E così sono iniziati i raid statunitensi sui depositi petroliferi controllati dall’Isis. A differenza di Al-Quaeda che finanziava le proprie operazioni con donazioni di ricchi fanatici, l’Isis è capace di produrre petrolio da sé, di vendere le sue risorse e di guadagnarci anche 50 milioni di dollari al mese. Ci sono via vai di migliaia di camion al giorno, il cui valore può anche arrivare a 10mila dollari ciascuno. Dai campi della Siria e dell’Iraq vengono pompati circa 40mila barili al giorno, poi venduti fra i venti e i quarantacinque dollari sul mercato interno e tramite contrabbando. Una “Bonanza” petrolifera per controllare e gestire il Califfato.
L’Occidente sa dei depositi e delle operazioni petrolifere dell’Isis ma il timore è sempre stato di causare troppe vittime civili nei bombardamenti. Gli eventi di Parigi hanno ovviamente cambiato tutto, e in questi giorni si inaugura l’operazione Tidal Wave II. La Tidal Wave I era la missione della seconda guerra mondiale in cui furono colpiti i depositi petroliferi tedeschi in Romania per indebolire i nazisti. Prima degli attacchi, oggi come settant’anni fa, la popolazione è stata avvertita con appositi volantini dal cielo.
Ad oggi, novembre 2015, l’Isis controlla buona parte del territorio siriano e iracheno, con circa 10 milioni di persone sottomesse. Il modo in cui l’Isis gestisce il cosiddetto Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi è di dare abbastanza “autonomia” alle comunità locali tramite governatori regionali, detti walis, che devono seguire le linee generali decise dalla “shura”, una specie di gruppo di consiglieri a livello centrale dell’Isis.
Tre cose sono gestite dall’alto: il petrolio, le strategie per le attività sui social media e le operazioni militari. Le cose più importanti per loro sono i soldi, la propaganda e le azioni di guerra. E i soldi sono il petrolio. Anzi, con il petrolio sono bene organizzati e sempre più sofisticati perché sanno che tutto dipende dai barili che pompano da sottoterra. Gestiscono le riserve che hanno con apposite selezioni del personale, stipendi elevati, di anche mille dollari al mese, e dando priorità a tutti quelli che hanno già esperienza nelle operazioni petrolifere in altri parti del mondo non-Isis. Usano Whatsapp e derivati per contrattare con possibili neo-assunti e per convincerli a trasferirsi nello splendente Califfato.
Fino a poco tempo fa, le operazioni petrolifere dell’Isis erano gestite da Abu Sayyaf, un tunisino. È stato ucciso lo scorso maggio. La sua morte ha portato al sequestro di una enormità di documenti in cui traspare che la produzione e la vendita da ogni pozzo era registrata, e le vendite gestite in modo da ottimizzare i profitti. C’è pure un sistema di tassazione sui residenti. I ricavati vengono gestiti dalla polizia segreta dell’Isis, l’Amniyat, che punisce crudelmente chi abusa dei fondi.
In totale lo Stato Islamico gestisce più di 250 pozzi in Siria con circa 1.300 addetti, fra ingegneri ed operai. Hanno una rete di piccole raffinerie e pure una distribuzione organizzata su gomma. Non si sa esattamente quanti pozzi gestiscano in Iraq, ma si stima che siano centinaia. Si possono dire tante cose sull’Isis, ma una cosa secondo me è vera: hanno idee e strategie malate, ma chiare.
Dall’inizio hanno capito che il petrolio era importante per loro. Nel 2013 occupavano la parte occidentale del Paese, ma l’hanno abbandonata subito dirigendosi verso la parte orientale molto più ricca di greggio, e avendo come obiettivo primario quello di controllarne i giacimenti. Dai pozzi e dalle raffinerie si è passati a un controllo più radicale del territorio della Siria orientale. Da lì sono arrivati a Mosul, nel nord dell’Iraq, conquistata nel 2014. In quella occasione Abu Bakr al-Baghdadi, in un discorso chiese a tutti gli interessati di venire o tornare in Medio oriente a combattere per l’Isis ma che venissero anche ingegneri, dottori e persone altamente specializzate per aiutarli a gestire il petrolio.
A chi lo vendono questo petrolio? Non possono certo esportare direttamente sul mercato straniero, ma il petrolio viene venduto alle comunità sottomesse per fornire loro servizi indispensabili. La città di Mosul, per esempio, ha due milioni di abitanti e tutto il mercato della benzina e del diesel è nelle mani dell’Isis.
La cosa più triste è che pure i ribelli anti-Isis comprano la benzina dall’Isis. La gente dice di non avere altre alternative. Ospedali, negozi, trattori e pure i macchinari per tirar fuori i feriti dalle macerie dalle bombe sono alimentati dal petrolio e dal diesel dell’Isis.
Ovviamente c’è poi il contrabbando che passa principalmente dalla Turchia. Da qui il petrolio riesce ad arrivare su mercati più distanti, più legali. A volte usano le donne come corrieri perché si pensa che destino meno sospetti nella polizia. Si vede che quando serve, c’è la parità dei sessi e alle donne possono essere affidati ruoli importanti, eh? Di fronte a tutto questo sfacelo, mi chiedo come sarebbero le nostre vite se invece che a petrolio le nostre società andassero a sole, a vento e a buonsenso.
La quotidianità del terrore, che noi sperimentiamo sporadicamente, in tanti paesi è la realtà di ogni giorno. Così come il dramma dei rifugiati che arrivano in Europa, in fuga dall’islamofascismo dell’Is e poi bersaglio dell’odio xenofobo».
La Repubblica, 19 novembre 2015
Certo, gli attentati terroristici di venerdì 13 a Parigi vanno condannati senza riserve, ma... bando alle scuse, vanno condannati davvero, quindi non basta il patetico spettacolo di solidarietà di tutti noi (persone libere, democratiche, civili) contro il Mostro musulmano assassino. Nella prima metà del 2015, a preoccupare l’Europa erano i movimenti radicali di emancipazione (Syriza, Podemos) mentre nella seconda l’attenzione si è spostata sulla questione “umanitaria” dei profughi — la lotta di classe è stata letteralmente repressa e rimpiazzata dalla tolleranza e dalla solidarietà tipiche del liberalismo culturale.
Ora, dopo le stragi del 13 novembre, questi concetti sono stati eclissati dalla semplice opposizione di tutte le forze democratiche, impegnate in una guerra spietata contro le forze del terrore — ed è facile immaginarne gli esiti: ricerca paranoica di agenti Is tra i rifugiati. I più colpiti dagli attentati di Parigi saranno i rifugiati stessi e i veri vincitori, al di là degli slogan stile je suis Paris, saranno proprio i sostenitori della guerra totale da entrambe le parti. Ecco come condannare davvero le stragi di Parigi: non limitiamoci alle patetiche dimostrazioni di solidarietà, ma continuiamo a chiederci a chi giova. I terroristi dell’Is non vanno “capiti”, vanno considerati per quello che sono, islamofascisti, in antitesi ai razzisti europei anti-immigrati, due facce della stessa medaglia.
Ma esiste un ulteriore aspetto che dovrebbe farci riflettere — la forma stessa degli attentati: un estemporaneo, brutale, sconvolgimento della normale quotidianità. Questa forma di terrorismo, una turbativa momentanea, è caratteristica soprattutto degli attentati nei paesi occidentali sviluppati, in contrasto con paesi del Terzo Mondo in cui la violenza è realtà permanente. Pensiamo alla quotidianità in Congo, Afghanistan, Siria, Iraq, Libano... quando mai si manifesta solidarietà internazionale di fronte a qualche centinaio di morti in questi paesi? Dovremmo ricordarci ora che noi viviamo in una “sfera” in cui la violenza terrorista esplode di quando in quando, mentre altrove (con la complicità occidentale) la quotidianità è terrore e brutalità.
I recenti attentati terroristici a Parigi al pari del flusso dei profughi, sono per noi un momentaneo promemoria del mondo violento al di fuori della nostra sfera, un mondo che in genere vediamo in televisione, remoto, distante, non come parte della nostra realtà. È per questo che è nostro dovere acquisire piena consapevolezza della violenza brutale che impera fuori dalla nostra sfera, non solo violenza religiosa, etnica e politica, ma anche violenza sessuale. Nella sua straordinaria analisi del processo Pistorius, Jacqueline Rose indica che l’omicidio della fidanzata va interpretato nel complesso contesto della paura che i bianchi nutrono nei confronti della violenza dei neri nonché della terribile e diffusa realtà della violenza contro le donne: «Ogni quattro minuti in Sudafrica una donna o una ragazza, spesso adolescente, talvolta bambina — è vittima di stupri denunciati e ogni otto ore una donna viene uccisa dal compagno». In Sudafrica questo fenomeno ha un nome: “femminicidio seriale”.
È un aspetto che non deve essere assolutamente considerato marginale: da Boko Haram e Mugabe fino a Putin, la critica anticolonialista dell’Occidente si configura sempre più come rifiuto della confusione “sessuale” occidentale e richiesta di tornare alla tradizionale gerarchia sessuale. Sono ben consapevole che l’esportazione non mediata del femminismo occidentale e dei diritti umani individuali può fare il gioco del neocolonialismo ideologico e economico (ricordiamo tutti che alcune femministe americane hanno appoggiato l’intervento statunitense in Iraq come mezzo per liberare le donne locali, con il risultato esattamente opposto). Ma in ogni caso assolutamente rifiutare di trarne la conclusione che gli occidentali di sinistra dovrebbero scendere a un “compromesso strategico” tollerando in silenzio “il costume” di umiliare le donne e gli omosessuali a beneficio della lotta anti-imperialista.
Quindi torniamo alla lotta di classe e l’unico modo per farlo è ribadire la solidarietà globale degli sfruttati e degli oppressi. Senza questa visione globale la patetica solidarietà alle vittime di Parigi è un’oscenità pseudo-etica.
© Slavoj Zizek Traduzione di Emilia Benghi
«Così procede l'Europa, seguendo il fallimento della politica statunitense come un cagnolino addomesticato – così procede, sonnambula come tante volte in passato, verso nuove guerre e nuovi esodi».
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2015
L’unica guerra
La nuova Europa
è peggio della vecchia
Al “grande gioco” che ha la Siria come epicentro andrebbero aggiunte le questionigeopolitiche interne all'Unione. Fin dalla guerra di Bush jr in Iraq, nel 2003,l'Unione è divisa in due: una vecchia e una nuova Europa. La seconda vede sestessa come vittima della storia ed è priva di complessi su guerra, pace eautoritarismo. Non che la prima sia aperta ai rifugiati. Ma c'è un vasto arco,a Est, che sembra ignaro della Carta Europea dei diritti o delle ConvenzioniOnu sui rifugiati, e che con la massima impudenza costruisce muri e impedisceogni passo avanti sulla questione. Nelle sue chiusure, l’Est dell’Unione sisente più che mai rafforzato, in questi giorni, dagli eventi parigini. Parlodella Polonia in prima linea – visto il peso politico che ha nell'Unione –e della Repubblica Ceca, della Slovacchia, dell'Ungheria, dei Baltici. Averallargato l'Unione a questi paesi, senza porre condizioni stringenti eridiscutere i rapporti dell'Europa con la Nato, si sta rivelando una sciagura.La loro opposizione è netta a condividere le responsabilità nella sistemazionedei richiedenti asilo, ad accettare i piani di ricollocazione, a evitare laconfusione tra rifugiati e terroristi dell’Isis. Il governo slovacco accetta unsiriani, ma a condizione che siano cristiani. Affermazioni simili sono venutedal governo polacco precedente la vittoria di Jarosaw Kaczynski. L'Ungheriacostruisce muri e agita lo spauracchio di una società multietnica. Nei paesibaltici è del tutto assente una cultura di pluralismo etnico: in Lettonia laminoranza russa è ufficialmente apolide, privata di diritti civili fondamentali.
Così procede l'Europa –fingendo di non capire cosa siano la forza e la debolezza, distorcendo parole ecifre, seguendo il fallimento della politica statunitense come un cagnolinoaddomesticato – così procede, sonnambula come tante volte in passato, versonuove guerre e nuovi esodi
L' insegnamento che bisogna trarre dall'aggressione razzista a Milano. Il nostro mondo è intriso dalla paura, ma «alla paura si risponde solo con la buona politica della ragione».
la Repubblica, 14 novermbre 2015
Ma parliamo d’Europa visto che il caso nasce a Milano, la nostra città più europea. Devono andarse gli ebrei dall’Europa? Josef Schuster, presidente della comunità ebraica tedesca (una delle più numerose al mondo, circa 200.000 sopravvissuti e rimpatriati), ha ribattuto a Netanyahu garantendo sulla sicurezza di cui godono i suoi rappresentati. Ma gli è scappata una frase che ha meravigliato lui stesso: «Meglio portare un altro copricapo, non la kippah». «Non l’avrei immaginato cinque anni fa — ha detto poi — ed è già un poco spaventoso».
Alla paura si risponde solo con la buona politica della ragione. Ci si vuole spaventare ma, come ha detto Renzo Gattegna presidente dell’unione delle comnità ebraiche italiane, si deve andare avanti: si rafforzino le misure di sicurezza ma senza cedere alla volontà di seminare il terrore che ha partorito questa aggressione, forse connessa alla prossima visita in Italia del presidente iraniano Hassan Rohani. E intanto ci si aspetta chiarezza sugli autori: che sembrano davvero corpi estranei in una città come Milano, ombre materializzatesi in un contesto di serena vita civile.
Naturalmente il desiderio di allontanare da noi il male non deve farci ombra. Il mare dell’ingiustizia e della violenza del mondo cresce di continuo. Davanti alle porte di ferro dell’Europa si schiacciano moltitudini di migranti, uomini donne e bambini: quanti anni ci vorranno per lasciarli entrare? La non-politica degli Stati nazionali nei loro confronti ha fatto sbottare perfino il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. In queste condizioni si può riaffacciare lo spettro del solito capro espiatorio, l’ebreo. Bisogna dunque che all’aggressione che isola e colpisce un uomo solo per terrorizzarne mille si risponda con una di quelle reazioni collettive che dissipano le ombre e spazzano il cielo dalle nuvole nere vecchie e nuove. L’Europa ne ha trovato la strada quando ha riscoperto nella sua eredità storica i valori di libertà e di solidarietà che le appartengono, veri fondamenti di una costruzione unitaria continuamente a rischio di crollo per il nazionalismo dei governi e per la cieca violenza sociale dei poteri finanziari. È accaduto davanti all’attentato a Charlie Ebdo, quando l’aggressione del terrorismo islamico ha ricevuto la risposta di una Parigi risorta a vera capitale d’Europa, e ora messa di nuovo davanti a una prova durissima. Ed è accaduto quando la cancelliera Merkel ha dato un grande e imprevedibile colpo di timone alla società tedesca stimolandone la virtù dell’accoglienza. Queste sono le risposte giuste ai mostri della paura, sempre in agguato nella società impoverita e frammentata, carica di rancore e di violenza, che il neoliberismo ci ha cucito addosso in questi nostri anni.
Per questa battaglia la vittoria non dipende dai carnefici ma dalle vittime. I terroristi non possono vincere. Non hanno i mezzi per sopraffarci, per governarci. La bandiera nera non sventolerà in Piazza San Pietro né in nessuna capitale occidentale. Il nostro destino dipende da noi. I terroristi suicidi vogliono spingerci al suicidio civile e politico, alla “guerra santa”.
Il «cantiere per la pace» che è nato in una saletta affollatissima e piena di giovani del centro congressi di via Frentani a Roma coinvolgerà in ogni sua iniziativa locale o nazionale anche rappresentanti delle comunità musulmane in Italia, i cosiddetti musulmani moderati, ovvero un milione e mezzo di persone che vivono e lavorano nel Belpaese. Per vincere oltre i guerrafondai e le politiche securitarie contro i migranti, l’islamofobia e en passant le sirene dei media che tornano ad evocare lo scontro di civiltà.
«Li stiamo armando noi».
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2015 (m.p.r.)
«Il Kuwait è l’epicentrodel finanziamento deigruppi terroristi in Siria»,mentre il Qatar necostituisce il retroterra graziea “un habitat permissivoche consente ai terroristi dialimentarsi ”. Lo sostieneDavid Cohen, sottosegretarioamericano per il terrorismoe l’intelligence finanziaria,citando un rapportodel Dipartimento di Statodel 2013. Dai due Paesi edall’Arabia Saudita, per ilWashington Institute forNear Policy, l’Isis ha ricevutooltre 40 milioni di dollarinegli ultimi due anni. Al terrorismoislamista non mancanobenefattori nel Golfo.
E l'Italia che fa? Firmacommesse, esporta armi, intascapetrodollari. Quandol’11 settembre Matteo Renziha siglato un memorandumd’intesa con il primo ministrokuwaitiano, Finmeccanicaha registrato un +5,4%in Borsa. Spianava la stradaall’acquisto per 8 miliardi dieuro di 28 caccia Eurofighterdi un consorzio europeo incui l’azienda guidata daMauro Moretti pesa quasi lametà. La firma definitiva èquestione di settimane, laDifesa ci lavora dal 2012 e laministra Roberta Pinotti si èrecata più di una volta in Kuwait.Sarà la più grande commessamai ottenuta da Finmeccanica.
Il committente èil governo del Paese che il ilDipartimento di Stato Usaindica come base dei “finan -ziamenti a gruppi estremistiin Siria”.Del resto, dal 2012 al 2014il made in Italy ha esportatoarmi al Kuwait per 17 milionidi euro. Al Qatar 146 milioni.Come prevede la legge, tuttoapprovato dal governo.Proprio il Qatar è stato indicatocome il principale finanziatoredel Califfato daGeorge Smiley, nome di coperturadi un trafficanted’armi italiano intervistatodomenica da Report. Ha dettoda Londra: “È stato armatoin funzione anti Iran, ma poici è scappato di mano. Nelnostro ambiente si sa perfettamenteche l’Isis è una creaturadell’Occidente. Anchel’Italia a sua insaputa ha armatol’Isis, armando la Siriadi Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passateall’Isis”. Poi fa il nome di OmaarJama, nipote dell’exdittatore del Puntland in Somalia,accusato di essere iltramite tra “insospettabiliche vivono a Roma” e i terroristidi Al Shabaab, affiliatiad Al Qaida in Africa.
Questo ex studente di Giurisprudenzaa Firenze è indagatoper reclutamentoclandestino di contractor etraffico d’armi dalla Dda diNapoli. Nel 2007, invece, halavorato come consulente della Spm, riconducibile aStefano Perotti, accusato diaver pagato benefit all’ex topmanager del Ministero delleInfrastrutture Ercole Incalzain cambio di appalti. È lavicenda che ha portato alledimissioni del ministroMaurizio Lupi.Nella ricostruzione di Report spuntano un campo diaddestramento nel Principatodi Seborga, paesino autoproclamatosiindipendentein provincia di Imperia, ipalazzi di Finmeccanica eGiorgio Carpi, indagato pertraffico d’armi con i Casalesie fondatore della LegioneBrenno, una struttura militaresegreta nata nel 1993 peroperare in Croazia.
È ben più che un’ipotesi chel’Isis sia stato armato e finanziatodalle monarchie delGolfo e si sia rafforzato con lacomplicità della Turchia.“L’Unodc (l’agenzia Onu chesi occupa di criminalità edroga, ndr) – spiega GiorgioBeretta dell’Opal (Osservatoriopermanente sulle armileggere) – stima che il 90%dei traffici illegali di armiproviene dal commercio legale.Frutto della triangolazioneo dell’aver armatogruppi che poi cambiano alleanze”. Dal 2005 al 2012 ivari governi italiani hannoconfermato commesse per375,5 milioni di euro in Libia(ora a chi sono in mano?).
InArabia Saudita, dove Renzi èappena stato in visita, esportiamobombe che per le associazionipacifiste vengonosganciate contro gli sciiti inYemen. L’ultimo carico èpartito da Cagliari il 29 ottobre.Per l’autorevole Sipri(Stockholm InternationalPeace Research Institute),l’Italia è stata la principale esportatriceeuropea di armiin Siria dell’ultimo decennio,131 milioni di euro. Abbiamorifornito sia Assad, sial’opposizione. Dal 2011 leconsegne sono sospese, maaumentano quelle verso iPaesi confinanti. La Turchiaper esempio: da meno di 30milioni di euro nel 2009 a oltre85 nel 2014. Difficile pensareche a Istanbul siano diventatitutti collezionisti diarmi o che il tiro al piattellosia diventato lo sport più diffuso.
Dopo l'11 settembre europeo qualcosa è improvvisamente cambiato nello spazio politico del dibattito sulla sinistra.
Il manifesto, 17 novembre 2015
Pochi giorni fa il manifesto ha pubblicato un inserto/dossier (da lunedì 16 sarà possibile anche acquistare il pdf sul sito, ndr), ispirato e curato da Norma Rangeri, dal titolo significativo “C’è vita a sinistra ”.
L’ho trovato molto interessante e ricco di spunti di riflessione, ma anche carente di un quid che non riuscivo ad identificare. Come se tutta la discussione fosse fuori dal tempo che stiamo vivendo perché non prendeva in considerazione qualcosa che ha modificato profondamente lo “spazio politico”, per usare una categoria di Bourdieu. Sentivo che alla nostra discussione mancasse non un tema, sia pure importante, ma proprio una dimensione che caratterizza il nostro tempo.
Purtroppo, adesso mi è chiaro: quel qualcosa che mancava, quella dimensione ignorata, si è tragicamente materializzata nella strage di Parigi, un vero e proprio 11 settembre per l’Europa. Questa forma di terrorismo ha un impatto devastante sulla popolazione europea, crea un panico generalizzato, un senso di insicurezza tale che si traduce sul piano politico in una richiesta pressante di Ordine, Vendetta, Guerra.
Altro che politiche di accoglienza, che integrazione di immigrati, che società multiculturale, con questa orrenda strage cambia lo scenario politico europeo, spalancando un’autostrada per la cultura della Destra xenofoba, razzista e guerrafondaia. Che poi siano i governi socialisti o socialdemocratici a portare avanti questa politica non fa che aggravare la situazione.
Certo, lo sappiamo che l’Occidente ha praticato un terrorismo sistematico nei confronti di molti popoli del mondo, che i droni che uccidono civili in Afghanistan o in Iraq sono più buoni dei terroristi islamici solo perché non vediamo gli effetti di queste azioni: i media non ci fanno vedere donne e bambini massacrati, povere case sventrate e ridotte in macerie. Come nella striscia di Gaza,
dove Israele ha compiuto veri e propri atti terroristici, con molte più vittime di quelle che ha fatto finora l’Isis in Europa.
E potremmo continuare, ma servirebbe a poco per convincere la maggioranza degli europei che la strada della guerra, che Hollande ha già abbracciato con entusiasmo per vendicarsi della strage di Charlie Hebdo e che oggi ripropone con più forza, ci porta verso l’autodistruzione.
Provate a convincere i nostri concittadini, quelli che non leggono il manifesto, che bisogna ritornare a una pratica politica di ampio respiro per sconfiggere il terrorismo.
In primis, isolando il governo dell’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo che finanziano il terrorismo da molti anni, ed anche quelli occidentali che agiscono attraverso i servizi segreti. Allo stesso tempo contrastando il governo israeliano con tutti i mezzi — anche con le sanzioni — finché rimangono occupati i territori palestinesi, e poi sostenendo tutte le esperienze democratiche che tra mille difficoltà resistono nel Nord Africa ed in Medio Oriente, a partire da un sostegno forte e convinto al governo tunisino. Ci siamo già dimenticati della strage dell’Isis al museo Bardo di Tunisi che ha causato tante vittime e un danno enorme alla fragile economia tunisina: da quel momento le navi da crociera hanno saltato la tappa di Tunisi e complessivamente i flussi turistici sono crollati dell’80 per cento!
Un fatto è certo: il Califfato Islamico ha una strategia politica e usa gli attacchi terroristici come strumento per conseguire i suoi fini.
Di contro, l’Occidente risponde istericamente, accecato dalla sete di vendetta, non ha più una visione e una strategia politica, e ripete i tragici errori fatti dopo l’11 settembre in Afghanistan ed Iraq.
Come non si è mai sconfitta la mafia mandando l’esercito, così non verrà mai sconfitto l’Isis con le bombe.
Anzi, i bombardamenti occidentali, colpendo tanti civili innocenti (i famosi “effetti collaterali”) fanno crescere l’odio e la sete di vendetta dei parenti delle vittime, procurando al Califfato islamico un “esercito terrorista di riserva”.
Fare vedere che esiste concretamente un’altra strada per combattere il terrorismo islamico è oggi una priorità politica per chi vuole costruire un futuro diverso per l’Europa.
Questa è la più grande sfida per la Sinistra Europea nel XXI secolo.
Domenica 15 novembre ci volevano i primi commenti sul manifesto di Samir Amin, di Tommaso di Francesco e Giuliana Sgrena, i dati forniti da Antonio Mazzeo sul crescente impegno militare della Francia in Africa, utili a fornire all'osservatore sgomento davanti all'attualità parigina un sistema di coordinate per non abbandonarsi all'angoscia della "guerra al terrorismo" proclamata dagli USA ormai 14 anni fa, e ora di nuovo sulla bocca di politici europei e della 'intellighenzia" rappresentata da Eugenio Scalfari. Non sanno costoro che questa strategia ha provocato finora solo altro terrore e molte altre centinaia di migliaia di morti nel mondo? Perseverare mi sembra diabolico, significa giocare col fuoco accettandola provocazione dei terroristi.
Se si vuole veramente spezzare la spirale della violenza a livello globale che ha chiuso il vecchio e aperto il nuovo millennio bisogna cambiare non solo politica, ma anche la nostra economia che crea e approfondisce le diseguaglianze e le contrapposizioni nel mondo. È dalla fine del mondo bipolare (1989/90) che il capitalismo occidentale ha intensificato la sua ingerenza bellica nei paesi dell'ex "Terzo mondo" per assicurarsi il controllo sulle zone medio-orientali e quelle asiatiche dell'ex-URSS con le principali risorse naturali. E già prima, durante gli anni '80, la guerra Iraq-Iran, quando gli USA sostenevano un Saddam Hussein, fu una guerra "nostra", condotta per procura. L'attualità è vecchia.
E dalla prima Guerra del Golfo (1991) all'attentato alle Torri gemelli (2001) hanno smantellato il sistema di garanzie e di Diritti umani dell'ONU, istituito dopo la Seconda Guerra mondiale, e da allora i conflitti armati in cui interviene la Nato alla "periferia" non si contano piú.
Anche nella nostra ricca Europa la politica neoliberale ha accentuato le diseguaglianze e minato le garanzie democratiche, creando una, se non già due generazioni di giovani prive di prospettive di vita attiva. E tra questi si trovano anche i giovani immigrati di seconda o terza generazione, particolarmente numerosi in nazioni con un forte passato coloniale, come Francia, Inghilterra o Belgio. Altro fertile terreno per il nichilismo politico e il fanatismo religioso: ed è già da tempo che giovani attentatori portano l'assassinio di civili innocenti dalla periferia fin nei centri del nostro mondo benestante, dove "noi" abbiamo invece il diritto-dovere di divertirci, come ribadiscono i giornali.
Ma ora l''Europa e le sue singoli nazioni si trovano in penose difficoltà di fronte al grande problema dei crescenti numeri di profughi dell' ex Terzo mondo, proprio perché hanno preferito per decenni di ignorare il carattere strutturale del fenomeno.
Se non si riesce ad invertire la rotta - impostando grandi programmi di investimenti pubblici nella formazione e per creare lavoro vero, oltre a riorganizzare il lavoro complessivo distribuendolo tra tutti, in modo da poter assorbire anche qualche milione di profughi, che del resto sono necessari per mantenere l'economia europea almeno ai livelli attuali anche nei prossimi decenni - non ci resterà che la "guerra contro il terrore", sia in Medio Oriente che in patria.
Il Presidente socialista Hollande annuncia questo in magna pompa da Versailles, cantando la Marseillese, e lo stato d'emergenza dovrà durare almeno tre mesi. E chiede il sostegno dell'Europa, ovvero della Nato.
Eppure si potrebbe anche dedurre dalla storia recente che l'Europa - che ha già mille altri problemi - farebbe bene a mettere fine al suo impegno militare "out of area" nel resto del mondo, anche perché ormai i suoi interessi non sempre coincidono ancora con quelli degli USA. A venticinque anni dalla cessazione della storica funzione antisovietica della Nato, per cui era nata, sarebbe ora di metterne seriamente in questione la ragion d'essere. Altrimenti le stragi parigine non saranno che un ulteriore sanguinosa tappa in una "guerra" invincibile da ambe le parti, a cui seguiranno altre guerre.
«Dopo Parigi. Bisogna rimettere la pace, e non la vittoria, al centro della nostra agenda politica».
Il manifesto, 17 aprile 2015 (m.p.r.)
Sì, siamo in guerra. O meglio, siamo ormai tutti dentro la guerra. Colpiamo e ci colpiscono. Dopo altri, e purtroppo prevedibilmente prima di altri, paghiamo il prezzo e portiamo il lutto. Ogni persona morta, certo, è insostituibile. Ma di quale guerra si tratta? Non è semplice definirla, perché è fatta di diversi tipi, stratificatisi con il tempo e che paiono ormai inestricabili. Guerre fra Stato e Stato (o meglio, pseudo-Stato, come «Daesh»). Guerre civili nazionali e transnazionali.
Guerre fra «civiltà», o che comunque si ritengono tali. Guerre di interessi e di clientele imperialiste. Guerre di religione e settarie, o giustificate come tali. È la grande stasis del XXI secolo, che in futuro - ammesso che se ne esca vivi - sarà paragonata a modelli antichi, la Guerra del Peloponneso, la Guerra dei Trent’anni, o più recenti: la «guerra civile europea» fra il 1914 e il 1945.
Questa guerra, in parte provocata dagli interventi militari statunitensi in Medioriente, prima e dopo l’11 settembre 2001, si è intensificata con gli interventi successivi, ai quali partecipano ormai Russia e Francia, ciascun paese con i propri obiettivi. Ma le sue radici affondano anche nella feroce rivalità fra Stati che aspirano tutti all’egemonia regionale: Iran, Arabia saudita, Turchia, Egitto, e in un certo senso Israele - finora l’unica potenza nucleare.
In una violenta reazione collettiva, la guerra precipita tutti i conti non saldati delle colonizzazioni e degli imperi: minoranze oppresse, frontiere tracciate arbitrariamente, risorse minerarie espropriate, zone di influenza oggetto di disputa, giganteschi contratti di fornitura di armamenti. La guerra cerca e trova all’occorrenza appoggi fra le popolazioni avverse.
Il peggio, forse, è che essa riattiva «odi teologici» millenari: gli scismi dell’Islam, lo scontro fra i monoteismi e i loro succedanei laici. Nessuna guerra di religione, diciamolo chiaramente, ha le sue cause nella religione stessa: c’è sempre un «substrato» di oppressioni, conflitti di potere, strategie economiche. E ricchezze troppo grandi, e troppo grandi miserie. Ma quando il «codice» della religione (o della «controreligione») se ne appropria, la crudeltà può eccedere ogni limite, perché il nemico diventa anatema. Sono nati mostri di barbarie, che si rafforzano con la follia della loro stessa violenza – come Daesh con le decapitazioni, gli stupri delle donne ridotte in schiavitù, le distruzioni di tesori culturali dell’umanità.
Ma proliferano ugualmente altre barbarie, apparentemente più «razionali», come la «guerra dei droni» del presidente Obama (premio Nobel per la pace) la quale, ormai è assodato, uccide nove civili per ogni terrorista eliminato.
In questa guerra nomade, indefinita, polimorfa, dissimmetrica, le popolazioni delle «due sponde» del Mediterraneo diventano ostaggi. Le vittime degli attentati di Parigi, dopo Madrid, Londra, Mosca, Tunisi, Ankara ecc., con i loro vicini, sono ostaggi.
I rifugiati che cercano asilo o trovano la morte a migliaia a poca distanza dalle coste dell’Europa sono ostaggi. I kurdi presi di mira dall’esercito turco sono ostaggi. Tutti i cittadini dei paesi arabi sono ostaggi, nella tenaglia di ferro forgiata con questi elementi: terrore di Stato, jihadismo fanatico, bombardamenti di potenze straniere.
Che fare, dunque? Prima di tutto, e assolutamente, riflettere, resistere alla paura, alle generalizzazioni, alle pulsioni di vendetta. Naturalmente, prendere tutte le misure di protezione civile e militare, di intelligence e di sicurezza, necessarie per prevenire le azioni terroristiche o contrastarle, e se possibile anche giudicare e punire i loro autori e complici. Ma, ciò facendo, esigere dagli Stati «democratici» la vigilanza massima contro gli atti di odio nei confronti dei cittadini e dei residenti che, a causa della loro origine, religione o anche abitudini di vita, sono indicati come il «nemico interno» dagli autoproclamatisi patrioti. E poi: esigere dagli stessi Stati che, nel momento in cui rafforzano i propri dispositivi di sicurezza, rispettino i diritti individuali e collettivi che fondano la loro legittimità. Gli esempi del «Patriot Act» e di Guantanamo mostrano che non è scontato.
Ma soprattutto: rimettere la pace al centro dell’agenda, anche se raggiungerla sembra così difficile. Dico la pace, non la «vittoria»: la pace duratura, giusta, fatta non di vigliaccheria e compromessi, o di controterrore, ma di coraggio e intransigenza. La pace per tutti coloro i quali vi hanno interesse, sulle due sponde di questo mare comune che ha visto nascere la nostra civiltà, ma anche i nostri conflitti nazionali, religiosi, coloniali, neocoloniali e postcoloniali. Non mi faccio illusioni circa le probabilità di realizzazione di quest’obiettivo. Ma non vedo in quale altro modo, al di là dello slancio morale che può ispirare, le iniziative politiche di resistenza alla catastrofe possano precisarsi e articolarsi. Farò tre esempi.
Da una parte, il ripristino dell’effettività del diritto internazionale, e dunque dell’autorità delle Nazioni unite, ridotte al nulla dalle pretese di sovranità unilaterale, dalla confusione fra umanitario e securitario, dall’assoggettamento alla «governance» del capitalismo globalizzato, dalla politica delle clientele che si è sostituita a quella dei blocchi. Occorre dunque resuscitare le idee di sicurezza collettiva e di prevenzione dei conflitti, il che presuppone una rifondazione dell’Organizzazione – certamente a partire dall’Assemblea generale e dalle «coalizioni regionali» di Stati, invece della dittatura di alcune potenze che si neutralizzano reciprocamente o si alleano solo per il peggio.
Dall’altra parte, l’iniziativa dei cittadini di attraversare le frontiere, superare le contrapposizioni fra le fedi e quelle fra gli interessi delle comunità, il che presuppone in primo luogo poterle esprimere pubblicamente. Niente deve essere tabù, niente deve essere imposto come punto di vista unico, perché per definizione la verità non preesiste all’argomentazione e al conflitto.
Occorre dunque che gli europei di cultura laica e cristiana sappiano quel che i musulmani pensano circa l’uso della jihad per legittimare avventure totalitarie e azioni terroristiche, e quali mezzi hanno per resistervi dall’interno. Allo stesso modo, i musulmani (e i non musulmani) del Sud del Mediterraneo devono sapere a che punto sono le nazioni del «Nord», un tempo dominanti, rispetto al razzismo, all’islamofobia, al neocolonialismo. E soprattutto, occorre che gli «occidentali» e gli «orientali» costruiscano insieme il linguaggio di un nuovo universalismo, assumendosi il rischio di parlare gli uni per gli altri. La chiusura delle frontiere, la loro imposizione a scapito del multiculturalismo delle società di tutta la regione, questa è già la guerra civile.
Ma in questa prospettiva, l’Europa ha virtualmente una funzione insostituibile, che deve onorare malgrado tutti i sintomi della sua attuale decomposizione, o piuttosto per porvi rimedio, nell’urgenza. Ogni paese ha la capacità di trascinare tutti gli altri nell’impasse, ma tutti insieme i paesi potrebbero costruire vie d’uscita e costruire argini.
Dopo la «crisi finanziaria» e la «crisi dei rifugiati», la guerra potrebbe uccidere l’Europa, a meno che l’Europa non dia segno di esistere, di fronte alla guerra.
E’ questo continente che può lavorare alla rifondazione del diritto internazionale, vegliare affinché la sicurezza delle democrazie non sia pagata con la fine dello Stato di diritto, e cercare nella diversità delle comunità presenti sul proprio territorio la materia per una nuova forma di opinione pubblica.
Esigere dai cittadini, cioè tutti noi, di essere all’altezza dei loro compiti, è chiedere l’impossibile? Forse; ma è anche affermare che abbiamo la responsabilità di far accadere quel che è ancora possibile, o che può tornare a esserlo.
«La "notte delle stragi" sconvolge e sorprende, ma possiamo davvero stupirci per gli attentati? Abbiamo vissuto l'illusione di poter combattere una guerra tenendo la violenza lontano dai nostri confini. Oggi la risposta sembra essere: più bombe, più raid, più repressione. Ma non è vero -non è mai vero- che non c'è alternativa».
Altreconomia.it, 14 novembre 2015 (m.p.r.)
Come a gennaio, con l'assalto a Charlie Hebdo; come nei giorni scorsi, con l'esplosione sull'areo russo in volo sul Sinai, così la notte delle stragi a Parigi,oltre all'orrore per tante persone innocenti trucidate, sembra suscitare una certa sorpresa nella popolazione, o almeno in gran parte di essa. Ci scopriamo fragili, vulnerabili e sale quindi un senso di smarrimento, ma davvero possiamo sorprenderci per gli attentati nel cuore dell'Europa? Non siamo forse in guerra, noi Europa, noi Nato, nel Vicino Oriente e non da oggi? Abbiamo dimenticato anche le stragi di Madrid e Londra?
Da un quindicennio ormai combattiamo una guerra che ha causato centinaia di migliaia di vittime e generato un caos geopolitico senza precedenti. L'Isis è solo la più recente, e forse la più attrezzata, fra le molte milizie contro le quali stiamo combattendo. Spesso si tratta di ex alleati, che si è pensato di sostenere e utilizzare contro temporanei nemici comuni, salvo poi trovarseli contro; altre volte si tratta di formazioni che pescano miliziani e trovano consenso sull'onda di sentimenti antioccidentali alimentati dalla guerra incessante che conduciamo fra l'Afghanistan, l'Iraq e la Siria, uno spicchio di mondo nel quale si condensano troppi interessi economici e politici e troppi rancori storici.
Gli attentati ci ricordano che siamo in guerra; sono un brusco risveglio dall'illusione che si possa fare la guerra per procura e senza pagarne conseguenze sul proprio territorio. Lo Stato islamico sta portando la guerra in Europa con gli strumenti tipici di tutte le guerre asimmetriche: l'azione terroristica.
Se questa è la scelta, diventerà impossibile, di fronte alla prossima strage in Europa, reagire con stupore. Ma già la carneficina di Parigi dovrebbe farci aprire gli occhi sulla nostra condizione di belligeranti e sulvicolo cieco nel quale ci siamo infilati.
Oggi la via della guerra totale all'Isis viene presentata come ovvia e senza alternative e si accompagna a una promessa di sicurezza che non potrà essere garantita, ma che dovrebbe bastare a mantenere sotto controllo l'opinione pubblica europea, che è sotto choc, frastornata e bisognosa di rassicurazioni. Nella realtà siamo probabilmente agli esordi di una fase molto cruenta della guerra in corso, vista la capacità dell'Isis di ribattere colpo su colpo alle azioni militari degli stati nemici, colpendoli là dove sono più vulnerabili, cioè al livello della popolazione civile: è toccato ai turisti russi di ritorno dal mar Rosso dopo i raid in Siria dell'aviazione di Mosca;ai cittadini francesi al ristorante, allo stadio e nella sala da concerto dopo i raid dell'aviazione francese annunciati in pompa magna quest'estate.
Ma non è vero -non è mai vero - che non esistono alternative. C'è la via lunga indicata già all'indomani dell'11 settembre da quelle che furono bollate come "anime belle": è la via della convivenza e del dialogo in situazioni di conflitto; la via del freno alla depredazione delle risorse; la via del riconoscimento dei diritti delle persone, compreso quello di emigrare dal proprio paese; la via del rafforzamento di istituzioni sovranazionali -rifondando l'Onu- e del ridimensionamento delle alleanze politico-militari che hanno occupato gli spazi della democrazia.
Lungo questa via, un futuro c'è. E c'è anche la materia prima per affrontare lo status quo, ossia l'espansione militare dell'Isis o anche il fascino che esso esercita su tanti giovani che vi vedono uno strumento di ribellione e di riscatto dalle umiliazioni subite per mano delle potenze belliche occidentali. Certo, è una via impervia, non foss'altro perché nuova e da mettere in pratica in un contesto infuocato. Forse non darebbe risultati immediati, ma avrebbe il grande merito di far intravedere una via d'uscita accettabile e - soprattutto - desiderabile.
I nostri governi dicono che la via giusta è la radicalizzazione dello scontro militare, ma abbiamo alle spalle almeno un decennio di fallimenti e non vi è ragione di pensare che stavolta l'esito sarebbe diverso. Abbiamo perso molti anni, denigrando la cultura del pacifismo e sgretolando dall'interno l'autorità e il potenziale degli istituti sovranazionali, a cominciare dall'Onu.
Oggi vediamo i risultati raccolti nel Vicino Oriente: un'impressionante quantità di morti; paesi ridotti in macerie e trasformati in ribollenti fucine di movimenti armati; azioni terroristiche contro gli stati in guerra; un caos geopolitico che non lascia intravedere soluzioni possibili.
Il tutto con un corollario che sta già diventando realtà, ossia il degrado delle democrazie europee: stiamo innalzando muri (anche fisici!) contro persone in fuga dal caos generato - anche, se non soprattutto - dalle nostre guerra e ci apprestiamo a vivere in uno stato d'emergenza quotidiano, con tutto ciò che ne consegue.
Solo i cittadini europei, in una fase storica che sembra ormai segnata da un destino di guerra, potrebbero cambiare il corso delle cose, ma dovrebbero ribellarsi ai loro governanti e alle loro fallimentari politiche di potenza e così ridare senso a ciò che intendiamo per democrazia.
Sarebbe la premessa per affrontare le sfide del nostro tempo su basi nuove.
Una cantata, senza musica, se non rumori di guerre. Molti perché, laceranti per noi che apparteniamo alla parte benestante del pianeta.
Felicità futura online, 15 novembre 2015
e perfino Scalfari arriva a scrivere che non basta fare la guerra all'Isis con le bombe ma bisogna mandare i soldati a combattere, allora davvero gli uomini del Primo mondo hanno perso la ragione, e l'orgogliosa civiltà dell'Europa è un morto che cammina. Pochissime le isole d'intelligenza che rimangono vive.
Il manifesto, 15 novembre 2015, con postilla
Ma non abbiamo ancora finito di contare i morti che già si alzano, forti quanto irresponsabili, le grida di chi chiama ad una nuova, «necessaria» guerra di vendetta per rispondere a chi colpisce la capitale morale d’Europa. Il vero grido di allerta positivo l’ha però reclamato Barack Obama che, in solidarietà con la Francia ferita, ha dichiarato: «Liberté, egalité, fraternité». La sigla vera della civiltà europea. Ma non sempre il mondo ha conosciuto la Francia e l’Europa come espressione questi valori. È invece accaduto più spesso il contrario, con l’esportazione di guerra, interessi economici e di dominio.
A Parigi i jihadisti dell’Isis che ha rivendicato, hanno ucciso metodicamente, ricaricando le armi automatiche contro ostaggi inermi, oltre che con l’esplosione dei kamikaze. Sempre al grido di «Allah è grande».
Con questo dichiarando la matrice religiosa integralista, contro obiettivi «laici» del divertimento di massa, come un concerto e uno stadio; e insieme disprezzando milioni di persone che aderiscono all’islam come religione di pace.
Quel che faceva presagire un nuovo attacco eclatante non era solo la litania di attentati e minacce avvenuti in quasi tutta Europa, ma proprio la continuazione della guerra occidentale con un nuovo protagonismo neo-coloniale proprio della Francia, in Siria ma prima ancora in Mali, Niger e Ciad. Una guerra che ha distrutto Stati decisivi per la stabilità dell’area mediorientale, come Iraq, Libia e Siria. Per la quale l’ex premier britannico Tony Blair ha nei giorni scorsi chiesto «scusa», riconoscendo che se la devastazione occidentale dell’Iraq non ci fosse stata, l’Isis probabilmente nemmeno esisterebbe.
Esiste invece e si abbevera come sanguisuga alle macerie delle nostre guerre o dimenticanze. Come per la crisi palestinese abbandonata alla strategia d’Israele che detta l’agenda mediorientale a tutta l’Europa, a cominciare dall’Italia.
Che fare allora? Le decisioni di Hollande con la dichiarazione dello stato d’emergenza, la chiusura delle frontiere, la consegna di proclamare il coprifuoco in aree a rischio, la proibizione di manifestazioni introducono di fatto uno stato di polizia e dei Servizi segreti — il cui protagonismo non ha mai fermato il terrorimo — proprio quando bisognerebbe confermare lo stato di diritto, purtroppo compromesso ampiamente in Unione europea dai diktat sulla crisi economica. Invece solo la democrazia difende davvero la democrazia mobilitando le sue forme e la sua rappresentanza popolare. L’America di Bush rispose con il patriot act all’attacco alle Twin Towers, abolendo l’habeas corpus e avviando la costruzione del campo di concentramento di Guantanamo, con tante carceri segrete illegali della Cia (sparse in tutta Europa).
È a dir poco controproducente e favorisce l’obiettivo terrorista di aizzare la repressione indiscriminata e la limitazione delle libertà per tutti, controbattere ora al terrorismo islamico con un «Patriot act europeo»; il rischio è corrispondere alla ventata di xenofobia che, dopo il dramma dei rifugiati che attraversano in fuga il Vecchio continente, divamperà ancora più forte. Marine Le Pen ha sospeso i comizi del Front National «per rispetto» delle vittime: tanto la campagna elettorale per la destra estrema (in Francia, in Italia e in tutta Europa) la fa lo Stato islamico.
Se «siamo in guerra», come rispondere allora? Soprattutto dobbiamo fermare le guerre che sono seminagione d’odio.
Una nuova guerra contrassegnata dalla sola iniziativa occidentale, alimenterebbe quel che è accaduto dopo le guerre a seguito dell’11 settebre 2001. Da allora infatti l’Afghanistan resta in guerra dopo 14 anni di intervento Usa ed è nata una nuova generazione di jihadisti integralisti dalle ceneri di tre stati (Iraq, Libia e Siria) che l’intraprendenza americana e francese ha distrutto alimentando nuovi conflitti sanguinosi, tra sunniti e sciiti e con i kurdi. Brodo di coltura dell’Isis coccolato e finanziato dall’Arabia saudita, grande alleato strategico dell’Occidente in chiave anti-Iran. Quando appare evidente che l’iniziativa jihadista ha nel mirino anche l’Iran che tratta con gli Usa, vince la partita sul nucleare, combatte l’Isis in Siria e avvia un nuovo asse con Mosca.
postilla
Riportiamo la frase dell'articolo domenicale di Eguenio Scalfari su la Repubblica di oggi:
Per contrastare e vincere occorre innanzitutto comprendere. Su questo giornale ci si impegna spesso nel farlo; rara avis.
Il manifesto, 15 novembre 2015
L’occidente è attonito di fronte agli atroci attentati di Parigi. Angoscia, paura, impotenza sono i sentimenti di chi non riesce a decifrare il linguaggio del terrorismo globalizzato. Siamo abituati a rispondere al terrorismo con le bombe e i droni che possono uccidere, forse, Jihad John, lo sgozzatore folle, ma non riescono a impedire l’abbattimento di un aereo russo sul Sinai o l’attacco simultaneo in diverse piazze di Parigi.
Il terrorismo non può cancellare la voglia di vivere. La cultura della vita deve sconfiggere la cultura della morte di chi combatte la propria battaglia con il martirio, in nome di dio, colpendo indiscriminatamente.
È una cultura che non ci appartiene e che non appartiene ai sostenitori di uno stato laico. Non a caso la Francia sembra un obiettivo privilegiato del fanatismo dei jiahdisti, come lo è stata la Tunisia fra i paesi musulmani.
L’occidente non può e non deve arrendersi ma deve essere consapevole che non può contrastare il terrorismo con armi convenzionali, si tratta di una guerra asimmetrica che deve essere affrontata con altri mezzi. Innanzitutto quello ideologico: il terrorismo globalizzato è l’estremizzazione dell’islam globale, che attira molti adepti non solo tra gli immigrati di seconda/terza generazione, magari emarginati, delle banlieus ma anche molti europei e americani. In una società dove i valori della democrazia sono stati usurpati dal populismo, dalla xenofobia e dalla violenza non resta che rivolgersi a chi offre un’identità, un senso di appartenenza, e quindi al nazionalismo o al fondamentalismo religioso.
L’Isis che ha rivendicato gli orribili massacri di Parigi, e altri, non è una entità astratta, il frutto di un incidente della storia, e tra chi ha sostenuto questi terroristi ci sono paesi occidentali e amici dell’occidente. Innanzitutto la Turchia. Erdogan ha incarcerato i giornalisti che hanno denunciato (con prove) le forniture di armi ai terroristi. E quando la Turchia si è schierata con i paesi impegnati nella guerra all’Isis – dopo averlo rifornito perché faceva parte dell’opposizione ad Assad – ha colpito i suoi oppositori kurdi, gli unici in grado di contrastare gli islamisti con un progetto di società laico e democratico. Senza un progetto alternativo di società è difficile avere la forza per combattere il fanatismo religioso.
Basterebbero poche misure concrete per mettere in seria difficoltà l’Isis: bloccare tutto il commercio delle armi e boicottare l’acquisto del suo petrolio. Chi acquista questo petrolio? Chi fornisce i mezzi per l’acquisto di armi?
La riconquista da parte dei Peshmerga iracheni di Sinjar, abitata dagli yazidi e da un anno nelle mani dell’Isis, è una buona notizia. Ma non basta per mettere in seria difficoltà l’Isis. L’Ue sostiene la Turchia per l’accoglienza dei profughi – in modo da evitare che vengano in Europa – ma quando siamo stati nel Kurdistan abbiamo verificato che i profughi – in maggioranza – non volevano andare nei campi organizzati dal governo turco che combatte la loro gente, allora perché non aiutare i kurdi che effettivamente sostengono i profughi? Soprattutto quelli che vogliono tornare nel loro paese, quando potranno farlo. La Turchia impedisce il passaggio dei mezzi per la ricostruzione di Kobane (Rojava, Kurdistan siriano). Perché l’occidente non impone alla Turchia l’apertura della frontiera con la Siria per il passaggio di aiuti umanitari invece che lasciare a Erdogan la discrezione sul passaggio di terroristi utilizzati per gli attentati contro i kurdi? Essere nella Nato è l’alibi per la Turchia così come l’ospitalità data alle basi americane è il passe-partout dell’Arabia saudita per fornire l’appoggio ai gruppi più fanatici del terrorismo mediorientale.
Sostenendo la Turchia e l’Arabia saudita non siamo dalla parte di chi combatte il terrorismo, al contrario lo sosteniamo anche ideologicamente.
Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2015
«In queste ore terribili, stiamo diventando tutti meno liberi. Se vogliamo sperare di riconquistare la nostra libertà, abbiamo una sola strada: costruire un mondo più eguale. Più fraterno. È la lezione della Rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité».
La Repubblica, blog "Articolo 9", 14 novembre 2015
Il 15 del mese di piovoso dell’anno II (e cioè il 3 febbraio del 1794) tutti, a Parigi, poterono finalmente vedere in faccia la Rivoluzione. La faccia era quella di Jean-Baptiste Belley, primo deputato nero e rappresentante della colonia francese di Santo Domingo alla Convenzione, cioè al parlamento rivoluzionario.
Nel 1789 la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino scaturita dalla Rivoluzione aveva spaccato in due la storia dell’umanità, scrivendo che «tutti gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti». Da allora in poi, non possiamo non dirci francesi, non possiamo non dirci rivoluzionari. Niente più re o regine, principi o duchi: solo cittadini, tutti eguali, tutti liberi.
Ma ora, con l’arrivo a Parigi del deputato Belley, quelle parole avevano finalmente un volto: un volto nero, per la prima volta eguale ai volti dei bianchi.
Il 16 del mese di piovoso tutta l’assemblea della Convention si alzò in piedi all’ingresso di Belley, e cominciò ad applaudire. Tutti i deputati, tutti bianchi si alzarono uno per uno, e abbracciarono il primo deputato nero della storia. Pochi minuti dopo, l’assemblea votava l’abolizione della schiavitù: non c’erano più re, e ora non c’erano più schiavi.
E il grande rivoluzionario Danton poté dire: «Fino ad ora non abbiamo che dichiarato la nostra stessa libertà, una libertà egoista. Oggi proclamiamo a tutto l’universo, e per tutte le generazioni future, la Libertà universale».
L'America, figlia di una Rivoluzione ancora più antica, arrivò a fare altrettanto – solo dopo una guerra civile e grazie alla sovrumana forza di Abramo Lincoln – approvando il Tredicesimo Emendamento alla Costituzione l'8 aprile del 1864.
Il pittore Anne-Louis Girodet ritrasse quindi il deputato Belley in questo quadro indimenticabile (Versailles, Musée du Chateau). La composizione e la tradizione degli infiniti ritratti di tiranni sono state redente da questo capolavoro morale. Il magnifico nero della pelle di Belley è accostato al candido marmo di un busto all’antica che ritrae uno dei filosofi cari alla Rivoluzione. E il deputato è stretto in vita dalla fascia con il tricolore della Rivoluzione. Come dir meglio che il passato serve a costruire il futuro, che la filosofia serve a cambiare il mondo, che la cultura è un'unica cosa con la politica?
Il cittadino Belley guarda lontano. Guarda fino a noi: alla nostra società finalmente multietnica. Il suo volto libero è, per sempre, il ritratto di ogni rivoluzione.
Oggi abbiamo disperatamente bisogno di ritrovare quello sguardo.
Giampaolo Cadalanu, intervista il filosofo Marek Halter. «È successo tutto a pochi metri da casa mia. Siamo di fronte a un nuovo conflitto, diverso dal passato. Adesso la Francia rischia di cadere nelle mani di Marine Le Pen». La Repubblica, 14 novembre 2015
MAREK Halter ha vissuto gli orrori del nazismo, è fuggito dal ghetto di Varsavia, è scampato alla repressione sovietica. Ma al telefono dalla sua casa di Parigi, a pochi passi dal Bataclan, sembra far fatica ad afferrare quello che sta succedendo nella sua stessa città.
Riesce a capire che cosa sta succedendo?
«È una nuova guerra, l’ho scritto appena due settimane fa sul Journal de Dimanche. Il mondo sta cambiando. E cambia la forma della guerra. Nel ’39 si mandavano aerei e carri armati, oggi ci sono persone pronte a morire pur di uccidere in nome di Dio. E opporvisi è difficilissimo».
Che succederà adesso?
«Ho una paura, che è quasi una certezza: quello che sta succedendo aiuterà la destra estrema, alle prossime elezioni guadagnerà milioni di voti. La chiamano già la guerra con l’islam. E stanno lanciando la guerra contro i rifugiati, perché i figli di quelli che scappano da Iraq e Siria vengono in Francia per uccidere. È la democrazia a essere in pericolo. La gente ha paura, e apre agli estremismi. Non è impossibile che domani ci siano attacchi contro i musulmani in Francia, o attentati alle moschee».
Come si può evitare che questa profezia di sventura si realizzi?
«Per la gente semplice siamo già in una guerra di religione. Ed è difficile trovare una via d’uscita. Già tempo fa ho chiesto ai musulmani di Francia di mobilitarsi per dire che sono solidali con le vittime degli attentati e prendere le distanze dai jihadisti, altrimenti la popolazione francese penserà che sono complici o conniventi. Il pericolo è una guerra di religione. Non possiamo spiegare alla maggioranza della gente che reagire è sbagliato. I nostri vicini sono musulmani, in Francia sono sette milioni, io mi raccomando con loro, perché si muovano a protestare contro questi assassini. E la gran parte della comunità è d’accordo»
Come si può reagire?
«È difficile fare qualsiasi cosa. Se ci fosse stato da affrontare un esercito regolare, in una guerra tradizionale, un paese da sessanta milioni di abitanti avrebbe reagito adeguatamente. Ma così? Non possiamo certo schierare cento poliziotti per ogni stazione della metropolitana. E una risposta politica non c’è».
Si è fatto un’idea di chi possano essere questi attentatori?
«Di sicuro c’è che erano ben organizzati. Sono certo che molti di loro abbiano la cittadinanza francese. Non vengono dall’Iraq, ma sono nati in Francia e uccidono invocando Allah. Ed è molto difficile proteggersi contro il vicino che parla la tua lingua e conosce la tua città».
E adesso, le possibili conseguenze politiche sono inquietanti.
«Vincerà Martine Le Pen. E in realtà bisogna darle ragione, quando dice che gli islamici non sono buoni francesi: non sono pronti a morire per la democrazia, ma per Allah sì».
Crede che questi avvenimenti possano spingere l’Occidente a far pressione su Israele per raggiungere finalmente una soluzione al problema palestinese?
«No, per i jihadisti il problema non c’è, non parlano nemmeno più dei palestinesi. Alla soluzione dei due Stati pensano le persone per bene. Ma sempre di più in Occidente si sentiranno vicini a Netanyahu, perché adesso comprendono i sentimenti degli israeliani davanti al terrorismo».
L'illuminata politica dell'UE per "risolvere" la più vicina delle tragedie del secolo: paghiamo i negrieri per salvare gli schiavi.
Il manifesto, 13 novembre 2015
Facciamo un passo indietro. Offrire un po’ di quattrini in cambio delle repressione dei migranti da parte dei paesi «di fuori» è prassi ventennale in Europa. L’allora ministro Dini propose nel 1995 di aprire campi di detenzione per «clandestini albanesi» in Albania. Un’idea così insensata che Tirana la lasciò subito cadere. I governi italiani hanno sempre stipulato trattati di riammissione con Tunisia, Libia ecc., per lo stesso «nobile» motivo e infischiandosene se, con Gheddafi e Ben Alì, i migranti venivano vessati, spogliati di tutto e fatti morire nel deserto. Dal 2000 in poi, la prassi è divenuta normale per l’Unione europea. Diciamo che da ieri la politica della Ue verso l’Africa ha gettato trionfalmente la maschera.
Salvini, Le Pen, Grillo, Pegida ecc. diranno che è troppo poco, ma in fondo ammetteranno che questa è la strada giusta. «Aiutiamoli a casa loro!» non era forse uno slogan di Bossi?
Ora, la realtà, secondo stime della World Bank, è che solo una quota minima di migranti sub-sahariani (il 30% del totale) sceglie di spostarsi verso l’Europa, mentre più della metà migrano verso altri paesi africani e una piccola quota in Asia In altre parole, anche l’Africa è soprattutto terra di immigrazione. Analogamente, gran parte dei rifugiati e profughi di guerra è ospitata non in Europa, ma in Turchia, Giordania, Libia o e così via. Come spiegare allora il vertice di La Valletta?
Si tratta di una sorta di esternalizzazione preventiva, il cui scopo è scaricare sui paesi africani il controllo sia dei loro migranti e profughi, sia di quelli, provenienti dall’Asia, che scegliessero le rotte africane dopo la chiusura delle frontiere mediterranee e balcaniche. E come? In sostanza, incarcerando migranti e profughi, in lager vecchi o nuovi, grazie alla carità pelosa della Ue, in attesa che la situazione in Tunisia, Libia (e Siria) si chiarisca, magari con qualche bombardamento o intervento limitato. D’altronde, niente di nuovo sotto il sole: è da una quindicina d’anni che paesi come il Marocco o la Tunisia allestiscono Cpt a vantaggio dell’Europa.
E così lo scenario che si disegna è quella di un continente di 480 milioni di abitanti che dice di andare in crisi per l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone, che sigilla le frontiere nei già turbolenti Balcani provocando una crisi dopo l’altra tra Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia ecc., che si fa condizionare da nazisti o da gente alleata di Casa Pound, che dice di combattere i trafficanti per tener fuori migranti e profughi – e che soprattutto sta militarizzando il Mediterraneo, intasandolo di fregate e cannoniere, manco fossimo nel caos che ha preceduto la prima guerra mondiale.
Queste centinaia di migliaia di esseri umani in fuga dalla guerra o della fame sono divenuti merce di scambio e ricatto politico tra maggioranze e opposizioni, tra governi europei e potenze emergenti, tra Ue e stati africani o asiatici. Un bambino morto su una spiaggia turca emoziona il mondo, ma l’emozione sfuma in pochi giorni e lascia lo spazio a queste tremende burocrazie europee e statali con le loro organizzazioni e nuove missioni dai nomi dementi, Frontex, Triton, Eunavfor Med e altre che inevitabilmente impareremo a conoscere. Tutte prive di senso rispetto al loro obiettivo sbandierato di salvare vite umane, ma tutte coerenti nel controllare, registrare e internare.
In questo panorama di sigle, dichiarazioni, accordi, leggi prive di senso, facce feroci di ministri e migliaia di poveri annegati, spicca il sorriso vacuo di Renzi. Certo l’Italia non è più sola. È davvero in buona compagnia.
Il caso del Portogallo è, insieme a quello della Grecia, molto utile per comprendere che cosa sta accadendo nel nostro subcontinente nel suo governo e nelle sue società. Nel male e nel bene. Intervista di Valeria Cirillo e Dario Guarascio a Francisco Louçã.
Sbilanciamoci.info, 12 novembre 2015
L’impasse politica che sta investendo il paese, il protagonismo del Presidente della Repubblica, il peso dell’austerità e dei vincoli europei. La crisi portoghese come paradigma del corto circuito tra rispetto del vincolo esterno e l’esercizio dei poteri democratici. Intervistiamo Francisco Louçã, economista dell’Università di Lisbona, ex parlamentare e membro del Blocco di Sinistra.
Cosa sta avvenendo in Portogallo e cosa ha di nuovo la situazione attuale?
La novità principale è rappresentata dal cambiamento dei rapporti di forza parlamentari dato dal fatto che il partito di estrema destra – che è stato al governo negli ultimi anni – ha perso oltre un milione di voti – all’incirca il 12% - ed è ora in minoranza in parlamento. E, a quanto pare, non è più nelle condizioni di governare. Questo ha condotto, per la prima volta in quaranta anni, ad una discussione politica tra il partito socialista – partito tradizionale e conforme all’europeismo per come esso è oggi concepito a Bruxelles – ed i partiti della sinistra (il Partito Comunista ed il Blocco di Sinistra). Una discussione per tentare di costruire un’alternativa all’austerità ed alle politiche messe in atto sino ad ora. E questa è una grossa novità.
Come crede reagiranno la Germania e l’Europa di fronte alla possibilità che il Portogallo si doti di un governo contrario al proseguimento dell’agenda dell’austerità?
Wolfgang Schauble e Angela Merkel saranno più cauti questa volta perché vorranno sicuramente evitare un altro caso greco. Anche perché il governo che potrebbe emergere dall’accordo tra i socialisti portoghesi e la sinistra, e questo è importante sottolinearlo, sarebbe decisamente più moderato rispetto a quelli che erano i propositi del primo governo Syriza. Si tratterebbe di un governo principalmente incaricato di assumere delle misure emergenziali tese ad alleviare le sofferenze più acute degli strati bassi della popolazione. Per una questione di realismo politico, la Germania non ha intenzione di scatenare un nuovo conflitto. Credo che accetterebbe di confrontarsi con un governo di tipo socialdemocratico tanto più che non si tratterebbe di un governo di sinistra analogo al primo governo Tsipras. In ogni caso cercheranno, per quanto gli è possibile, di evitare che un tale governo possa nascere continuando a sostenere la necessità di una coalizione unitaria tra centro-destra e centro-sinistra.
Che forme e che intensità stanno assumendo le pressioni esterne sulla dinamica politica portoghese? Vi sono ingerenze analoghe a quelle andate in scena in Grecia durante le fasi più dure del confronto tra Tsipras e la Troika?
Ci sono ingerenze molto forti, ma non siamo ai livelli raggiunti in Grecia. Non abbiamo un intervento di destabilizzazione del sistema bancario ad opera della BCE come quello visto nel paese ellenico. Tuttavia, le pressioni ci sono e sono tutt’altro che nascoste dal momento che la Commissione Europea sta formalmente intimando a al futuro governo – di qualunque governo si dovesse trattare – di non azzardarsi a deviare dal programma prestabilito. Un programma che ha al suo centro una profonda riforma del sistema pensionistico ed un vastissimo piano di privatizzazioni che, tuttavia, non saranno attuabili nei termini indicati da Bruxelles nel caso la coalizione con la sinistra andasse al governo.
Come spiega, in un tale contesto, la scarsa intensità della reazione popolare e, più in generale, del conflitto sociale?
Fino ad ora, l’unica area politica che sta cercando di mobilitare la propria base è la destra. Tuttavia, la manifestazione andata in scena qualche giorno fa per dare sostegno al premier uscente ha visto una bassissima partecipazione. Meno di un migliaio di persone. Per quanto riguarda l’assenza di mobilitazioni popolari, penso che ci siano due spiegazioni fondamentali. In primo luogo, la situazione non è ancora chiara e le persone sono in attesa per comprendere cosa accadrà nelle prossime settimane. Inoltre, la struttura sociale è cambiata molto durante gli anni della Troika e questo ha avuto effetti anche sulla struttura e le dinamiche sociali. La percentuale di coloro che sono coperti da un contratto collettivo di lavoro è, dopo cinque anni di austerità e di riforme strutturali, precipitato ad un livello pari al 5% della forza lavoro totale. Questi lavoratori spesso scelgono di non prendere parte alle mobilitazioni per paura di essere licenziati. Le persone sono molto spaventate, e questa è, dal mio punto di vista, la principale spiegazione dell’assenza di mobilitazioni di massa contro l’austerità. Le persone sono spaventate dal rischio di rimanere senza lavoro.
Pensando a quanto è accaduto la scorsa estate in Grecia ed all’attuale crisi politica portoghese - con il ruolo anomalo esercitato dal Presidente della Repubblica il quale è parso negare la legittimità costituzionale ai partiti che non intendessero riconoscere la primazia degli attuali principi europei, e cioè dei principi dell’austerità - come vede la relazione, sempre più complicata, tra l’Europa e l’esercizio delle prerogative democratiche negli stati membri?
È una questione complicata. Per essere concreti, io penso che l’Europa abbia assunto una configurazione tale per cui al suo interno i governi non possono far altro che imporre austerità, vivendo perennemente nelle condizioni di debitori in difficoltà. Si tratta di un sistema che genera, in modo quasi naturale, politiche di destra e profonde restrizioni degli spazi di democrazia. Lo spettro delle scelte politiche – e in particolar modo delle scelte di politica economica – è fortemente ridotto dai vincoli di bilancio, dall’euro, dall’orientamento dell’OECD e delle altre istituzioni sovranazionali, dal dominio della Germania in Europa – con ciò che questo significa dal punto di vista del comportamento della borghesia europea. Tutti questi elementi stanno agendo in modo combinato contribuendo a produrre una progressiva riduzione della democrazia e della libertà di scelta politica dei popoli europei.
Che ruolo possono giocare, in questo quadro, le costituzioni nazionali? La difesa della democrazia potrebbe passare dalla difesa delle costituzioni nazionali e, in particolare, delle parti delle stesse che riguardano la tutela e l’esercizio dei diritti sociali?
Le costituzioni dei vari stati membri sono molto diverse tra loro. Tuttavia, nel caso portoghese, si tratta di una costituzione relativamente giovane, promulgata subito dopo la rivoluzione e caratterizzata da un forte progressismo. Anche quando è stata in minoranza in parlamento, ad esempio, la sinistra ha potuto sbarrare la strada alle misure maggiormente antipopolari derivanti dai pacchetti di austerità appellandosi alla Corte Costituzionale e sfruttando la forza della Costituzione nazionale. Io penso che questo sia un punto centrale. La costituzione è legata in modo decisivo alle prerogative popolari ed all’esercizio della sovranità. Non vi può essere democrazia senza sovranità. Senza la libertà, da parte del popolo, di assumere posizioni e decisioni politiche che possano anche contrastare con la visione dominante. Difendere tali spazi di democrazia e di sovranità popolare è l’unica strada per combattere la xenophobia, il razzismo e le misure antipopolari e antidemocratiche che sono nell’agenda delle destre. E per combattere a difesa degli interessi di chi è oggi si trova al fondo della scala sociale.
«Contro rimpatri forzati e aiuti condizionati, le proposte delle Ong».
Il manifesto, 12 novembre 2015 (m.p.r.)
Le associazioni europee e africane che si occupano di migranti e di diritti umani, incluso quelle tunisine che hanno vinto il Nobel per la Pace, non sono state accreditate al vertice di La Valletta, pur avendolo chiesto insistentemente. Non possono neanche assistere al dibattito dentro il Mediterranean Conference Centre della capitale maltese tra i capi di Stato e di governo africani e europei chiamati a decidere misure di lungo termine che modificheranno nel profondo gli sviluppi delle rispettive società.
Piccolo viaggio alle radici del renzismo. Cominciò con Craxi e con Veltroni. Alessandro Ferrucci intervista Marisa Rodano protagonista della lotta per il suffragio universale in Italia.
Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2015
Sigaretta tra le mani, capelligrigi, cardigan e camicia, risposte mai immediate ma frutto di una breveriflessione. “Vuole sapere da quando è iniziato tutto questo sconquassopolitico e sociale? Dall’avvento del CAF”. Maria Lisa Cinciari Rodano, classe1921, si accomoda in poltrona circondata dai suoi libri, libri che racchiudonouna storia ricca, irripetibile, decisiva in alcune battaglie civili, inparticolare per la parità dei sessi; lei che nel 1963 diventò, per il Pci, laprima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente della Camera.