Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2016 (p.d.)
Sono aneddoti che chi segue la guerra di Siria conosce bene. E che più che aneddoti, in realtà, potrebbero essere capi d'accusa in un processo per crimini di guerra. E infatti sono stati ora riuniti in un report firmato praticamente dall’intera società civile siriana: quella società civile che secondo l’Onu non esiste. Il report, non a caso, si intitola Taking sides (schierarsi). Perché se la società civile non esiste, è il ragionamento dell’Onu, se l’alternativa è la sharia, allora è meglio Assad. In Siria il 99% delle aree sono sotto assedio dell'esercito, non dei ribelli. Eppure ad aprile, il mese in cui si è avuta la maggiore pressione internazionale su Assad, il 71,5% degli aiuti umanitari è finito in aree sotto il suo controllo. E il problema non è solo che in Siria si muore di fame, letteralmente, che oltre un milione di persone in questo momento, non abbiano che erbe e radici e acqua piovana: il problema è che gli aiuti umanitari sono stati trasformati in uno strumento di guerra.
La strategia di Assad, il cui esercito è responsabile del 94,7% delle vittime civili, è stata chiara già dai giorni delle prime manifestazioni: emergere come il solo possibile garante della stabilità. Il solo capace di governare a fronte delle macerie delle aree sotto il controllo dei ribelli, bombardate a tappeto, il solo capace di assicurare ai siriani una parvenza di normalità, servizi e beni essenziali. Cibo e medicine.
Non è niente di nuovo: nelle facoltà di Scienze politiche, l’influenza degli aiuti umanitari sulle dinamiche di una guerra è un tipico argomento da tesi di laurea. Ma finora l'Onu non ha condotto alcuna valutazione dell'impatto dei 3 miliardi di dollari spesi in aiuti.
Non ha mai neppure condotto una valutazione della loro destinazione: non sa dove siano finiti. Nel corso del 2015, solo l’1% dei siriani sotto assedio ha ricevuto aiuti umanitari. L’Onu sostiene che è una questione di sicurezza, che fa il possibile: certe aree non vengono raggiunte perché è troppo pericoloso arrivarci. Come Douma, una delle città in cui si sono registrati più morti per fame. Che però viene regolarmente attraversata dai convogli diretti a Kafr Batna.
Nonostante ormai 3 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza autorizzino le agenzie Onu a operare indipendentemente dal governo di Damasco e anche a entrare nelle aree sotto il controllo dei ribelli dai paesi confinanti non è cambiato niente. Le agenzie Onu continuano a chiedere permessi per ogni convoglio a 3 diversi ministeri, e soprattutto, continuano a subappaltare la distribuzione degli aiuti alla Mezzaluna Rossa, il cui presidente è un fedelissimo di Assad. L’Onu ha scelto il compromesso, accusa il report: e non ha ottenuto nulla. Nel 2015, il 75% dei permessi è stato negato e l’Onu, di suo, ha cercato di chiedere meno permessi possibili: 113, a fronte di 4,6 milioni di siriani giudicati in condizioni critiche. Naturalmente, alcuni si sono opposti a tutto ciò: come i 35 funzionari di cui non si hanno più notizie, e sulle cui sorti nessuno ha indagato.
Tutte cose che non filtrano dai documenti Onu. Le statistiche ufficiali si basano sul numero di siriani raggiunti, non sulla percentuale di esigenze soddisfatte. Chi a Daraya è stato raggiunto da una zanzariera, dopo 4 anni d’assedio, nei conteggi risulta essere stato assistito e salvato. In realtà, se è vero che l’Onu ha bisogno di cooperare con lo Stato sul cui territorio opera, se è vero che ha bisogno di Assad, è anche vero che Assad ha bisogno dell'Onu: ha bisogno dei suoi aiuti. L’economia ha perso 254 miliardi di dollari, l'80% dei siriani vive sotto la soglia di povertà.
L’Onu ha forza contrattuale ma invece di usare gli aiuti per negoziare gli assedi, usa gli assedi per negoziare gli aiuti. In teoria, non c’è niente da negoziare: l'assedio è un crimine di guerra, i combattenti hanno l'obbligo di non interferire con le attività umanitarie e di soccorso. Ma l’Onu ha trasformato l'assedio in merce di scambio. In base a un accordo mediato a dicembre, Madaya e Zabadani, a sud, assediate dal regime, ricevono aiuti insieme a Foah e Kefraya, a nord, assediate invece dai ribelli. Davanti alle difficoltà logistiche, l’Onu sta studiando i lanci di aiuti. Che in genere, però, funzionano solo nei film.
L’aereo più usato, l'Ilyushin II-76, costa 34 mila dollari a volo, più l'assicurazione, in caso di zona di guerra, e trasporta circa 30 tonnellate, un carico sufficiente a sfamare 2400 persone per un mese. Ma è necessario avere propri uomini a terra, altrimenti chi prende gli aiuti? Chi corre più veloce? E il problema è esattamente che a terra, in Siria, non c'è nessuno. O meglio: ci sono decine di milizie. Per evitare missili e mitragliatrici, i piloti dovrebbero tenersi sui25mila piedi.Più o meno come stare in cima all'Everest e provare a centrare un campo da calcio in una città densamente popolata: guidando a 270 all'ora. Dei 21 scatoloni del World Food Program paracadutati su Deir Ez-Zor, 7 sono finiti nella terra di nessuno, 4 si sono danneggiati e 10 si sono persi. I caccia di Assad che bombardavano la città, intanto, usavano l'aeroporto. Finora l’Onu non ha risposto alle accuse, né rilasciato dichiarazioni.
L’unico commento di questi giorni si è registrato su Trip Advisor, dove uno dei suoi funzionari si è complimentato con il Four Season, l'hotel di Damasco in cui abitano diplomatici e giornalisti. I primi morti per fame si sono avuti a 6 chilometri di distanza. Il commento dice: ottimo servizio, ottimo cibo.
La Repubblica, 7 luglio 2016
«Una lezione su come non andare in guerra». È la conclusione del rapporto Chilcot sull’invasione dell’Iraq: un atto di accusa senza precedenti contro l’allora primo ministro Tony Blair. «La guerra non era necessaria», afferma sir John Chilcot, il presidente della commissione d’inchiesta, riassumendo un’indagine di 13 volumi, durata 7 anni e costata 10 milioni di sterline. «Non c’era un’imminente minaccia da parte di Saddam Hussein», l’intervento militare «non era l’ultima opzione» perché c’era ancora spazio per azioni diplomatiche, l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq (poi si scoprì che non ce n’erano) fu presentata come una certezza «in maniera ingiustificabile», non è chiaro perché il Procuratore Generale cambiò idea all’ultimo momento giudicando la guerra legale, ed i preparativi, l’occupazione, l’intelligence furono altamente inadeguati.
Il rapporto non dimostra bugie o imbrogli da parte di Blair, ma è un grave colpo alla sua reputazione politica. La frase «starò con voi in qualunque caso», trovata in una email al presidente americano Bush, «dovrebbe diventare il suo epitaffio », commenta il Guardian.
Fuori dal palazzo di Westminster dove viene diffuso il rapporto, dimostranti chiedono che l’ex-premier venga messo sotto processo; e i familiari dei soldati uccisi si «riservano il diritto» di portarlo in tribunale. «È lui il terrorista peggiore di tutti», dice la madre di uno dei 200 soldati inglesi morti in Iraq. «Mi scuso a nome del mio partito per la disastrosa decisione di entrare in guerra », dichiara alla camera dei Comuni il leader laburista Jeremy Corbyn. Ma il primo ministro dimissionario Cameron osserva che dal rapporto non emerge la volontà di Blair di ingannare il paese. Cameron ha annunciato che la prossima settimana il Parlamento dedicherà due giorni a discutere il rapporto Chilcot, le sue conseguenze, e le sue lezioni.
«Altraeconomia, 4 luglio 2016 (c.m.c)
Le frontiere europee hanno bloccato i migranti ma non i profitti delle principali aziende di armamenti. Anzi, la crescente militarizzazione dei confini dell’Unione europea - un mercato stimato in 15 miliardi di euro nel 2015 e che nel 2020 toccherà quota 29 miliardi di euro- ha alimentato i ricavi di quelle imprese già coinvolte nella vendita di sistemi militari al Medio Oriente.
A rivelare il paradosso è il report “Border Wars: The Arms Dealers profiting from Europe’s Refugee Tragedy” (Frontiera di guerra. Come i produttori di armamenti traggono profitto dalla tragedia dei rifugiati in Europa) promosso dalla Ong olandese “Stop Wapenhandel”, pubblicato dal Transnational Institute (Tni) e rilanciato in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo.
Nelle 60 pagine del report, l’autore Mark Akkerman, membro di Stop Wapenhandel, va oltre la retorica degli annunciati di programmi di «contrasto all’immigrazione clandestina» e misura, nome per nome, affare per affare, gli interessi dei colossi della sicurezza dei confini dell’Ue.
Tra questi spiccano come detto aziende che producono sistemi militari del calibro di Airbus -64 miliardi di euro di ricavi nel 2015-, Leonardo-Finmeccanica (13 miliardi di euro il fatturato dello scorso anno), Thales, francese, 14,1 miliardi di euro a bilancio 2015, Safran e del gigante del settore tecnologico Indra. «Tre di queste imprese (Airbus, Finmeccanica e Thales) -evidenzia il rapporto- sono anche tra le prime quattro aziende europee esportatrici di sistemi militari: tutte sono attive nel vendere i propri sistemi ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, alimentando i conflitti che sono all’origine della fuga di intere popolazioni in cerca di rifugio. Tra il 2005 e il 2014, gli Stati membri dell’UE hanno autorizzato a queste ed altre aziende oltre 82 miliardi di euro di licenze per esportazioni verso Medio Oriente e Nord Africa».
Il sostegno economico alla Fortezza Europa non conosce austerità. Tra il 2004 e il 2020, infatti, l’Unione europea ha stanziato circa 4,5 miliardi di euro a favore di misure di sicurezza dei confini degli Stati membri. E l’agenzia di controllo delle frontiere Frontex, nata nel 2005, ha visto crescere il proprio bilancio del 3.688% al 2016, portato da 6,3 milioni a 238,7 milioni di euro. Inoltre, all’industria degli armamenti e della sicurezza sono state destinati gran parte dei finanziamenti di 316 milioni di euro messi a disposizione dall’Ue per la ricerca in materia di sicurezza.
In materia di finanziamenti per la ricerca, peraltro, le aziende non europee ritenute meritevoli di riceverli sono tutte israeliane, in forza di un accordo del 1996 tra l’Unione europea e Israele. «Queste aziende hanno svolto un ruolo nel fortificare i confini di Bulgaria e Ungheria, promuovendo il know-how sviluppato con l’esperienza del muro di separazione in Cisgiordania e del confine di Gaza con l'Egitto -spiega l’autore del rapporto-. L’azienda israeliana BTec Electronic Security Systems è stata selezionata da Frontex a partecipare al laboratorio svolto nell’aprile 2014 su ‘Sensori e piattaforme di sorveglianza delle frontiere’: l’azienda vantava nella sua domanda di applicazione via mail che le sue ‘tecnologie, soluzioni e prodotti sono installati sul confine israelo-palestinese’».
E intorno alle “frontiere di guerra” si sarebbe condotta anche una costante operazione di lobby. «L’industria degli armamenti e della sicurezza ha contribuito a definire la politica europea di sicurezza delle frontiere con attività di lobby e per mezzo delle abituali interazioni con le istituzioni europee per le frontiere e anche delineando le politica per la ricerca -si legge nel report-. L’Organizzazione europea per la Sicurezza (EOS), che comprende Thales, Finmecannica e Airbus, ha fatto pressioni per una maggiore sicurezza delle frontiere. Inoltre, molte delle sue proposte, come ad esempio la spinta ad istituire un’agenzia europea per la sicurezza delle frontiere, sono diventate politiche europee: è il caso, ad esempio, della trasformazione di Frontex in ‘Guardia costiera e di frontiera europea’ (European Border and Coast Guard - EBCG). Infine le giornate biennali di Frontex/EBCG e la loro partecipazione a tavole rotonde sul tema della sicurezza e ai saloni fieristici dedicate ai sistemi militari e alla sicurezza garantiscono una comunicazione regolare e una naturale affinità per la cooperazione».
«Purtroppo non è stupefacente vedere anche Finmeccanica-Leonardo tra i principali destinatari di questa enorme massa di fondi -riflette Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo– grazie ai quali l'azienda controllata dallo Stato italiano può accrescere il proprio fatturato. Mentre, al contrario, sarebbero necessari investimenti di tutt'altra natura per ottenere soluzioni vere alle dinamiche migratorie attuali. Fin da subito la nostra Rete ha commentato negativamente la crescita dei fondi per una risposta meramente muscolare e di controllo (comunque impossibile) delle frontiere. Una scelta che è ancora più miope ed insensata se si va a considerare l'enorme numero di profughi che stanno scappando dalle guerre alimentate dalle armi
«Ciò che li fa agire non appartiene a nessun sistema logico: non c’è razionalità nel loro comportamento; o almeno non la nostra».
La Repubblica, 5 luglio 2016 (m.p.r.)
Sorridono con la mitraglietta in mano, la kefiah bianca e rossa in testa. Belle facce da studenti. Gli avranno pure detto di sorridere per la foto. Tuttavia è innegabile che c’è qualcosa di spontaneo, d’allegro, di scanzonato in quei sorrisi. Parlano della loro giovinezza. Sono i terroristi di Dacca. Ecco, il sorriso. Il sergente Eddie Di Franco, in servizio di guardia al quartier generale dei Marines americani a Beirut, si ricorda perfettamente che il 23 ottobre 1983 l’autista alla guida del camion carico di esplosivo, che uccise 241 suoi commilitoni, lo guardava fisso negli occhi e sorrideva. Un sorriso indelebile, che sarebbe poi diventato famoso con il nome di farah al-ibtissam, ovvero “il sorriso della gioia” di tutti i seguenti attentatori, degli uomini-bomba, fino a questi giovanotti della capitale del Bangladesh. La domanda che ci facciamo è: perché? Per quale ragione dei ragazzi colti, studiosi, benestanti, gioventù dorata di un paese poverissimo, che vive in bilico sul delta del Gange, vanno a morire così, con quella violenza rituale sulle loro vittime innocenti.
Per comprendere che cosa c'è dietro la strage dei 20 ostaggi trucidati. Articoli di Emanuele Giordana, Simone Pieranni, Matteo Miavaldi,
Il manifesto, 3 luglio 2016
Sconfessata la linea che aveva imputato ad ambienti vicini alle opposizioni la responsabilità delle violenze di matrice islamiche. Drammatico epilogo dell’attacco nel quartiere diplomatico. La premier Hasina condanna l’attentato e indice due giorni di lutto nazionale
Dopo una notte di trattative fallimentari – ammesso siano mai iniziate veramente – il Bangladesh e il resto del mondo si sono svegliati con un bilancio durissimo dell’attacco alla Holey Artisan Bakery di Gulshan, quartiere diplomatico della capitale bangladeshi Dhaka.
Le vittime civili confermate sono venti: Faraz Ayaz Hossain, Abinta Kabir, Ishrat Akhond, bangladeshi; Tarishi Jain, indiana; Adele Puglisi, Marco Tonda, Claudia Maria d’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Rivoli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti, italiani; sette cittadini giapponesi, di cui mentre scriviamo ancora non conosciamo i nomi.
Con altri 13 superstiti (di cui tre stranieri, un giapponese e due cingalesi, fuggiti o rilasciati dai sequestratori, nella serata di venerdì si trovavano tutti nel noto locale «per occidentali», a poche centinaia di metri dalle ambasciate straniere che, in gran parte, occupano la zona di Gulshan, una sorta di ghetto al contrario dove upper class bangladeshi e stranieri vivono teoricamente protetti in un’«isola felice» all’interno della megalopoli di Dhaka. Secondo le ricostruzioni dei testimoni oculari, un gruppo di sette uomini armati ha attaccato il locale sparando in aria e lanciando granate al grido di «Allah akbar» («Dio è grande»), prima di chiudersi all’interno tenendo in ostaggio un totale di 33 persone.
Per tutta la notte l’esercito e la polizia bangladeshi hanno tentato una trattativa coi terroristi per la liberazione degli ostaggi, finché intorno alle sette di mattina le teste di cuoio hanno sfondato, uccidendo sei terroristi e arrestandone uno.
Durante la conferenza stampa indetta nella mattinata di ieri, il generale Nayeem ha dichiarato che, con ogni probabilità, le venti vittime del commando erano state uccise già nella nottata di venerdì e portavano segni da arma da taglio. Diversi testimoni tra chi è scappato dagli aguzzini hanno raccontato che il commando chiedeva ai sequestrati di «recitare il Corano»: chi ne era in grado veniva risparmiato, gli altri venivano «torturati». Un modus operandi che segna uno scarto inquietante rispetto alla sequela di attentati di matrice islamica che insanguinano il Bangladesh da oltre cinque anni, prendendo di mira professori universitari, blogger laici, fedeli hindu, cristiani, attivisti Lgbtq e, più recentemente, cooperanti internazionali come l’italiano Cesare Tavella e il giapponese Kunio Hoshi, vittime di attacchi lampo da parte di piccoli gruppi armati di machete, pronti a darsi alla fuga immediata in motocicletta.
La premier bangladeshi Sheikh Hasina ha condannato l’attentato, chiedendosi «che tipo di musulmani siano questi, che uccidono nel mese del Ramadan», mese di pace e di preghiera nella tradizione musulmana. Hasina, indicendo due giorni di lutto nazionale, ha esortato le varie forze politiche a unirsi contro la minaccia del terrorismo nel paese, sconfessando una linea che fino ad ora aveva imputato ad ambienti vicini alle opposizioni la responsabilità delle violenze di matrice islamiche, utilizzate come strumento per destabilizzare il governo.
Ad assedio ancora in corso, sui media internazionali, è partito il balletto delle rivendicazioni, nel tentativo di inserire l’attentato all’interno di una minaccia estremista netta e riconoscibile. Operazione che però, in Bangladesh, è di difficile esecuzione. Come solito, per quanto riguarda il Bangladesh, l’agenzia di intelligence privata statunitense Site ha divulgato una rivendicazione arrivata da Isis attraverso la propria agenzia di stampa Amaq. Ma nelle medesime ore, hanno notato i media bangladeshi, una serie di account Twitter vicini alla cellula terroristica Aqis (Al Qaeda in the Indian Subcontinent) esaltavano in diretta i fatti tragici di Dhaka.
Oggi è ancora difficile definire precisamente se il commando sia riconducibile a una cellula locale di al-Qaeda o di Isis o, ancora, se abbia agito in modo indipendente per poi lasciarsi cooptare, a livello mediatico, dalle una delle due sigle internazionali. Resta il fatto che un attacco condotto con tale perizia contro la facoltosa comunità expat di Dhaka segna un unicum nella storia del Bangladesh, mostrando in tutta la sua tragicità l’incapacità del governo in carica a Dhaka di opporsi efficacemente al terrorismo islamico locale.
Negando la presenza di Isis o al-Qaeda nel paese, le autorità la scorsa settimana avevano condotto una serie di raid in tutto il territorio, arrestando migliaia di presunti «terroristi» o simpatizzanti. Se doveva essere una dimostrazione di forza per incutere a sua volta terrore nelle «schegge impazzite» bangladeshi, l’epilogo del più grave attentato in territorio bangladeshi della storia recente dovrà obbligare l’amministrazione Hasina a un cambio di strategia netto.
Il Bangladesh è certo uno di quei paesi nel quale – nonostante le autorità lo abbiano sempre negato – il jihadismo sembra aver attecchito da tempo. Purtroppo quanto accaduto all’Holey Artisan Bakery a Dhaka non è una vera sorpresa. Le autorità locali hanno sempre minimizzato, eppure solo due settimane fa hanno proceduto all’arresto di 11mila persone sospettate di essere vicine a gruppi terroristici. Va però specificato un punto di partenza rilevante. Mentre in altre zone del mondo questo tipo di «radicalismo» ha successo per la disintegrazione delle unità statali e delle identità culturali a causa delle devastanti guerre occidentali, nel Bangladesh non è direttamente la guerra ma la violenza sociale, lo sfruttamento manifatturiero delle multinazionali, e le reiterate lotte politiche interne a creare un terreno di disperazione, tale da consentire perfino a formazioni criminali ammantate di islamismo di fare proseliti con sempre maggior successo.
E il governo del paese, anziché favorire le attività dei sindacati e delle organizzazioni che lottano per i diritti civili, o di quei singoli o gruppi che si muoverebbero in quella direzione, nega il rischio e anzi colpisce con pugno duro le proteste che nascono da povertà e devastazione sociale, utilizzando i recenti attentati individuali per attaccare le opposizioni. In questo contesto sorgono diversi gruppi che si rifanno più o meno a Daesh o al Qaeda che nel Bangladesh si giocano una fetta importante del «mercato jihadista». Si tratta ad esempio di Jamaat ul Mujahidden Bangladesh o Ansarullah Bangla Team (considerato più vicino ai qaedisti). In Bangladesh il radicalismo vive dunque una situazione particolare, differente da altri contesti, perché nasce in ambito diverso.
Per questo è complicato leggere quanto accade: il terrorismo in Asia è differente da quello di altre zone del mondo e appiattire tutto in un unico blocco di analisi, senza distinguere origini e cause, non aiuta l’esatta comprensione del fenomeno. Un’ultima considerazione: definire, come ha fatto ieri Obama, «inevitabili conseguenze» le centinaia di morti «collaterali» dei raid effettuati con i suoi droni, aiuta davvero poco la condanna e il contrasto di questi efferati crimini.
Scrivi Bangladesh e dici povertà, ingiustizia, sovrappopolazione (150 milioni su un territorio grande la metà dell’Italia), alluvioni e inondazioni marine devastanti.
Dici Bangladesh e racconti una storia di risentimento sedimentato che diventa spesso violenza politica. Dici Bangladesh e pensi che la politica di quel paese è iperpolarizzata da quasi trent’anni e modellata su due partiti e, soprattutto, da due leader ormai ottuagenarie ma saldamente al potere. A turno: Sheikh Hasina dell’Awami League, un partito laico e nazionalista, e Khaleda Zia del Bangladesh Nationalist Party, organizzazione nazionalista e conservatrice.
Dici Bangladesh e vedi nella forza delle organizzazioni islamiste, a cominciare dalla Jamaat-e-Islami – formazione con status parlamentare – la capacità di raccogliere un consenso che nasce dalla frustrazione legata a un cambiamento che non si avvera e dove l’islam rappresenta una promessa di purezza e riscatto in una nazione che ha a lungo detenuto la palma del Paese più corrotto al mondo. C’è tutto quel che ci vuole per preparare il terreno e il brodo di coltura dove far crescere la trasformazione del risentimento in odio e violenza. Dove è facile insomma reclutare e, per un pugno di rupie, armare mani assassine. La strage del bar è un salto di qualità ma purtroppo non stupisce. La violenza politica è stata una costante in questo paese e negli ultimi anni, benché il governo di Hasina si ostini a negarlo, il brand di Daesh ha fatto parlare di sé molte volte con assassini mirati individuali e addirittura una lista di proscrizione di blogger, attivisti, intellettuali e insegnanti laici da far fuori.
Raccontata così però sarebbe una storia a metà, di quelle che si liquidano in fretta perché il paese è povero, sovrappopolato e per di più ingiusto e musulmano: abbastanza per derubricare il caso a vicenda di ordinaria povertà. Ma il Bangladesh è anche il luogo delle responsabilità nascoste che ancora una volta rimandano le radici dell’ingiustizia sociale a scelte prima coloniali e poi industriali.
Quel paese inizia la sua Storia «indipendente» nel 1947 quando la follia britannica, sostenuta da quella della Muslim League del subcontinente indiano, divide il nascente Pakistan in due Stati che distano tra loro…10 ore di volo. Il Pakistan orientale, abitato da bengalesi musulmani, con l’aiuto dell’India, si stacca dal Pakistan nel 1971 con una guerra sanguinosa le cui ferite non si sono ancora cicatrizzate (sono stati giustiziati di recente molti capi della resistenza pro pachistana accusati di crimini contro l’umanità).
Il paese ha una solo vera ricchezza, la iuta, il cotone e una rinomata tradizione manufatturiera, che fanno di questo paese un enorme cantiere tessile. Ed è in Bangladesh che in tempi recenti sbarcano le multinazionali del tessile che hanno scelto la delocalizzazione in paesi che lavorano in conto terzi: salari minimi, materia prima di buona qualità a prezzi bassi, scarsa capacità sindacale, governi col pugno duro quando si rivendica un diritto.
Ci sono un nome, un luogo e una data che raccontano bene questa storia: Rana Plaza a Dacca, il 24 aprile del 2013. Un edificio commerciale di otto piani, figlio di abusi speculativi locali, crolla a Savar, un sub-distretto della capitale. Il bilancio è gravissimo e le operazioni di soccorso richiedono quasi un mese e si concludono il 13 maggio con un bilancio di oltre mille vittime e oltre duemila feriti, molti dei quali ormai menomati e inabili al lavoro.
Quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile e anche il più letale cedimento strutturale accidentale della Storia contemporanea, scoperchia anche le responsabilità di marchi europei, americani, italiani. Scoperchia il tema della sicurezza, dei diritti, dei risarcimenti che non arrivano. Farà aumentare il salario base ma lascerà anche intere famiglie sul lastrico. Eccolo un altro humus pieno di risentimento.
Nel Rana Plaza avevano i loro laboratori fabbrichette locali che lavoravano per grandi marchi internazionali. Loro a fare il lavoro sporco, gli altri a esibire t-shirt a basso prezzo con la griffe. Se non ci fossero state campagne internazionali di attenzione (in Italia la Ong «Abiti puliti»), se non si fosse mosso l’Ufficio internazionale del lavoro dell’Onu, la storia si sarebbe dimenticata in fretta. E, in queste ore, pochi la mettono in relazione alla strage di due giorni fa nella capitale. Eppure.
Eppure il Bangladesh è anche questo: la tragedia del Rana Plaza fa firmare a circa 160 compagnie il Fire and Building Safety, un primo passo per mettere in sicurezza strutture e forza lavoro che, nel tessile, conta circa 4 milioni di operai e operaie. Ma, dalle colonne del britannico Guardian, Tansy Hoskins, autrice del saggio Stitched Up: The Anti-Capitalist Book of Fashion, avverte che nonostante vi sia un elevato numero di sindacati del settore, sono pochi i lavoratori che vi aderiscono, il che li lascia vulnerabili agli abusi in fabbriche poco sicure.
Anche un sindacato importante come la National Garment Workers’ Federation deve affrontare grandi ostacoli perché per registrare un’organizzazione al Dipartimento del lavoro si deve nel contempo avere come soci un terzo della forza lavoro: insomma se vuoi registrati come attivo in una fabbrica con 10mila lavoratori ne devi avere come soci almeno 3mila… ma in Bangladesh se ti iscrivi rischi – dopo le minacce – il licenziamento. E una volta per strada, da vittima del mercato, è facile diventare il soldatino di qualche Califfo in cerca di nuovi sodali.
C'è chi, come l'ARCI, affronta seriamente la questione dei rifugiati con azioni concrete su vari livelli: dall'espressione immediata e concreta della solidarietà allo sforzo tenace di modificare le mentalità ispirate a un'ingiustificata (e fomentata) paura.
Il manifesto, 1 luglio 2016
In genere, interrogati sulle possibili soluzioni di questo problema – quello dell’immigrazione – i competenti si affrettano a precisare: non ho la ricetta pronta; oppure: non ho la bacchetta magica. E invece, l’Arci, la sua ricetta ce l’ha, e il merito di questo libro è soprattutto quello di illustrarla. E se assumiamo questo punto di vista per leggere il libro di Filippo Miraglia, coglieremo immediatamente tutte le virtù della ricetta Arci». Così Luigi Manconi nella prefazione (scritta assieme a Alessandro Leogrande) al libro che Filippo Miraglia, vicepresidente dell’Arci e da anni impegnato sul problema, ha scritto in un face à face con Cinzia Gubbini.
È appena uscito per le edizioni del Gruppo Abele, nella – tutta interessante – serie "Palafitte": Rifugiati. Conversazione su frontiere, politica, diritti. Manconi ha ragione: fra le tante parole che ogni giorno vengono spese sul tema questo volume ha il pregio di dire cose molto concrete e fattibili, quelle che già ora cercano di fare molte associazioni, in particolare l’Arci, la Comunità di sant’Egidio, le Chiese Valdesi (queste utilizzando il 5 per 1000 previsto nella cartella delle tasse) e tante altre ancora. Un grande impegno della società civile, che certo resta indicazione esemplare ma non può, con ogni evidenza, supplire alla totale cecità e inefficienza delle istituzioni. Ma è un "fare" per nulla inutile: non solo intanto aiuta in concreto persone in carne ed ossa, ma soprattutto serve a far capire cosa si dovrebbe e potrebbe fare. E che non si fa. Non si fa innanzitutto non, o almeno non solo, per via delle reazioni emotive che l’arrivo di tanti individui diversi da noi – per storia cultura comportamenti valori abitudini – produce.
È che queste reazioni sono innanzitutto il frutto di una ben organizzata campagna promossa da chi ha interesse a suscitare paure. E cioè di chi sa bene di aver bisogno degli immigrati, ma li vuole illegali e perciò ricattabili appena cercano di far valere i loro diritti. Se non fosse così non si capirebbe come mai chi possiede imprese dovrebbe rifiutare gli immigrati sebbene tutti i dati ci dicano che, senza di loro, un continente come l’Europa (e ancor più l’Italia), in drammatica decrescita di popolazione, non ha speranza di veder aumentato il proprio Pil e nemmeno di colmare le casse dei fondi destinati al welfare. Forse, oltreché di reazioni psicologiche, bisognerebbe parlare di più di interessi di classe, vetusta locuzione ormai quasi illegale.
Con pacatezza, Filippo Miraglia ci spiega che la spesa per il brutale respingimento è inutile e produce enormi sprechi; che sarebbe meglio generalizzare una cosa così sensata come l’allestimento di corridoi detti umanitari, anziché trasformare il Mediterraneo in un campo di battaglia e in un cimitero; che il flusso migratorio verso l’Europa non è poi così massiccio, una proporzione minima rispetto ai sessanta milioni di rifugiati che esistono nel mondo; che i paesi dell’Ue potrebbero assorbirla senza gravi problemi se solo, anziché ammucchiare i nuovi arrivati in luoghi ignobili sotto minaccia di rimpatrio, fossero decentrati sul territorio e affidati agli enti locali così come alle associazioni che operano sul territorio (come spesso già avviene) sì da facilitarne l’inclusione sociale ed evitare i guasti della logica concentrazionista gravemente dannosa per tutti.
È quanto l’Arci e le associazioni con cui collabora (c’è ormai una stretta unità di intenti e di azione concreta fra organismi laici e religiosi che si muove in questo senso ) sta facendo fra mille difficoltà ma con ottimi risultati. E invece la logica governativa è di affidare questa materia così delicata e complessa in gran parte alle prefetture. come se si trattasse di disastri più imprevedibili di un terremoto. (Come stupirsi di «mafia capitale» e di tutto il malaffare che accompagnano gli appalti per la gestione delle strutture previste? Se la gestione non viene affidata alla collettività locale, a una rete sociale e politica, è naturale che prevalga il malaffare). Il testo contiene una quantità di informazioni e riflessioni su una materia di cui a tutti capita di discutere per via del peso acquisito nel contesto politico europeo, ma senza avere cognizione dei suoi precisi aspetti. Oltretutto, per via della giungla di norme in cui è immersa – a livello dei progetti Ue – apparentemente bellissime, se non fosse per il fatto che esse vengono puntualmente contraddette dalle pessime misure dell’emergenza.
Ma il libro non si limita alla pur preziosa descrizione di quanto in concreto si fa e non si dovrebbe fare e su quanto di buono si riesce a realizzare nonostante tutto. È anche un testo denso di riflessione politica: sulla sinistra e come ha finito per marginalizzare il discorso sul tema: perché non può sbraitare come Salvini, ma non ha nemmeno il coraggio di proporre soluzioni. Finisce per tacere, accantonando il problema che viene abbandonato alla più becera propaganda. Ma c’è anche un riflessione, in larga parte nuova, sulla debolezza in Italia di una rappresentanza politica collettiva dei migranti come c’è invece i altri paesi europei. E uno scarsissimo ruolo attribuito dalle istituzioni alle associazioni che operano nella società civile.
Nel libro si parla molto anche dell’Arci stessa, con molti accenti critici e autocritici, senza autoreferenzialismo. Informazioni preziose, perché l’Arci, con i suoi un milione e 100mila iscritti e i suoi 4.700 circoli distribuiti su tutto il territorio nazionale, non è solo la più grande organizzazione laica esistente nel nostro paese, è un pezzo stesso di questo paese. Prezioso per chi vuole ancora far politica.
. Il manifesto, 01 luglio 2016 (p.d.)
Il migliore albergo d’Europa non ha la piscina. Nessun minibar nelle stanze. Non è nemmeno previsto il servizio in camera. Il miglior albergo in Europa è il City Plaza Hotel di Atene (http://best-hotel-in-europe.eu/), dove 400 migranti (180 i bambini) vivono da un mese e mezzo in condizioni di dignità ormai rarissime nei tempi in cui la Fortezza Europa chiude le proprie frontiere sul mediterraneo siglando accordi con la Turchia.
Sono persone intrappolate dallo sbarramento delle rotte che dai Balcani dovevano portarli a nuove vite, tentativi di scappare alla guerre siriane, alle instabilità irachene, agli orrori palestinesi, alla disperazione afghana, alle repressioni curde. Tutte situazioni nelle quali è facile distinguere il ruolo dell’occidente, lo stesso occidente che poi respinge questi corpi alle frontiere, li chiude in centri senza che abbiano commesso alcun reato, li trasferisce in un paese che, su mandato dell’unione europea, li isola in campi di detenzione.
Pratiche e politiche aberranti che rendono il City Plaza un monumento alla dignità umana, al rispetto della persona, un posto dove «nel bilanciamento di interessi si sceglie di dare priorità alla solidarietà». Fa male pensare al City Plaza come a un’eccezione nata dalla intelligente osservazione, da parte di un’associazione di attivisti, la Diktio, vecchia di vent’anni, di quello di cui davvero avevano bisogno i migranti, di quali erano le azioni necessarie per restituire loro il decoro esistenziale.
Ci racconta Olga, che per parlarci deve lasciare la reception del Plaza, dove stanno compilando le liste dei bambini che da settembre andranno a scuola (pochi i siriani, per i quali sono aperte le quote previste dall’accordo) nel centralissimo quartiere di Victoria, che la lotta è consistita nel dare ai migranti una soluzione stabile e mostrare al governo che questo era possibile.
«Questo processo è cominciato la scorsa estate, quando, per l’intensificazione degli sbarchi, i ministri decisero di aprire il primo campo, vicino Atene. Noi eravamo presenti portando lì, e anche nei luoghi di incontro dei migranti, beni di prima necessità, supporto medico. Si trattava di uomini in transito, che volevano rimanere in Grecia solo per qualche giorno. La chiusura della rotta balcanica all’inizio di marzo e, subito dopo, l’accordo Ue-Turchia hanno interrotto la transitorietà di questi flussi. A far nascere, potente, l’esigenza di una collocazione dignitosa per i tanti migranti che le politiche europee avevano reso prigionieri senza libertà di movimento».
Ci spiegano qui che è stato in questo passaggio, nell’esigenza di radicare una organizzazione stabile per rispondere a delle necessità stabili, che il movimento di solidarietà è diventato «più politico», facendosi promotore di manifestazioni per i diritti dei migranti. Due gli slogan: «libertà di movimento, ma anche diritto di restare».
L’altro tassello di questa storia è fatto da un palazzo alto sette piani. Una volta era un hotel di lusso, posto in uno dei quartieri più centrali di Atene. Fallito sette anni fa, si stagliava con la sua insegna viola come monumento alla crisi finanziaria, questioni di crediti non erogati, di banche, del collasso greco, dei ricatti europei. E ritorna quel bilanciamento di interessi che è protagonista in ogni scelta politica: cosa vale di piu? La proprietà privata? La solidarietà?
In cento attivisti hanno occupato il Plaza ormai quasi due mesi fa. In un salone giocano una quarantina di bambini, c’è entusiasmo per la notizia della scuola che inizia a settembre. Chiedono diari e penne, si vogliono preparare.
I migranti ospitati in tutto sono 400, vengono dall’iraq, dall’Afganistan, dalla Palestina, altri sono curdi e siriani. Sperimentano un modello di coesistenza e di autorganizzazione. Ci sono dei disabili, alcuni con malattie croniche.
Ogni nucleo ha una stanza con bagno, che per tutti significa trovare nel loro viaggio, per la prima volta, sicurezza e dignità. C’è un ambulatorio dove vengono per le visite medici volontari, gli stessi che hanno contribuito a creare quella storia dal basso di mutuo soccorso finita con l’elezione di Syriza. C’è una dispensa con i beni donati suddivisi per bagnoschiuma, pannolini per bambini asciugamani, lenzuola. Molti portano scorte alimentari, in modo da assicurare una colazione e due pasti al giorno.
I migranti si occupano del City Plaza come di un oggetto prezioso, un miraggio nel deserto. I bambini tolgono le briciole dei craker dal tavolo, fanno attenzione a colorare nel perimetro dei fogli per non macchiare le tovaglie. Il City Plaza ha subito spesso attacchi da parte di gruppi di estrema destra, non è un quartiere facile questo. Ma col tempo le persiane dei vicini, rimaste chiuse nelle prime settimane, si sono aperte. Un cane randagio che vagava moribondo per strada è stato adottato e curato dagli occupanti: il quartiere ha reagito a una immagine così potente, così capace di essere simbolo, facendosi accogliente.
«Il nostro obiettivo – continua Olga – non può essere dare una casa a tutti, non è realistico. Il nostro obiettivo e dare l’esempio di un differente e possibile tipo di gestione della presenza dei migranti. Ora siamo in 400. Viviamo in uno stabile che non funzionava da sette anni. Non abbiamo interrotto alcuna attività. Non c’era nessuno che lavorava qui. Le stanze sono tutte occupate, non possiamo accettare e vagliare alcuna altra richiesta e ce ne capitano molte, naturalmente. Ma noi vogliamo essere un modello di residenza, non un campo».
Certo, sottolinea Olga, che la presenza al governo di Syriza contribuisce in qualche modo a legittimare il progetto. Ma sembra altrettanto vero che sgomberare 400 migranti per mandarli per strada non sembra poter essere l’obiettivo di nessun governo. Un’esperienza che che solleva qualche contraddizione: il Plaza, con diecimila euro al mese e moltissima solidarietà, offre dignità a 400 persone, incoraggiando, al contempo, la loro indipendenza. Esiste un modello alternativo migliore? Finora non sembra.
Articoli di Alfredo Marsala e intervista di Carlo Lania all'ammiraglio Credendino sugli sforzi per salvare qualcuno sulla strage in atto nel Mediterraneo dalla fine del secolo scorso, nell'indifferenza di chi comanda e di chi forma il pensiero corrente.
Il manifesto, 1 luglio 2016, con postilla
UNA STRAGE DI DONNE
Un mare senza pace. Proprio mentre il peschereccio naufragato il 18 aprile del 2015 entrava nel porto di Augusta con la stiva piena di cadaveri, un altro naufragio è avvenuto a 20 miglia dalla Libia provocando la morte di dieci donne.
Duecento, forse 300. Non si sa ancora quanti siano i corpi incastrati nella stiva del relitto del peschereccio recuperato a 370 metri di profondità dalla Marina militare, a 40 miglia dalla Libia e a 100 dalle coste della Sicilia.
Quel che resta del barcone, naufragato il 18 aprile dell’anno scorso per quella che è stata definita la più grande tragedia nel Mediterraneo di tutti i tempi ma che sembra non aver insegnato nulla ai potenti dell’Ue, è stato trasportato ad Augusta. Nel molo è stata costruita una tensostruttura refrigerata. Una sorta di mega cella frigorifera lunga 30 metri, larga 20 e alta 10 realizzata per contenere il peschereccio.
Un posto di morte e dolore. Qui inizieranno le operazioni di recupero delle salme. I pompieri si occuperanno di estrarre i cadaveri, un equipe di medici, coordinata dalla professoressa Cristina Cattaneo della sezione di medicina legale dell’università di Milano, con la collaborazione degli atenei di Catania, Messina e Palermo e dei medici della polizia, farà poi i rilievi sui corpi. Un salto all’inferno, una mesta conta di cadaveri: bambini, donne e uomini senza volto, senza nome. Con i corpi martoriati, dilaniati dai pesci e dal mare, rimasti più di un anno negli abissi. Morti intrappolati nella stiva perché i trafficanti sigillarono i portelloni per impedirne l’uscita mentre il barcone, col suo carico di 700 disperati, come raccontarono i 28 superstiti, affondava. Se da quella maledetta stiva saranno estratti 300 corpi, come stima la Marina, significa che altre 200 persone sono state risucchiate dal Canale di Sicilia, ormai diventato il cimitero più grande del pianeta. I superstiti della grande strage furono 28, soccorsi dalla nave portoghese King Jacob, con a bordo marinai filippini che non appena giunsero nel porto di Palermo chiesero l’aiuto di un prete e di una squadra di psicologi per lo sotto shock subito dalla terribile esperienza.
Fu proprio quando la nave si avvicinò per prestare soccorso che il peschereccio stracolmo di disperati si capovolse. Decine di persone finirono in mare, la King Jacob lanciò le scialuppe ma nemmeno un terzo dei migranti riuscì a salvarsi. Gli altri furono risucchiati dal mare o intrappolati nel barcone dell’orrore.
Il tentativo che si farà ora è quello di identificare le salme. Difficile, quasi impossibile. Sarà il Dna se sarà possibile incrociarlo con le banche dati a stabilire la nazionalità e a dare un nome alle vittime, sempre che i Paesi di provenienza abbiano gli archivi. «Abbiamo già centinaia di richieste e stiamo raccogliendo dati dai familiari che si trovano in Senegal e Mali – dice la professoressa Cattaneo – e riceviamo richieste dai parenti che sono nel nord Europa. C’è già pronto il materiale necessario per fare i confronti.
Il riconoscimento ha una ripercussione sui familiari vivi, ma ci sono anche ripercussioni amministrative perché alcuni ricongiungimenti sono impossibili perché mancano i certificati di morte». Il recupero è stata un’operazione complessa anche perché, sottolinea l’ammiraglio Pietro Covino, «non era mai stato fatto per un peschereccio di tali dimensioni e a una profondità di circa 400 metri. Con tre fasi principali: l’ispezione del relitto per verificarne la struttura, le dimensioni e le capacità di sostenere la presa per riportarlo in superficie; la realizzazione del modulo di recupero; e la mobilitazione dei mezzi necessari». Il tutto è costato 9,5 milioni di euro, finanziati dalla Presidenza del consiglio dei ministri. Ed è un operazione che andava fatta, sostiene il premier Matteo Renzi, per «dare una sepoltura a quei nostri fratelli, a quelle nostre sorelle che altrimenti sarebbero rimasti per sempre in fondo al mare». La logista prevede vitto e alloggio a tutti gli operatori coinvolti, 150 in media al giorno. Una cittadella per i vigili del fuoco – con aula incontri, due dormitori e uno spogliatoio – per la Croce rossa, un posto medico avanzato e un consultorio psicologico h24. Le aree dove saranno eseguite le autopsie saranno tre.
Ma alla conta dei morti se ne aggiungono già altri. Proprio mentre il relitto del peschereccio arrivava ad Augusta, un altro naufragio è avvenuto a circa 20 miglia dalla Libia. Dieci i cadaveri recuperati in mare, tutti di donne. I soccorritori della nave Diciotti, allertata dalla guardia costiera, sono riusciti a salvare 107 migranti e a recuperarne poco dopo altri 117 sempre nel Canale di Sicilia.
Il naufragio è avvenuto con condizioni meteorologiche pessime, mare forza 3, vento a 30 nodi e onde alte due metri.
«CONTRO L'ISIS,
EuNavFor-Med, la missione europea di contrasto al traffico di esseri umani, ha appena compiuto un anno. Solo due mesi in più di Sophia, la bambina somala nata il 24 agosto 2015 a bordo della nave tedesca che aveva soccorso la madre e altri 453 migranti nel Canale di Sicilia e che ha dato il suo nome alla missione. La foto ingrandita della piccola Sophia è appesa a una delle pareti dell’ex aeroporto di Centocelle, a Roma, quartier generale dell’operazione. «In questi mesi la missione ha salvato più di 18 mila migranti», spiega il comandante della flotta europea, l’ammiraglio Enrico Credendino.
Torinese, 53 anni, è stato al comando della missione Atlanta, l’operazione europea anti-pirateria, e successivamente è stato tra gli organizzatori di Mare nostrum, la missione umanitaria italiana. Il 20 giugno scorso il Consiglio europeo ha prolungato di un anno, fino a giugno 2017, la missione ampliandone i compiti con l’incarico di addestrare la Guardia costiera libica, mentre una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu (la 2292) la impegna nelle operazioni di contrasto del traffico di armi dirette alle milizie libiche.
I nuovi compiti cambiano la natura della missione?
No. Il mandato rimane lo stesso: combattere le reti criminali che lucrano sul traffico di uomini. Sophia nasce dopo il naufragio del 18 aprile 2015, quando l’Europa decide di agire finalmente in maniera più concreta perché non vuole più vedere morti in mare. Nel mandato delle operazioni non è previsto il soccorso ma per un marinaio c’è una sola legge, che è quella di salvare, proteggere e tutelare tutti quelli che sono in difficoltà in mare. Finora abbiamo salvato oltre 18 mila vite, fermato più di 70 scafisti e neutralizzato 170 imbarcazioni. Il mandato quindi rimane uguale, ma sono stati aggiunti due nuovi compiti che ci aiuteranno a conseguirlo.
Con nuove regole di ingaggio?
No, anche se ne avremo qualcuna in più per poter salire e ispezionare le navi sospette di fare traffici illeciti, fermarle e portarle nei porti di riferimento.
Come avverrà la perquisizione delle navi sospette?
La risoluzione dell’Onu ci dice esattamente cosa possiamo fare, cioè salire sulle navi, ispezionarle e se troviamo riscontri di armi o materiale illecito possiamo sequestrarlo e portarlo nel porto di un altro paese consegnandolo all’autorità giudiziaria. Stiamo ancora individuando i paesi, dovrebbero essere quelli più vicini all’area delle operazioni quindi potrebbero essere la Grecia, la Spagna, l’Italia, la Francia.
Approvando l’estensione della missione il parlamento tedesco ha definito i nuovi compiti come operazioni di contrasto all’Isis e al terrorismo. E’ di questo che stiamo parlando?
Indirettamente. Il mio compito in questo caso è di evitare che le armi arrivino ai gruppi terroristici presenti in Libia. In questo senso contribuiamo a combattere il terrorismo.
Tra i nuovi compiti c’è l’addestramento della guardia costiera e delle marina militare libica. Come avverrà?
Va premesso che tutto quello che avviene in Libia avviene solo su richiesta dei libici. Siamo a casa loro, sono loro che devono volerlo e noi vogliamo lavorare insieme a loro. Il governo libico ha appena designato il comitato di esperti che insieme al mio comitato di esperti lavorerà per stilare il programma di addestramento sulla base delle loro esigenze, in modo da poter cominciare entro quattro, cinque settimane. Prevediamo di farlo inizialmente in mare, in acque internazionali, imbarcando cento militari per un periodo di 14 settimane, sul modello di quanto abbiamo fatto due anni fa in Mozambico. Poi cominceremo l’addestramento a terra in un paese membro: Grecia e Malta hanno già offerto le loro strutture, anche l’Italia lo farà, con l’obiettivo di andare a lavorare poi a Tripoli, una volta che ci saranno le condizioni per farlo, nella base navale dove oggi si trova il presidente Serraj e dove potremo addestrare un numero più grande di persone. Infine ci sarà una terza fase nella quale addestreremo i libici sulle loro motovedette. L’Italia ne fornirà dieci, altri paesi membri daranno un contributo.
Ha parlato di un addestramento su suolo libico. Non teme così di provocare una reazione da parte delle milizie?
Questo succederà solo quando ci saranno le condizioni di sicurezza. Intanto l’addestramento a terra lo faremo nei paesi membri.
La fase tre della missione europea prevede un intervento in acque libiche ed eventualmente anche nei porti.
Sempre su richiesta libica e ci vorrà una nuova risoluzione dell’Onu. Comunque saranno attività che condurremo insieme ai libici. Lo scopo dell’addestramento della guardia costiera e della marina libica è proprio quello di conoscerci e quando ci saranno le condizioni lavorare insieme per arrestare gli scafisti e distruggere quelle strutture logistiche che sono di loro esclusivo uso. Noi non vogliamo creare danni collaterali. Per esempio molti dei barconi utilizzati per trasportare i migranti sono pescherecci che i pescatori spesso sono costretti a vendere.
Quando pensa che prenderà avvio la terza fase?
Credo che succederà, non sono però in grado di dire quando.
Quando la missione europea opererà in acque libiche i migranti fermati verranno consegnati alle autorità libiche?
Noi applichiamo in maniera stretta il principio di non respingimento ovunque in mare, sia in acque internazionali che in acque territoriali. Questa è una chiara decisione presa dal Consiglio europeo e questo è il mio mandato. Quindi noi tutti i migranti che prendiamo mare li portiamo in Italia.
Sarà così anche in futuro?
Anche in futuro. I migranti non verranno respinti né consegnati ai libici perché sarebbe un respingimento.
Abbiamo parlato della guardia costiera libica. I migranti salvati da quella che opera oggi finiscono spesso in centri di detenzione dove subiscono violenze. Che garanzie ci sono che la stessa cosa non accadrà anche in futuro?
Come missione Sophia noi siamo parte del piano di azione dell’Unione europea sull’immigrazione che prevede anche una missione civile chiamata Eubam Libya che oggi è a Tunisia ma appena possibile andrà a Tripoli. Questa missione sta pianificando l’addestramento delle forze di polizia e la ricostruzione del sistema giudiziario e carcerario libico, in modo tale che anche le condizioni degli scafisti che verranno arrestati da libici rispetteranno gli standard umanitari. Per quanto riguarda i migranti in particolare noi lavoriamo insieme all’Unhcr, la prima organizzazione che ho incontrato il giorno dopo essere stato nominato comandante della missione. L’Unhcr addestra i nostri equipaggi prima che vadano in mare in modo che la parte umanitaria, la parte gender, l’assistenza ai bambini abbia gli standard previsti. Nell’addestramento della guardia costiera libica ci sarà uno specifico capitolo proprio su questo.
Ogni tanto esce un allarme su possibili invasioni di migranti dalla Libia. Recentemente il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, ha parlato di possibili 300 mila arrivi in Italia entro al fine dell’anno. Condivide questi allarmi?
I dati in Libia noi non li abbiamo, quindi mi baso sui dati ufficiali dell’Oim secondo i quali ci sono circa 200 mila migranti in Libia pronti a muovere e 400 mila sfollati libici che non hanno però intenzione di lasciare il paese. Infine ci sono circa 200 mila rifugiati mediorientali, soprattutto siriani, che però sono in Libia da molti anni, ormai fanno parte del tessuto libico e non vogliono lasciare il paese. Quindi quelli pronti al muovere sarebbero 200 mila. Ed è un numero in linea con quello dell’anno scorso.
Quindi nessuna invasione?
Io questo non lo so, non ho la sfera di cristallo. Non credo però che ci sarà nessuna invasione, penso che i numeri siano più o meno in linea con quelli dell’anno scorso.
postilla
L'Europa dei governi continua nella sua politica di respingimenti criminali conditi con uno spruzzo di umanitarismo: si lascia che i disperati s'imbarchino come possono, quando inevitabilmente affogano si cerca di fare i crocerossini salvandoli dalle onde - o i becchini recuperandone i resti nelle loro bare. Si ignora che si tratta di un esodo di centinaia di migliaia (di milioni) di uomini donne vecchi bambini che scappano dalla miseria e dal terrore. da anni che sa e capisce propone infaticabilmente la necessità di creare dei corridoi umanitari per sostituire il "servizio" offerto dai trafficanti, ma chi decide non li ascolta. Riproponiamo a proposito un intervento di Barbara Spinelli del 2014, La grande finzione di Frontex Plus e le responsabilità dell’Europa
Un gesto rivelatore dell'animus del renzismo: dovrebbe aiutare gli italiani ad aprire gli occhi. Si fa finta di minacciare chi ha torturato e assassinato Giulio Regeni, ma non si rinuncia affatto ad armare il governo torturatore ed assassino, per non turbare il business dei mercanti di morte. La Repubblica, 30 giugno 2016
Quella della sospensioni delle forniture militari era stata una richiesta esplicita della famiglia Regeni, l’ultima volta quando avevano visitato il Parlamento europeo. «Ma questo è un atto poco più che simbolico» dice il portavoce di Amnesty, Riccardo Noury. «Ma è comunque una presa di posizione importante del parlamento. Noi però continuiamo a chiedere al governo la sospensione di tutte le forniture di armi all’Egitto, cosa ben diversa rispetto a questo stop».
Qualcosa però il governo ha fatto rispetto alle altre richieste della famiglia Regeni. La storia di Giulio è apparsa infatti da qualche giorno sul sito della Farnesina “Viaggiare sicuri”: fino alla scorsa settimana, la storia di Giulio non era nemmeno citata. «Ora è importante — ha detto la famiglia nei giorni scorsi — che l’Egitto venga indicato nell’elenco dei Paesi non sicuri».
Il Post, 21 marzo 2016
Non è di marzo questa impura aria, che impregna i vestiti e non trova catarsi: le fumarole mefitiche spuntano da fornelletti improvvisati, da arrugginiti bidoni d’idrocarburi, da catastine di legna, da plastica bruciacchiata sparsa qua e là sopra il campo ancora fradicio da giorni e giorni di pioggia – oggi è uscita una lisca di sole, e i vestiti zuppi vengono finalmente stesi ad asciugare. Nel campo nato tre chilometri prima di Idomeni attorno alle strutture di un’area di servizio della EKO, sui tetti delle tende delle Nazioni Unite è tutto un fiorire di calzini, di magliette sdrucite, di pantaloni logori o seminuovi; e poi la fantasia al potere, mutande su un ramo d’albero, maglioni su una staccionata, pedalini su una sedia di plastica; e le reti basse, fatte per separare, sono in realtà degli stendini fatti e compiuti. È uscito il sole, oggi, ma potrebbe non durare; o – a leggere i giornali di ieri – potrebbe non durare il campo intero, chi può dirlo. Nell’attesa, dal benzinaio, la coda dietro a un camioncino di targa tedesca è chilometrica e lentissima: si distribuiscono scarpe, ma sono poche le possibilità d’intendersi al volo sulla taglia nel volteggio di arabo, farsi, inglese, curdo. Così, in fin dei conti, il solo modo di capire a quale piede vada bene quale calzatura è la sensata esperienza – e ridono e frignano e sghignazzano i tantissimi bambini che fanno i capricci, come qualunque loro coetaneo europeo in un negozio alla moda: sulla campana disegnata coi gessi colorati tra la pompa di benzina e la fila di bagni chimici, vogliono saltare con scarpette resistenti.
Idomeni è una città senza governo, nel senso più letterale. Nel punto in cui convergono le tre direttrici sterrate o d’asfalto, subito a fianco dei binari della linea interrotta, stamani la polizia ha ricavato con fatica, in mezzo al flusso continuo e dantesco di anime in pena, un piccolo spazio per l’auto blu della viceministra degli Interni, Maria Kollia-Tsaruchà, che è nata a Serres, non lontano da qui. Piccola e sgomenta sul sedile anteriore, mi invita a documentare con precisione cosa accade, perché si sappia; e aggiunge in un sussurro che la situazione dhen elènchete, non si controlla più. Il suo ministro, il coraggioso non-vedente Panayotis Kurublìs, dichiara che questa è una nuova Dachau (una Dachau, ribatte Dimitris, da cui però usciranno quasi tutti vivi, e segnati per sempre, a migliaia, nei polmoni, nelle giunture, nell’anima); il vagare affranto del ministro stamattina per il campo, al braccio di gendarmi muti e forse ancora non abituati, pare più una prova d’impotenza che il preludio a una nuova azione politica, per la quale non s’intravvede lo spazio. La polizia sta ai margini, presidia con quattro aitanti giovanotti una linea immaginaria che corre perpendicolare ai binari e parallela al muro di filo spinato 100 metri più in là: i ragazzi col casco e lo scudo osservano e sorridono distesi, forse più partecipi del dramma in corso che solleciti di possibili problemi. Né incutono timore le pettorine fosforescenti delle ONG, anche perché non mancano i “bianchi” (quelli di MSF, di Praksis, di Orient) che tra una distribuzione e l’altra si appartano un momento in lacrime, per dare sfogo non visti al sentimento umano (li riconosci subito, gli Europei, dallo stato della loro pelle, e quando senti qualcuno che parla italiano ti senti all’improvviso più fiero che durante l’inno della finale di Madrid).
Molti, dalle file dell’opposizione greca, criticano questo modo di procedere, denunciano il sostanziale abbandono dei campi profughi e soffiano sul fuoco delle scaramucce fra gruppi etnici, come quelle avvenute ieri al Pireo, e pure qui stesso – un Afghano, un Siriano e un Tedesco ricoverati in ospedale per ferite d’arma da taglio. Tutti aspettano risse e disordini per poter meglio additare la faciloneria del governo, la sua mancanza di strategia. I grandi giornali, dal Vima alla Kathimerinì, sono zeppi di editoriali aggressivi contro il premier Tsipras e la sua politica di frontiere aperte senza distinzione di provenienza e di status. Così, si insiste sulla presunta mancanza di ordine pubblico, invece che sulla mancanza politica di un governo che esita, forse comprensibilmente forse no, pressato com’è fra la povertà di mezzi, l’indecisione e l’atavico timore dei Turchi; un governo che preferisce dedicare sforzi e polemiche all’uscita estemporanea di un sottosegretario (Panayotis Muzalas) che ha chiamato “Macedonia” quella che per il diritto internazionale è “Fyrom” e per i Greci è semplicemente “ta Skopia” (da pronunciare con una lieve aspirazione di disprezzo fra la “p” e la “i”). Da giorni, mentre qui prosegue l’inferno, sui media si discute se la maestà del nazionalismo ellenico – lesa da quel nome proprio, soprattutto nell’opima figura dell’alleato destrorso di Tsipras, il ministro della Difesa Panos Kammenos – debba o meno costare a Muzalas la poltrona.
Così, mentre ad Atene si litiga sulle parole, i poliziotti di Skopje rispediscono indietro a suon di legnate i profughi che nottetempo riescono a passare sfidando le gelide correnti dell’Axiòs, il fiume che passa accanto a Idomeni e che appena varcato il confine impossibile inizia a chiamarsi Vardar – come se il muro di filo spinato fosse così stretto e potente da risucchiare un nome assieme alle vite dei migranti (tre, cinque, o chissà quanti) che l’altro giorno sono scomparse nei flutti. Intanto il numero dei profughi è quadruplicato, l’ospedale più vicino (quello di Kilkìs) non è stato potenziato e va in tilt con 20 pazienti (e qui sono accampati in 16mila); e come se non bastasse nella provincia di Kilkìs Alba Dorata ha il 10 per cento, a testimonio di un pericolo di xenofobia che spesso si sottovaluta: un documentario della giornalista Anghelikì Kuruni, Alba dorata: un fatto personale, presentato proprio ieri al Festival del documentario di Salonicco, denuncia la permeabilità dei Greci più insospettabili al fascino delle svastiche. Né manca, nella Macedonia travolta dall’onda, chi teme l’invasione, il fattore demografico a tutto vantaggio degli “altri”, e l’inettitudine di uno Stato debole e incerottato.
Eppure la realtà profonda non è questa. Se Idomeni rimane in piedi, se questa città fantasma, nonostante tutto, funziona da mesi nel fluire ininterrotto di centinaia di migliaia di persone, vuol dire che la realtà è soprattutto un’altra. Qui è tutto merito di quella parola greca che, come tante altre, da sola fa miracoli: allilenghìi. Di norma tradotta con “solidarietà”, essa reca al proprio interno la radice del “reciproco” e la radice antichissima della “garanzia”, del “pegno”: indica insomma un atto di fiducia reciproca, di consapevolezza e riconoscimento della comunanza di un destino. Nessuno, sotto questo cielo, può saperlo meglio dei Greci, che hanno inventato il concetto stesso di xenìa e che nell’ultimo secolo hanno assistito a innumerevoli e tragici spostamenti di masse umane. Non è un caso che oltre i due terzi di loro – dicono i sondaggi – non abbiano paura dei profughi (attualmente 45mila sul suolo del Paese, il 60% dei quali stipati nella sola Macedonia), e si dichiarino pronti ad ospitarli in tutti i modi (molte decine ormai anche nelle proprie case), anche se meno del 50% sarebbe contento se si stabilissero tutti in Grecia – cosa che nessuno di quelli beninteso vuol fare, forse nemmeno la stanchissima signora con le mani butterate che cercava lo sciroppo, e non è arrivata intanto nemmeno a metà strada.
Alto e robusto, il mio amico Dimitris sembra un eroe di Nikos Kazantzakis, con il suo parlare semplice e la riserva di umanità che tiene in sé: un Ulisse più altruista, uno Zorba più dolente. Mi racconta di quando venne qui la prima volta, a giugno 2015, e non c’era praticamente nessuno: non le televisioni che ora trasmettono da ogni angolo, non le padelle paraboliche che sfiorano le tende (qualche bambino cede alla tentazione di metterci sopra i calzini ad asciugare), non le ONG che con rare eccezioni sono qui da 2-3 mesi, non le Nazioni Unite che giunsero a fine agosto coi primi accampamenti. All’epoca, tutto era in mano a una mafia internazionale (turca, greca, macedone) che approfittava dei confini aperti per spillare somme ingenti ai profughi (talora portati perfino dalla Libia e dal Marocco, probabilmente attraverso la Turchia…) e per infliggere loro (compresi donne e bambini) marce infinite attraverso la spina dorsale dei Balcani. Dopo la crisi di agosto ci furono l’Orban cattivo, la Merkel buona e l’Austria silenziosa, e Idomeni diventò per altre settimane solo un punto di transito per quelli che il governo Tsipras – unico forse tra quelli europei – definiva a priori mai “clandestini” ma sempre “rifugiati”, indipendentemente dalla loro provenienza e dalla loro motivazione, rinunciando così a quell’intollerabile discriminazione fra esule per fame ed esule di guerra che tutte le sinistre europee (a tacer delle altre parti politiche) hanno comodamente sposata ed eretta a fondamento delle loro politiche. Poi vennero novembre, la limitazione del passaggio ai soli Siriani, Iracheni e Afghani (questi ultimi esclusi poi a partire da gennaio, in una sorta di macabro gioco a eliminazione), e così la metamorfosi di Idomeni in un campo vero e proprio, in concomitanza con l’inizio dell’inverno. L’inverno freddo dei film di Theo Anghelòpulos; l’inverno in cui piove, “perché questo non è il Libano”. E la tolleranza di chi, forse per soldi forse per buona intenzione, ha portato fin qui tanta gente che non aveva alcuna speranza di passare.
Dimitris, che vive e lavora come fisioterapista alternativo a Salonicco, ricorda perfettamente quando, di ritorno da quel suo primo viaggio al confine, con un pugno di amici decise che era ora di far qualcosa: “io ho dei figli, e mi sono semplicemente vergognato”. Così, di punto in bianco, senza nessun sostegno e nel disinteresse totale tanto dei media, impegnati a deplorare i morti annegati dinanzi alle isole, quanto delle autorità che non giudicavano quel fronte un pericolo attuale, dettero vita attraverso un blog Volontari di Salonicco – amore senza frontiere e una pagina Facebook a una raccolta di cibo e vestiti tra i cittadini del quartiere, poi dell’intera città. E, nel silenzio, senza alcuna visibilità, cominciarono ad arrivare generi di ogni tipo da parte di perfetti sconosciuti, spesso casalinghe o modesti impiegati che durante la pausa pranzo passavano dal deposito (una casa privata adibita all’uopo) a lasciare 10 uova, una cassetta di mele, o una scatola di pannolini; o, meglio ancora, cibo cucinato alla vigilia delle spedizioni che due volte a settimana raggiungevano e raggiungono tuttora Idomeni – prima camioncini, poi interi camion pieni di generi di prima necessità, “ma non, tiene a ribadire Dimitris, i toast freddi delle Nazioni Unite o di MSF, bensì razioni di cibo vero, o per lo meno un uovo con un po’ di formaggio, di pane, e un frutto, insomma qualcosa che sazi”. Ogni viaggio costa una fortuna; uno non ci penserebbe, ma solo in buste e contenitori se ne vanno almeno tremila euro al mese, e se qualche imprenditore generoso (e anonimo) non ne regalasse un po’ forse i volontari non ce la farebbero. Ma le bollette del gas di chi cucina, quelle se le paga ciascun volontario coi propri soldi, proprio come la benzina dei camion (35-40 euro ciascuno per ogni viaggio), per non parlare delle cose che si distribuiscono – “ho visto amici tornare a casa scalzi per aver visto vecchi con le scarpe rotte, ed essersi vergognati di averne di sane”.
A Idomeni le file sono infinite, e quelle per il cibo non vanno molto più veloci di quelle per le calzature; sopra la passerella che ripara i primi 50 (gli altri sono esposti alle intemperie per centinaia di metri ancora) campeggia l’orologio con un beffardo “Welcome to Idomeni” che lampeggia anche in arabo. Ogni camion che arriva è assediato dai bambini, onnipresenti, mentre alle 11 già la gente inizia a prender posto dinanzi alle cucine improvvisate nei container dall’associazione Ikòpolis: Babis, uno dei cuochi, col mestolo in mano dinanzi a tre enormi pentoloni in cui andrà un riso con il tonno, mi dice che a fine giornata avranno sfornato 2000-2500 razioni. Dimitris mi conferma che il suo proprio gruppo, quando va su, riesce a distribuire a volte più di 4 o 5000 razioni (250 sono i volontari che preparano e cucinano); su un campo di 16000 persone non è poco, ma non è mai abbastanza. Ma non è poco soprattutto perché denota un’adesione spontanea della popolazione greca al volontariato che non passa né per la Chiesa (quella cattolica e quella evangelica sono ora ben presenti entrambe), né per le organizzazioni non governative (per quanto lodevoli) né tanto meno per il governo, de facto spettacolarmente assente, e incapace forse di cogliere tramite i suoi semplici impiegati la dimensione umana della catastrofe. Si parla tanto di terrorismo “molecolare”; ecco, questa è a suo modo una solidarietà molecolare.
E questo, si badi, in un Paese dove negli ultimi 7 anni i salari e le pensioni sono calati della metà, e l’economia è praticamente in coma. Ogni mese, il sospirato e promesso recupero del livello pre-2008 si allontana nel tempo: ci vorranno altri vent’anni, strilla in copertina il giornale di oggi, che registra gli ultimi diktat della trojka, su cui il governo Tsipras è accusato di aver ceduto a indicibili mercanteggiamenti. Di fatto, le “linee rosse” poste a suo tempo dalla “rivoluzione Syriza” sono miseramente cadute una dopo l’altra, proprio come non cadono i muri dell’Europa: salario minimo decurtato, pensioni sottoposte a nuovi tagli (per molti è la terza o quarta volta), limite di esenzione dalle tasse abbassato di altri 200 euro, confisca dei beni mobili e immobili automatica e immediata per i debitori insolventi. Su tutto, un sistema bancario fragilissimo strozzato da un debito pubblico e privato capillare, la cui perversa dinamica nel corso degli anni ha messo in ginocchio il Paese sul piano economico ma anzitutto umanitario – lo illustra splendidamente il rapporto della commissione d’inchiesta sul debito voluta nel Parlamento greco dall’ex presidente Zoì Konstandopulu, figura competente e intransigente, sottoposta forse per questo al ludibrio mediatico e misogino perfino dai propri stessi compagni di partito, e prontamente rimossa nel nuovo corso del Syriza di governo (il rapporto è ora comodamente leggibile anche in francese. Anche se forse non è un caso che proprio per questo Tsipras abbia perduto per strada l’appoggio di molti antichi alleati in Europa, da Mélenchon a Corbyn a pezzi interi di Podemos, i quali parteggiano ormai apertamente per la nuova formazione politica internazionale dell’ex ministro Varufakis e della stessa Zoì. Sarà un caso che Tsipras abbia partecipato la settimana scorsa al vertice dei socialdemocratici europei di Parigi, scambiandosi amichevoli battute con Hollande e Renzi?
A Dimitris la politica non interessa se non per gli effetti che produce sulla pelle degli ultimi; e però sa bene che se la popolazione non vedrà uno sforzo concreto da parte delle autorità, anche il volontariato spontaneo per i rifugiati si estinguerà per sfinimento, sfociando nella più classica delle guerre fra poveri: prima o poi sottentrerà il pensiero “se il governo ci lascia soli, ci taglia i soldi e ci ruba il futuro, perché dovremmo noi aiutarlo a gestire questa tragedia a spese nostre”? Mentre noi parliamo quassù, nella piazza centrale di Salonicco, sotto lo sguardo pensoso della statua di Aristotele (che era Macedone anche lui, essendo nato a Stagira), si svolge la rappresentazione plastica di questa contraddizione: fino al lungomare, troneggiano infatti gli stands della multinazionale Unilever, la quale ostenta con sfarzo i propri programmi di solidarietà nei confronti dei Greci disagiati. Tuttavia, dinanzi al padiglione dove si offre una minestra calda, o a quello dove si distribuiscono medicinali, i poveri che si addensano non hanno più lingua né colore, sono indistintamente Afgani, Greci, Iracheni, Bengalesi, Siriani. Pochi passi più in là, in un magazzino del porto, si svolge una mostra di geniali fotografie (“Images of our other self“) scattate tra Atene e Salonicco dai venditori ambulanti del giornale di strada Schedìa (“La zattera”), che sono spesso essi stessi senzatetto: immagini anonime di una Grecia “dal basso” che è fatta di taniche e bambole rotte, di asfalto e cartone, di barboni e teste di medusa, di murales perfetti come quello in cui un palloncino sale verso l’alto squarciando pian piano un muro di mattoni: e il muro di Idomeni, che palloncino lo squarcerà? Appena fuori dal magazzino, sulla banchina del porto di Salonicco, gli attivisti del “Caravan project” hanno piantato due tende mongole (o yurt) sotto le quali danno conto di un tour di mesi e mesi nella Grecia profonda, dai campi bruciati di Chio alle sofferenze dei Rom di Patrasso, dall’ambiente in pericolo nel sito macedone di Skuriès ai villaggi dell’interno in cui vivono ormai solo i vecchi sdentati e silenti. Anche qui, si parla dei Greci disagiati che vivono per strada? dei migranti che li affiancano nelle stesse strade? delle strade di un Paese senza speranza? di un mondo composito, quel mondo che si vede ormai ad ogni angolo, e che le strade dei Balcani le percorre fino a sbattere contro muri di indifferenza?
Così canterà stasera Àlkistis Protopsalti all’auditorium di Salonicco, riprendendo la versione greca del testo scritto da un Turco tanti anni fa, che canta l’epoca dello “scambio di popolazioni” conseguente alla catastrofe micrasiatica del 1922. E viene da chiedersi a cosa penseranno, ascoltando commossi questi versi, le migliaia di spettatori di ogni età accorsi ad acclamare la più popolare cantante del Paese, già ministro della cultura nel gabinetto provvisorio del settembre scorso.
Migranti e indigeni si confondono, e chissà a chi finiranno i 1000 pasti caldi quotidiani supplementari che il Comune di Salonicco ha varati l’altroieri per tutelare le fasce bisognose. Proprio ieri mattina, quasi alla chetichella, sono arrivati al porto i primi 260 profughi provenienti dalle isole. Scesi da pullman gran turismo partiti da Kavala e requisiti all’uopo (sulle fiancate, scritte incongrue o beffarde come “Crazy Holidays”), sono stati accomodati in due dei molti ampi magazzini inutilizzati dell’area portuale, quelli più lontani dal centro. La progressione che si squaderna sotto gli occhi del camminatore che arrivi fin laggiù è quasi simbolica: nelle strutture limitrofe a piazza Aristotele, il porto appare come un modello di riuso dell’archeologia industriale, con spazi espositivi caldi e accoglienti, dal Museo della Fotografia a quello del Cinema, e almeno 5 vaste sale di proiezione che in questi giorni ospitano il Festival Internazionale del Documentario; poco più in là, entro un vasto edificio un po’ délabré che avrà oltre un secolo, c’è il molo passeggeri che in questo marzo ventoso, fuori stagione, rimane ancora poco frequentato; quindi, una serie di hangar dai vetri rotti e dagli intonaci scrostati, sfasciumi abbandonati di un glorioso passato marinaro, tra i quali compare una croce rossa sul magazzino 9, che deborda di 150 scatoloni di generi di prima necessità raccolti negli ultimissimi giorni; infine, in fondo a tutto, poco oltre il monumento ai marinai e la chiesa, una recinzione dietro la quale all’improvviso tutto si anima: ambulanze, tende, uomini del genio e pulitori. La capacità del magazzino 18 è di oltre 700 persone, e sicuramente verrà riempito (precedenza a donne, vecchi e bambini), così come poi il magazzino 21: e naturalmente, anche a non voler considerare il loro odore insalubre, il freddo che vi regna e le difficoltà di approvvigionamento (per ora 450 pasti li offrirà la mensa studentesca, più in là si vedrà), questi enormi capannoni non basteranno per l’obiettivo ambizioso che si propongono le autorità, ovvero svuotare in poche settimane i campi di Lesbo, di Chio, e – se tutto andrà bene – della stessa Idomeni, sfruttando non più le strutture di Atene (dove i profughi erano stati massicciamente ammassati a dicembre), ma quelle, ancora tutte da inventare, della Macedonia centromeridionale: caserme, officine dismesse, hangar appunto.
In questo disegno ancora tutto da inventare Salonicco ha un ruolo centrale: nella caserma di Diavatà sono ospitati da settimane oltre 2000 migranti, e molti altri, appunto, arriveranno. La città, previdente, ha affinato gli strumenti culturali per affrontare il problema: basta vedere tutti i manifesti sui muri della via Egnazia (tradizionale patrimonio dei contestatori), che solo qualche mese fa davano battaglia sull’economia, e ora sono tutti dedicati alla questione dei profughi; o basta fare un salto al Museo delle Tradizioni Popolari, dove da anni si è insediata una piccola e orgogliosa mostra sulla philoxenìa di una città abituata da sempre alle ondate migratorie – lo ricorda anche il sindaco Butaris, parlando in tv della comunità sefardita, la più cospicua d’Europa sin dal xvi secolo, e la più decimata dalla Shoah.
Ma al porto permangono le contraddizioni: se due chilometri più in qua i magazzini dove si svolge il Festival sono pieni di spettatori al punto che certe proiezioni registrano il “sold-out”, due chilometri più in là, lontano dagli occhi delle folle, sono in via di esaurimento i posti-letto per gente che non ha più nulla, e che si candida a diventare protagonista degli stessi documentari che verranno proiettati l’anno prossimo. Come quello di Marianna Ikonomu, La strada più lunga, un capolavoro di efficacia e di schiettezza nel descrivere, dall’interno del carcere minorile di Volos, la storia personale e giudiziaria di due diciottenni, l’uno curdo siriano di Kobane l’altro iracheno di Mosul, implausibilmente accusati di fare i passeurs alle frontiere, e detenuti per mesi per essere poi liberati con l’obbligo di residenza in un Paese, la Grecia, che doveva essere un mero transito, e di cui ignoravano financo l’esistenza. “This plane nach Yunan?” mi chiedeva, sull’aereo che da Istanbul mi portava giorni fa a Salonicco, il mio vicino di posto ventenne, inventando un mirabile pidgin inglese-tedesco-arabo uscito in parte dalle lezioni che da 8 mesi a questa parte gli somministra in Germania l’apposito servizio di Frau Merkel – perché lui, fortunato, era venuto via da Aleppo nella tarda estate del 2015, all’epoca delle frontiere aperte, e ora probabilmente torna quaggiù, forte ormai del suo documento di Germania, per aiutare la madre e la sorella rimaste imbottigliate. Forse – ma non te lo dirà mai – esse sono adesso proprio nel fango di Idomeni.
Dimitris aveva capito un anno fa, inascoltato, che a Idomeni si sarebbe scritta la storia, e quando ora dice con l’aria compresa che questo momento storico assomiglia agli anni attorno alla nascita di Cristo (movimenti di popolazioni, contaminazioni e concorrenze religiose, società globalizzata che non trova un bandolo), forse non va trattato con la sufficienza dei professori. Visto da qui, il termine “biblico” è tutto fuorché un’esagerazione. E quindi le attenzioni e soprattutto gli entusiasmi per l’esito del minuscolo vertice europeo (in cui l’Italia, accodandosi agli altri “grandi Stati”, ha apertamente rinunciato a portare avanti una linea comune con la Grecia) oscillano fra il ridicolo e il tragico, dando la misura del colpevole delirio che ha corroso il continente: si esulta per il (secondo molti peraltro impraticabile) rinvio di 70000 Siriani in Turchia, senza specificare né cosa sarà dei 45000 disperati che sono ora imbottigliati qui a Idomeni, né a quali condizioni di vita i “rispediti” vadano incontro nel Paese di Erdogan, dove li aspettano nella migliore delle ipotesi campi freddi e ostili tra le piantagioni di cotone, o nella peggiore (penso in particolare ai moltissimi Curdi) centri di smistamento che – stando a quanto ne mostra la ZDF – hanno poco da invidiare a quelli della Libia. Soprattutto, come ricordano Amnesty International, l’Unicef e Save the Children, si fa carta straccia del diritto d’asilo e si sancisce di fatto la fine dei principî su cui l’Europa si è fondata, e per i quali basterebbe leggere il lenzuolo sui binari di Idomeni: “Humans are more than passports”. Le ceneri dell’Europa, in questa impura aria di marzo attoscata dalle fumarole alla diossina.
Mentre torniamo verso la macchina, Babis sta ancora cucinando, un calzino è caduto dal ramo di un albero, e la donna con le mani butterate è quasi arrivata dal medico, dove dovrà aspettare in fila un bel po'; nel frattempo, si è chinata a raccogliere un foglio in inglese e in arabo con cui la polizia informa i rifugiati che la frontiera è chiusa, e li dissuade dal farsi abbindolare da chi promette facili passaggi oltreconfine; chissà se la signora, stanchissima, capirà. Ai lati della strada, un anziano sbuccia un’arancia, chino su un tappeto nella sua tenda aperta; un adulto sposta un cassonetto colmo, un altro sorseggia il tè che un Egiziano distribuisce gratis nel capanno laggiù; un altro ancora va, armato di pennarello, a perfezionare la scritta sgrammaticata sul capannone di MSF che ospita gente da ogni dove (“Iran+Pakistan+Somalia+Lobnane+Ghana+Bangladesh+Daghestan – The are starving Let them cross the border”); le donne si affrettano, come avessero una casa da accudire; dei ragazzi, dietro a un banchetto, fanno mercato di generi di prima necessità che avranno raccattato chissà dove. Visti nella loro nuda vita, senza pensare alle carte che hanno in tasca, gli uomini sono per un momento tutti uguali e nulla si nasconde, né le cataste di uova né i pantaloni macchiati né i segni del martirio sulla pelle.
Così, può capitare che per un attimo s’incrocino e si guardino un uomo e una donna che mai altrimenti ne avrebbero avuto l’occasione, benché in fondo siano colleghi. Lui è un pingue signore con la barba, che pare venire dall’Estremo Oriente e incede con passo deciso in mezzo a due giovani dall’aspetto occidentale; lei è una bambina di nove anni che vaga con la birichina ritrosia di chi ha qualcosa da farti vedere. Lui è Ai Weiwei, il più famoso artista vivente, ed è qui per attirare l’attenzione su Idomeni tramite apposite performances seguite dai media di mezzo mondo. Lei (ce lo spiega a gesti il padre Mehmet Hussein, profugo di Aleppo), si chiama Sahinas, e il suo piccolo tesoro è un album in cui ha disegnato a pennarello la sua vita: mentre lo sfoglia con la manina, scorrono il minareto di Aleppo, le gigantografie di Assad, i caccia che sganciano le bombe, il gommone sotto la nave con le scalette, il muro con la bandiera greca sopra, perfino il barbiere barbuto del campo di qui, che assomiglia un po’ al Cinese che ha appena incrociato. Sono disegni bellissimi, a prescindere dal loro significato storico. Dinanzi al nostro interesse, il padre è pronto a regalarci l’album senza chiedere un euro; Dimitris, ovviamente, rifiuta e dice che tornerà domenica e lo ricontatterà. Si scambiano numeri di telefono (ma a Babele la linea prenderà?), e Mehmet aggiunge pensoso – ci sembra di capire – che non sa se domenica saranno ancora lì. Ai Weiwei, intanto, è già lontano, sparito in mezzo alle padelle paraboliche.
Quando torniamo a Salonicco, Dimitris scappa al magazzino: ha ricevuto in poche ore una dozzina di telefonate di volontari, e c’è moltissimo da fare. Nella piazza principale, intanto, Unilever sta sbaraccando; domani Aristotele, forse, tornerà a vedere l’Olimpo.
In aprile c’è stato il botto mediatico: il sindaco di Riace Domenico Lucano segnalato dalla rivista Fortune come uno fra i cinquanta leader più influenti del mondo, l’unico italiano presente. Non è stato dunque un caso che in occasione della giornata mondiale dei rifugiati sia stato invitato il 22 giugno al Parlamento Europeo a Bruxelles per raccontare la sua esperienza. Un riconoscimento che giunge dopo anni di lavoro estenuante e capillare sul territorio, cercando di invertire la tendenza dello spopolamento del suo paese (emigrati al Nord e all’estero), trasformando quello che altri vedono come un problema – la presenza dei migranti -, come una opportunità. La storia di Riace è risaputa e sotto gli occhi di tutti, per i tanti servizi di inchiesta che i media hanno voluto riservargli.
È in questo paese di milleottocento abitanti, nel cuore della Locride, che sei anni fa è partita un’altra scommessa: il Riaceinfestival collegato con la Rete dei caffè Sospeso. Fondato dalla Rete dei Comuni Solidali, in collaborazione con l’amministrazione Comunale e l’associazione Città Futura.
Un festival delle migrazioni e delle culture locali, una manifestazione nata sull’onda della politica di accoglienza e reinsediamento dei rifugiati e richiedenti asilo politico un esempio positivo che è riuscito nel tempo a coinvolgere altri Comuni della zona.
Il concorso cinematografico vuole dare spazio a produzioni indipendenti legate ai temi delle migrazioni, della multiculturalità, della società plurale, del rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri. Mediterraneo luogo privilegiato di intreccio e confronto tra culture, lingue, religioni, ordinamenti sociali e ordinamenti giuridici.
Una iniziativa concreta che, attraverso l’universale linguaggio del cinema e delle arti, promuova lo scambio e la conoscenza reciproca affinché si contrastino forme di chiusura e razzismo, richiamando l’attenzione sul percorso innovativo che le amministrazione comunale di Riace a saputo avviare, coniugando l’accoglienza dei migranti con il rilancio del proprio territorio e dando l’immagine di una Calabria inedita, diversa da quella delle cronache nere.
Due le sezioni (www.riaceinfestival.it):
Il progetto si propone di fare memoria raccogliendo documentazione di tutta questa grande spinta culturale e solidaristica e diffondere buone pratiche, fare emergere gli elementi di criticità attraverso la creazione di un archivio multimediale dedicato al tema dell’accoglienza in Italia. L’Archivio avrà il compito e una sua funzione culturale attiva cercando di diffondere i materiali, utilizzando la particolare visibilità di Riace come paese dell’accoglienza ormai noto a livello internazionale. L’archivio potrà anche essere consultato dagli studiosi, stagisti, universitari, giornalisti che ogni giorno visitano il piccolo centro. Le opere potranno inoltre essere messe a disposizione per iniziative e progetti di divulgazione e studio sul tema dell’accoglienza (previo consenso degli autori), dalla Rete dei Comuni Solidali su tutto il territorio nazionale.
Nello specifico l’archivio intende raccogliere i seguenti lavori: produzioni video realizzate da videomaker e/o reporter indipendenti per documentare il sistema dell’accoglienza dei richiedenti asilo in Italia e la loro condizione. Materiali realizzati nell’ambito degli stessi progetti di accoglienza in cui si articola il sistema nazionale, in particolare la rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), i vari progetti emergenza seguiti dalle Prefetture. I Centri di accoglienza straordinari
2. Concorso Corti
Storie di incontri, esperienze di piccola quotidianità. Parole, abbracci, liti, sguardi, amori, paesaggio, periferie, felicità, esperienze, viaggi, feste, cibo…Narrazioni e ricostruzioni su ciò che cambia nella società, nella politica e nella cultura a seguito dei fenomeni migratori e non solo. Una particolare attenzione a tutto ciò che permette la costruzione di una società multiculturale, alla condizione di vita di migranti e rifugiati politici nei paesi di transito e di destinazione e a positive esperienze di integrazione /interazione sociale.
La Repubblica, 26 giugno 2016 (c.m.c.)
I miei studenti provengono dalla periferie di tutto il mondo. Hafiz giocava a pallone sui terreni sconnessi nei dintorni di Kabul prima che i talebani uccidessero i suoi genitori, ecco perché controlla la sfera come un adolescente brasiliano. Mamudu ha respirato l’odore degli pneumatici bruciati ai margini del deserto, a due passi da Bamako. Omar è cresciuto in una discarica non distante da Rabat. Ovidiu ha dormito nelle fogne di Bucarest. Rashdur suonava il flauto lungo le rive fangose degli acquitrini intorno a Dacca. Florinda vendeva schede telefoniche a Sarekunda, in Gambia.
E adesso, dopo che, in un modo o nell’altro, sono arrivati nell’Urbe imperitura, in quali ambienti vivono? Al Pantano, a Grotta Celoni, a Pietralata, a Santa Maria del Soccorso, a Mostacciano, a Torre Spaccata: i quartieri posti ai margini della metropoli dove hanno sede i centri di pronta accoglienza per minori non accompagnati, oppure per richiedenti asilo politico.
La nostra Africa. Palazzine con cancelletti e citofoni senza nomi al cui interno l’antica capitale colloca, non sapendo dove altro sistemarli, questi nuovi sciuscià, lazarilli, pinocchietti neri, coi ginocchi eternamente sbucciati, gli occhi vispi, le passioni segrete, le speranze perdute ma sempre sul punto di venire ritrovate. Penso a Moustafà, che vendeva datteri sul Delta del Nilo e stava tutto il giorno all’aperto.
Adesso abita in una stanza con un vecchio poster di Balotelli attaccato alla parete proprio sopra il lettino. Non fa niente dalla mattina alla sera. In una classe chiusa, seduto al banco, non ci saprebbe stare: preferisce venire da noi, alla Penny Wirton, a studiare l’italiano. Gli regaliamo una maestra tutta per lui con penna, quaderno, libro e caramelle. Perfino così è difficile tenerlo concentrato: analfabeta nella lingua madre, inventa qualsiasi scusa pur di evitare l’esercizio che gli sottopongo. Allora lo prendo per mano e me lo porto in giro, al secondo piano del liceo “Giovanni Keplero”, dietro Ponte Marconi, dove una dirigente scolastica illuminata, Maria Concetta Di Spigno, ci ha messo a disposizione sette aule il mercoledì e giovedì pomeriggio.
Il monello egiziano coi capelli tagliati alla Moicana, come Genny Savastano, vive un sentimento contrastante: da una parte è ancora Antoine Doinel, indimenticabile protagonista dei Quattrocento colpi, cioè vuole scappare continuando a correre sulla battigia, verso nuovi lidi, amori, felicità, professioni; dall’altra capisce che prima o poi dovrà fermarsi e, per essere veramente se stesso, avrà bisogno di trovare un lavoro, acquistare un’automobile, sposarsi, crescere dei figli. Ripeness is all, appunto. Mentre mi stacco da lui per entrare in sala insegnanti alla ricerca di atlanti e cartine, mi accorgo che la mano dello scolaro arabo oppone resistenza, come farebbe un figlio piccolo col padre, se questo lo lasciasse da solo per qualche attimo. Dopo aver riacciuffato il fuggiasco, ora devo rassicurarlo: aspetta, gli dico, prendo le parole colorate e torno.
Basta un attimo e lo perdo. È andato al bagno; attenzione perché potrebbe combinarne di tutti i colori: tipo spiccare il volo coi gabbiani della Magliana e tornarsene a casa sua, come in fondo desidera, anche se non lo ammetterebbe mai. È proprio vero: con lui non si può mollare la presa. È a questo punto che incrocio lo sguardo di Teresa, la liceale del “Pilo Albertelli”, all’Esquilino, che, insieme a una ventina di compagne, sta svolgendo presso di noi il tirocinio formativo nel quadro dell’alternanza scuola lavoro previsto dalla nuova riforma dell’istruzione pubblica.
Sarà per la presenza fantasmatica del priore di Barbiana, che non smette di agitarsi dentro di me, ma è naturale pensare a lei come alla soluzione dei problemi di Moustafà. Non era stato proprio don Lorenzo Milani a proclamare a chiare lettere che per fare una scuola come si deve basta chiamare dei sedicenni a insegnare ai dodicenni? E chi sono i ragazzi di Barbiana di oggi, se non quelli che sbarcano a Lampedusa? Così, nel momento in cui il diretto interessato spunta in corridoio, appena vede l’incredibile docente che gli ho affidato, trasforma l’aria scalcinata di bandolero stanco che lo contraddistingue in un’imprevedibile solerzia. La studentessa, che potrebbe essere una sorella maggiore, riesce perfino a farlo sillabare sul manuale: una cosa dell’altro mondo.
Mi torna alla mente, in contrapposizione speculare, Mohamed, il ragazzo marocchino che un paio di anni fa ci raccontò di aver vissuto da protagonista i fatti di Tor Sapienza. Gli abitanti del quartiere, inferociti dall’arrivo dei migranti, attaccarono il centro di accoglienza e lanciarono oggetti contro le finestre suscitando la reazione dei minori che vi alloggiavano. Una guerra fra poveri, leggemmo sui giornali. E la mortificazione che decifrai nell’espressione del nostro scolaro mentre rievocava gli eventi ai quale aveva partecipato restò un’emozione privata, soltanto mia.
Forse in quei giorni si verificò una frattura che certi osservatori hanno scoperto solo ieri l’altro, quando i risultati delle più recenti elezioni comunali l’hanno impietosamente registrata. Intendiamoci: lo scarto lancinante fra chi ha l’ufficio in Campidoglio e quelli che alle prime luci dell’alba prendono il tranvetto del Casilino diretti alle Ferrovie Laziali per andare al lavoro, sembra troppo forte per essere considerato il frutto di una semplice stortura amministrativa.
Tutti sapremmo indicare le magagne accumulate nel tempo. Le potremmo individuare con precisione, quasi fossero cicatrici di una ferita ben nota, le tappe della sconfitta annunciata: edilizia di rapina; trasporti improponibili; servizi inefficienti; interventi che cadono dall’alto come meteoriti, pensiamo alla Chiesa della Misericordia di Richard Meier a Tor Tre Teste; biblioteche lasciate da sole come fortini nella pianura del Serengeti; finanziamenti a progetti magari interessanti, ma che non hanno alcuna ricaduta nella vita sociale del territorio.
La crisi etica in cui annaspiamo, innegabile su scala nazionale e ben più grave dello scompenso economico del quale sempre sentiamo discettare, a Boccea è clamorosa. A Torre Maura diventa una piaga purulenta. A Ostia ha creato i presupposti dello sfacelo sotto i nostri occhi. Poi ci lamentiamo che molti ragazzi delle borgate vanno da Casa Pound a cercare uno sbocco al loro vitalismo tumefatto.
In quale altro luogo potrebbe andare un ragazzo cresciuto nel vuoto culturale, senza anticorpi, coi frantumi esplosivi che i suoi genitori, fragili e violenti, gli hanno trasmesso? Dove sono gli adulti credibili capaci di tenergli testa offrendogli un modello nuovo, che non sia quello degli addominali scolpiti in palestra, in grado di fargli comprendere che la libertà non è il superamento del limite ma la sua accettazione?
Continuiamo così, con le parole al vento, i linguaggi incrostati non legittimati dall’esperienza, la ricerca del consenso fine a se stessa, le frasi fatte, i cinismi introiettati nel sangue, gli alibi interiori e presto Corviale diventerà la nostra Molenbeek, là dove tutto sembrava perfetto: scuola, sanità, sport, corsi professionali. Cosa mancava? Il fattore più importante: la qualità del rapporto umano.
Lasciate stare le bandiere sventolate nei salotti della Grande Bellezza. Scendete da cavallo e baciate il lebbroso (spirituale) dei giorni nostri: ha una moglie e due figli, abita a Casetta Mattei, lavora ai ponteggi, guadagna mille euro. Per mantenere la sua famiglia fa una rivoluzione al mese. Se non parlate con lui, continuerete a vincere soltanto a Corso Francia.
Roma non potrà assorbire tutto, come ha sempre fatto, quasi fosse una spugna infinita. Detto questo, l’errore più grave che potremmo commettere sarebbe quello di attribuire alla classe politica l’intera responsabilità di quanto accaduto.
Come se noi, comuni cittadini, fossimo immuni. Non basta scandalizzarsi.
Bisogna entrare in azione, superando i vecchi schemi novecenteschi. Me lo ricordo Alessandro: naziskin dell’Alberone, il giorno in cui, rischiando, lo ammetto, gli posi di fronte Ismail. Chi non li avesse conosciuti, avrebbe potuto sintetizzare così: la croce uncinata contro la mezza luna. E allora, dico io, perché sorrisero, insieme a me, riconoscendosi fratelli nel nome del grande Mohamed Salah? Non il terrorista parigino, ma l’omonimo giocatore della Maggica.
«Il manifesto, 26 giugno 2016 (c.m.c.)
Non è ancora il colpo di grazia, ma sicuramente il voto che ha deciso l’uscita del Regno Unito è una tappa decisiva verso la dissoluzione dell’Unione europea. Un esito irreversibile che mette all’ordine del giorno la sua ricostruzione su basi completamente nuove: una sua «rifondazione».
Perché è chiaro che in un mondo globalizzato non c’è alcuno spazio per l’autonomia politica delle piccole nazioni. La politica, che per noi è lotta e conflitto sociale, o si sviluppa in un orizzonte per lo meno europeo, o è condannata comunque alla sconfitta.
Chi, nel nostro come negli altri paesi dell’Unione, sostiene che l’uscita dall’Unione o la dissoluzione dell’euro – che di giorno in giorno diventa peraltro più probabile – comporterebbero un guadagno per le classi lavoratrici tradisce in realtà una completa sudditanza al liberismo – teoria che affida le sorti dell’economia al mercato – pensando invece di sottrarsi alla sudditanza nei confronti del cosiddetto "neoliberismo": una denominazione del tutto inappropriata del pensiero unico dominante, che non è né nuovo (neo) né liberista, perché è semplicemente la teorizzazione dell’approvazione privata di tutto l’esistente – il "creato" – dove a contare sono soltanto i rapporti di forza.
Si vorrebbe infatti far credere che con una svalutazione competitiva, in mezzo a 28 altri paesi impegnati nella stessa politica, il paese potrebbe imboccare la strada di una rinnovata competitività, di un rilancio dello "sviluppo" e, perché no? di una maggiore eguaglianza, quando è chiaro, invece, che nel mondo globalizzato conta solo più l’esercizio brutale del potere; e che più una nazione è piccola, più è impotente. Chi nel Regno Unito ha votato per la brexit lo ha fatto convinto che, per qualche oscura ragione, il suo paese sia ancora un impero. Ma non è così.
Era e resta, come tutti gli altri membri dell’Unione che ha abbandonato, un paese in mano a una finanza mondiale che ignora le ragioni dei lavoratori e dei popoli; di qualsiasi popolo; cercando anche di mettere i giovani contro i vecchi, entrambi tartassati, anche se in modi diversi.
Ma poiché, secondo me, come ho già argomentato (Alle radici del problema europeo, il manifesto, 20.6), il voto inglese è stato soprattutto un pronunciamento – quasi alla pari: una roulette – tra respingere e accogliere profughi e migranti, è del tutto verosimile che, sotto la spinta delle dilaganti pulsioni identitarie e razziste, all’exit inglese altri ne seguiranno, magari anche in forme e con modalità diverse, mettendo comunque fine alla configurazione dell’Unione europea così come l’abbiamo conosciuta.
L’establishment che attualmente la governa non è assolutamente in grado di fermare questa deriva perché ne è anzi il principale responsabile. È stato proprio quell’establishment a presentare come un problema insostenibile l’arrivo di un numero di profughi peraltro inferiore a quello dei migranti a cui fino a qualche anno prima aveva saputo, e avuto interesse, a trovare un posto e un lavoro sul suo territorio (Italia compresa).
E la ragione di questa insostenibilità è semplice: essendosi impegnato a togliere ai propri concittadini (al 99 per cento di essi) tutto quello che era possibile sottrargli – reddito, servizi sociali, «piena» occupazione (o, per lo meno, la pretesa di perseguirla), sicurezza sul lavoro, cultura, democrazia, dignità e quant’altro – era nella logica delle cose indirizzare verso un capro espiatorio il malcontento e la rabbia delle vittime di queste sue politiche di cosiddetta austerity.
La cosa doveva sembrare tanto più naturale in quanto, non essendoci più, secondo la versione dell’economia mainstream, i "soldi" per pagare tutte quelle cose ai cittadini europei (sono stati infatti destinati tutti a salvare o a far prosperare banche e finanza), era ovvio che di "soldi" non ce ne fossero neanche più per mantenere, a spese degli Stati, «tutti quei profughi».
Per eludere gli esiti dissolutivi e devastanti della brexit, quell’establishment dovrebbe invertire le sue politiche di 180 gradi.
Ma non può farlo: primo perché è prigioniero di una cultura, e di un conglomerato di interessi, per le quali "non c’è alternativa". L’alternativa può crescere solo dal basso, contro di loro. Poi, perché la marea identitaria e razzista che quell’establishment ha messo in moto con la leggerezza di un apprendista stregone – il razzismo, ricorda Zigmund Bauman, non si sviluppa se non promosso dall’alto – gli è ormai sfuggita di mano, e viene cavalcata con crescente successo da forze nazionaliste di estrema destra.
Forze che lo stanno scalzando dai suoi insediamenti elettorali tradizionali in nome di una finta opposizione alle politiche economiche vigenti, che non ne mette però in discussione i fondamenti, e di una politica di respingimenti, altrettanto impraticabile, ma di grande successo immediato, perché evita accuratamente di prefigurarne le conseguenze: che sono quelle di risospingere i profughi, e magari anche di espellere i migranti, tra le braccia di quelle forze che li hanno costretti a fuggire; moltiplicando i fronti di guerra ai confini dell’Europa – e poi contro di essa – e con essi la spinta a farsi coinvolgere sempre di più, al seguito della Nato, in conflitti senza sbocco.
Ma anche in questo caso un’alternativa vera, fondata su pace, solidarietà e cooperazione, potrà nascere e crescere solo dal basso.
Dunque? Dunque l’Europa, l’ambito insopprimibile di ogni vera politica, va rifondata alle radici, richiamando in servizio il manifesto di Ventotene; ma in un contesto completamente mutato.
Per realizzare non più, solo, una federazione degli Stati europei per evitare che i suoi popoli tornino a scannarsi tra di loro, e collaborino invece a promuovere un comune !sviluppo". Ma già l’annessione (non saprei chiamarla altrimenti) dell’Est europeo all’Unione e alla Nato era servita più a rinfocolare la guerra (fredda, ma anche calda) contro la Russia e altri paesi invisi agli Stati Uniti che a portare avanti la distensione.
Quello che occorre è invece un processo federativo incentrato sulle autonomie locali, impegnato in un grande progetto di conversione ecologica, e capace di includere e renderne protagoniste, anche attraverso il coinvolgimento di coloro che oggi o in un passato più o meno remoto hanno raggiunto il suolo europeo come profughi o come migranti, quelle comunità e quei paesi da cui sono dovuti fuggire: una grande federazione di popoli euromediterranei ed euroafricani per riportare la pace non solo all’interno dell’Europa, ma anche ai suoi confini vicini e lontani.
Utopia? Certo. Ma proprio la brexit e le molte sue conseguenze vicine e lontane ci mostrano che il mondo di domani non sarà più come quello che abbiamo conosciuto.
». Il Fatto quotidiano online, 26 giugno 2016 (p.s.)
Quando hai vent’anni ci sono diversi modi di pensare al mare. Puoi avere in testa solo una vacanza, una bella foto da condividere con gli amici. Oppure avere uno sguardo inquieto che riesce a spingersi un po’ più in là, oltre l’indifferenza e oltre una politica umanitaria che di umano ha ancora poco.
Seguendo quest’ultima strada, un gruppo di nove ragazzi tedeschi, tutti giovanissimi, ha deciso di raccogliere i fondi per comprare una nave, rimetterla a nuovo e trasformarla in un’imbarcazione da salvataggio, per i migranti che attraversano il Mediterraneo in fuga da miseria e guerra.
Un’idea ambiziosa e coraggiosa, un progetto serio, elaborato nei minimi dettagli, che nel giro di un anno è diventato qualcosa di più. Grazie a una campagna di crowdfunding divisa in due fasi sono stati ottenuti oltre 300mila euro, e presto la barca sarà pronta per partire e pattugliare il mare per sei mesi, guidata da un equipaggio di professionisti e volontari.
L’associazione che ha promosso l’iniziativa si chiama Jugend Rettet, ed è stata fondata da due giovani di Berlino, Jakob Schoen, e Lena Waldhoff, rispettivamente 20 e 23 anni. Alla base c’è la volontà di fare qualcosa di concreto per affrontare l’emergenza migranti, e allo stesso tempo di creare una rete europea, una sorta di piattaforma di discussione tra i giovani, per promuovere la partecipazione e sviluppare il tema del soccorso in mare e quello delle politiche di asilo.
«Siamo un gruppo di giovani con la possibilità di cambiare qualcosa – spiega Jakob Schoen sul sito del progetto – Una nave non è una soluzione a lungo termine. Tuttavia servirà a salvare vite umane. E farà sorgere una domanda: perché al posto dei governi europei, sono i giovani, con una loro iniziativa privata, a doversi fare carico di questa missione?».
Sul sito viene mostrata la timeline aggiornata e dettagliata. Il primo passo viene compiuto a giugno del 2015, pensando alle ultime stragi di migranti sulle rotte del Mediterraneo. I numeri dell’anno precedente sono spaventosi: nel 2014 almeno 3500 persone non sono sopravvissute al viaggio per raggiungere le coste dell’Europa e sono state inghiottite dal mare.
Anche se potrebbero essere molte di più, perché una stima esatta delle vittime di naufragi è impossibile farla. Da qui, dal senso di impotenza di fronte a un dramma senza precedenti, e dalla sensazione che l’Europa stia voltando lo sguardo dall’alta parte, arriva la spinta, nasce l’idea di mettersi in gioco in prima persona, e recuperare una nave per aiutare i richiedenti asilo che si trovano in mezzo al mare.
Così la squadra di ragazzi comincia a studiare per verificare la fattibilità, e prende contatti con organizzazioni come Greenpeace, che già hanno portato avanti esperienze di questo tipo, per avere consigli pratici su come fare. Il progetto è ben fatto e ben concepito, e in pochi mesi arrivano adesioni, proposte di collaborazione, piccole e grandi donazioni.
«Il nostro obiettivo è semplice: meno morti nel Mediterraneo. Da una parte c’è la nave, impiegata per le missioni di soccorso. Dall’altra, Jugend Rettet vuole costruire una rete europea dedicata ad adolescenti e giovani, che vogliano scambiarsi opinioni e pensieri sul ruolo dell’Europa in questa emergenza umanitaria. In questo modo le persone hanno la possibilità di essere coinvolti nella discussione sulle politiche di asilo».
Per questo l’associazione ha promosso, oltre alla raccolta fondi per sostenere le spese, anche la creazione di gruppo di “ambasciatori” del progetto, distribuiti per il momento in tutto il nord Europa.
La nave scelta è un’imbarcazione olandese, in grado di ospitare un centinaio di persone. Ha delle caratteristiche precise, è dotata di scialuppe, giubbotti di salvataggio e serbatoi di acqua dolce, per soccorrere chi si trova in stato di disidratazione.
A bordo ci sarà una squadra di professionisti, medici, skipper, e operatori, aiutati da volontari. Dieci persone suddivisi in turni bisettimanali. “Un equipaggio professionale garantisce che le operazioni siano condotte in modo sicuro e serio. Ma l’organizzazione vuole anche dare ad alcuni giovani la possibilità di partecipare direttamente nelle missioni di soccorso come marinai”. La partenza è prevista per la fine di giugno.
«Banning Poverty 2018 online, 25 giugno 2016
Dopo tanti anni di accettazione, anche se critica, dello stradominio delle logiche di mercato e finanziarie che hanno stravolto e devastato l’intero sistema dello «Stato dei diritti» e della «società della sicurezza sociale» in Europa, non è più accettabile di giocherellare alla ricerca di capri espiatori, anche se ce ne sono tanti che meritano di esserlo.
Il rifiuto da parte della Camera dei deputati del Regno Unito questo 25 aprile di accogliere tremila bambini siriani orfani o rimasti abbandonati nei campi «profughi» di mezza Europa, imprigionati da nuovi muri, fili spinati e barriere di ogni tipo, ri-costruiti da quasi tutti gli Stati membri dell’UE (dall’Ungheria all’Austria, dalla Francia alla Slovenia, dal Regno Unito alla Polonia, senza dimenticare la Danimarca, i Paesi Bassi e l’Italia), dimostra che l’Europa non deve essere solo liberata dal Regno Unito (Brexit) o dall’Austria o dall’Ungheria… ma soprattutto dall’EU, dal sistema che questa ha costruito ed ha imposto agli Europei.
Noi vogliamo con forza l’unione dell’Europa, vogliamo l’Europa unita democratica, giusta, degna e libera. Con pari forza non vogliamo l’Europa dei nazionalismi, delle sovranità nazionali (First Britain) o regionali (First Veneto), l’Europa xenofoba e razzista alla Hoffered alla Salvini. E con altrettanta se non maggiore forza non vogliamo l’Europa delle diseguaglianze, delle esclusioni socialii, delle tecnocrazie ademocratiche, dei poteri forti finanziari predatori della natura e delle «risorse umane». Non vogliamo l’EU dell’austerità che alimenta le disunioni tra i popoli europei e le guerre fra gli impoveriti favorendo l’arricchimento dei già ricchi. Non vogliamo questa EU che separa, divide e punisce coloro che non obbediscono e non si sottomettono ai diktats della Troika. Milioni di europei non si sono battuti per decenni per dare potere alla Troika ma ad un Parlamento di rappresentanti eletti europei. Non vogliamo una EU che ha accettato di sottomettersi sul piano militare e della politica estera al dominio delle armi e degli Stati Uniti d’America nell’ambito della NATO. Infine, non vogliamo una EU che mistifica il funzionamento della democrazia rappresentativa e diretta, che stravolge i diritti e la dignità del lavoro, che toglie il potere e la responsabilità di decisione sui beni comuni ed i servizi pubblici alle autorità ed istituzioni pubbliche per affidarli a soggetti privati e lasciarli in balia della mercificazione, privatizzazione, competitività, monetizzazione e finanziarizzazione in nome dell’efficienza (il mantra dell’«Efficient Europe»), l’EU ha ucciso i valori fondamentali dell’uguaglianza, giustizia, libertà e fraternità delle società europee.
Penso che sia giusto e saggio che l’EU esca dalla storia futura dell’Europa. Tocca ai cittadini, alle organizzazioni della società civile ed ai rappresentanti eletti al Parlamento europeo di spingere l’EU verso l’uscita promuovendo una nuova fase Costituente europea.
«
Alexis Tsipras dice con chiarezza che il processo di unificazione europea ha subito un duro colpo. Secondo il leader di Syriza, che ha parlato ai greci con un messaggio televisivo, il risultato emerso dal referendum britannico mostra che l’Europa sta affrontando una crisi di identità e anche una crisi più complessiva, di carattere strategico. Ritiene, in sostanza, che Bruxelles e alcuni grandi paesi dell’Unione non abbiano letto con l’attenzione necessaria i messaggi arrivati dall’aumento delle percentuali dei partiti nazionalistici e di estrema destra in Europa.
Secondo Tsipras «le scelte estreme dell’austerità hanno aumentato le differenze, tanto fra i paesi del Nord e del Sud Europa, quanto all’interno dei singoli stati membri». Dovrebbe iniziare, ora, un periodo di analisi, di assunzione di responsabilità e di ricostruzione. La Grecia, con il suo primo ministro, ricorda che siamo arrivati a questo punto anche «a causa di una gestione della crisi dei migranti à la carte, a causa della chiusura delle frontiere e di chi ha deciso di erigere muri invece di accogliere», invece di chiedere all’Europa una vera condivisione delle responsabilità. Atene sa benissimo – sulla sua pelle – che la crisi del debito è stata affrontata dando precedenza agli interessi nazionali e della finanza e non andando avanti tutti insieme, grazie a interventi realmente solidali, con la richiesta di riforme «umane», realmente sostenibili.
Proprio la Grecia, che lo scorso anno è stata stretta nell’angolo, costretta a firmare un accordo che contiene nuovi tagli, aumenti dell’Iva e che mantiene il totale della pressione fiscale a livelli troppo alti, questa Grecia segue ora gli sviluppi di Oltremanica con lo sguardo lucido di chi aveva profetizzato con saggezza, rimanendo inascoltato.
«Chi è responsabile per il rafforzamento dell’estrema destra e dei nazionalisti?», è la domanda che ha posto ieri Tsipras. Secondo il primo ministro di Syriza, la colpa è del deficit di democrazia, dell’imposizione ricattatoria di scelte antipopolari e ingiuste e degli stereotipi divisivi che descrivono il Nord Europa come produttivo e virtuoso e il Sud come scansafatiche. Ora, dopo la fase della denuncia, bisognerà vedere se l’Europa sarà capace di compiere qualche ulteriore passo, riconoscendo i propri errori e smettendo di scavare fossati. La Grecia, ovviamente, dice no all’isolazionismo nazionale che, secondo il governo guidato dalla sinistra, porta a un vicolo cieco.
Ad Atene, tuttavia, è chiaro che ci troviamo davanti all’ennesimo bivio, forse il più importante di tutti i precedenti incontrati nel corso del recente cammino europeo. Per dirla con le parole di Alexis Tsipras, « o il referendum britannico riuscirà a svegliare il sonnambulo che sta procedendo verso il vuoto, o sarà l’inizio di un percorso pieno di insidie per i popoli europei».
Il leader greco chiede un profondo cambio di rotta, con scelte che rafforzino il carattere democratico dell’Europa. Lo scopo, chiaramente, è riuscire a gettare delle nuove basi, cambiare molte delle politiche seguite sinora e porre un forte argine alle forze nazionaliste e ultraconservatrici. Il primo banco di prova, nei prossimi mesi, sarà la difesa dei diritti dei lavoratori da chi vorrebbe mettere definitivamente in soffitta i contratti collettivi di lavoro. Tsipras si oppone ed ha deciso di metterci la faccia.
Coordinamento Comuni per la pace
APPELLO PER LA CHIUSURA
DEI CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE
Le condizioni di degrado, la disumanità, il mancato rispetto dei più elementari diritti umani sono elementi tali da consentire di definire illegali i Centri di identificazione ed espulsione, e di denunciare l'assoluta inadeguatezza delle grandi strutture destinate all'accoglienza, come i centri di primo soccorso e accoglienza e i centri per rifugiati e richiedenti asilo (CARA).
I CIE, in cui si può restare reclusi anche per 18 mesi, devono essere chiusi e l'intera politica sull'immigrazione deve essere profondamente riformata, con un maggior protagonismo degli enti locali e delle organizzazioni di tutela.
I suicidi, gli atti di autolesionismo, le proteste dei migranti rinchiusi si susseguono ma nulla cambia.
Occorre adottare immediatamente le misure necessarie per ripristinare la legalità e lo stato di diritto in tutti i luoghi in cui sono stati sospesi.
Per questo è necessario chiudere subito i CIE e tutti i centri di accoglienza che tali sono solo di nome e non di fatto; garantire condizioni dignitose di vita ai migranti giunti in Italia e procedure rapide e certe per richiedenti asilo e rifugiati; dedicare particolare attenzione alla tutela dei minori e delle persone in condizioni di disagio fisico e psichico; abolire la Bossi-Fini e il reato di clandestinità, riformando il Testo Unico sull'immigrazione; riformare la legislazione sulla cittadinanza.
Tutto ciò premesso
Considerato che assicurare adeguata protezione a coloro che fuggono da persecuzioni, conflitti e gravi violazioni dei diritti umani costituisce un diritto umano fondamentale riconosciuto dall’art. 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che recita: «1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. 2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite»;
- Considerato che la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato e il relativo protocollo del 1964, deve essere interpretata nel contesto dell'intera normativa internazionale in materia di diritti umani;
-Considerato che il diritto dell'Unione Europea ha contribuito ad innovare profondamente il quadro dell'asilo in Europa introducendo più uniformi standard di tutela ma anche che la stessa normativa europea presenta tuttora degli aspetti critici molto rilevanti, per cui risulta necessario compiere molti passi in avanti nella direzione di assicurare in tutto il territorio dell'Unione un maggiore e più uniforme livello di protezione internazionale a coloro che ne hanno diritto;
- Considerato che l’Assemblea Costituente nel 1948 decise di dare massimo rilievo al diritto d’asilo inserendolo tra i principi fondanti dell'ordinamento democratico della Repubblica Italiana, così come sancito dall’art. 10 c.3 che afferma che “lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
- Considerato opportuno un forte richiamo al rispetto del Diritto dell’UE, troppe volte disatteso dall’Italia
-Preso atto della grave carenza costituita dal fatto che la disposizione costituzionale non ha mai trovato una sua attuazione all’interno di una legge organica e che è necessario un rinnovato impegno di tutta la società italiana per recuperare tale intollerabile ritardo;
Considerato che è necessario rafforzare in Italia e in Europa l'effettivo rispetto del diritto d'asilo, spesso minacciato da politiche e prassi eccessivamente restrittive e da atteggiamenti sociali di indifferenza od ostilità e che è necessario definire di forme di regolarizzazione permanente al fine di ridurre il bacino dell’irregolarità:
- Il Coordinamento Comuni per la Pace della provincia di Torino assume come propri i seguenti obiettivi desunti dalla rete nazionale per il diritto d’asilo denominata Europasilo:
1. Promuovere un'evoluzione del diritto europeo in materia di asilo adeguato a rispondere alle sfide poste dai cambiamenti determinati dall'evoluzione degli scenari internazionali garantendo in particolare più efficaci forme di protezione a coloro che fuggono da seri rischi derivanti da gravi ed estese violazione dei diritti umani e da disastri ambientali in atto nei paesi di origine;
2. Rafforzare, nel diritto europeo e nella norma italiana,un'effettiva protezione giuridica e sociale garantita ai richiedenti asilo e ai rifugiati con particolare attenzione ai seguenti aspetti:
a) garantire ai richiedenti asilo un accesso effettivo alla protezione, con particolare attenzione alle frontiere interne ed esterne dell'U.E) al fine di scongiurare seri rischi di refoulement e assicurare altresì un’effettiva tutela in sede giurisdizionale
b) garantire elevati standard di orientamento, protezione legale e sociale dei richiedenti asilo;
c) assicurare un accesso effettivo e tempestivo dei richiedenti asilo a misure di accoglienza per tutto il tempo della definizione della procedura di asilo, ivi compresa la fase della tutela giurisdizionale, in strutture di accoglienza ordinarie, diffuse capillarmente e gestite con il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile escludendo o riducendo a ipotesi eccezionali l'applicazione di misure detentive o di limitazione della libertà di circolazione;
d) superare il cd. Regolamento Dublino III rivelatasi norma iniqua, inefficace e comunque inidonea a rispondere alle effettive esigenze di tutela dei richiedenti e a perseguire l'obiettivo di una politica comune in materia di asilo nella UE fondata sulla solidarietà tra gli Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi;
e) giungere alla definizione di un programma unico europeo per l'accoglienza e la presa in carico delle vittime di tortura che supporti concretamente le persone nella realizzazione del loro percorso di autonomia ed eviti forme di ghettizzazioni delle stesse;
3. Promuovere una nuova legislazione organica in materia di asilo che dia attuazione all'art. 10 co.3 della Costituzione della Repubblica prevedendo in particolare:
a) l'introduzione di servizi adeguati di informazione, orientamento e protezione legale dei rifugiati alle frontiere aeroportuali e marittime;
b) una riforma della composizione e del funzionamento degli organi decisionali competenti ad esaminare le domande di asilo, al fine di assicurare un esame equo e competente delle domande di asilo, prevedendo altresì una maggiore indipendenza di detti organi dal potere esecutivo;
c) una profonda riforma del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo che preveda la costituzione di un unico sistema nazionale per la protezione dei richiedenti asilo, ivi compresi i minori stranieri non accompagnati, articolato su funzioni e ruoli propri dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali. Detta riforma dovrebbe operare una netta scelta a favore di un sistema di accoglienza decentrato, attraverso il ricorso a strutture di accoglienza di tipo ordinario gestite dagli enti locali, evitando grandi concentrazioni, ovvero la collocazione dei richiedenti in strutture inidonee, isolate e ghettizzanti. Gli standard di accoglienza attualmente previsti sia dalla normativa che dalle disposizioni amministrative risultano eccessivamente generici e come tali facilmente eludibili e andrebbero pertanto ridefiniti. Il sistema di accoglienza dovrebbe prevedere strumenti di monitoraggio (con pubblicazione di periodici rapporti) affidato ad enti indipendenti. La riforma del sistema pubblico dell’accoglienza dei rifugiati dovrebbe pertanto valorizzare la decennale esperienza dello SPRAR superandone però gli intrinseci limiti strutturali che ne hanno impedito un pieno sviluppo, con conseguente abrogazione dei CARA, rivelatisi strutture del tutto inefficaci a garantire adeguati livelli di tutela ai richiedenti asilo, incongruenti con il sistema dei servizi socio-assistenziali del territorio e dissipative di ingenti risorse pubbliche;
d) il superamento della attuale separazione delle politiche dell’asilo rispetto alla programmazione delle più generali politiche socio-sanitarie ed organizzazione dei relativi servizi;
e) la nascita di uno specifico piano nazionale per l'accoglienza e la riabilitazione delle vittime della tortura, che preveda che detti interventi siano realizzati nell'ambito della ordinaria programmazione dei servizi socio-sanitari del territorio, con rafforzamento delle competenze delle aziende sanitarie nella gestione di detta utenza;
f) introduzione, con norma primaria, della previsione di un adeguato periodo di accoglienza e supporto all'inclusione sociale dei titolari di protezione internazionale o umanitaria, successivo al riconoscimento giuridico della protezione, al fine di superare l'attuale gravissima situazione di abbandono dei rifugiati per la quale l'Italia è oggetto di serie e motivate critiche anche in sedi internazionali.
Nell’approvare il presente documento ci attendiamo dal Governo interventi rapidi ed efficaci, per restituire civiltà e dignità al nostro Paese.
«Profughi. Di fronte ad un fatto nuovo: la richiesta esplicita di accesso in Europa non più da canali clandestini».
Il manifesto, 23 giugno 2016 (m.p.r.)
Lo sgombero del campo di Idomeni in Grecia, la condizione dei rifugiati, il destino del popolo siriano e la balbuzie degli stati europei. Iniziare una rivoluzione in Siria per venire a perderne un’altra in Europa: questo sembra il destino di chi è rimasto per mesi bloccato a Idomeni. La protesta dei migranti che ha attratto l’attenzione del mondo su uno sperduto villaggio greco di collina, è finita.
Ma davanti a quel reticolato tra Grecia e Macedonia ha trovato continuità, come il secondo atto di una tragedia epica, il più potente gesto sovversivo, la più grande sconfitta collettiva e la più nobile affermazione di umanità del nostro secolo: il tentativo del popolo siriano di cambiare il proprio destino.
Gli undicimila uomini e donne che da Idomeni hanno atteso pazienti il corso avverso della storia, mettono la coscienza degli europei di fronte a un fatto nuovo: la richiesta esplicita di accesso in Europa, la fine del ricorso ai canali clandestini, il riconoscimento dell’esistenza di una condizione di fatto.
Da Idomeni non sono arrivate richieste di aiuto materiale o di accoglienza, né di legittimazione delle proprie intenzioni attraverso la formalità del diritto. Chi è rimasto a Idomeni ha lanciato un appello appendendosi alla forza di un dovere storico, a una causa umana, a una continuità con la vita per come essa più naturalmente si manifesta: il cammino delle generazioni verso una condizione migliore.
L’Europa, attendista e balbuziente, ha temporeggiato senza convinzioni, perché l’essere umano straccione e tenace che per settimane è rimasto seduto sulle traversine di una dimenticata stazione di frontiera, con le unghie sporche di terra, la voce stentorea e i bambini che gli giocano intorno, l’ha trascinata fatalmente su un piano dialettico, in cui essa non sa muoversi: per questo il progressivo irrigidimento, la paventata fine di Schengen, il ripristino dei confini, le guerre diplomatiche, le polizie schierate e, infine, lo sgombero.
Chi entra in Europa deve continuare a farlo clandestinamente, questo vuole dirci Idomeni. I trafficanti, figli illegittimi della stessa grande madre dei migranti, hanno iniziato da tempo a fantasticare su nuove rotte: Albania e Grecia, Montenegro e Serbia. Fiumi, giungle, pestaggi, nottate al chiaro di luna, eroiche traversate, corpi abbandonati alla corrente e approdi insperati saranno la nuova narrativa dell’Europa del domani, dei nostri vicini di casa.
Ma intanto Idomeni, prologo di una nuova fuga di massa, ha polarizzato sui suoi binari il più recondito e vitale spunto dell’uomo quando sottoposto a immani difficoltà: la presa di coscienza. Quanto di più temono le istituzioni europee sta avvenendo a causa della loro stessa rigidità: se il più autentico messaggio politico, la vera richiesta di cambiamento, l’unica visione di un futuro diverso dell’Europa arriva dal di fuori dei suoi confini, l’Europa stessa perde legittimità interna, e alza muri per proteggere le sue membra.
L’accampamento di Idomeni è ormai un ricordo, la massa umana che impuzzolentiva un verde tratto di pianura è stata spazzata via, come nell’immaginario collettivo è stata spazzata via la rivoluzione siriana, archiviata a guerra di interessi oscuri, cieca fame fratricida, insulto al patrimonio mondiale.
Ma cosa rende tale una rivoluzione? L’abbattimento del potere formale - un dittatore, un regime, una rete metallica - o la generazione di coscienza nuova che permea il mondo, gli umori e le idee dei figli dei figli?
Internazionale online, 20 giugno 2016 (c.m.c.)
In occasione del Vertice umanitario mondiale dell’Onu, a maggio in Turchia, il vicepresidente keniano William Ruto ha dichiarato che è ormai definitiva la decisione di chiudere Dadaab e Kakuma, i due campi profughi più grandi del paese.
E questo nonostante le chiusure siano una violazione del diritto internazionale e le Nazioni Unite abbiano avvertito delle “devastanti conseguenze” che ne deriveranno. Più di 600mila persone residenti saranno sfollate e si troveranno in una situazione di rischio immediato. La chiusura forzata tradisce inoltre i più elementari diritti dei rifugiati e non farà altro che inaugurare una serie di violazioni dei diritti umani, dal momento che facendo ritorno nel loro paese natale i profughi dovranno affrontare conseguenze molto pesanti.
La decisione del Kenya ha dei precedenti. Nel 2012 il governo della Tanzania aveva chiuso il campo profughi di Mtabila, costringendo i suoi 35mila abitanti burundesi a trovarsi una nuova sistemazione in Burundi, il paese in cui dilagava un conflitto violento dal quale erano fuggiti. Da allora le violenze in Burundi hanno costretto più 250mila abitanti del paese a cercare rifugio nei paesi vicini, e 137mila sono tornati in Tanzania.
Soluzione definitiva
E tuttavia la situazione del Kenya è il sintomo di un problema più ampio e sostanziale. Il nodo cruciale è che i campi rappresentano la base della strategia di risposta alle crisi di profughi messa in atto dalla comunità internazionale. Sono diventati il collettore della maggioranza degli aiuti umanitari. I campi sono diventati l’inizio, e in molti casi lo scopo, dell’intervento internazionale nelle crisi di profughi sempre più numerose.
Oggi più della metà della popolazione di profughi al mondo – circa il 60 per cento – risiede in aree urbane e non nei campi
La vicenda del Kenya sottolinea la necessità urgente di trovare alternative sostenibili ai campi e soluzioni sostenibili per i milioni di profughi urbani che li hanno lasciati o hanno scelto di evitarli. Oggi più della metà della popolazione di profughi al mondo – circa il 60 per cento – risiede in aree urbane e non nei campi. E una schiacciante maggioranza, l’86 per cento, si trova nei paesi più poveri.
In queste aree urbane, organizzazioni non governative di tutto il mondo mostrano la possibilità di creare alternative ai campi profughi. Con i loro programmi cercano di offrire ai profughi la possibilità di conquistare l’indipendenza dagli aiuti internazionali, trovare un modo per vivere dignitosamente e mezzi di sostentamento di lungo periodo che al tempo stesso hanno ricadute positive sulle comunità che li ospitano.
Un programma in Kenya, per esempio, fornisce un riparo e un sostegno a donne e bambini, che compongono più della metà della popolazione mondiale di profughi e sono esposti a gravi rischi di violenza sessuale e di genere. La casa famiglia garantisce la sicurezza 24 ore al giorno e fornisce importanti servizi di orientamento, assistenza legale e sanitaria e una comunità accogliente nei confronti delle ospiti. Il programma inoltre facilita le strategie di uscita positive per le donne, mettendole in collegamento con sistemazioni di lungo periodo un supporto sostenibile all’interno della comunità locale.
In molti casi sono i profughi stessi a guidare le iniziative di solidarietà nei paesi di accoglienza. Ma hanno poche risorse e nessun sostegno internazionale
In un altro programma a Irbid, in Giordania, sono state aperte delle abitazioni per accogliere i profughi siriani. A Irbid quello della casa è un problema di vecchia data. I programmi basati sull’affitto in cambio di soldi offrono soluzioni temporanee ma fanno schizzare alle stelle gli affitti nel mercato locale degli alloggi e rendono la vita più difficile agli abitanti del posto e ai profughi. Il programma di Irbid è sostenuto dal Consiglio norvegese per i profughi (Nrc) e offre ai proprietari locali fondi per completare la costruzione di edifici a più piani, creando abitazioni per i profughi e al tempo stesso stimolando l’economia locale. Fino a oggi sono state create 3.800 unità immobiliari per più di 8.700 profughi, e mentre altri ottomila sono in lista d’attesa l’Nrc può estendere le attività in altre aree urbane su tutto il territorio della Giordania.
Oltre a questo tipo di programmi messi in campo dalle ong, tante organizzazioni comunitarie forniscono un supporto vitale. Rappresentano spesso l’unica fonte di sostegno per i profughi urbani che in molti casi sono alla guida delle iniziative.
Fare promesse realistiche e mantenerle
Un esempio è l’organizzazione Young african refugees for integral development (Yarid), che dal 2008 è attiva nella comunità di profughi di Kampala, in Uganda. I fondatori di Yarid, profughi sfuggiti alle violenze nella Repubblica democratica del Congo e stabiliti in Uganda, hanno dato vita alla loro organizzazione dopo aver osservato le difficoltà affrontate dagli altri profughi come loro. Oggi Yarid rappresenta una comunità vitale che affronta questioni sociali come la disoccupazione, la salute pubblica e i conflitti etnici e fornisce servizi educativi fondamentali ai profughi urbani dell’Africa centrale. Tuttavia, a causa della scarsità di risorse e dell’assenza di un sostegno internazionale queste organizzazioni faticano a sopravvivere.
Oggi, una persona su 122 è costretta a vivere lontano dalla sua casa. La crisi è reale e la situazione in Kenya non è che un esempio di quanto sia ormai precaria la nostra dipendenza globale dal sistema dei campi. Se vogliamo che le alternative funzionino, dobbiamo investire in quello che funziona.
I campi profughi non stanno funzionando, al contrario di tanti programmi in tutto il mondo. È giunto il momento che la comunità internazionale dimostri il suo impegno a risolvere la crisi globale dei profughi investendo in soluzioni che mantengono promesse realistiche.
Articolo pubblicato dal The Guardian, traduzione di Giusy Muzzopappa
Turchia. Tra loro 4 bambini e 5 membri della stessa famiglia. Sarebbero almeno 60 i rifugiati ammazzati al confine nel 2016 da Ankara. Che ieri celebrava la "politica delle porte aperte".
Ilmanifesto, 20 giugno 2016
Ma mentre il Ministero ribadiva il presunto impegno di Ankara nella protezione dei profughi (2,7 milioni i siriani oggi in Turchia, nei campi profughi o da invisibili nelle grandi città), al confine sud l’esercito apriva il fuoco come fatto innumerevoli volte negli ultimi mesi: almeno 11 i siriani uccisi, tra loro 4 bambini. Stavano tentando di attraversare la frontiera vicino al villaggio di Khirbet al-Jouz, dopo la fuga da Jarabulus e Idlib. Cinque appartenevano alla stessa famiglia: Obaid al-Abo, di 50 anni, e i figli Amani, 21, Fatoum, 20, Walaa, 17, Waed, 15, e Hassan di soli sei anni. La moglie ed un altro figlio sono rimasti feriti.
Secondo fonti locali, le guardie turche hanno «sparato in maniera indiscriminata contro famiglie che tentavano di passare il confine sabato notte». Alcune foto sono apparse sui social network: una mostrava una donna in lacrime con in braccio una bimba di due anni colpita allo stomaco, altre cadaveri a terra.
Non si tratta di un evento sporadico: nel 2016 almeno 60 rifugiati siriani sono stati uccisi alla frontiera, oggi blindata, della Turchia: la politica delle porte aperte non esiste almeno da due anni, quando i kurdi di Rojava cominciarono una strenua resistenza per salvare Kobane dall’avanzata dell’Isis. La chiusura è stata ufficializzata ad agosto 2015: ai migliaia di siriani in fuga, prima da Rojava, poi da Aleppo e Idlib, Ankara ha impedito l’accesso fino a costruire vere e proprie barriere fisiche, muri e reti elettrificate.
Pochissimi quelli che entrano. E chi ce la fa passa dalla brutalità della guerra civile a quella dell’esercito turco: l’11 maggio riportavamo su queste pagine dei video di Human Rights Watch che ha documentato arresti arbitrari, torture e pestaggi compiuti sui civili in fuga. Rapporti trattati come carta straccia dal presidente Erdogan che ha negato ogni accusa.
Reazioni al massacro di ieri non ne sono arrivate. Dalla Turchia nessun commento ufficiale eccezion fatta per le dichiarazioni di un funzionario anonimo che ha negato: «Le voci secondo cui i soldati turchi hanno ucciso persone che provavano ad attraversare il confine nella provincia di Hatay non sono vere. La scorsa notte c’è stato un tentativo di passaggio illegale del confine ma nessuna pallottola è stata sparata contro la gente: dopo colpi di avvertimento, un gruppo di 7-8 persone è fuggito nel bosco».
A parlare è anche la Coalizione Nazionale, principale gruppo di opposizione al presidente Assad, ampiamente finanziato e sostenuto da Ankara: in un comunicato esprime «sorpresa e condanna dopo questa terribile tragedia che contraddice l’ospitalità del governo turco». Una dichiarazione che non alcuna base, che definisce ‘tragedia’ una pratica ormai comune e che non dà all’evento la sua reale definizione, quella di crimine di guerra.
Nelle stesse ore il Dipartimento di Stato Usa parlava dell’operazione in corso per la liberazione della città di Manbij, portata avanti dalle Forze Democratiche Siriane guidate dalle Ypg kurde, come di un’azione di successo grazie alla cooperazione con la Turchia. Dimenticando che le Ypg kurde sono oggi tra i nemici numero uno di Ankara, contro i quali Erdogan non lesina l’uso di missili e artiglieria pesante e minaccia di invadere il nord della Siria.
«L’Ong rifiuta 63 milioni di euro dall’Europa per protesta verso la politica dei respingimenti. È una pesante denuncia politica di tutta la politica europea sui migranti, imperniata appunto sull’accordo con la Turchia dello scorso 20 marzo».
Il manifesto, 18 giugno 2016 (m.p.r.)
La parola shame, vergogna, ricorre più volte nel comunicato con cui ieri Medici senza Frontiere dà l’addio a tutti i finanziamenti, e alle relative collaborazioni con le istituzioni europee, per l’applicazione dell’accordo Ue-Turchia sui migranti.
«Per mesi Msf ha denunciato la vergognosa risposta europea, concentrata sulla deterrenza invece che sulla necessità di fornire alle persone l’assistenza e la protezione di cui hanno bisogno», ha detto in conferenza stampa a Bruxelles Jérôme Oberreit, segretario generale internazionale di Medici Senza Frontiere, organizzazione premio Nobel per la pace 1999, per spiegare come è arrivato il gesto del gran rifiuto.
Un gesto effettivamente eclatante perché - anche se la portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas è corsa a dire, cercando di ridimensionarne l’impatto, che «Msf non è un partner attuativo dell’aiuto umanitario in Turchia, né ha fatto richiesta di finanziamenti per le sue attività in Turchia, di conseguenza la decisione non colpirà alcuna attività umanitaria per i profughi in Turchia» - l’organizzazione ha deciso di rifiutare 63 milioni di euro che gli venivano dall’Unione europea e dagli stati membri. Si trattava, nel bilancio dello scorso anno, di 37 milioni di fondi provenienti dagli stati Ue e di 19 milioni di euro direttamente erogati dalle istituzioni comunitarie di Bruxelles.
Il blocco dei fondi europei avrà effetto immediato e si applicherà ai progetti Msf in tutto il mondo. Il budget si ridurrà ma non intaccherà la solidità dell’ong, visto che il 92 per cento dei fondi che gli consentono di fornire aiuti medici e servizi, dai soccorsi per le catastrofi naturali alla gestione di interventi di emergenza in zona di guerra, gli arrivano da risorse private, dai grandi mecenati alle piccolissime donazioni mensili di singoli cittadini.
Il rifiuto di questi soldi è una pesante denuncia politica di tutta la politica europea sui migranti, imperniata appunto sull’accordo con la Turchia dello scorso 20 marzo. Il 49enne segretario generale Oberreit, che viene da esperienze decennali in Africa, lo ha detto chiaramente: il patto tra Europa e Turchia costituisce un precedente pericoloso per gli altri Paesi che ospitano rifugiati, come dimostra la proposta fatta settimana scorsa dalla Commissione europea di replicare la logica del patto in altri 16 paesi africani e mediorientali con i cosiddetti European compact.
Questi accordi ispirati a quello con Erdogan - ha scandito Oberreit - «hanno l’unico scopo di negare il diritto d’asilo» e rischiano di bloccare in Eritrea, Afghanistan, Sudan e Somalia – i quattro paesi che forniscono la maggior parte del flusso di profughi insieme alla Siria – le persone in fuga dai conflitti armati. Il giudizio durissimo, senza appello, di Msf sull’accordo Ue-Turchia è che «mette in forse lo stesso concetto di rifugiato e asilo». E perciò Msf non risparmia neanche la Grecia, dove 50 mila profughi siriani sono ancora accampati in condizioni vergognose tra ruderi di palazzi e tende, in attesa di un improbabile ricollocamento nei paesi più sviluppati del Nord Europa o addirittura di essere rispediti indietro, oltre la frontiera turca ora tendenzialmente sigillata.
«Chiediamo ai governi europei di rivedere le priorità: invece di massimizzare il numero di persone da respingere devono massimizzare il numero di quelle che accolgono e proteggono», ha chiesto Oberreit. «Il patto Ue-Turchia è stato presentato come una risposta umanitaria ed è questo che noi rifiutiamo perché in realtà si tratta di una risposta anti-umanitaria», ha aggiunto Aurelie Ponthieu, consigliera per le migrazioni di Msf.
Ieri il ministro greco alle Migrazioni Ioannis Moulazas, prima di incontrare con Alexis Tsipras il segretario generale Onu Ban Ki-moon in visita di due giorni ad Atene e Lesbo proprio per verificare il rispetto dei diritti umani dei migranti bloccati in Grecia - ha reiterato in tv la richiesta ai vicini turchi di vigilare sulle frontiere e arrestare i migranti che intendono attraversarle, dopo che negli ultimi due giorni almeno 200 persone sono tornate a tentare la traversata dell’Egeo. Il Parlamento di Atene ha anche cambiato la costituzione della commissione preposta a rilasciare lo status di rifugiato: i due membri rappresentanti dell’Onu e della commissione nazionale diritti umani sono stati sostituiti con due magistrati. Ankara per tutta risposta ha arrestato 51 migranti – siriani e eritrei – in procinto di imbarcarsi per le isole greche. Tra questi 13 donne e nove bambini.
Lady Pesc, Federica Mogherini ha detto che la Ue è pronta a sostenere missioni europee in Niger e Mali per cooperare con questi paesi a Sud della Libia a una «gestione integrata dei controlli alle frontiere». Ad Agadez in Niger – il più grande mercato per la tratta e i trafficanti di merce umana del continente – esistono già uffici di Frontex e si sta insediando una missione congiunta Ue-Unione africana. E mentre il Kenya, in ottemperanza alle nuove direttive di respingimento europee, ha deciso di chiudere il mega campo profughi di Dadaab ricacciando in Somalia 330 mila sfollati di vent’anni di conflitti tra i signori della guerra, in Mauritania rischiano lo stesso destino i 41 mila maliani che continuano a ingrossare il campo di Mbera.
I Regeni hanno presentato all'europarlamento un elenco di misure che i paesi potrebbero prendere: il richiamo degli ambasciatori degli Stati membri, la dichiarazione dell’Egitto come Paese non sicuro; la sospensione degli accordi di fornitura di armi, apparati bellici o per lo spionaggio e la repressione interna; la sospensione degli accordi economici, ... .
La Repubblica, 16 giugno 2016 (m.p.r.)
Roma. Aumentare «la pressione sull’Egitto» da parte dell’Italia ma anche di tutti i paesi dell’Unione Europea. «Ritirate anche voi l’ambasciatore». È questo il messaggio che ieri Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, hanno lanciato da Bruxelles, parlando alla sottocommissione per i diritti dell’uomo del Parlamento europeo. «Bruxelles e Roma facciano di più per aumentare la pressione sull’Egitto, arrivando anche all’isolamento diplomatico ed economico, pur di ottenere la verità sulla morte di Giulio », hanno detto. Spiegando cosa si aspettano dal governo italiano e dagli altri paesi dell’Unione. «Non ho ancora capito - ha detto la signora Paola - se l’Italia è ancora amica dell’Egitto e se l’Europa intrattenga ancora relazioni amichevoli con il Cairo. Noi speriamo - hanno ribadito che oggi possa iniziare una nuova fase: basta commemorazioni, servono azioni».
«Sbilanciamoci info, 13 giugno 2016 (c.m.c.)
Questo non è un accordo, è una tregua”. Con queste parole un funzionario europeo ha commentato al giornalista Stavros Lygeros l’esito della lunga a travagliata riunione dell’eurogruppo di fine maggio. Sette ore di discussione su un unico argomento: il debito greco, che alla fine del 2016 toccherà, secondo la Commissione, il 182% del PIL.
I termini della “tregua” sono subito spiegati dalla stessa fonte: “Il FMI non ha voluto assumersi la responsabilità politica di far fallire la riunione”. Un rischio reale dalle conseguenze non indifferenti. Fino a luglio le casse greche debbono pagare in titoli in scadenza, interessi e rate, circa 3,5 miliardi. L’Europa rischiava di vivere nuovamente il dramma dell’estate scorsa, con l’aggravante dell’imminenza del referendum britannico: “Il Fondo ha fatto un passo indietro e ha rimandato lo scontro al prossimo giro, quando le condizioni saranno sfavorevoli per Berlino.
La discussione sul debito, infatti, sarà condotta sulla base dello studio sulla sua sostenibilità che sta preparando lo stesso FMI. Schauble ha guadagnato tempo, ma è ancora imprigionato dentro una grossa contraddizione: non può permettersi di dire ai suoi elettori che il FMI non partecipa più al programma greco, che diventerebbe così esclusivamente europeo, ma non è disposto a cedere alla prima condizione posta dal FMI per partecipare: alleggerire il debito”.
Appena due mesi fa, per essere precisi, il responsabile per l’Europa del Fondo, Paul Tomsen, non aveva esitato di proporre una strategia estremamente pericolosa, in modo da far passare la strategia del FMI su tutta la linea. All’epoca, non era aperto solo il fronte tedesco ma anche quello greco. Gli accordi dell’estate scorsa imponevano alla Grecia un avanzo primario del 3,5% anno da ottenere nel 2018 e mantenerlo per almeno un decennio.
Secondo Tomsen, le misure di austerità previste da quell’accordo non erano sufficienti per raggiungere l’obiettivo, ci volevano ulteriori tagli per circa 3,6 miliardi. Per ottenere una soluzione “soddisfacente” bisognava replicare anche questa volta la strategia del 2015: far arrivare la Grecia alle scadenze estive con le casse a secco, con il rischio di un “incidente”, tanto indesiderato in quanto c’è il referendum britannico. In una situazione di urgenza, riteneva, in cui tutti avrebbero accettato le richeste del Fondo senza discussioni.
Wikileaks pubblicò l’intercettazione del colloquio via Skype di Tomsen con Delia Velculescu, la rappresentante del FMI nella “quadriga” (ex troika) che controlla i conti di Atene. L’effetto fu devastante: Tomsen si guadagnò una nuova reprimenda da parte del Board (e forse anche della stessa Lagarde) e le nuove misure furono criticate dagli europei con inusuale franchezza. Pochi giorni più tardi, Eurostat comunicò i dati sui conti greci e fu un nuovo schiaffo al Fondo: secondo Eurostat la Grecia aveva chiuso il 2015 con un attivo di bilancio dello 0,7% del PIL, mentre il piano concordato a luglio 2015 imponeva al paese almeno un + 0,25% e le stime del FMI parlavano di un disavanzo dello 0,6%.
Non era la prima volta che il Fondo sbagliava platealmente le sue previsioni, come ammesso da tutto lo staff economico. Basti dire che l’applicazione del primo programma di “salvataggio”, nel 2010, avrebbe dovuto portare alla crescita già nel 2011. Siamo sei anni dopo e le previsioni, ben più affidabili, della Commissione prevedono ancora recessione dello 0,3% alla fine dell’anno, con prospettive di crescita del 1,8% nel 2017. Lo stesso Tomsen era stato posto sotto inchiesta interna nel 2013 con l’accusa di non aver fornito stime affidabili ma ancor di più di non aver tenuto conto del dibattito in corso tra gli economisti del FMI nell’elaborazione del programma greco. Alla fine è stato rimosso e promosso a responsabile per l’Europa.
Per il governo greco risolvere il nodo del debito è un punto di primaria importanza. Darebbe per la prima volta il senso che la dura trattativa intrapresa da Atene con i creditori può dare finalmente dei risultati, dopo una serie ininterrotta di sconfitte. Le misure di austerità approvate a tamburo battente dal Parlamento greco pochi giorni prima della riunione cruciale dell’Eurogruppo hanno un enorme costo politico e sociale.
Tsipras ha strenuamente resistito alle pressioni a tagliare la spesa pubblica procedendo a licenziamenti e a tagli alle pensioni esistenti e ha preferito puntare sull’aumento delle entrate. Malgrado i tentativi generosi di distribuire il peso fiscale in maniera più equa del passato e malgrado alcuni successi non trascurabili nella lotta alla diffusissima evasione fiscale, alla fine il governo ha dovuto ricorrere all’aumento dell’IVA dal 23 al 24%, anche nelle isole. Una misura che perfino Schauble ha definito “stupida” e che rischia di colpire il settore primario dell’economia greca: il turismo, arrivato oramai a coprire il 20% del PIL.
Secondo la ministra del Turismo Elena Koundourà per l’anno in corso l’aumento dei prezzi non si farà sentire, al contrario. La chiusura dei mercati turistici concorrenti, come la Turchia e l’Egitto, farà aumentare il flusso turistico verso la Grecia fino a 27 milioni di visitatori. Ma l’aumento dell’IVA rimane comunque una misura recessiva che rischia di abbattere i consumi e non portare alle casse pubbliche gli introiti previsti e tanto desiderati. Questo è avvenuto parecchie volte nella lunga crisi greca.
Ma non tutto è stato vano. L’Eurogruppo ha costretto i tedeschi a cambiare posizione e a riconoscere, per la prima volta, che il debito greco è insostenibile. Schauble, per la verità, ha ripetuto la sua posizione che “non c’è urgenza” ad affrontare la questione, visto che per la restituzione delle somme del secondo e del terzo memorandum è previsto un periodo di grazia fino al 2022 e i tassi sono fermi all’1,5%. Ma ha dovuto accettare la posizione di Atene del FMI che senza un alleggerimento non ci sarà garanzia di stabilità per l’economia greca, visto che si tratta di un fattore che certo non incoraggia gli investitori. Alla fine i tedeschi hanno ceduto ma a condizione che la questione venga affrontata solo dopo le elezioni tedesche previste per l’autunno dell’anno prossimo.
Un impegno simile era stato già preso dall’allora Troika nel 2012, a condizione che la Grecia avesse ottenuto un avanzo di bilancio. L’avanzo era stato ottenuto nel 2014 ma l’allora governo di destra non ha voluto sollevare la questione. La posizione dell’allora premier Antonis Samaras era che il debito era sostenibile, nella consapevolezza che qualsiasi riferimento alla possibilità di taglio avrebbe provocato malumori a Berlino.
Ora però le cose sono cambiate: non solo a causa del cambiamento di governo ad Atene ma anche perché il debito greco sta creando seri problemi all’interno del FMI. E’ noto infatti che il suo statuto non gli permette di finanziare debiti insostenibili e per partecipare al “salvataggio” greco nel 2010 dovette procedere a un affrettato cambio, provocando discussioni che nel tempo di sono acutizzate.
Tsipras ha ottenuto inoltre l’abolizione di fatto della clausola irrealistica dell’avanzo primario del 3,5% per un decennio, un obiettivo difficilmente raggiungibile anche per economie fiorenti, figuriamoci per quella greca. Anche questo sarà oggetto di trattativa ma già all’Eurogruppo si è raggiunto un accordo per un impegno greco per un avanzo “significativo”, in pratica dell’1,5- 2%. In caso di deragliamento dei conti, è stato sancito un meccanismo di “garanzie di salvaguardia”.
La tranche del finanziamento sarà divisa in due parti. La prima, di 7,5 miliardi, sarà versata alla fine di giugno, il resto, di 2,8 miliardi, a settembre. La metà dei soldi che saranno incassati a giugno andrà a pagamento dei debiti accumulati dall’amministrazione pubblica greca verso i privati, circa 3,6 miliardi, un’altra parte a pagamento del debito e quello che rimane a sostenere il piano di sviluppo elaborato dal governo e presentato in Parlamento agli inizi di giugno. Anche questo è stato un punto in favore di Atene, visto che con il governo precedente le somme andavano o a coprire il debito oppure la ricapitalizzazione delle banche.
Per ottenere per il denaro, Tsipras deve risolvere le ultime questioni rimaste in sospeso: la “quadriga” esige che i crediti inesigibili delle banche siano ceduti ai funds speculativi, mentre Atene vorrebbe porre delle clausole riguardo alle piccole imprese, circa il 56% degli interessati (già in autunno erano stati esclusi i mutui per la prima casa). Bisogna inoltre sbloccare la privatizzazione dell’area del vecchio aeroporto di Hellikon, acquistato per una somma ridicola nel 2013 dal Gruppo Latsis e bloccata da una serie di sentenze della magistratura.
Il governo greco vuole inserire anche questa area nella nuova “super Cassa” che gestirà (non necessariamente privatizzando) tutta la proprietà pubblica, i creditori vogliono risolvere la questione al più presto. Infine ci sono gli introiti dai pedaggi dell’autostrada Egnazia, che unisce Igoumenitsa a Costantinopoli, che i creditori vorrebbero andassero per intero al debito.
Le condizioni veramente difficili per Tsipras sono attese però per settembre, quando la “quadriga” passerà all’attacco cercando di smantellare quello che è rimasto del diritto del lavoro. I creditori chiedono di abolire il divieto vigente a effettuare licenziamenti in massa e anche il valore giuridico dei contratti nazionali e aziendali di lavoro. Tsipras finora è rimasto granitico nel rifiutare qualsiasi cedimento in questo campo.
Anche se le previsioni della Commissione parlano di un rovesciamento dell’andamento dell’economia già nel secondo semestre di quest’anno (“l’economia greca ha mostrato resistenze inimmaginabili”, ha confessato, in un impeto di inconsapevole autocritica, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem) è evidente che si ripropone per ben sei anni la stessa ricetta fallita. L’abbattimento del costo del lavoro e il restringimento dei diritti sindacali non hanno portato a nessun investimento, ma solo disoccupazione e miseria.
Anche il tipo di sviluppo prospettato dai creditori rimane vago oppure, nel migliore dei casi, complementare alle economie del nord europeo (puntando solo sul turismo, con una punta di agroalimentare). La speranza di Tsipras è di resistere fino al 2018, quando la prospettiva di sbarazzarsi di buona parte del debito diventerà più concreta e finirà finalmente il programma di “salvataggio” della Grecia. Solo allora il governo greco potrà sviluppare i suoi progetti di sviluppo e allentare e misure di austerità.
Il primo passo sarà il congresso di SYRIZA che si terrà a settembre. Un anno di ritardo, con una dolorosa scissione di mezzo. Ma è evidente oramai che il partito ha avuto enormi difficoltà a tenere il passo, già dall’indomani dell’impetuosa avanzata alle elezioni del 2012, la vittoria elettorale di gennaio 2015 e la retromarcia dell’estate scorsa. Obiettivo del leader è far uscire SYRIZA dal minoritarismo e la cultura della protesta e farlo diventare uno strumento efficace di elaborazione di proposte di governo.