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«Non si tratta solo di acco­gliere chi -dopo inter­mi­na­bili sof­fe­renze - arriva ai con­fini della nostra Europa, ma farsi carico anche chi non può, non rie­sce a fug­gire e rischia la morte e la vio­la­zione dei diritti umani nelle zone di guerra. E alle nostre fron­tiere non arri­verà mai».

Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)

Lo scorso 11 set­tem­bre più di 250mila per­sone hanno mani­fe­stato a piedi scalzi in 71città ita­liane chie­dendo diritti e acco­glienza per i migranti e pro­fu­ghi, senza sé e senza ma. E’ stata prova di par­te­ci­pa­zione e di mobi­li­ta­zione straor­di­na­ria che ci con­se­gna la domanda di come far vivere nei pros­simi mesi un’azione di denun­cia poli­tica e di soli­da­rietà con­creta con i migranti. «La mar­cia delle donne e degli uomini scalzi non si fer­merà. Con­ti­nuerà anche dopo l’11 settembre».

Que­sto è stato detto nell’appello finale letto alla con­clu­sione della mani­fe­sta­zione a Vene­zia: «E’ una mar­cia per la dignità, per la vita, per la libertà: per tutti quei valori per cui abbiamo voluto costruire un’Europa aperta al mondo e fon­data sulla pace. Una spe­ranza che vogliamo con­ti­nuare a difen­dere e per cui vogliamo lottare».

I motivi ci sono tutti. Infatti, dopo qual­che sus­sulto euro­peo, tra Ber­lino e Bru­xel­les, sull’onda dell’emozione della fuga dei pro­fu­ghi siriani, la Mer­kel ha annun­ciato che ora le fron­tiere si chiu­dono, i paesi dell’est euro­peo hanno riba­dito che non accet­te­ranno nes­suna quota per l’accoglienza dei migranti, l’Ungheria fini­sce di costruire il muro, spara lacri­mo­geni e usa can­noni d’acqua con­tro i migranti, e la Fran­cia minac­cia nuovi raid aerei in Siria.

Invece sono altre le strade che andreb­bero seguite per cer­care di affron­tare un flusso di pro­fu­ghi - che ormai avrà carat­te­ri­sti­che di per­ma­nenza - verso l’Europa. Sem­pre nell’appello con­clu­sivo è stato affer­mato: «Molte sono le cose da fare e molti i rischi all’orizzonte. Biso­gna creare un vero e pro­prio cor­ri­doio uma­ni­ta­rio per chi scappa dalla guerra e biso­gna isti­tuire un diritto di asilo euro­peo che superi l’anacronistico rego­la­mento di Dublino».

E pro­prio nella mani­fe­sta­zione con­clu­siva di Vene­zia, una dele­ga­zione della mani­fe­sta­zione di migranti e richie­denti asilo sono sim­bo­li­ca­mente saliti sul red car­pet della Mostra del cinema aprendo uno stri­scione davanti a foto­grafi e pub­blico in attesa delle star: huma­ni­ta­rian cor­ri­dors, now. E’ que­sta la prio­rità oggi. Que­sto il punto che non può essere più eluso. Non si tratta solo di acco­gliere chi -dopo inter­mi­na­bili sof­fe­renze - arriva ai con­fini della nostra Europa, ma farsi carico anche chi non può, non rie­sce a fug­gire e rischia la morte e la vio­la­zione dei diritti umani nelle zone di guerra. E alle nostre fron­tiere non arri­verà mai.

Oggi i cor­ri­doi uma­ni­tari sono ine­lu­di­bili. Ne ser­vono almeno due: uno dalla Siria e l’altro dal Medi­ter­ra­neo, assi­cu­rando in que­sto caso pas­saggi in mare sicuri. Ma su que­sta strada l’Europa e l’Italia per il momento non ci sen­tono e si bar­ca­me­nano tra quote per la ripar­ti­zione dei pro­fu­ghi - quote molto mode­ste e non accet­tate - nuovi hot spot da isti­tuire e che rischiano di pro­durre non mag­giori tutele ma altre discri­mi­na­zioni e nes­suna resi­pi­scenza sulla con­ven­zione di Dublino.

Al governo Renzi dob­biamo chie­dere di pren­dere una ini­zia­tiva che vada in que­sta dire­zione non solo in Europa, ma anche in Ita­lia: chiu­dendo i cen­tri di deten­zione, intro­du­cendo il diritto di voto alle ammi­ni­stra­tive per i migranti, isti­tuendo uni­la­te­ral­mente un cor­ri­doio uma­ni­ta­rio dalle coste meri­dio­nali del Medi­ter­ra­neo. Si tratta, dun­que, di rilan­ciare una mobilitazione.

La mar­cia delle donne e degli uomini scalzi - con tutto il suo carico sim­bo­lico e di con­cre­tezza nella forma della par­te­ci­pa­zione - ha dimo­strato che c’è una grande dispo­ni­bi­lità, che non va dispersa, ma raf­for­zata e svi­lup­pata. Una grande alleanza delle donne e degli uomini scalzi che fac­cia argine alla xeno­fo­bia e al raz­zi­smo e che sia da ariete con­tro tutti quei fili spi­nati e muri che si cer­cano di alzare in Europa ancora una volta.

C’è un primo appun­ta­mento: domani, 21 set­tem­bre mani­fe­ste­remo alle 18 davanti all’ambasciata d’Ungheria a Roma (via dei Vil­lini 12) e davanti ai con­so­lati unghe­resi in Ita­lia (come a Milano, Vene­zia, Palermo, Trie­ste e altre città che si stanno aggiun­gendo) per dire basta ai muri e ai fili spi­nati, basta alla cri­mi­na­liz­za­zione dei pro­fu­ghi, basta all ipo­cri­sie euro­pee (qui info). Se c’è qual­cuno che deve andare fuori dall’Europa non sono i migranti, ma Vik­tor Orban.

Gli ellenici tornano al voto per la terza volta in meno di un anno. Tsipras è ancora il favorito nei sondaggi ma deciderà l’astensionismo. Il leader della sinistra greca spera di arginare la scissione del partito dopo l’accordo con la Ue.

Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)

Atene ha accolto la vigi­lia del voto con una splen­dida gior­nata di sole che ha offerto agli ate­niesi la ten­ta­zione di fug­gire dalla cam­pa­gna elet­to­rale verso un bagno risto­ra­tore nel golfo Saro­nico. Chi aveva deciso di aste­nersi pro­lun­gherà la breve eva­sione anche oggi, a urne aperte. La per­cen­tuale degli asten­sio­sni­sti deci­derà anche il vin­ci­tore di que­ste ele­zioni per­ché si sa che la mag­gior parte di loro sono ex elet­tori di Syriza delusi e sco­rag­giati dal brutto esito della trat­ta­tiva. Lo sa anche Ale­xis Tsi­pras, che si è speso come non mai in que­sta cam­pa­gna pur di farli tor­nare da lui.

La mani­fe­sta­zione di chiu­sura a Syn­tagma, venerdì sera, ha dimo­strato che non è stato tutto vano. La piazza era piena. Non pie­nis­sima come alla vigi­lia del refe­ren­dum ma sicu­ra­mente ha visto la più grande par­te­ci­pa­zione di tutta la cam­pa­gna elet­to­rale. Una parte con­si­stente del suo elet­to­rato è tor­nato a dare fidu­cia a Syriza. La vit­to­ria è a por­tata di mano, anche se l’obiettivo della mag­gio­ranza asso­luta sem­bra lontano.

I greci sono testardi e orgo­gliosi. Se uno vuole farli infu­riare basta che fac­cia cenno alla loro pre­sunta «imma­tu­rità poli­tica» e alla con­se­guente neces­sità che si lascino gui­dare da forze «respon­sa­bili» per­ché ispi­rate da cen­tri stra­nieri. Ecco in breve il ritratto della destra in cerca di rivin­cita, alzando la ban­diera dell’«unità nazio­nale». Un espe­diente made in Ger­many per neu­tra­liz­zare per sem­pre gli anta­go­ni­sti. No, il gioco è tal­mente sco­perto che nes­suno ci è cascato. Nuova Demo­cra­zia ha recu­pe­rato alcuni elet­tori, ma erano voti suoi che a gen­naio si erano presi una libera uscita: non segnano uno spo­sta­mento a destra dell’elettorato.

La sini­stra può aver sba­gliato, essere uscita scon­fitta nel nego­ziato, ma è sem­pre quella che ha tenuto testa ai dik­tat di Bru­xel­les e di Ber­lino, è quella che ha dato bat­ta­glia, men­tre la destra si inchi­nava ser­vile di fronte alla Mer­kel. Cose ben vive nella memo­ria col­let­tiva. Tsi­pras lo sa e per que­sto è apparso ieri rilas­sato e sor­ri­dente al tra­di­zio­nale incon­tro «Un ouzo con il capo» con i gio­vani di Syriza, in un locale alter­na­tivo di Mona­sti­raki, il quar­tiere tra­di­zio­nale sotto l’Acropoli. Nes­suna dichia­ra­zione pre­let­to­rale (la legge lo proi­bi­sce) ma una chiac­chie­rata con i pochi stu­denti rima­sti nel par­tito dopo la defe­zione di tutta l’organizzazione gio­va­nile verso Unità Popo­lare. Domanda: «Pre­si­dente sarà ridotto il ser­vi­zio mili­tare?», ora della durata di 9 mesi. Rispo­sta sor­ri­dente di Tsi­pras: «Andate a difen­dere la patria, sfac­cen­dati». Risata generale.

Il distacco di Syriza rispetto alla destra sarà di almeno quat­tro punti. Me lo con­ferma il diret­tore dell’agenzia di stampa ate­niese Micha­lis Psi­los, oss­ser­va­tore neu­trale ma dispo­sto a scom­met­tere anche in favore di una scon­fitta ancora più umi­liante per la destra. Che in que­sti ultimi giorni ha mostrato il suo volto peg­giore: venerdì era il secondo anni­ver­sa­rio dell’assassinio di Pavlos Fys­sas e il fuh­rer di Alba Dorata Micha­lo­lia­kos ha riven­di­cato pub­bli­ca­mente la «respon­sa­bi­lità poli­tica» per l’uccisione. Alla fine di una delle tante mani­fe­sta­zioni per l’anniversario, un gruppo di anar­chici ha assal­tato a colpi di molo­tov il com­mis­sa­riato di Exar­chia. Sette mino­renni fer­mati sono stati sel­vag­gia­mente pestati dai poli­ziotti. Ecco la destra elle­nica in tutta la sua magni­fi­cenza: pestaggi nei com­mis­sa­riati e gara con i nazi­sti su chi la spara più grossa nella reto­rica xeno­foba. Il lea­der di Nuova Demo­cra­zia Van­ge­lis Mei­ma­ra­kis aveva preso di mira anche l’ex mini­stra dell’Immigrazione Tasia Chri­sto­dou­lo­pou­lou, ren­den­dola un obiet­tivo visi­bile per le squa­dracce naziste.

All’incontro ha fatto la sua com­parsa anche l’ex mini­stro della Cul­tura Nikos Xida­kis, per tanti decenni respon­sa­bile delle pagine cul­tu­rali di Kathi­me­rini. E’ can­di­dato di Syriza ma non è mem­bro del par­tito. Anche lui è otti­mi­sta e mi espone con grande fer­vore la sua con­vin­zione che la sini­stra al governo greco può fare la dif­fe­renza in Europa.

Ad Atene tutti sono con­vinti che i nego­ziati con i cre­di­tori non sono per niente finiti. Il terzo memo­ran­dum, quello sot­to­scritto da Tsi­pras il 13 luglio, non segue alcuna logica eco­no­mica. E’ un testo messo su solo per ragioni poli­ti­che, per umi­liare e dele­git­ti­mare il governo di Atene. Ben pre­sto quindi dovrà essere rivi­sto, se non si vuole con­ti­nuare que­sto logo­rante brac­cio di ferro tra Atene e l’Ue per altri cin­que anni. Se Tsi­pras riu­scirà nel frat­tempo a por­tare avanti le riforme giu­ste, sarà in grado di rine­go­ziare gli aspetti più aspri. Con il van­tag­gio di aver otte­nuto anche una seria ristrut­tu­ra­zione del debito, nei nego­ziati che ini­ziano a ottobre.

Tsi­pras insieme con chi? Le alleanze al governo sono il quiz della vigi­lia. I Greci Indi­pen­denti, che hanno fatto la cam­pa­gna Tv di gran lunga più spi­ri­tosa, rischiano di non supe­rare la soglia del 3% e rima­nere fuori dal Par­la­mento. In que­sto caso, oppure nell’eventualità che nean­che i loro depu­tati siano suf­fi­cienti, ci sarebbe un accordo di mas­sima già pronto. Non è con To Potami, come tutti cre­de­vamo, cioè la for­ma­zione di pla­stica del pre­sen­ta­tore Tv Sta­vros Theo­do­ra­kis, ma con i socia­li­sti del Pasok. Secondo fonti di Syriza, la nuova lea­der Fofi Gen­ni­matà ha rice­vuto forti pres­sioni da alcuni par­titi socia­li­sti euro­pei per­ché pro­ce­desse verso una rifon­da­zione del socia­li­smo elle­nico. In pra­tica, met­tere da parte gli espo­nenti più espo­sti e più chiac­chie­rati, come l’ex lea­der Evan­ge­los Veni­ze­los, per poter col­la­bo­rare con il pre­mier Tsi­pras. Per la Gen­ni­matà, poli­tica ine­sperta e senza grande cari­sma, è un’occasione d’oro per affer­mare in pieno la sua lea­der­ship. Per Tsi­pras l’obiettivo sarebbe di con­di­zio­nare gli equi­li­bri interni del par­tito di cen­tro­si­ni­stra in modo da sgan­ciarlo dall’alleanza subal­terna con la destra libe­ri­sta europea.

E’ que­sta la poli­tica sotto l’ombra del Par­te­none, antica pas­sione dei greci, ora in mano a una sini­stra che aspira a gui­darla e con­di­zio­narla. Dal gen­naio scorso molta acqua è pas­sata sotto i ponti ma non inu­til­mente: «Scon­fitta non è cadere per terra, scon­fitta è non poter rial­zarsi», ha gri­dato Tsi­pras nel suo ultimo comi­zio, para­fra­sando Hum­ph­rey Bogart. Sta­sera si rial­zerà in piedi e get­terà di nuovo il suo guanto di sfida all’Europa dell’austerità.

Un'intervista molto utile per rendersi conto del perché la sconfitta di Tsipras nella trattativa con gli avvoltoi dell'Unione europea non era evitabile, che cosa la vicenda abbia aiutato a comprendere, e quindi come si debba attrezzarsi nel continuare la lotta. S

bilanciamoci.info newsletter, 19 settembre 2015

Per la seconda volta, dopo il referendum di luglio, la Grecia va al voto con la liquidità a singhiozzo.Un inedito strumento di pressione della Banca centrale europea sulla politica greca. Intervista a Marika Frangakis, economista vicina a Syriza e membro del team di consiglieri economici del vicepresidente Dragasakis

“La firma del memorandum è stata una sconfitta, chi sostiene il contrario mente, ma la guerra non è finita e ora bisogna guardare avanti, alla prossima battaglia”. Come andrà è difficile da prevedere, molto dipende dal risultato che uscirà dalle urne greche domenica. Economista molto vicina a Syriza, membro del direttivo dell’Istituto Nicos Poulantzas e del coordinamento dell’EuroMemorandum Group, Marika Frangakis ha vissuto l’esperienza dei 5 mesi di governo sulla prima linea, membro del team di consiglieri economici del vicepresidente Dragasakis. La incontriamo a Roma, dove è arrivata per partecipare a una giornata di approfondimento sulla Grecia organizzata alla Camera da Le Belle Bandiere.

La Grecia va al voto di nuovo sotto il capital control, può spiegarci che cosa significa?

Il capital control è stato introdotto il 28 giugno scorso e si è reso necessario quando la Bce ha deciso di interrompere i prestiti alle banche greche. Per una economia come quella greca, basata sostanzialmente sul cash - basti pensare che prima del capital control appena il 5 per cento del denaro circolava tramite carte di credito o strumenti simili – questo ha creato un enorme problema di liquidità. Gli unici soldi in circolazione erano quelli della Banca nazionale greca e, senza misure di controllo dei capitali appunto, non sarebbero bastati nemmeno per due settimane. Perciò il capital control è stato lo strumento utilizzato per fare accettare l’accordo a Tsipras: se non avesse firmato avrebbe dovuto trovare liquidità altrimenti. Non è stata solo una forma di pressione ma un vero e proprio strangolamento. Le banche sono rimaste chiuse 3 settimane, hanno riaperto subito dopo la firma del memorandum ma il ritorno alla normalità è stato lento e ancora oggi c’è un limite ai prelievi che si possono effettuare dal proprio conto corrente: 60 euro al giorno, con la possibilità di prelevare una volta sola alla settimana. In più non bisogna dimenticare che il capital control era stato introdotto anche a Cipro e, a due anni dall’esplosione della crisi, è ancora in vigore. Temo che in Grecia ci aspetti qualcosa di simile.

Quindi il capital control continua ad essere uno strumento di pressione sulla politica greca?
Certo, la liquidità è un problema. Le banche hanno una liquidità limitata quindi la quantità di denaro in generale che serve all’economia è limitata e questo è un po’ paradossale perché la Grecia non ha un problema di solvibilità, ci sono molti asset di valore nel paese.

Come giudica il ruolo della Bce in questa crisi?

La Banca centrale europea ha mostrato la sua vera faccia. E a dirlo non sono analisti di sinistra ma commentari autorevoli come il professore belga Paul De Grauwe. Il compito della Bce dovrebbe essere quello di salvaguardare la stabilità del sistema monetario e non quello di fare pressione sul governo greco. Non dobbiamo dimenticare che il programma di Quantitative easing varato da Mario Draghi era appena iniziato quando Syriza è arrivata al governo. La tendenza generale era quella di immettere liquidità nel sistema – 60 miliardi circa in prestiti agli istituti di credito – ma quando è stato il turno della Grecia hanno semplicemente detto di no.

Parliamo dell’ipotesi di Grexit: conosceva il piano B di Varoufakis?

Certo, il programma elettorale di Syriza faceva menzione della possibilità di lasciare l’euro come strumento di pressione sui negoziati. Ma molto presto è diventato chiaro che anche i creditori avevano un piano per spingere la Grecia fuori dall’euro. A quel punto è stato chiaro che uscire dall’euro non era una valida alternativa. Aggiungo che una delle difficoltà, in genere poco considerate, è lo scarso appoggio che questo governo ha trovato all’interno dell’apparato dello Stato. Il settore pubblico, a cui il governo in genere si appoggia, in Grecia è, soprattutto ai suoi vertici, strettamente connesso ai partiti mainstream. Quindi apparentemente tutti erano estremamente gentili, ma quando si trattava di richiedere un dossier, dei dati aggintivi o altro i tempi si dilatavano inesorabilmente, tutto diventava impossibile, e alla fine eri costretto a lasciare perdere.

La crisi, anche quella greca, non è stata uguale per tutti. Che conseguenze ha avuto sulla società?

I dati ci dicono che la disoccupazione è cresciuta, come anche la povertà, le disuguaglianze, la distribuzione del reddito e della ricchezza. Questo perché le misure prese per il consolidamento fiscale fin dal 2010 hanno colpito la classe media e la parte più povera della popolazione. Le tasse sono aumentate e i tagli hanno colpito la sanità, l’istruzione, le pensioni, il salario minimo. Quindi tutto è andato nella direzione di un approfondimento delle disuguaglianze. Ai livelli alti gli effetti della crisi sono stati limitati perché quei salari che si aggirano sui 200 mila euro all’anno non sono stati colpiti. Il governo di Tsipras, anche se alla fine è capitolato, ha provato ad alzare le tasse sui redditi più alti, ma la troika era contraria. Era parte del gioco anche questo, un modo per i creditori di chiarire che le èlite come loro non sarebbero state colpite dalle misure, perché le èlite lavorano insieme.

Quale è dunque la lezione della Grecia per parafrasare un suo recente intervento?

Non credo che la sinistra abbia realizzato davvero quanto forti e intransigenti e inflessibili i creditori siano. Tu sei convinto di avere a che fare con persone ragionevoli quindi ti aspetti di riuscire a negoziare qualcosa. Quello che scopri invece è che loro sono disposti a tutto, persino a tollerare un danno economico, piuttosto che concedere qualcosa. Quindi la prima lezione è che se la sinistra vuole combattere l’austerità deve essere consapevole che gli avversari non sono persone ragionevoli ma persone disposte a tutto. La lezione numero due è che le persone in generale devono essere a conoscenza del modo decisamente poco trasparente in cui le istituzioni operano. Infine: bisogna porsi il problema di come influenzare il processo decisionale in un modo o nell’altro. In questo senso anche stare all’opposizione è importante.

La voce autorevole del giovane economista francese si aggiunge alle molte che ricordano l'utilità, per il miglioramento del livello di civiltà dell'Europa ma per la sua stessa sopravvivenza sociale, di accogliere le persone spinte dall'onda dell'esodo.

La Repubblica, 19 settembre 2015

LO SLANCIO di solidarietà in favore dei rifugiati osservato in queste ultime settimane è stato tardivo. Ma quanto meno ha avuto il merito di ricordare agli europei e al mondo una realtà fondamentale. Il nostro continente, nel XXI secolo, può e deve diventare una grande terra di immigrazione. Tutto concorre in tal senso: il nostro invecchiamento autodistruttivo lo impone, il nostro modello sociale lo consente e l’esplosione demografica dell’Africa abbinata al riscaldamento globale lo esigerà sempre di più. Tutte queste cose sono largamente note. Un po’ meno noto, forse, è che prima della crisi finanziaria l’Europa si avviava a diventare la regione più aperta del mondo in termini di flussi migratori. È la crisi, scatenatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti, ma da cui l’Europa non è mai riuscita a uscire per colpa di politiche sbagliate, che ha condotto all’aumento della disoccupazione e della xenofobia, e a una chiusura brutale delle frontiere. Il tutto in un momento in cui il contesto internazionale (Primavera Araba, afflusso di profughi) avrebbe giustificato, al contrario, una maggiore apertura.

Facciamo un passo indietro. Nel 2015 l’Unione Europea conta quasi 510 milioni di abitanti, contro circa 485 milioni nel 1995 (considerando le frontiere attuali dell’Unione). Questa progressione di 25 milioni di abitanti in vent’anni di per sé non ha niente di eccezionale (appena lo 0,2 per cento di crescita annuo, contro l’1,2 per cento della popolazione mondiale nel suo insieme nello stesso periodo). Ma il punto importante è che tale crescita è dovuta, per quasi tre quarti, all’apporto migratorio (più di 15 milioni di persone). Tra il 2000 e il 2010, l’Unione Europea ha accolto quindi un flusso migratorio (al netto degli espatri) di circa 1 milione di persone all’anno, un livello equivalente a quello degli Stati Uniti, con in più una maggiore diversità culturale e geografica (l’islam rimane marginale Oltreatlantico). In quell’epoca non così remota in cui il nostro continente sapeva mostrarsi ( relativamente) accogliente, la disoccupazione in Europa era in calo, almeno fino al 2007-2008. Il paradosso è che gli Stati Uniti, grazie al loro pragmatismo e alla loro flessibilità di bilancio e monetaria, si sono rimessi molto in fretta dalla crisi che essi stessi avevano scatenato.

Hanno rapidamente ripreso la loro traiettoria di crescita (il Pil del 2015 è del 10 per cento più alto di quello del 2007) e l’apporto migratorio si è mantenuto intorno a 1 milione di persone l’anno.

L’Europa, invece, impantanata in divisioni e posizioni sterili, non è mai riuscita a tornare al livello di attività economica precedente la crisi, e le conseguenze sono state la crescita della disoccupazione e la chiusura delle frontiere. L’apporto migratorio è precipitato drasticamente da 1 milione di persone l’anno fra il 2000 e il 2010 a meno di 400.000 fra il 2010 e il 2015. Che fare? Il dramma dei rifugiati potrebbe essere l’occasione, per gli europei, di uscire dalle loro piccole diatribe e dal loro egocentrismo. Aprendosi al mondo, rilanciando l’economia e gli investimenti (case, scuole, infrastrutture), respingendo i rischi deflazionistici, l’Unione Europea potrebbe tornare senza alcun problema ai livelli migratori registrati prima della crisi. L’apertura manifestata dalla Germania al riguardo è una notizia ottima per tutti coloro che si preoccupavano dell’ammuffimento e dell’invecchiamento dell’Europa. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che la Germania non ha scelta, tenuto conto della sua bassissima natalità: secondo le ultime proiezioni demografiche dell’Onu, che pure sono basate su un flusso migratorio due volte più elevato in Germania che in Francia nei prossimi decenni, la popolazione tedesca passerebbe dagli 81 milioni odierni a 63 milioni di qui alla fine del secolo, mentre la Francia, nello stesso periodo, passerebbe da 64 a 76 milioni.

Qualcuno potrebbe ricordare anche che il livello di attività economica osservato in Germania è in parte la conseguenza di un gigantesco surplus commerciale, che per definizione non potrebbe essere esteso a tutta l’Europa (perché non ci sarebbe nessuno sul pianeta in grado di assorbire una tale quantità di esportazioni).

Ma questo livello di attività si spiega anche con l’efficacia del modello industriale tedesco, che si fonda in particolare su un fortissimo livello di coinvolgimento dei dipendenti e dei loro rappresentanti (che hanno la metà dei seggi nei consigli d’amministrazione), e a cui faremmo bene a ispirarci.

Soprattutto, l’atteggiamento di apertura verso il mondo manifestato dalla Germania invia un messaggio forte agli ex Paesi dell’Europa dell’est membri dell’Unione Europea, che non vogliono né bambini né migranti e la cui popolazione messa insieme, sempre secondo l’Onu, dovrebbe passare dagli attuali 95 milioni a poco più di 55 entro la fine del secolo. La Francia deve rallegrarsi di questo atteggiamento della Germania e cogliere l’opportunità per far trionfare in Europa una visione aperta e positiva verso i rifugiati, i migranti e il mondo.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Riferimenti
Sull'argomento vedi su eddyburg gli articoli di Guido Viale, Piero Bevilacqua, Massimo Livi Bacci, ancora Guido Viale, Tonino Guerra e Alfonso Gianni.

Lo scandalo c'è. Ma non è nell'assemblea organizzata dal sindacato e autorizzato dai rappresentanti del governo ai sensi di legge e con il dovuto preavviso, ma nella negligenza nell'informare con metodi adeguati i visitatori. Ma l'occasione è buona per colpire i lavoratori e le loro rappresentanze. Articoli di Arianna Di Genova e Riccardo Chiari.

Il manifesto, 19 settembre 2015


COLOSSEO, LA MACCHINA DEL CONSENSO È INCRINATe
di Arianna Di Genova
Beni culturali. L'assemblea al Colosseo mette in crisi Renzi e Franceschini: ma per fregiarsi della cultura, bisogna sostenerla e pagarla

«Non più cul­tura in ostag­gio dei sin­da­cati», cin­guetta Renzi. «La misura è colma», fa eco Fran­ce­schini. Anche il sin­daco della capi­tale, Igna­zio Marino, sem­bra su di giri: «è uno sfre­gio per il nostro paese», tuona. Fran­ce­schini e Renzi si spal­leg­giano, e men­tre si pro­fes­sano pala­dini del Colos­seo, chiuso per due ore a causa di un’assemblea sin­da­cale già annun­ciata, nei fatti dichia­rano guerra al patri­mo­nio stesso. Per­ché per tenere aperti musei e siti archeo­lo­gici, ren­den­doli quel pre­zioso biglietto da visita che in realtà sono per natu­rale dna, biso­gne­rebbe prima di tutto soste­nerli, trat­tarli dav­vero come beni comuni. Ma quella man­ciata di ore «rubate» ai turi­sti ha tenuto in scacco i vari pro­clami di Renzi&Co sulla cul­tura, dive­nuta una for­mi­da­bile mac­china per spre­mere con­senso. Ha lace­rato una maschera assai comoda da indos­sare, tra­vol­gendo un argo­mento così ama­bil­mente «social». Il ritardo di aper­tura dell’Anfiteatro Fla­vio è rim­bal­zato in rete, un fiume in piena che ha rotto gli argini: i più sma­li­ziati hanno trat­tato la noti­zia con iro­nia, altri con disap­punto, dif­fu­sa­mente il «disa­gio» ha pre­stato il fianco a una deni­gra­zione dei lavo­ra­tori, aiz­zata soprat­tutto dal governo.

A uno sguardo distratto, quella spe­cie di tsu­nami che ha attra­ver­sato il Par­la­mento, scosso di fronte ai turi­sti in fila fuori dal Colos­seo, dovrebbe far spe­rare per il meglio: i depu­tati, dopo anni di olget­tine, feste e cor­ru­zione tra­ver­sale hanno final­mente a cuore qual­cosa che li rende più umani. Il sog­getto, oltre­tutto, è bipar­ti­san. Se il Pd nazio­nale ha gri­dato allo scan­dalo («non si chiude la cul­tura» ) e addi­rit­tura un pasio­na­rio come Pedica si è offerto volon­ta­rio in veste di custode, altri a destra (e pure diversi a sini­stra) ne hanno appro­fit­tato per attac­care il diritto di scio­pero. Che poi era un’assemblea di due ore, come avviene in tutti i musei del mondo senza susci­tare iste­ri­smi: la Natio­nal Gal­lery di Lon­dra ha ser­rato le porte per 50 volte in un anno di fronte alla minac­cia di un pas­sag­gio in mani pri­vate.

Alla fine della gior­nata, è arri­vata la schia­rita: l’annuncio di un nuovo decreto-legge che inse­ri­sca la cul­tura fra i ser­vizi essen­ziali. Bene, ha affer­mato il soprin­ten­dente Pro­spe­retti, fermo restando il fatto che tutto era stato annun­ciato, non si è trat­tato di chiu­sura ma solo di un posti­cipo e avvisi mul­ti­lin­gue erano stati espo­sti sui monumenti.

In vista di una pri­va­tiz­za­zione dei beni cul­tu­rali a cui si punta con ogni ener­gia pos­si­bile – i com­mis­sa­ria­menti sono stati una cata­strofe, quindi una strada non più per­cor­ri­bile – ha preso forma un brac­cio di ferro tra sin­da­cati e governo. Una volta ven­ti­lato lo scio­pero nazio­nale, lo scon­tro è diven­tato epico: i custodi rivol­tosi come tanti Spar­taco che si rifiu­tano di aval­lare il nuovo hash­tag, «la buona cul­tura». Vale la pena, però, fare un passo indie­tro per sca­val­care l’onda emo­tiva e media­tica. E con un po’ di sano distacco, cer­care di capire cosa sia real­mente suc­cesso in una gior­nata poli­tica la cui agenda ad hoc è stata costruita fin dal mat­tino.

I turi­sti, invece della con­sueta fila di almeno un’ora per entrare nel cele­bre monu­mento, ieri ne hanno fatta una un po’ più lunga. Il Colos­seo — come altri siti ita­liani per­ché l’assemblea era nazio­nale — ha aperto più tardi rispetto al con­sueto a causa di un incon­tro fra lavo­ra­tori e sin­da­cati. L’oggetto? La man­canza del paga­mento da parte dello Stato – dal novem­bre scorso, quasi da un anno, del cosid­detto «sala­rio acces­so­rio», quello matu­rato per le aper­ture lun­go­ra­rio, e anche not­turne. Era il frutto di un accordo che avrebbe per­messo di non tenere, appunto, «la cul­tura in ostag­gio», secondo lo slo­gan ren­ziano. Però non è stato ono­rato: i 18,500 dipen­denti del mini­stero aspet­tano le inden­nità acces­so­rie (30% dello sti­pen­dio) da un’infinità di mesi. Oltre­tutto, siti impor­tanti come Uffizi e Pom­pei non sono stati chiusi, per dare un segnale posi­tivo. Palazzo Pitti sì: seb­bene la città di Firenze pul­lu­lasse di turi­sti, nes­suno è corso alle armi. Non sem­pre le richie­ste sin­da­cali sono del tutto con­di­vi­si­bili, ma sta­volta cono­scere le ragioni può aiu­tare a diri­mere la questione.

Il Colos­seo è aperto sette giorni su sette, da marzo a otto­bre (con visite gui­date) anche di notte, eppure sof­fre dell’endemica e cro­nica malat­tia dei nostri beni cul­tu­rali: la man­canza di orga­nico, vuoi stru­men­tale vuoi per difetto di finanze e tagli incon­sulti sus­se­gui­tisi a raf­fica. Se la riforma del Mibact è stata com­piuta e pure strom­baz­zata ai quat­tro venti – com­preso il fiore all’occhiello dei vari diret­tori ita­liani e esteri inse­diati nei «posti chiave», – poco o nulla si è fatto per col­mare quella scon­for­tante carenza di per­so­nale. Per fare un esem­pio: i custodi in ferie, durante l’estate sono stati sosti­tuiti con per­sone che veni­vano pagate 3,5 euro l’ora, get­tate nell’arena senza pre­pa­ra­zione né alcun corso. Riem­pire i buchi, di corsa e con il minor danno pos­si­bile (in ter­mini eco­no­mici), con­ti­nua ad essere la parola d’ordine. Nes­sun sistema strut­tu­rale per ovviare al disa­gio. Il «caso» l’ha creato il governo stesso, facendo la prima mossa, la più grave: non rispet­tando i patti. La cul­tura non c’entra pro­prio niente.

PROTESTE CHIUSE PER DECRETO
di Riccardo Chiari

Musei. Un’assemblea sindacale di due ore dei custodi del Colosseo scatena la vendetta premeditata del governo. Anche M5S contro i lavoratori. La Cgil attacca Renzi. La riunione era annunciata e autorizzata da tempo. Da mesi ai lavoratori non sono pagati gli straordinari. Ma il ministro ’costruisce’ il caso per un obiettivo che piace al governo: limitare il diritto di sciopero

«No alla cul­tura ostag­gio dei sin­da­cati». Pas­sano gli anni, ma il “bomba” Renzi, così come lo ave­vano ben pre­sto indi­vi­duato i com­pa­gni di classe del liceo Dante, pro­se­gue a spa­rarle in libertà. Il pro­blema, per gli ita­liani, è che in un modo o nell’altro il “bomba” è diven­tato pre­si­dente del con­si­glio. Suc­cede così che una nor­male assem­blea sin­da­cale, chie­sta per tempo — una set­ti­mana fa — e rego­lar­mente auto­riz­zata dalla Soprin­ten­denza spe­ciale per il Colos­seo, il Museo Nazio­nale Romano e l’Area Archeo­lo­gica di Roma, diventa casus belli. Di una guerra che ha come obiet­tivo finale il diritto di scio­pero. Da limi­tare, al momento, con un decreto legge deto­nante. Da ammaz­zare, entro breve, con una raf­fica di dise­gni di legge, già all’ordine del giorno della com­mis­sione lavoro del Senato e a quella affari Costi­tu­zio­nali. Fir­mati dai soliti Mau­ri­zio Sac­coni e Pie­tro Ichino.

Bastano le file all’entrata del Colos­seo a creare il caso. Dal nulla, visto che nei prin­ci­pali poli museali ita­liani, quo­ti­dia­na­mente presi d’assalto dai turi­sti, un paio di ore di coda sono fisio­lo­gi­che. Chie­dere per infor­ma­zioni ai visi­ta­tori della Torre pen­dente di Pisa, costretti a pas­sare uno per volta sotto il metal detec­tor per motivi di sicu­rezza. E di due ore e mezzo era la durata dell’assemblea, pun­tual­mente segna­lata sui quo­ti­diani, per­ché la comu­ni­ca­zione uffi­ciale della Soprin­ten­denza era arri­vata per tempo. Anche su alcune agen­zie di stampa. Ma pro­prio una di esse — la prin­ci­pale — di buon mat­tino lan­cia già, con evi­denza, la noti­zia: «Un’assemblea sin­da­cale tiene chiusi i siti archeo­lo­gici più impor­tanti della Capi­tale: Colos­seo, Foro Romano e Pala­tino, Terme di Dio­cle­ziano e Ostia Antica».

Da quel momento prende forma un cre­scendo inar­re­sta­bile. Scatta per prima, ma quando i can­celli del Colos­seo sono già stati ria­perti, la for­zi­sta Lara Comi: «Il paese è bloc­cato dai sin­da­cati». A ruota il capo­gruppo dem di Mon­te­ci­to­rio, Ettore Rosato: «Il Colos­seo chiuso per assem­blea è uno sfre­gio all’impegno di Roma per com­pe­tere con le grandi città euro­pee». Il colpo grosso arriva dopo mez­zo­giorno: «La misura è colma», detta il mini­stro Dario Fran­ce­schini, pronto ad annun­ciare che, in accordo con Renzi, pro­porrà al con­si­glio dei mini­stri di inse­rire musei e luo­ghi della cul­tura nei ser­vizi pub­blici essenziali.

L’idea non è nuova. Renzi & Fran­ce­schini ci ave­vano già pro­vato a luglio, quando ave­vano ven­duto come “sel­vag­gia” un’altra assem­blea indetta secondo le pro­ce­dure di legge, a Pom­pei. Ma è pro­prio la legge, peral­tro non certo per­mis­siva, ad essere nel mirino del governo e dei suoi sodali. Fra que­sti ultimi spicca Sac­coni: «Roma, caos turi­sti: ora fare legge su scio­pero e diritti sin­da­cali per pro­teg­gere utenti beni pub­blici». A dar­gli man­forte Ange­lino Alfano: «Appro­viamo subito le legge di Sac­coni su rego­la­zione scio­pero a tutela utenti beni pub­blici. Ieri è ini­ziato l’iter al Senato».

Chi non crede all’evidenza del pen­siero unico avrà da pen­sare guar­dando il “sin­daco anti­fa­sci­sta” Igna­zio Marino che si fa ripren­dere da una tele­ca­mera men­tre dice: «Sono com­ple­ta­mente d’accordo con Fran­ce­schini». Non fa una bella figura lo staff di Laura Bol­drini, che le per­mette di dire: “È giu­sto svol­gere l’attività sin­da­cale, ma non si può senza pre­av­viso». Deso­lanti i 5 Stelle: «Dopo Pom­pei, suc­cede di nuovo e que­sta volta a Roma». Unica voce fuori dal coro Paolo Fer­rero di Rifon­da­zione: «Sono inde­centi gli attac­chi ai lavo­ra­tori del Colos­seo e dei Fori. Fran­ce­schini dovrebbe occu­parsi piut­to­sto dello stato in cui versa il nostro patri­mo­nio arti­stico e cul­tu­rale, che cade a pezzi. Sono le risorse che man­cano e i tagli alla cul­tura che dan­neg­giano il turi­smo, non l’assemblea dei lavoratori».

È alli­bito Clau­dio Meloni, coor­di­na­tore per la Fp Cgil del Mibact: «Non è pos­si­bile che il mini­stro Fran­ce­schini non sapesse che le assem­blee avreb­bero potuto com­por­tare il rischio di aper­ture ritar­date. A Roma l’assemblea è stata chie­sta rego­lar­mente l’11 set­tem­bre e rego­lar­mente auto­riz­zata dal soprin­ten­dente, con largo anti­cipo. Vor­rei inol­tre ricor­dare al mini­stro che i beni cul­tu­rali già stanno nella legge che rego­la­menta i ser­vizi pub­blici essenziali».

Tutto inu­tile. A sera, finito il con­si­glio dei mini­stri, l’ineffabile Fran­ce­schini annun­cia: «Il decreto legato alla vicenda del Colos­seo pre­vede che sia aggiunta ai ser­vizi pub­blici essen­ziali anche l’apertura dei musei». Inu­tile anche lo sguardo fuori dai con­fini patri: «Ini­zia­tive ana­lo­ghe avven­gono in tutti i paesi d’Europa — ricor­dano Meloni, Giu­liana Gui­doni della Cisl Fp ed Enzo Feli­ciani della Uil Pa — ricor­diamo il caso dei lavo­ra­tori della Natio­nal Gal­lery di Lon­dra, in mobi­li­ta­zione da diversi mesi con­tro la pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi, o i lavo­ra­tori della Tour Eif­fel a Parigi, che l’anno scorso hanno chiuso per ben tre giorni il monu­mento più visi­tato di Fran­cia. Senza che a nes­suno degli espo­nenti poli­tici o dei media di que­sti paesi sia venuto in mente di met­tere in discus­sione i diritti fon­da­men­tali dei lavoratori»

«». Lavoce.info

Un passo per cambiare Dublino
Alcuni giorni fa, la Germania ha adottato una decisione generosa riguardo al problema dei profughi, offrendosi di dare asilo ai siriani, in deroga al regolamento di Dublino, in base al quale la responsabilità spetterebbe allo stato membro di primo ingresso nel territorio Ue. A seguito di questa scelta, il governo tedesco si è trovato a fronteggiare un flusso assai meno controllabile di quanto immaginato. Ha quindi fatto una temporanea marcia indietro, richiamando gli altri paesi membri alla propria responsabilità in relazione alla ripartizione dei profughi.È possibile che il risultato netto di tutta l’operazione sarà un semplice ritorno alla soluzione (insoddisfacente) concordata a fine luglio: non una ripartizione “obbligatoria” in base alle capacità economiche e agli sforzi già sostenuti da ciascuno stato, come originariamente proposto dalla Commissione Ue, ma la ricollocazione di poche decine di migliaia di profughi, a parziale sgravio di Italia e Grecia, sulla base della (scarsa) disponibilità dimostrata da alcuni stati soltanto.

In questo caso, non vi sarà alcuna variazione sostanziale del meccanismo imposto dal regolamento Dublino e il carico continuerà a gravare sui paesi membri di primo ingresso, senza che gli altri vedano motivi per abbandonare il loro atteggiamento defilato. Qualora invece si arrivi ad approvare la soluzione proposta dalla Commissione (con una vera ripartizione degli oneri) e il flusso conservi i ritmi attuali, è possibile che, nel volgere di un paio d’anni, si possa vedere una revisione della normativa Ue, col mantenimento di un diritto d’asilo esigibile senza limiti numerici per i soli soggetti personalmente perseguitati (i rifugiati ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951). Per quanti fuggano da una guerra, oggi titolari di un pieno diritto alla protezione sussidiaria non appena abbiano messo piede nel territorio della Ue, resterebbe lo strumento della protezione temporanea, concessa entro limiti fissati volta per volta.

Rifugiati giovani e determinati
Questa soluzione avrebbe il vantaggio di rendere prevedibile lo sforzo richiesto, togliendo argomenti a coloro che paventano invasioni incontrollate. Lo svantaggio sarebbe invece rappresentato dal rischio di un approccio poco generoso. Per evitare che l’atteggiamento degli Stati più tirchi paralizzi l’intera Ue, si dovrebbe accettare che l’Unione proceda a diverse velocità, lasciando che ciascuno stato stabilisca da sé il limite numerico che lo riguarda (la cosa è già prevista dall’articolo 25 della direttiva 2001/55/Ce). Il successo di un approccio generoso servirebbe a mandare un segnale a quei paesi membri che lo sono di meno. Ma è credibile che la generosità si traduca in un successo per lo stato che la pratica? Se guardiamo alla straordinaria capacità, dimostrata da moltissimi profughi, di affrontare fatiche e pericoli, questo è possibile: si tratta di favorire l’inserimento sociale e lavorativo di una popolazione giovane e fortemente motivata. E un’economia vecchia e spenta come quella europea non potrebbe che giovarsi di questa iniezione di motivazione.

Un ostacolo potrebbe essere costituito da un atteggiamento eccessivamente assistenziale, che si preoccupi solo di fornire alloggio e sostentamento ai profughi, con grandi oneri per le finanze pubbliche e scarsi incentivi all’inserimento lavorativo per i beneficiari. Per aggirarlo si dovrebbe superare il tradizionale timore di esporre l’istituto dell’asilo a un uso strumentale da parte di migranti economici, oggi oggetto di uno stigma generalizzato quanto ipocrita (non è forse una submigrazione economica quella che spinge i profughi siriani a muoversi da paesi di primo rifugio, nei quali non corrono più pericolo immediato, verso la Germania o la Francia?). Si dovrebbe anzi favorire in ogni modo l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo (in questa direzione si muove il decreto legislativo 142/2015, appena pubblicato), in modo che i loro mezzi di sostentamento provengano, in misura prevalente, proprio dalla retribuzione di prestazioni lavorative.
Gli stati che soffrono di alti livelli di disoccupazione interna incontrerebbero naturalmente maggiori difficoltà nel percorrere questa strada. Ugualmente, essendo questi stati gli stessi nei quali in genere più fragili sono le strutture di welfare a disposizione dei cittadini più deboli, esistono ampi margini per far emergere una domanda di servizi alla persona, oggi inespressa, da parte di fasce della popolazione bisognose, non in grado di remunerarli: lo stato potrebbe allora fungere da sponsor per queste fasce, finanziando i servizi necessari.
Se si giungesse a constatare che l’afflusso di stranieri fortemente determinati a migliorare attivamente la propria condizione di vita può costituire un fattore di sviluppo economico per l’Unione Europea, si potrebbe provare a vedere sotto nuova, più coraggiosa, luce l’immigrazione puramente economica e a estendere all’immigrazione straniera molti dei meccanismi che oggi regolano quella comunitaria.
«Italia. Dopo le polemiche sul "piano B" ora tutti fanno quadrato su Syriza. Anche Fassina: "Una sconfitta sarebbe la restaurazione"».

Il manifesto, 18 settembre 2015

Il voto greco si avvi­cina, i son­daggi pre­fi­gu­rano sce­nari cupi e la sini­stra ita­liana, la sinistra-sinistra, fa qua­drato intorno al lea­der greco. A Roma mer­co­ledì scorso eco­no­mi­sti e poli­tici della fami­glia rossa (ma anche di quella verde) si erano riu­niti per un con­fronto con la greca Marika Fran­ga­kis, invi­tata dall’associazione «Le belle ban­diere» e il gruppo di Sbi­lan­cia­moci a discu­tere del futuro dell’economia di Atene dopo la firma del Memo­ran­dum e alla vigi­lia di un pro­ba­bile governo di coa­li­zione.

Dibat­tito franco e aperto, come si usa dire in que­sti casi: infatti le distanze fra la dire­zione obbli­gata imboc­cata dal governo di Syriza e l’ormai famoso «piano B» per un’uscita coo­pe­ra­tiva dall’euro (fir­mato Varou­fa­kis, Mélen­chon, Lafon­taine e Fas­sina) si erano misu­rate in maniera anche ruvida. All’appuntamento, che si svol­geva in una sala di Mon­te­ci­to­rio, ad un certo punto è com­parso anche Gianni Cuperlo, lea­der della cor­rente Sini­stra­dem del Pd che alle scorse ele­zioni aveva tifato per Tsi­pras, «spe­ranza e oppor­tu­nità per l’Europa». Non c’era invece Pippo Civati ma solo per­ché in que­sti giorni è impe­gnato nella rac­colta di firme su otto refe­ren­dum sui quali invece quasi tutto il resto della com­pa­gnia si è disimpegnato.

Ieri però sono tor­nati tutti uniti. A tifare per Tsi­pras. Mar­ciando divisi, per non per­dere le abi­tu­dini della casa. «La ricon­ferma di Syriza e ad Ale­xis Tsi­pras può far sì che non si spen­gano le spe­ranze dei pro­gres­si­sti per un cam­bia­mento pro­fondo delle poli­ti­che euro­pee. La loro scon­fitta segne­rebbe invece un bru­sco passo indie­tro ed un appiat­ti­mento com­pleto sulle poli­ti­che di auste­rità», dice un nuovo appello fir­mato da Civati, Elly Schlein e Ser­gio Cof­fe­rati (euro­par­la­men­tari ex Pd), Fer­rero (Prc), Forenza e Mal­tese (due dei tre euro­par­la­men­tari eletti con la lista Altra Europa per Tsi­pras, la terza è Bar­bara Spi­nelli che però a mag­gio ha abban­do­nato la lista ed è rima­sta a Bru­xel­les da indi­pen­dente), Fra­to­ianni e Ven­dola (Sel) e dai due socio­logi Luciano Gal­lino e Marco Revelli.

Dopo il nego­ziato dif­fi­cile, l’isolamento, la «rea­zione puni­tiva delle forze con­ser­va­trici», scri­vono, Tsi­pras ha dovuto accet­tare il Memo­ran­dum «per evi­tare con­se­guenze ancora più gravi al popolo greco»; oggi una sua scon­fitta «sarebbe una vit­to­ria per le forze con­ser­va­trici che hanno impo­sto misure duris­sime per la popo­la­zione greca».

Stessa musica, o quasi, anche da Ste­fano Fas­sina. Che resta con­vinto che il memo­ran­dum sia «inso­ste­ni­bile» ma sa che il risul­tato di dome­nica farà comun­que la dif­fe­renza: «La vit­to­ria di Nuova demo­cra­zia com­pro­met­te­rebbe anche l’offensiva anti-corruzione e anti-evasione avviata dal governo Tsi­pras e met­te­rebbe a rischio gli inter­venti uma­ni­tari intro­dotti. Il popolo greco con il voto può evi­tare la restau­ra­zione», è la conclusione.

La ’bri­gata Kali­mera’ par­tirà anche sta­volta. Ma non sarà né affol­lata né spen­sie­rata come l’ultima volta. In piazza Syn­tagma, venerdì al comi­zio Tsi­pras, ci sarà di nuovo Revelli con la squa­dra dell’Altra Europa, Raf­faella Bolini dell’Arci, Forenza e Fer­rero e l’ex 5 Stelle Fran­ce­sco Cam­pa­nella. Anche dal resto d’Europa sta­volta arri­ve­ranno molti meno mili­tanti. E con molte ansie in più.

«Il ritorno dei con­fini è un pro­cesso a catena al quale sarà impos­si­bile imporre una qual­che regola comune. E se pure tutti doves­sero accet­tare la loro quota di rifu­giati come si costrin­gerà que­sti ultimi ad accet­tare il posto asse­gnato e rima­nervi impri­gio­nati?».

Il manifesto, 17 settembre 2015 (m.p.r.)

Il trat­tato di Schen­gen è a un passo dalla fine. Non nel senso di una sospen­sione tem­po­ra­nea, ma in quello di una sua defi­ni­tiva sepol­tura più o meno masche­rata. E, venuto meno il diritto alla libera cir­co­la­zione delle per­sone all’interno dell’Unione euro­pea, il passo verso il suo com­pleto disfa­ci­mento è con tutta evi­denza assai breve. I trat­tati euro­pei, come sap­piamo, pre­ve­dono sospen­sioni e dero­ghe in caso di emer­genza, prin­ci­pio a prima vista ragio­ne­vole. Ma l’emergenza è un’espressione tutt’altro che uni­voca. A volte, pur reale, come l’allarme lan­ciato dalle coste medi­ter­ra­nee ita­liane e gre­che, trova ascolto tar­divo e reti­cente, altre volte discende dall’arbitrio di que­sto o quell’interesse nazio­nale, o dall’enfatizzazione stru­men­tale di minacce imma­gi­na­rie. Nel caso della grande ondata migra­to­ria, poi, trat­tan­dosi di un pro­cesso sto­rico di lunga durata (negli Usa c’è chi lo stima a un paio di decenni) tra sospen­sione e abo­li­zione passa ormai poca dif­fe­renza. Il ritorno dei con­fini è un pro­cesso a catena al quale sarà impos­si­bile imporre una qual­che regola comune. E se pure tutti doves­sero accet­tare la loro quota di rifu­giati come si costrin­gerà que­sti ultimi ad accet­tare il posto asse­gnato e rima­nervi impri­gio­nati?

Dopo il nulla di fatto del ver­tice Ue di lunedì, l’appuntamento è fis­sato al 22 di set­tem­bre. Il tempo stringe, nel giro di pochi giorni può acca­dere let­te­ral­mente di tutto. Com­presa l’eventualità che i sol­dati di Orban comin­cino a spa­rare sui pro­fu­ghi che ten­tano di sot­trarsi alla cat­tura. Già siamo oltre l’immaginabile quando un paese dell’Unione schiera tri­bu­nali da campo e giu­dici da bat­ta­glia lungo la fron­tiera per eser­ci­tare «giu­sti­zia» som­ma­ria sui migranti. Se un nazio­na­li­smo sem­pre più inca­ro­gnito regna incon­tra­stato in buona parte delle discu­ti­bili «demo­cra­zie post­co­mu­ni­ste», anche a occi­dente prio­rità e inte­ressi nazio­nali si fanno peri­co­lo­sa­mente strada. La «gene­ro­sità» del governo di Ber­lino, subito cele­brata come un ritro­vato pri­mato morale della Ger­ma­nia, lascia rapi­da­mente il passo a un «ordi­nato» pro­cesso di assor­bi­mento secondo i ritmi e le neces­sità della mac­china eco­no­mica tede­sca. Que­sto signi­fica fron­tiere sotto stretto con­trollo e un capil­lare sistema di fil­trag­gio nei paesi di con­fine tra l’Europa e le terre del caos.

Sistema cui è stato con­fe­rito il nome civet­tuolo di hotspot. Men­tre l’Unione regre­di­sce verso un mer­cato comune, peral­tro for­te­mente squi­li­brato, le sovra­nità nazio­nali si dedi­cano, una dopo l’altra, certo con stru­menti e reto­ri­che diverse, a edi­fi­care i pro­pri muri legi­sla­tivi e fisici. E le bar­riere non si situano esclu­si­va­mente ai con­fini dell’Unione. Prima l’euroscettica Gran Bre­ta­gna mani­fe­sta l’intenzione di sfol­tire i cit­ta­dini comu­ni­tari che la popo­lano e vi lavo­rano, poi la Corte di giu­sti­zia euro­pea auto­rizza la Ger­ma­nia a negare pre­sta­zioni e sus­sidi ai cosid­detti «turi­sti del wel­fare» e cioè a quei pre­cari che si spo­stano nell’area Schen­gen verso i paesi in cui l’intermittenza del lavoro non equi­vale a indi­genza asso­luta. Ma Ber­lino non si accon­tenta della sen­tenza favo­re­vole e vor­rebbe rimuo­vere anche le poche limi­ta­zioni che la Corte pone all’estromissione dal sistema pre­vi­den­ziale. Infine c’è chi vor­rebbe esclu­dere i pro­fu­ghi dal sala­rio minimo per favo­rire l’impiego dei meno qua­li­fi­cati. Per for­tuna tanto la Spd, quanto la cen­trale sin­da­cale Dgb si oppon­gono non tanto per il dichia­rato intento egua­li­ta­rio, quanto nel timore di una com­pe­ti­zione al ribasso sul mer­cato del lavoro.

Ma è noto che il governo fede­rale si pone da tempo l’obiettivo di ren­dere «meno attraente» il sistema di wel­fare tede­sco per smor­zare gli appe­titi dei migranti comu­ni­tari o extra­co­mu­ni­tari che siano. Ciò può essere fatto in due modi. O esclu­dendo i nuovi arri­vati da una serie di diritti e tutele, isti­tuendo di fatto una popo­la­zione di serie B, alla fac­cia di ogni prin­ci­pio e al prezzo di future ten­sioni, oppure limi­tando gli ammor­tiz­za­tori sociali per tutti attra­verso una ulte­riore tor­sione libe­ri­sta della cosid­detta «eco­no­mia sociale di mer­cato». Solu­zione che incon­tre­rebbe però non poche resi­stenze interne. Sono tutti scric­chio­lii che annun­ciano il cedi­mento strut­tu­rale del pro­getto euro­peo.
La crisi greca aveva già asse­stato un duro colpo non solo all’Europa poli­tica, ma anche alla stessa tenuta eco­no­mica e sociale dell’eurozona. Tut­ta­via le mode­ste scher­ma­glie tra fal­chi e colombe più inclini all’opportunismo che ai buoni sen­ti­menti, non aveva intac­cato il qua­dro di una Europa com­ples­si­va­mente acco­data all’egemonia di Ber­lino con­tro le riven­di­ca­zioni stre­nua­mente “euro­pei­ste” del governo di Atene con­dan­nato all’isolamento. Ma non era ancora entrata in scena quella guerra di tutti con­tro tutti, quella dif­fi­denza reci­proca, quel riflesso pro­te­zio­ni­sta, quella chiu­sura iden­ti­ta­ria che la grande ondata dei pro­fu­ghi sem­bra avere inne­scato, can­cel­lando in un bat­ter d’occhio le parole edi­fi­canti di Angela Mer­kel. Il nazio­na­li­smo, come la chiu­sura delle fron­tiere, è un feno­meno alta­mente con­ta­gioso.
C’è da dubi­tare che Ber­lino o Bru­xel­les con­dur­ranno l’Europa ad imporre ai regimi semi­de­mo­cra­tici dell’Est, presso i quali la Ger­ma­nia col­tiva impor­tanti inte­ressi economico-finanziari, un memo­ran­dum poli­tico altret­tanto strin­gente di quello eco­no­mico impo­sto alla Gre­cia. Se non pos­sono essere cac­ciati dall’euro, altri stru­menti di pres­sione sono comun­que dispo­ni­bili. Ma la Can­cel­liera si è affret­tata a pre­ci­sare che in que­sto caso le minacce non sono indi­cate. I soste­ni­tori delle sovra­nità nazio­nali, che da destra e da sini­stra striz­zano l’occhio a Vic­tor Orbán, cer­ta­mente si indi­gne­ranno di fronte all’eventualità di un enne­simo «dik­tat» euro­peo sul diritto di asilo. Sia chiaro però con quali torvi per­so­naggi, con quali con­te­nuti poli­tici, con quali infami ideo­lo­gie si accom­pa­gnano sotto la ban­diera della nazione e con­tro l’integrazione euro­pea. Quanti con­cor­dano impli­ci­ta­mente con l’affermazione di Marine Le Pen secondo cui il discri­mine «non è tra destra e sini­stra, ma tra nazio­na­li­sti e mon­dia­li­sti» si espri­mano infine con altret­tanta chia­rezza. Sapremo così con chi abbiamo a che fare.

Il manifesto, 16 settembre 2015 (m.p.r.)

Lo sgam­betto con cui la cro­ni­sta unghe­rese Petra Laszlo ha but­tato a terra un pro­fugo siriano che por­tava il pro­prio figlio in salvo da una guerra mai dichia­rata è un’immagine pla­stica del cini­smo e della cru­deltà che domina le poli­ti­che dell’Unione Euro­pea e tra­duce a livello indi­vi­duale la bru­ta­lità con cui i suoi gover­nanti hanno cer­cato di inter­rom­pere la corsa del governo Tsi­pras per por­tare in salvo il popolo greco da un disa­stro di cui non porta alcuna respon­sa­bi­lità. Un acco­sta­mento non casuale: l’Unione Euro­pea non sarà mai in grado di acco­gliere milioni di pro­fu­ghi fino a che negherà diritti e imporrà solo doveri ai popoli dei suoi stati peri­fe­rici. Quel padre poi si è rial­zato e ha con­ti­nuato la sua corsa, men­tre non sap­piamo ancora se Tsi­pras riu­scirà a fare altrettanto.

In entrambi i casi, accanto a cini­smo e cru­deltà, balza evi­dente l’impotenza dell’Europa, che non ha solu­zioni di lungo ter­mine per sot­trarre la Gre­cia e gli altri paesi troppo inde­bi­tati al disa­stro finan­zia­rio, ma anche sociale e ambien­tale, a cui li con­dan­nano le sue poli­ti­che; ma non ha nem­meno idea di come affron­tare lo «tsu­nami» di pro­fu­ghi che la sta inve­stendo e che rischia di por­tarla alla dis­so­lu­zione. Con le sue pro­messe Angela Mer­kel ha cer­cato di resti­tuire dignità all’immagine della Ger­ma­nia, per­met­tendo così a migliaia di cit­ta­dini di dar prova di una soli­da­rietà straordinaria.

Ma ha sot­to­va­lu­tato sia le dimen­sioni effet­tive dei flussi che avreb­bero inve­stito il paese, sia le resi­stenze degli altri part­ner euro­pei: la deci­sione sulle «quote» di pro­fu­ghi è stata riman­data sine die; le fron­tiere interne tor­nano a chiu­dersi in barba a Schen­gen, sca­ri­cando tutto il peso su Ita­lia e Gre­cia, che dovreb­bero invece farsi carico fin da subito delle richie­ste di asilo e dei respin­gi­menti. E men­tre il governo unghe­rese imper­versa impu­nito con le bar­riere di filo spi­nato e arre­stando cen­ti­naia di pro­fu­ghi che cer­cano solo di attra­ver­sare il paese, l’Unione approva la «guerra agli sca­fi­sti», che è una guerra vera.

Una guerra fatta per respin­gere pro­fu­ghi e migranti nel deserto che hanno dovuto attra­ver­sare, dove sono stati rapi­nati e vio­lati, e da cui cer­che­ranno comun­que di tor­nare a imbar­carsi per altre vie.

A que­sta ban­ca­rotta delle poli­ti­che euro­pee – niente aveva finora diviso così pro­fon­da­mente gli Stati mem­bri e anche il nesso tra «crisi dei pro­fu­ghi» e rating dei debiti sovrani non è sfug­gito all’occhio vigile dell’alta finanza — occorre saper con­trap­porre un’alternativa pra­ti­ca­bile. Quei pro­fu­ghi, aumen­te­ranno comun­que, per­ché guerre, dit­ta­ture, mise­ria e fero­cia che sono andati cre­scendo ai con­fini diretti e indi­retti dell’Unione dure­ranno per anni, e si aggra­ve­ranno ogni volta che si cer­cherà di venirne a capo con altre guerre. Ma se la Ger­ma­nia ha forza e mezzi per soste­nerne l’urto e rica­varne dei bene­fici di lungo ter­mine, gli altri paesi dell’Unione no. Manca, per gli Stati più fra­gili, una poli­tica euro­pea di acco­glienza, che vuol dire dare casa lavoro, for­ma­zione, red­dito per milioni di pro­fu­ghi desti­nati a restare sul suolo euro­peo per anni, per­ché l’Unione, con le poli­ti­che di auste­rità da cui non deflette, non è più in grado di offrire quelle stesse cose a decine di milioni di suoi cit­ta­dini che ne sono stati pri­vati dalla crisi, o ne sono privi da ancor prima. E certo non può dare ai nuovi arri­vati ciò che non vuol dare a chi ne è privo da tempo.

Ma acco­gliere è indi­spen­sa­bile: quel flusso di pro­fu­ghi non si fer­merà per quanti sforzi si fac­ciano per tra­sfor­mare l’Europa in for­tezza: sia con le armi che con l’ipocrita distin­zione tra pro­fu­ghi (da acco­gliere) e migranti (da respin­gere). Pre­li­mi­nare a ogni poli­tica di acco­glienza è l’istituzione di cor­ri­doi uma­ni­tari che evi­tino ai pro­fu­ghi di rischiare la vita e di con­se­gnare agli sca­fi­sti di mare e di terra migliaia e migliaia di euro cia­scuno. E’ ciò di cui non si vuole mai par­lare. Ma acco­gliere signi­fica poi inse­rire i nuovi arri­vati nella società, e farli accet­tare a una comu­nità ridu­cendo al mas­simo quel senso di un’intrusione che tante forze poli­ti­che ali­men­tano per rica­varne un divi­dendo elet­to­rale. Non è un’operazione solo eco­no­mica, anche se tro­var casa e lavoro ha dei costi molto alti, i cui ritorni, come sanno gli indu­striali tede­schi, sono rile­vanti, arri­vano solo nel tempo. Chi lo può fare? Non certo il «mer­cato», cioè il sistema pro­dut­tivo così com’è oggi, spe­cial­mente al di fuori della Ger­ma­nia. Ma nem­meno gli appa­rati sta­tali, per­ché è un’operazione deli­cata che ha biso­gno, anche, di «calore umano»: un bene che la buro­cra­zia non può elar­gire se non per caso.

Affron­tare in modo buro­cra­tico que­sto com­pito è il modo migliore per far cre­scere la con­flit­tua­lità sociale. Meno che mai lo si può lasciare, come si fa in Ita­lia, alla spon­ta­neità di un «pri­vato», sociale e non, reclu­tato a casac­cio, in modo clien­te­lare o mafioso, da pre­fet­ture o ammi­ni­stra­zioni comu­nali, che ha deva­stato imma­gine e repu­ta­zione del terzo set­tore. L’accoglienza, in que­sta acce­zione, è la mis­sione spe­ci­fica e inso­sti­tui­bile dell’economia sociale e soli­dale. Nessun’altra com­po­nente della società euro­pea è in grado di abbi­nare, sulla base di espe­rienze con­so­li­date, inse­ri­mento lavo­ra­tivo e inse­ri­mento sociale con pro­getti mirati. Per que­sto occorre che insieme, e non in ordine sparso, le reti dell’economia sociale e soli­dale (SSE) dei paesi dell’Unione si can­di­dino al ruolo di sog­getto pro­mo­tore e attua­tore di quel pro­gramma plu­rien­nale di acco­glienza che è indi­spen­sa­bile per affron­tare un com­pito di que­sta por­tata. Il 28 gen­naio 2016, su ini­zia­tiva del gruppo par­la­men­tare GUE/Ngl e di molte reti dei paesi dell’Unione, si terrà un Forum euro­peo dell’economia sociale e soli­dale (una riu­nione pre­pa­ra­to­ria si è già tenute il 3 settembre).

Sarà un’occasione, pre­pa­ran­dola per tempo, per lan­ciare que­sta can­di­da­tura, che dovrà sostan­ziarsi fin da ora in pro­getti spe­ci­fici, nazio­nali, ter­ri­to­riali e set­to­riali. Ma per farlo occor­rono alcune con­di­zioni preliminari:

1. Biso­gna, soprat­tutto in Ita­lia — ma la dimen­sione euro­pea può aiu­tarci — rico­struire un’immagine decente del terzo set­tore, che oggi è in gran parte mac­chiata dalle vicende di Buzzi, Cara Mineo e Co. Le com­po­nenti sane del terzo set­tore devono denun­ciare senza remore gli epi­sodi di malaf­fare, ma anche di clien­te­li­smo, di cui sono a cono­scenza; a par­tire dai pro­pri, che non man­cano — quasi — mai. Essen­ziale è garan­tire un regime di tra­spa­renza totale su tutte le attività.

2. Occorre met­tere a punto in tempi rapidi i prin­cipi gene­rali e gli stru­menti attua­tivi di un piano euro­peo di acco­glienza e inse­ri­mento sociale e lavo­ra­tivo dei nuovi arrivi con stan­dard con­di­visi da tutti i paesi.

3. Occorre indi­vi­duare i set­tori in cui dovrà ope­rare que­sto piano che, per le sue fina­lità di inte­gra­zione sociale, dovrà riguar­dare in egual misura pro­fu­ghi, migranti e cit­ta­dini euro­pei senza lavoro, senza casa o senza reddito.

4. Quei set­tori sono quelli por­tanti delle con­ver­sione eco­lo­gica che la COP 21 di Parigi dovrebbe met­tere all’ordine del giorno a fine anno: ener­gie rin­no­va­bili ed effi­cienza ener­ge­tica; agri­col­tura eco­lo­gica, soprat­tutto nelle terre oggetto di abban­dono o degrado; sal­va­guar­dia degli assetti idro­geo­lo­gici; recu­pero e ristrut­tu­ra­zione di edi­fici dismessi o non a norma (a par­tire da quelli in cui potranno essere ospi­tati migranti e sen­za­tetto); gestione e recu­pero di scarti e rifiuti; ser­vizi alla per­sona. 4. Il piano dovrà essere accom­pa­gnato da una stima gene­rale dei costi.

Che non sono solo quelli degli inve­sti­menti pro­dut­tivi per «met­tere al lavoro» milioni di per­sone, ma anche quelli rela­tivi a tutti gli altri aspetti del loro inse­ri­mento. L’economia sociale e soli­dale non deve più essere un modo, come spesso accade, soprat­tutto in Ita­lia, per rispar­miare sui costi del lavoro. Deve mirare, al con­tra­rio, ad incor­po­ra­rere molti altri oneri di carat­tere sociale.

Ovvia­mente non ci si può aspet­tare che l’Unione o qual­che suo Stato mem­bro risponda posi­ti­va­mente a que­sta pro­po­sta domani; ma è impor­tante che essa venga sot­to­po­sta a un pub­blico con­fronto per­ché è l’unica in grado di affron­tare in modo ade­guato i pro­blemi posti dai nuovi flussi di pro­fu­ghi. E l’«opinione pub­blica» oggi è in gran parte con noi.

Il testo integrale dell'articolo di Guido Viale è stato pubblicato su eddyburg col titolo L'Europa rifondata

L’Europa si gioca la pro­pria cre­di­bi­lità. Non pos­siamo rima­nere impas­si­bili quando la morte incombe quo­ti­dia­na­mente sulle nostre spiagge, men­tre migliaia di fami­glie che fug­gono dalla guerra in Africa, Medio Oriente e Asia Cen­trale si ammas­sano nei porti, nelle sta­zioni, nei treni e nelle strade in attesa di una rispo­sta uma­ni­ta­ria da parte dell’Europa.

Siamo respon­sa­bili di fronte ai nostri cit­ta­dini che esi­gono da noi misure urgenti e pon­gono a nostra dispo­si­zione le risorse e i mezzi per faci­li­tare l’accoglienza. Siamo respon­sa­bili di fronte ai paesi limi­trofi che accol­gono rifu­giati molto oltre le pro­prie pos­si­bi­lità — solo in Libano ci sono 1,1 milioni di rifu­giati, ovvero il 25% della popo­la­zione del paese. Siamo respon­sa­bili di fronte all’idea stessa che ha fatto nascere l’Europa, fon­data sulle ceneri della Seconda Guerra Mon­diale, sulla ver­go­gna dell’olocausto e sulla scon­fitta dei fasci­smi, per assi­cu­rare un futuro di pace, pro­spe­rità e fra­ter­nità per le future gene­ra­zioni. Dob­biamo essere all’altezza della pro­messa fatta di fronte al nostro con­ti­nente in rovina: «Mai più».

La nostra mag­gior respon­sa­bi­lità è di fronte al genere umano. Se con­ti­nuiamo ad alzare muri, chiu­dere fron­tiere, lasciando il lavoro sporco ad altri stati per­ché siano loro a fare da gen­darmi delle nostre fron­tiere, che mes­sag­gio lan­ciamo al mondo? Che volto dell’Europa riflette que­sto Mare Medi­ter­ra­neo coperto da corpi senza vita?

Noi, le città euro­pee, siamo pronte a diven­tare luo­ghi d’accoglienza. Noi, le città euro­pee, vogliamo dare il ben­ve­nuto ai rifu­giati e alle rifu­giate. Sono gli Stati a rico­no­scere lo sta­tuto d’asilo, ma sono le città a dare soste­gno. Sono i muni­cipi lungo le fron­tiere, come le isole di Lam­pe­dusa, Kos e Lesbos, i primi a rice­vere i flussi delle per­sone rifu­giate; e sono i muni­cipi euro­pei che dovranno acco­gliere que­ste per­sone e garan­tir­gli di poter ini­ziare una vita, lon­tano dai peri­coli da cui sono riu­sciti a scappare.

Per ciò dispo­niamo di spa­zio, ser­vizi e, la cosa più impor­tante, della volontà dei cit­ta­dini di farlo. I nostri ser­vizi muni­ci­pali stanno già lavo­rando in piani di acco­glienza per assi­cu­rare pane, tetto e dignità a chi fugge dalla guerra e dalla fame. Manca solo l’aiuto degli Stati.

Come sostiene UNGHR, siamo di fronte alla più grande crisi di rifu­giati fin dalla fine della Seconda Guerra Mon­diale. Da Voi, governi degli Stati e dell’Unione Euro­pea, dipende che que­sta crisi uma­ni­ta­ria non si tra­sformi in una crisi di civiltà, una crisi dei valori fon­da­men­tali delle nostre demo­cra­zie. Durante anni, i governi euro­pei hanno desti­nato la mag­gio­ranza dei fondi per l’asilo e le poli­ti­che migra­to­rie a blin­dare le nostre fron­tiere, con­ver­tendo l’Europa in una fortezza.

Que­sta poli­tica sba­gliata è la causa del fatto che il Medi­ter­ra­neo si sia con­ver­tito in una tomba per migliaia di rifu­giati che pro­vano ad avvi­ci­narsi e con­di­vi­dere la nostra libertà. È venuto il momento di cam­biare le prio­rità: desti­nare i fondi neces­sari per garan­tire l’accoglienza dei rifu­giati in tran­sito, appog­giare con risorse le città che si sono offerte come luo­ghi di rifu­gio. Non è il momento delle parole e dei discorsi vuoti, è il momento di agire.

Ieri si è svolto a Bru­xel­les il sum­mit dei Mini­stri degli Interni e di Giu­sti­zia dei paesi mem­bri della Ue per discu­tere la crisi dei rifu­giati. Abbiamo chie­sto loro di non girare le spalle alle città, di ascol­tare il cla­more che si alza nelle nostre strade. Abbiamo biso­gno dell’appoggio e la coo­pe­ra­zione degli Stati, dell’Unione Euro­pea e delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali per assi­cu­rare l’accoglienza.

È tempo di costruire la sto­ria di un’Europa per la quale essere rico­no­sciuti dal resto dei popoli del mondo e ricor­dati dalle gene­ra­zioni che ver­ranno. Non lascia­teli soli, non lascia­teci sole.

Ada Colau sin­daca di Bar­cel­lona
Anne Hidalgo sin­daca di Parigi
Spy­ros Gali­nos sin­daco di Lesbo

Giusi Nico­lini sin­daca di Lampedusa

Hanno inol­tre ade­rito al mani­fe­sto Manuela Car­mena, sin­daca di Madrid; Xulio Fer­reiro, sin­daco di La Coruña; José María Gon­zá­lez, “Kichi”, sin­daco di Cadice; Mar­tiño Noriega, sin­daco di San­tiago de Com­po­stela, Pedro San­ti­steve, sin­daco di Saragozza.

Consiglio dei ministri degli Interni a Bruxelles. Le quote sfumano, i reticenti alzano la voce. Molti paesi seguono la Germania e ripristinano le frontiere. Aut aut a Italia e Grecia: hotspot e controlli nel paese di primo arrivo, poi (forse) la redistribuzione. Intanto c'è il via alla fase 2 della missione navale che permette attacchi agli scafisti. Il manifesto, 15 settembre 2015

La libera cir­co­la­zione rischia di venire tra­volta dal panico in cui sta cadendo la Ue in que­ste ore. I mini­stri degli Interni dei 28 paesi Ue met­tono la sor­dina sulle “quote obbli­ga­to­rie”, men­tre la Ger­ma­nia, dome­nica, seguita ieri da Austria, Slo­vac­chia, Repub­blica ceca e nel tardo pome­rig­gio anche dall’Olanda, ha sospeso Schen­gen rista­bi­lendo i con­trolli alle fron­tiere. Polo­nia e Bel­gio potreb­bero fare la stessa scelta nelle pros­sime ore. Il mini­stro degli Interni fran­cese, Ber­nard Caze­neuve, si piega alle richie­ste delle destre e afferma da Bru­xel­les che “sono già state dispo­si­zioni” per ripri­sti­nare i con­trolli alla fron­tiera con l’Italia “se si ripe­terà una situa­zione simile a quella di alcune set­ti­mane fa” (a Ven­ti­mi­glia), ma giu­dica “stu­pido” fare la stessa cosa al con­fine con la Ger­ma­nia. L’Ungheria da oggi impone lo stato d’emergenza, con l’arresto per chi entra ille­gal­mente, l’utilizzazione di con­tai­ners per ospi­tare i tri­bu­nali alla fron­tiera con la Ser­bia che giu­di­cano senza la pre­senza di inter­preti i pro­fu­ghi trat­tati come cri­mi­nali, richiusi in campi di detenzione.

La deci­sione più con­creta di ieri, presa in mat­ti­nata prima dell’incontro dei mini­stri degli Interni (e della Giu­sti­zia) a Bru­xel­les, è stato il varo della fase 2 della mis­sione navale EuNa­v­For­Med, che per­mette l’uso della forza con­tro gli sca­fi­sti. Le ope­ra­zioni dovreb­bero par­tire da ini­zio otto­bre. Per la redi­stri­bu­zione dei pro­fu­ghi, invece, i mini­stri degli Interni si riu­ni­scono di nuovo l’8–9 otto­bre, ma già si parla di “fles­si­bi­lità” nell’applicazione del ricol­lo­ca­mento dei 120mila del piano Junc­ker. Se i bloc­chi con­ti­nuano, dovrà venire con­vo­cato un ver­tice dei capi di stato e di governo, che rischia di san­cire la frat­tura che ormai mina la Ue.

Fran­cia e Ger­ma­nia, che cer­cano di man­te­nere una par­venza di unione anche se la deci­sione di Ber­lino di sospen­dere Schen­gen è stata accolta come una sberla da Parigi, chie­dono “imme­dia­ta­mente” l’apertura di hotspots in Ita­lia e Gre­cia (e Unghe­ria, ma Orban si autoe­sclude), e affer­mano che faranno un forte “pres­sing” sui part­ner. Per Fra­nçois Hol­lande, “far rispet­tare le fron­tiere esterne è la con­di­zione per poter acco­gliere degna­mente i rifu­giati”. Il mini­stro degli Interni della Baviera, Joa­chim Herr­mann, che non rispar­mia cri­ti­che a Mer­kel per aver inci­tato i pro­fu­ghi a venire in Ger­ma­nia, punta il dito con­tro Ita­lia e Gre­cia, paesi di primo arrivo, secondo lui respon­sa­bili del “caos”.

In pra­tica, riprende alla grande nella Ue lo sca­ri­ca­ba­rile dei pro­fu­ghi. Ange­lino Alfano chiede che “i rim­pa­tri” ven­gano orga­niz­zati da Fron­tex “con i soldi Ue”. Bru­xel­les pro­mette che “gli stati invie­ranno subito fun­zio­nari di col­le­ga­mento” per aiu­tare i paesi di primo arrivo a fare la distin­zione tra chi ha diritto all’asilo e chi deve venire espulso. Caze­neuve parla di “uma­nità e respon­sa­bi­lità”, spe­rando di con­vin­cere i reti­centi alla distri­bu­zione. Per il momento, c’è il pro­gramma pre­sen­tato a giu­gno, per la ricol­lo­ca­zione di 40mila per­sone (con offerte solo “volon­ta­rie” per ricol­lo­care 24mila per­sone già pre­senti in Ita­lia e 16mila che sono in Gre­cia), men­tre è sem­pre in alto mare il mec­ca­ni­smo di ripar­ti­zione per “quote” di altri 120mila. Nei fatti, gli arrivi delle ultime set­ti­mane ren­dono ormai cadu­che que­ste cifre, infe­riori di molto alla realtà. La Com­mis­sione ha messo nel cas­setto la minac­cia di multe per chi non par­te­cipa alla redistribuzione.

Le richie­ste dell’Onu, ancora riba­dite ieri, per “quote obbli­ga­to­rie” e gli appelli della Com­mis­sione a favore di una solu­zione “comune” rischiano di cadere nel vuoto, cosi’ come l’allarme del gruppo S&D: “la poli­tica comune di immi­gra­zione e asilo è l’unica strada per sal­vare l’Europa dalla disin­te­gra­zione”. La posi­zione tede­sca si è di fatto inde­bo­lita, con il vol­ta­fac­cia di Angela Mer­kel di dome­nica, anche se sem­bra fosse desti­nato a far pres­sione sull’est reti­cente. Il por­ta­voce di Mer­kel, Stef­fen Stei­bert, assi­cura che rimet­tere i con­trolli alle fron­tiere “era neces­sa­rio, ma nulla cam­bia” nella poli­tica di acco­glienza di Ber­lino. Per il mini­stro degli Interni, Tho­mas de Mai­zière, deve essere pero’ chiaro che “i richie­denti asilo devono accet­tare il fatto che non pos­sono sce­gliere il paese euro­peo a cui chie­dere pro­te­zione”. Per il mini­stro degli Esteri polacco, Rafal Trza­sko­w­ski, “l’Europa rischia una crisi isti­tu­zio­nale se impone quote obbli­ga­to­rie”, impe­gno ormai sfu­mato nei docu­menti di Bru­xel­les. Il fronte del “no” al piano Junc­ker sulla ridi­stri­bu­zione dei 120mila pro­fu­ghi si è ricom­pat­tato, Unghe­ria ormai fuori dalle regole Ue, con Repub­blica ceca, Slo­vac­chia, Polo­nia, Roma­nia (c’è anche la Dani­marca, ma il paese ha l’opt out su que­sti temi, come Gran Bre­ta­gna e Irlanda). In Fran­cia, l’ex pre­si­dente Nico­las Sar­kozy chiede uno sta­tuto spe­ciale per i rifu­giati di guerra, che dovreb­bero rien­trare in patria una volta tor­nata la pace (que­sta clau­sola in effetti esi­ste, ma è la Com­mis­sione a doverla attivare).

"La mossa di Angela Merkel è stata abile, e sacrosanta: ha permesso a migliaia di profughi di raggiungere la loro meta e ad altre migliaia di cittadini europei. Ma quella mossa non tarderà a rivelarsi un bluff".

Il manifesto, settembre 2016

Lungo l’autostrada Budapest-Vienna si è dissolto il futuro dell’Unione europea e ha fatto la sua comparsa una Europa nuova, fondata su una cittadinanza condivisa con profughi e migranti. La mossa di Angela Merkel è stata abile - le ha restituito una popolarità che la sopraffazione della Grecia aveva compromesso - e sacrosanta: ha permesso a migliaia di profughi di raggiungere la loro meta e ad altre migliaia di cittadini europei - austriaci e tedeschi, ma anche e soprattutto ungheresi - di dimostrare il loro vero sentire: rendendo felici altri milioni di europei.

Ma quella mossa non tarderà a rivelarsi un bluff. Dopo aver detto che accoglierà tutti, sono cominciati i distinguo tra paesi di provenienza sicuri e paesi insicuri e tra profughi e migranti economici; e le assicurazioni che si tratta di una misura “temporanea”. Ma intanto con quella decisione unilaterale ciascun governo si sente autorizzato ad andare per conto proprio: Cameron ha subito raccolto l’invito; i paesi del gruppo di Visegrad si sono opposti alle quote obbligatorie; i paesi baltici li seguiranno. E già si parla di sostituire all’accoglienza un “contributo” in denaro; o di istituire un mercato dei “diritti di espulsione”, così come ne esiste già uno per i diritti di emissione (di CO2): si pagheranno i respingimenti un tanto al chilo?
Angela Merkel ha dato così un altro contributo a dissolvere l’identità dell’Unione europea: ci sono paesi dell’Unione che non sono nell’area Schengen e paesi Schengen non nell’Unione; paesi dell’Unione non nella Nato e paesi europei nella Nato ma non dell’Unione; paesi nell’Unione ma non nell’euro; paesi virtuosi e paesi dissoluti, ecc. Adesso, forse, ci saranno paesi dell’Unione esonerati – a pagamento o no – dalle quote di profughi. E quelli che li accoglieranno si sceglieranno le nazionalità più gradite?

L’accoglienza è destinata a diventare per l’Unione il problema maggiore: divide tra loro gli Stati membri impegnati a rimpallarsi le quote di profughi da ammettere; e fomenta al loro interno quello scontro sociale di cui si alimenta la xenofobia. Innanzitutto l’Unione non potrà avere una politica comune per accogliere profughi e migranti perché ha adottato da anni politiche che negano l’accoglienza - casa, lavoro, reddito e sicurezza - a una quota crescente dei suoi cittadini. Quando il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge il 20 per cento, e in alcuni paesi il 50, è a un’intera generazione - anzi ormai a due - che vengono negate le forme basilari della cittadinanza. In queste condizioni è difficile pensare a una politica di inclusione per centinaia di migliaia o milioni di migranti: quanti se ne possono realisticamente aspettare sia che si aprano loro le porte, sia che si punti su respingimenti inefficaci e spietati.

Il conflitto tra cittadini europei e profughi su cui ingrassano le destre razziste e xenofobe che lo fomentano, ma a cui le forze di governo non sanno offrire alternative, finendo per restarne succubi, non è un fatto “naturale”; è il prodotto delle politiche di tagli alla spesa pubblica e di soffocamento dei diritti, dei redditi e della sicurezza del lavoro. Non si può cambiare politiche dell’immigrazione senza cambiare radicalmente quelle di bilancio. Per questo l’arrivo di un numero crescente di profughi rappresenta il vero tallone d’Achille dell’austerity.

Ma la ragione vera della dissoluzione dell’Unione è un’altra: per anni i suoi Governi hanno assistito ignavi, quando non vi hanno partecipato direttamente o non hanno addirittura preso l’iniziativa, a massacri e guerre scatenate ai confini dell’Europa: quasi che la cosa non li riguardasse, impegnati com’erano, e sono, a perseguire politiche di bilancio sempre più prive di respiro, di prospettive, di futuro. Se a rappresentare la politica estera dell’Unione figure insignificanti non è solo perché quella materia ogni Governo vuole riservarla per sé. Il fatto è che - a parte gli accordi commerciali, soprattutto per procurarsi petrolio e metano - nessuna forza politica europea ha mai formulato un disegno sensato sui rapporti con l’area mediorientale, mediterranea e nordafricana: quella che nel corso degli anni si andava avvitando in crisi e conflitti che non potevano che sfociare nella dissoluzione delle rispettive compagini sociali. Il flusso di migranti in cerca di sopravvivenza in terra europea è la prima – ma non l’unica – conseguenza di questa politica tirchia e insipiente. Ma ogni giorno che passa spegnere quegli incendi è più difficile. Francia e Regno Unito stanno già pensando a unirsi alla guerra in Siria, come se non fossero stati loro a scatenare quella in Libia: che hanno perso, creando un caos di cui nessuno riesce più a venire a capo.

Ora, che siano i vertici dell’Unione e dei suoi Governi a risolvere il problema creato da centinaia di migliaia di esseri umani alla ricerca della propria sopravvivenza è del tutto irrealistico. L’Unione europea vorrebbe respingerne la maggioranza, ma non è in grado di farlo: troppo alto è il prezzo di sofferenze e di vite che sta già facendo pagare alle sue vittime per potersene assumere la responsabilità. Così cerca di nascondere il problema dietro la falsa distinzione tra profughi e migranti economici: come se una ragazza sfuggita alle bande di Boko Haram in Nigeria, o un contadino che sta morendo di fame e di sete – sì, anche di sete – in uno stato subsahariano fossero diversi, nelle loro motivazioni alla fuga, da un siriano che scappa dalle bombe dell’Isis, o di Assad, o di Erdogan, o degli Usa, o di tutti e quattro.

Ma le politiche di respingimento, oggi impersonate da Orban, ma anche da tante forze politiche non solo di destra, e programmate, solo in modo un po’ meno brutale, da molti governi, sono state per qualche giorno rovesciate e sconfitte dalla straordinaria mobilitazione di un popolo europeo solidale con i profughi in marcia sull’autostrada che porta a Vienna, o al loro arrivo nelle stazioni austriache e tedesche; un popolo che da qualche giorno ha occupato la scena facendo tutt’uno con quei profughi. Papa Francesco ha aggiunto la sua voce, ma i protagonisti restano loro. Perché dietro a quelle manifestazioni che hanno bucato lo schermo ci sono altre migliaia di volontari che - senza distinguere tra profughi e migranti economici - hanno cercato e cercano di alleviare le sofferenze di una moltitudine immensa respinta o abbandonata a se stessa: a Calais, a Ventimiglia, a Kos, a Lampedusa, a Subotica, a Milano e in mille altri luoghi a cui stampa e media non avevano dedicato in sei mesi un decimo dello spazio riservato ogni giorno alle infamie di Salvini e dei suoi compagni di merende.

Laici e cristiani, di destra (ci sono anche quelli) e di sinistra, giovani e anziani, occupati e disoccupati (senza timore di vedersi portare via un posto che non c’è più per nessuno), zingari perseguitati da Orban e musulmani già insediati in Europa hanno costruito con la loro mobilitazione le basi di una nuova cittadinanza europea che include, senza mediazioni, quei profughi in marcia dietro la bandiera europea. Un unico popolo: consapevole, a differenza di molti suoi governanti (in sei mesi di Presidenza europea Renzi non aveva rivolto una sola parola alla soluzione del problema dei profughi) che l’accoglienza affettuosa di coloro che sono in fuga da guerre e fame è condizione irrinunciabile della convivenza civile nelle comunità e nei territori dove si insedieranno; e che lo sviluppo sociale dell’Europa non può prescindere dalla creazione, qui, dove sono arrivati, di una cittadinanza europea comune a tutti coloro che ne condividono l’aspirazione.

Ed è in questo improvviso melting pot, che si possono creare anche le premesse di una riconquista alla pace e alla democrazia dei paesi da cui profughi e migranti sono dovuti fuggire: con organizzazioni comuni che individuino le condizioni per pacificarli; che elaborino in forme condivise i programmi per la loro ricostruzione; che conquistino il diritto di sedere al tavolo delle trattative diplomatiche; che siano punto di riferimento, attraverso i mille legami che ancora intrattengono con le comunità rimaste nei paesi di origine, per il loro riscatto. Una prospettiva che non può che fondarsi su una nuova visione dell’Europa, unita e non contrapposta alle popolazioni in fuga dai paesi in fiamme ai suoi confini vicini e lontani. Nel gesto con cui migliaia di volontari hanno aiutato i profughi ad attraversare l’Ungheria c’è, senza ancora le parole per dirlo, il nuovo manifesto di Ventotene di un’Europa interamente da ricostruire.

Q

Lo scrittore nigeriano, premio Nobel, parla della crisi dei migranti. “È un’eredità del colonialismo, ora però le tragedie dell’Africa sono sotto gli occhi del mondo. Come accade per le ragazze rapite da Boko Haram”.

La Repubblica, 13 settembre 2015
C’è una parola nella lingua zulù che Nelson Mandela ha reso famosa nel mondo: ubuntu e’ un termine difficile da tradurre, ma l’espressione che gli si avvicina di più è “l’insieme dell’umanità”, l’empatia. Wole Soyinka, poeta e scrittore nigeriano, nel 1986 premio Nobel per la Letteratura, la usa spesso nel suo ultimo libro, “dell’Africa”, uno dei testi più importanti fra quelli presentati al Festivaletteratura di Mantova. Mentre sulle pagine dei giornali e alla tv si susseguono le immagini dei profughi che cercano di arrivare in Europa, e’ impossibile non iniziare una conversazione con Soyinka senza parlare di ubuntu .

Le sembra una parola appropriata per le giornate che stiamo vivendo?«È un’espressione che hanno spesso usato persone come Mandela e Desmond Tutu: volevano dire che qualunque persona sia in stato di necessità deve essere aiutata. Che la solidarietà è obbligatoria e che siamo tutti responsabili. Altrimenti perdiamo la nostra umanità. È una parola adeguata a queste giornate, a patto di metterla nella giusta prospettiva. È dovere dei paesi da cui i migranti fuggono, e mi riferisco in particolare a quelli africani, creare le condizioni sociali perché queste persone abbiano sempre meno motivi per scappare. Ed è dovere del mondo esterno capire che la relazione che ha avuto con l’Africa, il lascito del colonialismo è alla base delle migrazioni».

Cosa pensa della reazione dell’Europa di fronte ai profughi?
«Sono sorpreso che l’Europa non abbia capito prima quello che stava per accadere. Da tempo i rifugiati interni ai paesi dove si combatte erano milioni, era naturale che prima o poi la crisi si espandesse. Ora ci sono moltissime persone pronte ad affrontare una morte quasi certa per mare per la speranza di una vita migliore».

L’Europa manca dunque di prospettiva, di uno sguardo di lunga durata?
«Penso all’Africa, e Le rispondo che qualche volta è bello essere dimenticati, lasciati a risolvere i propri problemi: non si può sempre essere assistiti. Ma qualche volta l’attenzione serve. Le faccio un esempio: qualche anno fa il mondo si indignò per Amina, una donna che stava per essere lapidata per adulterio in Nigeria. Fu una cosa importante, perché anche quelli che fino a quel momento avevano fatto finta di nulla furono costretti ad ammettere che stava accadendo qualcosa di sbagliato».

Direbbe lo stesso del clamore suscitato dal rapimento delle ragazze di Chibok da parte di Boko Haram?
«Quella e’ una storia talmente grande che era impossibile da ignorare. Ha colpito tutti, perché ha richiamato alle sue responsabilità una società che non era stata in grado di proteggere delle ragazze nel luogo dove avrebbero dovuto essere più sicure, e un governo che non si è mosso in tempo. Ha costretto tutti ad aprire gli occhi su un fenomeno, che io chiamo del bokoharamismo, che era lì davanti a tutti: la diffusione di un gruppo che è incapace di guardare all’essere umano se non attraverso le lenti strettissime della sua visione religiosa estremista. Abbiamo visto l’intolleranza crescere sotto i nostri occhi e la religione diventare uno scudo per fare quello che si voleva. Lo abbiamo visto nel silenzio totale delle autorità: nessuno e’ stato chiamato a rispondere del fatto che qualche anno fa gruppi di estremisti abbiano messo Abuja a ferro e fuoco per protestare contro un concorso di bellezza. Nessuno ha pagato. Chibok e’ stato il caso più brutale. Il messaggio era: “facciamo ciò che vogliamo con quello che di più caro avete”. Con i riflettori del mondo addosso il governo non ha più potuto far finta di niente».

A 500 giorni da quel rapimento in Nigeria qualcosa e’ cambiato?
«Sta cambiando. Mai abbastanza per me, ma qualcosa si sta muovendo. La gente non dice più le stesse cose di prima, i politici stanno più attenti a giocare la carta delle divisioni religiose. Tutto questo non è più possibile dopo Chibok, come non è più possibile ignorare il fatto che la diffusione dell’estremismo è un problema reale».

Wole Soyinka scrittore e poeta nigeriano premio Nobel per la Letteratura nel 1986

Come da copione, la Mar­cia delle donne e degli uomini scalzi di Vene­zia si con­clude sul tap­peto rosso della Mostra del cinema: per una volta a cal­carlo non sono le star del jet set ma Kaled, Samir, Niham e ideal­mente, con loro, i tanti rifu­giati che chie­dono acco­glienza in tutta Europa.

Qual­che migliaio di mani­fe­stanti, rigo­ro­sa­mente a piedi nudi, hanno attra­ver­sato il Lido: tante donne, ragazzi e ragazze, tra loro decine di migranti. Soprat­tutto dall’Africa: Nige­ria, Gam­bia, Sene­gal. Si vedono anche ban­diere del sin­da­cato: spic­cano quelle verdi della Cisl, ma ci sono pure iscritti della Uil, e una nutrita rap­pre­sen­tanza della Cgil, con in testa la segre­ta­ria Susanna Camusso.

Folto anche il drap­pello di poli­tici, ma se si eccet­tua il vignet­ti­sta Staino dell’Unità, della galas­sia ren­ziana non si vede nes­suno. In qual­che modo, si tratta di “ex”: l’ex segre­ta­rio di Sel Nichi Ven­dola, la ex mini­stra Livia Turco, gli ex pid­dini Ste­fano Fas­sina e Pippo Civati. Avvi­stato anche l’ex sin­daco di Padova ed ex mini­stro Fla­vio Zano­nato. A rias­su­mere la piat­ta­forma della mani­fe­sta­zione è Giu­lio Mar­con, di Sel, che con il regi­sta Andrea Segre, altri attori e arti­sti, un vasto arco di asso­cia­zioni, ha orga­niz­zato in pochi giorni le marce in tutta Ita­lia: «La prima urgenza — spiega — è quella di alle­stire cor­ri­doi uma­ni­tari sicuri e pro­tetti, a livello euro­peo. Si dovrebbe poter fare già nei paesi di ori­gine, o a pochi chi­lo­me­tri dalle coste, inter­cet­tando i bar­coni per sal­vare chi fugge. E acco­gliere tutti, innan­zi­tutto, cali­brando poi l’intervento a seconda che si tratti di rifu­giati o di migranti economici”.

Il tema main­stream, quello che nella ver­sione Mer­kel, o in quella di Sal­vini, impone una netta distin­zione tra chi acco­gliere e chi riman­dare a casa, qui non sem­bra porre dubbi: tutti con­cor­dano sulla neces­sità di non discri­mi­nare. Lo spie­gano Rita e Filo­mena, due gio­vani sorelle della Con­gre­ga­zione Char­les de Fou­cauld di Fermo, casa di acco­glienza per migranti: «Gli uomini sono tutti uguali, e non puoi sele­zio­nare. Poi anche chi fugge dalla fame, chi tenta di soprav­vi­vere con i pro­pri figli, è come se venisse da una guerra. Noi cer­chiamo di far inte­grare le per­sone che stanno da noi: adesso alcuni di loro stanno creando una coo­pe­ra­tiva con diversi mestieri».

«Da Vene­zia a Kobane, da Buda­pest a Bru­xel­les: #apie­di­scalzi #refu­gee­swel­come». «Io non sono un peri­colo, io sono in peri­colo». «Abbiamo biso­gno di docu­menti». Tanti gli slo­gan por­tati sui car­telli dai migranti, men­tre i cen­tri sociali del Nor­dest — tra loro Luca Casa­rini — scan­di­scono «La nostra Europa non ha con­fini, siamo tutti clan­de­stini», con la dop­pia ver­sione finale: «siamo tutti cit­ta­dini». A metà strada ven­gono messe a dispo­si­zione diverse baci­nelle di tem­pere colo­rate: chi vuole può bagnarsi i piedi e lasciare le pro­prie orme sul via­lone che porta al Casinò.

San­kung, un ragazzo del Gam­bia, spiega di essere ospite con altri 50 immi­grati in un albergo di Chiog­gia: le pro­ce­dure per vagliare le loro richie­ste di asilo sono len­tis­sime, così c’è chi è da oltre un anno in attesa. E visto che non hanno docu­menti, per il momento non pos­sono nean­che cer­carsi un lavoro rego­lare. Il gruppo è accom­pa­gnato da Elena Fava­retto, dell’associazione di volon­ta­riato Migran­tes: spiega che la com­mis­sione di Padova, che ha in carico le loro richie­ste, con­cede gli asili con il con­ta­gocce. Gian­luca Schia­von, del Prc, spiega che il suo par­tito sta spe­ri­men­tando l’accoglienza nelle sedi locali in diverse città.

Tra i bon­ghi e i canti dei migranti e le musi­che dif­fuse dal camion­cino dell’organizzazione, risuo­nano le parole dell’appello letto dall’attrice Otta­via Pic­colo: «Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi. Di chi ha biso­gno di met­tere il pro­prio corpo in peri­colo per poter spe­rare di vivere o di soprav­vi­vere. E’ dif­fi­cile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo. Ma la migra­zione asso­luta richiede esat­ta­mente que­sto: spo­gliarsi com­ple­ta­mente della pro­pria iden­tità per poter spe­rare di tro­varne un’altra. Abban­do­nare tutto, met­tere il pro­prio corpo e quello dei tuoi figli den­tro ad una barca, ad un tir, ad un tun­nel e spe­rare che arrivi inte­gro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai biso­gno». In attesa del ver­tice Ue di lunedì, gli ita­liani e i migranti che hanno mar­ciato oggi in tutto il Paese spe­rano che si apra uno spi­ra­glio per una poli­tica comune dell’asilo e l’istituzione imme­diata di cor­ri­doi umanitari.

«»

. La Repubblica, 12 settembre 2015

LA REAZIONE nel complesso positiva della popolazione tedesca all’afflusso di rifugiati segna un’importante discontinuità con lo stato d’animo imperante nel Paese all’inizio degli anni ‘90. Dimostra che una leadership politica risoluta – di cui finora, con la Merkel, abbiamo sentito la mancanza – può condurre nel lungo periodo l’opinione pubblica e la società civile a manifestare il loro sostegno e la loro volontà di venire in aiuto a queste popolazioni.

L’asilo politico non è una questione di valori – le chiacchiere sul tema dei “valori” mi esasperano – ma un diritto, e un diritto fondamentale. Questo diritto non può essere garantito solo dai Governi. Dev’essere rispettato dalla popolazione nella sua interezza. I Governi possono non riuscire a far fronte alla sfida attuale, per scoraggiamento o per mancanza di sostegno da parte dei loro mezzi di informazione e dei loro cittadini. E a volte anche per calcoli meschini e per la pusillanimità dei partiti politici di fronte alla pigrizia, l’egoismo e la mancanza di una visione alta nella popolazione.

Per il momento, vediamo che i Paesi membri dell’Unione Europea non riescono, complessivamente, ad accordarsi su una linea d’azione comune. L’onesta proposta del presidente Hollande e della cancelliera Merkel non incontra consenso. Si tratta indubbiamente di un segnale allarmante e vergognoso, ma che la dice anche lunga sul reale stato politico di una comunità che non è diretta da un Parlamento e un Governo comuni, bensì da compromessi stipulati tra ventotto Governi nazionali.

Le diverse reazioni nazionali al problema urgentissimo che dovrebbe oggi vedere una risposta comune testimoniano anche realtà di cui bisogna tener conto: la differente anzianità di appartenenza all’Unione, le differenze economiche importanti – troppo importanti – fra Paesi membri, e soprattutto le differenti storie nazionali e le differenti culture politiche.

L’Europa, di fronte a questo disaccordo insormontabile sulla sfida politica e morale rappresentata dalla crisi migratoria, non deve fallire, col rischio di uscirne alla lunga devastata. E a tale scopo vedo solo una strada realistica: la Francia e la Germania devono prendere l’iniziativa e riunire i Paesi strettamente legati fra loro dall’euro e dalla crisi che attraversa questa moneta per proporre delle soluzioni comuni. La Francia e la Germania devono dimostrare che esiste un nocciolo duro dell’Europa in grado di agire e di andare avanti unito.

Un successo simile potrebbe portare anche, finalmente, a un cambiamento dell’atteggiamento del Governo tedesco, da cui dipende in toto un esito positivo, più a lungo termine, della crisi monetaria stessa. La Francia, se adottasse una linea di condotta energica sulla crisi dei profughi, oltre a restare fedele alla sua tradizione politica darebbe una spinta al Governo tedesco, in modo indiretto: non è solo questione di mostrarsi solidali con quelli che cercano asilo politico, perché una solidarietà di questo tipo è un dovere giuridico; una solidarietà finanziaria è anche una necessità politica in seno a una comunità monetaria che può sopravvivere solo con una politica fiscale, economica e sociale comune.
Traduzione di Fabio Galimberti

«».

Qualche prima e veloce osservazione sul documento firmato da Varoufakis, Melenchon, LaFontaine e Fassina che propone una conferenza internazionale per un piano B di possibile uscita dall'euro.
Il guaio vero di questo documento non è solo che esso vede la luce nella imminenza delle elezioni greche e quindi rappresenta obiettivamente un attacco aperto alla linea seguita da Syriza. Ognuno è libero e quindi si assume le proprie responsabilità. Certamente non può fare finta di niente.

Con l'accordo che Tsipras stesso definisce pieno di rischi recessivi, quindi tutt'altro che bello, subito in condizioni ricattatorie, il governo greco aveva però ottenuto di porre la questione del debito come questione da discutere a livello europeo. Non solo per la Grecia, ma per tutti i paesi europei vittime dello stesso problema. Naturalmente restando nell'Eurozona. D'altro canto non vedo altro modo per fare oggi una conferenza - come ha più volte detto Syriza - se non all'interno di uno spazio comune.
Qui invece si propone una conferenza internazionale, cioè un altro atto pubblico, non , come disse precedentemente Varoufakis, un gruppo di lavoro che prepara con la dovuta riservatezza un eventuale piano d'uscita dall'euro da eseguire in tempi rapidi per evitare speculazioni distruttive. In questo modo il piano B diventerebbe inevitabilmente quello A, cioè il principale. Cioè l'uscita dall'euro.
Non sto a ricordare che questa uscita sarebbe traumatica e quindi ci vorrebbe molta accortezza nell'assumerla. Strumenti di governo, e non solo di opposizione, forti per contrastare la fuga dei capitali, le manovre speculative, l'aumento verticale della inflazione, la perdita ancora più veloce del potere d'acquisto di salari e pensioni.
Va ricordato che l'uscita dall'euro non eviterebbe al paese che lo fa di restare in balia dei mercati internazionali. Né di essere possibile preda del dominio tedesco. La Polonia ha una sua moneta, lo zloti, - e intende mantenerla a quanto mi risulta -, ma questo non ha evitato che essa potesse diventare un'articolazione subordinata dell'apparato produttivo tedesco. La forza di un paese non si determina dalla sua moneta. E' vero il contrario.
La forza di una moneta sullo scenario internazionale dipende dalla potenza economica, produttiva, politica e militare del paese che la sostiene. E' la storia del rapporto Usa-Dollaro. Se vogliamo che l'Europa diventi una forza politica, federale, capace di dire la sua nel processo di transizione egemonica mondiale da Ovest ad Est è necessario che non venga smembrata o che diventi un protettorato tedesco, che sconta l'abbandono o la cacciata dei paesi mediterranei in particolare, che è precisamente l'obiettivo della attuale leadership germanica.
Perché non possiamo uscire dallUE, ma dobbiamo conquistarla. «Tutti i paesi, se perdiamo l’Europa, tanto più quelli più piccoli, finirebbero per fluttuare come fuscelli alla mercé delle selvagge leggi del mercato». Nonostante le aggressioni e gli abbandoni (da destra e da sinistra) dobbiamo continuare a sostenere Tsipras.S

bilanciamoci.info, newsletter, 11 settembre 20l5

Sono oramai quasi cinque anni da quando è deflagrato il problema greco, reso clamoroso dalla crisi mondiale ma da quella solo in minima parte causato: già da quando il paese, nel 1981, era entrato nella Comunità europea, primo fra i nuovi sud mediterranei, era risultato evidente che l’allargamento a questa nuova zona dell’Europa avrebbe dovuto indurre cambiamenti di non poco conto nella politica di Bruxelles. Con l’ingresso della Grecia, e qualche anno dopo della Spagna e del Portogallo, tutti e tre peraltro appena usciti dalla dittatura, la nord-centrica entità avrebbe dovuto fare i conti con un ineludibile problema: quello nord-sud (cui solo l’Italia era familiare). Che molti di loro avevano conosciuto solo nei termini del colonialismo.

Con lucidità, quando qualche mese dopo esser diventata membro della Cee la Grecia divenne titolare della sua presidenza di turno, il suo ministro degli esteri Charampopulos, dichiarò: «Accettiamo le responsabilità che ci derivano dalla presidenza, ma non possiamo per questo venir meno ai nostri vecchi giudizi... L’Europa dei sei e poi dei nove era l’Europa dei ricchi, del nord. L’Europa dei dieci e ancor più quella dei dodici sarà un’Europa che vivrà in modo acuto i problemi nord-sud che non possono esser risolti se non attraverso un massiccio trasferimento di risorse e un intervento pubblico pianificatore che condizioni il gioco selvaggio del mercato, destinato ad approfondire la polarizzazione».

Charampopulos rappresentava il primo governo socialista del paese, quello di Andreas Papandreu, che tuttavia, dopo un buon esordio, dimenticò molte cose. Fra queste l’impegno a trarre le conseguenze dalla realistica considerazione espressa all’inizio dell’avventura europea. Era ancora lui al governo, e perciò membro del Consiglio dei Ministri europeo, quando questo, nel 1986, assunse una delle decisioni più cariche di conseguenze negative: la liberalizzazione del movimento dei capitali senza che alcuna altra misura compensativa delle sue possibili conseguenze fosse presa. E non risulta che Atene abbia obiettato, così come, del resto, nessuno dei molti governi socialisti che a quel tempo governavano. Così come assai poco obiettarono anche le sinistre all’opposizione, come nel caso italiano. La speranza di un’intesa mediterranea non si concretizzò mai.

Con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, nel 1993, per non parlare dell’Eurozona, il divario nord-sud diventa cronico. A questo punto anche ove fosse ipotizzabile il massiccio trasferimento auspicato dalla Grecia nel 1981, non sarebbe più sufficiente. Sarebbe necessaria una ridefinizione complessiva del modello e della strategia dell’Unione. Che come sappiamo non ci fu, né c’è tantomeno oggi.

Le risorse dell’Unione furono così sfruttate con spregiudicatezza per operazioni speculative, sovvenzioni a investimenti privati non programmati e non produttivi e un po’ di demagogica spesa pubblica elettorale.

Sappiano tutti cosa è accaduto dopo: nel 1998, quando la Grecia chiede di entrare nel sistema monetario europeo, il suo deficit è al 4,6 % e il suo debito pubblico al 108,5. Cifre troppo negative per ottenere il diritto all’ingresso nell’esclusivo club. Ma il nuovo governo socialista, quello di Simitis, dichiara, solo due anni più tardi, di aver messo tutto in regola e ottiene di entrare nell’Eurozona. E però non era vero, il bilancio era stato falsato. Da allora cresce un’abnorme evasione fiscale, sperpero e corruzione, mentre il paese viene posto sotto la miope tutela di Bruxelles, tanto più interessata a non vedere la realtà perché chi comanda in Europa sono i compagni di partito di quelli al governo ad Atene.

Poi la serie di prestiti micragnosi e condizionati da inaccettabili misure di politica economica: nel 2009 110 miliardi di euro (80 dall’Ue,30 dal Fmi) sulla base del Memorandum of Understanding, da ripagare in 13 tranches. Molto lucrativo per i creditori, soprattutto tedeschi. Inutile per la Grecia. Così come il secondo piano del 2010, basato su prestiti del Fondo Europeo di Stabilità Monetaria, dell’Fmi, e del Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, e così come tutte le altre misure d’emergenza caoticamente e affannosamente varate in questi ultimi anni senza alcuna legittimazione democratica dei procedimenti posti in atto. Perché sempre finalizzate alla restituzione del debito, mai a creare le condizioni necessarie a far sì che tale restituzione fosse possibile: una profonda ristrutturazione dell’economia del paese e un rilancio degli investimenti per uno sviluppo sensato.

Il resto, quanto avviene nella società greca e i mutamenti politici che si innescano, fino alla controffensiva democratica di Syriza, è cronaca attuale.

Ma a questo punto non siamo più al dramma greco, siamo alla crisi dell’Unione Europea tutta: investita da proteste, scetticismo, perduta credibilità. Cui Bruxelles risponde accentuando ulteriormente la tendenza a escludere la politica, e dunque il controllo democratico, dalle decisioni. Siamo oramai nel pieno del modello post-parlamentare e post-democratico, quello auspicato dalla Trilateral più di quaranta anni fa, quando, con la fine della convertibilità del dollaro, ci fu il primo segnale della crisi epocale che viviamo ancor oggi. C’è troppa democrazia, il sistema non può sopportarla – proclamarono allora gli esponenti dell’Occidente, consigliando di non lasciare le questioni economiche in mano a parlamenti incompetenti, perché troppo delicate e complesse.

Di questo modello l’Ue è diventata anticipatrice, sollecitando i governi nazionali dei paesi membri a seguire un’analoga indicazione. (Quello di Matteo Renzi è il miglior allievo).

Era inevitabile che una vicenda che ha prodotto drammi sociali così gravi aprisse un dibattito acceso sulla strategia da perseguire per rendere meno pesante il ricatto cui il paese è stato sopposto anche con il chiaro intento di liberarsi di un governo «pericoloso» come quello di Tsipras: uscire dall’euro e fatalmente dall’Ue, oppure subire il compromesso e cercare di gestirlo per recuperare un rapporto di forza che renda possibile un’alternativa.

Gli articoli, le interviste, i documenti pubblicati nelle pagine di questo e-book aiuteranno ciascuno a farsi un’opinione più circostanziata. La questione ha tanti e drammatici risvolti che non c’è da meravigliarsi se si sono verificati, in Grecia e non solo, dissensi anche aspri e rotture.

Confesso di far fatica a entrare nel dibattito greco perché capisco le perplessità di chi in questi anni ha forse pensato che la strada sarebbe stata più facile e oggi si trova invece difronte a scelte durissime. Capisco la sofferenza di chi vive in prima persona la lacerazione di Syriza la cui unità è stata, anche per noi, un esempio e una speranza. Sono tutti, da una parte e dall’altra, compagni che stimo, moltissimi che conosco da tempo e per cui nutro anche molto affetto. Ma proprio perché la vicenda non è ormai più solo greca ma europea, e dunque riguarda anche noi non greci, non posso esimermi dal dare un giudizio, avere un’opinione. Che tiene conto del fatto che, nel giudicare, mi preoccupa il come riorganizzeremo le forze di un fronte di sinistra in grado di combattere per una diversa Unione europea.

Ho detto Unione e non solo Europa, perché credo sarebbe una catastrofe se ciascuno decidesse di andarsene, così perdendo il terreno comune di lotta, il quadro entro cui, per difficile che sia, si deve combattere. Tenendo a mente soprattutto che se c’è, nell’era della globalizzazione, una speranza di conservare un qualche controllo politico sulle sorti delle nostre società, dobbiamo continuare a puntare su una articolazione macroregionale del mondo, al cui livello non è pensabile possa esser costruito un ordinamento democratico.

Tutti i paesi, se perdiamo l’Europa, tanto più quelli più piccoli, finirebbero per fluttuare come fuscelli alla mercé delle selvagge leggi del mercato. (La Germania, forse, potrebbe permettersi un’uscita dall’Ue, né la Grecia e nemmeno l’Italia, costi quel che costi. Il prezzo di un exit sarebbe molto più caro.)

Non perdere l’Europa, anche perché – come ha scritto Balibar in questo volume – l’Europa è stata condotta dalla storia dei suoi movimenti sociali (delle dure lotte di classe che vi si sono svolte) a un grado di riconoscimento istituzionale dei diritti sociali come diritti fondamentali senza uguali. Non a caso la cosa che abbiamo più in comune per davvero in Europa è proprio il nostro sindacalismo, non mero agente del prezzo della forza lavoro, ma portatore di un’etica che ha penetrato il buonsenso comune. È vero che questo patrimonio è ormai gravemente minacciato, ma proprio per questo dobbiamo cercare di non lasciare che ce lo portino definitivamente via.

Per tutte queste ragioni sono d’accordo con la difficile scelta di Tsipras. Anche perché la sua sfida mi tiene, come sinistra italiana ed europea, dentro la battaglia. Che è buona cosa per noi non greci, ma anche – credo – per i greci. Sebbene sia consapevole che quanto fino ad ora abbiamo fatto sia così poco; e quello che siamo riusciti a imporre ai nostri governi niente.

La disintegrazione dell'autorità pubblica è una delle cause principale dei flussi dall'Africa e dal Medio Oriente. «Non è una disgrazia casuale ma uno dei modi con i quali le grandi potenze esercitano il loro colonialismo economico. Il genere umano dovrebbe prepararsi a vivere in modo più “flessibile” e nomade». Le idee del filosofo sloveno per un programma paneuropeo che tenga conto della realtà.

La Repubblica, 11 settembre 2015

NEL suo saggio “La morte e il morire” Elisabeth Kübler- Ross proponeva il famoso schema delle cinque fasi con le quali reagiamo alla notizia di avere una malattia terminale, ovvero negazione, rabbia, negoziazione (la speranza di poter rimandare in qualche modo il fatto), depressione, accettazione.

La reazione dell’opinione pubblica e delle autorità dell’Europa occidentale al flusso di rifugiati proveniente da Africa e Medio Oriente non è una mescolanza alquanto simile di reazioni disparate? C’è (sempre meno) la negazione: «Non si tratta di un fenomeno così serio, basta ignorarlo ». C’è la rabbia: «I rifugiati sono una minaccia per il nostro stile di vita, tra di loro si nascondono fondamentalisti musulmani, dovrebbero essere fermati a tutti i costi». C’è la negoziazione: «Va bene, stabiliamo delle quote e diamo un sostegno economico per realizzare campi profughi nei loro stessi Paesi». C’è la depressione: «Siamo perduti, l’Europa si sta trasformando nell’Europastan ». Unica assente è l’accettazione che, in questo caso, avrebbe voluto dire mettere a punto un piano pan-europeo coerente che prevedesse le modalità con le quali affrontare il flusso di rifugiati.

La prima cosa da fare è rammentare che la maggior parte dei rifugiati proviene da “stati falliti”, stati nei quali l’autorità pubblica è più o meno inerte, quanto meno in ampie zone (Siria, Libano, Iraq, Libia, Somalia, Congo). Questa disintegrazione del potere statale non è un fenomeno locale, bensì la conseguenza di pratiche economiche e politiche internazionali, e in alcuni casi, come in Libia e Iraq, è la conseguenza diretta degli interventi occidentali. L’ascesa degli “stati falliti” non è una disgrazia casuale ma uno dei modi con i quali le grandi potenze esercitano il loro colonialismo economico. Oltre a ciò, si dovrebbe tenere presente che i semi degli “stati falliti” mediorientali vanno fatti risalire all’arbitrario disegno dei confini dopo la Prima guerra mondiale a opera di Regno Unito e Francia: in definitiva, unendo i sunniti in Siria e in Iraq, l’Is sta rimettendo insieme ciò che fu diviso dalle potenze coloniali.

I rifugiati non stanno semplicemente scappando dalla loro patria lacerata dalla guerra: coltivano anche un sogno preciso. I rifugiati nel sud dell’Italia non vogliono trattenersi lì: la maggior parte di loro vuole vivere nei Paesi scandinavi. Alle migliaia di rifugiati accampati intorno a Calais non piace l’idea di restare in Francia: sono disposti a rischiare la vita pur di entrare nel Regno Unito. Le decine di migliaia di rifugiati nei Balcani vogliono raggiungere almeno la Germania. Tutti costoro manifestano apertamente questo loro sogno come un diritto incondizionato, chiedendo alle autorità europee non soltanto cibo adeguato e assistenza medica, ma anche i mezzi di trasporto necessari per raggiungere le destinazioni scelte. In questa loro richiesta impossibile c’è qualcosa di enigmaticamente utopistico, come se l’Europa avesse il dovere di realizzare il loro sogno.

Si può osservare qui quanto sia paradossale questa utopia: proprio quando la gente si ritrova in povertà, in difficoltà, in pericolo, e ci si aspetterebbe che si accontentasse di un minimo di sicurezza e di benessere, l’utopia assoluta esplode. I rifugiati devono imparare la dura lezione: “La Norvegia non esiste”. Anche in Norvegia. Dovranno dunque imparare a censurare i loro sogni: invece di inseguirli nella realtà, dovrebbero concentrarsi e cercare di cambiare la realtà.

A questo proposito, è indispensabile essere molto chiari: si deve abbandonare una volta per tutto il concetto secondo cui la tutela di uno specifico stile di vita personale è inquadrabile di per sé in una categoria proto-fascista o razzista. Se non abbandoneremo questo concetto, spianeremo la strada all’ondata dei populisti contrari all’immigrazione che monta in tutta Europa. Si dovrebbe evitare di cadere nella trappola del gioco liberale del “quanta tolleranza siamo in grado di permetterci?”. È necessario dunque allargare la prospettiva: i rifugiati sono il prezzo da pagare per l’economia globale. Nel nostro mondo globale, i prodotti circolano liberamente, ma non così le persone, e nascono nuove forme di apartheid. L’argomento dei muri permeabili, del rischio di essere invasi dagli stranieri, è intrinseco e immanente al capitalismo globale. È un indice di ciò che c’è di falso al riguardo della globalizzazione capitalista. È come se i rifugiati volessero estendere la libera circolazione globale dai prodotti agli individui.

Se le grandi migrazioni sono un fenomeno costante della storia umana, è anche vero che nella storia moderna esse sono dovute per lo più alle espansioni coloniali: prima della colonizzazione, i Paesi del Terzo Mondo erano formati in maggioranza da comunità locali autosufficienti e relativamente isolate. È stata l’occupazione coloniale a far deragliare il loro tradizionale stile di vita e a portare di nuovo a migrazioni su vasta scala (anche tramite il mercato degli schiavi). L’ondata migratoria in corso in Europa non è un’eccezione. In Sudafrica oltre un milione di rifugiati provenienti dallo Zimbabwe è aggredito dai poveri locali che li accusano di rubare loro i posti di lavoro. Di sicuro ci saranno altre migrazioni, non soltanto a causa di conflitti armati, ma anche perché ci saranno altri “stati canaglia”, altre crisi economiche, altri disastri naturali, il cambiamento del clima e così via.

La lezione più importante da apprendere, dunque, è che il genere umano dovrebbe prepararsi a vivere in modo più “flessibile” e nomade. La sovranità nazionale dovrà essere ridefinita radicalmente e si dovranno inventare nuovi livelli di cooperazione globale. Nella civile accoglienza dei rifugiati in Austria e in Germania dovremmo vedere un barlume di speranza, ma siamo ancora molto lontani dall’approccio pan-europeo.

Prima di tutto l’Europa dovrà riaffermare il suo impegno a fornire i mezzi per una decorosa sopravvivenza dei rifugiati. E qui non si dovrebbero fare compromessi: le grandi migrazioni sono il nostro futuro, e l’unica alternativa a questo impegno è una nuova barbarie (quello che alcuni chiamano “scontro di civiltà”).

Secondo, in conseguenza di tale impegno l’Europa dovrà necessariamente organizzarsi, e imporre regole e regolamenti chiari. Dovrebbe arrivare a realizzare un controllo governativo del flusso dei rifugiati tramite un vasto network amministrativo che abbracci tutta l’Unione europea (per evitare barbarie locali come quelle delle autorità ungheresi e slovacche). Ai rifugiati occorrerà dare garanzie circa la loro sicurezza, ma si dovrà anche far capire che dovranno accettare il Paese nel quale saranno destinati dalle autorità europee, e che dovranno rispettare le leggi e le usanze degli stati europei: non ci sarà tolleranza alcuna per le violenze perpetrate per motivi religiosi, di genere, o etnici, per nessuno, e non ci sarà il diritto di imporre agli altri il proprio stile di vita o la propria fede, dovendo prevalere il rispetto di ogni libertà dell’individuo, qualora questi intenda abbandonare i propri usi. Se una donna sceglierà di coprirsi il volto, la sua scelta dovrà essere rispettata, ma se sceglierà di non farlo, dovrà essere garantita anche la sua libertà di non farlo. È vero: questo insieme di regole sotto sotto privilegia lo stile di vita dell’Europa occidentale, ma è il prezzo dell’ospitalità europea.

Queste regole dovrebbero essere enunciate chiaramente e chiaramente fatte rispettare, anche con misure repressive, se necessario (tanto nei confronti dei fondamentalisti stranieri, quanto dei nostri stessi razzisti contrari all’immigrazione).

Terzo, si dovrà escogitare un nuovo tipo di intervento internazionale oltre a quello militare e quello economico, che si sottragga alle trappole del neocolonialismo. Potremmo pensare a forze di pace dell’Onu addette a tenere sotto controllo la situazione in Libia, Siria o Congo? I casi di Iraq, Siria e Libia dimostrano come il tipo sbagliato di intervento (in Iraq e in Libia) e così pure viceversa il non-intervento (in Siria, dove dietro la facciata del non-intervento di fatto sono presenti e attive varie potenze straniere, dalla Russia all’Arabia Saudita) possono portare al medesimo punto morto.

Quarto, il compito più difficile e importante è un radicale cambiamento economico che dovrebbe cancellare una volta per tutte le condizioni che creano il fenomeno dei rifugiati. La causa ultima dell’ondata di rifugiati è il capitalismo globale odierno stesso, con i suoi giochetti geopolitici. Se non cambieremo drasticamente le cose, presto ai rifugiati dall’Africa si uniranno i migranti greci e di altri Paesi europei.
(Traduzione di Anna Bissanti)

«Sinistre. Fuori dall'euro: lo propone un manifesto firmato Varoufakis, Lafontaine, Mélenchon e Stefano Fassina. Lanciano una conferenza internazionale. Propongono di dire basta ai trattati-capestro». Positivo allargare lo sguardo e il conflitto dalla Grecia all'Europa, ma negativo sarebbe praticare un Grexit da sinistra.

Il manifesto, 11 settembre 2015

«Un piano B per la Gre­cia» era quello di Yanis Varou­fa­kis, quello della famosa «moneta paral­lela», quando da mini­stro dell’economia, nel corso delle trat­ta­tive tra il suo paese e la Ue, cer­cava di con­vin­cere il primo mini­stro Ale­xis Tsi­pras a non cedere al ricatto delle isti­tu­zioni euro­pee e cer­care strade alter­na­tive a quella che lui con­si­de­rava una resa. «Un plan B» è lo slo­gan usato in que­ste set­ti­mane da Jean-Luc Mélen­chon, lea­der del Parti de Gau­che fran­cese, nel Front de Gau­che, per indi­care una strada alter­na­tiva a quella dell’obbedienza, anche obtorto collo, ai trat­tati euro­pei. «Un piano B in Europa» è il titolo di un dibat­tito sboc­ciato ieri a sor­presa nel pro­gramma della Fête de l’Humanité, sto­rico appun­ta­mento della sini­stra fran­cese in corso in que­sti giorni alla Cor­neuve, alle porte di Parigi. Si terrà domani alle 16 e 30. E sarà un evento per le sini­stre di tutta Europa. I pro­ta­go­ni­sti sono un poker d’assi dei cul­tori del genere. Nes­suno di pro­ve­nienza ’estre­mi­sta’, anzi: sono tutti ex socia­li­sti o social­de­mo­cra­tici. Ma sono tutti usciti dai rispet­tivi par­titi con­tro la loro irre­si­sti­bile e inar­re­sta­bile «deriva a destra».

Natu­ral­mente il padrone di casa sarà Mélen­chon, depu­tato fran­cese e già lea­der del Front de Gau­che; con lui Varou­fa­kis, oggi ancora den­tro Syriza ma in rotta di col­li­sione con le poli­ti­che del suo governo; Oskar Lafon­taine, ex mini­stro delle finanze tede­sco, fon­da­tore della Linke; e infine per l’Italia ci sarà Ste­fano Fas­sina, ex respon­sa­bile eco­no­mico del Pd, ex vice­mi­ni­stro dell’economia del governo Letta, oggi fuori dal par­tito di Renzi e tra i lea­der della “sini­stra radi­cale”. Tutti e quat­tro ex tifosi di Ale­xis Tsi­pras, che però dopo la firma del memo­ran­dum non seguono più. Ma soprat­tutto tutti e quat­tro ormai con­vinti dell’impossibilità di met­tere con­cre­ta­mente in atto poli­ti­che di redi­stri­bu­zione della ric­chezza, di crea­zione di lavoro, di tran­si­zione eco­lo­gica e rico­stru­zione della par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica senza «rom­pere con que­sta Europa» ovvero «den­tro i vin­coli di que­sta Ue». Dopo le vicende gre­che e alla vigi­lia di un nuovo voto ad Atene, il tema dell’accettazione delle regole agita la discus­sione di tutte le sini­stre radi­cali euro­pee, inclusa quella nostrana. E a sini­stra le discus­sioni si inta­vo­lano su un piano incli­nato che porta alle scissioni.

L’intento natu­ral­mente è oppo­sto. I quat­tro hanno scritto nero su bianco un mani­fe­sto che verrà reso pub­blico forse già oggi, alla vigi­lia del dibat­tito. Di fatto è il lan­cio, se non l’atto di nascita, di una nuova orga­niz­za­zione della sini­stra euro­pea. O di un nuovo movi­mento. Deli­nea un pro­gramma di mas­sima per «levarsi di dosso la cami­cia di forza del neo­li­be­ri­smo» che passa per l’abolizione del fiscal com­pact e l’opposizione al Ttip, il Trat­tato tran­sa­tlan­tico sul com­mer­cio e gli investimenti.

Fino a qui sem­bre­reb­bero i soliti i fon­da­men­tali delle sini­stre già rac­colte all’europarlamento nel Gue e nella Sini­stra euro­pea. Ma sta­volta c’è una netta scelta di campo: basta con i trat­tati, è il senso del discorso, mai più firme dei governi alle con­di­zioni cape­stro pro­po­ste dalle isti­tu­zioni euro­pee, basta capi­to­la­zioni sotto la minac­cia del «rullo com­pres­sore» di «una parte» della Bce.

L’invito, cioè il Piano A, è a una cam­pa­gna di disob­be­dienza civile euro­pea con­tro le scelte e le «regole» fino all’ottenimento della rine­go­zia­zione. I governi che rap­pre­sen­tano le oli­gar­chie — è que­sto il ragio­na­mento — hanno un loro piano A, ovvero pie­gare la resi­stenza dei paesi in crisi, e un piano B, ovvero espel­lerli dall’eurozona nelle peg­giori con­di­zioni distrug­gen­done il sistema ban­ca­rio e l’economia, come hanno minac­ciato di fare con la Gre­cia. Per que­sto le sini­stre deb­bono attrez­zarsi. Dotan­dosi di un piano A, appunto il ten­ta­tivo di nego­ziare il cam­bia­mento dei trat­tati, ma anche e soprat­tutto di un piano B: se l’euro non può essere demo­cra­tiz­zato serve un modo per non dover cedere al ricatto, per assi­cu­rare che gli euro­pei abbiano un sistema mone­ta­rio che operi a loro van­tag­gio. Il docu­mento evita i det­ta­gli ’tec­nici’, ma non si sot­trae agli esempi: valute paral­lele, digi­ta­liz­za­zione delle tran­sa­zioni, fino all’uscita dall’euro e la sua tra­sfor­ma­zione da moneta unica a valuta comune.

In ogni caso tutto que­sto sarebbe impos­si­bile, ragio­nano i quat­tro autori, senza un’azione euro­pea coor­di­nata e «inter­na­zio­na­li­sta». Per que­sto domani a Parigi lan­ce­ranno la pro­po­sta di una con­fe­renza aperta a tutti, cit­ta­dini, par­titi e orga­niz­za­zioni, da tenersi in tempi brevi, già a novembre.

Visto da Atene, è un dito nell’occhio di Ale­xis Tsi­pras, alla vigi­lia delle ele­zioni in cui si gioca l’osso del collo, e un inco­rag­gia­mento ai fuo­riu­sciti di Unione popo­lare. Ma il mani­fe­sto non può essere letto solo in tra­du­zione greca e suona assai più ambi­zioso. L’autorevolezza dei quat­tro autori è incon­te­sta­bile. E anche il colpo di scena per tutte le sini­stre euro­pee, tor­men­tate dalla discus­sione sull’uscita dall’euro, fin qui ban­diera quasi esclu­siva delle destre radi­cali e di pochi gruppi a sinistra.

Ecco perché sono insensati, iniqui e controproducenti i respingimenti e le invasioni militari, e perché invece l'unica proposta ragionevole è un'ospitalità completa, utile per l'oggi e soprattutto per il domani.

Ilmanifesto, 18 agosto 2015 (versione integrale, con postilla)

Profughi e migranti sono due categorie di persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno la metà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare, hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame, schiavitù sapendo bene che con quel viaggio, che spesso dura anche diversi anni, avrebbero continuato a rischiare la vita e la loro integrità.

I profughi e i migranti che partono dalla Libia per raggiungere Lampedusa o le coste della Sicilia non sono libici: vengono dalla Siria, o dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Niger o da altri paesi subsahariani sconvolti da guerre, dittature o da entrambe le cose. I profughi e i migranti che partono dalla Turchia per raggiungere un’isola greca o il resto dell’Europa attraversando Bulgaria, Macedonia e Serbia non sono turchi (solo qualche curdo lo è per caso): sono siriani, afgani, iraniani, iracheni, palestinesi e fuggono tutti per gli stessi motivi. Sono anche di più di quelli che si imbarcano in Libia; ma nessuno ha ancora proposto di invadere la Turchia, o di bombardarne i porti, per bloccare quell’esodo prima che si imbarchino, come si sta invece proponendo di fare in Libia, fingendo che questa sia la strada per risolvere il “problema profughi”.
Perché non si concepisce niente altro che la guerra per affrontare un problema creato dalle guerre: guerre che l’Europa, o qualcuno dei sui Stati membri, ha contribuito a scatenare; o a cui ha assistito compiacente; o a cui ha partecipato con propri contingenti. Meno che mai ci si propone di andare a “risolvere” le situazioni siriana, o irachena, o afghana, già compromesse dalle “nostre” guerre, come si pensa invece di “sbloccare” quella libica.
Bombardare i porti della Libia, o occuparne la costa per bloccare quell’esodo, non è, nella mente di chi ne propone o ne invoca la realizzazione, o ne attende con impazienza l’autorizzazione, niente altro che il rimpianto di Gheddafi: degli affari che si facevano con lui e con il suo petrolio e del compito di aguzzino di profughi e migranti che gli era stato affidato con tanto di trattati, di finanziamenti e di “assistenza tecnica”. Dopo aver però contribuito a disarcionarlo e ad ammazzarlo contando - e sbagliando – sul fatto che tutto sarebbe filato liscio come e meglio di prima.
Già solo questo abbaglio, insieme agli altri che lo hanno preceduto, seguito o accompagnato – in Siria, in Afghanistan, in Iraq, in Mali o nella Repubblica centroafricana – dovrebbe indurci non a diffidare soltanto, ma a opporci con tutte le nostre forze, delle proposte e ai programmi di guerra di chi se ne è reso responsabile.

Ma coloro che propongono un intervento militare in Libia, o mettono al centro del “problema profughi” la lotta agli scafisti,non sanno bene che cosa fare. Tra l’altro, bloccare le partenzedalla Libia non farebbe che riversarne quel flusso sugli altri paesi della costa sud del Mediterraneo, tra cui la Tunisia, redendo anche lì ancora più instabile la situazione. Ma soprattutto non dicono – e forse non pensano: il pensiero non è il loro forte – che cosa ci si propone con interventi del genere. Ma capirlo non è difficile: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, composto ormai da milioni di persone, in quei deserti che sono una via obbligata delle loro fughe, e che hanno già inghiottitomolte più vittime di più di quante non ne abbia annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, come si è cominciato a fare con il cosiddetto processo di Khartum, a qualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E’ il risvolto micidiale, ma già in atto, dell’ipocrisia che corre da tempo in bocca ai nemici giurati dei profughi: “aiutiamoli a casa loro”.

Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune che dobbiamo costruire insieme a loro. Non c’è alternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura, o per entrambe le cose. Il primo passo da compiere è prenderne atto. Smettere di sottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa, pensando così di combattere o neutralizzare l’allarmismo di cui si alimentano le destre.

Certo, 50.000 profughi (quanti ne sono rimasti di tutti quelli che sono sbarcati l’anno scorso in Italia) su 60 milioni di abitanti, o 500mila (quanti ne ha ricevuti l’anno scorso l’Unione Europea) su 500 milioni di abitanti non sono molti. Ma come si vede, soprattutto per il modo in cui vengono “gestiti”, cioè maltrattati, sono già sufficienti a creare allarmi e insofferenze insostenibili. Ma non bisogna dimenticare che quelli di quest’anno e degli ultimi anni non sono che l’avanguardia di altri milioni di profughi stipati nei campi del Medioriente e del Maghreb, o in arrivo lungo le rotte desertiche dai paesi subsahariani, che non possono – e non vogliono – restare dove sono. Vogliono raggiungere l’Europa e in qualche modo si sentono già cittadini europei, anche se non per questo dimenticano il loro paese di origine e il desiderio di farvi ritorno quando se ne presenteranno di nuovo le condizioni.

L’Unione europea, in mano all’alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedesco ha concentrato le sue politiche e i suoi impegni nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese della popolazione e nel garantire che le sue grandi banche uscissero comunque indenni dalla crisi. Così, anno dopo anno, ha permesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra, di caos permanente, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l’ondata di profughi e di migranti, senza più futuro nei loro paesi,è la prima e più diretta conseguenza. Non saranno altre guerre, e meno che mai una politica feroce quanto vana di respingimenti, a mettere fine a questo stato di cose che le istituzioni dell’Unionenon riescono più a governare né all’esterno né all’interno dei suoi confini.

A riprendere le fila di quei conflitti, e di quello che si sta producendo a causa degli sbarchi e degli arrivi, non può che essere un nuovo protagonismo di quelle persone in fuga nella definizione di una prospettiva di pace nei paesi da cui sono fuggiti. Ma questo, solo se saranno messe in condizione di organizzarsi e di contare come interlocutori principali, insieme ai loro connazionali già insediati da tempo sul suolo europeo e a tutti i nativi europei che sono disposti ad accoglierli e a impegnarsi direttamente per alleviare le loro sofferenze; e che sono ancora tanti anche se i media non vi dedicano alcuna attenzione.

Bisogna “accoglierli tutti”, come ha raccomandato più di un anno fa Luigi Manconi in un libretto che ne condensa l’esperienza di combattente per i diritti umani; dare a tutti di che vivere: cibo, un tetto decente, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi, di lavorare e di guadagnare.

Ma non sono troppi, in un paese e in un continente che non riesce a garantire queste cose, e soprattutto lavoro e reddito, ai suoi cittadini? Sono troppi per le politiche di austerity in vigore nell’Unione e imposte a tutti i paesi membri; quelle politiche che non riescono e non vogliono più a garantire queste cose a una quota crescente dei suoi cittadini e per questo scatenano la cosiddetta “guerra tra i poveri”.
Ma non sono troppi rispetto a quella che potrebbe ancora essere la più forte economia del mondo, se solo investisse, non per salvare le banche e alimentare le loro speculazioni, ma per dare lavoro a tutti e riconvertire, nei temi necessari per evitare un disastro irreversibile e di dimensioni planetarie, tutto il suo apparato economico e produttivo, e le sue politiche, in direzione della sostenibilità ambientale. Il lavoro, se ben orientato, è ricchezza. D’altronde l’alternativa a una svolta del genere non è la perpetuazione di un già ora insopportabile status quo, ma uno sterminio ai confini dell’Unione e la vittoria, al suo interno, delle forze autoritarie e scopertamente razziste che crescono indicando nei profughi, ma anche in tutti gli immigrati, nei loro figli e nei loro nipoti, il nemico da combattere. E se non direttamente di quelle forze, certamente delle loro politiche fatte proprie da tutte le altre.

Così il problema creato dai profughi, non previsto e non affrontato dalla governance dell’Unione, perché o non ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una potente leva per scardinarle a favore del progetto di un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare la conversione ecologica dell’economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadro attuale non hanno alcuna possibilità di essere realizzati. E’ a noi italiani, e ai greci, che tocca dare inizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.

postilla

Il testo integrale, che qui pubblichiamo alle ore 19,00 del 18 agosto 2015, è consistentemente più ampio di quello pubblicato sul manifesto, e che abbiamo ripreso stamattina: 8900 battute invece di 3600. La riduzione del testo nell'edizione del manifesto è dovuta evidentemente alle ovvie ragioni di spazio che un quotidiano cartaceo ha e che eddyburg non ha. Lo pubblichiamo integrale anche perché ci sembra di grande interesse per altri temi che ci stanno particolarmente a cuore, cui l'articolo direttamente o indirettamente rinvia, quali il New Deal del XXI secolo, e la nuova concezione del lavoro che è necessario introdurre nella nostra società.

«la sociologa americana non ha dubbi: “In passato ci sono state fasi di grandi migrazioni ma mai così. Per troppo tempo la Sinistra ha sottovalutato il problema”». E per troppo tempo, più ancora, il Primo mondo che ci nutre e ci coccola lo ha fatto saccheggiando, espropriando e ammazzando quelli del Terzo mondo. La Repubblica, 26 giugno 2015

Oggi le coste italiane sono diventate il teatro di un evento profondamente diverso rispetto al passato. E basta volgere lo sguardo oltre il bacino del Mediterraneo per capirlo. Siamo di fronte a un grande esodo, che riguarda quasi tutto il pianeta». Saskia Sassen, economista e sociologa della Columbia University, tra i massimi esperti in tema di globalizzazione, non ha dubbi: «La storia ha già conosciuto fasi di grandi migrazioni, ma mai su questa scala, nello stesso periodo e con una tale rapidità».

Professoressa Sassen, come si spiega la fatica dell’Unione Europea per elaborare un piano condiviso?

«Negli ultimi decenni i Paesi europei — ma lo stesso vale per gli Stati Uniti — hanno seguito una sola strategia: accogliere i migranti, più o meno legali, finché hanno avuto bisogno di lavoratori a basso costo. Perché servivano a risolvere un problema interno all’economia occidentale. Ma non si sono preoccupati né dei governi dei Paesi da cui i migranti oggi scappano, né di programmare una politica migratoria sostenibile ed efficace».

Verso quale soluzione si dovrebbe quindi lavorare oggi?

«È difficile dirlo, perché la situazione sembra ormai sfuggita di mano, al punto che l’Alto commissariato per i rifugiati non sa nemmeno come chiamare le regioni d’origine dei 60 milioni di persone in fuga. Da “terre caotiche”, dice l’ultimo rapporto dell’Onu, visto che in molti casi — Libia inclusa — è impossibile stabilire quale sia il governo legittimo. Io di una cosa sono certa: non bisogna rinunciare a cercare interlocutori credibili in Africa. Senza di loro una politica migratoria resta impraticabile».

L’Europa, invece, si chiude. La Francia respinge i profughi a Ventimiglia, l’Ungheria innalza un muro sul confine con la Serbia. E si fatica a trovare un accordo comune per fronteggiare l’emergenza.

«Repressioni e misure di controllo sono soluzioni temporanee: forse possono tamponare provvisoriamente il flusso dei migranti, ma non incidono sulle ragioni delle migrazioni».

Il progetto di un’Europa unita e solidale rischia di naufragare?

«Spero che l’Unione Europea continui a rafforzarsi, ma penso che possa farcela solo a patto di diventare più democratica e meno neo-liberista. Perché l’accoglienza è più difficile quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e anche la classe media viene piano piano espulsa da case e da zone decorose».

Da anni ormai l’estrema destra europea usa la leva della xenofobia. Crede che l’Italia e la Francia si consegneranno presto a Matteo Salvini e a Marine Le Pen?

«L’Europa sarebbe la regione meglio posizionata per opporre alla logica dell’esclusione la cultura dell’inclusione, ma è anche vero che molti elementi lasciano presagire ben altro. Basta pensare alle recenti elezioni in Danimarca (il Partito del popolo danese ha ottenuto il 21,1% dei voti, diventando il secondo partito in Parlamento, ndr ). In un paese che pure è per molti versi illuminato e ragionevole...».

E la sinistra? Ritiene che debba rimproverarsi di non aver capito l’importanza del problema migratorio per le fasce più deboli della popolazione?

«Stabilire di chi siano le colpe non porta da nessuna parte e non aiuta a trovare soluzioni. Ma penso che la sinistra paghi una certa noncuranza, l’incapacità di mettere a fuoco il problema e riconoscere le caratteristiche più sottili delle migrazioni. C’è stato un atteggiamento di semplicistico laissez faire . E nessuno ha saputo mettere minimamente in luce i nessi tra le guerre fuori dall’Occidente e tutte le tipologie di espulsione perpetrate nell’Occidente stesso».

Il suo ultimo libro, invece, si intitola per l’appunto Espulsioni (a settembre per il Mulino). Oggi le farà un certo effetto osservare come ciò che ogni Paese europeo chiede è esattamente “espellere” gli immigrati irregolari…

«Sì, proprio così. Ma il paradosso è che la maggioranza dei migranti che stanno approdando in Europa vive già in una condizione di espulsione. Direi anzi che gli sbarchi di queste settimane sono probabilmente il primo segnale di un futuro nel quale sempre più persone saranno costrette a muoversi, proprio perché espulse dall’economia globale. E quando il proprio territorio è devastato dalla guerra, ma anche da desertificazioni, inondazioni, espropriazioni terriere, non si aspira ad altro che alla mera sopravvivenza. Non si fugge in cerca di una vita migliore, ma soltanto per conservare la propria vita».

Ancora ombre nere sui protagonisti dell’assassinio di Aldo Moro, l’evento che rovesciò il senso della storia dell’Italia contemporanea, avviando in Italia (cinque anni dopo il colpo di Stato in Cile) la discesa lungo lo scivolo Craxi-Berlusconi-Renzi.

La Repubblica, 31 marzo 2014

Notizie giornalistiche riaprono i margini d’un terribile caso. Dopo 31 anni il Pci rimette piede nell’area governativa, alquanto diverso ab illo, votando fiducia al governo monocolore Dc, ma desta sospetti Giulio Andreotti (quattro volte premier), archetipo d’un versatile clericalismo reazionario, e circolano aggressivi malumori. Le Camere votano giovedì 16 marzo 1978.

La svolta conflittuale è opera d’Aldo Moro, cattedratico penalista. Quel mattino esce in via Forte Trionfale n. 79, dove l’aspettavano due automobili, 130 blu, Alfetta bianca e i cinque della scorta. In via Fani era appostato un commando delle imperversanti Brigate Rosse: la scorta tamquam non sit; li abbattono come sagome al bersaglio e lo sequestrano. L’iconografia indica un signore gentile, diverso dalla fauna politica democristiana: porta sul viso un sommesso taedium vitae, congenitamente triste, stanco, annoiato; così appare nelle fotografie 18 marzo e 20 aprile, mandate dai sequestratori.

L’occulta “Prigione del popolo” ospita un processo: capo d’accusa avere servito lo Stato Imperialista delle Multinazionali (i terroristi recitano dogmi rudimentali); tortuosamente abile nel labirinto verbale, tiene in scacco gl’inquisitori. Nel partito aveva sostenuto che gl’innocenti non siano sacrificabili al rigorismo statolatrico; e lettere ai confrères contemplano uno scambio con guerriglieri detenuti: ipotesi estrema, intanto guadagna tempo confidando nelle ricerche. Qualche parola, sfuggita alla censura, suona come riferimento topografico (Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Sellerio, ed. 1983, 175s.). Non è un ago nel pagliaio: Joseph Fouché, ministro della polizia napoleonica, troverebbe il bandolo a colpo d’occhio; e l’omologo Francesco Cossiga vantava singolari abilità tecnocratiche. Dev’essersene dimenticato. In mano sua al Viminale comanda la P2, nel cui disegno va stroncata l’apertura al Pci: l’apparato dà spettacolo senza l’ombra d’un piano intelligente; omissioni, sviste, passi malaccorti; davvero lo cercano? Nell’immaginario collettivo le BR assurgono a potente ente metafisico.

Sincronicamente vanno in scena orribili pantomime. Vedendosi perso, sperava ancora uno scambio. Sul teorema umanitario sostenuto illo tempore chiama testimoni due eminenti democristiani: vero, risponde Luigi Gui; Paolo Emilio Taviani nega, duramente rimbeccato. Stavolta squadra i conti, fuori dei denti. Quel boss ribatte: «Non entro in polemica con le BR»; tanto vale dire che sia succubo dei terroristi, in preda a ignobile paura. Antonello Trombadori, comunista da salotto, e Indro Montanelli gl’intonano un requiem: non esiste più, moralmente morto; riposi in pace (ivi, 68-76, 97).

Che lo Stato dovesse raccogliere la sfida terrorista, l’aveva predicato subito Ugo La Malfa, e nel clamore mediatico qualche mistificatore coinvolgeva la futura vedova attribuendole massime matronali; non lo barattino (ivi, 47 ss.). L’ineguale partita prende cadenze d’inferno. Da 40 giorni abita un cunicolo largo 90 cm e lungo 3 metri: vi macina pensieri e scrive (anche un memoriale), riuscendo a non impazzire; era impresa enorme. Martedì 25 aprile, festa della Liberazione, gli statolatri gonfiano l’ugola: non è più lui, irriconoscibile, testimoniano 50 “vecchi amici”; al posto loro, anche lui sosterrebbe la linea dura, ciarla Flaminio Piccoli (ivi, 102-8). Stando al sicuro, scherniscono l’uomo in spaventoso pericolo. E resiste alla delusione quando Paolo VI implora un rilascio senza corrispettivo (le Br chiedevano 13 detenuti, contropartita impossibile). Questo passo gli salverebbe la vita se i guerriglieri avessero l’organo pensante. Il senso salta agli occhi. Sinora hanno vinto contro lo Stato guadagnando un capitale d’immagine: l’atto pietoso lo moltiplicherebbe; libero, A. M. pone problemi insolubili; ucciderlo è favore alla clique reazionaria.

E non significa niente che là dentro (nella balena democristiana) sia il più pulito? Lo stile Andreotti risplende quando Craxi propone un modico atto umanitario: niente vieta che se ne parli, ma il governo non ammetterà la minima deroga alle norme (l’afferma uno spregiudicatissimo illegalista, partner d’accordi mafiosi), né dimentica il lutto delle famiglie colpite dall’attentato in via Fani; morto chi lo scortava, muoia anche lui. Bel teorema cannibalesco. Il morituro tocca l’argomento con mano lieve nella lettera 4 aprile a Benigno Zaccagnini: la squadra era impari al compito; l’avesse adempiuto, «non sarei qui».

Basterebbe poco a deviare le serie causali giovedì 16 marzo, h. 8.55, ma l’agguato riesce, altrettanto la fuga. Gli restano 55 giorni d’agonia: vilipeso dalla platea, non piange né inveisce, nemmeno parlando d’Andreotti. Nel cunicolo e attraverso i ritagli, scopre una diabolica giostra del potere. L’ultima lettera alla moglie contiene addii e istruzioni sul funerale. Dio sa cos’avverrebbe se, essendosi improvvisamente svegliata qualche fibra cerebrale, martedì 7 le BR lo liberassero raccomandando cautela, perché esiste un fronte statale mortuario. Sabato 13 quanti Tartufi fingono cordoglio in San Giovanni. Vincono P2, Andreotti, Cossiga (s’è guadagnato una funesta carriera). Il Pci sbaglia partita. L’affarista emergente d’Arcore mette piede nell’etere, futuro Re Lanterna.

Corrono fili neri nella storia italiana tra i due secoli: degli oligarchi simulavano rigore etico, genuflessi davanti all’entità mistica “Stato” (da queste parti pochi sanno cosa sia); così liquidano l’innovatore: 36 anni dopo dei giudici devono stabilire se e come lo Stato coesistesse transigente con temibili antagonisti criminali; puntuale, l’oligarchia tenta d’allungare le mani nel giudizio e oppone dei segreti. Meno visibile, ha ancora voce determinante l’ormai vecchio Re Lanterna, tre volte premier, egemone d’un ventennio, negromante dei media, smisuratamente ricco.

L’ideologia del nuovo nècentro-nèsinistra. Da inserire nello stupidario, se l’autore non avesse un peso smisurato nel presente. Lo scritto rivela che non certo dalle sue idee nasce il peso che si è conquistato. Grazie alle debolezze altrui, o anche da più forti e oscuri poteri?

La Repubblica, 23 febbraio 2014

Vent'anni dopo l'uscita di "Destra e sinistra", il bestseller di Norberto Bobbio, l'editore Donzelli ripubblica una nuova edizione con una introduzione di Massimo L. Salvadori e due commenti di Daniel Cohn-Bendit e Matteo Renzi. Pubblichiamo l'intervento del presidente del Consiglio. Un vero e proprio manifesto del capo del nuovo governo

la parola "sinistra" era una parolaccia. Sacrificata al galateo della coalizione di centrosinistra, tanto da giustificare dibattiti estenuanti e buffi sul trattino, ricordate?

"Centro-sinistra" o "centrosinistra" era la nuova disputa guelfi-ghibellini, tra chi pensava il campo progressista come un litigioso condominio, caseggiato rumoroso di partiti gelosi delle proprie convenienze e confini e chi, invece, vagheggiava il Partito-Coalizione, area politica aperta, il cui orizzonte schiudeva l'universo del campo progressista.

In questo incrocio, che ha opposto due linee in parte intente a far baruffa ancora adesso, c'è il Partito democratico, la parola "sinistra" come un laboratorio, sempre in trasformazione, sempre ineludibile.
Una frontiera, non un museo. Curiosità, non nostalgia. Coraggio, non paura. Erano quelli gli anni dell'Ulivo, il progetto di Romano Prodi di abbattere gli steccati che separavano gli eredi del Partito comunista da quelli della Democrazia cristiana, di una forza che raccogliesse istanze liberal-democratiche, ambientaliste, in una nuova unità, una nuova cultura politica semplicemente, finalmente potremmo dire, "democratica".

Erano, nel mondo, gli anni della "terza via", di Bill Clinton e Tony Blair, una rotta per evitare Scilla e Cariddi, tra gli estremismi della sinistra irriducibile e la destra diventata, dopo Reagan e Thatcher, una maschera di durezze. Qualcuno pensò allora perfino che la sinistra fosse ormai uno strumento inservibile, non più adeguato a un mondo nuovo, sulla spinta di quella che si chiamava globalizzazione, dove finiva il XX secolo della guerra fredda e cominciava il XXI, tutto individuale e personal, dalla tecnologia alla politica.

A fare da sentinella, non per custodire e conservare, ma per richiamare alla sostanza delle cose, alla loro forza, il filosofo Norberto Bobbio - or sono venti anni esatti - pensò di tirare una linea, per segnalare dove la divisione tra destra e sinistra ancora teneva e tiene. Suggerendo che la scelta cruciale resti sempre la stessa, storica, radicale, un referendum tra eguaglianza e diseguaglianza, come dal XVIII secolo in avanti. Mi chiedo se oggi che la seduzione della "terza via" - che pure nel socialismo liberale, nell'utopia azionista di Bobbio, ha trovato più che un riflesso - si è sublimata perdendo slancio, la coppia eguaglianza/diseguaglianza non riesca a riassorbire integralmente la distinzione destra/sinistra. Basti pensare, a livello europeo, all'insorgere dei populismi e dei movimenti xenofobi contro i quali è chiamato a ridefinirsi il progetto dell'Unione europea, così in crisi. Un magma impossibile da ridurre alla vecchia contraddizione eguali/diseguali a lungo così nitida.[sic]

Dal punto di vista del sistema politico, infatti, sono e rimango un convinto bipolarista. Credo che un modello bipartitico, all'americana per intenderci, sia un orizzonte auspicabile, sia pur nel rispetto della storia, delle culture, delle sensibilità e della pluralità che da sempre contraddistinguono il panorama italiano. Ma riflettendo sulla teoria, sui principi fondamentali, non so se, invece, non sia più utile oggi declinare quella diade nei termini temporali di conservazione/ innovazione.

Tiene ancora, dunque, lo schema basato sull'eguaglianza come stella polare a sinistra? In una società sempre più individualizzata, sotto la spinta anche delle nuove tecnologie, dei social network, delle reti che connettono ma anche atomizzano, creando e distruggendo comunità e identità? Come recuperare, dopo anni di diffidenza, anche tra i progressisti, idee come "merito" o "ambizione"? Come evitare che, in un paesaggio sociale tanto mutato, la sinistra perda contatto con gli "ultimi", legata alle fruste teorie anni sessanta e settanta, mentre papa Francesco con calore riesce a parlare la lingua della solidarietà? Certo, l'eguaglianza - non l'egualitarismo - resta la frontiera per i democratici, in un mondo interdipendente, dilaniato da disparità di diritti, reddito, cittadinanza. Eppure era stato lo stesso Bobbio, proprio mentre scandiva quella sua storica dicotomia, a rendersi conto che forse la sua argomentazione aveva bisogno di un'ulteriore dimensione, un diverso respiro temporale, un'altra profondità. "Nel linguaggio politico - scrive Bobbio - occupa un posto molto rilevante, oltre alla metafora spaziale, quella temporale, che permette di distinguere gli innovatori dai conservatori, i progressisti dai tradizionalisti, coloro che guardano al sole dell'avvenire da coloro che procedono guidati dalla inestinguibile luce che vien dal passato. Non è detto che la metafora spaziale, che ha dato origine alla coppia destra-sinistra non possa coincidere, in uno dei significati più frequenti, con quella temporale".

Ecco perché, venti anni dopo il monito di Bobbio, è maturo il tempo per superare i suoi confini, modificati e resi frastagliati dal mondo globale, come insegnano Ulrich Beck e Amartya Sen. Serve una narrazione temporale, dinamica, più ricca. Che non dimentichi radici e origini, sempre da mettere in questione, da problematizzare, ma che, soprattutto, faccia i conti con i tempi nuovi che ci troviamo a vivere, ad attraversare. Aperto/chiuso, dice oggi Blair. Avanti/indietro, chissà, innovazione/conservazione.

E, perché no, movimento/stagnazione. Se la sinistra deve ancora interessarsi degli ultimi, perché è questo interesse specifico che la definisce idealmente come tale, oggi essa deve avere lo sguardo più lungo. Le sicurezze ideologiche del Novecento, elaborate sull'analisi di un mondo organizzato in maniera assai meno complessa di quello contemporaneo, rendevano più semplice il compito della rappresentanza delle istanze degli ultimi e degli esclusi, e del governo del loro desiderio di riscatto. A blocchi sociali definiti e compatti bisognava dare cittadinanza, affinché condizionassero le decisioni sul futuro delle comunità nazionali di cui erano parte. Per la sinistra che, dopo Bad Godesberg, si organizzava in Europa in partiti socialdemocratici postmarxisti (e anticomunisti) era un compito certo faticoso, ma lineare nel suo meccanismo di funzione politica.

Oggi quei blocchi sociali non esistono più ed è un bene che sia così! In fondo tutta la fatica quotidiana del lavoro della sinistra socialdemocratica, cara a Bobbio, era stato quello di scardinare quei blocchi. Allo scopo di offrire agli uomini e alle donne, che erano in quei blocchi costretti, l'opportunità di una vita materiale meno disagevole e di un'esistenza più ricca di esperienze. Con l'invenzione del welfare quella sinistra aveva provveduto a sfamare le bocche e gli animi degli ultimi e degli esclusi, liberandoli dal bisogno materiale - libertà fondamentale anche per la sinistra liberaldemocratica americana di Franklin D. Roosevelt - e fornendo loro l'occasione di realizzare se stessi. L'invenzione socialdemocratica del welfare aveva così conseguito due obiettivi storici. Da un lato, difatti, il welfare aveva soddisfatto la sacrosanta richiesta di maggiore giustizia sociale. Dall'altro, tuttavia, il miglioramento delle condizioni oggettive di vita degli ultimi aveva determinato un beneficio generale per tutte quelle comunità democratiche che non avevano avuto timore di rispondere "Sì!" alla loro domanda di cambiamento.

La sinistra cara a Bobbio, quella socialdemocratica e anticomunista, ha insomma vinto la sua partita. Ma oggi ne stiamo giocando un'altra. Quei blocchi sociali che prima rendevano tutto più semplice non ci sono più. Gli stessi confini nazionali che erano il perimetro entro cui si giocava la partita dell'innovazione del welfare sono ormai messi in discussione. Più che con blocchi sociologicamente definiti entro Stati nazionali storicamente determinati, oggi la nuova partita si svolge con attori e campi da gioco inediti. Quei blocchi sono stati sostituiti da dinamiche sociali irrequiete. I confini nazionali non delimitano più gli spazi entro i quali le nuove dinamiche giocano la loro partita.

Di fronte a questo potente mutamento di prospettiva sociale ed economica, culturale e politica, la sinistra deve mostrare di avere coraggio e non tradire se stessa. Deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio. È questo straordinario, irrefrenabile movimento che sfonda la vecchia bidimensionalità della diade destra/sinistra e le dà temporalità e nuova forza. E invece spesso, in Italia e in Europa, la sinistra ne ha paura. Sembra non rendersi conto che il nuovo mondo in cui tutti viviamo è anche il frutto del successo delle proprie politiche, dei cambiamenti occorsi nel Novecento grazie alla sua iniziativa. Perché l'innovazione, quando ha successo, produce un ambiente diverso da quello da cui si è mosso. Un ambiente mutato che chiama al mutamento gli stessi che più hanno concorso a mutarlo. Cambiare se stessi è l'incarico più gravoso di tutti. Eppure non cambiare se stessi, in una realtà che si è contribuito a cambiare, condanna all'incapacità di distinguere i nuovi ultimi e i nuovi esclusi, e all'ignavia di non mettersi subito al loro servizio. Che è proprio quanto successo alla sinistra di tradizione socialdemocratica al cospetto delle sfide del secolo nuovo.

La sinistra è oggi chiamata a riconoscere e a conoscere il movimento continuo delle nuove dinamiche sociali, contro chi vorrebbe vanamente fare appello a blocchi che non esistono più e che è un bene non esistano più! In Italia, più che altrove, la capacità della politica di saper distinguere le dinamiche sociali che interessano gli ultimi e gli esclusi, di saperle intrecciare per dare loro rappresentanza e, infine, di saperne governare il costante movimento per costruire per loro, e per tutti, un paese migliore, è il compito del Partito democratico. È la missione storica della sinistra.

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