«. Il Fatto quotidiano online,
Senza soluzione. Così appare il drammatico problema dei migranti, per il quale si passa dal semplicistico “accogliamoli tutti” all’altrettanto semplicistico “aiutiamoli a casa loro”. Ed il problema è sicuramente destinato a cronicizzarsi ed amplificarsi per via dei cambiamenti climatici.
Anche se i mass media non lo dicono, flussi migratori di questo tipo sono già palpabili. Sono i migranti ambientali, altrimenti detti emigranti climatici o eco-profughi, oppure ancora “rifugiati ambientali”, come li definì Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute.
Il Parlamento Ue segnala che 17,5 milioni di persone hanno lasciato il loro paese nel 2014, a seguito di catastrofi correlate al clima e che tali migrazioni hanno interessato soprattutto le regioni meridionali (l’Africa subsahariana), che sono oggi quelle maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) stima che, entro il 2050, i profughi ambientali potrebbero essere addirittura 200-250 milioni di persone. Ciononostante, manca ancora un riconoscimento giuridico dello status di “profugo” per un migrante ambientale, anche se il predetto parlamento Ue sta valutando tale ipotesi.
Ma domandiamoci: quand’anche ai migranti ambientali fosse riconosciuto lo status di profughi, resterà l’insolubile problema a monte. L’uomo ha ormai cambiato il clima e continua a cambiarlo. Qualche dubbio? Guardate il video della Nasa che, in trenta secondi, mostra il surriscaldamento globale dal 1880 al 2015. Ma non ci saranno solo i migranti ambientali. Ci saranno anche coloro che migreranno a causa delle guerre che nasceranno proprio dall’insorgere degli squilibri ambientali. Un esempio fra tutti, il più classico, le guerre dell’acqua.
In realtà, ci sono già coloro che migrano per via delle guerre connesse con i mutamenti climatici. L’ultimo numero di Altreconomia riporta un articolo sulle conseguenze già in essere dovute alla carenza d’acqua. E l’intervistato, Giorgio Cancelliere, esperto di cooperazione internazionale, afferma che lo stesso conflitto siriano è in parte determinato dalla spaventosa siccità che attanaglia il paese da anni e che costringe a migrare all’interno del paese popolazioni di fede religiosa opposta, con conseguenti conflitti. E rileva altresì come sia pura utopia che buona parte di coloro che fuggono dalla Siria vi possano tornare, a causa della desertificazione dei territori che abitavano.
Fa quindi ancor più mestamente sorridere l'”aiutiamoli a casa loro” dell’esordio di questo post. Lo stesso intervistato ricorda come negli ultimi cinquant’anni ci siano stati in Medio Oriente ben 32 conflitti per l’acqua. In realtà, con l’innalzamento delle temperature su tutto l’orbe terracqueo, l’acqua diventerà sempre più oro blu.
Si stima che, nei prossimi trent’anni, il fiume Giallo e lo Yangtze, il Gange e l’Indo, l’Eufrate e il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata d’acqua del 25-30%, proprio a causa dei cambiamenti climatici. Ed intanto crescerà la domanda di acqua per energia, agricoltura ed usi domestici. Insomma, anche da questo angolo di visuale il futuro non si prospetta esattamente roseo.
«Il riconoscimento di un diritto fondamentale non può dipendere dal numero di soggetti cui quel diritto viene riconosciuto. Per sua natura, un diritto universale non è a numero chiuso». Glistatigenerali online, 7 giugno 2016 (c.m.c.)
Per la prima volta un giudice italiano riconosce un permesso di soggiorno per fame. Tecnicamente, si chiama ‘protezione umanitaria’, l’ultima carta dei disperati che non hanno le caratteristiche né per lo status di rifugiato né per chiedere il diritto d’asilo. Mai era stata riconosciuta ai migranti economici.
E’ un provvedimento visionario ed emozionante quello del giudice civile di Milano Federico Salmeri che, osserva l’avvocato Eugenio Losco, esperto della materia, “non fa una piega in diritto“. Alti e saldi sono i principi a cui si ancora per accogliere un ragazzo di 24 anni scappato dal poverissimo Gambia: l’articolo 32 della costituzione che riconosce il diritto alla salute inteso anche come diritto ad avere un pasto; la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nella quale si fa diretto riferimento al diritto all’alimentazione; i patti internazionali ratificati dall’Italia che sanciscono “il diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame”.
Per il magistrato, il richiedente “è titolare del pieno diritto ad accedere alla protezione umanitaria affinché gli sia garantito un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia laddove le condizioni economico – sanitarie del proprio paese non consentano un livello sufficientemente adeguato ed accettabile di vita”. Il fondo monetario internazionale, le nazioni unite e wikipedia (citati dal giudice) raccontano di un paese dalle terre infertili dove le famiglie non possono comprare nemmen un pugno di riso.
Questo significa una “protezione di massa umanitaria?”, si chiede il giudice, prevenendo le reazioni alla sua decisione, come quella del leader leghista Matteo Salvini (“sentenza folle”). La sua risposta è: “il riconoscimento di un diritto fondamentale non può dipendere dal numero di soggetti cui quel diritto viene riconosciuto. Per sua natura, un diritto universale non è a numero chiuso”.
Resta chiaro che la decisione di un giudice non vincola gli altri che dovranno pronunciarsi sullo stesso tema, limitandosi a essere un precedente. “Un precedente rivoluzionario – chiude l’avvocato Losco – se pensiamo anche agli immigrati italiani del novecento che scappavano da una povertà meno severa di quella di questo ragazzo”.
Il testo dell’ordinanza del giudice dal sito Melting Pot
«Come 150 anni or sono i giovani del Sud distrussero le proprie vite per fermare l’orrore di una nazione che voleva accettare l’inaccettabile, gli schiavi, le bestie da lavoro, come cittadini».
La Repubblica, 13 giugno 2016 (m.p.r.)
Per ritrovare una strage come il massacro di Orlando per quantità di vite falciate e per la natura scientifica dell’azione omicida, si devono saltare 150 anni e tornare ai “killing fields” della Guerra di Secessione o al massacro dei 168 innocenti nel palazzo del governo a Oklahoma City nel 1995. Il filo spaventoso che lega questi eventi tanto lontani e apparentemente diversi è in realtà lo stesso: è l’odio che diventa rifiuto, che diventa guerra contro coloro che sono, per religione, interessi, valori, cultura, razza, ideologia, faccia, “diversi”.
« .». Corriere della Sera, 13 giugno 2016 (c.m.c.)
Le ultime rilevazioni dicono che l’attrazione verso la Ue è in forte calo nelle opinioni pubbliche del Vecchio Continente. E come potrebbe essere diversamente?Se si guarda l’Europa dal di fuori, ci potrà forse risultare più chiaro che il nostro mito politico ruota attorno a un’idea: il principio della dignità umana come base possibile, insieme, dell’ordine democratico e dello sviluppo economico. Qualcosa che ci distingue tanto dagli Stati Uniti (dove prevale il mito della nuova frontiera e del self-made man ) quanto della Cina (che vive del mito dell’armonia).
Non si tratta solo di un principio astratto. Se si prende una cartina geografica, si può constatare che solo nel Vecchio Continente esiste un sistema universalistico di protezione sociale chiamato welfare . Al di là di tutte le sue inefficienze e insufficienze, è questo il tratto che più ci contraddistingue e di cui dovremmo essere più gelosi e orgogliosi.
Non è dunque per caso che la questione dei migranti sia oggi il punto di tensione più forte che sta attraversando l’Europa. Da una parte, c’è il richiamo a questo nostro principio, messo alla prova in modo drammatico. Dall’altro ci sono comprensibili e legittime preoccupazioni, accentuate dalla mancanza di una chiara linea d’azione comune.
I nostri sistemi politici sono profondamente scossi da questa sfida, che coinvolge dimensioni economiche, politiche, culturali. Al punto che siamo arrivati a costruire muri! E persino nella civile Inghilterra, la gestione dell’immigrazione è uno dei temi caldi della dibattito sulla Brexit. Si può arrivare a dire che proprio la questione storica del migranti sarà il terreno su cui vivrà — dandogli misura, sostenibilità e sensatezza istituzionale — o morirà il progetto politico che sta alla base della Ue. Ma cosa significa questo? Almeno tre cose.
Primo: senza la capacità di tradurre in una forma istituzionale concreta il principio della dignità umana l’Europa non c’è più. Semplicemente perché viene meno la ragione dello stare insieme. Non c’è dubbio che il mutuo vantaggio economico sia un argomento forte. Ma nella storia non si è mai vista una forma politica nascere senza la condivisione di un mito comune.
Secondo: nel momento in cui assume forma istituzionale, il principio della dignità della persona deve fare i conti con la complessità del reale. La riflessione sul welfare — e la sua concreta costruzione istituzionale — è stata storicamente vittoriosa perché ha saputo mostrare che la mediazione tra le esigenze della crescita e la cura delle persone non solo è possibile ma è addirittura vantaggiosa. Oggi sappiamo quanto il welfare sia minacciato dalla crescente pressione della globalizzazione, oltre che per il progressivo invecchiamento della popolazione e la crescita della domanda sanitaria. Tanto che ci poniamo domande sulla sua sostenibilità. Ed è proprio da questa angolatura che la questione dei migranti va ripensata.
Intanto, tenendo conto che le curve demografiche europee sono allarmanti. Il previsto calo della popolazione e il suo invecchiamento nei prossimi decenni saranno il fattore di rischio più importante per la nostra prosperità. Il recupero — da avviare in modo urgentissimo — di un equilibrio migliore passa, almeno in parte, da una corretta gestione del fenomeno migratorio. E poi considerando che il lungo e difficile processo di integrazione dei migranti — un lavoro vero e proprio che richiederà anni — può essere un modo per generare occupazione.
Che è qualcosa di cui in Europa abbiamo molto bisogno. Negli anni 30, per spiegare il senso del New Deal , Keynes sosteneva che l’uscita dalla crisi passava dal ruolo anticiclico della spesa pubblica: arrivando a dire che, se necessario, si dovevano scavare buche per poi ricoprirle. Ovviamente ciò richiede risorse. Ma come è evidente in questi anni di politiche monetarie convenzionali, le risorse finanziarie possono essere anche create ex nihilo . Laddove esiste una volontà politica per farlo e sostenerlo.
In terzo luogo, una politica di apertura e accoglienza non può essere senza misura. Deve rispettare la sostenibilità. Che più che economica è qui di ordine sociale e culturale: l’innesto di persone provenienti da altri mondi è sempre un’operazione delicata e che può facilmente provocare una crisi di rigetto quando non è chiaro il patto di cittadinanza (fatto di diritti e doveri) che si propone ai nuovi arrivati. Negli anni scorsi si è parlato tanto di identità europea. Spesso solo retoricamente. Ma l’identità si costruisce — culturalmente e istituzionalmente — solo in rapporto all’esperienza, alla vita.
Per questo la crisi migratoria — che l’Onu avverte è destinata a durare molti anni essendo una conseguenza di medio termine del grande salto storico rappresentato dalla «globalizzazione» — costituisce per l’Europa il terreno di gioco su cui si forgerà la sua identità futura.
A partire dalla capacità di fare del principio della dignità della persona umana la base di nuovi assetti istituzionali. Ma anche dell’identità che vogliamo dare all’Europa. Dalla storia che vogliamo scrivere. Quella dei migranti è cioè il principale banco di prova per dire cosa è l’Europa e quale tipo di società politica vuole essere. Sempre ammesso che una tale aspirazione stia nella testa e nel cuore degli europei .
Il manifesto, 12 giugno 2016
La Commissione europea ha presentato nei giorni scorsi al Parlamento europeo la sua proposta sulla gestione delle relazioni con i paesi terzi in materia di gestione dei flussi migratori. Com’è già accaduto più volte in questi ultimi mesi, leggiamo fiumi di parole che denotano interesse per le vite umane e per le vittime dei naufragi, dichiarazioni di impegni condivisi dai governi e dalle istituzioni dell’Ue sull’accoglienza. Le proposte concrete però vanno esattamente nella direzione opposta.
Il cinismo caratterizza l’analisi e soprattutto le proposte: salvare vite umane e gestire i flussi in maniera ordinata, si ripete più volte. In che modo? Regalando miliardi, come già fatto con Erdogan, ai tanti come lui in giro per l’Africa. Chiedendo loro, in cambio, di fermare le persone che scappano proprio dalla violenza dei regimi con i quali intendiamo fare accordi.
È il caso dell’Eritrea di Isaias Afewerki (presidente dal 1993), del Gambia di Yahya Jammeh (presidente dal 1994), dell’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi (quel campione dei diritti umani che tutti conoscono). La lista dei paesi è lunga: Algeria, Egitto, Eritrea, Etiopia, Costa d’Avorio, Gambia, Libia, Ghana, Guinea, Mali, Marocco, Senegal, Niger, Nigeria, Senegal, Sudan.
Insomma, il progetto è ambizioso e il quadro è molto chiaro. Utilizzare fondi per lo sviluppo come arma di ricatto verso i paesi di origine e di transito: chi più si riprende le persone espulse e meglio coopera al controllo dei flussi migratori, più risorse riceverà.
Invece i paesi che non si impegneranno a fare i gendarmi dell’Europa saranno penalizzati, con una sorta di sistema a punti. Quella che una volta si chiamava cooperazione allo sviluppo, solidarietà tra i popoli, si trasforma in sostegno ai governi e al loro potere, condizionato dal rispetto delle indicazioni che i governi dell’Unione europea e la Commissione daranno in materia di gestione dei flussi e delle frontiere. Fermare il maggior numero di persone che scappano. Se riescono a passare i loro confini, bloccarli nei paesi di transito. Se non muoiono dopo le torture e le violenze dei trafficanti (in Libia e non solo), rimandarli indietro, con il consenso di questi governi. Non c’è che dire, un vero capolavoro da grandi statisti!
Pericolosissimo anche il dialogo che si vuole aprire con una Libia dilaniata dai conflitti, con cui l’Europa conta di fare accordi per il controllo delle partenze usando l’agenzia Frontex. Una proposta coerente con l’atteggiamento che Bruxelles sta tenendo con la Turchia di Erdogan, considerato un esperimento di successo. Con i 6 miliardi erogati in base a quell’accordo, sono stati fermati i siriani che scappano dalle bombe, costringendoli nelle galere turche o rispedendoli in Siria. L’Europa non sta chiedendo al governo turco, a quello eritreo o a quello del Gambia di rispettare i diritti umani e di consentire elezioni democratiche per avere il sostegno dell’Ue.
Al contrario, si sacrificano i diritti umani e qualche secolo di civiltà europea in cambio di una proposta con la quale i governi dell’Unione europea, e la Commissione, pensano, forse, di fermare la frana populista, razzista e fascista che sta travolgendo i paesi del continente. L’esperienza austriaca sta lì a dimostrare che si ottiene esattamente il risultato opposto. Ma per i nostri esimi statisti questo non conta.
Pensano evidentemente di essere più furbi e abili del capo del governo austriaco, che ha dovuto dimettersi per il flop del suo partito alle recenti presidenziali. Tutto ciò sulla pelle di quei bambini, quelle famiglie, quelle persone che, in assenza di canali umanitari, programmi di ricerca e salvataggio, possibilità di vie di ingresso sicure e legali, dovranno pagare sempre di più e rischiare sempre di più. E aumenteranno inesorabilmente, visto che verranno foraggiati e rafforzati proprio quei governi da cui fuggono.
Sin dalla loro nascita ufficiale come componente integrante della Guerra Fredda, nel 1946 a opera del presidente Usa Truman, gli aiuti allo sviluppo sono sempre stati in qualche modo condizionati e condizionanti. Allora, parlando al Congresso, Truman disse che il ruolo americano era quello di portare ogni paese che avesse seguito il suo modello economico allo stesso livello di vita degli statunitensi. Un sogno che si è poi rivelato un incubo per molti.
Nella storia degli aiuti allo sviluppo i periodi più significativi partono dalla cosiddetta «cooperazione tecnica» degli anni ’60, l’idea cioè che una sufficiente infrastrutturazione di quello che allora veniva definito Terzo Mondo, avrebbe portato le nazioni appena indipendenti a un livello di accumulazione del capitale tale da consentire l’avvio di un ciclo positivo, di ricchezza per tutti.
In realtà gli ingenti prestiti forniti a governi, perlopiù dittatoriali, essendo stati eliminati tutti i leader democratici che rimettevano in discussione il modello di sviluppo post coloniale – vedi Lumumba, portarono a due evidenti risultati: costruire infrastrutture funzionali all’esportazione delle materie prime a basso costo, e un indebitamento il cui servizio sarebbe esploso vent’anni dopo consentendo ai donatori di gettare una seria ipoteca sulla sovranità economica e politica di quei Paesi.
Negli anni ‘70 la competizione Est-Ovest fa propendere invece per un approccio più «di base», a causa delle rivoluzioni in Nicaragua, dell’indipendenza di ispirazione socialista delle ex colonie portoghesi e della sconfitta Usa in Viet Nam, nonché dell’inimmaginabile rivoluzione iraniana.
Nascono allora le politiche di cooperazione basate sui «basic needs»: acqua potabile, cibo, prevenzione sanitaria e una attenzione alle zone rurali, allora ancora prevalenti. Tutto questo, funzionale ad «asciugare l’acqua» in cui nuotava il potenziale pesce rivoluzionario, tramonta bruscamente dopo la caduta del muro di Berlino per essere sostituito dagli aiuti condizionati al rispetto dei diritti umani e della democrazia; in concreto un assist ai nuovi governi multi-partitici che in quegli anni scalzavano i residui del socialismo africano e si adeguavano al nuovo corso liberista.
Molte volte i Governi africani si sono lamentati di queste condizionalità che, sotto l’egida dei diritti umani tendevano a profilare forme di gestione privatistica della cosa pubblica che mantenessero inalterate le relazioni tra paesi produttori e consumatori. Prova di questo strumento sono anche le varie «rivoluzioni arancioni» in Europa o la situazione di alcune democrazie popolari in America latina.
Adesso, ultimo ma non per importanza, arriva nel Migration Compact, ove risulta centrale la condizionalità inerente alla gestione dei flussi migratori.
È una ennesima evoluzione, o involuzione, dunque, di prassi molto ben consolidate nel tempo, e che ha mostrato la sua indubbia efficacia nel condizionare le politiche estere e interne di interi continenti.
In particolare la sottolineatura sul ruolo del settore privato la dice lunga su cosa rischiano di essere queste politiche di aiuto alla gestione dei flussi migratori: un’ulteriore messa a punto delle divisione internazionale del lavoro, operata dalle stesse multinazionali che hanno deciso che i «veri» diritti umani non sono quelli universali ma solo quelli di chi se li può comperare.
Dunque bisognerà vigilare su cosa realmente sarà proposto e soprattutto riproporre come criterio di valutazione e di efficacia quello dell’equità e della democrazia economica nei Paesi di emigrazione, onde evitare che la crisi dei migranti diventi, ancor di più, un’occasione per restringere le libertà su scala planetaria in nome della sicurezza delle frontiere europee.
Il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2016 (p.d.)
La ricomparsa dell’Anonimo
“Non immaginavo che Regeni fosse stato seguito dal giorno del suo arrivo al Cairo”, dice adesso Amr Darrag. “D’istinto ho pensato: questo è un regime che non lascia scampo. Ma invece è il contrario. Questo omicidio non è il segno di un regime forte, saldo, ma di un regime che pedina tutti. Che ha paura di chiunque”.
Solo affari, niente critiche
La sensazione, dice Amr Darrag, è che gli investigatori italiani siano stati lasciati soli nel ginepraio del Cairo. A scapito di quella che definisce la verità politica. “Perché questo non è un semplice omicidio, qui non è questione di trovare l'assassino. L'esecutore materiale. Quello che conta, qui, è la catena di comando. Qui non c'è solo un movente, c'è una prassi”, dice. “E limitarsi a cercare un assassino che probabilmente non si troverà mai è un modo molto sottile di insabbiare tutto”. Lasciare, cioè, gli investigatori a inseguire un obiettivo irraggiungibile.
L’Eni e la scommessa del giacimento Zohr
“Avevamo un debito di 9 miliardi di dollari con i nostri fornitori di gas, ridotto negli ultimi mesi a tre”, dice Amr Darrag, che con Mohamed Morsi al potere è stato ministro proprio dello Sviluppo economico. “Ma è stata l'Arabia Saudita a pagare per noi, e ora l'Arabia Saudita è in crisi per via del crollo del prezzo del petrolio. Non può più aiutarci. La nostra economia è ferma: non siamo strutturalmente in condizione di pagare. Né il gas né nient'altro. E a sentire Khaled Abdel Badie, l'amministratore delegato di Egas, tutto il gas sarà venduto al
l'Egitto”.
Si tiene al potere Al-Sisi per farci affari? O forse, al contrario, si fanno affari con Al-Sisi per tenerlo al potere? “Quello che è certo, per ora, è che Al-Sisi si aspetta il gas. E per quella che è la nostra esperienza, non ama essere contraddetto”.
«L’accusa è corruzione nelle gare per i pozzi nel Paese africano: pagato un miliardo».E' a simili personaggi e interessi che ii fautori del "Migration compact" vorrebbero affidare le sorti dei popoli in fuga dalle regioni che proprio loro hanno contribuito a devastare. La Repubblica, 10 giugno 2012
È stato presentato nei giorni scorsi il secondo rapporto del relatore speciale Onu sui crimini e violazioni dei diritti umani in Eritrea. Ennesimo atto di accusa verso un regime spietato quello di Isaias Afewerki, uno dei possibili beneficiari dei fondi previsti dal presentato anch’esso nei giorni scorsi a Bruxelles e figlio di una proposta avanzata da Matteo Renzi. Una proposta e un’iniziativa non solo improntata su un’approccio securitario, che mira a bloccare sull’altra sponda del Mediterraneo i flussi di migranti e possibili richiedenti asilo, ma rischia anche di consolidare e perpetuare le cause stesse di quelle migrazioni. L’idea di fondo è quella di sostenere i governi dei paesi di origine, e investire decine di miliardi di euro in infrastrutture, usando la leva degli investimenti privati, né più e né meno come pretende di fare il piano Jucker per l’Europa.
In realtà il Migration Compact è muto, cieco e sordo riguardo le vere cause dell’esodo di massa verso l’Europa, guerra e repressione, violenza e dittature. Ci sono certo coloro che cercano un futuro lavorativo in Europa ci mancherebbe ed è loro diritto fondamentale, perché le migliaia e migliaia di italiani che se ne vanno dal paese per costruirsi un progetto di vita altrove che sono, beneficiati dal loro colore della pelle? Il punto però è che per molti provenienti da altre zone di conflitto, passerebbe la visione secondo la quale il problema (per gli eritrei e non solo, si pensi ad esempio agli etiopi Omo e Oromo magari, vessati e espulsi dalle loro terre) sarebbe un problema di sviluppo, di crescita. Insomma non persone che fuggono per salvare la propria vita, ma migranti economici, ai quali proporre chissà quando un posto di lavoro a casa propria.
Diciamo le cose come stanno, se si dovesse fare un calcolo in termini di posti di lavoro, in Africa se ne dovrebbero “costruire” oltre ottocento milioni. E fino quando questi benedetti posti di lavoro non verranno creati e queste infrastrutture costruite quelle persone dove vanno? Magari in campi di concentramento trasformati in sale di attesa? Se invece si ragionasse in altra maniera, riconoscendo le vocazioni e le specificità di quei territori a creare reddito, non necessariamente attraverso il classico posto di lavoro, non necessariamente reddito in termini di Prodotto interno lordo o Indici di Sviluppo Umano, magari si riuscirebbe a dare la possibilità a milioni di persone di produrre il loro cibo, e dar loro accesso agli strumenti per determinare il proprio futuro. Questo è il primo elemento. Ma anche l’assioma secondo il quale la crescita porterà democrazia fa acqua da tutte le parti.
Chi controlla l’economia di quei paesi? Dove andranno le risorse economiche e finanziarie? Le parole della commissione di inchiesta sui crimini in Eritrea ci riportano alla realtà nuda e cruda, e mettono di nuovo a nudo la contraddizione se non l’ipocrisia dell’Europa e del suo Migration Compact. Insomma una spruzzata di umanitarismo e lotta alla povertà mainstream, per nascondere le vere questioni politiche e le cause del fenomeno migratorio, e addolcire la pillola amara della repressione “poliziesca” fatta di filo spinato e hotspot. Pillola amarissima per chi fugge dalla guerra o dalla repressione e la galera e si ritroverebbe dentro un’altra galera per poi essere rispedito a casa in attesa di un fantomatico “posto di lavoro”.
Ma non è che forse proprio per quel modello di sviluppo, a causa dell’illusorio mito della crescita e del “trickle-down” development praticato in Africa e non solo che migliaia di persone partono dall’Africa se non per sfuggire alla guerra o alla repressione, almeno in cerca di una vita più decente? Per non dimenticare che nel frattempo l’Unione Europea sta continuando a spingere sui quei paesi per l’attuazione rapida degli Accordi di Partenariato Economico (Epa o Economic Partnership Agreements) che rischiano di creare grave pregiudizio alla possibilità di quelle economie di svilupparsi autonomanente. E così facendo ricreando le premesse per nuovi esodi migratori. Sono altre le maniere di ripagare un debito ecologico e sociale accumulato verso quel continente. Mi pare invece che il gatto si morda la coda. Anzi ancora una volta è il gatto che si mangia il topo.
«Ultimi degli ultimi gli schiavi dei campi dimenticati da tutti. Restano ostaggio dei “boss dei giardini” per meno di un euro a cassetta. L’Italia deve aiutare chi viene dal mare: e loro non interessano più».
La Repubblica, 9 giugno 2016
Più schiavi di quando c’erano i caporali bianchi, i ruffiani dei padroncini degli aranceti che erano tutti del posto, contemporanea versione del campiere. Più schiavi di quando si erano ribellati sei anni fa ai boss dei giardini. Più schiavi di quando li avevano ammassati lì dentro perché la vecchia fabbrica abbandonata era diventata una porcilaia immonda. Era un oleificio finanziato nel 1981 con soldi pubblici e dove non hanno mai spremuto un solo litro di olio, luogo ideale anche per il macero di umanità, per infliggere pene indicibili, per rinchiudere ai confini del mondo i più dimenticati.
Tende nel fango, tanfo, veleni, faide e vendette per un pezzo di capra squartata e contesa. Schiavi fra gennaio e i primi di marzo, quando la pianura stordisce con il profumo di zagara e loro si spaccano la schiena per meno di un euro a cassetta. Schiavi quando non ci sono più arance e mandarini, ma solo terra arsa e non c’è più neanche quell’euro. Schiavi come non lo erano stati mai nemmeno a casa loro. In Senegal, in Ghana, nel Mali, in Niger, in Burkina Faso.
Molti di loro non sono neanche più nomadi. Solo i più fortunati si spostano, quelli che hanno un aggancio in Puglia per le olive, quegli altri che hanno amici negli orti della Campania. Ma i fantasmi restano sempre qui, nell’accampamento prigione, nel bivacco “temporaneo” che è oramai per sempre la loro casa, di plastica o di corda, di cartone, o con il cellophane che quando tira vento si gonfia come una vela.
Qualcuno si fa vedere sulla Gioia Tauro Road. Così la chiamano loro, la vecchia statale numero 18 che una volta era la sola strada a scendere da Napoli fino a Reggio Calabria. Ma solo i più intrepidi si avventurano lungo su quel percorso dove all’orizzonte si stagliano le gigantesche gru del porto e i mezzi meccanici che sembrano “pupi”, sempre in movimento, tirati da fili invisibili.
È vero che ci sono più controlli nei campi, che i “mediatori” calabresi non si espongono più e al loro posto hanno ingaggiato gente dell’Est e pure qualche nero, fratelli contro fratelli. Ma sanzioni amministrative e qualche centinaia di euro di multe, non fermano i padroni dei giardini che con il popolo nero raccattano milioni di euro a stagione. È vero che promettono da anni di risanare la tendopoli di San Ferdinando, di abbatterla e di ricostruirla «più bella». Ma la tendopoli è sempre lì, in tutta la sua oscenità e in tutta la sua immoralità.
L’Italia ha le sue emergenze nel fronte Sud, la costa africana della Sicilia, l’isola di Lampedusa, gli sbarchi, i naufragi, le tragedie con tutti quei cadaveri in fondo al Mediterraneo. L’Italia deve soccorrere gli ultimi che vengono dal mare. Gli ultimi che hanno toccato terra non interessano più. Se sono vivi o se sono morti-vivi, non importa. Tanto nessuno se ne accorge. Nessuno li conosce. Nessuno sa che esistono. Nemmeno a Rosarno, a Gioia Tauro, a Taurianova, nemmeno a San Ferdinando che è lì a un passo.
I diritti umani non esistono per chi fugge dai paesi dissestati dalle guerre, dalle catastrofi ambientale e dai saccheggi dei colonialisti. L'Europa sceglierà tra i fuggiaschi quelli che valgono di più per i nostri (sporchi) interessi e farà sì che gli altri siano rinchiusi nei campi di concentramento.
Il manifesto, 8 giugno 2016
Una nuova risoluzione che permetta di allargare i compiti della missione europea Sophia in acque territoriali libiche, E’ quanto ha chiesto ieri il capo della diplomazia Ue Federica Mogherini al consiglio di sicurezza dell’Onu. Si tratta di un passaggio che segna un ulteriore salto di qualità nei compiti della missione e che prevede sia l’addestramento della guardia costiera libica, per la quale sono già pronte otto motovedette italiane, che un controllo sul rispetto dell’embargo di armi destinate alle milizie. «La scorsa primavera il Consiglio è stato unanime nel dare il via all’operazione navale che ha consentito di salvare decine di migliaia di vite umane, sequestrare centinaia di asset e portare i trafficanti davanti alla giustizia», ha spiegato ieri Mogherini intervenendo a New York.
Un altro passo della strategia europea per arginare il flusso di migranti sci sarà oggi a Strasburgo, dove Mogherini presenterà insieme al vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans il migration compact per l’Africa: 62 miliardi di euro di investimenti privati nel medio e lungo termine, per «pacchetti su misura» soprattutto per i Paesi africani, con l’obiettivo di combattere le cause alla radice dei flussi migratori e negoziare accordi per i rimpatri. Sette i paesi con cui verranno avviati i primi progetti: Etiopia, Eritrea, Niger, Nigeria, Mali, Libano e Giordania. Il lavoro è già stato avviato con tutte le capitali, in particolare con Niamey ed Addis Abeba. Nell’immediato si punta ad utilizzare 1,8 miliardi del Fondo per l’Africa, ai quali la Commissione europea aggiungerà 500 milioni dal budget Ue, con la prospettiva che gli Stati membri ne diano almeno altrettanti, ma possibilmente raddoppino l’intera cifra. Nel contenitore confluiranno anche fondi per i profughi e la cooperazione già esistenti.
La proposta legislativa vera e propria sul piano globale di investimenti arriverà comunque ad ottobre. Il controllo dei flussi migratori sarà il punto centrale attorno al quale ruoteranno le intese con i Paesi terzi, e potrà essere anche una delle ragioni per negare benefici commerciali o privilegi sui visti.
Ieri intanto l’Unione europea ha rispedito al mittente la proposta avanzata domenica dal ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz di concentrare e trattenere i migranti su alcune isole dalle quali non potrebbero muoversi. «Come fecero gli Stati uniti a Ellis Island o come fa oggi l’Australia», ha spiegato in un’intervista l’esponente del partito popolare. Esempi, specie quest’ultimo, che non sono piaciuti a Bruxelles. «Abbiamo una chiara posizione sul modello australiano: non è un esempio da seguire per l’Ue», ha spiegato un portavoce della Commissione europea.
In contrasto a quanto previsto dal diritto internazionale, il governo di Canberra confina i profughi in campi allestiti su due isole del Pacifico dai quali per loro è impossibile allontanarsi e dove, stando a molte denunce, sono vittime di violenze di ogni genere. «La politica (europea, ndr) sull’asilo e i profughi è pienamente in linea con le leggi e convenzioni internazionali e con il principio di non respingimento e questo non cambierà», ha concluso il portavoce.
Vienna comunque non sembra avere nessuna intenzione di abbandonare politiche e iniziative contro i migranti. Dopo aver completato i lavori preparatori all’innalzamento di una barriera al Brennero, dove ha schierato anche 80 poliziotti, ieri ha annunciato di voler avviare la costruzione di barriere analoghe anche ad altri valichi con l’Italia e la Slovenia. Si tratterebbe, proprio come ha fatto al Brennero, di recinzioni preventive, da innalzare solo in caso di nuovi arrivi di migranti, ha spiegato il portavoce della polizia, Rainer Dionisio.
FERMARE I MIGRANTI,
L’UE È PRONTA A PAGARE
di Anna Maria Merlo
«Bruxelles. Il piano europeo prevede soldi e investimenti per i paesi che bloccano i flussi. Servono 62 miliardi. Il primo accordo sarà con la Libia, poi con Tunisia, Libano e Giordania»
Ci sono stati più di 10mila morti nel Mediterraneo dal 2014, secondo dati Onu. La tragedia dei rifugiati, che scappano dalle guerre o per ragioni economiche, è un avvenimento epocale, non un fatto transitorio. La Commissione europea, messa di fronte al dramma che non può avere risposte nazionali ma che genera paura negli stati membri, cerca una soluzione. L’ultima proposta è stata illustrata ieri di fronte all’Europarlamento. Si tratta di un «nuovo quadro di partnership» da proporre agli stati di origine dei migranti, ha spiegato il vice-presidente della Commissione, Frans Timmermans, «cominciando da un primo gruppo», ha precisato, per arrivare a concludere dei «patti adattati alla situazione di ogni paese». Il «punto di partenza», per Timmermans, è il Migration Compact presentato dall’Italia e che sarà sul tavolo del Consiglio europeo di fine giugno. Bruxelles spera di poter dotare questo «patto» di 62 miliardi di euro: ma questa cifra sarebbe la risultante di un «effetto leva», a partire da un molto più modesto finanziamento di 3,1 miliardi provenienti dai fondi comunitari, a cui dovrebbe affiancarsi una cifra analoga versata dai paesi membri. L’obiettivo del moltiplicatore dell’effetto leva è «incentivare gli investimenti privati».
La Ue avanza con i piedi di piombo su un terreno sconosciuto. Per la prima volta in un documento comunitario viene stabilito un chiaro legame tra migrazione e cooperazione, con il ricorso anche a «incentivi negativi»: la Commissione propone di limitare gli aiuti e i vantaggi economici ai paesi che non contengono i flussi di migrazione. Un do ut des, che però solleva molte perplessità tra i giuristi, che si chiedono se sia legale stabilire degli accordi che pongono come clausola il freno alla migrazione. La Ue vuole «dare un maggiore appoggio ai paesi che fanno maggiori sforzi» nel limitare le partenze e nel riprendersi i propri cittadini emigrati illegalmente, anche facendo ricorso agli incentivi negativi. Ormai, tutti gli accordi che verranno firmati dalla Ue con dei paesi terzi prenderanno in considerazione la questione delle migrazioni, legata a tutti gli aspetti economici, come energia, investimenti o cambiamento climatico. Finora, gli accordi includevano riferimenti al rispetto dei diritti umani, dei diritti del lavoro o allo sviluppo sostenibile.
Per la Ue il problema più urgente del momento è la Libia. «Decine di migliaia di persone cercano il modo per entrare nella Ue» dice l’Onu. Mrs. Pesc, Federica Mogherini, ha chiesto lunedì all’Onu di autorizzare l’operazione europea Sophia a fare dei controlli sulle imbarcazioni al largo della Libia, per verificare che venga rispettato l’embargo sulle armi. Ieri, Mogherini ha spiegato che la Ue cerca un «nuovo approccio», che va dal salvataggio in mare dei profughi, alla lotta ai passeurs, al sostegno ai paesi che accolgono rifugiati, fino alla conclusione di «patti» favorevoli alla crescita dei paesi partner. La Ue cerca la strada per un approccio «più coordinato, più sistematico, più strutturato» per far fronte alla sfida. L’accordo concluso con la Turchia, criticato da più parti e sempre sottoposto al ricatto di Erdogan, viene comunque considerato positivo a Bruxelles, perché per il momento sembra aver messo sotto controllo gli sbarchi in Grecia, obiettivo principe degli europei. «Patti» precisi, per la Commisisone, dovranno essere conclusi, dopo la Libia, con Tunisia, Libano e Gordania. Poi seguono Niger, Nigeria, Mali, Senegal, Etiopia. «Vogliamo convincere i paesi d’origine che i problemi di immigrazione e di sviluppo sono legati, da loro e da noi», spiega Timmermans.
Per l’Unione europea i migranti economici rappresentano un problema, ma se nella massa di disperati che cerca di raggiungere il Vecchio Continente ci sono dei «talenti», ovvero lavoratori altamente qualificati e preziosi per il nostro mercato del lavoro, allora il discorso cambia. E molto. Entro il 2025, avverte infatti Bruxelles, serviranno tra i 68 e gli 83 milioni di lavoratori specializzati, manodopera indispensabile per mettere un argine al calo della popolazione in età lavorativa, ma soprattutto per rispondere alle esigenze di un mercato che richiede competenze sempre più alte. E di questi almeno 18 milioni servono praticamente subito, entro il prossimo decennio. Una necessità che l’Europa da sola non è grado di soddisfare e per questo deve fare ricorso ai migranti.
A lanciare l’allarme, sottolineando la necessità di personale iperqualificato, è un documento della Commissione europea che già nello scorso mese di aprile avvertiva i capi di stato e di governo della necessità di gestire in maniera diversa i flussi migratori. «La migrazione è stata e continuerà ad essere nei prossimi decenni una delle questioni fondamentali per l’Europa», è scritto nel testo in cui si ricorda come i cambiamenti climatici, le guerre e l’instabilità economica di aree a noi vicine continueranno a spingere le persone a cercare rifugio in Europa. Per gli stati resta quindi prioritario garantire protezione a chi fugge ma, avverte il documento, «con l’evolvere delle loro tendenze demografiche dovranno ricorrere alle opportunità e ai vantaggi offerti dai talenti e dalle capacità degli immigrati, e quindi cercare di attirarli».
Nel migration compact discusso ieri dall’europarlamento è prevista anche una revisione della Blu card, lo speciale permesso di soggiorno varato dall’Ue nel 2009 proprio per attirare lavoratori altamente qualificati. Revisione che era stata sollecitata ad aprile dalla Commissione guidata da Jean Claude Juncker per la quale era necessario uno strumento più efficace. Del resto anche l’Ocse proprio ieri ha sollecitato l’Europa a varare politiche in grado di attirare e trattenere cervelli, tanto più che dei migranti che ogni anno approdano nel Vecchio Continente solo una minoranza è ben qualificata. La migrazione umanitaria – è scritto nel rapporto presentato ieri a Parigi – «non può sostituire i canali discrezionali e selettivi della migrazione professionale tramite cui i datori di lavoro dovrebbero soddisfare i futuri bisogni di competenze».
Facile, a questo punto, ipotizzare come in futuro la selezione dei migranti, e forse anche dei richiedenti asilo da accogliere in Europa potrebbe avvenire sulla base delle indicazioni espresse sia dalla Commissione Ue che dall’Ocse. Se l’Europa «vuole rimanere un attore competitivo a livello mondiale», avverte il documento della Commissione, dovrà trovare il modo per attirare dall’estero le competenze che gli servono. «Ciò è essenziale non solo per soddisfare il fabbisogno attuale e futuro di competenze e salvaguardare un’economia dinamica – conclude il testo – ma anche per assicurare la sostenibilità dei nostri sistemi assistenziali a lungo termine».
Insomma la battaglia per accaparrarsi gli immigrati più qualificati è cominciata. Anche perché i «talenti» non farebbero gola solo a noi europei. Qualche giorno fa il quotidiano tedesco Der Spiegel ha accusato Ankara di escludere dall’accordo siglato con l’Ue (un siriano accolto in Europa per ogni siriano entrato illegalmente ripreso dalla Turchia) i profughi più qualificati, trattenendo così ingegneri, medici o comunque lavoratori estremamente qualificati. La questione sarebbe stata posta ad aprile dal rappresentante del Lussemburgo in una riunione dell’Ue. Al loro posto, Ankara invierebbe profughi non qualificati e malati.
La proposta riciclata da Renzi per fini meramente propagandistici, se fosse accolta dall'UE, moltiplicherebbe all'infinito i mortiferi campi di concentramento dei profughi. La realtà è che l'esodo dalla paura e dalla miseria si può affrontare solo se l'Europa intera si convertirà a una politica dell'accoglienza, anche nel proprio interesse. Il manifesto, 4 gennaio 2016
Con la "strepitosa" (come dice lui) proposta del Migration compact - prelevata peraltro di peso da un documento elaborato dallo staff della sua affiliata Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea - Renzi sostiene di aver trovato la soluzione per bloccare il flusso dei profughi provenienti dall'Africa. Si tratta non solo di pagare i governi degli Stati di origine o di transito dei profughi perché li trattengano lì, o ne accettino il rimpatrio, sul modello dell'accordo tra UE e Turchia, ma anche di promuovere sviluppo e occupazione in tutti quei paesi, perché i loro abitanti non abbiano più motivi di emigrare.
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| qui e nell'icona il campo profughi di Daadab, Kenia |
Probabilmente invece, di tutte queste cose qualcosa sa; potrebbero averglielo spiegato i suoi collaboratori. Ma pare comunque evidente, come in tutto quello che Renzi fa da quando è al governo, il fine elettorale anche di questa "trovata" fatta sulla pelle dei profughi. Renzi, che come tutto l'establishment europeo, non ha idea di come affrontare il problema, sta cercando di nasconderne le vere dimensioni, per tranquillizzare un elettorato aizzato da Salvini e dai suoi sodali, e di far credere che la soluzione sia a portata di mano. E ha fretta che il Migration compact venga approvato dal Consiglio europeo prima del referendum su cui si gioca il suo futuro; e anche di spacciarlo come soluzione prima delle elezioni amministrative.
Stupisce invece il servilismo con cui i commentatori italiani di stampa e media stanno al gioco, fingendo di non capire che quel piano non è altro che una patacca. Persino coloro che hanno il coraggio di ammettere che il problema non si risolve in quattro e quattr'otto - e che è urgente attrezzarsi per far fronte non solo all'accoglienza immediata, ma anche alla permanenza di centinaia di migliaia di profughi che non possono, e non potranno tornare indietro per anni - come i vescovi italiani, continuano però a sottovalutare le dimensioni del problema, lasciando campo libero all'allarmismo di un Salvini; o, come il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, fanno credere che l'Italia, stretta nella "tenaglia" tra gli sbarchi e la chiusura delle frontiere alle Alpi, possa affrontare da sola un flusso destinato a durare ed a crescere negli anni. Certo accoglierli tutti in Italia probabilmente non si può. Ma in Europa sì, e ne avrebbe anche bisogno.
Nel dibattito su questo tema si continua a parlare di accoglienza come fosse una libera scelta, senza dire che respingere e rimpatriare sono sì un crimini contro l'umanità, perché che portano morte, torture, sofferenze inaudite, ma non hanno alcuna possibilità di raggiungere il risultato. Per cui il problema non è se, ma come accogliere: per non trasformare l'Europa in un paese di Lager.
«Genocidio degli armeni. In verità, la Turchia, oggi, non è più semplice "baluardo orientale della Nato", ma anche centro nevralgico sia per frenare il flusso dei migranti sia per incentivarlo, e, d’altro canto, luogo di alimentazione del terrorismo islamista, e nel contempo, centro di organizzazione del contrasto ad esso».il manifesto, 3 giugno 2016
Il passato che non passa, torna regolarmente agli onori (o ai disonori) della cronaca. Le scuse o le mancate scuse per i crimini commessi da una nazione ai danni di un’altra (Obama recentemente a Hiroshima per la prima tragica atomica Usa); l’incommensurabile orrore della Shoà, che ci viene ricordato, in ogni modo, quotidianamente; i massacri, le annessioni di territori con la violenza, i misfatti delle potenze coloniali, sono altrettanti capitoli della storia del mondo, davanti ai quali la tentazione è sovente quella giustificazionista (tutti gli Stati sono nati dalla violenza, per esempio), o liquidatoria (ne abbiamo parlato abbastanza).
Oppure, sull’altro fronte, si affaccia la tendenza etico-giurisdizionalistica: condanne di tribunali internazionali (spesso dalla dubbia legittimità, come quello sui crimini della ex Jugoslavia) o di parlamenti nazionali. No, il passato non passa, a meno che non intervenga la storia, come scienza dei fatti accaduti, documentati, a mettere le cose a posto. E la storia ha acclarato, ad esempio, senza alcun ragionevole dubbio, che i campi di sterminio nazisti sono esistiti.
Fra i grandi crimini del Novecento, a dispetto del silenzio dei governi e della società turca, vi è il massacro degli Armeni, avvenuto nel 1915-16, quando l’Europa si dilaniava nel primo conflitto continentale. Quanti furono i morti? Un milione? Un milione duecentomila? Un milione e mezzo? Certo fu un crimine sistematico, organizzato scientemente, anche se non eseguito in modo «industriale» come nelle «docce» e nei forni di Auschwitz. Molti morirono di stenti in marce forzate, di cui ci sono agghiaccianti testimonianze fotografiche. Altri furono passati per le armi nelle loro case, altri impiccati o fucilati un po’ dovunque, in carceri, per strada, in luoghi di deportazione, ammesso che vi arrivassero ancora vivi. Va ricordato che fra i massacratori vi furono anche milizie kurde, ossia espressione di un popolo a cui proprio la Turchia, innanzi tutto, ha negato nazionalità, sottoponendolo a una persecuzione infinita.
Quel massacro, avvenuto con la collaborazione delle autorità del Reich Guglielmino, allora alleato dell’Impero Ottomano (nella cui traiettoria si staglia quella turpe vicenda, in un processo guidato dai cosiddetti «Giovani Turchi»), non ha ricevuto finora i riconoscimenti che gli spettavano.
Fra i primi Stati a riconoscere che di genocidio si è trattato, è stata la Francia, e spesso per le vie di Parigi si assiste a raduni, manifestazioni, capannelli di armeni (un film recente, assai bello, Mandarines, di Zaza Urushadze) evoca gli strascichi attuali di quella vicenda, nella triste guerra del Nagorno-Karabak). Papa Francesco, Obama, il parlamento di Vienna, richiamarono con varia terminologia quell’evento, suscitando la reazione irritata del governo turco, che rispose con il canonico richiamo dell’ambasciatore. Ora che è il Bundestag tedesco a farlo, la reazione è stata ancora più dura, non solo richiamando l’ambasciatore, ma minacciando conseguenze non precisate.
In verità, la Turchia, oggi, non è più semplice «baluardo orientale della Nato», ma anche centro nevralgico sia per frenare il flusso dei migranti sia per incentivarlo, e, d’altro canto, luogo di alimentazione del terrorismo islamista, e nel contempo, centro di organizzazione del contrasto ad esso. Riceve denaro per bloccare i migranti, che in realtà sfuggono e cercano altre vie per l’Europa; vuole aderire all’Ue, ma non si sogna di ottemperare le regole minime ripetute in modo sempre più stanco dai rappresentanti istituzionali dell’Unione. Con l’arrivo al potere di Erdogan mentre si erode la laicità dello Stato – quello costruito, con la violenza, da Ataturk – se ne cancella ogni vestigia di democrazia: oggi raccontare la verità in Turchia significa esporsi al rischio di finire la carriera di giornalista, scrittore, blogger, fotoreporter in galera o peggio. Erdogan spadroneggia, e si permette il lusso di svillaneggiare il papa, di ridicolizzare l’Unione Europea a cui pure pretende di aderire, e senza tanti complimenti chiude ogni voce critica.
E in nome del quieto vivere, nella speranza che quel governo faccia il suo sporco lavoro (contro i migranti), le diplomazie europee tacciono, o al più balbettano. Il passato che non passa è però un macigno anche per le robuste spalle del nuovo sultano di Ankara.
Il manifesto, 2 giugno 2016 (p.d.)
Ad Idomeni non c’è più nessun dio. È zona sconsacrata. Nessuno può entrare. Un cimitero di tende e lamiere, raschiate dalle ruspe dello sgombero. Posti di blocco ovunque, la polizia presiede le strade, chiede i documenti, la nazionalità è fondamentale in questi casi. «Ma voi siete volontari?», è la domanda. Poi, lo sguardo fermo. «Cittadinanza italiana», si legge sulla carta d’identità.
«Volontari sicuramente – dice Francesco Scardaccione, barese, 23 anni – ma prima di tutto siamo attivisti provenienti da tutto il mondo, completamente autonomi, slegati dalle organizzazioni governative e dalle Ong…». Francesco è uno di quelli che ha visto intere famiglie sbarcare a Lesbo in fin di vita. Francesco è l’attivista che ha tirato su un forno con un gruppo di iraniani, dove si impastava il pane e la pizza. Francesco è uno dei tanti che ha vissuto per due mesi nel campo di Idomeni, i suoi vicini di tenda erano siriani. «Costruiamo insieme ai migranti la solidarietà, condividiamo mezzi, strumenti, problematiche e possibili soluzioni». Il mutuo soccorso, il piano è umanitario, l’esodo è costante e inarrestabile, «Scarpe rotte, pur bisogna andare, tutti insieme», indicando la Macedonia.
Nonostante lo sgombero, gli attivisti sono sempre qui. In centinaia infatti sono rimasti, a decine ne stanno arrivando, per monitorare la situazione, per denunciare «le condizioni indegne dei campi militari nei dintorni di Salonicco», per fare informazione. Il sito di Melting pot Europe sforna resoconti costanti, giornalieri, la pagina facebook di Communia.net carica le foto degli attivisti presenti, le immagini del calvario. Un mondo tranciato da muri e dalle bombe, spaccati generazionali e culturali a confronto. L’intento, mostrare le mistificazioni, rendere visibile ciò che è invisibile nella cortina di fumo e afa che circonda l’area che va da Policastro a Salonicco.
Curdi, siriani e iracheni, migliaia di persone sono state deportate in questi centri. Syndos Frakapor ad esempio, un ex magazzino, un hangar gigantesco e fatiscente, riconvertito a campo militare. Il distretto industriale di Salonicco attorno, fabbriche dismesse e abbandonate, le insigne rosicchiate dalla crisi economica che ha sconvolto la Grecia. 800, i curdi ammassati nella tendopoli. «Abbiamo poca acqua, il cibo scarseggia. Una ventina di bagni chimici per quanti ne siamo e nessuno viene a pulire da una settimana», racconta Imad, capelli bianchi, fuggito dalla Turchia di Erdogan, con il Buzouki sotto braccio.
Imad aveva stretto amicizia con Francesco al campo di Idomeni. Si abbracciano, rievocano aneddoti, si prendono in giro. Imad aveva impacchettato, inforcando due pezzi di legno e uno straccio incerato di una tenda devastata dalla pioggia e dal vento, un aquilone su cui avevo scritto «Rojava, Kurdistan». L’aquilone svettava sulla tendopoli, lo ricordano tutti. La polizia puntella i cancelli del campo, gli attivisti fanno foto, prendono appunti
«Se non ci fossero i volontari, saremmo invisibili, nessuno parlerebbe di noi, tutti ci dimenticherebbero – continua poi, sorridendo al flash delle foto – a Idomeni si stava meglio, facevamo le nostre cose, vivevamo!»
«Niente giornalisti», intima il militare all’entrata, quasi ad interrompere quel minimo di connubio umano raffazzonato in pochi minuti. «Il governo greco sembra che voglia nascondere l’emergenza umanitaria in un recinto di filo spinato e di ossequioso silenzio. Non è un caso che L’Europa abbia sbloccato la tranche da 11 miliardi lo stesso giorno in cui Idomeni veniva evacuata», dice Stefano, il quaderno in mano, trapiantato oramai in Grecia dalla lontana Bolzano, salutando Imad in lontananza. Azzittire, rendere invisibili, nascondere ovunque il tacito accordo con la Turchia. La firma è quella di Alexis Tsipras. I campi militari invece, 11 per l’esattezza, una corona di cemento e detenzione millantata ad asilo, alle porte della Macedonia, sono responsabilità della fortezza Europa.
«Quanto resti?» Abud, siriano di Damasco, mentre sorseggia un bicchiere di Chai.
«Non saprei dove andare», ironico, scrollando le spalle, Pigi, attivista italiano.
Eko station, un campo informale, occupato da migliaia di migranti, non autorizzato, una distesa di tende e tendoni sull’asfalto della stazione di rifornimento. «Non abbiamo accettato di entrare nei campi militari per paura che il mondo ci dimenticasse, aspettiamo…», dice Abud, accendendosi una sigaretta. A giorni è previsto lo sgombero di tutti i campi “illegali”. L’atmosfera è tesa. Più di quattro mila persone rischiano la prigionia e il rimpatrio forzato.
Qui però gli attivisti si fanno sentire, possono entrare. Camuffati dal circo mediatico in un problema da estirpare, ovunque invisibili, a gran voce, una trentina di italiani della staffetta #overthefortress ha installato una radio, con casse musica e microfoni. La frequenza è 95.00, Radio No Borders. I siriani cantano, ballano. Le persone si accalcano.
Abud studiava per diventare un veterinario e nel tempo libero si dilettava a strimpellare qualche canzone. Improvvisa, gorgheggiando, l’inno dell’esercito libero siriano. «Quando tornate, ve lo recito in italiano», con applauso finale, è ovvio.
Il manifesto, 2 giugno 2016 (p.d.)
E se avesse ragione Monsignor Nunzio Galantino, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana? I progetti da lui tratteggiati nell’intervista di ieri aRepubblica, rivelano una lungimiranza tale da proporli come concretamente realizzabili. E poco importa se già gli ostili gli attribuiscono la perversa intenzione di «accoglierli tutti», i richiedenti asilo e i migranti economici.
D’altra parte «Accogliamoli tutti» fu il titolo di una prima pagina del manifesto di qualche tempo fa e di un nostro libro del 2013. Quest’ultimo recava un sottotitolo («Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati») che motivava la possibile combinazione virtuosa, in base a una sorta di «altruismo interessato», tra interessi dei residenti e interessi dei nuovi arrivati.
Non vogliamo, certo, attribuire ad altri, tanto meno al segretario della Cei, capacissimo di parlare in prima persona e con argomenti ben torniti le nostre convinzioni: così come non vogliamo ricavare da quanto appena detto da Tito Boeri (che, fino a prova contraria, non è un volontario della Caritas) prove scientifiche di ciò che noi riteniamo utile, e non solamente giusto, per il nostro Paese. E, tuttavia, quando il presidente dell’Inps dice che i contributi previdenziali versati dagli immigrati, e di cui mai usufruiranno sottoforma di pensioni, rappresentano «quasi un punto di Pil», offre un’indicazione preziosa.
In altre parole, l’Italia ha bisogno di immigrati quanto gli immigrati hanno bisogno dell’Italia: e sono le categorie della demografia e dell’economia a mostrarlo con inequivocabile evidenza.
Questo significa, forse, che l’impresa non sia terribilmente ardua? Nient’affatto. In estrema sintesi, la convivenza è possibile, realizzabile, economicamente, socialmente e culturalmente proficua e, tuttavia, assai faticosa e spesso anche dolorosa. Gli ostacoli possono essere enormi, ma nessuno è insormontabile.
E, soprattutto, il contrario di questa prospettiva è una utopia regressiva e torva, quella che porterebbe non alla Fortezza Europa – come si augurano i comici Amish padani (e chiediamo scusa agli Amish veri) – bensì a una sorta di «cronicario Europa», senescente e sterile, autarchico e reclinato su sé stesso. Non solo. Quel dato ricordato da Boeri ne richiama altri particolarmente istruttivi: i circa 2 milioni e 400mila lavoratori stranieri regolari producono oltre l’8,8% della ricchezza collettiva del nostro Paese. E si pensi a un altro fattore demografico inesorabile: tra non molto tempo, gli italiani della fascia di età oltre i 65 anni saranno 1 su 4. Con quali conseguenze rispetto al fabbisogno di assistenza e cura (solo in minima parte fornito da autoctoni), è facile da immaginare. Ed è solo un esempio. Tutto ciò in uno scenario dove, nel corso del 2015, hanno sì abbandonato il nostro Paese 91 mila cittadini italiani ma anche 48 mila stranieri già regolarmente residenti.
Perché tutte queste cifre che, se analizzate con attenzione dovrebbero ridimensionare sensibilmente quell’immagine di «emergenza epocale» costantemente evocata, non sono sufficienti a rassicurarci? Per tante ragioni, e per una essenzialmente: perché la gestione, così spesso improvvisata e sgangherata dei flussi migratori e, in particolare, degli sbarchi, con l’immenso carico di sofferenza e di emozione che li accompagna, accredita una percezione grottescamente alterata di minaccia e di invasione.
Al contrario, e senza alcuna tentazione provocatoria e tantomeno profetica, pensiamo proprio che «accoglierli tutti» (o quasi) sia possibile. Certo, attraverso una politica comune europea, che resta l’obiettivo più difficile da raggiungere; e una politica italiana dell’immigrazione e dell’asilo che si proietti su un arco di medio termine (cinque-dieci anni) con i relativi investimenti e l’adeguata mobilitazione di personale, strutture e servizi. E ancora: mutuando e moltiplicando quelle iniziative – oggi modeste nelle dimensioni, ma potenti per il messaggio trasmesso – capaci di realizzare canali legali e sicuri per l’accesso in Italia e in Europa, come il corridoio umanitario al quale lavorano la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane e la Tavola Valdese.
D’altra parte, una semplificazione e una maggiore duttilità delle norme che amministrano gli ingressi regolari (oggi ridotti a ben poca cosa) e una più intelligente articolazione del mercato del lavoro in grado di accogliere e qualificare tanti lavoratori generici, sottraendoli all’illegalità, potrebbero consentire l’occupazione di settori di manodopera straniera, oggi marginalizzati. Tutto ciò non è una ricetta miracolosa, è un percorso lungo, dagli esisti incerti, ma costituisce la sola alternativa realistica e saggia all’esplosione di laceranti conflitti etnici e alla stessa dis-integrazione dell’Europa.
Richiede molto tempo e intelligenza politica e, soprattutto, la capacità di sottrarsi a quella sudditanza psicologica nei confronti degli imprenditori politici dell’intolleranza, che sembra paralizzare una parte estesa della classe politica. Sullo sfondo, un’antica lezione che – per quanto la storia l’abbia mille volte confermata – sembra, ancora una volta, restare inascoltata. Quando la sinistra fa la destra, è sempre la destra a vincere. Di fronte a una copia abborracciata è pressoché fatale che si finisca con lo scegliere l’originale.
«L’ultima ondata dal Nordafrica mette a nudo l’inefficacia delle ventilate intese con gli “alleati” africani e la miopia strategica».
Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2016 (p.d.)
Com’era prevedibile, e come era stato largamente anticipato, la massa di migranti e profughi si è puntualmente presentata alle porte di casa. Ci era stato detto che l’Europa avrebbe fatto la sua parte, che la Libia del nuovo corso si sarebbe impegnata, l’Egitto avrebbe collaborato e la Turchia si sarebbe accontentata di qualche altro miliardo. Per un brevissimo periodo ci avevamo creduto, ma i sospetti che si trattasse di un ennesimo bluff non ci avevano mai abbandonato. In realtà non ci voleva molto per accorgersene.
L’Ue ha applicato le regole a vantaggio dei soliti paesi centro-nordici. Le periferie meridionali sono rimaste al palo. La cosiddetta flotta europea ha dovuto prendere atto che la sola missione possibile è quella di soccorrere e salvare i naufraghi. Talvolta riesce a prevenire il peggio, ma quasi sempre la tragedia si consuma prima.
La Libia avrebbe dovuto controllare i flussi in partenza dalle sue coste e la promessa è stata accompagnata da una richiesta di soldi. Ma il traffico dei migranti in Libia non è più gestito dal governo, come ai tempi di Gheddafi. Nessuno regola più la spoletta della bomba migratoria per fini politici e le masse che arrivano sulle coste sono in balia di altri criminali. Egitto e Turchia non hanno alcun interesse a bloccare i migranti: li possono taglieggiare, selezionare e scartare a volontà. E così possono anche taglieggiare l’intera Europa.
Le perplessità erano anche evidenti sul fronte nazionale perché a dispetto degli annunci festosi e spavaldi, non si è visto alcun cambiamento di approccio strategico. Si è continuato a parlare di migranti che scappano dalle guerre, quando in realtà quelli che ci dovrebbero preoccupare sono coloro che scappano da governi incapaci di offrire un futuro più dignitoso. I profughi hanno leggi internazionali che li salvaguardano (o almeno dovrebbero), gli altri migranti no. S’è continuato a parlare d’emergenza, come si trattasse di un evento imprevedibile, contingente e transitorio. È invece un fenomeno demografico di lungo periodo che nemmeno i tradizionali “strumenti di controllo” come guerre, carestie ed esperimenti d’ingegneria sociale possono arrestare. I popoli in boom demografico si spingono verso i paesi in deficit o addirittura “capitolazione” demografica. Tutta l’Europa è in capitolazione e per mantenere il proprio standard di vita e difendere la propria cultura ha bisogno di nuovi afflussi. Alcuni paesi hanno una politica demografica in tal senso, ma non per solidarietà: di fatto selezionano “la merce migliore”per coprire il fabbisogno di mano d’opera per lavori che gli stessi europei non vogliono più fare.
Altri si arrampicano sugli specchi della xenofobia o della “difesa della razza”. La soluzione d’incrementare la natalità europea con gli oboli fascisti, è un bluff. Se manca la prospettiva di lavoro e inserimento dignitoso nella società, non sarà una manciata di euro a convincere i giovani, già in crisi e delusi, a mettere al mondo altri figli. Inoltre, tra vent’anni nessuno potrà costringere i giovani nati grazie al contributo statale o all’impegno personale dei leader a svolgere i lavori che i loro padri hanno rifiutato. La soluzione strategica di lungo termine è di una banalità imbarazzante: occorre creare in ogni paese, anche nel nostro, ma soprattutto nei luoghi d’origine delle migrazioni le condizioni perché i popoli si sentano liberi di rimanere e di partecipare con dignità alla vita sociale.
Questa banalità ne comporta altre che tutti i leader del mondo conoscono e dicono di condividere, ma che non vogliono attuare. Si tratta di ridistribuire la ricchezza, eliminare la corruzione e le ingiustizie sociali. Ma non riusciamo a realizzare queste cose a casa nostra e non facciamo nulla neppure per frenare la fuga dei nostri “cervelli”.
Si è sperato nel contrasto ai migranti nei paesi di partenza e in quelli di transito, ma nulla è stato fatto per impedire che proprio in quei paesi venissero perseguitati e massacrati o catturati e forzati alla migrazione. Sono state solo pianificate missioni militari per impedire l’imbarco e distruggere i barconi già presenti sulle coste. Ma soprattutto non è stato preso atto che, in attesa di realizzazione di migliori condizioni nei luoghi di origine, l’unica soluzione al fenomeno non è demonizzarlo o ignorarlo o passarne: occorre gestirlo come un fenomeno strutturale di lungo periodo e non una semplice emergenza all’insegna del “ha da passa' 'a nuttata”. Significa pianificare, organizzare ed eseguire: il coordinamento dei flussi, l’accoglienza, il controllo di sicurezza, l’inserimento produttivo, i ricongiungimenti familiari e i trasferimenti verso altre sedi. Significa smetterla di sperare in una burrasca permanente sul mare.
Paolo Rodari intervista monsignor Galantino, segretario della Cei: «Quei cadaveri nel Mediterraneo sono uno schiaffo alle democrazie europee. No ai centri sulle navi dobbiamo salvare i migranti e poi offrirgli un futuro».
La Repubblica, 1° giugno 2016
Un racconto corretto della drammatica situazione che si è creata nel Mediterraneo per effetto dell'esodo e della chiusura delle frontiere e una previsione molto pessimistica del futuro, se l'Europa non cambia strada.
La Repubblica, 31 maggio 2014
Le migrazioni rischiano di trasformare l’Italia in una pentola a pressione. Per il convergere di tre fattori: i crescenti flussi da sud e da est; i severi controlli anti-migrante lungo le frontiere alpine; soprattutto, la deriva xenofoba che la retorica dell’”invasione” minaccia di suscitare nel nostro paese, con gravi conseguenze per la pace sociale e l’ordine pubblico.
Gli oltre 14 mila sbarchi in tre giorni hanno fatto saltare la catena degli hot spot e indotto il ministero dell’Interno a emanare una circolare di emergenza per il trasferimento provvisorio di 70 migranti in 80 province (a proposito: non volevamo abolirle?). Nella frenesia da campagna elettorale la Lega e altre destre hanno evocato lo spettro del “genocidio”, ovvero la “sostituzione etnica” degli italiani che si presumono “puri” con gli “impuri” lanciati da qualche misteriosa entità (immaginiamo pluto-giudaico- massonica) alla conquista dello Stivale.
Restiamo ai fatti. Dall’inizio dell’anno a oggi sono sbarcate sulle nostre coste 47.740 persone, il 4,06% in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Quasi tutte provenienti dall’Africa subsahariana e dall’Eritrea via porti della Tripolitania ormai somalizzata e, in qualche caso, dell’Egitto. L’effetto “invasione” non è dunque dato dal totale degli sbarchi ma dalla loro concentrazione nel tempo e nello spazio. Oltre che dalla smisurata eco mediatica.
Questo non garantisce affatto il futuro: sappiamo che centinaia di migliaia di migranti economici e ambientali, oltre che di richiedenti asilo, attendono di raggiungere l’Unione Europea. In particolare la Germania e i paesi nordici, dove le opportunità di impiego e le garanzie di assistenza sono nettamente superiori a quanto offra l’Italia. Ed è anche probabile che la chiusura della rotta balcanica — ammesso che l’accordo Merkel- Erdogan non salti — finisca per deviare i migranti in fuga dalle guerre mediorientali verso il Canale di Sicilia.
Qui sta il rischio. Se all’aumento della pressione migratoria dovessero corrispondere controlli più aggressivi alle frontiere con Austria e Francia, o addirittura la loro temporanea chiusura, l’Italia si troverebbe compressa in una micidiale tenaglia. Non è scenario di fantasia. Il ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, ha ricordato che tra pochi mesi il suo paese raggiungerà la soglia massima prestabilita per i richiedenti asilo, il che provocherà il respingimento (in Italia) degli aspiranti rifugiati. E il fermento a Ventimiglia, dove un parroco ha accolto in chiesa un centinaio di migranti (più di quanti il Viminale ne abbia assegnati a una provincia intera), non promette nulla di buono, viste anche le costanti frizioni franco-italiane.
La Francia è infatti in prima linea nel pretendere dall’Italia non solo più hot spot (abbiamo promesso che ne apriremo altri), ma anche più centri di identificazione ed espulsione: in parole povere — ma terribili — campi di concentramento. Qui si devono trattenere gli “irregolari” in attesa di espulsione — ovvero persone che non hanno commesso alcun reato — in condizioni spesso rivoltanti. Il governo di Roma resiste a tali pressioni per ragioni anzitutto umanitarie. I partner nordici insistono, arrivando a minacciare procedure d’infrazione europea, peraltro prive di base giuridica.
Renzi finora resiste. Sul fronte interno, respingendo l’offensiva xenofoba. In campo europeo, rilanciando con il suo migration compact. Aiutiamo gli africani a casa loro, così dovremo soccorrerne di meno a casa nostra. Giusto. Il presidente della Commissione, Juncker, ha risposto con una lettera di plauso. Punto. Siamo e probabilmente resteremo alle buone intenzioni. Fatti zero.
Di qui due conclusioni — una per l’immediato, l’altra per la prospettiva.
Primo: c’è un’emergenza umanitaria nel Mediterraneo. Se non l’affrontiamo, i morti solo quest’anno potrebbero essere migliaia. Marina e Guardia costiera italiana stanno facendo miracoli, di cui forse non siamo abbastanza consapevoli. Con l’aiuto di Forze armate di altri paesi, di organizzazioni umanitarie e internazionali, oltre che di semplici volontari, il raggio d’azione delle operazioni di salvataggio può essere allargato. In attesa di allestire canali migratori umani, regolati ed economici, che mettano all’angolo gli scafisti. Il primo diritto umano è quello alla vita. Dopo averlo tanto predicato, è il momento di praticarlo.
Secondo: l’Europa non ci salverà. L’Italia deve attrezzarsi ad affrontare la questione migratoria — non l’emergenza di un giorno: la normalità dei prossimi decenni — con i propri mezzi. Ciò significa investire in infrastrutture per l’accoglienza e per l’integrazione, a meno di non accettare che il Belpaese si sfiguri in arcipelago di ghetti. Con annessi lager. La Germania, scartando per una volta dal dogma antikeynesiano, ha appena varato misure analoghe per decine di miliardi, sulla cui ripartizione già s’azzannano governo centrale e Laender. È urgente che l’Italia si doti di una sua legge per l’integrazione e che mobiliti le risorse economiche, culturali e politiche necessarie. Perché qui si gioca il futuro della nostra comunità. Se falliremo, non avremo prove d’appello.
«Il manifesto, 31 maggio 2016
Anche l’altalena di dichiarazioni e smentite sulle richieste alla Grecia è prova di confusione: vorrebbero strangolarla, ma non vanno a fondo per paura, con la minaccia del Brexit alle porte, di innescare fughe a valanga. Ma otto anni di austerity hanno reso un problema insolubile, in un continente che perde tre milioni di abitanti all’anno, anche l’arrivo di un milione di profughi: tanti quanti erano i «migranti economici» che arrivavano ogni anno in Europa.
E si sistemavano, prima che i cordoni della borsa venissero stretti con il fiscal compact. Ma il campanello di allarme sono state le elezioni austriache. L’elettorato si è spaccato: metà per i respingimenti, metà per l’accoglienza. Con i due partiti che avevano governato il paese per settant’anni dissolti nello spazio di pochi mesi. In questo esito i partiti che, insieme o alternandosi, hanno governato finora i rispettivi paesi e l’Unione, impediti a schierarsi con gli uni, per non esserne divorati, e incapaci di dare una risposta agli altri, per la ristrettezza mentale che li divora, hanno letto il proprio futuro. Così si cercano di barcamenanarsi anche su questo terreno, mentre migliaia di profughi continuano a morire, a perdersi, a soffrire.
Angela Merkel si è adoperata per imporre un accordo con la Turchia che dovrebbe liberare la Germania e i suoi vassalli dall’«incubo dei profughi» lungo la rotta dei Balcani. Ma accortasi che Erdogan la teneva ormai al guinzaglio, ha accennato a una marcia indietro. Lo stesso ha fatto Schulz, dichiarando che l’Unione non abolirà mai i visti di ingresso finché la Turchia non rispetterà “tutte” le regole della democrazia (ma non ne sta rispettando nessuna); in compenso è sicuro che i profughi rispediti a Erdogan sono trattati molto bene (lo avrebbe constatato di persona, in una visita ad hoc). Alfano progetta hot spot galleggianti per rispedire subito in Libia i naufraghi raccolti in mare, proprio mentre è evidente che in Libia, come in tutti gli Stati africani con cui sono stati conclusi o si vuol concludere accordi di rimpatrio, quei profughi vengono massacrati, torturati e rapinati in ogni modo. Il tutto sullo sfondo dello «strepitoso» (parole sue) migration compact messo a punto da Renzi, che non propone altro che l’estensione del vacillante accordo con la Turchia a tutti i paesi di origine o transito dei profughi in arrivo dall’Africa; a un costo dieci volte superiore a quello che i governi dell’Ue già rifiutano di pagare alla Turchia; mentre nessuno accetta di rilocalizzare i profughi sbarcati in Grecia e in Italia, contando di scaricare sui due paesi il peso dei nuovi arrivi presenti e futuri.
È ora di dire che la questione dei profughi non è un’emergenza; ma non, come sostiene Renzi, perché il numero degli sbarchi di quest’anno non è eccezionale (ma lo è il numero dei morti, che già era intollerabile gli anni scorsi). Ma, al contrario, perché non è un fenomeno temporaneo, ma è destinato a durare per decenni con pari se non maggiore intensità. Ma non è un problema italiano; riguarda tutta l’Unione europea. Che o si attrezza per accogliere tutti i nuovi arrivati, senza distinguere tra profughi e migranti economici, per inserirli nel tessuto sociale e nel sistema economico con una svolta di 360 gradi nelle politiche fiscali, e imboccando definitivamente la strada della conversione ecologica; oppure si dissolverà insieme ai partiti che l’hanno governata finora, spalancando la strada alle forze che vogliono trasformarla non solo in una fortezza verso l’esterno, ma anche in una caserma all’interno. Oppure alle forze, ancora tutte da costruire, daraccogliere intorno alle migliaia di volontari che hanno capito l’importanza della posta in gioco, e che sanno che alle politiche di accoglienza non ci sono alternative; perché i respingimenti sono sì un crimine contro l’umanità, ma sono anche impraticabili.
». La Repubblica, 30 maggio 2016 (c.m.c.)
Forensic Architecture è il nome di un’agenzia di ricerche che ho inaugurato nel 2010 con un gruppo di colleghi architetti, registi, giornalisti investigativi, scienziati e avvocati. Portiamo avanti indagini indipendenti facendoci largo tra i segreti e le ammissioni negate della violenza di Stato nel contesto di un conflitto armato. Agiamo su commissione dei pubblici ministeri internazionali e lavoriamo con gruppi per i diritti umani in diversi posti del mondo: sulla guerra segreta dei droni in Pakistan, Afghanistan, Yemen, Somalia, Siria e Gaza; sulle tracce del genocidio nella ex Jugoslavia e in Guatemala; seguiamo le barche disperse nel Mar Mediterraneo e produciamo prove in relazione alla distruzione ambientale in Brasile e in Indonesia.
Come architetto israeliano, tuttavia, il mio lavoro nel campo dell’architettura forense si è sviluppato nel lungo periodo di attivismo in Palestina. Molti dicono che la Palestina sia un laboratorio dei meccanismi di controllo e che gli israeliani esportino queste tecniche in tutto il mondo. Ma è stato anche un laboratorio di resistenza e di attivismo. Inoltre, il conflitto palestinese ha sempre avuto una specificità architettonica che coinvolge sia la costruzione che la distruzione. Essa si articola, da una parte, nella progettazione di insediamenti ebraici che lacerano, avvolgono e isolano le comunità palestinesi privandole degli spazi aperti, dei paesaggi e delle risorse idriche.
Gli architetti e i progettisti sono sempre stati coinvolti in questa violenza, in questa violazione dei diritti umani e del diritto internazionale. È sul tavolo da disegno che i loro crimini sono stati commessi con i semplici gesti dell’architettura: tracciando delle linee sulla carta. La violenza concepita nel disegno è stata poi trasferita sul terreno.
E, dall’altra parte, la violenza militare israeliana oggi ha luogo quasi esclusivamente nelle aree urbane, e dunque comporta la distruzione di case, di quartieri e di infrastrutture. Quando una città — Gaza, Rafah o Ramallah in Palestina, ma anche Miranshah in Pakistan o Aleppo in Siria — diventa bersaglio della violenza militare, i civili muoiono negli edifici. La maggior parte delle vittime delle guerre di oggi muore nella propria casa. Questi edifici non sono solo il luogo della violenza, ma il mezzo con cui la violenza colpisce: le persone muoiono colpite dai frammenti delle loro case.
Quando la polvere si posa, queste rovine diventano indizi e prove, il mezzo più importante per ricostruire ciò che è avvenuto e per articolare rivendicazioni politiche e legali contro l’aggressore. Mentre la violenza architettonica insita nella pianificazione e nella costruzione degli insediamenti è lenta, l’analisi architettonica può anche essere utilizzata con ritmi più veloci e in scala più piccola.
L’architettura è fondamentale per capire le varie forme in cui esplode la violenza urbana: invasioni, incursioni notturne, sparatorie e uccisioni di manifestanti disarmati, omicidi mirati, attentati e bombardamenti contro quartieri abitati da civili. L’architettura è anche un buon mezzo per rispondere a un cambiamento nel modo in cui i conflitti diventano visibili.
Negli ambienti urbani di oggi compaiono moltissime telecamere, soprattutto di privati cittadini, che registrano ogni evento da diverse prospettive. In effetti, le prove più rilevanti oggi sono prodotte dai civili, soprattutto sotto forma di immagini e video. Prendere questo tipo di immagini nel contesto del conflitto palestinese è pericoloso. I giornalisti palestinesi e i cittadini giornalisti che scattano fotografie di soldati israeliani vengono regolarmente arrestati, picchiati, minacciati e subiscono la confisca delle loro attrezzature.
L’architettura può offrire un metodo per comporre e assemblare i diversi elementi multimediali che si raccolgono. Ci riferiamo alla ricostruzione di un rapporto dinamico spazio-tempo tra queste immagini come al complesso dell’immagine architettonica. La maggior parte dei video che vengono trasmessi o diventano virali su internet contengono, in un singolo fotogramma, tanto l’immagine dell’aggressore che quella della vittima.
Ma per ogni immagine che include chi colpisce e chi viene colpito, chi spara e chi viene ferito, ce ne sono molte altre dove compare solo uno o l’altro, o abbiamo solo l’audio, o quello che è accaduto prima e dopo il fatto. La loro relazione con altre immagini e l’avvenimento principale non è evidente. È più difficile vedere e capire i fatti che scivolano tra le immagini, e queste immagini, che contengono informazioni parziali, sono spesso scartate come inutili.
A volte possiamo trovare, sincronizzare e riassemblare delle immagini per ricostruire visivamente e vir- tualmente degli eventi nello spazio. Vedere in questo contesto richiede una costruzione e una composizione — come l’architettura. Fare delle indagini su specifici avvenimenti in una storia di colonizzazione, di dominio, di separazione e di violenza lunga decenni e tuttora in atto — come il conflitto palestinese — può sembrare inutile: ogni giorno porta nuove esplosioni di violenza e crea nuovi cumuli di macerie. Inoltre, raramente c’è un meccanismo efficace a cui rivolgersi per avere giustizia e definire le responsabilità. Indagare su degli episodi richiede di poter lavorare con calma e in modo sistematico, con tempi lenti che consentano di esaminare i minimi dettagli.
Come pratica politica, l’architettura forense sembra offrire l’ottimismo di un anatomo-patologo. Potrebbe sembrare un motivo di disperazione, questa grande impasse politica in cui ci troviamo, o perfino un’allegoria dello stato della sinistra oggi. Ma una patologia degli eventi non vuole solo documentare il modo preciso e la misura delle atrocità. Essa vuole anche mettere in evidenza i tentativi politici e sociali di negarle. E la negazione non è semplicemente un rifiuto di fare i conti con i crimini del passato. La negazione è anche la condizione per poter continuare a usare la violenza in futuro. Se uno non ha fatto nulla di male, può tranquillamente continuare a farlo.
Le persone che rischiano la propria vita per prendere delle immagini e pubblicarle fuori dallo spazio in cui sono represse e incarcerate — come se fossero dei messaggi in una bottiglia, senza sapere se, da chi e quando i loro messaggi saranno visti — meritano in modo particolare la nostra massima attenzione. Dobbiamo leggere questi messaggi il più attentamente possibile, benché il loro contenuto sia difficile da guardare, anzi, proprio per questo, e quando ricostruiamo certi avvenimenti dobbiamo anche ricostruire il mondo a cui appartengono.
L’Europa comincia a capire che non si tratta di emergenza ma di una questione destinata a durare nei decenni a venire. Ma le sue politiche sono l'esatto contrario di ciò che si dovrebbe e potrebbe fare.
Il manifesto, 28 maggio 2016
La questione dei profughi è salita di livello, sbarcando in Giappone, al tavolo del G7, come questione centrale per il futuro del pianeta. Non poteva andare diversa- mente. L'Austria ha mostrato una popolazione spaccata esattamente a metà tra chi vuole respingerli e chi accoglierli: una divisione che ta- glia verticalmente partiti, culture, religioni, classi sociali e divide tra loro gli Stati in tutta l'Europa. Una fotografia di umori presenti in tutti i paesi europei.
All'altro capo dell'Atlantico, Donald Trump ha fatto del respingimento dei migranti presenti e futuri il cavallo di battaglia della sua irresistibile ascesa. La democrazia, il pro- getto o l'esercizio di un autogoverno dei popoli, sono stati dissolti e risucchiati dalla concentrazione dei poteri nelle mani dell'alta finanza, e questo ha spalancato le porte della politica, ridotta a mera rappresentazione, alla sollecitazione degli umori più viscerali. La paura e lo schifo per il diverso, e il senso di superiorità che ciascuno a suo modo ne può ricavare, sono la compensazione che il potere riserva ai suoi sudditi, a fronte delle frustrazioni che infligge loro.
Intanto, all'altro estremo della scala sociale in cima alla quale è seduta l'élite del G7, si moltiplicano gli imbarchi dalle coste della Libia, i naufragi, i morti, i salvataggi e gli sbarchi; mentre lo sgombero del campo di Idomeni, ancora più cinico e spietato di quello in corso a Calais, lascia vedere quel che i Governi europei si ripromettevano dall'accordo appena concluso, e già vacillante, con la Turchia: la possibilità "lavarsi le mani" (dei profughi) per occuparsi di ciò che gli è più caro: i loro bilanci.
Ma non sarà così. Solo ora quei governi cominciano a capire che quella dei profughi non è un'"emergenza" temporanea, ma è destinata a durare per decenni a venire. Poi vedono. che, proprio per la sua visceralità, la questione sta cannibalizzando tutti gli altri temi, mettendo fuori gioco schieramenti e politiche di sempre, come è successo in Austria. Infine, forse, cominciano anche a rendersi conto che non sanno assolutamente come affrontarla. Solo Renzi, perché questo è il suo modo di governare, sembra contento di sé; e arriva a definire "strepitosa" la sua proposta di un Migration compact con cui cercare di nascondere quello che l'Europa si appresta fare: scaricare sull'Italia (e sulla Grecia; e la gestione e lo sgombero di Idomeni mostrano come) il peso di quei flussi che nessun accordo con paesi terzi riuscirà mai a trattenere. D'altronde, accordi per fermarli erano già stati conclu- si con la Libia, quando ancora esisteva, e il Sudan; e avevano già fatto fiasco, ma anche provocato morti, violenze e sofferenze senza fine alle vittime predestinate.
Che cosa prevede allora di nuovo il Migration compact? Niente altro che l'estensione di accordi analoghi a tutti i paesi dell'Africa centrale e mediterranea da cui provengono i flussi che alimenta-no la cosiddetta rotta mediterranea, il cui punto di approdo è l'Italia. Quei paesi, però, oggi sono quasi tutti stremati da conflitti armati interni o da feroci dittature; ma anche da crisi ambientali prodotte dal saccheggio delle loro risorse da parte di multinazionali occidentali e cinesi (e in buona parte europee), e dai cambiamenti climatici in corso. Non avranno mai forze economiche e militari sufficienti a farsi carico del ruolo di carceriere in conto terzi che l'Unione europea cerca di affidare alla Turchia. A questo dovranno comunque provvedere in prima persona, anche se in forma mascherata, i governi europei, aiutando quel che esiste dei governi locali a rinchiudere in campi di concentramento i profughi che vorrebbero fuggire dal loro paese; e promuovendone, non si sa come, "sviluppo" e occupazione (quella che l'Europa non riesce più a garantire nemmeno entro i suoi confini), perché nessuno abbia più interesse a emigrare, con un piano che vale 10 volte i sei miliardi promessi alla Turchia. Ma a parte la difficoltà di reperire quei fondi da governi europei sempre più alle prese con i loro bilanci, a quali forze affidare un compito impegnativo come "promuovere lo sviluppo"? Qui il progetto di Renzi raggiunge il grottesco: gli unici soggetti che cita come esempio sono Eni e Edf: due delle tante multinazionali responsabili dei danni ambientali e sociali che stanno costringendo milioni di persone ad lasciare i loro paesi.
Eppure i soggetti potenziali di un'inversione radicale delle politiche di devastazione di quegli habitat ci sono; e sono qui tra noi. Sono gran parte dei migranti già insediati da tempo sul territorio europeo e soprattutto i profughi che l'hanno raggiunto da poco o cercheranno di raggiungerlo in futuro. Sono giovani, spesso istruiti, sono comunque la componente più ricca di iniziativa (altrimenti non avrebbero intrapreso quel viaggio) delle comunità che hanno lasciato, e che molto spesso ne hanno finanziato il viaggio. Sono, in tutti i sensi, e soprattutto in quello culturale, le forze che, se accolte e inserite nel tessuto sociale dell'Europa, invece di costringerle all'inoperosità, di disprezzarli e di perseguitarli, come stiamo facendo, potrebbero esser non solo i protagonisti, insieme ai lavoratori e ai disoccupati europei più colpiti dall'austerity, di una rivitalizzazione della società e dell'economia europee; ma anche, grazie alle relazioni e alle competenze acquisite in Europa e ai rapporti che intrattengono con le loro comunità di origine, il vettore di una rinascita economica e innanzitutto della pacificazione dei loro paesi.
«L'Espresso, 27 maggio 2016
Il corteo in solidarietà di Yusupha, il giovane cambiano ferito da un boss di Ballarò“Chi ci talii?, Che guardi?”. I nuovi boss di Ballarò non tolleravano neppure le occhiate. Figurarsi il rifiuto di “dare qualcosa per i carcerati”. Oppure una manifestazione antirazzista “nella loro zona”.
Ma alla fine i commercianti del Bangladesh hanno detto basta per primi. Denunciando il pizzo e le continue aggressioni dei mafiosi. Proprio in occasione del 23 maggio, anniversario della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta. “Tentato omicidio, estorsione, incendio, rapina, violenza privata e lesioni personali” sono i reati contestati al clan Rubino. “Una storia senza precedenti, per la prima volta la denuncia collettiva vede coinvolti un cospicuo numero di migranti che da tempo vive a Palermo”, commenta AddioPizzo .
Come nasce la rivolta
San Giovanni a Teduccio, periferia Est di Napoli, è tra le zone più a rischio. Il degrado è ovunque. E l'abbandono scolastico è alto. Eppure c'è chi resiste e prova a dare un'alternativa ai ragazzi. Per salvarli dalla strada. E dai clan. Sos Scuola è il progetto che in questi giorni darà nuova vita all'istituto del quartiere, raro esempio di condivisione della zona
Darawsha ci racconta un crescendo di aggressioni e sparatorie in tutto il centro storico, da almeno sei mesi. Stanchi di subire, lo scorso primo aprile oltre cento commercianti hanno consegnato al sindaco una lettera di protesta. La maggior parte di loro erano migranti. “Per me quello che è successo è normale. Invece diventa straordinario”, ripete. “Se subisco un’ingiustizia vado a denunciare”. Racconta di una “criminalità orizzontale” sempre più aggressiva: “Una cosa è chiedere due euro, altro invece è puntare la pistola ai bambini”.
“Rissa tra extracomunitari”
Un proiettile che trapassa la testa, un’emorragia cerebrale e giorni di coma. Il tutto per aver litigato col boss del quartiere. Lo scorso 4 aprile il giovane Yusupha Susso, gambiano , rimane sull’asfalto del centro con la testa coperta di sangue. Mentre passeggia con altri ragazzi africani, incrocia il boss. Scatta una lite. L’uomo va a prendere una pistola, ritorna e spara.
“Rissa tra extracomunitari”, hanno titolato inizialmente giornali e blog. Invece è una ritorsione mafiosa. L’aggressore fa infatti parte della famiglia Rubino, ovvero gli arrestati nell’operazione antipizzo. “Un balordo ha sparato alla testa a un ragazzo solo perché si era ribellato alla sua prepotenza in stile mafioso”, si legge nel documento del comitato che ha organizzato la manifestazione di solidarietà col gambiano. che ora fortunatamente è in buona salute. “Si chiama Yusupha, ma si sarebbe potuto chiamare Giuseppe, Calogero o Salvatore, e tornava da un pomeriggio trascorso a riqualificare un campetto di calcio abbandonato nel quartiere di Ballarò e destinato a tutti i giovani del territorio”.
L’emozione suscitata dal ferimento è enorme. Yusupha è molto conosciuto, è impegnato in attività di volontariato e lavora anche come interprete per le istituzioni. Si arriva alla manifestazione del 9 aprile e l’atmosfera è carica di tensione. Come reagirà il quartiere? I mafiosi provano a impedire il corteo. Sfilare sotto i loro balconi è un gesto di sfida plateale. Tolto un momento di contestazione, tutto si svolge senza incidenti. Migranti e palermitani insieme hanno scelto la strada della rivolta. “Non spegni il sole se gli spari addosso”, hanno scritto su uno striscione retto tra gli altri dal sindaco Leoluca Orlando.
"Questo non è l'inferno"
Fulvio Vassallo Paleologo, già docente di diritto d’asilo all’Università di Palermo, invita a non semplificare: “I fatti che vengono alla luce sono conseguenza di uno scontro in corso che attraversa le comunità. Non si deve accentuare una contrapposizione su base etnica, né ghettizzare un intero territorio pieno di contraddizioni ma anche di grandi potenzialità”.
Fausto Melluso la pensa come lui. È uno degli animatori del circolo Arci “Porcorosso”, che fa animazione sociale proprio a Ballarò. “Qui non è l’inferno, questo è un posto incredibilmente migliore di altri, ma è anche un concentrato di problemi sociali. E non è un ghetto, perché migranti e palermitani di diversa estrazione vivono insieme”. Chi si confronta con il quartiere evidenzia con orgoglio le sue contraddizioni. A una miseria culturale che sfiora il nichilismo, con la violenza mafiosa, si contrappone il coraggio di chi denuncia, pur partendo da una condizione di svantaggio. “I migranti sono più ricattabili, ma hanno avuto una fiducia nello Stato che non si vede in altre categorie”, conclude Melluso.
Otto anni di gesti antimafiosi
Quello di Palermo non è il primo gesto antimafioso dei migranti. Eppure non è rimasta memoria di questi atti di eroismo. Nel settembre 2008, la comunità africana di Castel Volturno si ribellò alla camorra dopo a una strage che uccise sei migranti innocenti. L’unico sopravvissuto, un ghanese, testimoniò contro i casalesi.
Quattro mesi dopo, a Rosarno, dopo un ferimento a colpi di pistola, gli africani in massa testimoniarono e fecero arrestare il killer. Evento rarissimo per quel territorio. Anche perché si trattava di un pericoloso affiliato ai clan locali.
Poi, nel gennaio 2010, la seconda rivolta degli africani, con echi in tutto il mondo, cui seguì una violenta reazione di parte della popolazione locale. Tutti i neri presenti nella zona furono costretti ad andare via. Sempre nel 2010, due indiani di Locri denunciarono di essere stati vittime di aggressioni razziste da parte di una banda di giovani calabresi. Un mafioso finì in carcere. Poi, come segno di riconoscenza e di pace verso la città, gli indiani ristrutturarono gratuitamente la cappella del cimitero.
Ancora in Calabria, a San Gregorio, provincia di Vibo Valentia, la comunità romena fu presa di mira dal figlio del boss Mancuso, uno dei più potenti della ‘ndrangheta. Per gioco pestarono un migrante con un mattone fino a lasciarlo in una possa di sangue. Era il luglio del 2013. Alla fine il giovane boss fu condannato con l’aggravante dell’odio razziale. Gli stranieri, però, lasciarono in paese.
Queste storie dimostrano che tanti migranti non sono legati alla subcultura mafiosa e denunciano. Ma, finita l’emozione del momento, chi protegge il loro coraggio?
« La Repubblica, 26 maggio 2016 (c.m.c.)
I Paesi europei stanno accettando e integrando i migranti nelle loro società. Dunque la mia domanda è: perché non più siriani? E, parimenti, perché non più iracheni, afgani o somali? È per una questione di razzismo? È perché si sospetta che siano un rischio per il terrorismo? Oppure non sono considerati del tutto capaci o qualificati? Queste sono domande a cui i leader europei devono iniziare a rispondere per poter superare l’emergenza profughi.
L’Europa è ben consapevole delle conseguenze a livello strutturale, con un drammatico declino demografico in Germania, Italia e Spagna, giusto per nominarne alcuni. Nel 2014, i Paesi europei hanno accolto e integrato con successo circa 2,3 milioni di profughi, riunendoli alle loro famiglie e offrendo permessi di lavoro e un’istruzione. In effetti, il Regno Unito è stato il Paese migliore nell’integrazione dei migranti, accogliendone 568.000 solo nel 2014, provenienti anche dagli Stati Uniti, dall’India, dalla Cina e dal Brasile. Ma quanti dalla Siria? Quasi nessuno. Persino il mio Paese, l’Italia, ha integrato più di 200.000 persone nel 2014. Eppure molti europei continuano a negare l’accoglienza a rifugiati e migranti causati dall’“emergenza” lungo i confini meridionali del continente.
Abbiamo bisogno di più immigrati, di tutti i tipi. Non di meno.
Una volta che i rifugiati raggiungono l’Europa, deve esserci una politica d’integrazione efficace che eviti errori passati. Bisogna investire negli alloggi, nell’educazione, nella formazione linguistica e professionale per evitare una futura alienazione o privazione. L’Europa non può permettersi di continuare il suo approccio scoordinato e miseramente inadeguato alla realtà dell’immigrazione. Il nostro fallimento nel gestire efficacemente l’ingresso e l’insediamento di rifugiati e migranti ha aggravato il problema, creando una grave crisi politica.
Nell’assenza di un piano generale per la gestione e la distribuzione dei richiedenti asilo, le nazioni europee sono andate nel panico. Molte di loro hanno installato rigidi controlli di frontiera, alla ricerca di capri espiatori.
La Grecia, che ha attraversato una lunga fase di tensione economica prima dell’attuale crisi, è stata presa di mira per aver fallito nell’identificazione e nell’alloggiamento dei rifugiati. È assurdo pretendere che il Paese si faccia carico di questo fardello da solo. L’Ue ha garantito 509 milioni di euro per il programma nazionale della Grecia (2014-2020), oltre a degli aiuti addizionali per un totale di 264 milioni, per aiutare il Paese a gestire l’afflusso di migranti. Tuttavia, alcuni stati membri non hanno pagato la loro parte. Questa mancanza di solidarietà sta aggravando la crisi e fa sì che la Grecia non abbia le risorse necessarie per identificare ogni migrante e per determinarne il diritto d’asilo. Questo processo d’identificazione richiede più operatori sociali, interpreti e giudici, che l’Europa ha promesso ma a cui non ha ancora provveduto.
Se è vero che c’è stata una mancanza di leadership in questa situazione, è altrettanto vero che alcuni interventi positivi sono stati fatti. Ad esempio, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha coraggiosamente aperto le porte ai rifugiati (o, per dirla con le sue stesse parole, si è semplicemente rifiutata di chiudere le porte). È stata accusata e criticata per “aver scelto i rifugiati”, favorendo in particolare quelli siriani per la loro tendenza a venire formati e istruiti meglio. Perlomeno ha mantenuto aperto il confine tedesco per identificare i nuovi arrivi, e vorrei incoraggiare altri stati dell’Unione Europea a seguire lo stesso esempio.
In Italia possiamo essere orgogliosi delle vite salvate grazie all’operazione Mare Nostrum nel Mediterraneo. Il programma ha salvato più di 140.000 persone in meno di un anno, prima che fosse ufficialmente chiuso alla fine del 2014. Stiamo continuando con le operazioni di ricerca e salvataggio su una scala molto più ridotta, grazie all’impegno della Guardia costiera italiana, delle associazioni di pescatori e delle Ong.
Una missione appropriata nel Mediterraneo dovrebbe comprendere un programma attivo di ricerca e salvataggio, seguendo il fortunato esempio di Mare Nostrum, al fine di affrontare i prossimi mesi e anni di questa crisi. Il pensiero di perdere vite in mare è assolutamente inaccettabile.
Le istituzioni europee hanno bisogno di migliorare le loro capacità di previsione per identificare i segnali d’allarme d’instabilità politica e di potenziali conflitti, e prendere iniziative adeguate per aiutare gli stati vulnerabili prima che un altro esodo di massa inizi. Un Paese a rischio è l’Algeria, caratterizzato da un conflitto sociale esteso, un sistema politico chiuso e una corruzione dilagante. Non c’è alcun successore vivente al presidente Abdelaziz Bouteflika. Considerando tutto il disordine in Libia e negli altri Paesi vicini, è lecito descrivere l’Algeria come una bomba pronta a esplodere. L’Europa non sta facendo abbastanza per prevedere e impedire un potenziale scoppio e le inevitabili conseguenze sulle migrazioni che ci sarebbero per il nostro continente.
Ci sono innumerevoli complicazioni riguardanti la crisi odierna, incluso le modalità di separazione dei rifugiati dai migranti economici. È una distinzione tanto importante quanto non sempre facile da fare. Prima di tutto, la maggior parte di queste persone arriva qui senza documenti. Uno potrebbe dire di provenire dall’Eritrea, per esempio, ma come si potrebbe stabilire se questo sia vero oppure no? In secondo luogo, come dovrebbe essere classificata questa persona, come un rifugiato o come un migrante economico? È indubbiamente molto difficile.
Possiamo costruire un sistema più razionale per affrontare le varie sfide, ma solo se prima plachiamo l’isterismo che sta colpendo l’Europa. Milioni di persone stanno sfuggendo alla guerra, alla repressione, alla tortura e alle minacce di morte. Prima di tutto, la politica dei profughi deve salvaguardare le vite umane.
È un problema globale e non limitato al Mediterraneo. Aiuta a riflettere sulle situazioni negli altri Paesi: la Tunisia ha accolto un milione di libici in una popolazione di circa undici milioni di abitanti; il Libano ha accolto più di un milione di siriani in una popolazione di circa quattro milioni di abitanti. Come può l’Europa non dimostrare lo stesso spirito generoso nel dare il benvenuto a coloro che fuggono da questi orrori?
LA “DEBOLEZZA” ITALIANA
«I flussi non si fermano — avvertono dal Viminale — attendiamo tra oggi e domani oltre 3mila migranti». Non solo. Stando all’Oim, in Libia ce ne sono più di 700mila. Il nostro paese ha cominciato a stipulare accordi di riammissione nel 1996, ma non li ha con i principali paesi d’origine. Basta guardare le nazionalità: tra i 34.236 migranti arrivati via mare dal primo gennaio al 24 maggio 2016, il 14% si dichiara nigeriano, l’11% eritreo, seguono Gambia, Somalia, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Senegal, Sudan, Egitto. Insomma tra le prime dieci nazionalità, l’Italia vanta accordi di riammissione solo con due: Egitto e Nigeria.
IL SOCCORSO UE SULLE ESPULSIONI
Il Migration compact prevede che sia la Ue con la sua forza a trattare con gli Stati africani: finanziamenti in cambio di accordi di rimpatrio dei migranti. «Che sia l’Europa a trattare è un passo avanti — ragiona Soda — soprattutto per l’Italia, che sarà un po’ meno sola». Insomma via libera su questo punto. Non a caso sulla proposta italiana arriva anche il sostegno del direttore generale dell’Oim, William Swing.
I CENTRI D’ACCOGLIENZA
Altro cardine è l’apertura di centri di accoglienza, finanziati dall’Ue, nei paesi di transito, dove intercettare i flussi prima che arrivino in Europa. Qui si farebbe lo screening tra migranti economici e persone bisognose di protezione internazionale. Insomma, il viaggio dei rifugiati terminerà in questi centri e da lì si presenterà domanda d’asilo. «Questo piano ci preoccupa — sostiene Soda — chi gestirà i centri? Con quali standard? Di campi profughi in Africa già ce ne sono troppi. Perché aprirne altri? Il più grande del mondo è a Dadaab e il governo kenyano vorrebbe chiuderlo. La vera scommessa sono i reinsediamenti».
I RE-INSEDIAMENTI
Con i re-insediamenti i paesi Ue vanno a “prendersi” chi ha diritto all’asilo direttamente nei paesi d’origine o di transito e lo portano in sicurezza sul proprio territorio. Il reinsediamento, previsto dal Migration compact, è già nell’accordo Ue-Ankara: dal 4 aprile al 13 maggio 2016 sono 177 i siriani reinsediati dalla Turchia in altro Stato Ue. Ma per il resto il meccanismo non funziona. «Se si aprissero davvero nuovi campi nei paesi di transito africani — ragiona Soda — centinaia di migliaia di persone ci si ammasserebbero in poco tempo con la speranza di raggiungere l’Europa. Per gestirli e alleggerirli la Ue dovrebbe essere pronta a reinsediamenti di ampia scala. Se no, questi campi sarebbero solo nuove città di disperati».