«L’intento comune è quello di costituire un organismo che promuova i temi globali e nazionali inerenti il debito e al contempo crei una sorta di supporto alle realtà che hanno avviato o intendono avviare audit cittadini». Comune.info
, 9 settembre 2016 (c.m.c.)
La leggenda del debito di cui tutti, dal neonato angolano al pastore del Gennargentu, dobbiamo farci carico gode ancora di maggior credibilità di quella del peccato di Eva nel giardino dell’Eden. Per certi versi, però, svolge la stessa funzione: generare senso di colpa.
Il debito pubblico viene agitato su scala internazionale, nazionale e locale per giustificare le politiche liberiste di alienazione del patrimonio pubblico, mercificazione dei beni comuni, privatizzazione dei servizi pubblici, sottrazione di diritti e di democrazia.
Rompere la sua trappola è dunque un passaggio essenziale per avviare un altro modello di società. Qui si racconta di un tentativo serio di costituire in Italia un organismo che ne ridiscuta la natura e gli obiettivi e, soprattutto, dia supporto alle realtà che hanno avviato o intendono avviare audit cittadini
Il mondo in cui viviamo è sempre più ingiusto. La forbice tra i pochi che possiedono tutto e la gran parte delle popolazioni che non hanno nulla, in questi ultimi trenta anni si è allargata a dismisura. Nel capitalismo finanziarizzato, l’economia contemporanea si è trasformata da attività di produzione di beni e servizi in economia basata sul debito.
La liberalizzazione dei movimenti di capitale, la privatizzazione dei sistemi bancari e finanziari, unita alla convinzione –dettata dalla favola liberista- che il futuro potesse essere sempre e costantemente più copioso e munifico del presente ha indotto i detentori di capitali a prestarli facendo conto su generosi e costanti innalzamenti della redditività finanziaria, a prescindere dall’andamento dei profitti delle attività reali che andavano direttamente o indirettamente a finanziare.
E’ così che le attività finanziarie si sono progressivamente “autonomizzate”, investendo non più solo l’economia, ma l’intera società, la natura e la vita stessa delle persone. Le scelte adottate dalle elite politico-economiche dell’Unione Europea e dei governi nazionali per rispondere alla crisi scoppiata dal 2008 in avanti, hanno trasformato una crisi – che a tutti gli effetti è sistemica – in crisi del debito pubblico. Da allora, il debito pubblico è agitato su scala internazionale, nazionale e locale, come emergenza allo scopo di far accettare come inevitabili le politiche liberiste di alienazione del patrimonio pubblico, mercificazione dei beni comuni, privatizzazione dei servizi pubblici, sottrazione di diritti e di democrazia.
Oggi la trappola del debito pubblico mina direttamente la sovranità dei popoli, la giustizia sociale e l’eguaglianza fra le persone. Anche nel nostro Paese, il debito pubblico è da tempo utilizzato per ridurre i diritti sociali e del lavoro e per consegnare alle oligarchie finanziarie i beni comuni e la ricchezza sociale prodotta.
Rompere la trappola del debito diviene dunque l’obiettivo principale per avviare un altro modello di società, basato sulla sovranità, la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, la pace, l’eguaglianza, la giustizia sociale e un modello economico ecologicamente e socialmente orientato. Da tempo, il Cadtm (Comitato per l’annullamento del debito illegittimo), rete internazionale fondata in Belgio nel 1990 e presente con comitati in Europa, Africa, America Latina e Asia, agisce in collaborazione con altre organizzazioni e movimenti per una battaglia a tutto campo finalizzata all’annullamento del debito illegittimo e per l’abbandono delle politiche di aggiustamento strutturale e di austerità.
Il Cadtm ha partecipato all’audit del debito pubblico in Ecuador e alla Commissione parlamentare per la verità sul debito pubblico in Grecia e partecipa ai movimenti contro i debiti illegittimi in numerosi paesi. Da tempo riteniamo che, anche in Italia, la questione del debito debba essere al centro dell’azione dei movimenti sociali, perché senza una decostruzione dell’ideologia del debito, e senza un processo di verità sulla sua natura, scopi e legittimità, nessuna riappropriazione sociale di ciò che a tutti appartiene può raggiungere il proprio obiettivo.
Per questo, forti dell’esperienza accumulata in questi anni dentro i percorsi aperti con il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale e con l’internità a tutti i movimenti sociali prodottisi a livello locale e nazionale, e dopo un primo accordo di adesione alla rete Cadtm, sottoscritto da Attac Italia in rappresentanza collettiva, nell’Assemblea mondiale di Cadtm a Tunisi dell’aprile 2016, abbiamo deciso di far nascere Cadtm Italia, come luogo plurale e inclusivo di associazioni che condividano l’obiettivo di mettere la contestazione dell’ideologia del debito alla base dell’azione collettiva per una radicale trasformazione della società.
L’intento comune è quello di costituire un organismo che promuova i temi globali e nazionali inerenti il debito e al contempo crei una sorta di supporto alle realtà che hanno avviato o intendono avviare audit cittadini. Un organismo che svolga funzioni di Centro Studi per costruire analisi e informazione alternativa alla narrazione dominante sul debito e che nel contempo agisca da Comitato operativo per il supporto alle inchieste sul debito pubblico promosse a qualsiasi livello. Il convegno “Dal G8 di Genova alla Laudato si’ : il Giubileo del debito ?” tenutosi a Genova il 19 luglio 2016, ha ribadito questi impegni, sottoscritti nel documento “Carta di Genova” Perché occorre liberare il presente per riappropriarsi del futuro. E sappiamo che il tempo è ora.
Primi promotori :
Attac Italia – Centro Nuovo Modello di Sviluppo – Commissione per l’audit del debito pubblico di Parma – Communia Network – Cooperativa Bottega Solidale Genova – Fair — Fondazione “Lorenzo Milani” Onlus di Termoli – Pax Christi Italia – e i firmatari della Carta di Genova
«Lo scopo? Archiviare il dossier sulla morte di Giulio Regeni che - per gli anonimi politici egiziani - sarebbero costati al Cairo diversi incidenti diplomatici non solo con Roma, ma anche con altri paesi europei».
La Repubblica, 18 settembre 2016 (m.p.r.)
Roma. Un alto ufficiale della polizia di Giza potrebbe essere il primo imputato in un eventuale processo egiziano sul caso Regeni. L’indiscrezione è pubblicata su Al Arabi al Jadid, quotidiano panarabo, che cita, come fonte, le rivelazioni fatte da alcuni politici egiziani decisi a restare anonimi. Al funzionario della polizia, stando a quanto sostiene il giornale che ha sede a Londra, verrebbe mossa l’accusa di coinvolgimento nelle torture e nell’uccisione del giovane ricercatore italiano. Ma ci sarebbe di più. L’Egitto vorrebbe anche svelare il nome del presunto imputato.
Lo scopo? Archiviare il dossier sulla morte di Giulio Regeni che - per gli anonimi politici egiziani - sarebbero costati al Cairo diversi incidenti diplomatici non solo con Roma, ma anche con altri paesi europei. L’ultimo caso risale al G20 di Hangzhou, in Cina, quando molti leader europei hanno rifiutato incontri bilaterali con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi proprio per il caso Regeni. In poche parole: allontanare le ipotesi di un nuovo depistaggio.
Virginia Tonfoni intervista Noam Chomsky. La tragedia dei profughi rivela «la profonda crisi morale di tutti i paesi occidentali: gli stessi, Italia inclusa, che hanno creato le condizioni per questo conflitto, che hanno fornito armi e copertura diplomatica».
Il manifesto, 15 settembre 2016
Noam Chomsky è in questi giorni in Italia ospite del convegno «DICE2016» organizzato dall’Università di Pisa e il Comune di Rosignano «Spacetime-Matter-Quantum Mechanics». Lo abbiamo incontrato in un incontro riservato alla stampa e abbiamo avuto occasione di parlare dello stato politico ed economico mondiale.
Professor Chomsky, qual è la condizione della democrazia statunitense alle porte delle presidenziali?
«Parlare dei candidati in termini di popolarità non ha senso, visto la loro impopolarità…ma questo non deve portarci fuori strada, poiché l’insoddisfazione verso le istituzioni negli Stati uniti è estesa. Se chiedete le impressioni sul Congresso, la maggioranza delle persone vi dirà che sono tutti da mandare a casa: tutti odiano banche, multinazionali, governo etc.
«L’unica istituzione che sembra essere sempre rispettata è quella militare. Le ricerche scientifico politiche, non finanziate perché scomode, dimostrano che il 70% della popolazione, che ha il reddito più basso, non trova riscontro effettivo tra le sue attitudini e le posizioni dei suoi rappresentanti politici; come ci spostiamo un po’ più su nello spettro di reddito si ha progressivamente più attinenza, fino ad arrivare a quella frazione dell’1% che non ha bisogno di leggere le scienze politiche perché è perfettamente rappresentata.
«Questo genera effetti tremendi, che in Europa conoscete bene, come il crollo dei governi e un violento declino della democrazia che si traducono in disillusione e rabbia e che si mostrano in modi anche piuttosto spaventosi in certi casi: penso al partito neo nazi canadese, alle elezioni in Austria…un po’ la stessa cosa accade anche negli Stati Uniti in misura minore.
«Queste elezioni correnti sono sorprendenti: Hillary Clinton è una figura politica mainstrem, è una democratica, ma in altri tempi si sarebbe chiamata una repubblicana moderna: entrambi i partiti si sono spostati molto a destra nel periodo delle politiche neoliberali, divenendo poco riconoscibili.
«A proposito del cambio climatico, ogni singolo candidato alle primarie ne nega l’esistenza e perciò non se ne parla più. Donald Trump, invece pensa che dobbiamo incrementare l’uso dei combustibili fossili, specialmente di carbone, eliminare le restrizioni, smantellare la COP21, e rifiutare ogni assistenza ai paesi poveri che tentano di investire nelle energie sostenibili. La sua campagna sta inoltre facendo emergere situazioni analoghe a quelle del nord Europa con episodi di xenofobia, rabbia, paura: la popolazione bianca, che ha una forte tradizione di supremazia bianca, è attraversata però da un inquietante e nuovo fenomeno demografico: c’è un aumento del tasso di mortalità tra i maschi bianchi della classe lavoratrice (35-55 anni) e questo non era mai accaduto in un paese sviluppato e non in guerra… Non è così semplice risalire da questa situazione».
C’è relazione tra il crollo dei grandi modelli culturali, come quello raccontato nel suo documentario «Requiem for the American Dream» e la crescente xenofobia?
«Sì, anche in Europa. Un paio di giorni fa la Merkel ha subito un duro colpo nelle regionali da un partito di ultra destra; la Danimarca è un paese con una percentuale credo pari all’1% di popolazione migrante e sta letteralmente collassando poiché l’idea che qualsiasi cosa possa interferire con la loro purezza è inaccettabile. Quando mi riferisco al crollo del sogno americano alludo a problemi sociali ed economici molto rilevanti per la classe operaia, i cui salari sono uguali a quelli di 40 anni fa; nonostante la crescita del PIL, negli ultimi 15 anni il 95% della ricchezza prodotta è andata nelle tasche di appena l’1% della popolazione.
«Gli Stati Uniti sono il paese più ricco del mondo, ma se consideriamo il Pil rispetto alle misure di giustizia sociale, nelle statistiche dell’Ocse, il loro posto è molto in basso, alla stregua di paesi come la Grecia e la Turchia. Non ci sono ammortizzatori sociali, i salari sono bloccati e i lavori diventano temporanei invece che permanenti. Si perdono lavori nell’industria manifatturiera in parte per i progressi tecnologici e in parte perché le multinazionali scelgono di produrre all’estero dove i salari sono più bassi.
«Ma gli immigrati non c’entrano, anzi migliorano lo stato dell’economia: lavorano, pagano le tasse, in qualche caso investono. Per questo è inquietante che in paesi europei come la Germania, dove il tasso di migranti è alto, il razzismo invece di diminuire, aumenti».
Quali sono i rischi per la ricerca scientifica nel mondo contemporaneo?
«La scienza negli stati totalitari corre dei rischi molto seri , ma anche in altri ambiti ci possono essere forti limitazioni, a volte molto difficili da superare. Negli Stati uniti, per esempio, ci sono barriere per quanto riguarda la ricerca sulla cellule staminali, soprattutto barriere culturali e sociali. In campi più affini alla ricerca scientifica il contenzioso politico è molto più evidente, ad esempio nel dibattito sul cambio climatico, che riguarda tutti: il partito repubblicano si limita a negare la sua esistenza.
«Lamar Smith, un rappresentante repubblicano, cristiano evangelico, assilla gli scienziati richiedendo loro di fornire i tabulati delle loro mail tra colleghi, in cerca di una traccia di cospirazione, che tagliando il consumo di combustibili fossili, distruggerebbe l’economia. Anche nelle scienze politiche, come in quelle politico-sociali, le ripercussioni possono essere molto importanti; le ricerche sulle relazioni tra opinione pubblica e politiche pubbliche, come dicevo, non sono quasi mai finanziate, visto che portano spesso alla scomoda conclusione che l’opinione pubblica è poca cosa in politica.
Il 24 settembre si terrà a Roma una grande manifestazione di solidarietà contro l’attacco di Erdogan al popolo curdo; qual è la sua opinione al riguardo?
«Il conflitto risale agli anni ’90: migliaia di persone uccise, centinaia di villaggi distrutti, centinaia di migliaia di persone fuggirono e tutte queste operazioni sono state appoggiate dagli Stati Uniti e paesi Nato. Tra le orribili atrocità ci furono anche processi sommari, come quello al mio editore del tempo, per un mio libro in cui erano contenute 5 pagine sulle repressioni in Turchia.
«Dopo un momento di maggiore tolleranza – uno dei miei ultimi viaggi è stato per un intervento in memoria del coraggioso editore Hrant Dink che voleva far luce sul massacro degli armeni e che fu ucciso – nell’ultimo anno la repressione si è accentuata: ci sono stati attacchi contro la popolazione curda, centinaia di intellettuali sono stati minacciati, licenziati, imprigionati; gli attacchi in Siria, teoricamente contro l’Isis, si sono dimostrati rivolti ai curdo siriani per impedire loro il controllo del confine con la Turchia.
«È un conflitto molto aspro che non accenna a migliorare ed è vergognosa la poca attenzione dell’Europa, dovuta probabilmente alle negoziazioni ciniche che sta portando avanti per tenere lontani i profughi siriani. Gli Usa hanno accolto 10.000 profughi, un numero esiguo che rivela la profonda crisi morale di tutti i paesi occidentali: gli stessi, Italia inclusa, che hanno creato le condizioni per questo conflitto, che hanno fornito armi e copertura diplomatica. In termini di responsabilità, è una crisi umanitaria davvero molto pesante per i paesi Nato».
».
Il manifesto, 14 settembre 2016 (c.m.c.)
Riuscirà oggi Jean-Claude Juncker a trovare le parole per riportare un po’ di coesione e solidarietà in un’Europa in parte ancora affossata nella crisi economica, ferita dal terrorismo e lacerata al suo interno sulla questione dei rifugiati?
Alla vigilia del discorso del presidente della Commissione sullo stato dell’Unione di fronte all’Europarlamento, sono volate parole grosse. Il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, ha affermato che l’Ungheria di Viktor Orban «dovrebbe venire esclusa temporaneamente o, se necessario, per sempre dalla Ue», sanzione da applicare a chi «come l’Ungheria, costruisce barriere contro i rifugiati che fuggono dalle guerre o viola la libertà di stampa e l’indipendenza della giustizia». È questo il «solo modo per preservare la coesione e i valori della Ue».
Per Asselborn, Budapest tratta i rifugiati «peggio degli animali», come testimoniano le numerose inchieste realizzate da organizzazioni umanitarie. Orban ha rifiutato il piano Ue di redistribuzione dei rifugiati: Budapest avrebbe dovuto accogliere 1.294 profughi. Ma finora la Ue non ha reagito alle provocazioni del premier ungherese. Per Human Rights Watch, Bruxelles è rimasta «virtualmente silenziosa», mentre avrebbe gli strumenti per opporsi alla politica repressiva di Budapest. Potrebbe usare l’arma finanziaria (l’Ungheria rigetta le regole dell’Ue, ma ne accoglie con favore i finanziamenti), fino a portare l’Ungheria di fronte alla Corte di giustizia.
Reazione violenta contro Asselborn da parte del ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto: il collega lussemburghese sarebbe un «intellettuale di poco peso», «un frustrato che predica e fa commenti pomposi». Szijjarto se l’è presa anche con il presidente della Commissione, ormai la bestia nera – con Angela Merkel – del fronte anti-rifugiati: «È curioso che Asselborn e Juncker, entrambi vengono dal paese dell’ottimizzazione fiscale, parlino di condividere il fardello. Capiamo cosa vogliono dire davvero: l’Ungheria deve farsi carico del fardello creato da errori di altri».
Il 2 ottobre, in Ungheria ci sarà un referendum sul piano europeo di redistribuzione dei rifugiati, con una domanda che contiene praticamente già la risposta negativa al quesito. Il governo ha spedito a casa delle famiglie ungheresi un libretto di 18 pagine dove sono contenuti tutti i pregiudizi contro i rifugiati: «gli insediamenti forzati insidiano la nostra cultura e le nostre tradizioni». Per Szijjarto, l’Ungheria ha diritto di scegliere con chi vivere e nessuno, tanto meno i burocrati di Bruxelles, può impedirlo. Il libretto del governo di Budapest si è ispirato, in peggio, alla propaganda fatta in Gran Bretagna dall’Ukip prima del Brexit, entrambi riportano un fotomontaggio con una lunga fila di profughi alle porte.
Un anno fa, nel settembre 2015 quando è stata proposta la redistribuzione dei profughi sbarcati in Italia e in Grecia, Orban era isolato. Ma dodici mesi dopo, a essere isolata è soprattutto la Germania, che ha guidato l’apertura ai rifugiati (anche se ora sta chiudendo progressivamente le porte). Orban ha ormai un gruppo compatto di paesi, il gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, che ora ha la presidenza di turno semestrale del Consiglio Ue e venerdì organizza un vertice a 27 – senza Gran Bretagna – a Bratislava).
Il gruppo di Visegrad, nato nel ’91 a tre (la Cecoslovacchia era un solo paese) per favorire la futura integrazione prima nella Nato poi nella Ue, nel settembre 2015 si manifesta come un blocco nazionalista, con una dichiarazione di guerra alle quote di rifugiati. Ora l’obiettivo è allargare questo fronte nazionalista. Già l’Austria, che ha voltato le spalle alla Germania sui profughi, si sta convertendo alla chiusura.
«L’organizzazione Medici per i diritti umani (Medu) ha presentato una mappa interattiva, realizzata sulla base delle testimonianze di mille migranti arrivati in Italia dall’Africa negli ultimi tre anni (2014-2016)».
Internazionale.online, 13 settembre2016 (c.m.c.)
Dall’inizio del 2016 in Italia sono arrivate 124.475 persone attraversando il Mediterraneo, la maggior parte di loro proviene dall’Africa subsahariana e ha alle spalle un lungo viaggio attraverso l’Africa, di cui la traversata è solo l’ultima tappa. Il 13 settembre a Roma l’organizzazione Medici per i diritti umani (Medu) ha presentato una mappa interattiva, realizzata sulla base delle testimonianze di mille migranti arrivati in Italia dall’Africa negli ultimi tre anni (2014-2016).
Le rotte più battute.
La rotta principale percorsa dai migranti dall’Africa occidentale passa attraverso il Niger e la Libia per poi arrivare in Italia attraverso il Canale di Sicilia (rotta occidentale-est). Dal Senegal, Gambia, Guinea e Costa d’Avorio i migranti si spostano prima a Bamako, in Mali, per poi passare da Ouagadougou in Burkina Faso e raggiungere il Niger. Una via alternativa passa da Bamako a Gao, in Mali, per poi arrivare a Niamey, in Niger.
Molti nigeriani raggiungono il Niger attraverso Kano. Alcuni migranti provenienti dal Camerun hanno raccontato di aver attraversato il Ciad per raggiungere Madama in Niger e proseguire fino in Libia. Da Agadez a Sabah comincia un tratto di rotta nel deserto chiamato “la strada verso l’inferno”, che tutti i migranti sono costretti ad affrontare per raggiungere la Libia. La durata media del viaggio dal paese di origine è di venti mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia è di 14 mesi.
Le rotte orientali.
La principale rotta dal Corno d’Africa passa attraverso il Sudan e la Libia per raggiungere l’Italia attraverso il canale di Sicilia (Rotta orientale-centro). Dopo aver attraversato il confine tra Eritrea e Sudan, che è molto pericoloso, la maggior parte dei migranti raggiunge Kassala o il campo profughi di Shagrab in Sudan oppure il campo di Mai Aini in Etiopia. Una volta raggiunta Khartoum, i migranti attraversano il deserto verso la Libia con i pick-up. Un percorso alternativo e più breve attraverso il deserto parte dalla città di Dongola a nord di Khartoum.
Generalmente, un primo pick-up lascia i migranti al confine con la Libia, per poi tornare indietro verso Khartoum. I migranti vengono quindi fatti salire su un altro pick-up gestito dai trafficanti libici. Il costo del viaggio dal Sudan fino alla Libia varia da mille a 1.500 dollari. La maggior parte dei migranti raggiunge poi Agedabia situata in Cirenaica, a pochi chilometri dalla costa mediterranea. Dal nord della Libia i migranti cercano di raggiungere la costa a Bengasi (nel nordest) oppure a Zuwara e Sabratha (a ovest di Tripoli e più vicine alla Sicilia) per poi imbarcarsi.
La durata media del viaggio dal paese di origine è di 15 mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia per i migranti del Corno d’Africa (la maggior parte eritrei) è di tre mesi. L’Etiopia e il Sudan sono i paesi dove i migranti eritrei rimangono più a lungo. Le tratte sono gestite da intermediari e trafficanti. La somme pagate dai migranti per affrontare queste rotte, in genere più alte dal Corno d’Africa, possono variare. In Libia, Niger e Sudan i migranti rischiano di essere sequestrati e messi in carcere.
La diffusione della tortura.
I traumi estremi come la tortura e le violenze sono un’esperienza comune durante il viaggio. Più del 90 per cento dei migranti intervistati ha raccontato di essere stato vittima di violenza, di tortura e di trattamenti inumani e degradanti nel paese di origine e lungo la rotta migratoria, in particolare in luoghi di detenzione e sequestro in Libia.
La privazione di cibo e acqua, le pessime condizioni igieniche sanitarie, le frequenti percosse e altri tipi di traumi sono le forme più comuni e generalizzate di maltrattamenti. Ci sono altre forme di tortura più specifiche sia fisiche sia psicologiche a cui sono sottoposti i migranti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o picchiato.
Le ferite invisibili.
Nei centri di accoglienza in Sicilia (Mineo, Ragusa), l’82 per cento dei richiedenti asilo seguiti da Medu (162 pazienti) presentava ancora segni fisici compatibili con le violenze raccontate. Tra i disturbi psichici più frequenti registrati dai medici e dagli psicologi di Medu: il disturbo da stress post traumatico (ptsd) e altri disturbi legati a eventi traumatici, ma anche da disturbi depressivi, somatizzazioni legate al trauma, disturbi d’ansia e del sonno.
Quando Shiva, una bambinadi dieci anni proveniente dalla Liberia, disegna il mare, lo colora sempre di nero, perché per lei, sopravvissuta a un naufragio per raggiungere l’Europa, il Mediterraneo rappresenta il dolore. Spesso questi disturbi ricevono meno attenzione delle malattie fisiche, sono ignorati o diagnosticati in ritardo. Questo, oltre a comportare un peggioramento e una cronicizzazione del quadro clinico, provoca gravi difficoltà al percorso di integrazione dei migranti nei paesi di asilo.
In fuga dalla persecuzione e dai lavori forzati.
I racconti sono stati raccolti dagli operatori e dei volontari dell’organizzazione in diversi centri diaccoglienza, in particolare in Sicilia, ma anche a Roma nei luoghi informali di accoglienza e presso il centro Psychè per la riabilitazione delle vittime di tortura, o a Ventimiglia e in Egitto. Tra i migranti provenienti dal Corno d’Africa, e in particolare dall’Eritrea, il motivo principale della fuga è il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato, un sistema paragonabile ai lavori forzati. I fattori che spingono alla migrazione dai paesi dell’Africa subsahariana occidentale sono più eterogenei: tra le persone intervistate la prima causa è la persecuzione politica, mentre le motivazioni economiche sono alla base del viaggio per il 10 per cento dei migranti.
«Zona euro. Per contrastare a tutti i livelli praticabili il potere della finanza sulle nostre vite vanno moltiplicati i circuiti autogestiti. In attesa delle prossime trasformazioni ».
Il manifesto, 13 settembre 2016 (c.m.c.)
Non viviamo più da tempo in un’economia di sussistenza, dove ogni comunità si sostenta con beni prodotti al proprio interno. Oggi cibo, energia, casa e altri fattori essenziali alla vita civile come salute, istruzione, assistenza, mobilità si comprano; oppure possono essere forniti dallo Stato, che a sua volta li paga con il ricavato delle nostre imposte. Senza denaro anche la cosiddetta «nuda vita» si ferma.
Quando il denaro era costituito esclusivamente da monete metalliche, le emetteva lo Stato, che poteva anche truccarle (e lo faceva) alterandone il contenuto. Ma nessuno se non chi le possedeva poteva poi controllare come, quante e quando spenderle. Ma oggi monete e carta moneta non sono più del tre-quattro per cento della circolazione monetaria. Tutte le altre transazioni avvengono tramite banca. Bloccare le banche vuol dire bloccare tutta la vita economica.
Poi, finché è rimasta in vigore la separazione tra banche commerciali e di investimento introdotta dal New Deal, l’attività delle prime, cioè la circolazione monetaria, era sì regolata dallo Stato o dalla Banca centrale attraverso il tasso di sconto e l’obbligo della riserva, ma bloccarla era molto difficile. Infine, finché l’attività della Banca centrale è stata regolata dallo Stato e ne era di fatto una branca – prima, cioè, del “divorzio” tra Governo e Banca centrale, poi esteso anche alla Bce – lo Stato che spendeva in deficit più di quanto incassava con le imposte si indebitava di fatto con se stesso; o solo con chi accettava di prestargli del denaro alle condizioni decise dal Governo.
Non era facile speculare sulle emissioni di Stato: era il Governo, e non la finanza, a fissarne il rendimento. Un deficit eccessivo poteva sì provocare inflazione: è la motivazione con cui quel “divorzio” è stato imposto. Ma allora controllarne gli effetti era più facile che non ora, con i deficit in mano a una finanza extraterritoriale.
Oggi tutti i livelli della circolazione monetaria – spese quotidiane delle famiglie; depositi e risparmi; bonifici, fidi e anticipi di cassa delle imprese; spesa pubblica e relativi deficit; investimenti, sia speculativi che non – sono pezzi di un’unica piramide in mano all’alta finanza: una entità anonima, anche se governata da persone in carne e ossa, con nome, cognome e patrimonio personale di ampia entità.
È la privatizzazione totale, nelle mani di un numero sempre più ristretto di «operatori» e beneficiari, di tutto ciò che facciamo, che abbiamo, che siamo: i nostri redditi; i servizi forniti da Governo, Regioni e Comuni; le attività delle aziende, sottoposte ad alti e bassi del credito che rispondono più agli andamenti dei mercati finanziari che ai risultati delle imprese produttive; ma anche le attività di ogni comune cittadino o cittadina che, indipendentemente dai suoi guadagni e dal suo indebitamento personale (mutui, acquisti a rate, prestiti d’onore, cessione del quinto, scoperti bancari) è comunque titolare di una quota di debito pubblico che impone prelievi annuali per pagare interessi che si accumulano con la legge dell’interesse composto.
Il gigantesco debito pubblico italiano è minore degli interessi pagati su di esso dall’anno del divorzio tra Governo e Banca centrale. Ma non è all’impossibile restituzione di quel debito che si punta, bensì a usarlo per imporre la vendita – per ridurre, si dice, quel debito – di tutto ciò che di pubblico o di comune presenta un interesse economico. E questo, anche se in Italia la vendita di tutte le imprese pubbliche non basterebbe a pagare ai detentori del suo debito gli interessi di un anno. L’anno successivo però quegli interessi vanno pagati di nuovo, ma quelle imprese e i loro proventi non ci sarebbero più.
Come uscire da questo circolo vizioso? Per gli economisti mainstream non c’è altra strada che riportare il debito a un livello sostenibile rimborsandolo un po’ per volta, nonostante che quasi mai nella storia i debiti degli Stati siano stati saldati: il loro peso sul Pil veniva riassorbito in tutto o in gran parte dalla crescita o dall’inflazione; oppure venivano condonati; o azzerati con un default: evento molto frequente nella storia, anche se più difficile da sostenere oggi in un’economia globalizzata; perché oggi i creditori degli Stati non stanno in nessun luogo particolare, ma possono palesarsi ovunque e le ritorsioni, anche preventive, che possono attivare sono ubique. Così, nel luglio del 2015, Draghi e la Bce avevano dimostrato alla Grecia che chiudendo i rubinetti del credito si può paralizzare la vita di un intero paese.
Così, se entrare nell’euro può essere stato un errore, l’idea di uscirne unilateralmente, pensando di riconquistare competitività internazionale e sovranità monetaria, non fa i conti con le sanzioni e i costi che ciò comporterebbe; né con le difficoltà tecniche di un’operazione che lascerebbe per mesi, se non anni, mani libere alla speculazione; né, soprattutto, con il mutato contesto internazionale, dove contano sempre di più i meri rapporti di forza. Tutto ciò la rende non solo una strada impraticabile, ma denota anche la sua permanenza all’interno di un orizzonte “liberista”, dove la competitività è una panacea e il governo centralistico della moneta non fa problema.
Per questo, invece di demonizzare le scelte con cui il governo Tsipras ha cercato di far fronte a quel ricatto, in attesa che una parte almeno dell’Europa lo affiancasse nell’opposizione alle politiche della Trojka, sarebbe opportuno ripercorrere a ritroso il filo delle sue scelte, a partire anche da quelle precedenti all’avvento di Syriza al governo. Con il senno di poi, questa rivisitazione non può che confrontarsi con la necessità di costruire, dentro il contesto sociale esistente, circuiti di autonomia monetaria e finanziaria per restituire al denaro, o a una parte di esso, la sua natura di “bene comune” o, per dirla con Karl Polanyi, di «merce fittizia»: un bene che, come il lavoro e la terra (oggi diremmo l’ambiente), non si può comprare e vendere come qualsiasi altra merce, pena la dissoluzione dei legami che tengono insieme convivenza e società.
Si tratta allora, mentre lo si combatte anche in altri modi, di erodere a tutti i livelli praticabili il potere della finanza sulle nostre vite, moltiplicando circuiti monetari il più possibile autonomi e autogestiti: sul territorio, con monete locali oggi largamente sperimentate in diversi contesti e diversi continenti e, come già negli anni ’30 del ‘900, con maggior successo dove hanno il sostegno delle amministrazioni locali (ma oggi, in più, con il vantaggio di poter essere gestite con internet).
A livello interaziendale, con una moneta studiata per aver corso solo nell’interscambio tra imprese, ovviamente, anche qui con una garanzia pubblica. Ed è anche l’ambito in cui si è sviluppato il Sardex: una delle versioni odierne di autonomia monetaria, in questo caso elettronica, introdotta con successo da alcuni anni in Sardegna e che si sta espandendo in diverse regioni italiane, viene studiato in tutto il mondo e sta gradualmente conquistando anche i circuiti del commercio al minuto.
Per quanto riguarda la spesa pubblica, infine, integrandola con soluzioni come i certificati fiscali proposti da Luciano Gallino ed Enrico Grazzini, che consentirebbero il trasferimento di un potere di acquisto aggiuntivo alle piccole imprese e alle fasce più deboli anche senza violare le regole europee. Certo, fino alla sua possibile dissoluzione, di giorno in giorno più probabile, l’euro rimarrebbe il mezzo di pagamento principale (ed esclusivo nelle transazioni internazionali). Ma intanto, in vista di successive trasformazioni, una buona dose di autonomia monetaria sarebbe conquistata.
È questo il risvolto monetario di un programma per favorire e promuovere l’unica alternativa praticabile alla globalizzazione attuale, fondata sulla corsa al ribasso di salari, servizi pubblici, tutele ambientali e solidarietà: l’alternativa della riterritorializzazione o rilocalizzazione di una quota crescente di processi produttivi, di relazioni di mercato, di rapporti di lavoro. Una componente essenziale della conversione ecologica che va affrontata proprio a partire dalla dimensione locale.
». La Repubblica, 22 settembre 2016 (c.m.c.)
Sei milioni di persone fuggono ogni anno dalle proprie case. Sono profughi “fantasma” senza tutele, né protezioni. Li chiamano “rifugiati ambientali”: uomini e donne invisibili alle leggi e alle convenzioni internazionali, vittime di calamità naturali e cambiamenti climatici. Entro il 2050 saranno 200-250 milioni. Peccato che la Convenzione di Ginevra non riconosca loro lo status di rifugiato: così oggi chi scappa dalla guerra può chiedere asilo, chi fugge da fame o sete resta senza diritti.
I numeri sono impressionanti: secondo il Centre for research on the epidemiology of disasters, negli ultimi 20 anni sono state distrutte da catastrofi climatiche 87 milioni di case. Le migrazioni ambientali sono in gran parte migrazioni interne: solo nel 2015 il numero di sfollati per calamità naturali è stato 19,2 milioni in 113 diversi Paesi. L’ultimo caso è quello della Lousiana: nelle alluvioni del mese scorso sono state distrutte 60mila case. E i senzatetto sono stati più di 7mila.
I rifugiati ambientali sono stati di recente anche al centro dell’attenzione del Papa: «I cambiamenti climatici contribuiscono alla straziante crisi dei migranti forzati. I poveri del mondo, i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e ne subiscono gli effetti », ha detto Francesco due settimane fa in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato.
Lo straordinario aumento di sfollati e profughi, fra l’altro, è dovuto anche a conflitti scatenati da politiche di appropriazione di risorse. Dal dopoguerra a oggi, ben 111 conflitti nel mondo avrebbero tra le proprie radici cause ambientali.
A questo popolo invisibile è dedicato il convegno internazionale “Il secolo dei rifugiati ambientali?”, organizzato da Barbara Spinelli, a Milano il 24 settembre (registrazione su rifugiatiambientali@ gmail.com). «Sono rifugiati ambientali quelli che sono costretti a fuggire da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche — spiega Spinelli — come lo sono coloro che fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza in seguito a crisi dell’ecosistema attribuibili a cause naturali o attività umane: land grabbing, water grabbing, processi di “villaggizzazione” forzata, che negli anni Ottanta causarono la morte di un milione di persone per carestia in Etiopia, e ancora inquinamento ambientale, smaltimento intensivo di rifiuti tossici, scorie radioattive risultanti da bombardamenti».
Il pericolo? È che questo popolo resti “trasparente” agli occhi delle leggi internazionali: né la Convenzione di Ginevra, né il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status di rifugiato a chi fugge a causa di catastrofi ambientali. Svezia e Finlandia sono gli unici Paesi europei ad aver incluso i profughi ambientali nelle rispettive politiche migratorie nazionali. Secondo le principali ong, tra le azioni da intraprendere resta centrale il riconoscimento giuridico. «Questi flussi si aggiungono a quelli causati da guerre, persecuzioni politiche, religiose o etniche, e talvolta vi si sovrappongono in modo inestricabile — sostiene ancora Spinelli — è pretestuoso e miope considerare queste popolazioni in fuga da condizioni invivibili alla stregua di migranti economici, tuttavia è esattamente ciò che fa la Commissione europea con il cosiddetto “approccio hotspot”, che istituisce due categorie di migranti: i profughi di guerra, ai quali viene riconosciuto il diritto di chiedere protezione internazionale, e i migranti economici da rimpatriare automaticamente senza aver seriamente esaminato le eventuali loro legittime domande di asilo e senza concedere loro la possibilità di ricorso in caso di respingimento». Per il politologo francese, François Gemenne (tra i relatori del convegno), «che le migrazioni indotte dal clima costituiscano in futuro un fallimento o un successo, dipenderà non solo dall’impatto climatico, ma soprattutto dalle scelte politiche che facciamo oggi».
Riferimenti
Qui
la locandina del convegno internazionale con l'elenco delle relazioni. Vedi anche, su
eddyburg, gli articoli di
Fabio Balocco,
Guglielmo Ragozzino,
Guido Viale.
«L’illusione europea di poter restare al riparo dall’attacco del terrorismo internazionale suona dunque oggi come il segnale di un enorme e colpevole ritardo accumulato per quindici lunghi anni». Internazionale
.online, 11 settembre2016 (c.m.c.)
Commemorando per l’ottava e ultima volta nella sua presidenza le vittime degli attentati dell’11 settembre di quindici anni fa, Barack Obama ha fatto appello ai “valori costitutivi” dell’identità americana: pluralità, apertura, welcoming senza discriminazioni di razza, di sesso, di etnia, di fede religiosa. Solo restando fedeli a questi valori, ha aggiunto, «porteremo avanti l’eredità di quelli che abbiamo perduto».
Al netto di una lettura elettoralistica del suo discorso, evidentemente volto anche a marcare un discrimine netto rispetto ai valori di segno contrario che muovono la retorica e i programmi di Donald Trump, l’associazione fra l’eredità delle vittime dell’11 settembre e l’etica dell’apertura e della tolleranza sigilla degnamente un doppio mandato presidenziale contrassegnato dalla volontà di portare lo spirito pubblico americano fuori dalla scia di vendetta, ritorsione e revanchismo che avevano caratterizzato la reazione dell’amministrazione Bush agli attentati di quella limpida e fatale giornata di settembre di quindici anni fa.
Che Obama, e con lui la società americana, siano riusciti definitivamente o solo temporaneamente in questa impresa è una delle poste in gioco, se non “la” posta in gioco, della corsa alla Casa Bianca che si concluderà il 7 novembre. In attesa del responso, mai come quest’anno è opportuno guardare all’anniversario dell’11 settembre da questa sponda dell’oceano, con occhi europei.
Più d’un paragone, intanto, sorge spontaneo: per fare un esempio, fra l’appello di Obama ai valori fondamentali americani e quello recente di Valls ai valori fondamentali francesi, evocati nella fattispecie per combattere il burkini. O per farne un altro, fra il muro programmato da Trump ai confini con il Messico e quello già deciso dal governo inglese a Calais. Due tra i molti segnali che l’onda lunga dell’11 settembre si sta abbattendo sulle coste europee perfino con maggiore violenza che su quelle americane. E forse con meno anticorpi.
Dall’attentato a Charlie Hebdo in poi, passando per il Bataclan e per la lunga scia del terrore che ha insanguinato l’estate del vecchio continente, i roboanti e ricorrenti titoli su “l’11 settembre europeo” dicono solo metà della verità: l’Europa sta sperimentando adesso quel ventaglio di problemi e di angosce che quindici anni fa ha fatto irruzione sulla scena mondiale, ma da cui il vecchio continente ha creduto a lungo di essere immune delegandone il vissuto e la soluzione agli Stati Uniti. È questa la ragione per cui tutto il dibattito europeo sul terrorismo appare viziato, passatemi il gioco di parole, da uno stupore stupefacente, e da una ripetizione irritante.
Lo stupore stupefacente viene da lontano. Qualcuno forse ricorderà la diatriba sull’occidente diviso fra Marte (gli Stati Uniti) e Venere (l’Europa) che impegnò dopo l’11 settembre intellettuali e opinionisti sulle due sponde dell’Atlantico. Una diatriba fatua, non solo sul versante di chi da posizioni guerrafondaie difendeva le virtù di Marte contro la mollezza di Venere, ma anche sul versante opposto di chi difendeva la cautela di Venere contro l’irruenza di Marte sottintendendo, non senza una certa spocchia, un giudizio autoevidente sulla superiorità del modello europeo – pace e stato di diritto, integrazione universalistica e stato sociale – rispetto a quello americano – imperialismo e interventismo, eccezionalismo e sospensione facile delle garanzie, multiculturalismo ghettizzante.
Quella spocchia era molto malriposta, come i fatti si sono incaricati di dimostrare nel quindicennio successivo. Durante il quale sono stati semmai gli Stati Uniti a indicare, con l’elezione del primo presidente afroamericano, meticcio e riluttante a indossare i panni del gendarme del mondo, una via d’uscita dalla risposta identitaria e nazionalista, securitaria e guerrafondaia di George W. Bush all’11 settembre.
Mentre l’Europa non elaborava alcuna visione alternativa del Medio Oriente e si accodava a ranghi sparsi e subalterni a tutte le guerre in corso; e al suo interno, lungi dal presidiare il famoso “modello europeo”, consentiva che venisse smantellato pezzo per pezzo dai diktat neoliberali dell’Unione, e lungi dal tenere alta la bandiera dell’universalismo con nuove e preventive politiche di accoglienza e integrazione erigeva muri, si chiudeva a fortezza, emetteva editti contro l’uso del velo e faceva della paura degli invasori, terroristi e non, la propria retorica costitutiva.
Già stupefacente quindici anni fa (e già smentita, peraltro, dalle stragi di Madrid e di Londra del 2004 e 2005), l’illusione europea di poter restare al riparo dall’attacco del terrorismo internazionale suona dunque oggi come il segnale di un enorme e colpevole ritardo accumulato per quindici lunghi e decisivi anni. Non solo sul piano politico e geopolitico, ma anche, e forse ancora più colpevolmente, sul piano culturale. E qui vengo alla ripetizione irritante.
L’11 settembre non fu solo un evento sconvolgente per l’ordine mondiale. Fu anche, come si disse allora, un enorme evento filosofico. Mostrò la senescenza delle categorie consolidate del pensiero politico di fronte a una globalizzazione che sconvolgeva le stesse coordinate spaziali e temporali costitutive della modernità, e tutte le categorie – sovranità, identità, logica simmetrica amico-nemico – costitutive dell’ordine politico moderno.
L’interpretazione dell’attentato alle Torri gemelle in termini di scontro di civiltà, con l’islam all’attacco dell’occidente che domandava una ritorsione uguale e contraria, fu certamente la lettura mainstream che ispirò la reazione americana in Afghanistan e in Iraq, ma non fu l’unica, e fin da subito si rivelò, sulla base di una lettura attenta dell’evento, la più fallace: la forma, gli effetti, perfino l’estetica dell’attentato ne suggerivano un’altra.
Le quasi tremila vittime, di oltre 60 diverse nazionalità, dicevano che l’attacco non era all’America ma alle promesse cosmopolitiche della globalizzazione. La sceneggiatura hollywoodiana dei due aerei che tagliavano le Torri gemelle diceva che tutto, dalla tecnologia all’immaginario dell’attentato, non veniva da un altro mondo ma da un esterno interno all’occidente: Jacques Derrida parlò allora di un attacco autoimmunitario, molto prima che fossero i documenti dei terroristi reclutati dal gruppo Stato islamico fra gli immigrati europei di seconda generazione a certificare che l’islamizzazione del radicalismo, come la chiama oggi Oliver Roy, è un fenomeno che si alimenta nelle periferie delle nostre metropoli. Ancora, l’irruzione sulla scena dell’attentatore suicida, disposto a uccidersi per uccidere, diceva che nessuna guerra di tipo tradizionale può averla vinta sull’asimmetria di uno scontro privo di quella regola istintiva e primaria di deterrenza che consiste nel non dare la morte per salvaguardare la propria vita.
Di fronte a tutto questo ci fu chi come Oriana Fallaci reagì agitando la rabbia e l’orgoglio, un binomio tuttora coccolato dai nostri media mainstream a sostegno della xenofobia e dell’islamofobia montante. Ma ci fu anche chi come Judith Butler ne trasse materia, al contrario, per una ontologia politica della vulnerabilità e dell’interdipendenza, e per una pratica della convivenza basata sull’elaborazione del lutto. Ci fu chi, come James Hillman, lesse nella ferita che si era aperta nell’inconscio americano la sorgente di una inedita consapevolezza del limite della prima potenza mondiale. O chi, come Spike Lee, immaginò nella Venticinquesima ora di un tempo fuor di sesto la possibilità per il sogno americano di rimediare i propri errori.
Tracce di un pensiero della contemporaneità che come tutto, da quella luminosa e vitrea mattina di quindici anni anni fa, non è più lo stesso, ma che da quella ferita del corpo, del pensiero e dell’inconscio si è lasciato attraversare senza chiudersi in un arrocco difensivo, come sta avvenendo invece nel dibattito pubblico europeo sempre più dominato dall’ossessione securitaria.
Oggi, scrive il New York Times, c’è il rischio che i bambini americani nati dopo l’11 settembre non ne ricevano memoria alcuna, e guardando le immagini in tv chiedano «ma davvero è successo tutto quel casino?».
In Europa siamo noi adulti ad averne una memoria selettiva, abbarbicata a un bisogno di sicurezza che impugna i “valori fondamentali” come pietre per elevare muri, e nega il lutto a chi muore sui confini. Quindici anni dopo, anche per l’Europa c’è bisogno di una venticinquesima ora.
La Repubblica, 11 settembre 2016
La ricerca della verità sul sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni riparte dall’uomo che lo ha tradito vendendolo per quel che non era: una spia. Da Mohamed Abdallah, questo il suo nome. Un sindacalista, si fa per dire. Quello che da ieri, alla Rai e su alcuni siti egiziani, posa a innocente, giurando di non aver mai denunciato Giulio. Di non sapere nulla dell’esposto del 7 gennaio di quest’anno da cui — per quanto ne ha riferito la Procura generale del Cairo alla Procura di Roma — sarebbero partite le indagini della Polizia di Gyza. L’uomo di cui Giulio annota sul computer gli incontri tre volte, traendone una conclusione che suona come un presagio. «Mohamed è una miseria umana».
In questi sette mesi, la vita di Mohamed Abdallah è cambiata. Oggi è vicino a una sigla sindacale filo governativa. Un salto rispetto a quando Giulio lo conobbe senza poter immaginare che quel signore, avido e con un passato da giornalista di gossip, dai modi spicci e carismatici, è un informatore degli apparati egiziani. Abdallah viene presentato a Giulio il 13 ottobre del 2015 negli uffici del Egyptian Center for Economic and social rights da Hoda Kamel, ricercatrice egiziana che in quel Centro lavora e che di Giulio al Cairo è bussola accademica. È l’inizio di una relazione catastrofica, di cui Giulio terrà in parte nota nel suo computer e che l’infido Abdallah, nel febbraio di quest’anno, racconterà a Repubblica con parole di cui oggi è possibile apprezzare l’untuosa falsità. Dice: «Ho incontrato Giulio tre, quattro, forse sei volte in tutto. Fino a quando lui non mi parlò di soldi che potevo avere se lo aiutavo nella sua ricerca. Allora decisi di non volerlo vedere più e anzi compresi di aver fatto male a parlargli, perché questo avrebbe potuto mettere in difficoltà sia il sottoscritto che lui».
È una manipolazione grossolana, svelata a posteriori non solo da quel che a Giulio accadrà, ma da quanto lui stesso annota nel suo computer in tre file, ora agli atti della Procura di Roma. Il primo, datato 13 ottobre 2015, risale proprio al primo incontro negli uffici dell’Egyptian Center for Economic and Social rights, ed è la lunga trascrizione in inglese (12 cartelle) dell’intervista in lingua araba sui temi dei sindacati indipendenti. Il secondo è di sette settimane più tardi, 8 dicembre. Abdallah ha dato appuntamento a Giulio nel quartiere Ramsis per un incontro con gli ambulanti. Scrive Giulio nel suo pc al termine di quella giornata: «Oggi mi sono reso conto di quanto Mohamed sia riconosciuto come leader dalla comunità degli ambulanti».
È ragionevole pensare infatti che in questo momento Giulio sia ancora convinto della possibilità di finanziare una ricerca specifica sul sindacato di Abdallah attingendo alle 10 mila sterline della borsa messa a disposizione dalla fondazione inglese Antipode. L’idea, tuttavia, tramonta rapidamente. Non appena Giulio viene a conoscenza del divieto in Egitto di finanziare sindacati o partiti in qualsiasi forma. Tanto che il ragazzo ne parla con Abdallah il 18 di quel mese di dicembre. Il colloquio tra i due, per quel che se ne ricava dall’appunto sul pc, è tutt’altro che edificante. Abdallah chiede brutalmente quanto ci sia per lui delle 10 mila sterline. Giulio replica che non se ne farà nulla. La sera scrive: «Pensavo che la sua disponibilità fosse per far del bene al sindacato. Non è così. Mohamed è una miseria umana».
In quella fine del 2015, aver troncato i rapporti con Abdallah non sembra preoccupare Giulio. O almeno così sostiene Hoda Kamel che di quel rapporto era stata in qualche modo l’ispiratrice. E tuttavia, intervistata da Repubblica al Cairo nel marzo scorso, è proprio lei a immaginare un ruolo di Abdallah nella fine che attende Giulio. Era dunque mosso dalla sua “miseria umana” Mohamed Abdallah quando il 7 gennaio di quest’anno si presenta in una caserma della Polizia avviando di fatto il conto alla rovescia che porterà Giulio alla morte. Ed è ragionevole pensare che, l’11 dicembre, quando Giulio sarà fotografato in un’assemblea dei sindacati da una ragazza, quella foto sia scattata non dagli apparati ma da qualche militante perché la “spia” potesse essere più agevolmente individuata dalla Polizia alla quale la si stava per consegnare.
Vedremo nelle prossime settimane come camminerà l’inchiesta egiziana. Un fatto è certo. L’aria è cambiata. Ieri è stato scarcerato il Presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, nonché consulente della famiglia di Giulio Regeni, Ahmed Abdallah. E, a fine mese i magistrati egiziani saranno di nuovo a Roma, dove vedranno per la prima volta la famiglia Regeni, che ha accettato l’incontro rassicurati del fatto che non si tratterà di una presa in giro. Non è peregrino immaginare che la Procura Generale del Cairo si presenterà ai Regeni non solo con parole di circostanza.
«Grecia. L’alleanza dei leader progressisti in vista del summit di Bratislava. L’attacco di Schauble: "Niente di buono"» I
l manifesto, 10 settembre 2016 (c.m.c.)
«Il summit del sud Europa» ha come obiettivo «il miglioramento della vita dei cittadini dell’Unione», ha dichiarato alla fine di questo «incontro a sette», il primo ministro greco, Alexis Tsipras. Le previsioni della vigilia sono state rispettate: nessuno scontro frontale con Berlino, nessun desiderio di isolazionismo politico, ma la volontà di contribuire in modo fattivo, a dare nuovo e diverso impulso alla costruzione europea. Italia, Grecia, Francia, Cipro, Malta, Portogallo e Spagna (malgrado Rajoy non abbia partecipato, a causa della perenne crisi politica di Madrid), sono convinte che si debba ricercare soluzioni migliori.
Per una gestione solidale della questione migratoria, per riportare in primo piano il valore ed il bisogno di un’Europa sociale, per potenziare e possibilmente raddoppiare i fondi del Piano Juncker riservati alla crescita e gli investimenti. «Contribuiamo al dialogo, abbiamo bisogno di una nuova visione, vogliamo ispirare i nostri popoli», ha dichiarato il leader di Syriza. Ed allo stesso tempo, ha sottolineato che si deve fare di tutto per rigettare, con forza, le chiusure nazionalistiche e la xenofobia.
Il prossimo incontro dei paesi del Sud Europa si terrà in Portogallo, e lo scopo, come hanno detto tutti, non è e non sarà dividere, ma arrivare ad un’«Unione migliore». Nel corso della conferenza stampa, Matteo Renzi ha sottolineato che «la scommessa di questo incontro di Atene è rinnovare un’idea di Mediterraneo da cui l’Europa tira fuori la parte migliore di sé». Perché non può essere solo «regole, finanza, austerity e tecnicità», ma deve voler dire anche «valori, ideali e dimensione sociale».
Per formare il cittadino europeo di domani, il quale dovrà essere «kalos kai agathos», con un forte riferimento alla dimensione etica del suo agire. E Francois Hollande, dal canto suo, ha ribadito il bisogno di unità e coesione, per riuscire a dare speranza alle popolazioni dei paesi membri dell’Unione, specie quelle dei paesi che si affacciano sulla sponda mediterranea. La questione principale, quindi, è riuscire a rilanciare al più presto politiche di crescita, che possano avere ricadute positive sull’ occupazione e sulla vita concreta dei cittadini.
Il presidente francese e tutti gli altri partecipanti al vertice sanno bene che dopo il referendum sulla Brexit, non si può più far finta di niente, e che bisogna cercare di far sentire la propria voce, per incidere sul cammino che, d’ora un poi, seguirà l’Ue. «Non vogliamo creare un gruppo separato, ma l’Europa ha bisogno di un nuovo orientamento», ha spiegato il presidente di Cipro, Nikos Anastasiadis. Al momento, si può dire che l’iniziativa politica di Alexis Tsipras ha raggiunto il suo scopo: dimostrare che in questa realtà europea non c’è più un pensiero unico neoliberale, proporre delle iniziative concrete (come il rafforzamento del piano Juncker) e rendere l’ incontro dei leader del Sud Europa, un appuntamento stabile.
Non solo di quelli a orientamento progressista, come ha dimostrato la partecipazione all’iniziativa, di Cipro e Spagna. Perché un problema come quello dei giovani, «che non guardano al futuro con speranza, e chiedono un lavoro di qualità»- come ha detto il primo ministro portoghese Antonio Costa- in questo vastissimo Mezzogiorno fatto di disoccupazione e sofferenza, travalica anche le divisioni di carattere meramente ideologico.
Al vertice di Atene ha voluto reagire con stizza, una parte importante dei popolari: il ministro delle finanze tedesco, il noto falco Wolfgang Schauble, ha dichiarato che «per lo più, quando i leader socialisti si incontrano, non viene fuori nulla di buono». E il capogruppo dei popolari al Parlamento Europeo, Manfred Weber, ha deciso di rincarare la dose, convinto che Renzi e Hollande «si stiano lasciando manipolare da Alexis Tsipras» e che «questo atteggiamento non sia davvero indice di senso di responsabilità».
Prese di posizione estreme, che sono indice di nervosismo, in vista del vertice dei capi di stato e di governo europei a Bratislava, tra una settimana, dove si dovrà dare indicazioni concrete su priorità e scelte dell’Unione.
Da
il manifesto riprendiamo la petizione promossa da A Buon diritto, Amnesty international Italia, Antigone, Cild e la famiglia Regeni e diretta al premier Renzi: «Caso Regeni: l’ambasciatore italiano non deve tornare in Egitto». Lanciata il 3 settembre su Change.org, ha già raccolto quasi 14mila firma su 15mila. 10 settembre 2016
Tra pochi giorni, il 3 settembre, saranno trascorsi sette mesi dalla tragica morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ventottenne rapito, torturato e ucciso al Cairo. In un’intervista rilasciata a Riccardo Iacona (Presa diretta, lunedì 29 agosto) la madre, Paola Regeni, ha affermato: “È importante che il nuovo ambasciatore Cantini non scenda al Cairo: non dobbiamo dare questa immagine distensiva”.
Condividiamo la sua preoccupazione. Il ritorno in Egitto del nostro ambasciatore, infatti, sarebbe inteso dalle autorità egiziane come un segnale della volontà di ristabilire normali rapporti politico-diplomatici tra i due Paesi. Riteniamo che ciò sarebbe assai inopportuno, tanto più alla vigilia dell’incontro tra gli investigatori italiani e quelli egiziani, previsto per l’8 e 9 settembre.
Lo scorso 8 aprile il governo ha richiamato a Roma l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari “per consultazioni”. Poi, nelle settimane successive, Massari è stato destinato ad altro incarico e sostituito da Giampaolo Cantini. Ma quest’ultimo non ha ancora preso servizio presso l’ambasciata italiana al Cairo e resta, per così dire, “richiamato” in Italia senza che ancora sia stato chiesto al governo egiziano il “gradimento” sul suo nome.
Noi pensiamo che così la situazione debba rimanere per ora. E che il richiamo in Italia dell’ambasciatore rappresenti un primo ed elementare provvedimento da cui non recedere: e da rafforzare, piuttosto, con altre e più incisive misure. Insomma, non può essere consentita una sorta di “distensione” tra i due Paesi dal momento che, da parte delle istituzioni politiche e giudiziarie egiziane, nulla è stato fatto per far progredire la ricerca della verità sull’assassinio del nostro connazionale.
Di conseguenza, il richiamo dell’ambasciatore va inteso come premessa di altre iniziative di pressione democratica nei confronti del regime egiziano. Perché, questo è il punto, il governo italiano finora non ha assunto alcun altro provvedimento efficace: e dalle autorità egiziane sono giunte oltraggiose e false affermazioni, ostinati silenzi e vere e proprie forme di depistaggio.
Dunque, senza risposte adeguate e veritiere e senza atti di concreta cooperazione con le istituzioni italiane, non ha alcun senso che l’ambasciatore Cantini si insedi nell’ambasciata italiana al Cairo.
Luigi Manconi, Presidente di A Buon diritto
Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty international Italia
Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone e di Cild – Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili
I genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni
L’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini
Dissento radicalmente da Stefano Fassina ("La sinistra nella morsa del liberismo", il manifesto del 2/9) secondo cui: «il demos europeo non esiste. Il demos è nazionale per radici culturali, storiche e sociali. La democrazia o è nazionale o non è». Per questo non posso che concordare con la critica che Yanis Varoufakis muove a quelle stesse posizioni ("Europeisti contro gli oligarchi", il del 6/9). Non è chiaro che cosa Fassina intenda per demos, che poi vuol dire popolo, gente: verosimilmente coesa e organizzata in corpi intermedi.
Dalle sue parole risulta che condizione della democrazia sia la condivisione di un comune spirito nazionale. Ma mai come ora nella storia dell’Italia repubblicana, ma anche in quella di tutti gli Stati europei usciti dalla seconda guerra mondiale, il conflitto, inteso come non condivisione di un comune sentire, risulta tanto irriducibile da dissolvere l’idea stessa di un demos comune.
Al centro di di quel conflitto c’è una enorme «variabile» che né Fassina né Varoufakis considerano: l’alternativa tra accogliere o respingere profughi e migranti e tra includere o emarginare i cittadini europei con origini in altri paesi. Certo, non c’è modo di accogliere e includere se non si è disposti a riconoscere i più elementari diritti nemmeno a una parte crescente dei cittadini europei. Ma non c’è niente di condiviso, per usare due figure emblematiche, tra Matteo Salvini, capo della Lega, e Domenico Lucano, sindaco di Riace; né tra chi condivide parole e atti dell’uno o dell’altro, anche se Salvini tutti sanno chi è, mentre di Lucano ben pochi hanno sentito parlare, nonostante che la rivista Fortune lo consideri una delle persone più importanti della Terra.
Ma non c’è niente di condiviso neanche tra coloro che non vorrebbero prendere posizione né per l’uno né per l’altro, perché il conflitto tra quelle polarità è destinato comunque a crescere e a decidere il futuro dell’Italia e dell’Europa. Lo vediamo alla prova del voto in Austria, dove i partiti tradizionali sono quasi scomparsi a favore degli opposti schieramenti «accogliere o respingere»; nel Regno Unito dove il voto sulla Brexit si è svolto, in modo più confuso, sullo stesso tema; in Francia e Germania, dove domina ormai la competizione politica; in diversi paesi dell’Europa dell’Est, dove si è già risolto, per ora, a favore del respingere: anche là dove profughi e immigrati quasi non esistono.
Oggi hanno la meglio, anche perché l’establishment europeo è sempre più allineato con le loro pretese, i fautori del respingere: ma anche se la pensano tutti allo stesso modo, non possono costituire un fronte comune e meno che mai un demos europeo, perché ciascuno spinge il proprio paese ad allontanarsi da tutti gli altri: parlano di difendere le frontiere comuni dell’Europa, ma ciascuno difende e rafforza le sue: e qui frontiera non vuol dire solo confine geografico, ma anche culturale, sociale, economico e politico.
Dal lato opposto, nelle pratiche, se non nelle politiche – perché queste non ci sono – di accoglienza, come in quelle di ibridazione culturale e sociale con chi già è insediato in Europa, si sta invece costituendo, anche se scarsamente consapevole di sé, un vero demos europeo: un fronte comune di persone, soprattutto giovani, che si riconoscono al di là dei confini nelle scelte e nelle iniziative di tutti coloro che si adoperano per accogliere e per far incontrare le diverse culture e che hanno come comune punto di riferimento l’Europa: non l’Unione Europea e le sue istituzioni, e meno che mai l’euro; non l’Italia o la Francia, la Grecia o la Germania, ma l’Europa come meta legittima di persone come noi, che cercano in questo continente una sopravvivenza che nel loro paese di origine è negata; un luogo da cui offrire sostegno economico, morale e culturale alle loro comunità rimaste a casa o a metà strada; e forse anche un trampolino per ritornare, in condizioni diverse, da dove sono partiti.
È un sentire comune a profughi, migranti e cittadini europei impegnati a fare dell’Europa non una fortezza, la cui chiusura porta inevitabilmente alla frantumazione, ma uno spazio aperto a una progettazione condivisa di vite, convivenze ed economie completamente diverse.
D’altronde, riempire bocche e schermi di ingiunzioni a respingere e rimpatriare è facile; ma tradurle in pratica è un’altra cosa: nel «migliore» dei casi, significa ributtare coloro che cercano rifugio in Europa tra le braccia – o gli artigli – delle bande da cui cercano di fuggire; le stesse che stanno minando anche la sicurezza dei cittadini europei; nel peggiore, condannarli a morte nei paesi di origine, in quelli di transito, o in mare: uno sterminio.
Dunque in gioco non c’è solo l’Unione Europea, né solo l’euro, ma il progetto di un’Europa che, se ridotta a fortezza, è destinata a dissolversi. Per questo sia gli «spinelliani senza se e senza ma» irrisi da Fassina sia quelli che «se e ma» ne producono dozzine, devono fare i conti con questa evenienza (e non «emergenza») su cui si gioca il destino politico, sociale e culturale del continente.
Dovrebbe però essere chiaro che, anche se i loro confini non combaciano, euro e Unione Europea sono indissolubilmente legati: se crolla l’uno si dissolve anche l’altra. I tentativi di tenerli separati, come quello fatto da Luciano Gallino a cui Fassina si richiama, sono giocati sul piano giuridico: testimonianza di una pervicace volontà di salvare il progetto europeo.
Ma il problema non è giuridico, bensì politico.
Fassina, che da tempo ha abbracciato l’idea che uscire dall’euro porterebbe il paese fuori dalle secche in cui l’hanno arenato le politiche europee, invoca l’autorità di Stighitz, che prospetta due soluzioni per cercare di salvare euro e Unione: un «piano A» con tutti quegli ingredienti, dagli eurobond a politiche fiscali e del lavoro comuni, considerati necessari a rilanciare «la crescita». Ma Stiglitz sa che non verrà mai condiviso da chi governa oggi l’Europa. In subordine, un «piano B»: dividere l’euro in due, uno per i paesi «forti» e uno per quelli dell’Europa mediterranea, così da attenuare la divaricazione prodotta dalla condivisione della stessa valuta.
È l’opzione cui si aggrappa Fassina: una soluzione intermedia rispetto a una competizione a suon di svalutazioni a cui aprirebbe le porte il ritorno alle valute nazionali (e che finirebbe per azzerare i vantaggi di una svalutazione, non meno dell’attuale compressione salariale).
Ma che cosa potrebbe mai indurre a gestire la divisione in due dell’euro governi che non sono in grado, per cultura, interessi costituiti e prassi consolidate, di metterlo in salvo invertendo rotta di 360 gradi?
Abbiamo già visto all’opera la forza di inerzia di quell’establishment, che ha finito convincere anche persone come Fassina a votare e cercare di gestire scelte demenziali come il pareggio in bilancio.
Senza un conflitto per ridisegnare in modo aperto confini e strutture di governo dell’Europa quelle politiche non saranno mai in grado di autocorreggersi. Perché il demos di cui ha bisogno la democrazia non è quello che deriva dal condividere culture e storie nazionali, bensì quello che si sta costituendo nel conflitto che mette in gioco il futuro di tutti.
Invece di cercare di salvare gli assetti esistenti va messa all’ordine del giorno una nuova configurazione dell’Europa, capace di promuovere dal basso, anche al di là dei suoi confini geografici, coinvolgendo i migranti e le loro comunità di origine, e a partire dai movimenti già in atto e dalle città ribelli a cui si richiama Varoufakis, ciò che l’attuale governance europea non riesce né vuole promuovere dall’alto: una radicale conversione ecologica di tutto il tessuto sociale ed economico.
«Evgeny Morozov. L’esperto mondiale dei nuovi media: “Lo Stato dovrebbe proteggere i nostri dati in mano a Apple o Facebook, non trattarci alla pari”».
Il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2016 (p.d.)
L'Italia è un ottimo esempio dello strapotere dei colossi digitali. Evgeny Morozov, 32 anni, è uno degli esperti dei nuovi media più stimati al mondo e venerdì sarà in Italia per il Festival della Comunicazione di Camogli. E sulle strategie digitali italiane è molto diretto.
Morozov, partiamo dalla cronaca. Che ne pensa del caos Apple-Irlanda?
Ci sono tre ordini di problemi. Primo: in Europa non esiste coerenza fiscale. Secondo: le aziende digitali giocano sulla collocazione del loro business perché i loro guadagni sono online. Terzo: fanno accordi con i governi, da pari a pari. La Silicon Valley è diventata un nuovo mostro.
In che senso?
Questi giganti hanno acquisito troppo potere, penetrano e utilizzano ai loro fini le istituzioni statali. L’Italia è un caso di scuola. Il governo non cerca l’innovazione, ma solo la sua immagine da vendere: stringe accordi o assume consulenti che vengono dalle multinazionali, proprio come è successo con Amazon (il nuovo consulente di governo per il digitale, Diego Piacentini, è un suo alto dirigente in aspettativa ndr).
Quale rischio si corre?
Questi consulenti non hanno esperienza nel settore pubblico e così si crea una graduale privatizzazione di un bene dello Stato mascherata da progresso: si aiutano i colossi a fare cose che i governi avrebbero dovuto fare loro e lo stesso linguaggio usato serve a mascherare la natura politica delle operazione compiute da queste società: si parla di
big food,
big energy e
big finance, ma nessuno parla di
big data. Google e Facebook sono imprese: i loro servizi non sono gratis. Si pagano con i nostri dati.
Come li ottengono?
Con gli oggetti intelligenti, la cosiddetta “internet delle cose”: è possibile tracciare tutto, ma solo loro hanno le infrastrutture per farlo. Il proprietario di una casa può verificare se le persone a cui l’affitterà sono affidabili: ci sono società che possono informarlo. A pagamento.
Una sorta di schedatura.
Ormai si è ben oltre il controllo delle mail. Si pensi alle
smart city presenti nelle agende di società come Microsoft, Hp o Cisco. Tutto, in queste città del futuro, è dotato di sensori. Informazioni che fanno gola ai governi e all’
intelligence, che però da sola non potrebbe mai averle.
Come evitarlo?
Affrontando la questione della proprietà dei dati. C’è un mercato, eppure non c’è nessun quadro regolatorio, nessuna struttura legale che formalizzi questo rapporto.
Potremmo vendere i nostri dati?
C’è chi lo teorizza. Molti dei dati che produciamo, però, potrebbero servire a migliorare il tessuto sociale e gli strumenti pubblici. Non dico di lasciarli alla completa gestione statale, ma di trovare il giusto equilibrio.
Chi dovrebbe farlo?
Istituzioni e gruppi sociali che non siano privati o aziende multinazionali.
Perché non ci si riesce?
Non si comprende ancora la portata di questi temi. La sinistra continua a combattere la
Fire Industry (Finanza, assicurazioni e immobiliare, ndr), ma se non ne percepisce le metamorfosi digitali non potrà mai vincere
Come trova l’Italia?
Il renzismo ha quasi completamente distrutto la capacità di discutere seriamente di tecnologia e digitale. Tutto è astratto, basato sull’idea che l’economia possa ripartire se si creano dieci centri con stampanti 3d. È folle. È un’Italia piena di bullshit, supercazzole. Ci sono personaggi come Riccardo Luna (Digital Champion del governo ndr ), che non hanno nessuna esperienza tecnologica però vogliono creare l’impressione che tutto sia possibile se si invita Google o Amazon. L’unico modo che hanno per dare la sensazione che qualcosa si muova è invitare pensatori vicini a Washington e alla Silicon Valley e creare think tank in cui non c'è nessuna attività utile ma solo lobby. È una tragedia: 20-30 anni fa l'Italia era un grande centro industriale, aveva tutto. Ora ci sono solo parole.
Una dimostrazione di come sia proprio la cultura il miglior modo per ricominciare a vivere e ritrovare una vita e una speranza comune. Internazionale online, 5 settembre 2016 (c.m.c.)
Caffè e libri. È il nome di un caffè che ha appena aperto nel centro di Baghdad. Alla festa d’inaugurazione poeti e scrittori hanno letto passi dei loro libri con accompagnamento di musica dal vivo. Il locale si trova a pochi isolati dal centro commerciale di Karrada dove il 3 luglio un attentato del gruppo Stato islamico (Is) ha ucciso più di trecento persone.
«È un’avventura», spiega il proprietario Yasser Adnan, 28 anni, «ma qui la vita è tutta un’avventura». Yasser ha concepito il locale come una sorta di memoriale per suo padre, un famoso libraio ucciso nella sua libreria in via Al Mutanabi in un attentato nel 2007. La sua foto è appesa davanti all’ingresso del locale.
Quest’avventura non è la prima del suo genere. Fin dagli anni trenta del novecento, i caffè nei pressi delle moschee e degli altri centri di appartenenza settaria sono stati il luogo di ritrovo della classe media istruita. Era in quei locali che la gente ha cominciato ad ascoltare le notizie dal mondo grazie a quelli che leggevano i giornali ad alta voce.
I muri del caffè di Adnan sono coperti di libri, i libri di suo padre. Il locale è stato disegnato per offrire ai giovani un posto tranquillo per leggere, e offrendo il wi-fi gratuito Adnan cerca di attirare i ragazzi. Nel retro c’è uno schermo dove ogni tanto vengono proiettati dei film.
Dopo il suo reading, il poeta Hamid Qasim ha elogiato l’idea di aprire un centro culturale in questo quartiere affollato,« in un momento in cui la storia culturale del nostro paese è minacciata dal terrorismo e da un governo reazionario». Il regista Muhannad Hayali ha ricordato «l’importanza di un locale come questo a Karrada. Questo quartiere era frequentato da gente che veniva da ogni parte dell’Iraq, di ogni religione e gruppo etnico. La cultura potrà offrire loro un’identità comune?».
(Traduzione di Gabriele Crescente)
Il Manifesto, 3 settembre 2016 (p.d.)
Il governo somiglia a un club di sciamani. Evoca in suo soccorso forze misteriose per arginare la presenza del male (il terribile zero) che non sa come affrontare con politiche efficaci. Il ministero dell’economia, con le sue danze propiziatorie, gioca con i numeri e anticipa una crescita inesistente. Tocca all’Istat rimettere le cifre in ordine e confermare, nei giorni di Cernobbio, che la ricetta del governo dei bonus è miseramente fallita. Dopo «63 governi dormienti» Renzi si vantava di aver restituito velocità, vigore, ottimismo. Rivendicava persino un ritrovato contatto con la felicità. «Quando attaccano Happy days non lo fanno perché si sentono lontano da Fonzie, ma perché si sentono lontani dalla felicità», diceva Renzi. E però, dopo tre anni di potere vissuti secondo l’ «Italia col segno più», i numeri sgonfiano un chiacchiericcio che produce ormai più irritazione che consenso.
Sebbene abbiano una grande pazienza, i nudi fatti, a un certo punto, si infastidiscono dinanzi a una overdose di comunicazione deviante per la quale la realtà è solo un fastidio e «il vittimismo è un ostacolo alla crescita». Strattonati, i fatti reagiscono alla dittatura dell’ottimismo per decreto.
Senza opposizione e controllo, il governo riesce nell’impresa di affondarsi da solo, con l’incontinenza del suo cinguettio infinito che opera nel mondo del presso a poco. Le sue metafore, spacciate per fascinosa ipermodernità, cominciano a stufare anche i più distratti consumatori di spot che si infastidiscono dinanzi alla strafottenza del governo via tweet («si scrive legge di stabilità, si pronuncia legge di fiducia»). Il pubblico, sebbene indotto dai media alla passività, avverte che la narrazione delle «buone notizie» non corrisponde al vissuto reale. E per questo sente una crescente avversione per un potere che, anche dinanzi alle tragedie, gioca alla fabbricazione di pure trovate linguistiche, come Casa Italia, o in mezzo alle macerie pensa alla prenotazione di incontri mitici con archistar.
Una forma espressiva ricorrente della retorica renziana è quella che scandisce «è finito il tempo». L’intenzione del potere è di rimarcare l’eccezionale portata innovativa del governo del fare. Ogni campo sfiorato dalla mano magica dello statista gigliato diventa incredibilmente fertile. Una svolta epocale si registra ovunque il novello uomo del destino abbia deciso di intervenire, naturalmente con la sua proverbiale velocità di pensiero ed energia corporale.
E, in effetti, qualcosa di epocale nell’azione di governo c’è. Ma non è quella raccontata dalla narrazione («La Quaresima è finita», fantasticava un titolo di Repubblica), che viene trasmessa a media unificati: è o no l’Italia negli ultimi posti nella classifica mondiale della libertà di informazione? Il tempo è finito in senso letterale perché, per la prima volta, si inverte un ciclo storico lungo che ampliava le aspettative di vita. La spesa pubblica per la sanità, e per la prevenzione delle malattie, registra negli ultimi anni un decremento significativo, con conseguenze inevitabili sulla qualità della vita. Mentre il triangolo dell’Etruria dedicava un triennio dell’attività parlamentare per escogitare misure forzate utili a prolungare artificialmente la durata delle legislature e prefigurare gli esiti delle elezioni, la vita delle persone si contraeva senza rimedio. Un nesso tra fuga del pubblico e insicurezza si avvertiva anche nei rapporti di lavoro, abbandonati alla deregolazione della volontà padronale chiamata Jobs Act.
Anche qui «è finito il tempo» della costante contrazione delle morti bianche. E dopo 15 anni di regolare diminuzione, nel 2015 le morti sul lavoro crescono di oltre il 16,5%. Sarà che l’Italia riparte (o come si esprime la ministra Boschi «ha riavviato i motori»), ma per 1.172 lavoratori il tempo è finito per sempre nel dannato 2015.
È «finito il tempo» in cui cresceva la propensione allo studio. Dieci anni fa 73 diplomati su 100 si iscrivevano all’università. Oggi solo 49 su 100 sfidano lo scetticismo del ministro Poletti sul valore dello studio, soprattutto quello che si chiude con lode. Con il 23% di giovani con laurea (metà dei francesi) l’Italia è alla coda dei paesi europei nella scolarizzazione, altro che fandonie sulla generazione Erasmus.
Il governo ora invoca la flessibilità nei bilanci («i soldi me li prendo. Punto»), ma lo fa per distribuire bonus elettoralistici, per trasferire gli scarsi fondi pubblici alle imprese (decontribuzioni, tagli Irap: «Ancora sgravi per chi assume, meno di prima però, affrettarsi prego»), togliendoli ai servizi collettivi e alle politiche industriali. Oltre che inique (niente Tasi per tutti) e antisociali (nessun bonus agli incapienti), le politiche populistiche dell’esecutivo (un neolaurismo che ha appreso le fresche tecniche del marketing pubblicitario) sono del tutto inefficaci.
Mentre l’Europa dichiara guerra alle miliardarie evasioni fiscali del colosso americano dell’informatica, Renzi suole farsi riprendere a palazzo Chigi con una mela, che non è quella che sollecitava la curiosità di Newton («Sono stato denunciato da una associazione consumatori perché uso il Mac e dicono che faccio pubblicità occulta. Ragazzi, una camomillina, una tisana e passa la paura»). Quali sono le potenze che sostengono questo ceto politico della piccola borghesia toscana che dalle rive dell’Arno si accasa nella capitale e che prima sfrecciava con la bici e poi vola con il nuovissimo sup-jet?
All’ombra del Credito fiorentino e di Banca Etruria, dei consigli di amministrazione delle filiali locali, è nato il temibile potere costituente del partito della nazione che, con appoggi massicci e coperture illimitate, pone le basi della terza repubblica. Una palude di scambi, intrighi, ambizioni che accumula influenza nei giornali, nelle società controllate e partecipate, nella Tv e però ha un fondamentale difetto: abile nell’uso delle slide, non sa governare. L’improbabile timoniere annuncia che «l’Italia prosegue la lunga marcia». Verso la catastrofe.
Il Fatto Quotidiano, 1 settembre 2016 (p.d.)
Sembra il titolo di un film e, chissà magari potrà diventarlo. Il giocattolaio è un siriano trapiantato in Finlandia dal 1989, la cui passione/missione è regalare un sorriso ai bambini costretti a vivere sotto le bombe. Rami Adham, 44 anni, va e viene da Aleppo e quando va, si comporta proprio come gli affascinanti “spalloni” a cavallo tra Ottocento e Novecento lungo la nostra linea di confine con Austria e Svizzera: i contrabbandieri dell'epoca si caricavano sulle spalle enormi valigie o sacchi pieni di merce e denaro. Oggi, oltre un secolo più tardi, Rami Adham si carica zaini pieni di giocattoli. E varca la frontiera tra Turchia e Siria.
Quando è successo l'ultima volta?
A inizio anno. Sto preparando il prossimo viaggio. Per motivi di sicurezza non posso rivelare la data esatta. Sono viaggi complicati, le cose cambiano in fretta, gli amici possono diventare nemici, all'improvviso.
Si preannuncia pericoloso?
Sì, specie dopo l'assedio e la battaglia di Aleppo, con i ribelli bombardati con i barili e dalle forze russe. È il viaggio più delicato finora.
Quale sarà il tuo itinerario?
Non posso addentrarmi nei particolari. Ti posso solo dire che con l'aereo da Helsinki raggiungerò la Turchia, poi si vedrà. Da lì viaggerò su strade non ufficiali, varcherò il confine da punti non segnalati. Ho guide molto preparate.
Spiegaci cosa significa essere un toy smuggler, un 'trafficante di giocattoli'.
Significa portare un sorriso ai bambini che soffrono. Quando guardo in faccia i miei figli che vivono sereni e sicuri, non posso non pensare a quel che vedo ogni volta ad Aleppo.
Come parte la missione?
Grazie a serate, incontri e contatti in Finlandia, riesco a raccogliere giocattoli. Poi li carico sull'aereo per la Turchia e da lì, a mano, li porto con me fino ad Aleppo.
Per la prossima missione quanti ne porterai?
Oltre 600 pezzi.
Quando hai iniziato questa attività particolare?
Porto aiuti, giocattoli soprattutto, alla popolazione colpita da quando è iniziata la battaglia di Aleppo, quattro anni fa. Da quando la Turchia ha chiuso le frontiere con la Siria, dalla primavera del 2015, sono diventato un ‘contrabbandiere’ perché supero il confine clandestinamente.
Porti i giocattoli solo ad Aleppo?
Beh, quella è la città dove sono nato, il simbolo dell'aggressione del regime, ma capita di svolgere la mia funzione anche in altri centri dell’area, quelli liberati dalla presenza dei soldati di Assad.
C'è la storia di un bimbo che ti ha colpito in particolare?
Sì, una bambina di Aleppo, avrà avuto 6-7 anni e l'ho incontrata durante l'ultimo viaggio. Un giorno le ho dato un giocattolo, la mattina seguente me la sono ritrovata davanti: “Non lo hai preso ieri il giocattolo?”, le ho chiesto, e lei: “Ne volevo altri per tutti i bimbi del mio quartiere che hanno perso i genitori e non possono venire qui perché sono soli”. A quel punto le ho detto di portarmi da loro.
Oltre ai giocattoli, porti anche altri aiuti?
Certo, il denaro che riesco a raccogliere durante le raccolte e quello che viene donato alla nostra Ong, Toy Smuggler of Aleppo, dalla gente comune, dalle associazioni. Ogni singolo euro va a favore di Aleppo, non mi tengo neppure i soldi per il viaggio. La base dell'organizzazione è nella capitale finlandese, ma capita spesso di fare incontri in altri paesi, di conseguenza gli aiuti arrivano da varie parti del mondo. L'obiettivo primario in questa fase, è raccogliere abbastanza fondi per realizzare una scuola, la nostra scuola. Le bombe di Assad ne hanno distrutte tante, noi ne costruiamo una che rappresenti il sacrificio di tutte le altre. Un segnale forte.
Durante i tuoi viaggi in Siria, sei costretto ad assistere a scene inenarrabili, a incontrare gente che soffre; come si superano questi choc?
È brutto dirlo, ma ci si fa l'abitudine. Ogni volta che torno ad Aleppo la trovo sempre più piegata, distrutta, violata. E ad accogliermi arriva sempre la notizia di un parente o di un amico che non ci sono più, uccisi dalla guerra. È frustrante, ma bisogna andare avanti.
Cosa pensi della situazione attuale in Siria, ad Aleppo?
Penso che la resistenza dei ribelli sia un atto di eroismo e la rivoluzione un atto da supportare, sin dalle origini.
Dove sta, secondo te, il lato peggiore del conflitto, il governo siriano, il Daesh?
Sono tutti criminali, non riesco a distinguerli.
Rami, non hai paura quando torni in Siria?
Resto sempre pietrificato, e sempre di più.
».
La Repubblica, 30 agosto 2016 (c.m.c.)
L’intervento turco in Siria rende inevitabile una resa dei conti o quanto meno una chiarificazione diplomatica “energica” fra Ankara e Washington. Le truppe inviate da Recep Tayyp Erdogan sono entrate profondamente dentro i confini siriani, e avanzano verso Sud affiancando i ribelli anti-Damasco. Ma la zona dove lo sforzo militare è maggiore, con carri armati, artiglieria e cacciabombardieri, è in realtà controllata dalle Forze democratiche siriane (Sdf), una coalizione che comprende le milizie curde dell’Ypg e che era stata sostenuta dagli Stati Uniti contro gli integralisti del sedicente Stato islamico.
Quindi le vittime dei bombardamenti turchi — una quarantina, secondo le Ong siriane della zona — non sono uomini di Abubkar al-Baghdadi, ma militanti curdi. E il governo turco lo riconosce senza difficoltà, tanto che il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu accusa l’Ypg di voler realizzare una «pulizia etnica» nella zona e ammonisce i combattenti curdi perché si ritirino al di là dell’Eufrate.
Washington ha invitato l’alleato Nato a fermare l’offensiva, perché - ha detto Brett Mc-Gurk, inviato speciale della Casa Bianca per la lotta allo Stato Islamico - «questi scontri sono del tutto inaccettabili e fonti di seria preoccupazione ». A poco servirà anche il richiamo di ieri di Ashton Carter, segretario alla Difesa, perché l’azione militare turca si concentri sullo Stato islamico e non sulle forze Sdf. Ma lo stato delle relazioni fra Turchia e Stati Uniti non rende l’obiettivo particolarmente facile in questo momento. Anzi, è difficile non vedere nell’offensiva sul territorio siriano una sfumatura di provocazione da parte di Erdogan nei confronti dell’alleato americano, che non ha mostrato grande solidarietà nei giorni del tentato golpe e per il momento non sembra disponibile a estradare il presunto organizzatore, Fethullah Gülen.
Senza più troppi scrupoli verso l’atteggiamento dell’America, Erdogan sembra deciso a farla finita anche con i sogni dei curdi. L’attacco in profondità dovrebbe servire a ripulire la regione dai miliziani dell’Is, ma allo stesso tempo a evitare che siano proprio i curdi a riempire il vuoto nella zona accanto al confine turco. La prospettiva della nascita di uno Stato curdo è vista come inaccettabile dal governo di Ankara. La Turchia considera intoccabili i propri confini e dunque non accetta il rischio di una loro ridiscussione da parte della minoranza curda, che potrebbe essere tentata di “aderire” al nuovo Stato.
I fedelissimi di Erdogan hanno messo le mani avanti per evitare ogni ambiguità: «Nessuno ci deve dire quali terroristi possiamo combattere e quali no», ha detto il ministro degli Affari europei Omer Celik. E il premier Numan Kurtulmus ha sottolineato che le truppe turche non resteranno in Siria, «perché la Turchia non è un Paese di occupazione ».
Washington deve però evitare a tutti i costi una rottura grave con Ankara, tanto più adesso che Erdogan ha riaperto i canali di comunicazione con la Russia e con l’Iran. Così Barack Obama ha deciso di mettere sul piatto la sua credibilità personale in un incontro diretto con l’uomo forte di Ankara a margine della riunione del G20 alla fine della prossima settimana. Che questo basti a raffreddare l’irritazione del presidente turco, resta da vedere.
Due scandali in Turchia, Erdogan combatte i curdi, tenaci avversari di Daesh, per continuare il genocidio del popolo curdo. In Italia, né la Repubblica
né Corsera
, giornali della NATO, danno rilievo alla notizia. Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2016
Si chiama “Scudo dell’Eufrate“ed è l’operazione militare lanciata oggi dalla Turchia nel nord della Siria: l’obiettivo è cacciare l’Isis dalla cittadina di confine di Jarablus e frenare l’avanzata dei curdi siriani del Ypg.
A dare notizia dell’operazione in terra siriana è stato lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan in un discorso trasmesso in diretta dalla tv panaraba
Al Jazeera. “Gli attacchi dalla Siria devono finire – ha detto Erdogan – A chi afferma che la Turchia avrà ripercussioni in questo o quel modo per questa operazione, dico di pensare piuttosto al proprio futuro. Il troppo è troppo – ha continuato il presidente – ogni popolo ha diritto a difendersi, e non ci importa quello che dicono della Turchia”.
Immediata la replica di Saleh Moslem, il leader dei curdi siriani del Pyd, che su twitter scrive: “La Turchia è nel pantano siriano. Sarà sconfitta come Daesh”. Dello stesso tenore le parole di Redur Xelil, portavoce delle milizie curde Forze di difesa popolari (Ypg), che definisce l’intervento militare turco in Siria come “una palese aggressione negli affari interni siriani”. Xelil ha spiegato che la richiesta turca di ritiro a est dell’Eufrate delle milizie deve essere esaminata dalle Forze democratiche siriane, coalizione a guida statunitense contro l’Isis in cui il gruppo curdo è una parte importante. Per Ankara, però, sia il Pyd che le milizie del Ypg sono alleate del Pkk, considerate “gruppo terroristico“.
Ma al di là delle guerre sui numeri e sulle vittime, è evidenteche i morti ci sono stati e ci saranno. E non da una parte sola.
La Turchia stacombattendo, ormai, una guerra anche al di fuori dei suoi confini contro l’Isische è stato ricacciato indietro dall’Esercito Libero Siriano, sostenuto daicaccia e dai carri armati di Ankara, e contro gli uomini dello Ypg. Ilpresidente Erdogan teme che uno stato curdo, guidato dal Pyd si possa trasformarerapidamente in un santuario per gli uomini del Pkk. Esattamente come accade nell’areadelle montagne di Qandil in Iraq.
Ankara vuole a tutti i costi evitare che quest’incubosi materializzi. Ma in un conflitto di questo tipo, i confini sono già soltantolinee tracciate sulle mappe e agli attacchi contro i militari in Siria si sommanoquelli del Pkk nel sud-est della Turchia. Gli ultimi dei quali sono stati illancio di razzi sull’aeroporto di Diyarbakir e la bomba fatta esplodere ieri adHakkari che ha ucciso un militare e ne ha feriti altri tre. L’intervento turconel nord della Siria era sul tavolo da lungo tempo. Due giorni fa l’Hurriyet hariportato le parole di un ufficiale, secondo il quale le operazioni sarebberostate bloccate per 2 anni da settori dell’esercito collegati a Fethullah Gu len.Vero o falso che sia Ankara ha, comunque, dovuto attendere che si risolvesse lacrisi con la Russia, per evitare lo scontro con Mosca e di ottenere una sortadi via libera dagli Stati Uniti che, da tempo, spalleggiano le truppe delPyd/Ypg, utilizzandole come forze di terra contro l’Isis.
IL PYD ha immediatamente minacciato Ankara: “Sono ormainel pantano siriano, verranno sconfitti come è accaduto all’Isis”. Il premierYildirim dopo l’attacco di pochi giorni fa a Cizre, nel quale sono morte oltre10 persone e un’ottantina sono rimaste ferite, ha dichiarato “guerra totale” alterrorismo. Ma la di là degli slogan il conflitto che si sta combattendo ècomplesso e subdolo. Si gioca su diversi piani, in tre stati differenti(Turchia, Siria, Iraq), gli interessi in gioco sono molti più di quelli che sivedono ed è uno scontro nel quale si intrecciano alleanze incerte e mutevoli. Inemici di oggi possono diventare gli alleati di domani e viceversa. Di certoAnkara sta ormai combattendo una guerra senza frontiere contro il Pkk equalsiasi suo alleato. Ma è un conflitto che sarà difficile riuscire a vinceresoltanto sul piano militare. La Turchia, inoltre, combatte in Siriacontemporaneamente contro Isis e Pkk. Una guerra che potrebbe avere ripercussioniserie anche in territorio turco, visto che è altamente probabile che entrambele organizzazioni tentino di reagire moltiplicando gli attentati.
Togliere ai profughi per dare ai terremotati?Al di là delle ignobili falsificazioni della stampa di destra , gli organi di disinformazione e il "porta a porta" lasciano circolare bugie diffuse, che alimentano l'odio dei poveri per i poveri. Una intelligente e chiarissima difesa della verità sui 35€ per gli espulsi dalla miseria e dalla morte. Rifondazione.it, 28.agosto 2016
Non solo fra i seguaci di Salvini ma anche in un pensiero comune, si levano segnali di insofferenza rispetto all’accoglienza riservata in Italia ai profughi e migranti, in relazione soprattutto ora alle condizioni di coloro che hanno subito i danni del terremoto. Se un noto quotidiano cerca di accaparrarsi acquirenti mettendo in copertina le foto contrapposte di “italiani” nelle tendopoli edeleganti migranti davanti ad un albergo commettendo semplicemente il reato di falsa informazione, più subdoli sono i meccanismi che penetrano in maniera viscerale negli ambiti meno informati della società.
Occorrono informazioni semplici per rompere questo meccanismo ed occorre anche fare proposte in avanti, che guardino alla prospettiva e non alla onnipresente emergenza. Proviamo in piccole pillole informative, utili a chi, magari al bar o su un autobus, voglia provare a smentire simili menzogne.
Una premessa, dei circa 111 mila richiedenti asilo o protezione umanitaria presenti in Italia al31/3/2016 (ultimo dato reso noto dal Ministero dell’Interno) oltre il 72% sono in strutture denominate CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) gli altri sono nei diversi centri che corrispondono diverse situazioni. Una parte è in case di accoglienza per minori, 23.000 circa sono nel sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) altri nei CPSA (Centri di primo soccorso e accoglienza) negli Hotspot, nei CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo) nei CdA(Centri di accoglienza), meno di 250 sono nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) gli unici incui si potrebbe privare della libertà personale i migranti senza infrangere leggi fallimentari come la Bossi Fini. In realtà l’esperienza di chi ha visitato le altre tipologie di centro si rende conto di quantola libertà sia discrezionale.
Semplificando potremmo dire che esistono di fatto due sistemi paralleli dell’accoglienza, gli SPRAR, gestiti dagli enti locali e i CAS dalle prefetture.
Gli ormai famosi 35 euro al giorno vanno a pagare le intere spese di accoglienza, cibo, assistenza sanitaria, psicologica, operatori e medici, spese logistiche, utenze, rientrano insomma in un circuito di cui a beneficiare sono soprattutto istituzioni italiane. Quasi il 30% dei 35 euro giornalieri serve a pagare gli stipendi degli operatori dell’accoglienza che svolgono un lavoro duro su cui certo non si arricchiscono e sovente con contratti totalmente inadeguati. Ai richiedenti asilo viene corrisposta una diaria giornaliera di 2,5 euro, circa75 euro al mese. In molti centri questa somma (chiamata pocket money) può essere spesa solo all’interno decentro
Il sistema Sprar, per quanto in maniera non omogenea, è quello che si è rivelato migliore. Sono i comuni a decidere quante persone prendere, a chi affidare la gestione dei servizi e come impiegare le risorse messe a disposizione. I Comuni debbono anche contribuire direttamente a tale gestione,con il 5% delle spese, garantire accoglienza “integrata” (dai corsi di lingua alla formazione lavoro) rendicontare fino all’ultimo centesimo con fatture ogni spesa effettuata. Molti comuni hanno fatto lascelta meritoria di perseguire l’accoglienza diffusa, predisponendo appartamenti in cui piccoli gruppio nuclei familiari possano costituire una propria indipendenza e autonomia responsabilizzandosi nella gestione dello spazio. In tali contesti gli “operatori” non vengono percepiti come “guardiani” ma amici a cui relazionarsi per risolvere anche problemi di conflittualità, legati ai tempi di attesa per larichiesta di asilo, o semplicemente di sostegno alla costruzione di una normale quotidianità. Quando questo si realizza difficilmente c’è scontro con la comunità ospitante.
Il sistema CAS è invece più problematico. Si tratta sempre di centri (ce ne sono oltre 3000 in tutt’Italia ma il Ministero dell’Interno si rifiuta di rendere pubblico sia dove sono ubicati sia quale è l’ente che li gestisce). L’ubicazione la decide, sentiti magari gli enti locali, alla fine la prefettura. Lo scopo èduplice, da una parte i Comuni si chiamano fuori da qualsiasi responsabilità anche verso i propri elettori, dall’altra le prefetture hanno pressoché mano libera nel decidere sede del CAS ed ente gestore. L’ente gestore percepisce i 35 famosi euro al giorno per persona, senza dover documentarecome li ha spesi ma solo in base al numero degli ospiti. E qui viene il bello?
Chi ha inventato il sistema CAS? Si tratta del noto buonista e bolscevico Roberto Maroni, oggi Presidente della Regione Lombardia all’epoca (2011) ministro dell’Interno. C’era la cosiddetta Emergenza Nord Africa e Maroni istituì i CAI (Centri di Accoglienza per Immigrati). In nome dell’emergenza se ne fecero in ogni luogo e senza controlli e alcuni finirono anche, su richiesta dei proprietari, negli hotel in quel periodo vuoti, Da ricordare il caso di Monte Campione, in provincia di Brescia dove vennero ospitati oltre 200 migranti provenienti da Lampedusa e con indosso magliette e infradito quando la temperatura notturna a luglio era vicina agli zero gradi. Ma l’albergo era vuoto e “casualmente” la società che ne era proprietaria era la stessa che gestiva un famoso albergo Lampedusa in cui alloggiavano sottufficiali e ufficiali delle forze dell’ordine. L’imprenditoria padana anche di stampo leghista non considerava affatto una invasione questa ma un utile stimolo alla propria attività. Lo stesso ragionamento che farà una nota famiglia della criminalità organizzata romana continua ad esser pagata perché mette a disposizione un proprio albergo. Il “caro” Maroni(in senso di costoso) garantiva all’epoca 50 euro al giorno per ogni ospite ma la memoria è corta. Corta e poco pragmatica anche come Presidente di Regione che vorrebbe gli “sfollati” del terremotonell’ex Expo se non spostare addirittura i padiglioni verso le zone colpite dal sisma. Lo stesso Maroni che blatera dicendo che le case popolari se le prendono “gli immigrati” e poi ha tagliato del 50% i fondi per l’edilizia pubblica colpendo tutti i lumbard. Problemi di memoria o furbizia?
I soldi che vanno agli immigrati debbono essere destinati ai terremotati. Si, abbiamo sentito dire anche questo ma peccato che non si dicano alcune cose.
1) Che i soldi per l’accoglienza, oltre che dare lavoro a tanti concittadini, provengono dall’UE e a specifici fondi quindi non utilizzabili per diverse causali.
2) L’UE ha assicurato interventi anche per le zone terremotate, nessuna concorrenza quindi.
3) A tagliare i fondi per le emergenze, magari per comprare gli F35 o salvare le banche, non certo per darli ai profughi, sono stati i nostri governi che non sembrano essere composti da richiedenti asilo.
4) Viene il dubbio che chi tanto si accalora per contrapporre persone in disagio abbia avuto a chefare nel passato o magari aspiri a farlo in futuro, con l’affare della ricostruzione quella che, per dirla col cinismo di Vespa fa girare l’economia. Beh in perfetta malafede viene da pensare che gli occhi andrebbero puntati più che su chi vive in centri di mal accoglienza (a tal proposito si consiglia la lettura del rapporto Accogliere La vera emergenza redatto dalla Campagna LasciateCIEntrare) su chi ha realizzato costruzioni non a norma antisismica e si prepara a fare affari come nelle passate esperienze.
5) A dimostrazione che la legge non è uguale per tutti e che la memoria serve va fatta presente unanotiziola passata sotto silenzio. Dopo il terremoto dell’Emilia del 2012 ci sono ancora nuclei familiari nei container e non per propria scelta ma a cui stanno togliendo anche i pochi spazi di visibilità intorno mentre gli appartamenti promessi non sono ancora pronti. Si tratta esclusivamente di famiglie a basso reddito e nella quasi totalità di origine straniera.
Cosa si potrebbe invece fare? Per evitare tensioni anche comprensibili ma mai giustificabili quando si trasformano in istigazione all’odio razziale basterebbe poco. Basterebbe incentivare il sistema Sprar (quello dei Comuni) garantendo per esempio sgravi fiscali agli enti locali che ospitano o la possibilità di sforare i patti di stabilità che strangolano le amministrazioni. Nulla di rivoluzionario, ovviamente accanto al meccanismo premiale dovrebbe esserne previsto uno punitivo verso chi in nome del proprio diritto al lusso vorrebbe impedire ogni forma di accoglienza (cfr Capalbio).
In questa maniera sparirebbero i centri sovraffollati, le persone potrebbero entrare in circuiti di autonomizzazione, magari recuperando stabili in disuso e facendoli poi ridivenire patrimonio pubblico da riutilizzare, si costruirebbero percorsi in cui la distanza fra accolti e accoglienti potrebbe diminuire. Certo si toglierebbe potere alle prefetture e le amministrazioni avrebbero maggiori responsabilità ma è una sfida da accettare.
Utopia? Affatto. Persone inserite nel tessuto sociale sarebbero in grado di non dover essere più assistite con conseguente anche risparmio di risorse. Persone che potrebbero essere avviate anche a percorsi lavorativi regolari e non allo sfruttamento bracciantile o delle economie grigie.
Questo in una prima fase Occorrerebbe poi che chi ci governa invece di celebrare patetici rituali sulle portaerei al largo di Ventotene per sancire la fine dell’Europa sognata da tanti, ad esempio operasse per l’abolizione del Regolamento Dublino che obbliga le persone a fermarsi nel primo paese UE in cui si arriva, garantire di poter entrare in UE non con il solo stratagemma dell’asilo ma per ricerca occupazione, permettere a chi arriva da zone di guerra di non dover passare nelle mani dei trafficanti. Se accadesse questo (ma è impossibile con l’UE di oggi anche in questo frangente irriformabile) sarebbe più difficile per i tanti populismi xenofobi di cui è pieno il continente, riscuotere successo e lucrare politicamente anche dopo un terremoto.
L'autore èResponsabile immigrazione e pace Prc
Il manifesto, 24 agosto 2016 (p.d.)
La globalizzazione non è solo circolazione di capitali, merci e informazioni. Oltre al suo risvolto esterno, internazionale, la globalizzazione ne ha uno interno, locale e personale. È il primato incondizionato della competitività, il totem di governi, finanza, manager, economisti. Ma non è concorrenza tra operatori su un piede di parità, bensì sopraffazione del più debole, colpevolizzazione del soccombente, emarginazione di chi “non ce la fa”. Prove? La Libia, una volta liberata, se mai lo sarà, venderà il suo petrolio al miglior offerente o a chi sta accaparrandosi il controllo dei suoi pozzi? E un lavoratore senza tutele né contratto può negoziare con il suo datore di lavoro su un piede di parità, quando uno può assumerlo e licenziarlo quando vuole e l’altro non può fare né una cosa né l’altra?
Questo predominio dei rapporti di forza viene mascherato dall’ideologia neoliberista del mercato e dall’esaltazione del merito. Ma chi giudica del merito altrui? Questa situazione viene percepita come un regime di generale insicurezza che spinge le persone a ripiegarsi su se stesse; a rifugiarsi in un’identità, nazionale, culturale o comunitaria fittizia; come le “radici celtiche” ai tempi di Bossi, quelle “giudaico-cristiane” di Giuliano Ferrara (ma, ovviamente, non solo sue), quelle “british” riemerse nel Regno unito, o il primatismo bianco dei sostenitori di Trump. Di fatto, spinge sulla strada di un crescente razzismo, dapprima inconsapevole, poi sempre più esplicito, da cui è difficile tornare indietro.
Ma rinchiudendosi su se stessi non si sfugge alla legge ferrea della competitività, che continua a dominare anche nelle enclave nazionali, etniche e comunitarie in cui si cerca riparo. Qui produce soprattutto diffidenza: fa del nostro compagno di lavoro un concorrente, del nostro vicino di casa un possibile aggressore, di una donna libera un’aspirante al tradimento, del nostro ex-uomo un potenziale femminicida, dei nostri figli degli usurpatori… È quello stesso meschino sentire autocentrato che ci spinge a disinteressarci sia delle guerre che crescono ai confini dell’Europa, e di cui i nostri governi portano pesanti responsabilità, sia dei profughi che esse generano insieme al dissesto ambientale che spesso le precede e sempre le segue.
Paghi del fatto che in fin dei conti “si ammazzano tra di loro” (ce ne preoccupiamo solo se quelle guerre arrivano a casa nostra sotto forma di terrorismo) e che, se Stati ed eserciti occidentali intervengono, è per legittime operazioni di “polizia internazionale” di cui farsi un merito. Come se non ci fosse “competitività”, e nelle forme più estreme, nella promozione e nella gestione di quelle guerre. In questo modo la dimensione esterna, internazionale, della globalizzazione e quella interna, l’individualismo esasperato, si avvitano in una spirale: in un mondo di orrori.
Impossibile cambiar rotta senza sovvertire la visione del mondo che mette al centro i totem della competitività e del merito, sostituendola, a tutti i livelli, con pratiche, progetti e rivendicazioni improntate a solidarietà e collaborazione. Ma da dove cominciare? Da ciò che sta al centro dello scontro politico, sociale e culturale di oggi, quello da cui dipende il destino dell’Europa: l’accoglienza.
«Non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo» aveva detto Michel Rocard, oggi ripreso da coloro che cercano di dare alle politiche di respingimento un’apparenza di realismo. Nel 2050 – aggiungono – in Africa ci sarà un miliardo di esseri umani in più: se apriamo e porte verranno tutti qui. Certo, tutta la miseria del mondo non possiamo accoglierla: va distribuita equamente per combatterla ovunque. Ma un po’ ne possiamo accogliere. E molta di quella miseria è già qui. L’abbiamo creata noi, senza bisogno di importarla: nei ghetti urbani, con la disoccupazione e il precariato, con i working poor, con le nuove povertà, nell’abbandono dei giovani. Dobbiamo forse respingere altrove anche questa? E dove? E come? Non è che milioni di cittadini europei sono disoccupati o emarginati perché il loro posto, o il loro welfare, o le loro case vengono dati ai profughi. È che si respingono profughi e migranti (o li si tiene a far niente in isolamento, incattivendoli e suscitandone il risentimento) perché si è già verificato che quelle stesse cose si possono fare a milioni di europei. Il riscatto degli uni non può avvenire senza quello degli altri.
Comunque, quel miliardo di esseri umani “in più” non cercherà di venir tutto da noi. Non tutti i profughi dell’Africa e del Medioriente, costretti a fuggire da guerre, miseria o dissesti ambientali, imboccano la via dell’Europa; se possono si fermano il più vicino possibile ai luoghi da cui sono fuggiti, sperando di tornarvi. La maggioranza di loro riempie i campi dei paesi vicini e non i gommoni che cercano di traversare il Mediterraneo. Poi la migrazione verso le città, come quella verso l’Europa è selettiva: partono, con le risorse di intere famiglie, contando di procurarsi un reddito con cui aiutarle, le persone più giovani, più forti, più istruite. E molti di quelli che riescono a raggiungere l’Europa vorrebbero ritornare, se solo si creeranno le condizioni per farlo. È a questo che dovremmo lavorare tutti; non “sulla loro testa”, ma collaborando con loro: sono intraprendenti; conoscono il loro paese e le loro comunità; in poco tempo possono acquisire conoscenze, professionalità, relazioni e persino risorse per fare da ponte tra i nostri paesi, le nostre culture, la nostra economia e le loro; innescare, insieme a tanti giovani europei desiderosi di farlo, circuiti di interscambio per migliorare i rispettivi paesi, rendendo reversibili molti percorsi migratori. Ma occorre che possano organizzarsi, per contribuire da protagonisti a riportare pace e risanamento sociale e ambientale nei loro paesi di origine.
L’Europa ha comunque bisogno di braccia e personale qualificato: senza immigrazione verrebbero a mancare, di qui al 2050, quasi cento milioni di nuovi europei mentre la popolazione rimasta sarà sempre più scarsa, più vecchia, più stanca. Ma l’Europa ha bisogno soprattutto di persone: portatrici di culture differenti, meno impregnate di individualismo, di diffidenza e di rivalità (quelle instillateci dal pensiero unico), più attente ai legami di solidarietà; ma soprattutto portatrici di indicibili storie di sofferenza con cui farci riscoprire la virtù dell’empatia. Dobbiamo far nascere in noi la capacità di confrontarci con ciascuno di loro senza pretese di superiorità; “imparando a imparare” ciascuno da tutti gli altri, come tante esperienze di incontro tra i bambini nelle scuole ci fanno vedere. Le risorse umane per promuovere la solidarietà non mancano: bisogna valorizzarle meglio. Quelle finanziarie neanche; ma sono state sequestrate dalle politiche di austerità. Se gli 80 miliardi che la Bce regala ogni mese alle banche in cambio di carta straccia venissero destinati a progetti di conversione ecologica ci sarebbero occupazione, reddito e futuro per tutti: cittadine e cittadini europei, profughi e migranti.
Il respingimento dei profughi ha davanti solo un futuro di guerre, razzismo, miseria e apartheid. La ricostruzione dell’Europa è invece legata alle opportunità che, pur tra ostacoli e difficoltà, ci offrono i profughi con il loro arrivo, le loro vicende, la loro presenza. Ma anche allo slancio con cui migliaia di persone, e soprattutto di giovani, si adoperano per rendere meno acute le loro sofferenze.
«Se Merkel, Hollande e Renzi rileggessero quel testo, scritto da Spinelli nel ’41, con l’auspicio della fine delle guerre. E non sarebbe stato male se avessero colto l’occasione di ricordare che se oggi Africa e M.O. sono quella polveriera che sappiamo è per colpa di quello che quasi tutti gli Stati europei hanno combinato».
Il manifesto, 23 agosto 2016 (c.m.c.)
Visto il pasticcio in cui sono rimasti impigliati i poveri turisti di Ventotene in questo scorcio ferragostano (collegamenti sospesi, file per i controlli, divieto di navigazione attorno all’isola ); nonchè le difficoltà che hanno dovuto affrontare gli altrettanto poveri addetti alla sicurezza, alle prese con una popolazione locale infinitamente più abbondante di quella normale (sicché hanno dovuto rinchiudere il vertice in una corazzata), c’è da ritenere che Renzi avesse proprio grande urgenza di invitare lì Merkel e Hollande, vale a dire che non avesse davvero potuto aspettare nemmeno una settimana quando nell’isola tutto sarebbe stato più facile. Forse voleva profittare della stagione per mostrare il presidente francese in bikini, sì da consentirgli di riaffermare i superiori valori della nostra civiltà. (Per fortuna l’orribile immagine ci è stata risparmiata).
Per carità, è stata una bella idea scegliere Ventotene. Discuto solo i tempi. Diffido poi degli eventi fondati sul richiamo di simboli usati senza entrare nel merito – anzi nascondendolo – di cosa, nella sostanza, li aveva resi tali. E’ un esercizio assai diffuso che, generalmente, si chiama “retorica”.
Ridurre il discorso di Altiero Spinelli e dei suoi compagni di prigionia al semplice auspicio di un’Europa unita è fargli infatti torto. Perché in realtà ci hanno detto molto di più, anche come avrebbe potuto essere unita.Quanto è in discussione oggi è soprattutto questo. E sarebbe stato davvero interessante se i nostri tre avessero scelto Ventotene proprio per una riflessione, critica e autocritica, su cosa è stato fatto in questi quasi 75 anni. Avrebbero potuto rileggere assieme il lontano testo scritto nel ’41, soprattutto ripensare all’auspicio fondante che l’aveva ispirato: porre fine alle guerre.
Tanto è vero che poi quell’obiettivo si tradusse in un articolo della nostra Costituzione, l’11, che, si dice, sia stato inserito proprio su sollecitazione del gruppo federalista dell’ Assemblea Costituente. Un tema di grande attualità, perché da allora, se è vero che abbiamo evitato un terzo conflitto continentale, di guerre ne abbiamo tuttavia collezionate non poche. Dentro e fuori dai nostri collettivi confini.
Sarebbe stata, questa visita a Ventotene, l’occasione per ricordare quanto male sia nata l’attuale Unione: come strumento proprio di una guerra che, sia pur fredda, ha stravolto il significato del progetto. (Forse bisognerebbe ricordare che il primo atto parlamentare in favore degli stati uniti europei non fu nemmeno europeo, ma del Congresso americano, su sollecitazione di Allen Foster Dalles, in seguito capo della Cia, esattamente l’11 marzo 1947 al Senato e il 24 alla Camera dei rappresentanti ).
L’identificazione fra Europa e Nato nasce da lì, e visti i guasti che il continuo allungamento di quel Patto militare verso est, strategia demenziale di provocazione nei confronti della Russia, a tutto vantaggio del nazionalismo di Putin, si può ben dire che trattasi di argomento tutt’ora di attualità. Militari, e sempre soprattutto militari, di difesa dei confini sono apparse del resto anche le proposte emerse dal vertice.
Ventotene sarebbe stata anche l’occasione per qualche altra riflessione. I nostri confinati, col loro Manifesto, si erano pronunciati non solo per l’Europa, ma anche contro l’orrore del fascismo e dei valori dei suoi «stati bellici» (così li chiamarono) di cui il colonialismo è stata componente anticipatrice ed omogenea. Ebbene, forse non sarebbe stato male se avessero colto l’occasione di ricordare che se oggi Africa e Medio Oriente sono quella polveriera che sappiamo è per colpa di quello che quasi tutti gli Stati europei hanno combinato: dalla spartizione di quello che era stato l’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale, ridisegnando la regione sulle linee dei rispettivi interessi petroliferi e così creando inventate nazioni (la bomba del bambino Isis durante la festa di nozze di una coppia kurda: quel popolo, è bene ricordarlo, è stato frammentato in quattro stati diversi, perché sul suo territorio c’era molta popolazione e molto oro nero, ed era bene impedirgli ogni protagonismo.
Così fu loro negata una nazione, inventata invece per il Kuwait, dove c’era altrettanto petrolio ma in compenso pochissimi abitanti, solo qualche beduino nel deserto, non in grado di avanzare pretese).
Quanto alla nuova Europa partorita nel marzo 1957, a meno di un anno dall’attacco di Francia e Gran Bretagna contro l’Egitto di Nasser che aveva osato riappropriarsi del canale di Suez, consiglio a tutti di andare a leggersi i diari del nostro, all’epoca, ambasciatore a Parigi, Quaroni. Racconta di come la preoccupazione determinante di Parigi fu allora di impedire che la neonata Cee potesse interferire con i problemi coloniali dei suoi stati membri. Che non intendevano affatto sciogliere.
Ecco, la buona idea annunciata da Renzi: il campus studentesco che dovrà nascere nell’ex prigione dell’isola di Santo Stefano, accanto a Ventotene. Buona, ma solo a condizione che gli attuali capi di stato e di governo dell’Unione siano fra i primi allievi in un corso sulla storia d’Europa. Utile, appunto, per capire che la migliore protezione dell’Europa consiste nel fare ammenda per gli orrori che abbiamo prodotto e che continuano ad alimentare le peggiori reazioni.
Il vertice era in realtà stato presentato come occasione per ridiscutere dell’austerità. Vedremo se i sorrisi di Merkel significheranno maggiore flessibilità. Ma se un anno fa – quando Tsipras osò sfidare Bruxelles – anziché regalargli una cravatta, Renzi si fosse adoperato per cominciare a costruire un fronte che combattesse con coerenza l’ideologia ordoliberista, e non, invece, a farsi vedere sorridente e ironico accanto ad una Merkel allora totalmente schierata col suo falco ministro Scheuble, bè, forse sarebbe stato più utile.
Arrivederci Angela, Francois, Matteo (così amano ormai chiamarsi fra di loro, scimmiottando i bambini dell’asilo). Vi aspettiamo un’altra volta a Ventotene. Ma al campus.
«Le olimpiadi sono diventate la celebrazione retorica per non pensare ad altro dove “altro” è la terza guerra mondiale a bassa intensità
.». Il manifesto, 23 agosto 2016 (c.m.c.)
Siamo entrati nella terza guerra mondiale, a bassa intensità, così le parole di Francesco sul mondo in fiamme. Ci sono guerre dappertutto: in Africa, in Siria, in Iraq, in Afghanistan. Siamo in guerra con la Natura e con i suoi ecosistemi di supporto alla vita. Ci sono guerre nelle città e dove la guerra non è stata proclamata, come in Europa, ci sono le aggressioni del capitale finanziario che distrugge ancora più spietatamente popoli e paesi (Grecia docet). E c’è ancora l’ideologia liberista che ha scatenato una competizione darwiniana di ognuno contro tutti: guerre dei ricchi contro i poveri, guerre di poveri contro migranti.
In questo contesto planetario l’unica manifestazione universale di pace – alcuni affermano – è rappresentata dalle Olimpiadi. Sopprimerle sarebbe abdicare totalmente a ogni tentativo di sana competizione planetaria, di universalismo dei popoli. Ma è vero? È un’affermazione che oggi si può condividere? Crediamo di no.
Alcuni episodi avvenuti nelle recenti olimpiadi di Rio, hanno segnato qualche tentativo di dissacrare almeno quel falso tabù del corpo perfetto. Mi riferisco alle tre atlete italiane che hanno conquistato l’argento al tiro con l’arco, alla portiera Teresa Almeida della squadra di pallamano dell’Angola. Finalmente anche corpi “imperfetti” hanno avuto cittadinanza in questa fiera di esibizione muscolare.
Ma è ben poca cosa a confronto con le operazioni di maquillage urbano (per dirla con un eufemismo) che hanno reso ancora più sofferenti gli abitanti dei quartieri di Rio smantellati per fare spazio ai fasti e alle opere faraoniche della celebrazione. La città se ne è avvantaggiata? Città è un termine astratto: bisognerebbe chiederlo a tutti i suoi abitanti e scopriremmo che chi stava male, chi soffriva, adesso sta ancora più male e soffre di più. Qualcuno ne ha certamente tratto qualche vantaggio: i soliti noti per i quali ogni evento costituisce occasione di ulteriore profitto. Per il resto, sulle prime pagine dei giornali troviamo solo la nascita di nuovi eroi o, al contrario, la caduta di consacrati dei pagati a suon di milioni e diventati icone nazionali.
Sono le olimpiadi un antidoto alla terza guerra mondiale a bassa intensità? Non crediamo.
Anche esse hanno subito la Grande Trasformazione che sconvolge il mondo: c’è ancora forse qualcosa in esse che richiama lo spirito di Pierre di Coubertin, delle olimpiadi antiche? O non sono esse, con tutto il loro micidiale apparato retorico, un evento mediatico dietro il quale si nascondono enormi interessi affaristici che ne condizionano lo spirito e forse anche gli esiti? Si dirà: è il Mercato bellezza!
Ma non erano proprio le olimpiadi quelle dove il Mercato non avrebbe dovuto trovare posto perché la sana competizione tra atleti si basa solo sulle loro singole capacità agonistiche e fisiche? Difficile pensarlo quando si vedono atleti dotati dei più sofisticati congegni tecnologici di supporto. Basta pensare al tiro con la carabina; un’arma, quella attuale, difficilmente riconoscibile ai non esperti, sembra quasi un fucile uscito dal film di Guerre stellari. Insomma le olimpiadi sono diventate la celebrazione retorica per non pensare ad altro dove “altro” è la terza guerra mondiale a bassa intensità.
Per questo noi chiediamo una moratoria mondiale delle olimpiadi: che riprendano a celebrarsi solo quando il mondo darà segnali concreti di voler superare le disuguaglianze, le guerre, le sofferenze, le ingiustizie ambientali, la piaga della povertà, che attualmente lo sconvolgono. Di un mondo diverso abbiamo bisogno, non di vivere una giornata all’insegna di un’ebbrezza mistica per tornare, subito dopo ad assistere, impotenti, alla distruzione del pianeta.
Siamo un gruppo di capalbiesi, residenti stabili, molti tra noi giovani, operatori di aziende agricole, turistiche, ricettive, e con noi anche abituali frequentatori, alcuni presenti da decenni, persone che amano pensare a Capalbio come qualcosa di non effimero o soltanto vacanziero. Capalbio è un piccolo borgo della Maremma Toscana, con un’economia che si regge sull’agricoltura di qualità e sul turismo naturalistico. Innanzitutto, per favore, basta con “Capalbio regno dei VIP”! E’ uno stereotipo riproposto da chi non ha alcun interesse alla vera informazione.
Se una cinquantina di profughi viene ospitata in un “condominio residenziale di lusso finemente arredato” pensiamo si tratti di un significativo avvenimento storico, un piccolo segno dei tempi, contraddittorio e attualissimo, non una catastrofe lesiva “dell’appeal di Capalbio”.
Crediamo sia mortificante porre come uno dei problemi principali quello del tracollo dei valori immobiliari. Certamente i problemi esistono: i rapporti inevitabili e per alcuni versi auspicabili con la popolazione locale, le possibilità/opportunità di lavoro, il tempo di permanenza di questi cittadini stranieri, la loro composizione famigliare (chi è solo ha forse ancora più bisogno di accoglienza), ecc. Tuttavia giustificare con simili problemi reali un rifiuto, una paura preventiva, è atteggiamento che sfiora il razzismo.
Guardiamo invece a quei modelli positivi, di cui alcuni organi di informazione hanno giustamente dato conto, comuni dove sono state messe in atto modalità di accoglienza che, partendo dal concetto che ogni diversità è una ricchezza, hanno prodotto uno scambio culturale, sociale, e persino di lavoro, esempi di vera e profonda Civiltà, e la maiuscola non è usata a caso!
Il problema dell’emergenza profughi, lo spostamento di intere comunità, è un fatto epocale che deve essere gestito dalle pubbliche amministrazioni e dalle popolazioni locali con disponibilità, solidarietà e buon senso.
Ricordiamo che in passato milioni di italiani sono stati costretti a migrare verso altri paesi. Ricordiamo che la Maremma è sempre stata terra di immigrazione, terra che ha accolto nel corso dei secoli braccia che cercavano lavoro, donne e uomini che cercavano un futuro migliore per sé e per i propri figli.
Non vogliamo dimenticare questa nostra storia e tradizione di accoglienza prestandoci a strumentali ipocrisie e rifiuti.
Agata Liotta, Angela Crispolti, Anna Maria Bianchi, Beniamino Podestà, Corinna Vicenzi, Dimitri Angelini, Elena Liotta, Elisa Munton, Enrico Barile, Esterino Montino, Fabio Cianchi, Federico Mantini, Flavio Barile, Francesca Crispolti, Francesco Saverio Bezzi, Giovanni Santachiara, Giuseppe Miranda, Ilaria Calvano, Irene Silvestri, Loredana Lucentini, Marco Caracciolo, Maria Floriana Calvano, Martina Felci, Matthieu Taunay, Moira Barili Meocci, Monica Cirinnà, Paolo Piccolotti, Roberto Calvano, Roberto Faenza, Sara Brazzi, Sara Lilli, Sara Nasti, Sebastiano Bianca, Silvia Marchetto, Simone Mauro, Stefano Denci, Valentino Podestà, Valeria Cerilli, Veronica Rossi, Viola Morri, Viviana Calvisi, Giulio Breglia, Andrea Giacomo Minichini, Marta Cardarelli, Chiara Valentini, Aldo Tortorella, Alessandro Gassmann, Elena Guerrini, Furio Colombo, Paolo Messina, Laura Messina
Riferimenti
«Germania. La disobbedienza civile di alcuni comandanti di Lufthansa, Air Berlin e Germanwings. Sono oltre 330 le deportazioni fallite nel 2016 perché il personale di volo ha preferito seguire le regole sulla libertà del "passeggero"».
Il manifesto, 21 agosto 2016 (c.m.c.)
Resistenza alla deportazione. Piccola cronaca della disobbedienza civile di chi si oppone al rimpatrio forzato dei migranti. Oltre 600 casi di obiezione fisica e di coscienza inceppano il piano di espulsioni del governo Merkel, con buona pace della campagna elettorale come della «Dichiarazione di Berlino» sulla sicurezza presentata giovedì dai ministri cristiano-democratici.
È la «politica della porta aperta» che consente di uscire dall’aereo all’ultimo minuto; il «Ce la facciamo» opposto a Mutti delle associazioni pro-asilo che cominciano a spiegare ai profughi i trucchi per aggirare i rimpatri. La prova che, come sempre, in Germania non tutti sono disposti a obbedire fino in fondo agli ordini delle autorità. A partire dai piloti dell’aviazione.
Sul sito Deutsche Welle (Dw) sono di pubblico dominio le “spigolature” della resistenza alla macchina delle espulsioni guidata dal ministro dell’interno Thomas De Maizière (Cdu). Nel primo semestre 2016, nonostante gli annunci del giro di vite sulle espulsioni (100 mila entro dicembre è la tabella di marcia del governo) i rimpatri di migranti si sono limitati a 35 mila casi certificati e non tutti andati a buon fine.
Di questi spiccano seicento «abbandonati» perché la polizia non è riuscita a completare la procedura, più che sintomatici dell’inceppo etico-legale alle deportazioni.
La situazione tipica è riassunta nella partenza dell’ultimo volo di ritorno per i profughi pronto all’allineamento sulla pista dell’aeroporto di Lipsia-Halle. «Il passeggero viene scortato da due agenti di polizia a bordo dell’aereo. Qualche minuto prima del decollo insieme ad altri rifugiati si rifiuta di partire, quindi inizia a urlare che non vuole allacciare le cinture di sicurezza. Infine spiega ai piloti che non sta viaggiando sotto la propria volontà» riporta Dw puntualmente, e ufficialmente visto che si tratta di un organo di informazione controllato dal governo. A quel punto il comandante comunica all’ufficiale di polizia che si rifiuta di decollare.
Oltre 330 deportazioni nel 2016 sono fallite perché il personale di volo ha preferito seguire le regole sulla libertà del «passeggero» che il foglio di via al migrante espulso della polizia federale. In 160 casi è intervenuto personalmente il comandante a spiegare che «non avrebbe preso a bordo nessuno se non dopo la conferma della volontà dei passeggeri di far ritorno nel “Paese sicuro” di destinazione».
Spicca il nein di 46 piloti della compagnia di bandiera Lufthansa ma anche di 23 di Air Berlin e di 20 in servizio a Germanwings. Per ben 108 volte sono riusciti a far abortire il take-off dell’aereo affittato dal governo accogliendo il rifiuto “last-minute” dei profughi al rimpatrio.
In maggioranza chi resiste è iracheno, siriano, afghano o somalo ma c’è anche chi ha il passaporto di Eritrea, Gambia, Camerun. A loro il sito w2eu fornisce le dritte per opporsi alla deportazione, una serie di «independent information for refugees» fondamentali per orientarsi nella trincea delle espulsioni: «Di solito basta un sonoro “No” quando si viene fatti sedere nell’aereo. Se non funziona, è utile iniziare gridare, buttarsi sul pavimento dell’aereo o praticare altre forme di disobbedienza passiva».
Succede così a Lipsia come a Francoforte, altro hub da cui partono i voli di ritorno dei profughi, e si può fare anche perché sulla polizia “pesa” il caso di un migrante che nel 1999 morì durante la deportazione. Da allora in Germania le forze dell’ordine hanno l’ordine scritto di «rendere il processo trasparente e in linea con i Diritti umani».
Per questo il numero di rimpatri non segue l’«accelerazione delle espulsioni» chiesta dal governo quanto dall’opposizione di Alternative für Deutschland. Come se non bastasse, in 37 dei casi abbandonati dalla polizia la deportazione non è riuscita perché «il Paese di origine ha rifiutato l’ingresso al connazionale» riporta sempre Dw.
Briciole comunque nel mare di respingimenti che non si ferma. Nonostante i relativamente pochi casi eseguiti, i rimpatri aumentano. Da gennaio a giugno in Germania si è registrato il 50% di “partenze” in più rispetto all’intero 2015. Ai confini della Baviera la polizia di frontiera ha bloccato 13.324 migranti contro gli 8.913 di 12 mesi fa.