«Il manifesto
Alla ricerca della «connessione tra le lotte» nei territori colpiti dalla strategia di «devastazione e saccheggio» imposta dallo Sblocca Italia di Renzi, dal tradimento sistematico del referendum dell’acqua pubblica del 2011, dalla privatizzazione dei servizi e dei beni comuni. L’assise del forum dei movimenti per l’Acqua a Roma (continua oggi al cowork Millepiani nel quartiere della Garbatella con interventi, tra gli altri, di Gaetano Azzariti, Marina Boscaino e Maurizio Landini) ieri è diventata l’occasione per una riflessione su una strategia di resistenza, di disobbedienza civile e contro-insorgenza democratica contro la gestione commissariale del paese iniziata con le grandi opere, proseguita con l’Expo e oggi applicata nella Capitale con il Giubileo.
Lo spazio politico per una simile strategia è fornito, in negativo, dalle politiche del governo Renzi in materia di gestione dei servizi essenziali (come l’acqua), dell’energia (gas e petrolio), dello sviluppo infrastrutturale del paese basato su energie fossili, alta velocità, cemento, trivellazioni, rendita finanziaria e immobiliare, gestione privatistica del pubblico e dei beni comuni. Sono al momento due gli appuntamenti per ricominciare un percorso di riaggregazione contro il «consumo distruttivo del territorio, dell’energia e dell’acqua»: il primo è la conferenza sui cambiamenti climatici che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre. Domenica 29 novembre è prevista una manifestazione della Coalizione per il clima tra piazza Farnese e i Fori Imperiali a Roma in contemporanea con iniziative simili in altre città organizzate dalla Global Climate March. L’altro fronte è l’opposizione alle trivelle: le regioni Abruzzo, Calabria, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto hanno impugnato lo Sblocca Italia davanti alla Corte Costituzionale che deciderà sui ricorsi entro la primavera 2016. Oggi a Roma al parco delle Energie i movimenti No Triv, protagonisti della protesta, terranno un’assemblea.
Quella vista ieri a Roma è una società inquieta e ferita, alla ricerca di una via di fuga, consapevole del possente contrattacco che ha ridotto lo Stato di diritto costituzionale allo «Stato borghese originario che difende gli interessi dei ceti dominanti» ha detto Severo Lutrario, uno dei protagonisti del movimento per l’acqua pubblica. In questa trasformazione non è secondaria la gestione del potere che ha esautorato la politica rappresentativa, come i cosiddetti «corpi intermedi», per non parlare dei movimenti e dell’associazionismo diffuso soggetti a una strategia preventiva del controllo e della repressione sempre più invasiva.
Più di altri il simbolo di questa offensiva politica, legislativa e giudiziaria è stata considerata una sentenza del Tar del Lazio che ha dato torto ai pochi sindaci che si sono opposti ai distacchi «arbitrari e illegali imposti dall’Acea. A un’autorità pubblica come quella del sindaco — ha aggiunto Lutrario — oggi viene negata la possibilità di intervenire nella gestione di un bene pubblico come l’acqua ridotto a gestione commerciale. Questo è il paese in cui viviamo. Prendiamone atto».
Alla base di questa trasformazione c’è «la Strategia energetica nazionale (Sen) voluta da Monti e accelerata da Renzi con lo Sblocca Italia” ha ricordato Vincenzo Miliucci (Cobas). Il crescente malcontento per questa misura emerge tra gli enti locali e le comunità alle quali è stata sottratta l’auto-determinazione sulla realizzazione di gasdotti come il Tap in Salento, sui terminali di rigassificazione del gas naturale liquefatto o per le attività di prospezione e ricerca di gas e greggio, nella terraferma e nel mare. A questo proposito si parla di una «militarizzazione energetica» di cui si denuncia da tempo l’incostituzionalità.
Emergono così i tratti di un dispositivo di governo basato sullo stato di emergenza.«Le gestione dell’emergenza è emersa negli ultimi tempi con le migrazioni negli anni Novanta, è proseguita con la protezione civile e oggi continua con il commissariamento dei grandi eventi come Expo o il Giubileo– ha detto Alberto Di Monte (laboratorio Off Topic Milano). Questa logica è stata introiettata dallo Sblocca Italia che non colpisce solo il Centro-Sud. A Milano sta creando 15 casi. In una chiave post-moderna, questa idea del governo trasforma l’eccezione in norma. Il progetto è unico, ma potrebbe essere l’occasione per unire le lotte. Per farlo bisogna passare dai beni comuni al fare in comune».
«Oggi sono le città a subire l’attacco più pesante della privatizzazione» ha aggiunto Francesco Brancaccio, Rete per il diritto alla città di Roma, che ha raccontato anche l’esperienza degli sportelli anti-distacco dell’acqua. «Questo assetto del potere prospera sul concetto ambiguo e pericoloso di “legalità” che chiede l’intervento del potere commissariale invece di sperimentare nuovi percorsi di legittimità politica — ha aggiunto — Oggi la lotta per i beni comuni si può rilanciare maturando una capacità istituzionale al di là delle istituzioni esistenti». I concetti chiave sono: «municipalismo, auto-governo e egemonia». Le idee sono chiare, il percorso politico è ancora lungo.
Analisi sintetica ma precisa delle caratterisctiche del renzismo. Manca solo un elemento, la cui presenza è facile da individuare nella realtà ma difficile da documentare finché il Re e i suoi vassalli sono al potere: l'utilizzazione spregiudicata dell'arma del ricatto.
Il manifesto online, 1° novembre
Gli avvenimenti romani delle ultime settimane hanno posto in luce, mi pare, alcuni elementi di fondo sulla transizione italiana verso la post-democrazia, ossia il superamento della sostanza della democrazia, conservandone le apparenze, secondo un processo in corso in tutti gli Stati liberali, ma con delle peculiarità proprie, che hanno a che fare con la storia italiana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.
Senza più entrare nel merito della vicenda della cacciata di Ignazio Marino dal Campidoglio, su cui peraltro mi sono già espresso più volte, a netto sostegno del sindaco, pur rilevandone le debolezze e gli errori (ha sintetizzato bene ieri l’altro sul manifesto Norma Rangeri: «non è il migliore dei sindaci, il mestiere politico non è il suo, si è mosso fidandosi … del suo cerchio magico»), e contro l’azione del Pd, irresponsabilmente sostenuta anche dal M5S, all’unisono con le frange della destra estrema, propongo alcune riflessioni che hanno bisogno naturalmente di essere approfondite, oltre che discusse.
I Tesi
Le assemblee elettive, ossia quella che si chiama «la rappresentanza», hanno un valore ormai nullo. Deputati, senatori, consiglieri regionali e comunali, sono pedine ininfluenti, che si muovono all’unisono con gli orientamenti dei capi e sottocapi. Obbediscono in modo automatico, ma cosciente, nella speranza di entrare nell’orbita del potere «vero», o quanto meno avvicinarsi ad essa, e diventare sia pure a livelli inferiori o addirittura infimi, «patrones» di piccole schiere di “clientes». Il potere legislativo è completamente disfatto.
II Tesi
I partititi politici, tutti, sono diventati «partiti del capo». I militanti, e persino i dirigenti, dal livello più basso a quelli via via superiori, non contano nulla. Tutto decide il capo, circondato da una schiera di fedeli, i “guardiani”. Le forme di reclutamento e di selezione, che dalla base giungono al vertice, sulla base di percorsi lunghi, tragitti di «scuola politica», hanno perduto ogni sostanza; contano consulenti, operatori del marketing, sondaggisti, costruttori di immagine. Il distacco tra il capo, e il ristrettissimo vertice intorno a lui, e lo stesso partito, inteso come struttura di aderenti, intorno, di simpatizzanti, o di semplici elettori, appare totale. Se crolla il capo, crolla il partito, nel Pd come è accaduto in Forza Italia, e come accadrà nel Movimento 5 Stelle, se i militanti non scelgono una via diversa.
III Tesi
Il Vaticano, e le gerarchie della Chiesa cattolica, costituiscono non soltanto uno Stato nello Stato, ma uno Stato potenzialmente ostile, che esercita un’azione direttamente politica, volta a condizionare, fino al sovvertimento, gli stessi ordinamenti liberali; diventa «potenza amica» solo quando e nella misura in cui il potere legittimo si piega ai suoi dettami.
IV Tesi
I grandi media non esercitano semplicemente un’influenza, come sostengono certi massmediologi; essi rappresentano pienamente un potere, capace di creare o distruggere leader, culturali o politici o sportivi. Abbiamo avuto esempi piccoli e grandi, di distruzione o costruzione, da Roberto Saviano a Renata Polverini, fino a Ignazio Marino, osannato chirurgo, esemplare perfetto della «società civile», politico onesto, sindaco in grado di svelare e sgominare l’intreccio affaristico-mafioso della capitale, diventato improvvisamente il contrario di tutto ciò, a giustificazione della sua orchestrata defenestrazione.
V Tesi
La lotta politica procede oggi su due livelli distinti ed opposti: il livello palese, che finge di rispettare le regole del gioco, privo di effettualità; e un secondo livello, nascosto, che conta al cento per cento, nel quale si assumono decisioni, si scelgono i candidati ad ogni carica pubblica, e si procede nella selezione (sulla base di criteri di mera fedeltà a chi comanda) dei «sommersi» e dei «salvati». Il livello sommerso è in realtà un potere soltanto indirettamente gestito dal ceto politico: è emanazione di poteri forti o fortissimi italiani o stranieri, di lobby, palesi o occulte, alcune delle quali corrispondenti a centrali criminali.
VI Tesi
Il Partito Democratico, rappresenta oggi la forza egemone della destra italiana: una forza irrecuperabile ad ogni istanza di sinistra. Il suo capo Matteo Renzi costituisce il maggior pericolo odierno per la democrazia, o per quel che ne rimane. Ogni suo atto, sia nelle forme, sia nei contenuti, lo dimostra, giorno dopo giorno. Il suo cinismo (quello che lo portò a ordinare a 101 peones di non votare per Romano Prodi alle elezioni presidenziali; lo stesso cinismo che lo ha portato a ordinare a 25 consiglieri capitolini ad affossare Marino e la sua Giunta) è lo strumento primo dell’esercizio del potere.
Renzi si è rivelato un perfetto seguace dei più agghiaccianti «consigli al Principe» di Niccolò Machiavelli.
VII Tesi
La reazione spontanea, diffusa, robusta alla defenestrazione di Ignazio Marino dal Campidoglio testimonia dell’esistenza di un’altra Italia: i romani che hanno sostenuto «Ignazio», con estrosi slogan, nelle scorse giornate, al di là dell’affetto o della stima per il loro sindaco, hanno voluto far comprendere che la cancellazione della democrazia trova ancora ostacoli e che esistono italiani e italiane che «non la bevono», che la «questione morale» conserva una presenza nell’immaginario dell’Italia profonda (che dunque non è solo razzismo e ignoranza, egoismo e parassitismo, tutti elementi forti nel «pacchetto Italia»); esistono italiani e italiane pronti a resistere.
Su loro occorre fare affidamento, per costruire prima una barricata in difesa della democrazia, quindi per passare al contrattacco, trasformando la spontaneità in organizzazione, la folla in massa cosciente, il dissenso in proposta politica alternativa. Che il «caso Marino» costituisca l’occasione buona per far rinascere la volontà generale e sollecitarla all’azione?
I Il manifesto, 30 ottobre 2015
Il sindaco Marino ha ritirato le dimissioni. Lo ha fatto, come aveva annunciato, entro i venti giorni previsti da quel 12 ottobre quando la scelta di dimettersi era arrivata sull’onda di alcuni esposti per la vicenda degli scontrini fasulli. Ora, finalmente, il Pd, quello romano screditato dall’inchiesta di mafia-capitale e quello nazionale governato dall’uomo solo al comando, è nudo di fronte alla questione romana che in sé, per la via “extraparlamentare” che l’ha connotata, riassume la questione democratica.
Il ritiro delle dimissioni toglie di mezzo alibi e ipocrisie, fa piazza pulita della foglia di fico degli scontrini usati per gestire, con un commissario di gradimento renziano, l’importante partita del Giubileo. È peraltro curioso l’accostamento — da parte del governo — tra la manifestazione cattolica del pellegrinaggio religioso con l’Expo, una manifestazione laica misurata più che con il soffio dello spirito santo con i bilanci tra costi e ricavi. Ancora più curioso che un assessore del Pd, il torinese Esposito, sia andato a spiegare in tv il gran peso avuto, nella vicenda delle dimissioni di un sindaco, dalla “scomunica” del papa in missione a Filadelfia. Come se l’aria di Roma provocasse repentine conversioni.
Quali sono allora le colpe politiche del sindaco di Roma? Qual è il bilancio di questi due anni di sindacatura? E quando sarebbero state avvistate queste magagne politiche, se il Pd fino all’anatema papale e fino alla bolla degli scontrini non ne aveva mai fatto questione?
Come mai, dopo mafia-capitale, Marino era considerato un esempio di buona amministrazione, un nemico dei poteri capitolini, un avversario delle potenti lobby (dai vigili urbani, alle alte porpore, ai commercianti, a certi consigli di amministrazione…) e ora, invece, è giudicato un incapace della peggior specie? Le buche nelle strade, la sporcizia, gli autobus scassati, qui, nella capitale, non godono delle attenuanti che vengono riconosciute alle altre amministrazioni (mancanza di fondi, politiche di tagli ai servizi). Anzi abbiamo sentito rispolverare il cliché di Milano capitale morale — il magistrato Cantone ha la memoria molto corta — e magnificare la performance dell’Expo come se né l’una, né l’altra avessero rischiato di affondare negli scandali, nelle ruberie, nelle attività delle grandi famiglie mafiose. E meno male che il presidente della repubblica mantiene il doveroso riserbo, altrimenti il palmarés del sindaco marziano avrebbe fatto il pieno.
La situazione è grave ma non è seria. Chi ne farà le spese, in un modo o nell’altro, sarà il Pd. Ma a essere colpita è anche la gestione democratica di questa vicenda che doveva essere trattata alla luce del sole, in Campidoglio, non nelle stanze del Nazareno, non nel modo fazioso di larga parte dei quotidiani nazionali (quelli locali hanno fatto una opposizione “edilizia” dall’inizio della sindacatura), non attraverso informazioni pilotate e interessate. Marino non è il migliore dei sindaci, il mestiere politico non è il suo, si è mosso fidandosi soprattutto dei “suoi”, del suo cerchio magico. Ma sicuramente non è peggiore di quelli che vogliono fargli le scarpe.
Fin qui abbiamo assistito al primo e secondo atto della tragi-commedia romana. Ora aspettiamo il gran finale. Che per più di qualcuno non sarà indolore. E poi si vada alle elezioni al più presto.
Corradino Minea è finalmente uscito dalla "sinistra tremula" e ha abbandonato il partito di Renzi. Racconta com'è andata. Molto istruttivo per comprendere l'Italia di oggi. Il manifesto, 29 ottobre 2015, con postilla
Il rapporto con il gruppo del Pd si era logorato. Se rivedo il film degli ultimi mesi, ho votato in dissenso su jobs act, scuola, Rai, Italicum e legge costituzionale. Cosa che mi metteva un po’ in imbarazzo e capisco che mettesse in imbarazzo anche chi aveva approvato quelle scelte sbagliate. Inoltre la battaglia nel gruppo aveva perso appeal, aveva minore agibilità dopo che la maggioranza della minoranza si era messa a lavorare Renzi ai fianchi, per logoralo.
Ma senza contestarne la narrazione che è, secondo me, parte fondante della sua politica. Io penso al contrario che solo una generosa assunzione di responsabilità politica possa aiutare il paese, e quel che resta della sinistra, a uscire dal cono d’ombra lo sta cacciando una politica tanto pirotecnica quanto inconsistente.
Sono queste le ragioni politiche delle mie dimissioni dal gruppo. Poi c’è la cronaca, il motore ultimo di una scelta. Quella provo a raccontarla da cronista. Martedì 27, Luigi Zanda convoca i senatori in assemblea, non si sa per discutere cosa. Il direttore del gruppo mi chiama due volte: «Vieni?», «partecipo a tutte le riunioni», «Stavolta Zanda ti vuole». Capisco.
Si aprono le danze. Il capogruppo loda i suoi senatori, «siete il sostegno della legislatura - dice - e dunque della Repubblica». Loda persino chi «gli ha fatto male» votando in dissenso sulla riforma costituzionale, «ma almeno con loro ho parlato, con la Amati, con Casson, ho parlato con Tocci». Solo Mineo è stato sleale: «Non è venuto nella mia stanza a dirmi che avrebbe votato contro. E questo (severo!) viola il nostro statuto».
Ma lo sapevano tutti, l’avevo detto nel gruppo, nei corridoi, ovunque. Cosa non ho fatto? Ho omesso di baciare la pantofola del Presidente. Subito si scatena il processo: durerà due ore e mezzo. Protagonisti, nel ruolo della base indignata, senatori incravattati e senatrici tiratissime.
«Mi ha fatto male vederlo inviare un tweet dopo che il governo era andato sotto sul canone Rai». «Lo hanno applaudito i grillini! (Alzando la voce)». «Raggiungiamo un compromesso sul senato, neppure siamo contenti e lui viene in aula a demolirlo!». «Vuole farsi espellere perché cerca visibilità». «Un partito non è un pollaio e Renzi ha vinto».
Ci sono stati anche interventi di tenore diverso, pochi!. Tocci, sull’assurdità di imporre una disciplina da centralismo democratico nel partito in franchising di Matteo Renzi. Fornaro, che ha ricordato come la narrazione renziana demonizzi la minoranza prima che la minoranza parli o pensi. Lo Giudice, per il quale la libertà non può valere solo quando conviene al vertice (come per le unioni civili).
Poi Zanda conclude pronunciando la parola «incompatibilità» (tra me e il suo magnifico gruppo). E cala l’asso: li avrei definiti «servi», in aula, quando avevo obiettato alla Finocchiaro che Ponzio Polito non era stato affatto, come ella pretendeva, un politico incapace di decidere, ma un servo ipocrita del suo padrone, l’imperatore, che condivideva le ragioni del Sinedrio e voleva che si mandasse a morte Gesù. Se qualcuno del gruppo si è sentito offeso - avevo scritto a suo tempo a Zanda dopo aver subito una contestazione in aula ad opera di taluni del Pd - se qualcuno s’è sentito offeso deve avere una gigantesca coda di paglia. Zanda sapeva.
Nel partito della nazione convive tutto e il contrario di tutto, ma la narrazione deve essere una sola, quella del segretario premier. Tutto qui. Ora imbiancheranno i sepolcri dicendo che la mia uscita era scritta, che l’assemblea non c’entra, che il partito di Renzi non espelle. E questo è vero, non espelle, usa la sua macchina narrante per far sì che i dissidenti si auto espellano, uno alla volta. Civati, Fassina, Mineo. E domani, chi? Mentre gli iscritti e gli elettori se ne vanno più numerosi. Ma che importa, basta vincere anche per un voto, anche se al ballottaggio voterà meno della metà degli italiani. L’importante è vincere, contro un avversario che si cerca di costruire come perdente.
E ora? Gruppo misto, battaglia in senato dove la maggioranza balla e ballerà ancora. Lavoro nelle città e con le persone, perché «c’è vita a sinistra». A condizione di saper essere unitari e generosi. E di rilanciare una battaglia culturale, dopo un quarto di secolo di subalternità alla cultura della destra.
postilla
Sempre più spesso si sentono storie che ricordano il processo raccontato dal senatore Mineo. Dalle scuole agli uffici, dalle fabbriche alle giunte comunali chi vuole esprimere un dissenso nei confronti di chi comanda è costretto a tacere; oppure ad andarsene. Il regime feudale instaurato da re Renzi, con la complicità dei cortigiani, dei servi e degli ignavi sta completando il suo progetto. Libero di raccontare ciò che non condivide è soltanto chi ha le spalle coperte: da una ricchezza personale, o da una pensione, o da un laticlavio.
«L’ex premier britannico, intervistato dalla Cnn, ammette una serie di errori. Dai dossier sulle armi di distruzione di massa al diffondersi del terrorismo islamico». Ma per i governanti non è vero che "chi rompe paga".
La Repubblica, 26 ottobre 2015 (m.p.r.)
Londra. Dodici anni dopo la controversa invasione che è costata centinaia di migliaia o forse milioni di vite umane, e il posto di primo ministro a lui, Tony Blair dice: «I am sorry». L’ex leader laburista chiede scusa, anzi tre volte scusa: per gli errori dello spionaggio britannico che avevano attribuito a Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa (la ragione ufficiale per l’intervento militare del Regno Unito accanto agli Stati Uniti), per errori nella pianificazione della guerra e per la mancata comprensione di quelle che sarebbero state le conseguenze del conflitto, ovvero per l’instabilità che ha sconvolto l’Iraq e le regioni circostanti.
Berlusconi e il berlusconismo hanno trovato, si sa, il lori prolungamento. La penna affilata del tenace critico di Silvio non abbandona la presa e ci ricorda quanto l'ideologa e le pratiche del Caimano vivano ancora nella banda vincente.
La Repubblica, 22 ottobre 2015
La stella berlusconiana, apparsa nel cielo politico d’Italia ventiquattro anni fa, impallidiva da un lustro e forse va dileguandosi ma lascia effetti permanenti. L’ascesa incubava i semi del collasso: un megalomane in abiti e pose da gangster marsigliese, furbissimo, molto temibile ma fortunatamente corto d’intelletto, non diventa d’emblée statista; già la discesa in campo segnalava una coazione morbosa a riempire i palchi; avesse del raziocinio, starebbe tra le quinte; quando anche sappia il da farsi, lo fa per caso, perché in via principale coltiva affari suoi. Ad esempio, ordinandosi à la carte una piccola legge, liquida in 3 o 4 milioni i 300 d’un debito fiscale Mondadori.
«La manovra economica va al di là del puro ritorno elettorale. Vuole consolidare un blocco di potere articolato e allo stesso tempo coeso, di cui il Pd deve essere l’unico rappresentante politico, anzi il dominus».
Il manifesto, 15 ottobre 2015
Dall’altro lato la manovra economica va al di là del puro ritorno elettorale. Vuole consolidare un blocco di potere articolato e allo stesso tempo coeso, di cui il Pd deve essere l’unico rappresentante politico, anzi il dominus.
Nello stesso tempo per Renzi è necessario aggirare i paletti posti da Bruxelles. I censori europei hanno già mostrato i denti a Rajoy. E’ da vedere quindi quale benevolenza otterrà Renzi dai propri padroni e sodali, visto che il suo governo ambisce ad essere niente altro che un’articolazione del sistema di potere delle elite economiche e politiche europee.
Da qui la centralità della cosiddetta riforma fiscale, definita con la consueta modestia una “rivoluzione copernicana”. A quanto riferisce la stessa Repubblica, non certo un organo antigovernativo, i proprietari di 75mila case di lusso e palazzi, ne trarranno ampi benefici, almeno 2800 euro in media a testa. Non importa se a farne le spese sarà la Sanità o altri istituti dello stato sociale. Un tempo misura della nostra civiltà. Diceva il grande Petrolini: quando bisogna prendere i soldi li si cavano ai poveri, ne hanno pochi ma sono tanti. Quindi, se si fa il contrario, ovvero si concedono generosi sgravi fiscali, meglio farlo con i ricchi, perché sono meno e hanno più potere.
Per questo la più grande “riforma fiscale di tutti i tempi”, secondo un’altra sobria definizione del suo autore, va oltre al copia e incolla di quella berlusconiana. Il vecchio leader di Arcore almeno ci metteva un po’ di populismo e parlava di una seconda fase dedicata a l’alleggerimento della pressione fiscale sulle persone fisiche. Invece Renzi prevede che il secondo step deve riguardare le aziende, cioè l’Irap e l’Ires. Il resto viene dopo, se viene. E Squinzi, dopo qualche incomprensione, si riaccende di amore verso il governo. Confortato anche dai propositi del leader di Rignano di intervenire di autorità sullo svuotamento della rappresentanza sindacale e sulla liquidazione del contratto collettivo nazionale, usando come piede di porco l’innocente salario minimo orario legale, ancora da definire.
Qui si scende negli inferi del diabolico. Il taglio dell’Ires verrebbe condizionato al via libera della Ue sulla flessibilità per i costi dell’ondata migratoria. Ovvero i migranti e i profughi, quelli che sopravvivono alla guerra per terra e per mare in atto contro di loro, verrebbero usati come merce di scambio per ridurre le imposte sul reddito d’impresa. Ma un occhio di riguardo bisogna pur tenerlo anche per gli evasori fiscali: non pagano le tasse, ma votano come gli altri. Ecco quindi sbucare l’innalzamento della quota di contante da mille a tremila euro per ogni singolo pagamento, in modo da renderne impossibile la tracciabilità.
Renzi vuole durare. Per farlo, dopo la distruzione sistematica dei corpi intermedi della società civile, deve dare vita a un nuovo blocco di potere con collanti tenaci. Vuole e deve risolvere la dicotomia di cui parlava Niklas Luhmann, su cui forse gioverebbe tornare a riflettere per capire le derive del presente. Quella tra potere e complessità sociale. La seconda viene compressa e strozzata dalle controriforme costituzionali, istituzionali e elettorali in atto (che speriamo di potere smantellare con gli opportuni referendum). Il primo va al di là di quel “mezzo di comunicazione”, di quel “sottosistema” autonomizzato di cui parlava Luhmann nella sua polemica con Habermas. In quanto articolazione di un potere superiore, quello espresso dagli organi a-democratici della Ue, diventa strumento di disarticolazione di ogni potenziale schieramento sociale antagonista e contemporaneamente di inclusione/corruzione di strati e settori sociali utili a puntellare un sistema che non sopporta la dualità sociale attiva. Cioè il conflitto.
Aiuto! Al Pd sono spariti i candidati. Affogati nel ragù renziano, invisibili, declinanti prima ancora di aver tentato il decollo. Il giovanissimo e atletico centrosinistra di Matteo annaspa ovunque in Italia. Non parliamo del centrodestra. Dei cinquestelle vale la regola della tripla al totocalcio: possono fare eleggere una nuova classe dirigente ma anche disperderla nella curva da ultras della rete.
«Non c’è ancora un orientamento preso dal governo», ma l’Italia ha già deciso «con i nostri alleati di contrastare con forza il Daesh». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, chiarisce così, durante una conferenza stampa con il capo del Pentagono, Ash Carter, a che punto è la questione bombardamento in Iraq. La decisione formalmente non è presa, e il governo assicura che ci sarà un voto del Parlamento, ma Matteo Renzi un impegno di massima con l’alleato americano l’ha preso a New York, durante l’Assemblea generale dell’Onu. Un’offerta di “sostegno risoluto”, che gli Usa hanno accolto con favore, ma non hanno particolarmente sollecitato.
«I migranti rifiutano l’identificazione. E tra le tante domande senza risposta la più importante è: basta la provenienza per stabilire in 48 ore se chi sbarca col volto stravolto e occhi imploranti è profugo o migrante economico? Siria sì, Nigeria no».
La Repubblica, 1 ottobre 2015 (m.p.r.)
Lampedusa. I primi quindici migranti sono già scappati. Identificati qui nell’ hotspot sperimentale di contrada Imbriacola, inseriti nel registro delle quote europee, trasferiti sulla terraferma, nell’hub di Villa Sikania a Siculiana (Agrigente) in attesa di essere inviati nel Paese di destinazione. Scappati. Via, a cercare il primo treno o a farsi prelevare dall’autista dell’organizzazione di trafficanti per l’ultima tratta del loro viaggio nel tentativo di raggiungere la destinazione scelta da loro. E non dall’Europa.
«Secondo le regole europee i rifugiati hanno diritto di scappare dalla guerra eppure una direttiva impedisce alle compagnie aeree di prenderli a bordo senza rischiare pesanti sanzioni».
Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2015 (m.p.r.)
Dimi Reider è un giornalista e blogger israeliano, co-fondatore di
+972 Magazine. È anche un associate fellow del European Council on Fo re i g n Relations (ECFR), sul cui sito è pubblicata la version e integrale di questo articolo, uscito negli Usa sulla rivista Foreign Affairs
Ne ha dette, ne dice giornalmente tante e tali che non ci si dovrebbe più far caso. Ma una delle ultime esternazioni del presidente del Consiglio urta i nervi in modo particolare, sì che si stenta a dimenticarsene. «I sindacati debbono capire che la musica è cambiata», ha sentenziato con rara eleganza a margine dello «scandalo» dell’assemblea dei custodi del Colosseo. Non sembra che la dichiarazione abbia suscitato reazioni, e questo è di per sé molto significativo. Eppure essa appare per diverse ragioni sintomatica, oltre che irricevibile.
In effetti la rozzezza dell’attacco non è una novità. Come non lo è il fatto che il governo opti decisamente per la parte datoriale, degradando i lavoratori a fannulloni e i sindacati a gravame parassitario che si provvederà finalmente a ridimensionare. È una cifra di questo governo un thatcherismo plebeo che liscia il pelo agli umori più retrivi di cui trabocca la società scomposta dalla crisi. Sempre daccapo il «capo del governo» si ripropone come vendicatore delle buone ragioni, che guarda caso non sono mai quelle di chi lavora. E si rivolge, complice la grancassa mediatica, a una platea indistinta al cui cospetto agitare ogni volta il nuovo capro espiatorio.
Sin qui nulla di nuovo dunque. Nuova è invece, in parte, l’ennesima caduta espressiva. Un lessico che si fa sempre più greve, prossimo allo squadrismo verbale di un novello Farinacci. Così ci si esprime, forse, al Bar Sport quando si è alzato troppo il gomito. Se si guida il governo di una democrazia costituzionale non ci si dovrebbe lasciare andare al manganello.
«La musica è cambiata», «tiro dritto» e «me ne frego». Senza dimenticare i beneamati «gufi». Quest’uomo fu qualche mese fa liquidato come un cafoncello dal direttore del più paludato quotidiano italiano. Quest’ultimo dovette poi prontamente sloggiare dal suo ufficio, a dimostrazione che il personaggio non è uno sprovveduto. Sin qui gli scontri decisivi li ha vinti, e non sarebbe superfluo capire sino in fondo perché. Ma la cafoneria resta tutta. E si accompagna alla scelta consapevole di selezionare un uditorio di facinorosi, di frustrati, di smaniosi di vincere con qualsiasi mezzo — magari vendendosi e svendendosi nelle aule parlamentari. Secondo un’idea della società che celebra gli spiriti animali e ripudia i vincoli arcaici della giustizia, dell’equità, della solidarietà.
Una forte denuncia del comportamento dell'Ue di fronte al dramma e all'occasione storica dell'Esodo. «L’alternativa alla dissoluzione dell'Ue è l’abbandono dell’austerità e il varo di un piano per l’inserimento sociale e lavorativo di profughi, migranti e cittadini».
Il manifesto, 25 settembre 2015, con postilla
E’ un alibi: si vuol far credere che le maniere forti possano sostituire l’accoglienza che non c’è. E per ridimensionare i flussi — e risolvere la questione – si conta di accogliere i rifugiati (quelli che provengono da paesi “insicuri”, in guerra) e di respingere i migranti (quelli che provengono da paesi definiti “sicuri”). Anche Prodi ha ricordato che nessuno Stato dell’Africa — e meno che mai Iraq, Afghanistan o Kurdistan – è sicuro; e anche il ministero degli esteri avverte i turisti che tutti i paesi da cui provengono i migranti non sono sicuri. Se in tanti rischiano morte e violenza per fuggire dal loro paese è perché là non possono più vivere.
E’ un’infamia, perché nasconde il fatto che se venissero approntati corridoi umanitari per permettere a chi fugge di raggiungere in sicurezza l’Europa, gli scafisti di mare e di terra non esisterebbero e si sarebbero evitate decine di migliaia di morti. E’ un crimine, perché fermare gli scafisti in Libia (nessuno, però, ha proposto di bombardare quelli della Turchia, altrettanto spietati), posto che sia fattibile, significa ricacciare i profughi nel deserto, condannandoli ai tanti modi di morire a cui si erano appena sottratti.
D’altronde gli hotspot pretesi da Junker e Angela Merkel in cambio delle quote di rifugiati da smistare in Europa sono la menzogna con cui si intende dimezzare il numero da accogliere, sbarazzandosi di coloro a cui non verrà riconosciuto lo status di rifugiati. Ma come si fa a rimpatriarne così tanti? E in paesi con cui non esistono accordi di rimpatrio e dove spesso non ci sono nemmeno autorità a cui riconsegnarli? Appena sbarcati, se non saranno imprigionati o soppressi, riprenderanno la strada per l’Europa a costo della vita: non hanno altra scelta.
Evidente è la gara tra gli Stati dell’Unione per scaricarsi a vicenda l’onere di un’accoglienza che nessuno vuole accollarsi. Ma la vera contropartita delle quote è che chi non rientra in esse dovrà restare dov’è: se non potrà, e non potrà, essere rimpatriato, dovrà farsene carico il paese di arrivo: Italia o Grecia; paesi che, anche se volessero, non potrebbero circondare di filo spinato le proprie coste come l’Ungheria fa con i suoi confini. La Spagna l’ha già fatto a Ceuta e Melilla; la Grecia dell’ex ministro Avramopoulos, ai confini con la Turchia; Francia e Regno Unito a Calais; la Bulgaria ha schierato l’esercito; Germania, Austria, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca e Francia cercano di chiudere le frontiere… Così, anche se Angela Merkel lascia credere di avere forze e mezzi per affrontare la situazione, la soluzione con cui ripropone la sua leadership sull’Unione ne assegna i vantaggi alla Germania e ne scarica i costi sui paesi più deboli ed esposti. Proprio come con l’euro.
Sanzioni incisive, fino all’espulsione, contro gli Stati che rifiutano le quote — peraltro già ora insufficienti — sarebbero altrettanto rischiose per la coesione che accettare che ciascuno vada per conto suo. Così, se il feroce braccio di ferro con la Grecia ha inferto un duro colpo all’immagine di un’Unione portatrice di vantaggi e benessere per tutti i suoi membri, la vicenda dei profughi sta dando il colpo di grazia all’unità di una aggregazione di Stati tenuti insieme solo dai debiti e dal potere della finanza.
Trasformare l’Europa in fortezza significa avallare e promuovere lo sterminio per mare e soprattutto per terra di chi cercherà ancora di fuggire dal suo paese; moltiplicare ai confini del continente caos e guerre che tracimeranno in Europa: con altri profughi, ma anche con terrorismo e aspri conflitti sociali; e consegnare al razzismo il governo degli Stati dell’Unione sempre più divisi. Chiunque sia a gestirli: destre, centri o “sinistre”.
Ma si può accogliere centinaia di migliaia, e domani milioni di profughi senza un programma di inserimento sociale: casa, lavoro, reddito, istruzione e diritti per tutti? Si può “tenerli lì” per anni a far niente, in sistemazioni di fortuna (che in Italia stanno arricchendo migliaia di profittatori) o in carceri come i Cie? Ne va innanzitutto della loro dignità di esseri umani. Ma è anche intollerabile per tanti cittadini europei che abitano e lavorano accanto a loro, o che sono già ora senza lavoro, o senza casa, o senza reddito, abbandonati dallo Stato. E’ il modo migliore per alimentare tra loro rancore, rigetto e razzismo.
Il modo in cui l’Unione tratta i popoli dei suoi Stati più deboli, come quello greco, ma non solo, e sfrutta i paesi africani e mediorientali e i loro abitanti, e soprattutto cerca di sbarazzarsi di quelli di loro che vogliono diventare, e già si sentono, cittadini europei, è la negazione di tutto ciò che la Comunità, e poi l’Unione europea, sembravano promettere con il richiamo ideale allo spirito di Ventotene. L’alternativa a questo processo di dissoluzione non può essere che l’abbandono delle politiche di austerità e il varo di un grande piano europeo per l’inserimento sociale e lavorativo sia di profughi e migranti che dei milioni di cittadini europei oggi senza lavoro, senza casa, senza reddito, senza futuro; affidandone la gestione a quelle strutture dell’economia sociale e solidale che hanno dimostrato di saperlo fare. Ma è anche la condizione irrinunciabile per aiutare i profughi a costituirsi in base sociale e punto di riferimento politico per la riconquista alla pace e alla democrazia dei loro paesi di origine; per l’allargamento all’area mediterranea e nordafricana di un’Unione europea da rifondare dalle radici.
I contenuti di quel piano non possono che essere le misure e gli investimenti necessari per far fronte agli impegni sul clima da assumere alla prossima “Cop-21″ di Parigi, se si vuole che l’Europa faccia la sua parte per arginare una catastrofe imminente. Sono misure in grado di dare lavoro, reddito e sistemazione a tutti: profughi, migranti e cittadini europei. Un piano del genere, che ha una dimensione economica, ma deve avere soprattutto un risvolto sociale e una articolazione fondata sull’attenzione alle persone e alle vicende individuali di ciascuno, non può essere delegato né agli Stati, né agli organi dell’Unione, né alle logiche del mercato. Deve nascere, rapidamente, da un confronto tra tutte le forze sociali impegnate sul fronte del cambiamento e trovare in un soggetto attuatore adeguato. Che non può essere che la rete europea dell’economia sociale e solidale. Per tradursi al più presto in una piattaforma politica da proporre e sostenere in alternativa alle scelte spietate e paralizzanti di questa Europa.
postilla
Non è la prima volta che Guido Viale (e molti degli intellettuali che hanno dato vita ad "Altra Europa con Tsipras") affrontano il tema del gigantesco trasferimenti di persone dal Sud del mondo all'Europa in connessione con la proposta di un "nuovo New Deal" europeo. L'obiettivo della proposta non è solo quello di dare concreta ospitalità alle differenti forme e soggetti dell'Esodo del XXI secolo (persone in fuga per guerre guerreggiate, per lesione dei diretti umani, per miseria e carestie, persone che vedono l'Europa come una dimora transitoria oppure definitiva) ma è anche quella di trovare un impiego socialmente e umanamente utile alla gigantesca risorsa costituita dalla forza lavoro che affluisce verso l'Europa. e che è da ciechi, oltre che da miserabili, pensare di poter ridurre nella quantità. Certo, per immaginare e realizzare un simile programma occorrono due convinzioni pregiudiziali: (1) bisogna credere che il lavoro dell'uomo è una risorsa indispensabile per comprendere e trasformare il mondo; (2) bisogna aver appreso dai fatti che né il Mercato né uno Stato che del mercato sia lo strumento sono capaci di cimentarsi in una simile impresa.
«Mi sento di fare un appello affinché questa progettualità comune si concretizzi in forme di accoglienza semplici e minime, ma diffuse in tutto il Paese e molto solide, strutturate e coordinate. Una rete umana in cui ogni soggetto partecipante garantisce di superare le differenze e gli steccati».
La Repubblica, 25 settembre 2015 (m.p.r.)
Traditi da un mercante menzognero, vanno, oggetto di scherno allo straniero. Bestie da soma, dispregiati iloti. Carne da cimitero. Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti». De Amicis nel 1882 cantava così ne Gli emigranti le esistenze di coloro che a Genova facevano la fila per salire sulle navi in partenza per altre terre, per scappare lontano da casa. È certo utile tener presente la nostra storia nel momento in cui non passa giorno in cui i media snocciolino il loro drammatico bollettino sulla tragedia che ben conosciamo. Una moltitudine di persone cerca di varcare confini chiusi, s’imbarca e s’incammina in cerca di futuro, scappa da orrori tremendi, o semplicemente dalla fame. Già, anche la fame causata dal landgrabbing e dall’ingordigia neocolonialista e non soltanto le guerre e la ferocia cieca e idiota di certi fanatici. Perché non si possono fare distinzioni tra migranti, profughi, rifugiati e le cause che li spingono a fuggire. Ciò che si può fare è prendere atto che quest’onda di umanità disperata non si fermerà, si protrarrà per anni e cambierà profondamente la geopolitica europea, la composizione sociale di interi territori e città. Ma rendersi pienamente contro della situazione è ciò che si può fare come minimo, mentre in verità è giunto il momento di non limitarsi ad aprire gli occhi.
L'intervento in aula di un senatore che conosciamo e stimiamo. Siamo certi che è tra quelli che non voteranno l'orrida proposta di cui illustra l'intima nefandezze e la pesante lesione delle regole della convivenza democratica, e quindi contribuirà a bocciarla. Ma ci domandiamo ancora una volta come faccia a rimanere in quel partito
Quando gli storici di diritto costituzionale studieranno questa revisione della Carta, noteranno un'anomalia che noi non possiamo oppure non vogliamo vedere. Con i voti di un premio di maggioranza viziato da illegittimità si riscrive quasi tutta la seconda parte. La famosa sentenza della Corte raccomandava di approvare subito la legge elettorale per andare a votare al più presto, ma non chiedeva di riscrivere la Carta. Lo fa la classe politica proprio per evitare le elezioni. So di dire una cosa che suona sgradevole e mi viene quasi di scusarmi con voi. È come se ci fosse un inconsapevole accordo a non parlarne qui. Che la dice lunga sullo straniamento di questo dibattito.
Apparentemente si discute di riforma del bicameralismo, dopo l'approvazione della legge elettorale. Ma il combinato disposto, come si dice in gergo, produce una mutazione di sistema. Si cambia la forma di governo del Paese, senza annunciarla, senza discuterla come tale e senza neppure deliberarla esplicitamente. La legge costituzionale e l'Italicum istituiscono in Italia il premierato assoluto, come lo chiamava, con tremore di giurista, Leopoldo Elia. Lo definiva assoluto non perché fosse una svolta autoritaria come si dice oggi, ma perché privo dei contrappesi, cioè di quei meccanismi compensativi che sono in grado di trasformare ogni potere in democrazia.
Si affidano le sorti del paese all'arbitrio di una minoranza che diventa maggioranza per i rinforzi artificiali del premierato invece che per i consensi liberamente espressi dai cittadini. Si crea un governo maggioritario in una democrazia minoritaria, segnata sempre più da una disaffezione elettorale che allontana dalle urne ormai quasi la metà della popolazione.
Per tutto ciò il premier dispone di una maggioranza ubbidiente di parlamentari che ha scelto personalmente come capilista. D'altro canto, con l'Italicum i tre quarti dei parlamentari, sempre nel worst case scenario, sono sottratti al controllo degli elettori, non solo al momento del voto ma durante il mandato. Al contrario il premier riceve un'investitura diretta, seppure minoritaria, nel ballottaggio. Si crea così un forte squilibrio di legittimazione tra il capo del governo e l'assemblea, che si traduce in supremazia del potere esecutivo sopra il legislativo e indirettamente anche sull'ordinamento giudiziario.
I tre poteri fondamentali di una democrazia sono decisamente fuori equilibrio, e il principale fattore di questo squilibrio è il numero dei deputati. La Camera - unica depositaria del voto di fiducia - è sei volte più grande del Senato. Di fatto è un monocameralismo. Niente di male in linea di principio, lo proponeva con ardore anche il mio caro maestro, il presidente Pietro Ingrao, e tanti altri nella Prima Repubblica, ma tutti lo compensavano con legge elettorale proporzionale. Nessuno lo avrebbe mai accettato con una legge ipermaggioritaria. Eppure, eliminare lo squilibrio numerico sarebbe facile e doveroso. In nessun paese europeo si arriva a 630 deputati. E la proposta iniziale del governo faceva della riduzione dei parlamentari la priorità della revisione costituzionale. Perché allora non si riduce il numero dei deputati? Perché si cambia tutto tranne il numero della Camera? Da più di un anno questa domanda rimane senza risposta. Mi rivolgo in extremis alla ministra Boschi: abbia almeno la cortesia istituzionale di dare in quest'aula una spiegazione seria e convincente.
Il risultato è un Senato senza funzioni e senza autorevolezza. Anzi un vero pasticcio: da un lato un eccesso di potere costituzionale, improprio per un'assemblea composta anche da figure amministrative, e dall'altro la mancanza di poteri ordinamentali e soprattutto di penetranti controlli - inchieste, audizioni dei dirigenti, analisi dei risultati ecc. - che andrebbero a pennello per il ramo sprovvisto della fiducia e quindi più libero dal condizionamento di governo. Che senso ha mantenere in vita una gloriosa istituzione svuotata di prestigio? Meglio allora eliminarla del tutto. Non c'è niente di peggio di un'assemblea senza poteri, con il rischio che li ottenga tramite il consociativismo col governo, degradando ulteriormente la trasparenza e l'efficienza del sistema.
Non rinnego il Senato elettivo a base proporzionale che ho sostenuto insieme ad altri. Rimango convinto che avrebbe rinsaldato il rapporto tra eletti ed elettori, oggi essenziale per ricostituire la fiducia nelle istituzioni. Avrebbe ricordato al premier - che è assoluto nei poteri ma carente nei consensi - quali siano gli orientamenti popolari profondi. La presidente Finocchiaro lo considera un freno inaccettabile, ma sarebbe un importante contrappeso. In questo senso abbiamo parlato di un Senato di garanzia, per i poteri e per il mandato elettorale diretto.
Ma non mi innamoro delle proposte. In teoria la garanzia si può ottenere anche in una sola camera, magari eletta con i collegi uninominali, ricorrendo a voti qualificati, superiori al premio di maggioranza, nella legislazione dei diritti fondamentali. E i costituzionalisti sarebbero in grado di suggerire tanti altri modi di compensazione. È dirimente l'equilibrio generale, non la singola proposta, neppure quella a me cara del Senato elettivo. La legislazione costituzionale non è altro che produzione di sistema. La qualità di una legge costituzionale si misura nell'effetto di sistema. Qui la misura è negativa sotto i punti di vista; anche la mediazione che si affaccia sulla quasi elezione dei senatori, un passo avanti certamente positivo, non è in grado di modificare l'impianto, non riduce lo squilibrio del premierato assoluto. Non cancella la mia valutazione negativa.
Si è persa anche l'occasione della riforma del bicameralismo. Perché si è raccontato un falso all'opinione pubblica da almeno trent'anni. Le famose navette che vanno da una camera all'altra riguardano solo il 3% delle proposte di legge, per lo più a causa di testi scritti male dal governo. Non è vero che ci sia un problema di velocità del procedimento legislativo, anzi è vero esattamente il contrario: è troppo facile, c’è una bulimia delle leggi, se ne scrive una nuova prima che la precedente sia applicata. Lo sanno bene i cittadini, le amministrazioni e le imprese ormai sommersi da un'alluvione normativa che soffoca la vita quotidiana. Il nuovo bicameralismo dovrebbe aumentare la qualità e non la velocità, per produrre poche leggi organiche, brevi e leggibili anche per i cittadini.
A tale compito dovrebbe dedicarsi un nuovo Senato di alta legislazione, per curare i grandi Codici, lasciando alla Camera la responsabilità di attuare il programma di governo entro una cornice solida ed efficace. Questa è la riforma mancata del bicameralismo. Non si è potuto neppure discuterne perché c'è il feticcio del Senato federale. Era una grande idea, certo dell'Ulivo e di altri. Molti di noi hanno speso le migliori energie giovanili per una Repubblica federale. Ma si è rivelato un disegno disastroso, le regioni oggi sono al punto più basso di credibilità come dimostra la bassa partecipazione alle ultime elezioni; nel frattempo gli squilibri territoriali, a cominciare da quello Nord-Sud, si sono aggravati.
Si doveva fare un bilancio serio del fallimento del federalismo in sede parlamentare. Il governo lo ha fatto da solo, togliendo poteri alle regioni e compensando il ceto politico con il pennacchio del Senato. Il risultato è deprimente. Non abbiamo più il vecchio regionalismo, non abbiamo più il federalismo, rimane solo un rapporto confuso che diventerà ancora più litigioso con le funzioni ripartite secondo una doppia competenza esclusiva, che - lo dice la logica - è difficile da mediare. Bisogna invece ridurre il numero delle regioni, come propongo con un emendamento. Una decina di macroregioni potrebbero trovare un rapporto più costruttivo con lo Stato, rendendo più compatto il sistema paese nella competizione internazionale.
Sulla base di queste considerazioni di sistema, e non solo per il Senato elettivo, lo scorso anno ho espresso il mio disagio, insieme ad altri, non partecipando al voto, sperando che nei passaggi successivi si potesse migliorare. L'equilibrio, a mio avviso, è peggiorato, il debole passo avanti sul senato elettivo è vanificato dall'approvazione dell'Italicum e dal diniego della riduzione del numero dei deputati. Alla seconda lettura siamo chiamati a una valutazione definitiva, per questo il mio voto sarà contrario, non essendoci sulla materia costituzionale un vincolo di partito.
Sento già il ritornello - “allora vuoi far cadere il governo?” È la domanda più stupida che si legge sui giornali. È una strabiliante inversione tra causa ed effetto. È inaudito che il governo ponga in sede politica una sorta di fiducia sul cambiamento della Costituzione. Non è mai accaduto nella storia della Repubblica. Il fatto che oggi venga considerato normale, che si dia quasi per scontato, che venga messo all'indice chi si sottrae, è la conferma che il dibattito pubblico italiano è malato, che già nell'agenda di discussione, prima ancora che nelle soluzioni, si vede un pericoloso sbandamento dei principi e di valori.
Si è costruita artificiosamente un'emergenza costituzionale per conferire una legittimazione politica a un governo sprovvisto di un diretto mandato degli elettori. È l'ennesima anomalia italiana. In un paese normale il governo non si occupa della Costituzione. In un paese normale l'esecutivo governa secondo un programma presentato agli elettori. Si può derogare a queste semplici regole in situazioni straordinarie e per breve tempo. Da noi lo stato d'eccezione durerà per quasi tutto questo decennio.
Non si può dare la colpa solo agli ultimi venuti. Da venti anni si cambia la Costituzione per contingenti finalità politiche; prima il centrosinistra col titolo V per inseguire la Lega, poi Berlusconi nel 2005 per sigillare la sua maggioranza, poi lo ius sanguinis del voto all'estero per legittimare Fini e poi i tentativi di Tremonti di salvarsi modificando l'articolo 41. Tutte riforme costituzionali fallite, perché sbagliato era il metodo. Ma già negli anni ottanta, da quando persero la capacità di governo, i partiti hanno preso il vezzo di dire che non era colpa loro ma della Costituzione. Per non affrontare la crisi della politica hanno aperto la crisi delle istituzioni. Hanno cominciato a sfogliare l'atlante del modello francese, inglese, tedesco, spagnolo e americano.
Il perfettismo istituzionale è un sintomo della malattia della politica. Le Costituzioni sane sono imperfette perché prodotte dalla storia. Il modello decisionale americano è pazzesco, non prevede neppure il decreto legge, eppure ha gestito un impero. Le imperfezioni sono compensate dalla volontà politica, che è come il coraggio di don Abbondio, chi non ce l'ha non se la può dare. Da trent'anni la classe politica italiana invece di governare si consola con l'orsacchiotto di pezza delle riforme istituzionali.
Quando il presidente Renzi si vanta di fare le cose in programma da venti anni, non si accorge di parlare da conservatore. È il paradosso dei rottamatori che applicano l'agenda dei rottamati. Ripetono l'errore più grave, quello di servirsi della revisione costituzionale per finalità politiche contingenti.
La Carta sarebbe da cambiare in tante cose - non sono tra coloro che ne fanno un altare. Ma ci vuole umiltà. Cambiare la Costituzione significa servirla, non servirsene. La mia generazione non è stata all’altezza del compito. La notizia triste è che neppure la generazione dopo di noi se ne mostra capace. Forse devono ancora nascere i riformatori di domani in grado di migliorare il capolavoro ricevuto in eredità.
Si scrive riforma, si legge pasticcio. E quella mediazione che è l’ossessione del Pd potrebbe anche peggiorarlo. Ufficialmente e renzianamente, la riforma del Senato è la via per arrivare a una democrazia efficiente, nella quale «il procedimento legislativo sarà più snello ed efficace» (Maria Elena Boschi dixit). Fuor di propaganda, è un ginepraio contraddittorio, da cui potrebbe scaturire una seconda Camera che conterà poco o nulla. Soprattutto, composta di nominati. «Questa riforma è un capolavoro di dilettantismo», scandisce l’amministrativista Gianluigi Pellegrino.
Se parliamo di politica e non di farfalle, allora bisogna ammettere che l'Alexis di"l'Altra Europa con Tsipras ha vinto, e che Syriza non ha nulla a che fare col PD di Matteo Renzi (né con la "sinistra tremula").
Il manifesto, 23 settembre 2015
Dopo una via crucis che avrebbe logorato qualunque altro governo nel mondo e che qui, invece, l’ha rafforzato. Volevano sterilizzare i loro lindi tavoli europei dalla presenza fastidiosa di un capo di governo non allineato ai loro voleri, e se lo ritrovano ora davanti, in questi stessi giorni, a quegli stessi tavoli, sopravvissuto al fuoco, a lottare per quello che ha sempre chiesto e che a luglio gli è stato negato: ristrutturazione del debito, abbandono delle folli politiche d’austerità, radicale riscrittura dei trattati, politiche redistributive, continuando a battersi lì per cambiare i termini del diktat «insostenibile» impostogli col ricatto e la minaccia a luglio. E insieme offrendo un punto di riferimento a tutte le forze che nello spazio europeo si battono per quegli obbiettivi.
Ed è questa la seconda ragione per gioire del risultato di Atene. Perché lì è nata, non più in embrione, ma ormai allo stato visibile, una sinistra europea, transnazionale e post-nazionale, dichiaratamente determinata a battersi nello spazio continentale della politica che viene, tendenzialmente maggioritaria perché impegnata a rappresentare l’enorme disagio che le politiche di questa Europa producono e a sfidare la «pratica del disumano» che le istituzioni europee contrappongono alla moltitudine sofferente che preme ai propri confini blindati. Sinistra nuova, diversa dai residui logori della vecchie social-democrazie, miseramente naufragate nella battaglia di luglio, fisicamente visibile sul palco di Piazza Syntagma dove si sono schierati i leader e le leader di Podemos e della Linke, dei Verdi tedeschi e del Partito della sinistra europea, stretti intorno a Tsipras in un patto che va al di là della tradizionale solidarietà internazionale, e che segna in potenza un «nuovo inizio».
Preoccupa, certo, nel quadro altrimenti confortante delle elezioni greche, l’alto livello dell’astensione. È, potremmo dire, il lato oscuro della forza, che i commentatori maligni di casa nostra non hanno mancato di sottolineare per tentare di ridimensionare il valore del risultato, pur essendo gli stessi che in ogni altra occasione ci avevano spiegato (ricordiamo l’Emilia Romagna, o le ultime regionali?) che è cosa normale, che le democrazie moderne funzionano bene così. Noi continuiamo a considerarlo, a differenza di loro, un grave problema, ovunque si manifesti, sapendo bene che, in particolare in questo caso, esso è sintomo di un fallimento, non certo dei greci (per i quali la notizia è tutt’al più l’altra, che abbiano continuato a votare a milioni e a crederci), ma dell’Europa. Della gabbia di ferro in cui ha chiuso i popoli, facendo di tutto per convincerli che la loro volontà (la «volontà popolare», appunto), non conta nulla. Che le regole che nessuno ha votato sono dogmi immodificabili. E funzionando così come una gigantesca macchina che erode e riduce ai minimi termini la democrazia, svuotandola di significato.
Indigna, d’altra parte, lo spettacolo, davvero indecente, della nostra stampa quotidiana. I commenti a caldo degli editorialisti embedded, impegnati in acrobazie spericolate per sostenere – sulla scia delle veline renziane — che la vittoria di Syriza e la sconfitta secca dei fuoriusciti di Unità popolare dimostrerebbe nientemeno che «non c’è spazio alla sinistra del Pd», come se Tsipras fosse Renzi (si sa benissimo che quel 12 luglio feroce Renzi era tra i ricattatori e Tsipras il ricattato, e nessuno può permettersi di nascondere la distanza abissale tra le politiche dei due, si tratti dei diritti del lavoro o dei rapporti con la Merkel). E come se, che ne so, Bersani e Cuperlo fossero Varoufakis (!). O Civati, Fratoianni e Ferrero Lafazanis. Sono, quei commenti senza pudore, la misura di quanto sgangherato sia il nostro sistema dell’informazione. Quanto servile, piegato ai voleri dei suoi tanti padroni, politici o economici. Ma soprattutto sono il frutto di una grande paura. Del timore che l’esempio greco possa diffondersi per contagio, e che cresca in Europa un’alternativa al sistema di privilegio di cui anche quel démi monde è parte.
Da quella «grande paura» dovremmo trarre uno stimolo. E una conferma della nostra possibile forza. Ad Atene, su quel palco europeo, la sinistra italiana non era rappresentata. Per il fatto che non c’è. O meglio: «non c’è ancora». Resta la grande attesa, sempre in costruzione, mai nella realtà. Non la si faccia prolungare troppo quell’attesa. C’è un grande lavorio, dal basso e non solo. Si discute di date, di eventi, di processi costituenti. Non facciamone un eterno Godot. Facciamo subito quello che dobbiamo fare: una sinistra capace di andare oltre i propri frammenti e di prendere in Italia e in Europa il posto vuoto che in tanti si aspettano che occupi. Chiunque rallentasse o ostacolasse questo processo, tanto più ora, si assumerebbe una responsabilità tremenda.
Il manifesto, 20 settembre 2015
Da questo punto di vista i troppo buoni direbbero che la montagna ha partorito il topolino, i pacati e gli equanimi che siamo di fronte a una truffa volgare.
A quel che si trae da notizie di stampa, l’accordo prevede che la durata del mandato dei senatori coincida con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, su indicazione degli elettori in base alle leggi elettorali regionali. Quanto alla coincidenza del mandato senatoriale con la durata di organi territoriali regionali o locali, nulla quaestio. È un principio che potrebbe essere reso compatibile anche con l’elezione popolare diretta dei senatori. I problemi vengono dopo.
Si rileva infatti che i senatori sono eletti dagli «organi delle istituzioni territoriali». Dunque, non dai cittadini nell’ambito territoriale di riferimento. Con questo si ribadisce il no all’elezione popolare diretta dei senatori, e si affida al consiglio regionale il potere di scegliere i rappresentanti in senato. Una conferma si trae dal fatto che agli elettori si attribuisce «l’indicazione». E, secondo il dizionario, con tale termine si intende una designazione, una proposta, una segnalazione, un suggerimento, non una decisione e tanto meno una scelta. I cittadini «indicano», il consiglio regionale «elegge». Una bella prova di democrazia mettere il popolo sovrano in una posizione di indiscutibile subalternità.
Si aggiunga che il tutto è rinviato alla disciplina posta con legge regionale, senza alcuna indicazione di principi di legge statale o comunque limiti da osservare. Tanto che sarebbe del tutto possibile una legge per cui il consiglio regionale scelga i senatori in una rosa più ampia formata dai candidati alla carica di consigliere regionale più votati, giungendo in concreto all’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali al proprio interno, senza che la volontà espressa dal voto popolare sia in ultimo decisiva. Volendo evitare questo, e concedere al popolo sovrano di scegliere i propri rappresentanti, sarebbe quanto meno necessario prevedere in Costituzione un listino votato separatamente e la incompatibilità tra le cariche di consigliere regionale e senatore.
Per questo, siamo alla truffa volgare. Chi legge nel testo il ripristino della elezione popolare diretta dei senatori mente sapendo di mentire. L’essenza del senato voluto da Renzi non è toccata, e rimangono tutte le censure già argomentate su queste pagine. Ne gioirà Moody’s, che plaude alla riforma (e potremo ricordare che aveva già applaudito all’Italicum, e criticato la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni). E abbiamo dimenticato J.P. Morgan, che già nel 2013 sollecitava ad abbandonare le costituzioni antifasciste del dopoguerra, inquinate da elementi di socialismo? I poteri forti della finanza internazionale non si curano della salute democratica del paese. Ma il governo della Repubblica dovrebbe.
Per le riforme eterodirette della Costituzione abbiamo già dato, con l’art. 81 e il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Ma qui vediamo una vicenda di piccole miserie. Può solo interessare che, se la proposta si tradurrà in un emendamento all’art. 2, questo potrà aprire la via anche ad altri emendamenti e a nuovi scenari di confronto parlamentare. Non è infatti pensabile che la modificabilità dell’art. 2 venga limitata al solo emendamento risultante dall’accordo interno Pd.
Capiamo, ma non apprezziamo, le ambasce della minoranza Pd. Se si piega ha fatto molto rumore per nulla. La mediazione rimane sotto la soglia della decenza. Questi coraggiosi — si fa per dire — alfieri della verità e della giustizia devono pur chiedersi se accettare, magari per il miraggio di un piatto di lenticchie, sia nel loro interesse collettivo e individuale. È davvero dubbio lo sia, per la perdita di faccia e di credibilità. Di sicuro, non è nell’interesse del paese.
«Nonostante la grande astensione Syriza resta primo partito e torna al governo con i nazionalisti di Anel. Tsipras festeggia in piazza e si prepara a giurare da primo ministro. Sonora sconfitta della scissione da Syriza di Lafazanis: Unità popolare fuori dal parlamento».
Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)
Alexis Tsipras vola, superando le più rosee previsioni: Syriza, con più della metà dei voti scrutinati, è al 35,5%, percentuale che le permette di eleggere 145 deputati, mentre il centrodestra di Nuova Democrazia segue a grande distanza, con il 28,7% e, al momento, 75 deputati. La principale conseguenza politica del voto è che Syriza, insieme ai Greci Indipendenti di Panos Kammenos, i quali sino ad ora sono al 3,7% con dieci deputati, potranno formare nuovamente, senza bisogno di altri partiti, un nuovo governo.
Il leader di Syriza e Kammenos si stanno per incontrare per sancire il proseguimento della loro “strana” alleanza, basata sulla lotta alla corruzione e alle politiche neoliberiste di austerità. Malgrado il difficile compromesso firmato ad agosto con i creditori, la chiusura delle banche dopo la riduzione della liquidità decisa dalla Bce e la martellante campagna televisiva di molti media contro la sinistra radicale, Syriza rimane protagonista della scena politica greca, e perde meno dell’1% rispetto alle trionfali elezioni di gennaio.
Si tratta, ovviamente, di un successo personale di Tsipras, che ha promesso di continuare a lottare contro le lobby corrotte, gli intrecci sotterranei tra economia e politica, per superare l’austerità e creare nuovi equilibri in Europa, anche se ci vorrà del tempo e sarà richiesta molta pazienza e tenacia.
Sino a questo momento, Unità Popolare, con a capo Panagiotis Lafazanis, formazione creata poche settimane fa dai dissidenti di Syriza, non riesce a entrare in parlamento: si ferma al 2,8%, mentre la soglia di sbarramento è in Grecia al 3%. È chiaro che sono rimasti schiacciati tra la scelta realista di chi ha voluto ridare fiducia alla Coalizione della Sinistra Radicale ellenica e chi, nella tradizione della sinistra comunista, è rimasto fedele al Kke.
Ex membri del governo che avevano lavorato con abnegazione, come la ministra aggiunto delle finanze Nadia Valavani, non sono riusciti a far arrivare ai greci, tramite Unità Popolare, una proposta fortemente identitaria. La bocciatura dell’Euro e la messa in discussione della stessa Unione europea, se necessario, non hanno pagato.
È senz’altro da non sottovalutare la forte astensione, che potrebbe superare il 45%, ma il grande successo del quarantunenne leader della sinistra greca sta nell’essere riuscito a convincere una grandissima parte degli indecisi: chi otto mesi fa aveva votato per lui e oggi era tentato di non andare ai seggi.
Fonti ufficiali di Syriza fanno sapere che entro tre giorni il nuovo governo sarà pronto per giurare e che domani mattina Tsipras riceverà dal presidente della Repubblica l’incarico di formare l’esecutivo.
Inquietante, anche se purtroppo non imprevedibile, il terzo posto dei neonazisti di Alba Dorata, che sinora sono al 7,1%, con 19 deputati. La retorica e la prassi della violenza, malgrado il pesante processo a cui è sottoposto il gruppo dirigente del partito, ha comunque attratto una parte dei delusi e di chi ha pagato le conseguenze della crisi, malgrado la sfrontata dichiarazione del capo neonazista, Nikos Michaloliakos, che tre giorni prima delle elezioni si è assunto la responsabilità politica dell’omicidio del rapper di sinistra Pavlos Fyssas, compiuto due anni fa da un membro di Alba Dorata.
Il Pasok, che è al 6,41%, e i centristi di Potami– il Fiume, i quali non vanno oltre il 3,9%, restano a guardare: speravano in un esecutivo di unità nazionale, o di essere comunque necessari per la governabilità del paese, ma non è stato così. Una loro partecipazione al governo avrebbe comunque posto seri problemi riguardo alla coesione sulla politica economica e la lotta ai grandi interessi.
La grande sfida ora, per Alexis, è gestire e mitigare le conseguenze del memorandum firmato un mese fa, lavorando, contemporaneamente, ad una nuova politica europea orientata alla crescita e al reale superamento dell’austerità.
La fiducia dei greci, questa fortissima iniezione di energia, non potrà che facilitargli il compito.
«10 mila arrivi in solo giorno, volontari instancabili. Paradossi: l'estrema destra Fpoe vola nei sondaggi, lo spirito d'accoglienza anche. L’Austria, paragonata a Italia e Grecia. 1500 soldati al confine con Ungheria e Slovenia svolgono soprattutto funzioni umanitarie e logistiche».
Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)
«Alle 5 porto 100 uova sode, 20 chili di feta e dolci di cioccolata» posta sul sito Train of hope uno dei migliaia di volontari che prestano assistenza 24 ore su 24 alle stazioni di Vienna. «Ho raccolto tende, sacchi a pelo e impermeabili, tante altre cose le ho comprate» si legge invece su Soskonvoi, sono cose richieste con urgenza che verranno portate lontano, a Bregona, al confine sloveno e a Tovarnik al confine tra Croazia e Ungheria. Lì l’iniziativa Soskonvoi diventata famosa per essere andata a prendere i rifugiati in Ungheria ha attrezzato un suo ufficio: sul posto manca tutto, raccontano, acqua, cibo, riparo.
Alla fine, venerdì notte i rifugiati intrappolati oltre confine sono approdati alla frontiera austriaca orientale, a Nickelsdorf e Heiligenkreuz, dopo la lunga disperata odissea tra Croazia e Ungheria. 10mila in un giorno solo, alcuni a piedi. Grazie alla mobilitazione continua della società civile è stato possibile gestire l’accoglienza. Approdati. Solo sabato sera, attesi lì fin da venerdì, arrivo di profughi a Spielfeld al confine sloveno, dove sono stati attrezzati in ogni dove posti letto per 4000 persone. Decine di autobus dell’esercito hanno portato i rifugiati a Vienna, Salisburgo e Graz. Per molti c’erano subito i treni pronti in direzione Germania.
Il controllo ai confini, oggetto di contrasto della coalizione di governo tra socialdemocratici (Spoe) e popolari (Oevp) avviene «a campione», o «per niente», come ha accusato il ministro degli interni della Baviera. L’Austria, paragonata a Italia e Grecia. I 1500 soldati austriaci schierati al confine con Ungheria e Slovenia svolgono soprattutto funzioni umanitarie e logistiche.
A Graz, capoluogo della Stiria, un’ora dal confine sloveno, venerdì sera una fiaccolata di solidarietà organizzata dai giovani socialisti (Sj) e Ong ha attraversato la città: «Non solo di solidarietà, ma contro l’odio, la discriminazione e l’istigazione. Per l’estrema destra di H.C. Strache il sostegno ai rifugiati è una posizione di minoranza. Non è così, la maggioranza, prima silenziosa ha alzato la voce».
Una manifestazione con candele e fiaccole ha attraversato venerdì anche Wiener Neustadt, capoluogo della Bassa Austria. Sabato tutto il pomeriggio e sera concerto in piazza per «ringraziare la popolazione che aiuta i rifugiati del centro di accoglienza di Traiskirchen». Dal canto suo la Fpoe, quasi scomparsa dai tg, su megacartelloni annuncia la «Oktoberrevolution» (rivoluzione d’ottobre, si riferisce all’11 ottobre, elezioni di Vienna). Il movimento welcome refugees gli contrappone la «rivoluzione di settembre», la solidarietà concreta largamente diffusa.
Rivoluzione di settembre o di ottobre? Nei sondaggi pubblicati dal settimanale Profil sabato, su scala nazionale il 33%, un terzo della popolazione, voterebbe per il partito di Strache, salito al primo posto. La Spoe del cancelliere Werner Faymann, attuale primo partito segue col solo 23%, l’alleato di governo, i popolari al 21%, i Verdi al 14%. Nello stesso sondaggio però un 72% condivide l’impegno della società civile verso i profughi, solo un 23% si sente rappresentato dalla xenofoba Fpoe su questo argomento. Il successo di questa dimensione della Fpoe, più e oltre la xenofobia il sondaggio lo riconduce alla impopolarità perdurante della grande coalizione fortemente divisa al suo interno, bloccata, considerata incapace di decidere e agire. In un altro sondaggio l’85% della popolazione si dichiara orgogliosa per il modo in cui l’Austria ha accolto i profughi.
Venerdì e sabato a Vienna, su invito del cancelliere Faymann si è svolto un minivertice di dirigenti di partiti socialdemocratici in vista del vertice europeo di mercoledì, con il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel, il primo ministro svedese Stefan Loefven e Martin Schulz. Ribadita la necessità di investire subito 5 miliardi per i campi profughi vicini alla Siria, e su scala europea, la difesa del lavoro e il rilancio di un Europa sociale.
«La sfida greca ha un’importanza che è stata colta solo negli ultimissimi giorni dagli italiani che vorrebbero un cambiamento anche qui. L’appello firmato l’altro ieri da alcuni protagonisti della sinistra è piccola cosa rispetto alle prospettive aperte da Tsipras».
Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)
A fronte dei muri e degli eserciti che l’Europa costruisce e schiera per respingere i migranti in fuga da guerre, violenze, fame e povertà, l’altra guerra, quella economica che l’ha attraversata e deformata, sembra quasi eclissata. E lontana dai riflettori è tornata la piccola Grecia che della oppressiva campagna finanziaria è stata, e ancora resta, la cavia da laboratorio delle politiche liberiste. Ma nella terra del Partenone la resistenza invece continua. E per la terza volta in pochi mesi, dopo le elezioni di gennaio e il referendum di luglio, oggi le urne si riapriranno affinché di nuovo i cittadini possano esprimere la loro volontà politica. Per dire chi li dovrà governare e chi potrà meglio difendere gli interessi di milioni di persone.
Alexis Tsipras si rivolge ai greci chiedendogli la fiducia e la forza elettorale necessarie per guidare il paese. Però né il leader che chiama il popolo a sostenerlo, né il popolo che deve decidere se tornare a votarlo, sono gli stessi di qualche mese fa. Sulle spalle del giovane politico grava soprattutto il macigno del memorandum imposto dall’Europa. Per sostenerne il peso senza essere schiacciato, Tsipras ha bisogno di una forza notevole, in grado di accompagnarlo nella difficile, solitaria sfida per applicare le richieste europee. E nello stesso tempo deve trovare il modo di proteggere le classi sociali più colpite. Un’impresa dunque. Resa, se possibile, ancora più ardua dall’escalation del tragico esodo dei migranti che ogni giorno approdano sulle isole greche. Non è lo stesso popolo che ha lottato per allontanare il giogo delle misure economiche che hanno ferito i bisogni primari del lavoro, della salute, delle speranze delle giovani generazioni.
Quanto sia più complicato riportare al voto — e alla fiducia nella democrazia — i greci che il 25 gennaio avevano tributato a Syriza oltre il 35 per cento del consenso, meglio di tutti lo sanno Tsipras e il gruppo dirigente che lo sostiene. È lo spettro di una rassegnata astensione il nemico da battere. Queste elezioni rappresentano lo snodo cruciale per il futuro di un popolo e, insieme, sono il banco di prova dell’agibilità politica di un governo di sinistra nelle condizioni peggiori. Eppure, proprio per questo, si tratta — come abbiamo capito e imparato dai lunghi mesi di lotta di Syriza contro l’austerità europea — di un cimento che oltrepassa i confini ateniesi. Nel mare aperto, senza rotte tracciate da precedenti navigatori, che Tsipras ha scelto di attraversare, navigano tutte le sinistre europee, comprese quelle che in Italia vorrebbero vedere la nascita di una forza certamente radicale e al tempo stesso di governo.
Ogni giorno sperimentiamo la difficoltà di un progetto così ambizioso e inedito, perché nelle fasi di crisi economica, è molto più facile assegnarsi il ruolo di opposizione contro le politiche liberiste dei governi. E non pochi considerano una follia assumere il compito di governare quando la crisi, anzi, quando il crollo di un intero sistema economico e sociale, cancella i diritti e gli assetti democratici novecenteschi.
Per Tsipras sarebbe più semplice, di fronte al prezzo politico e personale da pagare, lasciare la Grecia nelle mani dei politici che dal 2009 ne hanno sgovernato l’economia. Sarebbe anche stimolante tornare nella terra conosciuta delle piazze, magari per chiedere il ritorno alla dracma come adesso reclamano gli esponenti di Unità popolare, fuoriusciti da Syriza.
Per il leader il bilancio è durissimo. Quel memorandum che occupa Atene come un panzer ha spaccato il «partito» e ha indebolito il governo. E allora perché sfidare la sorte in elezioni molto incerte? «Perché chi sta lottando, anche se viene ferito, non smette di lottare». Sono le parole dette al manifesto da Nikos Kotziàs, l’ex ministro degli esteri del governo Tsipras, e racchiudono in un’immagine vera tutto il significato del voto.
La sofferenza del popolo greco non troverebbe giovamento con il centrodestra, perché solo un governo di sinistra può tentare di alleviare le misure dell’austerità. Ma questo risultato elettorale va ben oltre, perché se c’è un modo per portare l’Europa a discutere del debito dei paesi del lato sud del Continente serve una vittoria alle urne.
La sfida greca ha un’importanza che è stata colta solo negli ultimissimi giorni dagli italiani che vorrebbero un cambiamento anche qui. L’appello firmato l’altro ieri da alcuni protagonisti della sinistra è piccola cosa rispetto alle prospettive aperte da Tsipras. Perché dopo è venuta la Spagna con Podemos; perché un politico «socialista» ha vinto le primarie nel Labour Party; perché adesso in Italia finalmente si discute su come costruire una forza in grado di porsi come alternativa.
Dunque nel voto greco non è in gioco solo il destino di un leader e di un paese intero: c’è anche il futuro delle sinistre in Europa.