loader
menu
© 2022 Eddyburg

il Fatto Quotidiano, 15 novembre 2017. «Oltre 60 miliardi di investimenti nelle energie rinnovabili: l’isola del Pacifico cerca di smarcarsi da Pechino puntando sull’ecologia. Ma alla Cop23 viene messa alla porta». (p.d.)

Bonn, Germania: “Il ministro Lee Ying-yuan dell’amministrazione per la protezione ambientale di Taiwan non ha potuto partecipare a una conferenza sul cambiamento climatico a causa delle obiezioni della Cina”: inizia così il comunicato diffuso lunedì dai media taiwanesi. Alla delegazione sbarcata in Europa è stata negata la partecipazione ufficiale ai lavori della Cop 23 di Bonn, la conferenza sui cambiamenti climatici riservata ai membri dell’Onu, durante la quale si negoziano gli impegni e si fa il punto su quanto fatto in relazione agli accordi di Parigi. L’isola del Pacifico non è membro delle Nazioni Unite ma, soprattutto, la Cina non le ha concesso di presentarsi – neanche a iniziative collaterali – come nazione indipendente. “È responsabilità del mondo farla partecipare alle riunioni – ha detto il ministro – 23 milioni di persone non possono essere ignorate”.
La nuova strategia di Taiwan per farsi riconoscere globalmente ha lasciato la sola avanguardia tecnologica per aprirsi ai cambiamenti climatici. Nell’ultimo anno si è parlato di un investimento di 60 miliardi di dollari per il sostegno alle energie rinnovabili, quasi 30 miliardi solo nel settore dell’energia eolica, almeno 17 nelle pale off-shore. La Taipower company, che detiene il monopolio dell’energia elettrica ed è sotto il controllo del ministero degli Affari economici, è in corso di ristrutturazione: la legge sull’elettricità approvata a gennaio mira a liberalizzare produzione e distribuzione di energia elettrica. Soprattutto, entro il 2025, l’isola intende abbandonare completamente il nucleare, che a oggi produce il 12 per cento dell’energia. Le rinnovabili dovrebbero passare dal 4,8 per cento del 2016 al 20. “Stiamo cercando di attirare investimenti nella green economy”, spiegano funzionari e dirigenti del governo. E basta guardarsi intorno per capire che è davvero così.
Nell’atrio del Taipei 101, come il numero dei piani che lo rendono il grattacielo più alto di Taiwan, c’è una parete ricoperta di dieci tipi diversi di vegetazione. È una dichiarazione di intenti: accanto, tre schermi verticali riassumono con infografiche e numeri l’ecosostenibilità dell’enorme struttura. Il Taipei 101 è passato dall’essere l’edificio più alto del mondo nel 2011, all’essere l’edificio green più alto del mondo. Si ricicla più del 75 per cento dell’immondizia, il 100 per cento dell’acqua piovana viene raccolta e utilizzata per irrigare le piante e per gli scarichi dei water, le emissioni di carbonio sono ridotte di almeno 140 tonnellate. Nel cloud vengono conservati tutti i dati sul consumo energetico dell’edificio: in questo modo è possibile monitorarlo per ottimizzarne l’efficienza. La biblioteca nazionale, invece, ha un tetto intelligente che raccoglie e filtra l’acqua piovana, pannelli solari, spazi pensati per diffondere al meglio la luce naturale. L’edera che ricopre la struttura contribuisce all’isolamento termico, l’assenza di cemento assicura la permeabilità del terreno. Attorno, una balconata: c’è chi legge, chi prega e chi medita. È in corso l’operazione di recupero di un albero sradicato da un tifone. “Un peccato – commenta la volontaria che coordina la visita – ma succede continuamente”.
Taiwan fa di necessità virtù. È al settimo posto tra i Paesi più colpiti dal cambiamento climatico. A giugno, nel distretto Sanzhi di New Taipei City (Taiwan settentrionale) sono stati registrati 615 mm di pioggia in sole nove ore. Nelle regioni montuose ne sono caduti 1.446. A fine luglio, l’isola è stata colpita da due tifoni mentre ad agosto nella zona settentrionale si sono registrate temperature costanti sopra i 37 gradi, superando tutti i record dei precedenti 100 anni. Così, il governo risponde emanando continue leggi e disposizioni ambientali: dal Greenhouse Gas Reduction and Management Act, dalle Linee Guida Nazionali per l’Azione sul Cambiamento Climatico al Greenhouse Gas Reduction Action Plan. Oltre 200 iniziative politiche. Gli obiettivi sono in linea con gli standard internazionali: negli ultimi cinque anni Taiwan si è specializzata nelle politiche ecologiche. Vuole farsi riconoscere agli occhi della comunità internazionale come un’isola sempre più sganciata dalla Cina e sempre più in linea con il resto del mondo. Cerca di rispettare le disposizioni del Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change), il trattato delle Nazioni Unite siglato nel 1992 per il contrasto al cambiamento climatico. Gli obiettivi: produzione energetica composta al 20% di rinnovabili, al 50% di gas naturali e una diminuzione al 30% del carbone entro il 2025. È la conversione di quella che era definita ‘isola della spazzatura’ verso l’economia circolare. Senza dimenticare nulla.

Long- Jin, ad esempio, è l’amministratore delegato della Get – Green Energy Corporation di Taichung, città nella regione centro-occidentale. Guadagna circa 200 milioni di dollari l’anno. “L’energia solare è la più grande bugia del nostro tempo – esordisce durante l’incontro – produce l’immondizia più inquinante del mondo”. L’intuizione: a un certo punto i pannelli solari si esauriranno e dovranno essere smaltiti. Così Long- Jin ha deciso di riciclarli e trasformarli in altri oggetti. “Come questa maglia – dice indicando gli abiti che indossa – o quel crocifisso”, aggiunge puntando il muro con un dito. Si scompongono i pannelli e, con trattamenti chimici, se ne estrae il silicio con cui poi si creano altri oggetti: batterie a litio, tessuti e materiali isolanti, pezzi di smartphone. “È una fabbrica di soldi”, commenta Long Jin, figlio di un pastore protestante in un paese prevalentemente buddhista, tornato a Dio dopo il fallimento dell’impresa americana con cui produceva aerei da guerra per la Cina. Oggi ha convinto il board della sua azienda a donare il 10% del profitto a organizzazioni caritatevoli. L’anno prossimo aprirà una fabbrica in Spagna. Produrrà pannelli per due anni, inizierà a smaltirli dal 2020. Non ha però intenzione di sbarcare sul mercato cinese. “Non finché non avrò accumulato almeno 2 miliardi di dollari”. Non vuole che accada ciò che succede a qualsiasi compagnia tecnologica che è entrata nel mercato cinese: “Nel giro di due o tre anni si prendono tutto e il proprietario diventa un dipendente. Fagocitano ogni idea. Non hanno paura di nulla”.

Nella sede della Gogoro, nella zona industriale di Taipei, dal 2011 si producono scooter elettrici (a Taiwan ci sono più di 4 milioni di scooter in circolazione e sono previste facilitazioni per il loro acquisto). L’ultima raccolta fondi della società è stata di 300 milioni di dollari e ha visto la partecipazione della Panasonic e di Al Gore. La responsabile della comunicazione è americana, gli spazi aperti e moderni ricordano i quartier generale delle over the top. “Non ci vediamo come un’azienda di motori ma come una tech and energy company”, spiegano. Nell’ultimo anno hanno prodotto due modelli di scooter elettrici (molto somiglianti alla nostra Vespa), venduti più di 34 mila. Gli scooter della Gogoro hanno una batteria elettrica intercambiabile: quando si scarica, ci si può fermare alle apposite colonnine, lasciare quella scarica e prenderne una carica. L’azienda sta stringendo accordi per installarle anche nei 7eleven, i supermarket più diffusi nell’isola. Vogliono raddoppiare le vendite. Già a Berlino con il ride sharing, a settembre sono sbarcati in Giappone: è in questo mercato che Taiwan sperimenta i prodotti. La Cina non è in cima alle mire imprenditoriali.
Chiu Chui-Cheng è il viceministro del Mainland Affairs Council, il consiglio che si occupa degli affari che regolano i rapporti di Taiwan con la Cina. I concetti si ripetono sempre uguali. “Pace”, “distensione”, “stabilità”. Spiega che c’è 1 milione di uomini d’affari taiwanesi in Cina che hanno assunto più di 50 milioni di lavoratori cinesi. “La cooperazione industriale è fitta”, spiega, e questo contribuisce a mantenere un certo equilibrio. Ma non basta. Nonostante molti taiwanesi abbiano votato la candidata del Partito Progressista Democratico, Tsai Ing-Wan (uscita dalle urne del 2016 dopo due mandati del partito nazionalista Kuomintang), perché si aspettavano una chiara dichiarazione d’indipendenza, ci si trova ora di fronte a un governo che mira a mantenere lo status quo ma che spesso soccombe alle “pressioni” dalla Cina. “Vogliamo dignità – spiega Chiu Chui-Cheng –: non sederci ai tavoli ed entrare nell’arena politica mondiale, ma che la Cina riconosca l’esistenza di Taiwan”. Le rare volte che le viene concesso di sedersi a tavoli internazionali è con la definizione di ‘Taipei Cinese’. Così Taiwan è costretta a mettere in moto la sua “diplomazia pragmatica”: “Stiamo scrivendo un capitolo inedito nella storia della diplomazia mondiale”, dice il viceministro. Facile trovare rappresentanti nel dietro le quinte dei grandi appuntamenti: un’attività di lobbying per convincere la comunità internazionale a riconoscerla. I risultati? “Nonostante la situazione alla Cop 23 – conclude il comunicato di lunedì – Lee è riuscito a impegnarsi con delegati di altri Paesi. Il presidente dell’isola di Marshall e il primo ministro dell’isola di Tuvalu hanno partecipato anche a un banchetto organizzato dal ministero degli Esteri.

il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2017 (p.d.)

Si chiamerà “Nuova capitale” e sarà costruita lontano dalla megalopoli del Cairo. Il presidente egiziano Abd el-Fattah al-Sisi ha le idee chiare, non solo su come trattare i diritti umani dentro i propri confini, ma anche come cambiare il volto del Paese. Al-Sisi come un faraone, desideroso di lasciare una traccia indelebile nella storia, in barba a tutte le conseguenze e al senso morale di un simile progetto. Una nuova città artificiale riservata alle élite politiche, amministrative e militari, realizzata a nord-est del Cairo, verso il Canale di Suez. Un bunker di cemento e lusso, inaccessibile ai comuni mortali, capace solo di accogliere leader internazionali.
L’obiettivo del presidente egiziano è quello di uscire dal caos di una Capitale ormai fuori controllo, inferno nel deserto dove si bruciano le vite di quasi venti milioni di esseri umani. Un nuovo palazzo presidenziale, nuovi pure il parlamento e le principali sedi amministrative e ministeriali, quartier generale degli affari che, in Egitto, stanno andando a picco. Qualcosa di simile, vent’anni fa, l’ha pensata e realizzata il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaiev, inaugurando Astana, la nuova capitale dell’ex Repubblica sovietica ricca di risorse. Astana, ‘Capitale’ appunto, spostata dalla vecchia sede, Alma Ata, nel profondo sud-est del grande Paese dell’Asia Centrale, nel cuore del Kazakistan, a due passi dai giacimenti di petrolio e gas.
Una città tirata su dal nulla, come nelle intenzioni di Al-Sisi. Il presidente, più che a un libro dei sogni, dovrebbe pensare alle macerie in cui rischia di trascinare l’Egitto, dove l’inflazione nel 2016 si è attestato sul 24,3% e ora corre verso il 30%; dove, nell’ultimo anno, i prezzi sono generalmente raddoppiati. L’Egitto rischia la bancarotta. Il Fondo Monetario Internazionale ha garantito ossigeno ad Al-Sisi grazie al maxi prestito da 12 miliardi di dollari, spalmato in tre anni, per rilanciare l'economia egiziana e ridare fiducia agli osservatori internazionali dopo le recenti tensioni. Gli interessi su quel prestito, tuttavia, vanno onorati, e qui sta il rovescio della medaglia. Il Fmi scommette sull'Egitto (si tratta del più grande finanziamento concesso ad un Paese del Medio Oriente dal Fondo guidato da Christine Lagarde), così come l'Egitto, a partire dalla fine degli anni 80, con Mubarak saldamente alla guida, ha scommesso sul mattone.
Dal libro dei sogni, incubi piuttosto, alla terrificante realtà. Un investimento nato male e proseguito peggio, trasformato in una enorme bolla speculativa. Grazie a quella strategia, nei dintorni del Cairo sono nate delle città-satellite: Città 6 Ottobre – in ricordo della Guerra del Kippur tra Paesi arabi e Israele del 1973 – 30 chilometri a sud-ovest, nel governatorato di Giza, e New Cairo, dalla parte opposta della capitale.
Villaggi residenziali dai nomi invitanti, Mi vida, Il gioiello del Nilo, Palm Hills, Westown Resort, Pyramid Heights, Mountain view, quando in realtà l'unica cosa che si può ammirare da qui è la piattezza di un deserto inesorabile. Compound blindati, protetti da guardie armate, i negozi incassati dentro i soliti mall. Soluzioni residenziali per pochi, divise per categorie. Nei progetti dovevano diventare la casa di molti di egiziani, purtroppo le cose sono andate diversamente.
Il ceto medio non riesce a permettersi costi alti e la conseguenza è che l'80% delle residenze sono vuote, una parte non è mai terminata e per un'altra, addirittura, i lavori sono rimasti in fase progettuale. Raggiungere Città 6 Ottobre, se non si dispone di un veicolo, è praticamente impossibile. I trasporti pubblici quasi non esistono. Uno stradone a otto corsie si è fatto spazio tra l'agglomerato urbano alla periferia occidentale, abbattendo palazzi per raggiungere, attraverso l'autostrada 26 luglio, la nuova città artificiale. Passare da un lato all'altro dell'autostrada è impossibile, non un ponte, un sottopasso, tutto isolato.
Solo una fila infinita di mega cartelloni pubblicitari che invogliano ad investire su questi falsi villaggi del benessere. A Città 6 Ottobre è possibile arrivare anche da sud-est, da Giza e dalle sue Piramidi, transitando lungo l'autostrada diretta ad Alessandria d'Egitto, dove il 3 febbraio 2016 è stato ritrovato il corpo di Giulio Regeni. All'altezza del grande incrocio tra le due autostrade, c'è la base dei servizi di intelligence egiziani e, poco distante, un campo di addestramento.

». il manifesto, 14 gennaio 2017 (c.m.c.)

Quello della nuova amministrazione sarà un dietrofront coordinato su tutti i fronti per riportare il paese indietro di mezzo secolo su riforme, rete sociale, immigrazione, voto alle minoranze e ambiente. Per molti versi la politica ambientale è stata la maggiore success story dell’amministrazione Obama. Negli ultimi 8 anni la generazione di energia eolica è aumentata di 30 volte, all’industria sono state imposte le norme atmosferiche più severe di sempre e ai costruttori di auto regole di efficenza che entro il 2050 dovranno dimezzare i consumi di carburante.

La multa di 4,3 miliardi di dollari imposta alla Volkswagen per la truffa delle emissioni diesel e il fascicolo Fiat aperto l’altro giorno dalla Environmental Protection Agency (EPA), dimostra la priorità della protezione dell’ambiente. Ma se la VW pagherà, la pratica Marchionne verrà quasi certamente archiviata dal governo che si insedierà venerdì prossimo.

Trump che ha promesso di «rifare grandi gli idrocarburi americani», ha schernito le politiche ambientali di Obama come una crociata contro l’industria. Il governo che ha scelto come Segretario di Stato il presidente della Exxon, quasi sicuramente dichiarerà guerra all’ambientalismo globale col possibile rinnegamento degli accordi di Parigi.

Quanto alle politiche domestiche nulla può essere più emblematico della nomina a direttore dell’EPA di Scott Pruitt. Presentato da Trump come «leader nazionale contro la guerra al carbone promossa da Obama» il compito di Pruitt sarà quello di firmare una resa incondizionata dell’ambiente che il suo dicastero sarebbe tenuto a tutelare. Come procuratore generale dell’Oklahoma Pruitt ha passato una carriera a querelare l’ente stesso che ora va a dirigere per conto di conglomerati energetici.

Agli atti del suo ufficio esistono lettere di protesta per le «eccessive norme ambientali» rivelatesi poi copiaincollate da comunicati di aziende petrolifere, come la Devon Energy, che dominano l’economia dell’Oklahoma. Con la scusa della «tutela dei diritti degli stati» dall’ingerenza federale la missione di Pruitt, la cui nomina è stata valutata come uno scherzo crudele dalla comunità ambientalista, sarà di rottamare quarant’anni di protezioni ambientali e dare libero impulso a una politica energetica dettata dai petrolieri a base di carbone, fracking e trivellazioni in aree protette. È facile immaginare quindi che la prosecuzione delle infrazioni automobilistiche comprese quelle della Fiat Chrysler non saranno prioritarie per la EPA di Pruitt.

Il valore delle ultime iniziative di Obama sembrerebbe dunque del tutto simbolico, ma forse ma non del tutto. Molte battaglie politiche infatti sono ora destinate a spostarsi sul confronto fra una Washington espugnata dalle corporation e le amministrazioni statali.

Sull’ambiente sarà determinate il peso della California: lo stato più popoloso rappresenta ad esempio di gran lunga il maggiore mercato automobilistico nazionale e per questo è da sempre battistrada sulle politiche ambientali. Non è pensabile competere senza adeguarsi alle norme che permettono la commercializzazione di vetture in California. È la ragione per cui all’atto pratico le regole californiane si convertono di fatto in norme per tuttii costruttori. Lo ha appreso Marchionne quando è stato obbligato a rispettare le quote richieste e commercializzare in California le 500 elettriche che sul suo bilancio gravano come una perdita, come non perde occasione di lamentare.

La protezione dell’ambiente americano – e globale – dipenderà quindi in parte dall’adeguamento all’innovazione tecnologica imposta sulla West Coast e che il governatore Jerry Brown ha giurato se necessario di difendere a tutti i costi. L’iniziativa di Obama a carico dell Fiat è un ultimo assist a chi come lui dovrà, nella notte trumpista, raccogliere il testimone ambientale.

New York Times, 9 dicembre 2016



SINTESI

Nell’attesa di vedere come Trump, una volta insediato alla Casa Bianca, darà il via al suo feroce, inaccettabile, ma anche miope, programma di deportazione di massa di 3 milioni di immigrati ‘illegali’, lo Stato della California si sta già attrezzando per rafforzare la sua legislazione a difesa della popolazione di origine ispanica. Nelle scorsa settimana il parlamento, in una sessione congiunta dei suoi due rami - State Assembly e State Senate -, ha approvato immediatamente alcuni disegni di legge molto coerenti con l'obiettivo e molto conflittuali nei confronti dei programmi annunciati in campagna elettorale dal nuovo Presidente degli USA.

Sono tre gli obiettivi e le aree di intervento: garantire sostegno legale agli immigrati che si oppongano alla deportazione; finanziare con risorse aggiuntive l'efficienza dei servizi legali offerti agli immigrati dallo Stato della California; finanziare un programma di aggiornamento degli avvocati d’ufficio.Appellandosi al Primo Emendamento della Costituzione (che garantisce al cittadino la possibilità di appellarsi per correggere i torti) e al Quarto Emendamento (che tutela tutti i cittadini da perquisizioni, confische irragionevoli e arresti), lo Stato della California, nel quale il 40% della popolazione è costituito da latinos, si prepara a una lunga battaglia a difesa dei diritti civili e della giustizia sociale. Ecco perché la Costituzione serve! Editoriale del New York Times, 9 dicembre 2016 (m.c.g.)

CALIFORNIA LOOKS TO LEAD
THE TRUMP RESISTANCE


Nobody knows yet what Donald Trump is going to do to immigration enforcement. Only a month has passed since the election, and the president-elect is no different from the candidate: erratic, self-contradictory, hazy on principles and policies.

But states and cities that value immigrants, including the undocumented, do not have the luxury of waiting and hoping for the best. They are girding for a confrontation, building defenses to protect families and workers from the next administration.

They fear that Mr. Trump, who ran on a pledge of mass deportation, dehumanizing immigrants and refugees, will remove humane discretion from immigration enforcement. They understand that not all unauthorized immigrants are criminals, that not all should be detained or deported and that the country cannot enforce its way out of its failure to reform unjust immigration laws.

But they know that the nativist ideologues and white nationalists around Mr. Trump are itching for him to be merciless. They know that if he does anything close to what he has repeatedly vowed to do — set dragnets for millions of unauthorized immigrants, triple the number of enforcement officers, immediately revoke President Obama’s administrative actions shielding young people from deportation and pull federal funds from cities that defend immigrants — their prudence will have been justified.

Mr. Trump has reportedly chosen a retired Marine general, John Kelly, to run the Department of Homeland Security. He seems to fit the Trump pattern of seeing immigrants not as a resource to be tapped, but as a threat to be neutralized, beginning at the border. General Kelly, who led the United States Southern Command, warned Congress last year of the danger of terrorists and “weapons of mass destruction” coming in from Mexico. He admitted he had no evidence, but was clanging the alarm all the same.

In immigrant-rich communities across America, there are more legitimate fears for the immigrants. Bills introduced this week in the California State Legislature confront them directly. One would create a program to finance legal services for immigrants fighting deportation. Another would provide training and advice on immigration law to public defenders’ offices. Come the purge — and Mr. Trump has said he is going after two million to three million people immediately — many will need lawyers.

The third bill, potentially the most consequential, seeks to ensure that California will never be an accomplice to mass deportation. Its sponsor, Kevin de León, the California Senate president pro tempore, calls it the California Values Act, befitting a state that is nearly 40 percent Latino, and where one in four residents is foreign-born. It would bar state or local resources from being used for immigration enforcement, a strictly federal duty. No state or local law enforcement agency would be allowed to detain or transfer anyone for deportation without a judicial warrant.

Nothing in the bill would obstruct the federal government. This is not a nullification of federal laws or a rebellion against the Constitution. It’s upholding the Fourth Amendment, preventing unreasonable search and seizure, so mothers and fathers can go to work and children go to school without fear of losing one another. It's upholding the First Amendment, so day laborers can solicit work on a sidewalk. It's allowing the local police to keep the trust and cooperation of crime victims and witnesses, who will not fear avery ecounter as a prelude of deportation.
“Nobody wants bad people in our communities or neighborhoods or in our streets,” Mr. de León said, particularly the local and state police. “They’ll always go after the rapist, the violent criminal drug dealer; we’ve made that abundantly clear.”

Expect Mr. Trump and his immigration brain trust, led by the Senate hard-liner Jeff Sessions and ideologues like Kris Kobach, the secretary of state of Kansas, to denounce all such efforts as providing sanctuary to dangerous criminals.

But the opposite is true: By drawing a bright line between federal immigration enforcement and local policing, the California Values Act would promote smarter, more effective law enforcement. Local officers would continue to keep the peace, and in the face of criminal threats — as validated by a warrant from a judge — would cooperate with federal agents. But if the Trump administration begins roundups of those who pose no danger, of minor offenders and noncriminals, staking out schools, churches, businesses and homes — they will not do its job for it.

“We’re not looking for a fight with the president-elect and his administration,” said Mr. de León. “We’re guided by the principles of justice and dignity for all people.”

Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2016, con postilla (p.d.)

Nonostante il freddo polare e la prima tempesta di neve in arrivo, i membri della tribù Sioux del Nord Dakota assieme ad altre migliaia di persone tra nativi americani e attivisti per i diritti umani e la protezione dell'ambiente, hanno ribadito al governatore repubblicano che non se ne andranno dal campo di Standing Rock. “Il governatore Jack Dalrymple ha emesso un ordine di evacuazione urgente per il peggioramento delle condizioni atmosferiche, ma è un pretesto per farci desistere dalla protesta contro l'oleodotto. Noi però da questo campo, che è peraltro sul suolo federale, non ce ne andremo anche se la polizia ricomincerà a prenderci di mira con gli idranti, le pallottole di gomma, i pesticidi o ci arresterà come già successo a molti di noi durante questi sei mesi di lotta”, ha detto al Fatto Dave Archambault II, portavoce della campagna.

Dallo scorso aprile in questa prateria da giorni flagellata da un vento glaciale che scende dal Canada, a due ore di macchina da Bismark – la capitale del Nord Dakota – i nativi e gli ambientalisti provenienti da tutti gli Usa hanno alzato le tipiche tende, quelle che abbiamo imparato a conoscere dai film western, cucine da campo e bagni chimici allo scopo di occupare 24 ore su 24 la zona dove dovrebbe passare il segmento locale dell'oleodotto che nella sua interezza misura 2.047 chilometri.

Considerata sacra dai Sioux, questa terra è inoltre ricca di falde acquifere che garantiscono acqua potabile non solo alle tribù native. E ora tocca proprio a loro, pur decimati dall'alcolismo, dalla malnutrizione e dai suicidi dovuti alle pessime condizioni di vita causate dalla disoccupazione, difendere l'oro blu anche per gli usurpatori. Perché anche secondo Greenpeace International, questo oleodotto costruito dalla Dakota Access LLC potrebbe inquinare le riserve idriche.

Qualche giorno fa i più autorevoli media statunitensi e inglesi, nel sottolineare il conflitto di interessi in cui sarà coinvolto il neo presidente Trump, che ha investito circa un milione di dollari nella Energy Transfer Partners, la casa madre della Dakota Access LLC. Kelcy Warren, l'amministratore delegato della società non a caso si è detto “fiducioso al 100 per cento che l'oleodotto verrà costruito sotto la nuova amministrazione”. L'entourage di Trump ha smentito dicendo che il magnate-presidente ha già venduto le proprie quote. Phyllis Young, una delle fautrici della protesta vorrebbe però vedere le carte, pur restando il fatto che, Trump o non Trump, l’opera non s'ha da completare perché “questo è territorio Lakota e a nessun altro, tranne a noi, appartiene la giurisdizione di queste terre”. Amnesty International ha denunciato in questi mesi la violazione del diritto costituzionale di protesta pacifica da parte delle autorità statali e gli arresti arbitrari oltre a numerosi episodi di violenza delle forze di sicurezza.

Un attivista ha perso un braccio e molti altri sono stati ricoverati per ipotermia e intossicazione dopo che la polizia e le guardie private della società costruttrice hanno usato cannoni ad acqua e polveri urticanti per sgomberare il campo. “La cosa che mi fa incazzare di più è che Obama ha fatto tante promesse ai nativi ma non ha bloccato questo oleodotto – dice Prince, un ragazzo di colore che da tre settimane sta manifestando con i nativi – solo Bernie Sanders, che avrei voluto votare, aveva dichiarato che questo ennesimo sopruso contro i nativi andava fermato.

Non solo perché è come se facessero passare un oleodotto in una chiesa o in un cimitero, ma perché potrebbe causare un disastro ambientale di cui milioni di americani subirebbero le conseguenze”. Nella serata di ieri l’US Army Corps of Engineers, l'Agenzia federale composta da civili e soldati che provvedono alla costruzione di infrastrutture nei territori sotto l'egida statale, hanno dichiarato di aver revocato l'ordine di sgombero forzato del campo previsto per il 5 dicembre. Intanto, oltre a un gruppo di soldati veterani di guerra e l'attrice Jane Fonda, anche il musicista Neil Young ha chiesto, attraverso il suo sito, al presidente Obama “di fermare immediatamente le violenze contro i pacifici protettori dell'acqua di Standing Rock”.

postilla

Il disinteresse per le popolazioni locali e i loro diritti, e per gli impatti ambientali; la benedizione da parte del governo nazionale a difesa di interessi unicamente privati; il ricorso alle forze dell'ordine pubbliche in sostituzione dei processi di confronto e partecipazione nelle scelte. Sono tutti scenari che in Italia abbiamo già sperimentato ma che il referendum del 4 dicembre sulla riforma/de-forma costituzionale ha intenzione di istituzionalizzare.
Gli eventi riportati nell'articolo accadono negli Stati Uniti d'America, da molti osannati come la più grande democrazia del mondo. Emerge dalle cronache quotidiane come la democrazia americana non sia affatto perfetta, ma nonostante ciò nessun politico statunitense si è mai permesso di bollare la propria Costituzione come vecchia (anche se è più antica della nostra di oltre 150 anni), da rottamare, da modernizzare per rendere la propria nazione più competitiva (si legga attraente) nel mondo globalizzato.
Per migliorare la nostra democrazia e il governo (non la governabilità) della nostra nazione non occorre una riforma della Carta ma sarebbe sufficiente la piena applicazione dei suoi principi fondamentali contenuti nei primi 12 articoli.

La Repubblica, 25 ottobre 2016 (c.m.c.)

Il Sudafrica ha annunciato la propria intenzione di ritirarsi dalla Corte Penale Internazionale — Cpi, il Tribunale che dal 2002 è chiamato, sulla base del Trattato di Roma del 1998, a giudicare delitti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. L’annuncio sudafricano è clamoroso, ma certo non inatteso.

Sono anni che la Corte è oggetto di pesanti accuse da parte di numerosi stati africani che l’accusano di discriminazione facendo notare che tutti gli otto procedimenti iniziati dall’Ufficio del procuratore della Cpi si riferiscono a paesi africani: Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Repubblica Centrafricana, Sudan, Kenya, Libia, Costa d’Avorio e Mali, con il Burundi che, alla vigilia della formale apertura di un’inchiesta, ha avviato le procedure di uscita dalla Cpi.

Il Sudafrica non è sotto inchiesta, ma il Ministro della giustizia ha motivato la decisione con la contraddizione fra la giurisdizione della Corte e l’immunità di cui godono i vertici politici di qualsiasi paese.Siamo quindi in presenza di due diversi tipi di contestazione, che pure convergono nello spingere gli africani verso la rottura con la Cpi.

Opporre l’immunità dei vertici politici alla competenza della Corte significa svuotare il senso stesso del tribunale, istituito proprio per impedire che laddove si legge “immunità” quello che si pretende è l’impunità nei confronti dei crimini più atroci. Se è questo il problema, allora alcuni dei 124 paesi (africani e non) che hanno aderito alla Corte farebbero bene ad uscirne per semplice coerenza.

In Africa, poi — come e più che in altri continenti — dirigenti criminali sottopongono le rispettive popolazioni a repressioni massicce che hanno giustificazioni etniche o tribali, ma che di solito servono a coprire sistemi di corruzione ed esclusione, quando non di sterminio, come nel caso del genocidio del 1994 in Ruanda. In Africa non sono pochi quelli che vedono nell’esistenza della Corte una tutela per le popolazioni attraverso la deterrenza che la Corte può esercitare nei confronti di dirigenti sanguinari. Ma anche loro denunciano il macroscopico squilibrio fra l’attenzione riservata all’Africa e quella dedicata ad altri continenti, dove pure non mancano situazioni di gravissime violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario. Come ha detto un alto funzionario dell’Unione Africana, «Perché non l’Argentina? Perché non Myanmar? Perché non l’Iraq?»

Emerge ancora una volta la debolezza di un sistema internazionale al cui interno disuguaglianze a asimmetrie fanno perdere credibilità a norme e istituzioni che sarebbero necessarie a garantire un mondo meno feroce e ingiusto. A partire dall’esistenza in ambito Onu di paesi «più uguali degli altri» (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza), sono troppe le situazioni in cui viene meno il criterio fondamentale che sta alla base del riconoscimento e del rispetto di regole comuni: «la legge è uguale per tutti».

Chi può sostenere che esista il diritto di sterminare il proprio popolo con un genocidio, e che i dirigenti responsabili di simili atrocità debbano essere coperti dall’immunità? E non si tratta solo di un obbligo morale, ma anche di razionalità politica, dato che sarebbe assurdo non vedere come queste colossali azioni criminali causino — dal terrorismo ai flussi di rifugiati — gran parte dell’instabilità globale.

Ma si può difendere un sistema che è forte con i deboli e debole con i forti?
E poi, se vogliamo parlare della Corte Penale Internazionale, faremmo bene a non limitarci a considerare la critica e il rigetto da parte dei paesi africani.

Faremmo bene a ricordare che gli Stati Uniti, che pure erano stati alle origini della sua fondazione e che avevano sottoscritto il Trattato di Roma durante la presidenza Clinton, non solo non l’hanno mai ratificato, ma — sotto la presidenza Bush — hanno preteso addirittura di cancellare la firma apposta a Roma. Perché? Perché hanno sostenuto che, date le proprie responsabilità mondiali, non potevano ammettere che non solo i propri dirigenti, ma anche i propri soldati fossero sottoposti a procedimenti che avrebbero potuto risultare inquinati da intenzionalità politiche.

Sotto Bush l’ostilità americana nei confronti della Cpi è arrivata all’approvazione da parte del Congresso di un meccanismo di sanzioni (la cancellazione dei programmi di aiuti militari) nei confronti dei paesi che non avessero accettato di garantire ai cittadini americani immunità nei confronti della giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Con Obama Washington è passata dall’ostilità a una collaborazione sul piano pragmatico, ma rimane ferma sul principio che la Corte non potrà mai giudicare cittadini americani.

Non sono quindi solo gli africani a volersi sottrarre alla giurisdizione della Corte — una Corte la cui attuale debolezza è stata anche il frutto dei suoi errori (il peggiore, per un tribunale: due pesi due misure), ma che in realtà concerne il nodo fondamentale della politica: il problematico rapporto fra forza e regole.
La strada della giustizia internazionale è molto lunga, molto problematica, molto accidentata.

Che succede nel Sud dell'Africa, a partire dalle università e dalla prima generazione post-apartheid? Una breve cronologia, un'analisi di Kenichi Serino da The Atlantic, Usa, e un commento di Andrew Ihsaan Gasnolar da Daily Maverick, SA. Internazionale, 21 ottobre 2016, (i.b.)

nota cronologica

Ottobre 2015 In varie università cominciano le protestecontro la proposta di aumentare le tasse universitarie ino a un massimodell’11,5 per centoAlla fine del mese il presidente Jacob Zuma annuncia che nonci saranno aumenti delle rette nel 2016
12 agosto 2016 Il Council on higher education, un ente indipendente cheoffre consulenza al ministero dell’istruzione, conclude che non au­ mentare lerette universitarie per il 2017 sarebbe insostenibileNei giorni seguenti ci sononuove manifestazioni in varie università
19 settembre Il ministro dell’istruzione Blade Nziman­ de annuncia chele università potranno aumentare le tasse d’iscrizione ino all’8 per cento eche ogni ateneo potrà decidere autonomamente sugli aumentiNzimande aferma ancheche il governo sta cercando il modo di fornire assistenza inanziaria aglistudenti provenienti da famiglie che hanno un reddito annuo inferiore a 600milarand (38mila euro)Dopo l’annuncio ci sono mobilitazioni degli studenti.

13 ottobre La University of the Free State annuncia che il suocampus principale, nella città di Bloemfontein, e altri campus resterannochiusi fino al 28 ottobre
15 ottobre Nove persone sono arrestate in seguito agli scontri tra lapolizia e gli studenti dell’università di Witwatersrand
17 ottobre La University of Cape Town riapre dopo la chiusura dovuta a“motivi di sicurezza”, ma la polizia inter­ viene per disperdere una manifestazionedegli studentiUn edificio dell’università viene sgomberato in seguito ad attivandalici

da Mail&Guardian, Reuters

The Atlantic, USA
ANCORA IN CAMMINO
VERSO LA LIBERTÀ
di
Kenichi Serino,


«Le università dovrebbero essere i luoghi in cui il superamento dell’apartheid è più evidente. Invece sono ancora segnate dalle disuguaglianze tra i neri e i bianchi»
Quando nel 2011 Nyiko Lebogang Shikwambane, che all’epoca aveva 24 anni,lasciòla sua casa alla periferia di Johannesburg per studiare legge all’università diWitwatersrand, portava con sé le aspirazioni di una famiglia di insegnanti e infermieri,le sole professioni rispettabili per gran parte dei sudafricani neri durantel’apartheid
L’università di Witwatersrand, chiamata anche Wits, è una di quelleistituzioni accademiche sudafricane che un tempo erano prevalentemente bianchee che, du­ rante l’apartheid, di tanto in tanto si scontravano con il governoper le loro politiche di ammissioneAnche se un numero mini­ mo di studenti neriera ammesso, alla Wits e in altre prestigiose università anglofone, come laUniversity of Cape Town (Uct) e la Rhodes university di Grahamstown, glistudenti erano in maggioranza bianchiDopo la ine della segregazione razziale,in pochi anni molti di questi atenei erano fre­ quentati soprattutto da neri.

Shikwambane, che aveva fatto le elementari in una scuola in passatoriservata ai bianchi, si è accorta che nei corsi che seguiva alla Wits,frequentati da molti neri, c’era una gerarchia implicita: “I ragazzi bianchi,in molti casi provenienti da scuole un tempo riservate ai bianchi, erano gliunici a ri­ spondere alle domande e a sentirsi a loro agio a parlare davanti aun’aula con 120 persone. Prendevano i voti più alti e si passava­ no gliappunti degli studenti che avevano frequentato i corsi l’anno prima”Gli stu­denti neri prendevano appunti con carta e penna, mentre i bianchi avevano quasisempre computer portatili e iPad, che Shikwambane vedeva per la prima volta
Anche se l’apartheid è finito nel 1994, in Sudafrica c’è ancoraun’enorme distanza tra l’esperienza degli studenti bianchi e quella deglistudenti neri come Shikwambane, che riescono a entrare in universitàprestigiose dopo aver frequentato scuole pubbliche scadenti e con pocherisorse. Gli istituti in passato riservati ai bianchi, invece, oltre a riceveremolti finanziamenti, possono contare sui contributi dei genitori e degli exalunni. Queste scuole mandano i loro studenti nelle migliori università delpaese, ofrendo delle opportunità ai ragazzi neri che vengono da contesti dipovertà
Ecco perché le università sono tra i luoghi che meglio rappresentano larabbia della generazione post-apartheid o dei “nati liberi”. Questa generazionesi è trovata di fronte a un triste paradosso: è più libera di quella che l’hapreceduta, ma non ha i mezzi o il sostegno per sfruttare in pieno questalibertà. Molti giovani si sentono limitati da quella che percepiscono sempre dipiù come una trasformazione sociale e politica incompleta, che ha semplicementeconsolidato le disuguaglianze di un’epoca considerata ormai passata
Questa rabbia è sfociata in una serie di proteste, le ultime delle qualialla Uct e alla Wits. Gli studenti delle due università han­ no occupato irispettivi campus dopo es­sersi scontrati con la polizia e con gli agen­ti disicurezza privati. Alla Uct la contestazione è cominciata a metà settembre,dopo che erano state prese azioni disciplinari contro alcuni studenti accusatidi aver commesso atti vandaliciAlla Witwaters­ rand, invece, migliaia distudenti hanno bloccato gli ingressi dell’università e han­ no occupato laprincipale sede amministrativa per protestare contro la decisione del governodi proporre un aumento delle tasse per alcuni iscritti
In teoria le università dovrebbero essere i luoghi in cui le grandidisparità economiche e sociali tra bianchi e neri imposte dall’apartheid siriducono.Invece è proprio qui che l’eredità del regime razzista rimane piùvisibile
Nel 1994, dopo decenni di proteste spesso violente, critiche dallacomunità internazionale e boicottaggi, il governo sudafricano guidato dalNational party, il partito nazionalista di destra, e l’African nationalcongress (Anc) di Nelson Mandela negoziarono la fine di un sistema che dal 1948istituzionalizzava la discriminazione, riconoscendo diritti diversi aicittadini a seconda che fossero bianchi o neriLe successive elezioni democratiche,le prime nella storia del paese, contribuirono a evitare la guerra civile echiusero definitivamente il capitolo del razzismo di stato. L’Anc, che prima didiventare un partito era stato un movimento di liberazione, lavorò per lariconciliazione e l’amnistia per alcuni crimini commessi durante l’apartheidattraverso la Commissione per la verità e la riconciliazioneI leader dell’Ancsapevano che mentre il potere politico sarebbe arrivato subito con le elezioni,altri cambiamenti – come la riforma agraria, le partecipazioni societarie e l’affirmativeaction (uno strumento per promuovere l’uguaglianza tra i cittadini) – sarebberostati introdotti gradualmente attraverso la cosiddetta trasformazione
Con l’avvento della democrazia, per gli studenti neri diventò piùsemplice entrare nelle scuole e nelle università prima riservate aibianchi.Queste istituzioni nominarono vicerettori e rettori neri
Ma il cambiamento è stato lento, spiega Sithembile Mbete, che insegnaall’università di Pretoria: “I problemi del Sudafrica sono stati inquadratisolo in termini etnici, come se affrontare la questione razziale potesserisolvere tutto”
Bocca chiusa

Così non è stato. In Sudafrica ledisuguaglianze sono tra le più marcate al mondo, e la povertà è legatasoprattutto alla questione razziale. Un cittadino nero ha quattro volte piùprobabilità di trovarsi senza lavoro di un bianco. Il reddito medio di unafamiglia bianca è sei volte superiore a quello di una famiglia nera. Nelleaziende i bianchi ricoprono sempre gli incarichi più importanti.

Nel 2015 ilquotidiano sudafricano Business Day ha scritto che il numero degliamministratori delegati neri – sono considerati neri anche i coloured (meticci)e i sudafricani indiani, anche loro discriminati durante l’apartheid – eraaddirittura calato dal 2012. Inoltre il costo dell’istruzione superiore eraaumentato a causa dell’inflazione e del taglio delle sovvenzioni pubbliche

Figlio di una madre single, Anzio Jacobs è un ragazzo snello. Ha unapettinatura afro con striature bianche e un tatuaggio del dio hindu Ganesha sulpolso. È cresciuto a Woodstock, un ex quartiere popolare di Città del Capo.Dato che l’apartheid aveva confinato le famiglie nere in periferia mentre icentri delle città erano dominati dai bianchi, Jacobs e gli altri studenti neripotevano impiegare anche ore per arrivare a scuola. Gli studenti bianchi,racconta, nel cestino del pranzo avevano la cioccolata; i neri si portavanomattoni di pane vecchio. E dovevano conformarsi“. Quando andavo a scuola,dovevo corrispondere a una particolare tipologia di coloured. La miadoveva essere un’esistenza ai margini della sfera bianca. Dovevo parlarel’inglese giusto e vestirmi nel modo giusto”, ricorda Jacobs
Jacobs racconta della pressione a cui sono sottoposti gli studenti neriche vengono ammessi nelle ex università bianche. Una volta ricevuta la “chiaved’oro”, i giovani neri devono fare i conti con l’ingiustizia sociale e ilrazzismo“. Devi tenere la bocca chiusa e non fare niente, perché ti hanno fattoun regalo, ti hanno concesso un’istruzione. E a caval donato non si guarda inbocca”, dice
Nel 1996 Jacobs aveva cominciato a frequentare una scuola privata primariservata ai bianchi, dove aveva imparato che “il razzismo è ancora unarealtà”. Lui e gli altri coloured erano vittime del bullismo deglistudenti bianchi, e al preside, bianco, non importava niente
A 25 anni è ancora iscritto al secondo anno diuniversità, perché non riuscendo a pagare le tasse d’iscrizione ha dovutoricominciare tutto da capo“- Continuo a fare gli esami ma so che quando iniròentrerò in un mondo del lavoro che non ha spazio.
Daily Maverick, Sudafrica
LE PROMESSE NON MANTENUTE di Andrew Ihsaan Gasnolar,
«Le proteste degli studentifanno luce su altri problemi della società sudafricana. E sulla
sua identitàirrisolta»

La memoria collettiva del Sudafrica è piena di buchi. Dimentichiamo troppofacilmente, permettendo alle iene di scorrazzare indisturbate e mettendo arischio il nostro futuro. Il Sudafrica non sta semplicemente vivendo una stagionedi malcontento: la sensazione è che stiamo andando completamente alla deriva. Nonci basterà pregare o parlare di come uscire da questo disastroIl movimentochiamato #FeesMustFall ha evidenziato le fratture della società e ha attiratol’attenzione sull’atteggiamento indolente e miope delle persone che dovrebberoguidarci.

Dopo che in diverse università sono scoppiate le proteste control’aumento delle rette proposto dal governo, il 19 settembre Blade Nzimande, ilministro dell’istruzione e della formazione superiore, ha annunciato che nontornerà sui suoi passi In base alla proposta del governo, le universitàdovrebbero aumentare le tasse d’iscrizione fino all’8 per cento.Le famiglie conun reddito inferiore a 600mila rand all’anno (38mila euro) potranno chiedere uncontributo pubblico equivalente all’aumento
Questo annuncio ha fatto salire la tensione e l’incertezza in tutti icampus universitari. È importante notare che per qualcuno la proposta di Nzimandeè a vantaggio dei poveri, e in efetti va valutata considerando fattori diversi.

Nzimande ha spiegato che il governo si sarebbe impegnato a tutelare lefasce di popolazione più deboli con una serie di interventi finanziati dal National student financial aid scheme,che offre prestiti agli studenti, Il dipartimento del tesoro ha specificato che“sta esaminando vari meccanismi per trovare i fondi necessari a garantire isussidi”Sappiamo tutti, però, che nella situazione iscale attuale non sarà facile trovare 2,5 milioni di rand. E infatti la proposta del governoè già stata bocciata dagli studenti, che hanno nuovamente chiesto un’istruzionegratuita per tutti.
Il tema dell’istruzione gratuita non va trattato come una questioneisolata, soprattutto in tempi difficili come questi. La responsabilità è in granparte di un governo tronio e frammentato e della pessima azione del presidenteJacob Zuma. I tagli suggeriti dal dipartimento del tesoro non dovrebberoriguardare solo i singoli ministeri, ma anche le dimensioni e la struttura delgoverno. La domanda che tutti i sudafricani dovrebbero farsi è come il paese puòsuperare l’impasse e realizzare il sistema scolastico promesso ai suoi giovani.
Verso il cambiamento

Non siamo a un bivio solo sul tema dell’istruzione. Stiamo mettendo indiscussione il tessuto stesso di questa unione frammentata e imperfetta, cheoggi è in grande difficoltà. La colpa non è solo di politici inetti come Zuma,ma anche della nostra incapacità di andare oltre le parole e di passare aifatti. Certo, è sconcertante che questi politici si siano dimenticati che nonagiscono per intercessione divina ma che sono dei semplici impiegati con deicompiti da svolgere. Ma non sono loro gli unici responsabili del sabotaggiodella nostra democrazia, sono solo la faccia della corruzione e dellaprevaricazione che minacciano il paese
La crisi che dobbiamo affrontare non si limita al dirittoall’istruzione, ma riguarda anche la disuguaglianza, la povertà, ladisoccupazione e l’accesso ai servizi di base. Stiamo facendo a botte con lanostra identità nazionale. Non riusciamo a costruire sull’eredità incerta dichi ci ha preceduto e allo stesso tempo siamo limitati dall’inefficienza edalle carenze di chi oggi è al timone
Il dipartimento del tesoro sottolinea che “chi può pagare lo fa perpermettere allo stato di sostenere gli studenti sempre più numerosi che nonhanno i mezzi per frequentare l’università e meritano di essere aiutati”.Parlando al Gordon Institute Of Business Science il 20 settembre, l’ex ministrodelle finanze Nhlanhla Nene ha dichiarato che “le battaglie che gli studentistanno combattendo sono le nostre battaglie. I soldi non sono solo deldipartimento del tesoro. Servono perché tutti possiamo diventare una cosasola. Tutti dobbiamo dare il nostro contributo”
Tuttavia, il rischio di lasciare la gestione al governo è che questifondi non si otterranno da un ridimensionamento dell’esecutivo, dal tagliodelle prestazioni superflue e delle retribuzioni dei politici o da un giro divite sulle appropriazioni indebite o sulla corruzione.Potrebbero esseresottratti ai fondi destinati ai servizi di base, di cui milioni di sudafricanihanno un disperato bisogno, mettendo il paese ancora più in diicoltà
Il 9 settembre, durante la cerimonia in onore dell’attivistaantiapartheid Stephen Bantu Biko, la coraggiosa attivista e scrittricestatunitense Angela Davis ci ha ricordato che i nostri leader «stannocominciando ad affrontare questioni irrisolte e alcune delle tante omissioni eostruzioni»I giovani si appoggiano a loro, ha proseguito, ma questi leader «nonhanno le spalle solide». Come ha osservato Davis, «la rivoluzione che volevamonon è quella che abbiamo prodotto», ma dobbiamo intervenire ora per risolvereil problema ancora più grande che affligge il paese: la questione della nostraidentità, che non può essere demandata all’attuale generazione di leader. Isudafricani devono andare oltre il loro orticello, cominciare a dare risposteconcrete e agire guardando al presente
È l’unico modo che abbiamo per contrastare disuguaglianza, povertà edisoccupazione, i servizi di base non garantiti e diritto allo studio nontutelato. Solo allora potremo passare alla fase successiva della rivoluzioneper la democrazia, lottare per “le promesse non mantenute del passato e dareinizio a un nuovo attivismo», più che mai necessario.

Il manifesto, 12 agosto 2016

È l’anno 2050 e Israele ha realizzato la sua visione di Gerusalemme: i visitatori arriveranno in un centro high-tech a maggioranza ebraica in mezzo ad un mare di turisti, con una presenza minima di palestinesi. Per ottenere questa visione, Israele sta lavorando a tre master plan: uno è noto, ma due restano fuori dai radar.

Edward Said aveva già avvertito nel 1995: «Solo progettando prima un’idea di Gerusalemme, Israele potrà procedere a cambiamenti sul terreno che corrispondano a queste immagini e proiezioni». L’idea israeliana di Gerusalemme prevede la massimizzazione del numero di ebrei e la riduzione di quello di palestinesi attraverso un graduale processo di colonizzazione, sfollamento e spossessamento.

Il più noto dei tre master plan è il Jerusalem 2020. I meno noti sono il Marom Plan e il Jerusalem 5800 Plan, meglio conosciuto come Jerusalem 2050. Il Jerusalem 2020 Master Plan è stato preparato da una commissione nazionale di pianificazione e pubblicato la prima volta nel 2004. È il primo piano spaziale comprensivo e dettagliato sia per Gerusalemme Ovest che Est dall’occupazione israeliana del 1967. Comprende lo sviluppo di diverse aree: pianificazione urbana, archeologia, turismo, economia, educazione, trasporti, ambiente, cultura e arte.

Il Marom Plan è il prodotto di una commissione governativa. L’obiettivo è promuovere Gerusalemme come «città internazionale, leader nel commercio e nella qualità della vita nel settore pubblico». Il Jerusalem 2050 è un’iniziativa privata di Kevin Bermeister, innovatore tecnologico australiano e investitore immobiliare. Il piano fornisce progetti per Gerusalemme fino al 2050, fungendo da «master plan di trasformazione» della città. È diviso in vari progetti indipendenti, ognuno dei quali realizzabile in autonomia.

Turismo, educazione e high-tech

Il Comune di Gerusalemme punta a promuovere il turismo e in particolare gli aspetti culturali con una campagna di marketing che aumenti il potenziale dello sviluppo immobiliare, sostenga il turismo locale e internazionale e investa nelle infrastrutture turistiche.

Il governo israeliano ha stanziato 42 milioni di dollari per sostenere Gerusalemme come meta turistica internazionale, mentre il Ministero del Turismo dovrebbe allocare circa 21.5 milioni di dollari per la costruzione di hotel e offrire specifici incentivi agli imprenditori e le compagnie che costruiscono o ampliano alberghi a Gerusalemme e organizzano eventi culturali per attirare visitatori, come il Jerusalem Opera Festival, o eventi per l’industria del turismo, come il Jerusalem Convention for International Tourism.

Promuovere il settore turistico è anche alla base del Jerusalem 2050 che immagina Gerusalemme come «città globale, importante centro turistico, ecologico, spirituale e culturale mondiale», che attiri 12 milioni di turisti e oltre 4 milioni di residenti. Punta ad aumentare gli investimenti privati, la costruzione di hotel, giardini-terrazza e parchi e la trasformazione di aree che circondano la Città Vecchia in alberghi, vietando la circolazione delle auto. Il piano prevede poi la costruzione di un sistema di trasporti di alta qualità compresa una linea ferroviaria di alta velocità e una rete estesa di autobus; l’aggiunta di superstrade e l’espansione di quelle esistenti; e la costruzione di una “super autostrada” che attraversi il paese da nord a sud. Infine propone la costruzione di un aeroporto nella valle di Horkania, tra Gerusalemme e il Mar Morto, per servire 35 milioni di passeggeri l’anno.

Tenta di presentarsi come piano apocalittico che promuove «la pace attraverso la prosperità economica», ma ha obiettivi demografici che dimostrano il contrario: i 120 miliardi di dollari di valore aggiunto derivanti dall’implementazione del piano, insieme a 75-85mila impieghi negli alberghi e i 300mila nelle industrie dell’indotto, attireranno più ebrei a Gerusalemme, aumentandone il numero e facendo pendere la bilancia demografica ebrei-palestinesi a favore dei primi.

Il settore turistico non è visto solo come motore di sviluppo economico per attrarre ebrei in città. È un mezzo per controllare la narrativa e garantire la proiezione di Gerusalemme all’esterno come «città ebraica». Questi piani vanno infatti di pari passo con le restrizioni imposte da Israele allo sviluppo della stessa industria palestinese a Gerusalemme Est: l’isolamento dal resto dei Territori Palestinesi Occupati, specialmente dopo la costruzione del Muro; la perdita di terre e i costi conseguenti; le deboli infrastrutture; le alte tasse; le restrizioni nel rilascio dei permessi per la costruzione di hotel o la conversione di edifici in alberghi; le difficili procedure per ottenere licenze per gli uomini d’affari palestinesi. Questi ostacoli, insieme ai milioni di dollari che vengono versati nel mercato turistico israeliano, fanno sì che l’industria turistica palestinese non abbia speranza di competervi.

Un altro obiettivo comune dei tre piani è attirare ebrei da tutto il mondo attraverso lo sviluppo di due industrie avanzate: l’educazione superiore e l’high-tech. Il 2020 Master Plan punta alla costruzione di un’università internazionale con l’inglese come principale lingua. Il Marom Plan vuole fare di Gerusalemme «una città accademica di riferimento» che attragga sia studenti ebrei che stranieri, che siano incoraggiati a fermarsi a Gerusalemme una volta terminati gli studi. Sulla stessa linea, il Jerusalem 2050 vede come un’opportunità la creazione di impieghi e crescita economica attraverso “il turismo educativo di lunga residenza”. Un’industria intrinsecamente collegata allo sviluppo di high-tech, bio-informazione e biotecnologie. Il 2020 Master Plan fa appello alla creazione di un’università per la gestione e la tecnologia nel centro di Gerusalemme e per l’assistenza governativa nella Ricerca e lo Sviluppo (R&D) nei campi dell’alta tecnologia e della biotecnologia.

Sradicare la comunità palestinese

Mentre Israele lavora per trasformare Gerusalemme in un centro d’affari, i problemi di Gerusalemme Est sono infiniti. Tra questi lo schiacciamento del business palestinese e del settore commerciale e la debolezza del settore educativo e delle infrastrutture. Il risultato del soffocamento del potenziale di Gerusalemme Est? Il 75% dei palestinesi – e l’84% dei bambini – vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, c’è una crescente crisi identitaria a Gerusalemme Est, in particolare tra i giovani a causa dell’isolamento dal resto dei Territori Occupati, del vacuum istituzionale e di leadership e la perdita di speranza in un cambiamento positivo. Il Muro è una delle principali misure demografiche che Israele ha preso per garantirsi una maggioranza ebraica e rafforzare i confini politici de facto della città, trasformandola nella più grande in Israele. È costruito in modo da permettere a Israele di annettere altri 160 km² di Territori e di separare fisicamente oltre 55mila gerusalemiti dalla città. Pianificazione e sviluppo nei quartieri che ora sono al di là del Muro sono estremamente poveri e i servizi governativi e comunali sono virtualmente assenti, nonostante i palestinesi continuino a pagare la tassa di proprietà, l’Arnona.

La pianificazione urbana è un altro dei principali mezzi geopolitici e strategici usati da Israele dal 1967 per stringere la morsa su Gerusalemme e ridurre l’espansione urbana palestinese. È il cuore del 2020 Master Plan che vede Gerusalemme come unità urbana unica, centro metropolitano e capitale di Israele. Uno degli obiettivi del piano è «mantenere una solida maggioranza ebraica in città» incoraggiando colonie ebraiche a Gerusalemme Est. Tra le altre cose, il piano mira a costruire unità abitative economiche in quartieri ebraici già esistenti e in quartieri nuovi. E immagina il collegamento delle colonie israeliane in Cisgiordania geograficamente, economicamente e socialmente a Gerusalemme e Tel Aviv.

La presenza palestinese e lo sviluppo dei suoi quartieri sono estremamente limitate dall’impegno del piano a «portare avanti con severità le leggi di pianificazione e costruzione per impedire il fenomeno delle costruzioni illegali». Tuttavia, solo il 7% dei permessi di costruzione a Gerusalemme sono stati rilasciati a dei palestinesi negli ultimi anni. La discriminazione di Israele nel rilasciarli, combinata all’alto costo dei permessi [circa 30mila dollari, secondo le informazioni raccolte dall’autrice], costringe molti palestinesi a costruire illegalmente. Sono discriminati anche quando si tratta di mettere in pratica questi regolamenti. Secondo un rapporto dell’International Peace and Cooperation Center, il 78,4% delle violazioni tra il 2004 e il 2008 sono state commesse a Gerusalemme Ovest, contro le 21,5% a Est. Eppure solo il 27% delle violazioni a Ovest sono state oggetto di ordini di demolizioni, contro l’84% di Gerusalemme Est.

Le istituzioni statali non sono le uniche coinvolte: organizzazioni non governative prendono parte alla ristrutturazione dello spazio urbano. L’organizzazione di destra Elad ha come obiettivo la colonizzazione del quartiere palestinese di Silwan – che chiamano «La Città di David» – e gestisce siti turistici e archeologici. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, Elad ha ricevuto donazioni per oltre 115 milioni di dollari tra il 2006 e il 2013, diventando così una delle più ricche Ong israeliane.

Il manifesto, 7 agosto 2016

Con la caduta della capitale alle elezioni amministrative di mercoledì scorso, la débâcle per il partito di Nelson Mandela suona ancora più ineluttabile. A Pretoria ad avere la maggioranza con il 43% è la Democratic Alliance (Da) – il maggior partito d’opposizione – contro il 41% dell’African National Congress (Anc). Diversa la situazione a Johannesburg, dove i risultati ancora parziali assegnano la vittoria – anche qui di misura – all’Anc con il 44% contro il 38% dei Da. Imbarazzanti invece i risultati a Nelson Mandela Bay (che comprende Port Elizabeth, città simbolo della lotta all’apartheid), dove appare più netta la sconfitta per l’Anc con il 40% contro il 46% ottenuto dai Da.

Mentre scriviamo, con il 99% dei voti scrutinati, l’Anc emerge dominante a livello nazionale con il 53.9% dei voti (circa 9 punti percentuali in meno rispetto al 62% ottenuto nelle elezioni comunali del 2011), mentre la Da è al secondo posto con il 26.9%, seguita dall’ Economic Freedom Fighters (Eff) con l’8,19% dei voti.

L’Anc si assicura così 175 consigli e la Da 24. In 26 consigli non sarebbe stata raggiunta la maggioranza da nessun partito. Si tratta di quei comuni per cui sarebbero già in corso trattative per formare amministrazioni di coalizione. Il calo dei consensi si è registrato in almeno 8 grandi città, dove a differenza delle zone rurali i meccanismi clientelari del partito sono probabilmente meno radicati. Nonostante Anc conservi la maggioranza su base nazionale, è la sconfitta o il testa a testa in città chiave come Pretoria e Johannesburg e in roccaforti come Port Elizabeth a dare la misura del cambiamento epocale a cui dovranno prepararsi le classi politiche in lizza.

Se per l’Anc queste elezioni segnano una grave sconfitta, per la Da invece si tratta della prima più importante vittoria fuori dalla roccaforte del Western Cape dove mantiene la maggioranza schiacciante con il 63%. Così come per l’Eff, che alla sua seconda tornata elettorale, si sta imponendo come attrattore importante per gli elettori più delusi di Anc.

Ventidue anni dopo la fine dell’apartheid, il Sudafrica ha espresso per la prima volta un voto di protesta e di cambiamento. Se per due decenni infatti l’Anc ha potuto contare sul sostegno incondizionato di decine di milioni di sudafricani neri vissuti sotto il regime di segregazione razziale, d’ora in avanti per guadagnarsi la chance per governare dovrà abbandonare la logica del movimento di liberazione e guardare oltre le politiche razziali e di assistenzialismo. Che l’Anc, il movimento di liberazione che ha contribuito in modo decisivo a liberare il Paese dall’apartheid, sia stato battuto in città strategiche dal maggior partito di opposizione, la Da, notoriamente il partito che fa gli interessi dei bianchi (guidato da appena un anno dal suo primo leader nero) è un fatto indicativo.

Si tratta di una svolta storica che segna l’avvio di una nuova era che rimodella lo scenario politico in vista delle presidenziali del 2019 e inaugura l’inizio di un nuovo percorso democratico di potenziali governance alterne.

Con la fine di quello che di fatto è stato un sistema a partito unico e l’inizio delle amministrazioni di coalizione e delle alleanze politiche. Con la sconfitta di Anc, più di vent’anni dopo la fine di un regime di segregazione razziale, è l’elettorato storico del partito di Mandela a pretendere un nuovo corso politico indicando la via per una nuova riconciliazione non nel superamento ideologico delle divisioni razziali tout court quanto nella risoluzione delle gravi problematiche economiche sociali che le alimentano.

L’Anc ha perso quella che probabilmente considerava l’ovvia fedeltà dei suoi elettori storici e non è riuscito a guadagnarsi quella delle nuove generazioni, dei cosiddetti born free cresciuti in un Sudafrica libero ma preda, più di 20 anni dopo la fine dell’apartheid e due decenni di governo dell’Anc, ancora di forti diseguaglianze sociali ed economiche, in cui il potere è ancora nelle mani della minoranza bianca (8% della popolazione), la maggioranza della popolazione (i neri) soffre la mancanza di servizi di base, un alto tasso di disoccupazione (circa il 27%), vive ancora nelle township, non gode di un sistema scolastico efficiente.

Larghe fasce della popolazione che con questo voto hanno espresso il malcontento e tutta la mancanza di credibilità nei confronti dell’Anc, di Jacob Zuma e della sua leadership macchiata da diversi scandali di corruzione. Anc non può più considerare permanente – quasi di diritto per aver traghettato il Paese fuori dal regime – quel mandato per governare che l’elettorato nero gli aveva affidato all’indomani delle prime elezioni libere nel 1994 con l’elezione di Nelson Mandela primo presidente nero.

È questo l’elemento nuovo che i risultati di queste elezioni introducono nel panorama politico della giovane democrazia sudafricana che finora ha legato le sue sorti sull’«ovvia« governance del partito che si è battuto per la fine del regime di dominazione dei bianchi.

. Internazionale online, 2 agosto 2016 (c.m.c.)

Istituita per volontà di una giovane donna di religione islamica, Fatima al Fihri, l’università di al Qarawiyyin a Fez, in Marocco, aprì i battenti nell’859 ed è la più antica del mondo.

Negli ultimi tre anni, la sua biblioteca è stata restaurata da un’altra donna, l’architetta canadese di origine marocchina Aziza Chaouni, ed entro la fine del 2016 un’ala dello stabile sarà aperta e accessibile al pubblico. La biblioteca ospita una collezione di quattromila libri rari e antichi manoscritti in arabo dei più celebri intellettuali della regione.

Tra i testi più preziosi della biblioteca, oltre a manuali di grammatica e di astronomia, ci sono una copia del Corano risalente al nono secolo e un volume di giurisprudenza islamica del filosofo Averroè. Il complesso universitario sorse come moschea per volontà di al Fihri, che ereditò una fortuna dal padre mercante quando la famiglia lasciò la città tunisina di Qayrawan.

Nel documentario The golden age of islam (L’epoca d’oro dell’islam), trasmesso da France 5, al Fihri è descritta come una giovane donna affascinata dal sapere e curiosa del mondo. Seguì personalmente i lavori di costruzione della moschea e frequentò fino a tarda età le lezioni dei celebri professori che arrivavano da lontano per insegnare alla scuola della moschea.

L’università di al Qarawiyyin è ancora adesso un’istituzione prestigiosa in tutto il mondo arabo. Oggi si è trasferita in una nuova sede più moderna, ma sia la moschea sia la biblioteca sono rimaste nell’edificio antico.

Una biblioteca moderna

L’architetta Chaouni, originaria di Fez, non aveva mai sentito parlare della biblioteca prima del 2012, quando il ministero della cultura la contattò per affidarle i lavori di restauro. Da anni l’edificio era rovinato a causa del clima e dell’umidità. «Nel tempo, la biblioteca è stata ristrutturata varie volte, ma c’erano ancora gravi carenze strutturali, tra cui la totale mancanza di isolamento termico e numerosi difetti come scarichi ostruiti, rivestimenti danneggiati, travi di legno incrinate, cavi elettrici scoperti e così via», racconta Chaouni.

Grazie al restauro, l’edificio adesso è dotato di pannelli solari, un nuovo impianto idraulico, sistemi di sicurezza digitali per le sale con volumi preziosi e aria condizionata per controllare l’umidità e preservare i libri custoditi.

In passato la biblioteca era aperta solo a studiosi e ricercatori, ora invece ci sarà un’area accessibile al pubblico, oltre a una sala espositiva e un piccolo café.

The New York Times, 1 luglio 2016



Per onorare i suoi impegni con gli organizzatori delle Olimpiadi, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di "pubblica calamità", come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Ma l'articolista bene spiega che le Olimpiadi sono un disastro NON naturale, una catastrofe prevedibile ed evitabile. I cittadini sono stati esclusi dalle decisioni ed il governo ha usato il grande evento per promuovere "grandi progetti" a vantaggio degli speculatori. Se ne consiglia la lettura ai cittadini di Roma. (p.s.)

BRAZIL’SOLYMPIC CATASTROPHE

Can Rio pull off the Games with only weeks to go? It's official: The Olympic Games in Rio are an unnatural disaster.

On June 17, fewer than 50 days before the start of the Games, the state of Rio de Janeiro declared a “state of public calamity.” A financial crisis is preventing the state from honoring its commitments to the Olympic and Paralympic Games, the governor said. That crisis is so severe, he said, it could eventually bring about “a total collapse in public security, health, education, mobility and environmental management.” The authorities are now authorized to ration essential public services and the state is eligible for emergency funds from the federal government.

Measures like these are usually taken for an earthquake or a flood. But the Olympics are a man-made, foreseeable, preventable catastrophe.

I went to Rio recently to see how preparations for the Games are going. Spoiler: not well. The city is a huge construction site. Bricks and pipes are piled everywhere; a few workers lazily push wheelbarrows as if the Games were scheduled for 2017. Nobody knows what the construction sites will become, not even the people working on them: “It’s for the Olympics” was the unanimous reply, followed by speculation about “tents for the judging panels of volleyball or soccer, I guess.”

I asked the Rio 2016 press office for a tour, but it olympically ignored me. Almost all venues are still under construction. I managed to see part of the Barra Olympic Park, which will host many of the events, after buying a last-minute ticket to a Volleyball World League match. Although construction for the Games is progressing, it appears far from “97 percent complete,” as the organizers claimed recently.

I also saw most of the Deodoro Olympic Park, which is apparently open to anyone who wants to see it. I walked straight in and found half-built grandstands abandoned in the middle of a Friday afternoon.

The few projects that have been completed don’t inspire much confidence. In April, a newly built bike path along Rio’s seashore collapsed, killing two people.

Work on the beach volleyball arena at Copacabana stalled because the organizers failed to get the proper environmental licenses. Then the structure was damaged by waves. Workers erected a six-foot-high sand barrier to protect the site. It also protects thugs; tourists are being mugged behind it. A construction worker told me he’d seen a man stabbed there, and warned me to stay away. The robbers were so comfortable that they had left their backpacks and a beach chair nearby on the sand.

Safety is of great concern to athletes and tourists. They are right to worry. According to local news reports, drug traffickers are involved in territorial disputes in at least 20 Rio neighborhoods.

Eight years ago, the government established the Pacifying Police Units, a heavily armed force that tries to reclaim favelas from the gangs. But these units seem to have worsened the drug war rather than ended it. This year, 43 police officers have been killed in the state, and at least 238 civilians have been killed by the police. The United Nations has said it’s concerned about violence by the military police and the officers in the favelas, notably against children living on the streets. Everybody fears an increase in police violence during the Games. The country will deploy 85,000 soldiers and police officers, about twice the number used in the London 2012 Olympics.

Frequent shootouts near the Olympic arenas and on routes to them are also a concern: 76 people have been hit by stray bullets in Rio so far this year; 21 of them have died. On June 19, more than 20 men carrying assault rifles and hand grenades stormed the city’s largest public hospital to free an alleged drug kingpin in police custody, leaving one person dead and two hurt.

And the 500,000 people expected to visit for the Games should be worried about how easily they could wander into dangerous areas: There’s a dearth of signs and tourist information on the streets and on public transportation. A native Brazilian, I spent half an hour at the central train station just trying to figure out where to catch a bus to the Olympic Park — and I’d looked it up beforehand. The information booth inside the station was empty. Outside, few of the bus stops displayed information about which lines went where. I resorted to asking popcorn vendors and passers-by for directions. I’m glad I speak Portuguese.

HOW did everything get so messed up? Money is one problem. “The state is bankrupt,” Francisco Dornelles, the interim Rio governor,admitted in an interview with a magazine two weeks ago.

The incumbent governor, who has lymphoma, is on sick leave. Just before Christmas, he declared a “health system emergency” as hospitals closed units and money ran out for equipment, supplies and salaries. Months later, the state started delaying civil servants’ salaries and pension checks. Teachers have gone on strike and students have occupied dozens of schools in protest. The state already owes $21 billion to Brazil’s federal government and $10 billion to public banks and international lenders. A budget shortfall of $5.5 billion is projected for this year. An $860 million loan has already been granted to help cover the cost of security at the Games.

The fiscal disaster could be attributed to many factors, including a national economic crisis — but the huge expansion of the government payroll and reckless spending for the Olympics are likely causes.

However, the mayor of the capital, Eduardo Paes, claimed that City Hall is in good financial shape and that the fiscal situation would not affect Olympic preparations.

So if it’s not only money, maybe the problem is also politics. Brazil is, of course, having a major political crisis. The president, Dilma Rousseff, was forced to step aside on May 12 because of allegations that she manipulated the state budget. The political turmoil has paralyzed the country and frozen the economy. Decisions on important reforms and infrastructure projects are being delayed, and the uncertainty has discouraged investment. But Leonardo Picciani, who took over as sports minister after Ms. Rousseff’s suspension, asserts that the Games will be “fantastic.” Almost everything was ready by the time he took up his post, he claims.

Mr. Picciani has also tried to minimize concerns over the mosquito-borne Zika virus, declaring that all the proper preventive measures are in place. That hasn’t stopped athletes like Jason Day, the world’s No. 1 ranked golfer, from announcing that they’re skipping the Olympics because of Zika. In an open letter last month, 150 prominent doctors, bioethicists and scientists from around the world asked for the Olympics to be moved or postponed because of the Zika epidemic.

In Brazil, these concerns are generally greeted with scorn. First, August is the middle of winter here, so the weather will be drier and cooler, meaning fewer mosquitoes. Second — and more important — the virus seems like a relatively minor problem: According to one calculation, in Rio a woman is more than 10 times more likely to be raped than catch Zika. (Men are more likely to be shot to death.)

This is certainly not the first time a host country’s handling of the Games has looked disastrous. The 2014 Winter Olympics in Sochi, Russia, was plagued by reports of faulty plumbing in shoddily built hotels. Fears of swine flu stalked the 2010 Games in Vancouver, Canada. Greece barely finished construction before the opening ceremony in 2004.

Perhaps, as sometimes happens in Brazil, everything will turn out fine and the Olympics will be a success. The Games will cap 10 years of mega-events in Rio, starting with the Pan-American Games in 2007, followed by the 2011 Military World Games, the 2013 FIFA Confederations Cup and the 2014 World Cup. Remarkably, they all went off without any notable catastrophes. (The same could be said about the Carnival and New Year’s Eve, both of which attract about a million tourists every year.)All these projects had one thing in common: Regular citizens were excluded from the decision-making. The government has used the coming Games to speed up certain development projects — not all of them the public’s priorities. The mayor joked about it in a 2012 TV interview: “The Olympics pretext is awesome; I need to use it as an excuse for everything,” he said. “Now all that I need to do, I will do for the Olympics. Some things could be really related to the Games, others have nothing to do with them.”

The favela Providência is a good example of what’s wrong with the mayor’s approach. The residents there asked for water and basic sanitation. Instead, they got a $22 million gondola, primarily for tourists. Similarly, six stations were built on a subway line that connects wealthy beachside neighborhoods to Jardim Oceânico, a station (sort of) near the Olympic Park. But most of Rio’s residents would have preferred to see the construction of a different line that connects the city center to the less-ritzy municipalities of Niterói and São Gonçalo, where many working people live, a project that would have cost half the price.

The Olympics are predicted to cost $12 billion. More than 40 percent of that will come from public funds, the rest from private lenders. But critics say that the official budget doesn’t include tax exemptions for the companies involved in organizing and hosting the event, the cost of temporary grandstands and compensation for families evicted to make way for Olympic construction.

According to a report released in November by an advocacy group that is monitoring the preparations for the Olympics, at least 4,120 families have been kicked out of their homes because of the Games. (The government disputes this number, saying that most of the displaced were moved because they lived in areas prone to flooding and landslides.) “In all cases, evictions occurred without residents’ access to information and without public discussion of the urbanization projects,” the report says. These families were often offered compensation well below their homes’ market value or, if they were lucky, new apartments in neighborhoods as far as 35 miles away.

Homeless people in Rio told me that police officers are forcing them off sidewalks and dragging them to filthy shelters to start “cleaning up” the streets before the influx of visitors. The evictions often take place at 3 a.m. with the help of police dogs and pepper spray, and sometimes horses. There are also reports that street children have been arbitrarily placed in juvenile detention centers.

Comune-info, 26 giugno 2016 (p.d.)

Song-do, due ore e passa in metro da Seul, Corea del Sud, è una città costruita dal nulla, su 6,5 chilometri quadrati rubati al mare dalla mano dell’uomo che altera confini e morfologie. L’intenzione è di ospitare almeno 250mila persone in questo insediamento che sta diventando “trendy” al punto da convincere varie star di soap opera di andarci a vivere neanche fosse una Beverly Hills d’Oriente. Ad oggi però ci sono solo costruzioni avveniristiche ultimate semivuote, qualche sparuto ciclista e cantieri che lavorano 24 ore su 24. Sullo sfondo canali pieni di navi mercantili.

Camminando tra questi grattacieli di acciaio e cristalli, strade semivuote in attesa di essere riempite di auto, sembra di vivere in un Truman show del liberismo più sfrenato. Non a caso Song-do è stata costruita all’interno di una delle quattro zone economiche libere della Corea, la Incheon-Free-Economic-Zone (IFEZ), per le quali il governo coreano ha investito qualcosa come 41 miliardi di dollari, su una superficie di 290 chilometri quadrati, la maggior parte conquistata al mare.

Quasi una città-stato nel quale chi investe gode di esenzioni fiscali e non solo. Una raffigurazione plastica e visuale del liberismo estremo, quello della reificazione del quotidiano, della natura trasformata in merce di consumo, dell’impossibile equazione tra Green New Deal e crescita, pietre finte e alberi trapiantati sulla sabbia piatta, sferzata dal vento, gelido di inverno, caldo e umido d’estate. Song-do ci racconta uno stato alterato di sovranità, o forse d’eccezione così ben descritto da Giorgio Agamben. Il “G-building” ospita il governo della IFEZ – c’è addirittura un ambasciatore per le relazioni internazionali – ed anche gli uffici del Fondo Verde per il Clima, entità istituita per finanziare l’attuazione degli accordi sul clima di Parigi.

Al piano terra entri e vieni accolto da uno schermo luminoso che proietta gli indici di borsa, negli ascensori un altro video ti spara un grafico per poi chiederti se hai fatto la tua dose di passi giornalieri per tenerti in forma. I marciapiedi sono quasi tutti in tartan, per biciclette e “runner”, ma ce ne sono assai pochi, in questa città che vuole essere una eco-città modello. Salta agli occhi la vera contraddizione, quella che vorrebbe applicare al liberismo una patina di verde e di tecnologie appropriate. Oggi Song-do è considerata, non a caso, un modello di “green economy” costruito sostituendo un ecosistema dove vivevano 11 specie di uccelli migratori definiti di grande importanza dalla Convenzione di Ramsar, tra cui la “Platalea Minor”.

Mentre le verdissime centrali “a zero emissioni di carbonio” sfruttano le energie delle maree distruggendo habitat costieri delicatissimi. Il paradosso è che uno di questi impianti, il più grande al mondo, il Siwha Tidal Power Plant è stato anche registrato come progetto del Meccanismo per uno sviluppo pulito (Clean Development Mechanism) per ridurre le emissioni e generare crediti di carbonio. “A conflict of greens: Green Development versus Habitat Preservation-the case of Incheon, South Korea” titolava un saggio a sottolineare la contraddizione tra capitalismo verde ed ecologia. Quale conversione ecologica potrà essere possibile in un luogo artificiale, dove i diritti sono sottomessi alle leggi del mercato e della finanza? Un luogo che pretende di essere laboratorio di un Green New Deal asettico e senz’anima? Fa riflettere quella teoria, non corroborata da prove scientifiche, secondo la quale una città acquisisce una propria “anima” nello spazio di due generazioni o per essere precisi intorno a settanta anni o giù di lì. Allora, la Song-do di oggi sarà soppiantata da progetti ancor più avveniristici, già illustrati nel museo-mostra permanente dell’IFEZ. E ci vorranno altri settanta anni per la nuova “anima” della città.

A pochi chilometri dall’aeroporto, in pratica uno “shopping mall” con piste di decollo e atterraggio, sta nascendo un casinò enorme, dal costo, si dice, di un miliardo di dollari, per ricchi cinesi in cerca di azzardo e facile fortuna. Ero già stato in una situazione simile, a Doha, Qatar, lì erano il gas e il petrolio a fare da motore della trasformazione radicale dello spazio urbano, con braccia e mani di centinaia di migliaia di migranti che lavorano in condizioni di semi schiavitù. Anche lì una penisola rubata al mare, una vetrina dei migliori architetti in circolazione da Jean Nouvel a Norman Foster, anche lì una realtà artificiale, una Venezia in plastica al centro di un megacentro commerciale. E poi cantieri e cantieri, per far giocare gli opulenti ed annoiatissimi autoctoni al borsino della speculazione immobiliare, e trasformare il Qatar in un polo della conoscenza e della ricerca scientifica per tutta la regione e attrarre ragazzi e ragazze nei nuovi campus e centri di ricerca.

Pare che il presidente ecuadoriano Rafael Correa si fosse innamorato del Qatar, non a caso gli sceicchi si stanno comprando mezza Quito, dopo avere conquistato Londra e la Milano da “bere”. Si innamorò di quella società che si vuole dire “post-petrolifera”, e che investe nella conoscenza, e dopo Doha si innamorò anche di Incheon. Così anche tra le Ande ecuadoriane, nacque Yachay, una sorta di Silicon Valley della conoscenza e delle biotech, disegnata dalla cura attenta di esperti coreani.

Anche qua, come a Doha ed a Song-do si cerca di attrarre cervelli e docenti delle migliori università. Saranno spazi extraterritoriali urbani come l’IFEZ, plasmati a tavolino, sospesi nello spazio e nel tempo, buchi neri dove vige l’esenzione dalle regole e dalle tasse, dai diritti dei lavoratori, a costituire la nuova frontiera del liberismo selvaggio che si nutre di risorse saccheggiate altrove. Fatto sta che Song-do oggi è uno di quei tanti luoghi di “extraterritorialità”, che fanno il pari con le Zone di Libero Scambio (Export Processing Zones) dedicate esclusivamente all’esportazione – ricordo quella di Manaus – o Hong Kong – che assieme ai paradisi fiscali disegnano un’altra geografia del potere, un sistema reticolare di governo parallelo, impermeabile allo scrutinio pubblico, che non prevede anomalie o alternative.

Un esempio tra i tanti di “zone” (assai bene descritte in un saggio di Keller Easterly del 2014, “Extrastatecraft: the power of infrastructure space” ) dove vengono ridisegnati poteri e sovranità, tra assetti statuali e di mercato. Il modello “coreano” viene esportato ovunque nel mondo, non solo in Ecuador, ma anche ad esempio in Honduras, dove capitali coreani sostengono la creazione di “charter cities”, vere città stato autonome e indipendenti, regolate solo dalla legge del mercato e del profitto. Viene da pensare alla City di Londra oggi all’indomani della Brexit, ed a chi pensa che la Brexit possa contrastare il disegno del capitalismo liberista e finanziarizzato. Non si facciano illusioni, esistono già altri luoghi non-luoghi pronti a prendere il posto di Londra o di Francoforte sparsi lungo la densa rete di “città stato”, “città mercato” globali come disse a suo tempo Saskia Sassen, aree di libero scambio, zone economiche libere che stanno nascendo in ogni parte del mondo.

Così Song-Do, disegnata di sana pianta da una compagnia di progettazione, la Kohn Pedersen Fox, è una città “chiavi in mano” da riprodurre altrove nel mondo, con il suo Central Park, il suo World Trade Center e i suoi canali di tipo Venezia del futuro, e anche altre zone di libero scambio, un technopark e un biocomplex. I cessi elettronici degli hotel ti offrono varie opzioni, tra clistere automatizzato e massaggi del fondo schiena a temperatura regolabile. Intanto i supermercati vendono cosmetici tratti dalla manipolazione genetica di cellule staminali, per schiarire la pelle e regalare l’illusione dell’eterna giovinezza.

Comune.info, 3 giugno 2016 (p.d.)

L’aumento previsto di proprietà della terra da parte straniera sarà una manna per le industrie del legno, soia e zucchero – e un incubo per i contadini. Il governo del Brasile ha intenzione di alzare i limiti vigenti in materia di proprietà straniera di terreni agricoli, lo ha annunciato Mercoledì il Segretario degli Investimenti Moreira Franco, la persona incaricata delle privatizzazioni per la nuova amministrazione.

“Questa proposta rappresenta gli interessi di un’alleanza tra multinazionali dell’agrobusiness, fondi pensione esteri e l’oligarchia rurale brasiliana,” ha detto a Telesur Maria Luisa Mendonça, direttrice del Network del Brasile per la giustizia sociale e i diritti umani. “Sarà aumentata la concentrazione di terra enormi nel paese e la sua dipendenza da materie prime agricole basate su mono-colture per l’esportazione.”

Franco ha chiamato un “nonsenso” la restrizione sulla vendita di terreni agricoli a livello di individui e alle aziende straniere e ha detto che il Senatore Michel Temer, imposto come presidente ad interim, riconsidererà la questione. “Il governo discuterà la questione, per vedere come si può risolvere questo problema. Si tratta di qualcosa di completamente irragionevole”, ha aggiunto Franco. L’annuncio segue la promessa del Movimento dei Senza Terra, MST, di lanciare una nuova ondata di occupazioni di terra.

La proprietà della terra in Brasile è già una delle più disuguali al mondo, con appena l’1 per cento della popolazione che possiede il 45 per cento della terra. Questa nuova politica rischia di aggravare questo problema. “Sarà devastante per i piccoli agricoltori e per la produzione alimentare nei mercati locali. E aumenterà la distruzione ambientale e l’inquinamento delle fonti d’acqua”, ha detto Mendonça.

La restrizione sulla proprietà straniera è stata adottata nel 2010 dall’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Il MST è stato a lungo alleato di Lula e del presidente deposto Dilma Rousseff del Partito dei Lavoratori. L’amministrazione di Lula aveva considerato in quel momento che paesi come la Cina avrebbero potuto prendere il controllo di ampie fasce di terra coltivabile in Brasile. Erano state modificate le regole che sorvegliavano le offerte per limitare la quantità di terra che avrebbero potuto comprare gli investitori stranieri. Erano state aumentate le formalità di documentazione sono stati aumentati, rendendo le offerte molto più complessa. Le aziende del settore delle materie prime del Brasile hanno a lungo fatto pressioni per una revisione delle norme, per consentire l’arrivo di maggiori investimenti nel paese, in particolare nel settore del legno. Le industrie di cellulosa, zucchero e soia sono tra coloro che difendono la fine delle restrizioni.

“Attualmente l’interesse principale del commercio nel settore agricolo non è la produzione di un particolare prodotto agricolo, ma il controllo sulla terra e le risorse naturali per la speculazione“, ha aggiunto Mendonça, professoressa del Dipartimento relazioni internazionali presso l’Università di Rio De Janeiro. “La proprietà della Terra può servire come base ‘materiale’ per aumentare la circolazione del capitale finanziario.”

(traduzione di Antonio Lupo)
http://www.farmlandgrab.org/post/view/26159

"Desinformemonos", tradotto e rilanciato da Comune-info, 6 maggio 2016 (p.d.)

La scorsa estate e durante l’autunno ho potuto conoscere diversi processi di lotta in Italia, nei Paesi Baschi e in altre parti dello Stato spagnolo, che dimostrano sintonia con i processi di resistenza in molti luoghi dell’America Latina. La crisi europea degli ultimi anni ha portato una parte della popolazione (disoccupata, precaria e povera) a considerare progetti di vita diversi mentre continua a resistere al neoliberalismo.

Non è che i movimenti europei seguano le orme di quelli dell’America Latina: sarebbe come pensare che il nostro continente gioca un ruolo centrale o di “guida” nelle lotte sociali. La cosa nuova è che iniziano a percorrere strade comuni, per lo meno sotto tre aspetti: la territorializzazione delle resistenze, la formazione dei loro partecipanti e la creazione di mondi altri negli spazi riconquistati.

A Vitoria/Gasteiz (Álava) un vasto collettivo di giovani sta recuperando un quartiere operaio contro le mire speculative dell’iniziativa privata. Errekaleor si trova alla periferia della città ed è stato costruito negli anni ‘50 per ospitare i lavoratori dell’industria che provenivano dalle aree rurali. È costituito da 192 abitazioni circondate da campi e da una zona industriale dove vivevano 1200 persone.

Il quartiere sembra semi-abbandonato ma è abitato da circa 120 giovani, in buona parte studenti, che hanno iniziato ad occupare le case e a dipingere grandi murales. Hanno riaperto il cinema e il frontón [parete per il gioco della pelota], hanno creato un orto e un pollaio, cuociono il pane e portano avanti un progetto che comprende un centro giovanile in quella che era la chiesa cattolica. Dispongono, inoltre, di locali per le registrazioni, di una sala per concerti, una biblioteca, un bar e un asilo.

Alla periferia della città di Salamanca, nel quartiere Buenos Aires, l’associazione di quartiere e l’associazione delle donne e Asdecoba (Asociación de Desarollo Comunitario Associazione di Sviluppo Comunitario), hanno messo in piedi diverse iniziative degne di nota: cinque orti e una serra dove producono decine di tonnellate di cibo per il quartiere, un catering dove lavorano 20 persone, l’asilo del quartiere e una mensa dove si recano decine di immigrati, poveri ed ex detenuti.

Le iniziative contano sul supporto di padre Emiliano Tapia che da 22 anni gestisce la parrocchia Santa María Nazaret e si dedica con notevole spirito militante a “sostenere il processo per dare dignità alla vita in questo quartiere”. [Il quartiere] Buenos Aires, come tante periferie, è un ghetto di povertà ed emarginazione, popolato da una maggioranza di gitani, afflitto dal traffico di droga, dalla disoccupazione e da un elevato grado di dispersione scolastica. Gli abitanti hanno bloccato l’autostrada chiedendo soluzioni che non arrivano, ma ripongono le loro energie nelle attività volte a trovare soluzioni per la vita degli abitanti del quartiere.

Appena fuori Madrid si è tenuta, dal 22 al 24 aprile, la seconda edizione della Escuela de Movimientos Sociales Ramón Fernández Durán (in omaggio a uno dei militanti sociali più carismatici) durante la quale quasi cento attivisti hanno progettato “analisi e riflessioni per costruire strategie di lotta e proposte per superare il sistema capitalista”. La scuola di formazione è stata organizzata da tre collettivi: il sindacato CGT, Ecologistas en Acción e Balandre che si definisce come “coordinamento delle lotte contro la disoccupazione, l’impoverimento e l’esclusione sociale”.

Hanno partecipato persone venute da tutto lo Stato per discutere delle strategie di fronte alla crisi ambientale, al collasso della civiltà, alla crescente disuguaglianza, al taglio dei diritti, alla privatizzazione dei servizi pubblici, alla repressione e al controllo sociale. Buona parte delle discussioni ruotavano attorno ai rapporti dei movimenti con le istituzioni statali.

Rimarchevole la partecipazione della Asamblea de Parad@s y Precari@s (Assemblea di disoccupat* e precari/e) della CGT di Valencia, che gestisce un ufficio dove vengono dati consigli ai disoccupati sui loro diritti, un aiuto solidale per quanto riguarda prodotti alimentari che hanno battezzato CAOS (Cesta Obrera Autogestionada y Solidaria, Cesta Operaia Autogestita e Solidale) e che distribuisce alimenti donati da membri con impiego fisso: un modo per forgiare legami tra entrambi i settori. Un Guardaroba Solidale fornisce abbigliamento a coloro che ne hanno bisogno e nel laboratorio tessile lavorano tre persone che fanno parte della Asamblea e che possono contare su un macchinario industriale. Non percepiscono neanche un euro dal governo ed esibiscono con orgoglio lo slogan “Di fronte alla dipendenza dallo Stato, autonomia sociale”.

In Italia, possiamo aggiungere la lunga resistenza comunitaria al treno ad alta velocità (No TAV) al nord, l’Azienda Agricola Mondeggi alla periferia di Firenze e la resistenza contro la speculazione immobiliare nel quartiere Pigneto di Roma. Nei 200 ettari recuperati a Mondeggi, una ventina di giovani coltivano la terra cercando di reintrodurre la cultura contadina e, allo stesso tempo, cercano di “trasformare la proprietà pubblica in bene comune”.

Sono solo una manciata delle molte iniziative di resistenza che, in mezzo alla crisi, percorrono “sentieri altri”. Mentre resistono, creano il nuovo; dal basso, in forma autonoma e autogestita. La crisi ha aperto la possibilità di trasformare gli spazi in territori in resistenza. Siamo in grado di iniziare un dialogo orizzontale tra i soggetti, nei territori sia dell’uno che dell’altro continente. La vita ci ha condotti in un posto meraviglioso che, solo pochi anni fa, non avremmo immaginato.

Il Fatto quotidiano online, 30 aprile 2016 (p.s.)

Inferno, purgatorio, paradiso. La miniera, la fornace, la città fantasma. Si intitola Behemoth, è il documentario del regista cinese Zhao Liang che per molti avrebbe dovuto vincere l’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Ispirato alla Divina Commedia, raffigura alla perfezione il circolo vizioso in cui sembra essersi inceppata la crescita economica della “fabbrica del mondo”: dalla miniera, che produce il combustibile fossile, ma distrugge l’ambiente e i polmoni dei minatori (agghiaccianti le immagini delle ampolle piene di liquido nero drenato dal torace dei lavoratori), il carbone viene portato alla gigantesca acciaieria, che produce milioni di tonnellate di metallo. Quando si “esce a riveder le stelle”, il nostro Virgilio-Zhao ci mostra un paradiso dal cielo azzurrissimo ma senza l’ombra di un cherubino. È il quartiere di Kangbashi a Ordos, la città della Mongolia Interna diventata sinonimo di ghost city: decine di compound perimetrati con all’interno file e file di palazzi da trenta piani, che in Cina non sono grattacieli solo perché “grattacielo” è ciò che supera i trentotto piani. Vuoti, desolati, già cadenti.

La regione settentrionale cinese della Mongolia Interna descritta nell’opera di Zhao Liang ha un ciclo dello spreco davvero esemplare. Con le miniere, si sono arricchiti i funzionari locali che poi hanno preso a esempio quanto avvenuto nelle grandi città perreinvestire nell’immobiliare. Se però nella geometrica urbanizzazione di Pechino e Shanghai la proprietà di una casa ha dato il via al processo che ha creato il ceto medio cinese, a Ordos le case restano vuote. Quindi chi ci va ad abitare? E chi restituisce l’investimento fatto nel mattone? Le ultime novità che arrivano dal fronte “ghost city” dicono che i funzionari di Ordos si stanno arrampicando sugli specchi: appartamenti gratis per i pastori nomadi, mutui ultra-agevolati, organizzazione di imperdibili eventi per attirare la gente in città, come la finale di Miss Mondonel 2012 e le olimpiadi delle minoranze etniche cinesi. Tuttavia, senza una struttura economica forte, è dura riempire tutte quelle case: anche il carbone, risorsa principale di tutta l’area, non tira più come una volta.

Primum costruire. E a riempire gli spazi vuoti ci si penserà dopo - Insomma, in Cina prima si costruisce e poi si pensa a chi e come riempirà gli spazi vuoti. Il che è molto taoista – l’antica filosofia considera a ragion veduta più utile la parte vuota di un secchio che quella piena – ma poco pratico. Ed economico. Costruire così corrisponde in realtà a due esigenze. Crea ricchezze immediate e permette di bruciare risorse in eccesso, come nel caso dell’acciaieria di Behemoth. Ma nel lungo periodo porta all’estremo i difetti del modello cinese: inquinamento, investimenti che non generano profitti, bolle speculative. Nodi che ora stanno venendo sempre più al pettine. Klaus Rohland, ex direttore della Banca Mondiale per la Cina, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it qual è il nodo di fondo, nonché il principale motivo di dissenso tra la sua organizzazione e Pechino quando si parla di urbanizzazione: “In Cina le città crescono più in dimensione che in popolazione. Noi sosteniamo che le due debbano essere allineate. Loro pensano a quanti chilometri di strade o di metropolitana siano necessari e così via, mentre noi facciamo un passo indietro e guardiamo alla corretta progettazione delle città, il che significa anche l’aspetto sociale e ambientale”.

Il progetto della piccola Firenze in mezzo alla steppa - Il fenomeno è diffuso e tentacolare. Cento chilometri a nord di Shenyang, nel profondo nord-est cinese, nel 2013 un intero comitato municipale ha approvato un enorme progetto per la costruzione di una replica di Firenze nel bel mezzo della steppa. Avrebbe dovuto essere un grande centro commerciale, circondato dalle solite file di palazzi residenziali da trenta piani e da non meglio precisati uffici. Il locale segretario del Partito, circondato da tutti i notabili del luogo, ha ascoltato per un’ora il palazzinaro e gli architetti italiani che presentavano il progetto come un motore di crescita per tutta l’area, poi ha tagliato corto: “È bellissimo, ora sta a noi farlo diventare reale!”. Tutti si sono riscossi dal torpore, è scattato l’applauso e il progetto è stato approvato. Non si sa poi che fine abbia fatto la Firenze nel nulla, dove per inciso il costruttore voleva piazzare una chiesa barocca ungherese al posto di Santa Croce, perché gli piaceva di più. Probabile che l’acuirsi della campagna anticorruzione abbia indotto i funzionari locali a lasciar perdere.

La “resistenza” del villaggio di Bishan - Nella campagna dell’Anhui, Cina centro-meridionale, alcuni intellettuali di città stanno cercando di ribaltare il modello. La valle ai piedi dei monti Huangshan è un’attrazione turistica, costellata di villaggi degli antichi mercanti Hui, con l’inconfondibile architettura di case a corte con tetti spioventi e muri bianchi. Ou Ning, l’iniziatore del progetto di “ritorno alla terra”, sta cercando di preservare il villaggio di Bishan dalla versione turistica dell’urbanizzazione, lo svuotamento delle antiche case per riempirle di negozi di souvenir, la trasformazione dei contadini in venditori di cianfrusaglie, il biglietto d’ingresso per entrare nei villaggi. Ha comprato casa ristrutturandola in maniera conservativa, ha messo in piedi una biblioteca per gli abitanti del paese, sta cercando di valorizzare le conoscenze del luogo per creare un’economia a chilometro zero, basata sull’agroalimentare. Quando ha iniziato l’impresa, qualche anno fa, ci ha detto: “Se questo esperimento funziona, ribalteremo tutto il modello di sviluppo”. Ammirevole, ma utopistico. A un chilometro da Bishan, in direzione del capoluogo di contea, già sorgeva un outlet a cielo aperto circondato da villette a schiera. Vuote.

L’utopia delle città sostenibili che rischiano di diventare nuove ghost town – Il progetto di centinaia di nuovi centri urbani per decongestionare le megalopoli è all’ordine del giorno nella Cina di oggi. Il premier Li Keqiang insiste sulla “urbanizzazione a misura d’uomo” come motore della crescita. Si vuole limitare l’accesso ai maggiori centri e costruire città sostenibili, ecologiche, che allentino la pressione demografica. Un sistema urbano diffuso e integrato da reti informatiche e ferrovie ad alta velocità. A dare speranza, ci sono i numeri proiettati nel futuro: decine di milioni di cinesi che passano dalla condizione di mingong – migranti rurali – a quella di ceto medio che sul binomio casa-macchina costruisce la propria nuova identità. Ma il rischio è che la gente continui a convergere su Pechino, Shanghai e le altre megalopoli facendo delle nuove “città sostenibili” le ennesime ghost town.

Il Partito spera nei migranti arricchiti - In epoca fordista, si chiamava “esercito industriale di riserva” il proletariato già contadino e poi urbanizzato che costituiva un enorme bacino di manodopera a basso costo per le fabbriche. È un fenomeno che in Cina è durato fino a pochi anni fa. Ma il recente esaurirsi della rendita demografica a causa del calo della popolazione, complice la politica del figlio unico, ha ridotto il numero dei lavoratori migranti disponibili a lavori infami e aumentato i salari. A questo punto, il nuovo “esercito” su cui fare affidamento per continuare a spingere l’economia è quello dei consumatori. Il lavoratore migrante che si fa piccolo borghese riempirà gli appartamenti che lui stesso ha costruito. Almeno nelle speranze del Partito.

E la Mongolia ha importato il modello del ricco vicino - Ma se 1,3 miliardi di sudditi dell’ex Impero Celeste potrebbero forse occupare gli spazi vuoti, prima o poi, diverso è il caso di chi haimportato pari pari il modello cinese nella vicina Asia. Periferia sud di Ulan Bator, Mongolia. Il quartiere di Zaisan è nato dal nulla, dove qualche anno fa c’era solo steppa. Ora decine e decine di palazzi di lusso occultano perfino la collina su cui svetta il memoriale al soldato sovietico caduto nella seconda guerra mondiale. Quattro, cinquemila dollari al metro quadro, gli appartamenti sono in gran parte disabitati. Il quartiere è il perfetto contrappunto a Chingeltei, lo slum di ger (yurte) sul lato opposto della valle, a nord. Qui, l’esplosiva ricchezza dei nuovi businessmen mongoli legati all’indotto delle miniere; là, l’affollarsi dei nomadi di recente inurbamento, che tirano a campare. Qui il vuoto, là il pieno. I mongoli non sono più di tre milioni. Di questi, quasi due vivono già nella capitale e l’economia stenta. Per chi sono tutte queste case di lusso che si aggiungono al parco immobiliare già esistente?

“Se non ce la fanno a comprare le case ci penserà il governo” – Bayarbat è sulla trentina, ha studiato in Canada e poi è tornato a casa per cogliere le opportunità del mattone. Critica i propri connazionali, così stupidi secondo lui da non capire che è demenziale continuare a costruire forsennatamente senza preoccuparsi del perché. Lo dice di fronte a una delle villette a schiera per ricchi che la sua immobiliare sta tirando su, proprio sul lato sud della valle. Non afferra la contraddizione che incarna, spera che “quelli dall’altra parte”, i poveri, abbiano prima o poi abbastanza soldi per trasferirsi in massa nelle nuove abitazioni per il ceto medio-alto. Improbabile. “Se non ce la fanno da soli, ci penserà il governo – dice – con i mutui agevolati”. Devono essere agevolatissimi, i mutui, per consentire l’esodo in tempo ragionevole. Così nasce una bolla immobiliare. E così si manda un Paese in bancarotta.

«“Preghiera per Chernobyl”, il libro del premio Nobel Svetlana Aleksievich, Keith Gessen ricorda l'esplosione del reattore e l'incendio nucleare scoppiato il 26 aprile 1986 alla centrale di Chernobyl, Ucraina (allora Unione Sovietica)». Il Sole 24 ore, 25 aprile 2016 (c.m.c.)

Uno dei ricordi di Chernobyl che rimane più impresso nella mente sono le izbe della “exclusion zone”, casette senza più abitanti su cui si avventano gli alberi, come serpenti, per soffocarle. Immagine simbolo di un luogo “liberato” dalla presenza umana, su cui la natura ha il sopravvento. Una riserva unica al mondo, macchiata però dal mostro invisibile delle radiazioni, che ancora contaminano queste terre perpetuandosi attraverso le bacche, i fumi, la polvere, la pioggia, per migliaia di chilometri quadrati tra Bielorussia, Ucraina, Russia.

Nell'introduzione a “Preghiera per Chernobyl”, il libro del premio Nobel Svetlana Aleksievich, Keith Gessen ricorda come l'esplosione del reattore e l'incendio nucleare scoppiato il 26 aprile 1986 alla centrale di Chernobyl, Ucraina (allora Unione Sovietica), provocarono più superstiti che vittime. Nelle settimane successive furono 31 i lavoratori della centrale e i pompieri uccisi dalle radiazioni. Ma sono decine di migliaia le persone che si ammalarono in seguito, un coro disperato e senza numero perché non c'è un modo per stabilire con certezza, negli anni, la responsabilità di morti e malattie legate a Chernobyl. I liquidatori, i “chernobyltsy”, mandati allo sbaraglio quella notte. Oppure i bambini nati tanti anni dopo, in terre ancora condannate dal cesio.

E come spesso avviene, in occasione di un anniversario si risveglia l'attenzione su un tema dimenticato. Il mondo torna a posare gli occhi su Chernobyl e per qualche giorno si chiede: 30 anni dopo, che succede là dove è avvenuto uno dei più gravi disastri nucleari della storia? Ha un senso per Chernobyl usare la parola “guarire”? O quale prezzo pagano ancora le foreste, gli animali? E gli uomini?

C'è di nuovo vita intorno a Chernobyl, malgrado chiamino “zona della morte” l'area proibita all'uomo, per un raggio di 30 km dalla centrale. Gli scienziati mettono le mani avanti: non esistono ancora studi affidabili che valutino con precisione l'impatto di quella nube radioattiva e i rischi per la salute, ora e negli anni a venire. Nella “exclusion zone” però il ritorno di diverse specie animali, anche protette, potrebbe far pensare che per loro l'impatto dell'assenza dell'uomo sia superiore a quello negativo della radioattività. Lupi, volpi, cinghiali, cavalli selvatici, linci, cervi: “La distribuzione degli animali non è influenzata dai livelli della radioattività”, hanno concluso i ricercatori americani della Georgia University. Anche se intorno alla centrale esplosa, oppure tra le strade spettrali di Pripyat - la città dei dipendenti evacuata solo a diverse ore dal disastro - i tassi di radioattività variano tantissimo. Aumentano precipitosamente scavando nel terreno: la ragione per cui a Pripyat nessuno potrà mai più tornare.

Ma più lontano, qua e là nei villaggi, qualcuno pian piano è tornato: anziani su cui le autorità ucraine chiudono un occhio, 300 persone troppo povere per vivere altrove, o troppo legate alla propria casa per lasciarla. Vecchi convinti che per raggiungerli la radioattività impiegherebbe più tempo di quanto resta loro da vivere. Non fanno turni nella “zona della morte”, a differenza delle circa 6.000 persone impegnate nello smantellamento della centrale.

E poi ci sono gli abitanti dei villaggi oltre la “zona di esclusione”, nelle province russe e bielorusse più vicine all'Ucraina, investite 30 anni fa dalla nube e ancora in prima linea nel pagarne le conseguenze, soprattutto ora che la crisi economica riduce gli aiuti dei rispettivi governi. Ma anche nel calcolo delle vittime dell'incidente - quelle degli anni passati e quelle che verranno - le stime variano tantissimo e sono controverse. Si parla di qualche migliaia di morti oppure - è l'opinione di Greenpeace - di 100mila. A ogni anniversario si moltiplicano i rapporti scientifici che cercano di quantificare l'impatto dell'esposizione alla polvere radioattiva analizzando l'aumento dei casi di tumori alla tiroide tra i bambini, il calo demografico e l'infertilità delle donne, le malformazioni genetiche.

Non c'è bisogno di un numero preciso per dare una dimensione infinita alla tragedia di Chernobyl. Tra le voci che gridano dalle pagine del libro di Svetlana Aleksievich c'è quella di Lyudmilla Ignatenko, moglie di Vasily. Uno dei primi mandati a spegnere l'inferno, come se fosse stato un incendio qualsiasi. “Torno presto”, le disse quella notte.

Mentre lui moriva, in ospedale a Mosca, soffocato dai suoi stessi organi sfracellati, volevano impedire a Lyudmilla di abbracciarlo: “Non è più tuo marito, non è più una persona amata, ma un oggetto radioattivo”. Ora a Chernobyl c'è un monumento che onora i “liquidatori”, un gruppo di statue grigie di pompieri con un semplice idrante in mano, attorno a una stele e a una croce. E c'è una targa: “A coloro che hanno salvato il mondo”.

Il Fatto Quotidiano online, 24 aprile 2016 (p.d.)

Chernobyl, il più grave disastro nucleare della storia, è soprattutto una strage di bambini. Di chi era bambino ai tempi e di chi lo è ora perché l’esposizione a sostanze atomiche è come una maledizione: si passa di padre in figlio e trent’anni dopo quel 26 aprile 1986 l’Ucraina sta ancora facendo i conti con quella terribile eredità.

La fuoriuscita di vapore contaminato cessò il successivo 10 maggio, ma il reattore numero 4 della centrale fu definitivamente tombato nel “sarcofago” solo tre anni dopo grazie al lavoro di un esercito di 600mila uomini che si sottoposero a dosi di radiazioni altissime. La storia li ricorderà come “i liquidatori”.

Nonostante il loro sacrificio, gli isotopi della morte sono riusciti ad avvelenare un territorio di 150mila chilometri quadrati fra Ucraina, Russia e Bielorussia su cui vivevano più di 17 milioni di abitanti. All’epoca tra loro 2 milioni e mezzo avevano meno di sette anni.

Nel 1991 il governo di Kiev riconobbe come “vittime del disastro di Chernobyl”, bisognose di protezione sociale e medica, tre milioni e 400mila persone. Un milione e duecentomila erano bambini. I bambini di Chernobyl, come vengono ricordati in Italia, il paese che creò la più grande rete di accoglienza al mondo per i piccoli residenti delle zone colpite dal disastro.

Trent’anni dopo una serie di analisi dimostrano che la situazione è ben più grave rispetto a quella fotografata nel 1991. Come spiegano diversi studi, fra cui “Health effects of the Chornobyl accident. A quarter of century aftermath” (2006) e il più recente rapporto di Greenpeace “Nuclear scars: the lasting legacies of Chernobyl and Fukushima” (2011), nel ventennio compreso fra i 1991 e il 2010 la popolazione ucraina è diminuita di 6 milioni e 500mila unità. Il motivo? L’incremento delle morti infantili, soprattutto entro il primo anno di vita. Di pari passo nel Paese è diminuita anche l’aspettativa di vita: da 71 a 67 anni.

Nonostante gli sforzi di Kiev e della comunità internazionale a favore dei più piccoli, la diminuzione delle persone colpite dalle radiazioni completamente sane fa paura: se nel 1986 erano il 27 per cento, oggi si è passati al sette. Di pari passo è aumentata la percentuale di bimbi colpiti da malattie croniche: dall’8,4 del periodo prima dell’incidente a quasi l’80 per cento.
Preoccupante anche lo stato dei discendenti dei bambini di Chernobyl, di chi era piccolo allora che in questi anni è diventato a sua volta genitore. Gli studi dimostrano che l’instabilità genomica aumenta preoccupantemente la probabilità di contrarre un tumore, malattie genetiche e malformazioni. I problemi però non riguardano solo chi viveva vicino all’impianto (sito a 100 chilometri dalla popolosa capitale). Basti pensare che uno studio commissionato a Rivne, 340 chilometri a ovest della centrale ha dimostrato la maggior incidenza in Europa di malformazioni del tubo neurale degli embrioni, il luogo dove durante la gravidanza si svilupperà il cervello.

A Kiev l’Istituto ucraino di Radiologia nucleare e l’Organizzazione mondiale della Sanità hanno organizzato un convegno sull’impatto delle radiazioni sulla salute umana dopo trent’anni dove scienziati da tutto il globo hanno presentato le loro ricerche. L’unica realtà italiana presente era Soleterre, l’organizzazione non governativa impegnata nell’oncologia pediatrica in molte zone del mondo con cui il Fatto Quotidiano due anni fa visitò i nosocomi del paese est-europeo. «Molti donatori internazionali hanno sottolineato che le condizioni ambientali rendono molto difficile la cura dei tumori», spiega il presidente Damiano Rizzi che al convegno ha presentato uno studio sull’impatto psicosociale dei tumori e sull’accoglienza dei bambini oncomalati. Dal 25 aprile al 14 maggio l’ong promuove la campagna “Grande contro il cancro” per raccogliere fondi da destinare alle cure dei bimbi ucraini e di altri paesi del Sud del mondo come Costa d’Avorio, India e Uganda.

«Il problema atavico del Paese è lo scarso accesso ai farmaci antitumorali», spiega Rizzi che da 12 anni è presente nel Paese. Dal 2014, con lo scoppio delle ostilità nel Donbass, la situazione è precipitata ulteriormente. «Le autorità sanitarie non sono riuscite ancora ad acquistare antidolorifici, analgesici e chemioterapici per il 2016 e siamo già a metà aprile», denuncia Soleterre. Il risultato è che le famiglie ricche riescono a procurarsi le cure per i piccoli al mercato nero (e spesso sono le stesse farmacie degli ospedali a venderle sottobanco), per i più poveri invece il destino è segnato. Se in Europa le percentuali di guarigione sono il 75-80 per cento dei casi, in Ucraina si scende al 55,5.

« Nell’aprile del 1994 iniziava il massacro porta a porta dei Tutsi residenti nel paese centro-africano. Ma anche degli Hutu che il regime considerava oppositori politici. Uno sterminio accuratamente pianificato, che nei successivi 100 giorni provocò oltre 800 mila morti». Il manifesto, 13 aprile 2016 (c.m.c.)

Dopo che il 98 per cento dei ruandesi ha votato a favore delle riforme costituzionali al referendum del 18 dicembre 2015 per modificare il limite dei mandati presidenziali, l’annuncio di Paul Kagame a gennaio scorso di voler candidarsi alle elezioni presidenziali del 2017 non è tardato ad arrivare.
In caso di vittoria, per il presidente del Ruanda si tratterebbe del terzo mandato e gli permetterebbe di governare fino al 2024. E potenzialmente a vita.

La decisione è stata criticata dalla Casa bianca, dall’Unione Europea e soprattutto dalle associazioni per i diritti umani che benché riconoscano il ruolo svolto dal presidente Kagame nel processo di ricostruzione, stabilità e crescita economica del Ruanda dopo il genocidio del 1994, accusano le autorità di usare le leggi contro l’ideologia, il revisionismo e il negazionismo del genocidio per imbavagliare la stampa e l’opposizione politica e limitare la libertà di espressione dei cittadini.

Vittime o carnefici

Politici, attivisti e giornalisti sono stati accusati di perpetuare un’ideologia del genocidio e di revisionismo per aver suggerito che nel 1994 non solo i Tutsi ma anche gli Hutu furono vittime del genocidio, contraddicendo in questo modo la versione ufficiale con cui essenzialmente Kagame legittima il suo potere. È il caso della Bbc i cui servizi in Ruanda sono stati sospesi nell’ottobre del 2014 a seguito del documentario Rwanda’s Untold Story con le accuse di abuso della libertà di stampa e violazione della legge ruandese in materia di negazione del genocidio e di revisionismo.

A suscitare le polemiche furono in quel caso le interviste ad alcuni ex alleati di Kagame che lo accusavano di complicità nell’assassinio dell’ex presidente Habyarimana e quelle ad alcuni ricercatori americani secondo cui molti dei ruandesi uccisi durante il genocidio erano Hutu uccisi dai ribelli del Rwandan Patriotic Front (Rpf) guidato da Kagame.

Agnès Uwimana e Saïdati Mukakibibi, due giornaliste ruandesi, furono condannate per aver accusato nei loro articoli alcuni ufficiali di corruzione e criticato Kagame in vista delle elezioni del 2010, oltreché per negazionismo per aver scritto che «i Ruandesi si uccisero gli uni gli altri»: un’affermazione che contraddice la versione ufficiale secondo cui ci fu un solo genocidio, quello contro i Tutsi. Nel 1994, in soli 100 giorni, da aprile a luglio, più di 800 mila persone furono trucidate in Ruanda: circa tre quarti della popolazione Tutsi, insieme a migliaia di Hutu che si opponevano a quella campagna genocidaria.

Quelli che attaccano

Il 6 aprile 1994 l’aereo che trasportava l’allora Presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira fu abbattutto in fase di atterraggio a Kigali. Nel giro di poche ore, ufficiali militari e amministratori locali diedero l’ordine alle milizie Hutu Interahamwe (“Coloro che si alzano insieme” o che “attaccano insieme”) e alle cosiddete “forze di autodifesa civile” di cominciare, porta a porta, lo sterminio delle popolazioni Tutsi e di tutti gli Hutu accusati di essere degli oppositori politici.

Fu l’inizio dell’esecuzione materiale e sistematica di un piano genocidiario messo a punto negli anni precedenti da parte dell’élite politica allora dominante, gli Hutu, all’interno di una ideologia e di un disegno politico e attraverso un’opera di propaganda atti al mantenimento del potere e al contrasto all’opposizione politica attraverso la violenza e la paura.

Migliaia di Tutsi i cui nomi e indirizzi formavano lunghe liste, furono assassinati nelle loro case da squadre armate di machete, coltelli e bastoni o trucidati ai posti di blocco da miliziani a cui bastava leggere la loro etnia di appartenenza sulla carta d’identità. Migliaia di Hutu – a cui soldati ed ex leader politici nonché uomini d’affari vicini a Habyarimana avevano distribuito nei mesi precedenti un gran quantitativo di armi da fuoco e machete – risposero alla chiamata di «assistere le forze armate a finire il lavoro» e agli incitamenti a uccidere trasmessi da Radio Mille Collines.

Allo stesso tempo, le prime teste a cadere tra gli Hutu considerati oppositori politici furono quelle di politici, funzionari governativi, avvocati, insegnanti, attivisti per i diritti umani e giornalisti. Tra cui il primo ministro Agathe Uwilingiyimana, il presidente della Corte Costituzionale e il ministro che aveva minacciato di chiudere Radio Mille Collines. Testimoni-spettatori di questa lunga scia di assassinii per le strade di Kigali erano i soldati dell’Unamir (United Nations Assistance Mission for Ruanda). I maggiori attori politici sullo scacchiere internazionale tra cui Francia, Stati Uniti e Onu, nonostante fossero a conoscenza dei piani di sterminio non impedirono quanto era sotto i loro occhi.

Alle origini del problema

Se il genocidio fu una scelta strategica di lotta per il potere da parte del gruppo allora dominante degli Hutu, le responsabilità delle divisioni e dei contrasti tra Hutu e Tutsi (che per lungo tempo avevano condiviso lingua – il Kinyarwanda – e cultura comuni nonché matrimoni misti) risalgono all’epoca coloniale.

Durante la dominazione belga, infatti, quella che era un’opposizione sociale tra Tutsi (“gruppo elitario”, originariamente “proprietario di bestiame”) e Hutu (“subordinato”, esclusi dall’accesso all’istruzione superiore e alle posizioni di potere) fu trasformata in distinzione etnica attraverso l’indicazione sulla carta d’identità. La rivoluzione Hutu del 1959 (con cui gli Hutu rovesciarono i Tutsi) rappresentò un evento tragico per i Tutsi ed eroico – perché di liberazione dal dominio della minoranza Tutsi – per gli Hutu. Tanto che durante il genocidio del 1994, molti leader politici Hutu insistettero proprio sull’importanza di proteggere le «conquiste della rivoluzione», cioè il controllo del potere politico e delle terre una volta nelle mani dei Tutsi e distribuite agli Hutu dopo il 1959.

Il genocidio terminò nel luglio del 1994 con l’ingresso in territorio ruandese del gruppo ribelle (tutsi) Rwandan Patriot Front (Rpf) sotto la guida di Paul Kagame. Quando, in seguito, un governo guidato da Tutsi prese il potere, le milizie Hutu si rifugiarono in Congo insieme a molti civili Hutu. Mentre il Ruanda ha sempre sostenuto di aver attaccato – durante l’invasione del Congo nel 1996 – esclusivamente i miliziani Hutu che si nascondevano tra i civili, un rapporto dell’Onu del 2010 (Democratic Republic of Congo, 1993-2003) invece documenta dettagliatamente deliberati e sistematici attacchi di rappresaglia contro i civili dei campi profughi – bambini, donne, anziani e malati – tali da poter essere considerati atti genocidari contro decine di migliaia di Hutu ruandesi e congolesi.

La Repubblica, 25 febbraio 2016



IL LIBRETTO ROSSO DELLE CITTÀ
di Giampaolo Visetti

La Cina dice addio al modello occidentale che ha favorito lo sviluppo delle megalopoli Le nuove direttive del governo vietano altri grattacieli e impongono il ritorno alla tradizione
PECHINO. La Cina non vuole perdere il poco che resta del proprio antico aspetto e impone lo stop all’architettura e all’urbanistica straniera. Basta grattacieli in vetro e acciaio, shopping centre che copiano Venezia e Parigi, metropoli stile Las Vegas, o palazzoni a forma di astronave. Contro la globalizzazione del cemento capitalista, più devastante della Rivoluzione culturale maoista, nel futuro della super potenza dell’Asia c’è il ritorno al profilo del passato imperiale. Un documento del comitato centrale del partito-Stato intima a funzionari e progettisti di «abbandonare le soluzioni eccentriche per attenersi alle caratteristiche storiche e locali».
Il presidente Xi Jinping, chiudendo i lavori della commissione urbanistica nazionale, non ha usato giri di parole: «Chi disegna edifici e quartieri — ha detto — la smetta di inseguire la popolarità con opere volgari che scimmiottano le stravaganze occidentali». La “guerra agli architetti stranieri” prevede che le nuove costruzioni siano «adeguate, tradizionali e piacevoli» e abbandonino «esotismi, esagerazioni e stranezze prive di identità». Per il leader di Pechino la trasformazione cinese degli ultimi anni «riflette una mancanza di fiducia culturale, atteggiamenti di dirigenti e architetti che confliggono con gli obiettivi politici».

Per trovare il precedente di un simile editto, si deve risalire al 1978. Mao Zedong era morto da due anni, templi e pagode cinesi erano stati rasi al suolo dalle guardie rosse, 88 cinesi su 100 erano contadini e vivevano di sussistenza in villaggi medievali. La commissione urbanistica del partito comunista, pronta all’ascesa di Deng Xiaoping e al suo «contrordine compagni arricchirsi è glorioso», varò la prima urbanizzazione forzata del Paese. Oggi il 53 per cento dei cinesi vive nelle megalopoli industriali, la nazione vanta il maggior numero di miliardari e la più numerosa classe media del pianeta, ma lo sfacelo non è occultabile nemmeno dalla censura.

Città e strade tutte uguali, traffico paralizzato, aria tossica, famiglie distrutte e una società implosa per solitudine e sradicamento. È il prezzo della crescita economica, ma con la grande frenata la Cina non vuole pagarlo più. Sotto accusa finisce così lo «squallido e banale skyline d’importazione».

Il vero obiettivo del “nuovo Mao” è però impedire «il contagio del virus occidentale»: assieme ai grattacieli «pensati per l’America e rivenduti al Giappone» cerca infatti di «insinuare nel nostro popolo pure la democrazia». «Per la Cina è un pericolo mortale - ha detto Xi Jinping - che tenta di demolire l’aspetto di una civiltà per distruggerne anche i valori ». Rispetto alla furia devastatrice del Grande Timoniere e alla speculazione selvaggia proseguita anche con Hu Jintao, si annuncia davvero un’altra rivoluzione: una Cina impegnata a ricostruire se stessa per scongiurare il rischio di non essere più nulla, colonizzata sia dai palazzoni prefabbricati che dai modelli di vita globalizzati. Il leader cinese punta il dito contro chi disegna edifici e metropoli, ma parla a chi, assieme agli standard dell’edilizia internazionale, assorbe «i cosiddetti valori universali e la retorica dei diritti umani».

Il timore è che «una civiltà millenaria fisicamente occidentalizzata in due decenni, si scopra ricolonizzata anche nella mente e nello spirito». Liu Shilin, capo del’Istituto di scienze urbane dell’università Jiao Tong di Shanghai, ha promesso che entro poche settimane le autorità renderanno noti i criteri per definire chiaramente cosa sia la bandita “architettura strana”. Nessuno osa dirlo, ma nella culla dell’imitazione l’imbarazzo è generale. Xi Jinping ha appena visitato la sede della tivù di Stato, nota a Pechino come “il grande pantalone”. Oggi a Shanghai il G20 economico si riunisce nei grattacieli di Pudong, icona della «bizzarria delle archistar occidentali»: uno è chiamato “cavatappi”, uno “missile”, l’ultimo “anguilla”. Poco distante sta per essere inaugurato “Chinadisney”, il più grande parco divertimenti del mondo, fotocopia dell’originale americano.

Nella capitale gli antichi hutong sono stati rasi al suolo per fare posto a strade e centri commerciali. Nelle province rurali le millenarie siheyuan vengono demolite dagli speculatori che vendono palazzine a blocchi progettate in Svezia. Ai piedi della Grande Muraglia, palcoscenico privo di neve delle Olimpiadi invernali 2022, già sorgono villaggi turistici clonati in Austria e Svizzera, con birrerie germaniche e pub inglesi. L’originalità dell’estetica cinese, dalle pagode ai templi buddisti, dalle sale da tè alle risaie terrazzate, si è autoestinta da tempo, ma l’accusa di Xi Jinping oggi non liquida un «passato imperiale o borghese », bensì il «presente straniero imposto dall’esterno». Per la prima volta la distruzione dei luoghi storici e dello stile nazionale non è promossa internamente dal potere che succede al potere, ma «dall’attrazione irresistibile per il gusto, la tecnica e il business dell’Occidente che cancella l’Oriente ».

Per Xi Jinping tutelare l’“identità cinese” è un’operazione di propaganda nazionalista e patriottica, precondizione per salvare l’egemonia dell’autoritarismo comunista. Per chi ama la cultura, l’arte e il paesaggio è invece una questione di rinascita civile.

«Chiedo alle autorità — ha detto Wang Shu, vincitore del Pritzker Prize per l’architettura — di salvare la Cina da una cementificazione e da una speculazione di Stato che portano all’autocancellazione del Paese e del suo popolo». Per il creatore dello straordinario museo di storia di Ningbo «una globalizzazione architettonica al ribasso spoglia il Paese del suo carattere e l’intera umanità di un patrimonio estetico irripetibile ». Il paradosso è che il governo attacca i progettisti, minacciando di «rimuovere le strutture eccentriche entro cinque anni», mentre questi accusano «lo Stato corrotto che promuove per primo lo svuotamento della propria civiltà».

Due anni fa l’orgoglio della nomenclatura rossa era il New Century Global Centre di Chengdu, 50 mila metri quadri di cemento, stile Manhattan, esaltato come «l’edificio più grande del mondo dove si può vivere dal giorno della nascita a quello della morte». Ora Pechino fa marcia indietro, promette di tutelare ciò che è stato risparmiato dalle ruspe, chiude le porte all’Occidente e ripropone il “modello Cina”.

Per i cinesi sperare in città meno squallide e crudeli è una buona notizia. Quella cattiva è che il bando alle “sovversioni occidentali” non riguarda solo gli edifici, ma prima di tutto le idee: la prima è il sogno, in una strada qualsiasi, di sentirsi liberi.

VITTORIO GREGOTTI:
“NELLA LORO URBANISTICA
HA VINTO IL CAPITALISMO”
Intervista di Francesco Erbani

La prima volta che Vittorio Gregotti andò in Cina era il 1963. Il potere era nelle mani di Mao Zedong e Zhou Enlai. Il marxismo era radicato nel mondo contadino e dominava una cultura antiurbana. Un bianchissimo stile sovietico improntava gli edifici pubblici. Quando ci è tornato, quarant’anni dopo, per progettare Pujiang, un insediamento da 80 mila abitanti, la Cina era diventata la prateria per città da 15 milioni e più di residenti, in cui scorrazzavano architetti dalle bizzarre e magniloquenti fantasie. Ora si vorrebbe tornare indietro, a forme architettoniche più in linea con la tradizione e città medio-piccole.
Architetto Gregotti, che ne pensa di questo richiamo al passato?
«Le megalopoli cinesi non sono come quelle africane o sudamericane, dove si accalcano baracche su baracche. Ma è evidente che queste città di spropositate dimensioni sono agglomerati di periferie. E sono fuori controllo. Manifestano sofferenze insormontabili: il trasporto, gli equilibri ambientali. Avendo la possibilità di pianificare, si tratta di un proposito ragionevole. Non so quanto attuabile in concreto».

Ma si può immaginare un recupero di modelli più cinesi?
«Qui il discorso diventa complesso. Le tradizioni cinesi sono tante. La storia dell’urbanistica e dell’architettura cinese è vasta e piena di influenze. A che cosa ci si riferisce? Agli hutong, i recinti che racchiudevano più abitazioni singole e che per secoli hanno costituito la struttura primaria dell’organismo urbano? La verità è che anche in Cina non si sopportano più le forme spinte della globalizzazione che ha prodotto un linguaggio universale».

È arrivata al capolinea la stagione dell’architettura-spettacolo?
«Sì, con l’aggravante che in Cina si è realizzata un’architettura funzionale al più spinto capitalismo finanziario».

Ma la Cina è un paese comunista. Gli architetti non si sono messi al servizio del regime?
«No. Buona parte di quegli architetti si sono impegnati in un ritratto edificante della globalizzazione. E hanno scelto forme mutevoli che rispecchiassero la duttilità del mercato e l’apologia del consumo».

In Cina hanno lavorato Rem Koolhaas a Zaha Hadid.
«In accordo con le ideologie neoliberiste, anche in Cina molti hanno teorizzato l’insignificanza del disegno urbano, l’indifferenza di un oggetto architettonico rispetto alla città. E hanno capito che il capitalismo finanziario globale è tutt’altro che incompatibile con il sistema cinese».

Anche lei ha progettato lì.
«Abbiamo disegnato un insediamento di circa 5 mila appartamenti, una ventina di chilometri a sud di Shanghai. Ma ne è stata costruita una parte. Mancano gli edifici pubblici, sintomo di quanto conti in Cina la forza del privato ».
Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015 (m.p.r.)

«Non mi sorprende questo eccidio di stampo razziale a Charleston, non solo perché nel sud degli Stati Uniti l'odio dei bianchi nei confronti dei neri è una realtà quotidiana, ma anche perché il Sud è rimasto secessionista e non digerisce le imposizioni delle istituzioni centrali». Roberto Minervini, regista del potente docufilm Louisiana, molto applaudito dalla critica a Cannes, vive negli Usa da 15 anni e da tempo si è trasferito nel Sud, in Texas «perché lì è come stare in prima linea. Tutti i problemi dell'America sono presenti e ampliati». Il regista marchigiano, che avrebbe voluto fare il reporter di guerra, in Louisiana a mostra la vita dei cosiddetti white trash, i bianchi spazzatura, molto spesso veterani dell'Afghanistan e Iraq, che vivono dentro roulotte e passano il tempo bevendo, drogandosi di metanfetamina e sparando con armi d'assalto durante esercitazioni tra mangrovie e acquitrini.

«Gli Stati Uniti sono avvelenati dalla disparità sociale, dalla lobby delle armi e da quella farmaceutica, visto che le droghe sintetiche sono derivate dai farmaci venduti senza ricetta. Questo mix ha stimolato negli anni la crescita di un grande ceto bianco povero, frustrato, razzista, violento e distrutto dalla droga. La colpa di questo degrado la attribuisco alle politiche dei vari presidenti e del Congresso. In Louisiana c'è una sequenza in cui un gruppo paramilitare mitraglia, fino a farla saltare, una macchina dietro il cui finestrino c'è la maschera del presidente Obama. Durante tutto il documentario sia la comunità di tossici e alcolisti sia i paramilitari, alcuni dei quali imparentati, insultano i neri, specialmente il presidente per non aver fatto nulla per migliorare la loro condizione economica e aver tentato di regolarizzare il mercato delle armi».
«Purtroppo - conclude Minervini - alla fine anche lui non ce l'ha fatta, segno che non solo i repubblicani ma anche i democratici non possono permettersi di fare a meno dei voti e dei soldi della potentissima industria delle armi. La gente inoltre, specialmente nel sud, si sente minacciata dallo Stato centrale ed è per questo che i paramilitari dicono che a Washington vogliono cancellare le libertà sancite dalla Costituzione, il secondo emendamento in cui viene autorizzato il possesso di armi. Queste milizie ore sono diventate scomode ma lo Stato le aveva usate per compiere il lavoro sporco come sparare ai migranti messicani che cercavano di entrare negli Usa». In questo clima di anarchia armata e miseria, la guerra che i bianchi poveri, in senso economico e culturale, hanno ingaggiato nei confronti dei neri ancora più poveri, era inevitabile. «I bianchi in miseria sono in aumento e si trovano a vivere sempre più di frequente in periferia vicino ai ghetti dei neri».
». Millennio urbano, 3 marzo 2015


Svante Myrick aveva 24 anni quando è stato eletto alla guida dell’amministrazione di Ithaca, una città dello stato di New York che deve la propria notorietà alla Cornell University che qui ha sede. Cresciuto senza il padre (nero), dalla madre (bianca) tra mille difficoltà economiche, il quasi ventottenne of color deve molto del proprio impegno politico alla lettura dell’autobiografia di Barack Obama.

In una lunga intervista recentemente apparsa sul Washington Post, Myrick ha elencato le linee guida del proprio mandato, giunto quasi al termine, dalle quali si può desumere un’idea piuttosto chiara di città, che passa anche da piccole ma significative rivoluzioni in campo urbanistico. Esse riguardano sostanzialmente i cambiamenti che vanno intrapresi in relazione al flusso in controtendenza che dal suburbio americano sta convogliando nuovi abitanti nelle aree urbane centrali. Il tutto si traduce in più densità edilizia anche a costo di derogare le regole sui posti auto, una presenza che dal secondo dopoguerra è diventata dominante non solo nelle città americane.

Myrick , da Millennial qual è, vede nell’urbanistica non solo un argomento di tendenza, «una moda passeggera buona per gli hipster», ma il punto centrale del proprio operato di sindaco. Se la sua generazione sta tornando a far crescere la popolazione delle città («Quante persone conoscete che sono desiderose di vivere in un sobborgo?» si chiede) la risposta non può che essere un tessuto urbano più denso, che consenta alle persone di camminare anziché usare l’auto e che faccia del parcheggio una presenza tendenzialmente inutile nel paesaggio urbano. Egli è convinto che la sostituzione del paradigma suburbano dipendente dall’auto con uno stile di vita basato sulla connettività del tessuto urbano «sia un cambiamento permanente. Al contrario penso che ciò che abbiamo vissuto negli ultimi 50 anni sia stato un passaggio temporaneo. Le città europee, che ammiriamo e dove amiamo andare in vacanza sono piene di persone e di luoghi, non di parcheggi».

Il giovane sindaco crede innanzitutto al potere dell’esempio: appena entrato in carica ha venduto la sua auto e da allora si reca ogni giorno nel suo ufficio a piedi o con l’autobus compiendo un viaggio di oltre tre chilometri tra andata e ritorno. «E’ importante che la gente mi veda sull’autobus o a camminare con il mio zaino sulle spalle da e verso il municipio, davanti al quale c’è un posto auto a me riservato.»

Myrick decise ad un certo punto di trasformare il parcheggio più ambito della città in qualcosa d’altro. «Abbiamo preso alcune panchine da uno dei nostri parchi cittadini e abbiamo utilizzato un albero che doveva essere abbattuto per farne delle fioriere. Abbiamo aggiunto un cartello che diceva “e amici.” Così la scritta ora è “per il sindaco e amici”. Abbiamo trasformato il parcheggio riservato al sindaco nel più piccolo parco nella città. E’ davvero molto piccolo, ma è stata la prima di altri grandi cambiamenti che abbiamo introdotto.» aggiunge, riferendosi alla diminuzione del tasso di disoccupazione – il più basso di tutto lo stato di New York – e al miglioramento del bilancio municipale.

Il simbolico mutamento del parcheggio in un piccolo spazio per la sosta delle persone, anziché delle auto, ha innescato una riflessione nella cittadinanza sul modo in cui ci si muove in città. Myrick sottolinea come lo spazio pubblico sia stato progressivamente dedicato alle auto anziché alle persone: « E’ dal 1950 che togliamo spazio alle persone per darlo alle auto. Così lo spazio per i parcheggi è andato crescendo tra un edificio e l’altro, al punto che ora, se si vuole andare a fare la spesa, si deve guidare, perché andarci è troppo lontano da raggiungere a piedi».

I vantaggi che una città più densa e percorribile a piedi può garantire sono anche di tipo economico. A differenza di un edificio, un parcheggio non genera entrate per le casse comunali, mentre se si tratta della sede di un’attività economica la convenienza nel fare a meno dello spazio dedicato alle auto passa anche dall’incremento delle prospettive occupazionali.

Insomma il «ragazzo del parcheggio», come lo chiamano amichevolmente i suoi concittadini, a partire da un gesto simbolico e dal proprio esempio ha dimostrato cosa vuol dire amministrare una città di trentamila abitanti (la cui significativa particolarità è di avere una popolazione studentesca pari ai due terzi i propri residenti) ribaltando il paradigma dominante basato sul mezzo motorizzato individuale. Un’idea di città calibrata dagli spostamenti a piedi del giovane sindaco, cresciuto in un villaggio rurale dove ci sono più mucche che abitanti, le cui gambe riescono a concretizzare la «misura d’uomo» di tradizione europea a cui egli si ispira.

Riferimenti
J. Guo, The future of urbanism according to the 27-year-old mayor of Ithaca
, The Washington Post, 27 febbraio 2015.

The Guardian, 31 gennaio - 3 febbraio 2015

La Marcia per la Casa di sabato scorso, che si è conclusa davanti alla City Hall di Londra, ha reso evidente all’opinione pubblica internazionale quanto la coincidenza tra crisi finanziaria e disparità d’accesso al mercato immobiliare stia diventando nel Regno Unito un’emergenza sociale. Cresce il numero dei senza tetto, di coloro che vivono in condizioni abitative precarie o che sono espulsi dalle loro abitazioni. Da una parte gli affitti alle stelle (più 13 per cento all’anno dal 2010) e dall’altra norme come la bedroom tax (che fa perdere a molte famiglie il diritto a rimanere in un alloggio a canone sociale) o il right-to buy (che obbligano le persone a lasciare il loro alloggio di proprietà pubblica se non sono in grado di acquistarlo) espongono una parte crescente di popolazione alla prospettiva di perdere il diritto alla casa e alla città.

Soprattutto nella capitale britannica, sono i super ricchi globali gli acquirenti delle iniziative di riconversione di aree dismesse – una per tutte la celebre ex centrale elettrica di Battersea - in appartamenti di lusso da milioni di sterline, mentre chi non ha un’ampia disponibilità economica fa fatica a accedere ad una abitazione dignitosa. Così, dopo decenni di svendita del patrimonio residenziale pubblico e di cieca fede nella capacità del mercato di fare ciò che un tempo faceva lo stato, la crisi degli alloggi è diventata un’emergenza nazionale.

A Londra interi comparti si stanno tramutando in luoghi disabitati perché coloro che acquistano i nuovi alloggi, spesso realizzati al posto di complessi popolari degradati da anni di mancata manutenzione, non sono nemmeno persone in carne ed ossa ma bond immobiliari gestiti da fondi d’investimento basati a molte migliaia di chilometri di distanza. La condizione che fino ad ora ha reso possibile queste trasformazioni erano gli oneri finanziari a carico delle società immobiliari che avrebbero dovuto servire ad integrare una certa quota di housing sociale nei nuovi complessi residenziali.

Ora il governo britannico – su iniziativa del ministro delle politiche abitative - ha deciso di esonerare gli immobiliaristi dal versamento di queste somme. Il solo The Abu Dhabi Investment Council, ad esempio, che sta costruendo appartamenti di lusso con home cinema e sale da biliardo nel distretto di Westminster, ha evitato il pagamento di nove milioni di sterline per la costruzioni di alloggi a prezzi accessibili. La famiglia reale del Qatar sembra che risparmierà un bel po’ dei settantotto milioni di sterline dovuti per la riqualificazione delle ex caserme di Chelsea. Nel frattempo le famiglie che vengono sfrattate dalle case popolari sono costrette a lasciare la capitale e a trasferirsi lontano dai posti di lavoro, dalle scuole e dalle relazioni sociali.

Il consiglio del distretto di Westminster stima che perderà un miliardo di sterline di fondi per alloggi a prezzi accessibili a causa del cambiamento introdotto dal ministro. Si tratta di denaro che non può essere trovato altrove e che aveva il senso di chiedere, a chi interviene su immobili di proprietà pubblica, di restituire qualcosa alla comunità locale. La soluzione dell’esponente del governo conservatore è stata invece un nuovo favore fatto alla mano invisibile del mercato nell’illusione che esso risolva la crisi degli alloggi, mentre è noto che la speculazione immobiliare è una delle sue principali cause.

Le richieste formulate dai soggetti che hanno dato vita alla Marcia per la Casa sono le stesse che da anni vengono avanzate per affrontare le insostenibili condizioni di disuguaglianza nell’accesso al mercato immobiliare del paese: più case popolari e più controllo degli affitti, locazioni sicure, e una battuta d'arresto per gli sfratti. Provvedimenti che potrebbero facilmente essere presi da un governo che volesse affrontare la vergogna dei senza casa e preoccuparsi di mantenere un adeguato mix sociale in una città come Londra che si sta convertendo in un paradiso per ricchi con la residenza altrove.

Sembra quindi paradossale che a preoccuparsi delle ricadute sociali della decisione del ministro siano le maggiori società immobiliari della Gran Bretagna, in disaccordo sulla nuova politica del governo che consente loro di evitare potenzialmente centinaia di milioni di sterline in contributi per alloggi a prezzi accessibili. Secondo le intenzioni governative la nuova norma favorisce la riconversione in alloggi di molti uffici vuoti senza costi aggiuntivi per i proponenti, ma Daniel Van Gelder, presidente della Westminster Property Association, ha sostenuto su The Guardian che incoraggiare la riconversione di uffici in appartamenti può favorire la chiusura intenzionale di attività terziarie e l’indebolimento dell’economia del centro di Londra. «Quando grandi multinazionali scelgono un nuovo quartier generale globale vogliono che sia un posto centrale con ottimi collegamenti e dove poter reclutare talenti», ha aggiunto.

La perdita del patrimonio residenziale pubblico viene solo parzialmente rimpiazzata dalla costruzione di alloggi a prezzi accessibili - una formula per indicare abitazioni il cui affitto è del 20 per cento inferiore a quello di mercato – che svolgono un ruolo diverso, nelle politiche abitative, da quello svolto dagli alloggi a canone sociale. Anche su questi ultimi si dovrebbe basare una politica abitativa che faccia del diritto alla casa un principio non negoziabile, soprattutto in tempi di precarietà economica di grandi disparità sociali. E tuttavia il tasso di riduzione dello stock di alloggi popolari è raddoppiato negli ultimi due anni.

L’idea che la rigenerazione urbana debba tradursi in maggiori profitti per gli immobiliaristi, i quali saranno così invogliati ad investire in nuovi progetti di riconversione residenziale di aree dismesse, rischia quindi di tramutarsi nell’innesco di una nuova bolla immobiliare sostenuta dalla speculazione finanziaria. Solo un ribilanciamento nella disponibilità di alloggi accessibili anche a coloro che hanno contratti a termine e basse retribuzioni può evitarla.

Riferimenti


G. Robbins, Rent rises, evictions and homelessness: why I'm joining the march for homes, The Guardian, 31 gennaio 2015. http://www.theguardian.com/housing-network/2015/jan/31/march-for-homes-london-rent-evictions-homelessness
R. Booth, Property developers allowed to reduce affordable housing commitments, The Guardian, 1 febbraio 2015. http://www.theguardian.com/society/2015/feb/01/property-developers-affordable-housing-councils-empty-building
D. Foster, Luxury flats with billiard rooms at the cost of affordable homes? It’s insane, but it’s policy, The Guardian, 2 febbraio 2015. http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/02/luxury-flats-affordable-homes-insane-housing-policy-brandon-lewis
D. Van Gelder, Vacant building credit is deeply flawed and puts jobs at risk, The Guardian, 3 febbraio 2015. http://www.theguardian.com/society/2015/feb/03/vacant-building-credit-deeply-flawed-puts-jobs-at-risk.
Sul modo in cui Londra sta cambiando per effetto delle politiche del governo locale a guida conservatrice si veda, M. Barzi, Londra: effetti perversi della rigenerazione urbana, Millennio Urbano, 1 novembre 2014. http://www.millenniourbano.it/londra-effetti-perversi-della-rigenerazione-urbana/

Millennio urbano, 8 gennaio 2015

Il processo di sostituzione del patrimonio pubblico con l’edilizia residenziale privata sta cambiando il paesaggio urbano di molte città del Regno Unito. Durante l’anno appena trascorso una protesta popolare aveva impedito che la demolizioni delle torri del quartiere-ghetto di Red Road a Glasgow servisse da spettacolo inaugurale dei Commonwealth Games, e aveva indicato all’opinione pubblica britannica uno degli aspetti meno accettabili della rigenerazione urbana.

È tuttavia la capitale britannica il luogo dove la sostituzione del patrimonio residenziale pubblico con interventi immobiliari privati, dominati da investitori internazionali, sta avendo le peggiori conseguenze sul fabbisogno di alloggi economici. Qui, dove l’attuale sindaco prima di entrare in carica inveiva contro l’“aziendalizzazione” dello spazio pubblico, tra la demolizione di decine di immobili pubblici si stanno facendo strada nuovi complessi di abitazioni di lusso.

È il caso di Heygate Estate che un tempo ospitava 3.000 persone a basso reddito nel distretto urbano di Elephant & Castle. Al suo posto sorge ora Elephant Park, un esclusivo complesso di 2.500 case delle quali solo 79 saranno alloggi sociali. Quello di Elephant Park non è solo l’accattivante nome del nuovo complesso immobiliare: per 70 anni è stato il più grande parco di Londra ed ora sarà di proprietà privata. La stessa cosa sta succedendo in numerosi quartieri e distretti della metropoli.
La privatizzazione dello spazio pubblico favorita dalla dismissione e dalla riqualificazione di immobili comunali, come la Battersea Power Station, dove sarà creata una piazza privata – la Malaysia Square – a testimonianza dell’origine del gruppo d’investitori privati – o l’ex sito di Mount Pleasant di smistamento postale della Royal Mail a Clerkenwell, la cui riconversione in appartamenti di lusso ha incontrato la decisa opposizione dei residenti locali, è parte del modello di radicale trasformazione urbana sostenuta da Boris Johnson che sta costringendo i londinesi a basso reddito ad andarsene dalla capitale. E’ un processo più volte descritto anche in altri articoli di questo sito.
Eppure nel 2009 Johnson aveva annunciato un “manifesto per lo spazio pubblico”, un documento programmatico che denunciava il senso di esclusione vissuto dai cittadini nei confronti della trasformazione della loro città. La dichiazione riguardava la democrazia e il diritto per i londinesi di sentirsi inclusi nella loro città. Ora sembra aver cambiato decisamente direzione di marcia.

Anna Minton, che in Ground Control si è occupata di come la cosiddetta rigenerazione urbana abbia trasformato le condizioni di fruibilità dello spazio pubblico e interagito con le divisioni della cittadinanza- ricorda su The Guardian come i fautori delle nuove proprietà private, che si moltiplicano in tutta Londra, facciano notare che in questo modo essa è stata costruita a partire dal XVIII secolo. Gli investitori di quel tempo si chiamavano conte di Bedford (Covent Garden), conte di Southampton (Bloomsbury Estate) e il Duca di Westminster (Mayfair, Belgravia e Pimlico), ma anche la stessa famiglia reale (Royal Estate a Regent Park).

Nel modello di sviluppo urbano degli estate del West End londinese lo square sostituiva la piazza e il giardino pubblico altro non era che verde condominiale. Nel disegno della città l’intervento immobiliare privato diventa la trama sulla quale il riformismo municipale interverrà in seguito per dare alla strada la stessa dignità ordinatrice della proprietà fondiaria. E tuttavia il fatto che questa parificazione dell’intervento privato a quello pubblico abbia plasmato alcuni dei più bei settori londinesi basta a spiegare il motivo per cui, a distanza di due secoli, mantenere lo spazio pubblico sotto il controllo della autorità locale scoraggiarebbe gli investimenti privati?

Se vengono realizzati in tutta Londra spazi la cui natura è giuridicamente privata, anche se teoricamente sono aperti a tutti, sorvegliati dalla sicurezza interna 24 ore su 24, è inevitabile che verranno imposte regole sui comportamenti ammessi e sulle modalità di accesso. Persino il Garden Bridge attraverso il Tamigi viene previsto soprattutto come attrazione turistica privata, piuttosto che come spazio pubblico per la città, con limitazioni imposte alle modalità di passaggio.

Minton invita a prendere seriamente in considerazione le conseguenze di questa perdita di controllo della autorità locale sulle condizioni democratiche di accesso alla città, che il cambio di prospettiva del sindaco Johnson sta facendo diventare prerogativa di investitori miliardari. Il rischio che le condizioni d’uso pubblico degli spazi di pertinenza dei complessi privati somiglino a quelle delle aree aperte degli estate della Londra pre-democratica – controllate da cancelli e postazioni di guardia – sembra diventato piuttosto concreto.

Titolo originale: Lost in space in the suburbs – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Provate a indovinare dove sono atterrato questa settimana. Qualche indizio. La città è sede di uno dei principali fornitori americani di telefonia fissa e mobile. È piatta, enorme, e ha prodotto un proprio spettacolo TV. Anzi, quello spettacolo ha avuto tanto successo che adesso ricomincia. Non avete ancora indovinato?

OK, qualche indizio in più. Uomini massicci, grosse fibbie lavorate a tener su i pantaloni, e spesso stivaletti dai tacchi alti indossati insieme all’abito da ufficio. Le donne fumano grossi sigari. Ci ha sede la catena di grandi magazzini Neiman Marcus, ma non si capisce.

Possibile che non ci siate ancora arrivati?

Ci sono i cowboys, c’è JR e tutto il resto. Dai, lettori, siamo a Dallas.

Dopo essere stato a Monaco, a fare un giro per Hong Kong e poi una settimana a Chicago, con Dallas è un’altra cosa. Atterro martedì pomeriggio su uno di quei nuovi – e non certo migliori – 737 della American Airlines. Certo c’era il servizio WiFi e i sedili non traballavano, ma volare è un’esperienza priva di qualunque fascino in una business class senza schienali reclinabili obbligati a strisciare il fondoschiena sul cuscino, a pranzo gamberi e un po’ di formaggio grigliato, orrende coperte e imbottite.

Giù dall’aereo e in aeroporto mi incontro con un amico in attesa con l’auto, e dopo qualche minuto siamo sulla superstrada diretti verso l’albergo. Si avvicina l’ora di chiusura degli uffici, e chiedo se ce la faremo a evitare il traffico di punta. L’amico mi rassicura: non è mai peggio di quanto non sia adesso, e ci stiamo muovendo senza alcun impaccio. Fuori dalla superstrada arriviamo in un complesso alberghi con campi da golf case uffici, inizio a notare parecchi cartelli vendesi affittasi, saracinesche abbassate: una stazione di servizio, un intero palazzo. Fasce commerciali, depositi, pare esserci gran disponibilità di spazi in offerta, se qualcuno volesse mai trasferirsi qui nel sud-ovest.

Provo a immaginarmi come dev’essere la vita in questa particolare zona, mentre ci fermiamo davanti all’albergo dove ci saluta un piccolo esercito di addetti in abiti di foggia coloniale. Prendono i miei bagagli e scompaiono dentro prima che faccia in tempo a tirar fuori il portafoglio e il passaporto.

Al bancone, mi fanno il solito discorsetto sui servizi aggiuntivi e a possibilità di scegliere un’altra camera con tutte le comodità. Chiave elettronica in mano, mi dirigo verso la camera, e mentre attraverso l’atrio sono colpito dallo strano odore caratteristico del settore accoglienza Usa. Spero si tratti di un odore che aleggia solo nei corridoi, ma entrato in camera quella puzza quasi mi stende.

Forse che gli alberghi vintage americani (anni ’70 e ‘80) hanno tutti i medesimi impianti di aria condizionata, e sono costruiti coi medesimi materiali? O magari è quell’arredamento da quattro soldi a emettere gas velenosi? O i materassi? Questo posto vanta di essere uno dei migliori della città, fa parte di una delle migliori catene mondiali, e la cosa mi lascia perplesso. Apro la porta verso il terrazzino nella speranza che quella concentrazione di aria stantia fatta di residui dei filtri, tabacco, deodoranti vari, lenzuola sporche, sudori notturni, se ne vada. Ma dopo dieci minuti, sono di nuovo in corridoio con le mie borse, e torno sui miei passi fino all’auto. Il personale al banco è allibito quando restituisco la chiave e ritiro qualche busta.

“Oh mamma mia. C’è qualcosa che non va?” chiede una giovane addetta. Per un attimo vorrei dirle di quello strano odore, tipico di tanti alberghi americani, ma so che non potrebbe farci nulla, e so anche che il messaggio si perderebbe per strada prima di arrivare alla direzione generale della catena. “Va tutto benissimo, solo un piccolo cambio di programma”.

Di nuovo in auto, anche l’amico è un po’ perplesso di rivedermi col bagaglio. Gli spiego che c’è stato qualche pasticcio con la logistica, non voglio dirgli della mia convinzione secondo cui l’economia dei servizi americana ha preso qualche brutta piega.

Mentre ci dirigiamo verso il centro città, superando altre strisce commerciali abbandonate e palazzi per uffici sprangati, provo a ragionare su come un urbanista potrebbe provare a ricomporre tutti questi frammenti sparsi. Si può solo demolire e ripartire daccapo? O magari lanciare qualche grande piano di riqualificazione sostenendo quartieri urbani anziché zone ad una sola funzione? Ma si riuscirebbe a convincere gli americani, e figuriamoci i texani, a un po’ più di densità? Dopo un quarto d’ora arriviamo all’Highland Park Village, probabilmente una delle pochissime zone commerciali d’America classificate di interesse storico. Pullula di vita e attività. Perché? Perché è fatta di spazi raccolti, di verde, è densa e dotata di tutte le tentazioni della città comodamente vicine l’una all’altra.

Qualche ora più tardi, mentre guardo alla televisione il dibattito presidenziale, mi viene da pensare che sarebbe vincente, un candidato con un’idea per la rivitalizzazione delle città americane.

Postilla

L’interesse del giornalista, specializzato specificamente in turismo accoglienza e dintorni, si concentra sugli aspetti di abitabilità, o estetici, ma non sfugge certo al lettore come la brevissima conclusione rinvii al famigerato modello di sviluppo territoriale disperso. Ecco, saltando al contesto italiano pare impietoso notare sino a che punto il dibattito politico di questi giorni sembri ignorare il problema territorio ambiente sviluppo, con la lodevole eccezione del ddl consumo di suolo del ministro Catania. L’antipatico ma spesso puntuale Fabio Balocco sul Fatto quotidiano ha provato a passare in rassegna i vari programmi delle forze politiche, senza trovare tracce visibili a occhio nudo. Anche nella Lombardia piagata da lustri di formigoniana Città Infinita, dove ancora si spinge per il famoso emendamento che consentirebbe ai privati del project financing di costruire fuori da ogni regola future strip commerciali abbandonate come quelle di Dallas, di tutto si parla salvo che del modello territoriale e socioeconomico connesso. Colpa di chi ne capisce e dovrebbe spiegare meglio al pubblico le cose, invece di avvitarsi in linguaggi iniziatici? Io non lo so, e voi? (f.b.)

© 2022 Eddyburg