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Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2015, con postilla

Un attacco violento. L’ennesimo atto di “populismo di governo”, come teorizza in Dentro e contro (Laterza), il suo ultimo saggio. Così Marco Revelli, professore di Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale, descrive la riforma della Rai approvata dal Senato il 22 dicembre.

Come giudica questa riforma della Tv di Stato?

«Difficile trovare una parola giusta. Forse “indecente” è quella che più si addice. È una violenza al sistema mediatico e forse nemmeno Silvio Berlusconi sarebbe arrivato a far tanto, facendo dipendere la tv pubblica direttamente dal governo. Si va al di fuori del quadro democratico».

C’era da aspettarselo?
«Sì, perché segue una serie di ‘editti bulgari’ per far conformare i media all’ottimismo di Stato».

Quali editti?
«Penso a tutte le dichiarazioni di fastidio verso i media ostili a Renzi che sono filtrate, dall’attacco volgare ai ‘professoroni’, quelle voci che non si sono conformate al suo pensiero, alle critiche al Tg3 c h e – io personalmente – ri tenevo conforme, fino alla Leopolda con le graduatorie di insofferenza (alle prime pagine dei quotidiani, tra cui il Fatto, ndr)».

Dalla Leopolda arriva l’amministratore delegato della Rai Antonio Campo Dall’Orto. Cosa si è creato: un’oligarchia o un cerchio magico?
«È stata un’operazione di “comando e controllo” francamente sconcertante. Se confrontiamo gli organigrammi e il modo in cui sono state collocate le diverse figure negli enti e nelle aziende di Stato, allora vediamo che la lda è stata il luiogo dell’accreditamento dell’esecutivo. Sin dalle prime nomine sono stati piazzati gli amici trovati tra quel- li che hanno contribuito alla raccolta fondi o alla scalata del sindaco di Firenze a Palazzo Chigi».

Nel suo ultimo libro lei parla di “populismo di governo”. In che maniera questo si attua con la riforma della Rai?
«La prima cosa che può fare un populista di governo è impadronirsi della televisione pubblica. Come i populismi si usa un linguaggio caldo, emotivo, che sconvolge gli equilibri per indebolire o cancellare i corpi intermedi – sindacati, organizzazioni di categoria... – e instaurare un rapporto diretto tra capo e moltitudine. Lo fanno un po’ tutti, però la differenza di Renzi è che lo fa dall’interno delle istituzioni».

Per lei è un passaggio del “populismo di governo?

«Sì, perché Renzi è molto coerente col suo programma. Lavora a 360 gradi sulla riforma costituzional e sella legge erklettorale, sull’assetto del Parlamento e del suo stesso partito. È la costruzione verticale del potere sotto la sua persona».

In che senso?
«Si guardi ai recenti fatti delle banche, con le figure dei ‘babbi’ e dei legami familiari arrivati da luoghi periferici, dalla Toscana a Roma, è il ritorno dello ‘strapaese’ che domina con strumenti bolsi. Sono circoli magici di amici, amiconi e amiche che rappresentano un mondo provinciale della gestione del potere. Se la Prima Repubblica vedeva in posizioni influenti i capitalisti moderni e dinamici per il loro tempo, e se nella Seconda Repubblica c’era un capitalista di seconda fila al potere, ora abbiamo figure di terza fila».

Che conseguenze avrà la riforma della Tv di Stato?
«La Rai era un baraccone e tale rimarrà con la subalternità al potere e la reticenza a raccontare la realtà. Si va verso una narrazione addomesticata, dettata dall’alto e monocorde. Accadrà ai grandi quotidiani come Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa, se guardiamo alle nuove nomine, e non possiamo aspettarci una contronarrazione da Mediaset. Rimangono poche voci libere».

Cosa sarebbe accaduto se questa riforma fosse stata fatta una decina di anni fa coi governi di Berlusconi?
«Ci sarebbero state tre milioni di persone in piazza, non solo per la Rai, ma per tutto. Repubblica avrebbe fatto dei titoli a tutta pagina, i Ds avrebbero chiamato alla mobilitazione, i sindacati dei giornalisti avrebbero fatto fuoco e fiamme... »

Non ci sono più anticorpi?
«Sono stati messi alla berlina dalla mutazione genetica del Pd. Una parte di quegli anticorpi sono diventati portatori sani della subalternità a ciò che non sarebbe mai stato accettato, e così sono diventati trasmettitori del contagio».

postilla
In verità nel secolo scorso c'è stato in Italia un altro illustre esempio di "populismo di governo". Quella volta fu un romagnolo, anche lui di provincia. La differenza è che allora fu necessaria un'azione violenta, questa volta no. Ma Mussolini non aveva avuto un preparatore come Silvio Berlusconi, nè un ambiente internazionale favorevole come il neoliberismo.

Continua inesorabile la marcia verso la demolizione della democrazia e la costruzione dello stato feudale. Occupata una postazione decisiva: il luogo dove si de-formano le teste.

Il manifesto, 27 dicembre 2015

Dopo vent’anni di occasioni mancate dal centrosinistra, di riforme malfatte e di altre inevase (solo la «par condicio», oggi fatta fuori nei fatti, fu all’altezza delle aspettative e conforme alle esigenze del «far west» italico), questa cosiddetta «riforma Rai» di Renzi ha il sapore amaro della beffa.

Anche qui più che prendersela con il premier ci sarebbe da scavare sulle colpe di una sinistra che non ha mai voluto seriamente affrontare, anche quando è stata al governo, la questione televisiva e quella della messa in sicurezza della Rai in particolare.

Ora la Rai è al sicuro, ma nelle mani del governo, e l’on. Anzaldi, già rutelliano, aggiusta il tiro per colpire meglio la terza rete. Ma lo sa l’on. Anzaldi che il presidente del Consiglio moltiplica le presenze televisive in programmi d’informazione e d’intrattenimento in una misura che avrebbe fatto gridare al «golpe» solo pochi anni fa? Al contrario delle discutibili sortite di quest’ultimo, ahimè, le timidezze a sinistra (come ha ricordato Vincenzo Vita su questo giornale), o in quel che resta di essa, sul tema tv appaiono sconcertanti.

La Rai liberata dai partiti? Sì, ma nelle mani dell’esecutivo. La lottizzazione di reti e testate finalmente un ricordo del passato? Sì, ma dai lotti si passa al feudo, e non sarà certo meglio. Anche ammesso che Renzi non è Berlusconi e Campo Dall’Orto non è Masi, cosa succederà quando il feudatario di turno vorrà esercitare tutto il potere che la legge gli conferisce, pensando, più che alle competenze, alle fedeltà di cordata?

E dire che se il premier avesse voluto far bene non aveva che da chiedere a chi gli sta vicino. Come Paolo Gentiloni che, da ministro della Comunicazione durante il secondo governo Prodi, aveva provato a cambiare il sistema con un disegno di legge coraggioso che affidava la Rai ad una Fondazione. Non solo. Il progetto in particolare prevedeva l’istituzione di un Consiglio per le Comunicazioni audiovisive composto da 21 membri: 7 indicati dai presidenti delle Camere, 11 da sindacati, imprenditori, artisti, terzo settore, associazioni di utenti, università e consumatori, e 3 dalla conferenza delle regioni, dall’Anci e dall’unione delle provincie.

Il Consiglio avrebbe provveduto a nominare sia i vertici dell’azienda del servizio pubblico sia i membri dell’Autorità delle telecomunicazioni. A sua volta quest’ultima avrebbe dovuto garantire il rispetto da parte della tv privata di quegli indirizzi vincolanti che il Consiglio superiore decideva di emanare all’intero comparto televisivo. Nella proposta, udite, udite, si prospettava anche l’invio sul satellite entro 15 mesi di una rete Rai e una Mediaset e un limite alla raccolta pubblicitaria del 45% per ogni singolo attore del mercato.

Il disegno, approvato dal consiglio di ministri dopo le elezioni, passava nel 2007 alla Camera poco prima dell’ingloriosa caduta del governo.

Ecco, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il ministro degli esteri Gentiloni di quanto ha partorito il governo di cui è autorevole rappresentante in tema di televisione. Ma Renzi l’avrà almeno consultato?

«Nei poteri economici comincia ad affacciarsi la sensazione che proprio il governo dell’inesperienza, che pure sposa il loro programma massimo contro il mondo del lavoro, costituisce un fattore di blocco».

Il manifesto, 19 dicembre 2015

È solo l’economia reale che organizza l’opposizione al governo. Non certo il Movimento 5 Stelle, che mostra le intenzioni bellicose contro l’esecutivo della decostituzionalizzazione votando proprio per il giurista amico dell’Italicum. E festeggia per aver inviato alla Consulta un suo candidato moderato, un tempo politicamente vicino a Nicolazzi, il ministro che fece aprire uno svincolo sull’autostrada per raggiungere il paese d’origine.

E’ difficile stabilire se la maggiore fonte di inquietudine per il governo sia costituita dalle grane, per salvataggi, decreti e plusvalenze, in cui è incappata “la chierichetta” diventata ministro delle riforme, o dalla campana a ritmo lento che suona dalle parti di via dell’Astronomia. Il governo dei “senza retroterra” non è stato una buona idea uscita dal senno confuso dei poteri forti.

E ora anche la Confindustria certifica quello che tutti percepiscono nella loro vita reale. E cioè che “lo psicologo in capo”, che intrattiene il pubblico con le slide e con le barzellette lo distrae per spingerlo alla fiducia a comando, non ha combinato nulla di costruttivo. Anzi ha peggiorato le cose, al punto che gli industriali, incassato oro contante grazie alle generose decontribuzioni, ammettono che «l’economia italiana, anziché accelerare, sta rallentando».

Il mito della velocità, del cambiamento di passo, mostra la corda. E si rivela una pura invenzione volontaristica. Per l’uscita dalla crisi non basta una sterile invocazione magica priva di ogni efficacia reale. Dopo i sorrisi e le canonizzazioni del premier, la Confindustria deve ammettere che la ripresa non c’è, a dispetto di un intreccio di irripetibili congiunture internazionali straordinariamente favorevoli. E che, a confronto, la risposta offerta dal cacciavite di Letta era persino più efficace del trapano impugnato dal loquace rottamatore.

Ora gli studi della Confindustria parlano di «mistero» della stagnazione che mette in ginocchio l’Italia. Per gli industriali «il mancato decollo della ripartenza resta un vero rebus». Queste formule, che evocano l’ignoto, però sono l’estremo rifugio linguistico per non indicare chiaramente le responsabilità acclarate, che hanno un volto preciso: il governo della narrazione. Con bonus clientelari e con l’aggressione ai diritti del lavoro, l’esecutivo crede di surrogare l’adozione di politiche industriali di svolta.

Nei poteri economici comincia ad affacciarsi la sensazione che proprio il governo dell’inesperienza, che pure sposa il loro programma massimo contro il mondo del lavoro, costituisce un fattore di blocco. Un paese che versa in una «stagnazione secolare» non ha bisogno di uno “psicologo in capo” ma di una politica che poggi su altri interessi sociali rispetto a quelli dominanti. Non funziona la ricetta che unisce chiacchiera e precarizzazione del lavoro come fattore competitivo sostitutivo rispetto ai costi dell’innovazione tecnologica.

Qualcosa si sta precocemente rompendo nella costituzione materiale del renzismo. Le cronache di fallimenti delle banche amiche, di vendite allegre di teatri storici, di pratiche affaristiche scambiate con nomine pubbliche sub condicione, svelano la genesi oscura della fortuna dei soldati della rottamazione. Le ricostruzioni giornalistiche rompono il velo protettivo e rivelano una miscela di banche, massoneria deviata, amministrazione in appalto che ha scaldato i motori di una spettacolare scalata al potere.

Questi rampolli di famiglie in affari sono partiti dal controllo di una città-azienda, conquistata grazie al soccorso delle truppe di Verdini. E poi hanno racimolato le risorse per viaggiare in aerei privati e affrontare la sfida dei gazebo. Hanno raccolto i fondi necessari per edificare una potenza personale, per tessere rapporti opachi (consulenze, promozioni, incarichi) e dare l’assalto al governo.

Senza una colossale potenza economica-finanziaria-mediatica alle spalle, il sindaco di una città non sarebbe mai stato così influente da essere ricevuto dalla cancelliera tedesca. E senza l’avallo preventivo di potenze europee, il capo dello Stato non avrebbe accettato il cambio della guardia a palazzo Chigi, con la fine dei governi del presidente. Liquidata la porzione di classe politica di estrazione comunista e scacciato i sindacati dalla sala verde, i poteri influenti hanno a lungo gioito.

E però oggi che la gestione del potere si rivela un colossale fiasco, si apre una riflessione in seno alle spaurite classi dominanti. E un dubbio le divora: il governo dell’inesperienza che segue i dettami della Confindustria non sarà un ostacolo obiettivo alla rinascita economica? La questione l’aveva segnalata già Marx. Il quale scriveva che alla borghesia non conviene «un autogoverno di classe» e più funzionale ai suoi stessi interessi è il progetto di dotarsi di un ceto politico differenziato e autonomo.

La Confindustria deve ammettere che lo scambio tra contenuti economici della legislazione gestiti direttamente dalle imprese e gioco della comunicazione dato in concessione al rottamatore si rivela sempre più inefficace. Anche i poteri forti sono costretti a cimentarsi su un interrogativo di Weber. E cioè sono afflitti dal timore che del marketing come tecnica competitiva, che rinvia alla padronanza politica delle semplificazioni usate strumentalmente, con Renzi si esageri, sino a scivolare nel marketing come sostanza di una politica che smarrisce il senso della realtà, la complessità dell’agenda, la percezione della temporalità.

Rispetto alla metamorfosi del leader, che converte l’uso di ritrovati demagogici in politica della pura demagogia o capo istrione, Weber innalzava due antidoti: il partito strutturato, in grado di selezionare e controllare il capo, e l’esperienza accumulata entro un apprendistato nelle commissioni parlamentari. Entrambi questi correttivi in Italia sono saltati, ed è il solo paese europeo ad avere avuto tre premier non parlamentari in vent’anni.

Niente di formalmente illegittimo, ma un presidente del consiglio senza mandato parlamentare è la spia di una catastrofe del sistema politico. E un leader senza un apprendistato di partito è possibile solo in un sistema a traino populista investito da intensi momenti di antipolitica.

Dopo aver brindato al decesso della mediazione politica, i poteri economici tremano per i guai provocati da una classe dirigente improvvisata e vittima della comunicazione.

IIl Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2015

“Mettiamo in fila i fatti”, dice Gustavo Zagrebelsky alla prima sollecitazione sulla Consulta zoppa. E sia. Ci sono tre posti vuoti. La Corte corre il rischio di paralisi. Siamo giunti a dodici. Se scende sotto gli undici, per legge non può deliberare. Il rischio del blocco, per la prima volta nella storia repubblicana, è tutt’altro che teorico, data la fragilità di persone avanti con l’età. “Il primo posto si è reso libero a giugno dell’anno scorso, il secondo a gennaio e il terzo a luglio di quest’anno. Si è fatto finta di voler provvedere con finte convocazioni delle Camere riunite e una trentina di votazioni a vuoto. Non si avvertiva, evidentemente, nessuna urgenza. Ora, nelle ultime settimane, al prolungato surplace è subentrata la volata: bisogna fare in fretta, il Parlamento deve essere convocato a oltranza; perfino le feste natalizie devono passare in secondo piano; bisogna chiuderli tutti dentro, lesinare il cibo, scoperchiare il tetto fino a quando non ne escono con i tre giudici bell’e fatti”.

Come si spiega la “volata”?


Semplice. Siamo nell’imminenza di alcune decisioni su materie alle quali il presidente del Consiglio, il governo e la sua maggioranza sono particolarmente – diciamo così – sensibili: i diritti dei lavoratori, i diritti degli elettori, l’autonomia scolastica, le cause d’ineleggibilità, per esempio.

Jobs act, Italicum, “buona scuola”, “legge Severino”?


Sì, ma preferirei meno provincialismo, meno slogan, e parlare in italiano.

L’elezione dei giudici costituzionali da parte del Parlamento dipende da valutazioni politiche, necessariamente partitiche?


Non solo è inevitabile, che sia così; non solo è ciò che dice la Costituzione, ma è anche un bene. La Corte è un collegio in cui si mescolano culture ed esperienze diverse, in vista di deliberazioni complesse, così come complessa è la struttura della Costituzione. C’è posto anche per giuristi, come si dice, “di area”. Infatti, abbiamo avuto eccellenti giudici costituzionali di provenienza parlamentare. Cito soltanto, tra i più noti, Leopoldo Elia, Mauro Ferri e Valerio Onida. La provenienza dal voto parlamentare non esclude affatto l’autonomia di giudizio che, d’ogni giudice e, massimamente, dei giudici costituzionali, è il primo requisito. E nemmeno pregiudica quell’altra esigenza di buon funzionamento di un organo come la Corte, che è l’attitudine deliberativa, l’arte del dialogo in vista di decisioni il più possibile inclusive delle buone ragioni in campo. Mai, tuttavia, è accaduto – e qui sta la differenza – che si sia stati eletti in prossimità di specifiche decisioni, con un implicito o esplicito mandato per prefigurare maggioranze di giudici favorevoli ai mandanti e così alterare il funzionamento d’un organo che deve essere indipendente.

Ritiene che i nomi fatti non siano adatti al compito?


Innanzitutto, uno dei tre, Augusto Barbera, è indubitabilmente un affermato costituzionalista, giustamente circondato da generale considerazione. Gli altri, per quanto conosco, mi paiono piuttosto buone promesse, boccioli che possono sbocciare. Ma non è questo il punto. Del resto, spetta al Parlamento formulare questo genere di giudizi e, tra i parlamentari, c’è certo chi ha le conoscenze adeguate e dovrebbe far sentire la propria voce, finora silente, per orientare le opinioni degli altri, digiuni di giurisprudenza.

Se non è questo, allora che cos’è?
È che quelle degne persone sono incappate in un gioco costituzionalmente inammissibile, quello che dicevo prima: il mandante che cerca i suoi mandatari, anche nei campi, come quelli della giustizia, in cui non dovrebbero esserci né mandanti né mandatari. Siamo di fronte a un degrado istituzionale senza precedenti, a un’invasività degli interessi politici che viola la separazione costituzionale delle funzioni, che prefigura sinistramente le mani sulle istituzioni di garanzia, le quali mani non incontrerebbero resistenze una volta portato a termine il ridisegno istituzionale che il governo sta perseguendo. Ma la legge stabilisce che i giudici costituzionali non possono svolgere attività inerenti ad associazioni e partiti politici: non dovrebbe valere la stessa cosa, al contrario?

Quelle che lei chiama “degne persone” dovrebbero mettersi da parte, per non partecipare al gioco?


Non dico questo. La carica di giudici costituzionale è, per buone ragioni, molto desiderata e non possiamo far finta di ignorare le umane ambizioni, tanto più quando esse sono ampiamente giustificate dai meriti culturali acquisiti. Sarebbe ipocrisia il contrario. Inoltre, non possiamo affatto escludere che, una volta eletti, costoro si svincolino effettivamente da ogni mandato. L’ethos della carica, qualche volta, prevale perfino sui caratteri personali. Negli Stati Uniti, dove i giudici della Corte Suprema sono nominati dal Presidente, si parla di “debito d’irriconoscenza” che i neo-nominati dovrebbero onorare per affermare fin dall’inizio e una volta per tutte la cessazione d’ogni rapporto con colui a cui devono la nomina.

A chi spetta smettere di giocare con le istituzioni?


Al Parlamento, ai gruppi parlamentari, ai singoli che godano di qualche credibilità in faccende costituzionali, spetta sbrogliare la matassa, facendo proposte fuori da ogni diktat dell’esecutivo. In Parlamento devono trovarsi gli accordi sufficienti a raggiungere l’ampia maggioranza richiesta e necessari a sconfiggere la logica del mandante. A quanto risulta, nulla di ciò è accaduto, con la conseguenza delle numerose fumate nere che si sono finora susseguite.

Qualcuno ha invocato un intervento del presidente della Repubblica, ricordando un precedente in cui si è minacciato lo scioglimento delle Camere.


La minaccia mi pare fuori della realtà. Oltretutto, potrebbe portare a soluzioni purché siano, in stato di necessità. Non è il Parlamento che deve essere minacciato, ma è il governo che deve essere richiamato a stare al suo posto e sono i parlamentari a dover essere esortati al libero esercizio delle loro funzioni. Per questo, occorrerebbero puntualizzazioni presidenziali precise, al di là delle vuote e insignificanti espressioni rivolte al Parlamento, del tipo “occorre uno scatto di reni”, che non vogliono dire niente.

Errori di ieri e di oggi nei rapporti tra Unione europea (e Italia), Libia e il dramma dell'esodo Cercano un nuovo Gheddafi, che tolga le castagne dal fuoco.

Il manifesto, 13 dicembre 2015

Mentre si apre oggi a Roma la conferenza internazionale sulla Libia e mentre l’inviato di Ban Ki-moon Martin Kobler annuncia che i due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, hanno raggiunto un accordo per un governo unitario che il 16 dicembre sarà sottoscritto in Marocco.

Come giudica l’ultimo annuncio di un accordo definitivo tra Tripoli e Tobruk per la costituzione di un governo unitario?
Kobler dichiara che siamo in ritardo, che «il tempo è scaduto». Come a dire che il precedente inviato dell’Onu Bernardino Léon ha a dir poco perso tempo, finendo poi al ben pagato servizio degli Emirati arabi che erano una parte del contendere per il loro sostegno agli integralisti. Del resto un accordo sul governo unitario è stato purtroppo annunciato più di sei volte e più di sei volte smentito dai fatti. La novità è che indubbiamente la pressione interna è più forte, lo Stato islamico infatti sembra essere arrivato non solo a Derna e Sirte ma a 70 km da Tripoli, nella stupenda Sabrata. Dobbiamo impedire che ripetano a Sabrata gli scempi fatti in Siria e Iraq, sarebbe un’offesa per la bellezza di quegli scavi e per tutta l’umanità.

Dall’annuncio fatto e da tutti quelli falliti, sembra che le fazioni che si contendono il controllo della Libia siano solo due…
È questo che mi lascia sgomento. Perché se anche si trovasse un accordo tra due parti ancora duramente nemiche, gli islamisti radicali di Tripoli e i «riconosciuti internazionalmente» filo-occidentali di Tobruk, ci sono in Libia decine e decine di altre fazioni tutt’altro che marginali che hanno scoperto il valore politico del petrolio. E che non smobilitano. Ecco perché ricondurre tutta la questione a sole due parti è quantomeno riduttivo. Senza dimenticare le profonde divisioni e i condizionamenti delle due «firmatarie» dell’intesa del 16 in Marocco. Per esempio, a Tobruk il generale Khalifa Haftar, ex militare di Gheddafi poi passato alle direttive della Cia, non nasconde le sue mire egemoniche sul processo in corso, muovendosi con alle spalle il regime militare egiziano di Al Sisi, come una scheggia impazzita a partire dall contesa città di Bengasi; dall’altra gli islamisti al governo a Tripoli sono fortemente condizionati da un’ala ancora più radicale, quella delle milizie di Misurata che hanno quantità ingenti di armi e miliziani super-addestrati; sono loro non dimentichiamolo che hanno ucciso Gheddafi. Oggi la Libia è un paese con una complessità di interessi da difendere che non smobilitano. Accordo o non accordo.

Non credi che nella fase attuale, dopo gli attentati di Parigi, ci sia un elemento in più di contraddizione? Parlo del nuovo protagonismo francese che ha cominciato a perlustrare e a bombardare obiettivi Isis a Derna e addirittura a Tobruk?
Sì, torna il protagonismo della Francia, stavolta motivato dalla tragedia subìta a Parigi. Tuttavia è un ritorno, perché fu proprio il protagonismo di Sarkozy a portarsi dietro tutta la Nato, compresa l’Italia e lo stesso Obama in prima battuta recalcitrante. La Francia non vuole perdere i suoi privilegi e in Libia punta sempre a sostituire la Total all’Eni. Ma dimentica che furono i suoi Mirage a stanare Gheddafi a Sirte, lì dove oggi c’è lo Stato islamico.

Perché tutti dimenticano le responsabilità occidentali nel disastro libico?
Una dimenticanza quantomeno colpevole. Così, se la dichiarazione di cautela «non vogliamo una Libia-bis» di Matteo Renzi è certo apprezzabile, lo è di meno quando riduce la responsabilità dell’Italia e dei governi occidentali alla «mancata ricostruzione». L’interesse italiano, europeo e americano per la Libia era ed è per il petrolio e per la crisi dei migranti. Oggi a questi due argomenti si aggiungono le milizie dell’Isis che qui abbiamo contribuito a far nascere. Raccontano che ora il califfo Al Baghdadi starebbe arrivando da Raqqa in Siria a Sirte, e non si dice che comunque passerebbe da corridoi «amici» in Turchia. Ma quel che non si ricorda è che lo jihadismo radicale è rinato in Libia con la distruzione dello stato di Gheddafi, qui sono nati i santuari di armi e milizie che si sono irradiati in Tunisia, a sud nell’Africa dell’interno e a nord-est in Siria e in Iraq. Delle nostre responsabilità si tace. Come dell’11 settembre 2012 a Bengasi, quando gli stessi jihadisti prima coordinati dall’intelligence Usa guidata in Libia da Chris Stevens, sfuggiti al controllo americano, hanno ucciso in un agguato l’ex coordinatore Cia Chris Stevens nel frattempo diventato ambasciatore degli Stati uniti in Libia. E’ una storia che rischia di compromettere la candidatura di Hillary Clinton che preferiamo tacere. Come regna il silenzio sull’agire di Europa e Usa nella destabilizzazione della Siria dall’autunno 2011 al 2014 «perché Assad se ne deve andare». Solo che in Siria non sono riusciti a fare quello che hanno fatto in Libia.

Nei giorni scorsi Ong umanitarie hanno ricordato della salute di Seif Al Islam il figlio di Gheddafi, detenuto a Zintan. E plenipotenziari di Tobruk sarebbero andati ad incontrarlo. C’è un ruolo in questa fase per Seif Al Islam?
Provocatoriamente si potrebbe dire che adesso tutti sono alla ricerca di «un Gheddafi». Come spiega l’oscuro episodio del sequestro e rilascio immediato di un altro figlio di Gheddafi, Hannibal, prelevato in Libano nella Bekaa da milizie sciite per via della sparizione in Libia nel 1978 dell’imam sciita Musa Sadr. Il fatto è che all’Italia e all’Occidente serve un interlocutore libico. Il governo unitario in Libia ci serve strumentalmente per fermare il flusso dei disperati in fuga da guerre e miseria, per dichiarare la «guerra agli scafisti» (dagli effetti collaterali annunciati) e per allontanare l’Isis.
È fondamentale un interlocutore — come facevamo con Gheddafi — che fermi anche in campi di concentramento i profughi. E che magari combatta, come faceva il Colonnello libico, l’integralismo islamico armato. Cercano un altro Gheddafi, ma ora un interlocutore importante non c’è. Così torna interessante la figura del figlio Seif Al Islam, anche per la sua conoscenza degli integralisti islamici, uccisi e incarcerati dal padre e da Seif in gran parte liberati con amnistia per un tentativo di pacificazione interna. Non è esatto dire che Seif sia detenuto: formalmente agli arresti domiciliari dopo la cattura e l’uccisione del fratello e del raìs, di fatto è libero e protetto dalle milizie di Zintan. Che fanno riferimento al parlamento di Tripoli ma lo condizionano, contro l’alleata Misurata, in chiave anti-jihad. Credo che ora non sia possibile un accordo in Libia senza un coinvolgimento di Seif Al Islam.

«Lo scorso fine settimana, i delegati libici dei due parlamenti hanno annunciato un piano di pace alternativo. Le potenze occidentali hanno respinto l’iniziativa, affermando che il piano dell’Onu era l’unica strada percorribile».

La Repubblica, 12 dicembre 2015 (m.p.r.)

I diplomatici stanno lavorando febbrilmente per risolvere la lunga crisi libica, con un occhio alla necessità di arrestare le ondate di profughi verso l’Europa e l’altro allo sradicamento dello Stato Islamico dalla costa del Nord Africa. Ma ci sono pericoli ancora più grandi, derivanti da un processo affrettato che consacrasse un governo di unità nazionale senza aver consolidato l’appoggio interno o affrontato le preoccupazioni relative alla sicurezza.

Il Governo libico diviso e le sue milizie litigiose stanno, infatti, lacerando il Paese. Questa è la ragione principale per cui lo Stato Islamico si è radicato ancor più profondamente in una base a Sirte, città natale sul Mediterraneo del deposto dittatore libico Gheddafi. Le Nazioni Unite e le grandi potenze puntano sul fatto che una forte spinta da parte della comunità internazionale possa aprire la strada alla creazione di un governo libico che ripristini l’ordine e diventi un partner per la lotta al terrorismo e il controllo delle migrazioni. Sarebbe una scommessa irresponsabile. All’accordo per l’unità sotto l’egida dell’Onu si oppongono rigidamente i due parlamenti rivali della Libia - il Congresso Generale Nazionale (GNC) nella capitale, Tripoli, e la Camera dei Rappresentanti (HoR) nella città orientale di Tobruk.
Lo scorso fine settimana, i delegati libici dei due parlamenti hanno annunciato un piano di pace alternativo. Le potenze occidentali hanno respinto l’iniziativa, affermando che il piano dell’Onu era l’unica strada percorribile. La nuova unica autorità riconosciuta della Libia proposta sarebbe guidata da Faez Serraj, politico relativamente sconosciuto prima della sua nomina da parte dell’Onu a ottobre. È molto probabile che le condizioni di sicurezza impediranno a Serraj e ai suoi colleghi di entrare in carica a Tripoli.
Questo significa che non avranno controllo sull’amministrazione statale, compresa la Banca Centrale. Si potrebbe innescare una rinnovata lotta per il controllo della capitale tra le fazioni che appoggiano e quelle che si oppongono al nuovo governo. Diplomatici esperti e funzionari delle Nazioni Unite coinvolti nel processo dicono che stanno rispondendo a un’enorme pressione politica da parte delle grandi potenze, tra cui gli Stati Uniti. Il preoccupante risultato è che importanti sostenitori libici del piano di pace stanno cominciando a pensare che la comunità internazionale insista per imporre un accordo su un governo che non può sopravvivere nelle fratture del panorama politico libico.
Non è tuttavia troppo tardi per apportare piccole modifiche al summit di domenica a Roma per migliorare le probabilità di successo della trattativa. I negoziatori hanno bisogno di tenere la porta aperta alle varie iniziative di dialogo che i libici hanno lanciato nelle ultime settimane, non di chiudergliela in faccia con aria di sufficienza.
«Non mera disputa semantica. Il termine radicalizzazione mette in luce processi che conducono i singoli a aderire a Is o Al Qaeda. Il termine terrorismo illumina meglio il modus operandi jihadista nella guerra asimmetrica».

La Repubblica, 10 dicembre 2015 (m.p.r.)

Si tratti del massacro del Bataclan o della strage di San Bernardino, il termine radicalizzazione - lo ha usato recentemente anche Obama, esprimendo il timore per la sua crescente espansione - ricorre sempre più spesso nel linguaggio politico e mediatico. In particolare nel mondo anglosassone o francese, da sempre attento alle fasi che precedono il passaggio alle formazioni, o alle azioni, di tipo jihadista. Nella discussione italiana, invece, è ancora a dominante il termine terrorismo, spesso legato, più che all’efficacia descrittiva, a una concezione rovesciata del politically correct.Una confusione che impedisce di distinguere il prima e il dopo, la fase che conduce a imboccare la via del jihad con la pratica del jihad. Una sovrapposizione non certo ininfluente, se l’obiettivo è la prevenzione mediante svuotamento dell’acqua in cui nuotano i sempre più numerosi pesci radicali.

Non si tratta di una mera disputa semantica. Il termine radicalizzazione mette in luce i processi che conducono i singoli a aderire a gruppi come l’Is o Al Qaeda. Il termine terrorismo illumina meglio il modus operandi degli jihadisti nella guerra asimmetrica, la genesi e la natura delle organizzazioni in cui militano, le loro opzioni politiche e militari, gli effetti che queste producono a livello globale e locale. Il rimando alla radicalizzazione concentra l’attenzione sul prima, sulle fasi che precedono la scelta jihadista. Lo sguardo è rivolto non solo alle cause politiche ma anche alle componenti sociologiche, antropologiche, psicologiche, che conducono l’individuo a quell’opzione. Perché vi sia radicalizzazione occorre che una serie di fatti e fenomeni sociali legati tra loro, o interpretati come tali, producano un mutamento che investe progressivamente l’individuo.
La radicalizzazione non si manifesta improvvisamente: se non agli sguardi esterni che colgono il fenomeno quando i suoi effetti sono già irreversibili. Il percorso che conduce a quell’esito apparentemente improvviso avviene in tempi più lunghi. Perché ha che fare con le motivazioni profonde dell’individuo, che si innescano quando questi incrocia avvenimenti storici che hanno funzione catartica, come la guerra in Siria o la condizione di vita nelle periferie urbane unite al risentimento verso un paese che, nei fatti, non riesce a colmare le fratture sul piano della diseguaglianza e nel quale la doppia memoria, quella dei colonizzatori e quella dei colonizzati struttura, più di quanto si ammetta nelle narrazioni dominanti, i rispettivi immaginari collettivi: come nel caso francese. Perché vi sia radicalizzazione occorre che una traiettoria personale interagisca con un ambiente favorevole e una particolare contingenza storico-politica.
Il focus sui processi di radicalizzazione chiama in causa lo spazio della politica. L’accento sulla sola sicurezza, fattore pur indispensabile, pone, invece, in primo piano il rilievo della dimensione di intelligence, investigativa e repressiva. Ma, come rammenta ogni efficace storia di contrasto alle diverse forme di terrorismo, da sola quella dimensione non è sufficiente. Occorre intervenire sulle cause che lo alimentano. Il nodo è contrarre i processi di radicalizzazione. Ridurli a dimensione residuale.
Non è questa, oggi, la situazione. Il radicalismo islamista, fenomeno che ha una sua autonomia politica e non dipende da questa o quella particolare causa ma dalla credenza in un’ideologia, tanto totalizzante quanto mobilitante, che agli occhi di molti giovani offre una risposta di senso, si diffonde. Perché rinvia al tema, decisivo, delle identità. Identità che, nel tempo della proclamata fine delle ideologie, qualcuno ritrova in una concezione del mondo che si propone come inflazione di valori, come ultima utopia, come solo antagonismo di sistema.
Incidere sui processi di radicalizzazione, compito tanto difficile quanto necessario, è l’unico modo per ridurre un fenomeno che, altrimenti, rischia di dilagare. Mettendo in discussione non solo le relazioni internazionali ma la vita quotidiana e la natura delle democrazie, destinate a diventare altrimenti il terreno delle torsioni e delle ritorsioni. E della guerra civile mimetica. Solo la ripresa di una politica in grande stile, capace di aggredire le cause catartiche che conducono a imbracciare il kalashnikov o indossare una cintura esplosiva, può tentare di farlo. In caso contrario un terrorismo come quello jihadista, di natura globale e che si presenta attrattivamente con il volto del radicalmente altro innestato su simbologie religiose, diverrà endemico.
Francia e Germania, contro Roma e Atene, chiedono di "ridurre i flussi". Una bimba siriana, un neonato, un ragazzino di 12 anni: annegati sotto gli occhi di Frontex e dei guardiamarina turchi. Perché non li hanno salvati?»

Il manifesto, 9 dicembre 2015

Sei bambini sono morti ieri mattina su un gommone naufragato tra la città costiera turca di Cesme e l’isola greca di Chios. Il più piccolo era ancora in fasce e il più grande aveva 12 anni, così dice, seccamente, il dispaccio della guardia costiera turca che ha recuperato i loro corpi nelle buste nere che siamo stati abituati a vedere in naufragi simili a Lampedusa. Ma c’è qualcosa di strano in questa «tragedia dell’immigrazione» apparentemente uguale a tante altre che i dispacci non dicono. Altri 11 morti si contano alle Canarie, provenieti dal Sahara.

Il tratto di mare tra Cesme e Chios è di poco più di un miglio, 20 minuti di viaggio con il traghetto Erturk Lines per un costo medio di una famiglia di vacanzieri europei con auto al seguito di appena cento euro. Il dispaccio dell’agenzia di Stato turca Anadolu riferisce che sul gommone pieno di migranti all’improvviso hanno ceduto le doghe di legno di rinforzo del fondo del gommone, si sono spezzate, forse per il peso eccessivo o perché il gommone aveva imbarcato acqua appesantendosi ulteriormente.

Ma anche così ciò che non torna è che non ci sia stato un tempestivo intervento della guardia costiera o dell’unità di Frontex che proprio ieri mattina, dal Portogallo, ha iniziato a pattugliare quel tratto di mare fino all’isola più a nord di Lesbo.

È di appena due giorni fa la denuncia dell’ong internazionale Human Right Watch sulle incursioni di uomini vestiti di nero, mascherati in voltocon passamontagna e armati che «a bordo di motoscafi veloci dalla costa turca attaccano i barconi di rifugiati e migranti che cercano di raggiungere le isole greche dell’Egeo». Human Right Watch ha raccolto nove testimonianze tra i migranti dei barconi affondati in questo modo e tornati in Turchia, nella città di Izmir. Dicono che gli uomini neri mascherati si rivolgevano ai migranti in inglese — «Stop, stop», intimavano ai guidatori -, prendevano a manganellate i padri e le madri che imploravano pietà almeno per i loro figli e speronavano le imbarcazioni sovraccariche di persone, mandandole a picco. Bill Frelick, direttore del settore Rifugiati di Human Right Watch si chiede come è possibile che le unità di Frontex non intervengano e come può l’Unione europea far finata di niente di fronte a queste denunce invece di impegnarsi a far luce sulla vicenda.

In base ai dati dell’Unicef un migrante su cinque che quest’anno ha cercato di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la ricca Europa è un bambino. Ma quando si va al conteggio dei morti, la percentuale sale a un terzo: dei 3.563 naufraghi accertati di quest’anno nel Mediterraneo, mille erano bambini e minori. Mille Aylan Kurdi, il bambino di quattro anni la cui foto, riverso sulla spiaggia di un’isola greca, ha commosso il mondo intero. In quel pezzo di mare prima di questa ultima strage, altri 185 Aylan erano affogati nello stesso modo.

L’Europa è intervenuta, sì, dando 3,2 miliardi di euro alla Turchia perché, a differenza di quanto ha fatto finora, intervenga per arrestare il flusso dei migranti verso la Grecia. Il primo intervento è stato l’arresto di circa 3mila migranti, una settimana fa, nella città di Ayvacik, cioè a un tiro di schioppo da Cesme, luogo di partenza del gommone naufragato ieri.

Le autorità greche sono distratte dai problemi sul confine a nord, con la Macedonia, impegnate in un brutto braccio di ferro con il governo di Skopje che ha bloccato circa un migliaio di transitanti nella località di confine di Idomeni. Al freddo, senza cibo né servizi i migranti hanno più volte bloccato la ferrovia che collega il porto del Pireo e la sua enorme area industriale di multinazionali con i mercati del Nord Europa.

Fyrom, come si chiama ora l’ex Repubblica macedone, ha in ballo un duro contenzioso economico con Atene: la Grecia quest’estate per frenare la fuga di capitali legata alle paure della Grexit ha bloccato i trasferimenti di capitali, congelando nella «pancia» delle banche greche oltre 6 miliardi di euro di capitali macedoni. I migranti quindi sono usati come arma di ricatto per ottenere lo sblocco dei fondi. Il governo di Skopje però non è l’unico a usare i migranti che premono sulla rotta dei Balcani occidentali per altri scopi, invece di pensare ad aiutarli. Paesi terzi, come il Pakistan, si rifiutano di riaccogliere i «migranti economici» intercettati in Grecia senza un accordo con l’Europa (e relativi fondi)sui rimpatri.

Le renditions continuano a essere esigue sia dalla Grecia che dall’Italia (meno di 200 persone in tutto sono state imbarcate su voli di rientro, su 160 mila che avrebbero dovuto partire).

La Commissione europea, su iniziativa di Francia e Germania, sta mettendo sotto pressione Grecia e Italia affinché attuino i nuovi protocolli di schedatura di massa in funzione anti terrorismo oltre che per frenare l’ondata migratoria. È di ieri la minaccia della Commissione Junker all’Italia: intende aprire una procedura d’infrazione per non aver inserito nel sistema Eurodac il rilevamento delle impronte digitali nei controlli dei richiedenti asilo.

La procedura, salvo ripensamenti dell’ultim’ora, dovrebbe essere aperta già domani. Sempre che sia questo l’obiettivo e non un più invasivo controllo non solo dei migranti ma anche degli spostamenti e contatti dei cittadini europei. Schengen, con l’attuale welfare asimmetrico nei diversi paesi europei, può apparire insostenibile con una recessione che non passa

Il bilancio di un biennio di comando di un uomo di successo. Il vero problema è che nel corso di mezzo secolo di "persuasione occulta" le teste non funzionano più.

Il manifesto, 6 dicembre 2015, con postilla.

L’8 dicembre di due anni fa Renzi è diventato il segretario del Pd. Per chi della velocità aveva fatto un mito, e dall’energia creativa del corpo del capo aveva ricavato l’attestato della garanzia di successo, due anni di potere sono un tempo enorme, valido per sopportare una verifica. Una radiografia l’ha fornita il rapporto Censis con la metafora bruciante del paese in «letargo». Quando Renzi concluse la sua marcia trionfale tra i gazebo, raccolse, oltre al sostegno di ambienti esterni pronti a finanziare una scalata ostile, anche un’ansia di successo, sfumato nel 2013, e un bisogno di rinnovamento delle classi dirigenti. Un biennio di leadership incontrastata basta però per lasciar appassire i sogni di gloria e per smentire ogni attesa di ricambio effettivo nelle pratiche e nei volti del ceto politico locale.

Il governo della mancia per tutti non attira un voto in più al Pd. E le sue disinvolte e creative misure economiche non agganciano la ripresa, anzi aggravano il divario con il passo spedito di altri partner europei. Le esclusioni sociali crescono, l’evasione fiscale e contributiva regna incontrastata, il differenziale territoriale si acuisce, i servizi pubblici, la sanità deperiscono. Galleggia l’illegalità, solerte è la misura per il salvataggio delle banche amiche.

Le imprese, incassato l’oro delle decontribuzioni e dei tagli Irap, continuano a rigettare ogni strategia competitiva fondata sull’innovazione e la qualità. Con la libertà di licenziamento, sancita dalle nuove leggi sul mercato del lavoro varate dal governo, le aziende si sentono protette da una irresistibile corazza. E pensano di proseguire nella strada della competizione al ribasso, tramite la marginalizzazione del sindacato, la precarietà camuffata dalle tutele crescenti. Il basso costo del lavoro è loro garantito in eterno dal potere di licenziare con modico indennizzo monetario.

Presto il nero diventerà la figura dominante nei rapporti contrattuali perché, dopo 40 anni di lavoro e con una pensione che non sarà di molto superiore a quella sociale, al dipendente risulterà più conveniente chiedere di essere pagato in nero, così almeno potrà racimolare qualche spicciolo in più dal mancato versamento dei contributi. Senza una politica degli investimenti, e senza una crescita dei salari pubblici e privati (altro che mance graziosamente elargite, senza alcun progetto di società), il sistema si avvita in una spirale regressiva e catastrofica.

Questo biennio perduto lascerà ferite sociali e politiche difficili da rimarginare. La volontà del capo di governo di presentarsi come il generoso protettore di tutta la nazione, che distribuisce bonus e mance ai ragazzi, ai carabinieri, agli insegnanti, non solo disperde risorse preziose, perché scarse, senza alcun risultato tangibile nell’inclusione sociale ma non viene premiato nella sua spericolata raccolta del consenso clientelare due punto zero.

Ha un bel dire Paolo Mieli che Renzi non è un capo divisivo, ma vive nella splendida condizione di chi ha la felice fisionomia di un leader vincente che scavalca mirabilmente gli steccati e pesca fiducia ovunque. Ascoltando meglio gli umori reali, non mancherà la percezione di un vivo sentimento di inimicizia, e anche di odio politico, che cresce e impedisce allo statista di Rignano di sfondare, nonostante l’infinita presenza in video, il sostegno generale dei media, il gradimento dei poteri che influenzano, la smobilitazione della destra.

Non basta, per rimediare alla deriva, raccogliere l’invito a costruire il partito, senza il quale, in effetti, tra il capo e il territorio esiste solo un solidissimo vuoto. Il problema è che Renzi non può costruire un partito, per ragioni strutturali. Ha distrutto quel poco di organizzazione che rimaneva, costringendo alla fuga gli illusi che fingevano di ritrovare nei gazebo i residui di vecchie simbologie e nei comitati elettorali degli affaristi in carriera i detriti di memorie, e non può edificare una nuova struttura, con gli eventi fuggevoli dei mille banchetti.

A Renzi il partito serve solo come fonte di legittimità per ordinare lo «stai sereno» e per continuare ad abitare a palazzo Chigi finché vuole. Non ha una cultura moderna della leadership, ma sprigiona solo una caricaturale infatuazione per i simboli esteriori del comando da caserma. Non è vero quello che ha raccontato Eugenio Scalfari a Otto e mezzo, e cioè che Renzi comanda da solo perché in tutte le democrazie avviene così.

Ovunque esistono gruppi dirigenti rispettati e non trattati come subalterni inoffensivi con cui il capo scherza nelle direzioni in diretta streaming. Ogni capo convive con oligarchie agguerrite, con gruppi parlamentari non arrendevoli. Persino Obama ne sa qualcosa. E il nuovo leader laburista Corbyn ha avuto l’investitura del partito ma i gruppi parlamentari, espressioni di un’altra cultura politica, non si piegano, e resistono anche platealmente alle sue direttive in politica estera. Non fanno come i deputati del Pd, designati per l’ottanta per cento come seguaci di Bersani, e poi tutti inginocchiati a riverire il nuovo padrone senza mai un cenno di disobbedienza.

Se ci fosse stato un partito, Renzi non lo avrebbe mai scalato, e se avesse, dopo la conquista, ricostruito un partito, proprio i suoi dirigenti lo avrebbero già disarcionato, per una manifesta inattitudine alla leadership autorevole. Altrove a togliere di mezzo un capo che ha perso le regionali, ha liquidato il nucleo organizzativo del partito, costretto alla diserzione la membership, manifestato una palese inadeguatezza al governo e naviga in chiaro affanno nei sondaggi, sarebbe il suo stesso partito. Ma la fortuna di Renzi è di non avere un partito. E può accontentarsi di un simulacro che gli dà i gradi di comandante di giornata.

Due anni terribili di deconsolidamento della democrazia costituzionale e del lavoro sono trascorsi e c’è poco da festeggiare con banchetti unitari in prossimità della catastrofe. Il solo auspicio è che l’odio e la delusione che covano nella sinistra ferita si trasformino in politica, e ci siano classi dirigenti pronte a raccogliere la difficile impresa, di ricominciare con un pensiero critico dopo il forte rumore dello schianto.

"I persuasori occulti" (The Hidden Persuaders) è il titolo del libro del sociologo statunitense Vance Packard che svelò in che modo nel sistema capitalistico i padroni della produzione foggiavano le menti dei consumatori per indurli a desiderare determinati prodotti e diventarne acquirenti. Il libro, del 1957, fu pubblicato in Italia del 1958 , ed ebba un certo rilievo nel dibattito della "società opulenta". Negli stessi anni l'economista statunitense J.K Galbraith aveva pubblicato il suo fondamentale testo "La società opulenta" (The Affluent Society), tradotto n Italia nel 1959. La cultura ufficiale della sinistra trascurò del tutto il profondo mutamento della società e degli strumenti di potere che quelle analisi rivelavano, e questa fu una delle ragioni essenziali della loro sconfitta (vedi in proposito anche l'articolo di Alfonso Gianni, Dialoghi sul declino della sinistra)
Intervista a Gino Strada di Vera Mantengoli: «Mi domando cosa voglia dire bombardare i terroristi. Non solo è la risposta sbagliata, ma non è nemmeno praticabile. Qualcuno pensa che i terroristi girino con dei cartelli con la scritta: «Sono un terrorista, colpiscimi»? A rimetterci sono i civili».

La Nuova Venezia, 5 dicembre 2015 (m.p.r.)

Venezia, città per l’abolizione della guerra. È questo il sogno di Gino Strada, primo cittadino italiano ad aver ricevuto qualche giorno fa in Svezia il Premio Right Livelihood, il Nobel alternativo dedicato a persone o gruppi che si stanno impegnando per una società migliore, come ha fatto il fondatore di Emergency dalla sua nascita, nel 1994. I semi per il suo sogno veneziano ha iniziato invece a piantarli in questi giorni nella sede della Giudecca dove, per la prima volta, si sono radunati per il Primo meeting internazionale sulla creazione di un network di risposta clinica alle malattie emergenti" (Emerging diseases Clinical Assessment and Response Network - Edcarn) un centinaio di medici ed esperti di Emergency, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Istituto nazionale malattie infettive «Lazzaro Spallanzani».

Qual è il suo progetto per Venezia?
«Vorrei che questa diventasse la sede internazionale per la nostra campagna contro l’abolizione delle armi e della guerra. Per adesso stiamo svolgendo degli incontri per medici e addetti ai lavori, ma nei prossimi mesi prenderà forma il nostro progetto. Per adesso lo stiamo studiando, ma penseremo anche a un modo di coinvolgere i singoli cittadini. Venezia è una città con una storia di grande apertura e dialogo, capace di parlare a tutti e quindi si presta particolarmente a questo messaggio.
L’Italia però produce e vende molte armi.
«Siamo tra i primi Paesi a produrne. È molto positivo che il premier Matteo Renzi non abbia voluto intervenire nella guerra, ma sarebbe ancora più positivo smettere di dare armi all’Iraq e uscire da questi meccanismi. Mi domando, anche da un punto di vista pratico, cosa voglia dire bombardare i terroristi. Non solo è la risposta sbagliata, ma non è nemmeno praticabile. Qualcuno pensa che i terroristi girino con dei cartelli con la scritta: «Sono un terrorista, colpiscimi»? A rimetterci sono i civili.
Da cosa deriva questo impegno contro la guerra? Quando ha iniziato a occuparsi delle vittime di guerra?
«Era il 1988, in Pakistan. Erano le vittime del conflitto afghano. Quando guardi in faccia le conseguenze di cosa vuol dire usare le armi ti rendi completamente conto che la guerra è una follia scelta da piccoli cervelli che fanno solo disastri.
Molti hanno donato fondi in ricordo della volontaria Valeria Solesin, una delle vittime del Bataclan a Parigi. Cosa ne farete?
«Non sappiamo ancora a quanto ammontino, anche perché il fondo per le donazioni rimane aperto. Li useremo tutti per costruire la seconda ala del reparto maternità dell’ospedale afghano che intitoleremo sicuramente a lei. Adesso i lavori sono fermi perché è freddissimo, ma li riprenderemo presto e contiamo di finire per ottobre prossimo.
Da pochi giorni ha ricevuto un prestigioso premio del valore di circa 100 mila euro. Nel 2015 la Fondazione ha ricevuto ed esaminato 128 proposte da 53 Paesi. È il primo italiano. Come si sente?
«Sono contento. È un riconoscimento che servirà in futuro a Emergency. Non abbiamo ancora deciso su quali progetti investire, ma di sicuro li useremo per le nostre attività».
In questi giorni si è tenuto un importante convegno. Avete raggiunto dei risultati?
«È la prima volta poi che si parla di Ebola in maniera così approfondita perché su questa epidemia la comunità medica non è mai stata preparata, mentre ora abbiamo tanto materiale per sviluppare meglio un piano di intervento».
Tra bugie e reticenze continua l'attiva partecipazione del governo italiano alle stragi in atto ne paesi amici. Una commessa del 2013 mai revocata.

Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2015
«L’Italia non vende bombe all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen, dove c’è chi dice muoiano civili, ma comunque si tratta di un intervento autorizzato dall’Onu». Il ministro della Difesa Pinotti è tornata sulla polemica delle bombe made in Italy usate da Ryad in Yemen, riuscendo a contraddire non solo se stessa (aveva appena dichiarato che queste forniture sono “regolari ”) ma gli stessi documenti del governo - che riportano numero e valore delle bombe vendute - e perfino l’Onu che non ha mai autorizzato i raid e anzi ne chiede da mesi la fine.

Duro il commento di Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (Opal) e di Rete Disarmo: `La Pinotti o mente sapendo di mentire, oppure non sa di cosa parla». Il ministro sostiene che l’Italia non vende bombe ai sauditi e che quelle che da mesi vengono spedite “non sono italiane”, bensì bombe tedesco-americane che dal 2013 “transitano” in », dice Beretta al Fatto.

«Innanzitutto la legge 185 del 1990 vieta non solo l’esportazione ma anche il transito di armi verso Paesi in guerra. Poi, contrariamente a quanto dice la Pinotti, si tratta di ordigni fabbricati o assemblati nello stabilimento sardo della Rwm Italia. Che la vendita sia stata contrattualizzata da ditte americane come la Raytheon e appaltate alla ditta tedesca Rheinmetall, da cui dipende la Rwm Italia, non cambia nulla: sono forniture che vanno autorizzate dal governo, ed elencate nelle relazioni che ogni anno il governo trasmette al Parlamento».

La fornitura è stata autorizzata prima che Ryad entrasse in guerra a marzo. Le centinaia di ordigni partiti a ritmo serrato dall’Italia alla volta dell’Arabia Saudita fanno parte della commessa da 62,3 milioni di euro per 3.950 bombe Mk83 della Rwm Italia autorizzata dal governo nel 2013, insieme alla vendita di 985 bombe Paveway IV sempre della Rwm Italia per 5,9 milioni, anche queste già consegnate. Nel 2014 la stessa ditta è stata autorizzata a vendere altre 1.260 Paveway per 15,2 milioni e 209 bombe Blu109 per 3 milioni, quasi tutte ancora da consegnare, con tutta probabilità sempre all’Arabia Saudita.

L'entrata in guerra di Ryad non dovrebbe indurre il governo a interrompere le forniture, anche se già autorizzate? «Assolutamente sì -afferma Beretta - come nel 2013 quando l’allora ministro degli Esteri Bonino sospese le forniture di armi già autorizzate verso l’Egitto per il rischio che venissero usate nelle violenta repressione delle proteste. Oggi abbiamo la certezza che le bombe esportate dall’Italia vengono usate dall’Arabia Saudita nei bombardamenti in Yemen che non solo, contrariamente a quanto dice la Pinotti, l’Onu non ha mai autorizzato, ma che lo stesso segretario generale Ban Ki-moon ha condannato per le troppe vittime civili”. Non “qualcuno”come dice la Pinotti, bensì l’Onu ha contato da marzo almeno 2.355 civili uccisi, di cui almeno 640 bambini, denunciando violazioni dei diritti umani e possibili crimini di guerra. Ce n’è abbastanza perché l’Italia segua l’esempio della Germania, che a gennaio ha deciso di interrompere le forniture all’ArabiaSaudita. «Continuare a inviare armi è una decisione politica del governo Renzi - spiega l’analista di Opal - di cui si deve assumere la responsabilità».

«Per quanto aberrante dopo ogni

mass shooting ancora più americani si armano, e altre vittime attendono il loro turno, in una roulette russa collettiva che rende ormai troppe parti dell’America meno sicure del Medio Oriente». Il manifesto, 4 dicembre 2015 (m.p.r.)
Per capire la reazione delle «due Americhe», dopo l’ennesima strage, la carneficina di San Bernardino, bastava dare un’occhiata alle prime pagine di ieri dei due principali tabloid newyorkesi. Il New York Post, il giornale di Rupert Murdoch, titolava a grandi caratteri «Muslim Killers», sullo sfondo di un’immagine cruenta dell’eccidio. Il Daily News, il quotidiano di Mortimer Zuckerman, titolava, a caratteri cubitali, «Non sarà Dio a metterci una pezza». E intorno al grande titolo i tweet di quattro alti esponenti repubblicani che commentano la strage rivolgendo al Signore i loro pensieri e le loro preghiere per le vittime. Decedute chissà come, visto che non è neppure nominata la parola gun, arma da fuoco.

La guerra civile americana dei nostri tempi è segnata quotidianamente da morti e feriti. Le mass shooting, le «sparatorie nel mucchio», s’alternano agli omicidi di singoli o pochi individui, opera di lupi solitari fuori di testa, raramente opera di più persone, com’è il caso di San Bernardino, con il coinvolgimento ancora oscuro di una giovane coppia, un americano di origini pachistane, Syed Farook, e di una pachistana, Tashfeen Malik.

In questo far west post-moderno si fronteggiano, appunto, anche le «due Americhe», quella che da tempo e con sempre più insistenza chiede, implora, almeno una maggiore regolamentazione della vendita e del possesso delle armi da fuoco e l’America che, a ogni strage, prega il Signore per le vittime e propone ancora più armi, pistole, fucili, mitra, e maggiore libertà di possederle ed esibirle, anche nei luoghi pubblici, anche nelle scuole e nelle università, secondo la pazzesca teoria che, se si è armati, ci si può difendere in situazioni come quella di San Bernardino.

Per quanto aberrante, proprio questa teoria si rafforza dopo ogni mass shooting (gli omicidi di singoli, anche se centinaia, migliaia, non fanno notizia, come gli incidenti stradali), e ancora più americani si armano, e altre vittime attendono il loro turno, in una roulette russa collettiva che rende ormai troppe parti dell’America meno sicure del Medio Oriente.

Non è solo la forza della National Rifle Association, la potente lobby delle armi, a consentire un simile rovesciamento del senso comune. C’è una destra violenta, oltranzista e razzista che cerca il dominio anche attraverso la costante e crescente alimentazione della paura, sia quella proveniente dal «nemico esterno», oggi l’islam, sia quella di un «nemico interno», nero o ispanico, gente dalla pelle scura di qualche slum degradato.

Così, perfino il ripetersi di omicidi di africani americani perpetrati da agenti di polizia dal manganello o dal grilletto facile diventa, nella narrazione che ne fanno la destra e i suoi media, la litania di episodi di allarme e di paura sulla pericolosità sociale dei neri, da cui occorre difendersi. Con le armi, ovviamente.

La vicenda di San Bernardino, così com’è sintetizzata dalla prima pagina del New York Post, rafforza un’ulteriore base ideologica a una simile propaganda. Non serve neppure usare la parola terrore o terrorismo, basta dire muslim. Ed ecco che il «nemico esterno» diventa anche il «nemico interno».

Questa volta gli autori di una strage sono identificati con la loro religione di appartenenza. Che importa che la comunità islamica americana sia complessivamente ben integrata nella società di cui fanno parte, molto più che in Europa? La destra soffia sul fuoco e la stigmatizza. Ne aizza le componenti più inquiete, marginali, così da indicare poi l’intera comunità come un-American e renderla dunque bersaglio di avversione e anche di odio.

C’è sempre stata questa destra senza inibizioni, in America. E ha avuto anche una grande influenza sulla politica del partito repubblicano, e su frange di quello democratico. Ma nell’establishment moderato ha trovato un certo contrappeso, un limite. Oggi quell’argine non ha più consistenza. Un clown violento come Donald Trump è in cima ai sondaggi, con un distacco considerevole rispetto agli inseguitori, e, si votasse domani, sarebbe lui lo sfidante repubblicano per la successione a Obama. E non è forse Trump a dire e a ripetere che l’11 settembre 2001 nella larga comunità islamica del New Jersey, che vive di fronte a New York, si festeggiò e si inneggiò all’attacco terroristico? Quando un giornalista gli ha chiesto se la sua proposta di una banca dati nazionale dei musulmani non sarebbe cosa diversa dalla persecuzione subita dagli ebrei nella Germania nazista, e lui ha risposto: «Me lo dica lei».

Un fascista. A definirlo così sono esponenti repubblicani di primo piano. «Is Donald Trump fascist?» si chiede sul New York Times Ross Douthat. E sono tante ormai le ragioni per dire sì, il messaggio del miliardario campione dell’antipolitica è decisamente di stampo non semplicemente conservatore ma fascista, un mix di istigazione all’odio verso le minoranze e gli immigrati, estrema misoginia, perfino disprezzo per i portatori di handicap.

Il clown grida nei comizi: non sono un intrattenitore. Ha ragione. Sì, Trump ormai va preso molto seriamente. Non arriverà forse alla meta, e forse, se non riuscirà a conseguire la nomination repubblicana, potrebbe decidere di correre da indipendente, consentendo così a Hillary di vincere più facilmente sull’avversario conservatore a cui Trump sottrarrebbe voti.

È probabile che finisca così. Ma intanto lo scoperchiamento e l’esibizione delle parti peggiori dell’America, che avvengono grazie al suo essere al centro per mesi della scena, al suo gigionismo fascista, danno voce, come egli stesso rivendica, a una maggioranza silenziosa che non deporrà più le armi, non solo metaforicamente, a maggior ragione se il prossimo presidente sarà ancora democratico. Le «due Americhe» saranno ancora più nemiche.

«La risposta affidata solo alle armi è troppo semplice rispetto a una sfida complicatissima dal punto di vista militare e politico. E non ferma la propaganda dell’Is che ha ormai fatto breccia anche in Europa».

La Repubblica, 4 dicembre 2015 (m.p.r.)

La settimana scorsa, in un pomeriggio piovoso nel sobborgo brussellese di Molenbeek, un uomo di 27 anni di nome Montasser parlava di Siria di fronte a un tè e a del pane arabo. Parlava di un uomo più giovane, di 19 anni, con cui era stato in contatto. Il ragazzo era in Siria orientale con lo Stato islamico, e si era offerto per una missione suicida. Montasser cercava di convincerlo a non morire. Non ci era riuscito. Alcuni giorni prima il ragazzo si era fatto saltare in aria contro le «forze nemiche infedeli» in Iraq.
L’episodio illustra molte cose di grande importanza nel momento in cui lo sforzo militare contro l’Is sale di livello. Dimostra che l’Is continua a esercitare forte attrattiva sui giovani musulmani europei, nonostante l’intensificazione dei bombardamenti. Dimostra che i confini del Medio Oriente, vecchi di un secolo, sono irrilevanti per Daesh e seguaci. E mette in evidenza che i raid aerei garantiranno benefici solo marginali nella battaglia contro l’Is. La minaccia dello Stato islamico per l’Europa è come una catena di meccanismi diversi, ma collegati. C’è il meccanismo che attira adolescenti dall’Europa alla Siria. C’è il meccanismo dello Stato che li addestra, li condiziona psicologicamente e poi gli assegna delle missioni. C’è il meccanismo che li rispedisce in patria per uccidere e quello che li mette in condizione di farlo una volta in Francia, Belgio, Regno Unito, Italia o altrove. Tutti questi meccanismi devono agire insieme perché Daesh possa effettuare un attacco contro città europee. E devono essere tutti smantellati per eliminare la minaccia.

L’Europa si è accorta che la cooperazione fra i servizi di intelligence non è andata di pari passo con l’allargamento dell’Ue, e che la mancanza di confini interni significa che bisogna incrementare le risorse per la vigilanza contro possibili minacce. Ci saranno investimenti in risorse tecnologiche, e modifiche legislative per garantire maggiori possibilità di intrusione. Si cercherà di trovare dei modi per individuare in numero maggiore gli estremisti già noti e impedire loro di sfruttare il caos portato dalla crisi dei profughi. David Cameron, il premier britannico, ha detto al Parlamento che la strategia oltre ai raid aerei comprende 70.000 potenziali alleati sul terreno e uno sforzo diplomatico per mettere fine alla guerra civile. Ma queste decine di migliaia di combattenti sono qualcosa che si può solo sperare, non prevedere. E anche i più ottimisti si limitano a sperare in piccoli passi verso una soluzione diplomatica finale al problema più generale del conflitto nella regione.

Uno degli obbiettivi principali della campagna aerea è impedire allo Stato islamico di sfruttare il petrolio. Ma oggi l’Is dal petrolio guadagna molto meno di un anno fa, e gran parte dei suoi introiti viene dalle tasse, non dal commercio. E le tasse non si possono colpire con bombe o missili. La verità, come i leader politici sanno, è che Daesh prospera non in virtù della sua forza, ma per la debolezza e l’interesse egoistico degli Stati che lo circondano, e in virtù della battaglia settaria fra sunniti e sciiti. I raid aerei servono a poco per risolvere le ragioni che spingono alcuni ragazzi a lasciare posti come Molenbeek e andare in Siria. Perché ci vanno? Se c’è qualche legame con la povertà, è un legame indiretto. La disoccupazione è chiaramente un fattore.

Chi si occupa di radicalizzazione sottolinea che quasi nessuno di quelli che vanno in Siria ha responsabilità finanziarie. Probabilmente perché chi queste responsabilità le ha avverte un senso del dovere, o magari perché l’atto stesso di provvedere ad altre persone attraverso il proprio lavoro offre un ruolo e uno status che mettono al riparo dal rischio di radicalizzazione. La cosa più importante sono le persone, non le statistiche o i luoghi. La radicalizzazione è un processo, non un evento. Una ricerca dell’Università di Oxford mostra che nella maggioranza dei casi a spingere una persona verso l’estremismo islamista sono amici o familiari. La militanza islamica non è un lavaggio del cervello. È un movimento sociale che viaggia attraverso reti di parentela e amicizia per irretire giovani del tutto normali. La propaganda li attira perché, per quanto deviati e distorti siano i loro desideri, offre qualcosa. Una volta in Siria, nello spazio ristretto di brutalità e violenza del conflitto e dentro un gruppo estremista, si instaura una dinamica differente. Se mai tornano a casa, non sono più normali.

Nulla di tutto questo si può risolvere con i raid aerei, ma il problema vero è che le immagini di jet pesantemente armati che decollano verso i bersagli in Siria ci rassicurano. E ci sviano anche, perché pensiamo che i nostri leader abbiano trovano una risposta semplice e concreta alla sfida complicatissima che abbiamo di fronte. Significa che la prossima volta che ci sarà un attacco nell’Europa continentale la gente sarà arrabbiata e delusa. Sarà anche più spaventata di prima, perché qualcosa non ha funzionato. Provocare paura è ciò che vogliono i terroristi. Questa settimana, mentre l’Europa si accinge alla «guerra» contro l’Is, i nostri leader farebbero bene a ridurre le aspettative, invece di accrescerle.

Traduzione di Fabio Galimberti

«La Francia, non contenta del disastro provocato in Libia dall’ignoranza di Sarkozy, reitera errore e vittime in Siria, attirandosi – a proposito di guerre «utili» - l’attacco di quella parte del Daesh come movimento che filtra anche sul territorio dell’Europa occidentale».

Sbilanciamoci.info, 1 dicembre 2015

Vedo che la «guerra giusta» di Norberto Bobbio, contro la quale ci eravamo battuti, riappare travestita da guerra «utile», ma non è una gran trovata. Utile per chi? Ogni guerra è sempre utile a una delle due parti in causa, almeno a breve termine, quindi il giudizio di valore va sempre spostato sulla causa del conflitto, mentre il metodo di risolverlo con una guerra va sempre rifiutato.
Ricordiamoci di come apparve la seconda guerra mondiale a Gandhi e a molte parti del mondo non occidentale; se si è contro la guerra, non è possibile una guerra giusta, la guerra va misurata non nei termini dei rapporti di forza che ha prodotto, ma va rifiutata sempre per la quantità di vittime che produce. Non è semplice, perché - per esempio - io non tendo a definire «ingiusta » la seconda guerra mondiale perché i milioni di morti da ambedue le parti l’hanno subita; eppure, per la mia generazione, sulla vita dei cittadini i governi non dovrebbero aver potere di vita o di morte (come nel caso della soppressione della pena di morte).

In verità, per le guerre questo potere gli è lasciato - e non dovrebbe esserlo - con l’argomento per cui Daesh non si potrebbe danneggiare o sconfiggere in altro modo, anche perché si tratta di un nemico diffuso e meno esposto di quanto non sia un paese con il suo stato, con un territorio preciso dove si dispiegano eserciti, fortificazioni, industrie militari, sistemi di trasporto. In realtà, anche Daesh è più presente e concentrato in certi territori e, soprattutto, i mezzi militari gli sono forniti nientemeno che dall’Occidente, al più attraverso la mediazione di un altro paese. Nel caso della Turchia questa mediazione non è necessaria perché nella coalizione internazionale contro Daesh nessun altro stato partecipa alla guerra contro i curdi, che per Ankara sono il principale nemico. Il lancio di un missile turco contro l’aereo militare della Russia, che è in guerra contro Daesh ma non contro i curdi, ne è un segnale minaccioso, tranquillamente sopportato dall’Occidente.

In verità, la guerra nel Medio Oriente ha presentato e presenta sovente, a partire dall’Afghanistan, diversi fronti, anche in parte nascosti, aspetto che non è l’ultima delle sue specificità; essa mette in rilievo le ragioni per cui il più vasto movimento pacifista dei tempi recenti le è nato contro. E non solo i civili ne sono regolarmente le vittime (a ogni attacco, specie aereo) ma, come in tutti i conflitti con una forte componente ideologica, le parti non corrispondono nettamente a un territorio ben definito. Insomma, il carattere particolarmente brutale e non giustificabile delle guerre è qui singolarmente evidente.

La Francia, non contenta del disastro senza via di uscita provocato in Libia dall’ignoranza di Sarkozy, reitera errore e vittime in Siria attirandosi addosso - a proposito di guerre «utili» - l’attacco di quella parte del Daesh come movimento che filtra anche sul territorio dell’Europa occidentale, figlio non soltanto (anche se in buona parte) del disagio sociale, ma di una disperazione più interiorizzata e profonda che ha portato sinora giovani francesi e belgi a concludere le azioni omicide attivando le cinture esplosive e togliendosi la vita.

Non ci si racconti che attendevano di essere accolti nell’aldilà da centinaia di vergini vogliose, disperavano della vita in terra, senza nulla che le dia un senso umano o sovrumano. Manca nel nostro mondo il solo elemento in grado di sconfiggere Daesh, cioè un senso umano o oltre umano che non sia il successo nel denaro, che non a caso essi bruciano, o lo spettacolo inteso in senso proprio come distrazione dal reale.

«Il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq».

La Repubblica, 29 novembre 2015 (m.p.r.)

Per capire cosa succede nel mondo islamico è necessario avere una cultura storica: senza storia infatti non può esserci alcuna comprensione degli avvenimenti. Bisogna sapere, per esempio, che nell’antico Califfato c’era piena libertà religiosa sia per i cristiani che per gli ebrei, mentre l’intolleranza più cieca riguardava solo il mondo cristiano: basti pensare alle Crociate, all’Inquisizione, alle persecuzioni anti- ebraiche.

In realtà il vero problema del mondo arabo è stata la sua colonizzazione durata secoli, dalla fine del 400 dopo Cristo alla decomposizione dell’Impero ottomano. Da queste macerie nacque un sogno: il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo, il sogno di Lawrence d’Arabia. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq. Ed è stato un peccato, perché una nazione unificata araba avrebbe potuto svilupparsi in senso multietnico, visto che in ognuno di quei territori avevano sempre convissuto islamici, cristiani ed ebrei. Questa nazione avrebbe potuto consolidarsi, svilupparsi in un clima di libertà religiosa.
Le cose sono andate diversamente. Prima con la frantumazione in Paesi differenti, ognuno inserito in una differente sfera d’influenza. E poi, molto più recentemente, con gli effetti della strategia americana, con la seconda guerra del Golfo che è servita solo a distruggere lo stato iracheno. Ora da una parte c’è la componente sciita; dall’altra quella curda, decisa a diventare indipendente; e infine quella sunnita.
In questo contesto esplosivo - e con le conseguenze di una serie di fenomeni storici come il fallimento del socialismo arabo, il fallimento delle nuove democrazie, il problema palestinese irrisolto, il sottosviluppo economico e un sentimento diffuso e generalizzato di umiliazione collettiva - si è arrivati alla situazione attuale. In cui perfino nei “laici” Territori occupati la radicalizzazione del conflitto e la disperazione hanno portato a una crescita del potere dei fattori religiosi.
A questo punto, serve in primo luogo una risposta di tipo culturale. Dobbiamo introdurre nei nostri paesi l’insegnamento delle religioni, non del cattolicesimo ma di tutte le diversità: perché la religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma, come diceva Karl Marx, è il sospiro della creatura infelice. In altre parole, è l’infelicità umana che alimenta la religione.
In secondo luogo, per favorire l’integrazione degli studenti musulmani, bisogna mostrare come la Francia - proprio come l’Italia, o la Spagna - sia in realtà una nazionale multiculturale. In Italia ad esempio non ci sono solo discendenti dei latini, è una nazione composta da popoli diversi, siciliani, piemontesi, trentini. E ci sono molti ebrei. L’Italia insomma non ha una razza unica, ma tante diverse, con lingue diverse che col tempo si sono integrate. È la vera eredità dell’universalismo dell’impero romano. La storia insomma deve aiutare anche i giovani a capire come l’integrazione, nel tempo, sia possibile.
Terzo tema: cosa fare oggi con la parola “terrorismo”? Una parola che in realtà non è quella giusta, perché è vuota. Una parola che non contiene in sé una vera fede, una vera passione, ma solo un mondo dalla realtà rovesciata. Era così anche in fenomeni terroristici di altro tipo, come le Brigate Rosse e l’eversione nera in Italia. Le persone non nascono terroriste, si comincia magari per seguire un qualche ideale di salvezza. Come succede con l’Is: dal disagio storico e sociale si passa a pensare di essere al servizio di Dio. E nel caso degli estremisti islamici, il fuoco, il carburante che alimenta la loro follia è la questione irrisolta del Medio Oriente. Questo fuoco è come un cancro, che fa metastasi ormai nell’intero pianeta. Ecco perché bisogna risolvere una volta per tutte il problema mediorientale. Imponendo la pace a tutti le componenti che alimentano questa guerra civile. È questo l’unico modo per isolare il fanatismo di Daesh e del sedicente Califfato.
Ma come fare? A questo punto, ricostruire l’integrità della Siria e dell’Iraq appare impossibile. L’unica soluzione allora è riprendere, tornare a far vivere il sogno di Lawrence d’Arabia, promuovendo una grande Confederazione del Medio Oriente in cui sia ripristinata la libertà di culto. Se decidiamo che è davvero questo lo scopo da raggiungere, allora possiamo portare avanti una grande coalizione che promuova la pace. Solo così quel concetto vuoto che chiamiamo “terrorismo” potrà essere progressivamente liquidato. Questa è una missione vitale, non solo per i francesi o gli europei, ma per tutta l’umanità.
Questo testo è l’intervento che l’autore ha tenuto al convegno internazionale di Rimini organizzato da Edizioni Erickson

«È trascorso oltre un anno dall’inizio delle operazioni Usa in Siria (quasi 3mila bombardamenti), un anno e 4 mesi da quelle in Iraq (altri 3.500) e lo Stato Islamico resta – più o meno - dov’era».

Il manifesto, 28 novembre 2015 (m.p.r.)

Dodici morti, tra loro cinque bambini: è il bilancio del raid che ieri ha colpito la scuola Heten, a Raqqa. Da quando la città siriana è stata eletta «capitale» del Califfato, la scuola era usata come base dai miliziani. Per ora nessuno sa dire che bandiera fosse stampata sul jet responsabile dell’attacco, la francese, la statunitense o la russa. Si aggiungono alle centinaia di civili vittime della coalizione.
A far uscire le loro storie provano attivisti e organizzazioni, a volte i familiari. È quello che ha fatto Muawiyya al-Amouri, padre siriano di sei figli, uccisi ad agosto a Atmeh, città settentrionale vicino Idlib. Ha denunciato la morte dei bambini in un raid Usa, mai reso noto se non giovedì quando il commando generale Usa ha ammesso di aver bombardato nelle vicinanze di Atmeh. Il target era una postazione dell’Isis: «La coalizione spende molto tempo per individuare i target, assicurare la massima efficacia e minimazzare le potenziali vittime civili», ha detto il portavoce Tim Smith.
Rispondono analisti e attivisti: ad Atmeh l’Isis non c’è Quelle morti risollevano una questione in ombra: cosa e come i raid colpiscono Daesh. Con quali informazioni di intelligence e con quanta precisione. È trascorso oltre un anno dall’inizio delle operazioni Usa in Siria (quasi 3mila bombardamenti), un anno e 4 mesi da quelle in Iraq (altri 3.500) e lo Stato Islamico resta – più o meno - dov’era. Si è ritirato da Sinjar, su pressione della controffensiva peshmerga e dei kurdi siriani delle Ypg; ha perso Kobane e parte del distretto di Hasakah dietro le operazioni congiunte di esercito siriano e combattenti kurdi; ha perso il collegamento diretto tra Raqqa e la seconda «capitale», l’irachena Mosul, dopo l’intervento di Erbil. Ma continua a controllare ampi territori, un terzo dell’Iraq e un terzo della Siria: una catena che parte dal confine nord occidentale tra Siria e Turchia, passa per Raqqa e arriva all’Iraq orientale, Fallujah e Ramadi, e a quello meridionale, dove ha postazioni vicino alle frontiere con Giordania e Arabia saudita. Così mantiene aperto il collegamento tra le due realtà – l’irachena e la siriana – tramite il valico di Al Qaim, lungo l’Eufrate, trasferisce uomini e armi e tiene in piedi i traffici commerciali, il sistema di contrabbando e quello amministrativo.
È uno dei motivi per cui Mosca e Washington concentrano buona parte della forza di fuoco contro camion di petrolio: l’Isis si adatta, dice il ricercatore siriano al-Hashimi, e ora non usa più camion da 36mila litri, ma veicoli più piccoli, da 4mila. E, aggiunge, i miliziani si sono spostati da zone residenziali e campi di addestramento in bunker e tunnel sotterranei. Nei raid della coalizione sono morti oltre 20mila miliziani, ma altrettanti ne sono entrati via Turchia per la quasi totale incapacità di controllare gli spostamenti da fuori e di reagire alla propaganda islamista. Sono stati distrutti meno di mille veicoli militari, a dimostrazione che manca un elemento fondamentale: informazioni di intelligence credibili che informino sulla posizione dei miliziani.
Non avendo uomini sul terreno, se non qualche centinaio di consiglieri militari, e continuando ad affidarsi ai gruppi di opposizione moderata ad Assad, gli Stati uniti sono rallentati, vanno alla cieca. Tanto da decidere di appoggiarsi a chi i risultati li ottiene: i kurdi siriani che hanno fondato un nuovo fronte insieme ad assiri e arabi, le Forze Democratiche. Va meglio a Mosca che dalla sua ha l’esercito governativo e i servizi segreti di Damasco. I risultati si vedono: a due mesi dal lancio dell’operazione russa, le truppe del presidente Assad non hanno sfondato, ma sono avanzate a nord di Latakia (verso l’obiettivo principe, Aleppo) e al centro, verso Palmira e nei dintorni di Homs. La presenza più capillare di uomini collegati direttamente o indirettamente a Damasco garantisce una maggiore precisione. La stessa a cui anela la Francia: giovedì Parigi e Mosca hanno annunciato uno scambio regolare di informazioni tra aviazioni.
Dall’altro lato del confine del «Califfato», in Iraq, dopo la strategica vittoria a Sinjar il resto della controffensiva anti-Isis è in stallo: a Ramadi, capoluogo dell’Anbar, calda provincia sunnita, le forze governative irachene non sfondano. Hanno ripreso il parziale controllo di alcuni quartieri – secondo l’esercito la metà – della città e bloccato il ponte usato dall’Isis per i rifornimenti. Ma, mentre i civili pagano la rappresaglia degli islamisti che stanno distruggendo decine di case per vendetta, l’impressione è che non si riesca ad avanzare con regolarità. A farlo sono le milizie sciite legate all’Iran e in contrasto con i kurdi a Kirkuk. Tensioni interne che lasciano le operazioni per la liberazione di Anbar e, a seguire, Mosul ancora solo sulla carta.

«La rimozione dell’Occidente per quanto riguarda l’Arabia Saudita è sorprendente: saluta la teocrazia come sua alleata, ma fa finta di non sapere che è lo sponsor ideologico principale del mondo della cultura islamista». Newsletter comuneinfo.net, 27 novembre 2015

Daesh nero, Daesh bianco. Il primo taglia gole, uccide, lapida, taglia le mani, distrugge il patrimonio comune dell’umanità e disprezza l’archeologia, le donne e i non musulmani. Il secondo è meglio vestito e più ordinato, ma fa le stesse cose. Lo Stato islamico; l’Arabia Saudita. Nella sua lotta contro il terrorismo, l’Occidente fa la guerra contro l’uno ma stringe la mano all’altro.

Questo è un meccanismo di negazione, e la negazione ha un prezzo: preservare la famosa alleanza strategica con l’ Arabia Saudita con il rischio di dimenticare che il regno si basa anche su un’alleanza con un clero religioso che produce, legittima, diffonde, predica e difende il Wahhabismo, la forma ultra-puritana dell’Islam di cui si nutre Daesh. Il wahabismo, un radicalismo messianico che sorse nel 18° secolo, spera di ristabilire un fantasticato califfato centrato su un deserto, un libro sacro, e due luoghi sacri, La Mecca e Medina. Nato nel massacro e nel sangue, si manifesta in un rapporto surreale con le donne, un divieto contro i non-musulmani di calpestare territorio sacro, e leggi religiose feroci. Che si traduce in un odio ossessivo di immagine e raffigurazione, e quindi dell’arte, ma anche del corpo,della nudità e della libertà. L’Arabia Saudita è un Daesh che ce l’ha fatta.

La rimozione dell’Occidente per quanto riguarda l’Arabia Saudita è sorprendente: saluta la teocrazia come sua alleata, ma fa finta di non sapere che è lo sponsor ideologico principale del mondo della cultura islamista. Le generazioni più giovani dei radicali nel cosiddetto mondo arabo non sono nate jihadiste. Esse sono state allattate al seno della Fatwa Valley, una sorta di Vaticano islamico con una vasta industria che produce teologi, leggi religiose, libri e aggressive politiche editoriali e mediatiche.

Si potrebbe controbattere: non è l’Arabia Saudita stessa un bersaglio possibile del Daesh? Sì, ma concentrarsi su questo farebbe trascurare la forza dei legami tra la famiglia regnante e il clero che rappresenta la sua stabilità – e anche, sempre di più, la sua precarietà. I reali sauditi sono catturati in una trappola perfetta: Indeboliti da leggi di successione che incoraggiano il turnover, si aggrappano ai legami ancestrali tra re e predicatore. Il clero saudita produce l’islamismo, che minaccia il paese e al tempo stesso dà legittimità al regime.

Si deve vivere nel mondo musulmano per capire l’immensa influenza trasformatrice dei canali televisivi religiosi sulla società mediante l’accesso ai suoi punti deboli: nuclei familiari, donne, aree rurali. La cultura islamista è diffusa in molti paesi (Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania…). Ci sono migliaia di giornali islamici e preti che impongono una visione unitaria del mondo, la tradizione e l’abbigliamento nello spazio pubblico, sulla formulazione delle leggi del governo e sui rituali di una società che essi reputano essere contaminate.

Vale la pena di leggere alcuni giornali islamici per vedere le loro reazioni agli attentati di Parigi. L’Occidente è raccontato come una terra di “infedeli”, gli attentati sono il risultato dell’attacco contro l’Islam. I musulmani e gli arabi sono diventati i nemici della secolarizzazione e degli ebrei. La questione palestinese viene invocata insieme allo stupro dell’Iraq e alla memoria del trauma coloniale, e impacchettata in un discorso messianico destinato a sedurre le masse. Questa narrazione trova ampio spazio negli strati sociali subalterni, mentre i leader politici inviano le loro condoglianze alla Francia e denunciano un crimine contro l’umanità. Questa situazione totalmente schizofrenica procede parallelamente alla negazione occidentale del ruolo dell’Arabia Saudita.

Tutto ciò lascia scettici sulle fragorose dichiarazioni delle democrazie occidentali sulla necessità di combattere il terrorismo. La loro guerra non può che essere miope poiché ha come obiettivo l’effetto non la causa. Poiché l’Isis è una cultura prima che una milizia, come si fa a evitare che le generazioni future si rivolgano allo jihadismo se l’influenza della Fatwa Valley, dei suoi chierici, della sua immensa industria editoriale e della cultura che produce rimane intatta?

Curare la malattia è quindi una questione semplice? Sembra difficile. L’Arabia Saudita rimane un alleato dell’Occidente nello scacchiere mediorientale. Viene preferita all’Iran, il Daesh grigio. E qui c’è la trappola. La negazione crea l’illusione dell’equilibrio. Lo jihadismo viene denunciato come il male del secolo ma non viene preso in considerazione ciò che lo crea e lo alimenta: questo consente di salvare la faccia, ma non salva le vite umane.

Daesh ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma ha anche un padre: l’Arabia Saudita e il suo complesso religioso-industriale. Se l’intervento occidentale ha fornito delle ragioni ai disperati del mondo arabo, il regno saudita ha donato loro credenze e convinzioni. Fino a che questo punto non verrà compreso si potranno vincere battaglie, ma non si vincerà la guerra. Gli jihadisti saranno uccisi solo per rinascere di nuovo nelle generazioni future allevate con gli stessi libri.

Gli attentati di Parigi hanno evidenziato nuovamente questa contraddizione ma – come è successo dopo il 9/11 – essa rischia nuovamente di essere cancellata dalle nostre analisi e dalle nostre coscienze.

Kamel Daoud è uno scrittore di origine algerina, i suoi libri (scritti in francese e non in arabo) sono tradotti in molti paesi. L’articolo è stato scelto e tradotto da Maurizio Acerbo (della segreteria nazionale del Prc) che ringraziamo. La versione originale, in inglese e francese, è sul sito del New York Times.

«Avrei voluto parlare di come quella triade abbia perso buona parte del suo valore quando i loro propinatori nel XIX secolo hanno rivolto i loro interessi verso gli altri continenti; e dimenticando Liberté, Fraternitè, Egalité, hanno brutalmente sfruttato le popolazioni che li abitavano da millenni. Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2015 (m.p.r.)
Una settimana fa sono stata invitata da Radio 3 a partecipare alla serata organizzata a Villa Medici per la sera del 25 in solidarietà con la Francia per quanto di orrendo era avvenuto il 13 novembre a Parigi, scegliendo di intervenire per circa cinque minuti con una poesia o altro. Avevo qualche dubbio a partecipare che mi è stato contestato affermando che sarei stata libera, assolutamente libera, di leggere quello che volevo. Così infatti è stato. Con un inconveniente. Che mi sono trovata come un alieno o forse è meglio dire come l’uomo di Neanderthal che si aggira nella foresta in cerca di un habitat. La colpa è certo mia che ho frainteso il significato della serata durante la quale sono state lette delle bellissime poesie e brani di libri con meravigliose descrizioni della bellezza di Parigi e l’incanto della Francia, o sul legame che gli italiani sentono per un paese che è stato l’epicentro della meravigliosa triade Liberté, Fraternité, Egalité.
Io invece avrei voluto parlare di come quella triade abbia perso buona parte del suo valore quando i loro propinatori nel XIX secolo hanno rivolto i loro interessi verso gli altri continenti; e dimenticando Liberté, Fraternitè, Egalité, hanno brutalmente sfruttato le popolazioni che li abitavano da millenni. A volte in maniera orrenda e inaccettabile, come è accaduto al Belgio sotto il regno di Leopoldo II che ancora oggi una imponente statua celebra nel centro di Bruxelles: il Re (era alto quasi due metri) ritto sul piedistallo, e aggrappati alle sue gambe gli indigeni in adorazione. Dimenticando che nel convegno che si era svolto a Vienna dal novembre del 1884 al febbraio del 1885, al quale avevano partecipato i principali paesi europei più Turchia e Stati Uniti, si era decisa la spartizione di buona parte dell’Africa. Ma il giovane Leopoldo II, non pago di avere ottenuto il bacino del Congo, un territorio vasto quanto l’Europa esclusa la Russia, si impadronì di lì a poco anche del Sudan orientale e delle provincie del Kasai e del Buluba, in tutto quasi dieci milioni di chilometri quadrati. Ma attenzione: l’intera colonia fu dichiarata “Proprietà dello Stato”, ossia del Re.
Un privato dominio al di fuori di ogni controllo dove la popolazione era schiava nel vero senso del termine. E quando lo sviluppo dell’industria automobilistica rese molto redditizio il caucciù per le gomme, quel territorio ricco delle foreste che lo produceva, divenne una fonte inesauribile di arricchimento per Leopoldo II; e una tragedia immane per indigeni, comprese donne e bambini. Indigeni che venivano condotti al lavoro legati uni gli altri. E se a fine giornata non raccoglievano la quantità richiesta di caucciù, gli venivano amputati un braccio o una gamba e alle donne le mammelle.
Ne parlarono a suo tempo Mark Twain ne Il soliloquio di Re Leopoldo pubblicato nel 1905 sotto lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens Arthur, e Conan Doyle in The crime of the Congo (Il crimine del Congo) pubblicato nel 1908. E nel 1998 con un documentatissimo libro ricco di fotografie Adam Hochschild: King Leopold’s ghosts (Gli spettri del Congo Rizzoli 2001). Nel giro di 23 anni (dal 1886 al 1908) la popolazione era stata ridotta a un quinto. E le fotografie dei cadaveri accumulati in pile uno sugli altri per spaventare gli indigeni e costringerli al lavoro coatto sembrano sinistramente anticipare di alcuni decenni quelle che saranno le montagne di corpi che si presenteranno di fronte alle truppe alleate quando nell’aprile del 1945 verranno spalancati i cancelli di Auschwitz, Birkenau o Mathausen.

«Quando furono scatenate le guerre in Afghanistan e Iraq sapevamo che quei conflitti avrebbero seminato, alla cieca, caos e morte. Avevamo torto? La guerra di Hollande avrà le stesse conseguenze. Per questo non si può non reagire». Un appello di intellettuali francesi.

Il manifesto, 27 novembre 2015

Nessuna interpretazione monolitica, nessuna spiegazione meccanicistica può far luce sugli attentati. Ma possiamo forse rimanere in silenzio? Molte persone — e le comprendiamo — ritengono che davanti all’orrore di questi fatti, l’unico atto decente sia il raccoglimento. Eppure non possiamo tacere, quando altri parlano e agiscono in nostro nome: quando altri ci trascinano nella loro guerra. Dovremmo forse lasciarli fare, in nome dell’unità nazionale e dell’intimazione a pensare in sintonia con il governo?

Si dice che adesso siamo in guerra. E prima no? E in guerra perché? In nome dei diritti umani e della civiltà? La spirale in cui ci trascina lo Stato pompiere piromane è infernale. La Francia è continuamente in guerra. Esce da una guerra in Afghanistan, lorda di civili assassinati. I diritti delle donne continuano a essere negati, e i talebani guadagnano terreno ogni giorno di più. Esce da una guerra alla Libia che lascia il paese in rovine e saccheggiato, con migliaia di morti, e montagne di armi sul mercato, per rifornire ogni sorta di jihadisti. Esce da una guerra in Mali, e là i gruppi jihadisti di al Qaeda continuano ad avanzare e perpetrare massacri. A Bamako, la Francia protegge un regime corrotto fino al midollo, così come in Niger e in Gabon. E qualcuno pensa che gli oleodotti del Medioriente, l’uranio sfruttato in condizioni mostruose da Areva, gli interessi di Total e Bolloré non abbiano nulla a che vedere con questi interventi molto selettivi, che si lasciano dietro paesi distrutti? In Libia, in Centrafrica, in Mali, la Francia non ha varato alcun piano per aiutare le popolazioni a uscire dal caos. Eppure non basta somministrare lezioni di pretesa morale (occidentale). Quale speranza di futuro possono avere intere popolazioni condannate a vegetare in campi profughi o a sopravvivere nelle rovine?

La Francia vuole distruggere Daesh? Bombardando, moltiplica i jihadisti. I «Rafale» uccidono civili altrettanto innocenti di quelli del Bataclan. E, come avvenne in Iraq, alcuni civili finiranno per solidarizzare con i jihadisti: questi bombardamenti sono bombe a scoppio ritardato.

Daesh è uno dei nostri peggiori nemici: massacra, decapita, stupra, opprime le donne e indottrina i bambini, distrugge patrimoni dell’umanità. Al tempo stesso, la Francia vende al regime saudita, notoriamente sostenitore delle reti jihadiste, elicotteri da combattimento, navi da pattugliamento, centrali nucleari; l’Arabia saudita ha appena ordinato alla Francia tre miliardi di dollari di armamenti; ha pagato la fattura di due navi Mistral, vendute all’Egitto del maresciallo al Sisi che reprime i democratici della primavera araba. In Arabia saudita, non si decapita forse? Non si tagliano le mani? Le donne non vivono in semi-schiavitù? L’aviazione saudita, impegnata in Yemen a fianco del regime, bombarda le popolazioni civili, distruggendo anche tesori dell’architettura. Bombarderemo l’Arabia saudita? Oppure l’indignazione varia a seconda delle alleanze economiche?

La guerra alla jihad, si dice con tono marziale, si combatte anche in Francia. Ma come evitare che vi cadano dei giovani, soprattutto quelli provenienti da ceti non abbienti, se non cessano le discriminazioni nei loro confronti, a scuola, rispetto al lavoro, all’accesso all’abitazione, alla loro religione? Se finiscono continuamente in prigione, ancor più stigmatizzati? E se non si aprono per loro altre condizioni di vita? Se si continua a negare la dignità che rivendicano?

Ecco: l’unico modo per combattere concretamente, qui, i nostri nemici, in questo paese che è diventato il secondo venditore di armi a livello mondiale, è rifiutare un sistema che in nome di un miope profitto produce ovunque ingiustizia. Perché la violenza di un mondo che Bush junior ci prometteva, 14 anni fa, riconciliato, riappacificato, ordinato, non è nata dal cervello di bin Laden o di Daesh. Nasce e prospera sulla miseria e sulle diseguaglianze che crescono di anno in anno, fra i paesi del Nord e quelli del Sud, e all’interno degli stessi paesi ricchi, come indicano i rapporti dell’Onu. L’opulenza degli uni ha come contropartita lo sfruttamento e l’oppressione degli altri. Non si farà indietreggiare la violenza senza affrontarne le radici. Non ci sono scorciatoie magiche: le bombe non lo sono.

Quando furono scatenate le guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq, le manifestazioni di protesta furono imponenti. Sostenevamo che questi interventi militari avrebbero seminato, alla cieca, caos e morte. Avevamo torto? La guerra di Hollande avrà le stesse conseguenze. Dobbiamo unirci con urgenza contro i bombardamenti francesi che accrescono le minacce, e contro le derive liberticide che non risolvono nulla, anzi evitano e negano le cause del disastro. Questa guerra non sarà in nostro nome.

Primi firmatari:

Etienne Balibar, Ludivine Bantigny (storica), Emmanuel Barot (filosofo), Jacques Bidet (filosofo), Déborah Cohen (storica), François Cusset (storico delle idee), Laurence De Cock (storica), Christine Delphy (sociologa), Cédric Durand (economista), Fanny Gallot (storica), Eric Hazan (editore), Sabina Issehnane (economista), Razmig Keucheyan (sociologo), Marius Loris (storico e poeta), Marwan Mohammed (sociologo), Olivier Neveux (storico dell’arte), Willy Pelletier (sociologo), Irene Pereira (sociologa), Julien Théry-Astruc (storico), Rémy Toulouse (editore), Enzo Traverso (storico)

(Traduzione di Marinella Correggia)

«Il modo in cui Hollande sta gestendo la crisi lascia l’Unione europea in secondo piano. Forse basterà a risolvere l’incerto futuro della Siria. Di certo, non aiuta a schiarire il futuro incertissimo dell’Europa», nè quello degli altri teatri della guerra diffusa, come ormai conviene battezzare la terza querra mondiale.

La Repubblica, 27 novembre 2015 (m.p.r.)

Da Obama a Putin, dalla Merkel a Cameron, tutti dicono di sì a Hollande che, in nome della sua Parigi insanguinata, invoca una «grande coalizione» contro Daesh. Il presidente francese incassa anche un grosso successo con l’assenso russo a combattere a fianco di «un’alleanza a guida Usa». Un passo che modifica il quadro degli equilibri mondiali. L’unico che gli ha sparato contro, in modo neppure tanto metaforico, è Erdogan.

Il missile con cui ha fatto abbattere un jet russo è stato un estremo tentativo di boicottare la nascita di una alleanza mondiale che avvii a soluzione la crisi siriana. Una prospettiva in cui Ankara ha molto da perdere, a cominciare dalla inevitabile creazione di una nazione curda e semi indipendente ai suoi confini. Ma se Erdogan può tenere in ostaggio l’Europa usando l’arma dei rifugiati, il suo tentativo di tenere in ostaggio il mondo giocando sulle divisioni che riguardano la sorte del dittatore siriano Assad è probabilmente destinato a fallire. Con l’offensiva terroristica lanciata contro l’Occidente, con i morti di Parigi e dell’aereo russo esploso sul Sinai, il sedicente Califfato è riuscito a coalizzare contro di sé l’intero Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: impresa mai così compiutamente realizzata in sessant’anni di crisi e di sforzi diplomatici.

Quali saranno i risultati concreti della coalizione voluta da Hollande è ancora tutto da vedere. I cacciabombardieri della portaerei Charles De Gaulle difficilmente riusciranno da soli a risolvere una guerra che si trascina da quasi cinque anni. Ma intanto l’attivismo diplomatico del presidente francese sta avendo effetti politici di grande portata su almeno tre fronti.
Il primo fronte è ovviamente quello siriano, dove finalmente le grandi potenze e le potenze regionali sono costrette a lavorare davvero per cercare una soluzione che consenta di riportare la pace del Paese. La guerra ha fatto comodo a molti. Ora però, se Daesh è destinato alla sconfitta militare sul terreno, tutte le capitali coinvolte in questo conflitto sono consapevoli che occorre un accordo preventivo su come riempire il vuoto che sarà lasciato dalla scomparsa del Califfato. Nessuno vuole ripetere l’errore della Libia, dove la caduta di Gheddafi ha lasciato un buco che nessuno si è preoccupato di riempire.
Il secondo fronte è quello dei rapporti con la Russia. Dopo la gravissima crisi ucraina, le relazioni tra Mosca e l’Occidente erano precipitate ad un livello da Guerra fredda. La visita di Hollande al Cremlino, non come mediatore di un conflitto irrisolto e forse irresolubile, ma come alleato di una coalizione nascente a fianco degli americani, cambia in un colpo il quadro delle relazioni internazionali e relativizza la profondità del fossato che separa la Russia dall’Europa. Non a tutti questo fa piacere, come dimostrano i missili turchi. Ma il riavvicinamento conferma la tesi, sempre sostenuta dall’Italia, che il Cremlino è comunque un interlocutore indispensabile del mondo occidentale.
Il terzo fronte è quello dell’Europa, che si trova ancora una volta messa in discussione. Hollande ha giustamente detto che l’attacco contro Parigi è stato un attacco contro l’Europa. Ma si è ben guardato dal trarne le conseguenze. La richiesta francese di solidarietà ai partner comunitari è stata fatta in base ad un articolo del Trattato, il 42.7, che di fatto consente a tutti di mantenere le mani libere e garantisce così all’Eliseo un ruolo di «pivot» nel coordinare la reazione europea. Se avesse invocato l’articolo 44 dello stesso Trattato, Hollande avrebbe comunitarizzato questa crisi, che sarebbe passata sotto il controllo di Bruxelles e del Comitato politico e di sicurezza, il Cops, che è un organo del Consiglio Ue. Non lo ha voluto fare, per gli stessi motivi per cui, all’indomani della strage di Charlie Hebdo, si è opposta alla creazione di una “intelligence” europea.
Anche nel momento del massimo pericolo, la Francia non rinuncia al proprio ruolo di stato- potenza, sia pure al centro di un concerto di altri stati europei. L’emergenza terrorismo le offre semmai l’opportunità di riequilibrare almeno in parte, sul piano militare, la supremazia che la Germania aveva acquisito sul piano economico e politico. Oggi la Merkel è costretta a seguire Hollande, offrendogli aiuto in Africa o mettendogli a disposizione i Tornado della Luftwaffe, come Hollande l’aveva seguita, molto a malincuore, nell’apertura alla redistribuzione dei migranti. Lo stesso Cameron è obbligato a tornare davanti ai Comuni per richiedere il permesso di mandare la Raf in Siria, negatogli mesi fa. Renzi, il più renitente dei partner europei anche perché aspetta (e spera) il riconoscimento di un ruolo dell’Italia in Libia, è convocato a Parigi per un breve colloquio prima che Hollande parta per Mosca. E comunque neppure lui può esimersi dall’offrire un piccolo contributo italiano per alleviare lo sforzo dei soldati francesi in Libano. I belgi, maltrattati per le pretese carenze della loro intelligence sul terrorismo, sono ridotti ad offrire una fregata che scorta la portaerei Charles De Gaulle nei mari siriani in quello che sembra un omaggio più che una difesa.
Tutto giusto, per carità. In questa crisi la supremazia francese ha radici legittime. Da mesi la Francia si è assunta l’onere di combattere il Califfato anche in nome e per conto di quegli europei che non lo hanno voluto o potuto fare. Parigi ha pagato un prezzo altissimo per questo impegno. È logico che oggi riscuota la solidarietà dei partner ed è incoraggiante che questi onorino, sia pure a prezzo scontato, i propri obblighi morali. Ma il modo in cui Hollande sta gestendo la crisi lascia l’Unione europea in secondo piano. La relega al ruolo di spettatore consenziente di un balletto degli stati nazione sotto regia francese. Forse questo basterà a risolvere l’incerto futuro della Siria. Di certo, non aiuta a schiarire il futuro incertissimo dell’Europa.

Dopo Parigi, l’Europa blinda le frontiere. I volontari della rotta balcanica dei migranti invece propongono una giornata europea di azione il 18 dicembre per «aprire le porte».

Una mobilitazione unitaria per dimostrare che c’è un modo diverso per sconfiggere la paura: togliere muri e barriere. Ai confini, nelle comunità, nelle nostre teste. Come hanno fatto i parigini la notte dell’attacco, accogliendo in casa chi scappava. E chi questa estate ha aperto le case e le auto ai migranti.

Parigi ha dato all’Europa la scusa per completare la blindatura delle frontiere, attuando decisioni prese ben prima dell’attacco. E per chiudere l’eccezione della rotta nei Balcani. La rotta balcanica non è stata un regalo della Merkel. E’ stata conquistata dalla marcia dei migranti, la più grande azione di disobbedienza civile nonviolenta in Europa da decenni. E’ stata sostenuta da un movimento nuovo e davvero europeo, capace di stare per mesi sul campo e di trarre dal volontariato forza e credibilità per l’azione politica.

Da questo movimento arriva il grido di allarme: reagire all’attacco di Parigi con la guerra, la militarizzazione, la chiusura delle frontiere, la limitazione delle libertà civili e democratiche è un regalo alla destra estrema. Che è in testa ai sondaggi in Francia, ha conquistato anche la Polonia, e si sente più forte - mentre ogni notte nell’Europa del nord viene dato alle fiamme un alloggio di migranti.

Non è tema per gli addetti antirazzisti, dicono i volontari dei Balcani. Riguarda tutti e tutte. Il rischio di una Europa che reagisce agli attacchi oscurantisti divenTando sempre più nera e forte. Il lusso della frammentazione non è più permesso, bisogna provare a unificare le lotte.

I diritti dei migranti, la pace e la giustizia sociale sono facce della stessa medaglia, visto che l’insicurezza sociale e l’ingiustizia globale alimentano l’ostilità verso lo straniero.

Il testo dell’appello per la proposta di giornata di mobilitazione in tutta Europa è molto breve.

«Attivisti greci, turchi, dei Balcani occidentali e di tutta Europa impegnati sulle rotte dei migranti si sono incontrati a Salonicco. E propongono a tutte le persone, i movimenti, le organizzazioni sociali, i sindacati che non vogliono vivere in un’Europa e in un mondo oscuro, ingiusto e antidemocratico di mobilitarsi e agire il 18 dicembre. “No ai muri. apriamo le porte”. Pace, democrazia, giustizia sociale, dignità per tutti e tutte».

L’appello arriva da Salonicco, dove si è appena concluso un incontro organizzato per mettere in comunicazione i volontari della rotta balcanica, il movimento dei convogli da Austria e Germania con attivisti su altre rotte, organizzazioni di diversi paesi e numerose reti europee.

Doveva essere un momento di interscambio sui temi della accoglienza, fra movimenti nuovi e organizzazioni attive da tanti anni. Si è svolto nei giorni in cui a Idomeni la Macedonia ha iniziato a bloccare migliaia di persone, mentre agli abitanti di Bruxelles era vietato uscire di casa.

Quando per Madrid venne il tempo del terrore, in una sola notte un grande movimento rese chiaro che sulle risposte al terrorismo non ci sono larghe intese securitarie ma due campi opposti, quello della pace e quello della guerra. Anche oggi c’è bisogno di una risposta forte e popolare, visibile abbastanza da strappare le persone dalle lusinghe della destra e di dare coraggio agli europei buoni.

In questi giorni le manifestazioni previste per la giustizia climatica, aggiornate ai drammi di oggi, possono fare la differenza. Poi, insieme, confidiamo di riuscire a fare un 18 dicembre all’altezza della sfida. Le porte sono aperte.

Per far vincere l'alleanza tra il terrorismo jihadista e il rigurgito neonazista non c'è di meglio che mescolare nella mistificazione dei racconti gli scherani del Daesh con il popolo dell'Esodo.

La Repubblica, 24 novembre 2015

Secondo l’Is 4000 jihadisti stanno entrando in Europa assieme ai rifugiati. Quattromila carnefici in cammino con le vittime. È un’immagine biblica sulla quale mi permetto di esprimere dei dubbi. Finora si sa solo di un passaporto siriano fra gli attentatori di Parigi. Ma soprattutto: i carnefici hanno davvero bisogno di camminare coi profughi? Hanno modi più spicci per arrivare. Abitano in casa nostra. Sono frutto del nostro mondo. Ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo loro. Usano Twitter e Facebook. Ci fanno credere quello che vogliono. Vogliono sollevare odio verso gli inermi e creare un clima da pogrom. E le nostre destre populiste, dalla Francia alla Polonia fanno da docili agenti dei loro veleni.

Essi vogliono che l’Europa si riempia di reticolati e sbatta la porta in faccia agli esiliati, la cui fuga incarna la sconfitta totale della loro cultura di morte. Se succederà, avranno vinto loro. Essi vogliono che noi ci si chiuda, invece di intervenire sul campo a difesa degli inermi in Medio Oriente. Ci illudono di poter rispondere ancora con i missili, perché sanno che i missili fanno vittime civili (distruzione della base di Médecins sans frontières) e alimentano altri rancori. Ma ecco che la reazione della Francia all’attacco su Parigi è iniziata proprio con bombe a distanza. “Raid” contro il cervello dell’Is. Il che pone una domanda collaterale. Se si sapeva dov’era quel cervello, perché non si è intervenuto prima? Quali sono le tempistiche della nostra reazione? Militari o elettorali?

Da camminatore, oso dire che le guerre non si vincono con i droni ma con le scarpe, scendendo in campo. Quando, lungo la via Appia, ho chiesto a un vecchio contadino pugliese se facevo bene ad andare a piedi, costui mi ha risposto che facevo “bene eccome”, e mi ha spiegato che il disordine mondiale, così come la criminalità, nasceva dal fatto che più nessuno, né eserciti né polizia, pattugliava a piedi. Il vecchio era perfettamente conscio che nel Sud le cosche controllano il territorio e lo Stato no. Vedeva nelle bombe intelligenti null’altro che un’ammissione di impotenza. Il fatto è che oggi nemmeno la politica scende più tra le gente. Campa di tv e non sa nulla dei suoi cittadini. Per questo non conosce il nemico.

Dalla mia città, Trieste, vedo passare rifugiati a piedi dal tempo della mia nascita. Gente che è stata sempre circondata da pregiudizi negativi. Chi cammina è sempre un’anomalia. E poi, si sa, come conforta supporre che il male venga solo da fuori! Ho visto gli istriani in fuga da Tito, i curdi in fuga dalla repressione turca, i croati e i bosniaci in fuga dal massacro jugoslavo, i serbi in fuga dalle truppe croate, poi gli albanesi in fuga dalla repressione serba. Oggi i siriani e gli afghani. Sembrano cose diverse, e invece no: è lo stesso film! Dietro allo scontro etnico, religioso o nazionale, c’è sempre la guerra sociale. Quella di una cosca di “primitivi” bene armati contro un popolo di “evoluti” inermi.

L’Is vuole distruggerci non solo perché interveniamo in Siria, ma per ciò che rappresentiamo: una società plurale. Ma anche la Bosnia, la Siria e l’Iraq sono state distrutte per ciò che rappresentavano. Terre dove abitava un Islam tollerante, in coabitazione con i cristiani. Da anni assisto all’indifferenza dell’Occidente di fronte allo smantellamento di queste isole di pluralismo sulla mappa mondiale. Abbiamo ignorato le primavere arabe. Abbiamo alimentato i Taliban perché ci serviva qualcuno che avesse il fegato di affrontare i russi on the ground, salvo poi bombardarli. Ci genuflettiamo davanti agli emiri finanziatori del terrorismo. Abbiamo eliminato Gheddafi e Saddam in nome del denaro, non di un’idea.

Si vince con le scarpe, dicevo. Ma allora mi permetto di dire che, proprio per questo, gli esiliati in cammino troveranno un approdo. Lo troveranno nonostante gli attentati, nonostante eventuali infiltrati che possono averli seguiti, nonostante le mafie che li sfruttano, i nostri reticolati e le nostre paure. L’immigrazione è un destino ineluttabile che possiamo solo subire o governare. Millenni di evoluzione lo dimostrano. La storia non la fanno gli stanziali ma “i piedi instancabili dell’homo sapiens” (folgorante definizione di Ceronetti), quelli di chi supera il dolore del distacco e la paura del mare nero. Vince chi brucia le navi sulla battigia per non cadere nella tentazione del ritorno, chi si taglia i ponti alle spalle per cercare una vita migliore. Nulla può fermare un ventenne che ha lo stomaco vuoto e la testa piena di sogni. Gli occhi dei rifugiati sono spesso più vitali dei nostri. I loro figli più svegli e affamati di vita. Anche per questo abbiamo paura di loro. Temiamo di esserne dominati.

Viviamo in un mondo di uomini soli incollati a Twitter, dove a qualsiasi arruffapopoli basta urlare la parola “sicurezza” per essere eletto. Ma è osceno che sui rifugiati si costruiscano consensi elettorali. Osceno che populismi vigliacchi smantellino spensieratamente l’Europa e se la prendano con i deboli anziché con gli assassini. Mi inquietano coloro che hanno stravolto il paesaggio della nostra Italia con fabbriche piene di immigrati a basso costo e ora urlano contro questi disperati. Mi fa spavento il cinismo di tante organizzazioni umanitarie che sui rifugiati campano alla grande. Vedo popoli che in nome della cristianità respingerebbero anche Cristo alla frontiere. Vedo la sudditanza culturale di troppa Sinistra rispetto a chi urla le ragioni della pancia. Mi fanno paura gli intellettuali che tacciono o, peggio, snobbano la legittima paura della gente.

Io sto con gli esiliati in cammino. Come loro, esercito coi piedi il mio diritto primordiale di accesso allo spazio e apro varchi negli sbarramenti che mi tagliano la strada. Come loro, ho sete di attraversare frontiere e so che chi viaggia rasoterra penetra nei territori e li comprende meglio di chiunque. L’anno scorso su un treno dei Carpazi in compagnia di alcune badanti ho capito dove andava l’Ucraina meglio che dai giornali. A Budapest nel 1986 ho intuito la caduta del comunismo passeggiando fra la gente lungo il Viale dei Martiri prima che intervistando nomenclatura. Nei Balcani prossimi alla disintegrazione è stata la stessa cosa. L’homo erectus che va, capisce il mondo prima di qualsiasi Dipartimento di Stato.

Gli esiliati scappano da Sudest? Io invece ci vado. Sulla via Appia, sudando per 600 chilometri da Roma a Brindisi, ero ben conscio di marciare controcorrente, verso le terre che l’Europa smarrita vede allontanarsi da sé: Grecia e Medio Oriente. Gli stessi mondi che Roma aveva fatto suoi, pacificandoli con i piedi delle sue legioni. Roma, che ha accolto e assimilato i barbari alle frontiere. Roma, che ha avuto imperatori spagnoli, dalmati, nordafricani. Sull’Appia ogni mio passo calpestava le macerie di un equilibrio infranto, di una koinè perduta, di una centralità strategica che il Sud Italia, oggi prossimo a sparire dalle mappe, non sospetta nemmeno di avere avuto. Ogni miglio indicava la direzione mediterranea perduta della nostra politica estera.

L'icona nel sommario è la riduzione dell'immagine qui sopra, che è è tratta dalla rivista online Cultura+

«La Repubblica

La risposta al terrorismo dev’essere in parte la garanzia della sicurezza. Colpire Daesh, arrestare i suoi adepti. Ma dobbiamo anche interrogarci sulle condizioni politiche di queste violenze, sulle umiliazioni e ingiustizie che in Medio Oriente hanno determinato l’importante sostegno di cui beneficia quel movimento, e in Europa suscitano oggi vocazioni sanguinarie. Al di là del breve termine, l’unica vera risposta sta nell’attuazione, sia qui che laggiù, di un modello di sviluppo sociale ed equo. È una realtà evidente: a nutrire il terrorismo è la polveriera delle disuguaglianze in Medio Oriente, che abbiamo largamente contribuito a creare. Daesh, lo “Stato Islamico d’Iraq e del Levante”, nasce dalla decomposizione del regime iracheno, e più in generale dal tracollo del sistema di confini stabiliti nella regione nel 1920.
Dopo l’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq, nel 1990-1991, le potenze coalizzate inviarono le loro truppe per restituire il petrolio agli emiri e alle compagnie occidentali. Si inaugurò in quell’occasione un nuovo ciclo di guerre tecnologiche e asimmetriche: alcune centinaia di morti nella coalizione nata per “liberare” il Kuwait, contro varie decine di migliaia di vittime dal lato iracheno. Questa logica è arrivata al parossismo durante la seconda guerra in Iraq, tra il 2003 e il 2011. Circa 500.000 morti iracheni contro un po’ più di 4.000 soldati americani uccisi. E tutto questo per vendicare i 3000 morti dell’11 settembre, che pure con l’Iraq non avevano nulla a che fare. Questa realtà, amplificata dall’estrema asimmetria delle perdite in vite umane e dall’assenza di sbocchi politici nel conflitto israelo-palestinese, serve oggi a giustificare tutte le efferatezze perpetrate dai jihadisti. C’è da sperare che la Francia e la Russia, entrate ora in azione dopo il fiasco americano, facciano meno danni e suscitino meno vocazioni.

Al di là degli scontri religiosi, è chiaro che nel suo insieme il sistema politico e sociale della regione è fortemente determinato e reso vulnerabile dalla concentrazione delle risorse petrolifere in alcune piccole zone spopolate. Esaminando l’area che va dall’Egitto all’Iran, passando per la Siria, l’Iraq e la Penisola arabica, con un totale di circa 300 milioni di abitanti, si può constatare che il 60-70% del Pil regionale si concentra nelle monarchie petrolifere, con appena il 10% della popolazione. Per di più, nelle monarchie petrolifere, una parte sproporzionata di questa manna è accaparrata da una minoranza, mentre ampie fasce della popolazione sono tenute in uno stato di semi-schiavitù. Ma proprio questi regimi godono del sostegno delle potenze occidentali, ben liete di ottenere qualche briciola per finanziare i propri club di calcio, o di vendere armi. Non c’è dunque da sorprendersi se le nostre lezioni di democrazia sociale non hanno molta presa sui giovani mediorientali.

Quanto ai discorsi sulla democrazia, sarebbe meglio smettere di farli solo quando i risultati elettorali sono di nostro gradimento. Nel 2012, in Egitto, Mohamed Morsi era stato eletto presidente in seguito a regolari elezioni: un evento tutt’altro che banale nella storia elettorale araba. Ma già nel 2013 fu destituito ad opera dei militari. I quali non tardarono a giustiziare migliaia di Fratelli Musulmani, che pure avevano compensato in parte le carenze dello Stato egiziano con la loro azione sociale. Pochi mesi dopo, la Francia cancellò tutto con un colpo di spugna per poter vendere le sue fregate e accaparrarsi una parte delle scarse risorse del Paese. Un caso di democrazia negata.

Resta un punto interrogativo: com’è possibile che alcuni giovani cresciuti in Francia confondano Bagdad con la banlieue parigina, cercando di importarvi i conflitti che nascono laggiù? Non vi sono scusanti. Salvo forse notare che la disoccupazione e le discriminazioni nelle assunzioni non migliorano le cose. L’Europa, che prima della crisi riusciva ad accogliere un flusso migratorio netto di 1 milione di persone all’anno, oggi deve rilanciare il suo modello d’integrazione. È stata l’austerità a far esplodere gli egoismi nazionali e le tensioni identitarie. Solo con uno sviluppo sociale ed equo si potrà sconfiggere l’odio.
© Le Monde 2015 Traduzione di Elisabetta Horvat



Dalla presentazione redazionale dell’articolo di Picketty, che abbiamo riportato nel sommario, sembra che l’economista francese enfatizzi il peso del dato geografico (la «concentrazione delle risorse petrolifere in alcune piccole zone spopolate») nell’immane tragedia costituita dalle manifestazioni della “guerra diffusa” in atto, in Europa e nel suo epicentro siriano. In realtà ci sembra che Picketty metta magistralmente in evidenza quali siano i moventi economici e le ragioni politiche delle strategie del Primo mondo nei suoi interventi nel Medio Oriente (dalle guerre nell’Irak al conflitto israelo-palestinese), il gigantesco danno pagato dagli stati e dai popoli aggrediti dalle armate occidentali per la difesa dei potentati locali e internazionali delle risorse petrolifere, e le immense ingiustizie che ne sono derivate e ne derivano ancora, alimentando le forme estreme del terrorismo.

"Quos vult perdere Deus prius dementat". Nulla hanno imparato le cornacchie che ci governano, a partire dal socialista Hollande, dagli errori compiuti nel recente passato.

La Repubblica, 21 novembre 2015

NON sappiamo quanto lunga sarà la convivenza con il terrorismo. I timori per la vita non sono amici diretti della libertà; eppure sono condizioni essenziali per creare la sicurezza, grazie alla quale soltanto la libertà può crescere. Su questo paradossale legame di paura, sicurezza, libertà — il paradosso del Leviatano — si incastonano le nostre istituzioni e i nostri diritti.

Non si dà diritto e quindi libertà senza una cornice di sicurezza e di sovranità statale le cui funzioni siano costituzionalizzate e il potere limitato e temperato dalla legge. Su questo “abc” si basa l’Occidente, quel grappolo di libertà, civili, politiche, morali che contraddistingue la nostra vita quotidiana. Se la guerra è una condizione tragica (e a volte necessaria) che ci accomuna tutti alla specie umana, la pratica della legge e dei diritti è quella straordinaria costruzione che qualifica la nostra tradizione dall’antichità, permeando tutte le sfere di vita, religiosa e secolare, privata e pubblica. Questo è l’Occidente.

E lo è soprattutto quando la violenza terroristica, cieca e imprevedibile, costringe a pensare in fretta e con determinazione quali misure prendere. Che cosa fare. Il governo francese ha messo in atto immediatamente dopo l’attentato, quasi reagendo all’emozione dell’indeterminato, una strategia di guerra e di polizia. François Hollande ha proposto modifiche d’urgenza alla Costituzione francese, per estendere nel tempo e nelle prerogative lo stato d’emergenza, e per dettare criteri di revoca della cittadinanza francese nel caso di terroristi che ne abbiano due. Le misure di guerra in Siria e quelle di stato d’emergenza interno prefigurano condizioni di eccezionalità che possono destare preoccupazione.

L’esperienza americana dopo l’11 settembre 2001 dovrebbe assisterci nelle nostre valutazioni. A partire da quella tragedia, George W. Bush prese due decisioni che si rivelarono onerosissime per gli Stati Uniti e il mondo, entrambe improntate alla logica della guerra: contro i nemici esterni e contro i nemici interni (cittadini americani e non). Tutte le forme di intervento vennero rubricate e gestite come operazioni di “guerra”. Si ebbe prima l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq (dove l’argomento era distruggere i siti di produzione di armi nucleari e cacciare il dittatore Saddam Hussein) e, nel frattempo, la creazione di un campo di reclusione per prigionieri-nemici totali situato fuori della giurisdizione americana, a Guantánamo, Cuba (poiché la Costituzione, che non venne comunque mai cambiata, avrebbero vietato una detenzione arbitraria dentro i confini statali).

Come riconoscono ormai tutti gli esperti, queste misure si sono rivelate onerose e fallaci da tutti i punti di vista: giuridico, economico, militare e politico. Con l’alleanza della Gran Bretagna di Tony Blair (il quale recentemente ha chiesto scusa per gli errori commessi con l’invasione dell’Iraq) gli Stati Uniti hanno creato oggettivamente le condizioni di instabilità radicale nelle quali fiorisce oggi il terrorismo dell’Is: la demolizione dello Stato di Hussein in Iraq ha consegnato parte di quel territorio vasto e ricco di petrolio a forze militari terroristiche o a loro sodali. Una condizione che si è recentemente ripetuta con la Libia.

Ha spiegato Romano Prodi, in alcune interviste rilasciate in questi giorni, che la strategia da anteporre a quella militare, e da integrare con quella di polizia, dovrebbe essere l’intervento sulle “libertà economiche” di cui godono i terroristi: libertà di vendere petrolio alle compagnie multinazionali occidentali a costi probabilmente competitivi o a mercato nero. L’introito miliardario di quel libero commercio consente ai terroristi di acquistare armi. Intervenire sul mercato delle armi e del petrolio è possibile solo se tutti gli stati si uniscono per limitare una condizione di quasi totale anarchia, a causa della quale le nostre libertà rischiano di morire.

L’Occidente ha dunque l’arma della legge, che è fortissima se usata con l’obiettivo giusto in mente, quello di combattere le forze terroristiche prima di tutto con l’intelligence e le forze dell’ordine, e intanto togliere loro risorse materiali e sostegno sulla scena globale. Una sinergia di azioni coordinate tra tutti gli stati che si riconoscono nella famiglia dell’Onu può essere vincente, seguendo i dettami della pace perpetua di Kant: primo fra tutto, quello per cui la libertà si difende con armi proprie, che sono il diritto e la legge.

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