«Bergoglio ha detto che il carattere cristiano dell’Europa non si misura sulle sue lontane radici ma sulla capacità di praticare solidarietà».
La Repubblica, 19 marzo 2016 (m.p.r.)
Il futuro dell’Europa si gioca sempre di più sulla questione dei migranti, come mostra l’accordo con la Turchia finalmente raggiunto dopo ripetuti vertici dell’Unione europea. E le Chiese sono impegnate perché la bilancia penda dalla parte dell’accoglienza. È ormai in atto un coinvolgimento sempre più intenso di tanti cristiani - non da soli ma insieme a molti altri - in questioni sociali, dispute religiose, lotta al terrorismo, confronti elettorali, problemi politici e trattative diplomatiche che si intrecciano sempre più strettamente intorno al nodo immigrazioni.
Un altro successo della demenziale politica dell'UE e dei governi che la costituiscono: oltre alla carcerazione dei profughi nei lager turchi, oltre all'affidamento al gaulaiter di Ankara delle barriere contro i miseri della terra, assestare un altro colpo alla Grecia di Tsipras. Tombola! Il Fatto quotidiano, 19 marzo 2016
«Lo scambio. Niente di umanitario. Occhi chiusi sul destino dei profughi. Sì, c’è da vergognarsi di avere il passaporto dell’Unione europea». Qualcuno prima o poi pagherà per l'ennesimo crimine dell' Europa ai danni dei più miseri del mondo.
Il manifesto, 19 marzo 2016
Sull’accordo di ieri tra Consiglio d’Europa e Turchia bisogna reprimere un senso opprimente di vergogna. I 28 statisti che governano questo continente di 506 milioni di abitanti hanno negoziato con Davutoglu (cioè con il suo padrone Erdogan) il seguente accordo: l’Europa accetterà 72.000 profughi e ne rimanderà altrettanti dalla Grecia in Turchia. In cambio Ankara ottiene per il momento 3 milioni di Euro per progetti sui migranti (i termini qui sono vaghi per occultare le promesse europee di altro denaro), l’avvio della procedura di ammissione della Turchia alla Ue e una facilitazione, anch’essa vaga, dei visti d’ingresso dei cittadini turchi in Europa.
Davotoglu ha avuto la faccia tosta di definire questo accordo non un mercanteggiamento ma una questione di «valori». Certo, basta dividere i 3 miliardi ottenuti dalla Turchia per 72.000 e otteniamo poco più di 40.000 euro a persona. Ecco il valore di migranti e profughi per Ankara. E che cosa ne faranno Erdogan e Davutoglu del gruzzoletto? Pasti caldi e comodi alloggi per tutti o magari, con i quattrini risparmiati sui rifugiati, un po’ di armi e di bombe? Bisognerà chiederlo ai curdi.
Ma accusare la sola Turchia di speculare sull’umanità alla deriva tra Egeo e Macedonia sarebbe ingiusto. Perché i veri mercanti di uomini sono gli stati europei. Come ha scritto ieri la Tageszeitung, 72.000 sono solo gli stranieri arrivati in un anno a Berlino. Una cifra irrisoria se proiettata sull’intero continente. Un numero che non risolve nulla, che lascia le cose come stanno e che serve solo ad alleggerire il peso dell’accoglienza che si è scaricato negli ultimi mesi sulla Grecia. Ora, orde di funzionari, poliziotti e guardie di confine europee invaderanno le isole dell’Egeo per “selezionare” gli stranieri buoni da quelli “illegali”. Per uno che entra, uno deve uscire. È la roulette russa del profugo.
L’ipocrisia europea ha toccato in questo caso cime abissali. Poiché una recente sentenza della Corte di giustizia prescrive che un profugo possa essere espulso in uno stato terzo solo se questo è “sicuro”.
Paese “sicuro”, cioè non specializzato in torture, ecco che alla Grecia basterà riconoscere alla Turchia questa qualifica e, voilà, i giochi sono fatti. La Turchia uno stato “sicuro”? Quella che rade al suolo le sue città abitate dai curdi? Quella che manganella manifestanti a tutto spiano? Quella che chiude i giornali non allineati al regime di Erdogan?
L’accordo di ieri non ha nulla a che fare con l’umanità, di cui ha parlato qualche tempo fa Frau Merkel. È la risposta miserabile della Ue alle paranoie di Hollande, all’eccezionalismo high brow di Cameron, alle pretese fascistizzanti di Orban, del governo ultra-reazionario di Varsavia, dell’estrema destra tedesca e di tutti gli altri cultori del filo spinato. E anche delle istituzioni finanziarie che ora, se l’emergenza di Idomeni finirà, potranno dedicarsi a spennare ancora un po’ Atene. E probabilmente della Nato, di cui la Turchia è membro irrinunciabile.
Che fine faranno i 72.000 rimandati in Turchia e tutti gli altri che dovevano essere ricollocati da mesi e vagano tra Sicilia, Calais e chissà dove? Che ne sarà di quelli che arriveranno ora, con la stagione calda, e che sicuramente la Turchia farà passare per spillare ancora quattrini agli europei? Renzi ha dichiarato che la questione dei migranti si risolve in Africa. Bisognerà dirlo agli afghani, agli iracheni e a tutti gli altri che non sono africani, non sono riconosciuti come profughi ed errano in quell’enorme campo minato che si stende tra Istanbul e Kabul, passando per Damasco e Baghdad. Con l’accordo di ieri l’Europa ha chiuso gli occhi sul loro destino.
Nonostante gli scettici, dunque, per alcuni problemi e per alcuni gruppi di persone la cui vita è toccata pesantemente da quei problemi, la rappresentanza non elettorale, che fa centro sulla figura dello speaker di fama, può essere rilevante.
La Repubblica 18 marzo 2016
L’ALTO Commissariato dell’Onu per i rifugiati ha nominato sua inviata speciale Angelina Jolie, dando un riconoscimento autorevole al suo impegno a rappresentare cause umanitarie globali; un servizio volontario che l’attrice americana porta avanti da anni. Non votata né scelta dai rifugiati che rappresenta, l’attrice è stata incaricata da un’autorità di indubbia autorevolezza morale e simbolica a mettere la sua persona e la sua fama al servizio di milioni. Accettando l’incarico, l’attrice ha sottolineato di parlare a nome dei sessanta milioni di rifugiati che vanno ogni giorno nel mondo alla ricerca di un luogo sicuro dove vivere. Ha detto di parlare soprattutto per quelli che provengono dal Medio Oriente e dal Nord Africa, che scappano dalla guerra civile in Siria e che premono, spesso respinti con la forza, alle frontiere dei Paesi europei. Angelina Jolie si fa rappresentante senza alcun mandato elettorale e con la forza della sua celebrità, che ha il potere di avere e fare audience, si rivolge ai «governi di tutto il mondo» spronandoli a «dimostrare leadership» e ad «analizzare la situazione e capire esattamente quello che i loro Paesi possono fare, quanti rifugiati possono assistere».
La rappresentanza di problemi (claim-making representation) è da alcuni anni un fenomeno sempre più ricorrente. Basato su un semplice concetto: l’informazione e Internet in particolare hanno il potere di unificare l’opinione dell’umanità al di là dei confini nazionali, e di fare pressione su chi deve prendere decisioni. Parlare per chi non ha voce scuotendo la sensibilità di milioni (fare audience) con lo scopo di risolvere o almeno di mantenere un problema grave sempre sotto i riflettori. Per impedire che chi non ha voce scompaia dai radar del pubblico.
In tutte le società ci sono persone che non sono state elette né scelte da nessuno e che a volte rivendicano di essere “rappresentanti politici” di qualcuno che soffre per una condizione di ingiustizia ma non ha voce nelle istituzioni, spesso nemmeno tramite la rappresentanza elettorale tradizionale. Anche tra i cittadini di uno Stato il voto non riesce a dare garanzia che la voce di alcuni non sia ignorata, che i problemi di tutti siano considerati, che alcune questioni non siano iniquamente considerate inferiori ad altre, che magari hanno rappresentanti di interessi forti e agguerriti. I gruppi forti hanno anch’essi i loro rappresentanti non eletti che incidono sulle scelte dei Paesi, ma proprio per la loro forza non hanno bisogno di ricorrere all’espediente della risonanza (anzi, spesso, per essere incisivi non vogliono essere visti né ricevere l’attenzione del pubblico). Sono i perdenti della rappresentanza tradizionale che hanno bisogno di ricorrere a forme nuove di rappresentanza.
Il declino delle ideologie classiste, l’indebolimento dei confini nazionali nel sollevare questioni e determinare decisioni condizionate vieppiù dalle multinazionali, la cronica disaffezione dei cittadini dei Paesi democratici verso i partiti politici (veicolo classico di rappresentanza idologica e simbolica oltre che elettorale), infine la prepotente affermazione di problemi transnazionali e globali che nessuno Stato ha il potere di risolvere da solo: tutto questo fa della rappresentanza di persone che nessuno ha eletto un fenomeno sempre più importante.
Certo, c’è un deficit istituzionale e di legittimità democratica in queste forme di patrocinio volontario transnazionale. Come ha riconosciuto Bono, è un «impudenza» dichiararsi rappresentante di qualcuno senza che quel qualcuno nemmeno lo conosca e, forse, non condivida neppure le sue idee. E impudente ma è una scelta che può avere successo e che, soprattutto, può aprire un nuovo processo rappresentativo, capace di mobilitare le opinioni di milioni di persone, fino a costringere chi ha la funzione di decidere a non girare le spalle. Nonostante gli scettici, dunque, per alcuni problemi e per alcuni gruppi di persone la cui vita è toccata pesantemete da quei problemi, la rappresenza non elettorale, che fa centro sulla figura dello speaker di fama, può essere rilevante. In un mondo che su questioni sempre più importanti non conosce confini, avere forme di rappresentanza capaci di giungere all’opinione pubblica che sta oltre i confini nazionali è sempre più necessario.
Dall’assassinio di Giulio Regeni soltanto al Cairo èaccaduto quanto segue: sono spariti nel nulla due studenti turchi (eprobabilmente altri egiziani, dei quali però mai si parla); la polizia hachiuso con un pretesto l’unico centro che curava le ferite fisiche e psicologicheinflitte a migliaia di torturati; sono stati arrestati per aver bestemmiato ilCorano tre ragazzini cristiani; 17 organizzazioni umanitarie hanno denunciatoil progressivo attacco ai diritti delle donne e alle libertà religiose, sommatoalla crescente ferocia della repressione.
Ma un realista cheguardasse oltre il proprio naso farebbe un bilancio meno entusiasta. Con AlSisi, Netanyahu, Abu Abbas, l’Italia ha scelto di appiattirsi sul vecchioordine, ormai incapace di produrre altro che repressione brutale. Un pensatoioamericano, Foreign policy, si chiedeva se Al Sisi sarebbe arrivato al 2017ancora in sella. Per sopravvivere inventa complotti e spinge sul nazionalismo,tigre rischiosa da cavalcare in tempi di dura crisi economica (e il peggio staarrivando). Di recente ha lasciato di sasso una platea di funzionari con un discorsomelodrammatico nel quale ha ripetuto, commosso fino alla lacrime, che pur digiovare alla patria avrebbe venduto anche se stesso. Chi comprebbe oggi unPinochet egiziano? Pochi tra i 40 milioni di musulmani sotto i 25 anni. Ilgiornalismo renziano, tutto. E i giovani del Pd, nessun dubbio, nessun disagio,nessun valore?
«La foto della piccola
Bayan nata in un campo di confine sta lì a ricordarci l'allargamento necessario della cittadinanza europea, come la foto del piccolo Aylan sta lì a ricordarci quale perdita di umanità comporta restringerla con i muri, i fili spinati e le forze dell’ordine». Internazionale, 14 marzo 2016
Un bambino di nome Aylan è morto sulla spiaggia di Bodrum lo scorso agosto. Una bambina di nome Bayan è nata pochi giorni fa nel campo profughi di Idomeni. Le rispettive fotografie sono già passate alla storia come simboli quintessenziali della condizione straziante in cui versano i migranti e della condizione penosa in cui versa la cosiddetta Unione europea, che sulle politiche per i migranti non cessa di disunirsi.
Della prima foto, lo ricorderete, si disse e si scrisse tutto e il contrario di tutto: che squarciava un brandello di realtà e che era abuso di minore, che scuoteva le coscienze e che era sciacallaggio mediatico, che forniva alibi alle nostre colpe e che poteva indurci a riscattarle, che alimentava la catena mediatica del voyeurismo e che la spezzava. Aveva ragione chi l’aveva scattata e chi l’aveva divulgata: quella foto aveva la forza dell’unicità e del perturbante, e fu capace di spostare la percezione dei migranti, da una massa indistinta e aliena alla singolarità delle vite innocenti spezzate; rimbalzò sulle decisioni politiche di Angela Merkel, mosse file di cittadini austriaci ad accogliere i profughi alla frontiera.
Della secondo foto, nessuno ha messo in dubbio la legittimità: è una nascita, non una morte; apre la speranza, non stende la cappa del lutto; celebra la vita, pur nelle condizioni di degrado estremo di un campo pieno di fango e di fame. Ma questa seconda foto non riscatta la prima: la raddoppia. L’una e l’altra, insieme, ci obbligano a pensare un impensato, il cambiamento della condizione umana che si sta verificando ai confini fra l’umanità che è legittimata a esistere e quella che non lo è.
Che cosa succede a una civiltà quando i due eventi decisivi della condizione umana, la nascita e la morte, accadono nella cornice di una condizione destinata da quella stessa civiltà a essere meno che umana, sub-umana, dis-umana? Quali corde profonde di empatia toccano, o dovrebbero toccare, quelle foto? Quali amputazioni provocano, se quelle corde non arrivano a toccarle? Quali confini mostrano, e quali spezzano? Il corpo del piccolo Aylan fu riportato dal padre nella sua terra d’origine per essere seppellito e compianto. La neonata di Idomeni a quale terra appartiene? Dov’è nata, in quale terra potrà tornare se e quando avrà desiderio di ritrovare la sua origine? Quale ius soli o quale ius sanguinis ne regolerà l’attribuzione sociale? Sulla sua carta d’identità ci sarà scritto che è nata a Idomeni, con la numerazione della tenda al posto della via e del numero civico?
Sui confini europei si combatte, oggi, una guerra di sfondamento che ha i caratteri di una mutazione della specie: non ne usciremo come eravamo, ne usciremo – se ne usciremo – inevitabilmente cambiati, alterati, letteralmente, da popolazioni che ci ostiniamo a considerare altre da noi e a volere allontanare, o appunto confinare, recintare, mettere al bando nei campi. Ma se il bando, gesto istitutivo dello stato d’eccezione, colpisce gli adulti, nulla può sulla nascita. Si nasce anche in un campo, si viene al mondo violando qualunque bando. Questa nascita dunque si fa beffa dei confini, e ne mostra non la potenza ma la porosità: l’umano spunta, imprevisto, proprio laddove lo si vorrebbe tener fuori. La vita si prende la rivincita sul suo controllo biopolitico, e l’esistenza si mostra nella sua eccedenza rispetto alla cittadinanza.
Etienne Balibar ha scritto qualche tempo fa che i migranti sono il motore dell’allargamento reale dell’Europa, quello che si produce da sé senza aspettare di essere sancito dai trattati, e la base impellente dell’allargamento necessario della cittadinanza europea. La foto della piccola nata in un campo di confine sta lì a ricordarcelo, come la foto del piccolo Aylan sta lì a ricordarci quale perdita di umanità comporta restringerla con i muri, i fili spinati e le forze dell’ordine. Le foto di altri bambini, militanti precoci di una guerra che li trascina in prima linea, ce li mostrano tutti con un cartello in mano: “open the border”, c’è scritto sopra.
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Una donna lava una bambina appena nata nel campo di Idomeni, al confine tra la Grecia e la Macedonia, il 6 marzo 2016. (Iker Pastor, Anadolu Agency/Getty Images) |
il manifesto che il giornale, per ragioni di spazio, ha dovuto ridurre. I sottotitoli sono nostri. 12 marzo 2016
Cedere ad Erdogan:"un assalto frontale ai caposaldi della democrazia"
Un altro pezzetto di verità che sembra emergere nel complesso mosaico di eventi e personaggi che hanno concorso alla tragedia della tortura e morte di Giulio Regeni. Una sola certezza, fin dall'inizio: fu un assassinio di Stato.
La Repubblica, 12 marzo 2016
Il Cairo. «Posso dirvi quello che so. Per il bene della verità e di Giulio, che considero un figlio». Hoda Kamel, dell’Egyptian Center for Economic and social rights, è la donna che stava aiutando Giulio Regeni nelle sue ricerche sui sindacati. È stata tra le ultime a vederlo. Soprattutto, è testimone di alcune circostanze chiave che aiutano a comprendere perché, da un certo momento in poi, Giulio diventò oggetto delle attenzioni della Polizia e dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza, il Servizio segreto civile alle dipendenze del Ministero dell’Interno.
Quando ha incontrato Giulio per l’ultima volta?
«Il 19 gennaio, per parlare dell’ipotesi di un salario minimo in Egitto. Ci vedemmo qui all’Egyptian Center for Economic and social rights, dove sono responsabile dei dossier in materia di lavoro».
Lei è stata interrogata dalle autorità egiziane?
«Il 16 febbraio scorso. Sono stata sentita prima dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e, successivamente, ma sempre nella stessa giornata dal pubblico ministero di Giza».
Cosa le hanno chiesto?
«Volevano sapere quando e come avessi conosciuto Giulio, che tipo di contributo avessi dato alle sue ricerche e, approssimativamente, quante volte lo avessi incontrato tra la fine di agosto del 2015 e il gennaio scorso. Anche se non so cosa stessero davvero cercando con le loro domande ».
Cosa?
«Furono stranamente cortesi e gentili. A cominciare dal modo con cui mi convocarono per testimoniare. Mi telefonarono senza ricorrere alla notifica ufficiale».
La stampa egiziana ha ripetutamente ipotizzato che il movente dell’omicidio potrebbe essere rintracciato nelle incomprensioni sorte tra Giulio e il sindacato degli ambulanti su un progetto di ricerca di 10 mila sterline inglesi che alla fine Giulio decise di accantonare. In particolare, si è fatto riferimento a un conflitto tra Giulio e Mohamed Abdallah, capo di quel sindacato. Un uomo dal curioso passato di giornalista per tabloid scandalistici. Lei che informazioni ha?
«Penso che quella vicenda possa in qualche modo aver giocato nel definire i presupposti di quello che è accaduto. Mi spiego meglio. Quelle incomprensioni potrebbero essere state alla base sia di una vendetta di Abdallah nei confronti di Giulio, ovvero l’occasione che le autorità hanno avuto per arrestarlo. Ma in un gioco ben più grande che ha a che vedere con lo scontro di potere in Egitto».
A quanto pare, Abdallah riteneva di dover ricevere parte delle 10 mila sterline con cui veniva finanziata la ricerca che Giulio aveva proposto e quando Giulio comunicò la sua intenzione di abbandonare il progetto Abdallah si risentì. È così?
«In realtà le cose stanno in modo diverso. Abdallah pensava che Giulio avesse deciso di rinunciare alla ricerca e quindi al finanziamento perché Giulio aveva a un certo punto smesso di parlarne con lui. In realtà, Giulio non aveva alcuna intenzione di lasciar cadere il progetto e rinunciare al suo finanziamento. Semplicemente, sapeva che la legge egiziana vieta donazioni dirette ai sindacati e dunque stava pensando a un modo alternativo per fare andare in porto il progetto. Aiutare gli ambulanti era un obiettivo di Giulio. Sfortunatamente, non abbiamo avuto abbastanza tempo per parlarne quando tornò in Egitto dalle vacanze di Natale».
Torniamo ad Abdallah e al suo sindacato. È vero che gli ambulanti sono normalmente utilizzati da Polizia e Servizi come informatori?
«È vero. Perché per stare in strada devono sottostare al controllo della Polizia. Per altro gli ambulanti furono utilizzati dal Regime durante la rivoluzione di piazza Tahrir per attaccare i manifestanti».
Proviamo a dirla così: è possibile ipotizzare che Abdallah, capo di un sindacato infiltrato da informatori, possa aver “venduto” Giulio agli apparati?
«Diciamo che io posso rispondere così. Sicuramente il capo del sindacato degli ambulanti potrebbe essere un “agente” della Polizia».
Nei giorni precedenti la sua scomparsa, Giulio le ha mai manifestato paura per qualcuno o qualcosa?
«Mai. Mi disse che Abdallah sosteneva di avere problemi finanziari ma non al punto da averne paura».
Quanti testimoni in questa storia tacciono per paura?
«Penso che i responsabili di questa vicenda siano negli apparati di sicurezza dello Stato e che se anche questo venisse alla fine ammesso, in ogni caso non si riuscirà a dargli un nome. Primo perché potrebbe trattarsi di qualche grosso papavero. Secondo, perché questo equivarrebbe ad ammettere che l’Egitto ha un governo criminale e questo non sarebbe tollerabile da Al Sisi, che vuole dare l’impressione di essere nel pieno controllo del sistema ».
Intervistato da Elisabetta Rosaspina l'ammiraglio De Giorgi afferma:«Non esistono muri in mare, per chi chiede aiuto», e si comporta di conseguenza, sebbene la consegna sia il respingimento dei profughi verso l'inferno dal quale fuggono. Ma in terra può essere diverso?
Corriere della sera, 10 marzo 2016
«Non esistono muri in mare, per chi chiede aiuto». L’Europa può decidere di sbriciolarsi, barricarsi, disseminare i suoi confini terrestri di filo spinato, per cercare di fermare i profughi, ma in mare vige un’altra legge. Un imperativo morale: «Io non lascio indietro nessuno, neppure un cane» assicura il capo di stato maggiore della Marina Militare italiana, ammiraglio Giuseppe De Giorgi. Che parla fuori di metafora, perché, quando diresse per 72 ore consecutive, alla fine del 2014, le operazioni di salvataggio dei 400 passeggeri del traghetto Norman Atlantic, in fiamme nel canale di Sicilia, mantenne gli elicotteri in verticale sulla nave, nonostante il fumo e le fiamme, finché non furono evacuati dal ponte anche gli ultimi esseri viventi: tre cani.
E proprio a uno di loro, il più grosso, l’ammiraglio e la coautrice Daniela Morelli hanno dato voce nel loro libro S.O.S Uomo in mare (Giunti Editore) per descrivere quelle notti e quei giorni di paura a bordo del traghetto sempre più rovente, sempre più inclinato, nel mare grosso.
La figura peggiore è quella degli umani che litigano per accaparrarsi i primi giubbotti di salvataggio.
«Quando c’è pericolo, molti perdono i freni inibitori. Per questo ordinai subito di calare a bordo un team di soccorritori che ristabilisse l’ordine. C’erano giubbotti per tutti. Pure per i cani».
Perché il libro, in cui si parla anche dell’operazione Mare Nostrum e del calvario dei profughi, esce in una collana per ragazzi?
«Perché non vorrei che le nuove generazioni crescessero pensando che sia giusto o normale abbandonare al suo destino chi fugge dalla guerra, e che si possano respingere e lasciar affogare masse di disperati».
Intanto però a Bruxelles si discute di confini marittimi e di blocchi.
«Non lo so. Noi blocchiamo soltanto i trafficanti di armi, uomini e droga. Ne abbiamo arrestati seicento con Mare Nostrum, una cinquantina con Mare Sicuro. Non esistono muri in mare per chi sta affogare. Non abbandoniamo neanche i morti. Tra poche settimane, fra la fine di aprile e l’inizio di maggio, la Marina Militare procederà al recupero, da una profondità di 375 metri, dell’intero peschereccio carico di immigrati naufragato nel Canale di Sicilia il 18 aprile dell’anno scorso. Nella pancia di quella nave sono intrappolati ancora almeno 300 o 400 corpi, stando alle testimonianze dei pochi superstiti».
Erano i passeggeri di terza classe?
«Sì, quelli che avevano pagato ai trafficanti 800 dollari a testa per finire rinchiusi nella stiva, fra le esalazioni di Co2, e a contatto con quel miscuglio di acqua e gasolio, sul fondo, che ustiona atrocemente la pelle. Ci volevano 1.000 o 1.500 dollari per un posto migliore, sul barcone. Abbiamo già recuperato 169 salme dal fondo del mare, altre 52 le avevamo ritrovate nell’immediato. Ora ci prepariamo a riportarle in superficie tutte. Per tutte è previsto l’analisi del Dna, a tutte deve essere data la possibilità di essere identificate e restituite alle famiglie».
Dopo più di un anno in mare?
«A 375 metri di profondità, il buio, il freddo, la pressione dell’acqua e la scarsità di fauna contribuiscono alla conservazione dei corpi. Il presidente del Consiglio, Renzi, ci ha dato l’incarico di recuperarli tutti. E lo faremo, a qualunque costo, con robot e sistemi pilotati a distanza».
Da Mare Nostrum a Mare Sicuro, a Eunavfor Med: con i nomi, cambiano gli obiettivi delle missioni?
«I pilastri operativi di Mare Sicuro sono il ripristino dell’uso legittimo del mare, la protezione della sicurezza e degli interessi nazionali, come le piattaforme petrolifere, da possibili attacchi terroristici. Ma anche dei pescherecci italiani e dei mezzi di soccorso: è già accaduto che una nave della Capitaneria di porto fosse attaccata dagli scafisti ai quali aveva sequestrato il barcone. Eunavfor è un’iniziativa europea voluta dall’Italia, ed è servita come bastione per il controllo delle acque internazionali, le ispezioni dei mercantili. Un incremento degli obiettivi può venire dalla decisione dell’Unione Europea di passare a una nuova fase e di operare in acque libiche».
Lei che ne pensa?
«Sono valutazioni politiche in cui non entro. Noi abbiamo in zona la portaerei e nave ospedale Cavour , che ha tutte le capacità di comando e controllo delle operazioni, concepita per interventi di protezione civile. E poi il vecchio portaelicotteri Garibaldi ».
L’anno scorso si era lamentato dell’insufficienza della flotta, delle navi obsolete.
«Ed è servito. Nel 2020 avremo i primi pattugliatori polivalenti d’altura: 136 metri di lunghezza, una piattaforma innovativa che permette di cambiare rapidamente configurazione d’impiego, per antipirateria, sorveglianza, ripristino di comunicazioni, elettricità, acqua potabile, in caso di calamità naturali».
«Incontro tra Francia e Italia a Venezia. I due presidenti rilasciano dichiarazioni ben più bellicose delle parole pronunciate nei giorni scorsi da Matteo Renzi».
Il manifesto, 9 marzo 2016 (m.p.r.)
Da ieri la guerra in Libia è più vicina. Molto più vicina. All’uscita del vertice italo-francese di Venezia, svoltosi «nel nome di Valeria Solesin», la vittima italiana del Bataclan, i due presidenti rilasciano dichiarazioni ben più bellicose delle parole pronunciate nei giorni scorsi da Matteo Renzi. In Libia il governo unitario stenta a nascere, e il premier italiano avverte: «La formazione di un governo in Libia è una priorità, innanzitutto per il popolo della Libia. Ma i libici per primi devono sapere che il tempo a loro disposizione non è infinito».
Quello di Renzi è un monito minaccioso ed è anche un’inversione di rotta rispetto alla linea sin qui tenuta, ribadita del resto anche ieri da un Giorgio Napolitano che continua a parlare come se fosse il presidente della Repubblica: «Nessuna azione militare senza un governo legittimo che invochi l’intervento». Sino a ieri era una condizione necessaria. Ora è solo auspicata, e chiarendo ai libici, ma in realtà anche agli italiani, che il tempo a disposizione per evitare l’arrivo delle truppe è limitato. Toni che fanno il paio con quelli del presidente francese che, dopo aver espresso solidarietà per le due vittime italiane, va giù senza perifrasi: «Vorremmo fare di tutto in Libia per la creazione di un governo. Ma la lotta contro Daesh deve essere portata avanti».
Un’inversione di marcia tanto netta dovrebbe significare che la trattativa in corso da giorni tra i due Paesi europei più coinvolti nella crisi libica ha fatto nel vertice veneziano sostanziosi passi avanti. Il principale punto critico è la composizione della spedizione, che nelle ipotesi sin qui trapelate ricadrebbe esageratamente, per Renzi, sulle spalle del suo Paese, ma è probabile che in ballo ci siano anche gli assetti della Libia dopo la guerra, o più precisamente una spartizione delle aree di influenza e dell’accesso alle fonti energetiche, che è da sempre motivo di frizione profonda tra Roma e Parigi.
I venti di guerra non spirano solo a Venezia. L’inviato dell’Onu Kobler dichiara forte e chiaro che «si deve agire subito: il tempo è un fattore determinante e Daesh si sta allargando». Kobler pensa a un’offensiva, «guidata dai libici», ma «con l’assistenza della comunità internazionale». Gli americani, dal canto di loro, premono sull’acceleratore con i raid che, informa Renzi «sono già una realtà e ne eravamo stati informati». Volenti o nolenti, quelle dell’inviato delle Nazioni unite e quelle di Washington finiscono di fatto per essere entrambe pressioni sul governo che da giorni è sotto tiro con l’obiettivo di spingerlo ad agire, quello di Roma. In questo clima di fatto prebellico, stamattina alle 11 il ministro degli Esteri Gentiloni sarà a palazzo Madama, per riferire sullo stato della crisi libica, l’eventuale coinvolgimento militare italiano e sulla vicenda tragica dell’uccisione di due ostaggi quasi contemporanea alla liberazione degli altri due. Pare impossibile, ma dopo giorni di articoli sulla stampa di mezzo mondo, di polemiche nazionali e internazionali, di dichiarazioni a raffica, preferibilmente dal video, sarà la prima volta che il governo si degna di affrontare la vicenda nella sede propria, cioè in Parlamento.
Ieri sera, il minstro teneva le dita strettamente intrecciate, nella speranza di non doversi presentare al Senato senza ancora le salme di Salvatore Failla e Fausto Piano in Italia. «Dovrebbero rientrare in nottata», spiegavano fonti della Farnesina, aggiungendo però che purtroppo «mancano conferme ufficiali». Poi uno sprazzo di ottimismo: il rientro prima dell’alba pare certo, è già prevista l’autopsia al Gemelli. Ma è proprio Renzi a gelare di nuovo le attese: «Quando arriveranno le salme vi sarà data comunicazione ufficiale». Impossibile capire quale sia l’impedimento che ha sin qui impedito alle famiglie di riavere almeno i corpi dei loro congiunti. «Solo problemi logistici», assicurava al Corriere della Sera il ministro degli Esteri del governo di Tripoli Abuzaakouk: una di quelle formule fatte apposta per vincere il premio della reticenza.
Sul piano della ricostruzione degli eventi, Gentiloni sarà quasi certamente altrettanto reticente. Le versioni ufficiali sono, se non proprio bugiarde, almeno molto parziali. Molto più credibile e completa la ricostruzione uscita sull’Huffpost di ieri. Indica una vicenda che presenta un’infinità di punti in comune con la liberazione di Giuliana Sgrena e l’uccisione di Nicola Calipari, 11 anni fa. Anche in questo caso, infatti, la tragedia sarebbe arrivata a un passo dal lieto fine, quando l’accordo era sul punto di realizzarsi e il riscatto pronto. Perché, a quel punto, i rapitori abbiano deciso di dividere in due gruppi gli ostaggi per portarli fuori da Sabrata e soprattutto perché, nonostante secondo il governo di Sabrata fossero state tutte avvertite, le milizie abbiano aperto il fuoco sul convoglio uccidendo i due ostaggi italiani resta avvolto nel mistero. Proprio come quelle raffiche di mitragliatrice che, nonostante gli avvertimenti, colpirono nel 2005 la macchina sulla quale viaggiavano Giuliana Sgrena e il suo liberatore.
a insopportabile è che il governo italiano renda l'Italia complice. La Repubblica, 8 marzo 2016
In cinque settimane nessuno ha neppure provato a cercare la verità sull’omicidio di Giulio Regeni. Al contrario, il depistaggio sul movente, i mandanti e gli esecutori, è cominciato appena il cadavere è stato ritrovato. Due diverse testimonianze indicano infatti che nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del corpo, la mattina del 3 febbraio, la polizia egiziana si mise al lavoro per confondere le acque. Le persone più vicine a Giulio furono segretamente interrogate nella stazione di polizia di Dokki, dove gli furono chieste con insistenza notizie sulla vita privata di Giulio, sulle sue inclinazioni sessuali. E tutto questo mentre il nostro ambasciatore, Maurizio Massari, veniva tenuto volutamente all’oscuro della morte del ricercatore (lo avrebbe appreso “ufficiosamente” soltanto la sera del 3 da una fonte confidenziale egiziana). Di più. La polizia del Cairo conosceva Giulio Regeni. E lo cercò nella sua abitazione di Dokki senza trovarlo, nel dicembre scorso. Una circostanza ufficialmente smentita nei verbali di interrogatorio dei condomini del palazzo ma confermata a
L’INTERROGATORIO NOTTURNO
L’otto febbraio, sull’aereo che lo riporta in Italia, viene “esfiltrato” il suo amico al Cairo. È un ragazzo italiano che ora vuole interrogare la procura di Giza. Lo chiameremo F. ( Repubblica conosce ma non svela l’identità per garantirne la sicurezza) e ha avuto modo di ricostruire, nella testimonianza resa ai nostri investigatori, dettagli cruciali per comprendere cosa è accaduto prima dello scomparsa di Giulio e dopo il ritrovamento del suo cadavere.
F. viene convocato la sera del 3 febbraio nella stazione di polizia di Dokki, a qualche centinaio di metri da dove Giulio viveva. F. non sa ancora che il corpo del suo amico è stato ritrovato poche ore prima su un cavalcavia del quartiere 6 ottobre. Ma la polizia egiziana ha urgenza di sentirlo. Lui e tutte le persone a Giulio più vicine. Tra loro anche il professor Gennaro Gervasio.
«Seppi quella sera della morte di Giulio — dice F. ai nostri investigatori in una lunga testimonianza — Me lo comunicarono nella sala d’attesa del commissariato. Mi avevano convocato “per farmi alcune domande”. Mi interrogarono in sei, forse sette. Non c’erano magistrati. Cominciarono a chiedermi di Giulio, dei suoi studi, delle sue relazioni al di fuori della ragazza con cui stava, se facesse uso di sostanze stupefacenti ».
Perché interrogare immediatamente tutti gli amici più vicini a Giulio senza darne avviso al nostro ambasciatore, Maurizio Massari, che il 26 gennaio ne aveva denunciato la scomparsa? Perché non comunicargli ufficialmente che il corpo era già in un obitorio della città, che la polizia già faceva domande, e lasciare che il nostro ambasciatore venisse allertato solo in modo “ufficioso” da una fonte del ministero degli Esteri egiziano? Forse per impedire quello che poi sarebbe accaduto? Che l’ambasciatore vedesse in quali condizioni era il cadavere prima dell’autopsia?
LA RAGAZZA CON IL TELEFONINO
La sensazione è che già in quelle prime ore gli egiziani si muovano per occultare ogni traccia che accrediti il movente politico dell’omicidio. F. è il custode del “segreto” di Giulio. È stato infatti il testimone oculare di quanto accaduto l’11 dicembre in un’assemblea al Cairo alla quale partecipa con Giulio. «Eravamo insieme in una sala con un centinaio di persone — dice — L’assemblea era stata convocata da una Ong che si occupa di diritti dei lavoratori per riunire il fronte dei sindacati indipendenti: in discussione c’era la legge sul pubblico im- piego e c’era da affrontare il nodo delle libertà sindacali. Non si trattava di una riunione particolarmente a rischio. Anzi. La notizia era circolata anche sulla stampa nei giorni precedenti, ed erano presenti anche diversi giornalisti. Giulio cercava materiale per la sua ricerca. Furono registrati tutti gli interventi e al termine fu lui a fare interviste singole. Una cosa però ci inquietò». Prosegue F.: «Giulio si accorse che durante la riunione era stato fotografato da una ragazza egiziana, con un telefonino. Pochi scatti. Strano. Ne parlammo a lungo. Una delle possibilità è che fossero presenti informatori delle forze di sicurezza».
LA VISITA IN CASA
Del resto, come riferiscono due diverse fonti che in quel mese di dicembre ebbero modo di raccogliere le confidenze di un inquilino molto informato del palazzo, la polizia egiziana cercò Giulio nella sua abitazione senza fortuna. In un caso minacciando una perquisizione. Un particolare che nessuno dei testimoni egiziani formalmente sentiti ha voluto confermare. Ma che non sorprende affatto F. «Il giorno della sua scomparsa era il 25 gennaio, anniversario di piazza Tahrir. Bastava uscire di casa per incappare in un controllo. Nelle settimane precedenti c’era stato un clima di tensione e paranoia fortissimo, non solo nei confronti degli attivisti. C’erano stati controlli a tappeto negli appartamenti abitati da stranieri. Temo possa esserci stato un cortocircuito. Nel clima di paranoia e xenofobia è possibile che alcuni corpi, reparti, gruppi, abbiano scambiato Giulio, il suo lavoro, chissà per cosa. Il clima generale è quello. A volte basta essere stranieri e parlare arabo per destare sospetti. Nella retorica ufficiale, spesso, si attribuiscono a spie straniere complotti per sovvertire l’ordine e la stabilità del paese». E invece. «Invece Giulio era semplicemente uno scienziato. Che aveva scelto un metodo di ricerca che si fa sul campo. Era convinto che il lavoro accademico potesse servire per cambiare le cose».
L’ARTICOLO TRADOTTO
L’interrogatorio notturno dei testimoni il 3, la ragazza con il telefonino, le visite in casa della polizia. Ma c’è anche un quarto indizio che accredita il movente politico. Dopo la morte di Giulio e la pubblicazione, il 6 febbraio, con la firma di Regeni sul Manifesto dell’articolo che raccontava l’assemblea dell’11, la polizia egiziana si mette nuovamente in allarme. E torna a fare domande che con la ricerca dei responsabili non hanno nulla a che fare. Ma hanno molto a che vedere con le idee di Giulio. Racconta F.: «Giulio non aveva mai collaborato né era entrato in contatto diretto con il Manifesto. Quell’articolo lo abbiamo scritto insieme e l’avevo proposto io al giornale con la garanzia dello pseudonimo. Ho saputo che la polizia egiziana ha chiesto ad altri amici comuni di Giulio, dopo la pubblicazione del 6 febbraio, notizie sulla presunta collaborazione di Giulio con il quotidiano».
LE CONTRADDIZIONI DEI PERITI
Nella fretta di vendere agli italiani una morte dal movente che non sta in piedi, gli egiziani lavorano a mano libera anche con l’autopsia. Rispetto a quanto accerterà l’esame effettuato in Italia dal professor Vittorio Fineschi, i medici del Cairo non refertano molte delle lesioni inflitte al ragazzo (a cominciare da una decina di fratture), indicano come avvenute in un’unica soluzione le sevizie e come causa della morte un colpo al cranio che avrebbe provocato un edema cerebrale letale. Non una di queste conclusioni collima con il referto italiano. La causa della morte, per Roma, è infatti nella rottura della prima vertebra cervicale compatibile con una spaventosa torsione del collo. Al contrario, l’edema (che pure l’autopsia di Fineschi ha individuato) non è causa della morte. Ma, significativamente, sarebbe compatibile con la prima inverosimile versione propinata dalle autorità egiziane: l’incidente stradale.
Le domande ciniche fino all'inciviltà del giornale tedesco Bild, e le risposte tranquillamente umane di Alexis Tsipra rivelano la drammaticità della situazione e l'efferatezza dell'UE e degli stati europei.EA. lista di discussione, 9 marzo 2016
Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha chiesto all’Europa di aiutare la Grecia ad affrontare la crisi dei rifugiati in corso. ” La Grecia chiederà che tutti i paesi rispettino il trattato europeo e che ci siano sanzioni per coloro che non lo fanno”, ha detto Tsipras al presidente del Consiglio dell’Unione europea Donald Tusk, Venerdì. “Siamo in un momento cruciale per il futuro dell’Europa. Non buttiamo le persone in mare, rischiando la vita dei bambini”
Sono le 11:25 di Mercoledì mattina, quando di buon umore, ma visibilmente esausto Alexis Tsipras riceve il giornalista della BILD al “Megaro Maximou”, la residenza ufficiale del Primo Ministro. La sua stretta di mano è morbida, il suo sorriso grande. Tsipras dice: “Sono felice che tu sia qui.” Nel suo ufficio è appeso alla parete una moderna opera d’arte con colori vivaci, dal titolo “contraddizioni” dell’artista Dimosthenis Kokkinides. “Volevo che qui ci fosse un’atmosfera aperto. In particolare è importante per me aprire le finestre”
Da fuori si sente la musica di una cappella della Guardia Nazionale. Mentre Tsipras ascolta la prima domanda dell’intervista, le sue dita si muovono sul tavolo a tempo con la musica.
BILD: Signor Primo Ministro, prima la crisi del debito e ora il ruolo principale nel dramma dei rifugiati, la Grecia è sotto una maledizione?
Alexis Tsipras : la posizione della Grecia è sia una benedizione che una maledizione per soli motivi geografici.Le persone sono felici di visitare il nostro paese in vacanza. Ma è anche una regione sensibile e delicata dove tre continenti si intersecano. Sin dai tempi antichi la Grecia è stata teatro di guerre e conflitti.Ora, nella crisi dei profughi, siamo il primo paese di arrivo e siamo quindi di fronte alla più grande delle sfide.Come con la crisi finanziaria, adesso è importante per noi e per l’intera Europa mostrare solidarietà e risolvere i problemi insieme.
B: Si parla di regole. Ma, come nella crisi del debito, la domanda sorge spontanea: perché la Grecia non segue le regole? Secondo l’accordo di Dublino, il primo Stato UE attraverso in cui un immigrato entra l’UE è responsabile della procedura di asilo.
Tsipras : Ancora una volta, non è possibile confrontare la crisi del debito con la crisi dei rifugiati. Per quanto riguarda la crisi del debito è interessato, abbiamo dissanguato e mantenere sanguinamento oggi, al fine di rispettare le regole. Ma la crisi dei rifugiati non può essere risolto dalla sola Grecia. Non abbiamo deliberatamente violato le regole.Siamo semplicemente sopraffatti dal compito. Non abbiamo alcun problema con la protezione delle nostre frontiere terrestri.La nostra costa, tuttavia, è più di 10.000 chilometri. Inoltre, se individuiamo una barca nella nostra acqua territoriale che è in pericolo, siamo obbligati – secondo il diritto internazionale – a trasportarla in un luogo sicuro a terra. Immaginate che ci sono isole con 150 abitanti, in cui improvvisamente 1.500 rifugiati arrivano in un solo giorno. Cosa dovremmo fare con queste persone? Si tratta di un onere insostenibile per la Grecia. E ‘solo a causa della nostra posizione geografica e nient’altro.
B: Tuttavia, l’impressione che si pone la Grecia si occupa principalmente con agitando i rifugiati fino al nord Europa il più velocemente possibile.
Tsipras: Dovete capire la mentalità dei rifugiati. Hanno visto le loro case bombardate e hanno rischiato la vita per fuggire e venire in Grecia, che è la porta verso l’Europa. Ma per i rifugiati, La Mecca si trova più a nord! Sanno che c’è una crisi in Grecia e che non troveranno un lavoro qui. Come possiamo evitare che la gente vada avanti? Non abbiamo il diritto di farlo.Non possiamo bloccare queste persone, ciò violerebbe gli accordi internazionali. Tutto quello che possiamo fare è aiutare a salvare queste persone in mare, prenderci cura di loro e registrarli. Poi vogliono continuare. Un processo di reinsediamento è quindi l’unica soluzione.
B: Se il confine marittimo può, infatti, non essere protetto, è allora davvero possibile per i confini della Grecia diventare la frontiera esterne dell’UE?
Tsipras : L’UE non consiste solo dell’Europa centrale. Ci sono anche paesi come la Spagna, l’Italia, la Grecia che hanno frontiere marittime. E ‘vero che dobbiamo essere ancora più efficace nella protezione dei confini. Ma vede, abbiamo già fatto enormi progressi nel processo di registrazione e nella creazione di hotspot. Ora stiamo realizzando al cento per cento in queste aree.
B: Lungo il percorso dei Balcani, ci sono nuovi sviluppi ora e i confini sono chiusi. I giornali europei sono intitolati: “La Grecia ha perso il controllo sui rifugiati”. È corretto?
Tsipras: Quello che alcuni paesi hanno concordato e deciso è contro tutte le regole e contro tutta l’Europa. Riteniamo che sia un’azione non amichevole. E ‘inaccettabile che, dopo che una decisione è presa in un vertice UE, alcuni paesi si incontrino e decidano semplicemente di chiudere le loro frontiere Questi paesi danneggiano gravemente l’Europa.
B: Quindi, è la situazione fuori controllo?
Tsipras: La situazione è difficile, ma non è fuori controllo. La Grecia è l’unico paese che rispetta gli impegni. Abbiamo già 30.000 rifugiati qui, sulla terraferma e le isole, e siamo in grado di ospitare 20.000 persone in più. Abbiamo realizzato oltre il 100% dei nostri impegni, mentre altri non hanno nemmeno raggiunto il 10% e preferiscono criticarci. Ma le dirò questo francamente, se molti rifugiati continuano ad arrivare dalla Turchia e le frontiere dei Balcani restano praticamente chiuse, allora la situazione diventa molto critica per noi.
B: La Grecia diventerà il ‘Libano dell’Europa’?
Tsipras: E ‘certamente una crisi umanitaria. I rifugiati vogliono continuare da qui al nord, ma non sono in grado. Voglio essere molto chiaro: abbiamo bisogno di fornire a queste persone sistemazione adeguata qui. La Grecia deve difendere il volto umano dell’Europa, non importa quanti rifugiati stiano arrivando. Ma chiediamo una distribuzione equa. La Grecia non può trasformarsi in un magazzino permanente di anime umane che non vogliono rimanere qui.
B: Ha paura che l’Europa potrebbe finalmente sacrificare la Grecia ed escludere il paese dalla zona di Schengen?
Tsipras: No, non ho paura, perché difendiamo i valori fondamentali dell’Europa. Alla fine, saranno coloro che hanno sollevato recinzioni di filo spinato, che hanno allontanato i rifugiati con la violenza e che hanno trasformato i loro paesi in fortezze che saranno isolati in Europa. Noi, al contrario, siamo in alleanza con i paesi che mostrano solidarietà. E questi sono paesi con i quali abbiamo avuto grossi problemi durante la crisi finanziaria.
B: Ma ancora una volta: Che cosa succede se la Germania dovesse chiudere le frontiere?Tsipras: paesi come l’Austria e l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia hanno già chiuso i loro confini. Questo è successo senza che la Germania avesse preso tale misura. Pertanto, la situazione di emergenza già esiste.
B: Il vertice UE con la Turchia avrà luogo lunedi. La Turchia non è in grado di ridurre il numero di rifugiati, o non vuole ridurli?
Tsipras: La Turchia deve assumere un pesante fardello. Ci sono più di 1,5 milioni di rifugiati nel paese. Se collaboriamo con la Turchia, saremo in grado di controllare il problema. I rifugiati non vengono a nuoto verso di noi. Arrivano in barche e indossano giubbotti di salvataggio, fabbricati in Turchia. Questa è un’industria di miliardi di dollari. Dobbiamo combattere i trafficanti e affrontare il problema alla radice.
B: la Turchia chiede un accordo di liberalizzazione dei visti in cambio dei suoi sforzi. La Grecia chiede una riduzione del debito nella crisi dei rifugiati?
Tsipras: I negoziati per la crisi del debito non sono legati alla crisi dei rifugiati. Ma quello che voglio dire circa la crisi del debito è questo: abbiamo firmato un programma in luglio e ci atteniamo ad esso. Il problema rimane il FMI. Ulteriori richieste continuano ad arrivare dal Fondo monetario internazionale che non hanno nulla a che fare con l’accordo iniziale. L’UE deve chiedere al Fondo monetario internazionale di rispettare l’accordo. Tutto questo non ha nulla a che fare con la crisi dei rifugiati. Noi non abbiamo il tempo di rinviare nulla in relazione al problema dei rifugiati.Abbiamo bisogno di solidarietà. E ne abbiamo bisogno ora.
(Traduzione di Daniela Sansone)
Un appello che invitiamo a firmare per non essere corresponsabili del massacro in atto alle porte della Fortezza Europa, e all'interno stesso delle sue mura. Il manifesto, 8 marzo 2016
Noi, cittadini dei paesi membri dell’Unione europea, della zona Schengen, dei Balcani e del Mediterraneo, del Medioriente e di altre regioni del mondo che condividono le nostre preoccupazioni, lanciamo un appello d’emergenza ai nostri concittadini, ai governi, ai rappresentanti nei parlamenti nazionali e al Parlamento europeo, oltre che alla Corte europea dei diritti dell’uomo e all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati:
Bisogna salvare e accogliere i rifugiati dal Medioriente
Da anni, i migranti del sud del Mediterraneo che fuggono dalla miseria, dalla guerra e dalla repressione annegano o si scontrano contro le barriere. Quando riescono ad attraversare, dopo essere stati vittime delle filiere di trafficanti, vengono respinti, messi in carcere o obbligati a vivere nella clandestinità da stati che li designano come dei «pericoli» e come dei «nemici». Tuttavia, coraggiosamente, si ostinano e si aiutano a vicenda per salvare le loro vite e ritrovate un avvenire.
Ma dopo che le guerre in Medioriente e soprattutto in Siria si sono trasformate in massacro di massa senza una prevedibile fine, la situazione ha cambiato dimensione. Popolazioni intere, prese in ostaggio tra i belligeranti, bombardate, affamate, terrorizzate, sono gettate in un esodo pericoloso che, a costo di migliaia di morti supplementari, precipita uomini, donne e bambini verso i paesi vicini e bussa alle porte dell’Europa.
Siamo di fronte a una grande catastrofe umanitaria. Ci mette di fronte a una responsabilità storica da cui non possiamo sfuggire.
L’incapacità dei governi di tutti i paesi a mettere fine alle cause dell’esodo (quando non contribuiscono ad aggravarlo) non li esonera dal dovere di soccorrere e di accogliere i rifugiati rispettando i loro diritti fondamentali, che con il diritto d’asilo sono inscritti nelle dichiarazioni e convenzioni che fondano il diritto internazionale.
A parte alcune eccezioni – l’iniziativa esemplare della Germania, non ancora sospesa a tutt’oggi, di aprire le porte ai rifugiati siriani; lo sforzo gigantesco della Grecia per salvare, accogliere e scortare migliaia di naufraghi che ogni giorno sbarcano sulle sue rive, mentre l’economia del paese è crollata in un’austerità devastatrice; la buona volontà dimostrata dal Portogallo per raccogliere una parte dei rifugiati che stazionano in Grecia – i governi europei si sono rifiutati di valutare con realismo la situazione, di spiegarla alle opinioni pubbliche e di organizzare la solidarietà superando gli egoismi nazionali. Al contrario, da est a ovest e da nord a sud, hanno respinto il piano a minima di ripartizione dei rifugiati elaborato dalla Commissione o hanno cercato di sabotarlo. Peggio ancora, hanno scelto la repressione, la stigmatizzazione, la violenza contro i rifugiati e i migranti in generale. La situazione della «giungla» di Calais, a cui adesso fa seguito lo smantellamento forzato, senza tener conto né dello spirito né della lettera di un sentenza giudiziaria, ne è l’illutrazione scandalosa, ma non è la sola.
All’opposto, sono i semplici cittadini d’Europa e d’altrove – pescatori e abitanti di Lampedusa e di Lesbos, militanti di associazioni di soccorso ai rifugiati e delle reti di sostegno ai migranti – che hanno salvato l’onore e mostrato la strada per una soluzione.
Ma si scontrano tuttavia con la mancanza di mezzi, l’ostilità a volte violenta dei poteri pubblici, e devono far fronte, come gli stessi rifugiati e migranti, alla rapida crescita di un fronte europeo della xenofobia, che va da organizzazione violente, apertamente razziste o neo-fasciste, fino a dei leader politici «rispettabili» e a governi sempre più preda dell’autoritarismo, del nazionalismo e della demagogia. Due Europe totalmente incompatibili si fanno cosi’ fronte, tra le quali bisogna ormai scegliere.
Questa tendenza xenofoba, ad un tempo micidiale per gli stranieri e rovinosa per l’avvenire del continente europeo come terra di libertà, deve immediatamente rovesciarsi.
Nel mondo ci sono 60 milioni di rifugiati, il Libano e la Giordania ne accolgono un milione coscuno (rispettivamente il 20% e il 12% delle loro popolazioni), la Turchia 2 milioni (3%). Il milione di rifugiati arrivati nel 2015 in Europa (una delle più ricche regioni del mondo, malgrado la crisi) rappresenta solo lo 0,2% della popolazione ! Non soltanto i paesi europei, presi nel loro insieme, hanno i mezzi per accogliere i rifugiati e trattarli in modo dignitoso, ma hanno il dovere di farlo per poter continuare a fare riferimento ai diritti dell’uomo come fondamento della loro costituzione politica. E’ anche nel loro interesse, se vogliono cominciare a ricreare, con tutti i paesi dello spazio mediterraneo che da millenni condividono la stessa storia e le stesse eredità culturali, le condizioni di una pacificazione e di una vera sicurezza collettiva. E’ questa la condizione per far indetreggiare al di là dell’orizzonte lo spettro di una nuova epoca di discriminazioni organizzate e di eliminazione di esseri umani «indesiderabili».
Nessuno può dire quando e in quali proporzioni i rifugiati rientreranno «a casa loro» e non si deve neppure sotto-stimare la difficoltà del problema da risolvere, le resistenze che suscita, gli ostacoli, persino i rischi, che comporta. Ma nessuno deve neppure ignorare la volontà di accoglienza delle popolazioni e la volontà di integrazione dei rifugiati. Nessuno ha il diritto di definire insolubile il problema, per meglio sfuggirvi.
Ampie misure d’emergenza vanno prese quindi immediatamente
Il dovere di assistenza ai rifugiati del Medioriente e dell’Africa nel quadro di una situazione d’emergenza deve venire proclamato e messo in atto dalle istanze dirigenti della Ue e declinato in tutti gli stati membri. Deve ricevere l’approvazione delle Nazioni unite e fare oggetto di una concertazione permanente con gli stati democratici di tutta la regione.
Forze civili e militari devono venire impegnate, non per fare una guerriglia marittima contro i passeurs, ma per portare soccorso ai migranti e fermare lo scandalo degli annegati. E’ solo in questo quadro che potrà essere possibile reprimere i traffici e condannare le complicità di cui godono. La proibizione dell’accesso legale è difatti all’origine delle pratiche mafiose, non il contrario.
Il fardello dei paesi di prima accoglienza, in particolare la Grecia, deve essere immediatamente alleggerito. Il loro contributo all’interesse comune deve venire riconosciuto. Il loro isolamento deve venire denunciato e ribaltato in solidarietà attiva.
La zona di libera circolazione di Schengen deve essere preservata, ma gli accordi di Dublino che prevedono il rinvio dei migranti verso il paese d’entrata devono venire sospesi e rinegoziati. L’Ue deve fare pressione sui paesi del Danubio e balcanici perché riaprano le frontiere, e negoziare con la Turchia perché cessi di utilizzare i rifugiati come alibi politico-militare e moneta di scambio.
Contemporaneamente, devono venire messi a disposizione mezzi di trasporto aerei e marittimi per trasferire tutti i rifugiati recensiti come tali nei paesi del «nord» dell’Europa che possono oggettivamenti ricerverli, invece di lasciare che si intasino in un piccolo paese che rischia di diventare un immenso campo di ritenzione per conto dei vicini.
A più lungo termine, l’Europa – che deve far fronte a una grande sfida, di quelle che cambiano il corso della storia dei popoli – deve elaborare un piano democraticamente controllato di aiuto a chi è sfuggito al massacro e a coloro che portano loro soccorso: non soltanto delle quote di accoglienza, ma aiuti sociali per la scuola, per la costruzione di case decenti, quindi un finanziamento speciale e disposizioni legali che garantiscano nuovi diritti per inserire degnamente e pacificamente le popolazioni sfollate nei paesi d’accoglienza.
Non c’è altra aternativa: ospitalità e diritto d’asilo, o la barbarie!
Primi firmatari
Michel Agier (Francia), Horst Arenz (Germania), Athéna Athanasiou (Grecia), Chryssanthi Avlami (Grecia), Walter Baier (Austria), Etienne Balibar (France), Marie Bouazzi (Tunisia), Hamit Bozarslan (Francia, Turchia), Judith Butler (Stati uniti), Marie-Claire Caloz-Tschopp (Svizzera), Dario Ciprut (Svizzera), Edouard Delruelle (Belgio), Matthieu De Nanteuil (Belgio), Wolfgang-Fritz Haug (Germania), Ahmet Insel (Turchia), Nicolas Klotz (Francia), Justine Lacroix (Belgio), Amanda Latimer (Gran Bretagna), Camille Louis (Francia), Giacomo Marramao (Italia), Roger Martelli (Francia), Sandro Mezzadra (Italia), Judith Revel, Toni Negri (Francia), Maria Nikolakaki (Grecia), Josep Ramoneda (Spagna), Vicky Skoumbi (Grecia), Barbara Spinelli (Italia), Etienne Tassin (Francia), Hans Venema (Olanda), Marie-Christine Vergiat (Francia), Frieder Otto Wolf (Germania).
Per firmare:
baier@transform-network.net
netbaier@transform-network.net
Italia in guerra? Renzi vuole intervenire in Libia, ma senza che si sappia in giro. Ma stavolta si è infilato in un gioco ben più complesso e pericoloso di quelli che ama giocare a colpi di alleanze variabili e discorsi fiume.
Il manifesto, 6 marzo 2016
Ě difficile credere che l’ambasciatore Usa Philips abbia parlato a vanvera, quando ha detto di aspettarsi 5000 uomini dall’Italia per l’intervento in Libia. Non sorprende perciò che Matteo Renzi, di solito oratore inarrestabile e sfiancante, taccia da giorni sulla questione, preferendo occuparsi dei sindacati della reggia di Caserta. Ma allora, che vuol fare Palazzo Chigi? Andare in Libia o no?
Tutto dipende, naturalmente, dal significato di “andare in Libia”. Per chiarire la questione dobbiamo tornare al decreto del 15 novembre 2015, con cui si ponevano i corpi speciali delle forze armate sotto il comando dell’Aise (servizi di sicurezza esterna), cioè di Renzi. Un decreto passato incredibilmente con 395 voti a favore, 5 contrari e 26 astenuti (tra cui Sel e M5S, che sarebbero gli “oppositori” di Renzi). Un decreto formalmente legale, come vuole il Quirinale, ma che sottrae al parlamento, con il suo consenso supino e preventivo, il controllo delle operazioni militari. Una carta in bianco al governo, insomma, per qualsiasi guerra presente o futura.
Successivamente, la parte attuativa del decreto è stata secretata in modo così maldestro, che tutti ne sono venuti a conoscenza. Di fatto, il solo D’Alema (che di guerra s’intende, avendone fatta una extraparlamentare nel 1999) ha parlato a suo tempo contro il decreto, sapendo come agiscono i nostri servizi, tra intrighi e inefficienza. La nebbia che circonda la morte dei due ostaggi di Sabrata e il ritorno degli altri due sembra proprio dargli ragione.
Ě chiaro ormai che Renzi vuole intervenire in Libia, ma senza che si sappia in giro. D’altronde, non è lo stesso “pacifista” che fa rifinanziare le missioni italiane all’estero e manda 500 uomini in Iraq a proteggere un’azienda italiana? Si direbbe però che questa volta si sia infilato in un gioco ben più complesso e pericoloso di quelli che ama giocare a colpi di alleanze variabili e discorsi fiume. Un conto è promettere ossessivamente un destino roseo a un paese prostrato dalla povertà e giocare sui decimali del Pil. Altra questione, ben più seria, è promettere agli Usa di intervenire e poi non mantenere le promesse, perché i sondaggi gli dicono che la stragrande maggioranza del paese non vuole nessuna guerra, e chiunque, da Berlusconi a Prodi, gli intima di non pensarci nemmeno. Gli americani, si sa, non si accontentano delle chiacchiere quando c’è da andare al sodo.
La verità è che la guerra in Libia c’è già e che americani, inglesi e francesi, senza avvertire nessuno, si stanno dando da fare da mesi tra il confine tunisino e quello egiziano. Appoggiando in sostanza il generale Haftar, sostenuto dall’Egitto ma odiato dal governo di Tripoli, che in sostanza è dei Fratelli musulmani. In queste condizioni, pensare che in Libia possa nascere un governo di unità nazionale, come vorrebbero le anime belle dell’Onu, e che l’Italia possa guidare la coalizione anti-Isis è una pia illusione, anzi fa francamente ridere.
L’Italia non guiderà nessuna coalizione diplomatico-militare, perché Usa, Francia e Inghilterra si fanno i fatti propri, oggi come nel 2011, e l’Italia ha ben poco peso nella faccenda, a onta degli squilli di tromba degli editorialisti con l’elmetto. D’altra parte, Renzi ha ben pochi alleati in Europa, non si può mettere contro Hollande e quindi dovrà ingoiare il rospo e accettare, al di là delle sparate propagandistiche, un ruolo subordinato, esattamente come Berlusconi nel 2011. Così, quello che farà l’Italia sarà mandare qualche decina di uomini a difendere i suoi interessi energetici, incrociando le dita e sperando che nessuno si faccia ammazzare. D’altronde il famoso decreto garantisce la necessaria riservatezza sulla faccenda.
Ma la guerra c’è, in un contesto in cui centinaia di bande e milizie, che fanno capo oggi a Tripoli e domani all’Isis, o viceversa, si sparano addosso senza tregua. E quindi le conseguenze si faranno sentire eccome, anche se l’Italia si nasconderà dietro il paravento della legalità internazionale o invierà un po’ di soldati alla volta. Sperando che l’Isis non se ne accorga. E sperando anche che con il tempo nessuno si ricordi più di Giulio Regeni, visto che l’Egitto è un nostro caro alleato.
Ormai, non è retorica dire che tutto il Sahara è in fiamme, dall’Algeria all’Egitto, grazie al genio politico di Sarkozy e Cameron, di Bush e di Blair (i comandanti dell’Isis in Libia vengono dall’Iraq). In questa situazione, l’abilità politica che funziona con Verdini e Alfano, o per tenere a bada la sinistra Pd, serve a ben poco. Giorno dopo giorno, scivoliamo in una guerra senza strategia e che gli altri hanno deciso per noi.
L’unica consolazione, ma è ben poca cosa, è che questa volta, diversamente dal 2011, nessun sessantottino pentito vuole la guerra in nome dei diritti umani.
In occasione del vertice Renzi-Hollande appuntamento a Venezia dei rappresentanti delle persone d'ogni genere, età, colore, regione e condizione mobilitate in una moltitudine di gruppi contro le iniziative dei governi di destra e di "centrosinistra" che lavorano per i padroni della finanza e degli affari.
Il manifesto, 6 marzo 2016
Venezia«Par tera e par mar»: è l’altro san Marco a lanciare il grido di battaglia, insieme al popolo della Val Susa. Martedì pomeriggio il summit italo-francese numero 33 fra Matteo Renzi e il presidente François Hollande a palazzo Ducale sarà anche un omaggio “pacifista” a Valeria Solesin, vittima degli attentati del 13 novembre a Parigi. Ma servirà soprattutto per mettere a punto l’agenda dei due governi, in particolare la missione in Libia e il rilancio dell’alta velocità ferroviaria.
Così a Venezia si sono già dati appuntamento movimenti, comitati e associazioni che difendono il territorio dal furore delle Grandi Opere. Il concentramento è previsto alle 10 nel piazzale della stazione ferroviaria di santa Lucia, da dove muoverà la manifestazione con una nutrita delegazione NoTav.
In contemporanea, la contestazione si muoverà anche in laguna con il corteo di barche già sperimentato in occasione delle mobilitazioni contro le Grandi Navi che attraversano il cuore della città e della laguna.
«L’8 marzo nella bella Venezia Matteo Renzi e François Hollande, con il loro codazzo di ministri cercheranno una vetrina per esporre al mondo i loro disastri. Una grande opera inutile, un patto finanziario con le banche per strangolare i cittadini, una nuova frontiera per lasciare morire di guerra le persone, una nuova guerra e ancora molto altro di peggio. Aspettando la nefasta scaletta di appuntamenti anche noi ci prepareremo», si legge nell’appello lanciato dalla Val Susa e raccolto in tutta Italia: i comitati contro le trivellazioni in Adriatico di Marche, Abruzzo e Molise; «Stop Biocidio» di Napoli; i No Tav anche dal Terzo Valico, Trentino, Brescia, Verona e Vicenza. E i collettivi universitari nel «giardino liberato» di Ca’ Bembo hanno dato inizio ai preparativi, mentre sempre per martedì è annunciato lo sciopero del Coordinamento studenti medi in occasione del corteo.
Intanto ieri pomeriggio a Padova, nonostante la pioggia battente, sono tornati in piazza i lavoratori migranti con Adl Cobas e i centri sociali del Nord Est. Hanno manifestato all’insegna dell’antirazzismo nella città governata dal sindaco leghista Massimo Bitonci, ma anche «contro la guerra, i bombardamenti e un sistema che produce milioni di profughi» e in difesa delle lotte sociali per la casa.
Di nuovo protagonisti, in questa occasione, i facchini del Prix a Grisignano di Zocco (Vicenza), le lavoratrici marocchine della Nek di Monselice, bengalesi e africani della logistica, magrebini delle coop dove si “sperimenta” il Jobs Act.
«È tutto l’establishment politico e finanziario occidentale che ha fatto fallimento. E che continua a riproporsi, fallendo. Nel silenzio, e nella penombra spessa che ha avvolto il mondo della cultura, incapace di pensare un’alternativa di sistema nell’età dei tramonti». Il manifesto, 5 marzo 2016
Prima che siano la guerra e i disumani populismi a dettare le regole del gioco.
Neglig segno di ossequio a un "alleato" per le guerre attuali e future, assassino e torturatore di un ragazzo innocente e inermo.
Ilmanifesto, 4 marzo 2016
Le tante, troppe versioni contrastanti che vengono dall’Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni gettano un’ombra anche sull’operato dei servizi segreti italiani. Perciò il Copasir ha deciso all’unanimità di convocare per il 14 marzo il capo dell’Aise, Alberto Manenti, su richiesta del deputato di Sel, Ciccio Ferrara, membro dell’organismo parlamentare di controllo sull’intelligence. «Quello che ci è stato raccontato finora, non ci convince più», riferisce Ferrara al manifesto.
L’ultima volta che i responsabili dei servizi esterni sono stati auditi dal Copasir risale ad una decina di giorni fa. «Al di là del giudizio politico, il balletto di versioni provenienti dal Cairo in questi ultimi giorni solleva troppi dubbi — argomenta Ferrara — la nostra intelligence ha lavorato in contatto con quella egiziana fin dal momento della scomparsa di Giulio Regeni, e poi anche dopo il 3 febbraio, quando è stato rinvenuto il cadavere. Ci è stato sempre riferito che, malgrado il massimo degli sforzi, nulla di certo era emerso dalle indagini. Ora però le autorità egiziane diffondono dettagli, e non sempre sono solo ricostruzioni giornalistiche. A questo punto è necessario che i responsabili dei nostri servizi riferiscano quali elementi certi sono stati appurati».
La scarsa collaborazione dell’intelligence e delle altre autorità egiziane continua però ad essere additata come un ostacolo insormontabile. Tanto che Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) che ha il compito di vigilare sull’attività dell’Aise e dell’Aisi, ha dichiarato ieri al Tg1: «Quello che sta accadendo non denota una collaborazione piena, o perlomeno soddisfacente; stiamo facendo il possibile perché questa collaborazione sia completa, sollecita e ci consenta di arrivare alla verità su questo drammatico caso». Infatti, i documenti arrivati agli inquirenti italiani tramite il canale diplomatico, senza alcuno scambio tra le procure, che attualmente sono in fase di traduzione, sembrerebbero assolutamente insufficienti ad aggiungere novità al quadro investigativo: si tratta dei tabulati delle telefonate fatte da Giulio Regeni nei tre giorni precedenti la sua scomparsa: il 23, 24 e 25 gennaio, e poco altro.
Intanto, il Parlamento europeo si prepara a votare, giovedì prossimo, una risoluzione di urgenza sull’omicidio Regeni e sulle centinaia di casi simili di sparizioni e torture in Egitto, al termine di un dibattito che si terrà in seduta plenaria. L’accordo tra i partiti è stato raggiunto in sede di capigruppo, su richiesta dell’eurodeputato Pd Antonio Panzeri, speaker di riferimento in commissione Diritti umani per il gruppo Socialisti e Democratici. Ciascun gruppo porterà martedì prossimo a Strasburgo una propria proposta di risoluzione per poi elaborare il testo unico da mettere ai voti. Panzeri, membro della commissione Esteri, aveva già scritto, una settimana dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, un’interrogazione a Mrs. Pesc, Federica Mogherini, per sollecitare l’Ue ad affiancare l’Italia nella richiesta di collaborazione massima alle autorità egiziane per il raggiungimento della verità. Ancora nessuna risposta.
«Giulio Regeni. La presidenza egiziana diffonde la sua versione dei fatti sull'omicidio del dottorando friulano. Il governo del Cairo: 'Terrorismo per danneggiare i rapporti
esteri". E trasmette tramite ambasciata parte dei documenti chiesti dai pm italiani. Quelli inutili». Il manifesto, con postilla
Dunque non era un incidente stradale, non era un gioco omosessuale finito male né il linciaggio di un depravato, non era un atto di criminalità comune, non era un omicidio passionale, né un regolamento di conti tra spacciatori e drogati, l’eliminazione di una spia, il risultato di una faida interna ai sindacati o ai movimenti di sinistra, non era il tradimento di un dirigente della Oxford Analytica e neppure un sabotaggio messo in atto dai Fratelli musulmani. La «verità» sull’omicidio di Giulio Regeni viene ora direttamente dal presidente dell’Egitto: Al-Sisi in persona o chi per lui. Secondo l’ultima tesi, che potrebbe essere la quadratura del cerchio perfetta anche per il governo italiano e gli alleati europei, ad uccidere il giovane dottorando friulano sarebbe stato lo Stato Islamico.
La notizia è stata diffusa ieri attraverso l’Ansa da una «fonte di alto rango della presidenza egiziana». Un atto di terrorismo teso a danneggiare le relazioni esterne egiziane al pari — afferma la fonte «altamente qualificata» e ripete lo stesso premier egiziano Sherif Ismail in un’intervista alla tv pubblica del Paese — dell’abbattimento dell’aereo russo caduto sul Sinai nell’ottobre 2015.
«Il terrorismo in Egitto non è finito e cerca di danneggiare i rapporti tra l’Egitto stesso e altri Paesi, come è stato nel caso del cittadino italiano Giulio Regeni — dichiara all’Ansa l’esponente anonimo della presidenza del Cairo — Attraverso quest’atto coloro che vogliono colpire l’Egitto e la regione e coloro che sono legati a gruppi terroristici hanno addossato sul ministero dell’Interno egiziano la responsabilità dell’uccisione di Regeni».
L’ufficio di presidenza, precisa l’Agenzia nazionale di stampa associata, ha rilasciato queste dichiarazioni per «chiarire» cosa intendesse Al-Sisi quando il 20 febbraio scorso, in un discorso a Sharm El Sheikh, disse: «Chi ha abbattuto l’aereo russo che voleva? Voleva danneggiare solo il turismo? No, voleva danneggiare le nostre relazioni con la Russia e l’Italia». Il presidente egiziano «conferma», precisa la fonte, che «il terrorismo cerca di danneggiare i rapporti egiziani con gli altri Paesi prendendo di mira le comunità straniere come avvenuto nel caso dell’aereo russo o facendo circolare voci che nuocciono alle relazioni dell’Egitto con altri paesi, come nel caso dell’omicidio di Regeni». In ogni caso, conclude la presidenza egiziana, «i loro tentativi sono votati al fallimento, dato che i rapporti italo-egiziani sono radicati» e «il governo egiziano ha aperto un’inchiesta globale ed esaustiva su questo caso per scovare i criminali».
Inchiesta aperta dalla procura di Giza e rimasta top secret per gli inquirenti italiani inviati al Cairo dal pm di Roma, Sergio Colaiocco, che coordina le indagini italiane sull’omicidio. Ieri pomeriggio però, mentre arrivava la versione del presidente Al-Sisi, il ministero degli Esteri egiziano ha trasmesso all’ambasciata italiana al Cairo una parte dei documenti richiesti da settimane, «in particolare informazioni relative a interrogatori di testimoni da parte delle autorità egiziane, al traffico telefonico del cellulare di Giulio Regeni e a una parziale sintesi degli elementi emersi dall’autopsia» eseguita al Cairo il 4 febbraio scorso. Sarebbero tutti reperti cartacei, in lingua araba, nessun filmato, nessuna registrazione, nessuna foto, nemmeno a corredo dell’esame autoptico: atti parziali senza un quadro di insieme che, secondo le prime indiscrezioni, non sarebbero in grado di imprimere sviluppi alle indagini.
Dunque, nessuno scambio di informazioni investigative diretto tra procure, ma solo da governo a governo. Per la Farnesina che ha diramato la notizia, è «un primo passo utile» anche se i documenti inviati sono solo una parte di quelli richiesti e perciò, spiega il ministero degli Esteri in una nota, «la collaborazione investigativa deve «essere sollecitamente completata nell’interesse dell’accertamento della verità». Naturalmente, gli atti «sono stati immediatamente messi a disposizione del team investigativo italiano che opera al Cairo».
Contemporaneamente, il direttore del Dipartimento di Medicina legale del Cairo, Hisham Abdel Hamid, che per primo ha eseguito l’autopsia sul cadavere di Giulio, ha smentito di essere mai stato ascoltato dalla procura di Giza sul caso Regeni (come aveva preannunciato il giorno prima il ministro di Giustizia egiziano). E ha bollato come «totalmente inventata e assolutamente priva di fondamento» la notizia dei risultati autoptici che parlerebbero di «tortura avvenuta ad intervalli di 10–14 ore». Una diffusa dalla Reuters e dal giornalista investigativo Ahmed Ragab che ha confermato tutto al manifesto.
D’altronde, già lunedì il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, da New York, si era mostrato fiducioso e aveva spiegato ai giornalisti che confidava di ricevere presto dal Cairo «elementi di indagine seri in tempi rapidi», avvertendo gli “amici” egiziani che il governo italiano avrebbe verificato «il rispetto delle promesse». E così ieri il regime di Al-Sisi si è dato da fare, ma malamente. Gentiloni, intervenendo di nuovo ieri sul caso dal Council of Foreign Relations di New York, si è limitato a ripetere che «chiede» e «spera» in una maggiore «cooperazione, al momento molto limitata».
«La guerra altro non è che seminagione d’odio. Nessuno dei conflitti proclamati dall’Occidente dal 1991 ad oggi ha benché minimamente risolto i problemi sul campo, anzi li ha tragicamente aggravati».
Il manifesto
La guerra altro non è che seminagione d’odio. Nessuno dei conflitti proclamati dall’Occidente dal 1991 ad oggi — Iraq, Somalia, Balcani, Afghanistan, Libia, Siria — ha benché minimamente risolto i problemi sul campo, anzi li ha tragicamente aggravati.
Senza l’intervento in Iraq del 2003, ha confessato «scusandosi» lo stesso ex premier britannico Tony Blair, tanto caro al rottamatore Matteo Renzi, lo Stato islamico nemmeno esisterebbe. Gli «Amici della Siria», vale a dire tutto lo schieramento occidental-europeo più Arabia saudita e Turchia, hanno fatto l’impossibile per fare in tre anni in Siria quel che era riuscito in Libia, alimentando e finanziando milizie e riducendo il Paese ad un cumulo di macerie alla mercé di gruppi più o meno jihadisti e con così tanti errori commessi da permettere alla fine il coinvolgimento in armi e al tavolo negoziale perfino della Russia di Putin.
I rovesci in Libia tornano addirittura nelle elezioni statunitensi, con il New York Times che, con focus su Hillary Clinton, ricorda la posizione favorevole alla guerra di fronte ad un recalcitrante Obama. Senza dimenticare la tragedia americana dell’11 settembre 2012 a Bengasi.
Quando Chris Stevens, l’ex agente di collegamento con i jihadisti che abbatterono Gheddafi grazie ai raid della Nato, cadde in una trappola degli integralisti islamici già alleati e venne ucciso con tre uomini della Cia. Hillary Clinton, allora Segretario di Stato uscì di scena e venne dimissionato l’allora capo della Cia David Petraeus. Perché la guerra ci ritorna in casa. Avvitandosi nella spirale del terrorismo islamista.
Dalle «nostre» guerre fuggono milioni di esseri umani. Quando partirono i primi raid della Nato sulla Libia a fine marzo 2011, cominciò un esodo in massa di più di un milione e mezzo di persone, tante quelle di provenienza dall’Africa centrale che lavoravano in territorio libico, ne fu coinvolta la fragilissima e da poco conquistata democrazia in Tunisia. Quell’esodo, con quello da Iraq e Siria, prova disperatamente ogni giorno ad attraversare la barbarie dei muri della fortezza Europa.
Tutto questo è sotto la luce del sole. Come il fatto che l’alleato, il Sultano atlantico Erdogan, da noi ben pagato, preferisca massacrare i kurdi che combattono contro l’Isis piuttosto che tagliare gli affari e le retrovie con il Califfato.
Eppure siamo di nuovo in procinto di innescare un’altra guerra in Libia. Dopo che il capo del Pentagono Ashton Carter ha schierato l’Italia sostenendone la guida della coalizione contro l’Isis e per la sicurezza dei giacimenti petroliferi. Il ministro Gentiloni si dichiara «pronto». In altri tempi si sarebbe detto che un Paese dalle responsabilità coloniali non dovrebbe esser coinvolto. Adesso è motivo d’onore: siamo al neo-neocolonialismo.
Motiveremo questa avventura nel più ipocrita dei modi: sarà una «guerra agli scafisti». Sei mesi fa quando venne annunciata, Mister Pesc Mogherini mise le mani avanti ricordando, com’è facile immaginare, che ahimé ci sarebbero stati «effetti collaterali». Nasconderemo naturalmente il business e gli interessi strategici ed economici. Ormai siamo alla rincorsa della pacca sulle spalle Usa e delle forze speciali francesi, britanniche e americane già sul terreno.
L’Italia ha convocato nei giorni scorsi il suo Consiglio supremo di difesa e prepara l’impresa libica. Con un occhio all’Egitto sotto il tallone di Al Sisi, ora in ombra per l’assasinio di Giulio Regeni. C’è da temere che la giustizia sulla morte di Giulio Regeni venga ulteriormente ritardata e oltraggiata, e di nuovo silenziata la verità sul regime del Cairo, criminale quanto l’Isis. Perché l’Egitto — anche con i suoi silenzi? — resta fondamentale per la guerra in Libia: è la forza militare diretta o di supporto al generale Haftar, leader militare del governo e del parlamento di Tobruk che ancora ieri ha rimandato il suo assenso (che alla fine arriverà) ad un esecutivo libico «unitario». È una decisione formale utile solamente a richiedere l’intervento militare occidentale.
Perché la Libia resta spaccata almeno in tre parti, con Tripoli guidata da forze islamiste che temono che un intervento occidentale diventi un sostegno alle forze dello Stato islamico posizionate a Sabratha, Derna, Sirte, già impegnate nella propaganda anti-italiana prendendo senza vergogna in mano la bandiera e le gesta di Omar Al Muktar, l’eroe della resistenza al colonialismo fascista italiano.
Mancano pochi giorni al precipizio. Chi ha a cuore l’articolo 11 della Costituzione, chi è contro la guerra, una delle ragioni per ricostruire e legittimare lo spazio della sinistra, alzi adesso la voce.
».
Il manifesto, 1 marzo 2016
“Il tentativo del governo di far sì che chi ritarda il pagamento di sette rate del mutuo sia costretto a cedere la proprietà della sua casa alla banca è abominevole”. Anche Pippo Civati si aggiunge alla lista dei parlamentari, di ogni colore politico (Nunzia De Girolamo di Fi, Alessandro Di Battista del M5S, Giorgia Meloni di Fdi, e in prima battuta gli ex pentastellati di Alternativa libera), che stanno denunciando la peculiare chiave di lettura con cui l’esecutivo di Matteo Renzi vuole armonizzare nella normativa italiana una direttiva Ue, la 17/2014.
Il caso sta facendo sempre più rumore. Non solo per gli effetti pratici della futura legge, in un paese dove quasi l’80% degli abitanti ha, o si sta facendo, una abitazione di proprietà. Anche per i motivi politici — leggi aiuto alle banche – che ne avrebbero aiutato la genesi. Perché con la normativa riveduta e corretta dal governo, gli istituti di credito si potrebbero impossessare subito della casa, senza prima passare dal giudizio della magistratura.
“La direttiva europea nasce come strumento per la protezione dei consumatori nel settore dei contratti di credito relativi ai beni immobili – ricordano i parlamentari di Alternativa libera – in altre parole contiene solo norme a tutela dei mutuatari in difficoltà. Mentre la legge di recepimento, così come è stata scritta, butterà in mezzo alla strada migliaia di famiglie, consentendo alle banche di bypassare le aste e di vendere direttamente i beni a prezzi ridicoli”.
Pietra dello scandalo è l’atto del governo nr. 256, bozza di un decreto legislativo sui finanziamenti ipotecari che intende modificare il Testo unico della finanza. Secondo il progetto del governo, alle banche sarebbe consentito di inserire nei contratti di mutuo, anche dopo la stipula, questa clausola: “In caso di inadempimento del consumatore, la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale, o dei proventi della vendita del medesimo, comporta l’estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all’eccedenza”.
Traduzione: il provvedimento governativo cancella in sostanza l’articolo 2744 del codice civile. In caso di inadempimento del mutuatario – un ritardo nel pagamento di sette rate, anche non consecutive, così come stabilito dal Testo unico della finanza — non sarebbe più obbligatorio per le banche rivolgersi al tribunale per poter entrare in possesso dell’immobile ipotecato e metterlo all’asta. Di più: la mano libera alle banche è anche fiscale, vista l’esenzione dal pagamento delle normali imposte del 9% sul valore dell’immobile a favore del creditore o degli acquirenti in asta, a patto che questi ultimi rivendano poi l’immobile a un acquirente finale. Che in teoria potrebbe essere anche una filiazione dello stesso istituto di credito che vende la casa. Insomma una legge-disastro.
Pippo Civati tira le somme: “Non c’è futuro per un paese che pensa di risolvere i problemi togliendo garanzie e la casa a chi ha difficoltà economiche”. Con il gruppo di Al, Civati chiama a raccolta i colleghi: “Faccio appello a tutti i parlamentari che credono nei valori della solidarietà, e che pensano che lo Stato sia al servizio dei cittadini e non delle banche. Si dia rapidamente vita a un intergruppo lampo, al di là dei gruppi di appartenenza, per correggere le aberranti previsioni contenute nell’atto del governo numero 256”. Del possibile intergruppo potrebbe far parte la forzista Nunzia De Girolamo, che tuona: “Grazie a Renzi e Padoan si rischia che chi non paga sette rate di mutuo perde la casa che passa direttamente alla banca. Sono folli?”. Dal canto loro, quelli di Alternativa libera hanno lanciato una petizione su change.org, anch’essa esplicita: “Renzi fermati! Non regalare alle banche le case di chi non può pagare il mutuo”. Ora la parola passa al parlamento.
La drammatica contraddizione tra il messaggio di papa Francesco e «quei Paesi dell’Europa orientale in cui ribollono gli spiriti animali del nazionalismo, dell’antisemitismo e dell’autoritarismo i cui esiti fatali stanno scritti in tutti i sussidiari».
La Repubblica, 29 febbraio 2016
DOPO averne visto le conseguenze su migliaia di persone in fuga, gli europei vedono il fumo nero della guerra da vicino. È ormai ad una spanna d’acqua, di là del mare dei morti cantato da Virgilio e da Gianfranco Rosi. S’affaccia ad una spanna di terra da noi, in quei Paesi dell’Europa orientale in cui ribollono gli spiriti animali del nazionalismo, dell’antisemitismo e dell’autoritarismo i cui esiti fatali stanno scritti in tutti i sussidiari. Non solo in Ucraina, ma in Polonia, Ungheria, Slovacchia e oltre. Le nazioni “cattoliche” che per secoli il papato credeva diventassero un cuscinetto fra ortodossie e protestantesimi, i Paesi che Wojtyla sognava fossero modelli di nuovi regimi di cristianità, le chiese che hanno conservato la fede fino al martirio nella cattività sovietica, sono oggi invece il punto di approdo della spirale soffocante della guerra. Ed interpellano sia gli europei recalcitranti alla long- term vision, sia il cristianesimo sordo alla conversione, sia l’unico leader globale che viva in questo continente: un immigrato argentino che si fa chiamare Francesco.
La spirale si disegna chiara sulle carte. Dal corso del Niger una striscia di guerre civili e/o di religione chiamate eufemisticamente “terrorismo” generano statualità inedite, travolge gli equilibri fra musulmani di diversa confessione, devasta le chiese siriache che i cristiani latini avrebbero sterminato secoli fa, profana i luoghi dello spirito. Le rotte desertiche dei mistici fra l’Africa e il Mediterraneo sono vie di morte a doppio senso. Il Sinai dove fu detto “non uccidere” vede azioni feroci e innominabili. Nel cielo d’Arabia non ci sono sapienti a leggere le stelle, ma vittime che scrutano la scia dei caccia. Attorno e dentro la terra dove scorre latte e miele ci sono muri e coltelli a posporre la pace. Il concilio pan-ortodosso che il patriarca Bartholomeos ha avuto la grazia e la fede di convocare non può riunirsi a Costantinopoli, ma deve andare a Creta per le tensioni che richiamano la storia delle relazioni fra l’ex sultano e l’ex zar. Le piste d’Abramo, padre di chi va e di chi crede al cammino, sono percorse da Suv carichi di trafficanti e assassini. La Siria che diede ai cristiani il nome di “quelli della Via” è liquefatta.
Ma la nube cupa della guerra non si ferma lì. Risale dal Mar Nero verso l’oriente cristiano; passa sui confini della “unione” di Brest e dell’Ucraina post-sovietica; s’incunea nel cuore di quella cintura “cattolica”, nell’Ungheria di Viktor Orbán e nei movimenti della Polonia di Beata Szydlo, e passa dai gruppi neonazisti in Slovacchia, si frantuma nella xenofobia urbana tedesca, e ancora oltre verso ovest. E sa che, se non lo farà Francesco, non sarà denunciata né da élite impari a compiti ben più semplici né da cristiani attratti dal potere. Dopo la generazione di Schumann, Adenauer e De Gasperi, che parlavano in tedesco e pensavano in cattolico, dopo quella di Delors, Kohl e Prodi, che parlavano in europeo e pensavano in ecumenico, la generazione nuova degli europeisti — al netto del consenso sul piano Renzi spiegato ieri da Scalfari — non c’è, e Mario Draghi parla e pensa nella lingua della solitudine.
Davanti a questo paesaggio sta Francesco: un anziano latino americano che con tre pennellate — la cultura dello scarto, la globalizzazione dell’indifferenza, la guerra a capitoli — ha denudato l’impotenza culturale di un’Europa che non sa leggere la realtà in modo convincente, unificante, pacificante. E che dunque è condannata alla diffidenza, alla disunione e in prospettiva alla guerra. Cittadino del sud del mondo, Bergoglio guarda all’Europa con distacco; la sua formidabile segreteria di Stato inanella successi sbalorditivi, ma su tutt’altri quadranti; l’episcopato europeo è totalmente inerte davanti ai compiti che la storia gli assegna. Ma il Papa, i suoi diplomatici e i vescovi non potranno non misurarsi col “cuore nero” dell’Europa che si manifesta ad est.
Francesco in ogni caso dovrà farlo nel viaggio in Polonia di questa estate per la giornata della gioventù, che non può essere solo un trionfo giubilare celebrato a un passo dai cancelli di Auschwitz-Birkenau, ma un incontro con la generazione che se perde l’Europa ritroverà la guerra.
Forse il Papa ha già incominciato a prendere posizione nell’ormai famoso dictum su Trump. In una frase secca — «chi pensa a costruire muri non è cristiano » — Francesco ha preso le distanze non solo da un provocatore reazionario, ma anche da tutta quella politica che in Europa tenta di catturare “voti facili” dividendo fra chi ha paura e chi fa paura o negando valor al sapere che è il diaframma necessario fra la paura e le decisioni.
Presi in una accelerazione ecumenica improvvisa — fra il giubileo del Vaticano II, il concilio panortodosso, il centenario della Riforma — i cristiani d’Europa possono fornire a questo continente malato solo la loro conversione e la loro comunione: non per conquistare qualcosa restando identici, ma per non perdere l’anima. Un continente secolarizzato e pensante ne coglierebbe il valore, ne spererebbe l’adempiersi: ma può darsi che questo continente sia solo secolarizzato, e dunque indifferente a quel “cuore nero” che è l’antipodo di Ventotene.
«Regeni sarebbe rimasto per una settimana nelle mani dei suoi sequestratori. Il movente del delitto è legato alla sua attività di ricercatore. L’appello dei genitori: “Verità per nostro figlio non sia soltanto uno slogan”».
La Repubblica, 27 febbraio 2016
Poche carte. E molte, tragiche, conferme. L’inchiesta italiana sulla morte di Giulio Regeni continua a fare pochi passi in avanti, per colpa della scarsissima collaborazione delle autorità egiziane: nonostante gli annunci e i comunicati ufficiali, zero o quasi zero, è stato trasmesso in Italia o ai poliziotti e i carabinieri di Sco e Ros che da tre settimane sono al Cairo. Quelle poche novità che però arrivano non fanno altro che confermare l’impostazione iniziale dell’indagine, della quale Repubblica
in questi giorni ha dato conto: Regeni è stato ucciso da professionisti della tortura. Il movente dell’omicidio è da ricercarsi nel lavoro da ricercatore di Giulio: qualcuno dei suoi report, esemplari per metodo e contenuti, potrebbero essere finiti sui tavoli di qualche apparato di sicurezza. Certo è che Regeni non collaborava con i servizi – oltre alle smentite ufficiali della nostra intelligence nulla è stato trovato nel suo computer, al di fuori delle comunicazioni con i docenti e con i tutor – e che, visti gli esiti dell’autopsia che verranno consegnati ufficialmente la prossima settimana, probabilmente è stato scambiato per una spia.