Due articoli sull'inquietate vicenda dei droni killer impiegati dagli Usa per la guerra di Libia: la guerra non dichiarata divampa, e il PIL cresce
La base siciliana di Sigonella si prepara ad ospitare uno dei principali centri al mondo per il comando, il controllo satellitare e la manutenzione di tutti i droni delle forze armate statunitensi. Il 14 novembre 2015 il Naval Facilities Engineering Command Office per l’Europa e l’Asia sud-occidentale della Marina militare Usa con sede a Napoli ha pubblicato il bando di gara per la realizzazione nella stazione aeronavale n. 2 di Sigonella (NAS 2) dell’UAS SATCOM Relay Pads and Facility, un sito fornito di tutte le attrezzature necessarie a supportare le telecomunicazioni via satellite del Sistema degli aerei senza pilota (Unmanned Aircraft System - UAS) e assicurare “lo spazio per la gestione delle operazioni e delle attività di manutenzione” dei droni in dotazione all’US Air Force e all’US Navy. Il bando, classificato con il codice n. 3319116r1007, prevede la demolizione e la rimozione delle vecchie infrastrutture ospitate nell’area e la realizzazione del nuovo centro per il controllo satellitare dei velivoli senza pilota con relative strade d’accesso per un importo compreso tra i 10 e i 25 milioni di dollari. La società contractor dovrà consegnare i lavori entro 550 giorni dalla stipula dell’accordo con il Dipartimento della marina statunitense.
Il progetto per realizzare in Sicilia l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility era stato presentato la prima volta al Congresso nell’aprile del 2011, ma l’approvazione è giunta solo in occasione della predisposizione del bilancio per le costruzioni militari per l’anno fiscale 2016. “Nel nuovo centro saranno installati dodici ripetitori UAS SATCCOM con antenne, macchinari e generatori di potenza con la possibilità di aggiungere altri otto ripetitori della stessa tipologia”, è riportato nella scheda progettuale fornita dal Dipartimento della difesa. “Il progetto prevede inoltre tutti i sistemi infrastrutturali, meccanici, elettrici, stradali, di prevenzione incendi ed allarme per supportare il sito per le comunicazioni satellitari”.
“Il Sistema degli aerei senza pilota richiede un’ampia facility che assicuri la massime efficienza operativa durante le missioni di attacco armato e di riconoscimento a supporto dei war-fighters”, aggiunge il Pentagono. “La costruzione di una SATCOM Antenna Relay facility è necessaria per supportare i link di comando dei velivoli controllati a distanza, in modo da collegare le stazioni terrestre presenti negli Stati Uniti con gli aerei senza pilota operativi nella regione dell’Oceano atlantico. Con il completamento di questo progetto saranno soddisfatte le richieste a lungo termine di ripetitori SATCOM per i “Predator” (MQ-1), i “Reaper” (MQ-9) e i “Global Hawk” (RQ-4). Il nuovo sito supporterà inoltre il sistema si sorveglianza aeronavale con velivoli senza pilota UAV Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) di US Navy e le missioni speciali del Big Safari di US Air Force”. Il programma BAMS vede l’acquisizione di una quarantina di droni di ultima generazione “Global Hawk” da schierare nelle stazioni aeronavali di Jacksonville (Florida), Kadena (Giappone), Diego Garcia, Hawaii e Sigonella; il Big Safari è invece un articolato programma di acquisizione, gestione, potenziamento di speciali sistemi d’arma avanzati (velivoli senza pilota, grandi aerei da trasporto e per le operazioni d’intelligence e riconoscimento, ecc.) coordinato dal 645th Aeronautical Systems Group dell’US Air Force con sede nella base di Wright-Patterson (Ohio).
I droni-spia e i droni-killer che opereranno sotto il controllo del nuovo centro di Sigonella saranno utilizzati per le missioni pianificate dai comandi strategici di Eucom, Africom e Centcom, in modo da fornire in tempo reale le “informazioni più aggiornate ai reparti combattenti”. “Il sito di Sigonella garantirà la metà delle trasmissioni del Sistema dei velivoli senza pilota UAS e opererà in appoggio al sito di Ramstein (Germania)”, aggiunge il Pentagono. “Senza l’UAS SATCOM Relay Site gli aerei senza pilota non saranno in grado di effettuare le loro missioni essenziali, non potranno essere sostenuti gli attacchi armati e si verificherà una riduzione significativa delle capacità operative odierne e un impatto negativo grave per le future missioni d’oltremare”.
La stazione per il controllo satellitare dei droni di Ramstein è stata completata nel secondo semestre del 2013 all’interno della foresta che sorge nei pressi del grande impianto di baseball utilizzato dal personale militare Usa di stanza nella grande installazione tedesca. Secondo quanto riportato in una lunga inchiesta pubblicata nell’aprile 2015 da The Intercept, il giornale fondato da Glenn Greenwald, l’UAS Satcom Relay di Ramstein è il vero “cuore hi-teach della guerra Usa dei droni”. “Ramstein fa viaggiare sia il segnale satellitare che dice al drone cosa fare sia quello che trasporta le immagini che il drone vede”, aggiunge The Intercept. “Questi dati viaggiano attraverso i cavi sottomarini a fibra ottica, ma è grazie al sistema UAS Satcom che il segnale riesce a viaggiare senza ritardi in modo da permettere ai piloti di manovrare un velivolo a migliaia di chilometri con la necessaria tempestività”. Dalla stazione di Ramstein i segnali sono trasmessi ai satelliti militari operanti nello spazio in banda Ku e alla grande base aerea di Creech (Nevada), la principale centrale di US Air Force per le operazioni planetarie dei droni. Il nuovo UAS Satcom Relay di Sigonella opererà come stazione “gemella” dell’infrastruttura ospitata in Germania, assicurando l’“indispensabile” backup alle operazioni d’intelligence e di telecomunicazione satellitare di Ramstein.
A Sigonella sarà realizzata pure un’ampia area per la sosta dei velivoli senza pilota USA. “Il costo delle infrastrutture di supporto è superiore del 25% di quanto calcolato preventivamente perché la facility deve essere realizzata in un’area sottosviluppata e delicata dal punto di vista ecologico”, spiega il Pentagono. “La SATCOM Communications Support Facility avrà un’estensione di 1.200 metri quadri e non potrà contare sull’apporto finanziario della NATO”. Quando la nuova stazione entrerà in funzione, verranno trasferiti a Sigonella 55 militari e 58 dipendenti civili dell’US Air Force.
La base aereonavale siciliana ospita stabilmente dal 2009 alcuni droni-spia “Global Hawk” della Marina Usa e dal 2013 pure uno stormo di droni-killer MQ-1 “Predator” dell’US Air Force, utilizzati per le incursioni in Libia, Somalia, Regione dei Grandi Laghi, Mali e Niger. A partire dal prossimo anno, Sigonella farà pure da centro di comando e controllo dell’AGS - Alliance Ground Surveillance, il nuovo programma di sorveglianza terrestredella NATO che verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno installati anch’essi in Sicilia.
13 febbraio 2016
I GRANDI AFFARI DEI PROGETTISTI DEL CENTRO DRONI USA ASIGONELLA
Muri sempre più vicini, ragione e umanità sempre piùlontane «L’annuncio di Vienna nel giorno del vertice fra Renzi e il premier austriaco».
La Repubblica, 13 febbraio 2016 (m.p.r.)
Roma. Una barriera per bloccare gli ingressi incontrollati. Una carreggiata della strada su cui far sfilare i rifugiati. Una serie di container per ospitare i gendarmi, incaricati di controllare i documenti di chi passa. L’Austria sceglie la linea dura e annuncia la “chiusura” del Brennero: la frontiera con l’Italia.
La Repubblica,
LE CRISI possono diventare occasioni importanti di rinnovamento e di ridefinizione di vecchi equilibri di potere, soprattutto in quelle congiunture storiche nelle quali l’ordine esistente si alimenta della rovinosa continuazione della situazione di stallo. Questa è stata per molti versi la dinamica che ha visto nascere l’ideale europeo moderno. Essa si è sprigionata dall’interno dell’Europa dei totalitarismi e dei nazionalismi; anzi, dalle prigioni e dai luoghi di confino dove quei regimi liberticidi avevano voluto mettere a tacere gli avversari politici. L’ideale di una unione politica continentale fu maturato nella clandestinità, intuizione di pochi visionari convinti che solo gettando il cuore oltre l’ostacolo si potesse sconfiggere lo status quo e dar vita all’Europa del dopo, democratica e pacifica. È importante ricordare oggi che fu all’interno di una cornice anti-nazionalistica che prese corpo il Manifesto di Ventotene, uno dei prodotti più significativi dell’ideale liberal socialista.
Nelle interviste di Eugenio Scalfari a Laura Boldrini e di Stefano Folli a Giorgio Napolitiano, ospitate su Repubblica, non si può non sentire la forza di quell’ideale, e soprattutto la consapevolezza che ci troviamo, di nuovo, in una situazione di stallo critico, di equilibrio catastrofico che può avere esiti regressivi. Perché, come allora, anche oggi i pericoli al progetto di unione vengono dal nazionalismo, populista e non. Ben inteso, da quando la crisi economica si è abbattuta sul nostro continente e le politiche europee hanno messo a dura prova le politiche economiche e fiscali nazionali, le rimostranze degli Stati membri non sono state sempre ingiustificate. Le resistenze della Grecia, che lo scorso anno si trovò pressoché sola a contestare Bruxelles e la Troika, hanno aperto tuttavia un fronte nel quale altri paesi oggi sembrano volersi identificare. Le polemiche sulle politiche monetarie e le regole bancarie, sulla mancanza di una politica comune sull’immigrazione e il rischio di sospendere provvisoriamente Schengen: tutte queste questioni aperte, e le dinamiche politiche che possono innescare, ci inducono a temere per il futuro del progetto europeo.
Chi può rompere questo stallo, questo equilibrio potenzialmente catastrofico? Sostiene Napolitano, con ottime ragioni, che solo chi sa vedere oltre le strette politiche nazionali, chi non si lascia incagliare nelle questioni locali, può vincere la battaglia europea e, quindi, anche quella nazionale. Non vi è modo per reagire a chi vuole rialzare muri e chiudere le frontiere se non portando il cuore oltre l’ostacolo, progettando una soluzione che non sia nè un ritorno al passato, con gli stati padroni (nani) in casa loro, ma nemmeno la persistenza dello status quo, magari per strappare con trattative nazionali un piccolo “parecchio”. L’Europa degli accordi intergovernativi che si è stabilizzata in questi anni di crisi rischia di aprire entrambi questi scenari, alimentando una voglia di secessione. Per contenere sul nascere questi esiti occorrerebbero grandi leader, visionari che sappiano convicere i loro cittadini e quelli europei che il vero utile nazionale si persegue con politiche anti-nazionaliste. Che si deve volere l’Europa per voler il bene delle proprie società nazionali.
L’Europa deve farsi politica, dunque; superare il livello intermedio dell’attuale costituzionalismo funzionale, indiretto e burocratico, per marcare il corso verso un costituzionalismo compiutamente politico, dove obiezioni e proposte possano godere di legittimità democratica. E che sia il presidente della Bce, Mario Draghi, a farsi propugnatore di questo salto oltre l’ostacolo, a suggerire una unione politica “più perfetta” come direbbero gli americani, a prospettare la necessità di una politica bancaria e fiscale europea, strada verso un governo continentale legittimo, rende pienamente il senso della situazione grave nella quale si trova il progetto di Ventotene. Non leader politici, ma un leader “tecnico”, responsabile di un potere neutro, sente l’urgenza di avviare un’innovazione istituzionale forte. L’Europa con un bilancio comune, con politiche fiscali comuni e cogenti, condizioni essenziali per una vera unione monetaria e bancaria: l’Europa come progetto federale.
Nell’Europa autoritaria e dei totalitarismi, nacque una visione politica e morale che aveva un respiro sovrannazionale. Il Manifesto di Ventotene rispecchiava quella visione assai fedelmente quando sosteneva che “il principio di libertà” é fondamento della società umana e la critica di “tutti quegli aspetti della società che non hanno rispettato quel principio”. In conseguenza di ciò dichiarava il nazionalismo degli Stati come il vero responsabile della Prima guerra mondiale e dell’imperialismo nazionalista che ne era seguito. Il Manifesto sosteneva inoltre che senza il superamento della sovranità assoluta degli Stati la diseguaglianza economica e il nazionalismo avrebbero continuato ad essere un rischio per la pace, anche qualora gli stati europei fossero divenuti democratici. Fino a quando non fosse stata superata la prospettiva nazionalistica, non ci sarebbe stato futuro sicuro né per la pace né per la libertà. Traducendo il paradigma di Kant in un programma politico, i visionari di Ventotene lanciavano il loro doppio progetto: una trasformazione democratica e costituzionale interna agli stati (che è avvenuta), e la creazione di una federazione europea (che stenta ancora a nascere).
postilla
Ha ragione Urbinati quando sostiene che - come ieri col Manifesto di Ventotene - anche oggi si può uscire dalla crisi e, «gettando il cuore oltre l’ostacolo si può sconfiggere lo status quo e dar vita a un'Europa democratica e pacifica. Ma l'ostacolo oltre il quale si deve oggi gettare il cuore non è più la tirannide nazifascista. È quella che la nuova forma del capitalismo, il cui ventre è sempre fecondo, ha inventato: è quel sistema di potere nato dal cervello dei Chicago Boys, sperimentato nel Cile di Pinochet, nell'UK di Margaret Tatcher e negli USA di Donald Reagan, di cui l'Unione europea, è l'espressione. La forma è cambiata, la sostanza poco. Del resto, se anche per l'effetto del sogno di Ventotene era «avvenuta trasformazione democratica e costituzionale interna agli stati europei, negli ultimi trentenni i governi di Craxi, Berlusconi e Renzi ci hanno riportato considerevolmente indietro, come Urbinati ci ha aiutato a comprendere.
Mentre sul confine tra Siria e Turchia si ammassano giorno e notte migliaia di civili siriani in fuga da Aleppo - martellata dai bombardamenti aerei russi e dai mortai dell’esercito lealista di Bashar Al Assad -, ovvero vecchi, donne e bambini terrorizzati di finire nelle mani dei soldati del regime, le terrificanti foto scattate negli anni all’interno delle prigioni dal siriano Caesar, ex fotografo della polizia militare del sanguinario presidente Assad, non potranno essere viste dagli italiani perché sia il Senato sia la Camera le ritengono troppo crude.
Il Sole 24 Ore
IL MONDO RIUNITO AL CAPEZZALE SIRIANO
di Alberto Negri
Prima di ogni giudizio politico e di qualunque cronaca diplomatica sul complicato tentativo di un cessate il fuoco viene il dramma di una tragedia mediterranea senza confronti: sulla mappa del Medio Oriente un'intera nazione sta scomparendo. La guerra di Siria ha raggiunto dimensioni epocali, il maggiore disastro umanitario sulle sponde del Mediterraneo dai tempi della seconda guerra mondiale: in cinque anni secondo il Syrian centre for policy reserach (Scpr) i morti sarebbero 470mila contro i 250mila indicati dall’Onu, un dato che non sarebbe stato aggiornato nell’ultimo anno e mezzo. Gli sfollati sono il 45% della popolazione: 6,6 milioni sono quelli interni, oltre 4 coloro che hanno lasciato il Paese.
Nulla è definitivo nell’affollata guerra siriana, come non lo è attorno a un tavolo di giocatori incalliti. Dove, a tratti, i prepotenti, i virtuosi del bluff, hanno la meglio, nell’attesa che si concluda la partita. Quella in corso nella valle del Tigri e dell’Eufrate non è certo finita. La Russia di Putin è tuttavia al momento in grande vantaggio. È una svolta nel conflitto. Scesa in campo non ultima, ma soltanto di recente con un grande dispiegamento di forze, essa umilia in questa fase la coalizione guidata dalla super potenza americana, esitante e quindi nella scomoda posizione di chi subisce. E rischia un fallimento politico, militare e morale.
È scoraggiante che occorra la tortura e la morte di un giovane intellettuale del Primo mondo per far comprendere ai suoi colleghi di quanto sangue grondino gli scettri dei tiranni al potere grazie al sostegno dei "nostri" governi. Intervista di Francesca Caferri a Olivier Roy.
La Repubblica, 12 febbraio 2016
Olivier Roy, docente dello European University Institute di Fiesole, è uno dei massimi esperti mondiali di Islam. E fra i primi firmatari dell’appello sottoscritto da oltre 4500 accademici di tutto il mondo e indirizzato al presidente egiziano Al Sisi per chiedere giustizia per Giulio Regeni e per tutte le vittime di sparizioni forzate in Egitto.
Professor Roy, perché ha firmato l’appello?
«Perché questa morte mi è sembrata subito sospetta e il comportamento delle autorità egiziane molto ambiguo. Hanno dato spiegazioni diverse e confuse quando è stato chiaro sin dall’inizio che Giulio Regeni era stato sequestrato dalla polizia o da qualche forza governativa. Il suo non è il primo caso di ricercatore finito nelle mani della polizia in Egitto: finora gli stranieri erano stati interrogati, maltrattati e poi espulsi ma nessuno si era fatto male. Era un modo per mettere pressione su di noi. I colleghi egiziani avevano avuto una sorte peggiore: parecchi erano finiti in prigione ed erano stati torturati. Ora però c’è un morto, non possiamo più restare in silenzio».
Crede che questo appello possa davvero servire?
«Il governo egiziano non può ignorarlo: è la prima volta che c’è una mobilitazione simile nel mondo accademico. Non parliamo solo di quello che è accaduto adesso ma della pressione fortissima che si è sviluppata negli ultimi anni contro gli accademici. È venuto il momento di reagire. Credo che la lettera possa servire perché questo governo vuole apparire agli occhi del mondo come un fattore di stabilizzazione nella regione e una barriera contro il radicalismo islamico. Ma così la sua strategia non funziona».
Perché?
«Perché le politiche che portano avanti non fanno che accrescere l’instabilità e la radicalizzazione, come vediamo bene anche nel Sinai».
Che si aspetta dall’Egitto?
«Chiediamo al governo di dire la verità: avrebbe dovuto immediatamente aprire un’inchiesta su quello che è successo invece di spargere pettegolezzi sulle presunte frequentazioni omosessuali di Regeni».
Che conseguenze avrà questa vicenda nel mondo accademico?
«Molte persone sono spaventate. Molte istituzioni diranno ai loro professori e ai loro studenti di non andare in Egitto: e in questo modo il governo avrà ottenuto quello che voleva, che è azzittire la ricerca. Noi non vogliamo che questo accada».
Che contributo portano persone come Giulio Regeni alla ricerca accademica?
«Un contributo fondamentale. Sono quelle che si immergono nella realtà che li circonda. Sono piene di passione e di voglia di fare. Portano conoscenze fondamentali su cui poi noi professori ci basiamo. Ci fidiamo di loro perché vanno a fondo: io e molti miei colleghi non abbiamo più il tempo e il modo di andare al Cairo e passare un mese nelle periferie per capire cosa pensa la gente. Giulio Regeni e quelli come lui avevano questa possibilità. Il lavoro vero è il loro, non il nostro. Senza persone così non ci sarebbe ricerca vera, ma solo paludati convegni ».
Noi siamo le vergini dai candidi manti/sfondate didietro ma sane davan ti/Nell’arte sovrana di fare i pompini battiamo le troie di tutti i casini”. Le ‘vergini dai candidi manti’sono in questo caso i governi, i politici, i politologi, i geopolitici, gli intellettuali, i giornali, gli opinionisti, i commentatori, i giornalisti del mondo cosiddetto democratico che si accorgono solo oggi, colpiti da improvvisa folgorazione, chi è il generale Abd al-Fattah al-Sisi e solo perché in Egitto è stato torturato e ucciso un giovane occidentale, sorte toccata ad almeno 1.500 oppositori, quasi tutti Fratelli musulmani, nei 3 anni di regime del rais del Cairo.
«Scopriamo che cos’è il regime di Al Sisi solo in seguito a questo massacro, avendone ignorato tutti gli altri finora e avendo finora consentito al governo italiano di trattarlo senza contestazione alcuna come un alleato necessario e prezioso».
Internazionale.it, 10 febbraio 2016 (m.p.r.)
Ossa rotte, forse una trentina. Unghie strappate, ai piedi e alle mani. Bruciature di sigarette sparse sulla pelle. Orecchie mozzate. Un colpo finale alla noce del collo. Quanti giorni e quanto sadismo ci vogliono per ridurre così il corpo e l’anima di un essere umano? Nove, secondo alcune ricostruzioni, cinque secondo altre. È il tempo che Giulio Regeni ha impiegato per morire. Quanti giorni e quanto cinismo ci vogliono perché il caso Regeni sia soppiantato dal cattivo andamento delle borse e dalle primarie di Milano nelle aperture dei giornali e dei telegiornali? Ne bastano quattro. È il tempo che Giulio Regeni sta impiegando per morire una seconda volta, come una fra le tante casualties della guerra globale in corso archiviate senza nemmeno la consolazione di una verità plausibile.
Poche ore sono bastate invece a noi per farci un’idea di quella verità, e per realizzare altresì che non coinciderà mai con la versione ufficiale dei fatti, quella che risulterà dalla somma algebrica e real-politicamente accettabile tra la volontà di sapere del governo italiano e la volontà di mentire di quello egiziano. Giulio Regeni è stato torturato, seviziato e ucciso dagli apparati di un regime efferato: poco importa se dalla polizia, dai servizi o da forze speciali. I depistaggi tentati di giorno in giorno da quel regime e dai suoi apparati - si è trattato di un incidente; si è trattato di un crimine di terzi ignoti; cercate tra gli amici con cui andava per feste di compleanno - non fanno che confermarne l’efferatezza. E gli eventuali cedimenti del governo italiano di fronte alla ragion di stato, ovvero alle ragioni economiche che fanno di Al Sisi un interlocutore da trattare coi guanti gialli, non farebbero che renderlo complice, va detto senza mezzi termini, di quella efferatezza.
Adesso non bastano tutte le lacrime che abbiamo per piangere su quel corpo straziato. E del resto esso ci domanda di non velarli di pianto ma di tenerli bene aperti, con tutta la rabbia e l’odio che i genitori di Giulio allontanano da sé, ma noi abbiamo invece il dovere morale di non spegnere, su almeno tre abissi che questa orribile vicenda spalanca.
Primo, l’abisso dell’ignoranza. Siamo nel pieno di una guerra globale di cui non conosciamo nemmeno le pedine a noi più prossime. Scopriamo che cos’è il regime di Al Sisi solo in seguito a questo massacro, avendone ignorato tutti gli altri finora e avendo finora consentito al governo italiano di trattarlo senza contestazione alcuna come un alleato necessario e prezioso. Nella più completa insipienza della complessità dello scenario mediorientale, ci accontentiamo della logica secondo la quale “il nemico del mio nemico è mio amico”, una logica che in quella come in altre parti del mondo non ha mai prodotto nulla di buono, senza neanche chiederci se i nostri presunti amici siano, al fondo, assai simili ai nostri nemici. Ci si può fidare del terrorismo di stato di Al Sisi per combattere lo stato terrorista dell’Is? Si può continuare a pensare che le dittature possano fare da argine al fondamentalismo? Se in Italia esistesse un’opposizione, sarebbero buone domande da porre con una certa fermezza al governo.
Secondo, e correlato, abisso: il cinismo dell’informazione, che dell’ignoranza di cui sopra è largamente responsabile. Ma non solo di quella. Mi chiedevo prima quanto tempo ci ha messo il caso Regeni a “scendere” dalle aperture ai tagli bassi di prima pagina. Ma vale anche la domanda contraria, quanto tempo ci abbia messo a “salire” dalla notizia di dieci righe all’apertura: nove, lunghissimi giorni, i giorni della “sparizione” di Giulio. Nove giorni senza quella pressione dell’opinione pubblica che forse, com’è stato giustamente scritto, avrebbe potuto contribuire non poco a salvargli la vita. Senza dire di quelli che sui giornali insinuano che “il ragazzo se l’è cercata”, o di quelli preoccupati, perfino in questa circostanza, di preservare il governo dagli “antitaliani” che osano avanzare una critica o una domanda. È pensabile almeno una mossa di riscatto? Un segno di lutto, un’insistenza sul fatto, fino a quando la verità, evidente anche ai ciechi, non sarà anche ufficialmente assodata e riconosciuta, con tutte le conseguenze politiche ed economiche del caso?
Terzo abisso, il precipizio dell’umano. La disumanizzazione, si sa, è il costo di qualunque guerra, il prezzo della violenza illimitata che ogni guerra scatena. Ma questo non ci esime dall’analizzare le modalità specifiche in cui si produce in questa guerra, che sempre più assume i caratteri di una guerra civile globale. Dove tutte le vittime sono vittime civili casuali, e lo status di casualties si estende fino a diventare regolarità. E dunque non è affatto un caso che a rimetterci la vita siano giovani studiosi e attivisti come Giulio Regeni o, fatte le dovute differenze, Valeria Solesin. Ha ragione chi in queste ore giudica insopportabile la retorica dei “giovani italiani all’estero” da cui è avvolta la loro morte. Non solo perché sono precisamente i giovani lavoratori della conoscenza a cui l’Italia del precariato intellettuale perenne non dà alcuna prospettiva di lavoro e di vita. Ma anche perché sono giovani globali, che lavorano sulle e nelle contraddizioni del mondo globale e perciò stesso sono i più esposti alle loro esplosioni. Sono, in altri termini, gli anticorpi dell’ignoranza e del cinismo in cui nella provincia italiana restiamo pigramente avvolti, e immeritatamente autoassolti dalle tragedie di un presente che ci assedia senza svegliarci. Dobbiamo loro qualcosa di più di un lutto momentaneo: quantomeno, che questo lutto resti aperto fino a un sia pur parziale, sia pur vano risarcimento.
Il manifesto
Il Cairo. Le autorità egiziane iniziano ad insabbiare l’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. I media locali fabbricano la pista omosessuale dopo le rivelazioni sulle atroci condizioni del cadavere
Al Cairo l’atroce arresto, tortura e morte di Giulio Regeni è già insabbiato. Il ministro dell’Interno, Magdi Abdel Ghaffar, ha negato che esista una pista che confermi le responsabilità della polizia. Eppure tutte le notizie che trapelano dall’autopsia italiana, dalle unghie dei piedi e delle mani strappate, alle falangi fratturate una ad una e l’orecchio mozzato fanno pensare ai metodi inconfessabili della famigerata Sicurezza di Stato egiziana (Amn el-Dawla), temuta da tutti gli egiziani e che da oggi è diventato l’incubo anche degli stranieri. Il colpo di grazia sarebbe stato inferto con l’improvvisa rotazione della testa oltre il punto di resistenza mentre la morte sarebbe sopraggiunta dopo ore di agonia.
Dagli ambienti di avvocati e difensori dei diritti umani in Egitto emerge che Giulio si trovava nel momento sbagliato e nel posto sbagliato quel terribile 25 gennaio, quinto anniversario dalle proteste, quando è scomparso. Probabilmente non lontano da piazza Tahrir e in una riunione a porte chiuse o all’aperto insieme ad almeno quaranta persone. È possibile che in quel momento sia stato fermato insieme agli altri e che in quanto straniero abbia destato sospetti. A quel punto è partito in Egitto il passaggio da un posto all’altro di detenzione fino al luogo degli interrogatori e delle torture. Gli ambienti dei sindacati indipendenti, frequentati da Giulio per motivi di ricerca, sono da tempo infiltrati dai servizi segreti militari e civili.
Questo tentativo di impossessarsi del dissenso da parte dei militari è successo in tante circostanze e modi diversi negli ultimi cinque anni. Un esempio lampante è il movimento Tamarrod (ribelli) che è stato forgiato dai militari per costringere l’ex presidente, Mohammed Morsi, alle dimissioni e che ha giustificato agli occhi dell’opinione pubblica il golpe militare del 2013. Le cellule del gruppo, nato come una raccolta firme, erano costituite proprio da giovani pagati dai militari. Da allora ogni forma di dissenso è stata impedita. Soprattutto all’interno delle fabbriche e tra i sindacati indipendenti. Prima di tutto i sindacati filo-governativi hanno visto spegnersi la loro spinta per i diritti dei lavoratori e in seguito le infiltrazioni di Intelligence hanno riguardato anche gli altri gruppi registrati o informali che sono sotto la lente di ingrandimento del regime.
È possibile che Giulio sia stato tradito da uno dei suoi contatti e che fosse attenzionato. Questo ha prolungato l’arresto trasformandolo in tortura e morte lenta che sarebbe sopravvenuta giorni dopo l’arresto. Perché non è stato lanciato subito l’allarme sulla scomparsa di Giulio? In un’intervista al manifesto l’attivista, Mona Seif, ha spiegato che è una prassi consueta aspettare prima di dare notizia pubblica della scomparsa di un congiunto.
Questa attesa tuttavia potrebbe essergli stata fatale. Nel momento in cui il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, si è attivato, cioè il 31 gennaio, per chiedere spiegazioni al suo omologo egiziano, poco dopo il cadavere di Giulio è stato fatto ritrovare in un fosso in condizioni atroci. Qui si è aperta la ridda di voci e depistaggi. Dall’incidente stradale all’atto di criminalità comune sono le spiegazioni che prima di ogni altre sono state date in pasto ai media per spiegare la morte di Giulio.
L’ultimo tentativo delle autorità egiziane è quello di avvalorare la tesi dell’omicidio a sfondo omosessuale. Secondo questa ricostruzione fasulla il corpo di Giulio sarebbe stato trovato nelle terribili condizioni di cui sopra per il giro di persone che frequentava. Addirittura i due arrestati poche ore dopo l’omicidio sarebbero proprio due persone omosessuali, in seguito rilasciate. Giulio Regeni potrebbe aver ricevuto l’attenzione dei Servizi anche per la sua affiliazione con l’Università americana del Cairo (Auc). Sono tanti i ricercatori europei che fanno riferimento all’istituzione accademica Usa in Egitto.
Tanto è vero che dopo la diffusione della notizia della morte di Giulio Regeni, dall’Auc è arrivata la richiesta a tutti i ricercatori, studenti e dottorandi che avrebbero dovuto recarsi in Egitto di fare marcia indietro e di non andare nel paese per ragioni di sicurezza.
Che oltre al ritrovamento del cadavere al-Sisi non voglia andare lo conferma il fatto che fin qui il team investigativo italiano non ha avuto vita facile in Egitto. Il pm che guida l’inchiesta, Sergio Colaiocco, ha dovuto inviare una rogatoria internazionale per poter aver accesso ai dati emersi dalla prima autopsia. Gli inquirenti italiani al Cairo hanno potuto solo visionare i tabulati telefonici e stabilire che la scomparsa di Giulio è avvenuta mezz’ora dopo aver lasciato casa, poco rispetto alle attese.
La Repubblica
L’EGITTO: “LA POLIZIA NON È COINVOLTA”
Il Cairo.«No. Le posso confermare ancora una volta che Giulio Regeni la notte del 25 gennaio non stato né arrestato né fermato dalla polizia egiziana». Trasuda sdegno il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar per la domanda di Repubblica sulla morte del giovane ricercatore italiano. La sua polizia, dice Ghaffar che comanda circa un milione di agenti divisi in vari dipartimenti, si batte contro il terrorismo e respinge «le ipotesi fantasiose dei giornalisti contro gli apparati di sicurezza. E non accettiamo neanche che si facciano allusioni ». Nessuno, come sostiene il ministro Ghaffar, vuole giungere a conclusione affrettate ma la percezione che sia muro contro muro con l’Italia è lampante.
Il manifesto
L’ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI EGIZIANO:
«VOGLIONO IMPAURIRE GLI STRANIERI»
intervista di Giuseppe Acconcia a Malek Adly
Abbiamo discusso con l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Malek Adly. L’attivista del Centro per lo Sviluppo economico e sociale (Ecesr) dell’ex candidato comunista alle presidenziali, Khaled Ali, con sede al Cairo, ha dovuto per lunghi periodi lasciare il paese per il suo impegno politico. Malek si occupa di casi molto delicati che riguardano le retate che colpiscono attivisti islamisti e di sinistra, recentemente si è occupato anche di arresti di massa in ambienti omosessuali al Cairo e non solo.
Quale crede sia la pista più credibile per la morte di Giulio Regeni?
Dalla sparizione forzata alla sfortuna fino a qualche comunicazione o relazione di amicizia non piaciuta al regime: tutto è possibile in questa fase. Alcuni cittadini americani sono stati arrestati solo perché sedevano in un caffé. Ormai questa è l’attitudine che esiste in Egitto.
Perché accreditano la pista dell’omicidio a sfondo sessuale?
Perché vogliono che la vittime abbia una cattiva reputazione. Per questo dicono che fosse gay. In questo modo nessuno umanizzerà Giulio Regeni, nessuno vorrà sostenere lui o la sua famiglia. Allora tutti diranno che era bugiardo, gay perché gli egiziani non sono familiari con i diritti degli omosessuali. Pochi penseranno che anche se lo fosse stato questo non avrebbe giustificato di certo un omicidio.
C’è poi la pista dei sindacati indipendenti che lui seguiva da vicino per la sua ricerca dottorale per l’Università di Cambridge?
Tutto è possibile. È possibile che fosse in comunicazione con attivisti politici o difensori dei diritti umani in Egitto. E questo di sicuro non fa piacere al regime militare egiziano. Potrebbe essere un segnale per tutti gli stranieri. Chi è in Egitto e ha comunicazioni con chi si occupa di questioni politiche può essere torturato o ucciso.
È possibile che i gruppi che frequentava Giulio fossero infiltrati dai Servizi di Intelligence militare o civile?
Certo, è plausibile. Non lo sapremo mai in maniera puntuale. Non sapremo mai i nomi e i cognomi di chi ha tradito Giulio. E forse neppure di chi ha ordinato di ucciderlo materialmente. Né sapremo mai quale apparato lo ha fermato. Forse la Sicurezza di Stato (Amn el-Dawla) o la Sicurezza Centrale. Viviamo in Egitto in una situazione folle. Le agenzie di sicurezza commettono crimini contro egiziani e contro stranieri. È successo contro una vittima di nazionalità francese poche settimane fa. È stato ucciso brutalmente in cella nella stazione di polizia di Qasr el-Nil nel centro del Cairo. La stessa cosa è successa in altre circostanze all’insegnate canadese, Andrew Pochter, ucciso a sangue freddo ad Alessandria d’Egitto nel 2013.
In qualche modo sta accreditando la tesi che la polizia volesse colpire uno straniero?
Sì, questo è un messaggio chiaro a tutti gli stranieri che vogliono venire in Egitto per motivi di ricerca o di inchiesta. Il messaggio è: dovete rivedere la vostra decisione perché il paese non è sicuro. Questo spingerà molti accademici e giornalisti ad evitare di venire qui a lavorare con la stessa serenità che hanno sempre avuto.
Crede che nel mirino dell’esercito egiziano ci siano in particolare le ong e gli attivisti di sinistra dopo la lunga stagione di repressione degli islamisti?
L’esercito può trovare un accordo con gli islamisti moderati ma non con la sinistra che è contro la dittatura militare e ha altre idee in materia di politiche socio-economiche. E poi il nostro scopo non è arrivare al potere. Solo per questo siamo dei nemici giurati del regime di al-Sisi.
Pensa che Abdel Fattah al-Sisi abbia intenzione in questo contesto di frenare le azioni sommarie della polizia egiziana?
Il presidente egiziano purtroppo è paranoico. Non lo farà mai.
Il manifesto
IL BLOGGER EGIZIANO ABBAS:
«NON É UN COMPLOTTO CONTRO IL REGIME»
intervista di Giuseppe Acconcia a Wael Abbas
Abbiamo raggiunto al telefono al Cairo il blogger egiziano, Wael Abbas. Ci ha raccontato i momenti salienti delle rivolte del 2011. Gli abbiamo chiesto di ricostruire per il manifesto, le circostanze dell’arresto, detenzione e tortura di Giulio Regeni.
Cosa è successo al ricercatore italiano?
Sembra che sia stato arrestato, interrogato e ucciso. Lo hanno fatto sparire, torturato e fatto ritrovare morto. Questo trattamento è tra i metodi che solo la polizia egiziana può aver perpetrato.
Può essere che Giulio sia stato arrestato in quanto straniero?
Il 25 gennaio scorso la polizia era dappertutto. L’Egitto è diventato un paese xenofobo. I media sono xenofobi. Tutti i sostenitori delle sinistre sono spie. Tutti gli stranieri sono spie che vogliono preparare un’invasione materiale o immaginaria del paese. Per il grande dispiegamento di forze di quel giorno, è impossibile si sia trattato di un atto di piccola criminalità. Se lo avessero rapito, non sarebbe potuto avvenire quel giorno. E poi abitava al centro del Cairo: una zona sicura.
Perché hanno atteso così tanto per rendere nota la notizia?
Le persone che vivevano con lui avrebbero dovuto rendere pubblica la sua scomparsa la notte stessa. Secondo la legge egiziana se qualcuno sparisce, bisogna denunciare la scomparsa dopo 24 ore. La polizia poi è ovvio che dica che non è stato arrestato e che nessuno sa dove sia il cadavere. E la polizia non dà nessun aiuto per il ritrovamento dello scomparso. Se una persona poi è accusata di un reato politico automaticamente perde la sua umanità. Il ministro degli Interni ha detto ci sono 90 milioni di persone in Egitto non è un problema che centinaia spariscano, questo ha detto un pubblico ufficiale.
È possibile che Giulio sia stato fermato per il tema della sua ricerca accademica?
In Egitto odiano studiosi e giornalisti che si occupano di questo. Impediscono loro di entrare o li deportano. Ma è la prima volta che uno straniero viene ucciso in modo così atroce. Spero che non si ripeta. Questo succedeva nelle dittature militare argentina e cilena.
Perché è stata avanzata la pista sugli ambienti omosex?
Le condizioni del cadavere non rendevano credibile le piste dell’incidente stradale e della rapina. A quel punto era necessaria un’altra pista. Stanno dicendo che Giulio aveva partner omosessuali e per questo lo hanno ucciso. Hanno poi arrestato due omosessuali accusandoli di averlo ucciso.
E poi Giulio potrebbe essere stato fermato anche solo perché straniero?
Queste piste sono credibili. Che la sicurezza abbia nel mirino gli stranieri è chiaro. Lo confermano i casi dei turisti messicani e l’insabbiamento delle indagini sull’aereo russo Metrojet. Ci sono state sentenze di condanna di stranieri. È stato arrestato di recente al Cairo il figlio di un ministro americano. Il governo Usa ha dovuto pagare miliardi per farlo uscire di prigione, come ha confermato Hillary Clinton.
Crede sia in atto uno scontro tra polizia e militari. In altre parole sia in atto un complotto?
È evidente che al-Sisi non sia al corrente di ogni arresto. Dieci mila persone sono state arrestate ultimamente. Sa che arrestano e uccidono egiziani e stranieri. Chiunque lo abbia fatto quindi ha agito nei suoi interessi e non contro.
È in corso una repressione capillare della sinistra?
Socialisti e comunisti sono un problema. Al-Sisi adotta un progetto neo-liberista. Vuole privatizzare l’elettricità e l’acqua. Non gli importa dei salari dei lavoratori. Ha una visione di destra. Per questo la sinistra è ora il nemico.
Eppure al-Sisi ormai ha ottenuto tutto dalla presidenza al parlamento, perché non rilassa le sue politiche repressive?
I dittatori non si rilassano mai. Vanno avanti fino all’autodistruzione. Si sente minacciato ed è in pericolo ogni momento. La gente intorno a lui lo fa sentire così perché proteggendolo continuano a guadagnarci. E non vogliono in nessun modo che le cose cambino.
Il problema non è solo quello di cedere una parte piu o meno grande della sovranità ma della strategia politica che si accetta: emblematico ciò che avvenne, e continua ad avvenire, nella Libia .
Il manifesto, 9 febbraio 2016 (m.p.r.)
Partecipando (come ormai d’obbligo) all’incontro dei ministri della difesa Ue il 5 febbraio ad Amsterdam, il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha lodato «il piano degli Stati uniti di accrescere sostanzialmente la loro presenza militare in Europa, quadruplicando i finanziamenti a tale scopo».
Gli Usa possono così «mantenere più truppe nella parte orientale dell’Alleanza, preposizionarvi armamenti pesanti, effettuarvi più esercitazioni e costruirvi più infrastrutture». In tal modo, secondo Stoltenberg, «si rafforza la cooperazione Ue-Nato». Ben altro lo scopo. Subito dopo la fine della guerra fredda, nel 1992, Washington sottolineava la «fondamentale importanza di preservare la Nato quale canale della influenza e partecipazione statunitensi negli affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la struttura di comando dell’Alleanza», ossia il comando Usa. Missione compiuta: 22 dei 28 paesi della Ue, con oltre il 90% della popolazione dell’Unione, fanno oggi parte della Nato sempre sotto comando Usa, riconosciuta dalla Ue quale «fondamento della difesa collettiva». Facendo leva sui governi dell’Est, legati più agli Usa che alla Ue, Washington ha riaperto il fronte orientale con una nuova guerra fredda, spezzando i crescenti legami economici Russia-Ue pericolosi per gli interessi statunitensi. In tutta l’Europa orientale sventola, sul pennone più alto, la bandiera a stelle e strisce assieme a quella della Nato. In Polonia, la nuova premier Beata Szydlo ha ammainato dalla sue conferenze stampa la bandiera della Ue, spesso bruciata nelle piazze da «patrioti» che sostengono il governo nel rifiuto di ospitare i rifugiati (frutto delle guerre Usa/Nato), definiti «invasori non-bianchi».
In attesa del Summit Nato, che si terrà a Varsavia in luglio, la Polonia crea una brigata congiunta di 4mila uomini con Lituania e Ucraina (di fatto già nella Nato), addestrata dagli Usa. In Estonia il governo annuncia «un’area Schengen militare», che permette alle forze Usa/Nato di entrare liberamente nel paese.
Sul fronte meridionale, collegato a quello orientale, gli Stati uniti stanno per lanciare dall’Europa una nuova guerra in Libia per occupare, con la motivazione di liberarle dall’Isis, le zone costiere economicamente e strategicamente più importanti. Una mossa per riguadagnare terreno, dopo che in Siria l’intervento russo a sostegno delle forze governative ha bloccato il piano Usa/Nato di demolire questo Stato usando, come in Libia nel 2011, gruppi islamici armati e addestrati dalla Cia, finanziati dall’Arabia Saudita, sostenuti dalla Turchia e altri.
L’operazione in Libia «a guida italiana» - che, avverte il Pentagono, richiede «boots on the ground», ossia forze terrestri - è stata concordata dagli Stati uniti non con l’Unione europea, inesistente su questo piano come soggetto unitario, ma singolarmente con le potenze europee dominanti, soprattutto Francia, Gran Bretagna e Germania. Potenze che, in concorrenza tra loro e con gli Usa, si uniscono quando entrano in gioco gli interessi fondamentali.
Emblematico quanto emerso dalle mail di Hillary Clinton, nel 2011 segretaria di Stato: Usa e Francia attaccarono la Libia anzitutto per bloccare «il piano di Gheddafi di usare le enormi riserve libiche di oro e argento per creare una moneta africana in alternativa al franco Cfa», valuta imposta dalla Francia a sue 14 ex colonie. Il piano libico (dimostravamo sul manifesto nell’aprile 2011) mirava oltre, a liberare l’Africa dal dominio del Fmi e della Banca mondiale. Perciò fu demolita la Libia, dove le stesse potenze si preparano ora a sbarcare per riportare «la pace».
«Dirà qualcuno: ma a rompere le relazioni diplomatiche si rovinano gli affari (opulenti, com’è noto: 30 mila pistole Beretta alle polizie di Al Sisi, tanto per cominciare). Allora si smetta di parlare di orgoglio nazionale, e meno che mai di diritti umani».
Micromega, 7 febbraio 2016
Se di tutto questo orgoglio nazionale sventagliato e twitterato da Renzi urbi et orbi e coram populo come cosa propria c’è una sola oncia che non sia chiacchiera propagandistica per gonzi e giornalisti a bacio di pantofola, la cartina di tornasole sarà (è, ormai da giorni) l’orrenda fine di Giulio Regeni, torturato per giorni in modo efferato nell’Egitto di Al-Sisi e ucciso spezzandogli l’osso del collo.
Vogliamo anzi esigiamo la verità, tutta la verità, e altro bla bla bla è stata la giaculatoria che sotto la regia di Renzi le autorità italiane stanno biascicando da giorni. Ma quella verità, al netto di qualche dettaglio (i nomi degli esecutori) è lapalissiana, la scrive il Corriere della Sera, la scrive la Stampa, la scrive la Repubblica, la sanno anche i bambini e la capiscono i sassi, gli scherani di Al Sisi in forma di polizia politica del regime dittatoriale egiziano sono gli autori dei mostruosi giorni di tortura lenta e inenarrabile per strappare al collaboratore del manifesto i nomi dei suoi contatti nei sindacati indipendenti invisi ai militari al potere.
Ora, un governo che possieda orgoglio nazionale, dopo aver mandato i suoi inquirenti in Egitto, al primo depistaggio di Al Sisi richiama l’ambasciatore, al secondo rompe le relazioni diplomatiche, altrimenti vuol dire che per orgoglio intende chinare il capo al giogo della presa per il culo, giogo che non può essere tollerato come gioco. E il primo di depistaggio c’è già stato, con la pantomima oscena dell’arresto di due criminali comuni (seguirà confessione) dopo aver inizialmente parlato di incidente d’auto, il secondo è in pieno corso col muro di gomma ormai in atto.
Del resto Renzi il reato di tortura si è ben guardato dall’introdurlo nell’ordinamento italiano. Non gli faremo il torto di ricordare l’adagio “cane non morde cane” perché sappiamo che i morti per tortura di polizia in Egitto si contano a centinaia e forse migliaia, in Italia sulle dita di una mano.
Dirà qualcuno: ma a rompere le relazioni diplomatiche si rovinano gli affari (opulenti, com’è noto: 30 mila pistole Beretta alle polizie di Al Sisi, tanto per cominciare). Allora si smetta di parlare di orgoglio nazionale, e meno che mai di diritti umani, e la politica renziana dichiari papale papale i suoi principi non negoziabili: in nome del profitto tutto è lecito a chiunque, e chi si mette in mezzo pace all’anima sua, se l’è cercata.
«L’autopsia conferma la pista dell’omicidio politico. Lo scontro tra apparati e i tentativi di depistaggio». Articoli di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, e Leonardo Coen, l
a Repubblica Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2016 (m.p.r.)
La Repubblica
"GIULIO TORTURATO
PERCHÉ PENSAVANO FOSSE UNA SPIA
di Carlo Bonini e Giuliano Foschini
Roma. Se è vero che un corpo senza vita “parla” né più e né meno come un testimone, oggi si può dire che, nel suo martirio, Giulio Regeni abbia consegnato la chiave che porta ai suoi carnefici. E dunque che l’inchiesta della Procura di Roma sul suo omicidio possa partire da due solide circostanze di fatto. Perché sostenute entrambe delle prime conclusioni dell’autopsia eseguita nella notte tra sabato e domenica dal professor Vittorio Fineschi. La prima: le lesioni sul corpo di Giulio (compresa quella letale al midollo spinale con la frattura di una vertebra cervicale) provano che l’omicidio ha una mano e un movente politici. La seconda: nella loro raggelante crudeltà, le sevizie inflitte al ragazzo hanno un inequivocabile format dell’orrore. Proprio degli interrogatori che le polizie segrete riservano a coloro che vengono ritenuti “spie”, come nel caso di Giulio. “Colpevole”, agli occhi dello “squadrone della morte” che lo aveva sequestrato la sera del 25 gennaio, di giocare troppe parti in commedia. Ricercatore universitario, giornalista con pseudonimo per un “quotidiano comunista” (il manifesto), militante politico per la causa delle opposizioni al regime.
Lo squadrone della morte
A Giulio Regeni sono state strappate le unghie delle dita e dei piedi. Sono state fratturate sistematicamente le falangi, lasciando tuttavia intatti gli arti inferiori e superiori. È stato mutilato un orecchio. Chi lo ha sistematicamente seviziato era convinto di poter ottenere informazioni che il povero Giulio non poteva consegnare semplicemente perché non le aveva. Perché non era la “spia” che i suoi aguzzini ritenevano lui fosse. I boia hanno infierito su un inerme. Lo hanno appunto lavorato alle mani, ai piedi e quindi al tronco. Colpendolo ripetutamente al torace, alle costole, alla schiena, dove l’autopsia ha refertato numerose fratture.
La tragica fine di Giulio Regeni, qualunque sia stata la causa, ha messo in evidenza un elemento nascosto della nostra politica nei confronti dell’Egitto: l’imbarazzo. Il presidente della Repubblica ha auspicato «piena collaborazione delle autorità egiziane» parlando di «preoccupante dinamica degli avvenimenti» e di «crimine così efferato, che non può rimanere impunito». Eppure le autorità egiziane in quel momento qualificavano l’episodio come “incidente stradale”. Evidentemente il nostro Presidente non credeva alla versione ufficiale. Il presidente del consiglio ha manifestato i suoi dubbi chiedendo che fosse «dato pieno accesso ai nostri rappresentanti per seguire da vicino tutti gli sviluppi delle indagini». Cosa che di solito si richiede alle repubbliche delle banane.
Il manifesto, 7 febbraio 2016 (m.p.r.)
Scene raccapriccianti: decine di migliaia di siriani in fuga da Aleppo dove infuria la guerra sbattono contro la frontiera turca sbarrata per decisione del governo di Ankara. E ora la Turchia vuole costruire un muro - l’ennesimo - nell’unico tratto di frontiera a nord di Aleppo non sotto il controllo dell’Isis.
I 3 miliardi di euro concessi dall’Unione europea alla Turchia per bloccare i profughi non potevano trovare davvero un migliore impiego! L’unico intervento deciso dalla Unione europea per i profughi ha avuto l’esito che si poteva facilmente immaginare.
Il sultano Erdogan, dopo aver foraggiato l’Isis con soldi, armi e combattenti in arrivo dal Golfo e dall’occidente e aver contrabbandato il petrolio estratto nello «stato islamico», per poi aderire alla coalizione anti-Isis ad obtorto collo – non poteva sottrarsi essendo membro della Nato – ma solo per bombardare i kurdi, ora può finire l’opera, riducendo i profughi a topi in trappola, con i soldi dell’Unione europea.
Si continuano a creare mostri che sfuggono di mano, l’elenco è lungo da Osama bin Laden fino ad al Baghdadi.
È paradossale che l’Europa offra ora sostegno politico e finanziario ad Ankara, dopo aver continuamente rinviato l’entrata della Turchia nella Ue a causa della violazione dei diritti umani, proprio nel momento in cui il regime autoritario di Erdogan mostra il peggio di sé (è il Paese con il maggior numero di giornalisti in carcere, alcuni dei quali rischiano la pena di morte), ha ripreso il massacro dei kurdi e non solo in Turchia, ha ingaggiato un braccio di ferro con la Russia - trovando uno zelante contendente in Putin -, vuole costruire un muro in Siria con il miraggio di occupare una fascia di sicurezza oltre frontiera.
Una scelta scellerata che ricadrà sulle nostre coscienze – se ce ne sono rimaste – perché non tutti i profughi potranno morire di fame e di stenti, non tutti i bambini potranno essere lasciati annegare in mare, il fascismo che serpeggia in Europa e nel MediO Oriente finirà per provocare una ribellione che travolgerà i benpensanti, gli indifferenti e i razzisti.
A quel punto l’Europa, se ancora esisterà, dovrà scegliere da che parte stare, se diventare un luogo di accoglienza e di convivenza di popoli con culture diverse o arroccarsi in un fortino nel deserto (le previsioni climatiche già vanno in questo senso) in attesa dell’arrivo dei tartari. Che arriveranno dopo aver abbattuto tutti i muri. Allora forse chi sopravviverà riproverà quella sensazione vissuta nel 1989 con l’abbattimento del muro di Berlino. Un evento storico irripetibile, che però non ha lasciato traccia.
«A tutti i miei amici italiani dico che questo è ciò che affrontiamo ogni giorno in Egitto, e che purtroppo abbiamo migliaia di Giulio egiziani. Per favore, insistete nella ricerca della verità e delle responsabilità dei colpevoli, per darci la speranza che un giorno, insieme, potremo restituire i loro diritti a tutti i Giulio».
La Repubblica, 7 febbraio 2916 (m.p.r.)
Amici del ricercatore ma anche persone che non lo avevano mai conosciuto al sit in davanti all’ambasciata italiana “Era uno di noi, non possiamo farci fermare dalla paura”
“L’HANNO UCCIO A BOTTE AVEVA IL COLLO SPEZZATO”
LA MORTE DOPO TRE GIORNI IN MANO AGLI AGUZZINI
di Carlo Bonini e Giuliano Foschini
Roma. Lo hanno ucciso spezzandogli il collo. Lo hanno colpito ripetutamente, accanendosi e fratturando le ossa in tutte le zone del corpo fino a quando a cedere non è stata la vertebra cervicale. Non è chiaro se perché investita da un oggetto contundente o perché divelta con una rotazione improvvisa della testa oltre il suo punto di resistenza. Poco dopo la mezzanotte si solleva l’ultimo velo sull’orrore di cui è stato vittima Giulio Regeni. Perché solo dopo mezzanotte è cominciata, davvero, l’inchiesta sull’omicidio del giovane ricercatore italiano. Dopo oltre cinque ore l’autopsia disposta dalla procura di Roma chiarisce infatti i primi e cruciali punti di un’indagine dove di “congiunto”, allo stato, sembra esserci solo l’enfasi retorica espressa nelle dichiarazioni ufficiali del regime di Al-Sisi. E del resto, che questo primo atto istruttorio sia stato affidato al professor Vittorio Fineschi, direttore del dipartimento di medicina legale de “La Sapienza” e, da dieci anni, coraggioso e ostinato perito di parte nel processo per la morte di Stefano Cucchi, dice molto dell’approccio con cui la Procura abbia deciso di affrontare la vicenda.
Riprendiamo alcuni articoli dal quotidiano che ha seguito con maggiore attenzione la tragedia che è avvenuta al Cairo, e che prosegua ancora, Articoli di Norma Rangeri, Giuseppe Acconcia, Mona Seil.
Il manifesto, 6 febbraio 2016
Egitto. Fonti di polizia in Egitto hanno riferito di due arresti legati al caso Regeni. Una nota degli inquirenti ha escluso che l’omicidio Regeni abbia riferimenti «terroristici o politici» ma «si tratterebbe di un atto criminale». Oggi alle 13 la salma arriverà a Roma
Vogliamo la piena verità sulla scomparsa di Giulio Regeni. Le autorità egiziane hanno già messo in moto la macchina dell’oblio sulla tragica vicenda del dottorando italiano, trovato morto al Cairo nel quartiere di 6 ottobre mercoledì scorso. Sono bastate le prime ricostruzioni del Capo dipartimento per le indagini generali del governatorato di Giza, Khaled Shalaby, per giustificare le ricostruzioni che hanno legittimato la pista dell’incidente stradale.
Le rivelazioni che erano emerse da una prima indagine sul corpo del dottorando friulano, effettuate dal procuratore Ahmad Nagi nell’obitorio Zeinum di Sayeda Zeinab, nel centro del Cairo, avevano fatto emergere particolari inquietanti. La stampa locale ha fatto riferimento ad un «corpo bruciato» a cui si erano aggiunte le atroci rivelazioni su segni di tortura e maltrattamenti. Questo quadro fa pensare senza dubbio ad un coinvolgimento della polizia nel fermo, scomparsa e uccisione di Giulio.
Un team di investigatori italiani seguirà le indagine al Cairo per stabilire la verità sul caso. Gli investigatori hanno fatto sapere che sarà effettuato un esame tossicologico sul corpo del giovane.
Il pm Sergio Colaiocco aveva ipotizzato il reato di omicidio volontario e avviato una rogatoria internazionale per avere dalle autorità egiziane copia degli atti compiuti dal momento del ritrovamento della salma.
Ma qui si impongono domande necessarie che sarà importante demandare all’equipe di medici che effettueranno l’autopsia italiana una volta che la salma sarà in Italia oggi alle 13. Per esempio, quando è stato ucciso Giulio? Subito dopo la scomparsa o qualche giorno dopo? Già questo potrebbe dare un’indicazione più precisa sulle cause della morte.
A quel punto bisognerebbe capire se i tagli sul corpo sono i segni di una detenzione prolungata. E quindi come è morto Giulio? Alcune ricostruzioni hanno parlato di un violento colpo alla testa.
Anche queste sono prove compatibili con le molestie che centinaia di persone comuni subiscono quotidianamente nelle carceri egiziane.
E poi ovviamente la domanda più importante è chi ha ucciso Giulio e perché lo ha fatto? Non ci sono legami certi tra la ricerca sul sindacalismo indipendente e le cause della scomparsa.
Eppure poche ore dopo la diffusione della notizia della sua sparizione, il quotidiano filo-governativo al-Ahram aveva già diffuso un identikit del giovane e degli ambienti che frequentava.
Fonti di polizia in Egitto hanno riferito di due arresti legati al caso Regeni. Una nota degli inquirenti ha escluso che l’omicidio Regeni abbia riferimenti «terroristici o politici» ma «si tratterebbe di un atto criminale».
Anche la pista della rapina finita male o dell’atto di criminalità comune sembrano un’offesa grave per la memoria di Giulio. La data del 25 gennaio è già di per sé un elemento chiaro che rende evidente la pista dell’arresto. Il dispiegamento di forze dell’ordine e la tensione era alle stelle a causa delle possibili manifestazioni.
E poi Giulio, solo perché straniero, era già passibile di fermi della polizia. Lo spiega bene su Twitter l’attivista Mona Seif, moglie di Alaa Abdel Fattah, socialista in prigione per le sue campagne contro i processi militari civili e il suo impegno anti-regime, più volte intervistato dal manifesto. «Se siete stranieri per favore non venite in Egitto. Almeno non adesso. Finché non saremo capaci di darvi un minimo di sicurezza e un trattamento adeguato da parte della popolazione e delle autorità», ha scritto Mona (v. a pagina 3 il testo integrale dell’appello). L’attivista fa riferimento proprio al clima di xenofobia instillato negli egiziani e che sarebbe alla base degli interventi sommari della polizia.
Un primo piccolo funerale egiziano si è svolto al Cairo prima della partenza della salma. È possibile che si tenga una veglia funebre a Roma nelle prossime ore.
Anche i social network si sono mobilitati per una dimostrazione di solidarietà nei confronti di Giulio Regeni chiedendo a compagni e amici di portare dei fiori ai cancelli dell’ambasciata egiziana a Roma in segno di solidarietà con il giovane. Il noto fumettista Carlos Latuff ha voluto ricordare Giulio rappresentandolo abbandonato in una pozza di sangue, assieme ad altri corpi esanimi, in un veicolo della polizia egiziana: «Un’altra vittima del regime di terrore di al-Sisi».
IL DOLORE E GLI AVVOLTOI
di Norma Rangeri
Tutto il manifesto in questo momento è accanto alla famiglia di Giulio Regeni, per condividere con i genitori il dolore di chi ha perso un figlio nel modo più crudele e violento. Un ragazzo che li rendeva orgogliosi perché studiava e univa l’impegno civile al suo lavoro di ricercatore. Una giovane persona curiosa del mondo, attenta ai problemi sociali di un paese dove il dissenso non solo non viene tollerato ma è selvaggiamente represso con il carcere, le sparizioni, le uccisioni.
Della sua profonda passione e della forte partecipazione alle vicende di quel paese è del resto piena testimonianza l’articolo che ieri abbiamo pubblicato sul nostro sito, e poi sul giornale. E’ il racconto, preciso e appassionato, di un’assemblea sindacale. Giulio spiega la difficoltà dei lavoratori del settore pubblico, la mancanza di democrazia nell’organizzazione del sindacato egiziano, e la fatica di opporsi al programma di privatizzazioni iniziato ai tempi di Mubarak in un paese ormai martoriato dalla repressione feroce di un regime sanguinario. Nel suo reportage si approfondisce l’analisi sociale e se ne ricava il giudizio politico, con la consapevolezza che tutto, libertà, lavoro e diritti, viene oggi giustificato, in quel paese, dalla guerra al terrorismo. E forse, leggendolo, la polemica nata attorno all’affrettata diffida scritta a nome della famiglia, potrà stemperarsi e trovare nella concitazione di quelle ore terribili, la sua unica, comprensibile spiegazione.
Ma nulla, purtroppo, può sfamare gli avvoltoi che hanno infierito in queste ore su Giulio Regeni. [q avvoltoi che vivono nella Rete e che lo hanno arruolato nei servizi segreti italiani coprendo la sua vita di fango, come a giustificare la sua morte [qui in calce uno degli ' avvoltoi' cui si riferisce Rangeri-ndr]. Purtroppo a questi bassifondi dell’informazione siamo abituati perché, come abbiamo scritto, siamo un giornale di frontiera che ha già vissuto sulle sue povere ma robuste spalle altri drammi e tragedie, sempre e solo legate all’impegno politico e giornalistico, al dovere di testimoniare. E così è stato anche nella terribile vicenda di questo ragazzo che aveva appena iniziato a scrivere per noi perché considerava «un piacere poter pubblicare sul manifesto», considerandolo «il giornale di riferimento in Italia», come scriveva nelle mail.
Oggi il suo corpo viene restituito al nostro paese. E mentre cominciano a emergere particolari sulle torture subite, il dittatore egiziano si mostra cortese e comprensivo verso il governo italiano messo nel grave imbarazzo di ritrovarsi il cadavere di un giovane italiano mentre discute di affari con il nostro ministro dello Sviluppo economico. L’incidente va archiviato, magari con la punizione esemplare di qualche poliziotto (si parla di due arresti). Uno di quelli indicati da Mona Seif, nota attivista dei diritti umani, autrice di un appello agli stranieri di non recarsi in questo momento nel suo paese dove «qualsiasi poliziotto di qualsiasi grado si sente in diritto di detenere e magari torturare chiunque cammini per strada».
Il caso Regeni va dunque risolto il più rapidamente possibile, così da riprendere presto le normali, anzi, le privilegiate, relazioni tra l’Egitto e l’Italia. Un punto fermo della nostra politica internazionale, una corsia preferenziale sullo scacchiere mediorientale, specialmente in vista di probabili, ravvicinati interventi militari in Libia, con il dittatore Al-Sisi schierato dalla parte giusta. Si chiama real-politik.
«Questo è un messaggio sincero: Se siete uno straniero PER FAVORE non venire in Egitto. Almeno non adesso. Non venire finché non saremo capaci di darti un minimo di sicurezza e un trattamento adeguato da parte della popolazione e delle autorità. Non venire finché i media continuano a istigare le persone, spingendole a dubitare di qualsiasi straniero incontrato per strade come se fosse una spia potenziale che cerca di distruggere il loro Paese, non venire finché qualsiasi poliziotto di qualsiasi grado si sente in diritto di detenere e magari torturare senza motivo chiunque cammini per strada, e non finché questo stato di paura/dubbio spinge ognuno a prendere le questioni nelle proprie mani.
«Non venire finché la polizia si trova ad orchestrare molti dei rapimenti, e quando non è direttamente implicata è totalmente inutile nell’opera di prevenzione dei crimini, nel proteggervi, e persino nel rivelare quanto è accaduto dopo che è accaduto.
«Per favore state lontani da questo paese che è piagato dalla morte e dall’orrore in ogni suo angolo, finché non riusciremo in qualche modo a riconquistare uno spazio comune sicuro per tutti, per quelli che vivono qui e per coloro che vengono da fuori.
«Se insistete nel venire a studiare o anche solo a visitare o esplorare l’Egitto adesso, siate pienamente consapevoli dei veri rischi che si corrono anche solo camminando per strada, anche solo esistendo.
«Mi dispiace molto per la famiglia e gli amici di Giulio Regeni.
«Noi ci siamo così abituati alle notizie quotidiane di torture, rapimenti e morti che le abbiamo quasi accettate come parte integrante delle nostre identità, un prezzo inevitabile per il nostro essere cittadini. Ma non riesco a immaginare cosa si possa provare nel perdere una persona amata per questo orrore, e in un paese così lontano da casa. Mi dispiace molto che il calore e l’entusiasmo che Giulio aveva per l’Egitto siano stati ripagati con tanto dolore e tanta crudeltà».
«L’integralismo cattolico che brandisce il cristianesimo come una clava contro i migranti musulmani. E il cedimento dei governi europei che mette in forse la stessa sopravvivenza dell’Unione».
Il manifesto, 5 febbraio 2016
«L’apostasia delle proprie radici giudaico-cristiane è la causa di tanti mali della società di oggi»: queste parole di Massimo Gandolfini, leader del family day, rivelano la vera ratio di quell’adunata: riproporre la famiglia come fonte e supporto del potere patriarcale e di tutti gli autoritarismi della nostra società con una chiamata alle armi in difesa della perduta purezza dell’Occidente. Il cattolicesimo degli organizzatori, tornato in piazza con il preciso intento di offuscare i contenuti dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, è quello stesso cristianesimo oggi brandito come una clava contro i migranti musulmani dai governi ungherese, polacco e ceco, dagli hooligans svedesi che danno la caccia ai ragazzini di colore e dai tanti partiti nazionalisti e razzisti che stanno prendendo il sopravvento in tutti i paesi d’Europa.
Quel sopravvento si alimenta di un cedimento dei governi dei principali paesi europei alle loro pressioni; un cedimento che ormai mette in forse la sopravvivenza stessa dell’Unione. Solo qualcuno, e solo ora, comincia a prenderne atto. Gli altri no:“Ecco come salvare le banche”, titolano i giornali; ma di come salvare i profughi che annegano o muoiono di fame, di sete e di freddo non parla nessuno: nemmeno quelli che pure raccontanole atroci condizioni a cui l’Europa sta condannando milioni di vittime di guerre, rapine e devastazioni ambientali prodotte in gran parte dalle sue politiche o dalla sua indifferenza. Eppure bisogna cominciare a chiedersi come far fronte a questa offensiva, perché le linee di resistenza sono ormai in rotta.
Una cosa deve essere chiara: per quanto dure possano farsi le politiche di riduzione delle libertà costituzionali e dei diritti sociali adottate dai governi europei, nessuno di loro risolverà il problema dei profughi, perché la politica dei respingimenti è senza futuro. Impraticabile è l’idea di accogliere solo i profughi di guerra (che sono comunque moltissimi) perché tutti gli altri (i cosiddetti migranti economici) sono nelle loro stesse condizioni: altrimenti non affronterebbero un viaggio dove rischiano non solo la morte propria e delle loro famiglie, ma anche la prospettiva, di cui sono perfettamente al corrente, di venir imbottigliati lungo il percorso o rispediti in uno dei paesi che hanno attraversato; ma anche perché i paesi da cui fuggono sono sempre di più in balia di nuove guerre che le politiche di respingimento non fanno che attizzare.
La “purezza” etnica dell’Europa sembra ormai messa in mano alla Turchia: una dittatura feroce - in guerra con una parte cospicua del suo popolo e dei suoi vicini, che non ha esitato e non esiterà a sostenere la ferocia dell’Isis o di altri suoi emuli - a cui l’Europa assegna il compito di trattenere in veri e propri Lager i disperati che non vuole accogliere sul proprio suolo e quelli, immeritevoli di accoglienza, che vuole cacciare. Non ci si rende conto di mettere così in mano a quel paese, insieme ai profughi, un’arma di ricatto e di controllo su tutte le politiche europee del futuro. Ma quei profughi sono già troppi anche per la Turchia, come lo sono per Libano e Giordania; e, anche se un ministro belga si è già spinto a chiedere al Governo Greco di fare affogare i profughi che cercano di raggiungere le sue isole, non c’è morte nel deserto o naufragio in mare in grado di “smaltire i flussi” di coloro che continueranno a cercare di sfondare le mura della fortezza Europa. Vero è che la dissoluzione di Schengen lascia ormai intravvedere che a tener lontani i profughi dal cuore dell’Europa saranno tra poco chiamati i paesi di arrivo: Grecia, Italia e, forse, Spagna. Sempre al Governo Greco è stata, tra l’altro, prospettata la costruzione di un campo di concentramento per 400mila profughi (il ministro competente ha risposto che questo lo facevano i nazisti). Coloro che invocano l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea non mettono mai in conto questa prospettiva.
C’è un’alternativa a tutto ciò (e al molto altro che ne consegue)? E’ una domanda di buon senso a cui non risponde certo la finta prospettiva di accogliere i profughi (ma come? e quanti?) e respingere i migranti; senza naturalmente spiegare come fare la “selezione” né tantomeno dove “metterli” e a chi “restituirli”: quasi fossero “pezzi” (Stuecke) e non esseri umani come noi, e assai più infelici di noi. No. A breve tempo non c’è alternativa né una forza sociale o politica in grado di prospettarla. Meglio quindi adottare fin d’ora in una posizione di resistenza, cercando di ricostruire quell’alternativa attraverso dei passaggi legati tra loro:
Innanzitutto non stancarsi di indignarsi e di manifestare la nostra indignazione per il cinismo con cui il problema viene affrontato: è un modo per arginare il razzismo. Dall’indignazione è iniziato in altri paesi il cammino della riscossa. Ci ripetiamo che bisogna unire le forze, collegare i movimenti, unificare gli obiettivi; ma la base dell’unità è un sentire comune e pubblico.
Poi bisogna fare attenzione alle parole. Poco per volta ci abituiamo a parlare della vita e della morte di milioni di persone, di uomini, donne, bambini, trattandoli come un problema, un ingombro, un “fattore di squilibrio”, una sciagura. Ed è per queste vie che si insinua il razzismo.
Poi vengono le buone pratiche. Migliaia e migliaia di persone si adoperano ogni giorno e in ogni modo per rendere meno atroce la vita di chi arriva nei nostri paesi. E’ la base, che si può ancora allargare, indispensabile per rovesciare la situazione.
Poi ci sono le mobilitazioni per i diritti: lavoro, sanità, scuola, territorio, costituzione, contro la guerra. Sono momenti importanti di unità, ma senza un collegamento con la difesa dei profughi rischiano di lasciar campo libero all’avversario.
La ragione è dalla nostra parte: senza un massiccio apporto di profughi e migranti l’Europa perde abitanti e forze di lavoro, invecchia, imbocca la strada di una stagnazione (che non è certo la decrescita felice). Ce ne vorrebbero almeno tre milioni all’anno solo per mantenere la popolazione europea in equilibrio. L’incapacità di accoglierli è una conseguenza delle politiche di austerity: le stesse che hanno creato milioni di disoccupati tra i cittadini europei. La lotta contro la disoccupazione e quella per l’accoglienza non si contraddicono (non sono gli uni che portano via “il posto” agli altri).
Dare un futuro a milioni di profughi e restituire lavoro reddito e dignità a milioni di europei disoccupati non è compito da affidareal mercato o solo a un grande piano statale. Richiede migliaia di progetti diffusi sul territorio, con un obiettivo comune che non può che essere la conversione ecologica, per riportare il pianeta, l’Europa e ogni singola comunità entro i limiti della sostenibilità. Progetti articolati attraverso milioni di piani personalizzati di inserimento sociale: una cosa che può essere affrontata solo da quelle organizzazioni del terzo settore (non tutte) che si riconoscono in quel comune sentire che è la solidarietà. Questo tema è stato posto nel Forum dell’economia sociale e solidale promosso dal GUE-NGL (e di fatto, da Podemos), riunito per la prima volta a Bruxelles il 28 gennaio. Adesso si tratta di andare avanti.
Con circolare inviata il 15 dicembre 2015 dalla Direzione Generale per gli Ordinamenti e la Valutazione del Sistema Nazionale d’Istruzione, i dirigenti scolastici e gli insegnanti di tutta Italia sono stati invitati a contribuire al successo delle proposte educative della nuova partnership libri-moschetto. Le iniziative per l’anno scolastico in corso e per quello 2016-1017 occupano quasi tutti i campi disciplinari: dalla storia alle scienze, dalle nuove tecnologie al diritto, dallo sport all’educazione stradale. Per celebrare i 70 anni della fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, MIUR e forze armate hanno promosso il concorso Nazioni Unite per la pace: entro la data del 31 marzo, alunni e studenti sono chiamati a presentare composizioni scritte o figurative, progetti multimediali e/o interattivi sulle “sfide relative alla sicurezza di tutti gli Stati”. “In occasione della ricorrenza del 70° anniversario dell’ONU, nonché della prosecuzione delle celebrazioni per il centenario della Grande Guerra, appare opportuno che gli studenti riflettano sul contributo che le Forze Armate hanno offerto in questo periodo per la difesa della Patria e delle libere Istituzioni e per la tutela degli interessi nazionali nel più ampio contesto delle organizzazioni internazionali delle quali l’Italia fa parte”, riporta il comunicato a firma del MIUR e della Difesa. “Le tracce proposte dal bando di concorso Nazioni Unite per la pace costituiranno l’occasione per una riflessione sulla più grande organizzazione intergovernativa mondiale, con particolare riferi
«» Tanto, pagano gli altri. La Repubblica
Il punto chiave della bozza resa pubblica ieri da Tusk a Bruxelles, frutto di mesi di negoziati con il governo Cameron, è la concessione di un “freno d’emergenza” per 4 anni ai benefici assistenziali (integrazione dei salari più bassi, assegni familiari, alloggi popolari) agli immigrati comunitari: quello che voleva Downing street, come misura per rallentare un’immigrazione europea che cresce al ritmo di 300 mila arrivi l’anno. Ma le modalità del provvedimento sono da definire e i benefici andrebbero “gradualmente” ripristinati. C’è insomma ancora da discutere, su questo come sugli altri punti dell’accordo (sovranità dei Parlamenti nazionali, integrazione europea, protezione dei diritti dei paesi fuori dall’eurozona).
«Progressi concreti, che mi permetterebbero di battermi per restare in Europa - commenta Cameron - con la mano sul cuore sento di avere ottenuto quanto avevo promesso». In Inghilterra tuttavia i pareri discordano. Per il Guardian si tratta di «concessioni parziali». Per il Financial Times è «un fragile accordo». Il Telegraph cita nel titolo le parole di un deputato Tory euroscettico: «La Ue dà uno schiaffo in faccia al Regno Unito». Per Farage, leader Ukip, è un patto «davvero patetico ». E il capo del Labour, Jeremy Corbyn, favorevole a restare nella Ue (pur senza entusiasmo), accusa il premier di «correre dietro agli euroscettici». Cameron si difende così: «Gli immigrati non avranno più accesso immediato al welfare britannico, la sterlina non sarà discriminata rispetto all’euro, il nostro Parlamento potrà respingere le idee pazze di Bruxelles ».
Siamo riusciti a costruire un mostro in Europa, dove l’eurozona è supremamente potente come entità, ma in nessuno ha veramente il controllo. Le istituzioni e le regole che sono state poste in essere al fine di conservare l’equilibrio politico che ha avviato l’intero progetto dell’euro paralizzano qualunque attore che ha qualcosa a che fare con la legittimazione democratica”. Pubblichiamo l’intervista a Yanis Varoufakis realizzata da Nick Buxton per il Transnational Institute (TNI).
Quali consideri le maggiori minacce alla democrazia oggi?
La minaccia alla democrazia è sempre stata il disprezzo che il sistema prova per essa. La democrazia, per sua stessa natura, è molto fragile e l’antipatia nei suoi confronti da parte del sistema è sempre estremamente pronunciata. Il sistema ha sempre cercato di svuotarla.
Questa storia risale all’antica Atene, ai primi tentativi di dar vita ad una democrazia. L’idea che i poveri, che erano la maggioranza, potessero controllare il governo era sempre contestata. Platone scrisse La Repubblica come trattato contro la democrazia, argomentando a favore di un governo degli esperti.
Analogamente nel caso della democrazia statunitense, se si guarda ai documenti federalisti e ad Alexander Hamilton, si vedrà che c’era un tentativo di contenere la democrazia, non di rafforzarla. L’idea che stava dietro alla democrazia rappresentativa era che i mercanti rappresentassero il resto della popolazione perché la plebe non era considerata all’altezza del compito di decidere su importanti questioni di Stato.
Gli esempi sono innumerevoli. Si consideri soltanto quello che è successo con il governo Mossadeq in Iran negli anni ’50 o con il governo Allende in Cile. Ogni volta che le urne producono un risultato che non piace al sistema, il processo democratico è rovesciato oppure è minacciato di essere rovesciato.
Dunque, se mi chiedi chi sono e sono sempre stati i nemici della democrazia, la risposta è: i grandi poteri economici.
Quest’anno pare che la democrazia sia sotto attacco più che mai da parte di un potere radicato. La tua percezione è questa?
Questo è un anno speciale a tale riguardo poiché abbiamo avuto l’esperienza della Grecia, dove nelle elezioni la maggioranza dei greci ha deciso di sostenere un partito anti-establishment, SYRIZA, che è salito al potere “dicendo la verità al potere” e sfidando l’ordine costituito in Europa.
Quando la democrazia produce ciò che il sistema ama sentire, allora la democrazia non è una minaccia, ma quando produce forze anti-sistema e rivendicazioni, è allora che la democrazia diventa una minaccia. Siamo stati eletti per sfidare la troika dei creditori ed è stato a quel punto che la troika ha affermato con assoluta chiarezza che alla democrazia non può essere consentito di cambiare nulla.
Sulla base del tuo periodo da ministro greco delle finanze, che cosa ti ha rivelato l’esperienza a proposito della natura della democrazia e del potere? Quali sono le cose che ti hanno sorpreso?
Ci sono andato con gli occhi bene aperti. Non avevo illusioni. Ho sempre saputo che le istituzioni dell’Unione europea a Bruxelles – la Banca centrale europea e altre – erano state create progettualmente come zone aliene alla democrazia. Non è che un deficit di democrazia si è improvvisamente insinuato nell’UE; essa è stata creata principalmente come un cartello dell’industria pesante, che ha finito poi per cooptare anche gli agricoltori, principalmente gli agricoltori francesi. Ed è sempre stata amministrata come un cartello; non è mai stata intesa come l’inizio di una repubblica o di una democrazia in cui “noi, il popolo” dettiamo legge.
Riguardo alla tua domanda, mi hanno colpito un paio di cose. La prima è la sfacciataggine con cui mi è stato chiarito che la democrazia era considerata irrilevante. Nella primissima riunione dell’Eurogruppo a cui ho partecipato, quando ho cercato di fare un’affermazione che non pensavo sarebbe stata contestata – cioè che rappresentavo un governo neo-eletto il cui mandato andava rispettato in una certa misura, che questo avrebbe dovuto alimentare un dibattito su quali politiche economiche dovessero essere applicate alla Grecia, ecc. – sono rimasto attonito nel sentire il ministro delle finanze tedesco dirmi, alla lettera, che alle elezioni non può essere consentito di cambiare una politica economica stabilita. In altri termini, che la democrazia va bene fintanto che non minaccia di cambiare nulla! Anche se mi aspettavo che la musica fosse quella, non ero preparato a sentirmela suonare così brutalmente.
La seconda cosa per la quale dovrei dire che non ero preparato, per parafrasare la famosa espressione di Hannah Arendt sulla banalità del male, era la banalità della burocrazia. Mi aspettavo che i burocrati di Bruxelles fossero molto sprezzanti della democrazia, ma mi aspettavo che fossero garbati e tecnicamente competenti. Invece sono rimasto sorpreso nel constatare quanto erano banali e, da un punto di vista tecnocratico, quanto erano scadenti.
Come funziona dunque il potere nell’Unione europea?
La cosa principale da osservare riguardo all’UE è che l’intera attività di Bruxelles è basata su un processo di depoliticizzazione della politica che consiste ne prendere quelle che sono essenzialmente decisioni profondamente e irrevocabilmente politiche e forzarle nel regno di una tecnocrazia dominata dalle regole, un approccio algoritmico. È la pretesa che le decisioni riguardo alle economie in Europa siano semplicemente problemi tecnici che hanno bisogno di soluzioni tecniche decise da burocrati che seguono regole prestabilite, proprio come un algoritmo.
Così, quando si cerca di politicizzare il processo, si finisce con un genere particolarmente tossico di politica. Per farti solo un esempio, nell’Eurogruppo stavamo discutendo la politica economica relativa alla Grecia. Il programma che avevo ereditato come ministro delle finanze fissava un obiettivo di avanzo primario del 4,5 per cento del PIL, che consideravo esageratamente elevato. E lo stavo contestando su basi puramente tecniche, di teoria macroeconomica.
Così mi è stato immediatamente chiesto quale avrei preferito fosse l’avanzo primario. Ho cercato di fornire una risposta onesta, affermando che doveva essere considerato alla luce di tre fattori e dati chiave: gli investimenti in rapporto ai risparmi, le scadenze del rimborso del debito e il deficit o avanzo di partita corrente. Ho cercato di spiegare che se volevamo far funzionare il programma greco dopo cinque anni di fallimento catastrofico che avevano condotto alla perdita di quasi un terzo del reddito nazionale avremmo dovuto considerare queste tre variabili insieme.
Ma mi è stato detto che le norme affermano che dovevamo considerare un unico numero. Così ho replicato: «E allora? Se c’è una norma sbagliata dovremmo cambiarla». La risposta è stata: «Una norma è una norma!». E io ho rimbeccato affermando: «Sì, questa è una norma, ma perché dovrebbe essere una norma?». A quel punto ho ricevuto una risposta tautologica: «Perché è la norma». Questo è quel succede quando si abbandona un processo politico a favore di un processo dominato da norme: finiamo con un processo di depoliticizzazione che porta a politiche tossiche e ad una cattiva economia.
Un altro esempio che vorrei farti è che, a un certo punto, stavamo discutendo del programma greco e dibattendo la formulazione di un comunicato che doveva uscire riguardo a quella riunione dell’Eurogruppo. Io ho detto: «D’accordo, citiamo la stabilità finanziaria, la sostenibilità fiscale – tutte cose che la troika e altri volevano fossero dette – ma parliamo anche della crisi umanitaria e del fatto che ci stiamo occupando di cose come una fame diffusa». La risposta che ho ricevuto è stata che ciò sarebbe stato “troppo politico”. Che non possiamo avere simili “espressioni politiche” nel comunicato. Così i dati sulla stabilità finanziaria e sull’avanzo di bilancio andavano bene, ma dati sulla fame e sul numero di famiglie senza accesso all’elettricità e al riscaldamento in inverno non andavano bene perché erano “troppo politici”.
Ma tutto questo sforzo di depoliticizzazione in realtà è profondamente politico, visto che il neoliberismo e un processo politico.
Ma loro non la pensano così. Si sono convinti che esistono certe regole che riguardano variabili ed equazioni naturali e che tutto il resto non c’entra. E così che la pensano.
È sempre stata condannata al fallimento o ci sono stati dei processi o degli eventi particolari che hanno minato la democrazia in Europa, come il Trattato di Maastricht?
Quello che sto per condividere è più o meno il tema del mio libro, che uscirà ad aprile ed è intitolato And the weak suffer what they must? Europe’s crisis, America’s economic future (‘E il debole subisca quel che deve subire? La crisi dell’Europa, il futuro economico degli Stati Uniti’). Il titolo deriva dall’antico greco Tucidide e dal dibattito da lui riportato tra i generali ateniesi e i melii, che furono infine sconfitti dai generali.
Il punto che sto sostenendo è il seguente: diversamente dagli Stati statunitense, tedesco o britannico che sono emersi da secoli di evoluzione, attraverso i quali lo Stato si è evoluto come strumento funzionale per risolvere diversi generi di conflitti sociali, l’UE ha seguito una strada diversa. Ad esempio, se si prende lo Stato britannico, la gloriosa rivoluzione del 1688 è stata incentrata sul porre limiti al potere della monarchia in conseguenza degli scontri tra i baroni e il re; le riforme successive sono state il risultato di conflitti tra gli aristocratici ed i mercanti, poi tra i mercanti e la classe operaia. È così che si evolve uno Stato normale ed è così che nascono le democrazie liberali.
Ma l’UE non si è affatto evoluta così. La sua formazione, come dicevo prima, si è avuta nel 1950 con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), che era fondamentalmente un cartello come l’OPEC. E Bruxelles era il quartier generale di tale cartello. Era qualcosa di molto diverso da uno Stato. Non aveva a che fare con la mitigazione di scontri tra classi e gruppi sociali. L’intera ragion d’essere di un cartello consiste nello stabilizzare i prezzi e limitare la concorrenza tra i propri membri.
La sfida per Bruxelles consisteva inizialmente nello stabilizzare i prezzi del carbone e dell’acciaio e poi quelli di altre materie prime e merci, in un cartello che copriva diversi regimi monetari e perciò sei rapporti di cambio. Senza rapporti stabili di cambio tra le monete di tale unione sarebbe stato impossibile stabilizzare i prezzi di un cartello di portata europea nei suoi sei membri iniziali. Finché c’era il sistema di Bretton Woods (che legava i rapporti di cambio al dollaro, il cui valore era fissato a 35 dollari l’oncia), mantenere allineate le monete europee era automatico. Ma quando quel sistema saltato per mano del segretario al Tesoro statunitense John Connally e di altri, nel 1971, i rapporti di cambio dei diversi paesi europei sono impazziti. Il marco della Germania ha cominciato a salire, la lira italiana ha cominciato a scendere, mentre il franco francese lottava per evitare lo stesso destino della lira. Ciò ha generato enormi forze che potevano fare a pezzi l’UE. Bruxelles non era più in grado di stabilizzare il suo cartello. Ed è qui che è emersa la necessità di una moneta comune.
Dai primi anni ’70 ci sono stati vari tentativi falliti di sostituire il sistema dei cambi fissi, che gli statunitensi avevano gestito sino ad allora, con un sistema europeo. Il primo fu il “serpente monetario europeo” nel 1972; negli anni ’90 abbiamo avuto ovviamente il Sistema monetario europeo e poi, infine, tra il 1992 ed il 1993, è stato introdotto l’euro con il Trattato di Maastricht, che ha legato monetariamente vari Stati europei sotto una singola valuta, una sola moneta.
Ma nel momento in cui hanno fatto ciò (senza disporre di alcun modo per gestire politicamente questa area monetaria), improvvisamente il processo di depoliticizzazione della politica (che era sempre stato parte integrante dell’Unione europea) è divenuto estremamente potente e ha cominciato a distruggere la sovranità politica.
Una delle poche persone che aveva capito bene questo non era di sinistra, bensì di destra. È stata Margaret Thatcher che ha guidato l’opposizione alla moneta unica e ne ha di fatto espresso molto chiaramente i pericoli. Io mi sono opposto alla Thatcher su tutto il resto, ma su questo aveva ragione lei. Diceva che chi controlla la moneta, la politica monetaria ed i tassi d’interesse, controlla la politica dell’economia sociale. La moneta è politica e può soltanto essere politica e qualsiasi tentativo di depoliticizzarla e di trasferirla ad un branco di burocrati irresponsabili di Francoforte (dove ha sede la Banca centrale europea) costituisce, in effetti, un’abdicazione della democrazia.
Perché la Thatcher è stata la sola voce d’opposizione considerato che ciò proteggeva gli interessi neoliberisti di cui lei era una forte sostenitrice?
La Thatcher era una conservatrice, una Tory. Pur essendo una pioniera del neoliberismo, credeva anche nella sovranità parlamentare e nel controllo del processo politico. Per lei il neoliberismo era un processo politico in cui credeva, ma per lei era ancora importante che il parlamento britannico controllasse la politica del neoliberismo. Non c’era alcun parlamento nell’eurozona; l’area euro non ha alcun parlamento. Il Parlamento europeo è una barzelletta; non opera da vero parlamento. È, al meglio, una simulazione di un parlamento, non un parlamento reale, perciò a una conservatrice inglese, per la quale la legittimazione della democrazia deriva dalla legittimazione del potere sovrano, dal parlamento, l’euro appariva come un’aria monetaria destinata ad avvizzire e morire.
Curiosamente uno dei miei maggiori sostenitori quando ero ministro delle finanze greco è stato un ministro della Thatcher e già cancelliere dello scacchiere, Norman Lamont. Siamo addirittura diventati amici. Quello che abbiamo in comune è una dedizione alla democrazia. Abbiamo idee molto diverse su quali politiche andrebbero messe in atto come parte della politica democratica, ma è rimasto scioccato anche lui per il modo in cui un branco dirigenti non eletti ha gestito le politiche fiscali e monetarie della Grecia e per come hanno raso al suolo la sua economia.
Dunque, visto che il Regno Unito è rimasto fuori dall’euro, è influenzato dalle politiche dell’eurozona?
Beh, come sappiamo la Gran Bretagna sta attraversando la prima fase di una campagna per un referendum sull’adesione all’UE. È un confronto molto emotivo. Io ritengo che sia stato magnifico per i britannici stare fuori dall’euro, un colpo di fortuna. Ma, detto questo, la loro economia è completamente determinata dalla prigione dell’eurozona e dunque l’idea che possano sottrarsi alla sua influenza votando per l’uscita dall’UE è eccessivamente ottimistica. Non possono uscire. Ora, i conservatori britannici che appoggiano l’uscita dall’UE sostengono di non avere bisogno dell’Unione europea; che possono avere il mercato unico senza la camicia di forza di Bruxelles. Ma questa è una tesi fortemente dubbia, poiché il mercato unico non può essere immaginato senza una protezione comune dei lavoratori, degli strumenti comuni per prevenire lo sfruttamento dei lavoratori o dei parametri comuni sull’ambiente o l’industria. Dunque l’idea che si possa avere il mercato unico senza unione politica si scontra con la realtà politica che il solo modo per avere il libero scambio di questi tempi è avere leggi comuni sui brevetti, sui parametri industriali, sulla disciplina della concorrenza, ecc. E come si possono avere leggi simili se non c’è il controllo di qualche genere di istituzione o di processo democratico che si applichi a ogni giurisdizione? Dunque, se si rifiuta la possibilità di un’Unione europea democratizzata, si rifiuta la possibilità di un parlamento britannico sovrano e si finisce per avere degli accordi commerciali atroci, come il TTIP.
Dove risiede, allora, il potere in Europa?
Questa è una domanda interessante. A prima vista le sole persone potenti in Europa sono Mario Draghi, capo della Banca centrale europea, e Angela Merkel, la cancelliera tedesca. Ma, detto questo, neppure loro sono poi tanto potenti. Ho visto Mario Draghi apparire estremamente frustrato nelle riunioni dell’Eurogruppo per ciò che veniva detto, per la sua stessa impotenza, perché doveva fare delle cose che pensava fossero orribili per l’Europa. Al tempo stesso, Angela Merkel si sente chiaramente accerchiata dalle richieste del suo stesso parlamento, del suo partito, circa la necessità di mantenere un tipo di modus vivendi con i francesi su cui lei non è d’accordo.
Dunque, la risposta alla tua domanda è che siamo riusciti a costruire un mostro in Europa, dove l’eurozona è supremamente potente come entità, ma in nessuno ha veramente il controllo. Le istituzioni e le regole che sono state poste in essere al fine di conservare l’equilibrio politico che ha avviato l’intero progetto dell’euro paralizzano qualunque attore che ha qualcosa a che fare con la legittimazione democratica.
Ma questo processo non ha dato grande potere ai mercati finanziari?
I mercati finanziari non hanno più potere in Europa di quanto ne abbiano negli Stati Uniti o altrove.
Torniamo al 2008. In quell’anno, dopo anni di sperperi del settore finanziario e di creazione criminale di credito da parte sua, le istituzioni finanziarie sono implose ed i capitani della finanza si sono rivolti ai governi e hanno detto loro: «Salvateci». E l’abbiamo fatto, trasferendo enormi somme dai contribuenti alle banche. Questo è successo negli USA ed in Europa; non ci sono state differenze al riguardo.
Il problema è che l’architettura dell’UE, e in particolare dell’euro, era così scadente che questo massiccio trasferimento di denaro dai contribuenti, e specialmente dai settori più deboli della società, alle banche non è stato sufficiente a stabilizzare il sistema finanziario.
Lascia che ti faccia un esempio. Paragoniamo il Nevada con l’Irlanda. Il loro clima può essere molto diverso, ma sono entrambi di dimensioni uguali in termini di popolazione e hanno economie simili. Entrambe le economie sono basate sulle proprietà immobiliari, sul settore finanziario, sull’attirare imprese in base a bassissime imposte sugli utili. Dopo il 2008 entrambe le economie sono cadute in una profonda recessione, che ha colpito principalmente il settore immobiliare e l’industria delle costruzioni.
La differenza sta nel modo in cui sono stati in grado di reagire. Immagina che le zone del dollaro USA fossero state costruite allo stesso modo dell’eurozona. Allora lo Stato del Nevada avrebbe dovuto trovare fondi per salvare le banche e anche per pagare le indennità di disoccupazione dei lavoratori dell’edilizia, e senza l’aiuto della Federal Reserve. In altre parole il Nevada sarebbe dovuto andare col cappello in mano a chiedere prestiti al settore finanziario. Considerato che gli investitori avrebbero saputo che il governo del Nevada non aveva una banca centrale a sostenerlo, o non gli avrebbero concesso prestiti oppure non lo avrebbero finanziato a tassi d’interesse ragionevoli. Così il Nevada sarebbe finito in bancarotta e lo stesso sarebbe successo alle sue banche e la gente del Nevada avrebbe perso le indennità di disoccupazione o i servizi sanitari o dell’istruzione. Dunque immagina, allora, che lo Stato si fosse recato col cappello in mano dalla Federal Reserve a chiedere aiuto. E immagina che la Federal Reserve gli avesse detto: «Vi concederemo il salvataggio e vi presteremo fondi a condizione che riduciate i salari, le pensioni e le indennità di disoccupazione del 20 per cento». Ciò avrebbe consentito allo Stato del Nevada di onorare i pagamenti a breve, ma l’austerità e la riduzione dei redditi e delle pensioni, ecc. avrebbero ridotto le entrate del Nevada e aumentato il suo debito relativo ai prestiti di salvataggio in misura tale che il Nevada sarebbe imploso. Se ciò fosse successo nel Nevada, sarebbe successo in Missouri, in Arizona, ecc., avviando un effetto domino in tutti gli Stati Uniti.
Dunque è questo che sto dicendo. Non c’è alcuna differenza in termini dell’importanza del settore finanziario e della sua tirannide sulla democrazia tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma la differenza è che negli USA c’è un insieme di istituzioni che sono meglio capaci di gestire crisi come queste e di evitare che si trasformino in una crisi umanitaria. Gli statunitensi hanno appreso le loro lezioni negli anni ’30. Il New Deal mise in atto istituzioni che agirono come ammortizzatori, mentre in Europa siamo ancora dove eravamo nel 1929. Stiamo permettendo che questa austerità competitiva distrugga un paese dopo l’altro fino a quando l’Unione europea non si rivolgerà contro sé stessa.
Dunque è ora di sostenere un’uscita dall’euro? Ritornare a una moneta nazionale non darà almeno una migliore opportunità di accountability democratica?
Questa naturalmente è una battaglia che ho in corso con i miei compagni in Grecia. Sono cresciuto in un’economia capitalistica periferica piuttosto isolata, con una nostra moneta, la dracma, e un’economia con quote e dazi che impediva il libero flusso di merci e capitali. E posso garantirti che era una Grecia parecchio tetra; non era di certo un paradiso socialista. Dunque l’idea tornare allo Stato-nazione per creare una società migliore per me è sciocca e implausibile.
Ora, io vorrei che non avessimo creato l’euro, vorrei che avessimo conservato le nostre monete nazionali. È vero che l’euro è stato un disastro. Ha creato un’unione monetaria progettata per fallire e che ha assicurato sofferenze indicibili ai popoli dell’Europa. Ma, detto questo, c’è differenza tra dire che non avremmo dovuto creare l’euro e dire che ora dovremmo uscirne. A causa di quella che in matematica chiamiamo isteresi. In altre parole uscire non ci riporterà a dove eravamo prima o a dove saremmo stati se non fossimo entrati.
Alcuni fanno l’esempio dell’Argentina, ma la Grecia non è nella situazione in cui era l’Argentina nel 2002. Non abbiamo una moneta da svalutare nei confronti dell’euro. Abbiamo l’euro! Uscire dall’euro significherebbe una nuova moneta, il che richiede quasi un anno da introdurre, per poi svalutarla. Ciò sarebbe lo stesso che se l’Argentina avesse annunciato una svalutazione con dodici mesi di anticipo. Sarebbe catastrofico, perché se si dà un simile preavviso agli investitori – o persino ai comuni cittadini – questi liquiderebbero tutto, si porterebbero via i soldi nel periodo che gli si è offerto in anticipo rispetto alla svalutazione, e nel paese non resterebbe nulla.
Anche se potessimo tornare collettivamente alle nostre monete nazionali in tutta l’eurozona, paesi come la Germania, la cui moneta è stata cancellata in conseguenza dell’euro, vedrebbero salire alle stelle i loro rapporti di cambio. Ciò significherebbe che la Germania, che al momento ha una bassa disoccupazione ma un’elevata percentuale di lavoratori poveri, vedrebbe tali lavoratori poveri diventare disoccupati poveri. E ciò si ripeterebbe dovunque in Europa orientale e centrale: in Olanda, Austria, Finlandia, in quelli che chiamo paesi in attivo. Mentre in luoghi come Italia, Portogallo e Spagna, e anche in Francia, ci sarebbe contemporaneamente una fortissima caduta dell’attività economica (a causa della crisi in paesi come la Germania) ed un forte aumento dell’inflazione (perché le nuove monete in quei paesi dovrebbero svalutare in misura molto considerevole, provocando il decollo dei prezzi all’importazione di petrolio, energia e merci fondamentali).
Dunque, se torniamo nel bozzolo dello Stato-nazione, avremo una linea di faglia lungo il fiume Reno e le Alpi. Tutte le economie ad est del Reno ed a nord delle Alpi finirebbero in depressione ed il resto dell’Europa sprofonderebbe in una stagflazione economica caratterizzata da elevata disoccupazione e inflazione.
Potrebbe addirittura scoppiare una nuova guerra; magari non si tratterebbe di una guerra vera e propria, ma le nazioni si scaglierebbero l’una contro l’altra. In un modo o nell’altro, l’Europa farebbe ancora una volta affondare l’economia mondiale. La Cina sarebbe devastata da questo e la fiacca ripresa statunitense svanirebbe. Avremo condannato il mondo intero ad almeno una generazione perduta. Eventi di questo tipo non vanno mai a vantaggio della sinistra. Saranno sempre gli ultranazionalisti, i razzisti, i fanatici ed i nazisti a trarne profitto.
L’euro o l’Unione Europea possono essere democratizzati?
Fondiamo entrambe le cose per il momento. L’Europa può essere democratizzata? Sì, penso di sì. Lo sarà? Sospetto di no. Se mi chiedi le mie previsioni, io sono molto pessimista. Penso che il processo di democratizzazione abbia pochissime possibilità di successo. Nel qual caso avremo una disintegrazione ed un futuro molto cupo. Ma la differenza, quando parliamo della società o del tempo, è che al tempo non interessa un fico secco delle nostre previsioni, dunque possiamo permetterci di rilassarci e guardare il cielo e dire che pioverà perché una tale affermazione non influenza la probabilità che piova. Ma quando si tratta di società e di politica abbiamo un dovere morale e politico di essere ottimisti e di dire, d’accordo, di tutte le scelte che ci sono disponibili, qual è quella che ha meno probabilità di causerà una catastrofe? Per me si tratta del tentativo di democratizzare l’Unione europea. Penso che riuscirà? Non lo so, ma se non spero che ci riusciremo, non posso alzarmi dal letto al mattino.
Democratizzare l’Europa è una questione di rivendicare principi fondamentali o di sviluppare una nuova idea di sovranità?
Entrambe le cose. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. L’idea di sovranità non cambia, ma il modo in cui si applica ad aree multietniche e multi-giurisdizionali come l’Europa va ripensata. È sempre stato frustrante cercar di convincere i francesi ed i tedeschi che c’è una profonda differenza tra un’Europa delle nazioni e un’Unione europea. I britannici lo capiscono meglio, specialmente i conservatori, ironicamente. Sono sostenitori di Edmund Burke, anti-costruttivisti che ritengono che debba esserci una mappatura uno a uno tra nazione, parlamento e moneta: una nazione, un parlamento, una moneta.
Quando chiedo ai miei amici Tory: «Ma e la Scozia? Gli scozzesi non sono una nazione vera? E in tal caso non dovrebbero avere uno Stato e una moneta separate?», la risposta che ottengo assume la forma seguente: «Naturalmente ci sono una nazione scozzese, gallese e inglese e non c’è una nazione britannica, ma c’è un’identità comune, forgiata come esito di guerre di conquista, partecipazione all’impero e via di seguito». Se questo è vero, e può esserlo, allora è possibile dire che nazionalità diverse possono essere legate da un’identità comune in evoluzione. Dunque è così che mi piacerebbe vederla. Non avremo mai una nazione europea, ma possiamo avere un’identità europea che corrisponda ad un popolo europeo sovrano. Dunque manteniamo il concetto vecchio stile di sovranità, ma lo colleghiamo ad un’identità europea in sviluppo, cioè collegata da una sovranità e da un parlamento unici che mantengono pesi e contrappesi sul potere esecutivo a livello europeo.
Al momento abbiamo l’ECOFIN, l’Eurogruppo ed il Consiglio Europeo che prendono decisioni importanti per conto del popolo europeo, ma questi organismi non rispondono ad alcun parlamento. Non è sufficiente dire che i membri di queste istituzioni rispondono ai loro parlamenti nazionali perché i membri di queste istituzioni, quando tornano in patria per presentarsi al proprio parlamento nazionale, dicono: «Non guardate me. Io ero in disaccordo su tutto a Bruxelles ma non ho avuto il potere di prendere una decisione, perciò non sono responsabile delle decisioni dell’Eurogruppo o del Consiglio o dell’ECOFIN». Fino a quando questi organismi istituzionali non potranno essere censurati o licenziati come organismo da un parlamento comune non si avrà una democrazia sovrana. Dunque dovrebbe essere questo l’obiettivo in Europa.
Alcuni sosterrebbero che questo rallenterebbe il processo decisionale e lo renderebbe inefficiente.
No, penso che non rallenterebbe il processo decisionale, lo rafforzerebbe! Al momento, poiché non c’è questo tipo di responsabilità, non viene presa nessuna decisione fino a quando è impossibile non agire. Continuano a rimandare, rimandare, negare un problema per anni e poi abborracciano un risultato all’ultimo minuto. Questo è il sistema più inefficiente in assoluto.
Ora sei impegnato nel lancio di un movimento per la democrazia in Europa. Parlacene.
Il lato positivo del modo in cui il nostro governo è stato schiacciato l’estate scorsa è che milioni di europei sono stati allertati sul modo in cui è gestita l’Europa. La gente è molto, molto arrabbiata, anche persone che dissentono da me e da noi.
Da mesi sto girando l’Europa da un paese all’altro cercando di promuovere la consapevolezza delle sfide comuni che abbiamo di fronte e della tossicità che deriva dalla mancanza di democrazia. Questo è stato il primo passo. Il secondo passo è consistito nel diffondere un manifesto, poiché i manifesti sono importanti in quanto concentrano l’attenzione e possono divenire punti focali per le persone arrabbiate e preoccupate e che vogliono partecipare ad un processo di democratizzazione dell’Europa.
Così, nelle prossime settimane metteremo in scena un evento importante a Berlino (il 9 febbraio), tenuto là per evidenti motivi simbolici, per lanciare il manifesto e sollecitare gli europei di tutti e 28 gli Stati membri ad unirsi a noi in un movimento che ha un unico semplice programma: democratizzare l’UE o abolirla. Perché se permetteremo che le attuali strutture e istituzioni burocratiche e non democratiche di Bruxelles, Francoforte e Lussemburgo continuino a gestire le politiche per nostro conto, finiremo nella distopia che ho descritto in precedenza.
Dopo l’evento di Berlino abbiamo in programma una serie di eventi in tutta Europa che daranno al nostro movimento lo slancio necessario. Non siamo una coalizione di partiti politici. L’idea è che ciascuno possa aderire indipendentemente dall’affiliazione partitica e dall’ideologia perché la democrazia può essere un tema unificante. Possono aderire persino i miei amici Tory o liberali che sono in grado di capire che l’UE non è solo insufficientemente democratica ma antidemocratica e, per tale motivo, economicamente incompetente.
In termini pratici come immaginiamo il nostro intervento? Il modello della politica in Europa si è basato su partiti politici specificamente nazionali. Così, un partito politico cresce in un paese particolare, elabora un manifesto che fa appello ai cittadini di quel paese e poi, solo una volta che il partito si trova al governo, vengono compiuti dei tentativi di costruire alleanze con partiti che la pensano allo stesso modo in Europa, nel Parlamento europeo, a Bruxelles, ecc. Per quanto mi riguarda questo modello di politica è finito. La sovranità dei parlamenti è stata dissolta dall’eurozona e dall’Eurogruppo; la capacità di adempiere al proprio mandato al livello dello Stato-nazione è stata sradicata e perciò qualsiasi manifesto rivolto ai cittadini di un particolare Stato membro diventa un esercizio teorico. I mandati elettorali sono ora per definizione impossibili da adempiere.
Così, invece di passare dal livello dello Stato-nazione a quello europeo, abbiamo pensato che dovevamo fare l’inverso; che dovevamo costruire un movimento paneuropeo transnazionale, tenere un confronto in quello spazio per identificare politiche comuni per affrontare problemi comuni e, una volta ottenuto il consenso su strategie comuni a livello europeo, tale consenso potrà trovare espressione a livello di Stato-nazione, regionale e municipale. Dunque stiamo rovesciando il processo, partendo dal livello europeo per tentare di trovare consenso per poi scendere verso il basso. Questo sarà il nostro modus operandi.
Quanto alla tempistica, abbiamo diviso il prossimo decennio in diversi periodi, perché abbiamo al massimo un decennio per cambiare l’Europa. Se arrivati al 2025 avremo fallito allora non penso ci sarà un’Unione europea da salvare o persino di cui parlare. A quelli che vogliono sapere che cosa vogliamo ora la risposta è: trasparenza! Come minimo stiamo chiedendo che le riunioni del Consiglio europeo, dell’ECOFIN e dell’Eurogruppo siano messe in rete in tempo reale, che i verbali della Banca centrale europea siano pubblicati e che i documenti relativi ai negoziati sugli scambi, come il TTIP, siano resi disponibili in rete. Nel breve-medio termine discuteremo il ridispiegamento delle istituzioni UE esistenti nell’ambito dei trattati esistenti (per quanto orribili), con l’ottica di stabilizzare la crisi in corso nel campo del debito pubblico, della carenza d’investimenti, del settore bancario e della crescente povertà. Infine, nel medio-lungo termine, solleciteremo la convocazione di un’assemblea costituente dei popoli dell’Europa, con il potere di decidere sulla costituzione democratica futura che sostituirà tutti i trattati europei esistenti.
Sembra che stiamo vivendo in un periodo sia difficile che di speranza. Assistiamo alla crescente popolarità di partiti come Podemos in Spagna, della sinistra in Portogallo, di Jeremy Corbyn nel Regno Unito e così via, ma al tempo stesso abbiamo l’esperienza di SYRIZA schiacciata senza cerimonie della troika. Quale speranza ricavi da questi rifiuti popolari delle politica di austerità, considerata l’esperienza di SYRIZA?
Penso che l’ascesa di questi partiti e movimenti contrari all’austerità dimostri chiaramente che i popoli europei, non solo in Spagna e in Grecia, ne abbiano piene le scatole del vecchio genere di politica, delle politiche incentrate sull’uniformità che hanno riprodotto la crisi e spinto l’Europa su un percorso di disintegrazione. Non ci sono dubbi al riguardo.
La questione è: come possiamo guidare tale scontento? Nel nostro caso, in Grecia, abbiamo fallito. C’è un grande distacco tra la dirigenza del partito e le persone che l’hanno votato. È per questo che credo che concentrarsi sullo Stato-nazione sia una cosa del passato. Se Podemos entrerà nel governo lo farà nelle stesse condizioni estremamente limitanti imposte dalla troika, proprio come il nuovo governo in formazione in Portogallo. A meno che tali partiti progressisti siano sostenuti da un movimento paneuropeo che eserciti una pressione progressista dovunque e contemporaneamente, finiranno per frustrare i loro elettori, costretti ad accettare tutte le regole che impediscono loro di adempiere ai loro mandati.
È per questo che pongo l’accento sulla costruzione di un movimento paneuropeo. È perché il solo modo per cambiare l’Europa consiste nel farlo attraverso un’onda che sorga in tutta Europa. Altrimenti i voti di protesta che si manifestano in Grecia, Spagna, Regno Unito, Portogallo, ecc. se non sono sincronizzati alla fine si dissolveranno, lasciando dietro di sé null’altro che l’amarezza e l’insicurezza prodotta dalla frammentazione inarrestabile dell’Europa.
Articolo pubblicato sul sito del TNI il 18 gennaio 2016 e sul sito di eunews.it
I famosi strumenti portatori di morte per i quali ci sveniamo e rinunciamo al welfare non funzionano, e provocano danni anche da fermi. Il Fatto Quotidiano online, blog "Economia & Lobby", 2 febbraio 2016
Il rapporto non ha presentato sorprese; tutti i problemi citati sono ben noti al JPO [Joint Program Office], alle forze armate statunitensi, ai partner internazionali e all’industria. Una vera fortuna. Un sospiro di sollievo è d’uopo. Per un secondo, un secondo solo, avevamo sospettato che ci potessero essere problemi nuovi per l’F-35, il nostro beniamino volante. La speranza per i nostri figli e nipoti non solo di poter vivere in un mondo migliore e più sicuro ma soprattutto di poter avere lavoro e benessere grazie alle gigantesche ricadute per la nostra industria più moderna. Perché per gli F-35 noi facciamo qualche gru (tenetevi: ne sono state ordinate ben 12) e un po’ di tende prodotte in uno stabilimento che dà lavoro a ben 30 (“trenta”, in lettere se non avete capito bene) persone. E al Corriere della Sera non viene da ridere quando titola Gli F35 «decollano» da Caserta (al posto di Whirlpool-Indesit), dove alla Whirpool lavoravano 800 persone. L’economia di guerra, come vedete, fa bene al Paese.
Il rapporto a cui si riferisce la smentita-non smentita dell’ottimista Bogdan non è ancora stato pubblicato ma i contenuti sono già stati anticipati da Bill Sweetman di Aviation Week, autorevolissima pubblicazione specializzata. Se il capo del programma F-35 ha sentito il bisogno di intervenire prima che il rapporto sia reso pubblico evidentemente le anticipazioni sono vere (e questo lo ammette lo stesso Bogdan) ma sono anche potenzialmente dirompenti. Ergo, urge metterci il cappello per anticipare le inevitabili polemiche.
Cosa dice Gilmore? Principalmente che il software Block 3F per l’F-35 non potrà essere essere completato entro la data prevista del 31 luglio 2017 senza che siano stati risolti alcuni problemi critici che ne limitano fortemente le funzionalità. E che nonostante i Marines abbiano dichiarato operativo l’F-35B (la versione che dovrebbe equipaggiare anche la Marina Militare italiana), l’aereo non “è capace di condurre operazioni autonome di combattimento contro una qualsiasi seria minaccia”. In aggiunta, svela il rapporto di Gilmore, ben 11 su 12 test sull’armamento di bordo con il software Block 2B (la versione attualmente utilizzata dagli F-35) hanno “richiesto l’intervento della squadra di test per superare limitazioni del sistema e garantire il successo degli esperimenti”. Pare la barzelletta del meccanico che dopo aver rimontato un motore si accorge che ci sono dei pezzi in più e li mette da parte. Niente male per un aereo che dovrebbe essere già operativo.
Sweetman ricorda come non sia la prima volta che Gilmore ha lanciato l’allarme sui ritardi di sviluppo del software di bordo, un mostro di oltre 24 milioni di righe di codice. L’ultimo rapporto di Gilmore dice anche che, per rispettare le scadenze, la versione 2B del software di missione è stata consegnata con centinaia di problemi irrisolti e senza aver completato molti dei test previsti. Sostiene ancora Gilmore: “Il Block 3F è difettoso e si prevede che la situazione vada peggiorando”.
Ma perché questa versione del software è importante? Con il Block 3F la fase di sviluppo (Sdd System Development and Demonstration) dell’F-35 dovrebbe essere terminata e l’aereo consegnato ai clienti nella sua configurazione finale, anche se la cosiddetta Full Operational Capability (Foc) richiederà ancora almeno un paio d’anni di lavoro. Il fatto è che lo sviluppo di una versione operativa iniziale del software avrebbe dovuto già essersi concluso nel 2011, cinque anni fa. Badate bene, non è solo un problema banalmente di entrata in servizio. Tutti gli aerei sinora consegnati e quelli ordinati, tra i quali gli otto italiani, dovranno infatti essere tutti riportati in fabbrica per essere aggiornati. Con spese a carico del cliente, cioè noi, e non come uno si aspetterebbe della Lockheed Martin. Altri milioni e milioni di dollari buttati letteralmente nel cesso. Tra l’altro, il peggioramento del rapporto di cambio tra il dollaro e l’euro (oggi sono praticamente alla pari) fa lievitare i costi di acquisizione da parte nostra di un 12-15%. E quando parliamo di aerei che costano 150 milioni di dollari e più l’uno non diciamo propriamente bruscolini.
Naturalmente i problemi non si fermano qui (ci avreste scommesso?). Dice il rapporto Gilmore che la temperatura all’interno della stiva degli armamenti supera i limiti di progetto quando fuori ci sono più di 32 gradi (cioè per i due terzi dell’anno alla base di foggia dove andranno gli F-35 italiani). Lo stesso succede quando vola al di sotto dei 25mila piedi (7600 metri) se le porte della stiva sono chiuse per oltre dieci minuti. Ma di che stiamo parlando? Di un aereo fatto con il Meccano? Inoltre, se la stiva sta chiusa per più di dieci minuti le temperature sbaccellano. Ve lo immaginate un F-35 con una bella atomica nella stiva? Ma davvero? Se dipendesse dal medesimo Kim Jong-un di cui sopra, probabilmente i progettisti sarebbero già stati smembrati dalle tigri siberiane. Per fortuna siamo in un pezzo di mondo più civile dove probabilmente le tigri resteranno affamate e i responsabili americani, italiani eccetera saranno invece pasciuti e verranno promossi e/o assunti dalla Lockheed assieme alla loro numerosa progenie. Iam nova progenies caelo demittitur alto, il che purtroppo non ci garantisce anche che ab integro saeclorum nascitur ordo. Anzi. Per cui, in attesa del nuovo ordine dei tempi, ci dobbiamo sorbire ancora le bugie della Pinotti che ci dirà che tutto procede secondo i tempi previsti.
Tra l’altro, se si aprono le porte della stiva per raffreddarla, la tanto decantata stealthness (invisibilità) dell’F-35 va a farsi benedire (o friggere, se siete laici). Per cui non si capisce perché allo stabilimento di Cameri, dove si montano gli aerei italiani, la sezione dove vengono applicano le vernici dell’invisibilità sia off-limits per gli italiani. E pensare che fu Pier Lambicchi a inventare l’arcivernice. Saperlo, avremmo potuto brevettarla.
bilanciamoci.info, Newsletter n.459 - 2 febbraio 2016 (m.p.r.)
Siamo alla vigilia di un’altra guerra contro la Libia, “a guida italiana” questa volta. Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già in Libia, per preparare l’arrivo di mille soldati britannici. L’operazione complessiva, capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere seimila soldati statunitensi ed europei per bloccare i cinquemila soldati dell’Isis. Il tutto verrà sdoganato come “un’operazione di peacekeeping e umanitaria”. L’Italia, dal canto suo, ha già trasferito a Trapani quattro cacciabombardieri AMX pronti a intervenire.
Il nostro paese - così sostiene il governo Renzi - attende però per intervenire l’invito del governo libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray. E altrettanto chiaro che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa, Pinotti, premono invece per un rapido intervento. Sarebbe però ora che il popolo italiano-tramite il Parlamento, si interrogasse, prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia. Infatti, se c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici. A questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’oro ‘nero’ di quel paese. Come conseguenza, abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile, di tutti contro tutti, dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con questo passato, abbiamo, noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla testa di una coalizione militare?
Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli Usa da parte loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben presto aspettarci una guerra. Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodo gli Usa stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra. L’Italia sta infatti ricevendo dagli Stati uniti missili e bombe per armare i droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di milioni di dollari.
Non dimentichiamo che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni usati oggi anche per spiare la Libia. L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti islamici come l’Isis. I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due paesi hanno propiziato la vendita di armi. Questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani (come l’Arabia Saudita, leggi Fermate quelle bombe).
«Il manifesto, 2 febbraio 2016
«Gli Stati uniti con la Nato hanno destabilizzato e saccheggiato il sud del mondo, ma l’Europa è la madre matrigna degli Usa ed è responsabile del colonialismo da oltre 500 anni». Così dice al manifesto l’intellettuale statunitense André Vltchek, e non fa sconti a nessuno. Reporter di guerra e collaboratore di Noam Chomsky, con il quale ha scritto il volume sul Terrorismo occidentale, Vltchek è stato invitato dal Movimento 5Stelle al convegno “Se non fosse Nato”, dove lo abbiamo incontrato. Durante il suo intervento, ha raccontato la sua esperienza nei campi profughi del Libano: «Un piccolo paese al collasso che, nonostante non abbia aggredito nessuno – ha detto – ha accolto oltre un milione di persone, almeno quante ne ha respinte l’Europa dopo averne provocato la fuga con le sue politiche». Quella dei profughi è una situazione simile «a quella di una donna stuprata a cui hanno svaligiato la casa e ucciso il marito e che, per salvare i figli, è costretta a mendicare aiuto ai suoi stessi stupratori».
Con noi, Vltchek ha ripreso i temi del suo intervento, accusando l’Occidente che, dopo aver distrutto il Medioriente si «è seduto nel suo bunker dorato a consumare il bottino, cieco al dolore che ha provocato». Un dolore «su cui prosperano anche i cittadini delle nazioni ricche, gli agricoltori Usa o francesi protetti dalle misure dei loro stati, e persino chi può permettersi con la disoccupazione di farsi la vacanza in un paese povero del sud». In Medioriente – dice ancora — le politiche di guerra «hanno avuto come obiettivo quello di distruggere la possibilità del socialismo, calpestando regimi laici e pervertendo un islam per sua natura comunitario in una religione irriconoscibile e importata, che serve a sconvolgere il mondo. In Afghanistan, i moujahedin sono stati creati per liberarsi dell’Unione sovietica». Che fare? «Schierarsi. E usare tutti i registri comunicativi e tutte le forme artistiche per obbligare i cittadini dei paesi responsabili ad aprire gli occhi e a spezzare le catene neocoloniali rinunciando ai propri privilegi».
La speranza? «Arriva dalle nuove relazioni economiche avanzate dai Brics, che stanno relativizzando la potenza del dollaro con la formazione di un Fondo monetario alternativo. Arriva dal Vietnam o dalla potenza della Cina che – per Vltchek — è ancora un paese socialista, che persegue un suo modello e ora un nuovo corso, utilizzando il capitalismo ma senza cedere, come ha dichiarato il presidente Xi, sulle conquiste fondamentali e sul controllo da parte dello stato». Arriva, soprattutto «dall’America latina socialista e bolivariana, i cui popoli hanno capito la lezione e perciò renderanno senza effetto la firma degli accordi economici realizzati dagli Usa all’interno del Tpp. Per le borghesie occidentali e per le sinistre addormentate nei loro privilegi, l’America latina è un pericoloso esempio di internazionalismo basato su una solidarietà globale ugualitaria».