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«Il manifesto

Alla ricerca della «con­nes­sione tra le lotte» nei ter­ri­tori col­piti dalla stra­te­gia di «deva­sta­zione e sac­cheg­gio» impo­sta dallo Sblocca Ita­lia di Renzi, dal tra­di­mento siste­ma­tico del refe­ren­dum dell’acqua pub­blica del 2011, dalla pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi e dei beni comuni. L’assise del forum dei movi­menti per l’Acqua a Roma (con­ti­nua oggi al cowork Mil­le­piani nel quar­tiere della Gar­ba­tella con inter­venti, tra gli altri, di Gae­tano Azza­riti, Marina Boscaino e Mau­ri­zio Lan­dini) ieri è diven­tata l’occasione per una rifles­sione su una stra­te­gia di resi­stenza, di disob­be­dienza civile e contro-insorgenza demo­cra­tica con­tro la gestione com­mis­sa­riale del paese ini­ziata con le grandi opere, pro­se­guita con l’Expo e oggi appli­cata nella Capi­tale con il Giubileo.

Lo spa­zio poli­tico per una simile stra­te­gia è for­nito, in nega­tivo, dalle poli­ti­che del governo Renzi in mate­ria di gestione dei ser­vizi essen­ziali (come l’acqua), dell’energia (gas e petro­lio), dello svi­luppo infra­strut­tu­rale del paese basato su ener­gie fos­sili, alta velo­cità, cemento, tri­vel­la­zioni, ren­dita finan­zia­ria e immo­bi­liare, gestione pri­va­ti­stica del pub­blico e dei beni comuni. Sono al momento due gli appun­ta­menti per rico­min­ciare un per­corso di riag­gre­ga­zione con­tro il «con­sumo distrut­tivo del ter­ri­to­rio, dell’energia e dell’acqua»: il primo è la con­fe­renza sui cam­bia­menti cli­ma­tici che si terrà a Parigi dal 30 novem­bre all’11 dicem­bre. Dome­nica 29 novem­bre è pre­vi­sta una mani­fe­sta­zione della Coa­li­zione per il clima tra piazza Far­nese e i Fori Impe­riali a Roma in con­tem­po­ra­nea con ini­zia­tive simili in altre città orga­niz­zate dalla Glo­bal Cli­mate March. L’altro fronte è l’opposizione alle tri­velle: le regioni Abruzzo, Cala­bria, Cam­pa­nia, Lom­bar­dia, Mar­che, Puglia e Veneto hanno impu­gnato lo Sblocca Ita­lia davanti alla Corte Costi­tu­zio­nale che deci­derà sui ricorsi entro la pri­ma­vera 2016. Oggi a Roma al parco delle Ener­gie i movi­menti No Triv, pro­ta­go­ni­sti della pro­te­sta, ter­ranno un’assemblea.

Quella vista ieri a Roma è una società inquieta e ferita, alla ricerca di una via di fuga, con­sa­pe­vole del pos­sente con­trat­tacco che ha ridotto lo Stato di diritto costi­tu­zio­nale allo «Stato bor­ghese ori­gi­na­rio che difende gli inte­ressi dei ceti domi­nanti» ha detto Severo Lutra­rio, uno dei pro­ta­go­ni­sti del movi­mento per l’acqua pub­blica. In que­sta tra­sfor­ma­zione non è secon­da­ria la gestione del potere che ha esau­to­rato la poli­tica rap­pre­sen­ta­tiva, come i cosid­detti «corpi inter­medi», per non par­lare dei movi­menti e dell’associazionismo dif­fuso sog­getti a una stra­te­gia pre­ven­tiva del con­trollo e della repres­sione sem­pre più invasiva.

Più di altri il sim­bolo di que­sta offen­siva poli­tica, legi­sla­tiva e giu­di­zia­ria è stata con­si­de­rata una sen­tenza del Tar del Lazio che ha dato torto ai pochi sin­daci che si sono oppo­sti ai distac­chi «arbi­trari e ille­gali impo­sti dall’Acea. A un’autorità pub­blica come quella del sin­daco — ha aggiunto Lutra­rio — oggi viene negata la pos­si­bi­lità di inter­ve­nire nella gestione di un bene pub­blico come l’acqua ridotto a gestione com­mer­ciale. Que­sto è il paese in cui viviamo. Pren­dia­mone atto».

Alla base di que­sta tra­sfor­ma­zione c’è «la Stra­te­gia ener­ge­tica nazio­nale (Sen) voluta da Monti e acce­le­rata da Renzi con lo Sblocca Ita­lia” ha ricor­dato Vin­cenzo Miliucci (Cobas). Il cre­scente mal­con­tento per que­sta misura emerge tra gli enti locali e le comu­nità alle quali è stata sot­tratta l’auto-determinazione sulla rea­liz­za­zione di gasdotti come il Tap in Salento, sui ter­mi­nali di rigas­si­fi­ca­zione del gas natu­rale lique­fatto o per le atti­vità di pro­spe­zione e ricerca di gas e greg­gio, nella ter­ra­ferma e nel mare. A que­sto pro­po­sito si parla di una «mili­ta­riz­za­zione ener­ge­tica» di cui si denun­cia da tempo l’incostituzionalità.

Emer­gono così i tratti di un dispo­si­tivo di governo basato sullo stato di emergenza.«Le gestione dell’emergenza è emersa negli ultimi tempi con le migra­zioni negli anni Novanta, è pro­se­guita con la pro­te­zione civile e oggi con­ti­nua con il com­mis­sa­ria­mento dei grandi eventi come Expo o il Giu­bi­leo– ha detto Alberto Di Monte (labo­ra­to­rio Off Topic Milano). Que­sta logica è stata intro­iet­tata dallo Sblocca Ita­lia che non col­pi­sce solo il Centro-Sud. A Milano sta creando 15 casi. In una chiave post-moderna, que­sta idea del governo tra­sforma l’eccezione in norma. Il pro­getto è unico, ma potrebbe essere l’occasione per unire le lotte. Per farlo biso­gna pas­sare dai beni comuni al fare in comune».

«Oggi sono le città a subire l’attacco più pesante della pri­va­tiz­za­zione» ha aggiunto Fran­ce­sco Bran­cac­cio, Rete per il diritto alla città di Roma, che ha rac­con­tato anche l’esperienza degli spor­telli anti-distacco dell’acqua. «Que­sto assetto del potere pro­spera sul con­cetto ambi­guo e peri­co­loso di “lega­lità” che chiede l’intervento del potere com­mis­sa­riale invece di spe­ri­men­tare nuovi per­corsi di legit­ti­mità poli­tica — ha aggiunto — Oggi la lotta per i beni comuni si può rilan­ciare matu­rando una capa­cità isti­tu­zio­nale al di là delle isti­tu­zioni esi­stenti». I con­cetti chiave sono: «muni­ci­pa­li­smo, auto-governo e ege­mo­nia». Le idee sono chiare, il per­corso poli­tico è ancora lungo.

Analisi sintetica ma precisa delle caratterisctiche del renzismo. Manca solo un elemento, la cui presenza è facile da individuare nella realtà ma difficile da documentare finché il Re e i suoi vassalli sono al potere: l'utilizzazione spregiudicata dell'arma del ricatto.

Il manifesto online, 1° novembre

Gli avve­ni­menti romani delle ultime set­ti­mane hanno posto in luce, mi pare, alcuni ele­menti di fondo sulla tran­si­zione ita­liana verso la post-democrazia, ossia il supe­ra­mento della sostanza della demo­cra­zia, con­ser­van­done le appa­renze, secondo un pro­cesso in corso in tutti gli Stati libe­rali, ma con delle pecu­lia­rità pro­prie, che hanno a che fare con la sto­ria ita­liana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.

Senza più entrare nel merito della vicenda della cac­ciata di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio, su cui peral­tro mi sono già espresso più volte, a netto soste­gno del sin­daco, pur rile­van­done le debo­lezze e gli errori (ha sin­te­tiz­zato bene ieri l’altro sul mani­fe­sto Norma Ran­geri: «non è il migliore dei sin­daci, il mestiere poli­tico non è il suo, si è mosso fidan­dosi … del suo cer­chio magico»), e con­tro l’azione del Pd, irre­spon­sa­bil­mente soste­nuta anche dal M5S, all’unisono con le frange della destra estrema, pro­pongo alcune rifles­sioni che hanno biso­gno natu­ral­mente di essere appro­fon­dite, oltre che discusse.

I Tesi

Le assem­blee elet­tive, ossia quella che si chiama «la rap­pre­sen­tanza», hanno un valore ormai nullo. Depu­tati, sena­tori, con­si­glieri regio­nali e comu­nali, sono pedine inin­fluenti, che si muo­vono all’unisono con gli orien­ta­menti dei capi e sottocapi. Obbe­di­scono in modo auto­ma­tico, ma cosciente, nella spe­ranza di entrare nell’orbita del potere «vero», o quanto meno avvi­ci­narsi ad essa, e diven­tare sia pure a livelli infe­riori o addi­rit­tura infimi, «patro­nes» di pic­cole schiere di “clien­tes». Il potere legi­sla­tivo è com­ple­ta­mente disfatto.

II Tesi

I par­ti­titi poli­tici, tutti, sono diven­tati «par­titi del capo». I mili­tanti, e per­sino i diri­genti, dal livello più basso a quelli via via supe­riori, non con­tano nulla. Tutto decide il capo, cir­con­dato da una schiera di fedeli, i “guar­diani”. Le forme di reclu­ta­mento e di sele­zione, che dalla base giun­gono al ver­tice, sulla base di per­corsi lun­ghi, tra­gitti di «scuola poli­tica», hanno per­duto ogni sostanza; con­tano con­su­lenti, ope­ra­tori del mar­ke­ting, son­dag­gi­sti, costrut­tori di imma­gine. Il distacco tra il capo, e il ristret­tis­simo ver­tice intorno a lui, e lo stesso par­tito, inteso come strut­tura di ade­renti, intorno, di sim­pa­tiz­zanti, o di sem­plici elet­tori, appare totale. Se crolla il capo, crolla il par­tito, nel Pd come è acca­duto in Forza Ita­lia, e come acca­drà nel Movi­mento 5 Stelle, se i mili­tanti non scel­gono una via diversa.

III Tesi

Il Vati­cano, e le gerar­chie della Chiesa cat­to­lica, costi­tui­scono non sol­tanto uno Stato nello Stato, ma uno Stato poten­zial­mente ostile, che eser­cita un’azione diret­ta­mente poli­tica, volta a con­di­zio­nare, fino al sov­ver­ti­mento, gli stessi ordi­na­menti libe­rali; diventa «potenza amica» solo quando e nella misura in cui il potere legit­timo si piega ai suoi dettami.

IV Tesi

I grandi media non eser­ci­tano sem­pli­ce­mente un’influenza, come sosten­gono certi mass­me­dio­logi; essi rap­pre­sen­tano pie­na­mente un potere, capace di creare o distrug­gere lea­der, cul­tu­rali o poli­tici o spor­tivi. Abbiamo avuto esempi pic­coli e grandi, di distru­zione o costru­zione, da Roberto Saviano a Renata Pol­ve­rini, fino a Igna­zio Marino, osan­nato chi­rurgo, esem­plare per­fetto della «società civile», poli­tico one­sto, sin­daco in grado di sve­lare e sgo­mi­nare l’intreccio affaristico-mafioso della capi­tale, diven­tato improv­vi­sa­mente il con­tra­rio di tutto ciò, a giu­sti­fi­ca­zione della sua orche­strata defenestrazione.

V Tesi

La lotta poli­tica pro­cede oggi su due livelli distinti ed oppo­sti: il livello palese, che finge di rispet­tare le regole del gioco, privo di effet­tua­lità; e un secondo livello, nasco­sto, che conta al cento per cento, nel quale si assu­mono deci­sioni, si scel­gono i can­di­dati ad ogni carica pub­blica, e si pro­cede nella sele­zione (sulla base di cri­teri di mera fedeltà a chi comanda) dei «som­mersi» e dei «sal­vati». Il livello som­merso è in realtà un potere sol­tanto indi­ret­ta­mente gestito dal ceto poli­tico: è ema­na­zione di poteri forti o for­tis­simi ita­liani o stra­nieri, di lobby, palesi o occulte, alcune delle quali cor­ri­spon­denti a cen­trali criminali.

VI Tesi

Il Par­tito Demo­cra­tico, rap­pre­senta oggi la forza ege­mone della destra ita­liana: una forza irre­cu­pe­ra­bile ad ogni istanza di sini­stra. Il suo capo Mat­teo Renzi costi­tui­sce il mag­gior peri­colo odierno per la demo­cra­zia, o per quel che ne rimane. Ogni suo atto, sia nelle forme, sia nei con­te­nuti, lo dimo­stra, giorno dopo giorno. Il suo cini­smo (quello che lo portò a ordi­nare a 101 peo­nes di non votare per Romano Prodi alle ele­zioni pre­si­den­ziali; lo stesso cini­smo che lo ha por­tato a ordi­nare a 25 con­si­glieri capi­to­lini ad affos­sare Marino e la sua Giunta) è lo stru­mento primo dell’esercizio del potere.
Renzi si è rive­lato un per­fetto seguace dei più agghiac­cianti «con­si­gli al Prin­cipe» di Nic­colò Machiavelli.

VII Tesi

La rea­zione spon­ta­nea, dif­fusa, robu­sta alla defe­ne­stra­zione di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio testi­mo­nia dell’esistenza di un’altra Ita­lia: i romani che hanno soste­nuto «Igna­zio», con estrosi slo­gan, nelle scorse gior­nate, al di là dell’affetto o della stima per il loro sin­daco, hanno voluto far com­pren­dere che la can­cel­la­zione della demo­cra­zia trova ancora osta­coli e che esi­stono ita­liani e ita­liane che «non la bevono», che la «que­stione morale» con­serva una pre­senza nell’immaginario dell’Italia pro­fonda (che dun­que non è solo raz­zi­smo e igno­ranza, egoi­smo e paras­si­ti­smo, tutti ele­menti forti nel «pac­chetto Ita­lia»); esi­stono ita­liani e ita­liane pronti a resistere.

Su loro occorre fare affi­da­mento, per costruire prima una bar­ri­cata in difesa della demo­cra­zia, quindi per pas­sare al con­trat­tacco, tra­sfor­mando la spon­ta­neità in orga­niz­za­zione, la folla in massa cosciente, il dis­senso in pro­po­sta poli­tica alter­na­tiva. Che il «caso Marino» costi­tui­sca l’occasione buona per far rina­scere la volontà gene­rale e sol­le­ci­tarla all’azione?

I Il manifesto, 30 ottobre 2015

Il sin­daco Marino ha riti­rato le dimis­sioni. Lo ha fatto, come aveva annun­ciato, entro i venti giorni pre­vi­sti da quel 12 otto­bre quando la scelta di dimet­tersi era arri­vata sull’onda di alcuni espo­sti per la vicenda degli scon­trini fasulli. Ora, final­mente, il Pd, quello romano scre­di­tato dall’inchiesta di mafia-capitale e quello nazio­nale gover­nato dall’uomo solo al comando, è nudo di fronte alla que­stione romana che in sé, per la via “extra­par­la­men­tare” che l’ha con­no­tata, rias­sume la que­stione democratica.

Il ritiro delle dimis­sioni toglie di mezzo alibi e ipo­cri­sie, fa piazza pulita della foglia di fico degli scon­trini usati per gestire, con un com­mis­sa­rio di gra­di­mento ren­ziano, l’importante par­tita del Giu­bi­leo. È peral­tro curioso l’accostamento — da parte del governo — tra la mani­fe­sta­zione cat­to­lica del pel­le­gri­nag­gio reli­gioso con l’Expo, una mani­fe­sta­zione laica misu­rata più che con il sof­fio dello spi­rito santo con i bilanci tra costi e ricavi. Ancora più curioso che un asses­sore del Pd, il tori­nese Espo­sito, sia andato a spie­gare in tv il gran peso avuto, nella vicenda delle dimis­sioni di un sin­daco, dalla “sco­mu­nica” del papa in mis­sione a Fila­del­fia. Come se l’aria di Roma pro­vo­casse repen­tine conversioni.

La scelta di por­tare la crisi romana nell’aula del con­si­glio comu­nale ripu­li­sce un po’ l’aria mefi­tica pro­vo­cata da que­sta brutta com­me­dia gestita dal com­mis­sa­rio Orfini in modo cata­stro­fico, e di certo su man­dato di Renzi. Per­ché è evi­dente che un pre­si­dente del con­si­glio non può “sfi­du­ciare” un sin­daco eletto diret­ta­mente dai cit­ta­dini. Per­ché è chiaro che un segre­ta­rio di par­tito non può deci­dere di col­pire un “suo” sin­daco col­pe­vole di nulla quando si è fatto gran vanto di indos­sare la maglia del poli­tico garan­ti­sta anche verso diri­genti di par­tito e ammi­ni­stra­tori locali inda­gati dalla magi­stra­tura. Oltre­tutto la linea di far dimet­tere i con­si­glieri del Pd potrebbe otte­nere il cla­mo­roso risul­tato, annun­ciato dalle voci della sera, di incas­sare addi­rit­tura la firma di Ale­manno. Un vero capolavoro.

Quali sono allora le colpe poli­ti­che del sin­daco di Roma? Qual è il bilan­cio di que­sti due anni di sin­da­ca­tura? E quando sareb­bero state avvi­state que­ste maga­gne poli­ti­che, se il Pd fino all’anatema papale e fino alla bolla degli scon­trini non ne aveva mai fatto questione?

Come mai, dopo mafia-capitale, Marino era con­si­de­rato un esem­pio di buona ammi­ni­stra­zione, un nemico dei poteri capi­to­lini, un avver­sa­rio delle potenti lobby (dai vigili urbani, alle alte por­pore, ai com­mer­cianti, a certi con­si­gli di ammi­ni­stra­zione…) e ora, invece, è giu­di­cato un inca­pace della peg­gior spe­cie? Le buche nelle strade, la spor­ci­zia, gli auto­bus scas­sati, qui, nella capi­tale, non godono delle atte­nuanti che ven­gono rico­no­sciute alle altre ammi­ni­stra­zioni (man­canza di fondi, poli­ti­che di tagli ai ser­vizi). Anzi abbiamo sen­tito rispol­ve­rare il cli­ché di Milano capi­tale morale — il magi­strato Can­tone ha la memo­ria molto corta — e magni­fi­care la per­for­mance dell’Expo come se né l’una, né l’altra aves­sero rischiato di affon­dare negli scan­dali, nelle rube­rie, nelle atti­vità delle grandi fami­glie mafiose. E meno male che il pre­si­dente della repub­blica man­tiene il dove­roso riserbo, altri­menti il pal­ma­rés del sin­daco mar­ziano avrebbe fatto il pieno.

La situa­zione è grave ma non è seria. Chi ne farà le spese, in un modo o nell’altro, sarà il Pd. Ma a essere col­pita è anche la gestione demo­cra­tica di que­sta vicenda che doveva essere trat­tata alla luce del sole, in Cam­pi­do­glio, non nelle stanze del Naza­reno, non nel modo fazioso di larga parte dei quo­ti­diani nazio­nali (quelli locali hanno fatto una oppo­si­zione “edi­li­zia” dall’inizio della sin­da­ca­tura), non attra­verso infor­ma­zioni pilo­tate e inte­res­sate. Marino non è il migliore dei sin­daci, il mestiere poli­tico non è il suo, si è mosso fidan­dosi soprat­tutto dei “suoi”, del suo cer­chio magico. Ma sicu­ra­mente non è peg­giore di quelli che vogliono far­gli le scarpe.

Fin qui abbiamo assi­stito al primo e secondo atto della tragi-commedia romana. Ora aspet­tiamo il gran finale. Che per più di qual­cuno non sarà indo­lore. E poi si vada alle ele­zioni al più presto.

Corradino Minea è finalmente uscito dalla "sinistra tremula" e ha abbandonato il partito di Renzi. Racconta com'è andata. Molto istruttivo per comprendere l'Italia di oggi. Il manifesto, 29 ottobre 2015, con postilla

Il rap­porto con il gruppo del Pd si era logo­rato. Se rivedo il film degli ultimi mesi, ho votato in dis­senso su jobs act, scuola, Rai, Ita­li­cum e legge costi­tu­zio­nale. Cosa che mi met­teva un po’ in imba­razzo e capi­sco che met­tesse in imba­razzo anche chi aveva appro­vato quelle scelte sba­gliate. Inol­tre la bat­ta­glia nel gruppo aveva perso appeal, aveva minore agi­bi­lità dopo che la mag­gio­ranza della mino­ranza si era messa a lavo­rare Renzi ai fian­chi, per logoralo.

Ma senza con­te­starne la nar­ra­zione che è, secondo me, parte fon­dante della sua poli­tica. Io penso al con­tra­rio che solo una gene­rosa assun­zione di respon­sa­bi­lità poli­tica possa aiu­tare il paese, e quel che resta della sini­stra, a uscire dal cono d’ombra lo sta cac­ciando una poli­tica tanto piro­tec­nica quanto inconsistente.

Sono que­ste le ragioni poli­ti­che delle mie dimis­sioni dal gruppo. Poi c’è la cro­naca, il motore ultimo di una scelta. Quella provo a rac­con­tarla da cro­ni­sta. Mar­tedì 27, Luigi Zanda con­voca i sena­tori in assem­blea, non si sa per discu­tere cosa. Il diret­tore del gruppo mi chiama due volte: «Vieni?», «par­te­cipo a tutte le riu­nioni», «Sta­volta Zanda ti vuole». Capisco.

Si aprono le danze. Il capo­gruppo loda i suoi sena­tori, «siete il soste­gno della legi­sla­tura - dice - e dun­que della Repub­blica». Loda per­sino chi «gli ha fatto male» votando in dis­senso sulla riforma costi­tu­zio­nale, «ma almeno con loro ho par­lato, con la Amati, con Cas­son, ho par­lato con Tocci». Solo Mineo è stato sleale: «Non è venuto nella mia stanza a dirmi che avrebbe votato con­tro. E que­sto (severo!) viola il nostro statuto».

Ma lo sape­vano tutti, l’avevo detto nel gruppo, nei cor­ri­doi, ovun­que. Cosa non ho fatto? Ho omesso di baciare la pan­to­fola del Pre­si­dente. Subito si sca­tena il pro­cesso: durerà due ore e mezzo. Pro­ta­go­ni­sti, nel ruolo della base indi­gnata, sena­tori incra­vat­tati e sena­trici tiratissime.

«Mi ha fatto male vederlo inviare un tweet dopo che il governo era andato sotto sul canone Rai». «Lo hanno applau­dito i gril­lini! (Alzando la voce)». «Rag­giun­giamo un com­pro­messo sul senato, nep­pure siamo con­tenti e lui viene in aula a demo­lirlo!». «Vuole farsi espel­lere per­ché cerca visi­bi­lità». «Un par­tito non è un pol­laio e Renzi ha vinto».

Ci sono stati anche inter­venti di tenore diverso, pochi!. Tocci, sull’assurdità di imporre una disci­plina da cen­tra­li­smo demo­cra­tico nel par­tito in fran­chi­sing di Mat­teo Renzi. For­naro, che ha ricor­dato come la nar­ra­zione ren­ziana demo­nizzi la mino­ranza prima che la mino­ranza parli o pensi. Lo Giu­dice, per il quale la libertà non può valere solo quando con­viene al ver­tice (come per le unioni civili).

Poi Zanda con­clude pro­nun­ciando la parola «incom­pa­ti­bi­lità» (tra me e il suo magni­fico gruppo). E cala l’asso: li avrei defi­niti «servi», in aula, quando avevo obiet­tato alla Finoc­chiaro che Pon­zio Polito non era stato affatto, come ella pre­ten­deva, un poli­tico inca­pace di deci­dere, ma un servo ipo­crita del suo padrone, l’imperatore, che con­di­vi­deva le ragioni del Sine­drio e voleva che si man­dasse a morte Gesù. Se qual­cuno del gruppo si è sen­tito offeso - avevo scritto a suo tempo a Zanda dopo aver subito una con­te­sta­zione in aula ad opera di taluni del Pd - se qual­cuno s’è sen­tito offeso deve avere una gigan­te­sca coda di paglia. Zanda sapeva.

Nel par­tito della nazione con­vive tutto e il con­tra­rio di tutto, ma la nar­ra­zione deve essere una sola, quella del segre­ta­rio pre­mier. Tutto qui. Ora imbian­che­ranno i sepol­cri dicendo che la mia uscita era scritta, che l’assemblea non c’entra, che il par­tito di Renzi non espelle. E que­sto è vero, non espelle, usa la sua mac­china nar­rante per far sì che i dis­si­denti si auto espel­lano, uno alla volta. Civati, Fas­sina, Mineo. E domani, chi? Men­tre gli iscritti e gli elet­tori se ne vanno più nume­rosi. Ma che importa, basta vin­cere anche per un voto, anche se al bal­lot­tag­gio voterà meno della metà degli ita­liani. L’importante è vin­cere, con­tro un avver­sa­rio che si cerca di costruire come perdente.

E ora? Gruppo misto, bat­ta­glia in senato dove la mag­gio­ranza balla e bal­lerà ancora. Lavoro nelle città e con le per­sone, per­ché «c’è vita a sini­stra». A con­di­zione di saper essere uni­tari e gene­rosi. E di rilan­ciare una bat­ta­glia cul­tu­rale, dopo un quarto di secolo di subal­ter­nità alla cul­tura della destra.

postilla

Sempre più spesso si sentono storie che ricordano il processo raccontato dal senatore Mineo. Dalle scuole agli uffici, dalle fabbriche alle giunte comunali chi vuole esprimere un dissenso nei confronti di chi comanda è costretto a tacere; oppure ad andarsene. Il regime feudale instaurato da re Renzi, con la complicità dei cortigiani, dei servi e degli ignavi sta completando il suo progetto. Libero di raccontare ciò che non condivide è soltanto chi ha le spalle coperte: da una ricchezza personale, o da una pensione, o da un laticlavio.

«L’ex premier britannico, intervistato dalla Cnn, ammette una serie di errori. Dai dossier sulle armi di distruzione di massa al diffondersi del terrorismo islamico». Ma per i governanti non è vero che "chi rompe paga".

La Repubblica, 26 ottobre 2015 (m.p.r.)

Londra. Dodici anni dopo la controversa invasione che è costata centinaia di migliaia o forse milioni di vite umane, e il posto di primo ministro a lui, Tony Blair dice: «I am sorry». L’ex leader laburista chiede scusa, anzi tre volte scusa: per gli errori dello spionaggio britannico che avevano attribuito a Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa (la ragione ufficiale per l’intervento militare del Regno Unito accanto agli Stati Uniti), per errori nella pianificazione della guerra e per la mancata comprensione di quelle che sarebbero state le conseguenze del conflitto, ovvero per l’instabilità che ha sconvolto l’Iraq e le regioni circostanti.

Di fatto Blair ammette la propria responsabilità anche per l’ascesa del fanatismo islamico, incluso il sorgere dell’Is, il sedicente Califfato dei jihadisti che oggi controlla parte dell’Iraq e della Siria. Ma l’ex premier continua a rifiutare di scusarsi per avere abbattuto Saddam. Un mea culpa parziale ma pur sempre clamoroso, fatto in una lunga intervista alla , la rete televisiva Usa di sole news, con una serie di dichiarazioni rimbalzate al di qua dell’Atlantico che ieri occupavano la prima pagina del Mail on Sunday, del Sunday Times e di altri giornali inglesi. Un rilievo comprensibile, considerato che è la prima volta che Blair chiede formalmente scusa e ammette sbagli nella organizzazione e gestione della guerra in Iraq, oltre che del dopoguerra.
Parole che fanno tanto più notizia dopo che, qualche giorno fa, proprio un quotidiano di Londra ha rivelato un memorandum segreto della Casa Bianca in cui Blair, un anno prima dell’entrata in guerra, si era di fatto impegnato con l’allora presidente americano George W. Bush a partecipare al conflitto come alleato degli Stati Uniti in qualunque caso e circostanza. Cioè indipendentemente dalle motivazioni ufficiali - il possesso di armi chimiche o biologiche - in seguito usate da Downing street per convincere il parlamento britannico e l’opinione pubblica del proprio paese ad approvare la guerra.
Tenuto conto che è poi emerso che Saddam Hussein non aveva armi di distruzione di massa, gli ha chiesto la , ritiene che la guerra in Iraq sia stata un errore? «Mi scuso per il fatto che l’intelligence da noi ricevuta al riguardo fosse sbagliata. E mi scuso per alcuni degli errori che abbiamo fatto nella pianificazione e, certamente, per il nostro errore nel non comprendere cosa sarebbe accaduto in Iraq una volta che Saddam fosse stato rimosso dal potere. Ma faccio fatica a scusarmi per avere rimosso Saddam».
E a una domanda successiva, sulla responsabilità della guerra in Iraq sul diffondersi dell’estremismo islamico anti-occidentale e in particolare all’ascesa dell’Isis, Blair risponde: «Penso ci siano elementi di verità in una simile visione. Non si può dire, naturalmente, che quelli di noi che hanno rimosso Saddam non hanno responsabilità per la situazione che si è creata (nella regione, ndr) nel 2015».
L’ex premier non accetta di essere chiamato un «criminale di guerra » per i morti e i danni materiali causati dal conflitto e rivendica il fatto di avere vinto un’elezione (la sua terza consecutiva) dopo la guerra; ma riconosce che l’Iraq è stato «un enorme problema politico» per lui.
In effetti è stato il problema che gli ha fatto perdere il posto, perché senza le polemiche sulla guerra difficilmente il suo vice Gordon Brown sarebbe riuscito a costringerlo a dimettersi nel 2007 per sostituirlo a Downing street: è verosimile che Blair sarebbe rimasto ancora al potere e avrebbe cercato di vincere una quarta elezione, contro il conservatore David Cameron, nel 2010. Come che sia, oltre a pesare sul giudizio della storia, il “mea culpa” di Blair potrebbe pesare sull’inchiesta ancora in corso sulla guerra in Iraq, affidata a una commissione indipendente britannica. Due precedenti inchieste governative avevano assolto Blair da ogni responsabilità e particolarmente dal sospetto di avere tramato insieme ai capi dei servizi segreti per gonfiare il dossier sui presunti armamenti di distruzione di massa in mano a Saddam. Ma 12 anni dopo l’Iraq continua a essere lo spettro che tormenta il laburista di maggiore successo elettorale della storia.
Berlusconi e il berlusconismo hanno trovato, si sa, il lori prolungamento. La penna affilata del tenace critico di Silvio non abbandona la presa e ci ricorda quanto l'ideologa e le pratiche del Caimano vivano ancora nella banda vincente.

La Repubblica, 22 ottobre 2015

La stella berlusconiana, apparsa nel cielo politico d’Italia ventiquattro anni fa, impallidiva da un lustro e forse va dileguandosi ma lascia effetti permanenti. L’ascesa incubava i semi del collasso: un megalomane in abiti e pose da gangster marsigliese, furbissimo, molto temibile ma fortunatamente corto d’intelletto, non diventa d’emblée statista; già la discesa in campo segnalava una coazione morbosa a riempire i palchi; avesse del raziocinio, starebbe tra le quinte; quando anche sappia il da farsi, lo fa per caso, perché in via principale coltiva affari suoi. Ad esempio, ordinandosi à la carte una piccola legge, liquida in 3 o 4 milioni i 300 d’un debito fiscale Mondadori.

L’Italia berlusconiana deperiva a vista d’occhio in gaudioso marasma. Le istantanee d’epoca presentano figure d’atlante antropologico. Vedile in Repubblica, 30 agosto 2011. Da sinistra siedono al tavolo Marcello Dell’Utri, Flavio Carboni, Pasquale Lombardi, Arcangelo Martino, gentiluomini P3: Dell’Utri, ora recluso in espiazione d’una lunga pena, scambia pensieri profondi col crinito leonino Denis Verdini, già macellaio, allora triumviro forzaitaliota e banchiere d’avventura (ivi, 2 settembre); l’ancora più avventuroso Carboni possiede discariche tossiche dalle quali cavare oro muovendo pedine politiche (ivi, 3 settembre). L’arte del corrompere è motore immobile del Brave New World: Berlusco Magnus vi regna; inter alia, ha bandito una crociata contro gl’inquirenti intercettatori, affinché gli affari delicati corrano sicuri nei telefoni.
Tali essendo i virtuosi fondamenti, non stupisce il sèguito. L’Egomane cade, dimissionario, indi sfiora una clamorosa rivincita elettorale, ancora favorito dalla pantomima che riporta al Quirinale Neapolitanus Rex; ma nemmeno i santi possono salvarlo da una condanna irrevocabile (frode fiscale), perciò decade dal Senato nel quale aveva asilo, e sbaglia varie mosse: esigeva la grazia motu Praesidentis (sarebbe gesto irresponsabile); imponeva le dimissioni ai suoi ministri, stavolta disubbedienti; ogni tanto cambia idea e sostiene l’esecutivo. Dovendo scegliersi un successore, designerebbe l’ex sindaco fiorentino, ingordo boy scout rivelato dalla Ruota delle Fortuna su Canale 5, ma non è ancora rassegnato a farsi da parte e rimangia il consenso al governo.
Colpo rischioso: l’opposizione offre poche chances; i gregari marciavano nel deserto; la fedeltà era già incrinata da una secessione. Stava nel probabile che alcuni o molti cambiassero seggio, in cerca d’un futuro meno avaro. Offeso, li marchia felloni. Era forse meno prevedibile che guidasse gl’infedeli lo scudiero Denis Verdini: triumviro eminente, interloquiva nelle questioni capitali, impersonando l’establishment d’Arcore, dove pulpiti, turiboli, boiardi genuflessi governano masse adoranti (intervista al Corriere della Sera, 15 luglio 2010); organicamente devoto, nella triste notte 4-5 novembre 2011 consigliava a Sua Maestà d’eclissarsi (c’erano anche Gianni Letta e Angelino Alfano); lo sapevamo intento a ritessere l’unità del partito.
Dev’essere stato un trauma in casa B. il voto sull’art. 2 del ddl relativo al futuro Senato. Forte gesto politico. In primo luogo conferma quel che sapevamo su Matteo Renzi: i discorsi d’ideologia gli entrano da un’orecchia ed escono dall’altra; dopo il famoso colloquio al Nazareno (santuario Pd) dichiarava «profonda sintonia» col decaduto, cultore d’idee singolari sulla legalità. Stavolta parla scozzese: Verdini non è il mostro di Lochness; porta nove voti al nascente «partito nazionale» e i dissidenti cantano fuori tempo. I valori della sinistra? Dopo il bagno nel postcomunismo dalemiano a stento esisteva come nome vuoto. L’Olonese liquida gl’idoli ma ha punti deboli nella storia privata: colossali interessi gl’imbrogliano i passi in politica; ottant’anni pesano; commette gaffes; perde i carismi e quando appare il sindaco in pose d’ultimo grido, l’agnizione è fulminea. Ecce homo novus.
Non lo sarebbe se conservasse maniere, icone, parole d’ordine, riti. Se n’è disfatto senza scrupoli. Il suo futuro è nel polimorfo schieramento postberlusconiano: forzaitalioti rimasti nella vecchia casa, gli esitanti, precursori «diversamente berlusconiani» e l’appena nata Alleanza liberalpopolare. Verdini, già legato alla famiglia R. ratione loci et negotiorum, è insostituibile alchimista, arruolatore, Gran Visir. Da questo lato Renzi ha poco o niente da temere, mentre sarebbe inquieta la gestione d’un partito nel quale contino qualcosa esponenti della soi-disant sinistra. Il predecessore deve rassegnarsi ed è abbastanza scaltro da capire che rischio corra giostrando solo o male accompagnato.
Lo junior resta in «profonda sintonia », quindi non lesina i corrispettivi: supponendo vacante il Quirinale, gliel’offre senza pensarvi due volte; l’abbiamo visto risoluto e cinico. L’incognita sta negli elettori disgustati, non essendo infallibili i trucchi studiati nell’Italicum. Insomma, s’è premunito, diversamente dal quasi omonimo tribuno romano. Va meno bene all’Italia. Sotto i mirabilia quotidianamente annunciati, il «partito nazionale» ha pesanti contropartite in politica interna: la chiamano moderna democrazia liberale ma i «moderati » consorti esigono una linea lassista, anzi criminofila. Vedi lo scempio dei giudizi: assurdi termini mandano in fumo processi e delitti; la procedura diventa fuga dall’equazione penale. In lingua poetica, abitiamo una «terra desolata» (T.S. Eliot, The Waste Land): sviluppo economico, sensibilità etica, tasso intellettuale presuppongono una società le cui risorse siano equamente divise; in misura patologica qui se le divorano i parassiti. La Corte dei conti lo ripete invano. Lobbies intanate tra governo e parlamento lavorano sotto indecenti eufemismi.

«Lo show multimediale del premier sulla manovra mira a colpire più la fantasia che la ragione. E surclassa Berlusconi.Con Renzi una generazione di creativi è entrata nella stanza dei bottoni Il linguaggio del premier miscela tutto, dagli slogan del ’68 ai titoli di giornale, ai social». La Repubblica, 16 ottobre 2015

Signore e signori, ecco a noi il Renziting: evoluto prodotto di tecnologia del potere che annuncia, istituisce e santifica la compiuta sintesi fra l’arte di governo e il marketing. Per cui la legge di stabilità 2016, da vecchi e illeggibili libroni pieni di astruse cifre, si trasfigura in 25 tweet - «di buone notizie» naturalmente - che a loro volta si riassumono e si replicano in altrettante slide dal linguaggio inconfondibilmente pubblicitario e dai colori smaglianti, rosso, arancione, rosa shocking.
Sotto ogni diapositiva, in avveduto alternarsi di tondi e grassetti, il motto unificante della campagna, lo slogan per far credere, il claim per far vendere, il brand per incoraggiare e fidelizzare l’opinione pubblica – in verità, a quanto pare, sempre più distratta: #italiacolsegnopiù.

In conferenza stampa, nell’illustrare la ex finanziaria, Renzi ha fatto Renzi. Cioè il turbo-banditore del XXI secolo, la più aggiornata versione dell’eterno mercante in fiera. Nello specifico, ieri è apparso lievemente più sorvegliato di quando nel marzo 2014, sempre a Palazzo Chigi, inaugurò la proiezione istituzionale delle slide, in quell’occasione accompagnandola addirittura con un “venghino, siori!”; più simile semmai al Renzi che nel luglio scorso, per meglio sottolineare la necessità di prendere slancio e iniziativa, ha imposto alla direzione del Pd la veduta di alcune diacolor a base di Rocco, Herrera e Guardiola, catenaccio, tiki taka e altre variazioni calcistiche – a riprova, se si vuole, del fatto che le strategie di mercato sono oggi divenute così potenti da innervare e colonizzare ogni ambito della vita sociale.

Poi sì, certo, i provvedimenti sono quelli indicati, magari anche più dei 25 reclamizzati sui quali gli apparati di comunicazione del governo, d’intesa con l’agenzia barese Proforma, hanno stabilito di concentrare l’attenzione. Alcuni paiono innovativi. Alcuni buoni. Alcuni meno buoni. Alcuni, almeno a occhio, sembrano i soliti, quelli di sempre, perciò suonano irritanti, per quanto bene o male camuffati. Alcuni infine saranno anche pessimi e altri pura chiacchiera. Ma non è questo, almeno qui, il punto.La novità è che con Renzi una generazione di creativi è arrivata per così dire al potere; e che almeno nelle sue forme, quella che con qualche pigrizia si continua a definire “politica” ha ceduto la sua autonomia e quindi anche il suo campo alla potenza dei consumi.

Nel complesso, più che ottimistico, il messaggio della televendita vira verso l’euforia, almeno a livello cognitivo e quantitativo. Se si considera che di una lista di 25 “nuovi” provvedimenti, se va bene dopo un’oretta se ne ricordano 5 o 6, l’operazione punta a colpire più la fantasia che la ragione.
Ma ogni singolo pezzo che il fedele Franco, l’omino invisibile cui il premier si rivolge con sbrigativa familiarità, ha ieri proiettato sullo schermo di Palazzo Chigi, ogni singola misura e la loro scansione, i linguaggi, gli aggettivi, i verbi, le varianti cromatiche, i caratteri grafici, la punteggiatura, ecco, a livello di sviluppo tecnico e di energia professionale tutto questo ha mandato definitivamente a ramengo la comunicazione berlusconiana.

Senza farla troppo lunga: il nuovo leader ha stracciato il vecchietto; l’allievo ha superato il maestro; il figlio ha vinto sul padre, o quello che è. Nel merito dei testi, i sentimenti, gli incoraggiamenti, le semplificazioni e le emozioni (“orgoglio”, “ci preoccupiamo”, “insieme”, “finalmente”, “la ferita”, “intrappolate”) hanno il sopravvento. Si notano poi parecchi punti esclamativi. È menzionata – segno dei tempi – la parola “povertà”, anche se la vecchia formula berlusconiana “chi rimane indietro” è stata sostituita – se non è zuppa, è pan bagnato - da “chi arranca”.
A livello espressivo, per quel poco e per quel tanto che trasmettono le 25 schede, il renziting sembra basato su un sincretismo che sembra tenere insieme: il riutilizzo di alcune modalità non solo berlusconiane, ma anche proto-leghiste; la lingua sincopata dei social (con la triste soppressione dell’articolo e delle preposizioni); la titolistica dei giornali, dei siti e delle infografiche dei depliant.

Notevole il riciclaggio di slogan della contestazione (per cui l’antico “lavorare meno, lavorare tutti” diventa, per quanto riguarda la lotta all’evasione “pagare meno, pagare tutti”); e quantomeno curioso il ricorso al futuro ribattezzandolo, che dio perdoni i copy, “il dopo di noi”.

Ma qui, anche senza volerlo, si scivola sull’estetica. Per cui la vera perla sta nella bieca astuzia iper-commerciale della slide numero 31, che recita: “Ancora sgravi per chi assume”, e sotto “Meno di prima però, affrettarsi prego”. Là dove, come sa ogni imbonitore, il fatto che le cose mostrate o promesse non ci siano proprio non ha alcuna importanza rispetto alla loro efficacia. Anzi, il contrario.
«La manovra economica va al di là del puro ritorno elettorale. Vuole consolidare un blocco di potere articolato e allo stesso tempo coeso, di cui il Pd deve essere l’unico rappresentante politico, anzi il dominus».

Il manifesto, 15 ottobre 2015

Con la legge di stabilità, il governo Renzi vuole varare un’operazione ambiziosa. Non sottovalutiamola. Da un lato si tratta di una legge dal chiaro sapore elettorale. Una lunga campagna elettorale, la cui prima tappa è costituita dalle amministrative della prossima primavera in quasi tutte le città più importanti del paese. Vere e proprie midterm elections in salsa italiana. Appuntamento dagli esiti non scontati per Renzi, visti i poco soddisfacenti risultati in precedenti elezioni locali. A dimostrazione che la distruzione dei corpi intermedi, asse strategico dell’azione renziana, che comincia dalla liquidazione del suo stesso partito, ha degli effetti collaterali indesiderati, quali la mancanza di una classe dirigente diffusa e fedele.

Dall’altro lato la manovra economica va al di là del puro ritorno elettorale. Vuole consolidare un blocco di potere articolato e allo stesso tempo coeso, di cui il Pd deve essere l’unico rappresentante politico, anzi il dominus.

Nello stesso tempo per Renzi è necessario aggirare i paletti posti da Bruxelles. I censori europei hanno già mostrato i denti a Rajoy. E’ da vedere quindi quale benevolenza otterrà Renzi dai propri padroni e sodali, visto che il suo governo ambisce ad essere niente altro che un’articolazione del sistema di potere delle elite economiche e politiche europee.

Da qui la centralità della cosiddetta riforma fiscale, definita con la consueta modestia una “rivoluzione copernicana”. A quanto riferisce la stessa Repubblica, non certo un organo antigovernativo, i proprietari di 75mila case di lusso e palazzi, ne trarranno ampi benefici, almeno 2800 euro in media a testa. Non importa se a farne le spese sarà la Sanità o altri istituti dello stato sociale. Un tempo misura della nostra civiltà. Diceva il grande Petrolini: quando bisogna prendere i soldi li si cavano ai poveri, ne hanno pochi ma sono tanti. Quindi, se si fa il contrario, ovvero si concedono generosi sgravi fiscali, meglio farlo con i ricchi, perché sono meno e hanno più potere.

Per questo la più grande “riforma fiscale di tutti i tempi”, secondo un’altra sobria definizione del suo autore, va oltre al copia e incolla di quella berlusconiana. Il vecchio leader di Arcore almeno ci metteva un po’ di populismo e parlava di una seconda fase dedicata a l’alleggerimento della pressione fiscale sulle persone fisiche. Invece Renzi prevede che il secondo step deve riguardare le aziende, cioè l’Irap e l’Ires. Il resto viene dopo, se viene. E Squinzi, dopo qualche incomprensione, si riaccende di amore verso il governo. Confortato anche dai propositi del leader di Rignano di intervenire di autorità sullo svuotamento della rappresentanza sindacale e sulla liquidazione del contratto collettivo nazionale, usando come piede di porco l’innocente salario minimo orario legale, ancora da definire.

Qui si scende negli inferi del diabolico. Il taglio dell’Ires verrebbe condizionato al via libera della Ue sulla flessibilità per i costi dell’ondata migratoria. Ovvero i migranti e i profughi, quelli che sopravvivono alla guerra per terra e per mare in atto contro di loro, verrebbero usati come merce di scambio per ridurre le imposte sul reddito d’impresa. Ma un occhio di riguardo bisogna pur tenerlo anche per gli evasori fiscali: non pagano le tasse, ma votano come gli altri. Ecco quindi sbucare l’innalzamento della quota di contante da mille a tremila euro per ogni singolo pagamento, in modo da renderne impossibile la tracciabilità.

Renzi vuole durare. Per farlo, dopo la distruzione sistematica dei corpi intermedi della società civile, deve dare vita a un nuovo blocco di potere con collanti tenaci. Vuole e deve risolvere la dicotomia di cui parlava Niklas Luhmann, su cui forse gioverebbe tornare a riflettere per capire le derive del presente. Quella tra potere e complessità sociale. La seconda viene compressa e strozzata dalle controriforme costituzionali, istituzionali e elettorali in atto (che speriamo di potere smantellare con gli opportuni referendum). Il primo va al di là di quel “mezzo di comunicazione”, di quel “sottosistema” autonomizzato di cui parlava Luhmann nella sua polemica con Habermas. In quanto articolazione di un potere superiore, quello espresso dagli organi a-democratici della Ue, diventa strumento di disarticolazione di ogni potenziale schieramento sociale antagonista e contemporaneamente di inclusione/corruzione di strati e settori sociali utili a puntellare un sistema che non sopporta la dualità sociale attiva. Cioè il conflitto.

Nell'intervista di Antonrello Caporale a Massimo Cacciari il filosofo distilla gocce di saggezza sull'uomo che sta distruggendo l'Italia. La Repubblica, 12 ottobre 2015

Aiuto! Al Pd sono spariti i candidati. Affogati nel ragù renziano, invisibili, declinanti prima ancora di aver tentato il decollo. Il giovanissimo e atletico centrosinistra di Matteo annaspa ovunque in Italia. Non parliamo del centrodestra. Dei cinquestelle vale la regola della tripla al totocalcio: possono fare eleggere una nuova classe dirigente ma anche disperderla nella curva da ultras della rete.

Massimo Cacciari, il Pd governa in un deserto. Ha così tanto potere e così poca gente che nelle città lo sappia gestire.
C'è Renzi e basta. La sua vittoria non si innesta in alcun pensiero forte, tiene il comando in questo presente alla guida di un corteo composto da amici, parenti, affini, qualcuno incontrato per caso in piazza. I ministri, nel senso etimologico della parola, gli portano la minestra. Ha dato alla Boschi, poco più che trentenne, il compito di riformare la Costituzione. E ho detto tutto, sarò misericordioso.
Eppure nel dopo Tangentopoli, quando l'Italia fu svuotata dalla sua classe dirigente e onnipotente, nacque la stagione dei sindaci.
A decine erano, e bravi, efficienti. Dimentica che quella stagione fu promossa da una piccola grande rivoluzione: l'elezione diretta. Quel meccanismo fu una fionda, liberò energie, attrezzò nuove campagne elettorali, stimolò tanta gente a partecipare.
Quando ci siamo dati la zappa sui piedi?
Quando abbiamo ucciso il federalismo che avrebbe dovuto completare la riforma istituzionale. Trasformare le regioni in enti federati ed efficienti, smontare la burocrazia, la rendita parassitaria.
E la Lega di Bossi?
Ma per favore! La Lega è stata la tomba del federalismo. Volevano la secessione e null'altro. Bossi è stato una disgrazia. Adesso non c'è più niente da fare . Adesso si trasforma il Senato invece di abbatterlo, chiuderlo, azzerarlo. Col risultato che tutto sarà uguale a prima.
E manca un partito che sia uno.
Renzi vince perchè rappresenta una novità. C'era Bersani e quel mondo lì, assolutamente indigeribile. Però rischia molto. A Milano lo sa solo Allah come andrà a finire, Roma è tra le macerie, Napoli non pervenuta. Vogliamo parlare di Torino, di quel che c'è a Bologna, di come si è ridotta l'Umbria?
Zero carbonella.
Parliamoci chiaro. Quelli della prima Repubblica saranno stati anche fetenti, ma erano colti, leggevano libri. Ho conosciuto Chiaromonte, Amendola, Moro. Ricordo che con Fanfani si parlava di Max Weber e della scienza amministrativa.
Questi qua hanno avuto la play station.
Non c'è passione, manca la cultura, la competenza. Il premier è autocentrato, ha tanta cura per sé e un corteo che lo segue. Spero vivamente che quel corteo possa trasformarsi in qualcosa di meglio. Ma la vedo dura.
A Napoli è rispuntato Antonio Bassolino.
Qui c'entra la psicologia. Mi spiace per lui, perchè dimostra di essere un tossicodipendente della politica e purtroppo è una condizione che appartiene a molti. Ma il fatto che sia rispuntato denuncia la desolazione, il nulla intorno. Se uno come Renzi deve accomodarsi sulle gambe di Vincenzo De Luca per vincere la Campania...
Il centrodestra invece?
Fin quando avrà tra i piedi Silvio Berlusconi (un altro tossicodipendente della politica) sbatterà il muso contro il muro.
Resta il movimento dei cinque stelle.
Sta assumendo un rilievo meno ambiguo, riesce a portare in televisione gente che è pure capace di raccontare qualcosa. Si avvia a prefigurare per sé funzioni di governo. Ha molte possibilità di fare bene, e molte altre di fare male.
E la velocità di questo nuovo tempo non è una qualità finora vilipesa?
Vero. Ma velocità e talento da soli non bastano. Il talento ha bisogno di una squadra, di una struttura che organizzi e spinga in avanti. Di un altro nome forte, almeno uno, che nasca in periferia.
Lei crede che Renzi sia interessato a promuovere leadership alternative alla sua?
Anzitutto non è detto che debbano essere alternative o concorrenti. E comunque deve correre il rischio. Non sa chi mettere a Roma, chi mettere a Milano. A Torino c'è Chiamparino, uomo dei miei tempi, a Palermo ancora resiste Orlando, a Catania Enzo Bianco. Capisce il baratro che gli sta davanti?

S'era detto che avrebbe liberato energie.
Sì, s'era detto.

Il Fatto quotidiano, 10 ottobre 2015

Il professore Alberto Asor Rosa, icona degli intellettuali di sinistra, è stato il primo a usare la definizione di mutazione geneticanel linguaggio politico. Accadde nella Prima Repubblica, con il Psi di BettinoCraxi. Trent’anni dopo la stessa metafora scientifica accompagna, nellavulgata giornalistica, il Pd renziano nel suo grottesco viaggio verso la destrapeggiore di questo Paese, quella degli ex berlusconiani Denis Verdini eAngelino Alfano, futuri inquilini o alleati del Partito del la nazione.

Professore, che cosa sta diventando il Pd di Renzi?
«Un partito nuovo che non ha più una base di massa,rispon de al comando di un leader in contrastato e ha un gruppo dirigenteconservatore di destra».

È una perfetta definizione accademica, senza fronzoli. Un partito didestra, nemmeno di centro.
«È un dato di fatto che l’attuale vertice del Pd haescluso dal gruppo dirigente ogni erede della tradizione comunista, ma ancheprogressista o riformista. Sono tutti ex democristiani».

Una nuova Dc.
«No, perché ai vecchi democristiani non sarebbe maivenuto in mente di proclamare il Partito della nazione. L’obiettivo del Pdn èl’ulteriore perfezionamento in termini di destra di questa tradizionecentrista, che non ha ritegno a considerare interlocutori Alfano e Verdini».

Risultato: Verdini non è il mostro di Loch Ness (Renzi dixit) ma Marinosì.
«La liquidazione di Marino può essere annoveratatra le molteplici iniziative di Renzi e del renzismo di avere sull’Italia uncontrollo totale. Quando questo controllo non c’è si ricorre all’aggressività».

Marino ci ha messo del suo.
«Il sindaco di Roma non ha rivelato quella tempradi condottiero necessaria, ma non ho dubbi che abbia prevalso, contro di lui,una spinta eversiva e catastrofica proveniente da tante parti».

Com’è possibile che il Partito di Loch Ness nasca a sinistra, anziché adestra?
«La risposta è facile. Per metterein moto questo processo occorreva che la forza trainante fosse una parvenza disinistra dietro cui nascondersi, altrimenti ci sarebbe stato un coro disghignazzamenti, se non di manifestazioni di piazza».

Quindi il berlusconismo è stato meno pericoloso del renzismo.
«Sì, “Silviuccio” non era in grado di elaborareculturalmente una simile invenzione. E politicamente la piazza glielo avrebbeimpedito».

A Renzi no, invece.
«Può fare quello che sta facendo perché il Pd èmutato nelle sue radici e la mutazione genetica ha investito anche i suoielettori. Non dimentichiamo che lui arriva dopo una sequela pluridecennale difallimenti del centrosinistra e la gente ha pensato: “Almeno questo faqualcosa”».

Il fatidico 40 per cento alle Europee.
«Renzi ha un consenso vasto anche se il puntoculminante del suo successo è già alle nostre spalle».

All’orizzonte c’è però l’autoritarismo della nuova Costituzione.
«Qualsiasi atto del presidente del Consiglio miraal restringimento della democrazia, in termini di spazi e di base del consenso.Contano solo i vertici del potere, dalle rappresentanze politiche al presi de-managerdella scuola. Per renzismo, intendo questo».

Combattere il renzismo dall’interno del Pd non sembra possibile.
Sulla minoranza del Pd, in questi giorni, mi sonovenute in mente solo due parole».

Quali?
«Ridicola e penosa. Ridicola perché ha fatto riderela battaglia su alcuni particolari della riforma Boschi. Penosa perché ilrisultato ha dimostrato che la minoranza non conta nulla. Poi ha superatoanche il limite etico-politico perché non si è vergognata di votare con Verdini».

Fuori dal Pd c’è un deserto a sinistra?
Deserto mi pare eccessivo. Ci sono tanti pezzettisparsi ma non c’è nessuno in grado di convogliare queste forze verso la stessadirezione.

Un effetto collaterale della mutazione genetica?
«Dalla crisi dei grandi partiti di massa natidall’antifascismo e dalla Resistenza non c’è stata nessuna vera scintilla».

Come si qualifica una mutazione?
«Quando cambiano natura, vocazione e cultura».

Nel Pd renziano?
«Si parte dall’idea che i conflitti sociali sianodannosi per cui i sindacati diventano il nemici. Così la cultura della nazioneimpone una ratio comune che è quella del grande capitale e della grandefinanza. Il terzo punto è il restringimento della democrazia. Il Partito dellanazione, sviluppato sino in fondo, comprenderà anche Berlusconi e iberlusconiani, non solo Verdini e Alfano» .
«“L’Italia capisce bene l’esigenza di investire in personale umano e in capacità che sono richieste per mantenere la nostra difesa comune al fianco degli alleati Nato”. Sul piatto c’è altro. La Siria, dal punto di vista degli Usa. E da quello italiano soprattutto la Libia». Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2015 (m.p.r.)

«Non c’è ancora un orientamento preso dal governo», ma l’Italia ha già deciso «con i nostri alleati di contrastare con forza il Daesh». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, chiarisce così, durante una conferenza stampa con il capo del Pentagono, Ash Carter, a che punto è la questione bombardamento in Iraq. La decisione formalmente non è presa, e il governo assicura che ci sarà un voto del Parlamento, ma Matteo Renzi un impegno di massima con l’alleato americano l’ha preso a New York, durante l’Assemblea generale dell’Onu. Un’offerta di “sostegno risoluto”, che gli Usa hanno accolto con favore, ma non hanno particolarmente sollecitato.

Perché poi, si parla di armare 4 Tornado, che nell’ambito di un’operazione come quella in Iraq sono abbastanza irrilevanti. E dunque, a Obama interessa fino a un certo punto questo cambio della natura della missione italiana, ma di certo lo gradisce. E a Renzi costa tutto sommato poco, ma può usarlo per accreditarsi con gli Usa. Tanto è vero che Carter, arrivato in Italia l’altro ieri per un viaggio deciso da tempo (ieri è stato ricevuto dal presidente della Repubblica, Mattarella e poi ha avuto due ore di faccia a faccia con la Pinotti) non ha chiesto formalmente il cambio delle regole di ingaggio dei nostri militari. E pubblicamente si è limitato a dire: «L’Italia capisce bene l’esigenza di investire in personale umano e in capacità che sono richieste per mantenere la nostra difesa comune al fianco degli alleati Nato».
Sul piatto c’è altro. La Siria, dal punto di vista degli Usa. E da quello italiano soprattutto la Libia, dove il premier rivendica da mesi un ruolo centrale. Al Colle, l’Iraq non è proprio entrato nei radar. Ma Carter ha detto che gli Usa sarebbero disponibili a riconoscere all’Italia un ruolo di punta in Libia, per la stabilizzazione del paese. E poi, ha insistito a lungo sulla Siria, criticando la strategia russa: «Continuano a colpire obiettivi che non sono l’Isis». La critica a Mosca ha un particolare significato in Italia, visto che Renzi ci ha tenuto in questi mesi a tenere un rapporto con Putin ed è stato il primo a chiarire che l’Italia non avrebbe attaccato in Siria.
Alla luce di tutto questo si capiscono meglio le motivazioni della posizione sull’Iraq: con il «sostegno risoluto» offerto da Renzi durante il “summit contro il terrorismo” indetto e presieduto da Obama, il 29 settembre, a New York. Contro l’Isis, c’è in campo «la più grande coalizione mai vista. Offro al presidente Obama tutto il sostegno dell’Italia sul fronte dell’azione antiterrorismo»: sono parole che già contengono in nuce un salto di qualità nella presenza dell’Italia in Iraq. Anche a New York Renzi ha insistito sulla Libia. Prospettando dalla tribuna dell’Onu, una leadership italiana per una missione che non c’è (e prevedibilmente non ci sarà).
Però, in Libia, una volta arrivati a un governo di unità nazionale si tratterà di fare ancora non ben definite operazioni di stabilizzazione. Dove l’Italia rivendica un ruolo. Da notare che a sostituire Bernardino Leon, come inviato Onu, sarà il tedesco, Martin Kobler. E nell’ultimo vertice trilaterale a Parigi, con cena annessa, tra i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna, l’Italia è stata esclusa. E dunque, si tratta comunque di un posto, caso mai, di coordinamento. La Pinotti ieri ha negato in conferenza stampa che ci siano correlazioni tra Libia e Iraq. Ma tutte le fonti, da Palazzo Chigi in giù, insistono sul fatto che l’ “Italia si muove con la coalizione, all’interno di una strategia politica complessiva”.
Sui tornado, dunque, Renzi aspetta di vedere come reagisce l’opinione pubblica. Anche perché lo stesso Mattarella è piuttosto freddo. Il punto è che il premier di certo avrebbe voluto “governare” la notizia: invece in realtà l’accelerazione data con lo scoop del Corriere lo ha messo in difficoltà, anche nella prospettiva di far passare un ’operazione militare agli occhi degli italiani. A dare l’impulso sono stati i militari. Che vogliono un ruolo più forte nella missione, ma soprattutto evitare i tagli alle spese annunciati dal ministro dell’Economia, Padoan nella legge di stabilità. Peraltro, per martedì sera era prevista in Commissione una discussione sul Libro Bianco della difesa. Altri tagli di cui non si è discusso, vista l’attualità. Intanto, ieri Carter nel colloquio al Colle ha mostrato grande considerazione nei confronti del Presidente. E ha trattato l’Itali a come un partner decisamente affidabile. Ma Renzi sa che per accreditarsi davvero deve essere pronto a bombardare appena arriva la richiesta formale degli Usa.
«I migranti rifiutano l’identificazione. E tra le tante domande senza risposta la più importante è: basta la provenienza per stabilire in 48 ore se chi sbarca col volto stravolto e occhi imploranti è profugo o migrante economico? Siria sì, Nigeria no».

La Repubblica, 1 ottobre 2015 (m.p.r.)

Lampedusa. I primi quindici migranti sono già scappati. Identificati qui nell’ hotspot sperimentale di contrada Imbriacola, inseriti nel registro delle quote europee, trasferiti sulla terraferma, nell’hub di Villa Sikania a Siculiana (Agrigente) in attesa di essere inviati nel Paese di destinazione. Scappati. Via, a cercare il primo treno o a farsi prelevare dall’autista dell’organizzazione di trafficanti per l’ultima tratta del loro viaggio nel tentativo di raggiungere la destinazione scelta da loro. E non dall’Europa.

Esattamente come succedeva prima del 21 settembre, quando è partita la sperimentazione del primo dei sei hot spot chiesti dall’Europa per l’identificazione dei migranti che arrivano dal Canale di Sicilia: Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Porto Empedocle, Augusta,Taranto. E qui a Lampedusa l’atmosfera è già tesa. Non solo perché, come non accadeva più da tempo, gli ospiti in pochi giorni sono già oltre 600, impauriti dal diffondersi delle voci di meningite, già smentiti dai medici dopo gli esami a cui sono stati sottoposti una dozzina di migranti arrivati con sintomi preoccupanti.
C’è tensione perché nessuno sa come fare a mettere in pratica quelle che, sulla carta, sarebbero le direttive europee. «Come dovremmo fare a convincere questi migranti a lasciarsi identificare e a farsi prendere le impronte? Non possiamo obbligarli e lo sanno tutti che la maggior parte di loro non intende farlo neanche ora con la prospettiva delle quote, che per altro non sanno neanche cosa sono», dice uno degli operatori da 48 ore alle prese con un gruppo di 300 eritrei sbarcati da una delle navi che pattugliano il Canale di Sicilia.
Eritrei, ma soprattutto egiziani, nigeriani, senegalesi, marocchini, pachistani. Di siriani sui barconi che affrontano la traversata non se ne vedono più da settimane. Gli ultimi “arrivi” dirottati sui porti siciliani non partono neanche più dalla Libia. Le barche hanno ripreso a salpare dai porti egiziani, trasportano per lo più “migranti economici” che, difficilmente, nelle prime 48 ore in un hotspot potranno dimostrare di avere diritto a chiedere protezione internazionale. E che, quindi, in teoria dovrebbero essere respinti immediatamente. Ma come,e soprattutto quando? Se lo chiedono a Lampedusa dove, tra la gente, ha ripreso a serpeggiare il timore che, nel giro di pochi mesi, l’isola possa tornare a essere assediata da migliaia di persone vista l’oggettiva difficoltà ( anche in assenza di accordi bilaterali con i Paesi coinvolti) di organizzare rimpatri di massa.
«Hot spot, hub rischiano di rimanere parole vuote - dice il prefetto di Trapani, Leopoldo Falco, da due anni impegnato personalmente nella trincea dell’accoglienza ai migranti - l’Europa deve avere chiaro che qua noi innanzitutto salviamo vite umane. Se si vuole caricare sulla prima linea anche questo lavoro, bisogna innanzitutto investire in risorse. Non si può chiedere all’Italia, alla Sicilia di fare hot spot a costo zero. Qualcuno lo sa cosa significa identificare queste persone? In un’ora se ne possono fare sei, sette. Con i numeri che abbiamo significa caricarci di centinaia di ore di lavoro senza alcuna certezza. E se, come spesso accade, i migranti si rifiutano di farsi prendere le impronte, gli operatori delle forze dell’ordine non hanno altro da fare che una cosa inutile e formale: farsi dire dal migrante il nome che vuole, annotarlo e poi, dopo 48 ore, lasciarlo libero.La legge non prevede altro, noi non abbiamo nessuno strumento per trattenerli. In teoria si dovrebbe arrivare alle espulsioni, in teoria».
Al momento, dunque, si naviga a vista. Al centro di accoglienza di contrada Imbriacola di Lampedusa, nelle due stanze approntate a tempo record dalla questura di Agrigento lavorano solo i poliziotti della scientifica. Così come avveniva prima. Del pool di esperti che dovrebbe arrivare da Frontex, da Europol, dall’Eso, non c’è ancora alcuna traccia. E tra le tante domande senza risposta che qui, e presto anche negli altri hot spot, ci si trova ad affrontare la più importante è: basta la provenienza per stabilire in 48 ore se questi uomini e donne che sbarcano con i volti stravolti e gli occhi imploranti sono profughi o migranti economici? Siria sì, Nigeria no.
Sarà anche per questo che adesso tutte le nigeriane che arrivano dicono di essere scappate da Boko Haram.
«Secondo le regole europee i rifugiati hanno diritto di scappare dalla guerra eppure una direttiva impedisce alle compagnie aeree di prenderli a bordo senza rischiare pesanti sanzioni».

Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2015 (m.p.r.)

Il mese scorso verrà ricordato come un momento di svolta nel dramma dei migranti in Europa. La Germania ha di fatto sospeso per i rifugiati siriani Dublino II, il trattato Ue che obbliga i richiedenti asilo a farsi registrare nel primo Paese in cui arrivano. Per di più si è impegnata a non mettere un tetto al numero dei rifugiati disposta ad accettare sfidando gli altri Paesi europei a fare un passo avanti. Da anni l’opinione pubblica vede rifugiati che muoiono in barconi sovraffollati e pericolanti che tentano di attraversare il Mediterraneo. Immagini del genere arriveranno ancora. I trafficanti di persone continueranno ancora a farsi pagare migliaia di dollari per imbarcare migranti disperati sulle loro carrette del mare.
Questo accade perché la principale ragione per cui i migranti scelgono le pericolose imbarcazioni, la Direttiva 51/2001/CE, non ha in vista emendamenti e non darà nemmeno adito ad un dibattito. La direttiva Ue è stata approvata nel 2001, stabilisce che i vettori - di compagnie aeree o navali - hanno la responsabilità di garantire che gli stranieri diretti verso l’Unione europea siano i possesso di documenti di viaggio validi. Qualora i viaggiatori arrivino nella Ue e vengano respinti, le compagnie aeree sono tenute a pagare il biglietto di ritorno in patria. Inoltre le compagnie aeree possono vedersi comminare un multa che va dai 3000 ai 5000 euro. Per evitare le sanzioni, le compagnie aeree sono diventate diligenti nell’impedire a chi non è provvisto di passaporto o visto d’ingresso di imbarcarsi sui loro aerei.
Pensata per combattere l’immigrazione clandestina, la direttiva sembra fare una eccezione per i richiedenti asilo: “l’applicazione di questa direttiva”, dispone l’articolo 3, “non modifica le obbligazioni derivanti dalla Convenzione di Ginevra per ciò che concerne lo status di rifugiati”. Ma il personale delle compagnie aeree non è qualificato per valutare lo status di chi sostiene di essere un rifugiato e le compagnie preferiscono sbagliare per eccesso di cautela. In pratica, la disposizione si riduce a poco più di una affermazione di principio senza conseguenze pratiche. Di conseguenza, grazie alla direttiva, l’Unione europea è riuscita a liberarsi della responsabilità di esaminare le richieste della maggior parte dei richiedenti asilo scaricandola sulle compagnie private.
La conseguenza è che il primo filtro invece di essere gestito da funzionari competenti è generalmente affidato agli impiegati dei check-in che dalle loro compagnie di appartenenza ricevono l’ordine di rifiutare l’imbarco a chiunque non dimostri in maniera inoppugnabile che ha il diritto di recarsi in un Paese europeo. Questo atteggiamento funge da deterrente – e spinge le persone nelle braccia delle carrette del mare. Le famiglie non hanno altre ragioni per pagare migliaia di euro per imbarcarsi su una trappola mortale galleggiante invece delle poche centinaia di euro che costerebbe un breve e comodo volo.
Se l'Europa vuole davvero impedire altri morti in Mediterraneo deve abrogare la direttiva o, quanto meno, sostituirla con disposizioni più umane e giuste. Tanto per cominciare la Ue i suoi Stati membri debbono assumersi la responsabilità di esaminare le richieste dei rifugiati invece di affidare questo compito alle compagnie aeree. La Ue deve anche eliminare le sanzioni a carico delle compagnie aeree che fanno entrare rifugiati in Europa. Infine, i costi del rimpatrio - laddove necessari - vanno suddivisi tra Stati membri e Ue. L’abolizione delle restrizioni sui viaggi aerei potrebbe potenzialmente far aumentare il numero di richiedenti asilo.
L’Europa dovrebbe essere in grado di fare fronte a tale incremento. La Germania sta già abolendo i tetti al numero di rifugiati che è disposta ad accogliere e promette di ridurre in maniera significativa i tempi di esame delle richieste di asilo. Altri Stati membri potrebbero seguire l’esempio introducendo procedure più rapide per l’esame delle richieste di asilo e, se necessario, per il rimpatrio. La Ue può sostenere i Paesi membri istituendo una infrastruttura europea con il compito fungere da primo filtro dei rifugiati – affidandola a funzionari pubblici esperti e non agli addetti al check-in degli aeroporti – e un fondo comune europeo per far fronte ai costi di rimpatrio.
Questo sistema moltiplicherebbe la documentazione, i controlli e la possibilità di seguire i casi: è più facile registrare e seguire gli spostamenti di chi arriva in un aeroporto che di coloro che sbarcano su spiagge deserte e fanno del loro meglio per non farsi individuare fino al raggiungimento della destinazione desiderata. In alternativa la Ue potrebbe creare strutture di accoglienza e controllo in Paesi sicuri fuori della Ue garantendo un viaggio senza rischi ai potenziali migranti – sebbene sia difficile individuare un Paese disposto a svolgere questo compito a beneficio dell’Unione Europea.
Se l'Europa desidera che non muoiano più migliaia di persone in Mediterraneo, non basta aspettare sulla spiaggia con le coperte o inviare imbarcazioni di salvataggio. Se l’Europa vuole che la gente smetta di annegare, deve consentire a questa gente di volare.
(Traduzione di Carlo Antonio Biscotto)

Dimi Reider è un giornalista e blogger israeliano, co-fondatore di

+972 Magazine. È anche un associate fellow del European Council on Fo re i g n Relations (ECFR), sul cui sito è pubblicata la version e integrale di questo articolo, uscito negli Usa sulla rivista Foreign Affairs

Sindacati e sovrintendenze, burocrazia e Senato, Presidente del Senato e lavoratori: solo bersagli dell'arroganza del Monarca. Ma «Le ultime villanie del premier dicono qualcosa di nuovo su noi tutti: che ci stiamo assuefacendo a una volgarità e una violenza che dovrebbero destare allarme e forse scandalizzare». Il manifesto, 27 settembre 2015

Ne ha dette, ne dice gior­nal­mente tante e tali che non ci si dovrebbe più far caso. Ma una delle ultime ester­na­zioni del pre­si­dente del Con­si­glio urta i nervi in modo par­ti­co­lare, sì che si stenta a dimen­ti­car­sene. «I sin­da­cati deb­bono capire che la musica è cam­biata», ha sen­ten­ziato con rara ele­ganza a mar­gine dello «scan­dalo» dell’assemblea dei custodi del Colos­seo. Non sem­bra che la dichia­ra­zione abbia susci­tato rea­zioni, e que­sto è di per sé molto signi­fi­ca­tivo. Eppure essa appare per diverse ragioni sin­to­ma­tica, oltre che irricevibile.

In effetti la roz­zezza dell’attacco non è una novità. Come non lo è il fatto che il governo opti deci­sa­mente per la parte dato­riale, degra­dando i lavo­ra­tori a fan­nul­loni e i sin­da­cati a gra­vame paras­si­ta­rio che si prov­ve­derà final­mente a ridi­men­sio­nare. È una cifra di que­sto governo un that­che­ri­smo ple­beo che liscia il pelo agli umori più retrivi di cui tra­bocca la società scom­po­sta dalla crisi. Sem­pre dac­capo il «capo del governo» si ripro­pone come ven­di­ca­tore delle buone ragioni, che guarda caso non sono mai quelle di chi lavora. E si rivolge, com­plice la gran­cassa media­tica, a una pla­tea indi­stinta al cui cospetto agi­tare ogni volta il nuovo capro espiatorio.

Sin qui nulla di nuovo dun­que. Nuova è invece, in parte, l’ennesima caduta espres­siva. Un les­sico che si fa sem­pre più greve, pros­simo allo squa­dri­smo ver­bale di un novello Fari­nacci. Così ci si esprime, forse, al Bar Sport quando si è alzato troppo il gomito. Se si guida il governo di una demo­cra­zia costi­tu­zio­nale non ci si dovrebbe lasciare andare al man­ga­nello.

«La musica è cam­biata», «tiro dritto» e «me ne frego». Senza dimen­ti­care i benea­mati «gufi». Quest’uomo fu qual­che mese fa liqui­dato come un cafon­cello dal diret­tore del più palu­dato quo­ti­diano ita­liano. Quest’ultimo dovette poi pron­ta­mente slog­giare dal suo uffi­cio, a dimo­stra­zione che il per­so­nag­gio non è uno sprov­ve­duto. Sin qui gli scon­tri deci­sivi li ha vinti, e non sarebbe super­fluo capire sino in fondo per­ché. Ma la cafo­ne­ria resta tutta. E si accom­pa­gna alla scelta con­sa­pe­vole di sele­zio­nare un udi­to­rio di faci­no­rosi, di fru­strati, di sma­niosi di vin­cere con qual­siasi mezzo — magari ven­den­dosi e sven­den­dosi nelle aule parlamentari. Secondo un’idea della società che cele­bra gli spi­riti ani­mali e ripu­dia i vin­coli arcaici della giu­sti­zia, dell’equità, della soli­da­rietà.

Di fatto il tono si fa sem­pre più arro­gante, auto­ri­ta­rio, duce­sco. Gli altri deb­bono, lui decide. Ne sa qual­cosa il pre­si­dente del Senato, trat­tato in que­sti giorni come quan­tità tra­scu­ra­bile. E qual­cosa dovrebbe saperne anche il pre­si­dente della Repub­blica, che evi­den­te­mente ha altro a cui pen­sare, visto che non ha fatto una piega - un silen­zio fra­go­roso - quando Renzi ha minac­ciato di chiu­dere il Senato e tra­sfor­marne la sede in un museo - per for­tuna non più in «un bivacco di mani­poli». E forse pro­prio qui sta il punto, ciò che non per­mette di libe­rarsi di que­sto fasti­dioso rumore di fondo.
Que­sta enne­sima vil­la­nia non aggiunge gran­ché a quanto sape­vamo già dell’inquilino di palazzo Chigi, del suo pro­filo, del suo, diciamo, stile. Dice invece qual­cosa di nuovo e d’importante su noi tutti, che ci stiamo assue­fa­cendo, che ci disin­te­res­siamo, che regi­striamo e accet­tiamo come nor­male ammi­ni­stra­zione una vol­ga­rità e una vio­lenza che dovreb­bero destare allarme e forse scan­da­liz­zare. Tanto più che non si tratta, almeno for­mal­mente, del capo di una destra nerboruta.

Nes­suno ha pro­te­stato, nes­suno ha rea­gito: men che meno, ovvia­mente, gli espo­nenti della «sini­stra interna» del Pd, in teo­ria attenti alla qua­lità della nostra demo­cra­zia e alle ragioni e alla dignità del mondo del lavoro. Que­ste parole sono sci­vo­late come acqua sul marmo, segno che le si è assunte come del tutto nor­mali, cose giu­ste dette al momento giu­sto. In effetti da un certo punto di vista indub­bia­mente lo sono. Quest’ultima aggres­sione si armo­nizza appieno con la «musica» che que­sto governo suona da quando si è inse­diato. Ma la forma è sostanza, soprat­tutto in poli­tica. E il sovrap­più di aggres­si­vità e di vol­ga­rità che la con­trad­di­stin­gue stu­pi­sce non sia stato nem­meno rilevato.

Evi­den­te­mente ci va bene essere gover­nati da uno che - al netto delle sue scelte, sem­pre a favore di chi ha e può più degli altri - non sa aprir bocca senza minac­ciare insul­tare sfot­tere ridi­co­liz­zare. Ci va bene la tra­co­tanza, ci piace la sup­po­nenza, ci seduce l’arroganza. Apprez­ziamo la vio­lenza che scam­biamo per forza e per auto­re­vo­lezza. Dovremmo riflet­terci un po’ su. Dovremmo fare più atten­zione alle parole dette e ascol­tate, avere mag­giore rispetto per noi stessi. E chie­derci final­mente che cosa siamo diven­tati e rischiamo di diven­tare segui­tando di que­sto passo.
Una forte denuncia del comportamento dell'Ue di fronte al dramma e all'occasione storica dell'Esodo. «L’alternativa alla dissoluzione dell'Ue è l’abbandono dell’austerità e il varo di un piano per l’inserimento sociale e lavorativo di profughi, migranti e cittadini».

Il manifesto, 25 settembre 2015, con postilla

I governi dell’Unione euro­pea non ave­vano pre­vi­sto le con­se­guenze del caos e delle guerre che hanno gene­rato l’attuale flusso di pro­fu­ghi. Hanno pre­valso, ieri e oggi, cini­smo e irre­spon­sa­bi­lità. E gli ultimi ver­tici dell’Unione hanno preso o stanno per pren­dere tre deci­sioni mise­ra­bili: fare la guerra agli sca­fi­sti, pre­lu­dio all’estensione del fronte di guerra a tutta la Libia e oltre; ren­dere le fron­tiere esterne dell’Unione imper­mea­bili ai pro­fu­ghi (lo esige il pre­mier unghe­rese Orban); imporre quote obbli­ga­to­rie di pro­fu­ghi a tutti gli Stati mem­bri, come se ci fosse da spar­tirsi un carico di emis­sioni o di mate­riali inqui­nanti, e non per­sone al cul­mine delle loro sof­fe­renze. Ma l’accoglienza è un’altra cosa, richiede rispetto, dignità, diritti, e poi anche casa, lavoro, istru­zione e tutele, cose per cui la Com­mis­sione non pre­vede né stan­dard comuni né stan­zia­menti. La guerra agli sca­fi­sti libici è un alibi, un’infamia e un crimine.

E’ un alibi: si vuol far cre­dere che le maniere forti pos­sano sosti­tuire l’accoglienza che non c’è. E per ridi­men­sio­nare i flussi — e risol­vere la que­stione – si conta di acco­gliere i rifu­giati (quelli che pro­ven­gono da paesi “insi­curi”, in guerra) e di respin­gere i migranti (quelli che pro­ven­gono da paesi defi­niti “sicuri”). Anche Prodi ha ricor­dato che nes­suno Stato dell’Africa — e meno che mai Iraq, Afgha­ni­stan o Kur­di­stan – è sicuro; e anche il mini­stero degli esteri avverte i turi­sti che tutti i paesi da cui pro­ven­gono i migranti non sono sicuri. Se in tanti rischiano morte e vio­lenza per fug­gire dal loro paese è per­ché là non pos­sono più vivere.

E’ un’infamia, per­ché nasconde il fatto che se venis­sero appron­tati cor­ri­doi uma­ni­tari per per­met­tere a chi fugge di rag­giun­gere in sicu­rezza l’Europa, gli sca­fi­sti di mare e di terra non esi­ste­reb­bero e si sareb­bero evi­tate decine di migliaia di morti. E’ un cri­mine, per­ché fer­mare gli sca­fi­sti in Libia (nes­suno, però, ha pro­po­sto di bom­bar­dare quelli della Tur­chia, altret­tanto spie­tati), posto che sia fat­ti­bile, signi­fica ricac­ciare i pro­fu­ghi nel deserto, con­dan­nan­doli ai tanti modi di morire a cui si erano appena sottratti.

D’altronde gli hotspot pre­tesi da Jun­ker e Angela Mer­kel in cam­bio delle quote di rifu­giati da smi­stare in Europa sono la men­zo­gna con cui si intende dimez­zare il numero da acco­gliere, sba­raz­zan­dosi di coloro a cui non verrà rico­no­sciuto lo sta­tus di rifu­giati. Ma come si fa a rim­pa­triarne così tanti? E in paesi con cui non esi­stono accordi di rim­pa­trio e dove spesso non ci sono nem­meno auto­rità a cui ricon­se­gnarli? Appena sbar­cati, se non saranno impri­gio­nati o sop­pressi, ripren­de­ranno la strada per l’Europa a costo della vita: non hanno altra scelta.

Evi­dente è la gara tra gli Stati dell’Unione per sca­ri­carsi a vicenda l’onere di un’accoglienza che nes­suno vuole accol­larsi. Ma la vera con­tro­par­tita delle quote è che chi non rien­tra in esse dovrà restare dov’è: se non potrà, e non potrà, essere rim­pa­triato, dovrà far­sene carico il paese di arrivo: Ita­lia o Gre­cia; paesi che, anche se voles­sero, non potreb­bero cir­con­dare di filo spi­nato le pro­prie coste come l’Ungheria fa con i suoi con­fini. La Spa­gna l’ha già fatto a Ceuta e Melilla; la Gre­cia dell’ex mini­stro Avra­mo­pou­los, ai con­fini con la Tur­chia; Fran­cia e Regno Unito a Calais; la Bul­ga­ria ha schie­rato l’esercito; Ger­ma­nia, Austria, Slo­ve­nia, Croa­zia, Repub­blica Ceca e Fran­cia cer­cano di chiu­dere le fron­tiere… Così, anche se Angela Mer­kel lascia cre­dere di avere forze e mezzi per affron­tare la situa­zione, la solu­zione con cui ripro­pone la sua lea­der­ship sull’Unione ne asse­gna i van­taggi alla Ger­ma­nia e ne sca­rica i costi sui paesi più deboli ed espo­sti. Pro­prio come con l’euro.

San­zioni inci­sive, fino all’espulsione, con­tro gli Stati che rifiu­tano le quote — peral­tro già ora insuf­fi­cienti — sareb­bero altret­tanto rischiose per la coe­sione che accet­tare che cia­scuno vada per conto suo. Così, se il feroce brac­cio di ferro con la Gre­cia ha inferto un duro colpo all’immagine di un’Unione por­ta­trice di van­taggi e benes­sere per tutti i suoi mem­bri, la vicenda dei pro­fu­ghi sta dando il colpo di gra­zia all’unità di una aggre­ga­zione di Stati tenuti insieme solo dai debiti e dal potere della finanza.

Tra­sfor­mare l’Europa in for­tezza signi­fica aval­lare e pro­muo­vere lo ster­mi­nio per mare e soprat­tutto per terra di chi cer­cherà ancora di fug­gire dal suo paese; mol­ti­pli­care ai con­fini del con­ti­nente caos e guerre che tra­ci­me­ranno in Europa: con altri pro­fu­ghi, ma anche con ter­ro­ri­smo e aspri con­flitti sociali; e con­se­gnare al raz­zi­smo il governo degli Stati dell’Unione sem­pre più divisi. Chiun­que sia a gestirli: destre, cen­tri o “sinistre”.

Ma si può acco­gliere cen­ti­naia di migliaia, e domani milioni di pro­fu­ghi senza un pro­gramma di inse­ri­mento sociale: casa, lavoro, red­dito, istru­zione e diritti per tutti? Si può “tenerli lì” per anni a far niente, in siste­ma­zioni di for­tuna (che in Ita­lia stanno arric­chendo migliaia di pro­fit­ta­tori) o in car­ceri come i Cie? Ne va innan­zi­tutto della loro dignità di esseri umani. Ma è anche intol­le­ra­bile per tanti cit­ta­dini euro­pei che abi­tano e lavo­rano accanto a loro, o che sono già ora senza lavoro, o senza casa, o senza red­dito, abban­do­nati dallo Stato. E’ il modo migliore per ali­men­tare tra loro ran­core, rigetto e razzismo.

Il modo in cui l’Unione tratta i popoli dei suoi Stati più deboli, come quello greco, ma non solo, e sfrutta i paesi afri­cani e medio­rien­tali e i loro abi­tanti, e soprat­tutto cerca di sba­raz­zarsi di quelli di loro che vogliono diven­tare, e già si sen­tono, cit­ta­dini euro­pei, è la nega­zione di tutto ciò che la Comu­nità, e poi l’Unione euro­pea, sem­bra­vano pro­met­tere con il richiamo ideale allo spi­rito di Ven­to­tene. L’alternativa a que­sto pro­cesso di dis­so­lu­zione non può essere che l’abbandono delle poli­ti­che di auste­rità e il varo di un grande piano euro­peo per l’inserimento sociale e lavo­ra­tivo sia di pro­fu­ghi e migranti che dei milioni di cit­ta­dini euro­pei oggi senza lavoro, senza casa, senza red­dito, senza futuro; affi­dan­done la gestione a quelle strut­ture dell’economia sociale e soli­dale che hanno dimo­strato di saperlo fare. Ma è anche la con­di­zione irri­nun­cia­bile per aiu­tare i pro­fu­ghi a costi­tuirsi in base sociale e punto di rife­ri­mento poli­tico per la ricon­qui­sta alla pace e alla demo­cra­zia dei loro paesi di ori­gine; per l’allargamento all’area medi­ter­ra­nea e nor­da­fri­cana di un’Unione euro­pea da rifon­dare dalle radici.

I con­te­nuti di quel piano non pos­sono che essere le misure e gli inve­sti­menti neces­sari per far fronte agli impe­gni sul clima da assu­mere alla pros­sima “Cop-21″ di Parigi, se si vuole che l’Europa fac­cia la sua parte per argi­nare una cata­strofe immi­nente. Sono misure in grado di dare lavoro, red­dito e siste­ma­zione a tutti: pro­fu­ghi, migranti e cit­ta­dini euro­pei. Un piano del genere, che ha una dimen­sione eco­no­mica, ma deve avere soprat­tutto un risvolto sociale e una arti­co­la­zione fon­data sull’attenzione alle per­sone e alle vicende indi­vi­duali di cia­scuno, non può essere dele­gato né agli Stati, né agli organi dell’Unione, né alle logi­che del mer­cato. Deve nascere, rapi­da­mente, da un con­fronto tra tutte le forze sociali impe­gnate sul fronte del cam­bia­mento e tro­vare in un sog­getto attua­tore ade­guato. Che non può essere che la rete euro­pea dell’economia sociale e soli­dale. Per tra­dursi al più pre­sto in una piat­ta­forma poli­tica da pro­porre e soste­nere in alter­na­tiva alle scelte spie­tate e para­liz­zanti di que­sta Europa.

postilla

Non è la prima volta che Guido Viale (e molti degli intellettuali che hanno dato vita ad "Altra Europa con Tsipras") affrontano il tema del gigantesco trasferimenti di persone dal Sud del mondo all'Europa in connessione con la proposta di un "nuovo
New Deal" europeo. L'obiettivo della proposta non è solo quello di dare concreta ospitalità alle differenti forme e soggetti dell'Esodo del XXI secolo (persone in fuga per guerre guerreggiate, per lesione dei diretti umani, per miseria e carestie, persone che vedono l'Europa come una dimora transitoria oppure definitiva) ma è anche quella di trovare un impiego socialmente e umanamente utile alla gigantesca risorsa costituita dalla forza lavoro che affluisce verso l'Europa. e che è da ciechi, oltre che da miserabili, pensare di poter ridurre nella quantità. Certo, per immaginare e realizzare un simile programma occorrono due convinzioni pregiudiziali: (1) bisogna credere che il lavoro dell'uomo è una risorsa indispensabile per comprendere e trasformare il mondo; (2) bisogna aver appreso dai fatti che né il Mercato né uno Stato che del mercato sia lo strumento sono capaci di cimentarsi in una simile impresa.

«Mi sento di fare un appello affinché questa progettualità comune si concretizzi in forme di accoglienza semplici e minime, ma diffuse in tutto il Paese e molto solide, strutturate e coordinate. Una rete umana in cui ogni soggetto partecipante garantisce di superare le differenze e gli steccati».

La Repubblica, 25 settembre 2015 (m.p.r.)

Traditi da un mercante menzognero, vanno, oggetto di scherno allo straniero. Bestie da soma, dispregiati iloti. Carne da cimitero. Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti». De Amicis nel 1882 cantava così ne Gli emigranti le esistenze di coloro che a Genova facevano la fila per salire sulle navi in partenza per altre terre, per scappare lontano da casa. È certo utile tener presente la nostra storia nel momento in cui non passa giorno in cui i media snocciolino il loro drammatico bollettino sulla tragedia che ben conosciamo. Una moltitudine di persone cerca di varcare confini chiusi, s’imbarca e s’incammina in cerca di futuro, scappa da orrori tremendi, o semplicemente dalla fame. Già, anche la fame causata dal landgrabbing e dall’ingordigia neocolonialista e non soltanto le guerre e la ferocia cieca e idiota di certi fanatici. Perché non si possono fare distinzioni tra migranti, profughi, rifugiati e le cause che li spingono a fuggire. Ciò che si può fare è prendere atto che quest’onda di umanità disperata non si fermerà, si protrarrà per anni e cambierà profondamente la geopolitica europea, la composizione sociale di interi territori e città. Ma rendersi pienamente contro della situazione è ciò che si può fare come minimo, mentre in verità è giunto il momento di non limitarsi ad aprire gli occhi.

Si può fare di più. Una società civile matura deve essere capace di superare ogni ostacolo e appartenenza, deve saper compattarsi e reagire con forza, senza esitazione e senza distinguo. In Italia questo tipo di realtà di base esiste, il terreno è fertile, ma non può dare frutto se non è dissodato. Mi sento di fare un appello affinché questa progettualità comune si concretizzi in forme di accoglienza semplici e minime, ma diffuse in tutto il Paese e molto solide, strutturate e coordinate. Una rete umana in cui ogni soggetto partecipante garantisce di superare le differenze e gli steccati che lo separano dagli altri suoi componenti e quindi in qualche modo rinuncia a un pezzo della propria “sovranità” per condividere - con le altre associazioni, sindacati, parrocchie, comitati locali, partiti e chiunque lo voglia - la missione civile di dare tutta l’assistenza, l’aiuto e l’amicizia di cui ha bisogno chi arriva, disperato, impaurito, scosso, morto di fatica e distrutto nell’anima. Un’aggregazione dal basso che si faccia carico di creare le condizioni per realizzare quell’accoglienza che non può essere lasciata nelle mani di prefetti e sindaci proprio perché non passa solo da strutture e numeri ma richiede una comunità accogliente.
Nel piccolo l’associazione che rappresento, Slow Food insieme alla rete di Terra Madre, sta rispondendo a livello europeo, in particolare in Germania, Francia e Belgio. Perché se da un lato c’è un preoccupante stallo della politica, finora inadeguata, dall’altro c’è anche un diffuso senso di impotenza da parte di chi invece è motivato da un afflato solidale. Tante persone che, al contrario di chi è animato da intolleranza ignorante, vorrebbero fare qualcosa di utile e solidale ma non sanno come agire o a chi rivolgersi. È necessario, improrogabile, auspicabile creare situazioni di accoglienza stabili e durature, per stemperare gli attriti, offrire risposte, lavorare in direzione di un’integrazione civile e pacifica. Bisogna attivarsi.
Nel mio Piemonte, dove in un passato neanche tanto lontano fatto di migrazioni interne si leggeva sui portoni delle case “non si affitta ai meridionali”, sono già tanti gli esempi virtuosi. Associazioni, parrocchie che hanno risposto all’appello del Papa, comitati spontanei, semplici cittadini che si sono mossi, e bene. L’Arci, per esempio, si sta attivando con tenacia accanto alla Caritas attraverso uno straordinario impegno di volontari. Cito ancora, sempre a mo’ di esempio, soltanto il caso del Centro policulturale Baobab in via Cupa a Roma, che ha saputo mettere insieme tante diverse realtà, compreso il quartiere in cui si trova, per accogliere moltitudini di bambini che viaggiano soli e che devono raggiungere le loro famiglie già in Europa, riuscendo anche a coinvolgere i migranti nella gestione del centro stesso. Tanti pezzi di quella che si descrive come società civile si stanno mettendo insieme, in maniera magari disordinata ma spontanea e generosa.
Penso che da questo punto di vista, in considerazione anche della grande tradizione solidaristica della sinistra italiana, si possa ricostruire e far nascere, in un contesto straordinario, per così dire “interassociativo”, un nuovo soggetto che nobiliti la politica nella sua capacità di essere concreta quando è fatta e ispirata dal basso, dall’intraprendenza dei semplici cittadini.
C’è bisogno di concretezza assoluta, velocità nell’agire, totale apertura verso l’altro, vicino o lontano che sia. Dobbiamo affrontare un disastro? Una crisi? No. È il mondo che cambia, che sembra impazzire in fretta. È la nuova Grande Guerra in corso. Non siamo adeguati a rispondere costruttivamente, per come sono organizzate le nostre società. C’è bisogno di generare casi virtuosi che diventino regola, struttura, il definitivo attraversamento dei confini tra le persone dovuti alle ideologie annacquate e al rimbambimento generale e strategico che certi soggetti propugnano ogni giorno. E allora la crisi, la Grande Guerra sparsa per il mondo - come l’ha definita il Papa -, le emergenze, diventeranno subito occasione di riscatto per tutti. Per parafrasare De Amicis, dovremmo fare in modo che i “lidi non siano ignoti” e che non vi si “campi più d’angoscia”. Perché il sollievo che se ne guadagnerà, alla fine, non varrà soltanto per chi arriva, ma anche per gli “indigeni”, i quali hanno finalmente l’opportunità di dare un nuovo senso, o almeno un nuovo orizzonte politico, alle proprie vite.
L'intervento in aula di un senatore che conosciamo e stimiamo. Siamo certi che è tra quelli che non voteranno l'orrida proposta di cui illustra l'intima nefandezze e la pesante lesione delle regole della convivenza democratica, e quindi contribuirà a bocciarla. Ma ci domandiamo ancora una volta come faccia a rimanere in quel partito

Quando gli storici di diritto costituzionale studieranno questa revisione della Carta, noteranno un'anomalia che noi non possiamo oppure non vogliamo vedere. Con i voti di un premio di maggioranza viziato da illegittimità si riscrive quasi tutta la seconda parte. La famosa sentenza della Corte raccomandava di approvare subito la legge elettorale per andare a votare al più presto, ma non chiedeva di riscrivere la Carta. Lo fa la classe politica proprio per evitare le elezioni. So di dire una cosa che suona sgradevole e mi viene quasi di scusarmi con voi. È come se ci fosse un inconsapevole accordo a non parlarne qui. Che la dice lunga sullo straniamento di questo dibattito.

Apparentemente si discute di riforma del bicameralismo, dopo l'approvazione della legge elettorale. Ma il combinato disposto, come si dice in gergo, produce una mutazione di sistema. Si cambia la forma di governo del Paese, senza annunciarla, senza discuterla come tale e senza neppure deliberarla esplicitamente. La legge costituzionale e l'Italicum istituiscono in Italia il premierato assoluto, come lo chiamava, con tremore di giurista, Leopoldo Elia. Lo definiva assoluto non perché fosse una svolta autoritaria come si dice oggi, ma perché privo dei contrappesi, cioè di quei meccanismi compensativi che sono in grado di trasformare ogni potere in democrazia.

Si affidano le sorti del paese all'arbitrio di una minoranza che diventa maggioranza per i rinforzi artificiali del premierato invece che per i consensi liberamente espressi dai cittadini. Si crea un governo maggioritario in una democrazia minoritaria, segnata sempre più da una disaffezione elettorale che allontana dalle urne ormai quasi la metà della popolazione.

I giuristi sono soliti fare la prova di resistenza delle leggi, cioè di valutarne gli esiti nello scenario peggiore. Proviamo anche noi. Un leader che raccoglie meno di un terzo dei consensi conquista il banco, è in grado di governare da solo - e fin qui si può accettare - ma può anche modificare le regole fondamentali con spirito di parte senza essere costretto a discuterne con tutti. Può decidere da solo sui diritti fondamentali di libertà, sull'indipendenza della Magistratura, sulle regole dell'informazione, sui principi dell'etica pubblica, sulla dichiarazione di guerra, sulle prerogative del ceto politico, e infine riscrivere le leggi elettorali e perfino ulteriori revisioni costituzionali al fine di prolungare sine die la vittoria che lo ho portato al potere.

Per tutto ciò il premier dispone di una maggioranza ubbidiente di parlamentari che ha scelto personalmente come capilista. D'altro canto, con l'Italicum i tre quarti dei parlamentari, sempre nel worst case scenario, sono sottratti al controllo degli elettori, non solo al momento del voto ma durante il mandato. Al contrario il premier riceve un'investitura diretta, seppure minoritaria, nel ballottaggio. Si crea così un forte squilibrio di legittimazione tra il capo del governo e l'assemblea, che si traduce in supremazia del potere esecutivo sopra il legislativo e indirettamente anche sull'ordinamento giudiziario.

I tre poteri fondamentali di una democrazia sono decisamente fuori equilibrio, e il principale fattore di questo squilibrio è il numero dei deputati. La Camera - unica depositaria del voto di fiducia - è sei volte più grande del Senato. Di fatto è un monocameralismo. Niente di male in linea di principio, lo proponeva con ardore anche il mio caro maestro, il presidente Pietro Ingrao, e tanti altri nella Prima Repubblica, ma tutti lo compensavano con legge elettorale proporzionale. Nessuno lo avrebbe mai accettato con una legge ipermaggioritaria. Eppure, eliminare lo squilibrio numerico sarebbe facile e doveroso. In nessun paese europeo si arriva a 630 deputati. E la proposta iniziale del governo faceva della riduzione dei parlamentari la priorità della revisione costituzionale. Perché allora non si riduce il numero dei deputati? Perché si cambia tutto tranne il numero della Camera? Da più di un anno questa domanda rimane senza risposta. Mi rivolgo in extremis alla ministra Boschi: abbia almeno la cortesia istituzionale di dare in quest'aula una spiegazione seria e convincente.

Il risultato è un Senato senza funzioni e senza autorevolezza. Anzi un vero pasticcio: da un lato un eccesso di potere costituzionale, improprio per un'assemblea composta anche da figure amministrative, e dall'altro la mancanza di poteri ordinamentali e soprattutto di penetranti controlli - inchieste, audizioni dei dirigenti, analisi dei risultati ecc. - che andrebbero a pennello per il ramo sprovvisto della fiducia e quindi più libero dal condizionamento di governo. Che senso ha mantenere in vita una gloriosa istituzione svuotata di prestigio? Meglio allora eliminarla del tutto. Non c'è niente di peggio di un'assemblea senza poteri, con il rischio che li ottenga tramite il consociativismo col governo, degradando ulteriormente la trasparenza e l'efficienza del sistema.

Non rinnego il Senato elettivo a base proporzionale che ho sostenuto insieme ad altri. Rimango convinto che avrebbe rinsaldato il rapporto tra eletti ed elettori, oggi essenziale per ricostituire la fiducia nelle istituzioni. Avrebbe ricordato al premier - che è assoluto nei poteri ma carente nei consensi - quali siano gli orientamenti popolari profondi. La presidente Finocchiaro lo considera un freno inaccettabile, ma sarebbe un importante contrappeso. In questo senso abbiamo parlato di un Senato di garanzia, per i poteri e per il mandato elettorale diretto.

Ma non mi innamoro delle proposte. In teoria la garanzia si può ottenere anche in una sola camera, magari eletta con i collegi uninominali, ricorrendo a voti qualificati, superiori al premio di maggioranza, nella legislazione dei diritti fondamentali. E i costituzionalisti sarebbero in grado di suggerire tanti altri modi di compensazione. È dirimente l'equilibrio generale, non la singola proposta, neppure quella a me cara del Senato elettivo. La legislazione costituzionale non è altro che produzione di sistema. La qualità di una legge costituzionale si misura nell'effetto di sistema. Qui la misura è negativa sotto i punti di vista; anche la mediazione che si affaccia sulla quasi elezione dei senatori, un passo avanti certamente positivo, non è in grado di modificare l'impianto, non riduce lo squilibrio del premierato assoluto. Non cancella la mia valutazione negativa.

Si è persa anche l'occasione della riforma del bicameralismo. Perché si è raccontato un falso all'opinione pubblica da almeno trent'anni. Le famose navette che vanno da una camera all'altra riguardano solo il 3% delle proposte di legge, per lo più a causa di testi scritti male dal governo. Non è vero che ci sia un problema di velocità del procedimento legislativo, anzi è vero esattamente il contrario: è troppo facile, c’è una bulimia delle leggi, se ne scrive una nuova prima che la precedente sia applicata. Lo sanno bene i cittadini, le amministrazioni e le imprese ormai sommersi da un'alluvione normativa che soffoca la vita quotidiana. Il nuovo bicameralismo dovrebbe aumentare la qualità e non la velocità, per produrre poche leggi organiche, brevi e leggibili anche per i cittadini.

A tale compito dovrebbe dedicarsi un nuovo Senato di alta legislazione, per curare i grandi Codici, lasciando alla Camera la responsabilità di attuare il programma di governo entro una cornice solida ed efficace. Questa è la riforma mancata del bicameralismo. Non si è potuto neppure discuterne perché c'è il feticcio del Senato federale. Era una grande idea, certo dell'Ulivo e di altri. Molti di noi hanno speso le migliori energie giovanili per una Repubblica federale. Ma si è rivelato un disegno disastroso, le regioni oggi sono al punto più basso di credibilità come dimostra la bassa partecipazione alle ultime elezioni; nel frattempo gli squilibri territoriali, a cominciare da quello Nord-Sud, si sono aggravati.

Si doveva fare un bilancio serio del fallimento del federalismo in sede parlamentare. Il governo lo ha fatto da solo, togliendo poteri alle regioni e compensando il ceto politico con il pennacchio del Senato. Il risultato è deprimente. Non abbiamo più il vecchio regionalismo, non abbiamo più il federalismo, rimane solo un rapporto confuso che diventerà ancora più litigioso con le funzioni ripartite secondo una doppia competenza esclusiva, che - lo dice la logica - è difficile da mediare. Bisogna invece ridurre il numero delle regioni, come propongo con un emendamento. Una decina di macroregioni potrebbero trovare un rapporto più costruttivo con lo Stato, rendendo più compatto il sistema paese nella competizione internazionale.

Sulla base di queste considerazioni di sistema, e non solo per il Senato elettivo, lo scorso anno ho espresso il mio disagio, insieme ad altri, non partecipando al voto, sperando che nei passaggi successivi si potesse migliorare. L'equilibrio, a mio avviso, è peggiorato, il debole passo avanti sul senato elettivo è vanificato dall'approvazione dell'Italicum e dal diniego della riduzione del numero dei deputati. Alla seconda lettura siamo chiamati a una valutazione definitiva, per questo il mio voto sarà contrario, non essendoci sulla materia costituzionale un vincolo di partito.

Sento già il ritornello - “allora vuoi far cadere il governo?” È la domanda più stupida che si legge sui giornali. È una strabiliante inversione tra causa ed effetto. È inaudito che il governo ponga in sede politica una sorta di fiducia sul cambiamento della Costituzione. Non è mai accaduto nella storia della Repubblica. Il fatto che oggi venga considerato normale, che si dia quasi per scontato, che venga messo all'indice chi si sottrae, è la conferma che il dibattito pubblico italiano è malato, che già nell'agenda di discussione, prima ancora che nelle soluzioni, si vede un pericoloso sbandamento dei principi e di valori.

Si è costruita artificiosamente un'emergenza costituzionale per conferire una legittimazione politica a un governo sprovvisto di un diretto mandato degli elettori. È l'ennesima anomalia italiana. In un paese normale il governo non si occupa della Costituzione. In un paese normale l'esecutivo governa secondo un programma presentato agli elettori. Si può derogare a queste semplici regole in situazioni straordinarie e per breve tempo. Da noi lo stato d'eccezione durerà per quasi tutto questo decennio.

Non si può dare la colpa solo agli ultimi venuti. Da venti anni si cambia la Costituzione per contingenti finalità politiche; prima il centrosinistra col titolo V per inseguire la Lega, poi Berlusconi nel 2005 per sigillare la sua maggioranza, poi lo ius sanguinis del voto all'estero per legittimare Fini e poi i tentativi di Tremonti di salvarsi modificando l'articolo 41. Tutte riforme costituzionali fallite, perché sbagliato era il metodo. Ma già negli anni ottanta, da quando persero la capacità di governo, i partiti hanno preso il vezzo di dire che non era colpa loro ma della Costituzione. Per non affrontare la crisi della politica hanno aperto la crisi delle istituzioni. Hanno cominciato a sfogliare l'atlante del modello francese, inglese, tedesco, spagnolo e americano.

Il perfettismo istituzionale è un sintomo della malattia della politica. Le Costituzioni sane sono imperfette perché prodotte dalla storia. Il modello decisionale americano è pazzesco, non prevede neppure il decreto legge, eppure ha gestito un impero. Le imperfezioni sono compensate dalla volontà politica, che è come il coraggio di don Abbondio, chi non ce l'ha non se la può dare. Da trent'anni la classe politica italiana invece di governare si consola con l'orsacchiotto di pezza delle riforme istituzionali.

Quando il presidente Renzi si vanta di fare le cose in programma da venti anni, non si accorge di parlare da conservatore. È il paradosso dei rottamatori che applicano l'agenda dei rottamati. Ripetono l'errore più grave, quello di servirsi della revisione costituzionale per finalità politiche contingenti.

La Carta sarebbe da cambiare in tante cose - non sono tra coloro che ne fanno un altare. Ma ci vuole umiltà. Cambiare la Costituzione significa servirla, non servirsene. La mia generazione non è stata all’altezza del compito. La notizia triste è che neppure la generazione dopo di noi se ne mostra capace. Forse devono ancora nascere i riformatori di domani in grado di migliorare il capolavoro ricevuto in eredità.

Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2015 (m.p.r.)

Si scrive riforma, si legge pasticcio. E quella mediazione che è l’ossessione del Pd potrebbe anche peggiorarlo. Ufficialmente e renzianamente, la riforma del Senato è la via per arrivare a una democrazia efficiente, nella quale «il procedimento legislativo sarà più snello ed efficace» (Maria Elena Boschi dixit). Fuor di propaganda, è un ginepraio contraddittorio, da cui potrebbe scaturire una seconda Camera che conterà poco o nulla. Soprattutto, composta di nominati. «Questa riforma è un capolavoro di dilettantismo», scandisce l’amministrativista Gianluigi Pellegrino.

Ma quale elettività: articoli che sbattono
Il cuore della riforma è l’articolo 2 del disegno di legge costituzionale, e in particolare il secondo comma, approvato in doppia lettura conforme (senza modifiche) nelle due Camere: “I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”. Renzi ha blindato il comma in base al regolamento di Palazzo Madama, secondo cui non si possono cambiare le norme già approvate in entrambi i rami del Parlamento. La possibile mediazione tra il premier e la minoranza del Pd, che invoca un Senato elettivo, sarebbe un nuovo comma 5. Ossia una norma in base a cui i cittadini sceglieranno i consiglieri regionali da inviare a Palazzo Madama tramite un listino. I Consigli di ogni singola Regione dovrebbero poi ratificare le nomine.
Ma Pellegrino stronca questa soluzione: «Il comma 2 prevede che i Consigli regionali eleggano i senatori con metodo proporzionale, ossia dando maggiore spazio ai gruppi politici più folti in Regione. Bene, secondo il nuovo comma 5, i cittadini dovrebbero votare i senatori con un listino. Ma come faranno a sapere quale sarà la composizione dei futuri gruppi in Consiglio, che dipende dall’esito del voto? È evidente che sulla volontà popolare prevarrà il criterio proporzionale, e quindi molti voti di preferenza saranno inutili». Come se ne esce? «Renzi non vuole toccare il comma 2, per non far ripartire da capo l’iter del testo. Ma se si punta a un sistema coerente la norma va modificata. Se il testo verrà approvato così, i senatori saranno dei nominati. E il comma 5 sarà superfluo».
Una transizione troppo scivolosa
Le contraddizioni proseguono: «Se si vuole davvero dare la parola ai cittadini va cambiato anche l’articolo 38 del ddl, già approvato in doppia lettura conforme, che è una norma transitoria (ossia colma il vuoto nel passaggio da una normativa all’altra, ndr). e che stabilisce la composizione del primo, nuovo Senato. Prevede che, finché non verranno eletti i nuovi Consigli regionali, ogni consigliere potrà scegliere i senatori ‘votando per una sola lista di candidati, formata da consiglieri e sindaci dei rispettivi territori’. Ma come combacia questa norma con la volontà popolare? Tanto più che c’è un rischio: perché entrino in vigore le nuove norme sull’elezione del Senato, bisognerà attendere una legge di attuazione. Poniamo che non si accordino sul testo: rischiamo di ritrovarci per anni con Palazzo Madama eletto solo dai consiglieri regionali».
Il ruolo di Grasso e quel precedente
Obiezione: il regolamento del Senato esclude cambiamenti per norme approvate in doppia lettura. Ma il legale replica: «Il regolamento afferma che si può intervenire sulle norme cambiate e su quelle a esse connesse. E allora, dato che Montecitorio ha notevolmente ridotto le funzioni del Senato, è ovvio che debbano cambiare anche gli articoli sulla composizione. Competenze e composizione vanno assieme». Non solo: «C’è il precedente del 1993, quando l’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano ammise gli emendamenti sul nuovo articolo 68 della Carta. Come spiegò la Giunta per il regolamento, ciò era giustificato ‘dall’atipicità della revisione costituzionale». Quindi, il presidente del Senato Grasso dovrebbe ammettere tutti gli emendamenti all’articolo 2? «Certamente. Sarebbe inaudito se ne impedisse la discussione”. Infine: “Se si prevede che siano comunque i Consigli regionali a designare i senatori, sia pure su indicazione dei cittadini, si lascia spazio a un potenziale sovvertimento del voto”.
Se parliamo di politica e non di farfalle, allora bisogna ammettere che l'Alexis di"l'Altra Europa con Tsipras ha vinto, e che Syriza non ha nulla a che fare col PD di Matteo Renzi (né con la "sinistra tremula").

Il manifesto, 23 settembre 2015

Con la netta vit­to­ria elet­to­rale di dome­nica, Syriza e Ale­xis Tsi­pras si affer­mano sal­da­mente alla guida della Gre­cia e al cen­tro della poli­tica euro­pea. E’ un risul­tato straor­di­na­rio per tutti noi, in primo luogo per­ché dimo­stra che il piano degli oli­gar­chi, greci ed euro­pei, per­se­guito con ottusa arro­ganza fin dal 25 di gen­naio, è fal­lito. Vole­vano libe­rarsi dell’anomalia greca. Dell’unico governo di sini­stra che si oppo­neva al loro modello fal­li­men­tare. E se lo ritro­vano più vivo che mai nelle urne, legit­ti­mato da un nuovo, testardo, indi­scu­ti­bile con­senso elettorale.

Dopo una via cru­cis che avrebbe logo­rato qua­lun­que altro governo nel mondo e che qui, invece, l’ha raf­for­zato. Vole­vano ste­ri­liz­zare i loro lindi tavoli euro­pei dalla pre­senza fasti­diosa di un capo di governo non alli­neato ai loro voleri, e se lo ritro­vano ora davanti, in que­sti stessi giorni, a que­gli stessi tavoli, soprav­vis­suto al fuoco, a lot­tare per quello che ha sem­pre chie­sto e che a luglio gli è stato negato: ristrut­tu­ra­zione del debito, abban­dono delle folli poli­ti­che d’austerità, radi­cale riscrit­tura dei trat­tati, poli­ti­che redi­stri­bu­tive, con­ti­nuando a bat­tersi lì per cam­biare i ter­mini del dik­tat «inso­ste­ni­bile» impo­sto­gli col ricatto e la minac­cia a luglio. E insieme offrendo un punto di rife­ri­mento a tutte le forze che nello spa­zio euro­peo si bat­tono per que­gli obbiettivi.

Ed è que­sta la seconda ragione per gioire del risul­tato di Atene. Per­ché lì è nata, non più in embrione, ma ormai allo stato visi­bile, una sini­stra euro­pea, trans­na­zio­nale e post-nazionale, dichia­ra­ta­mente deter­mi­nata a bat­tersi nello spa­zio con­ti­nen­tale della poli­tica che viene, ten­den­zial­mente mag­gio­ri­ta­ria per­ché impe­gnata a rap­pre­sen­tare l’enorme disa­gio che le poli­ti­che di que­sta Europa pro­du­cono e a sfi­dare la «pra­tica del disu­mano» che le isti­tu­zioni euro­pee con­trap­pon­gono alla mol­ti­tu­dine sof­fe­rente che preme ai pro­pri con­fini blin­dati. Sini­stra nuova, diversa dai resi­dui logori della vec­chie social-democrazie, mise­ra­mente nau­fra­gate nella bat­ta­glia di luglio, fisi­ca­mente visi­bile sul palco di Piazza Syn­tagma dove si sono schie­rati i lea­der e le lea­der di Pode­mos e della Linke, dei Verdi tede­schi e del Par­tito della sini­stra euro­pea, stretti intorno a Tsi­pras in un patto che va al di là della tra­di­zio­nale soli­da­rietà inter­na­zio­nale, e che segna in potenza un «nuovo inizio».

Pre­oc­cupa, certo, nel qua­dro altri­menti con­for­tante delle ele­zioni gre­che, l’alto livello dell’astensione. È, potremmo dire, il lato oscuro della forza, che i com­men­ta­tori mali­gni di casa nostra non hanno man­cato di sot­to­li­neare per ten­tare di ridi­men­sio­nare il valore del risul­tato, pur essendo gli stessi che in ogni altra occa­sione ci ave­vano spie­gato (ricor­diamo l’Emilia Roma­gna, o le ultime regio­nali?) che è cosa nor­male, che le demo­cra­zie moderne fun­zio­nano bene così. Noi con­ti­nuiamo a con­si­de­rarlo, a dif­fe­renza di loro, un grave pro­blema, ovun­que si mani­fe­sti, sapendo bene che, in par­ti­co­lare in que­sto caso, esso è sin­tomo di un fal­li­mento, non certo dei greci (per i quali la noti­zia è tutt’al più l’altra, che abbiano con­ti­nuato a votare a milioni e a cre­derci), ma dell’Europa. Della gab­bia di ferro in cui ha chiuso i popoli, facendo di tutto per con­vin­cerli che la loro volontà (la «volontà popo­lare», appunto), non conta nulla. Che le regole che nes­suno ha votato sono dogmi immo­di­fi­ca­bili. E fun­zio­nando così come una gigan­te­sca mac­china che erode e riduce ai minimi ter­mini la demo­cra­zia, svuo­tan­dola di significato.

Indi­gna, d’altra parte, lo spet­ta­colo, dav­vero inde­cente, della nostra stampa quo­ti­diana. I com­menti a caldo degli edi­to­ria­li­sti embed­ded, impe­gnati in acro­ba­zie spe­ri­co­late per soste­nere – sulla scia delle veline ren­ziane — che la vit­to­ria di Syriza e la scon­fitta secca dei fuo­riu­sciti di Unità popo­lare dimo­stre­rebbe nien­te­meno che «non c’è spa­zio alla sini­stra del Pd», come se Tsi­pras fosse Renzi (si sa benis­simo che quel 12 luglio feroce Renzi era tra i ricat­ta­tori e Tsi­pras il ricat­tato, e nes­suno può per­met­tersi di nascon­dere la distanza abis­sale tra le poli­ti­che dei due, si tratti dei diritti del lavoro o dei rap­porti con la Mer­kel). E come se, che ne so, Ber­sani e Cuperlo fos­sero Varou­fa­kis (!). O Civati, Fra­to­ianni e Fer­rero Lafa­za­nis. Sono, quei com­menti senza pudore, la misura di quanto sgan­ghe­rato sia il nostro sistema dell’informazione. Quanto ser­vile, pie­gato ai voleri dei suoi tanti padroni, poli­tici o eco­no­mici. Ma soprat­tutto sono il frutto di una grande paura. Del timore che l’esempio greco possa dif­fon­dersi per con­ta­gio, e che cre­sca in Europa un’alternativa al sistema di pri­vi­le­gio di cui anche quel démi monde è parte.

Da quella «grande paura» dovremmo trarre uno sti­molo. E una con­ferma della nostra pos­si­bile forza. Ad Atene, su quel palco euro­peo, la sini­stra ita­liana non era rap­pre­sen­tata. Per il fatto che non c’è. O meglio: «non c’è ancora». Resta la grande attesa, sem­pre in costru­zione, mai nella realtà. Non la si fac­cia pro­lun­gare troppo quell’attesa. C’è un grande lavo­rio, dal basso e non solo. Si discute di date, di eventi, di pro­cessi costi­tuenti. Non fac­cia­mone un eterno Godot. Fac­ciamo subito quello che dob­biamo fare: una sini­stra capace di andare oltre i pro­pri fram­menti e di pren­dere in Ita­lia e in Europa il posto vuoto che in tanti si aspet­tano che occupi. Chiun­que ral­len­tasse o osta­co­lasse que­sto pro­cesso, tanto più ora, si assu­me­rebbe una respon­sa­bi­lità tremenda.

Prosegue veloce l'erezione di barriere di cemento, acciaio, filospinato, soldati e cani attorno alla fortezza Europa. La Repubblica, 22 settembre 2015

Lubiana alza una barriera davanti alla Croazia. Caos profughi in Austria, oltre 24mila arrivi. Mattarella: “I fili spinati non servono, adesso decisioni forti”. Oggi nuovo vertice sulle quote
Per difendere i suoi muri anti-migranti, Viktor Orbán userà l’esercito sul confine meridionale. Anzi, farà di più: il Parlamento ungherese, con un voto a larghissima maggioranza, ha autorizzato i soldati all’uso delle armi pur di mantenere saldi le frontiere del paese. Lacrimogeni, idranti, proiettili di gomma, pistole lancia rete, bombe assordanti e accecanti accoglieranno chiunque cerchi di varcare la doppia barriera che blinda il paese da Croazia e Serbia. L’Ungheria ha fatto pubblicare sui giornali libanesi un chiaro avvertimento: non venite, siamo buoni ma inflessibili con gli illegali. Se vi becchiamo dentro i confini vi arrestiamo. E intanto la Slovenia ha iniziato ad alzare un muro al confine con la Croazia, all’altezza del valico di Bregana. L’obiettivo, fa sapere Zagabria, è di evitare che «i migranti entrino in modo indiscrimato nel Paese attraverso campi e boschi, invece di restare in attesa negli accampamenti alla frontiera».
Decisioni dure, di fronte a un fenomeno che non si può trattare da semplice emergenza: in due mesi sono transitate 120mila persone sulla rotta balcanica. Dal castello di Waterburg, nella Turingia tedesca, per il vertice di Arroiolos assieme ad altri 10 Capi di Stato, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo spiega bene: «Siamo di fronte a fenomeni epocali di dimensioni immense che vanno affrontati con scelte lungimiranti. Ricorrere agli strumenti del passato non ha senso». La soluzione, dice, «non è la chiusura delle frontiere e il filo spinato». E invita i Paesi dell’Ue a concentrarsi sulle scelte che verranno fatte nelle prossime ore: «Si tratta di decisioni forti e importanti». «Il mondo è in marcia- aggiunge Mattarella - Moltitudini di uomini, donne e bambini si avviano verso l’Europa fuggendo dalla disperazione».
In vista del vertice di stamani al tavolo del Consiglio Interni, si sondano gli umori, ma l’Europa arriva spaccata sul ricollocamento di 120mila migranti, soluzione verso cui spinge la cancelliera Angela Merkel. Ci sono ancora delle resistenze. Soprattutto dal blocco dei paesi dell’est che davanti a questo dramma si sono mostrati più ostici a un compromesso. Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria restano contrarie ad accogliere una parte dei profughi. Ma sono anche pronte a cedere quando capiscono che chiunque faccia parte della grande comunità europea dovrà comunque versare il suo contributo in denaro (si parla di una “multa” di 6.500 euro per ogni profugo “rifiutato”). Lubiana è indecisa. Forse spaventata. Nell’attesa decide anche lei di avviare la costruzione di una barriera alla frontiera.
Il fronte, tuttavia, inizia ad incrinarsi e l’Ungheria finisce per restare sempre più isolata. Per il momento si limita a trasferire, con autobus scortati e treni blindati, tutti i rifugiati e i migranti che gli vengono consegnati alla frontiera dalla Croazia. Li accompagna ai confini con l’Austria che nei fatti è diventato il primo “hotspot” dell’Unione. Tra sabato e domenica ha dovuto accogliere 21.200 persone che ieri sono diventate 24 mila. Non tutto è semplice per i profughi. Molti sono reduci da mesi di viaggio. Si sono dovuti adattare. Improvvisano giacigli e cercano cibo dove lo trovano. Il centro medico universitario di Hannover ha segnalato 30 casi di intossicazione da funghi velenosi in una sola notte. Chi li ha raccolti aveva fame. Non li conosceva. Li ha visti sparpagliati nei boschi e li hacucinati. Sono finiti tutti in ospedale.
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SBARRAMENTI

Il manifesto, 20 settembre 2015

Fanfare e rulli di tamburo annunciano la possibile intesa nel Partito democratico. Ma è vera gloria? L’intesa in sé riguarda segmenti di ceto politico e forse la sorte del governo. Questioni importanti, certo. Ma quel che conta è la qualità dell’intesa, il suo contenuto e l’effetto ultimo sulle istituzioni e sul paese.

Da questo punto di vista i troppo buoni direbbero che la montagna ha partorito il topolino, i pacati e gli equanimi che siamo di fronte a una truffa volgare.

A quel che si trae da notizie di stampa, l’accordo prevede che la durata del mandato dei senatori coincida con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, su indicazione degli elettori in base alle leggi elettorali regionali. Quanto alla coincidenza del mandato senatoriale con la durata di organi territoriali regionali o locali, nulla quaestio. È un principio che potrebbe essere reso compatibile anche con l’elezione popolare diretta dei senatori. I problemi vengono dopo.

Si rileva infatti che i senatori sono eletti dagli «organi delle istituzioni territoriali». Dunque, non dai cittadini nell’ambito territoriale di riferimento. Con questo si ribadisce il no all’elezione popolare diretta dei senatori, e si affida al consiglio regionale il potere di scegliere i rappresentanti in senato. Una conferma si trae dal fatto che agli elettori si attribuisce «l’indicazione». E, secondo il dizionario, con tale termine si intende una designazione, una proposta, una segnalazione, un suggerimento, non una decisione e tanto meno una scelta. I cittadini «indicano», il consiglio regionale «elegge». Una bella prova di democrazia mettere il popolo sovrano in una posizione di indiscutibile subalternità.

Si aggiunga che il tutto è rinviato alla disciplina posta con legge regionale, senza alcuna indicazione di principi di legge statale o comunque limiti da osservare. Tanto che sarebbe del tutto possibile una legge per cui il consiglio regionale scelga i senatori in una rosa più ampia formata dai candidati alla carica di consigliere regionale più votati, giungendo in concreto all’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali al proprio interno, senza che la volontà espressa dal voto popolare sia in ultimo decisiva. Volendo evitare questo, e concedere al popolo sovrano di scegliere i propri rappresentanti, sarebbe quanto meno necessario prevedere in Costituzione un listino votato separatamente e la incompatibilità tra le cariche di consigliere regionale e senatore.

Per questo, siamo alla truffa volgare. Chi legge nel testo il ripristino della elezione popolare diretta dei senatori mente sapendo di mentire. L’essenza del senato voluto da Renzi non è toccata, e rimangono tutte le censure già argomentate su queste pagine. Ne gioirà Moody’s, che plaude alla riforma (e potremo ricordare che aveva già applaudito all’Italicum, e criticato la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni). E abbiamo dimenticato J.P. Morgan, che già nel 2013 sollecitava ad abbandonare le costituzioni antifasciste del dopoguerra, inquinate da elementi di socialismo? I poteri forti della finanza internazionale non si curano della salute democratica del paese. Ma il governo della Repubblica dovrebbe.

Per le riforme eterodirette della Costituzione abbiamo già dato, con l’art. 81 e il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Ma qui vediamo una vicenda di piccole miserie. Può solo interessare che, se la proposta si tradurrà in un emendamento all’art. 2, questo potrà aprire la via anche ad altri emendamenti e a nuovi scenari di confronto parlamentare. Non è infatti pensabile che la modificabilità dell’art. 2 venga limitata al solo emendamento risultante dall’accordo interno Pd.

Capiamo, ma non apprezziamo, le ambasce della minoranza Pd. Se si piega ha fatto molto rumore per nulla. La mediazione rimane sotto la soglia della decenza. Questi coraggiosi — si fa per dire — alfieri della verità e della giustizia devono pur chiedersi se accettare, magari per il miraggio di un piatto di lenticchie, sia nel loro interesse collettivo e individuale. È davvero dubbio lo sia, per la perdita di faccia e di credibilità. Di sicuro, non è nell’interesse del paese.

«Nonostante la grande astensione Syriza resta primo partito e torna al governo con i nazionalisti di Anel. Tsipras festeggia in piazza e si prepara a giurare da primo ministro. Sonora sconfitta della scissione da Syriza di Lafazanis: Unità popolare fuori dal parlamento».

Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)

Ale­xis Tsi­pras vola, supe­rando le più rosee pre­vi­sioni: Syriza, con più della metà dei voti scru­ti­nati, è al 35,5%, per­cen­tuale che le per­mette di eleg­gere 145 depu­tati, men­tre il cen­tro­de­stra di Nuova Demo­cra­zia segue a grande distanza, con il 28,7% e, al momento, 75 depu­tati. La prin­ci­pale con­se­guenza poli­tica del voto è che Syriza, insieme ai Greci Indi­pen­denti di Panos Kam­me­nos, i quali sino ad ora sono al 3,7% con dieci depu­tati, potranno for­mare nuo­va­mente, senza biso­gno di altri par­titi, un nuovo governo.

Il lea­der di Syriza e Kam­me­nos si stanno per incon­trare per san­cire il pro­se­gui­mento della loro “strana” alleanza, basata sulla lotta alla cor­ru­zione e alle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste di auste­rità. Mal­grado il dif­fi­cile com­pro­messo fir­mato ad ago­sto con i cre­di­tori, la chiu­sura delle ban­che dopo la ridu­zione della liqui­dità decisa dalla Bce e la mar­tel­lante cam­pa­gna tele­vi­siva di molti media con­tro la sini­stra radi­cale, Syriza rimane pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica greca, e perde meno dell’1% rispetto alle trion­fali ele­zioni di gennaio.

Si tratta, ovvia­mente, di un suc­cesso per­so­nale di Tsi­pras, che ha pro­messo di con­ti­nuare a lot­tare con­tro le lobby cor­rotte, gli intrecci sot­ter­ra­nei tra eco­no­mia e poli­tica, per supe­rare l’austerità e creare nuovi equi­li­bri in Europa, anche se ci vorrà del tempo e sarà richie­sta molta pazienza e tenacia.

Sino a que­sto momento, Unità Popo­lare, con a capo Pana­gio­tis Lafa­za­nis, for­ma­zione creata poche set­ti­mane fa dai dis­si­denti di Syriza, non rie­sce a entrare in par­la­mento: si ferma al 2,8%, men­tre la soglia di sbar­ra­mento è in Gre­cia al 3%. È chiaro che sono rima­sti schiac­ciati tra la scelta rea­li­sta di chi ha voluto ridare fidu­cia alla Coa­li­zione della Sini­stra Radi­cale elle­nica e chi, nella tra­di­zione della sini­stra comu­ni­sta, è rima­sto fedele al Kke.

Ex mem­bri del governo che ave­vano lavo­rato con abne­ga­zione, come la mini­stra aggiunto delle finanze Nadia Vala­vani, non sono riu­sciti a far arri­vare ai greci, tra­mite Unità Popo­lare, una pro­po­sta for­te­mente iden­ti­ta­ria. La boc­cia­tura dell’Euro e la messa in discus­sione della stessa Unione euro­pea, se neces­sa­rio, non hanno pagato.

È senz’altro da non sot­to­va­lu­tare la forte asten­sione, che potrebbe supe­rare il 45%, ma il grande suc­cesso del qua­ran­tu­nenne lea­der della sini­stra greca sta nell’essere riu­scito a con­vin­cere una gran­dis­sima parte degli inde­cisi: chi otto mesi fa aveva votato per lui e oggi era ten­tato di non andare ai seggi.

Fonti uffi­ciali di Syriza fanno sapere che entro tre giorni il nuovo governo sarà pronto per giu­rare e che domani mat­tina Tsi­pras rice­verà dal pre­si­dente della Repub­blica l’incarico di for­mare l’esecutivo.

Inquie­tante, anche se pur­troppo non impre­ve­di­bile, il terzo posto dei neo­na­zi­sti di Alba Dorata, che sinora sono al 7,1%, con 19 deputati. La reto­rica e la prassi della vio­lenza, mal­grado il pesante pro­cesso a cui è sot­to­po­sto il gruppo diri­gente del par­tito, ha comun­que attratto una parte dei delusi e di chi ha pagato le con­se­guenze della crisi, mal­grado la sfron­tata dichia­ra­zione del capo neo­na­zi­sta, Nikos Micha­lo­lia­kos, che tre giorni prima delle ele­zioni si è assunto la respon­sa­bi­lità poli­tica dell’omicidio del rap­per di sini­stra Pavlos Fys­sas, com­piuto due anni fa da un mem­bro di Alba Dorata.

Il Pasok, che è al 6,41%, e i cen­tri­sti di Potami– il Fiume, i quali non vanno oltre il 3,9%, restano a guar­dare: spe­ra­vano in un ese­cu­tivo di unità nazio­nale, o di essere comun­que neces­sari per la gover­na­bi­lità del paese, ma non è stato così. Una loro par­te­ci­pa­zione al governo avrebbe comun­que posto seri pro­blemi riguardo alla coe­sione sulla poli­tica eco­no­mica e la lotta ai grandi interessi.

La grande sfida ora, per Ale­xis, è gestire e miti­gare le con­se­guenze del memo­ran­dum fir­mato un mese fa, lavo­rando, con­tem­po­ra­nea­mente, ad una nuova poli­tica euro­pea orien­tata alla cre­scita e al reale supe­ra­mento dell’austerità.

La fidu­cia dei greci, que­sta for­tis­sima inie­zione di ener­gia, non potrà che faci­li­tar­gli il compito.

«10 mila arrivi in solo giorno, volontari instancabili. Paradossi: l'estrema destra Fpoe vola nei sondaggi, lo spirito d'accoglienza anche. L’Austria, para­go­nata a Ita­lia e Gre­cia. 1500 sol­dati al con­fine con Unghe­ria e Slo­ve­nia svol­gono soprat­tutto fun­zioni uma­ni­ta­rie e logistiche».

Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)

«Alle 5 porto 100 uova sode, 20 chili di feta e dolci di cioc­co­lata» posta sul sito Train of hope uno dei migliaia di volon­tari che pre­stano assi­stenza 24 ore su 24 alle sta­zioni di Vienna. «Ho rac­colto tende, sac­chi a pelo e imper­mea­bili, tante altre cose le ho com­prate» si legge invece su Soskon­voi, sono cose richie­ste con urgenza che ver­ranno por­tate lon­tano, a Bre­gona, al con­fine slo­veno e a Tovar­nik al con­fine tra Croa­zia e Unghe­ria. Lì l’iniziativa Soskon­voi diven­tata famosa per essere andata a pren­dere i rifu­giati in Unghe­ria ha attrez­zato un suo uffi­cio: sul posto manca tutto, rac­con­tano, acqua, cibo, riparo.

Alla fine, venerdì notte i rifu­giati intrap­po­lati oltre­ con­fine sono appro­dati alla fron­tiera austriaca orien­tale, a Nic­kel­sdorf e Hei­li­gen­kreuz, dopo la lunga dispe­rata odis­sea tra Croa­zia e Unghe­ria. 10mila in un giorno solo, alcuni a piedi. Gra­zie alla mobi­li­ta­zione con­ti­nua della società civile è stato pos­si­bile gestire l’accoglienza. Appro­dati. Solo sabato sera, attesi lì fin da venerdì, arrivo di pro­fu­ghi a Spiel­feld al con­fine slo­veno, dove sono stati attrez­zati in ogni dove posti letto per 4000 per­sone. Decine di auto­bus dell’esercito hanno por­tato i rifu­giati a Vienna, Sali­sburgo e Graz. Per molti c’erano subito i treni pronti in dire­zione Germania.

Il con­trollo ai con­fini, oggetto di con­tra­sto della coa­li­zione di governo tra social­de­mo­cra­tici (Spoe) e popo­lari (Oevp) avviene «a cam­pione», o «per niente», come ha accu­sato il mini­stro degli interni della Baviera. L’Austria, para­go­nata a Ita­lia e Gre­cia. I 1500 sol­dati austriaci schie­rati al con­fine con Unghe­ria e Slo­ve­nia svol­gono soprat­tutto fun­zioni uma­ni­ta­rie e logistiche.

A Graz, capo­luogo della Sti­ria, un’ora dal con­fine slo­veno, venerdì sera una fiac­co­lata di soli­da­rietà orga­niz­zata dai gio­vani socia­li­sti (Sj) e Ong ha attra­ver­sato la città: «Non solo di soli­da­rietà, ma con­tro l’odio, la discri­mi­na­zione e l’istigazione. Per l’estrema destra di H.C. Stra­che il soste­gno ai rifu­giati è una posi­zione di mino­ranza. Non è così, la mag­gio­ranza, prima silen­ziosa ha alzato la voce».

Una mani­fe­sta­zione con can­dele e fiac­cole ha attra­ver­sato venerdì anche Wie­ner Neu­stadt, capo­luogo della Bassa Austria. Sabato tutto il pome­rig­gio e sera con­certo in piazza per «rin­gra­ziare la popo­la­zione che aiuta i rifu­giati del cen­tro di acco­glienza di Trai­skir­chen». Dal canto suo la Fpoe, quasi scom­parsa dai tg, su mega­car­tel­loni annun­cia la «Oktoberrevolution» (rivoluzione d’ottobre, si rife­ri­sce all’11 otto­bre, ele­zioni di Vienna). Il movi­mento wel­come refu­gees gli con­trap­pone la «rivo­lu­zione di set­tem­bre», la soli­da­rietà con­creta lar­ga­mente diffusa.

Rivo­lu­zione di set­tem­bre o di otto­bre? Nei son­daggi pub­bli­cati dal set­ti­ma­nale Pro­fil sabato, su scala nazio­nale il 33%, un terzo della popo­la­zione, vote­rebbe per il par­tito di Stra­che, salito al primo posto. La Spoe del can­cel­liere Wer­ner Fay­mann, attuale primo par­tito segue col solo 23%, l’alleato di governo, i popo­lari al 21%, i Verdi al 14%. Nello stesso son­dag­gio però un 72% con­di­vide l’impegno della società civile verso i pro­fu­ghi, solo un 23% si sente rap­pre­sen­tato dalla xeno­foba Fpoe su que­sto argo­mento. Il suc­cesso di que­sta dimen­sione della Fpoe, più e oltre la xeno­fo­bia il son­dag­gio lo ricon­duce alla impo­po­la­rità per­du­rante della grande coa­li­zione for­te­mente divisa al suo interno, bloc­cata, con­si­de­rata inca­pace di deci­dere e agire. In un altro son­dag­gio l’85% della popo­la­zione si dichiara orgo­gliosa per il modo in cui l’Austria ha accolto i profughi.

Venerdì e sabato a Vienna, su invito del can­cel­liere Fay­mann si è svolto un mini­ver­tice di diri­genti di par­titi social­de­mo­cra­tici in vista del ver­tice euro­peo di mer­co­ledì, con il vice­can­cel­liere tede­sco Sig­mar Gabriel, il primo mini­stro sve­dese Ste­fan Loe­f­ven e Mar­tin Schulz. Riba­dita la neces­sità di inve­stire subito 5 miliardi per i campi pro­fu­ghi vicini alla Siria, e su scala euro­pea, la difesa del lavoro e il rilan­cio di un Europa sociale.

«La sfida greca ha un’importanza che è stata colta solo negli ulti­mis­simi giorni dagli ita­liani che vor­reb­bero un cam­bia­mento anche qui. L’appello fir­mato l’altro ieri da alcuni pro­ta­go­ni­sti della sini­stra è pic­cola cosa rispetto alle pro­spet­tive aperte da Tsi­pras».

Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)

A fronte dei muri e degli eser­citi che l’Europa costrui­sce e schiera per respin­gere i migranti in fuga da guerre, vio­lenze, fame e povertà, l’altra guerra, quella eco­no­mica che l’ha attra­ver­sata e defor­mata, sem­bra quasi eclis­sata. E lon­tana dai riflet­tori è tor­nata la pic­cola Gre­cia che della oppres­siva cam­pa­gna finan­zia­ria è stata, e ancora resta, la cavia da labo­ra­to­rio delle poli­ti­che libe­ri­ste. Ma nella terra del Par­te­none la resi­stenza invece con­ti­nua. E per la terza volta in pochi mesi, dopo le ele­zioni di gen­naio e il refe­ren­dum di luglio, oggi le urne si ria­pri­ranno affin­ché di nuovo i cit­ta­dini pos­sano espri­mere la loro volontà poli­tica. Per dire chi li dovrà gover­nare e chi potrà meglio difen­dere gli inte­ressi di milioni di persone.

Ale­xis Tsi­pras si rivolge ai greci chie­den­do­gli la fidu­cia e la forza elet­to­rale neces­sa­rie per gui­dare il paese. Però né il lea­der che chiama il popolo a soste­nerlo, né il popolo che deve deci­dere se tor­nare a votarlo, sono gli stessi di qual­che mese fa. Sulle spalle del gio­vane poli­tico grava soprat­tutto il maci­gno del memo­ran­dum impo­sto dall’Europa. Per soste­nerne il peso senza essere schiac­ciato, Tsi­pras ha biso­gno di una forza note­vole, in grado di accom­pa­gnarlo nella dif­fi­cile, soli­ta­ria sfida per appli­care le richie­ste euro­pee. E nello stesso tempo deve tro­vare il modo di pro­teg­gere le classi sociali più col­pite. Un’impresa dun­que. Resa, se pos­si­bile, ancora più ardua dall’escalation del tra­gico esodo dei migranti che ogni giorno appro­dano sulle isole gre­che. Non è lo stesso popolo che ha lot­tato per allon­ta­nare il giogo delle misure eco­no­mi­che che hanno ferito i biso­gni pri­mari del lavoro, della salute, delle spe­ranze delle gio­vani generazioni.

Quanto sia più com­pli­cato ripor­tare al voto — e alla fidu­cia nella demo­cra­zia — i greci che il 25 gen­naio ave­vano tri­bu­tato a Syriza oltre il 35 per cento del con­senso, meglio di tutti lo sanno Tsi­pras e il gruppo diri­gente che lo sostiene. È lo spet­tro di una ras­se­gnata asten­sione il nemico da bat­tere. Que­ste ele­zioni rap­pre­sen­tano lo snodo cru­ciale per il futuro di un popolo e, insieme, sono il banco di prova dell’agibilità poli­tica di un governo di sini­stra nelle con­di­zioni peg­giori. Eppure, pro­prio per que­sto, si tratta — come abbiamo capito e impa­rato dai lun­ghi mesi di lotta di Syriza con­tro l’austerità euro­pea — di un cimento che oltre­passa i con­fini ate­niesi. Nel mare aperto, senza rotte trac­ciate da pre­ce­denti navi­ga­tori, che Tsi­pras ha scelto di attra­ver­sare, navi­gano tutte le sini­stre euro­pee, com­prese quelle che in Ita­lia vor­reb­bero vedere la nascita di una forza cer­ta­mente radi­cale e al tempo stesso di governo.

Ogni giorno spe­ri­men­tiamo la dif­fi­coltà di un pro­getto così ambi­zioso e ine­dito, per­ché nelle fasi di crisi eco­no­mica, è molto più facile asse­gnarsi il ruolo di oppo­si­zione con­tro le poli­ti­che libe­ri­ste dei governi. E non pochi con­si­de­rano una fol­lia assu­mere il com­pito di gover­nare quando la crisi, anzi, quando il crollo di un intero sistema eco­no­mico e sociale, can­cella i diritti e gli assetti demo­cra­tici novecenteschi.

Per Tsi­pras sarebbe più sem­plice, di fronte al prezzo poli­tico e per­so­nale da pagare, lasciare la Gre­cia nelle mani dei poli­tici che dal 2009 ne hanno sgo­ver­nato l’economia. Sarebbe anche sti­mo­lante tor­nare nella terra cono­sciuta delle piazze, magari per chie­dere il ritorno alla dracma come adesso recla­mano gli espo­nenti di Unità popo­lare, fuo­riu­sciti da Syriza.

Per il lea­der il bilan­cio è duris­simo. Quel memo­ran­dum che occupa Atene come un pan­zer ha spac­cato il «par­tito» e ha inde­bo­lito il governo. E allora per­ché sfi­dare la sorte in ele­zioni molto incerte? «Per­ché chi sta lot­tando, anche se viene ferito, non smette di lot­tare». Sono le parole dette al mani­fe­sto da Nikos Kotziàs, l’ex mini­stro degli esteri del governo Tsi­pras, e rac­chiu­dono in un’immagine vera tutto il signi­fi­cato del voto.

La sof­fe­renza del popolo greco non tro­ve­rebbe gio­va­mento con il cen­tro­de­stra, per­ché solo un governo di sini­stra può ten­tare di alle­viare le misure dell’austerità. Ma que­sto risul­tato elet­to­rale va ben oltre, per­ché se c’è un modo per por­tare l’Europa a discu­tere del debito dei paesi del lato sud del Con­ti­nente serve una vit­to­ria alle urne.

La sfida greca ha un’importanza che è stata colta solo negli ulti­mis­simi giorni dagli ita­liani che vor­reb­bero un cam­bia­mento anche qui. L’appello fir­mato l’altro ieri da alcuni pro­ta­go­ni­sti della sini­stra è pic­cola cosa rispetto alle pro­spet­tive aperte da Tsi­pras. Per­ché dopo è venuta la Spa­gna con Pode­mos; per­ché un poli­tico «socia­li­sta» ha vinto le pri­ma­rie nel Labour Party; per­ché adesso in Ita­lia final­mente si discute su come costruire una forza in grado di porsi come alternativa.

Dun­que nel voto greco non è in gioco solo il destino di un lea­der e di un paese intero: c’è anche il futuro delle sini­stre in Europa.

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