la complicità oggettiva con gli assassini dei governi della parte del mondo che si spaccia per garante di libertà, democrazia, giustizia. Chi incanalerà la rabbia?
La Repubblica, 10 aprile 2016
Follow the money. L’omicidio di Giulio Regeni non fa eccezione. Basta seguire i soldi per capire la delicatezza (qualcuno dice la timidezza) con cui Roma ha gestito finora il caso con l’Egitto. Il ritiro dell’ambasciatore del Cairo — mossa dall’alto valore simbolico ma dagli scarsi contenuti pecuniari — «è solo l’inizio» ha dichiarato il governo. «Nei prossimi giorni lavoreremo a misure immediate e proporzionali» alla reticenza di giudici e investigatori di Abdel Fattah Al Sisi, ha promesso il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Sanzioni economiche e l’inserimento del paese nella black list delle nazioni a rischio su tutte, due mosse che mettono a rischio la fiorentissima intesa commerciale bilaterale: l’Italia è il secondo partner dell’Egitto dopo la Germania. Gli affari tra le due sponde del Mediterraneo valgono 5 miliardi l’anno. In ballo ci sono investimenti superiori ai 10 miliardi già assegnati alle imprese di casa nostra grazie al legame privilegiato costruito con l’esecutivo del Cairo, dove Matteo Renzi è stato il primo premier occidentale a recarsi in visita dopo la vittoria di Al Sisi alle presidenziali.
L'Italia di Renzi e la Francia di Hollande unite nell'appoggio al massacratore di Giulio Regeni e chiunque minacci di svelare il carattere repressivo del loro sanguinario compare d'affari egiziano. Chi da questi affaci ci erde lo sappiamo: Mazzeo ci ricorda chi ci guadagna. Contropiano.org, 9 aprile .2016
“Non siamo disposti adaccettare verità distorte e di comodo e se non ci sarà un cambio di marcia daparte degli inquirenti e delle autorità dell’Egitto, il governo potrà ricorrerea misure immediate e proporzionate”. Il 5 aprile 2016, intervenendo al Senatosul caso di Giulio Regeni, barbaramente torturato e ucciso al Cairo il 25 gennaio,il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha promesso il massimo sforzo per farluce sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio del nostro giovaneconnazionale. Dopo il rifiuto degli inquirenti egiziani di consegnare i tabulatidi una decine di utenze telefoniche, il premier Renzi ha richiamato in Italia l’ambasciatoreal Cairo, Maurizio Massari. Per tanti analisti, il governo – stavolta – sembravoler fare sul serio.
La Repubblica, 6 aprile 2016 (m.p.r.)
Roma. Adesso l’Italia alza il tiro sul caso del brutale omicidio di Giulio Regeni: «Se non ci sarà un cambio di marcia - scandisce in Parlamento il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni - il governo è pronto a reagire adottando misure immediate e proporzionate». Il capo della Farnesina mette sul tavolo ritorsioni diplomatiche e commerciali, insomma. E rafforza l’affondo con una promessa: «Per ragioni di Stato non permetteremo che venga calpestata la dignità dell’Italia». Parole che fanno infuriare il Cairo, infiammando la vigilia già tesa della missione degli inquirenti egiziani a Roma. Già oggi atterreranno nella Capitale, pronti a incontrare tra giovedì e venerdì il procuratore Giuseppe Pignatone.
Lo ha detto il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano: Renzi non può dare la colpa alle Regioni e accusarle di essere d'ostacolo alle strutture strategiche italiane “di pubblica utilità”, non può accusare le amministrazioni di bloccare opere pubbliche che danno lavoro e favoriscono lo sviluppo economico. Non può farlo perché, almeno nel caso di Tempa Rossa e dell’adeguamento delle strutture della raffineria di Taranto per lo stoccaggio del greggio proveniente dalla Basilicata, non è vero.
Giulio come Khaled: il doloroso parallelo tra i due 28enni, massacrati dalla brutalità del regime egiziano, lo aveva ricordato la madre del giovane egiziano, Layla. In un video messaggio alla madre di Regeni, Paola Deffendi, ha fatto suo il dolore per il ricercatore italiano e ringraziato per l’attenzione che la famiglia ha attirato sui casi di migliaia di egiziani scomparsi nel silenzio. Oggi quel parallelo lo vede anche la voce del governo egiziano, il quotidiano al-Ahram. In un editoriale di domenica, il direttore Mohammed Abdel-Hadi Allam avverte del pericolo che Il Cairo corre, molto simile a quello che sei anni fa portò alla caduta di Mubarak: il caso Regeni ha le stesse potenzialità distruttive per il governo egiziano del caso di Khaled Said.
«Vista da quassù l’Unione Europea non è mai sembrata tanto fragile, esposta alla minaccia di un infarto nel sistema di libertà materiali che restano il suo più grande successo e la sua legittimazione».
Corriere della Sera, 4 Aprile 2016 (m.p.r.).
A quasi 1.400 metri di altezza, il varco di frontiera del Brennero non è mai apparso un ingranaggio così delicato. Un controllo di pochi secondi sui mezzi che varcano la frontiera fra Italia e Austria può produrre un ingorgo infernale. Da metà aprile questo ingranaggio da oltre tremila veicoli l’ora in viaggio da Sud a Nord sembra destinato a incepparsi a causa dei controlli di Vienna contro l’ingresso di profughi e migranti. Scontri fra centri sociali e polizia austriaca.
Una donna con una pettorina gialla, la sua voce coperta dal frastuono del traffico, fa segno di non fermarsi. Bisogna correre, ogni secondo perduto in questo luogo è pericoloso. A quasi 1.400 metri di altezza fra le cime imbiancate dalla neve ritardataria di quest’anno, il varco di frontiera del Brennero non è mai apparso un ingranaggio così delicato. E vista da quassù l’Unione Europea non è mai sembrata tanto fragile, esposta alla minaccia di un infarto nel sistema di libertà materiali che restano il suo più grande successo e la sua legittimazione.
Un controllo di pochi secondi su ciascuno dei mezzi che varcano la frontiera fra l’Italia e l’Austria, moltiplicato per la dimensione del commercio fra le maggiori economie manifatturiere d’Europa, può produrre un ingorgo infernale. La donna in piedi sulla linea di frontiera porta sulla pettorina gialla la scritta «Ödw Security», un’azienda viennese che a contratto fornisce sistemi di sicurezza e vigilanza privata al servizio delle autorità austriache. Varcato il confine, superata la prima galleria, i Tir provenienti dall’Italia sono tenuti a uscire dall’autostrada A22 verso uno spiazzo sulla destra: in quel percorso viaggiano a velocità ridotta per poche centinaia di metri sotto gli occhi della donna in pettorina gialla, ma in pochi vengono realmente fermati. Funziona così, per il momento.
Da metà aprile questo ingranaggio da oltre tremila veicoli l’ora in viaggio da Sud a Nord, quasi uno al secondo, sembra destinato a incepparsi. A Vienna il governo di grande coalizione fra socialdemocratici e popolari e il governatore del Tirolo, Günther Platter, hanno annunciato che il confine con l’Italia verrà gestito un po’ come Vienna ha già fatto con i Paesi dei Balcani: barriere e verifiche capillari. L’insistenza con la quale questa promessa torna ormai ogni giorno è tale che non resterebbe molto della credibilità del governo, se il progetto venisse ancora una volta rinviato. Il 24 aprile gli austriaci vanno alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali e il candidato della Fpoe, il partito nazionalista anti-migranti, per ora è così forte nei sondaggi da poter tenere fuori dal ballottaggio tanto i popolari che i socialdemocratici. Il margine di manovra del premier Werner Faymann non è mai stato così limitato, dopo che l’anno scorso quasi 700 mila stranieri hanno attraversato il suo piccolo Paese e 200 mila sono rimasti.
Non che i timori degli austriaci per i prossimi mesi siano infondati. Da Roma il ministero dell’Interno, informalmente, stima che dalla tarda primavera ogni giorno cercheranno di varcare questo confine fra 2.500 e 3.000 stranieri senza permesso. E nelle riunioni riservate con i responsabili italiani dello snodo del Brennero, i rappresentanti austriaci hanno già illustrato le contromisure che pensano di far scattare al più tardi il 20 aprile: per le auto un vero e proprio posto di frontiera edificato in mezzo all’autostrada, con tanto di casamatta all’uscita della prima galleria in territorio austriaco; per il trasporto pesante, lo spiazzo a destra dove oggi si muove da sola l’addetta in pettorina gialla.
L’attrezzatura c’è già ed è in funzione: lungo la deviazione è stato montato uno scanner termico in grado di segnalare il calore del corpo di eventuali clandestini nascosti nei container. Un sistema simile funziona anche a Calais. Sul Brennero per il momento i controlli stanno procedendo a campione, in attesa di espandersi fra qualche settimana.
Il solo dettaglio che né il governo austriaco né quello italiano sono in grado di fornire riguarda le conseguenze per quella che fino ieri è stata la vita di milioni di europei. Anche solo un controllo di pochi secondi su ciascun mezzo di trasporto può renderla impossibile. Dal Brennero passano 40 mila mezzi al giorno in momenti normali, il doppio nelle fasi di grande traffico. Questa è l’arteria lungo la quale corre la gran parte dei 50 miliardi di euro di export italiano verso la Germania, il principale cliente del Paese. Fra le 5 di mattina e le 10 di sera di una giornata tranquilla attraversa questa frontiera da Sud un Tir ogni sette secondi e anche un minimo intralcio può allungare code di molti chilometri.
L’algebra del commercio nel cuore d’Europa sembra dunque del tutto incompatibile con i numeri dei sondaggi politici austriaci. Elmar Morandell, il titolare di una ditta di autotrasporto di Bolzano, stima che un’ora passata in più da un camionista sulla strada verso la Germania porti almeno 280 euro di oneri supplementari. La chiusura prevista da Vienna può costare almeno un milione di euro al giorno all’intero made in Italy, se i tempi di trasporto fra il Veneto e la Baviera si allungassero anche solo di mezz’ora per ogni convoglio.
Del resto, nessuno ha mai costruito l’Unione Europea e la sua moneta nell’idea di farle passare in uno scanner termico.
«Tra i membri del comitato sulla sicurezza ambientale sulle licenze offshore spunta la Marina militare. Incaricato ne è addirittura il sottocapo di Stato maggiore. Cosa ci fa un simile alto papavero in una struttura con compiti assolutamente civili».
Il manifesto, 5 aprile 2016 (m.p.r.)
Il mare non bagna Tempa Rossa, il pozzo di coltivazione che sorge nell’alta Valle del Sauro, in Basilicata, ma tanti altri pozzi dello stesso tipo potrebbero sorgere all’orizzonte. La legge che dovrebbe vegliare sul non ripetersi di gravi danni ambientali in relazione all’estrazione di idrocarburi a mare esiste da appena sette mesi ed è stata fortemente voluta dall’Europa. Ma gli ambientalisti contestano il modo con cui il governo Renzi, con legge delega, ha recepito la direttiva europea nel settembre scorso.
La legge è nata per tutelare il mare da gravi rischi ambientali, ma nella sua traduzione italiana risulta incongruente con le indicazioni europee, viziata di conflitto di interessi, inficiata da un indebito interventismo del ministero dello Sviluppo economico fino alla scorsa settimana guidato da Federica Guidi, con tutte le sue relazioni familiari e politiche, tanto da sollevare pesanti interrogativi alla luce dell’ingerenza della lobby petrolifera che l’inchiesta della procura di Potenza sta iniziando a delineare.
Legambiente ha già avviato le procedure per impugnare la normativa per il rilascio di nuove licenze (la numero 145/2015) in sede comunitaria e sta valutando se presentare anche un ricorso all’Alta corte per incostituzionalità. Andiamo per gradi.
All’inizio fu il disastro della piattaforma offshore della Bp nel Golfo del Messico, una catastrofe che mise il mondo in allarme e non solo dal punto di vista dei possibili danni all’ambiente ma anche sui costi delle bonifiche e sulla capacità degli Stati di farli pagare alle compagnie estrattive. Era il 2010, la Commissione Ue impiegò tre anni per redigere una direttiva severa in materia per tutti i mari, ampiamente trivellati ormai, che circondano il vecchio continente.
Mentre in Italia le lobby estrattive scalpitavano, a cominciare dai francesi del consorzio Vega, per riprendere e in modo massiccio le trivellazioni offshore anche davanti alle nostre coste così parche di giacimenti di una certa consistenza. Ma con un piatto ricco di agevolazioni statali all’investimento privato nel settore.
E la normativa alla fine è arrivata, redatta dal governo, delegato dal Parlamento, con largo anticipo sul termine ultimo fissato dall’Europa al prossimo 19 luglio. Ma del tutto stravolta rispetto alla prescrizione fondamentale della direttiva 30/2013, che era quella di assicurare l’indipendenza dell’autorità di controllo sulla solidità gestionale, tecnica e finanziaria degli operatori, autorità che non avrebbe dovuto confondersi con l’ente statale erogatore della licenza di estrazione (l’articolo 3 della direttiva per una volta obbliga tutti gli Stati Ue, esplicitamente, a evitare «conflitti d’interessi»).
Invece l’articolo 8 della legge di recepimento italiana istituisce come autorità di controllo un fantomatico comitato che ha persino sede presso il ministero dello Sviluppo economico (Mise), lo stesso ministero responsabile della concessione delle licenze, che ne fa anche parte ai massimi livelli, e risulta dunque controllore di se stesso. Non solo.
Come per magia tra i membri del comitato sulla sicurezza ambientale sulle licenze offshore spunta, a fianco di capitanerie di porto e guardia costiera, la Marina militare. Incaricato ne è addirittura il sottocapo di Stato maggiore. Cosa ci fa un simile alto papavero in una struttura con compiti assolutamente civili e casomai ispettivi? Un’anomalia a livello europeo, dove nessun altro stato ha fatto una scelta tanto bizzarra. In Senato infatti la scelta è stata aspramente contestata nel parere della commissione mista Ambiente-Industria.
«Sappiamo ancora poco dell’inchiesta potentina - dice Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente - ma le intercettazioni e il coinvolgimento del capo di Stato maggiore della Marina De Giorgi fanno sorgere il sospetto che continui a esserci una forte pressione anche sulla legislazione da parte dell’industria estrattiva. Attendiamo gli sviluppi e maggiori informazioni ma è chiaro che questi possibili legami riaprono il dibattito anche su questa legge».
Questa mattina Matteo Renzi parlerà a Harvard. Penso che abbia voluto venirci, oltre che per promuovere se stesso, per promuovere in Italia la sua riforma dell’università. Il premier italiano lo disse chiaramente, alcuni mesi fa: bisogna imitare il modello americano. E ora è venuto per far vedere ai suoi connazionali ed elettori che lui quel modello lo conosce. Harvard è la più prestigiosa università del mondo e questo gli basta: non si domanda con quali criteri e scopi siano stilate le classifiche di eccellenza o quali siano le condizioni e implicazioni di una simile preminenza (per esempio che Harvard sia una corporation con un capitale di più di 36 miliardi di dollari che ammette lo 0,04% degli studenti che ogni anno vanno al college) o tanto meno quale sia il livello delle altre 4139 università americane: no, lui tornerà tutto contento in patria e proclamerà che l’università italiana, la più antica del mondo, deve diventare come quella americana, convinto che se lo diventasse non sarebbe una scopiazzatura fuori contesto e fuori tempo (l’America sta cominciando a guardare all’Europa per rimediare ai disastrosi scompensi del suo sistema educativo) ma una sua grande innovazione. Un po’ come se gli riuscisse di aprire uno Starbucks in Piazza della Signoria a Firenze; o ancor meglio in Piazza della Repubblica a Rignano sull’Arno.
Ma non è per questo che stamattina non andrò a sentirlo. E neppure per via del mio radicale dissenso con il suo progetto di reaganizzare l’Italia (e per di più in ritardo, quando gli altri paesi stanno cercando rimedi): non andrò a sentirlo perché è venuto a Harvard con lo stesso spirito con cui sarebbe andato a inaugurare un centro commerciale o ad aprire il nuovo anno alla Borsa di Milano. Tutte cose che un primo ministro deve fare: ma accorgendosi che sono differenti e rispettando le loro differenze. Per Renzi invece sono la stessa cosa: occasioni di visibilità, interamente prive di contenuti.
Significativamente, non parlerà alla Kennedy School of Government, dove avrebbe avuto senso per il ruolo istituzionale che ricopre. E neppure a economia, in riconoscimento delle sue riforme liberiste. Parlerà in un museo, all’Harvard Museum. Scelto, immagino, per confermare l’immagine che dell’Italia hanno gli americani: il paese della cultura e della bellezza. Forse chi lo ha invitato ricordava la sua foto insieme a Angela Merkel sotto il David, al meeting di un anno fa alla Galleria dell’Accademia: senza accorgersi (o peggio: senza curarsi) di quanto non autentica fosse quella cornice: ambienti carichi di storia abusati per promuovere politiche globaliste, volte a distruggere proprio quell’identità culturale.
Più che un rottamatore Renzi è in effetti un disneyficatore: che banalizza tutto ciò che tocca riducendolo a evento mediatico, dunque equivalente a qualsiasi altro che attiri l’attenzione dei giornali e dei network televisivi, senza gerarchie, distinzioni, senza valori di riferimento. La sua dimensione è quella della pubblicità e dei reality, in cui si fa finta di essere veri ma facendo in modo di non essere davvero creduti, in cui ci si maschera ma mantenendo una distanza ironica che impedisca equivoci, guardandosi bene dal correre il rischio che possa diventare un’esperienza autentica e dunque cambiare qualcosa.
In ciò Renzi è integralmente liberista, impegnato nella sistematica deregulation dei princìpi e specificamente dell’autenticità: contro la quale impiega collaudate tecniche come la cazzata, che toglie di significato (scrisse il filosofo Harry Frankfurt in un celebre saggio) all’opposizione verità-menzogna e realtà-virtualità.
Non so di cosa parlerà a Harvard. Gli annunci del suo intervento non aiutano: “A keynote address”, “un discorso ufficiale”, senza ulteriori specificazioni, a confermare che non è venuto perché avesse qualcosa da dire. C’è venuto per far sapere che c’è stato. Presumo che abbia messo qualcosa insieme all’ultimo momento, cercando su Google qualche aneddoto su Harvard; come fece poco più di un mese fa in un’altra università, quella di Buenos Aires, dove al termine di un discorso confuso e infarcito di perle da Baci Perugina (“Non c’è parola più grande dell’amicizia per descrivere la storia di popoli diversi”: qualcuno mi spieghi cosa significa) citò in spagnolo dei versi di Borges. Solo che non era una poesia di Borges, subito notò El País, bensì un falso che compare su internet quando si inserisca la coppia di parole borges-amicizia.
Qualcuno ricorderà il concetto rinascimentale di sprezzatura, teorizzato nel Cortegiano, uno dei libri italiani che più influenzarono la civiltà europea. Castiglione pretendeva dalla classe dominante, in cambio dei suoi privilegi, capacità e stile senza ostentazione: bisognava sapere tutto e saper fare tutto però come se fosse una cosa naturale. Ma quella era una società fortemente regolamentata. Nell’età della deregulation i vincenti alla Renzi seguono un precetto opposto: ostentazione senza capacità né stile.
Per questo stamattina non andrò a Harvard ad ascoltarlo.
Perché a differenza di Berlusconi e di tanti altri politici, Renzi non si limita a ignorare la cultura o magari disprezzarla. La cultura può sopravvivere all’ignoranza e al disprezzo. No, Renzi la svuota. Con la sua programmatica trivialità svilisce la ragione e il linguaggio, riduce la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. La chiarezza e il rigore costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà deresponsabilizzano, rendono tutto indifferente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, le qualità e i difetti, i profittatori e le loro vittime. E quando il vuoto diventa uno stile e un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.
P.S. È giusto precisare che ad accorgersi della gaffe di Renzi non furono gli argentini e neppure El País bensì Miru e Sten sul canale YouTube “Mia sorella”. Solo dopo la loro segnalazione i giornali di tutto il mondo diedero risalto alla superficialità del premier italiano.
«Gli uffici legislativi delle due ministre scrissero la norma in contatto costante con Eni, Shell e Total».
Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2016 (m.p.r.)
Potenza. Il concetto - non letterale suona così: «Mandatemi solo gli scritti e stop con gli incontri». L’autore della mail è Roberto Cerreto, capo di Gabinetto del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi. Il via vai di bozze, correzioni, proposte, valutazioni sull’emendamento è incessante. E così, se non siamo dinanzi a una dettatura, poco ci manca. Siamo a dicembre 2014. L’emendamento che serve alla joint venture di compagnie petrolifere interessate al Tempa Rossa - Total, Shell e Mitsui - ha già subìto un inciampo poche settimane prima. Avrebbe potuto vedere la luce nel decreto Sblocca Italia. Ma non è andata come auspicavano le compagnie. E neanche come desiderava Gianluca Gemelli, compagno di Federica Guidi che, secondo l’accusa, stava realizzando, spendendo il ruolo dell’ex ministra, il reato di traffico di influenza illecita per incassare, attraverso la Total, un subappalto da 2,5 milioni di euro.
Il problema della joint venture infatti è superare l’avversità dei pugliesi al progetto. Le compagnie sono certe che, grazie all’apporto della Boschi, si potrà riuscire dove prima, con l’emendamento “targato” Renzi, non si era riusciti. Il loro interesse è esportare. Punto. Il petrolio del Tempa Rossa non è quindi destinato ai consumi interni. L’Eni non dovrà neanche utilizzare le sue, peraltro datate, raffinerie: il processo avverrà all’estero. L’unico beneficio che resterebbe in Italia sono le royalty - piuttosto esigue - per l’estrazione. E ovviamente i posti di lavoro. La pressione delle compagnie è elementare: se strozzi il progetto dell’esportazione, diminuisco la produzione, l’Italia perde royalty e posti di lavoro. In cambio Renzi, Boschi e Guidi, decidono di offrire alla joint venture una città come Taranto. Negandole la possibilità di decidere.
Nuova tappa della follia suicida dei governi europei
. Il manifesto, 3 aprile 2016 (p.d.)
È quanto i convenuti hanno scritto in una lettera indirizzata a Federica Mogherini. Intanto, «visto che i confini esterni non vengono efficientemente tutelati», l’Austria agisce di nuovo da sola, «a breve metterà in sicurezza i suoi confini», ha detto la ministra degli interni Johanna Mikl-Leitner del partito popolare (Oevp) al quotidiano tedesco Die Welt. Concetto ribadito con determinazione anche dal ministro della difesa Hans Peter Doskozil, socialdemocratico (Spoe) al Muenchner Merkur, annunciando massicci controlli al Brennero con l’intervento di soldati. Priorità massima è «garantire stabilità e sicurezza» come se le masse di disperati che arrivano ai confini fossero un pericolo.
Colpisce la mutazione di Doskozil, ex funzionario di polizia che in autunno al confine tra Austria e Ungheria mostrò un forte impegno umanitario verso i profughi, da nuovo ministro della difesa (da due mesi) è divenuto hardliner di spicco assumendo posizioni che i socialdemocratici fino a tre mesi fa avevano sempre rifiutati. «I cittadini di certo capiranno, se ci saranno code», commentano Mikl Leitner e Doskozil in piena sintonia in riferimento all’intenso flusso di turisti sull’asse del Brennero. Il governo austriaco è convinto che con l’accordo con la Turchia si intensificherà la presenza di migranti sulla rotta mediterranea. «Sappiamo che nei prossimi giorni il tempo migliorerà e che centinaia di migliaia di persone si metteranno in cammino», dice Mikl-Leitner. «In Turchia al confine con la Grecia aspettano 700.000 persone, a Istanbul ci sono 400.000 persone pronte a mettersi in cammino verso la Bulgheria».
Non deve ripetersi quanto accaduto nel 2015, quando circa un milione di profughi attraversavano i confini austriaci , e circa 90 mila chiesero asilo sul posto, ribadisce il governo austriaco che per raggiungere lo scopo aveva fissato per questo anno un tetto massimo di accoglienza di 37.500 rifugiati. Un tetto che gli stessi giuristi commissionati dal governo hanno dichiarato come incostituzionale e violazione della convenzione europea dei diritti umani. Nel frattempo però blindata la rotta balcanica e inviando truppe al Brennero il problema giuridico del tetto massimo non si porrà più, perché non potrà più entrare nessuno. A pensare solo pochi mesi fa il cancelliere austriaco Werner Faymann, socialdemocratico, accusò Victor Orban di vicinanza al nazismo per la sua chiusura verso i rifugiati. «A chi soffre e fugge da situazioni disumane dobbiamo aprire i confini», disse. Un forte movimento civile esemplare sostenne e praticò la cultura dell’accoglienza. Metà gennaio la svolta di 360 gradi di Faymann arreso alla linea dei popolari.
«Spiace per Matteo Renzi ma da questo punto di vista in Italia non è cambiato proprio niente: la politica non riesce a darsi né un limite né un’etica, se non quando incappa, e meno male che ci incappa, nelle indagini della magistratura». I
nternazionale, 1 aprile 2016
Con noi le cose cambiano. Noi siamo diversi dal passato. La ministra Federica Guidi non ha fatto nessun illecito, ha fatto solo una telefonata inopportuna ma si è dimessa, a differenza della ministra Cancellieri sotto il governo Monti: segno che in Italia qualcosa è cambiato”. Matteo Renzi dixit, dagli Stati Uniti dove oggi si è occupato di Libia ma fino a ieri sproloquiava, guarda un po’, di politica energetica. Altro che abilità comunicativa: sono parole che lasciano allibiti.
Una telefonata inopportuna: starebbe qui il nocciolo delle dimissioni della ministra dello sviluppo economico? E se sta qui, perché allora accettarle in fretta e furia, prima dei tg delle 20 di giovedì perché tanto quello che conta è sempre e solo l’audience? Informare il proprio compagno, dirigente Total, che grazie a uno dei soliti blitz parlamentari del governo l’affare che gli garantirà carriera e subappalti sta per realizzarsi significa solo fare una telefonata inopportuna? O significa fare a lui e alla sua lobby di riferimento – l’Eni guarda caso, la stessa che sta dettando la politica italiana nei confronti dell’Egitto di Al Sisi – un gran favore, abusando del proprio ruolo di potere? Non c’è “nessun illecito” in quella telefonata e in quell’abuso? Nell’esercizio del potere è tutto lecito se non è penalmente sanzionato, anche quello che va eclatantemente sotto le rubriche del familismo, del clientelismo e del conflitto d’interessi? Spiace per Matteo Renzi ma da questo punto di vista in Italia non è cambiato proprio niente: la politica non riesce a darsi né un limite né un’etica, se non quando incappa, e meno male che ci incappa, nelle indagini della magistratura.
Qualcosa è cambiato, invece, grazie alla tinteggiatura rosa del governo. Le ministre sono schiave delle lobby quanto i ministri, pari e patta, però leggere di un signore che scodinzola con i suoi capi esibendo le news che gli arrivano da una fidanzata più potente di lui è una bella soddisfazione. I pm lo chiamano “traffico di influenze illecite”, perché la legge Severino punisce con un paio d’anni di galera chi ricava o promette denaro e altri vantaggi sfruttando le proprie relazioni con un pubblico ufficiale o un incaricato di servizio pubblico, ma ammettiamolo: meglio così di quando le mazzette e i subappalti erano solo gli uomini di casa a procurarli. Ringraziamo la ministra Guidi per questo significativo riscatto del secondo sesso.
E passiamo alla sostanza politica che c’è sotto quella “telefonata inopportuna”, e su cui non è possibile glissare. Renzi infatti non glissa, anzi rivendica: quell’emendamento che sbloccava l’affare Tempa Rossa “era sacrosanto”. Portava sviluppo e posti di lavoro. Sono gli stessi argomenti che il premier sbandiera a sostegno delle trivelle, e qui di nuovo qualcosa in Italia è cambiato, ma in peggio, perché da decenni non si sentiva, nel campo che si vorrebbe di centrosinistra, una scotomizzazione così netta delle ragioni dell’impresa e dell’occupazione da una parte e dell’ambiente dall’altra. Renzi rinfaccia un giorno sì e l’altro pure a Bersani di non aver vinto le elezioni, ma farebbe bene a ricordarsi che lui e il Partito democratico stanno comunque governando sulla base della mezza vittoria del centrosinistra del 2013, e che quella mezza vittoria fu ottenuta sulla base di un programma che in materia di politica dell’energia e dell’ambiente diceva il contrario esatto di quello che lui sta facendo oggi.
Infine ma non ultimo. L’emendamento salva-Eni, salva-Total e salva-fidanzato della ministra era stato bocciato il 17 ottobre 2014 nel dibattito parlamentare sul decreto sblocca-Italia, per essere riproposto il 17 dicembre, Maria Elena Boschi consenziente, all’interno di un maxi-emendamento del governo alla legge di stabilità. Un percorso che è un mirabile concentrato dell’arte di governo di Renzi e dei suoi, Boschi in primis, un’arte fatta di voti di fiducia, maxi decreti, maxi emendamenti e canguri, che ha ridotto il parlamento a nulla più che un ufficio notarile dei voleri del Capo. Ed è solo l’antipasto del menù che ci aspetta qualora la riforma costituzionale Boschi-Renzi diventasse realtà. Non si tratta di aprire gli occhi solo sul referendum anti-trivelle. Si tratta di spalancarli anche sul referendum costituzionale. Se questo fosse l’effetto, perfino le dimissioni di una ministra incapace di distinguere l’interesse pubblico da quello del suo compagno non sarebbero state vane.
Non vogliono comprendere che l'esodo è inarrestabile. Così, invece di attrezzare il resto del mondo a ospitare gli esuli e creare vie protette d'accesso, aumentano la repressione e incrementano la rabbia degli esclusi. Poi fingono di combattere il terrorismo che hanno alimentato: tanto, pagheranno gli innocenti.
LaRepubblica, 31 marzo 2016
LE OPERAZIONI MILITARI
La missione navale europea battezzata Sophia (inizialmente chiamata Eunavfor Med) prevede che le forze delle nazioni Ue intervengano nelle acque territoriali libiche (fase 2B) e poi anche sul terreno (fase 3) per contrastare gli scafisti e il traffico di esseri umani, a patto però che ci sia «il consenso dello Stato straniero interessato», o una richiesta delle Nazioni Unite. I governi europei sono propensi a richiedere che siano presenti entrambe le condizioni e in questo momento una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che dia il via libera non sembra fuori portata. Ora dunque si pone un problema di altro genere: da chi deve essere “riconosciuto” il governo perché sia rappresentativo del paese costiero? Un riconoscimento dell’Onu di fatto metterebbe tutto il potere decisionale sulla missione europea nelle mani del Consiglio di Sicurezza.
LA NUOVA MISSIONE
Il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite darebbe al governo di Serraj un ruolo che va molto al di là del consenso e delle effettive capacità di controllo nel suo paese: la missione internazionale da mesi allo studio e le sue modalità dovrebbero essere concordate appunto con l’esecutivo appena arrivato. Ma per le nazioni disponibili a fare la propria parte, la debolezza del governo sul terreno è un problema serio. In teoria, il via libera dell’Onu apre la strada ad accordi che potrebbero portare anche a richieste di aiuti militari in tempi molto brevi, e soprattutto molto prima di una effettiva stabilizzazione della Libia.
LE NAZIONI EUROPEE
Gran Bretagna, Germania e Francia, paesi interessati ad arginare il flusso di immigrati irregolari e disponibili a far parte della missione, sembrano al momento tutt’altro che entusiaste dell’idea di una escalation dell’impegno, nonostante la “tirata d’orecchi” ricevuta nelle scorse settimane da Barack Obama. La situazione di disaccordo sul terreno, con la presenza di duecentomila miliziani armati divisi fra le diverse fazioni e l’ombra dei cinquemila fondamentalisti dell’Is che cercano di guadagnare terreno, lascia intuire che l’ipotesi di operazioni militari brevi e decisive debba lasciare spazio alle prospettive di un intervento lungo e costoso, in termini economici ma soprattutto di vite umane. Il governo Cameron, criticato ferocemente in questi giorni per il ruolo avuto da Londra nella deposizione di Gheddafi, per ora si limita a «non negare» che istruttori britannici sono già presenti in terra libica e a mandare l’incrociatore Enterprise per contrastare l’azione degli scafisti, dando disponibilità all’invio di motovedette della Guardia costiera ed elicotteri. Anche Berlino ha spedito i suoi tecnici per dare assistenza, ma fermandoli in Tunisia.
L’ITALIA
L’entusiasmo con cui il governo si è proposto alla guida di una missione internazionale sembra del tutto tramontato. La Farnesina sottolinea che bisogna offrire ai libici l’opportunità di costruire una pace, ampliando la base del consenso al governo Serraj, purché questo avvenga in tempi ragionevoli. Palazzo Chigi sembra disponibile solo a fornire assetti tecnologici (cioè sostanzialmente cacciabombardieri e droni da usare contro il sedicente Stato islamico), oltre a un numero limitato di truppe speciali. L’idea dello sbarco di un contingente numeroso non è presa in considerazione. Con i ricordi del passato coloniale, una presenza italiana troppo rilevante potrebbe avere l’effetto di far aderire anche le milizie “laiche” al fronte jihadista. Il problema è che gli Stati Uniti premono perché l’Italia dia seguito ai suoi proclami. E adesso persino una think tank come la Brookings ricorda all’Italia, con un report appena pubblicato, che è suo interesse contrastare l’influenza dell’Is in territorio libico.
Dopo l’ultimo depistaggio servito da Ghaffar, la famiglia Regeni trova il coraggio di parlare e avverte: "Il 5 aprile ci aspettiamo un gesto forte dal governo italiano". Senza sviluppi "mostreremo le immagini di nostro figlio torturato, come altri egiziani". Luigi Manconi: "L’Egitto va dichiarato Paese non sicuro, e l’ambasciatore richiamato"». Il manifesto, 30 marzo 2016
Paola Deffendi ha «bloccato le lacrime» e con lucidità, insieme al marito Claudio Regeni, racconta del figlio e di quella verità che «pressioni» esterne vorrebbero silenziare. Lo fanno rivolgendosi ai media di mezzo mondo convocati nella sala Nassirya del Senato, insieme al presidente della Commissione per i diritti umani Luigi Manconi, alla loro avvocata Alessandra Ballerini e al portavoce di Amnesty international Italia Riccardo Noury.
L’impressione è che confidino ancora nelle istituzioni italiane, in particolare nella procura di Roma, e nella loro capacità di ottenere una reale collaborazione da parte delle autorità cairote, ma che pongano un limite alla paziente ed estenuante attesa. Quando tra pochi giorni gli inquirenti dei due Paesi si incontreranno di nuovo a Roma, «cosa porteranno gli egiziani?», chiede Paola Deffendi. I documenti che il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone aspetta da un paio di mesi – richiesta rinnovata anche dall’avvocata Ballerini e dal collega egiziano, in modo da aumentare la pressione – o una nuova versione-farsa? «Se il 5 aprile sarà una giornata vuota, confidiamo in una risposta forte del nostro Governo. Forte, ma molto forte. È dal 25 gennaio che attendiamo una risposta su Giulio».
Altrimenti, spiegano i Regeni, si spingeranno sulla stessa strada intrapresa da Ilaria Cucchi e mostreranno al mondo le foto del corpo martoriato del giovane ricercatore. «Se non l’abbiamo fatto finora – aggiunge l’avv. Ballerini – è solo perché la mobilitazione e la protesta generale hanno fatto fare un mezzo passo indietro all’Egitto».
Esporranno le foto di Giulio torturato «come un partigiano dai nazifascisti», solo che «lui non era un giornalista e non era una spia, era solo un ragazzo che studiava». «Torturato come un egiziano», massacrato perché «forse le idee di mio figlio non piacevano».
Mostreranno non più quel «bel viso sempre sorridente, con uno sguardo e una postura aperta», come era aperta la sua mente, ma l’immagine dell’obitorio, come è stato «restituito dall’Egitto», di quell’uomo «completamente diverso» sul quale «si era riversato tutto il male del mondo», «e noi ci chiediamo ancora perché». Di quel «viso che era diventato piccolo piccolo», nel quale «l’unica cosa che ho veramente ritrovato di lui, ma proprio l’unica, è stata la punta del naso».
Un particolare che fa impressione, ma non è l’unico. Paola Deffendi racconta infatti che non furono loro ad effettuare il riconoscimento di Giulio all’obitorio del Cairo, al contrario di quanto sostenuto dalle autorità e dai media di entrambi i Paesi finora. Non lo videro prima che i medici egiziani effettuassero l’autopsia, ma solo quando il corpo rientrò a Roma per il secondo esame. «In Egitto ci avevano consigliato di non vederlo, e noi avevamo anche accettato, perché eravamo talmente fuori, credetemi, da pensare che forse sì, era meglio ricordarlo come era prima».
Non solo. La scomparsa di Giulio non venne pubblicizzata, come accade di solito e come avrebbero voluto fare i suoi amici convinti che avrebbero potuto salvarlo con la campagna «Where is Giulio?» lanciata e immediatamente interrotta, perché nel Paese di Al Sisi, “amico” di Matteo Renzi, «ci hanno spiegato – ha ribadito l’avvocata Ballerini – che c’è una procedura informale diversa per i cittadini italiani», anche per fare in modo che un eventuale «fermo si possa trasformare in arresto formale». In sostanza, fin dal primo momento si agì sotto l’impulso di forti pressioni, anche se probabilmente in buona fede, almeno da parte italiana.
Ieri pomeriggio, prima della conferenza stampa, i Regeni hanno proceduto, presso la procura di Roma, al riconoscimento degli oggetti fatti rinvenire in uno dei covi dei presunti “banditi” uccisi dalle forze dell’ordine egiziane e fotografati dal ministero degli Interni di Ghaffar. «Tranne i documenti e forse uno dei due portafogli, nessuno di quegli oggetti che servivano a costruire un’immagine ignobile di Giulio, appartiene a lui», riferisce l’avvocata Ballerini.
D’altronde, anche se Giulio viveva da anni lontano da casa, «avevamo un rapporto strettissimo, profondo, una relazione simile a quella che hanno gli aborigeni a distanza», racconta ancora la madre. Per questo «sappiamo che Giulio non lavorava né ha mai prestato i suoi studi ai servizi segreti», anche «con tutto il rispetto per il ruolo dell’intelligence». «Non aveva un conto corrente da spia e conduceva una vita molto sobria. Sul suo conto c’erano 850 euro, e tanti ce ne sono ancora. Nessun prelievo successivo a quello del 15 gennaio». Il che mostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la pista della banda che rapinava stranieri non sta in piedi.
È vero invece che «in Egitto nel 2015 ci sono stati 1676 casi di tortura di cui 500 terminati con la morte del torturato, e nei primi due mesi del 2016 sono già 88 le persone torturate di cui 8 morti», riferisce Noury.
E allora, il 5 aprile la famiglia Regeni non si aspetta «proprio la verità» ma neppure un’altra giornata persa. A questo punto non è escluso che la campagna «Verità per Giulio Regeni» sposi la proposta lanciata ieri dal senatore Luigi Manconi, secondo il quale il governo dovrebbe «porre la questione del richiamo – non del ritiro – del nostro ambasciatore per consultazioni. Un gesto non solo simbolico per far comprendere come il nostro Paese considera il caso discriminante per mantenere buone relazioni con il Cairo». «Penso sia necessario considerare la revisione delle relazioni diplomatico-consolari tra i due Paesi – ha aggiunto Manconi – mettendo in conto l’urgenza e l’ineludibilità di altri atti concreti da parte dell’Unità di crisi della Farnesina, che sulla scorta di quanto accaduto dovrebbe dichiarare l’Egitto Paese non sicuro».
Giulio Regeni non c’è più, lui che, come dice in conclusione sua madre, «avrebbe potuto dare una mano al mondo». «Però – aggiunge Paola Deffendi – ora noi siamo qui a parlare di tortura e a parlare di Egitto, e prima non se ne parlava». L’ultima domanda la pone lei: quello di Al Sisi «è un Paese sicuro?».
Il racconto di un'esperienza nuova di governo di una città. Allora cambiare è davvero possibile, per le persone. Anticipazione di un libro su Ada Colau che uscirà a breve per edizioni Alegre a firma sempre dei medesimi autori. nuovAtlantide, online, 26 marzo 2016.
A Barcellona l’attuale sindaca, ex occupante di case e proveniente dai movimenti sociali, sta attuando un reale cambiamento rompendo la dicotomia pubblico/privato – aprendo al “comune” – e sperimentando nuove forme di partecipazione. Senza tessere di partito, figlia degli Indignados, si pensa per lei già ad un ruolo oltre la Catalogna. E molti, in Italia, guardano con interesse al suo modello.
Al primissimo incontro erano pochi, seduti in circolo con le sedie. Eppure andavano ripetendo: “Dobbiamo vincere le elezioni”. L’ambizione, la vocazione maggioritaria, l’idea di raggiungere il governo. Tre pilastri fondamentali, dalla genesi di Barcelona en Comù, la lista che ha vinto le elezioni comunali a Barcellona nel maggio del 2015. Un progetto nato con un altro nome, Guanyem Barcelona – che significa “vinciamo, conquistiamo Barcellona” – e che è stato voluto fortemente da Ada Colau. La pasionaria degli Indignados.
L’ex occupante di case, 42 anni, sposata con l’economista Adrià Alemany e madre di un figlio di 5 anni, si è formata da noi: una breve parentesi Erasmus a Milano. Con il movimento No Global ha iniziato la sua militanza a tempo pieno e, dopo il G8 di Genova 2001, si è fatta promotrice a Barcellona dei primi cortei pacifisti contro le guerre preventive di Bush. Quel popolo arcobaleno che il New York Times etichettò nel 2003 come la seconda superpotenza al mondo, dopo gli Usa. È fronteggiando il dramma abitativo e, nel 2009, con la nascita della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH, Piattaforma delle vittime dei mutui) che diventa una leader di movimento conosciuta tanto da essere considerata dalle istituzioni “un soggetto pericoloso”.
Tra febbraio e marzo del 2014, Colau e le poche persone che erano al suo fianco organizzano degli incontri a porte chiuse. Si partecipa solo su invito. Venti, massimo trenta persone che aumenteranno con il passare delle settimane. Non saranno mai più di una cinquantina. Qualcuno, a sentire le loro conversazioni, li avrebbe presi per pazzi quando, in un numero esiguo e senza soldi, blateravano di governare la seconda città della Spagna e invece la storia ci racconterà altro.
Un gruppo ristretto formato essenzialmente da Ada Colau e dal suo nucleo duro, persone di fiducia da sempre, capitanato dal compagno Adrià Alemany e da Gerardo Pisarello, Jaume Asens e Gala Pin, tutti e tre attualmente assessori nella giunta comunale di Barcelona en Comú. Un nucleo duro che proviene dalle lotte sociali, dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) e dall’Observatori DESC, che sta per Osservatorio sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. E che poco a poco va allargandosi, includendo altre persone strettamente vincolate ai movimenti e alcune persone di prestigio legate al mondo universitario.
In tutta questa fase, i partiti non sono invitati e stanno a guardare, interessati, ma anche scettici. Sanno che devono contare sui movimenti dopo l’esplosione degli Indignados; sono coscienti che si devono trovare punti di incontro, allo stesso tempo sono gelosi della propria autonomia. “Non ci interessa unire la sinistra né creare sommatorie tra soggetti, ma creare qualcosa di nuovo e diverso”, afferma il gruppo di Colau che controllerà sempre la situazione, gelosa di non farsi scippare il progetto. Ma le riunioni sono vere: si parla, si discute animatamente, ci si confronta.
Tutti d’accordo nel dire che il percorso politico dovesse nascere dal basso rompendo il sistema partitico esistente, ormai in crisi, e rinnovando le modalità autorappresentative e minoritarie dei movimenti classici: “La logica movimentista e attivista, con le sue pratiche e il suo linguaggio, è fine a se stessa ed è necessario superarla, aprirsi alla società e intercettare tutti i cittadini colpiti dalla crisi. E, soprattutto, avere l’ambizione di vincere e porsi la questione di voler governare” affermavano all’unisono. Una campagna elettorale travolgente che ha visto la partecipazione di migliaia di persone. Un programma scritto nelle piazze attraverso affollate assemblee nei quartieri e l’utilizzo della Rete. Vera esperienza di tecno-politica. E senza alcun grande finanziatore alle spalle, né le tanto odiate banche: trasparenza e crowdfunding. Una proposta radicale, a leggere il programma.
Il 13 giugno 2015, un anno dopo, Ada Colau, attivista sociale ed ex occupante di case, diventava la nuova sindaca. La piazza Sant Jaume, davanti all’Ayuntamiento, era gremita e festante. “Non lasciatemi sola. Il futuro di Barcellona è nelle vostre mani”, le sue prime parole. Dai movimenti alle istituzioni. Il giorno successivo bloccava da primo cittadino uno sfratto opponendo resistenza passiva alle forze dell’ordine. Dopo otto mesi la ritroviamo nei quartieri più poveri della città, nelle assemblee territoriali, per ascoltare le richieste e confrontarsi direttamente coi cittadini. Un rapporto costante con le persone: “Mi interessa unire la gente, l’importante è condividere obiettivi e metodi per raggiungerli” va ripetendo Colau, da un barrio all’altro.
Democrazia, trasparenza e diritti sono i pilastri del cambiamento coi quali ha vinto le elezioni amministrative con la sua Barcelona en Comú, una lista civica nata dal basso e sostenuta da movimenti, in primis, e dai partiti come Podemos, gli ecosocialisti di Iniciativa per Catalunya Verds (ICV), i comunisti di Esquerra Unida i Alternativa (EUiA), il piccolo Procés Constituent e i verdi di Equo.
Non un’operazione politicista né una mera sommatoria, ma una “convergenza tra diversi”, un processo costruito orizzontalmente secondo il criterio una testa un voto. Un’intuizione che parte da lontano, partorita già nella primavera del 2014 da alcuni attivisti sociali e pensatori. Tra questi il politologo Joan Subirats: “In Spagna c’è stato un grande ciclo di mobilitazione che ha modificato lo scenario del Paese – afferma lo studioso – Barcelona en Comú non sarebbe esistita senza il 15M perché ha a che vedere con un cambiamento della coscienza politica e della mentalità, soprattutto con un fenomeno di politicizzazione della società. Nel biennio 2011-2013 gli Indignados sono riusciti ad identificare la natura del problema in PP e PSOE i quali, pur differendo su alcune questioni valoriali, negli anni hanno applicato le medesime politiche di austerity e i criteri imposti dall’Europa”.
Così la grande rabbia, quel “non ci rappresentano” che porterà a chiedere democrazia reale e la rottura dello storico bipartitismo iberico. Barcelona en Comú intravede lo spazio politico e si pone il problema del governo, da subito. “Fin dal primo incontro – ricorda Subirats – ci siamo dati l’obiettivo di vincere, non ci interessava l’ennesimo partito di sinistra del 6-7 per cento ma prendere il potere a Barcellona. Bisognava occuparsi delle istituzioni e recuperarle per metterle al servizio della gente e aggiornare il sistema democratico”. La divisione non è più tra destra e sinistra ma tra basso contro alto. Un progetto ambizioso. E nuovo.
L’Italia era vista come un modello. Il nome Barcelona en Comú è figlio del movimento referendario per l’acqua pubblica che ha sancito il trionfo del comune come categoria per spezzare la dicotomia privato/pubblico. E poi l’esperienza arancione dei sindaci Doria, Pisapia, Zedda e De Magistris. Ora, in realtà, sono in contatto soltanto con il primo cittadino di Napoli.
Alle elezioni del 2015 l’occasione per unire le realtà sociali della città: associazioni, comitati, reti territoriali e singoli cittadini. In tale processo, aperto, i partiti assumono un ruolo secondario: su 11 eletti in consiglio 6 provengono dalla società civile, 5 dai partiti (1 da Podemos, 3 da ICV, 1 da EUiA).
L’analisi elettorale evidenzia come Barcelona en Comú ottenga un “voto di classe”, ovvero vette di consenso alte soprattutto nei quartieri abbandonati e degradati di Barcellona.
La candidatura di Colau è, infatti, prima in sei dei dieci municipi della città (Nou Barris, Sant Martí, Sant Andreu, Horta-Guinardó, Sants-Montjuic e Ciutat Vella), quelli che hanno il reddito più basso. A Nou Barris, dove Convergència i Unió (CiU), partito catalanista di destra che ha governato la città nell’ultima legislatura, non raccoglie nemmeno il 10%, Barcelona en Comú raggiunge il 33,8%. A Ciutat Vella il 35,3%, a Sant Martí il 29,4%. Sono i quartieri più colpiti dalla crisi e dove più si è lavorato, non solo durante la campagna elettorale, ma dall’estate precedente, con assemblee, incontri, riunioni. Un lavoro sul territorio, costante e continuo, che ha dato i suoi frutti. Riavvicinare le persone alla politica, renderle partecipi, farle decidere su tutto. E il calo dell’astensionismo è evidente proprio qui: a Sant Andreu, Sant Martí, Nou Barris e Horta-Guinardó la partecipazione è aumentata dell’8 e del 9% rispetto al 2011, più che in altri quartieri.
Ma quello per Barcelona en Comú è stato anche un voto generazionale. Tra i giovani Ada Colau sbaraglia gli avversari. Gli under 25, ossia i figli della crisi e degli Indignados, non hanno avuto dubbi quando sono andati a votare. Lo hanno fatto maggioritariamente per la lista guidata dall’ex portavoce della PAH, che nel 2011 era nelle piazze occupate. Ma anche la lost generation dei trentenni, con lauree, master e dottorati ma senza la prospettiva di trovare un posto di lavoro, come mai in passato ha votato in massa per Barcelona en Comú. Questi sono alcuni degli elementi che hanno permesso il successo alle elezioni comunali del 24 maggio 2015.
Anche il ruolo decisivo di Colau è innegabile. La portavoce degli ultimi. La donna che da anni si batte per la democrazia e i diritti sociali. La leader storica della PAH. Il valore aggiunto. Qualcuno già ipotizza per lei un futuro come leader nazionale. Non a caso, già si sta adoperando per andare oltre il municipio di Barcellona perché, in alcuni ambiti, le decisioni vengono stabilite a livelli più alti. “Noi ad esempio ci siamo dichiarati ‘Barcellona città libera dal TTIP’, il trattato di libero commercio, perché pensiamo che sia un attentato alla nostra sovranità. Ne va della nostra democrazia. In Europa dobbiamo costruire alleanze a partire dai movimenti, dalle persone, dai municipi e dalle città, bisogna ricostruire un’altra Europa, quella reale, contro quella dei tecnocrati e dell’austerity”.
Per tale motivo ha firmato l’appello sul Piano B, e la democratizzazione dell’Europa, di Yanis Varoufakis, e siglato un accordo tra il Comune catalano e quelli di Lampedusa e Lesbo per dare una risposta alla crisi dei rifugiati. Spyros Galinos, sindaco dell’isola greca, e Giuseppina Nicolini, sindaca di Lampedusa si sono incontrati a Barcellona con Colau lo scorso 15 marzo. Nicolini è stata insignita anche del Premio per la Pace assegnato dall’Associazione delle Nazioni Unite in Spagna e dalla Provincia di Barcellona. “L’accordo UE-Turchia è immorale e illegale – le parole di Colau –. L’Europa sta sbagliando, il governo spagnolo sta sbagliando ed è complice della morte e la sofferenza di migliaia di persone”.
Secondo l’accordo, Barcellona offrirà appoggio tecnico, logistico, economico e anche politico affinché “si senta la voce delle città che vogliono che il Mediterraneo sia uno spazio comune di cultura, arte e scienze e non un enorme cimitero”, come ha dichiarato Colau. Il Comune catalano manderà a Lampedusa e a Lesbo esperti nei servizi di accoglienza ai migranti per dare inizio non a “un’alleanza paternalista o assistenziale, ma a un’alleanza tra città che non si rassegnano a un’Europa disumanizzata”.
La sindaca di Barcellona ha affermato che “gli Stati europei non si sono dimostrati all’altezza e non hanno applicato il diritto d’asilo, mentre i cittadini, le città e i popoli europei sì che sono stati all’altezza e hanno saputo dare una risposta non solo etica e politica, ma anche materiale e pratica” alla crisi dei rifugiati, ricordando che a Barcellona oltre 4 mila persone hanno offerto ospitalità nelle proprie case nei mesi scorsi.
Il governo spagnolo non sta dando nessuna risposta: finora sono solo 18 i rifugiati accolti. “Barcellona ha fatto tutto il possibile, ma non è sufficiente”, ha ricordato ancora Colau. “Abbiamo incrementato i fondi di cooperazione, abbiamo dichiarato Barcellona “Città rifugio”, abbiamo creato un mail del Comune per raccogliere le offerte di aiuto dei cittadini, abbiamo lanciato un bollettino a cui si sono iscritte oltre 3 mila persone”. Ora sono stati approvati altri fondi di 200.000 euro da destinarsi alle organizzazioni umanitarie che operano nelle zone colpite dalla crisi dei rifugiati. E Barcellona, oltre che con Lesbo e Lampedusa, collaborerà anche con Madrid, Atene, Amsterdam e Helsinki per formare un gruppo di lavoro su strategie di integrazione di rifugiati e migranti.
Adesso comunque arrivano, per lei, le prime difficoltà, un conto è l’opposizione di piazza un altro governare una città stritolata dai vincoli imposti da quest’Europea. Cosa ancor più difficile quando si governa in minoranza: Barcelona en Comú ha 11 consiglieri su 41, e la maggioranza in Consiglio è di 21.
Non mancano le prime difficoltà con Colau che, qualche settimana fa, ha dovuto fronteggiare un tumulto, lo sciopero degli impiegati del servizio pubblico. Il programma è in effetti impegnativo. “I movimenti sociali devono rimanere autonomi e credo che il conflitto sia il perno di una democrazia – sentenzia Colau -. Bisogna essere ambiziosi e utopici per realizzare il cambiamento, è necessario avere ideali per riuscire a fare il massimo possibile”. Barcelona en Comú, un’esperienza che in Italia si studia e ammira, a sinistra. E pensare che una volta erano gli spagnoli che guardavano noi.
* questo testo è un’anticipazione di un libro su Ada Colau che uscirà a breve per edizioni Alegre a firma sempre dei medesimi autori
Riflessione sulla difficoltà di fare seriamente politica quando l'irrazionalità e la somma dei fanatismi si sono impossessati del campo e una sinistra unita non c'è. Il manifesto, 27 marzo 2016
Più passano i giorni dalla doppia strage di Bruxelles, più appare chiaro come la principale vittima di quell’atrocità, oltre alle donne e agli uomini le cui vite sono state cancellate come fossero cose, sono loro: la moltitudine di migranti spalmati sui confini d’Europa o appena filtrati al suo interno, che ne avranno – ne hanno già! – la vita sconvolta. E con loro i 20 milioni di musulmani che abitano le città d’Europa, a cui con voci sempre più sguaiate si chiede di negare status di cittadini eguali (il che la dice lunga sul cinismo con cui questo jihadismo senza princìpi gioca con le vite di coloro nel nome del cui dio dice di combattere).
Dovrebbero essere loro, migranti vecchi e nuovi, i nostri migliori alleati, in questa che si vuol chiamare guerra, se solo un barlume d’intelligenza (foss’anche d’intelligenza strategica) c’illuminasse. Quelli più interessati, in nome della tutela del proprio «stile di vita», a disseccare questa radice velenosa dell’odio da cui hanno tutto da perdere.
Se è vero che la «guerra» in corso è, soprattutto e in primo luogo, una guerra di «narrative» (una proiezione dello storytelling sul terreno devastante del conflitto estremo), in cui il raggruppamento lungo il discrimine amico/nemico avviene in rapporto alla forza d’attrazione di un «racconto».
E se il «racconto» del nostro nemico si alimenta della retorica dell’Occidente crociato, nemico mortale dell’islam, in guerra preventiva con i seguaci dell’unico e vero dio – retorica tanto più ferocemente aggressiva quanto più intensamente vittimistica -, allora ogni parola di guerra pronunciata dal nostro campo, tanto più se non sostenuta da azioni conseguenti ed efficaci (e come potrebbero esserlo oggi?), è manna dal cielo per quell’identità ostile. Ne fornisce la materia prima di cui strutturarsi e consolidarsi.
Non per nulla Daesh usa, per la propria propaganda, i filmati con i comizi di Donald Trump. Ma lo stesso potrebbe fare con quelli di Matteo Salvini. E di Marine LePen. O dei variopinti demagoghi populisti sparsi per l’Europa minore, non diversi peraltro dalla retorica degli «stivali sul terreno» rispolverata da un riesumato Tony Blair e dalle guasconate di un Hollande in stile guerriero nonostante se stesso.
Sono loro oggi i migliori reclutatori di Daesh su scala globale, dobbiamo dirlo con chiarezza.
Sono loro i ghost writer della narrativa jihadista, offrendo giorno per giorno – nell’intreccio tra bellicosità verbale e impotenza reale – i materiali linguistici per la trama di una storia infinita e sempre uguale, che batte sempre sullo stesso tasto: la distruzione dell’Altro. E che prima o poi quel vaso di Pandora che ha riempito di veleni lo aprirà del tutto, perché sono i seminatori di tempesta quelli che oggi, sciaguratamente, dettano i termini del dibattito pubblico (basta leggere i post in ogni angolo della rete) come se un meccanismo perverso se ne fosse impadronito che finisce per premiare specularmente le retoriche distruttive e irrazionali contro ogni lume della ragione. In una sorta di «vertigine».
Torna in mente un vecchio saggio di Roger Caillois, scritto alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, intitolato appunto Vertiges, dove s’intendeva con quel termine l’irresistibile attrazione per cui «l’essere è trascinato alla rovina e come persuaso dalla visione stessa del proprio annientamento» che «lo priva del potere di dire di no». È lo stesso istinto autodistruttivo per cui l’insetto è attratto dalla fiamma che lo ridurrà in cenere, l’uccello dallo sguardo del serpente che lo divorerà. E l’uomo dalla fascinazione del vuoto… La forza cieca della sorte per il giocatore coattivo. L’inaccessibile impassibilità della femme fatale per l’innamorato senza speranza, nel campo dei comportamenti individuali. Per le società, invece, la Guerra.
Il punto zero dell’esistenza in cui ciò che si considera inevitabile trova infine compimento nel trionfo del nulla. In ogni caso il denominatore comune della vertigine è innanzitutto la distruzione dell’autonomia: una «fatale paralisi» di fronte alla sollecitazione dell’abisso. E l’antidoto – risorsa rara – è una volontà capace di restare «padrona di sé», conservando «l’indipendenza, l’energia e l’iniziativa». Cioè quello che dovrebbe essere la Politica (il condizionale è d’obbligo), quando fosse capace di rimanere fedele al proprio profilo più nobile: la vocazione a perseguire il «bene comune», per arduo che ciò sia.
Per questo noi de l’Altra Europa con Tsipras abbiamo messo al centro della nostra recente assemblea nazionale a Milano la riflessione su cosa voglia dire «fare politica in tempi difficili». Che non sono i tempi in cui l’avversario contro cui lottiamo è infinitamente più forte di noi, a questo siamo in fondo abituati da sempre. Ma quelli in cui il quadro politico e sociale – persino culturale, e potremmo dire ‘antropologico’ – in cui ci muoviamo si decompone e si sfarina. Quando i fronti lungo i quali si definiscono gli amici e i nemici mutano rapidamente, si spezzano e ricompongono, e la nostra stessa comunità rischia di decomporsi e sfarinarsi, i rapporti di fiducia di logorarsi e spezzarsi, e si stenta a vedere gli alleati e i compagni di strada. Quando si finisce per non riconoscersi più… l’un l’altro!
Sono i tempi in cui si passa da una situazione che Gramsci avrebbe chiamato di «guerra di posizione» – in cui si confrontano blocchi ancora strutturati (neoliberismo contro resistenza sociale), forme organizzate (Stati, Partiti) ancora relativamente stabili in lotta per l’egemonia – a una di «guerra manovrata» o «di movimento» in cui, appunto, le egemonie si sfaldano e tutto diventa a geometria variabile. Allora le consolidate strategie e le vecchie tattiche non solo non servono più ma diventano dannose. E conta la velocità di pensiero.
In una situazione simile, ancora all’inizio degli anni ’40, ancora Caillois, pensando alla nascente resistenza, scrisse un breve testo intitolato Athènes devant Philippe in cui, di fronte al ritorno dell’odio tra i popoli, ricordava come, un tempo, Atene avesse saputo, nella lotta contro il pericolo macedone, «rompere solennemente con quella tradizione che metteva le nazioni le une contro le altre» perché nessuno potesse accusarla di preferire «gli interessi di Atene al diritto altrui» («Nella lotta contro Filippo avrebbe avuto le mani pulite»). E avesse così proposto «ai forti, agli audaci, agli austeri di unirsi su tutta la terra per instaurare il loro governo sulla moltitudine dei soddisfatti e dei mediocri».
Ad Atene, il 18 e 19 marzo, si è riunita la nascente nuova sinistra europea. Sul palco principale, alla conclusione, c’erano tutti i principali protagonisti di quella rinascita. Un solo vuoto: l’Italia. Perché qui ancora una sinistra alternativa non c’è. E il peso si sente.
Amaramente paradossale risulta la circostanza che l’ultimo bersaglio dell’Isis sia costituito da Bruxelles, capitale di quell’Europa senz’anima che tanto ha fatto per spianare la strada ai terroristi, fornendo loro carburante ideologico con le sue guerre d’aggressione ma anche carburante finanziario. Da questo secondo punto di vista risulta ancora più amaramente paradossale la circostanza che i terroristi abbiano compiuto questa nuova strage proprio all’indomani dell’accordo raggiunto con uno Stato, la Turchia, in cui sono stati recentemente arrestati due importanti giornalisti proprio per aver messo sotto accusa legami e sostegni fra il regime di Erdogan e i tagliagole.
Quanti dei tre miliardi che l’Europa tremebonda si accinge a regalare al Sultano nella speranza, del tutto infondata, che la salvi dal “flagello” dei profughi da essa stessa provocati, finiranno nelle tasche dei terroristi? Quante delle armi e degli esplosivi che le avide industrie degli armamenti europei riversano negli arsenali delle tirannie del Golfo non vengono poi destinati ai terroristi? Peraltro, come acutamente sostenuto da David Graeber sul Guardian, la Turchia si applica sistematicamente da tempo a smantellare, mediante da ultimo il ricorso anche a gas venefici, le sole forze realmente intenzionate e capaci di combattere il terrorismo sul terreno, come hanno ampiamente dimostrato a Kobane ed altrove, e cioè le combattive milizie popolari kurde del PKK, del’YPG e dell’YPJ.
E l’Europa assiste senza battere ciglio, anzi appoggia il Sultano in ogni sua mossa. Questa Europa non è solo codarda, ma anche autolesionista. O meglio, si può a questo punto anche dubitare che sia interesse e volontà di governi sempre più screditati proteggere le vite dei propri cittadini. Si può ipotizzare che qualcuno abbia pensato che, in fondo, il clima di panico instaurato dalle organizzazioni terroristiche possa essere utilizzato per far digerire all’opinione pubblica qualsiasi misura antipopolare.
Da che mondo è mondo lo stato di guerra mette a tacere ogni opposizione e sempre più si parla, anche se a sproposito, di guerra. Fatto sta che gli attentati di Bruxelles e prima ancora quelli di Parigi, hanno dimostrato la totale assenza di una politica della sicurezza da parte di agenzie pure strapagate ma piene a quanto pare di incompetenti e cialtroni. Eppure non mancano, in Italia e altrove, professionalità di alto livello nel settore. Ma è probabile che i mediocri governanti del continente in crisi preferiscano affidarsi a loro pari, anziché dare fiducia e spazio alle persone capaci e intelligenti.
È sotto gli occhi di tutti quello che Alberto Negri, sul Sole24 Ore, definisce il fallimento dell’intelligence europea. Non si può non essere d’accordo con lui quando afferma che la guerra al terrorismo lanciata da Bush junior ha moltiplicato i gruppi terroristici e che “la ragione per cui il terrorismo è diventato tremendamente efficace anche in Europa è che si è guardato troppo al fronte esterno, illudendosi con i droni o i raid di sistemare la faccenda: una strada pericolosa che ha portato a trascurare quanto accadeva nella casa europea, nel complesso tessuto sociale delle nostre periferie, soprattutto del Nord.
Sembra paradossale ma la guerra al terrorismo, quella intelligente, deve ancora cominciare davvero”. Aggiungerei che questa guerra intelligente va fatta con le armi dell’informazione e dell’acquisizione del consenso, ma per vincerla nulla di meglio che inondare di denaro, armi e sostegno politico, i padrini dell’Isis, mentre assistono silenziosi e complici al massacro di chi contro l’Isis si è battuto e continua a battersi con onore e con successo. Occorre quindi rivedere a fondo la politica estera e quella interna dell’Unione. Va attuato, e sarebbe ora, un effettivo coordinamento delle agenzie di sicurezza che, oltre che inefficaci e poco disposte a collaborare fra di loro, si mostrano in alcuni casi scarsamente trasparenti.
Il coordinamento delle iniziative sulla sicurezza, peraltro, accogliendo l’auspicio di Putin, va realizzato anche in sede internazionale. Va inoltre realizzato un capillare controllo del territorio in collaborazione con le organizzazioni sociali, anche e soprattutto quelle delle immigrati, il che richiede un approccio nuovo al tema delicato e cruciale dell’integrazione, respingendo ogni tentazione di indulgere alla “guerra fra le civiltà”, che costituisce il regalo più ambito per i terroristi. Per dirla con Tommaso Di Francesco sul manifesto: “Si ferma lo Stato islamico solo togliendogli da sotto i piedi il terreno fertile della guerra e dell’odio”. dobbiamo trasformare l’Europa e sottrarla all’attuale cricca
La Repubblica, 24 marzo 2016 (m.p.r.)
Lesbo. «Benvenuto in Europa. Si tolga le stringhe delle scarpe e ce le consegni. Ci dia anche cintura e telefonino, per ora teniamo tutto noi. Declini le generalità, prenda le impronte digitali e poi si accomodi là». Dentro una baracca di poche decine di metri quadri, chiusa a chiave dall’esterno, assieme ad altri trenta compagni di sventura (compresa una anziana in carrozzella), circondata da reti metalliche e filo spinato e guardata a vista dalla polizia 24 ore su 24. Qassem, siriano di 39 anni scappato due settimane fa da Homs, si aspettava un’accoglienza diversa. «È Lesbo, vero? Ce l’ho fatta! » ha sussurrato all’alba sul molo di Mytilene a volontari e giornalisti quando è sbarcato in tuta rossa e infradito dalla guardacoste Andromeda che l’aveva intercettato su un gommone a trecento metri dalla costa. «Vado a Moria, faccio i documenti e poi parto per Atene», ha salutato con un sorriso mentre la polizia lo caricava a forza sul pullman.
«Un tempo l’Italia aveva conoscenze sul MO che oggi tornerebbero estremamente utili. Ripartire da Nicola Calipari per sconfiggere il Califfo». Ma il lettore non cada in errore; l'autrice non parla solo di "servizi segreti", ma soprattutto di "intelligenza". Il manifesto, 24 marzo 2016, con postilla.
L'ONU resta una istituzione molto più seria dell'Europa dei governi. Loro hanno compreso subito, come tutte le persone ragionevoli, che proseguire nella politica dei respingimenti, e per di più affidarla all'incredibile Erdogan era ed è una follia. E si comportano di conseguenza.
Il manifesto, 23 marzo 2016
L’accordo tra Unione europea e Turchia ha trasformato gli hotspot sulle isole greche in centri di detenzione per migranti, cosa che rende impossibile mantenere una presenza attiva al loro interno. Con queste motivazioni ieri l’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ha annunciato la decisione di sospendere alcune delle attività svolte nelle strutture dove da domenica scorsa, giorno dell’entrata in vigore dell’accordo con Ankara, vengono ammassati uomini, donne e bambini in arrivo dalla Turchia.
Ad annunciare la decisione, che suona come una sconfessione del patto voluto a tutti i costi da Bruxelles a spese di quanti fuggono dalla guerra e dai tagliagole di Daesh, è stata ieri da Ginevra la portavoce dell’organizzazione Melissa Fleming, spiegando che ormai i centri si sono trasformati in prigioni per i migranti. Non si tratta però di un abbandono. Le attività sospese riguardano il trasporto dei profughi da e per gli hotspot e, in alcuni casi, la distribuzione di coperte e vestiti, ma il personale Onu resterà per vigilare sul rispetto dei diritti dei rifugiati e per fornire loro informazioni sulle procedure per la richiesta di asilo.
A pagare le conseguenze di questa situazione sono ovviamente i migranti. Se gli sbarchi continueranno con il ritmo di questi giorni si rischia il sovraffollamento degli hotspot con conseguenze facilmente immaginabili. E non bisognerà neanche aspettare tanto. Nell’hotspot di Chios, ad esempio, che ha una capacità d 1.100 posti, ci sono già 1.050 persone. E la stessa cosa potrebbe accadere presto anche a Lesbo, Samos e Leros, le tre isole dove si trovano gli altri hotspot greci (il quinto, a Kos, ancora non è stato aperto). E’ chiaro che in queste condizioni garantire ai migranti non solo il rispetto dei loro diritti, ma almeno un trattamento decente diventa un’impresa.
Ma non è tutto. Lo stesso scopo per cui Bruxelles è scesa a patti con Ankara, cioè mettere fine agli arrivi in Europa, potrebbe non essere raggiunto. Ad affermarlo è un’analisi condotta dall’European policy center, tra i principali think tank di Bruxelles, secondo la quale bloccare la via dell’Egeo non farà altro che spingere i migranti nelle mani dei trafficanti. L’Epc punta il dito soprattutto contro il principio cosiddetto dell’«uno a uno», secondo il quale per ogni siriano rimandato in Turchia perché entrato in Europa in maniera irregolare, un altro siriano viene mandato dalla Turchia in Europa. «C’è una forte probabilità – scrive infatti l’Epc – che il ritorno dei migranti irregolari verso la Turchia e l’attuazione dello schema uno a uno motiverà migranti e trafficanti a utilizzare altre vie possibili». Quattro le nuove rotte possibili: dalla Turchia verso la Bulgaria, dalla Libia all’Italia, dall’Albania all’Italia e, infine, dal Marocco fino in Spagna. Rotte ancora più pericolose della traversata del mar Egeo, dove solo quest’anno hanno perso la vita 488 migranti. E gestite dalle organizzazioni criminali, a ulteriore dimostrazione dell’ipocrisia di Bruxelles quando afferma di voler togliere i profughi dalle mani dei trafficanti di uomini.
«L’Europa dovrebbe decidere che cosa proporre ai musulmani, se ostilità etnica o collaborazione politica per costruire insieme un percorso di libertà. Tutto questo appare oggi toppo complicato, troppo impegnativo. Più facile gridare ‘siamo in guerra’ e incrociare le dita, sapendo bene che la prospettiva più ovvia è l’attesa della prossima strage».
Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2016 (m.p.r.)
«Siamo in guerra», come sosteneva ieri mattina Manuel Valls dando il primo colpo al tamtam delle dichiarazioni forti che rimbomberanno stamane nelle prime pagine? Le apparenze non smentiscono il primo ministro francese. Le scene stralunate dei massacri di Bruxelles ricordano troppo le città siriane bombardate. E i terroristi hanno confermato un’efficacia militare così devastante da sbriciolare un'illusione durata appena tre giorni: la cattura e il pentimento di Salah Abdeslam, ricercato per gli attentati di Parigi del novembre scorso, non ha impedito all’Isis di colpire l’Europa nel suo cuore politico, a due passi dai palazzi dell’Unione, insomma in uno dei luoghi più sorvegliati del continente.
Eppure mai come in questi momenti sarebbe necessario un linguaggio limpido: e quel «siamo in guerra» non gli appartiene. La formula piace molto, anche per la capacità di evocare l’attacco asimmetrico che ci muove un quasi-Stato, il Califfato, costringendo una capitale europea a tapparsi in casa. Ma è opaca, ambigua. Non è chiaro dove conduca. Essendo la guerra l’unica condizione nella quale una democrazia liberale può limitare lo stato di diritto, quel «siamo in guerra» potrebbe alludere alla necessità di leggi d’emergenza, la strada già imboccata dal governo francese. Ma è perlomeno dubbio che questa soluzione aiuti, anzi può risultare perfino controproducente se si traduce in condotte autoritarie della polizia.
Oppure «siamo in guerra» vuole incitarci ad attaccare l’Isis nei suoi territori, la Libia, il Siria. La soluzione militare. Che ha una sua legittimità (chi la nega vada a negoziare la mitica soluzione politica con il Califfo, e se riporta indietro la testa ci dica com’è andata). Ma al momento sconta la mancanza di una strategia, senza la quale andremmo diritti incontro ad una sconfitta. Quel che è peggio il «siamo in guerra» lascia nel vago chi sia esattamente il nemico. L’Isis, certo.
Però in Italia importanti giornali scrivono normalmente che non vi è reale differenza tra Isis e islam moderato, che insomma se gratti il musulmano, qualsiasi musulmano, trovi il terrorista. Altri media non arrivano a tanto ma sposano una tesi, il conflitto tra civiltà (chiodo fisso di Valls), che inevitabilmente oppone un ‘noi’ ad un ‘loro’ onnicomprensivo, trincea nella quale ogni islam risulta adiacente all’Isis. Altri ancora pretendono che ciascun islamico abiuri pubblicamente l’Isis, richiesta di per sé insultante. Il risultato di queste animosità variamente vestite è di rafforzare in alcuni musulmani la convinzione che l’Italia e l’Europa ‘cristiana’ non potranno mai essere la loro patria.
E qui siamo alla questione cruciale affiorata negli ultimi mesi: la neutralità di segmenti della popolazione musulmana in Europa. I jihadisti dell’Isis sono pochissimi, rispetto ai 17 milioni di musulmani che vivono dentro i confini dell’Unione europea. Ma hanno potuto nascondersi in quartieri a maggioranza araba di Bruxelles o di Parigi perché nessuno li ha denunciati. Renzi ieri ha chiamato questo atteggiamento ‘omertà’, altri potrebbero chiamarlo estraneità, e forse entrambe le definizioni sono pertinenti.
C’è una estraneità reattiva che potrebbe essere vinta e convinta con politiche inclusive; ma c’è anche un’omertà ideologica, prodotta dalla predicazione islamica che incita alla separatezza e ad evitare il contagio culturale con gli infedeli. Il paradosso è che i maggiori finanziatori e sponsor di questo islam omertoso e anti-occidentale sono Paesi che normalmente definiamo ‘filo-occidentali’, a cominciare dalle petro-monarchie del Golfo, nostri ottimi partner commerciali.
FOorse quel lessico è datato. Forse all’Europa sarebbe necessario un linguaggio più nitido, per riflettere su se stessa e sul rapporto irrisolto con le società musulmane. Il massacro di Bruxelles e l’affannoso ‘che fare?’ che trascina incitano ad andare in una direzione nuova. È evidente che l’Unione potrà venire a capo dell’Isis soltanto se comincerà a costruire una politica estera grossomodo comune, un passo necessario sia per unificare i servizi di intelligence sia per dotarsi di una strategia con cui affrontare il Califfato. Ma in questo caso l’Europa dovrebbe riuscire a pensare se stessa - identità e prospettive - e di conseguenza decidere che cosa proporre ai musulmani, se ostilità etnica o collaborazione politica per costruire insieme un percorso di libertà. Tutto questo appare oggi toppo complicato, troppo ambizioso, troppo impegnativo. Più facile gridare ‘siamo in guerra’ e incrociare le dita, sapendo bene che la prospettiva più ovvia è l’attesa della prossima strage.
Il rischio è che alla paura che annebbia la ragione si continui a rispondere con atti e politiche che accrescano il gigantesco giacimento di rabbia da cui nasce il terrorismo. È necessario invertire la rotta nei rapporti tra l'Europa e il resto del mondo. Il manifesto, 23 marzo 2016
Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell’affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflitto verso i profughi che rende l’Europa così fragile e debole. L’urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni.
Né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la “caccia allo straniero”; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo di cui si alimenta il rancore che di cui si alimenta il terrorismo. Per questo non c’è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi – e non solo la Siria – da cui cercano di fuggire.
Quello che si è aperto, soprattutto nell’area che abbraccia Europa, Medio Oriente e Africa centrosettentrionale, è uno scontro intorno al riconoscimento di un diritto ovvio, perché “naturale” nel senso più banale del termine, ma ostico e difficile da accettare.
L’asilo, la protezione internazionale accordata ai profughi e normata dalla convenzione di Ginevra, era stato concepito finora, più che come un diritto, come una concessione delle democrazie liberali a chi fuggiva per sottrarsi a una dittatura e poi, per estensione, a una guerra civile. Ma oggi quelli con cui l’Europa e gli Stati che per ragioni geografiche o storiche gravitano intorno al Mediterraneo si confrontano sono esodi di massa in cui i fattori guerra e dittatura si mescolano inestricabilmente con quelli ambientali e climatici. Tanto che all’origine di molti dei conflitti armati in corso – compreso quello in Siria – non è difficile riconoscere un deterioramento ambientale provocato dallo sfruttamento incontrollato di risorse locali, ma, sempre più spesso, dai cambiamenti climatici in atto. Questo rende priva di fondamento la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere, e migranti economici, da rimpatriare.
In un modo o nell’altro, sono ormai tutti profughi ambientali – una figura non contemplata dalle convenzioni sulla protezione internazionale – ma la cui presenza sarà centrale nel contesto sociale e politico dei decenni a venire.
Quello scontro tra chi rivendica un diritto “naturale” alla vita e chi glielo vuole negare si ripercuote, all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, in un conflitto sempre più acceso e centrale – tanto da far passare in second’ordine tutti gli altri, o da subordinarne ad esso le manifestazioni – tra chi si schiera a favore dell’accoglienza e chi si mobilita per sostenere i respingimenti. Ai due poli di questi schieramenti, che stanno facendo piazza pulita della configurazione tradizionale dei partiti e delle forze politiche, troviamo da un lato una folta schiera di volontari, delle più varie estrazioni sociali e anche politiche o religiose, che si adoperano in mille modi per assistere e accogliere i profughi. Dall’altro degli squadristi impegnati in assalti ai siti dove i rifugiati vengono spesso solo “immagazzinati”.
Ma intorno a questi squadristi si sta creando un cordone di condivisione e di aggregazioni politiche di stampo nazionalista (o “sovranista”) e, in buona misura, razzista, in netta avanzata ovunque. Mentre la simpatia che suscita l’azione dei volontari stenta – per usare un eufemismo – a farsi strada sia in termini di appoggio politico che come “comune sentire”. Anche perché le soluzioni prospettate dalla destra sono semplici, spicce e non affrontano le loro inevitabili conseguenze: una stretta, non solo politica, ma anche economica e sociale, sui diritti di tutti, una guerra che trasforma in nemici tutti coloro che oggi cercano e non trovano salvezza in Europa, una serie infinita di stragi in terra e in mare che finirà per configurarsi come un vero sterminio; mentre la scelta di accogliere, al di là delle emozioni immediate che suscita la vista di tanta miseria, è complicata, richiede programmi, ragionamenti, svolte e impegni radicali.
Da tempo i governi europei si sono in gran parte lanciati all’inseguimento delle forze di destra. Una rincorsa vana, perché quegli argomenti li sanno usare meglio le forze apertamente razziste. Ma soprattutto perché sono incapaci di fare i conti con la dimensione effettiva del problema e delle misure necessarie per farvi fronte: rinuncia all’austerity, alla contrazione di spesa pubblica e welfare, a quella precarizzazione del lavoro che ha creato milioni di disoccupati, e un impegno effettivo nella conversione ecologica, unico modo, peraltro, per creare milioni di nuovi posti di lavoro utili a tutti. Quella incapacità li sospinge così verso politiche sempre più feroci e antipopolari, come gli hot spot, il filo spinato, la guerra in Libia o l’indecente accordo con la Turchia, insensato e suicida quanto cinico e spietato. Che però ha fatto contenti tutti i governanti, che possono così aspettare qualche mese, fino a una nuova resa dei conti, per ammettere che non sanno che cosa fare; compreso Renzi, che si è improvvisamente fatto paladino di un’Europa più “umana”, ma che ha chiesto subito l’estensione di quell’accordo alle altre situazioni su cui verranno deviate le prossime ondate di profughi.
Sostenitori e nemici dell’accoglienza, si ritrovano, tanto tra le forze di sinistra e di centro quanto nel mondo cristiano e soprattutto in quello cattolico, che si questo tema rischia una frattura storica e persino tra molte persone di destra (tra cui c’è ancora qualche emulo di Perlasca). È una contrapposizione che lavora alla dissoluzione degli schieramenti e dei rituali politici tradizionali, ma anche a un riposizionamento di classi e forze sociali, verso le quali c’è bisogno di un approccio politico nuovo, prammatico, non rituale né “ideologico” senza il quale la vittoria delle destre e del razzismo è scontata.
Chi produce armi per le guerre è complice di chi le guerre le promuove, le scatena e le conduce; è complice quindi degli stermini di massa provocati dalle armi più distruttive. L'Italia e una parte consistente della sua industria appartengono a questa genìa. Sempre più, sembra.
Antonio Mazzeo Blog, 21 marzo 2015
Le aziende del gruppo Finmeccanica fanno grandi affari con le armi di distruzione di massa delle forze armate Usa. A fine 2015, la controllata DRS Technologies, con sede ad Arlington (Virginia), azienda leader nella fornitura di sistemi di sorveglianza, reti satellitari e telecomunicazione, ha sottoscritto un contratto con US Navy per un valore massimo di 384 milioni di dollari per produrre equipaggiamenti elettronici di ultima generazione da destinare a varie classi di sottomarini, nucleari e non. “Grazie all’aggiudicazione di questa commessa, DRS Technologies diventa prime contractor della Marina militare americana, ampliando così il ruolo dell’azienda come principale fornitrice di sistemi di combattimento per sottomarini”, spiegano i manager di Finmeccanica.
Una parte importante del contratto riguarderà l’ammodernamento dei sistemi di propulsione della classe di sottomarini lanciamissili balistici “Ohio”, uno dei sistemi d’arma chiave nelle dottrine di guerra nucleare del Pentagono. Azionati da un reattore del tipo S8G (di ottava generazione), realizzato da General Electric, quattordici unità della classe “Ohio” sono armati ognuno con 24 missili intercontinentali Trident II D5 con una gittata di 12.000 km, in grado di trasportare fino a 12 testate nucleari del tipo W88, con una potenza distruttiva di 475 chilotoni. Complessivamente ogni sottomarino imbarca 192 testate atomiche, un vero e proprio arsenale di morte per attacchi multipli su obiettivi sparsi in tutto il pianeta. Altri quattro sommergibili della stessa classe (l’Ohio, il Michigan, il Florida e il Georgia) sono predisposti invece al lancio dei missili da crociera BGM-109 Tomahawk, in grado di trasportare a 2.500 km di distanza sia testate nucleari che convenzionali. Tutti gli “Ohio” sono armati infine con una dozzina di siluri Mark 48, capaci di percorrere sino a 40 Km di distanza a una velocità superiore ai 55 nodi. Questi siluri trasportano testate dotate di uranio impoverito e rame liquido, la cui combustione può perforare anche navi o sottomarini a doppio scafo.
Il 30 settembre 2014, la controllata la DRS Laurel Technologies con sede a Johnstown (Pennsylvania), si era aggiudicata un contratto del valore di 171,2 milioni di dollari per fornire computer, display, hardware, ecc., per sviluppare le reti informatiche dei sottomarini Usa delle classi “Los Angeles”, “Seawolf”, “Virginia” e “Ohio”. Il contratto firmato con l’U.S. Naval Undersea Warfare Center Division di Keyport, Washington, includeva pure la fornitura di sonar, processori e sistemi elettronici di controllo armi di ultima generazione “TIH” per i sottomarini d’attacco della classe “Collins” della marina di guerra dell’Australia, nell’ambito di un accordo di cooperazione con il Pentagono. A fine 2011 sempre DRS Laurel Technologies aveva ottenuto una commessa del valore di 691 milioni di dollari dalla Lockheed Martin Corp. Mission Systems and Training di Manassas (Virginia) per fornire i sistemi sonar e di combattimento TIH ai sottomarini nucleari di US Navy.
Intanto il Pentagono ha predisposto un ambizioso programma a medio termine per lo sviluppo di una nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici che sostituisca gli “Ohio” a partire dal 2029. Con un costo stimato di 95,8 miliardi di dollari, l’Ohio Replacement Program ha già un nome in codice “Hence SSBN-X”. La nuova classe di sommergibili dovrà trasportare 16 tubi di lancio ciascuno, in contrapposizione agli attuali 24, e sarà predisposto per il lancio di ordigni nucleari e convenzionali. DRS Technologies sarà una delle aziende che collaborerà allo sviluppo del programma di ammodernamento dei nuovi dispositivi strategici Usa. Il 23 dicembre 2011, i manager di Finmeccanica hanno reso pubblico che Consolidated Controls Inc. (CCI), una società del gruppo Drs Technologies, si era aggiudicata un contratto da General Dynamics Electric Boat per progettare, realizzare e testare un sistema di controllo elettromeccanico destinato ai sottomarini atomici che sostituiranno la classe “Ohio”.
Finmeccanica acquistò DRS Technologies nel 2008 spendendo 5,2 miliardi di dollari. In verità le commesse militari poi ottenute non hanno compensato i massicci investimenti della holding italiana negli Stati uniti d’America; così lo scorso anno è stato avviato un piano di dismissione di alcuni settori produttivi, principalmente nel campo dell’avionica, della logistica e delle telecomunicazioni. Per il gruppo con sede ad Arlington, il 2015 si è comunque concluso con una crescita del fatturato del 15,1% rispetto all’anno precedente (da 1,59 a 1,83 miliardi di dollari), mentre gli ordini hanno registrato un +21,1%. Oltre alla fornitura di attrezzature elettroniche per i sottomarini strategici, DRS Techonologies ha siglato un accordo del valore di 55 milioni di dollari per ammodernare i sistemi di comunicazione vocale integrati degli incrociatori e dei cacciatorpediniere AEGIS di US Navy. Lo scorso anno DRS ha pure fornito potenti visori notturni e sofisticati sistemi informatici all’esercito statunitense, mentre in Canada si è aggiudicata una commessa di 100 milioni di dollari per la produzione di antenne e sistemi di sorveglianza per equipaggiare i carri armati LAV 6.0, prodotti da General Dynamics e acquistati dall’esercito canadese. Nonostante i buoni affari di guerra - in linea con quanto accade internazionalmente al complesso militare industriale - DRS Technologies ha visto ridurre drasticamente i propri addetti: da 10.000 a 5.500 unità in meno di dieci anni. Soldi tanti, occupazione poca.
Intervista di Marco Ansaldo a Hakan Gunday. Sugli attentati «Siamo sotto shock, la gente non vuole neanche più sapere chi ci colpisce». Sull'accordo sui profughi:«ancora una volta una tragedia è diventata un affare. Su esseri umani. Ed entrambe le parti, Ue e la Turchia, lo giocano in modo matematico».
La Repubblica, 20 marzo 2016 (m.p.r.)
«Stiamo sperimentando un caos totale. Negli ultimi 5 mesi abbiamo avuto 3 attentati ad Ankara e 37 morti solo nella bomba della scorsa settimana. Non abbiamo ancora avuto il tempo di capire ed eccoci qui a ragionare su questo nuovo atto terroristico. Uno shock assoluto». In Turchia c’è uno scrittore con cui riflettere su argomenti distinti come il terrorismo e i migranti, ed è Hakan Gunday. Lo scorso mese, nel tour in Italia per presentare il suo ultimo romanzo Ancòra (Marcos y Marcos), ha parlato a lungo della questione rifugiati, al centro del libro. E ora pure dell’accordo fra Europa e Turchia raggiunto venerdì a Bruxelles.
Intervista a Marco Martiniello, docente di sociologia a Liegi, esperto di multiculturalità. «Non tutti gli esclusi seguono la via del radicalismo, o passano alla violenza. Si può vivere pacificamente nel proprio estremismo». Il manifesto, 20 marzo 2016
«La radicalizzazione come perdita di senso di questa società materialista». Le ragioni della radicalizzazione vanno cercate nella storia migratoria delle varie comunità che compongono il tessuto sociale della società belga. Scopriremmo così che ci sono alcune comunità, come quella marocchina, più sensibile e vulnerabile di altre, ai fenomeni della radicalizzazione di stampo religioso. Secondo Marco Martiniello, passaporto italiano ma nato e cresciuto in Belgio, le ragioni di questi fenomeni vanno cercate anche nella perdita di senso della nostra società, votata al materialismo. Professore di sociologia all’Università di Liegi, esperto di politiche migratorie e delle tematiche legate ai fenomeni di razzismo e della multiculturalità, ha vissuto dieci anni nel quartiere di Molenbeek, di cui ne conosce il tessuto sociale e culturale.
Cos’è il radicalismo in una società multiculturale?
Abbiamo tanti esempi di radicalismo, come nel campo del tifo calcistico. Oggi lo vediamo associato all’islam, ma c’è anche un radicalismo cattolico, un radicalismo politico di estrema destra. Lo abbiamo visto in Francia e lo vediamo in Belgio, con esponenti di governo dichiaratamente fascisti. Parliamo di radicalismo quando si portano agli estremi la propria fede o la propria identità e il sentimento di appartenenza ad un gruppo.
Esiste un problema di identità nella società belga?
Nella storia del Belgio la costruzione dell’identità è sempre stata problematica. Con le ondate migratorie degli ultimi decenni, Bruxelles conta 150 nazionalità diverse, la questione si è complicata. Chi è arrivato qui ha dovuto fare i conti con un panorama identitario frammentato, che contrappone fiamminghi e walloni, all’interno del quale non ha trovato mezzi per potersi esprimere. Forse addirittura la costruzione identitaria nazionale belga si è costruita in opposizione agli immigrati. La questione è poi esplosa negli anni ’80, con la vittoria alle elezioni locali del Vlaams Blok, formazione di estrema destra, che ha politicizzato la questione dell’integrazione. Forse in questi episodi di discriminazione che vanno cercate le ragioni che spinge un giovane oggi al radicalismo.
Cosa spinge quindi un giovane belga-marocchino, che è belga prima che essere marocchino, a partire per un Paese come la Siria?
La spiegazione è complessa. C’è un panorama globale fatto di guerre, come quella siriana, c’è un sentimento di mancata appartenenza per una fascia della popolazione che è nata e cresciuta qui, c’è poi un oggettivo razzismo. Ma tutto ciò non basta a spiegare questi fenomeni e del perché in una famiglia un fratello parta in Siria, ed un altro lavora nell’amministrazione pubblica. Dobbiamo forse focalizzarci sulla perdita di senso di questa società materialista. C’è tanta gente che non riesce a dare senso alla propria vita. Per alcuni il senso viene dato dall’attaccamento viscerale, estremo e radicale alla squadra di calcio. Per altri è il fondamentalismo religioso.
Possiamo parlare dei fenomeni di radicalizzazione come dovuti alla sola esclusione sociale?
Si dobbiamo parlarne. Così come dobbiamo parlare dell’aspetto socio-economico, ma c’è anche dell’altro. Non tutti gli esclusi seguono la via del radicalismo, o passano poi ad azioni violente. Perché si può essere radicali nel pensiero e vivere pacificamente nel proprio estremismo. Saranno quindi i soggetti più fragili e vulnerabili, che poi in assenza di una rete sociale e familiare forte si lasciano andare a forme di estrema violenza. E questo spiega perché fra i giovani radicalizzati belgi partiti in Siria, la maggior parte sono della comunità marocchina. Poiché essa è molto destrutturata e frammentata. A differenza di quella turca, molto salda e coesa al suo interno. La radicalizzazione si potrebbe anche spiegare partendo dalla peculiare storia dell’immigrazione di ogni comunità. L’immigrazione marocchina, voluta dallo stato belga, non si credeva avrebbe avuto lungo respiro. Non c’è stata la volontà di mettere in campo una visione a lungo termine. C’è stata invece una chiara volontà di escludere questi cittadini dal romanzo nazionale. Tutto ciò può creare frustrazione ed odio. Ed in Italia vedo svilupparsi un atteggiamento simile. Dovremmo forse sostenere una politica capace di spendere un euro in cultura per ogni euro speso in sicurezza.