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«». Il manifesto,

Eccoli qui, gli «angeli dell’immigrazione». Cittadini comuni come Alessandra e Patrizia, di giorno avvocati e la sera a ramazzare nei bagni della mensa di Sant’Eusebio. Come Laura, studentessa al quinto anno di medicina che ha messo in piedi uno staff di dottori e infermieri per assistere le centinaia di rifugiati accampati nei giardini e all’interno della stazione Como San Giovanni, in attesa che si apra un varco verso la Svizzera, al momento una delle frontiere meno permeabili e allo stesso tempo più calde d’Europa. O come Rafael, eritreo in Italia dal 2006 con moglie e figli, che ora si trova dall’altra parte della barricata e ricambia facendo da mediatore e interprete.

Si sono mobilitati in pochi giorni, nella seconda metà di luglio. Quando gli svizzeri hanno cominciato a rispedire indietro chi tentava di passare il confine di Chiasso e Como si è ritrovata improvvisamente a fare i conti con un fenomeno fino ad allora semisconosciuto, un volontario della Caritas locale, Flavio Bogani, ha lanciato un appello alla solidarietà attraverso il web. In poche ore alla mailing list si sono iscritte più di 300 persone «delle più diverse provenienze sociali e culturali», spiega il direttore della Caritas Roberto Bernasconi: cattolici e non, di sinistra e non, da sempre impegnati in attività sociali e non, uomini e donne in egual misura, senza distinzioni d’età.

La mobilitazione spontanea ha prodotto un piccolo miracolo estivo. Oltre alla mensa autogestita, tre chiese hanno aperto le loro porte per ospitare i profughi, due in città più quella storica di Rebbio guidata da don Giusto della Valle, da anni impegnata sul fronte dei migranti. Lo stesso ha fatto l’Opera Don Guanella e la Croce Rossa ha allestito un tendone. Una scuola privata ha messo a disposizione le docce, negozi e farmacie hanno donato i loro prodotti, ma soprattutto la catena della solidarietà privata ha fatto sì che ai rifugiati non mancasse nulla: generi di prima necessità, vestiti e coperte per la notte, tende, cure mediche.

La mensa
Per rendersene conto basta farsi un giro alla mensa di Sant’Eusebio, nel salotto buono di Como, a un passo dal Duomo e dal lungolago affollati di turisti. Ogni sera, all’ora consacrata dalle ultime mode all’apericena, il sacrestano Luciano apre le porte del teatro parrocchiale provvisoriamente trasformato in ristorante alle centinaia di africani ordinatamente in fila per un tavolo e un piatto caldo. È un uomo mingherlino e dal tono di voce basso, e mai si sarebbe immaginato che un giorno i drammi dell’Africa avrebbero bussato alla sua porta. «Ero abituato a raccogliere i vestiti donati alla Caritas e agli incontri della terza età», ma un mese a questa parte la sua vita ha avuto un guizzo improvviso.

Racconta Luca, un milanese che vive in un comune della provincia, tra i primi a rispondere all’appello per i volontari: «Quando abbiamo aperto la mensa era un lunedì e avevamo cibo solo fino al mercoledì, non sapevamo se saremmo riusciti ad andare avanti. Invece da allora non abbiamo saltato un solo pasto» e il deposito dei generi alimentari non langue. A oggi, oltre 500 persone si sono messe a disposizione senza chiedere nulla in cambio: fior di professionisti addetti alle pulizie senza battere ciglio, una batteria di volontari a servire le pietanze da far invidia al migliore dei catering e pensionati ai fornelli. Un’enormità per un luogo più avvezzo ad accogliere i facoltosi turisti nordeuropei che un pugno di africani in fuga dalle guerre. «Questo dimostra che l’arrivo di così tante persone bisognose di aiuto ha scosso le coscienze e che c’è ancora una città viva in grado di prendersi carico degli altri e in grado di autogovernarsi», dice Bernasconi.

A dirigere gli ingressi ci sono, insieme al sacrestano, un aitante sessantacinquenne e un ragazzo, presenze superflue perché alla mensa di Sant’Eusebio finora non si è mai verificato il pur minimo incidente. I commensali provengono quasi tutti dal Corno d’Africa: Sudan, Eritrea, Somalia, «in particolare stanno arrivando molti oromo in fuga dalla repressione governativa in Etiopia», spiega Rafael. Ci sono famiglie intere, tanti giovanissimi, maschi e donne, e quasi la metà sono minori non accompagnati, a volte meno che adolescenti. Il loro obiettivo è in particolare la Svizzera: sperano che prima o poi rientreranno nelle quote di rifugiati previste dal paese elvetico.

Altri vogliono andare in Germania per ricongiungersi ai familiari o perché nel passaparola migrante la nuova meta è la patria di Angela Merkel. In Italia non vuole rimanere nessuno: non la ritengono un posto in cui possono costruirsi un futuro. «Quando chiediamo loro se vogliono andare in un centro d’accoglienza, di solito ci rispondono di no e, se accettano, dopo un po’ scappano per tornare alla stazione», dice Bernasconi. Per questo sta suscitando perplessità la decisione del Viminale di allestire un campo container in un ex deposito di auto: c’è chi pensa che nascerà un ghetto e chi invece teme che buona parte degli africani vi rimarrà ben poco. «Io voglio andare a Ginevra e prima o poi ci riuscirò», afferma un migrante con convinzione.

La frontiera è blindata

In Svizzera al momento è però praticamente impossibile entrare senza essere scoperti e rimandati indietro, non senza prima aver subito perquisizioni corporali e qualche ulteriore umiliazione dal chiaro intento dissuasivo. Hanno fatto il giro del mondo le immagini dei tre africani nascosti sotto i sedili di un Eurocity diretto a Basilea, ma si tratta di un’eccezione. I varchi sono controllati anche con i droni e al massimo qualcuno è riuscito ad arrivare fino a Bellinzona per essere poi respinto. Per chi dovesse essere accolto, la prospettiva è di finire nel previsto centro d’accoglienza di Rancate, in Ticino. Pure al di là del confine si è messa in moto una catena di solidarietà: ogni mattina i volontari dell’associazione Firdaus varcano il confine per portare vestiti e assicurare il pranzo ai profughi. Transfrontalieri al contrario, per solidarietà.

«Siria. L’Onu sospende la task force umanitaria: impossibile consegnare gli aiuti. La Russia apre alla tregua di 48 ore. Usa e Europa assenti, Mosca gestisce tutto. Amnesty ricostruisce torture e decessi nelle prigioni di Stato».

Il manifesto, 19 agosto 2016 (m.p.r.)

Omran Daqneesh ha cinque anni. È stato tirato fuori vivo da un palazzo colpito da un raid aereo. Non piange, non grida. Prova solo a pulirsi il sangue sulla sedia arancione dell’ambulanza su cui il paramedico l’ha lasciato. Omran è il silenzio disilluso di Aleppo, come Alan Kurdi era il fragore della fuga dalla guerra.

Aleppo non può andare oltre. La popolazione - 1,2 milioni ad ovest, nei quartieri sotto il governo, e 300mila ad est, sotto le opposizioni - è allo stremo. Gli scontri incessanti rendono impossibile la consegna degli aiuti.

E l’Onu alza le mani: l’inviato Staffan de Mistura ha sospeso ieri la task force a sostegno dei civili. Ad Aleppo non si entra, il programma era già ufficiosamente bloccato. Tanto vale chiuderlo, un atto più politico che pratico: De Mistura chiede «un gesto di umanità ad entrambe le parti» e una cessazione delle ostilità di almeno 48 ore.

Parole che seguono all’abbandono dell’incontro a Ginevra della task force dopo solo 8 minuti: nemmeno un convoglio è entrato, questioni di cui parlare ne restavano poche. «Quello che sentiamo dalla Siria – ha detto irritato – sono solo scontri, bombe, offensive, controffensive, missili, napalm, cecchini, bombe barile, kamikaze. In un un mese non un solo convoglio è stato in grado di raggiungere le zone assediate».

Mosca, che chiaramente gestisce i giochi, risponde: il Ministero della Difesa russo si è detto pronto ad implementare la tregua di 48 ore la prossima settimana, a condizione che gli aiuti passino sia nei quartieri del governo che in quelli delle opposizioni.

La colpa dello stallo è duplice: la Russia colpisce senza sosta, avendo in mano le sorti della battaglia; le opposizioni proseguono nella controffensiva anti-assedio. Di negoziare non se ne parla, non conviene a nessuno. Prima si vuole capire dove la «battaglia finale» condurrà e per Aleppo sarà tardi.

La scadenza di fine agosto paventata dall’Onu per la riapertura del dialogo a Ginevra è vicinissima: ieri fonti Usa hanno prospettato un incontro il 26 agosto tra il segretario di Stato Kerry e il ministro russo Lavrov. Ma a parlare è la guerra. I fronti si riposizionano con attori vecchi e nuovi che fanno capolino, convinti che Aleppo determinerà il futuro della Siria: la Cina si fa avanti per sostenere ufficialmente Assad, l’Iran dà le basi alla Russia, la Turchia sta con il piede in due staffe aprendo alla cooperazione con Teheran e Mosca ma senza stralciare gli obblighi Nato.

E gli Stati Uniti vanno nel pallone. Il silenzio di Washington (e quello della Ue, del tutto assente) è assordante: dopo aver quasi bombardato la Siria nel 2013, oggi Obama si defila e non reagisce alle chiare provocazioni della Russia che da giorni parla di dialogo in corso con la Casa Bianca su un possibile coordinamento militare.

Dopo cinque anni di guerra, con le opposizioni moderate all’angolo e quelle jihadiste in prima linea, con l’Isis padrone di ampie porzioni di territorio, la soluzione non è militare. Dalle violenze incrociate non si uscirà. La soluzione è politica: la guerra civile va interrotta individuando i nemici comuni e un processo di transizione che veda partecipi le diverse anime del paese. Utopia, visti gli interessi contrastanti e l’intreccio difficilmente districabile tra opposizioni islamiste e moderate.

E il governo deve capire che non riavrà indietro la Siria che aveva plasmato, aprendo prima di tutto le sue prigioni. Ieri Amnesty ha pubblicato un rapporto sulle carceri governative. Con le testimonianze di 65 sopravvissuti ha ricostruito una delle prigioni più temute, Saydnaya a Damasco: un complesso di tre braccia all’interno del quale in migliaia subiscono orribili torture e pestaggi. Costretti al silenzio in celle affollate, dove l’arrivo del cibo è accompagnato dalle botte, Saydanya - spiega Amnesty - è esempio del modello detentivo siriano.

Nelle prigioni di Stato, aggiunge, sarebbero morti 17.723 detenuti da marzo 2011 a dicembre 2015: più di 300 al mese, 10 al giorno. L’organizzazione afferma di non poter indicare con esattezza il numero di prigionieri e di decessi, provocati da torture, inedia e scarsità di cure mediche. Restano per questo dubbi sull’effettivo bilancio, che potrebbe apparire sovrastimato.

Il presidente della Croce rossa internazionale Peter Maurer, intervistato da Pietro Del Re, non lo dice, ma c''è anche chi sa distinguere tra civili e militari, e costruisce ed usa ordigni progettati per distruggere solo la popolazione civile. Lo ha dimostrato, per la striscia di Gaza, l'associazione Forensic Architecture, vedi i riferimenti in calce.

La Repubblica, 17 agosto 2016

«Anche le bombe su quest’ultimo ospedale di Msf sono la conseguenza dell’estrema urbanizzazione delle guerre moderne, che aumenta la vulnerabilità della popolazione perché è ormai diventato impossibile operare una distinzione tra civili e militari», dice lo svizzero Peter Maurer, presidente del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), l’ente umanitario più potente del pianeta. «Lo stesso problema si presenta in decine di casi, dallo Yemen alla Siria e dalla Libia all’Afghanistan, dov’è per noi ovviamente molto difficile lavorare. In questi contesti il primo compito della Croce rossa è la ricerca di un dialogo con i tutti i belligeranti, perché in guerra la nostra priorità consiste nell’ottenere un spazio dove proteggere la popolazione. Non sempre ci riusciamo, ma so che senza interagire con le parti è impossibile mettere in salvo i civili, soprattutto quando il comportamento di chi combatte è scandalosamente irrispettoso nei confronti della popolazione», aggiunge questo ex diplomatico di 60 anni che fu ambasciatore della Confederazione elvetica all’Onu. La legione di 14mila operatori che oggi dirige opera in circa 100 Paesi, affaccendata a salvare vite in conflitti esterni e interni ma anche ad aiutare i migranti e a sorvegliare lo stato dei detenuti nelle carceri più dure.

Presidente Maurer, nello Yemen i caccia sauditi bombardano la popolazione civile come fanno quelli russi e del regime di Damasco ad Aleppo e Idlib. Ma la neutralità del Cicr non confligge con il dovere di denunciare un crimine?

«Lavoriamo sul terreno e siamo quindi testimoni di molte violazioni e di molte violenze. E le assicuro che all’interno della comunità umanitaria siamo tra i primi a denunciare questo genere di misfatti, anche se non lo facciamo per forza pubblicamente. Ma è anche vero che teniamo sempre a mente il fatto che il nostro primo compito non è denunciare ma assistere le popolazioni. Perciò se denunciando viene limitato il nostro campo d’azione allora preferiamo ricorrere a metodi più diplomatici. Ci sono altre organizzazione la cui specifica missione è quella di denunciare gli abusi».

Nel mondo si contano 56 milioni di persone che scappano da guerre o miseria. Come si è giunti a questo record agghiacciante?
«Basti pensare che in nessuno dei maggiori conflitti nei quali è coinvolta la Croce rossa si percepisce una dinamica positiva. In nessuno di essi c’è un cessate il fuoco duraturo né s’intravede uno spiraglio di pace. E quindi, dal Medio Oriente al Corno d’Africa, dal Sahel alla regione del Lago Ciad all’Afghanistan assistiamo a enormi spostamenti di folle di civili in fuga. Nel mondo d’oggi chi sta bene sta sempre meglio, chi sta male sta sempre peggio».

Come giudica l’accordo con la Turchia e l’atteggiamento dell’Europa di fronte alla crisi dei migranti?
«Sono molto preoccupato. I miei dubbi sul nostro comportamento riguardano sia l’accordo turco-europeo sia alcune politiche unilaterali adottate da Paesi dell’Unione. Due i problemi: anzitutto la brutta figura che facciamo con il resto del mondo, che accusa noi europei di non essere abbastanza generosi; c’è poi l’enorme scarto tra quanto scritto nell’accordo e la sua attuazione sul terreno, con migliaia di persone rimaste prigioniere tra la Turchia e l’Europa senza nessuna assistenza legale ».

Ha ragione papa Francesco quando parla dell’universalizzazione dell’indifferenza?«C’è una forte discrepanza tra gli interessi della comunità internazionale, le problematiche dei Paesi in guerra e le risorse necessarie a ripararle. Purtroppo, là dove c’è bisogno, queste non ci sono mai, perché manca l’attenzione delle grandi potenze economiche. All’inizio del millennio, c’eravamo tutti illusi che una volta risolto il flagello della povertà avremmo costruito un mondo migliore. Quindici anni dopo, la gente è più ricca ma nel pianeta ci sono anche più violenza e più distruzione. Oggi, non sono i poveri all’origine delle guerre ma piuttosto le profonde ingiustizie della società, e l’incapacità dei leader a sanarle. La gravità e la vastità dei conflitti in corso contribuiscono a creare la peggiore situazione dalla fine della Seconda guerra mondiale».

Riferimenti
Vedi, in eddyburg, l'articolo di Eyel Wezman, l'architetto israeliano ricercato da Israele per la sua attività di denuncia. E vedi soprattutto il sito di Forensic Architecture.

«Medici Senza Frontiere chiede a tutte le parti del conflitto, e soprattutto alla coalizione a guida saudita responsabile del bombardamento, di garantire che attacchi simili non accadano più».

Articolo21 online, 16 agosto 2016 (c.m.c.)

L’ospedale di Abs, nel governatorato di Hajjah in Yemen nord-occidentale, è stato colpito ieri da un attacco aereo che ha ucciso almeno 11 persone e ne ha ferite almeno 19. L’esplosione ha ucciso sul colpo nove persone, tra cui un membro dello staff di MSF, e altri due pazienti sono morti mentre venivano trasferiti all’ospedale di Al Jamhouri.

L’ospedale di Abs, supportato da MSF dal luglio 2015, è stato parzialmente distrutto e tutti i pazienti e il personale sopravvissuti sono stati evacuati. Le coordinate GPS dell’ospedale erano state condivise più volte con tutte le parti in conflitto tra cui la coalizione a guida saudita, e la sua localizzazione era ben nota. «È il quarto attacco contro una struttura MSF in Yemen in meno di 12 mesi. Ancora una volta, abbiamo visto le tragiche conseguenze del bombardamento di un ospedale.

Ancora una volta un ospedale in funzione, pieno di pazienti e di staff MSF nazionale e internazionale, è stato bombardato in una guerra che non mostra alcun rispetto per le strutture mediche e i pazienti. Un bombardamento aereo ha colpito il compound dell’ospedale, togliendo la vita a 11 persone» ha detto Teresa Sancristóval, responsabile dell’unità di emergenza in Yemen. «“Nonostante la recente risoluzione delle Nazioni Unite che chiede di porre fine agli attacchi contro le strutture mediche e nonostante le dichiarazioni di alto livello perché sia rispettato il Diritto Internazionale Umanitario, non sembra venga fatto nulla perché le parti coinvolte nel conflitto in Yemen rispettino il personale medico e i pazienti. Senza azioni, questi gesti pubblici restano privi di significato per le vittime di oggi. Sia che si tratti di intenzionalità che di negligenza, tutto questo è inaccettabile.»

«Le persone in Yemen continuano a essere uccise e ferite mentre cercano di essere curate. La violenza in Yemen sta avendo un peso sproporzionato sui civili. Proviamo enorme rabbia perché ancora una volta dobbiamo mandare le condoglianze alle famiglie del nostro collega e di 10 pazienti, che dovevano essere al sicuro all’interno di un ospedale».

MSF chiede a tutte le parti del conflitto, e soprattutto alla coalizione a guida saudita responsabile del bombardamento, di garantire che attacchi simili non accadano più.

Da luglio 2015 l’ospedale di Abs, principale centro sanitario in funzione nell’area occidentale del governatorato di Hajjah, ha curato 4.611 pazienti. Aveva un pronto soccorso con 14 posti letto, un reparto di maternità e uno di chirurgia. Nelle ultime settimane l’ospedale aveva visto un aumento di pazienti feriti, soprattutto vittime dei recenti combattimenti e della campagna di attacchi aerei nell’area. Al momento del bombardamento, c’erano 23 pazienti in chirurgia, 25 nel reparto di maternità – tra cui 13 neonati – e 12 in pediatria.

L’ospedale aveva ricoverato in giornata diversi feriti di guerra. Il numero di pazienti che si trovavano nel pronto soccorso potrebbe variare dopo ulteriori verifiche in corso.

In Yemen MSF lavora in 11 ospedali e centri sanitari e fornisce supporto ad altri 18 ospedali o centri sanitari in otto governatorati (Aden, Al-Dhale’, Taiz, Saada, Amran, Hajjah, Ibb e Sana’a). Nel paese lavorano più di 2.000 operatori di MSF, tra cui 90 internazionali.

«». Contribuiamo ad ammazzare, ma intanto il PIL cresce. Altraeconomia , 16 agosto 2016 (c.m.c)

Fino a qualche mese fa Domusnovas -piccolo centro sardo di 6.300 abitanti in provincia di Carbonia-Iglesias- era conosciuto solo da qualche turista per le sue bellissime grotte carsiche. La presenza delle grotte di San Giovanni è ben segnalata già nei cartelli della statale 130, che collega Cagliari al paese, e arriva fino a Iglesias. Dallo scorso ottobre, però, Domusnovas è diventata nota per un’altra presenza: quella della fabbrica di armi della società Rwm Spa.

Nessun cartello sulla 130 la segnala nonostante anch’essa si trovi a pochi chilometri dal centro. Per trovarla è necessario chiedere a qualche passante, che appena sente il nome della fabbrica cambia espressione, salvo poi indicare la via dellocalità Matt’è Conti. Attraversando le campagne sulcitane si raggiunge un parcheggio antistante il caseggiato; se non fosse per le sbarre su tutte le finestre che si affacciano sul piazzale -e il filo spinato sopra ai muri- sembrerebbe uno stabilimento qualsiasi.

E invece dai cancelli della Rwm Spa sono partiti razzi, siluri e bombe verso varie destinazioni, tra le quali figura anche l’Arabia Saudita, come si legge nella Relazione sulle operazioni autorizzate di controllo materiale di armamento 2015 del governo. La fabbrica ha iniziato a comparire sulle cronache quando il deputato Muro Pili, il 29 ottobre 2015, ha pubblicato video e fotografie che davano conto del carico di missili in partenza dallo scalo civile di Elmas, denunciando il mancato adempimento delle norme di sicurezza che regolano il trasporto delle armi. Il carico era pronto all’imbarco poco lontano dalla pista di decollo degli aerei di linea.

Amnesty International, la Rete Disarmo e l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia (OPAL) hanno chiesto conto al governo, mentre alcuni deputati e senatori appartenenti a vari schieramenti hanno presentato interrogazioni, soprattutto per quanto riguarda l’invio del materiale bellico a Paesi in guerra, in palese violazione della legge 185/90. A tentare di fugare i dubbi sulla sicurezza dell’esportazione è intervenuto l’Ente nazionale aviazione civile, cui ha fatto seguito -a proposito della legalità dell’operazione- la ministra della Difesa, Roberta Pinotti. Secondo il governo, la Germania sarebbe stata la responsabile ultima della decisione, vista l’appartenenza di Rwm Italia a un gruppo tedesco.

Tesi che è stata però smentita dalle risposte ufficiali di Berlino. “È chiaro che si tratta di una questione tutta italiana -ha spiegato a Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo, Jan van Aken, deputato della Linke al Parlamento tedesco-, perché Rwm già produceva queste bombe prima dell’acquisizione da parte di Rheinmetall. E una richiesta formale di autorizzazione alla Germania deve essere fatta solo se c’è trasferimento di know-how. Nonostante ciò, dopo aver letto le notizie che rimbalzavano anche qui dalla Sardegna, abbiamo voluto una conferma ufficiale.

E la risposta è stata chiara”. Spiega Vignarca: «Il governo Merkel ha infatti risposto all’interpellanza di Van Anken dichiarando che ‘nessuna competente autorizzazione’ era stata emessa da Berlino per componenti riguardanti gli ordigni prodotti a Domusnovas» (è possibile leggere qui i documenti del governo tedesco, che Altreconomia pubblica in esclusiva).

Le esportazioni, in ogni caso, sono andate avanti. Ancora nel marzo 2016, OPAL ha dato conto di nuove partenze di bombe da Cagliari verso l’Arabia Saudita per 5 milioni di euro.

Qui a Domusnovas, però, la questione più rilevante è quella occupazionale. La Rwm Spa con sede legale a Ghedi (BS) ha un capitale sociale di 2 milioni di euro interamente detenuto dalla Rheinmetall waffe munition Gmbh (Rheinmetall Defence), occupa in Sardegna 74 addetti, e nel 2015 ha fatturato 54,5 milioni di euro. Lo stabilimento sorge negli stessi spazi dove nel 1933 nacque la Società Esplosivi Industriali Spa (SEI) per fare fronte alle richieste dell’industria mineraria, allora settore trainante del Sulcis. Ora non produce più esplosivi per miniere e il gruppo cui fa riferimento, Rheinmetall Defence, è un colosso da 25mila dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2015 ha superato i 5 miliardi di euro.

L’attenzione mediatica da queste parti non è affatto gradita. Le persone che accettano di parlare pretendono i microfoni spenti. I dipendenti, poi, potrebbero incorrere nelle sanzioni del “codice etico” aziendale, che all’articolo 22 prevede il licenziamento per la diffusione di informazioni riservate. Chi spera di trovare lavoro nella fabbrica, invece, preferisce evitare i giornalisti. Qui tutti contano un parente o un conoscente impiegato alla Rwm e la preoccupazione è che anche questa fabbrica possa chiudere o decidere di delocalizzare la produzione.

Dal punto di vista occupazionale questo è un territorio già molto provato dalla dismissione delle miniere e dalle vertenze Carbosulcis, Alcoa, Euroallumina e Portovesme Srl per le quali ancora si sta cercando una soluzione alternativa al licenziamento. La chiusura dell’ennesimo stabilimento sarebbe un’altro duro colpo all’economia della zona. Gli ultimi dati Istat dicono che qui la disoccupazione è al 17% con quella giovanile che supera il 60%, e se nel 2014 il Pil procapite del Sud Italia era di 16.761 euro -circa la metà rispetto a quello del Nord- nel Sulcis è di soli 8.800 euro.

I giovani rappresentano il 30% della popolazione e questa, insieme a quella di Oristano, è la zona che ha perso più abitanti nell’ultimo anno, per lo più giovani e qualificati, alla ricerca di qualche opportunità, soprattutto all’estero. Anche perché alla riconversione non crede più nessuno. Alcuni qui a Domusnovas si dichiarano sì contro le guerre, ma sono anche convinti che se chiudessero la Rwm le armi continuerebbero ad essere prodotte da qualche altra parte, mentre certamente loro perderebbero il lavoro.

La questione più controversa però rimane quella etica. Da ottobre scorso ad oggi ci sono state tre manifestazioni davanti alla fabbrica, sempre per chiederne la chiusura e lo smantellamento. All’ultima, nel maggio scorso, hanno partecipato un centinaio di persone. Il comitato “No bombe” parla di ricatto occupazionale: «Sappiamo perfettamente che le multinazionali fanno i migliori investimenti nei Paesi con più difficoltà economiche, non per ultimo in Sardegna, dove il lavoro non è mai stato un’opportunità bensì un ricatto. La possibilità di perdere alcuni posti di lavoro in un territorio devastato economicamente e socialmente crea ansia, lo possiamo capire, ma non per questo accettare». Quello stesso giorno, gruppi antimilitaristi tedeschi hanno manifestato a Berlino durante l’assemblea generale degli azionisti della Rheinmetall Defence.

Franco Uda è il coordinatore della Tavola della Pace Sarda, una rete di 30 associazioni. È convinto che sviluppare un conflitto tra lavoratori sia inutile. Insieme alla Rete italiana per il Disarmo la Tavola inviato a 10 Procure di tutta Italia, comprese Cagliari e Brescia, un esposto contro il governo italiano per la violazione della legge 185/90 che è quella che regola l’export di armi.

«Nel passato questa norme veniva aggirata attraverso le triangolazioni -ricorda Uda-, per cui l’Italia vendeva armi all’Egitto e l’Egitto poi le vendeva all’Arabia Saudita che era in guerra contro lo Yemen. Mentre ora, anche questo elemento di pudore viene completamente saltato. Oggi l’Italia vende direttamente all’Arabia Saudita che è in guerra con lo Yemen». Per Salvatore Drago, dell’Unione sindacale di base, l’unica soluzione è dare alternative -come la riconversione della fabbrica-, anche se è convinto che spetti ai lavoratori assumersi delle responsabilità.

«Siria. La città, simbolo del paese e del suo mix di etnie e confessioni, liberata da arabi, kurdi, assiri, turkmeni. L’opposto di Aleppo, dove gli interessi di governo e "ribelli" hanno diviso e ridotto allo stremo la popolazione: la "capitale del nord" soffocata da scontri e propaganda. E con la Russia in prima fila, Washington si defila: le sue opposizioni gregarie dei qaedisti».

ilmanifesto, 14 agosto 2016

Com’è fatta la libertà? Una sigaretta, un pezzo di stoffa nero dato alle fiamme, forbici per accorciarsi la barba. A Manbij è la riconquista dei frammenti di vita quotidiana, sotto l’Isis peccati da punire. Emozionano le immagini arrivate ieri dalla città nel nord della Siria: gli abbracci tra le donne costrette in lunghi vestiti neri e le combattenti kurde delle Ypg, le risate degli uomini che si tagliano la barba in strada, le corse dei bambini con le loro mamme, una partita di pallone improvvisata.

Manbij è libera e lo sono anche i duemila civili che gli islamisti in ritirata avevano rapito per farne scudi umani venerdì sera. Nella notte le Forze Democratiche Siriane (Sdf) li hanno ricondotti a Manbij. Un’altra vittoria enorme per le Sdf e il bagaglio che portano con sé, già nel loro nome: gruppi di etnie diverse, arabi, turkmeni, assiri, circassi, e i kurdi di Rojava a guidare le operazioni.

Ma prima di tutto siriani: Manbij da sola rappresenta la ricchezza confessionale ed etnica che in Medio Oriente è stata normalità per secoli. Basta scorrere la lunga lista dei suoi appellativi: Manbij in arabo, Mabuk in kurdo, Mumbuj in circasso, Mabbuh in siriaco. Circa 100mila abitanti, per una storia antica molto più di due millenni e soffocata per due anni e mezzo dallo Stato Islamico che l’ha occupata il 23 gennaio 2014, dopo aver cacciato le opposizioni al governo Assad.

Ieri Manbij è tornata alla sua vita. Ai festeggiamenti della gente si è unita la comunità internazionale che ha lodato i combattenti. Un coro unanime che si spezza 80 km a sud ovest, ad Aleppo. La “capitale del nord” è l’opposto di Manbij: se qui l’unità dei siriani ha permesso la cacciata del nemico comune, lì la guerra civile e la sua galassia di interessi esterni divide e strema la popolazione.

A leggere le notizie da Aleppo ci si perde: i media locali e internazionali riportano frammenti di notizie, utili a foraggiare questa o quella narrativa. E così la stampa iraniana, russa e quella di Stato siriana celebrano i presunti avanzamenti delle truppe governative; quelle mainstream occidentali e i gruppi anti-Assad parlano di strenua resistenza.

I primi elencano i civili uccisi dai missili delle opposizioni (per lo più islamiste, vista la debolezza dell’Esercito Libero che ormai va a rimorchio di qaedisti e salafiti), i secondi quelli nei raid russi.

Sono cento i morti e 700 i feriti imputabili ai “ribelli” dall’inizio di agosto, dicono da Damasco, soprattutto nella zona sud dove si concentrano gli scontri dopo l’occupazione della base di Ramousa da parte delle formazioni islamiste. Che ribattono: il governo ne ha fatti altrettanti in una sola notte in tutto il paese.

Di certo ad Aleppo si muore di fame e di assenza di assistenza medica. Da entrambe le parti, quelle est sotto i “ribelli” e quelle ovest sotto il governo. Di ospedali funzionanti non ce ne sono quasi più: venerdì un raid russo ha colpito un’altra clinica, 18 morti. Quelli ancora aperti, soprattutto nella parte occidentale, sono quasi privi di medicinali e strapieni di feriti, tra soldati e civili colpiti dai missili dei “ribelli”.

La responsabilità è bipartisan, l’inferno è duplice e si sovrappone. Ognuno ha il suo obiettivo, ben consapevole che Aleppo deciderà buona parte della guerra civile. Le opposizioni vogliono impedire una vittoria chiara del governo, continuare a controllare i quartieri già occupati per minare il potere contrattuale di Assad ad un eventuale tavolo del dialogo.

Damasco, da parte sua, sa di non poter eliminare ogni singola sacca di “ribelli”. E allora le accerchia, le chiude in enclavi, che siano città, villaggi o quartieri, circondate da territorio controllato dal governo e prive della continuità fisica necessaria a rifornirsi, militarmente, e a rappresentare un’alternativa, politicamente.

E se la Russia resta in prima linea, gli Stati Uniti si nascondono. Perché ad Aleppo è difficile “schierarsi”: il fronte delle opposizioni, compattato dal mito della battaglia finale, è monopolizzato da un gruppo terrorista (l’ex al-Nusra, oggi Jabhat Fatah al-Sham) che guida però milizie stranamente legittime agli occhi dell’Occidente.

Washington è alle strette, consapevole del pericolo che opposizioni che fanno della negazione dei diritti delle minoranze la stella polare rappresenterebbero per la Siria nel caso amplino il controllo sul territorio.

Viene meno la possibilità di una reale cooperazione tra Usa e Russia, paventata nelle scorse settimane, per colpire i nemici comuni, Isis e Jabhat Fatah al-Sham. Ma con i “ribelli” moderati (finanziati generosamente per anni tramite Golfo, Giordania e Turchia) oggi meri gregari dei qaedisti, la soluzione militare si allontana insieme a quella politica.

Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2016 (p.d.)

Non è un’emergenza. Se soltanto ci fosse una politica di diffusione, di distribuzione degli arrivi, la situazione sarebbe risolvibile.
Don Virginio Colmegna, lei è presidente della fondazione Casa della Carità ed è un simbolo dell’accoglienza milanese. La sua città, però, sta soffrendo...

I numeri del ministero dell’Interno che anche voi riportate lo dimostrano: non c’è stato un boom improvviso e inaspettato degli sbarchi. Anzi, sono un pochino meno dell’anno scorso. Questo non vuol dire che a Milano non ci siano problemi da risolvere. Il guaio è che gli arrivi si concentrano nelle città di passaggio obbligato. E che qui li ritroviamo nei luoghi chiave, come le stazioni.

Lei che ha dedicato tutta la vita all’accoglienza che soluzioni suggerirebbe?

Certo, c’è la questione dell’Unione Europea, degli stati che chiudono i confini. Ma la politica deve e può trovare soluzioni, preparare programmi in anticipo. Soprattutto senza farsi prendere dagli annunci. Bisogna fare. E la prima cosa, appunto, è distribuire le persone sul territorio. Così Milano e il Comune che si sono assunti delle responsabilità non saranno lasciati soli.

Crede che ci sia qualcuno che vuole speculare politicamente su questa crisi?

Sì, purtroppo. Ma chi dice di rispedire questa povera gente a casa sa benissimo che non è possibile. Come si potrebbero rispedire nei loro paesi delle madri con bambini piccoli, dei ragazzi che morivano di fame. Chi se la prende con loro lo fa per il consenso. E così incancrenisce la paura. Per le speculazioni politiche c’è tempo, ora rimbocchiamoci le maniche che c’è altro cui pensare.

In molti puntano il dito sul rischio del terrorismo...

Le paure degli altri non vanno mai sottovalutate. È vero, magari, che chi arriva avendo negli occhi tanti dolori subiti durante il viaggio, tanti maltrattamenti, può maturare risentimento. Ma se noi li accoglieremo bene, questo sentimento svanirà. Io ne sono certo, gli immigrati portano con sé una ricchezza anche per noi.

Cosa fare, quindi?

Serve pianificazione. Bisogna valorizzare il grande patrimonio di accoglienza degli italiani. Non è questione di Chiesa, ma di cittadinanza. E non costa nulla allo Stato. Penso alla straordinaria esperienza che la Casa della Carità ha fatto a Bruzzano nel milanese. Abbiamo accolto 239 persone, coinvolgendo oltre cento volontari. Senza far spendere lo Stato. Vedete, si può. E fa bene a tutti, fidatevi.
L'accorata denuncia per un gesto vergognoso della tribù dei renziani, lanciata dell'autrice e conduttrice

radiofonica della Rai Francesca Fornario e il preoccupato commento di Alessandro Gilioli. Il manifesto L'Espresso online, blog "Piovono rane", 9 agosto 2016

il manifesto
LA DIETA POLITICA DI RADIO2
ECCO PERCHÉ HO DETTO NO, GRAZIE
di Francesca Fornario

«Divieto di satira. "Niente battute su Renzi, niente politica, niente satira...". Le regole per la ripartenza di "Mamma non Mamma" e il casino scoppiato dopo un post su Facebook»

È scoppiato un prevedibile casino per un post che ho scritto su Facebook, annunciando la ripartenza del programma Mamma Non Mamma su Radio2. O meglio, la partenza di un altro programma con lo stesso titolo e le stesse autrici e conduttrici: attrice e imitatrice Federica Cifola, autrice satirica io. (E altre cose, che preferisco saper fare dieci cose male piuttosto che una sola bene, ma a Radio2, quando mi hanno chiamato nel 2008, non mi hanno voluto per scrivere i romanzi, mi hanno voluto per fare la satira, che faccio ogni giorno in pillole a Un giorno da pecora. Facevo, che a settembre Un giorno da pecora trasloca su Radio1). Ecco il post: «Ricapitolando: niente battute su Matteo Renzi, niente politica, niente satira, niente personaggi, niente imitazioni, niente copioni, niente ‘scenette’ qualunque cosa siano, niente comicità e che altro… ah, niente battute sul fatto che non si può dire ‘comunista’. Quel che resta – il mio imbarazzo e il bene che ci vogliamo io e Federica Cifola – va in onda ogni sabato e domenica in diretta su radio2, dalle 18 alle 19.30».

L’ho scritto per correttezza nei confronti dei nostri ascoltatori, che si sarebbero domandati – e si sono domandati – ma come mai non fate più le imitazioni? Ecco perché: ci hanno chiesto di fare un programma diverso. Diverso da quello che aveva funzionato benissimo anche in termini di ascolti, cosa per la quale si era complimentata con noi la direttrice Paola Marchesini due anni fa, dopo la prima edizione del programma. Poi, sono cominciati i paletti. Lo scorso anno Mamma Non mamma è tornato in palinsesto ma «Con una satira più attenta agli aspetti atropologici». Eh? Senza la mamma di Matteo Renzi. «Ma ha senso non fare la mamma di Renzi e fare quella di Alfano?!» Domando. Ovviamente no, e allora niente mamme dei politici e nemmeno politici, niente più Paola Taverna o Michaela Biancofiore.

Andiamo in onda facendo comunque satira politica (mica ho capito come si distingue quella antropologica da quella politica, ma è un limite mio), ad esempio con il personaggio di Angela Merkel che imponeva le riforme strutturali alla Grecia come scusa per incontrare ai vertici l’allora ministro delle finanze Varoufakis («Varoufakis, se non vieni qui subito vi chiudo le banche e vi spremo tutte le olive del Peloponneso!» «Ma gliele avete fatte chiudere veramente le banche!» «Ma era una scusa per vederlo! Non ti sei accorta che le mie erano tutte richieste senza senso?! Me ne inventavo di tutti i colori così lui era costretto a precipitarsi da me! E gli privatizzavo le autostrade, e gli tagliavo le pensioni… con questo nuovo ministro non mi diverto perché non si accorge che scherzo. “Tsakalotos! Taglia le pensioni!” E lui lo fa. “Tsakalotos, se vuoi restare nell’euro scrivi la seguente riforma strutturale: da domani in tutta la Grecia il Sirtaki parte veloce e finisce lento…» «Ma è una riforma senza senso!» «E perché, invece privatizzare il Pireo ti pare sensato?! Ma dai, siamo seri, è come se io privatizzo il Reno!»). O con la direttrice del Fmi Christine Lagarde, mamma così severa che ai figli non dava la paghetta: gli faceva un prestito.

Quest’anno ci chiedono di andare di nuovo in onda senza fare satira politica («Sì, come l’anno scorso», penso. E mi ricordo di un aneddoto che girava molti anni fa su come aggirare la censura in Rai: metti nel copione una bestemmia, una scena di sesso e la battuta sul politico che vuoi far passare. Il funzionario ti toglie la bestemmia e tu protesti. Ti toglie la scena di sesso e tu protesti. A quel punto, convinto di averti censurato abbastanza, ti lascia la battuta sul politico… era un aneddoto di molti anni fa, che oggi la scena di sesso se non c’è te la fanno aggiungere).

Mi metto a scrivere i nuovi copioni del mio personaggio preferito, il capo dell’ufficio del personale che ci chiama in diretta per piazzare i raccomandati: «Ma a cosa mi serve uno scenografo alla radio?!» «Fornario, questo deve lavorare perché è stato raccomandato da presidente del Consiglio in persona!» «Da Renzi?!» «Seh, magari! Con i tempi della burocrazia Rai dobbiamo ancora piazzare i raccomandati da Mussolini nel 1923!» «Ma se non c’era ancora la Rai!» «Certo, quella Mussolini l’ha creata apposta per piazzare i raccomandati. Che infatti prima si chiamava Eiar, Ente Italiano Raccomandati e Amici. Poi Rai, Raccomandati Italiani…».

Ma no, stavolta – ci spiegano – non solo niente satira politica su Renzi o sulla bambola gonfiabile di Salvini: proprio niente personaggi. Niente imitazioni, niente copioni, niente “scenette”. «Ma non possiamo rifare Mamma Non Mamma svuotandolo di tutto – osservo – perché verrebbe fuori un programma banale». (Inoltre, sarebbe stato utile sapere che queste erano le condizioni per lavorare prima di rifiutare altri lavori, ma così è la vita: il tempismo non è mai stato la mia specialità). E allora proviamo a dare un senso di servizio – di servizio pubblico! – al programma, facendolo diventare un’altra cosa. Resto convinta che sapessi assolvere meglio al compito facendo quello che so fare meglio, e il perché la satira sia un servizio pubblico, nel caso ci fosse bisogno di spiegarlo, lo lascio spiegare a Groucho Marx: «La prima cosa a sparire quando un paese viene trasformato in uno stato totalitario è la commedia e i comici. Poiché le persone ridono di noi, non credo che capiscano davvero quanto siamo essenziali per la loro salute mentale».

Nell’ultima puntata, ad esempio, abbiamo provato a dare un senso di servizio pubblico parlando dei libri per bambini che ti cambiano di un poco in meglio la vita, come La guerra del burro del Dr. Seuss (scriverne è anche un modo per dare un senso definitivo a questo pezzo). Questo senza però rinunciare a spiegare perché il programma prima era una cosa e poi un’altra: che secondo anche questo è un servizio pubblico, anche spiegarlo. Se tutti i colleghi che mi hanno scritto in privato dicessero in pubblico le cose che mi hanno scritto sarebbe evidente, ma non possono farlo perché vivono di questo lavoro e non possono rischiare di perderlo come l’ho perso io. Per mia scelta, eh, che stamattina, quando il post ha cominciato a circolare, ho ricevuto una telefonata della capostruttura, molto risentita perché avevo tradito la sua fiducia e dimostrato in questo modo la gratitudine per tutti i soldi che mi aveva fatto guadagnare in questi anni. Le ho spiegato, pacatamente, che non le devo nessuna gratitudine perché in questi anni ho lavorato con ottimi risultati e sono stata pagata per le mie prestazioni professionali, che si comprano quelle ma le persone no, o almeno non questa. Non ci sono quindi più le condizioni per fare satira politica su Radio2 e nemmeno più – per quel che mi riguarda – quelle per lavorare serenamente a un programma diverso, di servizio pubblico.

Ma c’è sempre La guerra del burro da leggere e un mondo fuori da raccontare da qualche altra parte, con qualche altro mezzo. A cominciare da questo, che ora avrò di nuovo tempo per scrivere sul manifesto! Oh, mi sa che ho armato questo casino apposta.

l'Espresso, blog "Piovono rane"
L'ARIA CHE RESPIRIAMO
di Alessandro Gilioli

Accade in Italia - nei giorni agostani di sole, vacanze e Olimpiadi - che un'autrice e conduttrice radiofonica della Rai spieghi su Facebook che quest'anno le hanno cambiato le regole di ingaggio: imponendole zero battute su Renzi, zero politica, zero imitazioni.

Accade che la Rai non possa credibilmente smentire il divieto, anche perché ne ha imprudentemente lasciato tracce. Insomma è tutto vero, oltre ogni possibile dubbio.

Accade il giorno dopo che questo fatto incontestato e incontestabile - il servizio pubblico che impone il divieto di satira sul capo del governo e sulla politica - sia ignorato dalla maggioranza dei media; e che un bene comune, un bene che dovrebbe essere trasversalmente prezioso per ogni schieramento - la libertà, il non asservimento del servizio pubblico al governante di turno - sia derubricato a questione di partito, se non di corrente.

Non so che cosa accadrebbe in Gran Bretagna se la stessa cosa accadesse a un comico della Bbc: ma non credo di mitizzare troppo la cultura anglosassone se ipotizzo che la questione sarebbe diventata in breve il tema politico dell'estate, e non per un giorno. Non credo di sbagliare nel credere che avrebbe acceso un dibattito ampio, coinvolgendo le maggiori testate, il Parlamento, lo stesso premier.

Da noi no. Da noi è il solito piccolo derby stanco, con l'aggravante canicolare. E altre miserie ancora: gli attacchi personali alla conduttrice, le irrisioni tipo "se c'è una dittatura andate a far la Resistenza in montagna invece di starvene al mare", la iattanza di chi ridicolizza la questione a fatto personale o di reddito e non vede - anzi finge di non vedere - il cuore del problema: il servizio pubblico che impone zero satira sul capo del governo, insomma il contrario di quanto avviene in ogni paese libero, dalla Francia agli Stati Uniti.

Del resto, anche sul caso di Bianca Berlinguer erano riusciti a far deragliare il dibattito, attaccando la direttrice che "voleva restare tale a vita come se fosse un diritto acquisito": quando invece, con ogni evidenza, il problema non era e non è la carriera giornalistica di Bianca Berlinguer, ma il fatto che una rete pubblica non abbastanza schierata con il governo e con il suo referendum sia stata modificata ai vertici per ottenere una rete pubblica più schierata con il governo e con il suo referendum.u

Ieri, sulla questione Rai-Fornario, una delle questioni più discusse era la responsabilità o la non-responsabilità del premier. In altre parole, "Renzi non c'entra", hanno detto i suoi supporter più aggrappati ai vetri.

Il che è probabilmente vero, in senso tecnico: dubito anch'io che Renzi abbia personalmente imposto l'ukaze che ha censurato una trasmissioni radiofonica minore. È abbastanza intuibile.

Il problema è che ad averlo fatto sono stati dirigenti messi ai quei posti da Renzi (o anche lì da prima, ma rapidamente convertiti al vincitore). I quali a Renzi e al suo inner circle sono graditi. E da Renzi e dal suo inner circle sono premiati.

Ed è proprio così che si crea un clima, un'omologazione: servilismo da parte di chi ha ruoli dirigenziali nei media e apprezzamento del servilismo da parte del governo. Anzi, qualcosa di più del semplice apprezzamento: se un direttore di tg non omologato all'esecutivo viene fatto fuori, il messaggio a tutti gli altri dirigenti è chiaro. Su come devono comportarsi, cosa devono fare, chi devono imbrigliare.

Non c'è insomma nessun bisogno di ipotizzare un interessamento diretto di Renzi per vedere le responsabilità oggettive della politica nel divieto di satira sulla radio.

E queste responsabilità potrebbero venire meno solo con un intervento forte e pubblico dello stesso governo a difesa della libertà di satira. E con il contestuale allontanamento dei dirigenti di cui vengono accertate le respinsabilità nel caso in questione.

Solo un gesto così cambierebbe il clima, lo rovescerebbe. A favore della libertà anziché dell'omologazione, del servilismo, della censura o autocensura. Dubito molto che quel gesto arrivi. E mi dispiace, perché considero la libertà un bene più prezioso del derby pro o contro Renzi.

Ah, a proposito di clima.

Ieri con Francesca Fornario mi sono brevemente sentito al telefono, nel pieno del casino scoppiato dopo il suo post su Fb. Le ho suggerito di stare soprattutto attenta, in ogni intervento pubblico, a non fare la vittima, a non sembrare arrabbiata, a evitare ogni rischio di iperbole. A non parlare di "regime" e a usare con estrema parsimonia perfino la parola "censura". Perché poi ti sfottono, ti dicono che non sei in una cella turca ma al comodo di un appartamento a Roma, ironizzano sul fatto che non sei abbastanza povera per piangere.

Perché questo è il clima, oggi: blame the victim. Che poi è il modo migliore per deligittimare le critiche. Caricaturarle. Ridicolizzarle. Definire "furiosi", "estremisti" e (immancabilmente) "grillini" quelli che osano criticare: anche se lo fanno con il sorriso, o con il ragionamento, o semplicemente con la cronaca dei dati di realtà.

E anche questo è tema che meriterebbe una riflessione, se fossimo un Paese civile, Renzi o non Renzi.

L'aria che respiriamo, insomma: piú importante di qualsiasi maggioranza di governo.

«. Il Fatto Quotidiano online, blog di Riccardo Noury , 8 agosto 2016 (c.m.c.)

Secondo dati raccolti dall’Ong israeliana B’Tselem e corroborati dall’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, dall’inizio del 2016 le autorità militari israeliane hanno demolito almeno 180 abitazioni di palestinesi. Un numero record nell’arco di sette mesi, che ha superato anche quello del 2013 con 175 demolizioni eseguite, nello stesso periodo di tempo.

L’aumento delle demolizioni ordinate dall’Amministrazione civile (l’autorità militare israeliana di governo in Cisgiordania) è spaventoso: non considerando quelle eseguite come sanzione a seguito di attentati e attacchi armati, negli ultimi 10 anni il totale era stato di poco superiore a 1100 demolizioni.

Secondo B’Tselem, le 1113 demolizioni dell’ultimo decennio hanno lasciato senza tetto almeno 5199 palestinesi, quasi la metà dei quali minorenni. Tutte hanno avuto luogo nell’area C, che è sotto il pieno controllo, amministrativo e di sicurezza, dell’autorità militare israeliana.Israele giustifica le demolizioni definendole provvedimenti amministrativi nei confronti di strutture abusive. Tuttavia, nell’area C è pressoché impossibile ottenere il permesso di costruzione: tra il 2010 e il 2014 l’Amministrazione civile ha approvato solo l’1,5 per cento delle richieste. Che si tratti di prassi discriminatorie contro i palestinesi lo ha recentemente ammesso anche l’esercito israeliano.

Dal 1988, Israele ha emesso complessivamente 14.000 ordini di demolizione riguardanti circa 17.000 abitazioni e altre strutture civili palestinesi: 3000 sono stati eseguiti. Gli altri 11.000, la maggior parte dei quali riguarda sempre l’area C, è in via d’esecuzione o è oggetto di ricorsi. I difensori dell’occupazione sostengono che il problema sia di poco conto, interessando “soltanto” 300.000 palestinesi.

L’obiettivo non dichiarato di questa ondata di demolizioni potrebbe averlo reso candidamente noto Yair Lapid, leader del partito centrista Yesh Atid, in un’intervista rilasciata al “Jerusalem Post” all’inizio dell’anno: “Il massimo di ebrei sul massimo di terra, con la massima sicurezza e il minimo di palestinesi”.Ossia , di demolizione in demolizione, l’annessione di fatto dell’area C e il proseguimento degli insediamenti israeliani.

«Il meccanismo è questo: con una mano si riforniscono i vari gruppi più o meno terroristici operanti nei Paesi menzionati, di armamenti di ogni genere e con l’altra li si bombarda quando conviene farlo o perché diventano troppo pericolosi».

Il Fatto Quotidiano online, blog di Fabio Marcelli, 7 agosto 2016 (c.m.c.)

Con un rapporto pubblicato recentemente, due organismi attivi sul campo della raccolta d’informazione in ordine a corruzione e traffici internazionali, il Birn (Balkan Investigative Reporting Network) e l’Occrp (Organized Crime and Corruption Reporting Project) hanno denunciato un traffico d’armi del valore di ben 1,2 miliardi di euro verso il Medio Oriente e il Nordafrica.

Si tratta di armi e munizioni provenienti da Paesi dell’Est europeo quasi tutti membri della Nato (Croazia, Repubblica Ceca, Serbia, Slovacchia, Bulgaria, Romania Bosnia-Erzegovina, Montenegro) e dirette verso Paesi medio- orientali (Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Turchia).

Ma destinatari finali del traffico sono gruppi armati operanti in Siria, Libia ed Yemen, tra i quali il famigerato Isis ed altre formazioni fondamentaliste.Il rapporto in questione fornisce informazioni dettagliate sui vettori del traffico (compresa la Marina militare statunitense) e la sua entità e composizione (tanto per fare un esempio 10.000 kalashnikov e 300 tanks forniti all’Arabia Saudita).

Altra circostanza degna di nota è che il traffico in questione si sia sviluppato soprattutto a partire dal 2012, in coincidenza con gli eventi noti come “primavera araba”. Il ruolo di distribuzione degli armamenti e delle munizioni in loco è svolto da centri noti come Military Operations Center (MOC) e formati da personale militare e dei servizi di Turchia, Paesi del Golfo, Giordania e Stati Uniti. Secondo Robert Stephen Ford, ambasciatore statunitense in Siria dal 2011 al 2014, anche la CIA è direttamente coinvolta, ma la decisione finale su chi possa ricevere armamenti è riservata ai Paesi direttamente impegnati nel rifornire i gruppi armati. Lo Special Operations Command (SOCOM) del Dipartimento di Difesa statunitense ha operato a sua volta ingenti trasferimenti di armi e munizioni ai gruppi impegnati nella guerra civile siriana.

Vale la pena di sottolineare come i due organismi autori del rapporto menzionato siano delle reti investigative di giornalisti indipendenti. Sarebbe del resto stato illusorio aspettarsi che i governi, che sono i principali colpevoli di questo traffico totalmente illegale, fornissero al riguardo alcun elemento.

L’opinione pubblica è lasciata nel buio più totale e chiedere ad enti che istituzionalmente dovrebbero vegliare alla sicurezza nazionale e internazionale di muoversi per bloccarlo sarebbe come chiedere alla Rai di Campo Dall’Orto di svolgere un’informazione completa e obiettiva sul referendum costituzionale

Dobbiamo apprezzare la sincerità del ministro serbo Vucic quando afferma di “adorare” le esportazioni di armamenti verso l’Arabia Saudita. Nella consapevolezza tuttavia che la presenza di personaggi del genere al vertice degli Stati avvicina notevolmente l’estinzione del genere umano e produce violazioni dei diritti e sofferenze inaudite.Dobbiamo peraltro riflettere sul meccanismo che è stato posto in atto e che rischia di ricevere ulteriore slancio dall’escalation dei bombardamenti occidentali in Libia ai quali, sia pure in veste come sempre subalterna, è associato anche il nostro Paese.

Il meccanismo in questione consiste nella sostanza in questo, con una mano si riforniscono i vari gruppi più o meno terroristici operanti nei Paesi menzionati, di armamenti di ogni genere e con l’altra li si bombarda quando conviene farlo o perché diventano troppo pericolosi. Lo si vede attualmente in Libia, laddove i bombardamenti sono direttamente funzionali al sostegno di un governo non troppo dotato di sostegno popolare come quello di Al Sarraj, nel contesto anche di dinamiche di conflittualità interna tra potenze imperialiste tutte fortemente interessate ai giacimenti libici (la Francia, principale responsabile dell’attuale situzione di caos nel Paese, sostiene Haftar contro Al Sarraj).

Certamente formazioni come Isis vanno estirpate anche con il ricorso alla forza armata ma non ha certo senso a tale scopo armarli fino ai denti come hanno fatto e continuano a fare i Paesi menzionati. Ci vuole inoltre un progetto politico che sembra totalmente assente in Libia, mentre in Siria comincia a delinearsi quello della riorganizzazione del Paese su base federale esemplificato dal governo della Rojava. Andrebbe potenziato il ruolo del Consiglio di Sicurezza che ha emanato al riguardo la risoluzione 2259, superando le tendenze alla ripresa all’unilateralismo esemplificate dalla decisione statunitense.

La nostra mediocre classe politica, rappresentata da personaggi chiaramente non all’altezza della situazione come Renzi, Gentiloni, Pinotti e Mogherini, continua a barcamenarsi. Per tutto un periodo ha giustamente rifiutato (almeno a parole) un impegno diretto nel sanguinoso pasticcio libico, ma senza riuscire ad elaborare alcuna posizione degna di questo nome, tanto è vero che oggi accorre scodinzolando all’irresistibile richiamo dei padroni di sempre.

L’Italia, in omaggio al suo ruolo di potenza mediterranea, dovrebbe invece restarne fuori e cominciare a smontare il meccanismo mortifero e diabolico di cui si è parlato. Quantomeno seguendo l’esempio dell’Olanda che ha decretato la fine delle esportazioni di armamenti verso l’Arabia saudita, a costo di privare i propri funzionari dei preziosi Rolex elargiti dal governo di quest’ultima. Ma non c’è spazio per decisioni di questo tipo all’interno dell’asfittico orizzonte di politica estera praticato dal nostro governo che si proietta verso una nuova avventura bellica dagli sviluppi ed esiti indefiniti aggirando ogni controllo parlamentare e popolare.

Renzi&laRepubblica uniti nella lotta contro la verità. Il referendum contro la de-forma costituzionale è un atto dovuto (articolo 138 della Costituzione), non un cortese omaggio del Capo. Il manifesto, 7 agosto 2016

Grande titolo in prima pagina subito sotto la testata, ieri ha annunciato ai suoi lettori e al mondo il «Via libera al referendum». Una decisione che secondo il quotidiano romano è stata presa venerdì dall’ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione, che sarà ufficializzata lunedì ma che il giornale ha potuto «anticipare». La notizia era già stata pubblicata, con minore enfasi e certo per meno lettori, il giorno prima dal manifesto. Perché la riunione in cui i giudici della Cassazione hanno preso la loro decisione si è tenuta giovedì, non venerdì. «Via libera al referendum. I ribelli Pd pronti al No» il titolo di Repubblica ieri, «Referendum, arriva il via. Dieci No dai gruppi Pd» il nostro titolo il giorno prima.
Fin qui poco male, cose che capitano, a volte anche a noi. Molto male invece che si voglia far passare l’idea – aprendo la prima pagine del giornale su questa notizia, come abbiamo visto non precisamente inedita – che solo adesso possiamo essere certi che il referendum costituzionale si farà. Solo adesso che la Cassazione ha accolto l’ultima richiesta, quella dei comitati per il Sì sostenuta da quasi 600mila firme dichiarate. La richiesta di Renzi. Non è così, perché che il referendum si farà lo sappiamo con certezza da esattamente tre mesi. Dal 6 maggio, quando lo stesso ufficio della Cassazione ammise le richieste presentate prima dai parlamentari sostenitori del No e poi da quelli sostenitori del Sì. Con quanta enfasi trattò questa notizia allora la Repubblica? Nessuna, si limitò a inserirla all’interno di un pezzo il cui titolo era «Riforme, la sfida di Renzi. Al referendum si vedrà con chi sta il popolo». Il genere di slogan, sia detto per inciso, che adesso il presidente del Consiglio evita di utilizzare anzi nega di aver mai usato, ora che «non sono io a personalizzare il referendum».

In effetti non c’era (e non ci sarebbe) da scaldarsi troppo per la decisione della Cassazione. Perché in definitiva il referendum costituzionale è un atto dovuto quando si presentano le condizioni previste dall’articolo 138 della Costituzione, la prima delle quali è che la riforma non abbia ricevuto in parlamento la maggioranza «qualificata» dei due terzi dei voti. Come in questo caso. Ovviamente per presentare il referendum come il risultato dell’iniziativa di Renzi bisogna mettere un po’ tra parentesi questi dettagli. E poi, annunciare che solo adesso possiamo stare certi che il referendum si farà aiuta palazzo Chigi a gestire la prossima mossa: la scelta della data.

Al punto in cui siamo, nulla impedisce al presidente del Consiglio di convocare la prossima settimana il Consiglio dei ministri che deve fissare la data del referendum. Più volte Renzi ha sostenuto che, fosse per lui, si andrebbe a votare «il più presto possibile». L’ha detto anche in televisione ma a ogni buon conto lo ripeteva ancora ieri in un retroscena sempre su Repubblica, dunque possiamo fidarci: «Io voterei anche subito». Da qualche tempo però, da quando le amministrative prima e i sondaggi poi hanno fatto capire al presidente del Consiglio che rischia seriamente di perdere la «sfida», a queste solenni intenzioni si accompagnava la necessità di aspettare la decisione della Cassazione. Che è giunta solo ieri, all’improvviso, senza dare il tempo di immaginare una data – perché così ci fa capire Repubblica. E non basta. Ora «ci sono i tempi tecnici da rispettare», aggiunge Renzi, sempre nel retroscena.

Ma neanche questi tempi «tecnici» sono misteriosi: il referendum si deve tenere minimo 50 massimo 70 giorni dopo il Consiglio dei ministri che lo indice. Dunque, convocando i ministri la prossima settimana, potremmo tranquillamente andare a votare nelle prime settimane di ottobre. Anche il 2 ottobre, come Renzi si augurò in tv prima che cambiasse il vento. La legge di stabilità, il parlamento impegnato nella sessione di bilancio non possono essere indicati come un ostacolo, arriveranno dopo (l’anno scorso il governo presentò la legge in senato il 25 ottobre). Eppure non andrà così e voteremo a novembre inoltrato. Perché per allora Renzi spera di aver risalito la china. Aiuti non gli mancano.

Cronaca un po' reazionaria del conflitto tra esuli in cerca di rifugio e strumenti della repressione europea. Articoli di Andrea Di Blasio e Giulia Distefanis.

La Repubblica, 7 agosto 2016, tre domande nella postilla

SCONTRI A VENTIMIGLIA,
MUORE UN AGENTE
di Andrea Di Blasio

«Il poliziotto colpito da infarto durante i tafferugli con gli antagonisti. Tensione dopo la fuga degli immigrati in Francia La Questura: “Tutto organizzato dagli attivisti”. Toti: “Ora basta, intervenga il governo”. Oggi nuova manifestazione»

La tensione era nell’aria e ieri sera è sfociata in tafferugli tra forze dell’ordine e attivisti No Borders. Un agente si è improvvisamente accasciato a terra, chiedendo l’aiuto dei colleghi: «Sto male» è riuscito a dire. I soccorsi sono scattati subito, ma il poliziotto, 50 anni, assistente capo del Reparto mobile di Genova, è morto dopo l’arrivo all’ospedale di Sanremo. Lo scenario: il Parco Roja, che si trova in una zona periferica di Ventimiglia. Qui, da poco meno di un mese, vengono ospitati i migranti che si trovano nella città con la speranza, un giorno, di poter varcare il confine con la Francia.

Gli scontri tra No Borders e i reparti antisommossa di carabinieri e polizia sono iniziati intorno alle 20 fuori dal parco, dove già dalla sera prima gli attivisti avevano preso posizione in attesa della manifestazione in programma oggi alle 15 nel centro cittadino di Ventimiglia. Il tutto segue la “fuga” di venerdì di 140 migranti che hanno forzato il blocco per raggiungere la Francia. Ieri sono stati rispediti in Italia. E la Questura di Imperia ha attaccato: «Era tutto organizzato dai No Borders».

Durante i tafferugli di ieri l’agente ha all’improvviso avuto un malore: è stato caricato dai colleghi in un ambulanza e portato in codice rosso all’ospedale di Sanremo. Purtroppo non c’è l’ha fatta. Quasi sicuramente, è stato ucciso da un infarto mentre stava svolgendo il suo compito di sorveglianza e controllo dei migranti. Ha fatto in tempo solo a scendere dalla camionetta quando si è sentito male. «Non c’è stato contatto fisico con i dimostranti», confermano fonti della polizia.

Nel tardo pomeriggio di ieri si era svolta una operazione di controllo coordinata dalla Questura di Imperia con polizia e carabinieri a Camporosso, presso i locali dell’associazione Free Spot, dove i No Borders sono soliti ritrovarsi. Le forze dell’ordine erano alla ricerca di armi bianche: bastoni, coltelli. I controlli si sono intensificati in questi giorni in vista della manifestazione, non autorizzata, di oggi pomeriggio, con partenza in pieno centro, dalla piazza Costituente di Ventimiglia.

I No Borders avrebbero il loro “campeggio”, assai pubblicizzato in questi giorni tramite il tam tam sui social network, in località Ciaixe nel Comune di Camporosso. Fino a notte, dopo gli scontri e la tragedia, le strade che portano al Parco Roja sono rimaste chiuse e presidiate dalla polizia. Ventimiglia è ora una città blindata. Anche perché si teme che l’accaduto possa far crescere la tensione in vista della manifestazione in programma oggi alle 15.

«A Ventimiglia serve il pugno duro con chi ostacola le forze dell’ordine, serve che tutti i migranti vengano identificati e, chi non ha titolo, fermato ed espulso ». Lo ha scritto il governatore Giovanni Toti su Facebook. «Basta ipocrisie, basta perdere tempo. Il governo intervenga in forze ».

NO BORDERS E MIGRANTI
COSÌ IL CONFINE PIÙ CALDO
DIVENTA UNA POLVERIERA
di Giulia Distefanis

Giovani, provenienti da associazioni e centri sociali di Liguria, Piemonte e Lombardia, ma anche indipendenti. Determinati, irriverenti. La polveriera Ventimiglia ha loro come attori, accanto ai migranti che giungono qui da tutta Italia per provare a raggiungere la Francia, e alle istituzioni che a fatica gestiscono il flusso: gli attivisti No Borders. Nei giorni scorsi sono tornati ad alimentare la tensione con le forze dell’ordine, culminata ieri con la morte di un poliziotto, che però — ribadiscono — «è stata accidentale, era a distanza dagli scontri».

E neanche ora hanno intenzione di fermare le loro proteste in favore della libera circolazione dei migranti: anzi proprio in questi giorni si stanno riorganizzando chiamando a raccolta i volontari in un «campeggio di lotta contro i confini» messo su appena fuori dalla città. Oggi si riuniranno invece alle 15 ne centro di Ventimiglia, per una manifestazione che partirà da piazza della Costituente.

L’obiettivo? Sempre lo stesso: «Chiedere l’apertura delle frontiere e rivendicare il significato politico della presenza dei migranti qui, ascoltando le loro richieste». Una lotta che però lo sesso sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano giudica «più degli attivisti che dei migranti: non capiscono che fomentandoli, spingendoli a contestare il sistema di accoglienza e a fare proteste plateali come quella dell’altro giorno agli scogli dei Balzi Rossi, li danneggiano soltanto. Bisogna rispettare le regole per l’interesse di tutti».

La polveriera Ventimiglia, che per gli attivisti è un laboratorio d’Europa e per le istituzioni un problema in più da gestire, nasce con la protesta dei migranti: l’11 giugno 2015, sugli scogli dei Balzi Rossi al confine di Ponte San Ludovico. Dopo le prime settimane in cui i migranti dormivano soli sugli scogli, assistiti dalla Croce Rossa, un gruppo di autonomi aveva iniziato ad aggregarsi via Facebook, facendo collette e organizzandosi per portare viveri al confine. Nel giro di un mese ne era nato il Presidio permanente No Borders: migranti e volontari si erano spostati sotto “la pinetina” creando un vero e proprio campo profughi autogestito, con tende, cucina, bagni. Tutto su suolo occupato abusivamente. Una piccola Calais: tollerata a fatica da abitanti e istituzioni. Anche perché ogni giorno si organizzavano — proprio come il movimento sta tornando a fare ora — proteste contro il confine e le forze dell’ordine, con cori e urla. Sfociati spesso in scontri grandi e piccoli. Fino alla resa dei conti di fine settembre, quando il campo è stato sgomberato.

E poi? Poi le denunce, l’allontanamento di tanti attivisti dalla città tramite “fogli E poi? Poi le denunce, l’allontanamento di tanti attivisti dalla città tramite “fogli di via”, la speranza che il movimento con l’inverno si fosse sfilacciato. Ma nella primavera era tornato a dar vita a un’altra piccola Calais, lungo le sponde del Fiume Roja. E ora, che la soluzione sembrava trovata con il centro di accoglienza, o meglio di transito, voluto dalla prefettura, sono tornati per contestarne la gestione. «Non possiamo essere una città in ostaggio dei No Borders — ribadisce il sindaco —, chi sbaglia deve essere allontanato. Se si vuole discutere della gestione del centro, si può fare. Ma civilmente. Quei modi non possiamo accettarli». Ieri invece l’ennesimo corteo, gli ennesimi scontri. «Non facevamo nulla di grave — raccontano ancora gli attivisti, che preferiscono non essere citati per nome — volevamo solo raggiungere i migranti al centro e intonare con loro qualche coro di solidarietà. La polizia ci ha bloccati». E i toni si sono subito alzati, il conflitto è ripreso.

postilla
Tre domande. 1. Se nei secoli scorsi non ci fossero state proteste dure in piazza oggi godremmo dei diritti e del welfare? 2. Senza proteste gli uomini e le donne cacciati dalle loro terre dalla miseria e dalle guerre otterrebbero i loro diritti? 3. Perché legare, nel titolo e nel sommario dell’articolo, alle proteste la morte accidentale di un poliziotto?

«Ci sono villeggianti diversi, nell’estate del Mugello, oltre a quelli in cerca di fresco, silenzio e sagre del tortello. Sono i profughi del mondo, gli scampati a povertà e violenze che ascoltano musica afro nelle canoniche di chiesette sperdute».

La Repubblica, ed. Firenze, 6 agosto 2016 (c.m.c.)
Quando Moussa è arrivato a Faltona, a 4 chilometri da Borgo San Lorenzo, era quasi buio e aveva ancora addosso il salmastro della traversata. «Ma dove siamo? In una foresta?» si è detto scendendo nell’aia del casolare insieme agli altri ventiquattro compagni, scalzi e con addosso solo magliette strappate e pantaloni stretti con gli spaghi. Non è facile passare dal mare aperto a un bosco di castagni nel giro di dodici ore di pullman.

E quando non vedi né una casa, né un’auto, e l’unico rumore è un lontano borbottio di trattore, «ti chiedi dove sei finito »: non ci sono città, in Italia? Non era un paese pieno di vita, occasioni, cose da fare? Ci sono villeggianti diversi, nell’estate del Mugello, oltre a quelli in cerca di fresco, silenzio e sagre del tortello.
Sono i profughi del mondo, gli scampati a povertà e violenze che ascoltano musica afro nelle canoniche di chiesette sperdute, cucinano cus cus speziati a pochi metri dai barbecue dei turisti, e, di notte, corrono nel buio pesto della provinciale con addosso i giubbotti catarifrangenti. Sono oltre 400 (ad oggi) distribuiti su 9 Comuni, accolti senza clamorosi casi di rigetto, a parte Firenzuola (governato dal centro destra), o il quartiere di Borgo San Lorenzo intorno alla palazzina della stazione, dove però sono piombati in 50 mentre tutti gli altri sono piccoli gruppi, in gran parte sparsi nelle campagne, nuovi abitanti delle coloniche abbandonate.
È l’ibridazione del paesaggio di Giotto, uno scarto antropologico che spiazza non solo i mugellani, ma anche i loro ospiti del Ghana e del Senegel, del Burkina e della Costa D’avorio, della Nigeria e del Bangladesh, impauriti dalle bisce dei campi «perché da noi i serpenti sono tutti velenosi», spiega Barry, uno dei ragazzi di Faltona, o convinti di poter cacciare lepri e fagiani di notte con le trappole.
Un po’ per nostalgia, un po’ per rivalsa, piantano negli orti zucchine e pomodori ma anche zenzero e peperoncino, «anche noi abbiamo una tradizione» spiega Patrick, nigeriano, mentre adesso bisogna impararne un’altra, e in fretta, perché, come si sentono dire tutti i giorni, «vi servirà per vivere».
Ripartire «dalle mani, dai piedi, che quelli nessuno te li toglie», è il mantra degli operatori della Cooperativa il Cenacolo, che hanno ripulito la colonica ora diventata una casa, molto spartana ma dove, di sicuro, «non cadono bombe », come qualcuno temeva appena arrivato.
Nei Cas (i centri di accoglienza straordinaria) e negli Sprar (per i richiedenti asilo) mugellani i ragazzi studiano l’italiano, seguono laboratori di falegnameria, cucinano, tengono l’orto, giocano a calcio nei campi, fanno il bagno nella Sieve accanto alle famiglie di Borgo, che all’inizio si scansavano e adesso invece li invitano ai pic nic, e nelle ore libere, o la sera, possono uscire. Ma per andare dove, e soprattutto: come? È il volto più arduo dell’accoglienza bucolica, Borgo e Firenze sono a portata di Sita, ma la Sita la sera non c’è, e a una certa ora bisogna tornare sennò parte la segnalazione alla prefettura.

Ci sono le bici, ma con 35 gradi nemmeno a vent’anni è facile pedalare per trenta chilometri.Yassin, sudanese 34 enne operatore dell’Associazione Progetto Accoglienza, con 25 ragazzi nella canonica di Mucciano, lo ripete: «Preferireste pigiarvi in un appartamento a Firenze, dove se si sposta una sedia i condomini scrivono al prefetto?». Ma vai a spiegarlo a ragazzi già scampati alla morte cento volte, e che adesso cercano di scampare ai loro pensieri, ai loro incubi notturni: altro che silenziose notti mugellane, «in città ci si distrae, si fanno conoscenze, si pensa ad altro» spiega Mavis, nigeriano, e magari «si trova lavoro».

Yassin insiste, in città i lavori facili sarebbero proprio quelli da evitare, spaccio, furti, «meglio reggere l’impatto col nuovo mondo in un territorio protetto, che scontrarsi subito col suo volto peggiore». I ragazzi mugugnano, ma intanto hanno fatto amicizia coi vicini, che li chiamano per qualche lavoretto e poi gli offrono il dolce, mentre le aziende agricole li cercano per i lavori nei campi e li pagano con i voucher, sia pure con un tetto massimo, sennò si deve lasciare il Cas, «una assurdità della burocrazia», dice Yassin. Un’altra è che a Mucciano la Asl ha fatto smontare un pollaio già pronto perché non rispettava la distanza dalla casa, mentre è vietato mandare i ragazzi nei boschi a tagliare la legna.
Insomma, sì: scaraventare il mondo in Mugello è stata una scommessa. Ma che forse è valsa la pena, per gli uni e per gli altri: «Qui nessuno è leghista» dice un anziano di Borgo seduto in piazza Dante, «è solo questione di abitudine, dateci il tempo». Qualcuno ogni tanto protesta, sì, per i “neri” che chiedono l’elemosina nei bar, «ma finisce lì», e insomma quando Matteo Salvini ha provato a puntare su queste parti si è ritrovato contro una folla di incazzati. Eleonora Moscardi è la responsabile per i migranti di Associazione Insieme, che si occupa dei 31 ospiti della canonica di San Gavino, a dieci minuti in bici dal centro di Scarperia: «I paesi piccoli sono più diffidenti all’inizio, perché non sono abituati alle novità», spiega, «ma siccome c’è più coesione sociale, alla fine sono i meno impauriti».
Così, nel giro di dieci mesi Abel e Ambrose, Razu e Faruk sono diventati di casa nei bar e nell’ambulatorio del medico, e portano i loro piatti etnici alle feste della scuola. C’è chi si è dato del cretino quando, dopo aver pensato che «tutti questi musulmani avrebbero riempito il Mugello di moschee», la domenica li ha trovati a messa, perché metà di quelli di San Gavino sono africani, sì, e però cattolici. E se proprio si vuol parlare di religione, il vero sgarbo non è semmai di aver messo degli islamici dentro le canoniche? Meglio rifletterci su. Magari con i nuovi arrivati, insieme sotto l’ombra dei castagni.

«».Il Fatto Quotidiano online blog di Centro studi Unimed, 5 agosto

In Italia ben 5.627 comuni hanno meno di 5.000 abitanti, vale a dire il 69,9% del totale, e di questi, secondo una recentissima ricerca di Lega ambiente e Anci, ben 2.430 soffrono un forte disagio demografico ed economico. Negli ultimi 25 anni in questi territori un abitante su sette se ne è andato. Le case vuote, conseguenza di questo esodo che ha coinvolto soprattutto giovani, sono 1.991.557, cioè un terzo del totale. Questi comuni, abitati in prevalenza da anziani, non hanno prospettive per il futuro e, inoltre, si trovano in aree marginalizzate, lontane dalle principali vie di comunicazione.

In Italia esiste, però, un paese, Riace, in provincia di Reggio Calabria, situato a 300 metri sopra il livello del mare, che si è ribellato al lento spopolamento e ha reagito trasformandosi gradualmente in un paese modello di integrazione di rifugiati. Riace, oggi, conta 1.726 abitanti di cui 400 sono extracomunitari. Il sindaco Domenico Lucano, a cui si deve questa trasformazione, è stato nominato dalla rivista americana Fortune come una delle 50 persone più influenti al mondo, per essere riuscito a fare di Riace un modello di accoglienza.

Esempi come quello di Riace non sono isolati e anche altri comuni hanno avviato lo stesso percorso, tra questi Acquaformosa, Gioiosa Jonica e molti altri dimostrando, invece, che le migrazioni possono essere gestite in un altro modo, aiutando chi fugge dalle guerre e dalle persecuzioni ma, anche, le comunità locali che praticano l’accoglienza. In Italia la Rete dei comuni solidali, (Re.co.sol.), conta 800 comuni coinvolti nella rete Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati (Sprar). Di questi circa la metà sono realtà di piccole e medie dimensioni con potenzialità simili a Riace.

Come di recente ha dichiarato Giovanni Manoccio, sindaco di Acquaformosa e responsabile per le politiche di migrazione della regione Calabria,«i nostri progetti si svolgono tutti nei centri urbani, dando la possibilità ai migranti di integrarsi nella nostra comunità che è un modo per rispondere alla scommessa che riguarda tutto il meridione: lo spopolamento». Con i 35 euro giornalieri previsti per ogni migrante dal Ministero degli Interni, è possibile finanziare progetti mirati a una reale integrazione piuttosto che pagare alberghi o residenze nelle quali parcheggiare i migranti a tempo indefinito. Accoglierli nei paesi significa recupero di vecchi mestieri, collaborazione per la cura del territorio e riapertura delle scuole quando ci sono bambini.

Gli effetti positivi di questo tipo di accoglienza consentono la rinascita dei territori destinati a un sicuro declino. Di fronte all’arrivo massiccio dei richiedenti asilo che, nella prima parte dell’anno, ha già superato il tetto di 120mila immigrati a cui vanno aggiunti 13mila minori non accompagnati, questa strada alternativa va costruita, e l’aiuto dell’Europa può fare la differenza.

L’Italia può svolgere un ruolo decisivo in questa direzione valorizzando un modello di inserimento dei migranti più solidale ed inclusivo. L’integrazione, soprattutto di famiglie, in piccole comunità rappresenta, infatti, un’alternativa che ha grandi potenzialità e che può dare un futuro a quella parte dell’Italia destinata altrimenti a sparire.

Riferimenti

Sull'argomento vedi in questo sito, tra l'altro, l'
Eddytoriale n. 169, l'intervento di Gianna De Masi, la relazione di Ilaria Boniburini, Paolo Dignatici ed Edoardo Salzano, nonchè numerosi scritti nella cartella Esodo XXI secolo

L'Italia in guerra. Sempre più ristretto il numero dei decisori. Il popolo guarda, borbotta, dimentica che sarà lui a pagare, ascolta i suoi maestri e maestrini che si fanno i gargarismi con la parola "democrazia"; e i terroristi ringraziano.

Il manifesto, 5 agosto 2016

Se guardiamo alla sostanza delle cose e non solo alle parole, l’Italia si è infilata dritta come un fuso in una nuova avventura bellica. In Libia per giunta. Il passato ritorna. Gli Stati uniti hanno programmato un intervento aereo la cui durata sarà come minimo di un mese. Ma vi è già chi, nell’establishment militare americano, fa capire che è solo un termine indicativo, fatto più per essere prolungato che rispettato. Si invoca, e il governo italiano si è subito allineato, la risoluzione 2259 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, attraverso la solita cavillosa interpretazione del paragrafo 12 della medesima, che la Russia apertamente contesta, pretendendo invece una nuova eventuale decisione ad hoc da parte del supremo organo dell’Onu.

In questo quadro il coinvolgimento italiano è inevitabile se non viene espressa una volontà esplicitamente contraria. Le ragioni sono di natura militare e politica. Un’azione così prolungata nel tempo richiede l’utilizzo delle basi di Aviano e di Sigonella.

Particolarmente di quest’ultima, distante solo una ventina di minuti di volo dall’obiettivo. D’altro canto la Sicilia è sempre stata considerata oltreoceano una «portaerei americana» nel Mediterraneo, espressione mutuata da una quasi identica di Mussolini riferita a tutt’altro contesto.

A parte la parentesi dello scontro Craxi-Reagan di una trentina di anni fa, ha continuato ad esserlo fino ai giorni nostri. D’altro canto se l’Italia vuole realmente candidarsi alla guida della missione Liam per la “stabilizzazione” del paese libico, qualche contributo lo deve dare. In altre parole se gli scarponi non sono sul terreno, le basi aeree italiane sono già in guerra.

Ma chi lo ha deciso e chi lo avrebbe dovuto decidere? E’ ridicolo che siano solo le commissioni Esteri e Difesa riunite delle due camere ad essere “informate”, mentre l’Aula si deve accontentare di un question time della ministra Pinotti. Non si tratta di riferire ma di trovare la sede della decisione.

Si dirà che non è la prima volta che si verifica l’esautoramento del Parlamento da una delle decisioni più esiziali per un paese, l’entrata in guerra comunque mascherata - il termine intervento umanitario è immancabilmente ricomparso nelle dichiarazioni di Gentiloni. Ma non è una buona ragione per perseverare.

Quindi non solo è giusto e necessario che si chieda l’immediata convocazione delle camere per discutere il ruolo dell’Italia nella vicenda libica, ma che si torni a riflettere sulle conseguenze che la “deforma” della Costituzione può avere in questo campo.

Infatti tra i 47 articoli revisionati dalla legge Renzi-Boschi vi è anche l’articolo 78 che concerne la dichiarazione dello stato di guerra. Per la precisione l’attuale testo, ancora vigente fino (e speriamo anche dopo) al pronunciamento referendario recita «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari», mentre quello deformato dice: «La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari».

Come è noto attorno a questo articolo si è sviluppato negli anni un larghissimo dibattito, dai tempi della Costituente fino a quello degli anni migliori del movimento pacifista. Riassumerlo qui sarebbe un’ambizione smodata e insensata.

Ma è certo che tale formulazione era stata pensata dai costituenti come una deroga solo temporanea ed eccezionale, come strumento ultimo di difesa e non di offesa, al principio di ripudio della guerra sancito dall’Articolo 11 facente parte dei principi fondamentali della Carta. Il potere di attivare lo stato di guerra spettante al Parlamento si configura quindi come atto politico per eccellenza, presuppone e coinvolge principi etici, un’accurata valutazione del quadro politico e militare internazionale, una discussione grave e approfondita circa la necessità del l’instaurazione del regime giuridico di eccezionalità.

Discussione tanto più impegnativa e imprescindibile se si tiene conto delle modalità extraistituzionali, a livello internazionale e interno, con cui le decisioni belliche vengono assunte e i relativi mascheramenti linguistici con cui vengono giustificate. Per questa ragione più d’uno ha pensato che prevedere una maggioranza superiore per l’elezione, almeno in prima battuta, del Presidente della Repubblica a quella della dichiarazione dello stato di guerra fosse una assurdità. E vi sono state iniziative di parlamentari, anche trasversali, ma inascoltate, che hanno cercato di porre rimedio chiedendo che la dichiarazione dello stato di guerra potesse avvenire solo sulla base di un voto dei due terzi dei componenti le camere.

Il testo della “deforma” costituzionale peggiora in modo evidente questo quadro. Non solo e non tanto perché è solo una Camera che viene chiamata a pronunciarsi. Infatti il Senato continua ad esistere ed entra in decisioni chiave, come le leggi di revisione costituzionale, ma non su questa che è la più importante di tutte. Ma perché la nuova norma costituzionale, applicata in un contesto nel quale è entrato in vigore l’Italicum, fa sì che la maggioranza assoluta richiesta sia già data all’atto stesso della nascita della camera – grazie al premio di maggioranza dato a una minoranza – e che appartenga a un solo partito.

In questo modo la dichiarazione di guerra è affare esclusivo del partito di maggioranza relativa e, visti gli attuali chiari di luna, di un uomo solo, cioè il suo segretario. Potente regressione della democrazia e della civiltà giuridica, che possiamo e dobbiamo fermare con un forte No nel prossimo autunno.

Il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2016 (p.d.)

“Non siamo in guerra? Bugie per coprire attacchi preparati da tempo”. Tra una sessione e l’altra di un Campo di Lavoro a Castelvolturno, dedicata proprio alla convivenza tra italiani e africani (“qui oramai sono la metà della popolazione”), padre Alex Zanotelli rinnova i suoi strali verso i “negazionismi ” sulle operazioni in Libia.

Li lanciò già sei mesi fa.

È da tempo che sapevamo della presenza sul campo di militari americani, inglesi, forse anche italiani. Capisco del resto la paura a dichiarare i fatti: nella zona di Sirte ci sono forse solo un migliaio di miliziani dell’Isis, ma in tutta la zona saheliana gravitano altri gruppi radicali che guardano con interesse allo Stato islamico, a cui ha già aderito anche Boko Haram. L’offensiva verrebbe percepita come una nuova guerra coloniale contro un paese arabo-musulmano.

Fuori dalle percezioni, che guerra sarebbe?

Un conflitto per il petrolio, e magari per spaccare il paese in tre Stati, altro segnale tipico dei disegni coloniali. Stiamocene fuori, è tempo di fermare le guerre, non di farne altre.

In un suo appello, lanciato a inizio anno assieme allo storico Angelo Del Boca, lei ha ipotizzato un “solo caso in cui l'Italia può intervenire”, indicando la strada di una “missione di pace” su richiesta delle autorità locali. Tale missione potrebbe per lei prevedere l'accompagnamento di forze militari?

No, nessun intervento militare, le armi portano solo conflitti, non li risolvono. Né può bastare che sia solo uno dei tre attori principali (Tripoli, Tobruk, il generale Haftar) a chiedere una missione civile. Dovrebbero essere almeno in due, e con l’accordo dell’Onu, di altri paesi europei e dell’Unione Africana. O così o niente.

Nel suo no alla guerra c'è anche l'argomento che “i libici ci odiano”. Ma è proprio così?

Noi rimuoviamo il nostro passato, ma quei 100 mila libici impiccati e fucilati dai coloni italiani restano nella memoria locale. E poi rimuoviamo il nostro supporto alla guerra sbagliata del 2011, quando fornimmo le basi aeree e i cacciabombardieri per aggredire un paese col quale per giunta avevamo da poco firmato Trattati di pace e altre intese. La ministra Pinotti si ricordi che noi siamo responsabili, anche della fornitura di armi a paesi come l’Arabia Saudita e Qatar, che poi finiscono nei teatri bellici come questo. Altro che “liberatori”.

In questi anni si è discusso anche di operazioni militari orientate a fermare l'immigrazione.

Sull’immigrazione gli italiani dovrebbero prendersela con chi ha fatto la guerra. Quelle persone arrivano perché scappano dal caos. E arrivano perfino dal Bangladesh, in quanto la Libia stava relativamente bene e vi affluivano lavoratori da ovunque. Non difendo Gheddafi, era un dittatore, ma ha portato sviluppo e anche un'interessante modernizzazione dell'Islam. Quella guerra immotivata ha poi consegnato il paese alle milizie jihadiste. A Londra un rapporto parlamentare ha inchiodato Blair alle sue responsabilità per l’invasione dell’Iraq. Dovremmo farlo prima o poi anche noi per quanto fatto in Libia.
Peraltro lo stesso universo pacifista è descritto “in crisi”da un po’di tempo. Lei è d'accordo?
Confermo, e per almeno due motivi. Il primo è che c'è stato un abbassamento delle sensibilità, è passato il messaggio della guerra “venduta ” come una normale operazione politica. L'altro problema è che siamo spezzati tra mille rivoli, per motivi ideologici e altro. Dovremmo metterli tutti da parte. L’occasione può essere la Marcia della Pace del prossimo 9 ottobre. Che sia un momento unitario.

L’ITALIA sta cambiando pelle. Per la prima volta in novant’anni, nel 2015 la popolazione residente è diminuita (-130.061 unità), malgrado il leggero aumento degli stranieri (+11.716). Al 31 dicembre scorso eravamo 60.665.551 residenti, di cui oltre 5 milioni non italiani (8,3% su scala nazionale, 10,3% nel Centro- Nord), anzitutto romeni (22,5%) e albanesi (9,3%). Il saldo migratorio positivo è stato di 133 mila persone. Continuiamo peraltro a invecchiare, con un’età mediana di 44,7 anni. Seguendo le tendenze attuali, compresa un’immigrazione netta intorno alle 100 mila unità annue, nel 2050 ci ridurremo a circa 57 milioni. Senza immigrazione — ipotesi di pura scuola — perderemmo 8 milioni di abitanti, calando a 52 milioni. Come gran parte dei Paesi europei, Germania in testa, gli italiani del futuro prossimo saranno di meno, più vecchi e culturalmente più diversi. Ad allargare la forbice con la sponda Sud del Mediterraneo, dove gli abitanti crescono e sono giovani, dunque mobili e più disponibili a lasciare le loro case (o ciò che ne resta) per puntare alla riva Nord.

Immaginare che mutamenti tanto profondi possano impattare sull’Italia senza produrvi strappi, a tessuto sociale e politico- istituzionale costante, implica l’uso di sostanze stupefacenti. Eppure, proprio questa sembra la postura della nostra “classe dirigente”. Refrattari a riconoscere il mutamento quando affrontarlo produrrebbe costi politici e di immagine, i governi italiani, a prescindere dal colore, procedono per inerzia, aggiustamenti, reazione retorica alle emergenze. Rimuovono la cogenza della demografia, declassano le ondate immigratorie a fenomeni estivi — mentre nel pubblico si diffonde la sindrome dell’”invasione” — rinviano alla Chiesa, al volontariato e agli enti locali i compiti di accoglienza, rifiutano ogni scelta sul modello di inclusione di chi sbarca in Italia per restarvi.

Certo non possiamo invertire a comando il movimento naturale della popolazione, nemmeno se fossimo una dittatura. Ma non è consigliabile esimerci dal disegnare una strategia di sviluppo fondata sulla gestione sistemica dei flussi migratori, sull’integrazione di una quota determinante degli immigrati — soprattutto delle seconde, presto terze generazioni — e sulla correlativa necessità di stabilire relazioni speciali con le terre di origine dei nuovi italiani. Altrimenti la disputa sull’identità italiana sarà risolta nello scontro di piazza tra estremisti xenofobi militarizzati e bande di immigrati organizzate su fondo etnico-religioso, fra loro rivali. Con la maggioranza degli autoctoni a tifare per i primi, visto che l’82% degli italiani si dichiara ostile agli zingari (record europeo), il 69% ai musulmani (ci battono solo gli ungheresi, al 72%), cui si aggiunge lo zoccolo duro antiebraico (24%), sintomo classico di intolleranza per il “diverso”.

Sul fronte migratorio, la novità di quest’anno è che da paese di transito siamo diventati paese obiettivo. Chi sbarca nella penisola, sopravvivendo al Canale di Sicilia, tende a restarvi. Ciò per il convergere di costanti flussi migratori da Sud e più duri controlli alle frontiere alpine, con cari saluti allo spirito di Schengen.

Contrariamente alla retorica dell’”invasione”, quest’anno il numero dei migranti sbarcati in Italia è analogo a quello del 2015. La differenza sta nella crisi dell’accoglienza. Le varie tipologie di strutture deputate alla gestione immediata dei migranti sono al limite, spesso oltre. In tre anni siamo passati da 22.118 a 135.704 ospiti (al 21 luglio). Alle cifre ufficiali dobbiamo aggiungere un numero imprecisabile di persone allo sbando nel territorio nazionale. Secondo stime informali del governo, la soglia di collasso, oltre la quale si prevedono gravi problemi di ordine pubblico, sarà toccata quando il numero dei nuovi arrivati accolti in Italia si aggirerà attorno ai 200 mila. Siamo prossimi al punto di rottura, considerando anche il picco dei richiedenti asilo, cresciuti del 63% nel giro dell’ultimo anno.

«Il manifesto, 3 agosto 2016 (c.m.c.)

Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Libertà di migrare, Giulio Einaudi editore, 12,00 €.

Per decenni gli scienziati hanno sostenuto che la principale novità verificatasi nell’organismo che poi abbiamo chiamato umano sia stata la crescita del cervello. E invece non era vero: il salto qualitativo dei nostri antenati si è verificato dall’altro capo del corpo: nei piedi. Fu la formidabile invenzione della postura bipede.

Non ci avevo mai pensato e questa rivelazione, letta nel libretto appena uscito Libertà di migrare (Einaudi, pp. 130, euro 12), scritto da Valerio Calzolaio ( uno dei fondatori de il manifesto delle Marche, poi anche sottosegretario all’Ambiente in un governo Prodi, e autore, già nel 2010, di Ecoprofughi) con Telmo Pievani (docente di filosofia delle scienze biologiche e autore di numerosi volumi su questi temi), mi ha molto colpito.

In effetti, fu proprio l’uso più funzionale degli arti che consentì quasi tutto quello che poi gli umani hanno fatto. Senza questo supporto, anche il cervello, privo di stimoli, non si sarebbe sviluppato. Spingendolo a far ginnastica nel riflettere sulla scoperta del mondo che andavano facendo, esplorato per curiosità o per cercare condizioni più favorevoli di vita o, peggio, per sfuggire alla morte indotta dalle catastrofi naturali. Insomma: all’origine dell’umano c’è proprio la migrazione, la prima avventura cui i nostri antenati si sono dedicati. E noi siamo tutti figli di emigranti, per di più africani (la Terra come si sa si è popolata a partire da lì) e però provvisoriamente transitati per un’altra area cruciale, il Medio Oriente (questo volumetto lo consiglierei innanzitutto a Salvini, perché se ne facesse una ragione).

L’accadimento è molto antico, come prova quella che viene considerata la prima orma umana, impressa nel tufo creato dalla pioggia mischiata alle ceneri uscite da un vulcano in ebollizione in Tanzania. Si deve trattare all’incirca di due milioni di anni fa; e da allora la grande migrazione «out of Africa» ha popolato tutti i continenti, salvo l’Antartide, via via mischiando, differenziando, reciprocamente influenzando gli individui.

All’inizio, e a lungo, la migrazione – documentano gli autori – è stata tutta generata dai mutamenti ambientali. E così è in definitiva anche oggi e sarà sempre di più domani. Anche se da quando, con la prima agricoltura, venne al mondo «il terribile diritto di proprietà», cominciarono i conflitti, poi via via le guerre grandi, come quelle dei nostri giorni, e con loro si produsse un nuovo tipo di migrante, il rifugiato politico (un dato impressionante come metro della salute della democrazia contemporanea: questa categoria dal 1970 è triplicata!).

All’ «out of Africa» delle origini si è aggiunta, nell’epoca moderna, l’«out of Europe», cui dà un corposo impulso il colonialismo, che, al seguito degli eserciti conquistatori manda i suoi milioni di pieds noir. Un crescendo spaventoso, perchè l’occupazione del mondo si estende a dismisura: nel 1800 gli Stati nazionali guerrieri occupano il 35% delle terre, all’apogeo imperialista,nel 1914, si è arrivati all’81,4.

Le narrazioni sui migranti andrebbero intrecciate con quelle sui confini, con l’invenzione delle frontiere lungo cui si ergono muri, perché legittimano o delegittimano quello che è stato da sempre il movimento naturale degli umani (consiglio di leggere, in abbinata, il volume appena uscito che Sandro Mezzadra ha dedicato all’argomento, Terra e confini edito da manifestolibri).

Il fatto è che a differenza di altre categorie di odierni migranti quelli cosiddetti «ambientali» (vittime di eventi climatici o geofisici, quelli per catastrofi nucleari non sono nemmeno nominati) non hanno alcuno status legale. Nonostante esista un’Agenzia dell’Onu che si occupa del problema, la Unep, e nonostante proprio l’Onu abbia pubblicato, già nel 1985, il primo essenziale saggio sui rifugiati ambientali, scritto dell’egiziano Essam El Airmarwi. E nonostante la Dichiarazione sui diritti umani del 1948 reciti con grande chiarezza che deve esserci libertà di partire e diritto a restare per chiunque, ovunque.

A ricordare che i rifugiati climatici non hanno riconoscimento è stato papa Francesco: al paragrafo 25 dell’enciclica Laudato Si’. Poiché le previsioni ci dicono che nel giro di qualche decennio saranno 40 milioni gli abitanti delle città costiere minacciati di essere sommersi, e 700mila coloro che, sui 2,4 miliardi insidiati dalla desertificazione, costretti ad andarsene subito dalle loro terre, sarà bene cominciare ad occuparcene seriamente. Questo libro aiuta a capire.

Il manifesto, 3 agosto 2016 (p.d.)

«L’Italia valuta positivamente le operazioni aeree avviate dagli Stati uniti su alcuni obiettivi di Daesh a Sirte. Esse avvengono su richiesta del governo di unità nazionale, a sostegno delle forze fedeli al governo, nel comune obiettivo di contribuire a ristabilire la pace e la sicurezza in Libia»: questo è il comunicato diffuso della Farnesina il 1° agosto. Alla «pace e sicurezza in Libia» ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma.

Gli stessi paesi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia». L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, ha dichiarato al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.

È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse. La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.

Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.

Agli odierni raid aerei Usa in Libia partecipano sia cacciabombardieri che decollano da portaerei nel Mediterraneo e probabilmente da basi in Giordania, sia droni Predator armati di missili Hellfire che decollano da Sigonella. Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi «autorizza caso per caso» la partenza di droni armati Usa da Sigonella, mentre il ministro degli esteri Gentiloni precisa che «l’utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al parlamento», assicurando che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia. Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraph e Le Monde – operano da tempo segretamente in Libia per sostenere «il governo di unità nazionale del premier Sarraj».

Sbarcando prima o poi ufficialmente in Libia con la motivazione di liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.

Parte dei fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi, venne investita per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana. Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Fu Hillary Clinton – documenta il New York Times – a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», compresi gruppi fino a poco prima classificati come terroristi, mentre il Dipartimento di stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia». Contemporaneamente la Nato sotto comando Usa effettuava l’attacco aeronavale con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando lo Stato libico, attaccato allo stesso tempo dall’interno con forze speciali anche del Qatar (grande amico dell’Italia). Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia.

Il manifesto, 2 agosto 2016 (c.m.c.)

Dopo la Brexit, è sempre più evidente che l’Europa sta pagando i prezzi della globalizzazione, cioè dell’adesione a un paradigma che ha azzerato gli argini al capitalismo finanziario (ad esempio, facendo saltare ogni intercapedine protettiva tra risparmio e speculazione, economia reale e finanza tossica) e puntato tutto sulla creazione di un esercito proletario di riserva globale.

A dispetto della narrazione sui presunti effetti liberatori dell’empowerment individualistico, la sostanza concreta è uno stato di natura creato dall’alto, ovvero la guerra di tutti contro tutti tra subalterni. Nell’illusione di gestirla attraverso una separazione definitiva tra “alto” (inafferabile perché sradicato) e “basso” (depotenziato perché schiacciato sui territori): uno schema che ambiva a una completa immunizzazione del capitale e delle tecnocrazie al suo servizio.

Ci sarebbe l’ostacolo della democrazia, che in tempi difficili non è così agevolmente domabile (nonostante il potere del denaro e l’asservimento mediatico al discorso dominante). Ecco emergere, allora, un fronte antioligarchico, ambivalente quanto si vuole, ma che esprime un’effettiva energia politica “popolare”.

È bene essere chiari rispetto a quanto sta succedendo: non si tratta né di una sfortunata congiuntura (come se il fallimento dell’Europa fosse una calamità naturale), né di un destino cinico e baro (non ci avete capito, siete ignoranti, ve ne pentirete): il nodo è strutturale e la responsabilità complessiva, tanto economica quanto istituzionale e politica. L’establishment dell’Unione, e le classi dirigenti nazionali, hanno scelto di sacrificare il modello sociale europeo e di consegnarsi allo strapotere della finanza: per furore fideista travestito da necessità tecnica, convenienze nazionali (dei Paesi più forti), calcoli di piccolo cabotaggio (ad esempio del governo italiano), rifiuto di dire la verità sulle contraddizioni strutturali dell’euro, hanno «comprato tempo» (cfr. W.Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli 2013) confidando nel metadone (il quantitive easing) di Draghi.

Ma nel momento in cui l’Europa si è messa integralmente al servizio del culto ordoliberale, accantonando gli obblighi di solidarietà proclamati nella Carta dei diritti (tranne che, paradossalmente, per i ricchi tedeschi esportatori e i grandi creditori), si è condannata per forza di cose al ripudio da parte dei popoli europei.

È surreale, ma estremamente significativo, che ciò sia accaduto di fronte alla più grande crisi economica e sociale dopo il 1929: la memoria evidentemente non insegna più nulla, se non è sostenuta da soggettività politiche critiche e da una sfida antagonistica (come fu quella dell’eresia bolscevica) che la tengano viva. È come se la gestione della crisi e i suoi effetti avessero avuto un effetto di disvelamento sulla reale natura dell’Europa di Maastricht, edificata sulle macerie del Muro.

Se l’Europa, e in particolare l’area euro, si fosse incamminata, di fronte alla crisi, sulla strada di un’unione politica della solidarietà, la situazione attuale sarebbe molto diversa, perché avremmo non squilibri crescenti ma coesione (tra gli Stati e al loro interno), e ciò consentirebbe di affrontare con ben altre risorse materiali e simboliche la sfida complicata della costruzione di un’effettiva sfera pubblica europea e di un’integrazione paritaria. Ma questa strada avrebbe implicato una decisione politica esplicita e consapevole della sua natura costituente, che accettando il rischio di coinvolgere i popoli europei, ponesse fine a quell’aggiramento dei nodi del politico che in tanti hanno coltivato in questi anni.

La cruda realtà invece è che oggi siamo di fronte a un dispositivo di governo che tutela i forti e penalizza i deboli. Perciò è l’Europa stessa la prima fonte di divisione.

Del resto, che fossimo di fronte al rischio di una saldatura tra questione sociale e questione identitaria era evidente. Ma nulla è stato fatto per favorire un recupero di sovranità democratica e solidarietà sociale. Al contrario, governi tecnici e larghe intese sono serviti a blindare le fallimentari ricette antisociali dell’Ue, adottate in nome dell’emergenza, frutto dei dogmi stessi sulla quale l’Europa attuale è costruita. Sullo sfondo, il monito della lezione impartita ai greci riottosi, che avevano osato ribellarsi esercitando la loro libertà politica e il diritto a decidere di se stessi.

È notevole come la presunta neutralità tecnocratica viva di pregiudizi moralistico-antropologici: i greci irragionevoli, gli italiani scansafatiche, in generale i ceti popolari ignoranti e privi di lungimiranza. In realtà, sono le reazioni isteriche alla Brexit a rivelare grande superficialità: nessuna analisi seria, autocritica, un profluvio di moralismo propagandistico unito a umori violentemente antipopolari.

Le presunte nuove fratture, come quella generazionale, o fra istruiti e non, sono coperture fuorvianti, diversivi che mantengono il dibattito sulla superficie. Servono a compiacere e rassicurare i vincenti della globalizzazione (o quelli che ancora stanno a galla), attraverso una strategia di squalificazione morale degli esclusi, confermando l’auto-narrazione neoliberale. Ma le questioni profonde, strutturali, sono sociali, indotte dalle dinamiche del capitalismo globale e dell’Europa ordoliberale: impoverimento della working class, disoccupazione, decadimento delle infrastrutture pubbliche, tagli al Welfare. Il punto è che tali contraddizioni non sfociano in un conflitto economico-sociale esplicito, aperto, né trovano una coerente rappresentanza, e perciò si traducono in dicotomie (come quelle connesse all’immigrazione) che occultano o distorcono la loro concreta matrice.

Il vero tema, per il rilancio di una politica effettivamente di sinistra, e per una riflessione all’altezza di questo compito, è come recuperare a una dialettica democratica reale questo nucleo di classe. Si tratta di indagarlo nella concretezza delle forme in cui si manifesta, senza fare troppo gli schizzinosi, e a partire da qui riorientarlo verso i bersagli giusti, come ci invita a fare Zizek nel suo ultimo libro (La nuova lotta di classe, Ponte alla Grazie 2016), che smonta un bel po’ di luoghi comuni perbenisti della sinistra. Il primo rischio da evitare è quello del cordone sanitario rispetto ai «barbari»: ci porterebbe tutti sotto l’ombrello della Bce. Come aveva ben capito Gramsci, il pericolo per gli «intellettuali» è sempre quello di parlare di se stessi, scambiando il proprio punto di vista particolare, le proprie esigenze di ceto, con la realtà. Anche per questo in tanti, oggi, sono spiazzati da una realtà popolare» che non conoscono né comprendono.

Mentre i sintomi di una sindrome weimariana su scala europea si manifestano, le cosiddette élites, di cui ormai è parte integrante ciò che resta del socialismo europeo (che infatti è boccheggiante), continuano a vivere in un mondo rovesciato, in una bolla: non a caso credono (o fingono di credere) in cose che non esistono (l’Unione come democrazia sovranazionale, l’austerità espansiva, le magnifiche sorti e progressive del TTIP).

Tutto per non ammettere che stanno solo difendendo il «sistema» (il capitalismo finanziario: la democrazia e la dignità delle persone non c’entrano nulla) e che le terapie velenose che hanno imposto hanno solo peggiorato la situazione. I fallimenti sembrano renderle ancora più cieche e livide, quindi pericolose.

Tutto lascia prevedere che se non si attivano energie di sinistra in grado di riprendere contatto con la realtà sociale dei ceti popolari, l’uscita dal fallimento europeo sarà da destra. Il rischio è con l’Europa siano travolte anche le democrazie costituzionali.

«I genitori di questi minori conoscono i meccanismi di accoglienza, fanno un investimento sul futuro. Alcuni migranti minori adottati da Fiumicino sono ospitati in un centro accoglienza a Passoscuro che ha una capienza di 14 posti»

La Repubblica, 1 agosto 2016 (c.m.c.)

Scappano dalla guerra, dalla fame, dalle tragedie familiari. Sono minori tra i 10 e i 16 anni (in possesso di documenti spesso farlocchi). Diventano “figli” di Fiumicino perché arrivano in aereo da soli, il cartellino con il loro nome appeso al collo, e devono, per legge, essere presi in carico dal Comune che ospita lo scalo internazionale. Sono più o meno cento all’anno e il loro tutore, di tutti e cento, è il sindaco Pd di Fiumicino, Esterino Montino.

Si sapeva delle traversate drammatiche sui barconi. Nelle notti umide, con il mare ostile, abbiamo visto ragazzini soli, spaesati, con il giubbotto arancio in mezzo agli adulti stremati. Ma di questa altra modalità, l’arrivo in aereo, con finti accompagnatori che poi svaniscono nel nulla o finti parenti che dovrebbero attenderli a Fiumicino ma, in realtà, non si fanno vedere, di questo modo di fuggire verso il futuro, si conosce ben poco. Pochi giorni fa un aereo partito da Kinshasa ha trasportato quattro fratelli, il più piccolo di nove anni. Nuovi figli di Fiumicino.

Come funziona ce lo spiega il sindaco- tutore che si ritrova responsabile di questi ragazzini fino al compimento della maggiore età: «In genere dietro di loro ci sono famiglie più istruite che conoscono bene i meccanismi di accoglienza internazionali, famiglie che hanno almeno un parente che è in grado di pagare il biglietto aereo. Sono minori africani, somali, eritrei, nigeriani, anche molti afghani. Il ragazzino parte da solo, perfettamente istruito. Se ha meno di 15 anni c’è con lui un finto accompagnatore che poi sparirà all’arrivo. Bugia rodata: «In Italia mi aspetta lo zio Mohammed, amico di famiglia». È un viaggio per sempre, è l’investimento della famiglia sull’adolescente destinato altrimenti a vivere una vita misera tra fame o guerra, o tutte e due le cose insieme».

A Fiumicino, come in una piece teatrale, questi ragazzini attendono per molte ore che qualcuno li venga a prendere, sapendo bene che nessuno lo farà. Una volta accertato che sono soli al mondo, la polizia italiana fa le sue indagini preliminari e poi li affida al Comune. Di Fiumicino, naturalmente. Ed entra in scena il sindaco-tutore: «A mia volta chiamo il nostro servizio deputato. Abbiamo assistenti sociali, psicologi, personale qualificato».

I ragazzi cominciano a parlare, a raccontare le loro storie che nessuno può veramente controllare. La macchina del Comune si mette in moto, si cerca un posto dove ospitarli. Il Centro di Passoscuro può tenere fino a 14 minori. È quasi sempre pieno e la ricerca continua finché i nuovi arrivati sono tutti sistemati in luoghi adeguati, anche fuori regione, per esempio in Umbria. Ma è sempre Fiumicino che veglia e paga, dice il sindaco. Quanto? «La spesa - calcola Montino - si aggira mediamente intorno al milione di euro all’anno». 60, 90 euro al giorno per ragazzino.

Paga tutto il Comune, con un modesto contributo del Ministero degli Interni che arriva dopo anni. Un impegno finanziario enorme, un piccolo Comune che svolge «una funzione nazionale », fa notare parecchio preoccupato Montino. In questo momento il sindaco-tutore ne ha in carico una settantina.

Prendono lezioni di italiano, vanno a scuola, fanno sport, seguono corsi professionali. Nessuno vuol tornare da dove è arrivato. Un venti per cento, quelli più grandi, dopo una ventina di giorni scappa. Hanno parenti al Nord, in Germania, in Svezia, e tentano di raggiungerli. Gli altri rimangono, vengono allevati in Italia, i loro familiari, con cui a volte rimangono in contatto, almeno i primi tempi, hanno scommesso su questo.

Simona Baiocco, psicologa, responsabile del Centro di Passoscuro, ne parla come di figli: «Per ognuno di loro abbiamo un progetto e un percorso». Ahmed (nome di fantasia) compirà 18 anni tra pochi giorni e dovrà lasciare quella che è stata casa sua per quasi due anni. È arrivato in aereo dal Congo, il biglietto pagato da un giornalista che l’ha incontrato nel campo dove era ospitato. Orfano di madre, il padre militare ucciso. È bravissimo a scuola, fa palestra.

Una storia che sembra a lieto fine. Ora il Comune gli ha trovato una famiglia affidataria. Per il somalo Samir dimenticare è più difficile. Gli hanno ammazzato il fratello sotto gli occhi e lui si è salvato solo fingendosi morto. La madre è impazzita dal dolore, il padre è stato ucciso. Uno zio gli ha dato i soldi per l’aereo: «Vola via Samir e dimenticaci». Anche lui è diventato un figlio di Fiumicino.

Il Fatto Quotidiano online, 31 luglio 2016 (p.d.)
Da mesi si parla principalmente di economia in relazione all’Europa Unita, in particolare per mettere a nudo le contraddizioni della gestione politica di Bruxelles. Tuttavia esistono altre zone d’ombra nel "governo dell’Ue", altrettanto sconcertanti, che non vengono mai menzionate. Tra queste, forse tra le più preoccupanti c’è quella dei cosiddetti "aiuti" allo sviluppo a governi apertamente anti-democratici. Si tratta di un’espressione idiomatica che nasconde traffici di cui bisognerebbe vergognarsi. In realtà la parola ‘aiuto allo sviluppo’ spesso è sinonimo di sovvenzioni militari che hanno lo scopo di fermare i flussi migratori verso l’Europa ma che finiscono per potenziare regimi essenzialmente dittatoriali o nascondono il pagamento dei riscatti per gli ostaggi. Un disgustoso do ut des di cui il cittadino sa poco o nulla, ma che viene praticato con i soldi del contribuente.

L’ultima vergognosa proposta di un accordo di questo tipo risale all’inizio di luglio, quando la Commissione europea ha pubblicato una bozza di proposta per fornire 100 milioni di euro in aiuti alle forze armate di alcuni paesi africani: nella bozza si legge che il denaro verrà usato per bloccare migranti e rifugiati diretti prima in Libia e poi in Europa.

Un tempo questo sporco lavoro lo faceva Gheddafi ma oggigiorno è il presidente del Sudan Omar al – Bashir e la sua milizia governativa (mercenari della sua stessa tribù) conosciuta come la Forza di supporto rapido (Rsf). La Rsf non ha solo il compito di pattugliare i valichi di frontiera, fa parte dei servizi di sicurezza nazionale e di intelligence del Sudan. Alla Rsf appartengono uomini che hanno combattuto in Darfur con i Janjaweed, una milizia di tribù arabe sudanesi. A guidarla è un ex leader delle milizie Janjaweed, il generale Mohamed Hamdan Hametti, che si è impegnato ad inviare circa 1.000 dei suoi uomini lungo il confine con la Libia per bloccare i migranti. Sia al-Bashir che Hametti sono considerati colpevoli di crimini contro l’umanità in quanto artefici della violenza genocida durante la guerra civile del Darfur. Ma nessuno è ancora riuscito a trascinarli di fronte a una giuria.

Si legge nella proposta che gli "aiuti militari" dell’Unione europea potranno essere utilizzati per finanziare qualsiasi cosa, dai mezzi di trasporto per le truppe alle uniformi, alle apparecchiature di sorveglianza. Dal 2001 al 2009, Bruxelles aveva già concesso circa 1 miliardo di euro per la gestione delle frontiere e l’applicazione delle norme relative all’emigrazione. Tuttavia, questa è la prima volta che propone di pompare denaro direttamente in una struttura militare straniera.

I primi frutti di questo accordo già sono visibili: a metà luglio la Rsf ha arrestato oltre 300 migranti diretti in Libia attraverso il deserto nel Nord del Sudan. Che fine avranno fatto? Imprigionati nei gulag sudanesi simili a quelli creati da Gheddafi solo pochi anni fa o scomparsi in fosse comuni? Le loro sono vite che non contano nulla!

Per chi ha bisogno di rinfrescarsi la memoria, in Sudan la violenza politica tra i due gruppi etnici, i “contadini” (gli “africani”) e l’altro gli “allevatori di cammelli” (gli “arabi”) è iniziata nel 1970 ed era accentrata intorno alle dispute sulla proprietà della terra e i diritti di accesso all’acqua. La violenza è aumentata di anno in anno, e nel 1990, il governo del Sudan ha delegato la responsabilità di mantenere l’ordine pubblico a Khartoum, e nella regione circostante, alle milizie arabe Janjaweed, formate da alcuni gruppi di pastori, mettendo praticamente alla porta le forze di polizia.

Gli scontri violenti sono continuati ad aumentare finché nel 2003 il paese è piombato nella guerra civile. A questo punto, ha preso in mano la situazione il nuovo presidente Omar al-Bashir anche grazie all’appoggio di Washington, il cui emissario era niente di meno che Joe Biden, il vicepresidente del primo presidente di colore d’America, Barak Obama. Incitate da al Bashir, le milizie Janjaweed sono diventate estremamente violente attuando un programma di massacri, omicidi di massa, stupri, genocidi e facendo terra bruciata dovunque si nascondessero gli oppositori. Il genocidio del Darfur faceva parte di questo programma sanguinario.

Naturalmente Bashir, al potere dal 1989, nega le accuse mosse a riguardo del genocidio del Darfur dalla Corte penale internazionale (Icc). Interessante notare che proprio quest’anno è stato rieletto con il 94% dei voti in una votazione boicottata dai principali partiti dell’opposizione. Ufficialmente l’affluenza è stata del 46 per cento ma secondo molti osservatori l’affluenza è stata di gran lunga inferiore.

Nonostante diversi paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Norvegia, abbiamo criticato le elezioni, l’Unione europea ha reputato giusto inviare una delegazione per far visita al presidente e contrattare il nuovo accordo di sangue anti-migrazione.

La politica estera che i nostri leader conducono alle nostre spalle è un fertilizzante potente per la propaganda jihadista, una verità sulla quale è bene riflettere.

Ma il mondo (occidentale) è soddisfatto di avere al suo portone un guardiano feroce e spietato. «17 giornalisti arrestati sui 21 accusati di far parte della "rete" di Gulen. Erdogan ora punta la sua macchina repressiva contro i kurdi: uccisi 35 esponenti del Pkk. I media governativi: operazione dell’esercito dopo un tentativo di assalto a una base militare».

Il manifesto, 31 luglio 2016

Secondo fonti militari turche almeno 35 persone appartenenti al Pkk sarebbero state uccise da un raid aereo, dopo un tentativo di attacco ad una base nella provincia sudorientale di Hakkari, al confine con l’Iraq. Poche ore dopo, altri ribelli curdi hanno tentato di assaltare una base militare nella stessa zona. Negli scontri che ne sono conseguiti, sarebbero rimasti feriti almeno 25 soldati.

Tornano dunque gli scontri nel Kurdistan dopo gli eventi che hanno portato al tentato golpe e alla risposta da parte di Erdogan. La Turchia, paese Nato, di comune accordo con gli Usa, ha messo da tempo il Pkk tra le «organizzazioni terroristiche» e benché un anno fa sia stato raggiungo un cessate il fuoco, da tempo nelle regioni sud orientali del paese si è tornati a sparare. Il clima nel paese resta di massima tensione. Ieri un tribunale di Istanbul ha convalidato l’arresto di 17 dei 21 giornalisti turchi fermati dopo che lunedì era stato diramato un mandato di cattura per 42 reporter sospettati di far parte di quello che diventata la giustificazione di tutto da parte di Erdogan, ovvero di appartenere in qualche modo alla «rete» di Fethullah Gulen, accusato da Ankara del fallito golpe.

Le immagini dei reporter in manette, in marcia sotto gli occhi vigili dei poliziotti hanno fatto il giro del mondo. Gli altri 21 per cui è stato chiesto il fermo risultano ancora ricercati. Tra gli arrestati, con l’accusa di «far parte dell’organizzazione terroristica» di Gulen, c’è anche la reporter ed ex deputata Nazli Ilicak, 72 anni. È stato invece rilasciato l’ex responsabile dei contenuti digitali di Hurriyet, Bulent Mumay. E proprio Nazli Ilicak, veterana del mondo giornalistico nazionale e già «firma» riconosciuta e prestigiosa di quotidiani ed emittenti televisive, avrebbe dichiarato di non avere alcun rapporto con i seguaci di Fethullah Gulen; una presa di distanza che non le ha evitato il carcere.

A proposito di arresti: ieri Ankara ha deciso il rilascio di 758 delle 989 reclute militari arrestate in relazione al tentativo di golpe. E per capire che aria tiri nel paese bastino le parole del vice premier – Numan Kurtulmus – secondo il quale, membri dell’organizzazione di Gulen si anniderebbero anche all’interno dell’Akp il partito del presidente.

Un segnale della paranoia e della volontà di fare piazza pulita una volta per tutte da parte del «Sultano atlantico»: sull’eventualità che alcuni gulenisti possano essersi infiltrati nel partito, il vice primo ministro – che a sua volta fa parte dell’Akp – ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Hurriyet che «è possibile perché per molti anni ci sono state persone che appartenevano a questa organizzazione e che erano nell’establishment dell’Akp».

«Purtroppo – ha aggiunto – sono stati tollerati. Hanno avuto anche dei ministri». Kurtulmus ha infine annunciato che i gulenisti saranno rimossi dall’Akp come lo sono stati dalle alte sfere dello stato, dalla magistratura all’esercito. Su questo argomento non si è espresso Erdogan, che ieri si è dedicato invece alle critiche che arrivano dal mondo occidentale. L’Unione europea e gli Usa – ha detto il presidente – non devono dare consigli alla Turchia, bensì «occuparsi degli affari loro».

Erdogan ha così commentato con i giornalisti ad Ankara i timori espressi dall’Occidente per le epurazioni che hanno seguito il fallito golpe militare del 15 luglio.

Ieri il ministro dell’interno turco, Efkan Ala, ha annunciato che sono state arrestate 18.044 persone dal fallito colpo di Stato e che per 9.677 di loro è stata confermata la misura del carcere. «Alcune persone ci danno consigli. Dicono che sono preoccupate. Fatevi gli affari vostri! Guardate le vostre azioni», ha affermato Erdogan, citato dai media locali. «Non una singola persona ci ha fatto le condoglianze e poi dicono che Erdogan è così arrabbiato». Il presidente ha inoltre annunciato di aver ritirato le denunce contro «chi mi ha insultato».

«e». Corriere della Sera, 31 luglio 2016 (c.m.c.)

Di ritorno, dopo una lunga assenza, nel mio vecchio quartiere di Londra, passando dalle parti della locale scuola elementare, ho notato un cambiamento. Molti dei miei amici una volta studiavano qui, e di recente — quando una malattia in famiglia ci ha costretto a ritornare in Inghilterra per un anno — vi ho iscritto mia figlia.

Un bell’edificio vittoriano in mattoni rossi, per molto tempo oggetto di «misure speciali», un giudizio dell’ispettorato scolastico chiamato Ofsted, il livello più basso attribuibile a una scuola statale. Con una valutazione simile, molti genitori ovviamente si spaventerebbero e iscriverebbero i loro figli altrove; altri, vedendo con i loro occhi ciò che Ofsted — che si affida principalmente ai dati — non può umanamente vedere, dubiterebbero della ragionevolezza di Ofsted, e resterebbero lì. Altri però potrebbero non saper leggere in inglese, o non avere a casa una connessione ad Internet, o non aver mai sentito parlare di Ofsted, o ancor meno considerato di controllare ossessivamente il suo sito.

La mia storia

Nel mio caso, avevo il vantaggio della storia locale: per anni, mio fratello ha insegnato qui, in un doposcuola per bambini immigrati, e sapevo perfettamente bene quanto la scuola fosse, come è sempre stata, valida e ospitale nei confronti della sua popolazione eterogenea, in molti casi appena arrivata nel Paese. Ora, a distanza di un anno, Ofsted l’ha giudicata ufficialmente «Buona» e, conoscendo i residenti della zona, ciò significa che più genitori borghesi, solitamente bianchi, correranno quello che considerano un rischio, si trasferiranno nei dintorni della scuola, e manderanno lì i loro bambini.

Se questo processo si sviluppa come a New York, la borghesia bianca aumenterà, assecondando la trasformazione da quartiere popolare a residenziale, e i confini del «bacino di utenza» scolastica si restringeranno, fino a renderlo, nel corso degli anni, quasi totalmente omogeneo, con tratti di diversità; a quel punto, l’ente di regolamentazione gli attribuirà finalmente la sua valutazione più alta. Ma nel vecchio quartiere non è ancora successo niente di tutto ciò, né, forse, succederà mai — data la sua lunga e orgogliosa storia di qualunque forma concepibile di diversità — e comunque, questo non era il cambiamento che avevo notato passando di lì.

All’epoca, il mio particolare tipo di paranoia liberale era focalizzato su altro: ho notato il recinto. Perché questa scuola vittoriana, a cui per cento anni sono bastate delle ringhiere di ghisa per delimitare i suoi confini, ora aveva aggiunto tra le sbarre quelle che sembravano delle alte stecche di bambù, unitamente a due metri di piante fatte arrampicare sulle assi, impedendo la vista del cortile, e quindi dei bambini che giocano, dalla strada. Sono andata a casa e ho mandato una email di fuoco a un paio di rappresentanti dei genitori:

«Sono passata nei pressi della scuola per la prima volta da quando sono tornata a casa (ieri) e ho notato il velo di legno — per non dire altro — eretto intorno alla scuola. Mi ha rattristato. Ho abitato per 40 anni in questa zona. Ho visto erigere un muro fuori dalla scuola ebraica dieci anni fa, e qualche anno fa, intorno a quella musulmana. Ma non avrei mai pensato di trovarne uno fuori... Sono molto curiosa di sapere come si è arrivati a questo, chi l’ha richiesto, come mai è stato deciso, se i genitori ne sono contenti, e quale è — ufficialmente — il suo scopo. «Sicurezza»? «Privacy»? O qualcos’altro?

Una email feroce, piena di paranoia liberale. La risposta che ho ricevuto era invece ragionevole ed educata. «Privacy e inquinamento» erano le ragioni addotte, in particolare il problema dell’inquinamento, «una cosa assai rilevante al momento», che la scuola era stata chiamata ad affrontare su richiesta del consiglio locale. Inoltre il cortile è pieno di cemento, la vegetazione ingentilisce l’area, e francamente, i rappresentanti dei genitori non avevano immaginato che il nuovo allestimento sarebbe sembrato in qualche modo difensivo o strano ai passanti. Rileggo la mia email e mi vergogno di averla inviata. Quale stato d’animo mi aveva portato a interpretare così negativamente un semplice ritocco estetico?

Realtà e simboli

Sono abituata al cambiamento: da queste parti è la regola. Il vecchio ginnasio in cima alla collina è diventato una delle più grandi scuole musulmane d’Europa; la vecchia sinagoga è diventata una moschea; la vecchia chiesa ora è un palazzo di case private. Le ondate migratorie e di trasformazione residenziale attraversano queste strade come bus. Ma suppongo che questa scuola locale, nella mia mente, fosse una specie di simbolo. E se c’è qualcosa che negli ultimi tempi abbiamo imparato, è che, noi britannici, finiamo per comportarci in modo strano quando lasciamo che le realtà materiali si trasformino in simboli.

Valutavo questa piccola scuola in modo speciale, simbolico, come un’istituzione variegata in cui i figli delle famiglie relativamente ricche e i poveri, i figli di musulmani, ebrei, indù, sikh, protestanti, cattolici, atei, marxisti, e quel tipo di persone che fanno del Pilates una religione, seguono le lezioni tutti insieme nelle stesse aule, giocano insieme nello stesso cortile, discutono insieme della loro fede — o della sua mancanza — mentre passo e spesso guardo dentro, trovando così una vitale conferma simbolica che il mondo della mia infanzia non è ancora scomparso del tutto.

In questi giorni, la scuola ebraica assomiglia a Fort Knox. La scuola musulmana segue a poca distanza. Anche la nostra piccola scuola era destinata a diventare un luogo circondato da un recinto, separato, privato, paranoide, preoccupato per la sicurezza, che dà le spalle alla comunità più estesa?

Il referendum

Due giorni dopo, i britannici hanno votato per la Brexit. Mi trovavo nell’Irlanda del Nord, dai miei suoceri, dei protestanti nordirlandesi moderatamente conservatori con i quali mi sono trovata d’accordo, per la prima volta nella nostra storia, in merito a una questione politica. Lo choc che avevo provato di fronte alla staccionata ora lo provavo davanti alla loro enorme televisione, mentre guardavamo insieme l’Inghilterra isolarsi dal resto dell’Europa dietro a uno steccato, senza un pensiero per le conseguenze per i suoi cugini scozzesi e irlandesi a Nord e Ovest del Paese.

Da allora, è stato scritto molto sul comportamento spaventosamente irresponsabile sia di David Cameron che di Boris Johnson, ma non penso che mi sarei concentrata completamente su Boris e Dave se mi fossi svegliata nel mio letto, a Londra. No, in quel caso le mie riflessioni sarebbero state essenzialmente di tipo ermeneutico. Cosa significa questo voto? Cosa riguardava? L’immigrazione? Le disuguaglianze? La storica xenofobia? La sovranità? La burocrazia Ue? La rivoluzione anti-neoliberale? La lotta di classe?

Ma nell’Irlanda del Nord era chiaro che questa sicuramente non c’entrava, neanche lontanamente, e ciò mi portò a riflettere sullo straordinario atto di solipsismo che aveva permesso a questo piccolo Paese, a lungo brutalizzato, di diventare il danno collaterale di una frattura interna al Partito conservatore. E la Scozia! Difficile da credere. Che due uomini presumibilmente istruiti, che si suppone avessero letto la storia della Gran Bretagna, abbiano potuto, con tale mancanza di scrupoli, mettere a repentaglio un’unione sudata, vecchia di 300 anni — per soddisfare le loro ambizioni personali — quella mattina, sembrava, a me, un crimine più grave della rottura del decennale patto europeo che l’aveva causato.

I «piromani»

«Conservatore» non è più il termine giusto per entrambi: quella parola quanto meno implica la cura e la tutela di un’eredità. «Piromane» sembra essere un termine più preciso. Intanto, Michael Gove e Nigel Farage sono i veri ideologi di destra, con una chiara agenda, per cui lavorano da molti anni. Il primo aveva la sua idea del cavallo di Troia della «sovranità», il cui simbolo vuoto avrebbe presumibilmente partorito una finanza libera e deregolamentata.

Il secondo, dimessosi il 4 luglio, sembrava essere nella morsa di un’autentica ossessione razziale, combinata alla determinazione di isolare con un recinto la Gran Bretagna dal pensiero comune europeo, non solo per questione di libertà di movimento ma anche per una serie di questioni: dal cambiamento climatico, al controllo delle armi, al rimpatrio degli immigrati.

Un referendum esalta gli aspetti peggiori di un sistema già imperfetto — la democrazia — convogliando in un cancello stretto una quantità impressionante di problemi. Ha le sembianze dell’intensità — Democrazia definitiva! Pollice in su o in giù! — ma in pratica banalizza la questione in modo fuorviante. Anche molti di quelli che hanno votato «Leave», alla fine, hanno sentito che il loro voto non esprimeva esattamente i loro sentimenti. Avevano un’ampia varietà di ragioni per il loro voto, e gran parte del fronte «Remain» era similmente scisso.

Porre la questione in termini binari aveva quasi comicamente rimosso parte della riflessione. Un amico la cui madre vive ancora nel circondario descrive una conversazione, al di là del recinto, tra sua madre e una persona di sinistra del Nord di Londra, che spiegava alla madre del mio amico che lei stessa aveva votato «Leave» per «cacciare quel maledetto ministro della Sanità!». Ah, anch’io, come molti cittadini di questa grande nazione, sogno di liberarmi di Jeremy Hunt, ma un referendum risulta essere un martello molto inefficace per mille chiodi storti.

«Cosa ci hanno fatto?»

Il primo istinto di molti elettori di sinistra pro «Remain» era pensare che fosse solo una questione di immigrati. Quando sono emersi i numeri ed è stata resa nota l’analisi dettagliata delle classi ed età, si è delineata più chiaramente una rivoluzione operaia populista, sebbene fosse una di quelle che rendono sempre perplessi i liberali borghesi, inclini a essere sia politicamente ingenui che sentimentali nei confronti della classe operaia. Per tutto il giorno, ho chiamato a casa e inviato email, cercando di elaborare , come gran parte di Londra — o quanto meno la parte che conosco — il nostro grande senso di choc. «Cosa hanno fatto?» ci siamo detti, a volte riferendoci ai leader, che sentivamo dovessero sapere quello che facevano, e altre volte alla gente che, deducevamo, non lo sapeva.

Ora sono tentata di pensare che fosse il contrario. Fare qualcosa, qualunque cosa, era vagamente lo scopo. La nota caratteristica del neoliberismo è che ti dà l’impressione che non puoi fare niente per cambiarlo, ma questo voto offriva il raro premio di causare una rottura caotica in un sistema che, usualmente, asfalta tutto quello che trova sulla sua strada. Ma anche questa interpretazione più ottimistica di sinistra — che si trattava di una reazione violenta, più o meno ponderata, una reazione all’austerità e al precedente crollo economico neoliberista — non può negare il razzismo casuale che sembra essere stato sguinzagliato parallelamente, sia dalla campagna che dallo stesso voto.

I racconti di mia madre

Ai molti aneddoti, ne aggiungerò due riportati da mia madre, di origini giamaicane. Una settimana prima delle votazioni, uno skinhead è corso contro di lei a Willesden, gridandole in faccia «Über Alles Deutschland!» (La Germania sopra tutto, ndt ), come una reminiscenza della fine degli anni Settanta. Il giorno dopo il voto, una signora, che faceva acquisti di biancheria e asciugamani in Kilburn High Road, si fermò davanti a mia madre e alla mezza dozzina di altre persone originarie di altri Paesi, annunciando a nessuna in particolare: «Allora, adesso dovrete andarvene tutti a casa!”.

Cosa hai fatto, Boris? Cosa hai fatto, Dave? Eppure, in questo racconto dei nostri leader solipsistici, che hanno innescato la bomba senza pensarci troppo, c’è una storia meno gradevole del nostro solipsismo londra-centrico, che mi pare altrettanto reale, e questa ha creato un diverso tipo di velo, forse altrettanto difficile da penetrare come la cieca ambizione personale di un uomo come Boris. Il trauma profondo, che — come tanti altri londinesi — ho avvertito dopo l’esito del voto, suggerisce come minimo che dobbiamo aver vissuto dietro a una sorta di velo, incapaci di vedere il nostro Paese per quello che è diventato.

La notte prima di partire per l’Irlanda del Nord, ho cenato con dei vecchi amici, intellettuali del Nord di Londra, in effetti esattamente il genere di persone a cui il parlamentare laburista Andy Burnham si riferiva simbolicamente, quando dichiarò che il Labour Party aveva perso terreno rispetto all’Ukip perché era «troppo Hampstead e non abbastanza Hull», sebbene, certo, in realtà fossimo stati da tempo tutti esclusi da Hampstead dai banchieri e dagli oligarchi russi. Stavamo considerando la Brexit. Probabilmente i commensali di ogni cena nel Nord di Londra facevano altrettanto. Ma è emerso che non potevamo averla considerata molto bene perché nessuno di noi, neanche per un momento, credeva che potesse accadere. Era così ovviamente sbagliata, e noi avevamo così ovviamente ragione. Come poteva succedere?

Risolta questa questione, siamo passati tutti a deprecare la strana tendenza delle ultime generazioni di sinistra a censurare e zittire i discorsi e le opinioni che considerano in qualche modo sbagliate: Niente propaganda, spazi sicuri, e tutto il resto. Avevamo tutti ragione anche su queste cose. Ma poi, dall’angolo, su un divano, la più intelligente di noi, mentre allattava un neonato, aspettò che finissimo di sproloquiare per aggiungere: «Beh, hanno preso quell’abitudine da noi. Noi volevamo essere visti dalla parte della ragione. Dalla parte giusta di una questione. Ancor più che fare qualunque cosa. Avere ragione era sempre la cosa più importante» .

Nei giorni successivi all’esito delle votazioni, ho pensato molto a questa analisi. Ho continuato a leggere i pezzi di fieri londinesi che parlavano orgogliosamente della loro città multiculturale rivolta all’esterno, così diversa da quelle località del Nord, provinciali e xenofobe. Suonava corretto, e volevo che fosse vero, ma l’evidenza che appariva ai miei occhi offriva una contro-narrazione. Perché la gente di questa città che vive veramente in una dimensione multiculturale è quella i cui figli sono educati in ambienti misti, o che vivono in ambienti autenticamente eterogenei, in case popolari o in un pugno di quartieri storicamente variegati, e non ce ne sono più tanti quanti ci piace credere.

L’equivoco multiculturale

Attualmente, gli aspetti della vita di molti londinesi che si presumono essere multiculturali e trasversali a tutte le classi sono in realtà rappresentati dal loro personale di servizio — tate, addetti alle pulizie —, quelli che versano i loro caffè e guidano i loro taxi, o ancora quei pochi, onnipresenti principi nigeriani che trovi nelle scuole private. La verità dolorosa è che gli steccati sono eretti dappertutto a Londra. Intorno alle aree scolastiche, ai quartieri, intorno alle vite. Una utile conseguenza della Brexit è di rivelare, alla fine apertamente, una profonda frattura nella società britannica, che ha impiegato trent’anni per prodursi.

I divari tra Nord e Sud, tra le classi sociali, tra i londinesi e tutti gli altri, tra i ricchi e i poveri londinesi, tra i bianchi, gli scuri e i neri sono reali, e devono essere affrontati da tutti noi, non solo da quelli che hanno votato «Leave». Tra tutte le caratterizzazioni isteriche di quei sostenitori del «Leave» — non ultime le mie stesse — all’indomani del voto, mi sono fermata a pensare a una giovane che avevo notato nel cortile l’anno in cui mia figlia frequentava quella scuola oggetto di misure speciali. Era una madre, come il resto di noi, ma almeno 15 anni più giovane. Dopo aver camminato dietro di lei verso casa un po’ di volte, ho immaginato che vivesse nello stesso quartiere di case popolari in cui sono cresciuta. La ragione per cui l’ho notata era perché mia figlia si era profondamente innamorata di suo figlio. Il prossimo passo naturale era un appuntamento per giocare in casa.

Ma quel passo io non l’ho mai fatto, e lei neppure. Non sapevo come far breccia in quella corazza di paura e diffidenza che sembrava provare verso di me, non perché fossi nera — l’avevo vista parlare allegramente con altre mamme nere — ma perché avevo il marchio della borghesia. Mi aveva visto aprire il portone nero tirato a lucido della casa di fronte alla sua palazzina popolare, come io avevo visto lei entrare ogni giorno nella tromba delle scale di quello stabile.

Ripensai a certi episodi che avevano segnato la mia infanzia, quando le cose erano al contrario. Potevo invitare la ragazza con la villa sul parco nel nostro misero appartamento popolare? E più avanti, quando ci eravamo trasferiti in un decorosissimo appartamento dal lato giusto di Willesden, potevo andare a trovare la mia amica in uno sgarrupato dal lato sbagliato di Kilburn?

La risposta era, di solito, affermativa. Non senza tensione, non senza qualche mortificante episodio da commedia sociale, o qualche fugace scena di vita domestica al confine con la tragedia — ma era comunque affermativa. Allora, eravamo tutti ancora disposti a correre il «rischio», se questa è la parola giusta per descrivere l’ingresso nelle vite altrui, in modo concreto e non solo simbolico. Ma in questa nuova Inghilterra sembrava, almeno per me, impossibile. E credo anche per lei. Il divario tra noi era diventato troppo ampio.

La casa vittoriana alta e stretta che ho comprato una quindicina d’anni fa, pur essendo esattamente lo stesso tipo di abitazione in cui vivevano in miei amici d’infanzia della borghesia, oggi vale una cifra scandalosa, e temevo potesse pensare che io avessi sborsato una cifra scandalosa per accaparrarmela. La distanza tra il suo appartamento e casa mia — pur misurando in realtà solo duecento metri — è simbolicamente più estesa che mai. Il nostro potenziale appuntamento per far giocare i bambini aleggia da qualche parte su questo abisso, e non si è mai concretizzato, perché non ho mai osato chiederlo.

Cocktail e diseguaglianze

Le diseguaglianze estreme frammentano le comunità, e dopo un po’ le crepe diventano così ampie che l’intero edificio viene giù. In questo processo tutti ci rimettono da tempo, ma probabilmente nessuno quanto i bianchi della classe lavoratrice ai quali non è rimasto davvero nulla, nemmeno la presunta levatura morale che deriva da un trauma conclamato o dallo status riconosciuto di vittima.

La sinistra si vergogna profondamente di loro. La destra li considera solo un utile strumento per le proprie ambizioni personali. La scomoda rivoluzione della classe lavoratrice alla quale stiamo oggi assistendo è stata tacciata di stupidità — io stessa l’ho maledetta il giorno in cui è scoppiata — ma più la si analizza, più ci si rende conto che da un certo punto di vista ha un che di geniale, perché ha saputo intuire le debolezze del nemico e sfruttarle in modo efficace. Alla sinistra borghese piace così tanto avere ragione! E una fetta così consistente della reietta classe lavoratrice ha scelto in modo così flagrante e spudorato di sbagliare.

C’è tutta una tradizione, in Gran Bretagna, di ridicolizzazione dei poveri, colpevoli di «tagliarsi le gambe da soli», di «votare contro i propri interessi». Ma il ceto medio e medio-alto neoliberale è stato non meno autolesionista, vivendo nelle sue prigioni dorate di Londra. Se vi sembra un’esagerazione, fate un salto a Notting Hill e date uno sguardo alle auto della vigilanza privata, pagate dai residenti del quartiere, che pattugliano le strade su e giù lentamente, davanti a tutte quelle dimore da 20 milioni di sterline, magari nel timore degli abitanti degli edifici popolari ancora abbarbicati lì, dall’alto lato di Portobello Road. Oppure passate al Savoy e date un’occhiata alla lista dei cockail vintage, dove il drink più economico viene offerto a 100 sterline (il più caro è qualcosa chiamato Sazerac — che afferma di essere il più costoso cocktail al mondo — e viene 5 mila).

Tempi strani.

Naturalmente quella lista dei cocktail è solo un altro stupido simbolo, ma lo è del suo tempo e luogo. A Londra si assiste da tempo a una folle ostentazione del denaro, e noi che siamo qui a guardare fatichiamo a cogliere, in certi simboli, la minima traccia di una vita piacevole, armoniosa o addirittura felice (una persona felice ha bisogno di farsi vedere mentre ordina un cocktail da 5 mila sterline?), anche se chi è così ricco può almeno agevolmente illudersi di essere felice, ricorrendo a quella che i marxisti di una volta definivano «falsa coscienza». Quello stereotipo antiquato non è più adatto a descrivere i britannici che vedono negati i loro diritti economici e sociali: sono persone che faticano ad andare avanti, profondamente infelici, e lo sanno bene.

Destra e sinistra

Davvero credo che, lasciando da parte quelli di destra ideologicamente convinti, come pure gli idealisti di sinistra che si oppongono alla Ue definendola uno strumento del capitalismo globale, la maggioranza dei cittadini che hanno votato «Leave» sia stata spinta dalla rabbia, dalla frustrazione e dalla delusione, aiutata in questo da anni di calcolata manipolazione da parte della stampa e dei politici di certi bassi sentimenti e istinti di base. Per quanto sia doloroso scrivere queste cose, se Google ha registrato nelle ore successive al voto un alto numero di cittadini britannici intenti a chiedere al motore di ricerca «Cos’è la Ue?», è assai difficile negare che il 23 giugno scorso una percentuale significativa della nostra popolazione abbia vergognosamente trascurato quello che è un suo dovere democratico.

La gente merita di essere ascoltata, a prescindere da come vota, ma l’ignoranza alle urne elettorali non è un successo da festeggiare o da difendere in mala fede. E, al di là dell’ignoranza, è semplicemente sbagliato prendere un’iniziativa seria senza aver seriamente considerato le sue conseguenze per gli altri cittadini, e in questo caso per intere nazioni sovrane a Nord e a Ovest del proprio territorio, per non parlare del resto d’Europa. Detto questo, non trovo che le persone che hanno votato «Leave» siano in alcun modo eccezionali nell’avere bassi motivi.

«Noi» e «loro»

Mentre condanniamo a gran voce — e giustamente — gli scellerati atteggiamenti razziali che hanno portato milioni di persone a chiedere di tutelare «noi» e mandar via «loro», per liberare posti di lavoro, case popolari, ospedali, scuole, insomma l’intero Paese, dovremmo anche ripercorrere gli ultimi trent’anni di storia e chiederci che tipo di atteggiamento possa aver consentito a un’altra categoria di persone di manovrare in sordina, da dietro le quinte, per far sì che «noi» e «loro» non potessimo mai incontrarci, se non in maniera simbolica.

La Londra benestante, sia conservatrice che laburista, è sempre stata capace di scegliere come impostare le sue relazioni multiculturali e interclassiste, dando lezioni al resto del Paese, tacciato di chiusura mentale, e al tempo stesso barricandosi dietro i suoi discreti vantaggi. Ci capita molto spesso di camminare accanto a «loro» per strada, di salire sui loro taxi e di mangiare il cibo che preparano nei loro ristoranti etnici, ma la verità è che il più delle volte non frequentano le nostre scuole, non fanno parte dei nostri circoli sociali, e molto raramente entrano nelle nostre case — a meno che non vengano per lavorare nelle nostre cucine sempre nuove di zecca.

È nel resto della Gran Bretagna che la gente vive effettivamente gomito a gomito con gli immigrati di recente ingresso, e sperimenta sulla propria pelle la concorrenza economica dei nuovi arrivati. Sono loro a dover lottare per le risorse sotto un governo di austerità che rende fin troppo facile dare la colpa della mancanza di posti letto in ospedale alla famiglia di immigrati della porta accanto, o a una subdola burocrazia al di là del Canale che — gli stupidi demagoghi alla tv non si stancano mai di ripeterlo — prosciuga i fondi del servizio sanitario nazionale. In questo clima di ipocrisia e palese inganno, i poveri della classe lavoratrice avrebbero dovuto dimostrare di essere «persone sagge», quando intorno a loro dilagano opportunismo e corruzione? Quando tutti erigono steccati, starsene esposti ai quattro venti non è da sciocchi?

In questo momento la macchina dell’informazione corre così veloce che rischia di perdere qualche pezzo, e si fa un gran parlare di un secondo referendum, che naturalmente non farebbe che confermare i sospetti striscianti di molti di quei cittadini discriminati, per cui siamo solo noi, i «Remainer» benestanti e benpensanti, a prendere le vere decisioni che contano. No: questo ci è toccato in sorte, e dobbiamo farcene una ragione. Ma affermare che ognuno ha fatto la sua parte non significa dimenticare chi ha svolto il ruolo centrale di direttore di questo vergognoso concerto d’addio.

Cameron e Johnson sono già caduti e/o sono stati fatti fuori, e Gove li ha seguiti, ma un personaggio fatalmente inutile come Jeremy Corbyn — nonostante le decine di coltellate alle spalle — si rifiuta di cedere. Se è vero che non solo si è dimostrato un incapace nella campagna per il «Remain», ma si è anche impegnato in un «deliberato sabotaggio» della stessa, come ha sostenuto Phil Wilson, deputato e coordinatore del gruppo parlamentare «Labour in for Britain», allora Corbyn ha tradito in pieno il voto dei giovani che solo poco tempo prima lo avevano portato al potere. Deve andarsene.

Quando una scuola inglese viene sottoposta a «misure speciali», le mamme ottimiste della borghesia — categoria nella quale mi inserisco anch’io — sussurrano prendendo il caffè del mattino: «Bene, le misure speciali sono una gran bella cosa, perché adesso dovranno fare qualcosa».

La Gran Bretagna oggi è sottoposta a misure speciali — la crisi che serpeggia da sempre è stata messa allo scoperto — e invece di stendere un altro velo sul caos potremmo tentare di ripartire da qui. Il primo punto all’ordine del giorno dovrebbe essere la sostituzione del «capo» — come in ogni scuola disastrata — per poi prepararsi con quel che rimane della sinistra per una nuova battaglia. I diritti e le tutele garantiti dall’Europa al popolo britannico, anche se in modo imperfetto, non devono ora essere sostituiti dall’insensata visione alla Farage della sovranità britannica, in cui un San Giorgio mutilato, con gli arti mozzati, sguaina la spada e si avvia claudicante alla battaglia contro il drago-Ue per rinegoziare, da una posizione molto più debole, tutte le condizioni costate decenni di trattative.

Le scarpe di Nigel

Quando ho iniziato a scrivere questo pezzo, Farage era stato avvistato con un sorriso trionfante e un paio di scarpe con il disegno dell’Union Jack a una festa privata, assieme a Rupert Murdoch, Alexander Lebedev (proprietario dell’ Evening Standard e dell’ Independent ) e Liam Fox (allora in corsa per la leadership del partito conservatore), intento a discutere di questioni di rilevanza pubblica a porte chiuse. Quando ho finito di scriverlo, Farage aveva rassegnato le dimissioni, dichiarando: «Voglio indietro la mia vita».

In Gran Bretagna i Nigel vanno e vengono, ma i Rupert sono per sempre. La mia vita e quella dei miei connazionali britannici sono state sempre condizionate, almeno in parte, da una classe di miliardari non eletti e in servizio permanente che possiedono giornali e gran parte delle emittenti tv, attraverso i quali figure assurde come Farage vengono pompate facilmente, spostando gli equilibri elettorali e influenzando le politiche.

Un’altra utilissima lezione: il patto postbellico tra governo e popolo britannico non è blindato, e può essere disfatto con un’iniziativa collettiva o calpestato da una manciata di personaggi in mala fede. Di conseguenza, i princìpi della civiltà liberale su cui sono stati fondati il sistema sanitario universale, l’istruzione statale e l’edilizia pubblica a partire dalle macerie della guerra richiedono oggi un partito disposto a riformulare quegli stessi princìpi nella nuova era del capitalismo globale; resta però da vedere se tale partito porterà ancora il nome «Laburista».

Gli immigrati di recente arrivo hanno scelto questo Paese proprio in virtù del suo patrimonio — l’edilizia, l’istruzione, la sanità —, e non c’è dubbio che alcuni di loro siano venuti con l’unico scopo di sfruttarlo. La maggior parte, però, è venuta per partecipare: iscrive i figli nelle nostre scuole pubbliche, paga le tasse al Fisco britannico, cerca di trovare una sua strada. Non è certo un reato, né un peccato, cercare una vita migliore altrove, o fuggire da Paesi dilaniati da guerre e conflitti — in molti dei quali c’è anche il nostro zampino. Il dubbio, ora, è se noi britannici sappiamo ancora cosa significhi una vita migliore, quali siano le condizioni necessarie e come realizzarle.

Una cena a Parigi

Qualche giorno dopo il voto sono andata in Francia per tenere una serie di lezioni ai miei studenti della New York University, a Parigi per un programma estivo; un’esperienza che presto non sarà più così facile ripetere, temo. Appena scesa dal treno, sono andata a cena in un ristorante con uno dei miei colleghi, lo scrittore di origini bosniache Aleksandar Hemon, ho ordinato da bere e ho sentenziato in tono melodrammatico che la Brexit era «un totale disastro».

Gli scrittori sono facili al melodramma. Hemon ha sospirato e con un sorriso triste ha detto: «No: solo “un disastro”. La guerra è il disastro totale». Aver vissuto la sanguinosa implosione dello Stato jugoslavo dà a un uomo il senso delle proporzioni. Una guerra europea su quella scala è qualcosa che la Gran Bretagna ha evitato di sperimentare intimamente ormai per più di mezzo secolo, e per difendersi dalla quale è stata costituita la Ue (tra le altre cose). Sta a noi adesso decidere se proseguire o meno lungo la via del «disastro».

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