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Perché i diritti umani non sono più al centro dell’attenzione, ed è venuta a determinare un’innegabile caduta di sensibilità e solidarietà umana? L'autore risponde: la regione è nella paura. Potrebbero esserci anche altre risposte.

La Repubblica, 31 gennaio 2016, con postilla

È un fatto. I diritti umani non sono più al centro dell’attenzione internazionale, e soprattutto la loro tutela non è più sentita come una priorità. Né da parte dei responsabili politici né da parte dei cittadini. Non è sempre stato così. Pensiamo agli anni Settanta del secolo scorso, quando le sorti dei dissidenti sovietici o dei cileni vittime della repressione di Pinochet ispiravano forti prese di posizione morali capaci di determinare anche risposte politiche.

Vale la pena cercare di comprendere le ragioni di questo profondo cambiamento, e il perché si è venuta a determinare un’innegabile caduta di sensibilità e solidarietà umana. Una risposta pseudo-realista, ma in realtà parziale e superficiale, tende ad attribuire la causa principale di questa caduta alla fine della Guerra Fredda, nel cui contesto la difesa dei diritti umani era, per l’Occidente, uno dei terreni su cui condurre - e alla fine vincere - la grande sfida con il sistema comunista. Finita la sfida, calato l’interesse.
È vero che la lotta per i diritti umani era anche condotta con finalità strumentali, ma nello stesso tempo nel momento in cui la usava strumentalmente nel quadro di un’offensiva ideologica contro l’avversario, l’Occidente non poteva poi sottrarsi alla necessità di rispondere sullo stesso terreno in relazione alle proprie azioni, dal Cile al Vietnam. In altri termini, il risultato, quale che fosse l’intenzione di chi sollevava il tema, era positivo per la causa dei diritti umani ovunque nel mondo.
La fine del comunismo ha dimostrato che la violazione dei diritti umani costituisce una ragione di debolezza di sistemi politici che non possono indefinitamente sostituire la repressione al consenso. Questo avrebbe dovuto confermare i diritti umani al centro del discorso politico. Se non è avvenuto, è dovuto a una serie di fattori. Primo fra tutti, la sostituzione, nel campo dei diritti umani, del confronto Est-Ovest con quello Nord-Sud. Paradossalmente, la polemica con l’Unione Sovietica non verteva sui principi, ma sul loro concreto rispetto, dato che i sovietici (persino nella Costituzione staliniana del 1936) non mancavano di rendere omaggio sul piano teorico agli stessi principi su cui si basavano i sistemi occidentali nel momento stesso in cui li violavano in modo massiccio.
Scomparsa l’Urss, la polemica sui diritti umani si spostò dal terreno delle prassi concrete a quello dei principi, con una forte offensiva dei Paesi asiatici, decisi a contestare un universalismo che a loro avviso non era che l’imposizione di valori occidentali. Vi fu, nell’ultimo periodo del XX secolo, un forte dibattito sui “valori asiatici” e sullo “scontro di civiltà” - un discorso che introduceva dubbi e contestazioni in un terreno che fino ad allora non era stato esplicitamente contestato da chi pure lo contraddiceva sul piano dell’uso del potere in chiave repressiva.
All’inizio del XXI secolo la sfida di maggiore radicalità e virulenza è diventata quella dell’islamismo, le cui espressioni politiche, anche le più moderate, contestano la possibilità di un discorso sui diritti umani (pensiamo a temi come la condizione della donna, l’omosessualità o il diritto ad abbandonare la religione islamica) che possa prescindere dai dettami della Sharia.
Ma come mai la gravità della sfida non produce oggi, come sarebbe logico, una riconferma di valori che sembravano un tempo costitutivi non solo dei nostri sistemi politici ma anche del nostro profilo etico?
Una risposta la fornisce, nell’introduzione al Rapporto 2016, Kenneth Roth, il Direttore esecutivo di Human Rights Watch - l’organizzazione non governativa che, in parallelo ad Amnesty, porta avanti la causa dei diritti umani a livello globale. Roth non ha dubbi, e non dovremmo averne neanche noi. La spiegazione di questa caduta di disponibilità e sensibilità nei confronti della causa dei diritti umani ha un nome preciso: la paura. Paura per la nostra sicurezza, sia socio-economica che fisica. In un certo senso siamo passati dal terreno delle ideologie a quello, primario ed ottuso, della biopolitica. L’insicurezza, e la paura che essa genera - soprattutto per il terrorismo che colpisce anche nelle nostre città - producono un egoismo sordo ai richiami dell’etica e alla considerazione della dignità e dei diritti dell’Altro.
Se era facile essere solidali con i dissidenti rinchiusi nel Gulag siberiano, oggi le vittime delle violazioni dei diritti umani sbarcano sulle nostre coste, si accampano nelle nostre strade. È obiettivamente una situazione difficile, sia dal punto di vista organizzativo ed economico che da quello sociale, e persino da quello politico, visto che gli “imprenditori della paura” stanno raccogliendo praticamente in tutti i Paesi europei consensi sulla base della xenofobia e del razzismo.
Siamo messi collettivamente alla prova, e una risposta dovrà arrivare di certo da una rinnovata presa di coscienza sul piano dell’etica, ma anche su quello del realismo e della razionalità.
Se non riusciremo infatti ad affrontare questo colossale problema senza tradire quella centralità dei diritti umani che ci ha fin qui definiti come europei, ne risulterà una perdita di identità molto maggiore di quella che la paura ci dice che deriverebbe dall’inserimento dei migranti nella nostra società. Questo è vero anche per la sicurezza, che vediamo oggi minacciata dal terrorismo islamista e dall’instabilità dell’intera regione medio-orientale, dove uno dopo l’altro gli Stati si avvicinano alla disgregazione come conseguenza di spinte settarie e tribali. È vero che alla radice di questo processo, caratterizzato da una parossistica conflittualità endemica, esiste una serie di cause, dalle carenze di sviluppo socio-economico alla crescita dei movimenti jihadisti di ispirazione wahabita, ma quello che è indiscutibile è che alla base sia della minaccia terroristica sia dell’esodo di intere popolazioni troviamo sempre un potere esercitato con la violenza nel totale dispregio dei diritti umani e generatore quindi di frustrazione, risentimento, divisioni, violenze - un potere nei cui confronti siamo stati troppo spesso, e spesso continuiamo ad essere, conniventi per opportunismo o vigliaccheria.
Torniamo quindi a mettere fra le nostre priorità la difesa dei diritti umani. Ce lo suggeriscono sia i nostri principi che i nostri interessi, a partire da quello essenziale della sicurezza. Le minacce presenti vanno confrontate con tutti i mezzi necessari, compreso quello militare, ma senza affrontarne le tutt’altro che misteriose radici politiche continueremo indefinitamente a dover fare i conti con nuove e probabilmente sempre più gravi sfide.

postilla
Forse la ragione della violenza che si abbatte sulle muraglie della Fortezza Europa, e che genera la paura, è una conseguenza della violenza e della paura che alcuni secoli di colonialismo hanno suscitato fuori da quelle muraglie. Forse è ormai perduta, per l'Europa, la possibilità di uscire da un destino catastrofico cominciando col comprendere che nessuna pretesa di "universalismo" ha senso ma che la civiltà della razza umana è caratterizzata dalla pluralità delle culture, e quindi le azioni dovrebbero essere ispirate dalla comprensione e dal rispetto reciproci. Ma la potenza degli interessi economici è più forte della ragione, ed e cosi miope da essere quasi cieca.

Giorno dopo giorno la barbarie dei popoli della Fortezza Europa prepara la notte in cui le moltitudini represse nella loro miseria non lascerà vivo uno di noi, Articoli di Del Re e Tarquini. La Repubblica, 31 gennaio 2016




LA STRAGE DEI BAMBINI
NAUFRAGIO NELL’EGEO
ALLARME DELL’UNICEF
di Pietro Del Re

«Genocidio dell’infanzia”. Europol: 10 mila minori arrivati e scomparsi. “Germania, 400 mila espulsioni»

ROMA. Dopo la strage di ieri, il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini, è tornato a chiedere corridoi umanitari sicuri: «Davanti al genocidio in mare di bambini l’Italia si sta colpevolmente assuefacendo. La Ue batta un colpo, è una questione che riguarda tutti. Affondano come su Titanic di carta».
Dalla Germania è arrivata la notizia pubblicata da Die Welt secondo cui - stando a un documento interno della Cdu - Berlino si preparerebbe a espellere 400 mila richiedenti asilo nel 2016.
Un ennesimo naufragio nel braccio di mare tra Grecia e Turchia ha provocato un’altra strage di migranti. I morti di quest’ultima tragedia dell’Egeo sarebbero almeno 39, di cui almeno 5 bambini. Ma secondo le autorità di Ankara il bilancio potrebbe aggravarsi ulteriormente, perché in serata non era ancora stato recuperato il relitto del barcone di 17 metri, affondato poco dopo esser salpato dalle coste di Canakkale, diretto verso l’isola di Lesbo. L’imbarcazione s’è infranta andando a sbattere contro gli scogli e si teme che diverse persone siano rimaste intrappolate nella stiva. La guardia costiera ha potuto soccorrere 75 persone e sta cercando di ripescare una donna con il suo bimbo di tre mesi, trascinati dalla corrente verso il largo.
Secondo la stampa turca sul barcone viaggiavano migranti provenienti da Siria, Afghanistan e Birmania. Un portavoce della polizia ha invece dichiarato che un cittadino turco è stato arrestato con l’accusa di aver organizzato la traversata verso la Grecia. Tre giorni fa, in un altro naufragio avevano perso la vita 10 bambini.

Tutte vittime che vanno ad aggiungersi alle tremila persone che nel 2015 hanno perso la vita tentando di raggiungere le isole di Kos e Lesbos partendo dalle coste turche. In questa strage senza fine nel solo mese di gennaio sono annegati nell’Egeo oltre 50 bambini. Più di 80mila sono i migranti salvati in mare dalla guardia costiera dei due Paesi. Ma l’emergenza non finisce con il viaggio: Europol lancia l’allarme dei bimbi scomparsi. «Ne stiamo cercando più di 10mila, 5mila solo in Italia: sono migranti minorenni non accompagnati». Molti potrebbero essersi ricongiunti con le famiglie, ma su tanti si stende l’ombra dei trafficanti.

Sempre ieri, le due motovedette della Guardia costiera italiana impegnate in quel tratto di mare hanno soccorso 3 gommoni salvando 31 migranti e hanno recuperati 15 persone abbandonate all’addiaccio su una scogliera. Tra loro c’erano quattro donne e cinque bambini di meno di quattro anni.


GLI SKINHEAD IN PIAZZA
CACCIA AI RAGAZZINI
“BASTA STRANIERI IN SVEZIA”

di Aldo Tarquini
STOCCOLMA. l minuto di silenzio per Alexandra Nezher, la 22enne svedese pugnalata a morte da un 15enne somalo, scatta alle 13,30 in punto a Norrmalmstorg splendida piazza del centro di Stoccolma. Tacciono tutti sull’attenti, molti giovani testa rasata e giubbotti neri con le due lettere ‘HH’, Heil Hitler, operai anziani, qualche famiglia giovane e signore in cappotto di cammello. Erano un migliaio, non tanti, ma qui fa impressione. Poche ore prima, nella notte, un centinaio di loro, squadre di giovani incappucciati, si sono scatenati nel pogrom a Sergelstorget, la spianata col Palazzo della Cultura voluto da Olof Palme sopra il grande incrocio della metro. Pestaggi, grida e slogan, città terrorizzata. «Puniamo i ragazzini maschi di strada marocchini, le nostre donne non si toccano ». Botte coi tirapugni anche alla polizia, ma qui gli agenti rispondono duro: quattro arresti, e la Saepo (lo MI5 svedese) indaga sulla galassia nera.
Weekend di tensione nella Londra del Nord. «Alexandra, ti dedichiamo un minuto di silenzio, tu di origini libanesi ma integrata e svedese come noi sei la nostra eroina, al tuo assassino e ai suoi amici non daremo pace», dice un’oratrice degli Sveriges Demokraterna, i populisti numero uno in alcuni sondaggi. Il vento gonfia striscioni e cartelli: «Merkel, Loefven (il premier socialista svedese, ndr), Juncker, traditori dei popoli europei», «Basta con gli assassini». Poi il comizio riprende, richieste dure: «Non siamo razzisti se chiediamo di buttar fuori quei criminali islamici, i razzisti furono e sono Hitler, Breivik e oggi i terroristi dell’Is». Sul lato nordovest della piazza pochi giovani di sinistra gridano slogan antifascisti. «Mi piacerebbe dare una lezione a quei comunisti, come l’altra notte coi marocchini”, mi dice un ragazzo biondo.

Gli agenti in tenuta antisommossa fanno cordone, mani pronte a impugnare manganelli, taser o pistole, coi furgoni Mercedes giallieblu creano un muro tra le due parti della piazza. Una signora dell’ufficio stampa della polizia informa noi giornalisti: «Il pogrom notturno l’hanno organizzato online, come un flashmob, l’ordine era “aggredire bambini rifugiati”».

«Tranquillo, organizziamo ronde civiche, siamo in contatto con gli amici, i tedeschi di Pegida e le forze sane da voi», mi dice Olof, corpulento e sorridente riservista dell’esercito. Alto, testa rasata come i suoi amici, uno di loro torna da un negozio vicino, busta di plastica piena di lattine di birra. «Siamo decisi, noi europei sani, cristiani e bianchi dobbiamo fare in fretta. Blitzkrieg, e insieme come si coordinano loro aggredendo le nostre donne a Capodanno da Colonia a Helsinki, da Goeteborg a Zurigo. Glie la faremo vedere, siamo tutti ben addestrati per il servizio militare obbligatorio».

No al razzismo, gridano i pochi controdimostranti che la polizia protegge col muro di furgoni e agenti pronti al peggio. «Bisogna dar lezioni e salvare l’Europa bianca, come quando a scuola pestammo in classe un marocchino cleptomane, rubava a tutti. Il preside ci accusò di razzismo, ecco dove ci portano i socialisti». Kalle, magro e rasato accanto a noi, annuisce: «Guarda i comunisti che ci contestano, meriterebbero una lezione, non capiscono che anche le loro donne rischiano per gli stupratori musulmani». Ore 14,40, il flashmob si scioglie cantando “ Du gamla, du fria”, il dolce inno nazionale, con le loro voci suona duro e ostile.

«Per “salvaguardare la libertà e la sicurezza”, sottolinea Stoltenberg, la Nato ha preso nel 2015 tutta una serie di «misure di rassicurazione, sostenute da circa 300 esercitazioni militari». Dal rapporto si capisce che questo è solo l’inizio di un colossale rilancio militare della Nato».

Il manifesto, 29 gennaio 2016 (m.p.r.)

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg avrebbe dovuto presentare ieri il suo rapporto annuale nella nuova sede di Bruxelles. Non è però ancora ultimata, perché le spese di costruzione sono lievitate dai previsti 460 milioni nel 2010 a 1,3 miliardi di euro, cifra destinata ad aumentare ancora.

Questa opera atlantico-faraonica, che si prevede di inaugurare nel 2016, è composta da otto ali, convergenti in una struttura principale, le quali «rappresentano il consenso e le aspirazioni di pace degli alleati uniti sotto un tetto in vetro, simbolo della trasparenza della Nato».
«Aspirazioni di pace e trasparenza» che, assicura Stoltenberg, continuano a caratterizzare la Nato, la cui più grande responsabilità è «salvaguardare la libertà e la sicurezza» non solo dei paesi dell’Alleanza, ma anche dei suoi partner.

Il 2015, purtroppo, ha dimostrato che «l’insicurezza all’esterno mina la nostra sicurezza all’interno». Ciò a causa dei «brutali attacchi terroristi alle nostre città», della «crisi dei rifugiati», delle «reiterate azioni della Russia in Ucraina» e della sua «espansione militare in Siria e nel Mediterraneo orientale». Si capovolge in tal modo la realtà, nascondendo che la causa fondamentale di tutto questo è la serie di guerre condotte nel quadro della strategia Usa/Nato: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria dal 2013, accompagnate dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda contro la Russia.

Per «salvaguardare la libertà e la sicurezza», sottolinea Stoltenberg, la Nato ha preso nel 2015 tutta una serie di «misure di rassicurazione, sostenute da circa 300 esercitazioni militari». Dal rapporto si capisce che questo è solo l’inizio di un colossale rilancio militare della Nato. Dopo l’attivazione di «piccoli quartieri generali» in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria e Slovacchia, viene deciso di «preposizionare materiale militare nell’Est europeo, così da poter rapidamente rafforzare, se necessario, gli alleati orientali». Viene deciso allo stesso tempo di potenziare la «Forza di risposta», aumentata a 40mila uomini, in particolare della «Forza di punta ad altissima prontezza operativa» che, come ha dimostrato l’esercitazione Trident Juncture 2015, può essere proiettata in 48 ore «ovunque in qualsiasi momento». Allo stesso tempo si annunciano ulteriori misure per «rafforzare la difesa collettiva» verso Sud. La Nato è dunque pronta ad altre guerre in Medioriente e Nordafrica, a partire dalla Libia.

Il quadro presentato da Stoltenberg riporta in primo piano la questione politica di fondo.
L’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea stabilisce che «la politica dell’Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico». Poiché sono membri della Alleanza atlantica 22 dei 28 paesi della Unione europea, è evidente il predominio della Nato. Inoltre, il protocollo n. 10 sulla cooperazione istituita dall’art. 42 sottolinea che la Nato «resta il fondamento della difesa collettiva» della Ue, e che «un ruolo più forte dell’Unione in materia di sicurezza e di difesa contribuirà alla vitalità di un’Alleanza atlantica rinnovata». Rinnovata sì, ma rigidamente ancorata alla vecchia gerarchia: il Comandante supremo alleato in Europa è sempre nominato dal presidente degli Stati uniti e sono in mano agli Usa tutti gli altri comandi chiave. Gerarchia accettata dalle oligarchie politiche ed economiche europee che, pur in concorrenza con quelle statunitensi e anche l’una con l’altra, convergono (pur a differenti livelli) quando si tratta di difendere l’«ordine mondiale» dominato dall’Occidente.

In veste di portavoce di Washington, dopo aver annunciato l’azzeramento dei tagli ai bilanci della difesa, Stoltenberg preme sugli alleati europei perché destinino alla spesa militare almeno il 2% del pil.

Obiettivo raggiunto finora, oltre che dagli Usa, da Grecia, Polonia, Gran Bretagna e Danimarca. L’Italia viene inserita tra gli ultimi, con una spesa ufficiale per la «difesa» inferiore all’1% del pil, corrispondente pur sempre a circa 46 milioni di euro al giorno. Ma c’è il trucco. Spese militari per diversi miliardi, comprese quelle per le «missioni» all’estero, sono iscritte in altre voci del bilancio. E tutte escono sempre dalle nostre tasche.

Europei brava gente. «C’è da temere per il nostro futuro, se siamo quelli che sembriamo essere oggi».

La Repubblica, 29 gennaio 2016 (m.p.r.)

Stretti nella morsa della crisi migratoria e della minaccia terroristica - spesso assurdamente presentate come due facce della stessa medaglia - c’è da temere non tanto per il futuro dell’Unione Europea: che fosse un guscio vuoto, senz’anima né orgoglio, era già evidente prima di questa doppia sfida. In questione è ora il carattere delle nostre democrazie. Nessuna esclusa. Più precisamente: che ne è dei valori di libertà e di tolleranza ricamati nelle nostre costituzioni e fieramente esibiti al mondo come paradigma di civiltà?

È la cronaca che ci impone questa dolorosa interrogazione. Ieri il governo di Stoccolma ha annunciato che rispedirà in patria - una patria ridotta a cumulo di macerie - ottantamila richiedenti asilo. Eppure la Svezia è una delle più solide democrazie continentali, che ha sempre generosamente accolto migranti d’ogni colore. E dove fino allo scorso anno il centrodestra affrontava in campagna elettorale la questione migratoria con lo slogan “Aprite i vostri cuori!”. Oggi non salterebbe in mente nemmeno alla sinistra.
La pulsione xenofoba, particolarmente diffusa tra Mar Baltico e Mar Nero - la fascia continentale più sfidata da imponenti flussi migratori - investe persino le due maggiori democrazie continentali: Francia e Germania.
A Parigi, un governo di sinistra, nel finora malriuscito tentativo di sottrarre consensi al Fronte Nazionale, si spinge a rivedere la Costituzione in senso securitario sull’onda emotiva delle stragi del 13 novembre. Le dimissioni del ministro della Giustizia Christiane Taubira - contro la proposta revoca della nazionalità ai cittadini con doppio passaporto, nati in Francia e colpevoli di terrorismo - sono un’eccezione che non modificherà la regola.
A Berlino, dopo i fatti di Colonia i sondaggi danno Alternativa per la Germania ben oltre il 10 per cento: nel prossimo Bundestag avremo per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale una forte destra ipernazionalista e antieuropea. Con cui la signora Merkel, sotto tiro nel suo stesso partito per l’iniziale apertura ai migranti, dovrà fare necessariamente i conti. In tutta Europa vige ormai la prassi dello scaricamigrante, secondo una rigorosa direttrice Nord-Sud. Chi sta più a Settentrione cerca di bloccare il migrante - per quattro quinti profughi in fuga da Siria, Iraq, Afghanistan e altre zone di guerra - per rispedirlo al vicino meridionale.
Un quarto di secolo dopo l’abbattimento del Muro di Berlino risorgono barriere fisiche e informali, dal filo spinato ai cordoni di polizia ed esercito. Schengen è di fatto sospesa in una mezza dozzina di Paesi. L’Unione Europea rischia di trasformarsi in arcipelago di ghetti. Incomunicanti e ostili. In alcune cancellerie europee si dibatte su come trasformare la Grecia in gigantesco campo profughi, cacciandola dal sistema Schengen visto che non siamo (ancora) riusciti ad espellerla dall’eurozona. Qualcuno propone di affondare le barche dei migranti.
Dovunque latita una strategia di medio periodo e si preferisce trattare questo dramma quasi fosse un’emergenza, non per quello che è: parte decisiva della nostra vita di qui al futuro prevedibile.
Nessun leader politico pare disposto a considerare un’alternativa razionale all’attuale deriva securitaria. Per esempio selezionare nei Paesi di frontiera con l’Unione Europea, a cominciare dalla Turchia, chi ha diritto ad essere accolto come rifugiato in casa nostra e chi invece non può aspirarvi. Ricevendo civilmente i primi e remunerando adeguatamente i paesi esterni all’Ue che dovranno continuare a ospitare diversi milioni di donne, bambini e uomini. I quali non hanno più casa loro e difficilmente ne avranno un’altra.
Nelle prossime settimane il clima è destinato a peggiorare. Sta infatti per scattare, salvo ripensamenti improbabili, la nuova spedizione militare franco-britannica-americana, con qualche partecipazione italiana, in quel che resta della Libia. Obiettivo: sradicarvi lo Stato Islamico. Il quale non aspetta di meglio per ostentarsi campione della resistenza libica contro i crociati occidentali. E per scatenare le sue cellule europee contro gli “invasori”. Gettando nuova benzina sul fuoco delle xenofobie nostrane, in un circuito perverso di azioni e reazioni irrazionali.
La storia dimostra che l’angoscia collettiva è un mostro difficilmente addomesticabile. Ma rinunciare a combatterlo, per chi si professa democratico e liberale, equivale al suicidio politico. Quello cui si sta dedicando con ammirevole acribia buona parte della sinistra europea.

L'implicito fascismo renziano «si palesa nel disprezzo delle regole e delle forme della democrazia, nelle spocchiose alzate di sopraccigli verso chi esprime dubbi, nelle sussiegose finzioni di rispetto verso gli altri poteri che nascondono arroganza e disprezzo, nelle arroganti risposte a chi dissente, nello sbrigativo impiego di manganelli verso chi protesta». Il manifesto, 26 gennaio 2016

«Non arretro!», «L’Italia va avanti…», «Non andremo più col cappello in mano», «Ci vorrebbero deboli e invece siamo tornati forti». E via seguitando in un repertorio di detti (troppi) e fatti (pochi), attribuibili al nostro presidente del Consiglio, che richiamano altri “capi”, in particolare uno, di parecchi decenni or sono. Se scrivo il suo nome, mi attiro insulti. A stupire non è Matteo Renzi, la cautela con cui le sue esternazioni da bullo verso l’Unione europea, vengono commentate, o peggio il silenzio imbarazzato in cui risuonano.

Possibile che non si colga negli accenti, nei toni, nei modi, oltre che negli argomenti, usate dal bullo di Rignano sull’Arno un sentore di fascismo? O forse è che davvero, come si insinua in un libro appena uscito (di Tommaso Cerno, A noi!, Rizzoli), in fondo noi italiani siamo avvezzi a quei toni, a quel lessico, a quei modi? In fondo non abbiamo mai fatto i conti con il fascismo, ed esso riemerge, non solo e non tanto nelle Case Pound et similia, ma proprio per queste vie. Si palesa nel disprezzo delle regole e delle forme della democrazia, nelle spocchiose alzate di sopraccigli verso chi esprime dubbi, nelle sussiegose finzioni di rispetto verso gli altri poteri che nascondono arroganza e disprezzo, nelle arroganti risposte a chi dissente, nello sbrigativo impiego di manganelli verso chi protesta. E, soprattutto, il fascismo affiora in prese di posizione all’insegna di un nazionalismo ridicolo, nella prosopopea dell’Italia “Grande Paese”, nel ritornello del “primato degli italiani”, nella retorica del “ve la facciamo vedere noi”, nel mostrare muscoli (che non si hanno) e nell’agitare pugni (che in vero son quelli di un bamboccio).

E più si fa la faccia feroce più si suscita commiserazione, anziché rispetto, fastidio anziché attenzione, insofferenza invece che apprezzamento. Con questo non dico che Matteo Renzi sia un fascista, ma dico che nei suoi comportamenti, nel suo stile, nelle sue parole richiama direttamente una stagione che in qualche modo persiste, e che, riveduto e lustrato, oggi proprio lui possa essere visto come il legittimo titolare di un nuovo regime in costruzione, autoritario, populista e plebiscitario.

Il referendum che sta invocando e proclamando da giorni, è il primo plebiscito della storia italiana, che assomiglia precisamente a quello del marzo 1929: siete con il duce o siete contro? La differenza è che allora alla porta del seggio c’erano i militi fascisti, e che l’elettore si trovava davanti due schede, una col Sì e una col No, in bella mostra.

Anche chi abbia a cuore, da un punto di vista liberaldemocratico, la dignità del Paese, non dovrebbe sottovalutare quello che sta accadendo. Come sempre, ci facciamo ridere dietro: emblematica l’ormai famosa conferenza stampa con il presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, trasmessa alla televisione francese con i salaci commenti del giornalista in studio, con il nostro premier che sbadiglia, giochicchia col cellulare, manda messaggini, guarda in alto, quando parla Schultz, mentre, al contrario, questi è attentissimo e interloquisce opportunamente quando la parola è al collega italiano. Un video diventato giustamente virale. Ma non è solo questo. Non è solo l’eterna rappresentazione della commedia italiana. La parodia della politica stile Alberto Sordi, o, considerato l’epoca e i personaggi, nello stile di una modesta imitazione del grande Sordi.

Dicevo, non è solo questo, tuttavia. È proprio ricorrendo a tal genere di comportamenti, che si innescano processi che non si sono in grado di controllare, e di cui, soprattutto, non si è possono prevedere gli esiti. Se si vuole perseguire la rottura dell’Unione, o la fuoruscita dall’euro – obiettivi pesanti, discutibili, rischiosi, ma indubbiamente leciti -, non è certo questa la via maestra. Né sono scelte che possano essere demandate al governo e neppure al solo Parlamento.

Sono scelte che concernono tutta la popolazione ed essa nella sua interezza dovrebbe essere posta in grado di dire la sua. In ogni caso, la strada su cui si è incamminato il premier, con il suo partito piegato ai suoi voleri, invece è irrituale, come si dice in linguaggio diplomatico, tortuosa, piena di inganni e di disonestà. Ed è una via che non è consentita, in particolare, ad una nazione che nel Parlamento di Bruxelles-Strasburgo, non ha fatto proprio una gran figura, con i nostri deputati di solito personaggi trombati nel Parlamento nazionale, o tratti dai grandi vivai della radiotelevisione, da Iva Zanicchi a Gerry Scotti, notoriamente assenteisti, o vistosamente disinteressati al ruolo che hanno conquistato.

Ma non siamo ancora al punto cruciale, che invece mi pare un altro, e si tratta di una domanda: come mai Renzi “sfida l’Europa” (così alcuni titoli roboanti sui giornali), con tanta disinvoltura? Magari per ottenere consenso popolare in patria. Esattamente come il suo lontano, ma non dimenticato e sin qui innominato predecessore. Alzare il tiro, inventarsi dei nemici, per giustificare i mancati risultati, per rinsaldare il proprio potere, per annullare ogni dissenso. Nemici interni (i “gufi”, quelli che remano contro, gli “sfascisti”…), o esterni: la Germania, o l’Unione tutta.

“Molti nemici, molto onore”? Il consenso, uno statista lo cerca e lo ottiene, per vie democratiche (mi tocca ricordare che stiamo aspettando che il sig. Matteo Renzi venga legittimato da una votazione ai sensi di legge, non dai gazebo del suo partito), sulla base dei risultati ottenuti, concreti, verificabili; il leader autoritario-populista lo cerca per altra via, che è precisamente quella perseguita con tanta sfrontatezza da Matteo Renzi.

«Roma non è nuova a questi scenari», scriveva Antonio Gramsci nel 1924, e li definiva «polverosi». «Ha visto», continuava «Romolo, ha visto Cesare Augusto, e ha visto, al suo tramonto, Romolo Augustolo». E, possiamo rivelarlo, si riferiva a chi allora sedeva nelle stanze del potere, tal Benito Mussolini.

"Governi in ordine sparso, caos su Schengen in attesa della riunione dei ministri degli Interni che oggi ad Amsterdam cercheranno di mettere ordine alla crisi migranti. Italia, Germania, Olanda, Belgio, Portogallo e Bulgaria sono contro la sospensione del trattato Linea dura da Ungheria, Polonia e Slovacchia". La Repubblica, 25 gennaio 2016

In questi giorni tra le capitali sono girate ipotesi minacciose, come quella di espellere la Grecia da Schengen - smentita ieri dalla Commissione europea e dal ministro tedesco Steinmeier - o di chiudere tutte le frontiere interne all’Europa per due anni.

Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, dopo l’apertura ai profughi della Merkel ha proposto la redistribuzione tra i 28 di 160mila richiedenti asilo e ha preso forma la politica Ue sui migranti: hotspot alle frontiere esterne (Italia e Grecia) per registrare chi arriva. Riallocamento di coloro che hanno diritto all’asilo. Rimpatrio tramite Frontex di chi non ha titoli per rimanere. Creazione di una guardia di frontiera (di terra e mare) per aiutare i paesi che non riescono a sorvegliare i confini dell’Unione, anche contro la loro volontà (ipotesi che non piace ad esempio a Malta). 3 miliardi alla Turchia per bloccare le partenze e gestire i rifugiati sul suo territorio.

Ma qualcosa è andato storto. L’Ungheria alza il muro, i paesi dell’Est frenano e quelli dell’Europa centrale vengono invasi da 900mila migranti che dalla Turchia sbarcano in Grecia per imboccare la rotta balcanica. Anche i più generosi, come Germania, Svezia e Austria insieme a Danimarca, Francia e Croazia, ripristinano i controlli sospendendo Schengen. Il piano Juncker non funziona, vengono riallocate solo 331 persone. La Grecia è un colabrodo. La Turchia in attesa dei soldi Ue non ferma i barconi. Diventa un tutti contro tutti.

ISTITUZIONI UE
Juncker ha proposto soluzioni coraggiose, ma diversi governi gli rimproverano di non essere riuscito a farle applicare. Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Tusk, si è schierato con l’Est perdendo credibilità.

ITALIA
Renzi ha incassato una vittoria politica quando l’Europa si è fatta carico della crisi e appoggia Juncker su Dublino e Schengen. Ma oggi è in rotta con Berlino per aver ritardato l’apertura degli hotspot, chiedendo che prima funzionassero i ricollocamenti, e lasciando partire verso Nord i migranti. Quindi la sfida alla Merkel: bloccare i soldi alla Turchia in attesa di flessibilità sui conti.

GERMANIA
Dopo aver aperto le porte, la Merkel è assediata dalla destra del suo partito e dai bavaresi della Csu. La sua leadership vacilla. Sostiene gli sforzi di Juncker. Ma intanto ha dovuto chiudere le frontiere. È contraria all’espulsione della Grecia da Schengen e vuole evitare la chiusura delle frontiere per 2 anni cara ai falchi.

FRANCIA
Hollande dopo gli attentati di Parigi è assediato da Marine Le Pen e resta freddo sulle riallocazioni.

GRAN BRETAGNA
Cameron nella corsa verso il referendum sulla Brexit si chiude: il suo Paese non è dentro Schengen e ha ostacolato ogni decisione dei partner europei.

BENELUX
Belgio, Olanda e Lussemburgo appoggiano Juncker. Favorevoli anche svedesi (con i tedeschi i più generosi nell’accoglienza) e finlandesi. Con loro Portogallo, Bulgaria, Romania e Malta.

GRECIA
Atene non controlla le frontiere, Tsipras è favorevole a qualsiasi forma di europeizzazione della crisi ma intanto torna sul banco degli imputati. Frontex aiuta i greci a controllare il confine verso la Mecedonia. Se venisse sigillata fuori da Schengen, per Atene sarebbe crisi umanitaria.

AUSTRIA
Dopo avere aiutato i migranti, anche Vienna ha chiuso le frontiere. Ha messo la quota a 37mila rifugiati nel 2016 e sostiene l’espulsione della Grecia da Schengen. Vienna resta però favorevole a una soluzione Ue della crisi.

VISEGRAD E BALTICI
Oltre all’Ungheria di Orban, anche la Polonia di Beata Szydlo e Jaroslaw Kaczynski è contraria a qualsiasi forma di solidarietà. Con loro lo slovacco Robert Fico. Tra i baltici contro qualsiasi accordo sui migranti la lituana Grybauskaite. Finora hanno boicottato ogni intesa europea.

GLI SCENARI
Oggi ad Amsterdam la riunione dei ministri degli Interni: si cerca una tregua e il tentativo sarà di costruire un tavolo permanente governi-Commissione per coordinare le prossime mosse ed evitare nuove chiusure unilaterali delle frontiere, decidendo tutti insieme eventuali valichi da bloccare in caso di crisi. Sarebbe un primo passo verso il summit del 18 febbraio tra i leader dove Juncker dovrebbe presentare le modifiche di Dublino inizialmente previste per marzo: rendere automatiche (e si spera efficaci) le regole ora emergenziali su hotspot, redistribuzione e rimpatri. È questa la chiave per evitare lo sgretolamento di Schengen, abolire la regola per cui ogni paese deve accogliere i rifugiati che entrano nella Ue tramite le sue frontiere e rendere comunitaria la politica migratoria. Il tempo scade a maggio, quando non sarà più possibile rinnovare la chiusura delle frontiere e se allora non ci sarà una soluzione la crisi ognuno andrà per la sua strada e la situazione diventerà ingestibile con il rischio di implosione della stessa Unione.

BRACCIALETTO ROSSO
Non solo case segnalate con la porta rossa, per gli immigrati che trovano ospitalità in alcune città della Gran Bretagna. Il quotidianoGuardian ha scoperto che i rifugiati accolti vengono anche obbligati a indossare dei braccialetti di plastica rossa, con l’obiettivo di renderli identificabili [come i nazisti: Stella di Davide per gli ebrei n.d.r.]

I ladri di Monaco, Europa. «Molti osservatori preconizzano che, con la crisi di Schengen, inizia la probabile agonia della Ue. Ma la fine o il declino di questo continente incombe da anni, da quando si è dichiarato incapace di dare una speranza di vita a chi, oltretutto, potrebbe aiutarlo a crescere». Il manifesto, 23 gennaio 2016

Infine, forse, entrano in Austria, da dove sono spediti in Germania, cioè in Baviera. E quale è la prima mossa dei bavaresi, costretti a farli entrare da Angela Merkel? Sequestrare beni e contanti superiori a 750 Euro, «per finanziare la loro accoglienza».

Prima di maledire il governo bavarese, è utile qualche considerazione microeconomica, anzi di economia domestica. Per un viaggio del genere, una famiglia tipo, in cui lavora solo il capofamiglia, di quanto denaro avrà potuto disporre, in dollari?

Tenendo conto che il reddito pro capite in Siria non arriva a 2000 dollari (nel 2007, prima della guerra), meno di un ventesimo di quello tedesco o austriaco, è difficile immaginare più di un migliaio o due, cucito nelle fodere, ma solo se stiamo parlando di professionisti o commercianti. Il resto, se ce l’avevano, se ne sarà andato, sicuramente, a ungere miliziani e doganieri, non solo in Turchia, e a comprarsi da mangiare. E poi, ci saranno anche qualche gioiello di famiglia, un orologio, un cellulare e magari un tablet.
Sequestrare a questa gente i valori oltre 750 Euro è una cosa schifosa. La Danimarca ha fatto scuola. Ma non è solo schifosa, è insensata. Se si sfogliano i quotidiani economici europei si troveranno spesso, ma solo nelle pagine interne, analisi sulla necessità dei migranti per un continente che non cresce e la cui popolazione invecchia. In altri termini, il welfare europeo – o meglio i conti pubblici europei – hanno bisogno di gente che sostenga la domanda e paghi le tasse.

È il punto di vista dell’economia di mercato, fatto proprio da Merkel, a cui interessano fino a un certo punto le giaculatorie identitarie. Nulla di filantropico, per carità. Si parla della stessa tecnopolitica transnazionale che non ha voluto far fallire la Grecia, ma solo per comprarle a poco prezzo gli asset, insomma per succhiarle un po’ di sangue.

Torniamo alla famiglia siriana. Perché imporre il balzello d’ingresso, se poi, trovato un lavoro, anche misero, il capofamiglia e la moglie (lui facendo il lavapiatti, anche se in Siria magari era un dentista, e lei riparando giacche) cominceranno a finanziare il welfare bavarese? La risposta è in un concetto del sociologo algerino Sayad, «la doppia pena del migrante».

Loro non sono come noi e, se vogliono vivere tra noi, devono pagare pegno. Non solo stranieri, ma anche tenuti sotto il tallone. E di che pegno si tratta? I danesi, che hanno introdotto il sequestro d’ingresso, lo hanno detto chiaramente. Sappiamo che è una misura priva di qualsiasi significato economico, ma così li scoraggiamo. Tra l’altro, la Danimarca partecipa attivamente ai bombardamenti della Siria – cioè prima dice di bombardare l’Isis per sconfiggere il fondamentalismo e poi impone i balzelli a chi scappa dall’Isis. Un miracolo di logica.

D’altronde, nella vicenda dei profughi non c’è alcuna logica, tanto meno europea. Ogni stato, in base alla sua specifica xenofobia o paura del populismo, erige i suoi muri, chiude le sue frontiere, impone i suoi balzelli. Non esiste uno straccio di politica comune delle migrazioni, né di autorità capace di realizzarla, come mostra la vicenda dei ricollocamentii dei migranti approdati in Italia e Grecia. Una politica unitaria non esiste, perché l’Europa è solo un’espressione finanziaria, per citare un famigerato motto di Metternich sull’Italia.

Così, innalzare le barriere interne, come stanno facendo stati xenofobi o paranoici, significa compromettere quel po’ di libertà, di cosmopolitismo infra-europeo facilitato dalla libera circolazione delle merci.

Molti osservatori preconizzano che, con la crisi di Schengen, inizia la probabile agonia della Ue. Ma la fine o il declino di questo continente incombe da anni, da quando si è dichiarato incapace di dare una speranza di vita a chi, oltretutto, potrebbe aiutarlo a crescere.
L'Unione europea, dominata ideologia e della prassi del neoliberismo, somma nelle sue azioni tutte le efferatezze possibili, a cominciare dal trattamento dei profughi, e fa svanire il sogno di un'Eropa unita perché civile.

Il manifesto, 20 gennaio 2016

L’Europa è arrivata oramai a un bivio e sta imboccando, ogni giorno di più, la strada sbagliata, quella che porta al suo disfacimento.

È quanto suggeriscono le recenti notizie riguardanti la sospensione di Schengen da parte di un numero crescente di Paesi. Dopo Scandinavia, Danimarca e Germania, anche l’Austria e la Slovenia hanno espresso la volontà di chiudere le frontiere interne, ripristinando i controlli e quindi impedendo la libera circolazione, che è uno dei pilastri dell’Unione Europea.

Se guardiamo alla dinamica dei flussi di profughi negli ultimi due anni e a quel che succede in Medio Oriente e in Africa, non c’è ragione per pensare che l’arrivo di persone in cerca di protezione possa diminuire. La sospensione di Schengen potrebbe quindi essere talmente lunga da diventare pressoché definitiva, e non straordinaria come prevede il Trattato Europeo.

L’intenzione dichiarata dai governi di Germania e Austria di «filtrare» i profughi, consentendo il passaggio solo a quelli intenzionati a fermarsi nei loro Paesi e respingendo chi vuole arrivare più a nord, ad esempio in Svezia, è contraria alla legislazione europea e al regolamento Dublino, che dimostra sempre di più la sua inadeguatezza. Infatti, il regolamento Dublino obbliga lo stato di primo approdo a farsi carico di esaminare la domanda d’asilo del richiedente e della relativa accoglienza. Se un richiedente arriva alla frontiera con uno qualsiasi dei Paesi dell’Ue è questo che deve farsene carico, oppure, se dimostra con prove solide che la responsabilità spetti a un altro membro dell’UE, rimandarlo a quest’ultimo. Non è chiaro quindi verso quale Paese e secondo quali regole Austria e Germania respingerebbero i profughi intenzionati a proseguire il loro viaggio in Europa.

La logica della selezione alle frontiere tra chi l’Europa considera «profughi» meritevoli di protezione e chi è considerato «migrante economico» da respingere risponde all’approccio hotspot promosso dalle istituzioni europee. Cosi come avviene negli hotspot di Grecia ed Italia, anche alle frontiere austriache e slovene si decide il destino delle persone senza rispettare la procedura prevista dalle direttive.

La scelta di selezionare i profughi, combinata alla sospensione di Schengen, produrranno molte difficoltà anche ai cittadini e alle cittadine europee, e molte controversie tra Paesi, oltre che tante ingiustizie nei confronti dei richiedenti asilo.

Ma non sarà certo l’egoismo di Austria e Slovenia o il razzismo di Stato a fermare chi vuole mettersi in salvo insieme alla propria famiglia. I motivi delle fughe si moltiplicano. Le stragi terroristiche si moltiplicano in tante parti del mondo, così come è successo nel cuore del nostro continente.

Gli stessi governi europei, mentre discutono di come fermare Daesh e il terrorismo, impegnano uomini, mezzi e ingenti risorse per impedire che le persone in fuga possano arrivare in Europa a chiedere protezione.

La conseguenza è che alle stragi di civili provocate dal terrorismo e dalla ‘guerra’ al terrorismo, si aggiungono quelle causate dalle politiche di gestione delle frontiere: quasi 60 morti solo nei primi giorni di gennaio.

Come se non bastasse, i governi adesso puntano anche a lucrare su chi fugge dalle guerre. La Svizzera e la Danimarca sembrano intenzionate a chiedere ai rifugiati di pagare per essere accolti. Dopo i trafficanti, arrivano i governi a taglieggiare i rifugiati!

Un’ulteriore lesione dei diritti umani, che getta benzina sul fuoco del razzismo dilagante e che contribuisce alla demolizione dei valori fondanti dell’Unione Europea.

Dalla distruzione dell'Irak alla guerra in Libia, nella quale vogliono gettare anche l'Italia. Ricordiamo gli errori del passato e le loro tragiche conseguenza per non illuderci più che la guerra sia una soluzione.

Comune.info online 19 gennaio 2015

Il 17 gennaio 1991 una coalizione di 35 paesi guidata dagli Stati Uniti attaccò militarmente l’Iraq con l’operazione “Desert Storm”. È bene rinfrescarci la memoria su quello che accadde venticinque anni fa perché ne seguirono a cascata eventi disastrosi per l’Iraq e il Medio Oriente, di cui tutti paghiamo lo scotto poiché viviamo in una casa comune, il Mediterraneo.
Oggi, mentre il presidente del consiglio promette di inviare 450 militari a presidiare un cantiere italiano sulla diga di Mosul, il governo italiano garantisce al Kurdistan iracheno nuovi addestratori e consulenti militari, e il nuovo vicepresidente dell’Eni Lapo Pistelli (già viceministro degli esteri) stringe patti con il ministro del Petrolio iracheno, non abbiamo altro da offrire all’Iraq che armi e soldati in cambio di commesse economiche e petrolio? Venticinque anni fa contro questa logica nasceva “Un ponte per Baghdad”, e la storia di quegli anni ce la ricordiamo.

Tutte le nazioni accettarono nel 1991 di stare agli ordini di un unico comando militare, diretto dal capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi Colin Powell, che molti anni dopo avrebbe mentito spudoratamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per lanciare una nuova guerra contro l’Iraq. I combattimenti si esaurirono nel giro di un mese e mezzo, causando probabilmente 200.000 vittime irachene di cui la metà civili, 5.000 vittime kuwaitiane e 250 tra i soldati della coalizione.

Risultato: Kuwait liberato dalle truppe irachene ma Saddam sempre al comando,capace nei mesi successivi di schiacciare la rivolta sciita e kurda causando altre 200.000 vittime e 2 milioni di sfollati, nonché il prosciugamento delle paludi mesopotamiche del Sud Iraq, ora in lista per divenire patrimonio dell’umanità in un estremo tentativo di salvare la culla della civiltà umana.

Pochi ricordano che quella guerra causò poche vittime tra i militari della coalizione perché migliaia di soldati iracheni scelsero la diserzione e molti si rivoltarono contro Saddam. Purtroppo l’opzione democratica per l’Iraq non interessava affatto agli Stati Uniti e così l’insurrezione sciita, con forte partecipazione degli strati popolari e di forza laiche di sinistra, fu tradita se non ostacolata dalla coalizione internazionale.

Seguirono tredici anni di embargo contro l’Iraq, e altre 2 milioni di vittime, di cui la metà bambini. Il seguito lo ricordiamo con più facilità: la guerra del 2003, che direttamente e indirettamente ha causato un milione di vittime irachene, la caduta di Saddam, il nuovo governo confessionale sciita che ha messo in atto la sua vendetta, la popolazione sunnita che si è vista negare i propri diritti e pian piano per la disperazione ha aperto la porta a Daesh (IS), e ad oggi un terzo del paese in mano ai tagliagola fondamentalisti. In venticinque anni di guerra e sanzioni questo è il deserto che le coalizioni internazionali di volenterosi hanno fatto in Iraq, paese che nel 1990 aveva il più alto indice di sviluppo umano della regione mediorientale, dopo Israele.

Grande era la confusione in Italia quando il governo si apprestava ad appoggiare le manovre preparatorie della Prima Guerra del Golfo, tanto che il Pci di Achille Ochetto si astenne sulla mozione del governo, scatenando l’ira di Pietro Ingrao che invece si dissociò dalla logica militare. Forte fu il movimento contro la guerra tra associazioni, cattolici pacifisti e partiti di sinistra, con splendidi gesti di disobbedienza come quello del Movimento Nonviolento, che già in quegli anni portò attivisti sui binari di Verona, Trento e Rovereto per fermare i treni carichi di armi che viaggiavano verso il Medio Oriente. Nel processo che ne seguì furono tutti assolti per aver ritenuto di agire secondo giustizia e necessità.

Anche oggi spirito di giustizia e necessità ci impone di lavorare su più fronti, mentre l’Italia già prepara l’intervento militare in Libia, dove la comunità internazionale si appresta a fare gli stessi errori commessi in Iraq: costruire e puntellare un governo di stile occidentale, facendo tabula rasa del passato in termini politici e militari, smantellando istituzioni e sistema amministrativo senza che vi sia un’alternativa funzionale e democratica a disposizione, e senza la capacità né la volontà di far fronte alla disgregazione sociale che ne seguirà. Dobbiamo allora gridare alla politica che la logica militare non paga per “stabilizzare” le altre sponde del Mediterraneo né per fermare il terrorismo, che un paese come l’Iraq con quasi cinque milioni di sfollati interni ha innanzitutto bisogno di aiuti umanitari, che ai profughi che fuggono dalla guerra dobbiamo tendere la mano già nei paesi di provenienza e transito.

Questa volta lo possiamo fare con movimenti sociali, Ong e sindacati iracheni, che nel 1991 non potevano esistere come tali. L’ultima Desert Storm l’abbiamo vista con loro a Baghdad, a ottobre 2015, durante il Forum sociale iracheno. Una tempesta di sabbia ha distrutto nella notte tutti gli stand del forum che gli attivisti avevano organizzato sulle rive del Tigri per condividere strategie per la promozione della pace e della coesistenza. In poche ore decine di ragazzi hanno rimesso tutto in piedi, e il forum ha coinvolto in tre giorni 2.500 persone e 120 organizzazioni. Sfidano le minacce della politica e dei gruppi armati, e nel 2016 andranno nelle aree liberate da Daesh per stringere patti di amicizia con i giovani locali. Ci aspettano, senza armi né scorta, per lavorare assieme contro la logica del terrore e della guerra.

La paura ha mutato la sua funzione sociale: era il timore di un evento da cui lo Stato aveva il dovere di proteggere il cittadino, è diventato lo strumento adoperato da chi ha il potere, con la complicità dello Stato, e vuole accrescere il proprio dominio sulla società.

Comune.info online, 10 gennaio 2016

Non è possibile capire l’obiettivo reale della proroga dello stato di emergenza in Francia [prorogato fino alla fine di febbraio] se non la si colloca nel contesto di una radicale trasformazione del modello statale che ci è più familiare.

Bisogna prima di tutto smentire quel che dicono donne e uomini politici irresponsabili, secondo i quali lo stato di emergenza sarebbe uno strumento a difesa della democrazia. Gli storici sanno bene che è vero il contrario. Lo stato di emergenza è infatti il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si affermarono in Europa. Negli anni che precedettero la salita al potere di Hitler, ad esempio, i governi socialdemocratici di Weimar avevano fatto un tale ricorso allo stato di emergenza (o stato di eccezione, come dicono i tedeschi) che è lecito dire che la Germania aveva smesso di essere una democrazia parlamentare già prima del 1933.

Il primo atto politico di Hitler, dopo la sua nomina, fu proclamare lo stato di emergenza, che da allora in poi non fu mai più revocato. Quando ci si stupisce del fatto che in Germania i nazisti abbiano commesso impunemente così tanti crimini, si dimentica che quelle azioni erano perfettamente legali, poiché il paese era sottoposto allo stato di emergenza e poiché le libertà individuali erano sospese.

Non c’è motivo di escludere che uno scenario analogo possa ripetersi in Francia: non è difficile immaginare un governo di estrema destra mentre si serve di uno stato di emergenza al quale i cittadini sono stati assuefatti dai governi socialisti. In un paese che vive in uno stato di emergenza continuo e nel quale le operazioni di polizia sostituiscono progressivamente il potere giudiziario, è lecito attendersi una dissoluzione rapida e irreversibile delle istituzioni pubbliche.

Sostenere la paura

Questo è ancor più vero in considerazione del fatto che lo stato di emergenza si inserisce, oggi, all’interno del processo che sta trasformando le democrazie occidentali in qualcosa che bisogna ormai chiamare «Stato di sicurezza» (o Security State, come dicono i politologi statunitensi). La parola «sicurezza» è entrata a tal punto nel lessico politico che possiamo dire, senza paura di sbagliare, che la «ragion di sicurezza» ha preso il posto di quella che un tempo si chiamava la «ragion di Stato». E tuttavia un’analisi di questa nuova forma di governo è attualmente difficile da fare: lo Stato di sicurezza non si riferisce né allo Stato di diritto né a quello che Michel Foucault chiamava «disciplinamento sociale». È quindi opportuno mettere qui qualche paletto in vista di una possibile definizione.

Nel modello del filosofo inglese Thomas Hobbes, che ha influenzato profondamente la nostra filosofia politica, il contratto con cui i poteri erano trasferiti al Sovrano presupponeva la paura reciproca e la guerra di tutti contro tutti: lo Stato era per l’appunto ciò che doveva mettere fine alla paura. Nello Stato di sicurezza questo modello è ribaltato: lo Stato si fonda durevolmente sulla paura e deve sostenerla ad ogni costo, perché da essa trae la sua funzione essenziale e la sua legittimazione. Già Foucault aveva dimostrato che, quando la parola «sicurezza» fece la sua comparsa nel lessico politico francese con i governi fisiocratici precedenti alla Rivoluzione, non si cercava di prevenire le catastrofi o le carestie ma di lasciare che accadessero per poi guidarle e orientarle nella direzione che si riteneva più conveniente.

Non c’è alcun senso giuridico

Allo stesso modo, la sicurezza di cui si parla oggi non mira affatto a prevenire gli atti di terrorismo (cosa peraltro molto difficile, se non impossibile, dato che le misure di sicurezza sono efficaci solo ad attacco avvenuto e dato che il terrorismo è per definizione un attacco senza preavviso), ma mira a stabilire un nuovo tipo di rapporti fra le persone, basato su un controllo generalizzato e illimitato: dal che l’attenzione particolare sui dispositivi che permettono un controllo totale dei dati informatici e delle comunicazioni dei cittadini, compresa la possibilità di accedere integralmente al contenuto dei computer personali.

Il primo rischio è una deriva verso la creazione di una relazione sistemica fra terrorismo e Stato di sicurezza: se lo Stato ha bisogno della paura per legittimarsi, allora è necessario provocare il terrore o, nella migliore delle ipotesi, fare in modo che non sia ostacolato. Si vedono così paesi che perseguono una politica estera che alimenta quel terrorismo che poi pretendono di combattere all’interno, che intrattengono relazioni cordiali o addirittura vendono armi a Stati che sono noti finanziatori delle organizzazioni terroristiche.

Un secondo aspetto che è importante tenere a mente è il cambiamento nello statuto politico dei cittadini e del popolo, che si reputava depositario della sovranità. Nello Stato di sicurezza si osserva una tendenza irrefrenabile verso una depoliticizzazione progressiva dei cittadini, la cui partecipazione alla vita politica si riduce ai sondaggi elettorali. Tale tendenza è ancor più inquietante se si considera che era stata teorizzata dai giuristi nazisti, che definivano il popolo come un elemento sostanzialmente impolitico al quale lo Stato doveva garantire protezione e crescita. Ora, secondo questi teorici c’era un unico modo per politicizzare questo elemento impolitico: attraverso la comunanza della nascita e della razza, che avrebbe distinto il popolo dallo straniero e dal nemico. Non si tratta qui di confondere lo Stato nazista con lo Stato di sicurezza contemporaneo. Quello che bisogna capire però è che quando si depoliticizzano i cittadini poi l’unico modo per farli uscire da questa passività è mobilitarli con la paura di un nemico straniero ma non del tutto estraneo: gli ebrei nella Germania nazista, i mussulmani nella Francia di oggi.

È in questo contesto che bisogna pensare all’inquietante progetto di cancellazione della cittadinanza per i cittadini con doppia nazionalità, che ricorda la legge fascista del 1926 sulla denazionalizzazione dei «cittadini indegni della cittadinanza italiana» e le leggi naziste sulla denazionalizzazione degli ebrei.

Incertezza e terrore

Un terzo aspetto, del quale non bisogna sottovalutare l’importanza, è la radicale trasformazione dei criteri che stabiliscono la verità e la certezza nella sfera pubblica. Ciò che più colpisce l’osservatore scrupoloso nella lettura dei comunicati ufficiali sugli atti di terrorismo, è la totale rinuncia alla ricerca di una verità giudiziaria. Mentre nello Stato di diritto è dato per fondamentale che un crimine debba essere definito tale attraverso un’indagine giudiziaria, nel paradigma securitario bisogna accontentarsi di quello che dice la polizia o di quello che dicono i media basandosi sulla prima: due fonti che sono sempre state considerate troppo deboli. Da qui l’ondata di incredibili e palesi contraddizioni nelle ricostruzioni ufficiali dei fatti, che eludono sapientemente ogni possibilità di verifica o falsificazione e che assomigliano molto di più a chiacchiere da bar che a vere inchieste. Questo vuol dire che lo Stato di sicurezza ha tutto l’interesse che i cittadini – dei quali deve garantire la protezione – restino nell’incertezza riguardo a ciò che li minaccia, perché incertezza e terrore vanno sempre a braccetto.

Questa incertezza la si ritrova nel testo della legge del 20 novembre sullo stato di emergenza, che fa riferimento a «ogni persona nei confronti della quale esistono seri motivi per pensare che il suo comportamento costituisca una minaccia per l’ordine pubblico e per la sicurezza». È del tutto evidente che questa formula («seri motivi per pensare») non ha alcun senso giuridico, poiché poggiando sull’arbitrarietà di chi «pensa», può di fatto essere applicata in qualunque momento a qualunque persona. Ora, nello Stato di sicurezza queste formule indeterminate, che i giuristi hanno sempre considerato contrarie al principio della certezza del diritto, diventano invece la norma.

Depoliticizzazione dei cittadini

La stessa imprecisione e gli stessi equivoci ritornano nelle dichiarazioni degli uomini politici che pensano che la Francia sia in guerra contro il terrorismo. Una guerra contro il terrorismo è una contraddizione di termini, perché uno stato di guerra può essere definito tale solo se esiste la possibilità di identificare con certezza il nemico che si intende combattere. Nella prospettiva securitaria, al contrario, l’identità del nemico deve restare nell’incertezza affinché chiunque – all’interno come all’esterno – possa essere identificato come tale.

Mantenimento di uno stato di paura generalizzato, depoliticizzazione dei cittadini, rinuncia a qualsiasi certezza del diritto: ecco tre caratteristiche dello Stato di sicurezza che hanno tutti i numeri per far rabbrividire gli animi. Da una parte infatti lo Stato di sicurezza verso il quale stiamo scivolando fa il contrario di quanto promette, poiché se sicurezza significa assenza di preoccupazioni (sine cura) esso al contrario sostiene la paura e il terrore. D’altra parte lo Stato di sicurezza è uno Stato di polizia, poiché attraverso l’eclissi del potere giudiziario generalizza quei margini discrezionali della polizia che, in uno stato di emergenza divenuto la norma, sono sempre più determinanti.

Attraverso la depoliticizzazione del cittadino, diventato in un certo senso un terrorista in potenza, lo Stato di sicurezza esce dal campo tradizionale della politica per dirigersi verso una zona grigia, nella quale pubblico e privato si confondono ed è difficile tracciare una linea di confine netta.

Fonte originale lemonde.fr (dove è stato pubblicato con il titolo “Giorgio Agamben: «De l’Etat de droit à l’Etat de sécurité»”, Dallo stato di diritto allo stato di sicurezza). Tradotto per comedonchisciotte.org da Martino Laurenti (che ringraziamo).

Come i mass media, enfatizzando e anticipando gli atti (effettivi o probabili) del terrorismo ne amplifichino l'efficacia propagandiatica ed accrescano la paura percepita.

Il manifesto, 17 gennaio 2016

«Jihadismo e comunicazione. Il meta-terrorismo si nutre dell’amplificazione dei codici comunicativi che l’Isis ha mutuato da Hollywood, investendo molto nella post-produzione e nella strategie di marketing e lancio in prime time. Invece che interrogare esperti di sociologia visuale che tramite quattro coordinate tecniche sappiano decodificare i messaggi e inserire le immagini in un contesto interpretativo, i nostri media le infarciscono di commenti che ne sublimano immancabilmente il potere comunicativo».
L’assalto gemello dello scorso novembre, che prese di mira il Radisson Blue Hotel nella capitale del Mali, aveva già proposto lo schema: la replica «a rullo» della stessa sequenza, una ripresa del vano scale e poco altro nei dintorni dell’albergo, e un imbarazzante vuoto di altre immagini della città e del paese. Poi arrivano i commentatori del caso – spesso volti consueti avvezzi a parlare di tutto — affiancati da immagini di propaganda jihadista, intervallate da mappe improvvisate.

Nell’era dell’informazione globale, questo è lo sconcertante poco con cui abbiamo ormai quotidianamente a che fare: un chiodo ribattuto all’infinito, una miscela di immagini catturate fra circuiti internazionali e social media. Bagliori violenti, punti che raramente vengono uniti da analisi minimamente convincenti: quando si parla di terrorismo ognuno dice un po’ quello che gli pare, vai poi tu a verificare.

Una settimana fa Cheikh Ould Salek evade dal carcere di Nouakchott, capitale della Mauritania, dove pende sulla sua testa una condanna a morte per attentato alla vita del Presidente. La sera prima della fuga aveva chiamato a raccolta i compagni di cella, distribuendo laute somme di danaro; la mattina dopo sulla sua branda hanno trovato una bandiera di Al Quaeda nel Maghreb (Aqim) e una dedica al fantomatico leader della brigata Al-Morabitoun, Mokhtar bel Mokhtar – noto come le borgne, «il guercio». Più volte dato per morto (da ultimo dopo un raro attacco aereo statunitense sui cieli libici) «il guercio» si è recentemente riallineato con i comandi di Aqim, impegnandosi nella costituzione di un ampio fronte quaedista ad ampio raggio, «Al-Qaeda dell’Africa Occidentale».

Sotto la presidenza di Blaise Compaoré, cacciato da una sollevazione popolare un anno fa, Ouagadougu giocò un importante ruolo di mediazione su diversi fronti, dal conflitto in Costa d’Avorio a quello nel Nord del Mali, impegnandosi in trattative che condussero al rilascio di ostaggi occidentali tenuti in mani jihadiste.

Scosso dalle convulse vicende della transizione, il Burkina Faso resta un paese a forte presenza cristiana, dove è debole la pressione di gruppi per l’introduzione della sharia, e dove la propaganda armata quaedista ha tutto sommato poco senso: gli attacchi di ieri vanno dunque letti alla luce di una emergente serialità su scala regionale.

Perché questa lettura sia possibile occorre cercare di illuminare le zone d’ombra del racconto ufficiale – magari proprio a partire dalle incongruenze che hanno segnato l’attacco al Radisson di Bamako, dove gli attentatori ebbero anche il tempo per mettersi a cucinare.

Nulla di tutto questo traluce dai resoconti mediatici a cui ci stiamo abituando, che sostanzialmente alternano immagini di palazzi assediati e clip di propaganda jihadista. Quando si parla di Europa lo schema è ormai consolidato, e si appresta a diventare un genere vero e proprio: si parte con la notizia di «allerta terrorismo a (città X)», corredata da foto di polizie pesantemente armate e strade deserte; a seguire, precisazioni da fonti rigorosamente anonime, e commenti di «esperti» che sempre più spesso si sporgono a speculare su scenari tanto implausibili quanto terrificanti: ad esempio, armi la cui stessa esistenza stessa è un atto sostanzialmente speculativo, come i dispositivi di dispersione radiologica.

Questo genere emergente può essere ricondotto a un fenomeno specifico, a cui è bene dare un nome: meta-terrorismo. Adam H. Johnson sulla rivista statunitense Alternet (Independent Media Institute) lo definisce come il terrore propagato dalla replica non-stop di attacchi terroristici passati e dalla continua speculazione sugli attacchi futuri.

Il meta-terrorismo si nutre dell’amplificazione dei codici comunicativi che l’Isis ha mutuato da Hollywood, investendo molto nella post-produzione e nella strategie di marketing e lancio in prime time. Invece che interrogare esperti di sociologia visuale che tramite quattro coordinate tecniche sappiano decodificare i messaggi e inserire le immagini in un contesto interpretativo, i nostri media le infarciscono di commenti che ne sublimano immancabilmente il potere comunicativo.

Sicuramente sono in arrivo servizi sulle destinazioni di vacanza degli italiani al riparo dal rischio-terrorismo. Un sistema comunicativo in crisi trova nel meta-terrorismo un’occasione per rifiatare.

«». Le politiche degli stati europei e dell'UE produrranno catastrofi sociali devastanti per tutti i paesi coinvolti. Una puntuale analisi della tremenda realtà e la presentazione delle cose da fare, con la massima urgenza e determinazione.


Nota redatta per l’associazione

Primalepersone in vista del prossimo Forum dell’economia sociale e solidale in programma a Bruxelles il 28.gennaio 2016

Poiché considero la questione dei profughi centrale per il futuro nostro e dell’Europa, cerco di chiarire e riassumere qui per punti le posizioni che sono andato definendo approfondendo il problema nel corso dell’ultimo anno e mezzo.

1. Migrazioni ed esodo, problema centrale

Migrazioni ed esodo di profughi sospinti in larghissima maggioranza dalla guerra o dalla fame – all’origine delle quali c’è quasi sempre un deterioramento ambientale o una contesa per il petrolio, che è il principale responsabile della crisi ambientale in corso – sono la questione principale intorno a cui si svilupperà il conflitto sociale, la lotta politica e il destino stesso dell’assetto istituzionale dell’Italia, dell’Europa e del mondo (su questo tema l’Unione europea, che aveva resistito compatta a politiche micidiali di austerity, si sta ora dividendo profondamente. Cosa che mette all’ordine del giorno una sua eventuale rifondazione su basi radicalmente cambiate; ma non necessariamente più favorevoli a ciò che molti di noi vorrebbero che fosse).

2. Insensate le politiche di respingimento

Le politiche di respingimento, sia quelle effettuate in maniera brutale, con guerre, campi di concentramento o lasciando annegare sempre più persone, sia quelle affidate ai cosiddetti rimpatri, non hanno avvenire. E non per mancanza di appoggio da parte di un’opinione pubblica largamente manipolata e di popolazioni infastidite o incattivite, che già sono e saranno sempre più favorevoli a questa scelta. Bensì per una ragione pratica. Perché, anche a prescindere dalle sue implicazioni etiche, il respingimento non è una soluzione praticabile.

Dove respingerli? Rigettarli tra le braccia dell’Isis, o di suoi emuli, ormai presenti in quasi tutti i paesi da cui si originano quei flussi, accrescendo del pari le loro forze sia là che, per solidarietà, tra gli immigrati nei paesi europei? Non farebbe che moltiplicare sia i fronti di guerra fuori e dentro i confini dell’Europa, sia nuove e più consistenti migrazioni.

Stringere accordi con i governi dei paesi di origine perché li riaccolgano o li trattengono in patria? Non sono disposti a farlo nemmeno a caro prezzo (e il prezzo è comunque destinato a salire, e di molto, mentre i paesi europei meno esposti non sono assolutamente disposti a condividerlo). Lo ha dimostrato il vertice di La Valletta e lo dimostra la fragilità del cinico patto stretto dalla Commissione europea con Erdogan sotto la supervisione di Angela Merkel.

Costruire e gestire più o meno direttamente (anche se sotto il velo di un coinvolgimento dei governi locali) dei campi di concentramento – e, in buna misura, di sterminio – in cui rinchiudere tutte le persone in fuga o sbandate che cercano di effettuare o stanno intraprendendo un viaggio verso l’Europa? Quei campi raggiungerebbero presto dimensioni smisurate, e sempre più difficili da gestire.

3. Catastrofiche conseguenze delle politiche attuali

La prima conseguenza di queste politiche sarebbe comunque un irrigidimento autoritario e razzista di tutti i governi dell’Unione Europea, posto che questa sopravviva a scelte del genere, cosa che non credo. La seconda conseguenza sarebbe l’instaurazione di fatto di un controllo paramilitare dell’UE o di alcuni dei suoi Stati membri su tutti o gran parte dei paesi di origine o di transito di quei flussi, per lo meno in Africa; il che, per l’Europa, vorrebbe dire portarsi la guerra in casa.

Ma l’esito più probabile di una politica di respingimento è quello di scaricare sui paesi di primo accesso che non possono erigere barriere fisiche ai confini (sostanzialmente Grecia e Italia) tutto il peso dei nuovi arrivi, chiudendo nei loro confronti le frontiere interne del resto d’Europa. Inutile dire che questo porterebbe rapidamente alla saturazione delle capacità di accoglienza (per quanto sommaria e mal gestita) di questi due paesi; ma anche delle loro capacità di respingimento: i rimpatri diventerebbero ben presto “affar loro”, mentre gli altri paesi membri “se ne lavano le mani”, come sta già succedendo con le ridotte quote di riallocazioni definite dalla Commissione europea.

E’ ciò che di fatto sta già succedendo con il cosiddetto “decreto di espulsione differita”: si abbandonano per strada senza soldi, senza documenti, senza riferimenti, senza la conoscenza della lingua, persone a cui è stato ingiunto di lasciare il paese a loro spese entro una settimana E’ come consegnarli alla clandestinità, alla criminalità, allo stupro, alla disperazione e alle mafie.

Ma se è ancora possibile fare questo giochetto con alcune centinaia di profughi, è evidente che non lo sarà più con le decine di migliaia che arriveranno. L’Italia non ha una politica su questa questione, perché nonostante le (molto recenti) uscite di Renzi sul tema, non ha mai posto il problema in sede Europea nella sua dimensione e drammaticità effettive. Ma una prospettiva del genere corrisponde alla dissoluzione dell’Unione.

4. Una prospettiva diversa

Vediamo ora le cose in un’altra prospettiva. Di qui al 2050 l’Europa, senza immigrazione, avrà perso 100 milioni di abitanti: un quinto della sua popolazione attuale. Ma i 400 milioni restanti saranno sempre più vecchi. Il che vuol dire un peso insopportabile su chi lavora e una drammatica stagnazione economica (che non è la decrescita felice). Il maggior dinamismo dell’economia statunitense, infatti, è riconducibile, più che alle politiche economiche adottate, al continuo flusso di immigrati dall’America centrale e meridionale, in linea di principio tutti o quasi illegali, e perciò più facilmente sfruttabili; ma proprio per questo di fatto tollerati sia a destra che a sinistra.

Per colmare questo vuoto demografico l’Europa dovrebbe “importare”, di qui al 2050, tre milioni di immigrati all’anno: il triplo dei profughi che sono arrivati nel 2015. Potrebbe anzi assorbirne anche il doppio senza subire alcun tracollo; ma cambiando ovviamente in modo radicale sia le sue politiche economiche che quelle sociali. Peraltro, fino al 2008, arrivava in Europa un milione di nuovi migranti economici all’anno, cioè quanti sono stati i profughi quest’anno.

Sono le politiche di austerità che, oltre a creare in Europa milioni di nuovi disoccupati, hanno trasformato in un problema l’assorbimento di nuove forze di lavoro proveniente da altri paesi. D’altronde, tra il 1945 e la metà degli anni ’60 quattro paesi dell’Europa centrale, UK compreso, avevano assorbito circa 20 milioni di profughi e di immigrati: 10 milioni dall’Est e 10 milioni dai paesi mediterranei dell’Europa, dall’Africa e dal Maghreb. La minaccia di un sovraffollamento è dunque esclusivamente il frutto di politiche economiche restrittive e, sul lungo periodo, suicide.

5. Servono politiche radicalmente diverse

Naturalmente, per accogliere una massa così sterminata di profughi e migranti i paesi europei dovrebbero attrezzarsi con politiche sociali ed economiche radicalmente diverse da quelle attuali; le stesse, peraltro, necessarie per assorbire la disoccupazione endogena e il disagio sociale (leggi povertà) create dall’austerità. Ne deriverebbe comunque uno sconvolgimento di tutti gli assetti sociali, in particolare della vita quotidiana di tutti i cittadini europei; il che richiede una svolta nel modo di pensare il “diverso da noi” che la cultura dominante non è assolutamente in grado di produrre, ma che sarebbe urgente elaborare, mettere alla prova e promuovere, se non vogliamo accettare senza contrastarla la deriva autoritaria, razzista, guerrafondaia e, in ultima analisi, votata allo sterminio, implicita nelle politiche di respingimento adottate, ancorché sotto la veste di varie quanto ipocrite coperture umanitarie, da tutte le autorità europee.

6. Il mercato non può, serve l'intervento del Terzo settore

E’ evidente che né il mercato né gli Stati sono in grado di assorbire – e includere – un numero così alto di nuovi arrivati. Bisogna ricorrere ad altri strumenti perché non c’è solo da trovare casa e lavoro per milioni di persone, ma soprattutto da promuovere il loro inserimento nel tessuto sociale con progetti personalizzati, in modo che non siano di peso per l’economia nel suo insieme, ma anzi vengano valorizzati come una risorsa aggiuntiva (e indispensabile) e non suscitino quei sentimenti di ripulsa che oggi la loro presenza non programmata, ma soprattutto la loro inattività e il loro isolamento, provocano tra la popolazione. Progetti personalizzati di questo tipo sono l’ambito privilegiato delle attività del terzo settore (quello che in Europa viene chiamata economia sociale e solidale).

In Italia abbiamo ottimi esempi di questo lavoro, ma anche clamorose prove della sua degenerazione in organizzazioni come quelle di Buzzi (mero strumento o braccio armato della corruzione e della criminalità che alligna nelle alte sfere della politica e dell’amministrazione pubblica). Il 28 gennaio di questo mese si terrò a Bruxelles il primo Forum europeo dell’economia sociale e solidale (SSE). E’ stato proposto che, tra le altre cose, venga messo all’ordine del giorno il ruolo che la SSE può e deve assumere nei confronti del problema profughi, lanciando un grande piano europeo per creare lavoro nei settori decisivi ai fini della conversione ecologica (agricoltura, edilizia, energie rinnovabili, mobilità, riassetto del territorio e assistenza alle persone).

Un piano da affidare alle imprese – esistenti o da costituire – della SSE, in modo che l’inserimento lavorativo venga accompagnato da programmi personalizzati di inclusione sociale. Questa proposta è stata ascoltata con interesse ma non è stata sviluppata in modo adeguato. Nonostante tutto, nella maggioranza dei paesi europei, per lo meno nell’ambito della cosiddetta sinistra che fa capo al GUE, promotore del Forum, la centralità del problema dei profughi non viene ancora avvertita con l’urgenza che meriterebbe. Aggiungo che un piano di questo genere potrebbe avere un risvolto di grande interesse anche nell’ambito delle politiche di cosiddetto rientro, di cui parlerò in seguito.

7. Le condizioni per invertire la tendenza all'esoto

Questo non vuol dire ovviamente accettare l’irreversibilità dei processi migratori verso l’Europa, anche se nel breve periodo non vedo alternative all’accoglienza se non nella moltiplicazione delle stragi affidate al mare, alla fame e alle intemperie. La prospettiva di creare le condizioni per ridurre le spinte all’emigrazione dai paesi colpiti dalla miseria e dalla guerra non deve essere abbandonata. Il che vuol dire innanzitutto battersi e mobilitarsi per evitare il moltiplicarsi delle guerre, “umanitarie” o no, nei paesi che oggi ne sono investiti e in quelli che rischiano di esserlo domani.

Ma il problema centrale è quello di creare dei circuiti in base ai quali agli arrivi possano corrispondere, anche se in misura minore, ma non irrilevante, dei ritorni volontari e delle motivazioni forti per farlo. Occorre considerare l’Europa e i paesi africani, ma anche quelli mediorientali, da cui provengono oggi i profughi e i migranti come un’unica grande area attraversata da interscambi non solo economici (necessariamente squilibrati per molto tempo ancora), ma anche culturali, sociali e civici.

Quei confini dell’Europa che l’Unione vorrebbe allargare riducendo i paesi di origine dei flussi migratori in avamposti della sua trasformazione in fortezza, occorre invece riuscire a farli percepire e vivere, innanzitutto nella coscienza dei cittadini europei, dei profughi e dei migranti di prima, seconda e terza generazione, come il perimetro di una nuova comunità euromediterranea ed euroafricana. Ma come? Dire che occorre “bonificare l’Africa” per fermare quei flussi è davvero troppo poco.

8. "Aiutiamoli a casa loro": ma come?

8. Possiamo interpretare lo slogan “Aiutiamoli a casa loro” in tre modi
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Il primo è quello delle politiche di cooperazione allo sviluppo attuali, peraltro sempre più tirchie (non solo da parte italiana) quanto a stanziamenti, e destinate in larghissima parte (non solo da parte italiana) a far ingrassare imprese europee con finalità predatorie, a corrompere le classi dominanti locali (o addirittura a crearle e farle esistere come classi predatorie; “compradore” si diceva una volta) e a disperdere il resto in mille rivoli scarsamente efficaci. Anche quando i progetti di cooperazione sono ben fatti e ben condotti (non è la maggioranza dei casi, ma ci sono anche quelli; e a volte le ragioni del loro fallimento vanno ricercate nelle scelte di chi li governa, aprendo e chiudendo senza alcuna logica che non sia l’interesse personale i rubinetti dei finanziamenti), quei progetti sono comunque sempre iniziative di nicchia, che non incidono sulla dimensione effettiva dei problemi che stanno alla radice dell’esodo, e soprattutto non si confrontano con la dimensione del disastro ecologico che i cambiamenti climatici stanno già provocando in molti paesi dell’Africa e del Medioriente.

Il secondo modo è quello invocato da Salvini (ma, ahimè, sostenuto anche dalla Merkel) per cui stanziamenti anche molto più consistenti, posto che si trovino, vanno destinati prioritariamente a trattenere (e internare) profughi e migranti in strutture appositamente costituite nei paesi di origine o di transito dei flussi. Che ciò significhi nient’altro che dichiarare guerra ai migranti si è già detto.

Il terzo modo è tutto da costruire perché mira a rendere le comunità espatriate in Europa, cioè i profughi e i migranti (di prima, ma anche seconda e terza generazione) protagonisti di una politica di ricostruzione di un tessuto sociale ed economico in grado di offrire delle prospettive di maggior benessere anche agli abitanti dei paesi di origine. Profughi e migranti sono in gran parte la componente più istruita, più giovane, più intraprendente (quelli che hanno avuto la forza e l’iniziativa di affrontare un viaggio così pericoloso) della popolazione da cui provengono: un apporto che l’economia, la cultura e le società dell’Europa potrebbero valorizzare molto, mentre oggi lo svalutano, lo disprezzano e lo degradano.

Ma soprattutto sono una risorsa strategica per la costruzione di una grande comunità euroafricana ed euromediterranea. Sono persone che ancora intrattengono forti legami con le loro comunità di origine, o che possono facilmente riattivarli; che in Europa possono costruirsi o affinare delle competenze, delle conoscenze, delle professionalità, delle esperienze da mettere a disposizione dei loro paesi di origine con grande vantaggio per tutti, qualora se ne creino le condizioni. Non solo per reinserirsi nei loro paesi di origine, andando a occupare posizioni già esistenti, ma per creare opportunità e modalità di produzione di reddito e di ricchezza completamente nuove.

9. Condizione di base: riconoscimento politico delle comunitá espatriate

Condizione indispensabile perché ciò avvenga è che le comunità nazionali espatriate presenti in Europa possano organizzarsi, anche politicamente, siano libere di muoversi, siano aiutate a fare esperienza non solo di lavoro, ma anche di relazioni sociali nuove nei paesi e nei territori che le ospitano. Perché solo così si può innescare un circuito che renda desiderabile e praticabile un ritorno in patria anche mentre nuove leve la stanno abbandonando per mettersi anche loro alla prova dell’emigrazione.

Prima ancora di pensare ai finanziamenti, o anche a progetti di cooperazione allo sviluppo - in gran parte pensati e progettati dall’esterno - occorre lavorare con le comunità di profughi e migranti nella prospettiva di aiutarli a rendersi attori e protagonisti di un nuovo processo di integrazione delle economie e delle società dei paesi di origine e di quelli di arrivo. Non credo che esistano alternative a una prospettiva del genere che non siano quelle prospettate nella prima parte di queste note; anche se realizzarla, soprattutto nel clima di ostilità crescente nei confronti degli immigrati chestiamo vivendo, sarà sempre più difficile.

I sottotitoli sono di eddyburg

«L’allarme di Bruxelles Il commissario europeo Avramopoulos avverte: “Rinunciare alla libera circolazione è la fine del progetto europeo».

Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2016 (m.p.r.)
Il primo luglio del 2000, il ponte di Oresund ha unito ciò che la fine dell'era glaciale aveva diviso: cioè Svezia e Danimarca. Sedici chilometri, sette anni di lavoro, 14 euro di pedaggio (oggi), quel ponte è diventato il simbolo di un'Europa ricca e pacifica che si poteva attraversare in auto, senza confini, grazie all'accordo di Schengen che giusto l'anno prima aveva raccolto nuovi membri, contando tutti gli Stati dell'Unione europea tranne Irlanda e Gran Bretagna. Alla mezzanotte di domenica 3 gennaio 2016, la Svezia ha deciso di ripristinare almeno per un mese i controlli sul ponte di Oresund, con una sospensione temporanea di Schengen.

«Difenderemo Schengen a spada tratta, sapendo che oggi è in pericolo: se crolla la libera circolazione è la fine del progetto europeo», ha detto ieri in audizione davanti al Parlamento europeo il commissario Affari Interni, Dimitri Avramopoulos. Ma i partiti della destra antieuropea hanno scelto quell'accordo come bersaglio su cui scaricare le tensioni dovute alla crisi dei rifugiati. E ne chiedono la sospensione. Nrl 2015 Eurobarometro ha rilevato che per gli europei la libertà di movimento è il risultato più apprezzato dell'Unione europea subito dopo la pace. Eppure, oggi, in tanti, soprattutto a destra, chiedono il ritorno delle frontiere. Colpa anche delle idee confuse su che cosa è Schengen e su cosa sta succedendo.
Schengen è un villaggio di 4000 anime in Lussemburgo. Lì, nel 1985, finiscono le frontiere interne all'Unione europea, o almeno tra alcuni dei Paesi fondatori (Belgio, Francia, Olanda, Lussemburgo, Germania): è un accordo tra governi, verrà assorbito nella legislazione europea solo nel 1999. Dopo il primo accordo, che ha compiuto 30 anni a giugno, ne arriva un altro, Schengen II, nel 1990: una politica comune per i visti e rafforzati i controlli alle frontiere, elemento questo cruciale per il dibattito di oggi. Se si lascia circolare tutti liberamente dentro, bisogna essere più chiari su chi ha diritto di entrare nella zona senza barriere. Nasce l'idea di “Fortezza Europa”, al cui interno però si può muoversi senza visti, soltanto con un documento di riconoscimento che certifica l'appartenenza a uno dei Paese Schengen (oggi 22 membri dell'Unione, quattro esterni).
Con l'ondata di richiedenti asilo arrivata nel 2015, tutto questo sembra a rischio. Ma le prime tensioni risalgono al 2011, l'anno delle primavere arabe: il governo Berlusconi riconosce ai tunisini un permesso temporaneo di soggiorno che, nella grande maggioranza dei casi, viene usato per raggiungere la Francia. L'allora governo conservatore di Nicolas Sarkozy nega che un semplice permesso di soggiorno sia sufficiente per muoversi liberamente e minaccia di rispedire in Italia i tunisini. Il ministro dell'Interno dell'epoca, Roberto Maroni, «Allora la Francia esca da Schengen».
Anche la Danimarca, tra settembre e ottobre 2011, rafforza i controlli alle frontiere. La Commissione europea decide allora di modificare l’accordo di Schengen, stabilendo a quali condizioni uno Stato membro può imporre limiti alla libertà di circolazione, modifiche in vigore dal 2013 che sono state utilizzate nella crisi dei rifugiati, come ricostruisce un paper del Ceps, What is happening to Schengen? , di Elspeth Guild, Eveln Browner, Kees Groenendijk e Sergio Carrera.
La sospensione di Schengen è ora prevista e regolata. Si può chiedere in base all'articolo 25 che stabilisce il ritorno dei controlli immediato e senza preavviso in caso di minacce alla sicurezza interna o all'attuazione delle politiche di uno Stato membro. I limiti hanno durata di dieci giorni e possono essere prorogati per 20 giorni, senza superare i due mesi. C'è anche l'articolo 26 che prevede blocchi alla circolazione per minacce serie e durature relative al controllo dei confini esterni dell'area Schengen. Però richiede allo Stato che ne fa richiesta procedure più complesse per dimostrare la minaccia che deve riguardare l'area nel suo complesso. Molto più facile usare l'articolo 25, come fanno tutti.
Di solito queste limitazioni venivano usate per i grandi eventi (come il G8 de L’Aquila del 2009). Poi è iniziata la crisi dei rifugiati e il 13 settembre 2015, la Germania ha iniziato a picconare Schengen, quando ha deciso di arginare l'assalto dei richiedenti asilo dovuto alla decisione improvvisa di Angela Merkel di sospendere per i profughi siriani l’applicazione del trattato di Dublino 2 (che attribuisce la gestione dei rifugiati al primo Paese in cui arrivano e presentano la domanda di asilo). A catena seguono l'Austria, il 15 settembre, e la Slovenia il 16, che reintroducono controlli. A novembre si aggiunge la Svezia, seguita dopo pochi giorni dalla Norvegia, entrambe adducono come motivazione il flusso ingestibile di migranti. La Francia aveva già previsto un aumento dei controlli per il vertice sul clima Cop 21, poi sono arrivati gli attentati di Parigi che hanno portato a un vero ripristino delle frontiere (in vigore fino alla fine di febbraio).
Tutti i Paesi che in questo momento hanno ripristinato i controlli aboliti dall’accordo di Schengen, citano come motivo i migranti o, più esplicitamente (come fa la Svezia), i richiedenti asilo. C'è un problema giuridico: anche il ripristino temporaneo delle frontiere non autorizza in alcun modo i Paesi europei a venire meno ai propri impegni verso la concessione di asilo. Che non sono regolati dalla Convenzione di Ginvera del 1951, recepita dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Quando nel 2013 l'accordo di Schengen è stato modificato per regolarne le sospensioni, è stato scritto all'articolo 3 che non c'è possibilità alcuna di deroga. È addirittura vietato aumentare i controlli di polizia all'interno della propria frontiera, un modo surrettizio di ripristinare il confine.
Finora la Commissione europea, che deve valutare la fondatezza giuridica delle limitazioni a Schengen, ha fatto finta che fosse tutto a posto. Ma diventa sempre più difficile sostenere che i diritti dei rifugiati sono garantiti mentre vengono ripristinate le frontiere proprio per scoraggiarne l'arrivo. Quindi Schengen sta morendo e le frontiere sono destinate a tornare stabili? Lo spirito dietro l'accordo del 1985 non sembra svanito del tutto. Anche i Paesi europei che hanno alzato più barriere, come l'Ungheria di Viktor Orbàn, non hanno sfidato direttamente Schengen, ma hanno cercato di infilarsi nelle sue pieghe, rispettandone almeno la forma. E la scelta del Consiglio europeo di costruire un sistema europeo di confini e di guardia costiera, come evoluzione dell'agenzia Frontex, è un tentativo di conservare il metodo originario, aperti dentro e chiusi fuori. Schengen è vivo, ma senza qualche evoluzione le sue falle diventeranno sempre più evidenti.

La cronaca di Raimondo Bultrini e Emanuele Giordana, le analisi dello scrittore Jason Burke e del giornalista Giordana. La Repubblica il manifesto, 16 gennaio 2016 (m.p.r.)
La Repubblica

KAMIKAZE NEL CUORE DI GIACARTA “L’IS VOLEVA UN'ALTRA PARIGI”

di Raimondo Bultrini
Sotto attacco il centro della città: sette morti e venti feriti. Nel mirino Starbucks e un cinema. Caccia ai membri del commando in fuga

Giacarta. Ci sono ancora transenne e soldati a bloccare la strada dove passanti e curiosi si accalcano a tarda sera nel luogo dove ieri un numero ancora imprecisato di kamikaze si è fatto esplodere spostando, dopo Parigi e Istanbul, il terrore a Oriente, nel Paese islamico più popoloso del mondo: l’Indonesia.

Sei esplosioni e una battaglia fra terroristi e polizia hanno sconvolto la capitale Giacarta alle prime ore del mattino, nel cuore del lussuoso distretto commerciale di via Thamrim, che ospita negozi e ristoranti frequentati dagli stranieri e diversi uffici delle Nazioni Unite Le vittime, sette, sono soprattutto membri del commando, ma anche un turista canadese e un passante indonesiano. Tutto è iniziato quando il primo kamikaze del commando si è fatto eplodere davanti a uno Starbuks, seguito da altri due: mentre i vetri andavano in frantumi decine di persone hanno cominciato a scappare e si sono trovate di fronte altri terroristi che hanno sparato. Qui ci sono state le due vittime, mentre i terroristi attaccavano la stazione di polizia al centro di un incrocio.
Subito dopo aver colpito il bar, gli stessi uomini armati insieme ad altri terroristi imbottiti di esplosivo hanno assaltato il retro del grande magazzino Sarinah, il primo del genere aperto nella metropoli da 10 milioni di abitanti nel lontano 1962. Qui la battaglia è stata cruenta: le forze dell’ordine ci hanno messo ore ad aver ragione dei terroristi. Nel frattempo altri due membri del commando si sono fatti esplodere poco lontano, ma le testimonianze sono confuse. «Abbiamo ucciso 2 uomini del commando, tre si sono fatti saltare in aria, e altri tre sono stati arrestati », hanno detto le autorità. Ma il gruppo dei terroristi secondo alcune fonti era molto più numeroso, almeno 14 persone sostengono i media locali.
«Nel giro di 10 minuti è stato l’inferno », dice un dipendente del bar che è tornato a vedere gli effetti delle esplosioni detonate una dopo l’altra nelle poche decine di metri che separano lo Starbuks dal Sarinah. Se il bilancio alla fine non è stato più drammatico sembra solo il frutto del caso e della massiccia presenza di forze dell’ordine allertate da giorni, a sentire le descrizioni che circolano dai racconti di testimoni e vittime. In ogni caso gli ideatori dell’impresa sono riusciti nell’intento di riportare questo Paese a maggioranza sunnita al centro degli obiettivi dell’Islam fondamentalista, anche se manca ancora ogni prova certa sulla matrice dell’attacco.
Nessun gruppo locale ha rivendicato ufficialmente l’impresa, ma l’Is si è attribuito attraverso un sito simpatizzante la paternità degli attacchi contro «un assembramento di crociati» delle «forze anti Stato islamico»: la mente sarebbe Bahrun Naim, arrestato nel 2011 per traffico di armi, rilasciato e dall’anno scorso segnalato a Raqqa, capitale del cosiddetto Stato Islamico, in Siria. Ma diversi ex membri della Jamaat Islamya reclamano di essere i potenziali rappresentanti locali dell’Is, come il gruppo capeggiato da Abu Wardah, noto come Santoso, leader di una formazione chianata East Indonesia Mujahedin affiliata da tempo all’Is. Santoso potrebbe nascondersi nelle isole delle Sulawesi centrali, a Poso.
Da giorni la polizia segnalava l’intensificarsi del rischio attentati in Indonesia: un allarme rosso era stato diffuso in tutto il Paese dopo la scoperta di una rete in azione formata da ex soldati dello Stato islamico rientrati in Patria dopo aver combattuto in Siria e Iraq, un numero imprecisato ma alto, tra i 200 e gli 800. Pochi giorni fa un militante dei fondamentalisti uighuri dello Xinjang cinese era stato arrestato assieme ad altri con una cintura esplosiva ed era stata la conferma che qualcosa di terribile stava per accadere. «I terroristi avevano annunciato che ci sarebbe stato “un concerto” in Indonesia, ha detto un portavoce della sicurezza». E così è stato.
Ma nonostante l’allarme e i timori per le recenti proteste contro la detenzione del leader di Jamaat Abu Bakar Bashir, accusato di essere il padre del terrorismo islamico nell’arcipelago, la notizia degli attentati è caduta come un macigno sulla popolazione di Giakarta che non si aspettava un’azione così immediata ed eclatante. La stessa zona di Thamrim e le altre strade del centro a traffico sempre intenso e caotico sono rimaste quasi deserte per gran parte del giorno, nel terrore di nuovi attacchi da parte degli altri membri spariti del commando.
Quando è sera la polizia dice che la situazione è ormai sotto controllo. Ogni angolo attorno al luogo dell’attentato, nelle vicine ambasciate, la sede delle Nazioni Unite a pochi passi dal Sarinah e ogni possibile target dei terroristi sono sorvegliate da pattuglie di uomini armati: i controlli andranno avanti per tutta la notte, dopo il messaggio del capo dello Stato Joko Widodo che ha invitato la popolazione alla calma e ha definito l’attacco «un atto di terrore per disturbare la pace e l’armonia della nostra gente».


Il manifesto
A JAKARTA «ATTACCO AI CROCIATI»
di Emanuele Giordana

Indonesia. L’attentato rivendicato da Daesh. Tra le vittime un canadese e un indonesiano. Sette i morti, di cui 5 sono gli attentatori, tutti locali. Tra i feriti un algerino e tre europei

La rivendicazione è arrivata a distanza di qualche ora dall’ennesimo attentato coordinato e che questa volta prende di mira Jakarta, la capitale del più popoloso Paese musulmano del pianeta. Prima un sito vicino al sedicente Califfato poi un messaggio di Daesh che certifica la nuova battaglia contro i «crociati» anche se per la verità, nel cuore di Jakarta, di crociati ve ne sono pochi: tra le vittime ci sono un canadese e un indonesiano (il bilancio è di sette morti di cui 5 sono attentatori, tutti locali) e nella ventina di feriti un algerino, un austriaco, un tedesco e un olandese. Sembra più un caso che un target. La dinamica dell’attentato multiplo è ancora confusa: il numero degli attentatori a cavallo di motorini varia sino a 14.

Le esplosioni sarebbero state almeno sei o sette e sembrerebbero imputabili a tre kamikaze (che fan saltare una baracca della polizia a un incrocio) e a lanci di granate. Un kamikaze entra da Starbacks, la catena internazionale del caffè, fa poco danno ma gli avventori entrano nel mirino dei jihadisti all’uscita dall’edificio.

Ci sono già i primi arresti e la conferma che ci sarebbe proprio Daesh dietro una tentata strage che in realtà è un mezzo fiasco: la paura c’è tutta e nel mirino forse anche ambasciate e una sede dell’Onu ma nella realtà è la popolatissima e popolare zona del Sarinah, uno dei primi centri commerciali della città, a farne le spese e con lei i tanti feriti colpiti dalle schegge di detonazioni tutto sommato poco potenti. Con la paura c’è anche l’effetto mediatico: l’Indonesia come la Francia, Jakarta come Parigi. Lo spettro della guerra totale ancora una volta la fa da padrone colpendo la quotidianità dello shopping in una zona frequentata da ricchi e poveri, magnati in auto sportive e venditori ambulanti.

Le piste sono diverse. Quella di Daesh, secondo la polizia indonesiana, porterebbe a Bahrun Naim, un locale che starebbe combattendo in Siria. La polizia aggiunge che dietro il colpo ci sarebbe anche il tentativo di prendere il comando dei simpatizzanti di Daesh, un movimento che è presente in Indonesia ma senza grandi numeri anche se, alcuni giorni, fa la polizia ha arrestato una serie di sospetti affiliati allo Stato islamico che avrebbero avuto in mano piani di attacco a diversi località nazionali tra cui la capitale. Un piano, dicono gli inquirenti, finanziato con denari provenienti da Raqqa.

Ma in Indonesia c’è anche Al Qaeda: gli attentati - riferisce la Bbc - sono stati preceduti, l’altro ieri, da un messaggio audio di Ayman al-Zawahiri rivolto agli indonesiani e ai musulmani nel Sudest asiatico. Messaggio che li esortava a colpire interessi di Usa e alleati. Poi c’è la pista Abu Bakar Bashir:

Condannato a 15 anni di prigione per un campo di addestramento jihadista, Bashir è considerato il leader spirituale della Jemaah Islamiyah, l’organizzazione terroristica responsabile della strage di Bali del 2002 rivendicata dai qaedisti. Bashir se l’è sempre cavata ma proprio due giorni fa si è visto rifiutare un appello che richiedeva l’applicazione di una sentenza minore comminatagli da una corte di giustizia ma il cui verdetto è stato annullato. Bashir avrebbe giurato fedeltà a Daesh nell’agosto del 2014 ma secondo alcune fonti avrebbe poi ritrattato l’adesione che aveva creato divisioni nel suo gruppo, la Jemaah Ansharut Tauhid (Jat), fondata nel 2008 proprio per non farsi coinvolgere nelle indagini sulla JI.

Il quadro insomma è complesso. Certo Daesh ha un progetto nel Sudest asiatico: dei 30mila non arabi che pare combattano per Daesh, quelli di quest’area sono solo alcune centinaia e gli indonesiani han scelto la linea dura: chi va in Siria (5 o 600 persone) non potrà più tornare a casa. Per adesso nell’arcipelago non si è andati più in là di manifestazioni di sostegno a Daesh — come quella organizzata a Giacarta dal gruppo Islamic Sharia Activists Forum — o dell’adesione di vecchi maestri di jihadismo come nel caso di Bashir. A occuparsi di questi problemi c’è comunque Densus 88, un gruppo d’élite anti terrorismo dalla mano pesante. L’Indonesia infine ha una tradizione di islam moderato che vede i gruppi più importanti del Paese condannare Daesh e venir coinvolti dal governo per evitare che il contagio degeneri.

Sul piano strettamente locale le cose sono però confuse dal fatto che le indagini hanno spesso portato le autorità a fare i conti con la malavita locale, uomini d’affari e agenti deviati, legati da una rete nostalgica della vecchia stagione della dittatura del generale Suharto, durata trent’anni e abile nel manovrare gruppuscoli e sigle per controllare l’opposizione. E con una vocazione al caos da cui far uscire una nuova richiesta di ordine che riproponga il pugno di ferro e gli affari che il clan Suharto garantiva a una compagine di affaristi protetti dal regime.

La Repubblica

Povertà, predicatori d’odio e amministrazioni corrotte così la Jihad contagia l’Asia
di Jason Burke


Jason Burke, 46 anni, è uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo. Scrive da Delhi per il Guardian e il suo ultimo libro è The New Threat from islamic militancy da poco pubblicato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti

IL 2016 non è iniziato bene. Ogni settimana ha portato con sé nuovi attentati e minacce. Chi sperava in una pausa dal ritmo incessante della violenza è rimasto deluso. All’inizio di questa settimana le prime pagine dei giornali hanno aperto con gli attentati terroristici in Egitto e Istanbul. L’ultimo, un attentato suicida contro turisti tedeschi in una delle mete più celebri d’Europa, ha accentuato la sensazione di pericolo immediato per l’Occidente.

Ieri, però, c’è stato un piccolo spostamento nel quadro globale: l’epicentro degli attentati si è spostato a Oriente, in Indonesia, dove sono stati presi di mira un edificio delle Nazioni Unite e uno Starbucks. Senza dubbio l’epicentro degli attentati si sposterà ancora, ma intanto il mondo è tornato inaspettatamente a guardare verso l’Asia. Dove all’improvviso sembra essersi aperto un nuovo fronte nella guerra globale contro lo Stato Islamico.
Che stiano emergendo problemi in questa parte del mondo islamico che si espande a Est dell’Iran, era prevedibile. In Europa dimentichiamo spesso che è lì che vive almeno la metà dei musulmani. Tutti i più grandi paesi a maggioranza islamica si trovano a Est dell’Afghanistan: inclusi Pakistan (200 milioni), Bangladesh (150 milioni) e Indonesia (270 milioni). Senza dimenticare i 160 milioni che vivono in India. Se aggiungiamo le comunità di altri paesi come Malesia e Afghanistan e le minoranze islamiche di Myanmar, Thailandia e Filippine, il totale tocca gli 800 milioni di musulmani. Solo una piccola parte di loro è dedita alla violenza: ma la minoranza di una maggioranza può diventare un problema enorme.
Non deve stupirci. I fattori chiave della militanza islamica in Medio Oriente sono presenti anche nel Sudest asiatico e nella regione pacifica. Dove c’è un alto numero di giovani disoccupati. Le amministrazioni corrotte e inefficienti non garantiscono i servizi basilari alle popolazioni. E predicatori pagati dai paesi arabi da decenni propagandano l’Islam più conservatore e intransigente, spingendo ai margini letture più tolleranti e sincretiche. Come in Europa, anche qui molti giovani giudicano superati i valori religiosi tradizionali, ma trovano sgradevole ed alieno il consumismo capitalistico occidentale. E c’è una generazione intera cresciuta in mezzo ai conflitti esacerbati dagli attentati del 2001 in America, nutrita dall’infiammata retorica carica d’odio che da quei conflitti è scaturita.
Naturalmente ogni paese ha le sue specificità: il Pakistan ha un rapporto problematico con i gruppi militanti islamici sponsorizzati dallo Stato; gli indiani musulmani sono solo il 14 per cento di un’enorme e variegata nazione a maggioranza hindu; il Bangladesh ha una storia complessa di guerra civile e liberazione che influenza ogni sua forma di partecipazione; l’attivismo filippino ha una componente criminale e legami internazionali che vanno molto indietro nel tempo. Ma questi paesi hanno anche molte cose in comune: come l’attivismo islamico estremista profondamente radicato.
In Indonesia il fenomeno risale alla resistenza opposta dai gruppi musulmani ai colonizzatori olandesi e poi ai vari governi laici successivi. I disordini settari degli anni 90 e 2000 hanno alimentato la crescita di ideologie violente che, all’inizio del millennio, ha partorito un movimento estremista vigoroso e relativamente grande chiamato Jamaa Islamiya. Lo stesso che provocò gli attentati ai nightclub di Bali del 2002, una delle azioni terroristiche più spettacolari post 11 settembre e che nei 5 anni successivi ha portato avanti la sua azione lanciando una campagna terroristica in tutta l’Indonesia.
Nel 2009 quest’ondata di attivismo in Asia e in Europa sembrava smorzata. Fino all’ascesa dello Stato Islamico nessuno pensava si sarebbe ripresentata. Come accaduto altrove, l’Is ha dato nuovo slancio a un movimento quasi scomparso grazie al suo mix di risultati concreti sul terreno e soluzioni utopiche alla questione dell’ummah, la comunità islamica globale. In questo Internet ha aiutato, riversando un fiume di propaganda sugli smartphone della regione pacifica, e bersagliando nello specifico i musulmani indonesiani.
Ripercorrendo a ritroso la storia della violenza in Indonesia emerge però una diversa verità. Che dimostra come l’Is non crea tanto problemi nuovi, quanto resuscita i vecchi. C’erano situazioni di violenza radicata vecchie di decenni in tutti i luoghi dove oggi la violenza è associata alla militanza islamica. In Nigeria Boko Haram opera in una regione dove le ondate di revivalismo si susseguono da decenni. In Egitto la violenza jihadista è iniziata più di 40 anni fa. In Thailandia la violenza dei musulmani malesi nell’estremo Sud del paese è passata nel giro di alcuni anni da una lotta separatista ed etnica di sinistra, a un fenomeno di jihadismo criminale ed efferato. Per ora qui ci sono pochi segnali di penetrazione da parte dell’Is, ma il potenziale è evidente.
Negli ultimi anni una costante dei politici occidentali è stata la scarsa attenzione verso ciò che accade al di là del golfo Persico. Comprensibile, certo. L’Europa ha storicamente avuto maggiori interazioni - positive e negative - con il Medio Oriente e il Nordafrica rispetto a quella con governi e paesi musulmani più distanti. Nell’ultimo mezzo secolo, le risorse di carburante hanno dato al Medio Oriente un’ovvia importanza. Per un decennio Al Qaeda ha riservato la sua attenzione al Pakistan, dove aveva sede, e sul vicino Afghanistan: ma l’avvento dello Stato Islamico, le ha soffiato il posto di più seria minaccia contemporanea all’Occidente. L’Is ha le sue basi in Siria e Iraq, con forti legami emergenti in Egitto, Yemen, e Libia: ed è dunque in direzione di questi paesi che dobbiamo rivolgere oggi la nostra attenzione.
Per fortuna, la maggior parte degli estremisti ignora la metà dell’ummah che vive a Est del territorio dell’Is. Il progetto propagandistico degli estremisti privilegia il Medio Oriente sopra ogni altra regione, perché è qui che è nata la fede islamica, qui sorgono i suoi luoghi più santi, e qui si sono avvicendati i califfati fondati dalla morte del Profeta Maometto in poi. E privilegia anche l’arabo e gli arabi.
Questo potrebbe rivelarsi un inconveniente enorme per il jihadismo in Asia. Anche se in Siria combattono per lo Stato Islamico battaglioni internazionali - comprendenti anche una brigata mista di indonesiani e malesi - la visione complessiva dei suoi leader resta in sostanza provinciale, malgrado tutta l’eloquenza universalistica. Ed è proprio questa sua limitatezza, al pari della sua orrenda violenza e della sua intolleranza reazionaria, a far sì che la stragrande maggioranza degli 800 milioni di musulmani asiatici continuerà a respingerne l’ideologia e il messaggio imbevuto di odio.
Traduzione di Anna Bissanti
Il manifesto
«BELLA EPOQUE» DELLA DITTATURA E JIHADISMO
di Emanuele Giordana
Può rassicurarci, oltreché allarmarci, sostenere che Jakarta è come Parigi e Istanbul. Che Daesh ha un progetto globale e che il Paese delle 13mila isole è il tassello più gustoso del Califfato allargato. Ma la targa Stato islamico sull’attentato di Jakarta non deve farci dimenticare di che Paese parliamo. Ogni nazione ha una storia nella quale il jihadismo, al netto dell’imperscrutabile richiamo che esercita soprattutto su alcuni giovani musulmani, può giocare un ruolo eterodiretto.

E non solo da Raqqa. L’Indonesia, fino ad allora sopratutto meta turistica e, per i più edotti l’ex regno di una dittatura ultratrentennale, fece parlare di sé nel 2002 con la bomba di Bali. Duecentodue morti in maggioranza stranieri quando ancora colpire i turisti era una novità. Le indagini, indirizzate sulla Jemaah Islamiyah e sul controverso guru islamico Abu Bakar Bashir, rivelarono piste che puzzavano di bruciato. Alcune infatti portavano più in là del jihadismo locale, tutto sommato un fenomeno - oggi come allora - residuale.

Portavano a figure oscure che si muovevano tra la potente malavita indonesiana, ricchi businessman, settori dell’esercito, l’unico soggetto in grado di possedere esplosivi e che vantava una lunga storia di infiltrazioni nei movimenti islamisti e settari perché servissero a scatenare il caos: prima in funzione anti comunista, poi - dopo il golpe del 1965 e con l’avvento di Suharto - per controllare possibili ribelli.

Poi ancora - nella nuova e fragile stagione di una neonata democrazia - per poter di nuovo servirsi del caos e instillare l’idea che un ritorno della vecchia guardia al potere fosse la panacea: ordine, la stessa parola che aveva segnato la stagione del dittatore che l’aveva appunto chiamata Orde Baru, «ordine nuovo».

Dunque malavita, potentati economici legati al crony capitalism della famiglia Suharto, pezzi dei servizi militari deviati e riconducibili al periodo della dittatura. Questa società nascosta e segreta aveva e ha in odio la nuova stagione democratica. Se n’è fatta in parte una ragione ma rimpiange la belle epoque della dittatura.

Legami diretti tra la stagione stragista iniziata nel 2002 (e ripetutasi sino al 2009 con le bombe negli alberghi e poi ancora, solo qualche tempo fa, con un’esplosione davanti alla casa del sindaco di Bandung) non sono mai stati dimostrati ma a tratti i nomi di qualche businessman o di qualche agente o di qualche militare saltava fuori. Poi - complice una magistratura molto morbida - le sigle Al Qaeda e Jemaah Islamiyah coprivano tutto.

Se dietro ai fatti di ieri ci sia qualche burattinaio locale è presto per dirlo ma nel conto bisogna metterci anche questa ipotesi se non si vuole che il brand Daesh serva a insabbiare possibili piste dove si muovono i protagonisti di un’epoca che ancora non è passata. Anzi, proprio il nuovo segno della politica indonesiana, incarnata dall’outsider Joko Widodo, deve mettere in guardia.

Quando si presentò alle presidenziali del 2014 sfidò nientemeno che un genero di Suharto, primo marito di Titiek, la più giovane delle figlie dell’ex dittatore ormai defunto. A Prabowo Subianto, ex generale e uomo d’affari, guardava proprio il vecchio mondo del crony capitalism e dei nostalgici della dittatura. Joko Widodo vinse. Ma quelle forze oscure che rimpiangono il passato sono tutt’altro che sconfitte: prova ne sia che a distanza ormai di cinquantanni è ancora vietato discutere del golpe del 1965 e delle stragi che ne seguirono.

È in quell’oscura trama di interessi che Daesh o chi per lui può trovare alleati. Ancor prima che tra qualche giovane dei sobborghi di Jakarta o di Bandung abbagliato dall’utopia jihadista di Al Bagdadi.

La cronaca di Fazila Mat, i commenti di Marco Ansaldo, Fabio Mini e Andrea Tarquini, l'intervista di Andrea Bonanni a Federica Mogherini.

Il manifesto, la Repubblicail Fatto quotidiano, 13 dicembre 2016



Il Manifesto
«ATTACCO ISISt» A SULTANAHMET
di Fazila Mat
Turchia. Esplosione nel cuore turistico e commerciale della città turca tra Santa Sofia e la Moschea Blu. Dieci le vittime, otto sono turisti tedeschi. Per il governo è stato lo Stato Islamico

Un nuovo attentato, questa volta a Istanbul, nel cuore economico e commerciale del paese. Dopo gli attacchi kamikaze di Suruç del luglio scorso (33 vittime) e di Ankara a ottobre (con oltre 100 morti)il governo turco guidato dal premier Ahmet Davutoglu (e di fatto dal presidente Recep Tayyip Erdogan) deve affrontare il terzo attacco attribuito — dalle stesse autorità — allo Stato islamico (Isis). Una diretta conseguenza, secondo gli oppositori dell’esecutivo, della politica estera condotta da Ankara, e principalmente in Siria.

Le vittime dell’esplosione avvenuta ieri mattina alle ore 10.20 locali, sono «tutti cittadini stranieri», così come confermato nel tardo pomeriggio di ieri Davutoglu ai giornalisti. Si contano anche 15 feriti (tutti stranieri) due dei quali sarebbero in gravi condizioni. L’attentatore, sempre secondo le affermazioni del premier, sarebbe un cittadino saudita - una novità questa rispetto ai precedenti attentati - di 28 anni, giunto in Turchia dalla Siria. Si è fatto esplodere a Sultanahmet, quartiere in cui sono concentrati i principali monumenti storici della città come Santa Sofia o la Moschea Blu e per questo sempre meta privilegiata dei turisti.

La deflagrazione è avvenuta all’Ippodromo romano, nei pressi dell’obelisco egiziano (di Teodosio), mentre stava passando una comitiva di cittadini tedeschi. Nove, tra le vittime, sono infatti tedeschi, il decimo, un cittadino peruviano. Un’ora dopo l’esplosione, così forte da essere stata sentita anche in quartieri sull’altra sponda del Corno d’oro, il Consiglio superiore per la radio e la televisione (Rtuk, organo governativo) ha emanato un divieto temporaneo sulla «diffusione delle immagini del luogo del delitto e dei corpi, sia in diretta che dopo», sollevando non poche critiche, soprattutto nei social media.

«Vi abbiamo esortato più volte a non trascinare la Turchia nella palude del Medioriente» è stata la reazione del leader Chp (Partito repubblicano del popolo, principale formazione d’opposizione) Kemal Kilicdaroglu che ha attaccato il governo accusandolo di essere «incapace di gestire questo paese». Come di consueto, più interventista la reazione del leader del Partito di azione nazionalista (Mhp, i lupi grigi) Devlet Bahceli che invitato Ankara a «reagire pesantemente l’atto sanguinoso» punendo «i mandanti, gli esecutori e i collaborazionisti che operano contro l’umanità e che si annidano nelle case-celle (così chiamate le case dove i membri dell’Isis abiterebbero in gruppi di 12, nda)». Un’altra condanna è arrivata da Selahttin Demirtas, co-leader del Partito filo-curdo democrtico dei popoli (Hdp). «Vogliamo che sappiate che lotteremo fino all’ultimo respiro finché i responsabili non verranno resi noti», ha detto Demirtas.

Per diversi mesi il governo di Ankara è stato accusato da più fronti di appoggiare logisticamente i gruppi d’opposizione - al Nusra e Isis compresi - in lotta in Siria contro il regime di Bashar al Assad. Le accuse sono proseguite anche dopo che nel luglio scorso la Turchia ha preso apertamente parte nella coalizione anti-Isis guidata dagli Usa e dopo una serie di arresti effettuati contro presunti membri dell’Isis in Turchia. Date poi le continue rimostranze degli Stati occidentali - Ankara ha messo in atto un maggiore controllo alle proprie frontiere sudorientali – definite dalle autorità troppo estese per essere interamente controllate - per impedire che i jihadisti potessero transitarvi con agio, come invece denunciato da diversi media.

Ma la lotta del governo turco contro l’Isis è sempre proseguita parallelamente alle operazioni effettuate contro due altre organizzazioni considerate terroristiche da parte di Ankara: il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e il Dhkp-C (Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo), con un bilancio finale di detenzioni a carico dell’Isis, in netta minoranza. Questo atteggiamento che mette sullo stesso piano «tutte le organizzazioni terroristiche» ha fatto sì che i precedenti attentati, ma soprattutto quello di Ankara, fossero attribuiti dall’esecutivo turco ad un «cocktail terroristico», sebbene sia stato accertato dlla polizia che gli esecutori fossero membri di cellule turche dell’Isis.

Anche la dichiarazione rilasciata ieri dal premier Davutoglu segnala il rischio di ripetere la stessa linea. «Da qualunque parte provenga e qualunque motivo si adduca chi fa terrorismo compie un reato contro l’umanità. La Turchia ha dimostrato un atteggiamento aperto e di principio contro tutte le organizzazioni terroristiche, che sia il Pkk o l’Isis…», ha detto Davutoglu.

Ma se la lotta del governo turco contro il Pkk, ripresa a tutto campo dallo scorso luglio non lascia ombra di dubbio, considerati anche i coprifuochi che interessano il Sudest del Paese da diverse settimane e le costanti perdite di vite umane, non risulta ancora chiaro quale sarà la strategia che Ankara intende adottare per impedire che l’Isis preda piede in Turchia e minacci nuovi attentati.

La Repubblica
ISTAMBUL COLPITA AL CUORE.
UN KAMIKAZE FA STRAGE.
UCCISI DIECI TURISTI OTTO ERANO TEDESCHI

di Marco Ansaldo

Ora, nella notte, c’è solo silenzio. E poliziotti al lavoro in tuta bianca e copriscarpe azzurri per rilievi che compiono chinandosi a terra, misurando distanze, parlandosi sottovoce dopo che anche il corpo dell’ultimo turista tedesco è stato rimosso. Ma a Piazza Sultanahmet, nel quadrilatero che i viaggiatori di ogni parte del mondo conoscono, fra la Moschea blu, la basilica di Santa Sofia, il Topkapi e la Cisterna, i jihadisti hanno lasciato per terra una macchia scura. Nessuno riesce a lavarla. Colpendo al cuore l’unica città al mondo che si estende su due continenti, cerniera fra Asia e Europa, hanno voluto spezzare l’ultimo lembo di dialogo che adesso sarà difficile ricostruire.

Come sempre Tayyip Erdogan, l’uomo forte della Turchia, voce tonante e ciglio asciutto, lancia accuse all’esterno. L’altro ieri lo faceva contro i militari, contro i curdi, poi gli alleati islamisti, la finanza mondiale e i media internazionali. Oggi allunga la lista al terrorismo e agli “intellettuali stupidi”. Ma per molti osservatori indipendenti è proprio l’ambiguità mostrata dal suo governo con il Califfato nero, durata quasi tre anni e giocata sul filo di un’acquiescenza criticata da molti, a essere considerata come la causa reale dell’attentato nel centro di Istanbul. Dove l’accordo raggiunto con Angela Merkel e con un’Europa convinta infine a concedere all’alleato turco tre miliardi euro in cambio della lotta al terrorismo e dell’aiuto nel controllare frontiere sempre più porose per lo sbarco di profughi e per l’attraversamento di terroristi, non ha salvato i turisti tedeschi. Solo lo scorso anno sono stati 5 milioni e mezzo dalla Germania. Il prevedibile crollo del turismo, adesso, e le difficoltà dell’economia turca faranno riconsiderare a molti l’affidabilità del loro Presidente.

Tutti i 10 morti sono stranieri e ben 8 quelli tedeschi saltati in aria con l’attentatore, un kamikaze saudita di origine siriana che il premier Ahmet Davutoglu ha spiegato essersi arruolato nel cosiddetto Califfato islamico (secondo alcune fonti, si sarebbe registrato come rifugiato). Alle 10,20 ora locale (le 9,20 in Italia), Piazza Sultanahmet per fortuna non era zeppa di turisti come d’estate. Il freddo incombente in questa stagione in Turchia ha contribuito a tenere molti visitatori lontani. Gruppi di autobus stazionavano comunque davanti alla Moschea blu. Ed è qui, nel piazzale antistante, colmo di giardini fioriti e di fontane, nei pressi dell’obelisco di Teodosio, che l’attentatore si è fatto esplodere.

Una deflagrazione tanto potente da essere percepita fino nella parte asiatica. «La terra ha tremato e c’era un odore pesante che mi ha bruciato le narici», haraccontato una turista tedesca. «Abbiamo sentito un boato fortissimo - dice Turgut, il portiere di uno degli alberghi nella zona, tantissimi ormai e quasi sempre di ottimo livello visto il copioso giro di affari - ma dobbiamo avere paura qui: sia per il nostro lavoro, perché le gente ha subito disdetto molte prenotazioni; sia per la Turchia, ora al centro di giochi che passano sopra le teste di noi cittadini». A guardarli bene negli occhi, i turchi oggi hanno volti affranti: visi impauriti, e pensieri che si immaginano incapaci di immaginare un futuro di pace, stretti come sono fra la minaccia terrorista, la guerra curda riscoppiata in Anatolia, le tensioni con la Russia, e un braccio di ferro irrisolto con l’Europa.

Passa una manciata di ore, e Erdogan compare alla tv. Ne ha per tutti. «La Turchia continuerà a lottare sino a quando le organizzazioni terroristiche non saranno totalmente annientate. Il problema oggi è il terrorismo, non la questione curda. Dobbiamo dirlo al mondo. Sono stupidi gli intellettuali che imputano al governo di aver compiuto qualche tipo di strage. Il governo conosce come il palmo delle sue mani il Sud-Est dell’Anatolia, mentre loro non lo conoscono e non sanno neppure il nome delle strade». Sotto tiro gli intellettuali, gli scrittori, gli accademici, come il sociologo americano Noam Chomsky: tutti colpevoli di criticare l’operato del governo: «Queste persone devono scegliere se stare dalla mia parte o dalla parte dei terroristi». E poi accuse a Russia e Mosca, «che vogliono espandere la loro area di influenza in Siria».

Metà Turchia applaude Erdogan. Lo dimostrano le elezioni stravinte lo scorso novembre, quando ne è uscito premiato con oltre il 49 per cento dei voti, perché considerato l’uomo della stabilità. L’altra metà letteralmente lo odia, giudicando come irresponsabile il suo obiettivo di polarizzare il Paese, mettendo in un angolo avversari politici, magistratura e media, licenziando e facendo arrestare i giornalisti per i loro scoop antigovernativi. In serata la sua polizia scate- na la caccia ai terroristi, e arresta nella capitale Ankara 16 sospetti jihadisti.

Ma questo è un Paese che vive ormai nella paura del terrorismo, alla media di un attacco ogni due mesi. A giugno a Diyarbakir 6 morti, poi a Suruc i 32 giovani che volevano ricostruire la biblioteca della città siriana di Kobane, quindi il 10 ottobre le 102 vittime curde ad Ankara poco prima delle elezioni. Ora l’attacco più duro per l’immagine del Paese. Con un governo che sull’esplosione di Piazza Sultanahmet impone il silenzio stampa, vietando, decreta il tribunale di Istanbul, «tutti i tipi di notizie, interviste, critiche e pubblicazioni simili sulla carta stampata, le televisioni, i social media e tutti gli altri tipi di mezzi di informazione su Internet».

Il Fatto Quotidiano
ERDOGAN HA VOLUTO STRAPPARE
LA CERNIERA TRA EUROPA E ORIENTE

di Fabio Mini

È strabiliante vedere con quanta sicurezza i leader turchi abbiano subito individuato autori materiali e mandanti dell’attentato a Istanbul. Sulle vittime si sapeva ancora quasi nulla e già i vertici politici, della polizia e dei servizi segreti davano nomi e cognomi: erano siriani dell’Isis che, nel lessico politico turco, significa amici del regime di Assad o curdi comunisti del Pkk o tutti e due. La stessa certezza era stata manifestata giorni fa dalle informative inviate dai servizi turchi ai colleghi europei sulla minaccia di attacchi terroristici in Europa. I potenziali autori si trovavano ancora in Siria ma il loro progetto e i loro nomi erano già nelle schede segnaletiche delle polizie europee.

Questa formidabile efficienza dovrebbe essere una rassicurante dimostrazione di forza e coerenza della Turchia e dei suoi alleati, ma non riesce a fugare i sospetti e le ambiguità che ormai costituiscono il terreno di coltura di tutti i “batteri” turchi e mediorientali. La Turchia così maschia e determinata è in realtà una complessa entità ambigua e ambivalente. Da sempre. La Turchia moderna occupa i territori che furono colonie iranico-scite e greche, che furono provincie e clientes di Roma. Il nome Ponto originariamente significava “sentiero” lungo la costa del Mar Nero e nel tempo passò da “sentiero inospitale” a “sentiero ospitale” (Ponto Eusino). Tanto per restare nell’ambiguità. È il limite della migrazione pontica delle orde turco-mongole che convivevano nella Siberia del lago Baikal e si confederarono sotto Gengiz Khan.

La Turchia è l’erede dell’impero Ottomano che rivendicò per sé la funzione di Califfato o difensore di tutti gli islamici nel 1517. Il califfato turco durò fino al 1924, ben 6 anni dopo la fine della Prima guerra mondiale e la caduta dell’impero, quando Kemal Ataturk (generale ottomano) diventato presidente della repubblica turca indisse un congresso che ne decise l’abolizione. La Turchia moderna ha bandito molti costumi del sultanato, ma non ha mai ripudiato l’ascendenza imperiale e soprattutto non ha mai ammesso le responsabilità ottomane negli eccidi e nelle pulizie etniche ai danni dei popoli sottomessi tra cui armeni e greci del Ponto.

Questa Turchia ambigua e reticente avrebbe dovuto essere il ponte tra Europa e Asia: non ci credevano davvero né i turchi né gli europei. La Turchia ha preferito pensare ai propri affari diretti dal panturchismo e la sua funzione di raccordo è sempre nella nebbia. Doveva essere l’interlocutore privilegiato e il massimo mediatore tra cultura occidentale e cultura islamica: tra giochi di potere e giochi di convenienza è riuscita a inasprire le differenze facendo dimenticare le affinità.

Per un certo periodo si è creduto che la Turchia dei generali potesse diventare il ponte tra mondo islamico e Israele: ci fu un’alleanza tutt’altro che chiara tra due regimi che avevano in comune solo il forte militarismo e la predilezione per le soluzioni armate. L’ambiguità fu comunque peggiorata con la deriva islamista del regime di Erdogan che staccò di nuovo i due ambiti politici, ma non quelli commerciali. Doveva essere la sponda asiatica della Nato a guardia del blocco occidentale: si è persa nelle pastoie delle diatribe territoriali e ideologiche con la Grecia mettendo più volte in crisi tutta l’alleanza. Doveva essere il ponte tra curdi e iracheni, iraniani e siriani: con il paravento dell’appoggio al Kurdistan iracheno ha tentato la carta della divisione di tutti i curdi, che oggi o fanno affari con la Turchia o la odiano. E perciò sono “terroristi”. Doveva essere il faro laico di un nuovo approccio alla società islamica: è divenuta sempre più fondamentalista e nazionalista. Doveva essere alleata della Russia e dell’Iran per un nuovo assetto mediorientale e una nuova stagione di rapporti internazionali tra Usa, Europa e Mondo orientale: oggi è vista come un pericolo da tutti i principali interlocutori. Doveva essere un baluardo a salvaguardia della protezione dei rifugiati e della sicurezza europea: ha usato l’emigrazione come valvola di scarico a favore e contro la stessa Europa. Quasi sempre contro e solo dietro pagamento di miliardi sonanti “a favore”.

Dietro la maschera della sicurezza, la Turchia continua a essere un bastione dell’ambiguità. Non sa neppure quale sia il suo destino o il suo nemico. Nessuno può mettere la mano sul fuoco in merito alle sue affermazioni, nessuno può dire chi stia manovrando i terroristi in Turchia e fuori. Nessuno può dire a cosa tendano le informazioni turche condivise col contagocce. Nessuno si può fidare dell’ambiguità e ancor meno dell’arroganza delle affermazioni. L’ambiguità può anche essere una necessità politica, e ne sappiamo qualcosa noi, ma l’arroganza e la sicumera sono vere pazzie. E ne sappiamo qualcosa noi.


La Repubblica

LA GERMANIA: NOI NEL MIRINO
di Andrea Tarquini

Colonia. Angela Merkel non ha perso un istante: ha parlato subito ai tedeschi scossi dai loro morti a Sultanahmet. «Almeno otto sono i nostri concittadini assassinati, forse il bilancio aumenterà; il terrorismo ha di nuovo mostrato il suo volto più brutale e crudele, il nostro lutto è solidale col lutto della Turchia, sono vicina al suo popolo», ha detto la cancelliera, pallida in volto in tv. Germania nel mirino, ancora una volta un amaro risveglio. E parole scelte non a caso, a indicare una partnership strategica con Ankara che non vuol lasciarsi intimidire.

Otto cittadini federali uccisi, almeno altri nove feriti di cui alcuni in gravi condizioni. Lo shock è enorme. «I terroristi sono i nemici dell’umanità intera, che colpiscano in Francia o in Germania, in Siria o in Turchia: il loro bersaglio è la nostra vita libera, di liberi cittadini di democrazie moderne», ha aggiunto la cancelliera, «li combatteremo con tutta la determinazione necessaria». Tutto il giorno è stata in contatto telefonico col premier Davutoglu e col presidente Erdogan, poi ha convocato una riunione d’emergenza del governo, in teleconferenza con l’esecutivo di Ankara. «Siamo vicini al popolo turco, spesso vittima dei terroristi». «È una guerra»: ha detto il premier francese, Manuel Valls. «Sono minacce che conosciamo».

«Non ci lasceremo intimidire », ha incalzato il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier. Gli appelli alla fermezza indicano che la Germania sa benissimo di essere un bersaglio preferito, speciale, nella strategia del Daesh. «Quelli», dicono fonti dell’esecutivo, «hanno nel mirino la strategia di Berlino. E cioè la strategia di mano tesa a tutti i costi verso la Turchia, l’obiettivo tedesco di agganciare sempre più Ankara all’Europa, nella lotta al terrore come nell’economia, nella geopolitica, nella ricerca di interessi comuni».

Credito per tre miliardi, incontri al vertice frequentissimi, passi a Bruxelles con la Commissione europea per la marcia di Ankara verso l’associazione alla Ue. Tutto nella politica tedesca verso la Turchia, anche negli ultimi mesi, anche dopo svolte autoritarie, ha un obiettivo chiaro: rendere ancor più saldi i legami con l’alleato, fa notare un diplomatico occidentale. Con tre milioni di turchi ormai minoranza etnica in casa, rapporti economici in decollo, e l’uso indispensabile alla Luftwaffe della base di Incirlik per i Tornado da ricognizione che indicano ai jet francesi, americani e russi i siti del Califfato da bombardare e per gli Airbus-cisterna con la croce nera che riforniscono in volo i Rafale decollati della Charles de Gaulle, Berlino è insieme amico-chiave di Ankara in Europa e belligerante nella coalizione antiterrorismo. E ne paga le spese.

La Repubblica

“CORSA CONTRO IL TEMPO PER FERMARE IL TERRORE L'IS STA REAGENDO ALL'ASSEDIO DEL MONDO”
intervista di Andrea Bonanni a Federica Mogherini

Bruxelles. Le bombe a Istanbul, le stragi in Libia, le violenze contro le donne a Colonia, l’attentato al premier libico designato che lei aveva appena incontrato a Tunisi cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore: permetta una domanda personale, signora Mogherini, ma non le capita mai di sentirsi in guerra?

Federica Mogherini, l’Alto rappresentante per la Politica estera e la sicurezza europea, ci pensa un attimo. «No. L’unica guerra che mi sento addosso, ed è drammatica, è la guerra contro il tempo. I fatti che lei ha citato dimostrano che c’è un’accelerazione e un’estensione anche geografica di alcune tendenze già emerse l’anno scorso. Un’accelerazione che diventa tanto più rapida quanto più, in Libia come in Siria, si intravvedono possibilità di soluzione. E noi non possiamo permetterci di perdere questa battaglia contro il tempo per fermare questa valanga di follia che incombe».

La strage di tedeschi a Istanbul lascia pensare che la valanga sta ormai estendendosi anche alla Turchia?
«Non è la prima volta che la Turchia subisce un attentato. Sappiamo da mesi di avere un interesse comune nel contrastare e sconfiggere Daesh. Per questo abbiamo rafforzato la nostra collaborazione nell’antiterrorismo con la Turchia e con altri Paesi della Regione».

In Libia e in Siria la diplomazia stanno facendo progressi. Ma anche Daesh è all’offensiva. Chi la spunterà?
«Non sono un’indovina. Quello che cerchiamo di fare non è tanto prevedere ma determinare il corso degli eventi. Ma la mia percezione è che si siano messi in moto meccanismi impensabili anche solo un anno fa e che finiranno per indebolire Daesh dovunque si trovi. E questo naturalmente provoca reazioni».

Quali meccanismi?
«Intanto per la Libia e per la Siria si è aperto un canale di consultazione permanente tra Europa, Stati Uniti e Russia che ha portato anche alle risoluzioni votate all’unanimità dall’Onu. Sulla Siria abbiamo un coordinamento che comprende tra gli altri Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Iran: anche questo sembrava un traguardo impossibile prima dell’accordo sul nucleare iraniano che abbiamo negoziato l’anno scorso. Il 25 gennaio si terrà il primo incontro negoziale tra il regime siriano e le opposizioni. Tra pochi giorni si dovrebbe insediare il primo governo di unità nazionale libico. Il cerchio politico si sta stringendo attorno a Daesh».

È prevedibile un intervento militare europeo in Libia?
«Se c’è una lezione che abbiamo imparato è che queste crisi non si risolvono dall’esterno. Devono essere i libici a indicare le soluzioni. Non credo che il nuovo governo di unità libico chiederà un intervento militare dell’Occidente. Credo invece che domanderà il nostro sostegno in una serie di settori, che vanno dagli aiuti umanitari, alla ricostruzione, alla creazione di un nuovo esercito e di nuove forze di polizia, al loro addestramento e al loro sostegno logistico per far fronte alla minaccia terrorista. E su questo la Ue e i suoi stati membri, con l’Italia in prima fila, sono da tempo pronti a fornire tutto l’aiuto necessario. Un intervento militare esterno darebbe solo argomenti alla propaganda di Daesh».

A complicare i suoi compiti ci si è messa anche la nuova tensione tra Iran e Arabia Saudita, che minaccia di riacutizzare il conflitto tra sciiti e sunniti...
«Dai miei colloqui con Iran e Arabia Saudita, e altri partner del mondo islamico, ho avuto assicurazioni che tutti vogliano evitare che questi contrasti si ripercuotano sulla crisi siriana o su altri Paesi vulnerabili, come il Libano e l’Iraq. Teheran e Riad siedono insieme al tavolo dei colloqui di pace per la Siria. È importante che continuino a farlo. È importante per la Siria, per le prospettive di stabilità in tutto il Medio Oriente e per evitare di infiammare con scontri settari le comunità musulmane di altre parti del mondo, dall’Africa all’Asia».

Finora si guardava a queste crisi come alla manifestazione di una guerra intra-islamica tra sciiti e sunniti, di cui noi eravamo semmai vittime collaterali. Ma i fatti di Colonia sembrano dirci che non è così. Stiamo vivendo uno scontro di culture che ci colpisce ben al di là del terrorismo?
«Sulle violenze contro le donne nella notte di Capodanno vorrei, come politico ma anche come donna, richiamare alla razionalità. Metterei tre punti fermi. Primo: le autorità tedesche devono fare piena luce su quello che è successo, e sulle responsabilità penali, che sono comunque e sempre individuali, anche per evitare strumentalizzazioni politiche. Secondo: le leggi vanno rispettate da tutti, e in particolare quelle che tutelano i diritti umani e la libertà della donna. Terzo: la violenza sulle donne non è un fenomeno nato a Colonia il 31 dicembre. Vorrei ricordare che la violenza sulle donne fa una vittima al giorno anche in Paesi dell’Unione europea. La condanna per la violenza sulle donne a Colonia è totale. Ma non esiste una singola cultura cui si possa attribuire questo fenomeno».

Anche a causa dei fatti di Colonia, però, la cancelliera Merkel si trova sotto attacco sia in patria sia sui grandi organi di stampa mondiali. Questo fatto la preoccupa?
«Da un punto di vista politico, credo che il sistema tedesco sia abbastanza solido. Quello che mi preoccupa è la dinamica profonda che può innescarsi nella società e che può portare a una ridiscussione della identità tedesca. Finora, sull’accoglienza ai rifugiati, la Germania è stata tra i Paesi in grado di proiettare un’immagine positiva dentro e fuori la Ue. È importante che continui a farlo. Così come è importante che l’intera Europa preservi i valori su cui è stata fondata».

Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016 (m.p.r.)

Fin dall’inizio è con le parole che l’Europa ha tradito. Quel che chiamò crisi del debito greco doveva chiamarlo, in osservanza del principio di realtà: crisi dell’intero progetto d’unificazione europea. L'imprecisione linguistica non è mai casuale. Serve a nascondere, è una strategia di evitamento. Circoscrivere la crisi al debito greco neutralizza le responsabilità dell’Unione, la spoliticizza. Ingrandisce i poteri di una governance sempre più incontrollata e sopprime quelli dei cittadini, che non sanno più a quale governo rivolgersi né dove sia la sovranità (governance non è governo: è potere senza imputabilità). Il progetto europeo nacque col proposito di curare i tre mali che avevano distrutto il continente: l'ingiustizia sociale, l'ostilità fra Stati, l'autoritarismo. Oggi quei fini non sono raggiunti.

Quanto accaduto dopo la vicenda greca conferma sia la crisi del progetto, sia la cecità delle élite che ne hanno la guida. La mancata solidarietà sulla gestione dei rifugiati, le frontiere rialzate caoticamente, la sistematica violazione delle Costituzioni nazionali e della Carta europea dei diritti fondamentali. Siamo di nuovo e più che mai in una tempesta perfetta, e l'Unione resta impigliata nella presunzione fatale che le ricette adottate siano l'unica e ideale soluzione, che le istituzioni comunitarie non necessitino cambiamenti radicali (o che vadano cambiate surrettiziamente, dando vita appunto a un grande potere tutelare senza imputabilità). Che l’unica sfida sia quella di salvare il funzionamento dei mercati e la competitività, anche se ormai molti economisti negano la natura indispensabile della competitività e la coincidenza tra le regole di un’azienda e quelle di uno Stato.
La presunzione fatale - espressione di Friedrich Hayek per definire il progetto sovietico e socialista -caratterizza i difensori di dogmi e svolte autoritarie, e non a caso aumentano nell’Unione i politici e governanti attratti da modelli più efficaci e rapidi, come quello del Pc cinese. L’allargamento a Est ha rafforzato il fascino esercitato dall’autoritarismo: non a caso una parte di Solidarnosc tesseva le lodi delle strategie economiche di Pinochet.
Alla rovina democratica dell'Unione si può reagire in due modi. Alla maniera di Cicerone, come lo racconta Shakespeare nel Giulio Cesare (“Buona notte Casca, questo cielo turbato sconsiglia di andare in giro”). Ma sarebbe rispondere alla strategia dell'evitamento con un comportamento analogo. Oppure si può entrare nella tempesta, denunciare a chiare lettere chi prima ha voluto il predominio disordinato dei mercati poi ne ha profittato per diluire il patrimonio democratico delle nazioni, e cercare di influenzare gli eventi chiedendo che l’Unione si dia una Costituzione democratica, vincolante per i cittadini, gli Stati, e anche le istituzioni. Una Costituzione che rispetti le Costituzioni delle nazioni, spesso più avanzate del Trattato di Lisbona e anche della Carta europea dei diritti.
È l'alternativa che teorizzò Albert Hirschman: o l’exit o il voice, la presa di parola critica all'interno della costruzione europea. Sono le oligarchie europee e i singoli governi ad aver perso il rapporto sia con le realtà vissute dai cittadini sia con il progetto europeo. Sono le oligarchie a ignorare che non si può cocciutamente violare i diritti delle persone e le Carte approvate dall’Unione, che non si può sprezzare sistematicamente i verdetti elettorali senza prima o poi pagare tutto intero un prezzo molto alto e distruttivo. I custodi dell’austerità neoliberale e della sorveglianza di massa non sono più al servizio della democrazia costituzionale. Fin dagli anni ‘70 sono tentati da Costituzioni accentratrici di poteri, e l’establishment di Bruxelles è già nella logica dei regimi autoritari.

Basti ricordare la risposta di Cecilia Malmström, Commissario al Commercio a una domanda sul Ttip: a cosa sono servite le petizioni contro il Trattato transatlantico in vari Paesi europei (circa 4 milioni di firme)? La replica della Malmström: «Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo». Se la Commissione non ha ricevuto un mandato dal popolo, da chi lo riceve? Chi controlla il sempre più potente controllore? Da chi ricevono il mandato la Banca centrale europea, la troika e l’Eurogruppo, struttura completamente fuori dal controllo parlamentare e che non tiene verbali delle proprie riunioni? L’ottimismo panglossiano ha sempre fatto dire ai responsabili Ue: “L’Unione politica che farà funzionare l’euro e legittimerà i vari organi tecnici dell’attuale governance verrà, perché necessaria”. Non è venuta e non viene. Il presidente della Bundesbank già dice che non serve più.

Il negoziato con Atene ha offerto un'occasione decisiva per sperimentare e consolidare una sorta di diritto emergenziale permanente, uno stato di eccezione che sfigura senza più pudore il progetto europeo, e non i valori astratti ma i diritti iscritti nella Carta e gli obiettivi fissati negli articoli 2 e 3 del Trattato (pluralismo, tolleranza, giustizia, solidarietà, e piena occupazione, progresso sociale, sviluppo sostenibile). Il diritto emergenziale si applica in tempi di guerra, e dopo gli ultimi attentati i leader europei non esitano a proclamare proprio lo stato di guerra. Il caos alle frontiere è stato spesso acceso dalle nostre politiche estere.

L'Europa ha subappaltato agli Usa la gestione della pace e della guerra, ma gli Usa hanno mostrato di essere non una potenza creatrice di ordine internazionale, ma un impotente artefice di caos globale. In questo senso, l’Europa deve darsi subito una politica razionale e seria verso la Russia: tra le tante sue mancanze, questa è oggi la più vistosa. Se non si mobilitano al contempo l’exite il voice, non ci sarà modo di opporsi alla strategia dell’evitamento che permette all'Europa di ignorare ciò che ha suscitato al suo interno prima l'ansia, poi la chiusura mentale, infine la propensione ad autodistruggersi.

Intervista di Silvia Truzzi ad Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No: «È una riforma sbagliata e votata dal Parlamento dei nominati».

Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2015 (m.p.r.)

Se chiedi ad Alessandro Pace perché è contrario alla riforma Boschi ti risponde così: «Le ragioni sono molte. Intanto perché privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce l’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del governo; prevede almeno sei tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; nega l’elettività diretta del Senato ancorché gli ribadisca la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune; pregiudica il corretto adempimento delle funzioni senatoriali, divenute part-timedelle funzioni dei consiglieri regionali e dei sindaci». Tutte queste ragioni saranno illustrate domani al primo incontro del Comitato per il No, i cui lavori saranno introdotti proprio dal presidente Alessandro Pace.

Da dove cominciamo?
«Dall’inizio, da quello che io credo essere il vizio d’origine della riforma. La Corte costituzionale, nel dichiarare l’incostituzionalità del Porcellum consentì espressamente alle Camere di continuare a operare, ma non in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale, bensì grazie al “principio fondamentale della continuità dello Stato”. La Corte aggiunse a tal riguardo che, al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione sia a prevedere, all’articolo 61, che, a seguito delle elezioni, sussiste la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti finché non siano riunite le nuove Camere; sia a prescrivere, all’articolo 77, che, per la conversione in legge di decreti legge adottati dal governo “le Camere anche se sciolte sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”».
La sentenza della Consulta è di due anni fa...
«È vero, ma i due limiti temporali del principio della continuità dello Stato, richiamati dagli articoli 61 e 77, sono assai brevi (meno di tre mesi!). E quindi, ammesso che il Parlamento non potesse essere sciolto nei primi mesi del 2014 perché lo scioglimento avrebbe portato alle stelle lo spread, è però evidente l’azzardo istituzionale, da parte del premier Matteo Renzi e dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di iniziare una revisione costituzionale di così ampia portata nonostante la dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum avesse fotografato un Parlamento di “nominati”, insicuri di essere rieletti, e quindi ricattabili ed esposti alla mercé del migliore offerente. Il che è dimostrato dal record, nella XVII legislatura, di passaggi da un gruppo parlamentare all’altro con 325 migrazioni tra Camera e Senato in poco più di due anni e mezzo, per un totale di 246 parlamentari coinvolti».
Renzi si è impegnato a dimettersi se il referendum bocciasse la riforma.
«Evidentemente nel lanciare questa sfida alle opposizioni e agli elettori, Renzi ha inequivocabilmente ammesso che la paternità della riforma costituzionale è del governo e non del Parlamento. Come invece dovrebbe essere e avrebbe dovuto essere. Il che risponde alla semplice, ma ovvia, ragione di non coinvolgere nell’indirizzo politico di maggioranza il procedimento di revisione costituzionale, che si pone a ben più alto livello della politica quotidiana, un livello nel quale anche le opposizioni dovrebbero avere un adeguata voce in capitolo».
Il governo voleva andare in fretta. I senatori Mario Mauro e Corradino Mineo furono rimossi dalla commissione Affari costituzionali del Senato per aver invocato il rispetto della libertà di coscienza per ciò che attiene alle modifiche della Carta.
Fu dapprima loro assicurato che, per i lavori in aula, diversamente da quelli in commissione, l’art. 67 Cost. sarebbe stato rispettato. Il che era ed è contraddittorio perché se sussiste la tutela della libertà di coscienza del parlamentare su dati argomenti, la tutela non viene meno a seconda del luogo o del contesto nel quale essa viene eccepita. Successivamente, venne altresì eccepito, dall’allora vice capogruppo del Pd in Senato, che la libertà di coscienza non poteva essere invocata perché “tra i principi fondamentali della Costituzione non rientrano certo le modalità di elezione del Senato”, evidentemente confondendo lo stravolgimento in atto del ruolo e delle funzioni del Senato con una semplice modifica del sistema elettorale».
Altre violazioni?
Quella commessa l’ultimo giorno dei lavori del Senato, il 2 ottobre, nel quale si trattava di votare l’art. 2 del disegno di legge che modificava l’art. 57 della Costituzione. La maggioranza, pur di non confermare l’elettività diretta del Senato, che consegue dall’art. 1 della Costituzione, che garantisce al popolo l’esercizio della sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ha partorito un monstrum inconcepibile nel testo di una Costituzione. Ha approvato, nello stesso articolo, due commi tra loro antitetici: uno che prevede che i senatori saranno eletti dai Consigli regionali, l’altro che tale elezione dovrà avvenire “in conformità alle scelte degli elettori”. Dunque o l’elezione da parte dei Consigli regionali sarà meramente riproduttiva della volontà degli elettori e quindi inutile; oppure se ne distaccherà, e in tal caso finirebbe per violare l’art. 1 sopra riportato, che garantisce appunto l’elettività diretta degli organi titolari della potestà legislativa, come tra l’altro sottolineato anche dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014.
«Lo scrittore dialoga a distanza con Bouvard e Pécuchet. “La guerra senza limiti al terrorismo comporta la realtà permanente del terrore e la sua commercializzazione in quanto mercanzia imprescindibile. La prospera industria degli armamenti, impone come premessa indispensabile le guerre”».

La Repubblica, 8 gennaio 2016 (m.p.r.)

Diceva Borges, il miglior lettore moderno delle Mille e una notte: «Non c’è atto che non sia la coronazione di una serie infinita di cause e l’origine di una serie infinita di effetti», ed è una riflessione che abbraccia sia il mondo letterario che quello reale.

Per fare un esempio recente, senza l’immolazione con il fuoco del 17 dicembre 2011 nella località tunisina di Sidi Bouzid del giovane informatico disoccupato Mohamed Buazizi, la cui bancarella di verdure era stata brutalmente rovesciata dalla polizia perché non aveva la licenza di vendita, il movimento di indignazione popolare che spazzò via la satrapia di Ben Ali non sarebbe nato e non si sarebbe esteso alla Libia di Gheddafi e all’Egitto di Mubarak - tutti gli avvenimenti che vanno sotto il nome di Primavera Araba - facendo da detonatore del caos in cui attualmente si trova immerso tutto il Medio Oriente, con le sue ripercussioni violente in Europa: massacri quotidiani di civili in Iraq e in Siria, comparsa del sedicente Califfato islamico, fuga di milioni di civili, sbarchi massicci di profughi in Italia e in Grecia, attacchi della coalizione contro i jihadisti, sanguinosi attentati di questi ultimi contro quelli che loro chiamano apostati e crociati…
Che cosa sarebbe successo, mi domando, se la mattina del 17 dicembre Mohamed Buazizi non fosse andato al mercato, o se la poliziotta fosse rimasta di guardia al commissariato? Le cose non si sarebbero concatenate come hanno fatto, o lo avrebbero fatto in forme e con tempi diversi. La combinazione del caso e la fatalità che guidano la vita e il destino degli esseri umani confermano quotidianamente l’analisi di Borges del genio narrativo di Sheherazade.
La guerra senza limiti contro il terrorismo comporta la realtà permanente del terrore e la sua commercializzazione in quanto mercanzia imprescindibile. La prospera industria degli armamenti, che crea centinaia di migliaia di posti di lavoro in tutto il mondo, impone come premessa indispensabile l’esistenza di guerre come quelle che oggi stanno prosciugando la Siria e l’Iraq, la Libia e il Sudan, il Mali e l’Afghanistan, la Nigeria e lo Yemen.
Le tensioni regionali rappresentano anche un mercato eccellente per quanto riguarda i Paesi arabi alleati dell’Occidente, Paesi massimamente rispettosi, come sappiamo, dei valori democratici e dei diritti umani, come l’Arabia Saudita e gli emirati petroliferi del Golfo. Le armi arrivano nelle mani dei gruppi jihadisti solo grazie ai contratti sostanziosi firmati con quelli e alla loro fornitura clandestina a intermediari doppiogiochisti come quelli che si scontrano in nome di un credo religioso o nazionale: sunniti contro sciiti, curdi contro turchi, sostenitori e vittime del tiranno al-Assad. Di nuovo Borges: labirinto senza uscita della guerra al terrorismo e circolo vizioso di attacchi e risposte in cui Obama, Putin e Hollande si trovano intrappolati.
Quando la successione di eventi drammatici oltrepassa i limiti della comprensione, l’autore del presente articolo si rifugia nella lettura di Bouvard e Pécuchet: immagina gli eroi (molto poco eroici, peraltro) di Flaubert impelagati in elucubrazioni frutto della lettura di un’abbondante bibliografia sul tema terrorismo e islam. Discutono dell’opportunità di visitare i quartieri a rischio delle banlieue per stabilire un contatto con i giovani sedotti dal discorso jihadista, studiare i loro manuali di educazione islamica, indagare sulle ragioni della loro disaffezione nei confronti dei valori laici e repubblicani della Francia.
Bouvard suggerisce di intervistare un imam radicale per raccogliere le sue opinioni sullo scontro di civiltà profetizzato da Huntington. Pécuchet preferisce uno studio esaustivo della storia del Medio Oriente dalla caduta del califfato ottomano, e delle frontiere artificiali dei nuovi Stati create dagli accordi Sykes-Picot. La trasformazione del credo religioso in ideologia bellicosa è il cuore del problema, dice Bouvard. Che cosa passa per la mente di quelli che si immolano con una cintura esplosiva, si domanda Pécuchet. La dozzina di libri che sono stati scritti sull’argomento non ce lo chiarisce. Forse uno psichiatra potrebbe offrirci qualche indizio (Bouvard).
Che differenze ci sono fra i giovani della seconda generazione di immigrati e i convertiti all’islam? (Pécuchet) I conflitti in famiglia, l’abbandono scolastico, lo spaccio di droga… (Bouvard). In maggioranza si tratta di ragazzi apparentemente integrati, che dall’oggi al domani sposano le tesi integraliste (Pécuchet). Come far fronte alla valanga di rifugiati che si dirigono verso l’Unione Europea come all’epoca delle invasioni dei mongoli e dei tartari? E se stessimo assistendo alla decadenza dell’Occidente, al tramonto delle nazioni bianche? (Bouvard) I valori di fraternità e tolleranza delle nostre società sono compatibili con le barriere di filo spinato erette in Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria?
Come distinguere, in quella moltitudine di rifugiati, i cristiani autentici da quelli di origine musulmana? (Pécuchet) Potremmo offrire loro, quando arrivano, un panino al prosciutto (Bouvard). Ho appena letto sul mio dizionario che in caso di grande minaccia o pericolo possono ricorrere alla
taqiyya, la dissimulazione della fede, e mangiarsi il panino (Pécuchet). Che fare, allora, in caso di nuovi attentati? Quali sono i Paesi più sicuri? (Bouvard).
I due personaggi flaubertiani si scambiano congetture. Quanto più lontani dall’Eurabia e dai suoi infiltrati, meglio è. La Norvegia li attira, ma la presenza di immigrati magrebini e turchi li riempie di dubbi. L’Islanda è più sicura, ma la severità del clima li scoraggia. Si mettono a consultare le offerte di destinazioni turistiche in paradisi remoti e tranquilli; con un sussulto scoprono che fra questi paradisi c’è anche Sharm el-Sheikh. Prostrati, evocano le isole del Pacifico, dove gli abitanti professano il cristianesimo: soltanto lì potranno sentirsi in salvo. Anche se forse, chissà…
Traduzione di Fabio Galimberti

L’intervista di Vanna Vannuccini all'analista conservatore Seyed Mohammad Marandi: «L’Arabia Saudita si trova potenzialmente davanti a una tempesta perfetta, anche se negli Stati Uniti e in Europa ha ancora influenza soprattutto perché compra incredibili quantità di armi».

La Repubblica, 8 gennaio 2016 (m.p.r.)

Teheran. Per Seyed Mohammad Marandi, presidente della Facoltà di Studi globali dell’università di Teheran e apprezzato analista conservatore, la crisi tra Iran e Arabia Saudita non avrà conseguenze sull’Iran. «E’ una nota a piè di pagina. Da sempre l’Arabia Saudita percepisce la Repubblica Islamica come una minaccia ed è stata questa una delle ragioni che l’hanno spinta a rafforzare il wahabismo e propagarlo nel mondo. Il wahabismo è per Riad un asset strategico, anche se ora, con la nascita dell’Is, minaccia di ritorcerglisi contro. Certo, mai i regnanti sauditi avevano agito in modo così aggressivo e impulsivo. Questa aggressività è segno di debolezza».

Non le pare di sottovalutare l’importanza dell’Arabia Saudita per gli Stati Uniti e per l’Occidente? I giornali occidentali si sono preoccupati più dell’assalto all’ambasciata a Teheran che delle decapitazioni, perché ancora una volta gli iraniani violavano le convenzioni internazionali..
«L’Arabia Saudita si trova potenzialmente davanti a una tempesta perfetta, anche se negli Stati Uniti e in Europa ha ancora influenza soprattutto perché compra incredibili quantità di armi. I regnanti sauditi sono nervosi. Il prezzo del petrolio continua a scendere, grazie prima di tutto alla loro politica, e ora si trovano di fronte a un buco di bilancio di quasi 100 miliardi di dollari. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che potrebbero trovarsi con le casse vuote tra due tre anni, ma le stime di banchieri italiani che ho incontrato di recente sono ancora più catastrofiche: 15-18 mesi. La popolazione saudita è cresciuta pensando che il benessere viene dal suolo, in nessun altro Paese al mondo ci sono proporzionalmente tanti lavoratori stranieri che fanno il lavoro al posto dei locali. Il governo ha dovuto ordinare alle società straniere di assumerne una quota, le società straniere ne farebbero volentieri a meno perché li considerano incompetenti. La coalizione antiterrorismo messa su frettolosamente non è che un’alleanza di carta con un indirizzo a Riad. Il governo saudita dice di combattere l’Is e Al Qaeda ma in realtà in Siria e in Yemen sta dalla parte dei loro alleati».
Per trovare una soluzione alla guerra in Siria una collaborazione tra Iran e Siria appare indispensabile. Che cosa succederà ora secondo lei?
«L’Iran non accetterà le condizioni poste dai sauditi. Perfino i documenti del 2012 appena declassificati dall’intelligence americana sulla Libia confermano che l’Iran aveva ragione: i sauditi sostenevano già allora gli estremisti, non si trattava di teorie iraniane a beneficio di Assad».
Sui social media si accusa l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad di avere le mani in pasta nell’assalto all’ambasciata saudita: è così?
«Non Ahmadinejad stesso, ma probabilmente suoi simpatizzanti che hanno agito spontaneamente».

«Tra paura ed egoismi nazionali torna l’Europa delle frontiere. Dietro la “riduzione” di Schengen c’è il rischio di un continente di nuovo diviso. Così i Paesi “virtuosi” del Nord provano a relegare ai margini Italia e Grecia, in un Mediterraneo in fiamme». La Repubblica, 5 gennaio 2015

Era un simbolo, il ponte di Oresund. Un simbolo europeo. Cinquanta campate sopra il Baltico costate più di quattro miliardi, in parte anche di fondi Ue. Otto chilometri per collegare Svezia e Danimarca, saldare Copenhagen e Malmoe come fossero un’unica città. Era il sogno di unire ciò che la natura ha diviso, e di farlo in nome di una buona volontà umana superiore a qualsiasi sfida. Il miraggio è durato quindici anni. Ha retto tempeste e mareggiate. Ma non ha retto allo tsunami dell’immigrazione che sta sommergendo l’Europa e ridicolizzando il suo progetto di fratellanza.

Adesso Oresund, intasato dalle code alla improvvisata frontiera imposta dopo mezzo secolo tra Svezia e Danimarca, è diventato il simbolo delle paure e degli egoismi nazionali che riemergono come fantasmi dal nostro passato. Più del filo spinato piantato da Orban sulle frontiere ungheresi. Più delle migliaia di auto che nei giorni scorsi hanno aspettato ore al confine italo-francese. Più dei cani poliziotto che pattugliano i confini sloveni.

Stretta nella doppia morsa dell’immigrazione e del terrorismo, l’Europa deve fare i conti con l’istinto primordiale di cancellare se stessa e rifugiarsi dietro l’illusorio baluardo degli Stati-nazione. Il progetto che aveva preso il volo con la fine della grande paura della Guerra fredda, con il crollo del muro e il ritiro dell’Armata rossa, ora deve fare i conti con nuove minacce e nuove paure. Deve misurarsi con l’esercito, pacifico, disperato ma inarrestabile, dei profughi. E con quello, più piccolo ma ben più minaccioso, dei fanatici della Jihad. E la prima vittima di questa doppia offensiva è la libertà di circolazione. Che poi, a guardar bene, è la libertà di sentirci veramente europei.

La Svezia, sommersa da 160 mila profughi in un anno, proporzionalmente poco meno di quelli arrivati in Turchia in cinque anni, ha deciso di chiudere le frontiere con la Danimarca.

E la Danimarca, di riflesso, ha impiegato meno di tre ore per chiudere le sue frontiere con la Germania. Il colosso tedesco, che di rifugiati ne ha accolti un milione, per ora resiste. Ma avverte: «Schengen è in pericolo». E chiede a gran voce (e a ragione) «una soluzione europea». Già, ma quale?

Di fronte allo spettacolo del ponte di Oresund diventato frontiera sarebbe facile ironizzare sul fatto che questa volta, apparentemente, l’anello debole della solidarietà comunitaria si colloca tra i ricchi e progrediti Paesi del Nord Europa e non nel «ventre molle» del Continente, tradizionalmente rappresentato dal suo fianco Sud. Purtroppo non è così. E la chiusura del ponte tra Svezia e Danimarca rischia di essere l’innesco di una reazione a catena che ha per bersaglio ultimo l’Italia e gli altri Paesi di primo impatto dell’immigrazione.

Ci ha pensato subito il premier conservatore danese, Lars Løkke Rasmussen, a chiarire i termini della questione, così come vengono interpretati al Nord: «E’ evidente che l’Ue non è capace di proteggere le sue frontiere esterne, e così anche altri saranno presto obbligati a ripristinare i controlli di confine». Insomma, visto dal Baltico, il problema dell’Europa è ancora una volta la Grecia (e in parte l’Italia). È Atene che non riesce a frenare il flusso dei migranti in arrivo attraverso l’Egeo. È Atene che non appare in grado di identificare e fermare quanti arrivano sul suo territorio rimandando indietro coloro, e sono forse la maggioranza, che non hanno titoli per chiedere l’asilo politico. Il contagio, in fin dei conti, che si tratti di flussi migratori o di crisi finanziaria, viene sempre dal Sud.

Come ai tempi della crisi dei debiti sovrani, l’Europa si divide lungo una faglia che separa “virtuosi” e “peccatori”, con i primi ben decisi a far prevalere il rispetto delle regole sugli obblighi di solidarietà. La moneta unica va bene, ma i debiti restano nazionali e ciascuno deve ripianare il proprio. Le frontiere uniche vanno bene, ma gli immigrati illegali restano “nazionali” e ciascuno deve identificare e rimpatriare i propri.

E qui sta il vero, formidabile pericolo politico che minaccia i Paesi più esposti al flusso migratorio, come la Grecia o l’Italia. La libertà di circolazione all’interno dell’Unione europea non è solo una conquista di altissimo valore simbolico. È anche, e soprattutto, uno straordinario fattore di sviluppo economico. Come dimostrano le lamentele degli imprenditori svedesi e danesi, l’Europa oggi non è in grado di reggere i costi indiretti che il ristabilimento delle frontiere nazionali comporterebbe e che sarebbero probabilmente superiori ai costi indotti dallo tsunami migratorio.

Per cui, se si afferma il principio che la colpa della situazione è dei Paesi di primo arrivo, alla fine il rischio è che Schengen si ricostituisca tagliandoli fuori.

Questa idea di una Schengen «ridotta », che esclude dalle proprie frontiere i Paesi deboli, come l’Italia e gli stati balcanici, è già stata apertamente ventilata dal governo olandese, che da gennaio ha assunto la presidenza di turno della Ue. Solo la Germania, per ora, ha impedito che la proposta venisse seriamente presa in considerazione. Ma se la reazione a catena dei controlli alle frontiere dovesse continuare nei prossimi mesi, come è probabile che accada, sarà difficile evitare che una riduzione «d’emergenza » dello spazio Schengen si imponga nei fatti. Garantendo la libera circolazione tra i Paesi virtuosi del Nord. E relegando l’Italia e la Grecia ai margini dell’Europa, verso un Meditteraneo in fiamme che minaccia più che mai di inghiottirci.

Libertaegiustizia.it, 30 dicembre 2015

Va bene così: se è il governo che stravolge la Costituzione è giusto che sia il presidente del Consiglio a fare la campagna per il referendum e a dichiarare la fine di una delle due Camere, perché gli italiani vogliono un’Italia “più semplice”.

Ed è anche giusto che se dovesse fallire in questa sua storica impresa (nel senso che mai nessuno prima di lui aveva osato tanto) tolga il disturbo e vada ad insegnare in qualche università dal momento che dice di sentirsi portato per l’insegnamento.

La conferenza stampa di fine anno di Matteo Renzi è servita soprattutto a lui per rivendicare meriti, obiettivi raggiunti, un paese di bengodi. E per annunciare anche che il 2016 sarà l’anno dei valori. Come se i valori fossero in qualche modo legati a una dimensione temporale. Quest’anno niente valori, ma l’anno prossimo aspettatevi sorprese.

Cerco di cogliere l’essenza dello sproloquio di Renzi, partendo dal disprezzo sostanziale contenuto nelle parole riservate alla libertà di stampa e dei giornalisti. Che a quel punto avrebbero anche potuto alzarsi e andarsene. Cosi’ avremmo fatto nella prima Repubblica…

Nessuno tocchi gli editori, nessuno tocchi la Rai perché mai come oggi ci sono tanti giornalisti nel consiglio di amministrazione.

Dunque, nell’anno dei valori, cioè nel 2016, avremo la campagna elettorale in tante città e subito dopo, nei mesi estivi, la grande discussione sulle tasse, che ovviamente saranno abbassate (o almeno ci sarà la promessa di abbassarle). Freschi di tale promessa eccoci arrivare all’autunno, cioè ad ottobre e al referendum costituzionale. Per la prima volta il capo di un governo sarà alla testa di una campagna di questo genere e gufo sia chi ricordasse distinzioni che erano ritenute fondamentali tra chi disegnò l’Italia dopo la dittatura: nessuna influenza del governo sulla discussione costituzionale. Addirittura l’esito sarà fatale per Renzi: se ne andrà se fallirà. Resterà ancora a Palazzo Chigi se vincerà.

La posta in gioco è questa Italia “più semplice”. Che vuol dire, non solo una Camera eletta con l’Italicum (cioè con i parlamentari che vuole lui), ma anche un Paese che si avvia alla perdita di tutti i diritti conquistati negli anni successivi alla Liberazione, nel mondo del lavoro, in quello della scuola, nel mondo dell’informazione, nella politica. Un Paese senza controlli e contrappesi. Un solo grande partito della nazione, un pensiero unico, il potere che diventa giorno dopo giorno più invasivo e unico anch’esso.

2016, l’anno dei valori: come c’è stato l’anno dell’Expo, o del Giubileo. Qualcosa che comincia e finisce e i valori cosa siano e per chi siano lo decide sempre lui. Il premier che l’Italia ha tanto atteso, l’uomo di destra (estrema, vedi Verdini e Berlusconi) che piace alla ex sinistra.

Se non ci fosse in ballo la Costituzione, se non fossimo decisi a difenderla comunque e anche a vincere il referendum ci sarebbe davvero da levare le tende. In cerca di un Paese dove i valori siano per tutti gli anni e per sempre.

«I conflitti di oggi, i lasciti di ieri. L’Isis adesso si può battere. Ma il «nuovo ordine mondiale» e le gerarchie politiche fissate dopo l’89 vacillano. Conflitti vecchi e nuovi consegnano un’instabilità che non passa».

Il manifesto, 2 dicembre 2016 (m.p.r.)

Il Califfato potrebbe rivelarsi un episodio transeunte. Più arduo è stabilire se con la sua eventuale sconfitta sul campo verranno meno le cause profonde che l’hanno prodotto. Poiché l’analisi corrente nella politica e nella comunicazione occidentale è viziata da una dicotomia fra Bene e Male, a cominciare dalla definizione riduttiva del Nemico come Terrorismo, gli esiti di questa vicenda così dolorosa per tutti potrebbero non essere veramente risolutivi nel senso della coesistenza se non della pace.

L’obiettivo della guerra intentata dalla coalizione fin troppo estesa e variegata che fa capo agli Stati Uniti contro l’auto-proclamato Califfato nel 2014 e rilanciata con più accanimento nel 2015, anche con l’ingresso nella tenzone della Russia, è la cancellazione dalla carta geopolitica del quasi-stato che controlla ampi spazi di Iraq e Siria e la rimozione degli avamposti costituiti in suo nome in Libia (per tacere dello Yemen o del più lontano Afghanistan).

In Iraq e Siria l’Isis svolge funzioni di governo, amministra un territorio con un popolo valutato in 5 milioni di persone, gestisce un’economia con la rendita garantita da petrolio, imposte e introiti di reperti archeologici e sequestri.

Ci sono i sintomi concreti, sul terreno, di una perdita progressiva di posizioni. Lo sbarco a Sirte potrebbe essere un ripiegamento da quello che è stato e rimane l’epicentro del potere di Daesh e non un ampliamento della sua sfera di «sovranità». Gli attentati in Europa potrebbero essere a loro volta una dimostrazione di debolezza (a Mosul e Raqqa) più che di forza. Non è nemmeno sicuro che le cellule che agiscono qua e là nel mondo organizzando attentati (questi sì a tutti gli effetti configurabili come terrorismo, rispetto alla guerra asimmetrica che si combatte in Medio Oriente e Nord Africa), con richiami più o meno certificabili alla centrale (in questo Isis svolgerebbe una funzione paragonabile a quella di al-Qaida, che non si è mai curata di creare uno stato ma al più di disporre di una base), siano realmente una propaggine del Califfato, rispettino i suoi ordini e giovino alla sua causa.

C’è da considerare, infine, le opinioni pubbliche dei paesi arabi e le minoranze arabe trapiantate in Europa, soprattutto quelle che provano più disagio in termini di economia e psicologia individuale o di gruppo. Alcuni analisti le considerano il «terzo cerchio» della strategia e dell’essenza stessa di Isis per il reclutamento di combattenti e ancora di più per la nube di consenso che si leva da loro incidendo sulla politica, e non solo sulla guerra, a livello mondiale.

Gli avvenimenti che ruotano attorno al Califfato non sono propriamente una novità imprevista. È dalla fine della guerra fredda che gli Stati Uniti, sconfitto e ridimensionato il rivale storico, hanno dislocato da Est a Sud il loro apparato di sicurezza.

Il primo episodio del dopo-bipolarismo fu la guerra contro l’Iraq per «liberare» il Kuwait. L’origine immediata della guerra fu una grossolana violazione delle regole internazionali da parte di Saddam ma la guerra fu sfruttata per fini che oltrepassarono ampiamente il caso specifico. Fra l’altro, fu verificata dal vivo la possibilità per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia anche in quello che George Bush senior definì subito «nuovo ordine mondiale».

Doveva essere chiaro a tutti che - clash of civilizations o «fine della storia» – il responso della competizione Est-Ovest aveva fissato le gerarchie. L’Occidente avrebbe avuto la prima e ultima parola nel governo del mondo secondo il sistema che la scienza politica definisce «unipolarismo imperfetto»: ne dovevano prendere atto la Russia e la stessa Europa, alleato obbligato di Washington, che sarebbe stata infatti chiamata ripetutamente a condividere gli atti di imperio di Clinton, Bush junior e Obama.

La guerra fredda terminò senza che si fosse verificato un evento militare di grosse proporzioni in Europa, la terra in cui i due blocchi confinavano e si confrontavano. Le crisi e i conflitti avevano avuto tutti luogo fuori dell’Europa, in Asia e in Africa, in quel mondo in via di sviluppo che usciva dal colonialismo e quindi dall’orbita dell’Occidente e del capitalismo e che era in cerca di un modello di stato, sviluppo e alleati. Sempre nel discorso in cui enunciò la nascita del «Nuovo ordine mondiale», Bush non aveva nascosto che l’area strategica sarebbe stata ormai un Sud per proprio conto in piena transizione e verosimilmente instabile.

La Corea, il Vietnam, l’Algeria, il Congo, l’Angola, la Palestina e per concludere, a parti rovesciate per quanto riguarda la potenza interventista, l’Afghanistan sono venuti prima dell’islamismo radicale. Un filo di cui ignoriamo il colore unisce le guerre in Periferia di prima e dopo lo spartiacque del 1989. Proprio l’Afghanistan chiuse la trama della guerra fredda (allora si parlava di ideologie) e aprì quella della sfida jihadista (adesso si parla di identità e di religione, comparse già con la rivoluzione in Iran).

Il conflitto che stiamo vivendo non è cominciato nel 2011. Le Primavere arabe potrebbero essere state l’ultimo fallimento del tentativo dei paesi arabi di uscire dall’autoritarismo per vie democratiche. Alla ribalta urgono più che mai i problemi lasciati irrisolti dai passaggi storici del «secolo breve»: la decolonizzazione e la scomparsa dell’Urss nella realtà europea e della «rivoluzione» variamente ispirata all’Ottobre come strumento di liberazione di popoli e classi.

L’integrazione del Sud, entrato nel mercato e acculturato sommariamente per effetto del colonialismo, è ancora un’incompiuta. Le élites e le masse, in modo diverso e fra molte difficoltà (la prova più recente è l’Egitto di Morsi e al-Sisi), lottano, spesso in modo improprio, per emergere, soddisfare le esigenze primarie, conquistare il potere e – alla svolta del Millennio – affermare confusamente una continuità con un passato anch’esso mal definito.

La contestazione nel mondo ha cambiato segno: non giova a nessuno sottovalutare un fenomeno che va molto oltre il fondamentalismo e il terrorismo islamico. Giudicata nella lunga durata, l’intenzione affermata e riaffermata dal governo italiano di «ritornare» in Libia potrebbe essere un passo falso di grosse proporzioni, quale che sia il primo impatto con dirigenti di cui non si conoscono bene le ascendenze e i programmi.

L’argomento ricorrente è che l’Italia ha una grande esperienza di Libia. Si dimentica che il nostro curriculum contempla personaggi del calibro di Badoglio e Graziani? Anche prescindendo dall’horror, si gira intorno a un privilegio che sembrava superato. Se invece la primogenitura dell’Italia si spiega con l’attività dell’Eni, per i cui interessi Renzi ha mostrato una particolare attenzione nei viaggi in Africa, si cade nei soliti cascami petroliferi che, da Mossadeq in poi, hanno fatto la storia delle interferenze occidentali nel Medio Oriente.

Il capo del governo designato in base all’accordo di concordia nazionale fra Tobruk e Tripoli è stato ricevuto a Roma e ha sollecitato il nostro governo a rimettere in moto il trattato che sistemò il contenzioso fra Libia e Italia. L’accordo del 2008 fu l’ultimo atto di grande politica compiuto da Muammar Gheddafi: è come se l’impegno persino ossessivo a riscattare la Libia da una conquista e occupazione sofferte come una menomazione insopportabile abbia segnato, prima ancora dello scoppio della guerra civile, la fine del «tempo» di Gheddafi. Quella richiesta, venuta da chi dovrebbe rappresentare una classe dirigente dichiaratamente post-coloniale, è a suo modo una prova che il colonialismo conserva una sua rilevanza.

Su grande scala, scontando le differenze che caratterizzano un’area vasta e composita come il mondo arabo-islamico, il nodo principale è l’insieme di prevaricazioni e frustrazioni del rapporto Nord-Sud. Fra i protagonisti della guerra per distruggere il Califfato ci sono stati arabi e islamici, sunniti o sciiti, con istituzioni e governi di dubbia legittimità e di incerta durata.

Il futuro di Iraq e Siria non è messo in discussione solo dall’Isis. I membri della coalizione anti-Daesh hanno obiettivi propri, incompatibili fra loro. Il pericolo è che nelle capitali che contano ci si prepari a procedere alla ricomposizione degli stati e delle comunità senza stato seguendo le logiche con cui le potenze esterne, dall’alto, decisero giusto un secolo fa la sorte delle terre arabe appartenute all’Impero Ottomano.

l Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2016 (m.p.r.)

Scena uno. Aprile 2014.Matteo Renzi, nella salastampa di Palazzo Chigi,annuncia il decretosugli 80 euro di bonus Irpef e irelativi tagli di spesa per finanziarlo:una slide dice che ibandi di gara dal 2015 sarebberostati pubblicizzati solo online- e non più con (l’obbligatoria) “pubblicità legale”sui giornali di carta - e così loStato “risparmierà 120 milionidi euro l’anno”. In realtà la Ragioneriagenerale, dopo, avrebbeparlato di “risparmio zero” per via di una legge diMonti che caricava sul vincitoredell’appalto il costo della“pubblicità legale” attraversouna sorta di tassa occulta.

Gli editori, comunque, nonla presero bene: 120 milioni diincasso non sono pochi, specialmentein tempo di crisi,specialmente se si è un grandegruppo editoriale - come ad esempioil Gruppo Espresso -che ha un sacco di quotidianilocali che drenano i bandi dienti locali e regioni. Le pressionisu Palazzo Chigi e Parlamentosi sprecarono e così siarriva alla scena due. Giugno2014: arriva l’emendamentocon cui tutto viene rinviato al1° gennaio 2016. E siamo allascena tre. Giugno 2015. Un emendamentinofirmato dai relatoriin Senato (uno del Pd euno di Forza Italia) al nuovocodice degli appalti cerca dicancellare l’obbligo di pubblicizzarei bandi di gara solo online:prima viene approvato,poi – e siamo a ottobre 2015 –bocciato. Insomma, gli editoristanno per perdere una tortache nel 2014 gli ha fruttato 120milioni.

La scena quattro è l’ultima.Siamo al 30 dicembre 2015 e inGazzetta Ufficiale arriva il solitodecreto Milleproroghe.Tra le altre mille, come il lettoreavrà già capito, c’è anchela proroga per il passaggio della“pubblicità legale” on line:gli editori, per tutto il 2016,continueranno a incassare.Non solo: viene pure prorogatodi un anno l’obbligo di passaggioal sistema di tracciabilitàdigitale di vendite e resedei giornali (e pure il relativocredito d’imposta). Il cartaceosarà anche in crisi, ma il premier- e il fido Luca Lotti, chegestisce i rapporti con gli editori- non vogliono guastare lerelazioni con l’ingegner DeBenedetti o la famiglia Agnelli(La Stampa e Corriere della Sera,con relative edizioni locali).

Prorogato di un anno pure ildivieto di incroci stampa quotidiana-tv:in sostanza, SilvioBerlusconi e Urbano Caironon possono avere un giornale.A spulciare il decreto di fineanno, però, ci sono anche altrecosette notevoli. Slitta ancoradi un anno, per dire, l’entrata aregime del sistema di tracciabilitàdei rifiuti chiamato “Sistri”(era previsto da un decretodel 2013 e se ne parla da moltoprima). Viene prorogato al31 dicembre 2016 pure il contrattodi servizio tra Stato eFerrovie, come pure il tempolimite per il ministero delloSviluppo per emanare un decretolegislativo che sistemi laquestione Uber, taxi e Ncc.

Certe proroghe, poi, denuncianoquanta distanza cisia tra le parole e i fatti. Ben trenorme, ad esempio, riguardanol’edilizia scolastica, uno deicavalli di battaglia di Renzi: èprorogato al 30 aprile 2016 iltermine per l’affidamento deilavori di messa in sicurezzadegli edifici scolastici (il chevuol dire, se ci si pensa, che nonli hanno affidati nei tempi stabiliti,nonostante la solita “cabina di regia”a Palazzo Chigi);conseguentemente slitta al 31dicembre 2016 il termine ultimoper spendere i fondi stanziatiper le “scuole belle”, le“scuole sicure” e via propagandando. Deliziosa l’ultima:slitta al 31 dicembre 2016 il terminedi attuazione delle disposizioniin materia di prevenzioneincendi per l’ediliziascolastica.

Altre proroghe, invece, sonouna delizia per come raccontanolo stato di confusionedel dibattito pubblico - gestitoanche da quelli che si godonola “pubblicità legale”– e dellastessa attività di governo. Comesi sa, infatti, c’è l’emergenza smog e si tengono i riscaldamentibassi e si deve andare inauto a passo d’uomo: inveceper i grandi impianti industrialianteriori al 2006 il termineper l’applicazione dei valorilimite di emissione (cosìcome definiti nel codicedell’ambiente) è prorogato al1° gennaio 2017. Mica per tutti,però: gli impianti in questionedevono avere presentato regolarmentele istanze di deroga(cioè aver richiesto il permessodi inquinare). Un caso pertutti, è l’Ilva. Equitalia, infine,che era la sentina di ogni vizioe che nessun sindaco volevapiù usare, è autorizzata a lavorareper i Comuni (cosa chenon vorrebbe fare, perché nonconviene) altri sei mesi: se cosìnon fosse, gli enti locali non saprebberocome recuperaremulte e tasse non pagate.

«La campagna elettorale di Renzi non sarà facile. Dovrà convincere che una riduzione è meglio di una abrogazione, che risparmiare un po’ è meglio di risparmiare tutto, che qualche navetta parlamentare tra le due Camere è meglio di nessuna doppia lettura, ecc.».

La Repubblica. 2 gennaio 2016 (m.p.r.)

Matteo Renzi si gioca tutto sul referendum confermativo della riforma del Senato. È come se il presidente del Consiglio avesse lanciato il guanto della sfida all’elettorato: o me o il caos, come diceva il generale De Gaulle. Questa di Renzi è una sfida rischiosa sia per l’oggetto del contendere - la riforma del Senato - , sia, e soprattutto, perché i referendum in Italia sono sempre stati “contro”.
Da quando è stato introdotto il referendum, il consenso è andato quasi sempre in direzione opposta all’establishment politico o alle idee correnti.

Il primo, quello sul divorzio del 1974, fece epoca perché contraddisse platealmente i timori della classe politica laica. Allora i partiti favorevoli al divorzio e soprattutto il Pci temevano che il “popolo non capisse” e scegliesse la tradizione. Invece votò “contro”: contro il clericalismo e contro l’arretratezza dei suoi rappresentanti. Per una volta la società civile dimostrò di essere molti passi avanti rispetto alla politica.Ma il più clamoroso voto contro si ebbe nel 1978 quando si andò alle urne per abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Mentre solo radicali e liberali erano a favore (poco più del 5% dell’elettorato), il 43% dei cittadini sostenne l’abrogazione. Uno schiaffo a tutti i partiti “tradizionali”.
Ultimo esempio significativo: i referendum post-Tangentopoli indetti da un comitato variegato di politici e intellettuali capitanato da Mario Segni e Augusto Barbera, per eliminare, tra l’altro, la legge elettorale proporzionale e (ancora) il finanziamento pubblico: la valanga di consensi che ricevettero quelle proposte seppellì la classe politica della “prima repubblica”.
Affidare la propria sorte politica all’esito di una consultazione referendaria costituisce quindi un azzardo, proprio perché il referendum è stato interpretato come uno strumento correttivo delle scelte politiche operate dalle istituzioni. Essendo una espressione di democrazia diretta tende a porsi come un contropotere, e soprattutto così è stato praticato nella recente storia politica nazionale. Renzi oggi rappresenta il potere, l’establishment, la “classe politica”. Quando gli elettori andranno a votare guarderanno anche a questo aspetto, del tutto estraneo al merito della questione.
Se poi prendiamo in considerazione l’oggetto del referendum, la riforma del Senato, anche qui emerge una difficoltà supplementare per il presidente del Consiglio. Non si deve infatti decidere se confermare o meno l’abolizione del Senato bensì una sua trasformazione affidando i seggi a una rappresentanza di consiglieri regionali. Al di là di ogni giudizio nel merito, se la riduzione numerica e funzionale del Senato doveva placare pulsioni antipolitiche - e molte argomentazioni dello stesso Renzi hanno avuto questo registro (si risparmiano soldi, ci sono meno politici in giro, e così via) - la riforma lascerà scontenta quella grande platea che oggi si sente estranea e persino antitetica rispetto alle istituzioni.
Questo perché, semplificando, Renzi non può rincorrere Grillo. Non si cavalcano dal governo i sentimenti antipolitici se non si è dei populisti, come lo erano Bossi e Berlusconi. Se invece si è legati, più o meno saldamente e più o meno convintamente, ad una visione riformista, non si è credibili nel solleticare sentimenti che non fanno parte della cultura di governo della sinistra. Per questo la campagna elettorale di Renzi non sarà facile. Dovrà convincere che una riduzione è meglio di una abrogazione, che risparmiare un po’ è meglio di risparmiare tutto, che qualche navetta parlamentare tra le due Camere è meglio di nessuna doppia lettura, ecc. Un esercizio difficile quando si ha di fronte una opinione pubblica che ha perso fiducia nella politica e nei partiti, senza grandi distinzioni.
Rimane la via d’uscita già indicata nella conferenza stampa del premier: portare il referendum su un terreno diverso, più congeniale alle risorse del capo del governo. E cioè arrivare ad uno scontro imperniato sulla sua figura, in una sorta di replica a livello nazionale delle primarie. Di nuovo, o con me o contro di me. Ma, in questo caso, non voteranno solo i simpatizzanti del Pd. La coalizione “contro” può essere numerosa, molto numerosa.

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