«Inviata per "errore" una mail contenenti le strategie del Ministero degli Interni per difendersi dalle proteste dei giornalisti.
Daily New Egypt: in meno di un anno 8 i casi di censura». Il manifesto, 4 maggio 2016 (p.d.)
Censura sul caso Regeni e gamba tesa contro la stampa egiziana in rivolta: è il contenuto, in breve, delle istruzioni a uso interno che per errore il Ministero degli Interni ha inviato ai media dal proprio indirizzo mail. Ufficialmente per errore: dopo l’invio, il dicastero ha parlato di «malfunzionamento tecnico», ma nei corridoi si rincorrono voci diverse. C’è chi parla di un hackeraggio, chi di atto volontario da parte di qualcuno interessato a ostacolare l’uscita dal tunnel in cui il regime di al-Sisi si è infilato.
Il presidente appare indebolito: la campagna di repressione di società civile e stampa è così brutale da avere prodotto l’effetto opposto, almeno all’interno dei confini nazionali. Se fuori la comunità internazionale continua a coccolare Il Cairo, in casa la gente esprime una rabbia crescente. Il governo, dice quel documento diffuso per errore, corre ai ripari ed indica le linee guida per zittire le proteste, quella che viene definita «un’escalation deliberata» ordita dai leader sindacali che puntano ad ottenere vantaggi politici. «C’è da aspettarsi – si legge – una feroce campagna mediatica da parte di tutta la stampa in solidarietà con il sindacato», violato domenica scorsa dal raid della polizia e dall’arresto di due giornalisti.
Per questo, ordina il Ministero, si deve rimanere fermi nelle propri posizioni e «coordinarsi con programmi tv, esperti e generali in pensione per invitarli a parlare a favore del Ministero»: «Non possiamo fare un passo indietro ora: una retromarcia significherebbe ammettere di aver fatto un errore. E se c’è un errore, chi è il responsabile?». Di certo ieri uno sbaglio, volontario o meno, è stato commesso e il Ministero ha già fatto sapere di aver avviato indagini interne per risolvere il mistero della mail incontrollabile.
Ad emergere, però, da quelle righe è anche una pratica spesso utilizzata dal governo cariota: la censura su fatti sensibili e potenzialmente distruttivi. Come il caso Regeni: alla procura generale (quella che dovrebbe collaborare con gli investigatori di Roma) è stato chiesto di imporre il silenzio sull’omicidio del ricercatore. Non è la prima volta: secondo quanto riportato dal Daily News Egypt, dal 29 giugno 2015 alle proteste di massa del 25 aprile, sono stati almeno 8 i casi di censura su fatti interni.
Quel giorno di un anno fa veniva ucciso l’ex procuratore generale Hisham Barakat, omicidio che ha dato il via ad un’ondata di divieti per la stampa: è successo con il caso dei fondi esteri alle Ong egiziane; con la denuncia di corruzione mossa da Hisham Geneina, presidente (poi licenziato) dell’istituto Central Auditing Organization che dal 1942 monitora i casi di corruzione; con le mazzette ricevute da funzionari del Ministero dell’Agricoltura. L’obiettivo è palese: impedire ai giornalisti di investigare, alla gente di discuterne.
Ma ieri, nella Giornata Internazionale per la Libertà di Stampa, i giornalisti egiziani hanno continuato a manifestare. Di fronte alla sede del Sindacato della stampa, proseguono nel sit-in indetto per costringere il ministro degli Interni Ghaffar alle dimissioni e per ottenere il rilascio dei due giornalisti di January Gate, Amr Badr e Mahmoud el-Sakka. I due lunedì si sono visti allungare l’ordine di detenzione di due settimane, con l’accusa di aver diffuso notizie false e aver incitato al colpo di Stato.
Sopra l’edificio la bandiera del sindacato è stata sostituita da bandiere nere, listate a lutto per ricordare le condizioni di lavoro dei giornalisti egiziani. Oggi si terrà un’assemblea generale durante la quale il sindacato annuncerà le prossime mosse. Per ora hanno ottenuto un sostegno inatteso: la mano tesa del giornale governativo al-Ahram. In un editoriale definito in Egitto «senza precedenti», il quotidiano di proprietà dell’esecutivo del Cairo si fa carico indirettamente delle stesse richieste dei colleghi: le dimissioni del ministro Ghaffar.
Il raid contro il sindacato della stampa, scrive al-Ahram, è «una mossa inaccettabile» da parte di un Ministero che «ha commesso tanti errori nell’ultimo periodo, concludendo con il suo infelice comportamento nei confronti dei diritti dei giornalisti e dei lavoratori dell’informazione».
Eppure, aggiunge il quotidiano, Ghaffar «non riuscirà nel suo pernicioso obiettivo di chiudere le bocche e reprimere le libertà di espressione e opinione». Un affondo durissimo che dà la misura delle crepe che si stanno moltiplicando nel monolitico blocco del potere del presidente golpista.
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Corriere della Sera, 1 maggio 2016, con postilla
O sono ciarlatani gli scienziati che studiano la demografia o sono ciarlatani coloro che buttano lì formulette di soluzioni facili facili. «Se il sogno di alcuni si realizzasse, e i Paesi ricchi “blindassero” le loro frontiere», scrivono nel saggio «Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione» (Laterza), Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna citando i dati ufficiali della Population Division delle Nazioni Unite, «nel giro di vent’anni i loro abitanti in età lavorativa passerebbero da 753 a 664 milioni». Ottantanove milioni in meno. Più o meno la popolazione in età lavorativa della Germania e dell’Italia messe insieme.
Nel nostro specifico, «nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa (20-64), ogni anno dovranno entrare in Italia, a saldo, 325 mila potenziali lavoratori, un numero vicino a quelli effettivamente entrati nel ventennio precedente. Altrimenti, nel giro di appena vent’anni i potenziali lavoratori caleranno da 36 a 29 milioni». Con risultati, dalla produzione industriale all’equilibrio delle pensioni, disastrosi. Vale anche per l’Austria che vuole chiudere il Brennero: senza nuovi immigrati nel 2035 la popolazione in età 20-64 calerebbe lì del 16%: da 5,3 a 4,4 milioni. Con quel che ne consegue. Semplice, barricarsi: ma poi? Chi vuole può pure maledire i tempi, ma poi?
E allora, ringhierà qualcuno, «dobbiamo prenderci tutti quelli che arrivano?». Ma niente affatto. Sarebbe impossibile perfino se, per paradosso, lo accettassimo. Se fossero i Paesi poveri a chiudere di colpo le loro frontiere infatti «nel giro di vent’anni la loro popolazione in età 20-64 aumenterebbe di quasi 850 milioni di unità, ossia più di 42 milioni l’anno». Brividi.
Nessuno ha la formula magica per risolvere questo problema epocale. Nessuno può ricavarla dalla storia. Gli uomini si spostano, come spiega il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani, «da quasi due milioni di anni». Ma mai prima c’era stato uno tsunami demografico di questo genere.
Questo è il nodo: se possiamo tenere i nervi saldi e prendere atto con realismo della difficoltà di individuare qui e subito soluzioni salvifiche, un po’ come quando la scienza brancola dubbiosa davanti a nuovi virus, è però impossibile rassegnarci a certi andazzi. Di qua il tamponamento quotidiano e affannoso delle sole emergenze con la distribuzione dei profughi a questo o quell’albergatore (magari senza scrupoli) senza un progetto di lungo respiro. Di là i barriti contro gli immigrati in fuga dalla fame o dalle guerre con l’incitamento a fermare l’immensa ondata stendendo reti e filo spinato. E non uno straccio di statista che rassicuri le nostre società spaventate mostrando di essere all’altezza della biblica sfida.
Dice un rapporto Onu che «chi lascia un Paese più povero per uno più ricco vede in media un incremento pari a 15 volte nel reddito e una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile»: chiunque di noi, al loro posto, sarebbe disposto a giocarsi la pelle per «catàr fortuna», come dicevano i nostri nonni emigrati veneti. Anche se, Dio non voglia, ci sparassero addosso. Tanto più sapendo che in Europa e in Italia, grazie a una rete familiare e a un welfare che comunque garantisce quel minimo vitale altrove impensabile, c’è ancora spazio per chi è pronto a fare i «ddd jobs», i lavori «dirty, dangerous and demeaning» (sporchi, pericolosi e umilianti) rifiutati da chi si aspettava di meglio.
Non basterebbe neppure una miracolosa accelerazione nel futuro: nella California di Google e della Apple, ricordano ancora Allievi e Dalla Zuanna, «ogni due nuovi posti di lavoro high tech ne vengono generati cinque a bassa professionalità: qualcuno dovrà pure stirare le camicie dei benestanti, curare i loro giardini, prendersi cura dei loro anziani». Altro che i corsi di formazione per baristi acrobatici.
Come ne usciamo? Soluzioni rapide «chiavi in mano», a dispetto di tutti i demagoghi, non ci sono. Ci vorranno tempo, pazienza, fermezza, lungimiranza. Alcune cose tuttavia, nel caos, sono chiare. Primo punto, nessuno, se può vivere dov’è nato, affronta le spese, le fatiche, i rischi e le umiliazioni di certi viaggi: occorre dunque «aiutarli a casa loro» sul serio, non con le ipocrisie, gli oboli (il G8 dell’Aquila diede all’Africa i 13 millesimi dei fondi dati alle banche per la crisi), i doni ai dittatori o la cooperazione internazionale degli anni Ottanta che finì travolta dagli scandali (indimenticabili i silos veronesi sciolti sotto il sole sudanese) dopo che Gianni De Michelis aveva ammesso alla Camera che il 97% dei fondi al Terzo mondo finiva (spesso a trattativa privata) ad aziende italiane che volevano commesse all’estero.
Mai più. Meglio piuttosto cambiare le regole del commercio internazionale che per proteggere lo status quo dell’Occidente inchiodano i Paesi in via di sviluppo a non crescere. Citiamo Kofi Annan: «Gli agricoltori dei Paesi poveri non devono solo competere con le sovvenzioni ai prodotti alimentari d’esportazione, ma devono anche superare grandi ostacoli a livello di importazione. (…) Le tariffe doganali Ue sui prodotti della carne raggiungono punte pari all’826%. Quanto più valore i Paesi in via di sviluppo aggiungono ai loro prodotti, trasformandoli, tanto più aumentano i dazi». Qualche anno dopo, la situazione non è poi diversa.
Secondo: basta coi traffici di armamenti verso Paesi in guerra. Quanti eritrei che arrivano coi barconi scappano da casa loro dopo aver provato sui loro villaggi e le loro famiglie la «bontà» delle armi vendute al regime di Isaias Afewerki anche da aziende italiane ed europee, come dimostrò l’Espresso , nonostante l’embargo? Pretendiamo che restino a casa loro e insieme che si svenino a comprare le nostre armi?
Terzo: parallelamente a un percorso accelerato per mettere gli italiani in condizione di fare più figli sempre più indispensabili, a partire da una ripresa vera del ruolo educativo della scuola anche su questo fronte, è urgente arrivare finalmente alle nuove norme sulla cittadinanza. Forse ci vorranno decenni per realizzare il sogno di Mameli («Di fonderci insieme già l’ora suonò») allargato a tanti nuovi italiani che vogliono sentirsi italiani, ma certo non è facile pretendere che sia un bravo cittadino chi cittadino fatica a diventare.
postilla
La bacchetta magica non ce l'ha nessuno, ma soluzioni ragionevoli certamente. Basterebbe leggere i giornali giusti, o magari seguire il lavoro di Barbara Spinelli al Parlamento europeo. Se conoscessimo l'indirizzo postale di Gianantonio Stella gli invieremmo il libretto (piccolo di dimensioni ma non di sostanza) di Guido Viale, “Rifondare l'Europa insieme a profughi e migranti”.
«Mentre al Brennero e su altri confini si alzano vergognose barriere, la Ue con il Migration compact cerca di spostare fuori dalle proprie frontiere controlli e concessione dei permessi per i profughi. Puntando sugli aiuti allo sviluppo. Che rischiano di finanziare governi autoritari e non fermano i flussi migratori».
Lavoce.info, newsletter 29 aprile 2016 (m.p.r.)
Il governo italiano ha preso l’iniziativa in Europa sul controverso tema delle migrazioni e dell’asilo, presentando un progetto, nelle intenzioni ambizioso anche se nei dettagli ancora molto vago, il . I commenti si sono appuntati quasi tutti sulle reazioni tedesche e sulla questione del finanziamento del programma, trascurando i contenuti o lasciando trasparire un consenso di fondo.
L’intento è chiaro e va nella direzione del senso comune: affidare ad altri i controlli, accogliere chi ne ha il diritto al di fuori dell’Europa, preservare l’Unione da scomodi obblighi umanitari, evitando i deplorevoli rimbalzi dei profughi all’interno dell’Unione Europea. Non per nulla, il modello a cui il testo s’ispira è quello del controverso accordo con la Turchia.
Il testo inizia parlando di un’Europa posta di fronte a fenomeni migratori “crescenti” e “senza precedenti”, in contrasto con dichiarazioni assai più pacate rilasciate anche nel recente passato dal presidente del Consiglio. Va ricordato ancora una volta: le migrazioni nell’Ue sono nel complesso stazionarie, intorno ai 51 milioni di persone compresi i 17 milioni di migranti intraeuropei, su circa 500 milioni di abitanti (Dossier immigrazione 2015). È aumentato soltanto il contingente molto più modesto, ma ingombrante, dei richiedenti asilo: 628mila domande nel 2014, comunque non molti rispetto ai numeri di Turchia, Libano, Giordania. L’86 per cento dei rifugiati mondiali continua a trovare scampo in paesi del cosiddetto Terzo Mondo.
Malgrado l’esordio, il assume una posizione meno rigida rispetto all’Agenda europea di un anno fa su un punto importante: l’apertura a nuovi ingressi legali in Europa anche per motivi di lavoro, in modo da offrire un’alternativa credibile agli arrivi illegali. Per il resto, tuttavia, i termini ricorrenti sono controllo dei confini, sicurezza, gestione dei flussi, rimpatri. Parole come diritti umani, protezione dei rifugiati sono pressoché assenti.
Il testo parla di gestione dell’asilo in loco secondo standard internazionali, ma evita di porre alcune serie questioni: come possono offrire una protezione umanitaria adeguata ai rifugiati stranieri paesi che non riescono a offrirla ai propri cittadini? E se lo faranno, grazie ai finanziamenti dell’Ue, come potranno controllare il risentimento di cittadini che riceveranno servizi assai più poveri di quelli forniti ai rifugiati? E come controlleranno i richiedenti asilo denegati, che prevedibilmente cercheranno di sottrarsi alle espulsioni?
Aiuto allo sviluppo o alla repressione?
Altri problemi riguardano le promesse di aiuto allo sviluppo. Sono sostanzialmente due. Il primo è il rischio di finanziare i governi autoritari e bellicosi che sono all’origine dei flussi di rifugiati, o comunque gravemente condizionati da corruzione e inefficienza. Il dubbio è che si intenda finanziare la repressione delle migrazioni e del diritto di asilo, più che lo sviluppo: una repressione più facile da attuare lontano dalle telecamere europee, dal controllo delle organizzazioni umanitarie e dai sussulti di umanità delle opinioni pubbliche occidentali.
Il secondo problema consiste nell’erronea persuasione che i migranti arrivino dai paesi più poveri e che lo sviluppo possa fermarli. È vero il contrario: le migrazioni sono processi selettivi, partono coloro che dispongono di risorse. Con lo sviluppo, aumentano le persone che trovano accesso al capitale economico, culturale e sociale necessario per partire. In una prima, non breve, fase, lo sviluppo quindi fa crescere e non diminuire il numero dei migranti. Solo nel lungo periodo si riducono le nuove partenze.
La promozione dello sviluppo è un obiettivo nobile, ma combinata con le pretese di controllo delle migrazioni finisce in un corto circuito. Del resto, nel mondo sanno bene che le rimesse degli emigranti forniscono aiuti ben più consistenti e tangibili delle promesse dei governi occidentali: le previsioni della Banca mondiale per il 2016 parlano di 610 miliardi di dollari inviati verso i paesi in via di sviluppo. La rincorsa del
Migration compact sarà ardua.
Mentre da una parte si tortura e si uccide, dall'altre si balbetta e si accetta ogni inominia per non perdere affari d'oro. Forse perché Giulio era un ricercatore innocente e non un assassino in uniforme. Articoli di Eleonora Martini e Luigi Manconi. Il Manifesto, 30 aprile 2016
GENTILONI BALBETTA,
IL CAIRO MORDE
di Eleonora Martini
La chiama «collaborazione assolutamente inadeguata», il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, ma dalle autorità egiziane, ben lungi da ammettere la sistematica violazione dei diritti umani in patria, continua ad arrivare solo qualcosa di più simile ad una sfacciata provocazione.
Probabilmente il titolare della Farnesina pronunciando queste parole ieri non si riferiva all’ultima sfida lanciata dal vicepresidente della Camera dei rappresentanti del Cairo, Soliman Wahdan, che ha rinverdito la falsa pista di Giulio Regeni spia dell’intelligence, arrivando perfino a paventare «enormi problemi» con l’Italia se ciò risultasse vero. Né di certo alle invettive dell’ex ministro dell’Interno Mohamed Ibrahim Yossef che ieri ha di nuovo rilanciato la tesi del complotto «criminale». E neppure alle richieste fin troppo propagandate dal ministero degli Esteri egiziano di fare altrettanta chiarezza su casi di cittadini scomparsi o morti in circostanze da chiarire a Roma, a Chicago e, ultimo, lunedì scorso a Londra, come risposta esplicita alle pressioni esercitate anche dal governo britannico e da quello americano sul caso Regeni.
Però non può essere sfuggito, al ministro Gentiloni, che uno dei capi di imputazione addossati ad Ahmed Abdallah, il consulente della famiglia Regeni arrestato il 24 aprile scorso, è di «leader di gruppo terroristico», un reato per il quale rischia la pena di morte.
Difficile dunque capire a cosa si riferisca l’esponente del governo Renzi quando parlando aRadio 1 ieri mattina ha confermato «la nostra pressione e la nostra ricerca di verità» sul caso Regeni anche se «purtroppo l’Italia ancora non ha avuto risposte soddisfacenti» dal Cairo. Per Gentiloni aver richiamato per consultazione l’ambasciatore Maurizio Massari dall’8 aprile scorso è stato già «un gesto molto forte nei rapporti tra Stati». Ora il governo attende solo di vedere i «risultati» dei «nuovi contatti tra le procure», dopo che il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone «ha inviato una nuova rogatoria in Egitto». Sia chiaro, precisa il ministro: «Se qualcuno immaginava che il trascorrere del tempo avrebbe diminuito l’attenzione dell’Italia, per noi il ritorno alla normalità delle relazioni dipende solo da una collaborazione seria che continuiamo ad esercitare anche con altre forme una pressione diplomatica perché si arrivi alla verità, ma sappiamo che non sarà facile».
Il capo della Farnesina riferisce ancora di aver «parlato della questione anche a Lussemburgo», riscontrando durante la riunione dei ministri degli Esteri europei «una consapevolezza generale del fatto che si sia trattato di un caso gravissimo, anche per le modalità terribili in cui è avvenuto». Ma nelle parole di Gentiloni si percepisce la preoccupazione del governo Renzi di perdere nuove opportunità per una partnership privilegiata con il regime di Al Sisi: «Non siamo ingenui – ha ammesso il ministro – sappiamo che in questo raffreddamento delle relazioni tra Italia ed Egitto ci sarà qualcuno che cercherà di inserirsi per conquistare relazioni privilegiate nei rapporti con il Cairo». Anche se, ha concluso, «non possiamo essere mossi in modo prevalente da questo».
Molto meno cauto, il discorso pronunciato davanti alle telecamere di un’emittente privata cairota, la Ten Tv, dal vicepresidente della Camera egiziano: «L’omicidio di Regeni rappresenta un incidente isolato ed è stupido accusare il governo di aver avuto un ruolo in questo crimine – ha detto Soliman Wahdan – L’Egitto è uno stato di diritto e lavorerà per trovare i responsabili e giudicarli. Se però fosse dimostrato che Regeni era una spia si creerebbe un problema enorme tra l’Egitto e l’Italia. La fiducia tra i due paesi verrebbe meno».
Secondo l’Agenzia Nova, la seconda carica del Parlamento egiziano ha poi ripetuto la versione ufficiale egiziana paragonando l’omicidio Regeni a quello del procuratore generale Barakat, come «già in passato avevano fatto sia il presidente Abdel Fatah al Sisi che il ministro dell’interno Shoukry», riferisce l’agenzia stampa internazionale. «Per il nostro procuratore generale Nabil Sadeq, Regeni non è meno importante del martire Hesham Barakat – ha affermato il vicepresidente della Camera Wahdan – Anche se Barakat è stato ucciso in un attacco terroristico, dopo 7 mesi abbiamo trovato i colpevoli. Le indagini richiedono tempo. La delegazione che si è recata in Italia per fare il punto sulle indagini ha fatto il suo dovere, nonostante le accuse al governo egiziano».
E invece per le opposizioni italiane è ormai “time out“: l’«attenzione» assicurata dal ministro Gentiloni, dicono, va sostituita con azioni concrete. Secondo Nicola Fratoianni, Sinistra Italiana, «forse è arrivato il momento di dichiarare l’Egitto “Paese non sicuro” soprattutto se, come sta accadendo, si inasprisce ancor di più la repressione del regime di Al Sisi nei confronti degli attivisti egiziani per i diritti umani». Per i deputati della commissione Esteri del M5S, «il governo deve attuare, ora più che mai, un immediato embargo di armi e di ogni materiale che possa essere utilizzato dal Paese per la sua repressione interna, come previsto da una decisione del Consiglio dell’Unione europea dell’agosto 2013 e come richiesto con vari atti presentati alla Camera».
NE UCCIDE PIU' L'EUFEMISMO
CHE LA SPADA
di Luigi Manconi
Siamo in molti – persone pacate, razionali e fin moderate – a chiederci: ma che cosa si sta aspettando? Che cosa sta aspettando l’Italia per far sentire la propria voce e tutta la propria determinazione alle riluttanti, e sempre più ostili, autorità egiziane? Dopo il richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo – provvedimento significativo, anche se assunto in ritardo – si è parlato insistentemente di «nuove misure allo studio». Ma finora, di quelle possibili misure, non si è colta alcuna traccia.
E proprio ieri il ministro degli Affari esteri, Paolo Gentiloni, ha pronunciato parole che non possono in alcun modo rassicurare. Certo, ha dichiarato la propria «insoddisfazione» ma – per definire l’atteggiamento delle istituzioni egiziane – ha utilizzato la seguente formula: «collaborazione assolutamente inadeguata». Ora, qui siamo incondizionatamente disponibili ad assecondare l’arte della parafrasi fino alle sue più esauste espressioni, ma le parole sopportano una deformazione eufemistica che pure ha un suo limite. E chiamare inadeguato un atteggiamento, quello del regime egiziano, che è decisamente oltraggioso, mi sembra davvero troppo. Tanto più che il ministro Gentiloni sembra seriamente impegnato nel tentativo di trovare una soluzione e qualche mossa opportuna, l’ha pur fatta.
Ma sembra anche risentire di una sorta di complesso di inferiorità che, tradizionalmente, la nostra politica estera ha rivelato di fronte a congiunture particolarmente drammatiche e a conflitti che tendevano a farsi più acuti. In altre parole, il governo italiano temporeggia, differisce, esita. E, in un gioco geopolitico tanto complesso e delicato, rischia non solo di lasciare l’iniziativa al regime di Al Sisi, ma anche di concedergli un tempo eccessivo per decidere le proprie mosse, modificarle, adattarle all’evolversi delle circostanze. E, invece, palesemente non c’è tempo da perdere.
Da settimane più voci sostengono la necessità di fare pressione su alcune essenziali leve economico- commerciali all’interno del sistema dei rapporti tra Italia e Egitto. Mi limito qui a considerare una sola di tali leve: quella relativa ai flussi turistici. Nonostante il notevole calo registrato negli ultimi anni, questo settore rappresenta tutt’ora una percentuale assai elevata (non lontana dal 13%) del prodotto interno lordo. L’ipotesi di ricorrere a questo strumento democratico di pressione e a questo esercizio di forza rigorosamente non bellica, costituisce il senso di un appello che oltre 100 europarlamentari hanno indirizzato all’Alto rappresentate per gli affari esteri dell’Unione europea, Federica Mogherini (ed è possibile aderire scrivendo a: abuondiritto@abuondiritto.it) . Ma è un’opinione che si va largamente diffondendo: un osservatore equilibrato come Lucio Caracciolo ha dichiarato opportuno che il governo «sconsigli formalmente agli italiani il turismo in Egitto».
E in senso analogo si sono pronunciati autorevoli columnist di giornali stranieri; ed è di qualche giorno fa la decisione dell’Associazione italiana per il turismo responsabile (Aitr) di sospendere le proprie attività verso l’Egitto. Insomma, rappresentanti istituzionali e studiosi, associazioni e soggetti organizzati della vita collettiva, si orientano verso un obiettivo capace di rispondere alla necessità di interferire proficuamente nel complesso di relazioni tra l’Europa e l’Egitto. Si afferma l’idea che l’Egitto vada dichiarato un paese non sicuro perché non lo è stato per Giulio e potrebbe non esserlo per i tanti turisti, lavoratori, studenti e ricercatori europei che vi si recheranno in futuro.
E perché non lo è, in questo momento, per centinaia e centinaia di egiziani reclusi, per coloro che sono stati rapiti e sottoposti a torture e sevizie, per quanti sono spariti per poi essere ritrovati cadaveri. E ogni giorno al quadro, già gravemente compromesso, si aggiungono ulteriori elementi, a cominciare dai recentissimi arresti di massa di giornalisti e militanti politici. Pensiamo a quanta angoscia può aver provocato ai genitori e ai legali di Regeni la notizia dell’incarcerazione per promozione del terrorismo di Ahmed Abdallah, attivista per i diritti umani, e prezioso interlocutore di Amnesty international e dei familiari di Giulio Regeni.
Ebbene, questa esibita brutalità della repressione di stato, sembra contenere un messaggio di sfida nei confronti di quanti, non solo in Italia, denunciano la pesantissima torsione dispotica che il regime va rapidamente assumendo. Una sfida cui il governo italiano non può che rispondere con atti formali sempre più determinati, altrimenti si rischia di rimanere inevitabilmente subalterni alle scelte di Al Sisi. A quasi tre settimane dal richiamo in patria dell’ambasciatore italiano in Egitto, infatti, e in assenza di alcuna rilevante novità sul caso, il nostro governo non può che dichiarare l’Egitto paese non sicuro, con tutto ciò che questa decisione comporta.
Anche perché suona stridente fin quasi a manifestare un’offensiva insensibilità, certo non consapevole, che sul sito Viaggiare sicuri della Farnesina, nella sezione sicurezza, è come se la morte di Giulio Regeni non solo non risulti registrata, ma è come non fosse mai avvenuta. Vi si legge, infatti, che «in considerazione del deterioramento della generale situazione di sicurezza nel Paese» si consiglia di «di evitare i viaggi non indispensabili in Egitto in località diverse dai resort sul Mar Rosso e dalle aree turistiche dell’Alto Egitto e di quelle del Mar Mediterraneo» e si raccomanda la massima prudenza dato il clima di «instabilità e turbolenza che spesso sfocia in turbative per la sicurezza e in azioni ostili anche di stampo terroristico». Ancora una volta: ne uccide più l’eufemismo che la spada.
«Il passo che per secoli non era stato frontiera riscoprì la vita nel dopoguerra. Poi venne la stagione dei camion e quella dei transiti, di merci e di esseri umani, quando non si immaginava il ritorno delle barriere».
LaRepubblica, 30 aprile 2016 (c.m.c.)
Grüne Karte, chiedevano a mio padre. Dal finestrino della Giardinetta lui mostrava la carta verde dell’assicurazione e la Grenzpolizei gli faceva segno di passare. Dal sedile posteriore (avevo dieci anni) vedevo soltanto il cinturone di cuoio dell’agente e le ruvide braghe in lana cotta verde marcio. Si consumava così, con un frettoloso controllo di documenti, il passaggio al Brennerpass, alla fine degli anni Cinquanta. Con un brivido quasi afrodisiaco, si andava oltre, a comprare speck affumicato alla macelleria di Alois Flickinger, a Gries, un borgo di trenta case con campanile aguzzo. E poi Schüttelbrot, rhum, pane nero, mentine bianche. L’Austria per me aveva il profumo di quelle mentine. Con la stessa euforia, i “tedeschi” si calavano su Vipiteno (Sterzing) a fare incetta di bambole, gondolette di legno e vino da osteria nell’inverosimile bazar di Maria Bernmeister. Per loro l’Italia era odore di ragù e finanzieri meridionali gesticolanti. Arrivavano in sidecar o vecchi Maggiolino con gli occhi felici del nordico che entra nel Paese dei limoni.
La guerra era finita da non molto e uno su dieci di loro aveva una gamba sola o portava altri segni di invalidità. Gli attentati che nel nome della Heimat tiravano giù i tralicci del Sudtirolo non disturbavano gli affari dei bottegai sui due lati del passo. Per via dell’antiterrorismo, la frontiera era pattugliata dall’esercito, ma per noi il passaggio era una festa. Mio padre era ufficiale dell’Esercito e nelle settimane di ferie — d’estate o in inverno — soggiornava spesso con la famiglia negli alberghi militari, sistemati, lì come a Tarvisio, in ex caserme austroungariche. A Colle Isarco (Gossensass) fiumi di alpini uscivano con i muli in una scia di escrementi e anche in vacanza i militari di carriera vivevano un clima eccitante da Fortezza Bastiani. Certo, si andava a fare la spesa «di là», ma egualmente quella presenza armata era vissuta come necessaria per pattugliare il sacro spartiacque della Patria.
A pochi sembrava importare che per secoli il Brennero non fosse mai stato frontiera e che fino al novembre 1918 l’Austria avesse avuto il confine sul Garda. Brennero era il mio mondo e io lo vivevo inconsapevole di tutto. Del dramma delle opzioni e dei treni di ebrei che meno di quindici anni prima erano passati di lì diretti ad Auschwitz. Mia mamma mi aveva conciato con braghe corte di cuoio alla tirolese e un cappello da alpino verde scuro con penna di gallo e una quantità di stemmi colorati acquistati sui passi, dalla Svizzera alle Giulie. Andavo in gita al rifugio “Bicchiere” in fondo alla Val di Fleres, senza sapere che quel nome era la ridicola traduzione di Becker Hütte, e ogni domenica alle dieci aspettavo con ansia la banda degli Schützen ignaro del messaggio identitario implicito in quei tamburi e delle mie stesse radici (sono triestino) mitteleuropee.
I treni funzionavano meglio di oggi che c’è l’Europa unita. Lo scalo ferroviario del Brennero era un mondo. Locomotori esausti dopo la lunga salita da Fortezza. L’incontro con i rocciosi macchinisti delle Österreichische Bundesbahnen. Le case dei ferrovieri, personaggi mitici che mi portavano a funghi e sapevano come sconfinare senza farsi beccare dalla polizia, per mettere le mani sui porcini appena nati sotto il tappeto d’aghi degli abeti austriaci.
Un muratore enorme di nome Andreas Untertoller mi prendeva sulle ginocchia e mi parlava in un misto affascinante di tedesco e italiano. Il Brennero era il luogo dell’incontro e dello scambio.
Poi venne la stagione dei camion. I tubi di scarico annerivano la neve da novembre a marzo. Certe volte la fila cominciava a Mules, 25 chilometri prima. Il terrorismo era finito, a Bolzano si era instaurata una tesa non-belligeranza fra italiani e tirolesi, e io continuavo a sconfinare in allegria, stavolta con gli sci, per montagne intatte, senza impianti. A furia di soggiorni militari, avevo imparato ogni segreto delle valli. Le conoscevo meglio dei finanzieri. Si saliva con le pelli di foca per scendere a Obergurgl o raggiungere la Nürnberger Hütte in Stubaital. Chissà quante volte sarò passato sopra la mummia di Ötzi, padre di tutti i contrabbandieri, ancora sepolta nella neve. Imparai il tedesco in ospedale, a Vipiteno, dopo essermi rotto una gamba in un canalone. Sempre lì, sotto il Brennero.
La stagione dei nuovi muri era ancora lontana. L’Europa viveva la sua primavera, il confine non poteva che aprirsi di più, il Brennero era diventato una formalità. Nel luglio del 1989 sul treno per Innsbruck incontrai un viennese di nome Jozsef Barna, nato in Ungheria, dalla quale era scappato dopo la repressione sovietica del 1956.
Era un’altra storia di frontiera. Mi raccontò la sua fuga, la sua vita di immigrato che ce la fa. Guardò gli abeti in corsa fuori dal finestrino e disse: «La patria è quella che ti nutre, e io ho considerato subito l’Austria la mia nuova patria. Sono diventato austriaco. I nuovi immigrati non sono più così. Restano estranei». Pochi giorni prima la cortina di ferro era stata smantellata dai soldati ungheresi sulla stessa frontiera che lui aveva attraversato rischiando la pelle. Eppure il signor Barna era inquieto.
Con la guerra dei Balcani la macchina delle fughe si rimise in moto, e per il Brennerpass cominciarono a transitare bosniaci, kosovari, serbi. Molti si erano fermati in Italia, ma il sogno della maggioranza era il mondo tedesco. L’Austria fece il suo dovere, assorbì anche i ceceni in fuga dalla repressione di Putin. Per i nuovo arrivati era una pacchia. Assistenza statale, 2mila euro per le famiglie con tre figli, appartamento sovvenzionato. Lo slogan del sindaco di Vienna era « Humanität und Ordung »,umanità e ordine. Ma qualcosa nel meccanismo cominciava a incepparsi. La piccola Austria entrava in Schengen ma rischiava di non reggere all’urto. E l’inquietudine si trasformava in voti per i populisti di Jörg Haider.
Oggi il sistema scolastico di mezza Austria è collassato. Il 40 per cento dei bambini, immigrati o profughi, parla un tedesco che sarebbe inascoltabile al vecchio Jozsef. I nuovi arrivati sono osteggiati dagli immigrati di vecchia data, che spesso votano populista. Certe comunità, come i 30mila ceceni della Capitale, sono impossibili da integrare. Molti di essi vanno a combattere in Siria godendo dell’aiuto finanziario dello Stato austriaco. In alcuni quartieri si parla tutto meno che tedesco. Circolano bande divise per etnie; ceceni e afghani si affrontano col coltello. Il numero delle donne velate aumenta. Una femmina europea sola in certi quartieri ha problemi a entrare in un bar.
Dopo aver passato centinaia di volte questa frontiera, scusate se non me la sento di accusare l’Austria di troppa chiusura. Se Vienna ha sbagliato, è per troppa apertura. E noi Italiani — bravi a salvar vite ma meno bravi a integrare — dovremmo avere l’onestà di dire che questa grande fuga verso il Nord ci fa anche un po’ di comodo. Povero vecchio Brennero, non ti riconosco più. Troppa pressione. Ormai sono due anni che, quando prendo il mio treno transalpino per Monaco, vedo salire a bordo la polizia austriaca già a Rovereto, insieme a quella italiana. Questo già prima del clamoroso gesto di benvenuto di Angela Merkel nei confronti dei siriani.
Oggi, questa nuova barriera che nella primavera del 2016 taglia non solo l’Europa ma lo stesso Tirolo in due parti, fa assai più male del vecchio confine con la sbarra bianco-rossa. Oggi che sul confine ci somigliamo più di prima, oggi che dalle due parti governano lo stesso Globale, lo stesso spaesamento, le stesse tempeste finanziarie e migratorie, proprio oggi — in Austria come in Italia — sento diffondersi la pericolosa illusione che «chiudersi è meglio», alla maniera balcanica. E allora sento che c’era forse più Europa al tempo dei passaporti e della Grüne Karte.
Un esempio soft e un esempio hard con cui si guarda all'evento biblico dell'esodo dai paesi della miseria e del terrore: soggetti pericolosi per la "nostra" salute e per la "nostra" sicurezza, non uomini, donne e bambini che, come tutti, meritano d'essere difesi e curati.
Il Manifesto, 30 aprile 2016
UNA TESSERA SANITARIA
TRACCERA' I MIGRANTI
«Partiamo con il progetto tessere sanitarie ai migranti», ha annunciato la ministra della salute, Beatrice Lorenzin. La tessera – simile a una smartcard, con i dati sulla salute della persona, ma anche un software statistico che grazie a un algoritmo consentirà al medico in tempi stretti di valutare il rischio che un migrante ha di sviluppare particolari malattie infettive, fino a visite mirate per la determinazione dell’età dei ragazzi non accompagnati – rientra nel progetto Ue «Care», con l’Italia capofila con l’Istituto Nazionale Salute, Migrazioni e povertà (Inmp), e sarà consegnata da luglio negli Hotspot di Lampedusa e Trapani, oltre che in quelli degli altri paesi coinvolti (Grecia, Malta, Croazia, Slovenia).
«Tracceremo lo stato di salute di ogni singolo migrante che entra in Europa e garantiremo, allo stesso tempo, anche una maggiore sicurezza perché si introdurrà un elemento di tracciabilità delle persone in entrata», dice Lorenzin.
I migranti al di sotto dei 18 anni rappresentano circa il 30% degli arrivi. Molti di loro non sono accompagnati, capire quanti anni hanno gli adolescenti non è sempre facile.
«Fino ad oggi – spiega Gianfranco Costanzo, dell’Inmp, coordinatore del progetto Care – abbiamo utilizzato la radiografia del polso. Il nostro ministero della Salute ha messo a punto un metodo olistico multidisciplinare, approvato dalla Conferenza delle Regioni, che prevede una visita del pediatra auxologo e quella di un pediatra dell’età evolutiva. La loro valutazione incrociata, senza necessità di radiografie, permette una valutazione molto più precisa», aggiunge il coordinatore sottolineando che il progetto complessivo «è stato sviluppato per la tutela della salute del migrante. Un’attività che, se efficace, ha come conseguenza anche una maggiore tutela della salute della comunità di accoglienza», conclude Costanzo.
UN PIANO UE PER FERMARE I MIGRANTI.
CON «MISURE DRASTICHE»
L’Ue, in accordo con il nuovo governo libico sostenuto dall’Onu, sta preparando un piano per impedire «con misure drastiche» il flusso estivo di profughi dal Nord Africa attraverso la rotta mediterranea. Tra le misure, oltre alla creazione di «centri temporanei di raccolta per profughi e migranti» sul suolo libico, si menziona l’ipotesi di «aree di carcerazione». Lo rivela Der Spiegel online che ha visionato un documento di 17 pagine elaborato dal servizio europeo per l’azione esterna che sostiene l’attività dell’Alto rappresentante Ue. Sui centri raccolta e campi di detenzione, gli esperti Ue sottolineano la necessità di trattare con dignità e rispetto dei diritti dell’uomo i migranti e di prestare attenzione alle condizioni speciali di bambini e donne. Sul piano operativo si prospettano aiuti nella formazione di una guardia costiera e di una marina libica attraverso il supporto della missione marina antiscafisti Ue Sofia e nella costruzione delle infrastrutture di polizia e giustizia. Il documento evidenzia inoltre le difficoltà di individuare al momento interlocutori libici sicuri.
«L’Ue ha più volte detto di essere pronta a sostenere il governo libico in un certo numero di settori, incluso l’aiuto umanitario, la migrazione, la sicurezza. È stato ribadito anche all’ultimo consiglio Esteri. Il lavoro preparatorio è in atto, in particolare per sostenere la gestione delle frontiere, lottare contro la migrazione irregolare ed i trafficanti», così un portavoce dell’Unione europea, dopo la pubblicazione di Der Spiegel. «Il rispetto per i più alti standard dei diritti umani e delle leggi internazionali è al centro del nostro lavoro. E questo è il principale obiettivo del nostro lavoro preparatorio: dare sostegno alle autorità libiche affinché assicurino che la gestione di migranti e profughi in Libia sia in linea con questi standard, per assicurare loro condizioni dignitose – afferma il portavoce -. Continueremo a lavorare in stretto coordinamento con l’Unhcr e l’Oim per aiutare nella gestione dei flussi di migranti e richiedenti asilo».

«
Con l’aumento dei flussi scatta lo stato d’emergenza che bloccherà gli arrivi e rispedirà i profughi nei Paesi confinantiIl manifesto,
28aprile 2016 (c.m.c.)
Davanti al parlamento austriaco bambole stese per terra, simboleggiano le tante donne, uomini e bambini che la fortezza Europa ogni giorno condanna a morire. Le hanno portate lì insieme a bandiere rosse la Vsstöe e JG, le due maggiori organizzazioni giovanili socialiste furiose col loro partito, ultima di una valanghe di proteste contro il giro di vita del diritto d’asilo.
A Salisburgo gli attivisti del coordinamento per i diritti umani diritto si sono stesi sulla riva del fiume Salzach, ciascuno sotto un lenzuolo bianco. «Più si blinda, più morti si producono». Ma la logica del muro e della presunta emergenza immigrati non si ferma. Ieri sera il parlamento austriaco ha approvato il discusso pacchetto di emendamenti del diritto d’asilo. Durante le votazioni dalla galleria sono volati migliaia di volantini degli studenti del Vsstöe: «Non passate sopra i cadaveri, non è questo che vi farà rimanere a galla». La legge è passato con i voti dei partiti della coalizione di governo, socialdemocratici Spoe e popolari (Oevp) e il minuscolo Team Stronach. Verdi , Neos e quattro parlamentari Spoe contrari.
La xenofoba Fpoe che queste nuove misure ha sempre volute e propugnate, non contenta ha votato contro. Evidentemente ha già spostato la barra più in avanti. «E’ una legge placebo che ha solo un nuovo abito, a leggi già esistenti sono state aggiunte modifiche minimali» ha accusato Gernot Darmann del partito di H.C. Strache e della nuova star Norbert Hofer. Già adesso l’Austria sarebbe circondata da paesi terzi sicuri e quindi secondo le regole europee non avrebbe nessun obbligo di trattare domande d’asilo, ha ribadito il deputato di estrema destra. Cosa è cambiato? Intanto la nuova legge introduce l’asilo a tempo, che sarà dunque di tre anni e non più illimitato.
Dopo tre anni le condizioni del paese di provenienza verranno verificate per decidere se le ragioni d’asilo sussistono ancora. Può quindi scadere o a questo punto diventare illimitato. Una misura molto criticato dall’AMS, ufficio di collocamento lavoro perché mette una forte ipoteca sui programmi di integrazione e formazione appositamente approntati per il collocamento di rifugiati. Più difficile anche il ricongiungimento familiare, chi ha solo un permesso umanitario deve aspettare addirittura tre anni, e avere condizioni economiche adatte a mantenere la famiglia. Ma la parte più grave del pacchetto è il decreto che autorizza il governo di proclamare lo stato di emergenza per la ‘tutela della sicurezza e l’ordine pubblico’, una condizione particolare che permette di aggirare il diritto d’asilo.
Così un rifugiato che si presentasse al confine austriaco potrà essere respinto e rimandato indietro. Solo chi ce lo fa a trovarsi dentro il paese potrà chiedere asilo, cosa sempre più difficile visto i muri che crescono dal Brennero fino al confine orientale con la Ungheria. «Bisogna avere una visione complessiva del problema, voi lo riducete alla costruzione dei muri» ha detto Eva Glawischnig capogruppo dei Verdi accusando l’abolizione di fatto del diritto d’asilo e la violazione della costituzione «che non reggerà davanti alla Corte costituzionale».
Le forti critiche che hanno accompagnato l’iter della legge «Faymann sei Orban» si è beccato il cancelliere al congresso Spoe di Vienna, hanno costretto il governo di attenuarne alcuni aspetti, soprattutto anche la valenza temporale dell’emergenza, limitata a 6 mesi, prolungabile fino a due anni. Lo stato di emergenza però non c’è lo ha ammesso persino il cancelliere Faymann, si tratta di una misura preventiva, come quella della costruzione dei muri ai confini, nel caso si verificasse un afflusso eccezionale, perché non si ripeta l’esperienza dell’anno scorso quando decine di migliaia di rifugiati passavano i confini, incontrollati. Mesi di grazia. In quell’occasione ha dichiarato Norbert Hofer possibile futuro presidente dell’Austria lui avrebbe dimissionato il governo perché non ha tutelato gli austriaci.
Più di cinquanta grandi organizzazioni chiamate ad esaminarla hanno espresso un giudizio negativo sulla legge, dall’Unhcr alla conferenza dei vescovi, alla camera degli avvocati, l’istituto Ludwig Boltzmann per i diritti umani molte regioni e città, intere università oltre alla vasta galassia di associazioni e Ong. Unico giudizio positivo è venuto inaspettatamente dall’Oegb, la centrale sindacale austriaca e dalla camera del lavoro.
Il manifesto, 27 aprile 2016 (p.d.)
Diecimila minorenni. Se ne sono perse le tracce sul territorio europeo negli ultimi due anni e molti potrebbero essere finiti nelle mani di organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani e allo sfruttamento della prostituzione. La notizia sembrerebbe inverosimile se i soggetti in questione non fossero migranti, categoria sistematicamente privata di alcuni dei diritti umani più basilari, anche dopo l’arrivo sui territori Ue.
A lanciare l’allarme sui bambini scomparsi è stata l’Europol, l’organismo di polizia a livello comunitario, che precisa che in Italia sarebbero 5mila. La questione è stata discussa giovedì scorso al Parlamento europeo durante una riunione della Commissione per le libertà civili a Bruxelles.
L’Europa si trova a far fronte a un’ondata di rifugiati senza precedenti nella sua storia recente e l’attuale impasse politica rischia di aggravare la situazione dei gruppi di migranti più vulnerabili, ovvero i più giovani. Oltre allo stress psicologico causato dalla separazione dalla propria famiglia, che avviene nel Paese di origine o in maniera accidentale nei luoghi di transito affollati come le frontiere o le stazioni ferroviarie, i bambini sono una categoria particolarmente a rischio di abusi in quanto vengono considerati dai trafficanti come veri e propri oggetti da smerciare sui mercati mondiali.
Tuttavia, non è solo il caso a far cadere i minori nelle mani dei criminali. Le condizioni di vita degradanti nei centri di accoglienza, la lunghezza insopportabile del processo burocratico per l’assegnazione dell’asilo e l’impossibilità di raggiungere il Paese europeo prescelto sono tutte ragioni che influiscono sulla scelta di molti giovani migranti di tentare la sorte e fuggire. La realtà è che esistono pochi dati certi riguardanti il destino di chi sceglie di seguire questa via. L’Ong per i diritti dei minori Save the Children stima che i bambini scomparsi in Europa siano addirittura 20mila, il doppio di quanto affermato dall’Europol.
Secondo i dati pubblicati dall’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il 35% dei migranti arrivati nei territori dell’Unione Europea a partire dal primo gennaio 2016 è minorenne. Tra questi ci sono molti giovani che viaggiano senza un accompagnatore che si prenda cura di loro. Basti pensare che nel solo 2015 sono state oltre 85mila le richieste di asilo sporte da minorenni non accompagnati, una cifra triplicata rispetto al 2014. E se da un lato crescono in maniera esponenziale le cifre relative agli arrivi dei rifugiati in Europa, dall’altro aumenta anche il ricavo delle organizzazioni criminali specializzate nelle tratta di esseri umani.
L’Europol stima che il traffico di migranti clandestini abbia fruttato tra i 3 e i 6 miliardi di euro nel solo 2015. Un profitto destinato a «raddoppiare o a triplicare se la crisi dovesse proseguire nel 2016», veniva scritto in un rapporto ufficiale Europol pubblicato pochi mesi fa.
Un giro di vite contro gli scafisti e i criminali che gestiscono in maniera illegale i flussi di migranti è fondamentale, ha affermato davanti agli eurodeputati Dietrich Neumann, responsabile dei servizi corporate dell’Europol, poiché le organizzazioni che portano i migranti in Europa sono le stesse responsabili per la tratta degli esseri umani nei territori Ue. Nel database dell’agenzia finalizzata a combattere il crimine all’interno dell’Unione Europea ci sono oltre 40mila sospetti, di 100 nazionalità diverse. Tuttavia, le risorse attuali non bastano per combattere quello che, dati alla mano, è il mercato criminale con la maggiore crescita in Europa.
Non esiste ancora una proposta legislativa a livello comunitario per tentare di arginare questo fenomeno. L’incontro di giovedì scorso è servito anche a sondare il terreno per quanto riguarda le misure che possono essere adottate. Il democristiano olandese Jeroen Lenaers ha proposto di iniziare a registrare in maniera sistematica anche i migranti al di sotto dei 14 anni, cosa che al momento non avviene in Europa. Secondo Lenaers, in questo modo si eviterebbe che i minori possano scomparire del tutto dai radar dei Paesi membri dell’Ue.
Diverso invece l’approccio di Barbara Spinelli che ha puntato il dito contro i governi responsabili di trattamenti disumani nei confronti dei migranti, fattore che spinge sempre più giovani a una fuga disperata dai centri di accoglienza. In particolare, secondo Spinelli, la mancanza di cibo distribuito ai bambini è uno dei dati più preoccupanti. «A Chios a bambini di 6 mesi vengono dati 100 millilitri di latte al giorno» ha spiegato Spinelli, chiedendosi «se non sia il caso di considerare la riduzione drastica del latte dato a un neonato come una forma di tortura perseguibile come tale».
Anche Laura Ferrara, eurodeputata del Movimento 5 Stelle, ha espresso un parere critico nei confronti delle condizioni di vita nei centri di accoglienza per migranti. Secondo Ferrara, la mancanza di tutori volontari e la conseguente nomina del gestore del centro stesso come tutore temporaneo delinea un chiaro conflitto di interessi. D’altro canto, riferisce l’eurodeputata pentastellata, ci sono casi in cui un singolo tutore volontario è responsabile allo stesso tempo per 70 minori non accompagnati, il che rende «umanamente impossibile» riuscire a seguire con la dovuta attenzione ogni bambino.
Secondo numerose Ong che lavorano in questo campo, la creazione di una normativa europea comune servirebbe a permettere la condivisione delle informazioni riguardanti i minori scomparsi, consentendo dunque di allargare la ricerca di un giovane migrante scomparso a più Paesi.
Al momento invece la risoluzione del problema grava sui singoli governi, che raramente scelgono di unire i loro sforzi. Ad oggi, quindi, la certezza è una sola: l’Europa non è in grado di dire cosa sia successo a queste migliaia di bambini scomparsi sul suo territorio.
Il manifesto, 27 aprile 2016 (p.d.)
Presso la stazione ferroviaria di Liverpool Street, nell’East End londinese, da qualche anno sorge un piccolo memoriale in bronzo dell’artista Frank Meisler: cinque figure di bimbi con rispettivi bagagli, appena scesi dal treno e in attesa di qualcuno che li accolga. Sono i bambini del Kindertransport, il programma di evacuazione nel Regno Unito dei figli di famiglie ebree vittime della Shoah provenienti dal Reich organizzato da Sir Nicholas Swinton, lo Schindler britannico.
Tra loro vi era un piccolo cecoslovacco di 6 anni, Alfred Dubs. Che oggi è un Lord laburista responsabile delle politiche d’immigrazione e che si è fatto promotore di un emendamento all’Immigration bill discusso ai Comuni lunedì. L’emendamento, bipartisan e votato dalla camera alta, avrebbe costretto il governo a farsi carico di 3000 bambini siriani non accompagnati sparsi per i campi profughi d’Europa. Ma è stato sconfitto per un pugno di voti, 294 a 276, dopo una giornata di forti pressioni disciplinari esercitate dai capigruppo tory per sedare fastidiosi sussulti d’umanità nei deputati le cui coscienze rifiutavano di ammutolire in nome della realpolitik: in molti, piuttosto che votare contro il proprio partito, si sono astenuti.
La giustificazione del governo e dal ministro dell’interno Theresa May, è ormai ben nota ed è la medesima addotta per accelerare l’abbandono dell’operazione di soccorso nel Mediterraneo Mare Nostrum: entrambe avrebbero incoraggiato il cosiddetto «fattore di attrazione» (pull factor) alle percentuali di persone che scelgono di intraprendere il proprio viaggio verso una vita più umana. Ma arriva dopo una serie di contorsioni sull’argomento, tra cui l’annuncio, la scorsa settimana, che il governo avrebbe accolto 3000 bambini provenienti da campi profughi in Medio Oriente e non in Europa, nel tentativo, evidentemente poi riuscito, di dare un contentino alle coscienze più lacerate tra le sue file.
James Brokenshire, ministro per la sicurezza e l’immigrazione, ha detto che ogni risposta alla crisi «deve fare attenzione a non creare inavvertitamente una situazione in cui le famiglie trovino vantaggioso mandare avanti i bambini da soli o nelle mani di trafficanti, mettendo le loro vite a repentaglio tentando rischiose traversate via mare verso l’Europa.»
Alla fine solo 5 deputati conservatori hanno votato a favore, tra cui Geoffrey Cox, Tania Mathias e Stephen Philips. Per far passare il diniego, il governo ha fatto ricorso a quella che i detrattori hanno definito una «tattica disperata», la norma detta del financial privilege, che consente alla camera dei comuni di “disobbedire” alle prescrizioni dei Lords qualora un emendamento venga ritenuto economicamente oneroso per il cittadino.
Dunque più di settant’anni dopo aver dato una luminosa lezione al mondo in accoglienza e umanità, e di fronte alla crisi umanitaria più grave proprio dalla seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna decide di fare il contrario: sbatte la porta in faccia a 3000 di quei 10000 bambini identificati dall’Europol come dispersi nel vecchio continente durante la fuga dagli orrori della guerra in casa propria e che già sono (o rischiano di diventare) vittime di abuso di sostanze, lavoro minorile e violenze sessuali. E per farlo, imbocca senza imbarazzo un pertugio costituzionale abbastanza meschino.
Immediata e sdegnata la reazione delle Ong e di alcuni deputati Labour e Libdem propugnatori dell’emendamento: l’esito della votazione è stato accolto con una gragnuola di «vergogna» dai banchi dell’opposizione. Per Kirsty McNeill, di Save the Children, il voto è stato «profondamente deludente», il ministro-ombra per l’immigrazione, il laburista Keir Starmer, ha promesso battaglia: «Non possiamo voltare le spalle a questi vulnerabili bambini in Europa: la storia ci giudicherà per questo. La lotta continua» ha detto ai microfoni di Bbc Radio 4.
Se al posto del governo che nel 1939 decise di dare asilo ai bambini in fuga dalla delirante violenza del terzo Reich ci fosse stato quello guidato da David Cameron, Lord Dubs non sarebbe fra noi. Forte anche di questa consapevolezza il peer laburista ha riproposto ieri l’emendamento alla camera dei Lords – dove il governo è in minoranza – in una versione più soft, senza specificare la soglia dei 3000. Il secondo tentativo è stato approvato con una maggioranza schiacciante di 107, e alcuni deputati Tory potrebbero ora approvarlo nel prossimo passaggio ai Comuni.
La follia inumana dei respingimenti selezionati sulla base delle origini o delle ragioni dell'esodo, l'illusione di poter erigere barriere più alte dall'oceano della disperazione che avanza,. la necessità di un impegno più vasto da parte di chi ragiona.
Il manifesto, 26 aprile 2016
La prevedibile avanzata della destra nelle elezioni presidenziali austriache, in gran parte ascrivibile a una diffusa e fomentata fobia per i profughi, dovrebbe indurci a una riflessione.
Primo, il loro arrivo è inarrestabile e destinato a crescere per decenni. Secondo, spacca la società tra chi vuole respingerli e chi accoglierli lungo una faglia profonda che non coincide con i confini tra partiti, culture politiche e classi sociali, ma le attraversa. Terzo, mette in conflitto tra loro gli Stati membri dell’Unione europea trascinandola verso la dissoluzione. Quarto, taglia la regione che gravita intorno all’Europa tra chi rivendica il più elementare dei diritti umani, quello alla vita, che il paese da cui proviene non garantisce più, e chi glielo sta negando.
Di fronte a questi fatti occorrerebbe però farsi due ordini di domande che l’establishment che governa l’Unione europea non sembra porsi.
Innanzitutto, chi sono quei profughi, che cosa cercano, da dove vengono, che cosa li ha fatti fuggire dalle loro terre? Che cosa succederà se continuiamo a cercare di respingerli? E che cosa si deve fare se invece vogliamo accoglierli?
L’establishment cerca di nascondere l’incapacità di confrontarsi con queste domande dietro alla distinzione tra profughi di guerra e migranti economici, contando di potersi sbarazzare della maggior parte di loro. Una “selezione” (di cupa memoria) effettuata distinguendo i rispettivi paesi di origine tra Stati insicuri, perché in guerra, e Stati sicuri, da cui non avrebbero il diritto di fuggire.
Ma nessuno degli Stati da cui proviene la maggior parte di quei profughi è sicuro: sono tutti attraversati da conflitti armati o preda di feroci dittature. Territori diventati invivibili per le devastazioni prodotte dalla guerra, o dallo sfruttamento inconsulto delle risorse, o da un disastro ambientale, o dai cambiamenti climatici che in Africa e Medio oriente fanno sentire i loro effetti molto più che da noi.
Guerre, conflitti armati, dittature e crisi ambientali si intrecciano; sono il deterioramento o il saccheggio delle risorse locali, in larga parte riconducibili all’operato di imprese occidentali o delle economie emergenti, ad aver scatenato quei conflitti, tenuto in piedi quelle dittature, provocato quella fuga. Per questo, in realtà, sono tutti profughi ambientali: una categoria destinata a dominare il panorama geopolitico dei prossimi decenni anche se che le convenzioni internazionali non la contemplano.
E’ ciò di cui non tengono conto i fautori del respingimento, oggi in grande avanzata in tutta Europa, anche perché le forze di governo dell’Unione ne fanno proprie le pretese per cercare di trattenere i loro elettori: l’indecente accordo con la Turchia ne è un esempio; la barriera al Brennero un altro. Dimostrando di non sapere che cosa fare per governare il problema non fanno che alimentare la paura tra gli elettori; il che li spinge ad accrescere le misure liberticide in una spirale senza fine. Ma in che condizione precipiterà l’Europa se continuerà a cercare di respingere verso i paesi di origine o di transito, cioè verso guerre, fame e feroci dittature, chi cerca di varcare i suoi confini?
Si renderà responsabile di uno sterminio – in mare, nei deserti o nelle prigioni di quei dittatori – di centinaia di migliaia e – chissà? – milioni di esseri umani. Nessuno potrà più dire “io non sapevo”, come al tempo dei nazisti: quelle cose la televisione ce le porta in casa tutti i giorni, anche se non nella dimensione e con la crudeltà con cui vengono perpetrate. I paesi che circondano l’Europa si trasformeranno così in teatri permanenti di guerra in cui per noi europei, in pace o in armi, sarà sempre più difficile andare. Altro che turismo, sviluppo economico, cooperazione internazionale e “aiutiamoli a casa loro”! L’Europa sarà sempre di più una fortezza protetta dal filo spinato, dove si finirà per sparare per difendere i confini: non solo quelli “esterni”, ma anche quelli tra Stato e Stato, perché le “infiltrazioni” avverranno comunque; e in massa.
Per gestire un regime di guerra continua, non contro un esercito, ma contro un popolo di disperati che cerca solo di salvarsi, i governi europei diventeranno sempre più autoritari e antidemocratici, impediranno con forza ogni contestazione e si metteranno in guerra anche con quella parte della propria popolazione – gli immigrati di prima, seconda e terza generazione – tra le cui fila crescerà il rancore di cui si alimenta il terrorismo. Con una popolazione destinata a invecchiare senza ricambio e senza incontri e scambi fecondi con altre culture, l’Europa si condanna così al declino politico, culturale ed economico: negando a figli e nipoti quel magro “benessere” che oggi pensa di difendere.
Certo, anche accogliere non è facile. Non basta la dedizione di decine di migliaia di volontari contro il feroce sfruttamento dei migranti da parte delle tante organizzazioni criminali a cui il governo italiano ha consegnato la loro gestione. Quei volontari sono l’avanguardia senza voce, perché coperta da quella cinica e roboante dei fautori dei respingimenti, di uno schieramento sociale alternativo che può contar già oggi su diversi milioni di sostenitori e migliaia di intellettuali, artisti e operatori cui non è stata ancora offerta la possibilità di tradurre il loro sentire in proposte politiche di ampio respiro.
Ma quelle proposte ci sono ed emergono sempre più in documenti che circolano da tempo in Europa: sono il rigetto delle politiche mortifere di austerity, la rivendicazione di un taglio agli artigli della finanza, il progetto di una svolta radicale verso la sostenibilità ambientale: energia, agricoltura, gestione delle risorse, edilizia, mobilità, istruzione. Sono i campi di una conversione ecologica in grado di creare lavoro vero, le cui finalità possano essere condivise liberamente e il cui carico venga redistributivo tra tutti coloro, sia disoccupati e occupati europei che profughi in arrivo, che vogliono contribuire a rendere l’Europa più accogliente e vivibile.
E’ una svolta che richiede di impegnarsi fin d’ora non solo nella sua progettazione, ma anche nella sua articolazione in mille iniziative locali, cominciando a verificarne la fattibilità, mobilitando le risorse offerte sia dal conflitto che dalla partecipazione, e coinvolgendo, possibilmente, i poteri locali. Ed è anche l’unica politica praticabile per promuovere la pacificazione nei paesi di provenienza dei profughi e una loro libera circolazione per renderli protagonisti una vera cooperazione internazionale dal basso. Contro chi fa del respingimento la sua bandiera occorre portare l’accoglienza al centro di uno schieramento sociale e politico alternativo che faccia appello sia alla ragione che al cuore. Non è un problema tra gli altri; è il centro dello scontro in atto.
Gli alleati dell'Italia di Renzi, dell'Eni e dei fabbricanti di armi continuano la loro truce opera. Il popolo si ribella . E continuano le tremule rimostranze dei nostro governo. Articoli di Fabio Scuto e Giuliano Foschini. La Repubblica, 26 aprile 2016
MASSACRATO UN ALTRO ATTIVISTA
“TORTURATO DALLAPOLIZIA”
PRESENTATRICE INSULTA REGENI
di Giuliano Foschini
Lo hanno scaricato in una strada in mezzo al deserto, all’ingresso del Cairo. Aveva il corpo martoriato da torture, bastonate e, forse, scariche elettriche. Era stato arrestato 24 ore prima, tra il 22 e il 23 aprile, in uno dei blitz per prevenire le manifestazioni di ieri. Ora è in terapia intensiva in un ospedale della capitale: è ancora in pericolo di vita ma dovrebbe farcela. Il finale, per fortuna, è l’unico pezzo che non rende la storia di Khaled Abdel Rahman, giovane attivista di Alessandria, identica a quella di Giulio Regeni. Secondo quanto denunciano infatti la sorella del ragazzo e alcune Ong il ragazzo sarebbe stato preso nei giorni scorsi, torturato e poi abbandonato quasi morto con segni evidenti di tortura su tutto il corpo. «Ne ha ovunque — ha raccontato la sorella- e ci sono segni sui genitali di scariche elettriche».
Il caso di Khaled sarebbe l’ennesimo, secondo quanto denunciano le associazioni che seguono la vicenda dei desaparecidos egiziani, che si è verificato in questi mesi, a riprova che la morte di Giulio non è stato un fatto isolato. Non è un caso che ieri tra le persone arrestate ci sia anche Ahmed Abdallah, il direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’associazione che aveva e sta seguendo direttamente il caso di Giulio e quello degli altri ragazzi spariti nel nulla o uccisi in circostanze tutte ancora da chiarire. E’ stata fermata poi anche Basma Mostafa, la giornalista che aveva intervistato i familiari dei banditi uccisi nel conflitto a fuoco con la polizia, che accusavano gli agenti di aver portato e fatto ritrovare a casa loro i documenti di Giulio. La polizia ha poi denunciato la Reuters per lo scoop sull’arresto di Regeni, con il capo dell’agenzia internazionale di stampa che avrebbe dovuto lasciare il Cairo. Insomma, una situazione sempre più tesa che conferma il nervosismo delle autorità egiziane attorno al caso Regeni: Giulio sta diventando un simbolo anche in Egitto, nelle manifestazioni di ieri così come nei giorni scorsi decine di persone brandivano la sua fotografia come un vessillo di libertà contro il regime di Al Sisi. «Ed è per questo che a lui che dedico il mio 25 aprile» ha detto ieri Roberto Saviano.
Eppure nelle scorse ore erano arrivate, seppur timide, aperture agli investigatori italiani che hanno fatto ben sperare in tema di collaborazione. Gli egiziani hanno inviato qualche nuovo documento, ed è possibile che nelle prossime ore possano arrivare i primi tabulati richiesti dal procuratore Giuseppe Pignatone e dal sostituto Sergio Colaiocco che stanno conducendo le indagini. In settimana, su iniziativa egiziana, erano ripresi i contatti per riattivare i canali di cooperazione proprio dopo la nostra nuova rogatoria anche sulla base di un protocollo, firmato dalla Direzione nazionale antimafia in tema di sbarchi e traffico di persone, che assicura la piena reciprocità nelle indagini tra i due paesi. Ed, effettivamente, gli investigatori italiani hanno messo a disposizione tutto quello he c’era da mettere. Con il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari l’Italia aveva voluto lanciare un segnale chiaro che, però, fino a questo momento non aveva avuto alcun atto conseguente da parte dal Cairo. Al contrario, come ha dimostrato la scenetta della giornalista egiziana che ieri ha insultato in diretta Giulio (“Regeni? Un complotto. Che andasse al diavolo”), o le inchieste sui desaprecidos italiani (l’elenco degli scomparsi di Chi l’ha visto) condotte dai giornali governativi egiziani, si stava andando verso lo scontro totale. Ora, questa apertura. Che, visti i precedenti, potrebbe però avere il solito rumore della presa in giro.
BLINDATI, ARMI E AGENTISEGRETI
TRA I MANIFESTANTI BRACCATI
MA LA PIAZZA GRIDA: “AL SISI VIA”
di Fabio Scuto
“Le forze del male”, come il Feldmaresciallo Abel Fattah Al Sisi definisce i suoi oppositori, scompaiono dai marciapiedi intorno a Piazza Tahrir in un batter di ciglio. Le strade del centro pullulano di soldati, poliziotti, agenti in divisa e mukhabarat, uomini dei Servizi. Basta un sospetto e si finisce isolati dai passanti, spinti contro un muro. Poi un pullmino bianco accosta al marciapiedi, apre le porte scorrevoli e si finisce così inghiottiti da uno dei tanti apparati di sicurezza che il regime egiziano si è dato per dare la caccia ogni tipo di opposizione e restare in piedi. Scene simili a quelle di tre mesi fa, il 25 gennaio scorso quando anche Giulio Regeni fu “inghiottito” da una retata a strascico con il tragico esito che tutti conosciamo. Che ieri si è ripetuta per decine di volte nel centro del Cairo, dove il via vai abituale ieri era sostituito dagli agenti in borghese e il rumore dei clacson dal gracchiare delle radio appese alla cintura.
La polizia ha chiuso “per motivi di sicurezza” tutte le strade che portano alla sede del sindacato dei giornalisti. Via Abdel Khalek Tharwat, dove c’è lo stabile che lo ospita, è stata sbarrata con recinzioni in acciaio e presidiata dalle forze di sicurezza. L’esercito ha schierato mezzi blindati a Piazza Tahrir, epicentro delle proteste che nel 2011 portarono alla caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak, e in altri punti nevralgici della città. Il ministro dell’Interno, Magdy Abdel Ghafar aveva, dagli schermi della tv, ammonito i manifestanti dallo scendere in piazza, «non abbiamo dato alcun permesso per le manifestazioni di oggi e non permetteremo la violazione della legge in nessun caso. Le forze di sicurezza non consentiranno alcun attentato alla sicurezza della nazione».
In realtà i sostenitori di Al Sisi - qualche migliaio - hanno avuto la possibilità di entrare a Piazza Tahrir sventolando bandiere egiziane e cantando le lodi del Feldmaresciallo mentre nel cielo sfrecciavano i caccia.
Nel centro della capitale due settimane fa c’erano già state le prime proteste contro la “svendita” di due isolette sul Mar Rosso ai sauditi, intesa che ha risvegliato l’opposizione e l’ha spinta a scendere in piazza, unita nel voler usare come bandiera il nazionalismo ma sostanzialmente divisa in tante, troppe, anime come dimostra l’elenco eterogeneo dei fermati e le centinaia di sparizioni forzate segnalate negli ultimi quattro giorni.
L’Egitto di Al Sisi dice che le isolette Tiran e Sanafir, al largo del Sinai, appartengono all’Arabia Saudita, che le mise sotto protezione del Cairo nel 1950 perché temeva che Israele se ne potesse impadronire. Una “contesa” che ha aspettato 66 anni per trovare una soluzione (che fra l’altro soddisfa anche Israele). L’annuncio del “passaggio” è arrivato durante la “storica” visita - due settimane fa - dal monarca saudita, re Salman, che ha annunciato un pacchetto multi-miliardario di aiuti e investimenti, alimentando così i sospetti che le isole siano state vendute. «L’Egitto ha bisogno che la verità sia rivelata alla sua gente: attraverso il dialogo, non l’oppressione, con i documenti, le prove e le mappe, non con incursioni della sicurezza e arresti arbitrari » ha scritto l’editorialista Abdullah el-Sinnawy ieri sul quotidiano al-Shorouk. Al-Sisi insiste però sul fatto che l’Egitto non ha restituito un «pollice del suo territorio » e ha chiesto che la gente smetta di parlare di “svendita”. Ma è indubbio che il leader egiziano – due anni dopo aver preso il potere rovesciando il presidente islamista Mohammed Morsi – stia perdendo parte del consenso che aveva raccolto dal 2014 e anche settori della società che avevano premuto per una sua discesa in campo oggi si trovano su posizioni molto diverse. Le aspettative di un maggiore benessere si sono dissolte, il terrorismo islamico ha reso deserte le spiagge del Mar Rosso dopo la bomba sul jet dei turisti russi a Sharm el Sheikh. Se l’economia è in serie difficoltà, il rapimento, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni all’inizio di quest’anno hanno avvelenato i rapporti con l’Italia, uno dei più convinti sostenitori di Al Sisi nell’Ue e primo partner commerciale europeo.
Nel pomeriggio l’attenzione si è spostata a Giza, distretto dell’area metropolitana del Cairo sulla sponda occidentale del Nilo. Qui, come spiega un collega del quotidiano Al Masry Al Youm, la security ha ricevuto l’ordine di arrestare «qualsiasi manifestante». Infatti alle cinque sulla Mesaha Square, nel quartiere impiegatizio di Dokki dove fra l’altro abitava Giulio Regeni, non appena duecento persone si sono ritrovate e hanno iniziato a gridare slogan tipo “Pane, Libertà e Isole” e “Al Sisi Vattene” è intervenuta la polizia sparando gas lacrimogeni e pallottole di gomma. I manifestanti sono fuggiti nelle strade vicine per poi disperdersi. In meno di un’ora 23 arresti, decine di fermati. Ma a Dokki è successo anche qualcosa di “particolare”. Temendo un’altra ondata di disordini, dopo anni di turbolenze, molti residenti e negozianti si sono mostrati ostili verso i manifestanti. Dai balconi molti abitanti gridavano “traditori” ai dimostranti riuniti sotto in piazza, altri hanno cominciato a lanciare secchiate d’acqua, mentre la polizia si portava via sui suoi pullmini bianchi 4 giornalisti stranieri, incurante di permessi e accrediti stampa. Il giornalista, specie se straniero, nell’Egitto di Al Sisi è una categoria assimilabile al nemico.
GAS LACRIMOGENI SUGLI OPPOSITORI
OLTRE CENTOARRESTI
di Fabio Scuto
Vietate le proteste contro la cessione di due isole ai sauditi. Fermati 35 giornalisti: 10 restano in carcere
IL CAIRO. Un’ondata di arresti soprattutto al Cairo, caccia aperta non solo agli oppositori ma a tutti coloro che con una telecamera o un cellulare hanno cercato di riprendere le proteste nella capitale egiziana. Tutte le città d’Egitto ieri erano blindate fin dalle prime ore del mattino. Auto, camion e mezzi blindati di polizia e dell’esercito schierati a presidio dei luoghi simbolo, come piazza Tahrir al Cairo, migliaia di agenti per bloccare le manifestazioni annunciate dai gruppi di opposizione al presidente Abdel Fatah Al Sisi. Le proteste — subito vietate — erano contro la cessione delle due isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Incidenti, gas lacrimogeni e un centinaio di fermati solo nella capitale.
Il centro del Cairo è stato completamente isolato dal resto della città, alcune strade come quella che ospita il sindacato dei giornalisti — uno degli organismi di punta contro la repressione del regime — è stata chiusa con paratie d’acciaio. Chiunque ha cercato di avvicinarsi è stato fermato. Qui è finita in manette Basma Mustafa, la collega che intervistò per prima i familiari dei “presunti assassini” di Giulio Regeni uccisi tutti però in uno scontro a fuoco con la polizia. E poi ancora i colleghi Mohamed al Sawi, Mohamed al Shama e Mustafa Reda. Fra i fermati una decina di attivisti del Partito socialdemocratico egiziano, qualcuno del Movimento 6 aprile. Di prima mattina, era stato arrestato anche Ahmed Abdallah, capo della Commissione egiziana per i diritti e libertà, organizzazione che documenta le sparizioni forzate nel Paese. Altre decine di fermati, poi rilasciati a Dokki nel pomeriggio, dove un’altra protesta di 200 persone è “fallita” per l’intervento della polizia con gas lacrimogeni e pallottole di gomma. Il sindacato dei giornalisti ha denunciato l’arresto di 35 colleghi, 25 dei quali poi rilasciati in serata. ( f. s.)
Il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2016 (p.d.)
All’indomani della sua intervista a Otto e mezzo, a stupire Nicola Gratteri, neo procuratore di Catanzaro, è che tra tutte le sue dichiarazioni solo una sia stata ripresa dai principali quotidiani: “È vero, ho detto che Davigo ha sbagliato, ma nella forma, non nella sostanza. Piercamillo è un provocatore intelligente, brillante, perbene e indipendente. Uno dei pochissimi che può permettersi di parlare. Provocatore nel senso che vuole smuoverci dall’apatia, aprire il dibattito sulle falle del sistema. Quando dico che ha sbagliato a generalizzare, intendo che ha dato modo a chi vuole parlar d’altro di attaccarlo, anziché rispondere nel merito. A ogni modo non ha bisogno di difensori, vista la sua storia professionale”.
Quindi concorda con Davigo sul fatto che, rispetto a Tangentopoli, la corruzione in politica non è diminuita?
La situazione è molto più grave rispetto a 20 anni fa, come documentano diverse indagini degli ultimi anni. C’è stato un abbassamento dell’etica e in parallelo una sempre maggiore legittimazione delle mafie, che danno risposte più credibili della politica.
Com’è cambiato il rapporto mafia-politica?
Ormai sono i politici a cercare i mafiosi, non viceversa. I candidati alle Politiche, Regionali e Comunali vanno dal capo mafia a chiedere i voti. Solo nella Locride le ultimi indagini han detto questo e altro.
La sua commissione ha depositato 16 mesi fa le proposte per far funzionare la giustizia. Dove sono adesso?
La relazione si trova a Palazzo Chigi ed è stata anche inviata, su richiesta della presidente Bindi, alla commissione Antimafia. Quasi tutti i parlamentari ne hanno copia. Qualcosa, come il processo a distanza, è stato approvato alla Camera e aspetta di passare al Senato. Si discute anche dell’Agenzia dei beni confiscati. Ora è sotto esame l’ordinamento penitenziario, anche se stanno scrivendo l’esatto opposto di quel che abbiamo suggerito noi (volevamo la sostanziale abolizione del Dap per dare più poteri alla polizia penitenziaria, in nome di una maggior trasparenza). A occhio, han recepito circa il 5% del nostro lavoro.
Ma non è stato Renzi a volere questa task force?
Io mi aspettavo, o quantomeno sognavo che almeno parte delle riforme che Renzi mi ha chiesto passasse per decreto. Come quella più urgente, che dovrebbe essere meno controversa, per abbattere tempi costi del processo penale.
Invece nulla. Perché?
Abbattere i tempi del processo significa non arrivare alla prescrizione, specie per i reati ordinari, i tre quarti dei quali oggi non fanno in tempo ad arrivare in Cassazione. Rimettere in piedi un sistema efficiente è fondamentale anche per la lotta alla mafia. Se risolvi il problema di una truffa, magari l’imprenditore prende fiducia e la volta dopo ha il coraggio di denunciare un’estorsione. Forse, per questo tema così delicato, Renzi non ha i numeri in Parlamento. Queste riforme toccano centri di potere: se implementate, manderebbero in galera molti colletti bianchi.
Renzi ha ceduto pure a Napolitano, che non la voleva ministro della Giustizia.
Quella faccenda è andata ogni oltre previsione. Il veto c’è stato solo su di me, ma le ragioni non sta a me commentarle. È una domanda per l’ex capo dello Stato.
La sua commissione ha lavorato gratis per 6 mesi. Perché Renzi ve l’ha chiesto, se sapeva che avrebbe ignorato le vostre proposte?
Perché all’inizio era fortemente conscio della necessità di queste riforme. Quando ne parlavamo era entusiasta.
E adesso?
Non so. Una volta consegnato tutto, il mio compito è finito. E francamente questa situazione m’imbarazza: non sta a me convincerli a portare avanti un lavoro chiesto da loro.
I casi giudiziari che hanno investito la Guidi e indirettamente la Boschi gli avranno tolto un po’di entusiasmo.
Non dispero. Il lavoro resta attuale, non è superato. Il problema sono i centri di potere interni al Parlamento che non vogliono cambiare le cose.
Eppure il premier accusa solo i magistrati: “25 anni di barbarie giustizialista”.
I magistrati non sono marziani, sono il prodotto di questa società. La quasi totalità è perbene, onesta, preparata. Ma è ovvio che capita anche a noi di sbagliare, come al medico o all’avvocato. Solo che certi errori sono molto gravi, perché incidono sulla libertà delle persone. Abusi ce ne sono stati, ma han riguardato una minoranza della magistratura. E ricordo che, se sono venuti fuori certi “comportamenti” di magistrati infedeli, è perché altri magistrati li hanno indagati, rinviati a giudizio e in certi casi arrestati.
Renzi attacca i giudici, accetta i veti di Napolitano sul Guardasigilli e subisce un Parlamento che lavora per bloccare la giustizia. A un certo punto lei riconoscerà una responsabilità anche al premier o gli darà per sempre il beneficio del dubbio?
Io racconto la storia, le valutazioni fatele voi. Il mio dispiacere sta nella consapevolezza che molte di queste riforme sono determinanti.
Riforme - 416 bis e ter e autoriciclaggio - che ha sostenuto al Csm che la valutava per la Procura di Milano.
Urgenti e fondamentali. Basterebbe la volontà politica.
Cosa deve pensare un cittadino di questi paradossi?
Lo so, la gente percepisce questa situazione e si pone delle domande, ma non spetta a me puntare il dito. Io faccio il magistrato, non il politico.
Ma non si arrabbia mai?
Io ho l’entusiasmo di un trentenne, ma quando ti scontri e vedi il mondo, capisci che oltre a un certo punto non si può andare. Fare il Masaniello non serve. Perché poi ti etichettano come un pazzo - è successo a molti - e quello che vuoi comunicare non viene più preso sul serio. Io posso solo continuare a lavorare, adesso ho la Procura di Catanzaro a cui pensare. Ma, di fronte alle polemiche degli ultimi giorni, la risposta saggia sarebbe discutere. L’approccio campanilistico della politica è sbagliato. La guerra non possiamo permettercela. Renzi dovrebbe cogliere l’occasione per discutere dei grandi problemi della giustizia, per aprire un dialogo con i magistrati in appositi incontri di studio. Invece pare ci sia una gara ad avvelenare il clima. E sono certo che non era questo l’intento di Davigo.
Ecco svelato dal nuovo presidente del Consiglio nazionale della ricerche, recentemente nominato da Renzi, il principio morale sul quale si basa la politica renzista: «dobbiamo fare andare avanti l'Italia senza pensare a principi etici».
La Repubblica, blog Articolo 9", 24 aprile 2016
Qual è il rapporto tra renzismo ed etica?
La risposta a questa domanda spacca il Paese in due: gli antirenziani pensano che quel rapporto sia per lo meno ambiguo; i renziani pensano che la domanda sia mal posta, irrilevante, o maliziosa.
«L'Italia è ferma da anni. Siamo convinti di ciò che stiamo facendo e non ci fermeremo davanti a chi dice sempre e solo no. La musica con noi è cambiata», dice Renzi. E aggiunge: «Sbloccare l'Italia dalla burocrazia, dalle risorse ferme negli angoli del bilancio, della paura degli amministratori e dei dirigenti, dalle incertezze del governo centrale: questo l'obiettivo che ci eravamo dati due anni fa e che continuiamo ad avere in testa».
È la filosofia dello Sblocca Italia, che permette di ‘fare’ abbattendo drasticamente i controlli su come si ‘fa’. E questo è il punto: perchè non c'è dubbio che il Paese debba ripartire, ma il sospetto è che si vogliano invece far ripartire solo gli affari di una cerchia di amici. Modello Tempa Rossa, insomma.
Quando fu approvato, la Banca d’Italia fece notare, in un’audizione formale alla Camera, che «il disegno di legge Sblocca Italia fa ricorso, per accelerare la realizzazione di infrastrutture, a deroghe alla disciplina ordinaria che possono comportare rischi in termini di costi e tempi di esecuzione delle opere, nonché di vulnerabilità alla corruzione». A queste obiezioni la risposta è stato il solito mantra: «non ci fermeremo davanti a chi dice sempre e solo no». E quando le inchieste di Potenza sul petrolio hanno dato ragione a Bankitalia, Renzi ha insistito: «Siamo governo che sblocca le opere, se è reato io l'ho commesso».
Che questo venga ripetuto dai ministri, dal partito, dai commentatori allineati: ebbene, lo si può capire. Ma quando arriva a dirlo il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche appena nominato dal governo: beh, significa che la classe dirigente italiana, adusa da secoli a servire, ha ormai metabolizzato fino in fondo il linguaggio dei nuovi padroni. E, come sempre succede in questi casi, il cortigiano ultimo arrivato è maldestramente esplicito, e finisce col dire a chiare lettere ciò che invece si dovrebbe solo sottintendere: «dobbiamo fare andare avanti l'Italia senza pensare a principi etici». Il dono della chiarezza, finalmente: come sottolinea Enzo Boschi, in un ritratto al vetriolo del collega scienziato.
Ecco svelata la visione delle cose che sorregge lo Sblocca Italia e alimenta la sua retorica: una visione secondo la quale finora l’Italia sarebbe stata frenata non dalla corruzione, ma dall’etica. Un’analisi curiosa, per un Paese che, nelle classifiche sulla corruzione, sta fuori di ogni media europea, e anzi è messo peggio di Namibia o Ghana.
Ma nulla: «dobbiamo fare andare avanti l'Italia senza pensare a principi etici». Che lo dica colui che presiede anche la commissione per l’etica della ricerca è un segnale drammatico per la comunità scientifica italiana: ma soprattutto è preoccupante il fatto che (quasi) nessuno trovi mostruose queste parole, mentre contemporaneamente fanno scandalo quelle normalissime del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Piercamillo Davigo.
Silenzio: «dobbiamo fare andare avanti l'Italia senza pensare a principi etici». L’obiettivo è raggiungere la Somalia e la Corea del Nord, che guidano la classifica dei paesi più corrotti. Niente paura: se non disturbiamo i manovratori, ce la faremo.
«L’agenzia Reuters: Giulio fermato il giorno della sua scomparsa, condotto in caserma e poi trasferito “Le informazioni sono confermate da sei fonti dell’intelligence e degli apparati di sicurezza egiziani”». La Repubblica, 22 aprile 2016
Sei diverse fonti di Polizia e Intelligence del Cairo convincono la prestigiosa agenzia di stampa inglese Reuters a ritornare sul sequestro e la morte di Giulio Regeni per concludere che si è trattato di un omicidio di Stato. Perché Giulio venne fermato la sera del 25 gennaio dalla Polizia egiziana durante uno dei tanti rastrellamenti nella zona di piazza Tahrir per poi essere consegnato agli interrogatori e alle torture della Sicurezza Nazionale, il tentacolare Servizio segreto Interno.
Le sei fonti, cui la Reuters garantisce l’anonimato per proteggerle dal regime, ricostruiscono una catena di eventi logicamente compatibile con le poche e lacunose risultanze investigative di due mesi e mezzo di indagini. E il loro racconto, nella sostanza, lì dove cioè accredita che Giulio venne fermato dalla Polizia per poi essere “ceduto” ai Servizi, torna a sovrapporsi al cuore della testimonianza in chiaro postata su Facebook il 6 febbraio scorso dall’ex generale dissidente Omar Afifi, al contenuto delle mail anonime ricevute da Repubblica tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile, alla ricostruzione che la stessa Repubblica ha fornito nelle settimane scorse sul luogo della scomparsa di Giulio - la zona di piazza Tahrir, per l’appunto - e sull’identità dei suoi sequestratori, squadre della Polizia egiziana che, quella sera del 25, erano sotto il comando del generale ed ex torturatore Khaled Shalaby.
Nel dettaglio, le fonti della Reuters riferiscono che Giulio venne prelevato la sera del quinto anniversario della Rivoluzione da uomini della Polizia egiziana durante un rastrellamento in una zona vicina alla fermata del metro “Gamal Abdel Nasser”, un chilometro in linea d’aria, 15 minuti a piedi, dall’altra fermata del metro “Sadat” di piazza Tahrir dove, ne sono convinti i nostri investigatori, proveniente da Dokki, Giulio arriva intorno alle 20 del 25 gennaio per raggiungere l’amico Gennaro che lo aspetta in un bar non lontano. Con Giulio - aggiunge la Reuters - viene fermato un non meglio identificato cittadino egiziano ed entrambi vengono caricati su un «minivan bianco con targa della Polizia» che li depositerà nella caserma di Izbakiya, dove un ufficiale di polizia riferisce all’agenzia di stampa inglese di ricordare il trasferimento di “un italiano” e da dove, dopo appena trenta minuti, saranno trasferiti nel famigerato compound di Lazoughli, uno dei buchi neri in cui la Sicurezza Nazionale normalmente seppellisce oppositori e “sospetti” destinati a non rivedere più la luce.
Naturalmente, la ricostruzione della Reuters è stata immediatamente smentita dal portavoce del Ministero dell’Interno egiziano, così come da fonti della Sicurezza Nazionale (citate dalla stessa agenzia) che sono tornate ad escludere qualsiasi coinvolgimento di Polizia e Intelligence sostenendo che l’unico contatto di Giulio con gli apparati della sicurezza egiziana sia stata la stampigliatura del visto sul passaporto al momento del suo ingresso al Cairo.
Smentite che equivalgono ormai da due mesi a vuote petizioni di principio perché sempre lontane da qualsiasi fatto o circostanza obiettiva. E a cui non solo non crede il nostro Paese, ma, ora, ufficialmente respinte anche dagli Stati Uniti in occasione dei recenti incontri avuti al Cairo dal Segretario di Stato John Kerry con i vertici del governo e della Presidenza egiziana. «Abbiamo ribadito — ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby — che i dettagli che sono venuti alla luce dopo la morte di Giulio Regeni hanno sollevato domande sulle circostanze stesse della morte che riteniamo possano essere risolte solo con un’indagine imparziale e completa».
Gli orrori dell'Occidente, esportatore di libertà, fraternità, eguaglianza, e modello su cui plasmare le civiltà altrui. E arruolatore di bambini in eserciti privati assunti dai governi per combattere in M.O.. Leggete per comprendere. Indro online, aprile 2016
Impala. Nonostante tutte le precauzioni prese dallo Stato Maggiore e dal Governo britannico l’arruolamento di ex bambini soldato della Sierra Leone come mercenari per guerre segrete in Iraq e Medio Oriente è diventato uno scandalo di proporzioni internazionali, reso pubblico dal quotidiano The Sierra Leone Telegraph ‘e ripreso dal quotidiano inglese ‘The Guardian‘. La società di sicurezza privata AEGIS Defences Services per dieci anni (2005 – 2015) ha reclutato ex bambini soldato della Sierra Leone trasformandoli in mercenari inviati in Iraq per combattere nel contesto dell’invasione anglo-americana che abbatté il regime di Saddam Hussein. Il Direttore della AEGIS è Sir Nicholas Soames, un parlamentare della destra Tory Party e nipote del Primo Ministro Winston Churchill. Gli ex bambini soldati africani hanno combattuto nel contesto di contratti di ‘assistenza militare‘ tra la AEGIS e il Pentagono per svariati milioni di dollari.
Gli ex bambini-soldato venivano addestrati dal contingente militare britannico presente in Sierra Leone per mantenere la pace nel Paese e proteggere la popolazione. Dopo l’addestramento venivano inviati in Iraq per completare i ranghi di mercenari inglesi, americani e nepalesi arruolati dalla AEGIS tra le fasce più deboli della popolazione dei tre rispettivi Paesi. La compagnia paramilitare britannica applicava una discriminazione razziale sulla paga dei mercenari africani pari a 16 dollari al giorno, i loro camerati nepalesi, infatti, venivano pagati 25 dollari e i mercenari occidentali 100 dollari. Nonostante questa palese discriminazione sul trattamento economico per una delle professioni più pericolose al mondo, 2.500 ex bambini soldato sierraleonesi hanno firmato il contratto con la AEGIS causa la totale mancanza di prospettive professionali nel loro Paese.
Tra coloro che avrebbero favorire il reclutamento e tollerato le attività della AEGIS spicca il nome del Presidente sierraleonese Ernest Bai Koroma, accusato di aver escluso la maggioranza della popolazione dai benefici della ricostruzione post bellica e ripresa economica. La compagnia di sicurezza internazionale AEGIS è stata fondata nel 2002 da Tim Spicer, un ex ufficiale delle Guardie Scozzesi al centro di uno scandalo scoppiato nel 1998 riguardante vendite illegali di armi inglesi in Sierra Leone, attuato dalla ditta Sandline di cui Spicer era direttore. Nonostante l’embargo internazionale imposto al Paese africano, Spicer vendette al Governo e ai ribelli 100 tonnellate di armi e munizioni. Evitò la prigione grazie all’amicizia con il nipote di Churchill, che nel 2003 divenne socio della AEGIS, assumendo il ruolo di direttore. Il reclutamento della AEGIS in Sierra Leone è stato facilitato dall’Esercito britannico, dal Governo di Freetown e da personale militare della Missione di Pace ONU in Sierra Leone (UNAMSIL), che aveva il compito di demobilizzare i 10.000 bambini soldati reclutati durante la guerra civile.
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| Small Boys Unit |
Secondo indagini di giornalisti della Sierra Leone l’arruolamento degli ex bambini soldati effettuato dalla AEGIS è stato particolarmente selettivo e avente l’obiettivo di reclutare i ‘migliori’ ex bambini-soldato. La maggioranza dei mercenari sierraleonesi ha un passato di guerriglieri militanti nel Revolutionary United Front (RUF) la guerriglia che fece scoppiare la guerra civile nel 1991, terminata nel 2002. Il RUF rapiva minori tra i 07 e i 15 anni costringendo i maschi a diventare soldati, e le femmine, prostitute.
Sommariamente addestrati venivano inquadrati in unità di combattimento note come Small Boy Unit. Il vero addestramento militare avveniva ‘on the job’ facendo pratica sul fronte. Inizialmente gli Small Boys venivano impiegati in operazioni di terrorismo contro i civili nei villaggi e cittadine conquistate dal RUF. Dopo essersi accertati della ferocia e della capacità di uccidere a sangue freddo decine di civili inermi, i comandanti del RUF impiegavano le unità minorili in veri e propri combattimenti contro l’Esercito regolare e i mercenari sudafricani.
I comandanti del RUF distribuivano ai minori alcool e droghe allucinogene durante l’addestramento e i combattimenti. Usavano, inoltre, una brutale disciplina fatta di esaltazioni dei minori, punizioni corporali e privazioni di cibo per trasformare i bambini in macchine da guerra capaci di eseguire automaticamente ordini di sterminio, stupri collettivi, mutilazioni e altri crimini di guerra. Negli addestramenti si insegnava come mutilare le persone utilizzando civili fatti prigionieri in precedenti razzie compiute dal RUF. Anche l’Esercito regolare ha fatto uso di bambini-soldato, anche se in proporzioni minori e limitando l’arruolamento al sedicesimo anno di età. Si calcola che 10.000 bambini hanno preso parte alle operazioni belliche sui opposti fronti durante il conflitto della Sierra Leone. Il Tribunale Speciale per la Sierra Leone ha inserito il reclutamento dei minori nei capi d’accusa rivolti ai leader del RUF, processati per crimini contro l’umanità inserendo nelle procedure giudiziarie il concetto di responsabilità personale come previsto dallo e dalla Convenzione dei Diritti dei Minori
Non servono i carri armati per distruggere la democrazia: basta svuotarne le istituzioni. I Renzichenecchi hanno imparato bene a usare strumenti dolci, come quello di annullare l'esito dei referendum sgraditi con congiure di palazzo e con leggi e leggine approvate da un parlamento finto.
Attac Italia, 21 aprile 2016
Non sono passati più di tre giorni dalla rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni (“referendum inutile”, come certamente hanno capito gli abitanti di Genova), che il governo e il Pd compiono l’ulteriore atto di disprezzo della volontà popolare.
Il tema questa volta è l’acqua e la legge d’iniziativa popolare, presentata dai movimenti nove anni fa, dopo aver raccolto oltre 400.000 firme. Una legge dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza e ripresentata, aggiornata, in questa legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.
La legge è stata approvata ieri alla Camera, fra le contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5S e SI, dopo che il suo testo è stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Partito Democratico e del governo, al punto che gli stessi parlamentari che lo avevano proposto hanno ritirato da tempo le loro firme in calce alla legge.
Nel frattempo, procede a passo spedito l’iter del decreto Madia (Testo unico sui servizi pubblici locali) che prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal voto referendario.
Un attacco concentrico, con il quale il governo Renzi prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull'acqua del giugno 2011 (oltre 26 milioni di “demagoghi” secondo la narrazione renziana), sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all'ostacolarne l'esito, all'incentivarne la non applicazione, ad impedirne l'attuazione.
Il rilancio della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l'ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Partito Democratico, Governo Renzi e Ministro Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.
Ma poiché la spoliazione delle comunità locali attraverso la mercificazione dell’acqua e dei beni comuni, necessita una drastica sottrazione di democrazia, ecco che lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sull’acqua e lo schiaffo al vittorioso referendum del 2011 non rappresentano semplici effetti collaterali di quanto sta accadendo, bensì ne costituiscono il cuore e l'anima.
A tutto questo occorre rispondere con una vera e propria sollevazione dal basso, con iniziative di contrasto in tutti i territori e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto Madia, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua all’interno della stagione appena aperta dei referendum sociali.
Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.
La reale entità del risultato del referendum e le prospettive che si aprono per fronteggiare il rischio che la prossima decisiva consultazione referendaria, quelle sulla "deforma costituzionale", si concluda con la vittoria definitiva del renzismo.
Il manifesto, 20 aprile 2016
Gli elettori italiani, malgrado le tante delusioni, sono sempre più concreti e seri di tanti loro rappresentanti. Anche questa volta la mia impressione è che chi era informato è andato a votare e che lo abbia fatto più per i contenuti del referendum che per motivazioni politiche generali o per seguire indicazioni di partiti ai quali sempre meno persone credono.
Parto da una constatazione: la percentuale di votanti di oggi, 32%, è perfettamente identica a quella dei sette referendum abrogativi del 2000 (tra il 31.9% ed il 32,5%). Per capire se il risultato debba essere interpretato come una vittoria o una sconfitta è opportuno ricordare alcune peculiarità. Ci sono, infatti, più che nelle occasioni precedenti, molti fattori che hanno agito nella direzione di una minore affluenza.
Vediamone i principali: 1)- in tutti in sondaggi dell’ultimo anno la somma di indecisi ed astenuti si è stabilizzata ormai intorno al 50%. 2)- questo referendum non è nato da una raccolta di firme con i tavolini dei promotori alcuni mesi prima. E’ stato richiesto da alcune regioni, istituzioni che non vivono di grande prestigio tra la gente ed il suo svolgimento è stato incerto fino all’ultimo.
3)- il quesito sul quale si è votato è l’unico rimasto dei sei di partenza perché cinque sono stati risolti depotenziando quello che restava; 4- il quesito rimasto riguardava un tema poco legato ad effetti visibili ed immediati ed interessava più “direttamente” solo alcune aree che lo hanno promosso (non a caso la percentuale di votanti dell’area adriatica è stata superiore di quasi dieci punti rispetto a quella delle altre regioni); 5- il connotato ambientalista che lo ha caratterizzato ha riproposto un tema divisivo come quello della contrapposizione ambiente-lavoro abilmente sfruttato e che ha diviso anche il sindacato; 6- l’informazione di merito avrebbe dovuto essere, proprio per la complessità detta, più ampia di quella registrata nelle precedenti occasioni; è stata, al contrario, molto più bassa.
Considerando l’insieme di questi aspetti, che sedici milioni di elettori siano andati a votare ed oltre tredici milioni abbiano votato Si è un fatto di non poco conto. Certamente i comportamenti elettorali sono stati influenzati dalle appartenenze politiche, ma solo in minima parte. Stando alle indagini sulle intenzioni di voto degli elettori dei singoli partiti avrebbero votato la metà degli elettori del M5S e della Sinistra Italiana, il 27% degli elettori di destra, ed, udite, udite, il 27% degli elettori del Pd. Poiché in tutti gli elettorati una parte consistente degli elettori che votano alle politiche non va a votare ai referendum questo 27%, orientato a votare, fa pensare che gli obbedienti a Renzi siano stati non molti di più di quelli disobbedienti.
Detto questo, però, non possiamo non vedere l’altra faccia della medaglia. Il mancato raggiungimento del quorum lo rende non valido e per chi puntava al suo fallimento è una vittoria perché quello che conta è il messaggio sintetico arrivato al paese. Il premier che non deve perdere mai non ha perso un minuto per cantare vittoria – a nome addirittura dei lavoratori che hanno salvato il loro lavoro – e questo messaggio ha offuscato tutte le altre interpretazioni apparse come le solite parole, rabbiose, di chi ha perso, ma non vuole ammetterlo.
Vincere, quindi, è stato facile. Ma diciamocelo: Renzi è un grande maestro nel giocare solo le partite che sa di vincere prima di giocarle. La sua carriera politica si è tutta snodata su questo principio di “buona” politica: scegliere il terreno di gioco (ha fatto decadere gli altri quesiti referendari tranne questo), assegnare i ruoli anche agli avversari (il governo per la difesa del lavoro nelle piattaforme, gli altri contro), scegliere il momento (non accorpamento con le amministrative).
La carriera del leader ha avuto un iter con tutti i passaggi tipici di un percorso professionale, ma ogni tappa è contrassegnata da una scelta: utilizzare lo scalino già raggiunto per preparare il balzo a quello successivo e farlo solo nel momento in cui si sono create le condizioni della vittoria sicura. Così è stato con la scalata al partito, poi con quella al governo, adesso col referendum. E, nel cronoprogramma, così dovrebbe essere col prossimo referendum costituzionale.
Ogni tanto opinionisti vari si cimentano col confronto Craxi – Berlusconi – Renzi. Ed in questa occasione il confronto era facile, il “non votare” di Renzi troppo simile al “tutti al mare” di Craxi.
I tre personaggi sono fortemente diversi per storia, cultura politica, personalità. Ma se le persone sono diverse, le politiche che essi rappresentano appartengono allo stesso ceppo e sono in perfetta continuità. Craxismo, berlusconismo, renzismo sono tre tempi della stessa politica, quella affermatasi come reazione alle conquiste nei diritti e nella distribuzione del reddito dei trent’anni seguiti al dopoguerra che nei paesi guida ha assunto le vesti della Thatcher e di Reagan ed in Italia quelle più italiote di Berlusconi.
Adesso il ciclo è al suo culmine: simbolicamente Craxi lo aprì con l’abolizione della scala mobile, Renzi lo conclude con quella dell’articolo 18. Ma a questo punto Renzi ha già compiuto un passo avanti perché dai predecessori ha imparato una cosa: se non si vogliono subire i contraccolpi delle politiche fatte che ne hanno segnato la sconfitta, occorre assicurarsi un potere assoluto di governo. Su questo punto i predecessori ci hanno provato senza riuscirci dovendo fare i conti con l’opposizione del Pci ed eredi. Renzi, perciò, ha prima conquistato gli eredi e subito dopo, con la riforma costituzionale e con l’Italicum, ha piantato i pilastri del potere assoluto di governo.
Così egli ha già segnato due punti a suo favore e col Si ad ottobre, avendo già incassato la legge elettorale, vuole garantirsi il potere per i prossimi cinque anni (solo gli ingenui possono credere che se vincerà il prossimo referendum resisterà alla tentazione di saltare i congresso del partito e di portarci alle elezioni). Proprio per questo egli ha caricato di significato il referendum e sta già preparando il passaggio al gradino successivo, il prossimo referendum costituzionale, saltando non ha caso le amministrative perché in questo caso la vittoria non è facile.
A sinistra, adesso, si pongono, alla luce del referendum svolto, problemi decisivi e non rinviabili. Li elenco solamente sperando che su di essi si possa sviluppare un ampio confronto: in queste elezioni amministrative è determinante che la linea Renzi venga sconfitta; il prossimo referendum non nasce da una processo partecipato di raccolta firme, dobbiamo farlo vivere tra le persone nei contenuti e chiedere, con i radicali, che i quesiti vengano disaggregati per impedire il referendum su Renzi Si o Renzi No; dobbiamo trovare il modo di modificare al più presto la legge elettorale prima dello svolgimento del referendum; la sinistra Pd in questi mesi si gioca il suo futuro e determinerà quello del paese: occorre allora che essa agisca alla luce del sole sul referendum ed occorre, nel concreto delle scelte da fare, costruire una relazione tra tutte le forze che vogliono contrastare la deriva renziana prima che sia troppo tardi per arrestarla.
L’Eurodeputata Barbara Spinelli analizza la sciagurata proposta che l'italiano Renzi ha inviato a Bruxelles: e ne segnala puntualmente i 10 punti più preoccupanti. In sintesi, «disinteresse totale sui diritti umani».
Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2016 (p.d.)
La lettera inviata dal presidente del Consiglio Renzi al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, unitamente all’allegato “Patto sulla migrazione”, denotano un’impressionante indifferenza alle obiezioni rivolte alle politiche comunitarie dall’Alto Commissariato dell’Onu sui rifugiati, da Human Rights Watch e da Amnesty International. Sono del tutto ignorati i sospetti d’illegalità che gravano sull’accordo tra Unione e Ankara, e le reali condizioni dei fuggitivi rimpatriati in Turchia, che il governo Erdogan respinge in gran numero (un migliaio negli ultimi 6-7 mesi, compresi bambini non accompagnati), nelle zone di guerra siriane da cui erano originariamente scappati.
Si continua a parlare di “crisi dei migranti”, quando è ormai evidente che siamo alle prese, da anni, con una crisi di rifugiati. O per meglio dire: di una crisi dell’Unione e della sua capacità di fronteggiare un afflusso di rifugiati pari allo 0,2% della sua popolazione. Del tutto assente, nella lettera della presidenza del Consiglio come nell’allegato non paper, qualsiasi accenno all’obbligo di rispettare i diritti della persona e il principio del non-refoulement, da parte degli Stati europei come dei Paesi terzi. Simile omissione non sorprende, se si considera il piano nel suo insieme. Anche se largamente contestato, l’accordo con la Turchia è presentato come ammirevole modello per una serie di accordi simili: un modello che secondo Renzi deve essere “ulteriormente sviluppato” ed esteso ad altri Paesi africani, e in particolare a quelli che sono parte del processo di Khartoum e di Rabat (tra cui Paesi dominati da dittatori come Eritrea o Sudan). Obiettivo: una grande trattativa euro-africana, con forti promesse di assistenza finanziaria, per i rimpatri dei rifugiati e la “gestione delle frontiere” da parte dei Paesi terzi, sia di transito che di origine. Ecco i 10 punti più preoccupanti della proposta italiana:
1) La disgregazione dello spazio Schengen sarebbe dovuta alla “sfida migratoria”, e non a precisi difetti dei successivi Piani di azione adottati da Commissione e Consiglio dell’Unione, rivelatisi incapaci di una politica di asilo rispettosa delle leggi europee e internazionali (Carta europea dei diritti fondamentali; Convenzione di Ginevra).
2) Nessuna menzione è fatta di altri punti di crisi geopolitica, a parte quello siriano. Nessun accenno alla guerra in Afghanistan, cui il governo italiano continua a partecipare senza render conto dell’evoluzione del conflitto. Nessun accenno al caos creato dall’intervento militare in Libia del 2011. Nessun accenno alla dittatura in Eritrea, da cui fuggono in migliaia.
3) Discutibile la valutazione della rotta Mediterraneo centro-occidentale, riattivatasi dopo la chiusura di quella balcanica. La rotta verso l’Italia è descritta come “prevalentemente composta da migranti economici”, senza che siano fornite cifre attendibili e operando distinzioni arbitrarie e sbagliate.
4) Nel proporre l’accordo Ue-Turchia come modello di un globale piano di rimpatri, il governo italiano invita a valutare una serie di caratteristiche dei Paesi di origine e di transito da cui partono i fuggitivi (trend economici e sociali, sicurezza, cambiamento climatico) ma non il rispetto dei diritti delle persone, e in particolare di chi sceglie di chiedere asilo fuggendo verso Paesi rispettosi di tali diritti.
5) Il grande Patto Unione-Paesi terzi africani contempla una cooperazione globale e indiscriminata, poliziesca e giudiziaria, concernente la gestione della sicurezza lungo i confini del Paesi terzi, la “comune” lotta ai trafficanti, al terrorismo, alla droga: mescolando quello che non può essere mescolato.
6) Lo scopo è solo quello di ridurre la cosiddetta migrazione irregolare, omettendo di ricordare come tutti i rifugiati siano per definizione migranti irregolari.
7) Nella cintura del Sahel (Nord Senegal, Sud Mauritania, Mali centrale, Nord Burkina Faso, Sud Algeria, Niger, Nord Nigeria, Sud Sudan, Ciad, Nord Eritrea) si propone una presenza poco definita di forze di stabilizzazione europee, che collaborino con i Paesi in questione nell’ambito della sicurezza sia esterna che interna, senza chiedere il rispetto delle leggi internazionali.
8) In Libia si torna a prospettare un ulteriore sviluppo dell’operazione Eunavfor Med Sophia, e si pone l'accento sulla necessità di aiutare il governo più che fragile a fronteggiare sfide radicalmente diverse come i trafficanti, il terrorismo, il “management dei flussi migratori”. Si vuol “stabilizzare la Libia” per meglio rimpatriarvi i rifugiati, come nell’accordo Berlusconi-Gheddafi del 2008.
9) La gestione del Migration Compact proposto dal governo Renzi è essenzialmente affidata alle nuove Guardie di frontiera dell’Unione. I compiti di Frontex vengono estesi, senza alcun accenno alle deficienze insite in un’Agenzia dell’Unione di natura poliziesca, che non si occupa, se non in casi di estrema necessità, della ricerca e soccorso dei fuggitivi minacciati da naufragi in mare, e che ha dimostrato di non esser congegnata in maniera tale da rispettare pienamente i diritti dei rifugiati, permettendo loro di appellarsi a meccanismi di garanzia giuridica e di ricorso in caso di respingimenti abusivi o collettivi.
10) In questo quadro, l’accenno alle vie d’immigrazione legale – e alle “opportunità” che essa rappresenta dal punto di vista economico e demografico – assume un significato preciso e altamente restrittivo. Le vie si apriranno solo nella misura in cui le imprese europee si mostreranno interessate all’impiego di manodopera proveniente da Paesi terzi. Il riferimento è a una decisione presa dal Consiglio europeo nel 1999: ben prima che nascesse in Europa la crisi odierna dei rifugiati. L’espediente è notevole: si torna agli anni 90, fingendo che il presente non esista.
«In Europa l’apprensione è stata generata dall’immagine di disorganizzazione e di mancanza di solidarietà tra gli Stati europei. Se i flussi fossero stati gestiti diversamente, si sarebbe evitata una paura crescente». Intervista di Maurizio Caprara a Filippo Grandi,
Corriere della Sera, 18 aprile 2016 (m.p.r.)
«I movimenti di popolazioni sono inevitabili. Respingere i migranti con le barriere è un’ingenuità». Così dice al Corriere il responsabile Onu, Filippo Grandi.
«Certo in Italia non è in corso un’invasione. E se si riescono a trovare gli strumenti europei per rispondere all’attuale flusso di profughi non ci sono motivi di apprensione», ha detto al Corriere della Sera Filippo Grandi, l’alto commissario dell’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, dopo essere intervenuto ieri all’assemblea generale della Commissione Trilaterale riunita a Roma. L’Unhcr, sigla di United Nations High Commissioner for Refugees, è una struttura dotata di antenne utili per farsi un’idea non improvvisata su che cosa si muove nel mondo, sugli spostamenti di massa: è costituita da 9.700 persone al lavoro in 126 Paesi per assistere 60 milioni di profughi. Grandi è il primo italiano a guidarla.
Lontano dai luoghi di impatto e concentrazione dei flussi, la realtà è davvero quella allarmante che si percepisce guardando alcune trasmissioni in tv o leggendo molte dichiarazioni politiche? E le risulta che nei primi tre mesi e mezzo del 2016 gli sbarchi in Italia abbiano aumentato gli arrivi di profughi e migranti del 55% rispetto al 2015?
«La nostra lettura è che al 15 aprile c’è stato l’11% in più di arrivi rispetto allo stesso periodo del 2015. Si è registrata un’intensificazione in gennaio e in marzo. Occorre vedere che cosa accadrà quando sarà passato più tempo dalla chiusura della rotta di passaggio dal Medio Oriente alla Turchia».
C’è chi teme più sbarchi di siriani. Ha senso temerlo?
«Per adesso verso l’Italia si è registrato un leggero aumento di arrivi di persone da tempo bloccate in Libia, per lo più africane. Bisognerà vedere se aumenteranno i siriani e altri da quella regione, in quel caso significherà che si è sviluppato un nuovo percorso dal Medio Oriente. Comunque sarà impossibile fermare questo fenomeno soltanto con strumenti di chiusura».
Perché?
«I movimenti di popolazioni, oggi, sono inevitabili. La tecnologia che noi abbiamo in Occidente per i nostri spostamenti è a disposizione anche di chi si muove da Paesi meno abbienti e dei trafficanti di esseri umani. Che si tratti di rifugiati o di migranti per ragioni economiche credere di respingerli con barriere è un po’ ingenuo. Capisco che dal punto di vista elettorale possa servire dirlo. Sul breve periodo. Ma il problema si ripresenterà».
E perché secondo lei non dovrebbe derivarne apprensione?
«In Europa, oltre che dalle propagande alle quali accennavo, l’apprensione è stata generata l’anno scorso dall’immagine di disorganizzazione e di mancanza di solidarietà tra gli Stati europei. Se i flussi fossero stati gestiti diversamente, si sarebbe evitata una paura crescente».
Le sembra mancata capacità di decidere o di agire?
«Le decisioni erano positive quando l’estate scorsa l’Europa, anche se non tutti i suoi Stati, ha stabilito di ricollocare al suo interno rifugiati venuti da fuori. Però poi la redistribuzione non è stata applicata. Così ci sono stati arrivi non coordinati in Germania, Svezia e Austria, con impressione di disordine. E si è avuto un imbottigliamento totale in Grecia, un Paese nel quale adesso si trovano oltre 50 mila persone in più e al quale andrebbero aumentati gli aiuti».
Ripartire i rifugiati in base a quote tra Stati dell’Unione Europea avrebbe ridotto le presenze in Italia, Paese che comunque per molti di loro non è la meta finale. Quali altri effetti avrebbe prodotto la «ricollocazione»?
«Si sarebbe dimostrato che il problema era gestibile. La scelta in seguito è stata di “esternalizzare” (come le aziende che assegnano a esterni servizi prima forniti dalle stesse imprese, ndr ) i confini europei. È il senso dell’accordo con la Turchia».
Quanto conta come fattore di attrazione di migranti il mercato nero del lavoro?
«Noi ci occupiamo di rifugiati, ma anche il resto è sotto i nostri occhi. Se organizzare meglio i flussi è una parte della risposta a questo fenomeno, farlo per i migranti economici è fondamentale. L’Europa ha bisogno della forza-lavoro derivata dalle emigrazioni. L’importante è offrire alternative organizzate ai canali attuali, e ciò darebbe una spallata ai movimenti irregolari. Per riuscirci però occorre agire su grandi numeri. Oggi si parla di invasione, ma in realtà…».
In realtà?
«…i migranti arrivano irregolarmente e quindi possono essere più facilmente sfruttati».
Quali sarebbero le strade adatte secondo lei?
«Il gesto di papa Francesco a Lesbo è stato eccellente. Prendendo con sé tre famiglie di rifugiati siriani ha dato l’esempio, e il suo non poteva non essere simbolico. Si darebbe un colpo a trafficanti e scafisti se nell’Ue e nel mondo si predisponessero per il 10% dei profughi siriani - circa 400 mila persone su oltre 4 milioni adesso raccolte in prevalenza in Libano, Giordania e Turchia - canali legali con ricongiungimenti familiari, borse di studio, visti umanitari privilegiando i più deboli. Poi occorre agire per fermare le guerre, anche se richiede tempo».
«Voglio chiarire qualcosa di importante alla comunità europea ed anche agli egiziani: il nostro lavoro è proteggere una nazione di 90 milioni di persone. Non potete immaginare cosa succederebbe al mondo intero se questo Paese crollasse». Lo stato di polizia con conosce eccezioni: Italia, Egitto, ... .
La Repubblica, 18 aprile 2016 (m.p.r.)
Parigi. «Siamo esposti a forze malvagie che cercano con tutte le loro energie di scuotere la stabilità dell’Egitto e tentano di dare un’impressione non vera su quello che succede nel nostro Paese». Abd al-Fattah Al Sisi è costretto alla difensiva nel giorno dell’arrivo di François Hollande al Cairo. I due leader si abbracciano a bordo pista, poi però la conferenza stampa congiunta prende una piega non gradita al presidente egiziano. «I diritti dell’uomo sono un mezzo per lottare contro il terrorismo» dice subito Hollande rispondendo alla domanda di una cronista francese sulle continue violazioni dei diritti umani. Al Sisi è visibilmente innervosito dall’argomento. Il leader socialista, accusato in patria da alcune Ong di un “silenzio assordante” a proposito di repressione e abusi del regime del Maresciallo, è costretto a prendere una posizione ufficiale. «La lotta contro il terrorismo», spiega Hollande, «suppone fermezza, ma anche uno Stato, ed uno stato di diritto, è questo che la Francia evoca quando parla di diritti umani: i diritti umani non sono un vincolo, sono anche un modo di combattere il terrorismo».
La visita di Hollande era prevista da tempo per suggellare nuovi affari tra i due Paesi e discutere di questioni internazionali, dalla Siria alla Libia. Ma il debutto è teso. Hollande sostiene di aver parlato con Al Sisi sia del caso di Giulio Regeni che di quello di Eric Lang, insegnante francese trovato morto in un commissariato del Cairo nel 2013. «Ne ho discusso con il presidente perché ci sono domande che riguardano questi ed altri incidenti» ha sottolineato Hollande.
«Accuse che puntano ad indebolire la polizia, la giustizia» risponde Al Sisi. «Ho offerto le mie condoglianze per la morte del ricercatore italiano più di una volta. Ho detto che siamo trasparenti e siamo pronti a ricevere qualsiasi team investigativo ». Il presidente egiziano poi però aggiunge, quasi come una minaccia: «Voglio chiarire qualcosa di importante alla comunità europea ed anche agli egiziani: il nostro lavoro è proteggere una nazione di 90 milioni di persone. Non potete immaginare cosa succederebbe al mondo intero se questo Paese crollasse». E sulla richiesta di rispetto dei diritti umani la conclusione è netta: “le norme europee non possono applicarsi a Paesi in difficoltà come l’Egitto. L’area in cui viviamo è molto turbolenta».
L’accoglienza al leader francese non è insomma delle migliori a dispetto delle gigantografie disseminate per le strade del Cairo con il messaggio: “Benvenuto François Hollande”. Per il capo di Stato arrivato da Parigi è una tappa cruciale della tournée in Medio Oriente cominciata sabato in Libano e che terminerà domani in Giordania. Hollande era già andato nove mesi fa in Egitto per l’inaugurazione dei lavori sul Canale di Suez, tra i pochi leader occidentali presenti, un gesto molto apprezzato da Al Sisi. Il nuovo viaggio dovrebbe portare alla firma di accordi commerciali per oltre un miliardo di euro. Le relazioni tra i due leader sono “di grande fiducia” sottolinea a Repubblica una fonte diplomatica. L’Eliseo considera il presidente egiziano una pedina fondamentale nella stabilizzazione della regione, sul nuovo asse Cairo- Riad.
Nei giorni scorsi, Hollande si era impegnato ad affrontare durante la visita il caso del ricercatore italiano ucciso e di Lang. La famiglia di quest’ultimo ha accusato il governo di voler “insabbiare” l’affaire. In un primo tempo, l’Eliseo sperava di poter discutere in via riservata delle questioni più sensibili ma la pressione internazionale, con il New York Times che ha definito “vergognoso” l’atteggiamento della Francia, è diventata insostenibile. Hollande aveva già avuto modo di parlare degli abusi del regime quando Al Sisi era venuto la prima volta a Parigi, nel novembre 2014. Il Maresciallo aveva dato allora una risposta tagliente: «Sono al cento per cento per i diritti umani, ma non adesso».
«Soluzione simile all’accordo con la Turchia. Palazzo Chigi convince le capitali dell’Unione». In sintesi: Prendere tutti i finanziamenti europei destinati all'Africa e affidarli a governi corrotti perché impediscano ai loro popoli di uscire dai confini, «anche grazie a soldi e tecnologia Ue». Una felice intuizione della coppia Merkel-Erdogan ripresa e sviluppata da Matteo Renzi. La Repubblica, 16 aprile 2016
Migration Compact, la proposta italiana per risolvere la crisi migranti che ieri Matteo Renzi ha inviato alle istituzioni europee. L’accoglienza a Bruxelles è stata buona e diversi governi, anche quelli dell’Est contrari ad una gestione comune dei flussi, sembrano d’accordo con l’approccio “contrattuale” proposto dall’Italia verso i paesi terzi, in particolare quelli africani: offrire soldi e aiuti in cambio di un impegno a bloccare le partenze verso l’Europa. L’Italia però preme, vuole che l’Unione segua questa strada molto rapidamente.
DIMENSIONE ESTERNA
La filosofia del Migration Compact è quella di concentrarsi su tutti i paesi terzi nello stesso modo con il quale un mese fa sono state chiuse le rotte dalla Turchia. Soldi in cambio di collaborazione. Altrimenti tutte le misure proposte fin qui dall’Unione, come la redistribuzione automatica dei richiedenti asilo tra i 28 o la guardia di confine e costiera Ue, non risolveranno la crisi. D’altra parte dalla Libia arrivano migranti economici, non richiedenti asilo, dunque non riallocabili negli altri paesi europei e destinati a restare da noi. Per questo secondo il governo occorre tamponare i flussi nei paesi di origine e transito in Africa.
AFRICA BONDS
Nelle 4 pagine del documento italiano prima vengono le offerte ai paesi africani. Innanzitutto, mettere in piedi un Fondo europeo per gli Investimenti nei paesi terzi nel quale stornare tutti i soldi che oggi l’Europa usa per l’Africa da destinare a opere socialmente utili. Secondo, creare gli Ue-Africa Bonds per aiutare i partner africani a investire in crescita e innovazione. Terzo, privilegiare la collaborazione sui migranti in tutti i programmi Ue in Africa e creare missioni regionali per gestire i flussi. Quarto, regolare i migranti economici con quote di ingresso destinate solo a chi conosce la lingua e ha frequentato corsi preparatori. Infine, compensare i costi dei paesi africani che adotteranno il diritto di asilo per gli stranieri.
STOP ALLE PARTENZE
In cambio di queste offerte nella logica del “ do ut des”, i paesi di origine e transito devono garantire controlli effettivi delle frontiere e una riduzione dei flussi verso l’Europa (anche grazie a soldi e tecnologia Ue). Rimpatri da parte dei paesi di transito di chi non ha diritto all’asilo (perché proveniente da una nazione sicura) anche grazie al finanziamento Ue di programmi di reinserimento di chi viene rimandato a casa. I paesi terzi devono essere poi aiutati a costruire un sistema e le infrastrutture per accogliere i migranti: tra questi chi avrà diritto all’asilo potrà entrare in Europa con uno schema di ripartizione tra i 28. Si chiede che la nuova Guardia di frontiera Ue finanzi i rimpatri dal paese di transito a quello di origine. L’Italia propone di istituire dei Common Eu migration Bonds, obbligazioni europee per coprire i costi (molto alti) del piano.
LIBIA
C’è infine un capitoletto nel quale si sottolinea la necessità di stabilizzare la Libia. Renzi nella lettera di accompagnamento del Migration Compact fa capire che proprio con Tripoli sarà necessario stringere un patto come quello tra Europa e Turchia.
RISPOSTA UE
Nei primi contatti informali è emerso che a molti governi piace la filosofia del piano italiano. Anche a quelli dell’Est (contrari all’accoglienza, favorevoli a spendere in Africa per sigillare le frontiere esterne). Inoltre Juncker e Mogherini stavano già lavorando in questa direzione e la speranza di Roma è che un consenso politico delle Cancellerie permetta loro di accelerare i tempi. Al governo non interessa che tutti i dettagli del Migration Compact si trasformino in iniziative Ue, ma vuole che lo schema di fondo sulla dimensione esterna dei flussi venga portato avanti in fretta, altrimenti le misure prese finora si dimostreranno inutili e l’Italia rischierebbe di trovarsi da sola alle prese con ondate di migranti in arrivo dalla Libia. Già lunedì Mogherini in Lussemburgo presenterà ai ministri degli Esteri e della Difesa una serie di iniziative immediate preparate prima della lettera italiana (per un piano strutturato sul quale sta già lavorando ci vorrà più tempo): ingresso in acque libiche della missione navale Ue contro gli scafisti o, se il premier Al Sarraj si dovesse opporre, cooperazione con la guardia costiera libica per la formazione del personale, missioni congiunte, scambio di informazioni, equipaggiamenti, ruolo dell’Unhcr nella gestione dei migranti. Inoltre sono in via di finalizzazione diversi accordi con i Paesi di origine e transito.
Due punti di vista su un problema cruciale dei nostri giorni (e degli anni futuri) che collimano, e che sono entrambi contro la corrente dominante. Articoli di Luca Kocci e intervista di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti.
Il manifesto, 14 aprile 2016
A LESBO, SOLIDALE
CON I MIGRANTI
di Luca Kocci
«Sabato prossimo mi recherò nell'isola di Lesbo, dove nei mesi scorsi sono transitati moltissimi profughi»
La notizia era già nota da qualche giorno, ma ieri mattina, al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro – proprio mentre l’Austria costruisce un nuovo muro anti-immigrati al Brennero e la polizia macedone spara lacrimogeni contro i migranti a Idomeni –, papa Francesco ha voluto annunciarlo direttamente ai fedeli, spiegando anche i motivi della sua visita: ci andrò, ha detto, «per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco, tanto generoso nell'accoglienza». Con Francesco ci saranno anche due importanti autorità della Chiesa ortodossa: il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo (che l’ha invitato, insieme al presidente greco Paulopolus), e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Hieronimus II.
L’arrivo di Francesco è previsto sabato mattina all'aeroporto di Mitilene, dove ad accoglierlo ci sarà anche il premier greco Tsipras. Quindi il papa, Bartolomeo e Hieronimus, dopo un momento di preghiera ecumenica al porto, getteranno in mare una corona di fiori, in ricordo delle vittime e poi visiteranno il campo profughi. In serata il rientro in Vaticano.
Una visita lampo che ricorda quella effettuata a Lampedusa, nel luglio 2013, il primo viaggio del pontificato di Bergoglio: entrambe piccole isole nel cuore del Mediterraneo e dell’Egeo – «divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata», aveva detto Francesco durante la Via Crucis al Colosseo, il venerdì santo –, punti di approdo per tanti uomini e donne in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente, luoghi di accoglienza soprattutto grazie alla generosità degli abitanti, ambedue candidate al Nobel per la pace.
Una visita per esprimere «solidarietà» ai profughi e al popolo greco, ma anche per mettere sotto i riflettori il dramma delle migrazioni e sferzare l’Europa. «Il papa non fa degli atti di carattere direttamente politico, fa degli atti di carattere umano, morale e religioso estremamente significativi che richiamano però la responsabilità di ognuno – ha spiegato padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana –. Quindi, certamente è anche un invito ai politici ad agire nella ricerca delle soluzioni più umane, rispettose e solidali nei confronti delle persone che soffrono in questi grandi movimenti problematici del mondo di oggi».
Ancora più chiaro, e critico vero le politiche anti-immigrati dell'Ue, il cardinale Turkson, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, intervistato dalla Radio Vaticana: «Dare una grande somma di denaro alla Turchia affinché quest’ultima fermi l’arrivo dei profughi, serve per l’interesse di chi? Forse l’Europa ora sarà un po’ più tranquilla, ma quanto tempo durerà questa tranquillità? Se queste persone non riescono ad arrivare via mare, troveranno altre maniere. Per giungere ad una soluzione di lungo termine, invece, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per creare una situazione di pace».
IL SINDACO DI RIACE
«IL MIGRANTE E' UNA RISORSA
NON UN BUSINESS»
intervista di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti
a Mimmo Lucano
Intervista. L’accoglienza secondo il sindaco di Riace Mimmo Lucano: «I 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità li investiamo per creare posti di lavoro»
La rivista statunitense Fortune lo ha classificato tra le «50 personalità più influenti del pianeta». Mimmo Lucano, sindaco di Riace dal 2004, è un uomo schivo che non si lascia ammaliare dalle luci della ribalta.
Sente più l’onore o il peso di questo riconoscimento? E che effetto fa, a un uomo riservato come lei, essere annoverato tra le personalità influenti del globo?
«La premessa è che non sono, né mi sento, potente piuttosto che influente. Qui a Riace abbiamo solo sperimentato un’idea che a me è connaturata sin dai tempi in cui militavo, negli anni’70, nel movimento studentesco. Volevamo un mondo libero e giusto e abbiamo provato a costruirlo in queste lande. Io faccio il mio lavoro di sindaco con normalità. La nostra la definisco l’utopia della normalità. Mai troveranno spazio ordinanze contro rom o lavavetri come accaduto altrove. Perché, come dico spesso, il migrante che arriva a Riace ha gli stessi diritti del sindaco. È un microcosmo che declina una Calabria solidale, dove i germi dell’umanità hanno attecchito. E questo è anzitutto un processo culturale che mi piace condividere con tutti e che deve partire da una consapevolezza, ovvero che fenomeni epocali, come le migrazioni cui stiamo assistendo, non si arresteranno finché non cesseranno le politiche predatorie del mondo occidentale».
Perché un laboratorio come quello di Riace, un esperimento di integrazione reale da perseguire e da emulare, è stato ignorato per anni, o è arrivato agli onori della cronaca con grande ritardo?
«Perché è più facile urlare, veicolando odio e disprezzo come fa Salvini che è onnipresente in tv. Le guerre tra poveri, le isterie xenofobe, le speculazioni fanno audience, mentre i casi di buona politica dell’immigrazione ne fanno molta meno. La nostra “utopia della normalità” non tira perché è più facile diffondere un discorso razzista che costruire ponti sociali e meticciati culturali. Anche le soluzioni semplicistiche, come combattere il traffico di esseri umani bombardando le carrette del mare come disse Renzi mesi fa, sono boutade che non risolvono i problemi, sono solo utili alla propaganda».
A Riace si accoglie il migrante e non lo si respinge, lo si inserisce nel tessuto sociale e non lo si rinchiude in un hot spot. Qui vivono stabilmente e lavorano 400 rifugiati. Che idea s’è fatto delle politiche europee in tema di immigrazione?
«A Riace non esistono linee di demarcazione, fili spinati, gabbie. C’è semplicemente un’integrazione diffusa dove aborriamo ogni forma di nazionalismo che è alla base dei fallimenti dell’Europa in tema di processi migratori. Pochi credevano che un borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti senza bandiere e barriere nazionali, etniche o religiose».
Il laboratorio Riace nasce e cresce nelle specificità della Locride. Come si concilia con la narrativa criminale in cui la Locride è confinata?
La Calabria è una terra stranissima, è la terra degli estremi e delle contraddizioni. Qui a Riace non ci sentiamo portatori di un’idea salvifica ma crediamo che sia la normalità la vera utopia rivoluzionaria. Le risorse che lo stato destina ai migranti le spendiamo al meglio. I 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante – un costo dimezzato rispetto a quello che comporterebbe la sua permanenza in un centro d’accoglienza – non li usiamo in modo assistenziale e parassitario, ma li investiamo per creare posti di lavoro, istituire borse di lavoro. E i migranti molte volte li usano come rimesse verso i loro paesi di origine. Perché qui nulla si spreca e mai si specula».
In altri contesti le risorse disponibili per l’accoglienza sono state accaparrate da mascalzoni che a volte hanno intrappolato i migranti in strutture indegne. In alcuni casi si sono persino infiltrate le mafie. Come fa un amministratore a distinguere i veri operatori dell’accoglienza dagli speculatori?
«Partendo da una presa di coscienza: che il migrante è una risorsa e non un business. Che non si lucra sulla disperazione della povera gente ma si lavora insieme a loro per il riscatto. Quel che in questi anni abbiamo provato a fare con il nostro ’albergo diffuso’, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, che è arrivato a disporre di ben 150 posti letto. Oppure con i laboratori artigianali, la raccolta differenziata dei rifiuti – che all’inizio i migranti facevano con gli asini, per inerpicarsi nei vicoli del borgo – e poi con le piccole imprese di agricoltura biologica».
Sabato prossimo parteciperà al convegno di Cassano allo Jonio su “Riduzione in schiavitù e l’alternativa di Riace”, organizzato dall’associazione “Combinato disposto” con Arci, Flai Cgil e il vescovo don Savino. Non teme che la schiavitù possa costituire un moderno modello di sviluppo e una diffusa disciplina del mercato del lavoro?
«Assolutamente sì. Qui nel Mezzogiorno i migranti vivono una condizione di schiavismo legalizzato. Ma non se ne esce rafforzando le politiche securitarie, impiantando uno stato di polizia o inasprendo le leggi ma solo estendendo le tutele e garantendo politiche di accoglienza».
Il papa è già stato a Lampedusa, sabato si recherà a Lesbo. Si aspetta che un giorno Bergoglio arrivi a Riace?
«È un mio sogno. Tra l’altro papa Francesco è legatissimo a Riace, quand’era vescovo di Buenos Aires ci accolse insieme alla comunità emigrata riacese. Il suo messaggio rivoluzionario è quello che più si avvicina al quell’universalismo dei diritti che qui, nel nostro piccolo borgo, cerchiamo di praticare giorno per giorno».
Grazie alle esitazioni del governo Renzi (più della verità sull'assassinio di un italiano contano gli affari dell'Eni e dei mercanti d'armi), all'inerzia dell'Unione europea, all'esplicito appoggio della Francia di Hollande e dell'Arabia saudita, ecco che il tiranno egiziano vince un altro round. Articoli di Carlo Bonini e di Francesca Caferri. La Repubblica, 15 aprile 2016
GLI ALLEATI DELLA MENZOGNA
di Carlo Bonini
La sortita arriva alla vigilia della rogatoria della procura di Roma, che partirà oggi Le incertezze dell’Europa contribuiscono a indebolire ogni forma di pressione
E QUEL che è peggio, in undici settimane, tante ne sono trascorse dal 3 febbraio, il nostro governo sembra aver definitivamente perso la leva, gli argomenti e l’attimo utili a convincere il Cairo che l’occultamento della verità sarebbe costata al regime un prezzo infinitamente superiore al suo svelamento. Le acque, fino a ieri quantomeno agitate, si sono richiuse. Nel giorno in cui la Procura di Roma firma la richiesta di rogatoria (dovrebbe partire oggi) con cui si torna a chiedere all’Egitto ciò che l’Egitto ha annunciato di non voler consegnare (tabulati telefonici, prove forensi, accertamenti tecnici), Al Sisi scagiona pubblicamente gli apparati di sicurezza del Paese da ogni responsabilità, quale che sia, nell’omicidio, ricomponendo, ammesso vi sia stato, il conflitto interno al regime. Nel merito, riporta le lancette dell’affaire al suo giorno uno, riproponendo la screditata pista della “criminalità organizzata” (cara al potente ministro dell’Interno Magdi Abdel Ghaffar e al generale Khaled Shalaby), per giunta tornando provocatoriamente ad associare la morte di Giulio alla scomparsa a Roma di un cittadino egiziano in circostanze affatto misteriose. E la mossa non è casuale, perché figlia di una ritrovata forza data dalla chiusura negli ultimi giorni di nuovi accordi economici e strategici con l’alleato Saudita e dall’imminente firma di nuove commesse, militari e non solo, con la Francia di Hollande.
Il Presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi è oggi libero dalla minaccia concreta e imminente di isolamento internazionale che, ancora una settimana fa, sembrava allungarsi sul regime. Il consueto balbettio dell’Europa, il silenzio di Palazzo Chigi, che dopo il richiamo dell’ambasciatore a Roma per consultazioni, non ha evidentemente ancora in testa come e fin dove spingere la sua annunciata «pressione proporzionata », hanno convinto Al Sisi ad andare a leggere le carte italiane prima che qualcuno andasse a leggere le sue. Gli accordi commerciali e finanziari per 16 miliardi di dollari stipulati nei suoi cinque giorni di visita al Cairo dal sovrano saudita Salman Ben Abdel Aziz, con la chiusura della decennale contesa sulle due isole nel Mar Rosso di Sanafir e Tiran (occupate in passato da Israele, quindi riconquistate dall’Egitto e ora riconosciute territorio Saudita), non solo danno ossigeno alle casse del regime, ma gli consentono di avere una solida linea di credito con cui chiudere affari e nuove commesse di armi con la Francia.
Il 18 aprile, Hollande sarà infatti al Cairo e, a dispetto della lingua della diplomazia e delle rassicurazioni che il “dossier Regeni” è nell’agenda degli incontri con Al Sisi, nonostante la mobilitazione delle Ong francesi, si prepara a chiudere nuove commesse per la fornitura di armamenti (oltre 1 miliardo di euro per la fornitura di 6 corvette, che si sommano agli 8,2 miliardi già incassati per la vendita di 24 caccia multiruolo Rafale e due portaelicotteri classe Mistral, originariamente destinate alla Russia di Putin e quindi dirottate sul Cairo dopo le sanzioni), nonché una trentina di accordi commerciali e almeno una decina di protocolli di intesa utili a far salire gli scambi commerciali tra i due Paesi (oggi fermi a 2,5 miliardi di euro) che inietteranno altro cemento nelle fondamenta del regime militare.
Nel rinsaldato triangolo Cairo- Riad-Parigi, il Presidente Abd al-Fattah al-Sisi, ha insomma ora buon gioco a degradare «l’irritazione italiana» e la «richiesta di verità» del nostro Presidente del Consiglio a una pistola scarica. E si prepara a incassare lo spettacolo di debolezza che di qui a prossimi giorni — Gentiloni è ancora in attesa di “lumi” da Renzi sul da farsi — produrrà la «proporzionalità» delle misure annunciate da Roma. Non fosse altro perché appariranno all’opinione pubblica egiziana, ma soprattutto italiana, non solo irrilevanti sotto il profilo del potenziale “danno” al Regime, ma persino “tardive”.
Fino a ieri sera, infatti, la linea immaginata da Palazzo Chigi era quella di continuare a tenere agganciate le nostre mosse diplomatiche al corso dell’inchiesta giudiziaria, e dunque di attendere un nuovo “no” egiziano alla rogatoria della Procura di Roma che oggi partirà per il Cairo, prima di far seguire al «richiamo dell’ambasciatore per consultazioni» un qualsiasi nuovo segnale. È ragionevole pensare che la rumorosa mossa di Al Sisi obblighi ora il Governo a un cambio di programma. Con una certezza, tuttavia. Da ieri, i rapporti di forza con il Cairo, sono mutati. E il generale Abd al-Fattah al-Sisi, da militare quale è, sa quanto contino. Palazzo Chigi gli ha offerto in queste undici settimane un vantaggio in cui probabilmente non sperava. Il tempo. Lo ha utilizzato per ridefinire i termini di una partita che poteva travolgerlo e, al contrario, rischia oggi di umiliarci.
ECCO I MEZZI DI COMUNICAZIONE
FINITI NEL MIRINO DEL CAIRO
di Francesca Caferri
Blog e giornali in inglese, le voci del dissenso. E dopo l’editoriale di domenica di “Al Ahram” anche sui quotidiani in lingua araba cominciano a emergere posizioni frondiste
Che i media non fossero una realtà indipendente ma «parte dell’equazione per preservare l’Egitto», per usare le sue parole, Abd al-Fattah al-Sisi lo aveva chiarito già l’estate scorsa, quando il Parlamento approvò una delle leggi sulla stampa più restrittive del mondo. La norma proibisce a chiunque di diffondere notizie «lesive per sicurezza nazionale»: vietata ogni ricostruzione contrastante con la versione ufficiale, pena la detenzione. L’attacco contro i media lanciato ieri dal presidente egiziano quindi non è strano: strano piuttosto è che in Egitto, nonostante tutto, ci siano ancora zone di libera espressione.
La parte del leone in questo senso la fanno i social media: «Se siete stranieri per favore non venite qui» scriveva poche ore dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni l’attivista Mona Seif. Il suo post, finito sui giornali di tutto il mondo, le è costato l’apertura un’indagine giudiziaria. Seif non è stata la sola a parlare: hanno usato Twitter e Facebook per contestare la gestione del caso Regeni Wael Ghonim e Mona Eltahawi, volti simbolo della rivolta del 2011, e scrittori come Ahdaf Souef e Ala al Aswani. Tutti in risposta hanno ricevuto insulti e minacce: «Anche sui social media la libertà di espressione è limitata», spiega il professor Andrea Teti dell’università da Aberdeen.
L’altro canale di informazione indipendente sono stati i siti in lingua inglese: dal giornale Mada Masr e da diversi blog sono arrivati resoconti puntuali sulle indagini e sulle versioni fornite di volta in volta dal governo. «Storie incredibili», come le ha definite la blogger Zenobia sul suo Egyptchronicles.
In questo caso le reazioni sono state minori, perché a leggere l’inglese è una minoranza ridottissima della popolazione. «L’Egitto ha una tradizione molto forte di libertà di stampa in inglese – conferma la ricercatrice Catherine Cornet – è quando si passa all’arabo che il quadro cambia: non a caso sin dal primo giorno i media accessibili ai più hanno sposato la linea ufficiale». Per questo l’editoriale con cui domenica scorsa il quotidiano in lingua araba Al Ahram ha invitato apertamente il governo a perseguire i veri responsabili della morte di Regeni, è stato un segnale importante: la prima crepa nel muro dell’informazione di regime.
Con tutta probabilità le origini della presa di posizione odierna di Sisi vanno fatte risalire a quell’episodio. A cui nei giorni scorsi se ne è aggiunto un altro: la cessione all’Arabia Saudita di due isole a lungo contese è stata vissuta come un insulto da parte di buona parte della popolazione e come tale riportata dai media, in una serie di articoli critici del tutto eccezionali nel panorama attuale.
«Tutte queste vicende sono tasselli di un puzzle: in Egitto c’è un forte scontento. Nessuna delle cause strutturali della sollevazione del 2011 ha trovato risposta: non c’è ripresa economica, non c’è sicurezza, la vita quotidiana della gente non è migliorata. Ognuno di questi casi è l’ennesima frattura fra il regime e la gente. È questo a spaventare Sisi», conclude Teti.
Medici senza frontiere denuncia le vergognose azioni compiute dalla polizia di frontiera macedone.
Il manifesto, 13 aprile 2016 (p.d.)
Bossoli di candelotti lacrimogeni sono stati trovati nell'erba davanti alla frontiera di Idomeni tra Grecia e Macedoni: sono le prove che la polizia di frontiera macedone, contrariamente a quanto continua a dire il governo di Skopje, domenica ha sparato contro un gruppo di migranti e richiedenti asilo che cercava di forzare il blocco in vigore da febbraio scorso. «Hanno sparato ad altezza bambino», ha confermato ieri da Roma anche il presidente di Medici senza Frontiere Loris De Filippi.
Il coordinatore greco di Msf Achilleas Tzemos ha denunciato già lunedì mattina l’uso di lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere la piccola folla di migranti che tentava di superare la frontiera chiusa unilateralmente dalle autorità macedoni. Tre persone, ha detto Tzemos, hanno avuto bisogno di essere ospedalizzate ma le ong – Msf e anche Save the Children – hanno soccorso 200 persone intossicate e curato una trentina di feriti – 37 secondo il conto finale fatto ieri da De Filippi – tra i quali tre bambini sotto i dieci anni.
Il premier greco Alexis Tsipras ha accusato le autorità della ex repubblica macedone di aver deciso un’azione di forza «vergognosa» con gas e proiettili di gomma contro donne, bambini e comunque persone «che non rappresentavano alcuna minaccia all’ordine pubblico». E di "vergogna per la cultura europea", ha parlato l’Alto commissariato Onu per i rifugiati Unhcr.
I migranti accampati alla frontiera di Idomeni sono ormai oltre 12 mila. Da mesi vivono nelle tende piantate sui binari ferroviari o nei vagoni arrugginiti dei treni merci in attesa di un lasciapassare verso il nord-Europa che sembra disposto ad accoglierli. Ieri però, dopo i violenti scontri di domenica, circa 700 di loro hanno accettato di trasferirsi nei centri d’accoglienza greci del Pireo e di Skaramagas, riempiendo sette autobus messi a loro disposizione dal governo di Atene, anche se per loro è un po’ come aver estratto la carta del Gioco dell’Oca “torna indietro un giro”. Sono le regole del protocollo europeo Dublino III ha condannare i richiedenti asilo a questo percorso ad ostacoli per evitare di rimanere intrappolati nel primo paese europeo dove vengono registrati, in questo caso la Grecia, quando solo grazie alla registrazione possono accedere a un minimo di servizi di accoglienza.
A Idomeni invece non hanno né acqua, né luce e soltanto le ong come Msf e Save the Children cercano di fornire qualche aiuto medico e umanitario. Ci si nutre di speranza, a Idomeni, ma sta finendo anche quella. Domenica circa 3mila persone si sono messe in marcia verso i fili spinati e circa 250 hanno tentato di oltrepassarla.
Skopje si è lamentata che la polizia greca non ha mosso un dito quando è iniziata una sassaiola contro le guardie di frontiera macedoni ed è stato trascinato un vagone ferroviario verso la barriera. In realtà dopo che la portavoce del governo greco Olga Gerovasili lunedì ha parlato di "stranieri irresponsabili" che fomentavano incidenti dando volantini, sono stati fermati e identificati 17 tra volontari e manifestanti (tedeschi, austriaci, svedesi e portoghesi, due greci, un palestinese residente in Grecia e un siriano), tutti rilasciati ieri tranne un tedesco trovato in possesso di un coltello. Il governo di Atene comunque intende sgombrare almeno parte della tendopoli di Idomeni nelle prossime settimane.