene. Suggerendo che la scelta cruciale resti sempre la stessa, storica, radicale, un referendum tra eguaglianza e diseguaglianza, come dal XVIII secolo in avanti. Mi chiedo se oggi che la seduzione della "terza via" - che pure nel socialismo liberale, nell'utopia azionista di Bobbio, ha trovato più che un riflesso - si è sublimata perdendo slancio, la coppia eguaglianza/diseguaglianza non riesca a riassorbire integralmente la distinzione destra/sinistra. Basti pensare, a livello europeo, all'insorgere dei populismi e dei movimenti xenofobi contro i quali è chiamato a ridefinirsi il progetto dell'Unione europea, così in crisi. Un magma impossibile da ridurre alla vecchia contraddizione eguali/diseguali a lungo così nitida.[sic]
Dal punto di vista del sistema politico, infatti, sono e rimango un convinto bipolarista. Credo che un modello bipartitico, all'americana per intenderci, sia un orizzonte auspicabile, sia pur nel rispetto della storia, delle culture, delle sensibilità e della pluralità che da sempre contraddistinguono il panorama italiano. Ma riflettendo sulla teoria, sui principi fondamentali, non so se, invece, non sia più utile oggi declinare quella diade nei termini temporali di conservazione/ innovazione.
Tiene ancora, dunque, lo schema basato sull'eguaglianza come stella polare a sinistra? In una società sempre più individualizzata, sotto la spinta anche delle nuove tecnologie, dei social network, delle reti che connettono ma anche atomizzano, creando e distruggendo comunità e identità? Come recuperare, dopo anni di diffidenza, anche tra i progressisti, idee come "merito" o "ambizione"? Come evitare che, in un paesaggio sociale tanto mutato, la sinistra perda contatto con gli "ultimi", legata alle fruste teorie anni sessanta e settanta, mentre papa Francesco con calore riesce a parlare la lingua della solidarietà? Certo, l'eguaglianza - non l'egualitarismo - resta la frontiera per i democratici, in un mondo interdipendente, dilaniato da disparità di diritti, reddito, cittadinanza. Eppure era stato lo stesso Bobbio, proprio mentre scandiva quella sua storica dicotomia, a rendersi conto che forse la sua argomentazione aveva bisogno di un'ulteriore dimensione, un diverso respiro temporale, un'altra profondità. "Nel linguaggio politico - scrive Bobbio - occupa un posto molto rilevante, oltre alla metafora spaziale, quella temporale, che permette di distinguere gli innovatori dai conservatori, i progressisti dai tradizionalisti, coloro che guardano al sole dell'avvenire da coloro che procedono guidati dalla inestinguibile luce che vien dal passato. Non è detto che la metafora spaziale, che ha dato origine alla coppia destra-sinistra non possa coincidere, in uno dei significati più frequenti, con quella temporale".
Ecco perché, venti anni dopo il monito di Bobbio, è maturo il tempo per superare i suoi confini, modificati e resi frastagliati dal mondo globale, come insegnano Ulrich Beck e Amartya Sen. Serve una narrazione temporale, dinamica, più ricca. Che non dimentichi radici e origini, sempre da mettere in questione, da problematizzare, ma che, soprattutto, faccia i conti con i tempi nuovi che ci troviamo a vivere, ad attraversare. Aperto/chiuso, dice oggi Blair. Avanti/indietro, chissà, innovazione/conservazione.
E, perché no, movimento/stagnazione. Se la sinistra deve ancora interessarsi degli ultimi, perché è questo interesse specifico che la definisce idealmente come tale, oggi essa deve avere lo sguardo più lungo. Le sicurezze ideologiche del Novecento, elaborate sull'analisi di un mondo organizzato in maniera assai meno complessa di quello contemporaneo, rendevano più semplice il compito della rappresentanza delle istanze degli ultimi e degli esclusi, e del governo del loro desiderio di riscatto. A blocchi sociali definiti e compatti bisognava dare cittadinanza, affinché condizionassero le decisioni sul futuro delle comunità nazionali di cui erano parte. Per la sinistra che, dopo Bad Godesberg, si organizzava in Europa in partiti socialdemocratici postmarxisti (e anticomunisti) era un compito certo faticoso, ma lineare nel suo meccanismo di funzione politica.
Oggi quei blocchi sociali non esistono più ed è un bene che sia così! In fondo tutta la fatica quotidiana del lavoro della sinistra socialdemocratica, cara a Bobbio, era stato quello di scardinare quei blocchi. Allo scopo di offrire agli uomini e alle donne, che erano in quei blocchi costretti, l'opportunità di una vita materiale meno disagevole e di un'esistenza più ricca di esperienze. Con l'invenzione del welfare quella sinistra aveva provveduto a sfamare le bocche e gli animi degli ultimi e degli esclusi, liberandoli dal bisogno materiale - libertà fondamentale anche per la sinistra liberaldemocratica americana di Franklin D. Roosevelt - e fornendo loro l'occasione di realizzare se stessi. L'invenzione socialdemocratica del welfare aveva così conseguito due obiettivi storici. Da un lato, difatti, il welfare aveva soddisfatto la sacrosanta richiesta di maggiore giustizia sociale. Dall'altro, tuttavia, il miglioramento delle condizioni oggettive di vita degli ultimi aveva determinato un beneficio generale per tutte quelle comunità democratiche che non avevano avuto timore di rispondere "Sì!" alla loro domanda di cambiamento.
La sinistra cara a Bobbio, quella socialdemocratica e anticomunista, ha insomma vinto la sua partita. Ma oggi ne stiamo giocando un'altra. Quei blocchi sociali che prima rendevano tutto più semplice non ci sono più. Gli stessi confini nazionali che erano il perimetro entro cui si giocava la partita dell'innovazione del welfare sono ormai messi in discussione. Più che con blocchi sociologicamente definiti entro Stati nazionali storicamente determinati, oggi la nuova partita si svolge con attori e campi da gioco inediti. Quei blocchi sono stati sostituiti da dinamiche sociali irrequiete. I confini nazionali non delimitano più gli spazi entro i quali le nuove dinamiche giocano la loro partita.
Di fronte a questo potente mutamento di prospettiva sociale ed economica, culturale e politica, la sinistra deve mostrare di avere coraggio e non tradire se stessa. Deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio. È questo straordinario, irrefrenabile movimento che sfonda la vecchia bidimensionalità della diade destra/sinistra e le dà temporalità e nuova forza. E invece spesso, in Italia e in Europa, la sinistra ne ha paura. Sembra non rendersi conto che il nuovo mondo in cui tutti viviamo è anche il frutto del successo delle proprie politiche, dei cambiamenti occorsi nel Novecento grazie alla sua iniziativa. Perché l'innovazione, quando ha successo, produce un ambiente diverso da quello da cui si è mosso. Un ambiente mutato che chiama al mutamento gli stessi che più hanno concorso a mutarlo. Cambiare se stessi è l'incarico più gravoso di tutti. Eppure non cambiare se stessi, in una realtà che si è contribuito a cambiare, condanna all'incapacità di distinguere i nuovi ultimi e i nuovi esclusi, e all'ignavia di non mettersi subito al loro servizio. Che è proprio quanto successo alla sinistra di tradizione socialdemocratica al cospetto delle sfide del secolo nuovo.
La sinistra è oggi chiamata a riconoscere e a conoscere il movimento continuo delle nuove dinamiche sociali, contro chi vorrebbe vanamente fare appello a blocchi che non esistono più e che è un bene non esistano più! In Italia, più che altrove, la capacità della politica di saper distinguere le dinamiche sociali che interessano gli ultimi e gli esclusi, di saperle intrecciare per dare loro rappresentanza e, infine, di saperne governare il costante movimento per costruire per loro, e per tutti, un paese migliore, è il compito del Partito democratico. È la missione storica della sinistra.