Mezzo milione di nuovi abitanti e una volumetria di 35 milioni di metri cubi. Sono numeri da far paura a chiunque abbia buon senso. Sarà il mercato a smentire la pantagruelica tavola imbandita dall’assessore Masseroli. I convitati hanno già la pancia gonfia d’invenduto e di sfitto: una bolla immobiliare che la Regione Lombardia nel 2009 quantifica in 325.000 vani residenziali non occupati per la Provincia di Milano. E che nel capoluogo ambrosiano arriva a oltre il 10 per cento del patrimonio immobiliare.
Ma a fare più paura è la mancanza di un progetto che sappia guidare la traduzione di quei numeri in disegno urbano. Si parla nel Pgt della necessità di una «regia pubblica consapevole». Ma il sovvertimento delle regole del buon costruire che il Piano mette in campo rende la prospettiva impraticabile. Manca una task force in grado di gestire gli attori, armonizzandone l’azione nell’interesse pubblico. Ma mancano ancor prima le idee guida. Se poi dovessimo stare alle simulazioni esemplificative, quanto di civile resiste in questa città appare fortemente minacciato.
Il pubblico cura l’albero, il privato ne gode i frutti: questa in sintesi l’impostazione del Pgt. Ma nella città albero e frutto sono inscindibili. Il frutto non è la rendita, bensì le attività, le relazioni, gli edifici e i luoghi. E la qualità dei luoghi è un bene collettivo: dove si assicurano risorse per il vivere, sicurezza, relazioni civili, bellezza. Dove si radicano le vite e si costituiscono le identità. Una Milano devastata dall’assalto immobiliarista è una città che ci degrada tutti. Che ci abitua al brutto. Che ci umilia con l’interesse di pochi che si impone su quello dei più.
Una Défense in via Stephenson? Non hanno insegnato nulla i centri direzionali che la sera diventano deserti e insicuri? Senza contare il resto: la mobilità indotta, i costi elevati di trasporto, il tempo di vita depredato. Ma si sa: spostare folli volumetrie in quel postaccio segregato dalle infrastrutture significa tenere in vita un morto: le torri ligrestiane in fregio alle autostrade che il mercato, tanto venerato, non ha mai degnato di attenzione.
L’attribuzione di diritti volumetrici alle aree agricole? Farà del male alla campagna e alla città. Per secoli l’agricoltura ha dato vita a un paesaggio agrario che suscitava la meraviglia dei visitatori stranieri. L’agricoltura, aggiornata, deve tornare ad essere un lavoro redditizio per chi la pratica; ma deve anche tornare a prendersi cura del paesaggio, ricevendo dalla collettività un sostegno mirato a questo fine. Non c’è alcun bisogno che le aree del Parco Sud diventino di proprietà pubblica. Quei diritti improvvidamente inventati rovesceranno sul corpo urbano un potenziale edificatorio che ha tutte le caratteristiche di un assalto.
Avremo una città disgregata e disarticolata. Quando invece si tratterebbe di rafforzare il policentrismo urbano (un’idea che era già di Leonardo, quanto proponeva di imperniare l’espansione di Milano su 10 fulcri vitali, uno per ogni settore urbano). Punti di forza di un riassetto policentrico potrebbero essere le aree dismesse e gli scali ferroviari. Ma questo comporta la capacità di sospingervi le attività che fanno città e di infondere bellezza ai luoghi. Una regia, appunto.
Nel modo in cui sono state liquidate le 4.765 osservazioni al Pgt c’è tutta la concezione della democrazia di chi oggi governa Milano e il Paese. Si è persa un’occasione preziosa per costruire cittadinanza: per far crescere la coscienza collettiva su quel bene prezioso che è la città.
Svendita dei beni culturali due indagati al ministero.
Francesco Erbani
La commode di Antoine-Robert Godreaus è sotto sequestro, custodita dai carabinieri. Lo ha deciso il Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Procura che indaga sul tentativo di esportare il preziosissimo mobile del Settecento al centro di un tormentato contenzioso fra i proprietari, che vorrebbero trasferirlo all’estero, e chi sostiene che vada vincolato e debba restare in Italia. Nel procedimento figurano tre indagati: il segretario generale del ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, la direttrice regionale del Lazio, Federica Galloni, e l’avvocato Giovanni Ciarrocca. Il reato: abuso d’ufficio.
È un braccio di ferro che dura da anni e che investe una questione centrale nella tutela dei beni culturali: si possono esportare opere d’arte che, pur essendo in Italia, non sono opera di artisti italiani? E fino a che punto ci si può spingere nel far circolare pezzi pregiati del patrimonio e nel farne commercio? Sul destino della commode (XVIII secolo, appartenuta a Luigi XV, finissimi intarsi, valore stimato 15 milioni) si sono divisi storici dell’arte e una spaccatura si è aperta nel ministero. Ma l’iniziativa della Procura e la decisione del Gip svelano molti retroscena. Da una serie di intercettazioni telefoniche risultano, sostengono gli inquirenti, contatti fra soggetti privati e funzionari pubblici in coincidenza con la decisione, nel 2009, di rimuovere il vincolo sulla commode, un vincolo imposto nel 1986 e che ne impediva l’esportazione.
La commode, in Italia dagli anni Sessanta, era stata acquistata da un finanziere libanese, Edmond J. Safra. Nel 1999 Safra venne ucciso a Monaco in misteriose circostanze e il mobile passò a una fondazione con sede nel Liechtenstein. Nel 2006 l’avvocato Ciarrocca si rivolse al ministero per conto della proprietà chiedendo di togliere il vincolo. La vicenda si ingarbuglia. Il Comitato tecnico-scientifico del ministero si riunisce per due volte nel 2009. Una prima emette parere contrario all’eliminazione del vincolo. Ma un mese dopo cambia opinione. La Procura ha accertato che a entrambe le riunioni è presente, oltre a Cecchi, l’avvocato Ciarrocca, sebbene il suo nome non figuri nel verbale e violando una prassi consolidata. A ottobre del 2009, contro il parere dell’ufficio legislativo, Cecchi rimuove il vincolo. La commode, però, resta bloccata: la direttrice dell’Ufficio esportazione del ministero, Sandra Gatti, blocca il trasferimento e chiede che venga reintrodotto il vincolo.
L’inchiesta non è conclusa. Secondo indiscrezioni, sembra più grave la posizione della Galloni, che pur sollecitata a imporre il vincolo, non lo ha fatto, di quella di Cecchi, la cui decisione, si sostiene, può rientrare nella sua discrezionalità. La commode è comunque sotto sequestro e la Procura ha ancora tempo per far luce su tutta la vicenda.
Il dovere di tutelare i nostri capolavori
Salvatore Settis
Nel naufragio della tutela a cui assistiamo, le incaute esportazioni di oggetti d’arte con lo specioso argomento che non furono prodotti da artisti italiani sono un capitolo non marginale. Il Codice (2004), come già la legge Bottai del 1939, inserisce fra i beni culturali vincolabili «le cose mobili e immobili che presentano interesse artistico particolarmente importante» di proprietà privata. È una norma che si fonda sui caratteri intrinseci delle opere da tutelare, a prescindere dalla razza o dal sangue di chi le ha prodotte: un Mantegna e un van Dyck sono protetti secondo un identico livello di tutela.
Secondo qualche improvvisato "esperto", un’opera di artista straniero non farebbe parte del patrimonio artistico italiano (in particolare se è stata in Italia "da poco tempo"), e sarebbe esportabile e commerciabile secondo la normativa vigente sulla circolazione dei beni nel territorio dell’Unione Europea. Ma nessuna norma lega la validità del vincolo all’etnia degli artisti né ai tempi di permanenza in Italia. Ancor più incauto è il richiamo alla libera circolazione dei beni in Europa. Essa non si applica alle opere d’arte, che secondo le convenzioni Unidroit e Unesco possono circolare solo in conformità alla legislazione del Paese in cui si trovano. La circolazione dei beni di pertinenza italiana, anzi, non può includere il patrimonio artistico senza violare l´art. 9 della Costituzione.
I tentativi di togliere il vincolo alle opere di artisti stranieri possono avere una sola ragione: "aprire un varco" nelle maglie della tutela. Se prevalesse la logica del "va’ fuori d’Italia, va’ fuori o stranier", continuerebbe l’emorragia di preziosi arazzi di manifattura fiamminga, ma spesso con committenza italiana. Di questa pulizia etnica resterebbero vittime i van Dyck di Genova, i Rubens di Mantova e di Roma, l´Innocenzo X o il Francesco I d´Este di Velázquez, perfino i disegni di Borromini, ticinese di nascita. Ma l’arte non ha patria, o meglio ha per patria la tutela. Contro l´interessato provincialismo di chi vuol ridurre la storia dell’arte entro le strettoie di etnie in conflitto, riaffermare le ragioni della tutela è una battaglia di civiltà. Fa parte della lotta per la legalità costituzionale che sta impegnando il Paese.
Lungo i trentadue km di percorso e attraverso i sei svincoli automatizzati viaggeranno settantamila veicoli al giorno. Non arriveranno invece, almeno per ora, le due fermate della metropolitana promesse, la «verde» a Vimercate e la «gialla» a Paullo. Al via il progetto definitivo della Tangenziale Esterna Milano (Tem), una delle «tre sorelle» (insieme con la Brebemi e la Pedemontana) incaricata di riportare il territorio lombardo a livelli quantomeno europei in fatto di autostrade e viabilità. Entro la fine di quest’anno l’avvio dei lavori, entro l’estate il via libera del Cipe.
Fine cantieri in calendario invece per il fatidico 2015. «Un’opera fondamentale» , secondo l’assessore ai Trasporti della Lombardia Raffaele Cattaneo. «Che permetterà di drenare le arterie ostruite della tangenziali milanesi che ormai, nelle tratte più cariche, sopportano un traffico pari a circa 160.000 veicoli al giorno» . Millesettecento milioni di euro d’investimento (tutti in project financing, a carico cioè dei privati), per attraversare (pagando un pedaggio ancora da definire) 34 comuni e tre province. E nel 2013 — assicura l’assessore— aprirà il primo spezzone, quello a ridosso dell’intersezione con la Brebemi.
Soddisfatto anche il governatore Roberto Formigoni: «Entro il termine di questa legislatura contiamo di completare il grande piano infrastrutturale della Lombardia, colmando il gap con gli altri territori europei» . Niente metropolitane, invece. I milleduecento milioni (60%dal governo, 40%dal territorio) necessari per prolungare le due linee fino all’arco della futura tangenziale non sono mai arrivati. Dice Matteo Mauri, capogruppo del Pd in Provincia: «La soluzione della questione traffico e smog deve passare per forza dal potenziamento del trasporto pubblico dell’intera area metropolitana. Per questa ragione i prolungamenti delle attuali linee metropolitane sono essenziali. Il governo però deve fare la sua parte perché ai comuni, già dissanguati dai tagli imposti da Tremonti, non si possono chiedere sforzi impossibili» .
Il presidente della Provincia Guido Podestà guarda invece già oltre. A ovest. «L’obiettivo è di raddoppiare anche il tracciato dell’altra tangenziale e di chiudere a sud l’anello» . E le metropolitane? Per Palazzo Isimbardi la soluzione c’è e si chiama tassa di scopo: «Un pedaggio minimo — spiega Podestà — sulle tangenziali già esistenti da riservare unicamente ai prolungamenti delle linee all’esterno del capoluogo» . «Ci volete asfaltare il futuro!» . Cartelli, slogan e tanti fischi nel presidio ambientalista di ieri mattina davanti al Pirellone. Per Legambiente, Tem farà rima con smog. Dice Damiano Di Simine, presidente lombardo dell’associazione: «Le istituzioni, a parole, invocano misure strutturali contro l’inquinamento e le polveri sottili, mentre con i fatti vogliono costruire una nuova autostrada che sacrificherà almeno 600 ettari di agricoltura nel Parco Sud di Milano» .
postilla
Fosse solo lo smog il problema, almeno saremmo in una logica, diciamo, di “perequazione” al ribasso fra il soffocato egoista capoluogo e la regione metropolitana già mica tanto felix. E invece il previsto evaporare delle linee di trasporto pubblico così fortemente richieste dal territorio indica la solita, troglodita e squallida strategia di sviluppo urbanistico a sprawl che imperversa. Pare già di vederli quelli di cricche e cricchette ben immanicate, che tracciano le linee di qualche capannonata sull’orizzonte degli svincoli o delle ineluttabili bretelle e bretelline.
Per chi si prende la briga anche solo di dare un’occhiata alle tavole sul sito TEEM salta ad esempio all’occhio una miriade di occasioni apparentemente perse, via via buttate nelle trattative puntuali di un’opera nata fuori dal territorio e da qualunque logica di piano, per quelli che storicamente “sanno pianificarsi benissimo da soli”. Le linee di trasporto pubblico, come ha capito ad esempio anche l’amministrazione Obama, devono crescere di pari passo con strategie coordinate di insediamenti, dette Transit-Oriented-Development (TOD) ovvero tanto per iniziare nodi di densificazione locale in grado di sfruttare le sinergie fra investimento immobliare e massima accessibilità intermodale. E qui? Nulla, neppure dove la metropolitana già esiste salvo qualche piccolo modesto e scoordinato “ambito di trasformazione” dei PgT comunali. Macroscopico il vuoto di idee attorno allo svincolo di Gessate/Gorgonzola, dove parrebbero esserci tutti i presupposti per una cosa del genere, e pure importante. Niente da fare, quel posto assomiglierà semmai a uno dei futuri desolati svincoli dell’Autostrada della Lomellina: qualche gatto morto, le auto che vanno troppo forte ma si sa .. è il progresso! Che vergogna (f.b.)
Ma si può restaurare il Colosseo senza i restauratori? Il plauso per l’accordo fra Diego Della Valle, il ministero dei Beni culturali e il Comune di Roma che rimetterà in sesto il monumento, cela il profondo malcontento dell’Ari, l’associazione che raggruppa i principali restauratori italiani. Che denuncia: gli interventi sull’Anfiteatro Flavio saranno appannaggio di grandi e medie imprese edili e non di chi il restauro ha studiato e sperimentato in tanti anni.
L’Ari si è rivolto al Tar del Lazio per una vicenda analoga, il lavoro sul tempio di Antonino e Faustina nel Foro romano, ma il ricorso è stato rigettato e ora si aspetta la sentenza del Consiglio di Stato. Ai giudici i restauratori chiedono di annullare i bandi di gara emessi da Roberto Cecchi, segretario generale del ministero ma anche commissario straordinario per l’area archeologica romana.
Il punto è delicatissimo e le scelte sul Colosseo, temono i restauratori, rischiano di diffondere una pratica che di fatto li esclude dagli interventi su un patrimonio architettonico che va dall’antichità classica agli edifici novecenteschi. Un altro duro colpo a una categoria in fortissima sofferenza e per la quale l’Italia ha menato vanto nei decenni scorsi. E che proprio a Roma, dove questa sofferenza è più acuta, ha dato ottime prove negli interventi degli anni Ottanta sulle colonne Traiana e Antonina, per esempio. Ma il clima ora sta cambiando in peggio.
Per quattro anni l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, fondato da Cesare Brandi nel 1938, è rimasto senza scuola, e da lì non sono usciti diplomati. I fondi a disposizione sono diminuiti drasticamente. E un anno fa è arrivato anche lo sfratto dalla storica sede di via San Francesco di Paola a Roma.
«Dei 7 milioni di euro, sui 25 totali, destinati ai lavori per i prospetti del Colosseo solo meno di un decimo verrà eseguito da restauratori», sostengono all´Ari. Ma allora chi pulirà le superfici decorate del monumento? «Nel bando emesso nell’agosto scorso per la ricerca degli sponsor si legge che più di nove decimi del lavoro sulle decorazioni verrà realizzato da operai edili, non qualificati come restauratori. E lo stesso accadrà per le parti interne dell’edificio».
Secondo i restauratori esistono una serie di interventi su un monumento che vanno certamente affidati a imprese edili, in particolare tutti quelli che incidono sulla struttura o che investono la statica dell’edificio. Ma per le decorazioni esterne, i capitelli e le trabeazioni, per esempio, è necessaria l’esperienza di chi ha specificamente studiato come si rimuove accuratamente il terriccio o il guano, come si puliscono incrostazioni o concrezioni con acqua demineralizzata, come si strappa la vegetazione o come si fanno impacchi per togliere il calcare dai marmi.
Questi lavori sono previsti per il Colosseo, ma, così com’è accaduto per il tempio di Antonino e Faustina, sono assegnati quasi esclusivamente alle imprese edili. Sono considerate operazioni generiche, anche se, aggiungono all’Ari, i costi indicati sono quelli ricavati dal prezziario della stessa Ari. Quindi lo Stato non risparmia niente, scansa soltanto gli specialisti e si affida a manodopera più generica. Mettendo in ginocchio una categoria già molto penalizzata. Soldi ce ne sono sempre meno, ma quei pochi che vanno per restauri sfuggono alle ditte di restauratori: stando ai dati dell´Osservatorio sui lavori pubblici, su 644 restauri compiuti nel 2009 appena 26 li hanno realizzati in prevalenza i restauratori, 618 le imprese edili. I restauratori si sono anche rivolti ai tre istituti di formazione, l’Iscr, l’Opificio per le pietre dure di Firenze e la Scuola di Venaria Reale. Sui quei banchi hanno imparato metodologie e pratiche di lavoro e ci tenevano a sapere se questo genere di interventi è proprio dei restauratori o se lo possono attuare anche operai edili. Gisella Capponi, direttrice dell’Iscr, non ha voluto esprimere valutazioni perché è in corso un giudizio amministrativo, ha detto.
L’Opificio fiorentino non ha neanche risposto, mentre la direttrice di Venaria, Lidia Rissotto, ha scritto un articolo in cui si chiede, per paradosso, se valga la pena «inseguire l’alta formazione del restauratore» e se ha senso far nascere l’elenco ufficiale dei restauratori se si deve poi sostenere che il Colosseo non è decorato e quindi può essere affidato alle cure di personale edile non specializzato.
Il futuro delle aree ex Falck è condensato in un plastico vista mare. Ieri Renzo Piano nel suo studio affacciato sulla spiaggia di Vesima, riviera genovese, ha illustrato il progetto appena depositato nel Comune di Sesto San Giovanni, presente il sindaco Giorgio Oldrini e l’immobiliarista Davide Bizzi, promotore del megainvestimento. «Trasparenza, trasparenza» ripete l’architetto, come tema dominante di un progetto che— se l’iter amministrativo andrà avanti — impegnerà i protagonisti per dodici anni. Trasparenza «nel fare, perché in questa operazione non ci sono segreti e zone opache» dice Piano e anche in senso molto letterale perché il progetto prevede un grande impiego di vetro (e di acciaio in onore alla memoria dei luoghi).
Trasparenti saranno — per i primi quattro piani— le dodici torri (alte fra i 70 e gli 80 metri, a sezione quadrata di 25 metri per lato) di residenza libera, raggruppate intorno al serbatoio dell’acqua e non più diffuse nell’area, tanto trasparenti da prevedere negli appartamenti anche un «giardino d’inverno» . Trasparente sarà in parte la stazione ferroviaria a ponte che scavalcherà i binari e che dovrebbe essere il primo cantiere aperto. «Abbiamo raggiunto l’accordo con le Ferrovie— dice Bizzi — anche se la firma formale non c’è ancora: noi acquistiamo le aree Fs pagandole in parte con la costruzione della nuova stazione che consegneremo chiavi in mano» .
Tempi previsti: cantieri aperti nel 2012, primo lotto in consegna il 2015, «in tempo per l’Expo» borbotta il sindaco. Il primo lotto comprende la stazione, residenze convenzionate nelle immediate vicinanze, il mercato coperto nell’area Omec, quattro torri, tutto seguendo una diagonale che porta all’edificio del T5, infine le residenze convenzionate e interventi di urbanizzazione nella zona di San Giorgio. Il tutto, fra residenze di diversa tipologia, servizi e spazi commerciali, per 300 mila metri quadri, circa un terzo del piano completo. Piano generale che si distribuisce così: il 60 per cento residenze (600 mila mq), 100 mila mq attività produttive (indicativamente nel T5, nel settore dell'energia), 33 mila mq ricettivi (un albergo), 116 mila mq commercio e servizi, un plesso scolastico e una piscina nell’area laminatoio, una biblioteca nella torre fumi, un campus in stile universitario nel Bliss, mentre per il T3 si pensa a un uso flessibile dedicato all’arte e alla musica, ma non a un museo che implica costi fissi di gestione.
Intorno, un parco pubblico: «piantare alberi, lo sapete— dice Piano — è la mia passione» . E aggiunge con appena una punta di polemica «quando me lo lasciano fare» Quali alberi scegliere, per caratterizzare quest’area? «I lambri o gelsi» suggerisce il sindaco. Botanici esperti sono già al lavoro. «Vorrei — dice Piano —. che il più presto possibile l’area fosse almeno in parte visitabile, aperta alla gente» . Bisogna procedere alle bonifiche, Brizzi accenna a una prossima gara di mercato per affidare i lavori. Quanto agli edifici di archeologia industriale, spiega l’architetto, «non si possono umiliare costruendoci sopra, inglobandoli: l’idea è invece esaltare al massimo le strutture e quegli spazi, quasi mitici, e lavorare al loro interno» . Su tutto una visione d’insieme: «Questa — dice Piano — non è periferia, questa è nuova urbanità, la periferia è una questione psicologica più che fisica: qui siamo a sei chilometri dal Duomo» .
Mercoledì 2 febbraio 2011 il consiglio comunale di Moncrivello ha respinto la richiesta circa l’apertura di una cava di ghiaia e sabbia in località Cascina Bruciata. Il progetto aveva già ottenuto l’approvazione della Provincia di Vercelli e della Regione Piemonte. Ma l’ultima parola spetta al Comune: e il consiglio comunale ha detto no approvando un'apposita delibera. Nella quale si afferma la vocazione agricola e turistica di Moncrivello: una vocazione da recuperare, incentivare e rafforzare. Una vocazione che l’apertura di una cava indebolirebbe. Moncrivello si aggiunge così ad altri Comuni della zona, i cui cittadini e i cui amministratori sono diventati sempre più consapevoli dei tanti danni prodotti dalla coltivazione delle cave e dall’apertura di discariche.
In alcuni casi i consigli comunali hanno già ufficialmente espresso la loro contrarietà. Ad esempio, recentemente il consiglio comunale di Saluggia ha respinto il progetto di apertura di una cava in località Molino. Santhià non ha più rinnovato l’autorizzazione a cavare alla società Green Cave. Tronzano ha rifiutato il riempimento di una discarica. La conferenza dei servizi della Provincia di Vercelli ha rifiutato l’estensione dei codici di conferimento per i rifiuti provenienti dalla ex Sisas di Pioltello- Rodano.
Sono molte, e ben note, le buone ragioni per impedire l’apertura di nuove cave o per non autorizzare il proseguimento della coltivazione di cave già esistenti.
1) Quasi sempre l’attività di cava, nonostante le rassicurazioni, finisce per intaccare le falde acquifere. In condizioni normali l’acqua di varia provenienza che arriva sui nostri campi è, in misura più o meno grande, inquinata: ad esempio, l’acqua di irrigazione trascina con sé gli antiparassitarie e i concimi chimici; quella piovana porta a terra i veleni presenti nell’aria, e così via. Ma lo strato superficiale del terreno fortunatamente esercita una funzione di filtro: trattiene le impurità o le distrugge attraverso l’azione dei microrganismi, e lascia discendere verso le falde un’acqua relativamente sana. Quando però un’impresa comincia l’attività di cava, per prima cosa asporta proprio quei primi metri di terreno filtrante: per conseguenza, quando il buco è stato scavato, l’acqua si raccoglie non purificata sul fondo della cava e, raggiunta la falda, la inquina.
2) il transito degli autocarri, che si protrae spesso per decenni, produce inquinamento, aumento del traffico, pericolo nelle nostre strade;
3) una cava non ripristinata degrada il paesaggio che prima conservava la sua dignità o la sua bellezza
4) anche solo per queste ragioni i terreni e gli edifici della zona perdono valore: tutto il paese ci perde;
5) quando un Comune consente l’apertura di una cava si sa dove si comincia ma non si sa come va a finire. Generalmente il Comune, attraverso una convenzione con l’impresa cavatrice, permette l’apertura di una cava solo di modeste dimensioni e solo per pochi anni. Ritiene così di mettersi al sicuro e di limitare i danni. Ma quando si insedia in un posto, una società cavatrice raramente “molla l’osso”. L’esperienza insegna che spesso, alla scadenza della convenzione, l’impresa riesce ad ottenere il rinnovo. Spesso ottiene anche l’autorizzazione ad allargare e ad approfondire la cava. Gradualmente, paesi un tempo di fiorente agricoltura diventano “terre di cave”: tutti ci perdiamo;
6) in genere la convenzione tra il Comune e la società cavatrice impone che la società medesima, una volta scaduta l’autorizzazione, ripristini le precedenti condizioni del territorio. Anche in questo caso l’esperienza insegna che spesso le società riescono a sottrarsi all’impegno. Il “buco” rimane lì, magari per anni, finché un’altra società, oppure la stessa, chiede il permesso di trasformarla in una discarica. Che porta nuovo inquinamento del terreno, delle acque e dell’aria, e per conseguenza ancora danni alla salute. Così intere zone agricole e sane diventano depositi di veleni. Tutti ci perdiamo in salute.
7) ma anche se il Comune riesce miracolosamente ad ottenere dall’impresa il ripristino dei terreni, anche se riesce fortunatamente ad imporle di ricoprire la cava con terra agricola buona e adatta, va ricordato che un terreno ripristinato con terra da riporto impiega anni prima di riacquistare la sua fertilità.
8) C’è inoltre un altro danno prodotto dalle cave che talvolta viene sottovalutato. La perdita di fertili terreni agricoli, trasformati in aree inquinate di cave e discariche, costituisce un grave pericolo economico per il nostro futuro. Le previsioni di autorevoli istituzioni internazionali sempre più spesso lanciano l’allarme: corriamo il rischio di sprofondare in una crisi agricola mondiale, che significa una crisi alimentare. Aumentano i consumi in grandi paesi emergenti come la Cina, e la produzione agricola mondiale non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi sono destinati ad aumentare. Salirà anche il prezzo della pasta, della frutta e della verdura che acquistiamo quotidianamente facendo la spesa. Per questo occorre preservare accuratamente i terreni agricoli che ci restano e favorire l’agricoltura. Continuare a distruggere terreni agricoli pregiudica il futuro dei nostri figli. L’allarme più recente è stato lanciato dalla FAO. Ma ormai da anni, anche nel nostro paese, associazioni come Slow Food di Carlo Petrini, e le stesse associazioni dei coltivatori, lanciano il medesimo appello: salviamo i terreni agricoli che ci sono rimasti.
Si tratta di un discorso importante per le nostre zone, del Vercellese e del Biellese, che sono tradizionalmente aree agricole. Comuni come Moncrivello sono stati per secoli produttori del grano e della vite: questo paese ha addirittura un vino con etichetta importante, il passito erbaluce. A partire dal XIX secolo, dopo la costruzione del Canale Cavour e dei successivi, a queste antiche coltivazioni si sono aggiunti in molti Comuni la meliga, la frutta, gli ortaggi, e nella Bassa, il riso. Poi, negli ultimi decenni, lentamente l’agricoltura è stata via via espropriata. Ma ora, di fronte ad un incerto futuro economico, è un delitto continuare a distruggere i nostri campi. Questi campi sono la nostra ricchezza. Una ricchezza che abbiamo qui a portata di mano. Domani i nostri figli potranno coltivarli senza lasciare i loro paesi, senza andare a cercare altrove un incerto lavoro.
Anche per quest’ultima ragione bisogna dire basta alle cave indiscriminate. Certo il discorso non finisce qui, e dovrà venire ripreso e ampliato. Qualcuno potrebbe infatti obiettare che le cave da qualche parte bisogna pur farle. Noi rispondiamo che vi sono paesi in Europa, come la Germania, che cercano di rallentare l’apertura di nuove cave: incentivano il riuso dei materiali da demolizione, alzando contemporaneamente le tariffe ai cavatori, che in Italia sono basse.
Ma forse la domanda decisiva, che tutti dobbiamo farci, è ancora un’altra: è veramente necessario aprire continuamente nuove cave? L’Italia è un paese piccolo e montagnoso, e le terre pianeggianti sono poche. Ma in pochi decenni questi terre sono state riempite di case, capannoni, strade, autostrade, viadotti, svincoli, rotonde, e così via. Fino ad un certo punto tutto ciò ha voluto dire ricchezza e benessere per tutti. Ma ora forse si è andati oltre. In soli quindici anni, tra il 1990 e il 2005. una superficie grande come il Lazio e l’Abruzzo messi insieme è stata – circa 3 milioni di ettari – è stata coperta da una costruzioni e infrastrutture. Dobbiamo proseguire così? O non sarebbe saggio fermarci? Le fila di capannoni vuoti al posto di una sana agricoltura ci danno una prima risposta.
Taglio netto ai termini per i procedimenti amministrativi riguardanti i beni culturali. Dalla dichiarazione di interesse al via libera alla realizzazione di interventi pesanti sugli immobili vincolati, fino all'approvazione in via sostitutiva dei piani paesaggistici. A essere stati ridotti, in alcuni casi anche dimezzati, sono i tempi di conclusione delle procedure superiori ai 90 giorni che non siano stati già esplicitamente fissati da leggi specifiche (si veda la tabella a fianco). Su questa materia è infatti intervenuto il Dpcm 231/2010, pubblicato in «Gazzetta Ufficiale» a inizio gennaio, sostituendo i vecchi termini (stabiliti in gran parte da un regolamento del 1994) con quelli nuovi, che non possono comunque superare i 180 giorni. Una misura richiesta dalla legge n. 69 del 2009 (articolo 7) sullo sviluppo economico e la semplificazione, con l'obiettivo di alleggerire il peso della burocrazia per chi si rivolge alla pubblica amministrazione per chiedere un documento, un certificato o un'autorizzazione. Una delle riduzioni più accentuate riguarda i tempi per la dichiarazione di interesse culturale che, nel caso degli immobili, deve essere ora rilasciata in 120 giorni rispetto ai 210 di prima. Il margine si riduce di tre mesi per ordinare la reintegrazione di un immobile tutelato che abbia subito interventi lesivi (da 270 a 180 giorni) o per imporre il pagamento dell'indennità in caso di danni (da 220 a 180). Portato a quattro mesi (due in meno), inoltre, il termine per decidere sulla realizzazione di lavori conservativi.
L'OK Al LAVORI
Discorso a parte per l'autorizzazione all'esecuzione di interventi sugli immobili vincolati. In caso di demolizione, rimozione o spostamento, infatti, il testo appena varato stabilisce il nuovo termine per il rilascio dell'atto in 180 giorni, rispetto ai 210 previsti dal regolamento del 1994, che includeva però anche la modificazione e il restauro degli edifici (ma non lo spostamento). Lavori, questi ultimi, che ricadono invece nella definizione dell'articolo 21, comma 4, del codice dei beni culturali (Dlgs 42/2004) e che devono quindi ottenere il via libera da parte delle Soprintendenze entro 120 giorni (articolo 22). Il nuovo regolamento, quindi, in questo caso non fa che riprendere il termine fissato dal codice.
I PIANI PAESISTICI
Per alcune tipologie di opere riguardanti gli immobili, inoltre, i termini sono stati fissati per la prima volta. Si tratta, ad esempio, dei 180 giorni entro i quali il ministero dei Beni culturali può approvare in via sostitutiva i piani paesaggistici sottoposti a verifica e adeguamento al Digs 42/2004 (il codice Urbani), in presenza o meno di un accordo ad hoc tra Ministero e Regione. Tempi di rilascio fissati anche per la concessione di contributi in conto capitale o in conto interessi per le spese relative a interventi conservativi: 180 giorni nel primo caso, 120 nel secondo. Rilevante anche il nuovo termine, stabilito in quattro mesi, per il via libera alla concessione in uso o locazione di immobili pubblici di interesse culturale per la valorizzazione e utilizzazione anche a fini economici: una scadenza che può interessare da vicino la realizzazione di opere in project financing.
LE CONSEGUENZE
L'impatto del nuovo regolamento "taglia-tempi" potrebbe mettere in difficoltà Soprintendenze e direzioni regionali, che dovranno fare i conti con termini più stringenti. «In molti dei casi considerati — minimizzano tuttavia dall'ufficio legislativo del ministero dei Beni culturali — i nuovi termini vengono già rispettati nei fatti». In caso di mancata risposta da parte delle amministrazioni, va detto, non scatta tuttavia il silenzio-assenso, ma il cosiddetto "silenzio-inadempimento" da parte dell'ufficio competente, contro il quale è possibile ricorrere davanti al giudice amministrativo (che può anche decidere per un risarcimento, in caso di danni provocati dall'inerzia della pubblica amministrazione). Si attende a giorni, intanto, fanno sapere ancora dal Mibac, la pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» del secondo decreto (Dpcm) sulla riduzione dei termini, quello riguardante i procedimenti da 31 a 90 giorni, nel quale ricade, ad esempio, il rilascio del parere vincolante sulle domande di autorizzazione paesaggistica in sanatoria.
Tagli ai tempi. I Sovrintendenti: serve personale
Sole 24 ore Edilizia e Territorio 07/2/2011
Le Soprintendenze fanno i conti con la stretta ai tempi sul rilascio di pareri e autorizzazioni. Il regolamento 231 è una ulteriore richiesta di accelerazione sullo svolgimento delle istruttorie da parte degli uffici periferici del Mibac incaricati di tutelare i beni culturali sul territorio nazionale. Un tassello che si aggiunge, tra l'altro, alla riduzione dei termini per esprimersi sui nullaosta paesaggistici (scattato a inizio 2010), in attesa del decreto (in arrivo) sulle procedure di durata inferiore ai tre mesi. «Ben venga la riduzione dei termini, che va incontro alle esigenze di privati e imprese, ma per farlo ci vogliono persone e mezzi a sufficienza, che invece non abbiamo». A dirlo è Paola Grifoni, soprintendente di Bologna, Modena e Reggio Emilia, che aggiunge: «Le procedure più complesse sono quelle che riguardano proprio il via libera agli interventi sugli immobili vincolati, perché necessitano di studi approfonditi e relazioni dettagliate, non facili da concludere in 120 giorni. Senza considerare l'assillo rappresentato dalle autorizzazioni paesaggistiche». La modifica che può pesare di più, afferma invece Andrea Alberti, alla guida della sede di Brescia, Verona e Mantova, «è il procedimento di dichiarazione di interesse, che passa per gli immobili da 210 a 120 giorni. Un taglio considerevole visto che si tratta del procedimento con cui si definiscono i vincoli, con tutta la documentazione necessaria, le osservazioni da valutare. Insomma, farlo con tre mesi in meno è più difficile. Invece le autorizzazioni per interventi sugli immobili vincolati, già si chiudono in 120 giorni». I problemi non sono legati tanto alle riduzioni dei termini recentemente introdotte, spiega Gianfranco D'Alò, architetto coordinatore della Soprintendenza dell'Abruzzo, «ma ad alcune tipologie di procedimenti che ingolfano gli uffici, togliendo tempo alle altre attività. È il caso delle richieste preventive di esistenza vincoli per la realizzazione di impianti per le energie rinnovabili, soprattutto parchi eolici e pannelli fotovoltaici, che richiedono ricerche molto articolate». Una situazione, quella abruzzese, aggravata dal fatto che «metà dei professionisti in organico sono distaccati presso la struttura commissariale per il post-terremoto». Un caso a parte, infine, è quello di Venezia e laguna, dove la soprintendente, Renata Codello, taglia corto: «La nostra struttura risponde sempre nei termini e continuerà a farlo. Le tipologie di interventi per i quali sono stati ridotti i tempi non sono particolarmente rilevanti. La demolizione di un immobile vincolato, ad esempio, è un caso talmente raro da essere irrilevante in un territorio come quello lagunare. E in ogni caso — precisa Codello — a Venezia c'è la legge speciale che già impone tempi più stretti con l'intervento della Commissione di salvaguardia».
Dai palazzinari ai grattacielari: l' evoluzione della specie si compie a Milano con il Piano di Governo del Territorio (PGT) della giunta di Letizia Moratti, che secondo l' apocalittica ma non peregrina previsione del sociologo Guido Martinotti trasformerà l' ex capitale morale nella brechtiana città di Mahagonny, un luogo dove tutto è permesso grazie al denaro. In questo caso l' obiettivo è di moltiplicare il denaro e salvare così i bilanci di alcuni immobiliaristi, in testa il solito Salvatore Ligresti, e dei banchieri che lautamente li hanno finanziati. Un sistema che finché dura si autoalimenta. La specie del palazzinaro prospera a Roma negli anni Settanta e viene esportata a Milano nientemeno che da Silvio Berlusconi il quale, da par suo, delle palazzine non si accontenta e costruisce intere città satellite. Altri tempi. Ora è tempo di "densificazione". Archiviata la palazzina, il nuovo mantra è il grattacielo. Oltre a quelli appena costruiti, tra cui svetta il nuovo Pirellone che celebra per l' eternità il potere del presidente Roberto Formigoni, e quelli di prossima edificazione a City Life nell' area dell' ex Fiera. Con il nuovo PGT in fase di approvazione in una maratona in consiglio comunale prima dello scioglimento, si edificheranno 35 milioni di metri cubi: masceranno circa 100 nuove torri, o addirittura, come valuta l' ambientalista Michele Sacerdoti, 341 Pirelloni; 24 quartieri disegnano la nuova mappa urbanistica, ma soprattutto quella del potere finanziario, cui la politica è sottomessa.
Tra i protagonisti, come sempre fin dai tempi di Craxi e della Milano da bere, spicca Ligresti che, oberato da 2,2 miliardi di debiti, invece di portare i libri in tribunale, sarà salvato da una parolina magica del Piano: "Perequazione". Il meccanismo è semplice. Prendiamo l' area vincolata del Parco sud: le si attribuiscono indici di edificabilità, ma per salvare il verde Ligresti non potrà costruirvi. Per salvare lui, invece, i diritti volumetrici voleranno da una parte all' altra della città e atterreranno in centro, valorizzando altre aree ligrestiane. Milano ha perso nel corso degli anni quasi mezzo milione di abitanti e l' assessore all' Urbanistica ciellino Carlo Masseroli con questo PGT vuole finalmente "ridensificarla". Al punto che Milly Moratti, consigliera di opposizione e cognata di Letizia, calcola che il tasso di densità potrebbe crescere da 7 a 12 mila abitanti per chilometro quadrato. Potrebbe, perché in realtà decine di migliaia di metri quadrati sono desolatamente vuoti e difficilmente le cubature in arrivo nei prossimi anni troveranno nuove anime per occuparle. Quella che va sotto il nome di edilizia sociale, infatti, è in gran parte edilizia convenzionata, cioè a prezzi di mercato solo leggermente scontati. A chi servono case? Ai giovani, ai bassi redditi e agli immigrati, che non si vede come a quei prezzi potranno "densificare" Milano, come Masseroli pretende. Più probabile l' incubo di una Mahagonny desertificata. Ma Letizia Moratti, con un piano che di fatto non impedisce nulla e consente tutto, fa felici i banchieri e la nuova stirpe dei grattacielari, quella che veramente comanda a Milano.
Il sindaco Michele Orlando del Pd, lo aveva promesso firmando l’ordinanza che «vietava ai suoi concittadini di morire» : per ovviare alle ganasce del patto di stabilità, l’ampliamento del cimitero del paese alle porte di Brescia doveva essere dato «in concessione» ai privati. E così è stato. Questa mattina, infatti, Orlando firmerà la cessione dell’area edificabile «a loculi» alla Cogeme, multiutility di Linea Group che si occupa prevalentemente di servizi energetici ed ambientali.
Spiega il sindaco: «I vincoli di bilancio imposti dal Patto di stabilità ci hanno impedito di ampliare il camposanto. La soluzione, quindi, era una sola: affidare la struttura a un privato individuato grazie a un appalto pubblico. Il fatto che la gara sia stata vinta da una società che vede tra i soci 70 comuni del bresciano è una garanzia» . L'appello di Orlando al presidente della Repubblica e al ministro Tremonti era partito con raccomandata all’inizio dello scorso anno.
Il sindaco chiedeva di poter «disobbedire » al patto di stabilità e utilizzare i soldi accantonati (circa 200mila euro) per rendere agibili 100 nuovi loculi. Senza aver ottenuto risposta dal governo né dal Colle, all’inizio dell’agosto scorso Orlando era corso ai ripari con un'ordinanza che «vietava» di morire.
Chiosa il Presidente di Cogeme, Gianluca Delbarba: «Credo che la nostra partecipazione alla gara di Roncadelle (comune che non è socio Cogeme) e la relativa disponibilità a sostenere investimenti nei cimiteri siano una ulteriore dimostrazione di quanto sia attiva la società, che non dimentica mai i bisogni del territorio e cerca di soddisfarli» . Cogeme costruirà i nuovi loculi a sue spese, mettendoli poi sul mercato e gestendoli per almeno 30 anni. Ma guai a parlare di «business del caro estinto» : i prezzi saranno calmierati e non potranno superare le tariffe imposte dal comune.
postilla
Tutto come da copione si potrebbe dire, se non fosse per un particolare, magari ininfluente: il comune di Roncadelle il popolo italiano lo scambia facilmente con quello di Brescia. Non guardando in faccia il sindaco, s’intende, ma più concretamente attraversando la conurbazione bresciana sulla Tangenziale SS11 o sulla parallela Autostrada: a destra se state andando a Kiev, a sinistra se siete diretti al sole di Lisbona. Di Roncadelle, proprio da quell’osservatorio privilegiato Lisbona-Kiev, si può godere lo spettacolo imponente delle decine e decine di ettari di territorio comunale trasformato in una piattaforma a corsie varie, parcheggi, svincoli di collegamento, schiere implacabili di scatoloni sormontati da altrettanto implacabili insegne, che luccicano nella notte padana manco fosse sempre Natale. Sarebbe interessante, risalendo via via nei decenni, andare a leggere l’evoluzione progressiva di questa piattaforma spaziale, e soprattutto elencarne le varie motivazioni di “sviluppo socioeconomico locale” addotte dagli amministratori che di volta in volta hanno concesso a operatori privati l’unica risorsa di cui un Comune può disporre, il territorio. Per finire, come ineffabile ci racconta oggi il fatalista articolo del Corriere, allo smaltimento cadaveri e dolori in multi utility, che fa sempre internazionale, efficiente, luminoso futuro. Ci toccherà magari leggere, fra qualche anno, della privatizzazione di qualcos’altro? Che so, dei matrimoni (con tariffa a discrezione dell’operatore), o dei giardinetti, con accesso riservato ai possessori di “green card”? Mah! (f.b.)
Rivoluzione urbanistica con soldi privati. 57 milioni al Comune Ecco il meccanismo messo a punto dal Comune per riutilizzare le aree industriali dismesse
VERONA. Due torri alte 80 metri vi accoglieranno all’uscita dell’autostrada a Verona sud, assieme ad un parcheggio scambiatore con 5000 posti auto. Attorno uffici ma anche abitazioni, negozi, un grande parco e piste ciclabili, perché «non si può pensare all’architettura senza la gente».
E’ la filosofia di Richard Rogers, l’architetto londinese che ha progettato questo recupero nell’area delle ex Officine Adige, 100.700 mq di superfice, grande testimonianza di un passato industriale diventata oggi un bubbone per Verona, che l’ha inglobata nel tessuto urbano ma non sa che farsene.
Sul riutilizzo di quest’area la città s’interroga da anni. Il dibattito, che non è dissimile da quanto avviene altrove, coinvolge anche altre zone industriali dismesse: l’ex manifattura Tabacchi, l’ex consorzio agrario lombardo-veneto, l’area ex Autogerma. La differenza tra Verona ed altre città venete, è che nel capoluogo scaligero la fase delle chiacchiere è finita. Ciò non significa che sia stata breve. Rogers, grande nome dell’architettura mondiale (ha debuttato nel 1963 fondando con Norman Foster il «Team 4» e ha firmato con Renzo Piano il Beaubourg di Parigi, per citare due suoi compagni di viaggio), aveva presentato il suo progetto ancora nel 2003, in un convegno organizzato dal Banco Popolare di Verona. Venerdì scorso quel progetto è uscito dai cassetti, assieme ad altre proposte di ristrutturazione urbana, 42 in tutto, inquadrate in un «Piano degli interventi» approvato dalla giunta Tosi. La presentazione ufficiale è avvenuta in Fiera, con mezza città mobilitata. Il piano, che naturalmente ha già avuto l’ok della Regione (Pat), passa ora all’esame delle circoscrizioni cittadine per approdare in consiglio comunale prima dell’estate. Quello sarà il momento del via ufficiale.
Si stima che il valore complessivo dell’operazione sia di qualche miliardo. «Gli interventi sono ovviamente privati, ogni proprietario sulla sua area - spiega il sindaco Flavio Tosi -. Il Comune provvede al cambio di destinazione d’uso: dal capannone industriale si passa a zona direzionale, residenziale, commerciale. Sul guadagno presunto, il privato paga una parte al Comune. Questa quota va ad aggiungersi agli oneri di urbanizzazione per i parcheggi, il verde e quanto richiesto dalla lottizzazione. Il valore complessivo della quota aggiuntiva, se tutti i 42 progetti andassero in porto, viaggia intorno ai 57 milioni di euro. Questa è la cifra che il Comune introiterà e con la quale provvederà alla completa riorganizzazione e riqualificazione dell’asse centrale di Verona Sud e delle altre vie della zona. Poi c’è una serie di parametri da rispettare, per esempio le altezze hanno possibilità maggiori lungo l’asse di Verona Sud e minori allontanandosi».
Questi indici regolano la cubatura dei nuovi immobili. Con una possibilità di variante: «Se qualche privato vuole realizzare una cubatura maggiore, non rispetto a quello che ha ma rispetto all’indice teorico assegnato - spiega Tosi - deve comprare il volume aggiuntivo dal Comune. Noi abbiamo realmente volumi da vendere: per esempio abbiamo realizzato il parco San Giacomo comprando un’area edificabile e trasformandola in zona verde. Sopra c’erano più di 200.000 metri cubi costruiti. Noi vendiamo quel diritto a costruire»
la Repubblica ed. nazionale
Grattacieli e nuovi quartieri scontro sulla Milano del futuro
di Alessia Gallione, Teresa Monestiroli
MILANO - È il libro mastro che dovrà trasformare la Milano dei prossimi vent’anni. Una rivoluzione per l’urbanistica. Che permetterà di cambiare il volto a interi pezzi di città, trasformati in nuovi quartieri per migliaia di abitanti: dagli scali ferroviari dismessi alle centralissime caserme. Fino a zone oggi periferiche come via Stephenson. È lì, su quel triangolo ai confini nord-ovest, che il nuovo Piano di governo del territorio disegna una foresta di 50 grattacieli di uffici: una Défense alla meneghina che, grazie alla vicinanza con il futuro sito dell’Expo, cancellerà capannoni e campi rom.
«Il provvedimento più importante del mandato», per dirla con il sindaco Letizia Moratti. Che il centrodestra è riuscito ad approvare ieri, a pochi mesi dalle elezioni e a dieci giorni dalla scadenza tassativa. Tra la rivolta di associazioni come Libertà e Giustizia e Legambiente, della società civile e del centrosinistra pronto a fare ricorso al Tar contro un provvedimento «illegittimo». Ma che permette già adesso di leggere le vicende di una città, dove i signori del mattone comandano da sempre.
È una cartolina spedita dalla Milano del 2030, quella scritta dal Pgt. Uno strumento atteso da 30 anni, che prevede di far crescere la città fino a 1 milione e 700mila abitanti: quasi mezzo milione in più. Era il 1980 quando venne approvata l’ultima variante al Piano regolatore degli anni Cinquanta. Un’altra epoca. Il Piano di Letizia Moratti e dall’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli promette di aumentare il verde e i trasporti, 30mila case a prezzi calmierati, la tutela dei 42 milioni di metri quadrati del Parco Sud da sempre al centro degli appetiti degli immobiliaristi, Salvatore Ligresti in testa. Per realizzare verde e trasporti servono però 14 miliardi di euro e all’appello ne mancano 9,6.
Ecco il "volto sostenibile" di un Pgt che non dovrebbe «consumare nuovo territorio», ma far crescere Milano recuperando aree degradate come sette scali ferroviari, cinque caserme del demanio, zone del Comune e private. Ma è proprio su quei 7 milioni di metri quadrati messi in gioco, che il Pgt aprirà le porte al cemento. E agli affari. In tutto, soltanto sulle 26 zone destinate a diventare altrettanti nuovi quartieri, caleranno 18 milioni di metri cubi di costruzioni. L’equivalente di 160 grattacieli Pirelli con i suoi 127 metri di altezza. Tra i fasci di binari da smantellare, alcuni sono centralissimi come una fetta della stazione Cadorna, dove si potrà edificare fino a 100mila metri quadrati, o Porta Genova da riconvertire in distretto del design.
All’ex scalo Farini il modello è Manhattan con un Central Park che occupa il 60 per cento dell’area e una selva di grattacieli equivalenti a 19 Pirelli. Ma nel Piano che cancella le destinazioni d’uso in tutta la città e lancia la possibilità di spostare da una parte all’altra di Milano le volumetrie, non tutte le zone sono uguali. In alcune (come a Stephenson) si potrà costruire di più: sarà il Comune a decidere dove. Tra le caserme da riconvertire c’è lo spazio della Perrucchetti, che alternerà case (i Pirelloni sono 27) e spazi sportivi. In periferia, invece, nella zona sud-est di Porto di Mare, traballa il progetto di realizzare una Cittadella della giustizia con tribunale e carcere. Il resto, come sempre, lo faranno gli interessi del mercato e il tempo..
la Repubblica ed. Milano
Grattacieli e nuovi quartieri scontro sulla Milano del futuro
intervista a Vittorio Gregotti, di Maurizio Bono
«No, non sta proprio in piedi, è un grande equivoco a partire dal nome: intanto non è un "piano", perché il suo scopo è proprio ridurre la programmazione al minimo. E tantomeno ha qualcosa a che fare con il "territorio", riguardando solo l’area comunale di Milano, il che è un’assurdità palese in una città piccola e così legata al suo hinterland...». Vittorio Gregotti, architetto di fama internazionale con mezzo secolo di progettazione alle spalle, nell’immediato futuro una città satellite a Shanghai e un saggio su Architettura e postmetropoli per Einaudi, è anche l’ultimo architetto che a Milano ha disegnato e visto vivere un quartiere intero, Bicocca. «Capirà bene, perciò, che non sono di quei teorici del non costruire nulla, costruire è il mio mestiere». Ma il Pgt, che da anni agita il dibattito politico e urbanistico milanese e ha finito per passare col colpo di mano che ha cassato 4700 osservazioni, non gli va giù: «Sono stato al recente incontro di Libertà e Giustizia sul tema e condivido tutte le obiezioni che ho sentito. Ora l’opposizione farà i ricorsi, certo, ma è un uno scempio».
Pensa alle conseguenze? Immagina una Milano peggiore?
«Mah, è impossibile perfino immaginarla nei dettagli, tanto sono strampalate le premesse. Per dire, l’aumento di 400 mila anime quando dagli anni Settanta i residenti fuggono per i prezzi troppo alti in città e niente fa pensare che caleranno inducendoli a tornare. Poi l’idea che ad attirarli sarà un 35 per cento di case costruite da cooperative, quando il problema urgente è la lista di 25mile famiglie in attesa di case popolari, che ovviamente non hanno i soldi per pagare il tipo di "basso costo" previsto dal Pgt. E per finire i servizi, che si tenta di affidare tutti ai privati, e che a partire dai trasporti sono già insufficienti sulla carta».
Insomma, non funzionerà: allora perché tanto allarme?
«Perché il Pgt dovrebbe durare 5 anni e avere effetti fino al 2030, e nel tempo una programmazione è indispensabile. Invece sono riusciti a non prevedere nel Pgt neppure l’Expo: quello andrà per conto suo. Vede, lo sfondo generale è che tutte le città sono in crisi, da Parigi al Cairo a Shanghai, e con loro purtroppo buona parte della cultura urbanistica. La ragione è che è sempre più difficile capire qual è il bene collettivo da perseguire, e ancor di più in Italia dove il disastro della politica dà ben poche linee guida. Ma servono perlomeno ipotesi responsabili che si confrontino con la realtà. Poi si possono cambiare, correggere, ridiscutere. Invece qui di idee non ce n’è. Tranne una».
Cioè?
«La "perequazione", funziona così: chi ha diritto a costruire così poco che non gli converrebbe farlo, può renderlo conveniente trasferendo i diritti altrove. Ma i diritti di edificabilità li distribuisce proprio il Pgt, sui terreni "periurbani" in gran parte di proprietà degli immobiliaristi, prima a indice zero. In pratica regala valore: anche senza un mattone sopra quegli indici cominceranno a rendere in finanziamenti bancari. Se da tempo è un sospetto fondato che il Pgt sia soprattutto al servizio della proprietà immobiliare, diventerà certezza. Il vecchio Marx lo definirebbe capitalismo monetario globalizzato».
Torniamo a Milano. Come siamo finiti in questo vicolo cieco?
«Anche l’opposizione ha le sue colpe. Tre anni fa ho avuto una discussione con l’assessore Masseroli e lui, con una certa brutalità che lo contraddistingue, è stato chiaro nel dire che voleva la deregolazione, fino all’eliminazione delle destinazioni d’uso. L’errore dell’opposizione è di non aver mai pensato un anti-piano».
Da dove cominciare? I vecchi piani regolatori, ne avrà fatto esperienza a Bicocca, funzionavano male e a suon di deroghe.
«Eccome. Però erano frutto di un’elaborazione seria, anche di urbanisti di valore. E c’erano buone idee nel nuovo Piano regolatore in discussione a Roma prima del cambio di giunta, ora lettera morta. Alla Bicocca, invece, ho avuto la fortuna di un primo committente, Leopoldo Pirelli, che ha accettato la condizione di non fare un quartiere dormitorio, e l’idea che si potesse solo inserendovi funzioni forti: l’università, che dà buoni risultati, ma anche il teatro, che certo poteva andare meglio. Poi per fortuna altri servizi sono arrivati, con molto ritardo».
Col Pgt sarebbe andata peggio? Certe funzioni sono indicate anche lì, per le aree dismesse.
«E non è affatto scontato che debbano andare proprio lì, e non magari dove servirebbero e mancano. Ma nelle mille pagine del documento ci sono anche contributi interessanti. Solo che restano lì, senza conseguenze, in un canovaccio abbastanza elastico da consentire tutte le eccezioni e non prevedere nessuna regola. La regola vera diventa che ciascuno nell’area assegnata fa il proprio interesse come meglio può: il modello è Citylife, pezzi giustapposti senza criterio, e lì si sa che la gara non l’hanno vinta i grandi architetti, ma i maggiori offerenti».
Corriere della Seraed. nazionale
Il piano di Milano e la scelta sociale
di Ugo Savoia
Ci sono voluti quattro anni per confezionare il vestito che Milano indosserà per decenni. Quarantotto mesi di polemiche e accuse incrociate. Ma alla fine la giunta Moratti è riuscita a portare a casa il Piano di governo del territorio, lo strumento urbanistico che fornirà le linee guida per i prossimi vent’anni: che cosa, quanto e dove si potrà costruire da oggi al 2030. Proprio in quell’anno, secondo le previsioni del piano, la popolazione milanese avrà raggiunto quota un milione e 700 mila.
Va da sé che alla comprensibile soddisfazione della maggioranza — era dal 1980 che la città non si dotava di uno strumento di programmazione urbanistica— fanno da contraltare le durissime critiche delle opposizioni, che parlano apertamente di provvedimento illegittimo, approvato in spregio alle osservazioni dei cittadini, e del rischio che nei prossimi vent’anni Milano venga sommersa da volumetrie equivalenti a quasi duecento grattacieli Pirelli.
In attesa di vedere, già dal futuro più immediato, chi avrà ragione, vale la pena di sottolineare che, rispetto a trent’anni fa, del nuovo piano colpisce soprattutto la flessibilità totale, con l’abbattimento di tutti i vincoli previsti dalla legge precedente, il vero elemento di rottura (e di critica) assieme alla Borsa delle volumetrie, cioè la possibilità per chi possiede un immobile di trasferire in un’altra zona della città i diritti edificatori che gli vengono riconosciuti in quanto proprietario. Una flessibilità che ribalta i principii stessi che dal dopoguerra facevano scuola in campo urbanistico specialmente nelle grandi città: non si può fare (quasi) nulla, poi si vedrà con le varianti. Quindi il nuovo Pgt non proibisce a priori, come succedeva in passato, ma valuta a posteriori l’effettiva esistenza di un interesse per la collettività.
Esistono certamente zone vincolate, ma la filosofia di fondo sembra essere quel «vietato vietare» di tempi lontani, questa volta applicato all’edilizia, e accompagnato, come contrappeso, da consistenti interventi in materia di housing sociale: decine di migliaia di alloggi costruiti nell’ambito dei progetti di riqualificazione di intere aree della città (per esempio gli ex scali ferroviari) messi sul mercato a prezzi si spera vantaggiosi per favorire in particolare i giovani nell’acquisto della prima casa, tassello fondamentale per il «ripopolamento» della città che il provedimento mette in preventivo. Ora si tratta di aspettare, auspicando che la flessibilità non si trasformi in un «liberi tutti» edilizio di cui Milano sicuramente non sentiva il bisogno.
Corriere della Sera ed. Milano
La forma della città
di Alberico Barbiano di Belgiojoso
Il Piano di governo del territorio è stato approvato, anche se con modalità un po’ particolari. Vuole essere innovativo, enunciando flessibilità e trasformabilità: occorre però vedere se adempirà anche al compito, che spetta all’amministrazione comunale, di regolare lo sviluppo della città, e organizzare fra di loro le diverse componenti, fisiche e procedurali. Molte questioni cominciano ora. È stata lasciata molta discrezionalità alla fase di gestione. Milano ha delle caratteristiche di insieme, dei valori e delle risorse; come preservarli e difenderli, e innestare efficacemente su di essi l’innovazione, affinché si generi qualità urbana?
Non basta fare gli urbanisti o gli architetti, occorre ragionare e operare in termini particolari, di progettazione urbana, per individuare le caratteristiche che contano, presenze storiche e paesaggio, ma anche le effettive possibilità di uso della città, le attività e le attrezzature, le centralità e le gravitazioni, i caratteri urbani delle diverse parti, i «riferimenti collettivi» ; che presentano diversi tipi di interesse, non solo visivo, ma anche per la loro storia, per la loro funzione, per l’ «immagine» culturale e il significato che hanno per gli abitanti e per le tante categorie di visitatori che Milano vanta; e occorre saper operare sui «meccanismi urbani» , per scegliere azioni adeguate al risultato che si vuole, e per indirizzare in quel senso gli operatori da cui quel risultato in gran parte dipende.
Molte scelte del Pgt, ed ora della sua gestione, incideranno fortemente sulla realtà della città, e potranno innescare situazioni molto positive, ma potranno distruggerne altre invece importanti. E a Milano si sono già ampiamente espresse idee e aspettative, sui giornali, nei convegni, nella letteratura, sulle funzioni, sui valori urbani, e sui caratteri da adottare come riferimento per i progetti e per i piani; e ciò deve prevalere su quanto può venire fuori dalle sole azioni incrociate degli operatori, dalla semplice utilizzazione di strumenti e indici. Ad esempio, nel campo delle presenze storiche, nel centro e in altre aree di sicuro interesse culturale, il Pgt ha dato delle prescrizioni, ma in altri punti, a certe condizioni, concede deroghe che vanificano quelle indicazioni. Per le prime, è necessaria maggiore determinazione; è inutile conservare se si consentono cambiamenti che modificano l’immagine; non serve alla conservazione e dà costrizioni inutili alla innovazione.
E quelle deroghe costituiscono veri e propri «smontaggi» delle scelte di partenza. Nella gestione andrà il più possibile evitato che una ottusa utilizzazione di quelle procedure (convenzioni, piani attuativi) cancelli quelle strategie. Ciò modificherebbe l’intera previsione, che invece è un sostegno per il Piano generale, ed è stata approvata con le procedure di insieme e deve restare vincolante.
E con la perequazione, che consente ai privati di usare i loro diritti volumetrici in altre aree, ora non prevedibili, e non risultanti da una scelta di insieme, può succedere di contraddire la impostazione del Piano generale. Occorre dire che in certi punti le volumetrie create dalla perequazione non possano andare. Non possiamo rischiare di «disfare» l'immagine della città; dobbiamo anzi decidere come farne una città bella. Raramente i grandi progetti hanno generato la qualità urbana che enunciavano.
Molto di più si può fare conoscendo le diverse realtà, nel centro e nelle periferie, e calibrando su di esse gli interventi. Un processo di Piano si trova comunque a operare su componenti che devono restare più vincolanti, e su altre più libere. Con i piani regolatori tradizionali era più facile controllare criteri e risultati, e le varianti permettevano gli aggiustaggi nel tempo senza perdere il controllo. Con il sistema più «dinamico» del Pgt occorre gestire un sistema complesso, e avere idee più chiare sia sugli obiettivi che sui risultati che si vogliono. Benvenuto il nuovo procedimento, ma attenzione a usare anche gli strumenti più sofisticati che sono necessari per la gestione del tutto; il che è possibile, mentre il «lasciar tutto libero» ha senza dubbio effetti negativi (non tutti prevedibili) sulla città, che peraltro già presenta diversi problemi da risolvere e molte situazioni da migliorare.
Corriere della Sera ed. Milano
Approvato il Pgt: «Decisione storica Milano sarà più verde e attraente»
di Rossella Verga
Dopo trent’anni il vecchio piano regolatore va in pensione e lascia il posto al nuovo piano di governo del territorio che spazza via i vincoli urbanistici in nome di una città «flessibile» . Il documento, che allarga lo sguardo fino alla Milano del 2030, è stato approvato dal consiglio comunale (con i soli voti della maggioranza) dopo un iter lunghissimo e infinite polemiche: 34 i «sì» compreso quello del sindaco, Letizia Moratti, che si è presentata in aula puntuale per l’appello e ha permesso con la sua presenza il raggiungimento del quorum (31 consiglieri) per cominciare la seduta. Il centrosinistra al momento del voto ha lasciato l’aula per protesta e per tutto il consiglio ha esposto sui banchi i cartelli: «Non finisce qui» .
Già la prossima settimana saranno pronti i ricorsi. Due i voti contrari, quello di Barbara Ciabò (Fli) e di Carlo Montalbetti (Api). Mentre il Terzo Polo si è spaccato in tre: accanto al «no» della Ciabò, il voto favorevole di Pasquale Salvatore dell’Udc («Per coerenza con il mandato istituzionale» , ha spiegato) e l’astensione del presidente del consiglio comunale, Manfredi Palmeri. «Non è giusto il percorso intrapreso — ha sostenuto invece la Ciabò— Non si possono prendere in giro i cittadini così: non è etico» . Un applauso ha dato il benvenuto al Pgt davanti all’assessore allo Sviluppo del territorio, Carlo Masseroli, visibilmente commosso.
«E’ finito il tempo di parlare del piano — ha detto — ed è già iniziato il tempo del lavoro per farlo diventare realtà» . Masseroli, che ha citato Bloomberg e Cameron, ha definito il Pgt una «riforma liberale» . Che porterà, ha ricordato, «30 mila alloggi in housing sociale, 22 parchi, servizi diffusi per la città, la circle line, l’agricoltura in città e altro ancora» . L’assessore ha ringraziato anche i 1.200 cittadini che hanno depositato le osservazioni. «Ho detto e ripeto — ha aggiunto — che sono meno dello 0,1 per cento dei residenti di Milano. Non per sminuire il loro lavoro ma per fare i conti fino in fondo con la realtà» . Non è mancato un attacco alle opposizioni che hanno annunciato ricorso: «Trovo che sia un segno di debolezza politica— ha osservato— e sono sicuro che chi dovrà eventualmente giudicare saprà leggere la ragionevolezza del nostro lavoro» .
Il sindaco ha preso la parola in aula solo per ringraziare l’assemblea per il lavoro svolto («anche i consiglieri d’opposizione» , ha precisato), l’assessore, alcuni esponenti di maggioranza, gli uffici e il segretario generale ed è incappata in una piccola gaffe dimenticando il presidente Manfredi, salvo poi riprendere la parola per riparare. Chiusi i lavori ha sottolineato in una conferenza stampa che con il Pgt avremo «una Milano più aperta e più attrattiva» . «Il nuovo piano urbanistico — ha aggiunto — porterà più verde, più servizi e più infrastrutture di trasporto pubblico. Ci darà una città dove vivere bene, in classe A, dove ci saranno più efficienza energetica e bollette meno care» .
E sui ricorsi: «La politica deve dare risposte politiche — si è limitata a dire— e non ricorrere alla magistratura» . Soddisfatto il capogruppo del Pdl, Giulio Gallera, che ha ribadito la legittimità del metodo adottato per la discussione delle osservazioni. «La sorte ha messo sul nostro cammino— ha affermato— l’opportunità di riscrivere le regole di sviluppo della città» . Contenta la Lega: «Grazie a noi dimezzato il cemento e ora Milano riparte» , commenta Matteo Salvini. Per il via libera al provvedimento più importante del mandato, costato all’amministrazione 48 mesi di lavoro, è arrivato a Palazzo Marino lo stato maggiore del Pdl locale: il neocoordinatore regionale, Mario Mantovani, e il segretario cittadino, Luigi Casero.
In tribuna anche alcuni cittadini firmatari delle osservazioni respinte, che hanno commentato il voto con un «Buu» . Plauso invece da Assolombarda: «Grande soddisfazione dei nostri imprenditori per l’approvazione, un passo importante» ha fatto sapere il presidente, Alberto Meomartini. E dopo l’approvazione, il sindaco ha voluto festeggiare con la maggioranza al Bar Zucca, in Galleria: «E’ un momento storico — ha sottolineato — e non potevamo che scegliere un locale storico per il brindisi» .
Il centrosinistra: un atto illegittimo, subito il ricorso
Gli avvocati sono al lavoro e i ricorsi potrebbero essere presentati già la prossima settimana. «Noi abbiamo diritto specifico — spiega Basilio Rizzo, della lista Fo— perché è stata violata la funzione dei consiglieri» . Rizzo spera che si arrivi a un «ricorso unitario» dell’opposizione, ma non sarà così.
Il verde Enrico Fedrighini si chiama subito fuori: «Sfera politica e giudiziaria devono rimanere separate, specie in questo caso— chiarisce— Perché l’errore compiuto, tutto politico, è stato quello di subire tempi dettati da una legge regionale sbagliata» .
Anche Carlo Montalbetti (Api) non firmerà il ricorso. «Credo che questa sia una battaglia politica— concorda— e che debba continuare nella prossima amministrazione con tutte le armi» . Montalbetti immagina che comunque i ricorsi fioccheranno: dagli operatori e dalla società civile» .
Mentre il Pd riconferma che si opporrà, ma sta decidendo in quale sede: «Valuteremo quelle più opportune— precisa il capogruppo, Pierfrancesco Majorino — Stiamo vedendo se è più efficace il Tar, il Capo dello Stato o altro» .
Ricorso sarà, in ogni caso. Nel frattempo, ieri davanti a Palazzo Marino, i capigruppo dell’opposizione hanno consegnato 5 scatole di osservazioni (in tutto 4.765) al candidato sindaco Giuliano Pisapia. «Sono i contributi dei milanesi al Pgt cancellati con un gesto autoritario» , ha ribadito Majorino. «Un atto simbolico ma anche un passaggio di consegne importante— ha aggiunto Pisapia, per il quale quello approvato è un «Pgt scritto sull’acqua» — Questo diventa un impegno della mia candidatura e di quando sarò sindaco di Milano per far sì che il nuovo piano tenga conto delle indicazioni dei cittadini» .
La battaglia contro la decisione della maggioranza di accorpare le osservazioni in 8 gruppi è proseguita in aula. «Trattate con burocratica insofferenza le osservazioni di tanti cittadini — ha accusato Rizzo— E nella modalità siete stati molto male consigliati. Oggi pensate di avercela fatta, ma sapete benissimo che ci sarà un secondo tempo» . «Il centrodestra ha cancellato le osservazioni— ha attaccato Majorino — perché altrimenti non avrebbe avuto la forza numerica e politica per entrare nel merito delle numerose riflessioni giunte da cittadini, associazioni, enti» . Duro anche l’onorevole Pierluigi Mantini, dell’Udc: «Illegittimo il metodo dell’accorpamento forzoso, il Pgt non garantisce i diritti» .
Una delle numerose balle mediatiche che circolano nel nostro Paese è che i grandi musei del mondo sono imprese che fanno un sacco di soldi. E che siamo soltanto noi italiani a non saper sfruttare questa miniera d’oro dei tanti (qualcuno già dice troppi) musei, non sappiamo bene se 4.100 o un po’ di meno. Il primo esempio che viene citato di museo-macchina-da-soldi è il Louvre. Bisognerebbe allora leggersi i bilanci del mega-museo parigino. Uno dei più recenti ci dice che, nonostante gli 8 e più milioni di visitatori, i proventi della biglietteria sono risultati pari a 40,6 milioni di euro e che le “risorse proprie” del più grande museo del mondo sono state pari a 72,7 milioni di euro. Comprese sponsorizzazioni e donazioni (13,2 milioni). Ma a quanto sono ammontate le spese generali? A poco meno di 190 milioni. Difatti le sovvenzioni ricevute dallo Stato sfiorano i 110 milioni. Certo, dal 18-20 per cento di risorse proprie di una quindicina di anni fa si è saliti al 38 circa. Ma siamo lontanissimi dal guadagnare anche un solo centesimo. Di passaggio conviene sottolineare che al Louvre il personale pesa per un 44 per cento circa del bilancio.
Per altri grandi musei ho dati del 2001. Allora le sovvenzioni pubbliche andavano dal 60 al 77 per cento per il Rijkmuseum di Amsterdam, per il Prado, per il Museo Reale di Bruxelles, per l’Arken danese e così via. Casi a parte British Museum e National Gallery di Londra che, come è noto, sono “a offerta” ed hanno entrate proprie molto basse, escluse sponsorizzazioni e donazioni. Pure a parte c’è il caso dei Musei Vaticani, ma non mi risulta che sin qui, su quei bilanci, ci siano state indagini approfondite. Si sa che, su 3 milioni circa di visitatori, il 95 per cento paga un ticket mediamente più caro di quello dei nostri musei o delle nostre aree archeologiche dove la metà circa degli ingressi sono gratuiti (e riguardano studiosi, studenti, scolaresche, anziani, ecc.). Del resto, la cultura è o non è un servizio?
Ma v’è chi ritiene che anche con Verdi e con Rossini si “possa mangiare”, nel senso che si possono guadagnare dei bei denari. Illusione. Sembra già un vero e proprio miracolo laico che sotto la gestione di Gianni Borgna e di Carlo Fuortes, col propellente principale delle stagioni di Santa Cecilia, Musica per Roma, che gestisce il Parco della Musica, abbia raggiunto quote insperate di autofinanziamento, sul 66-67 per cento. Ma, puntualmente, il sindaco Alemanno si è intromesso congedando un competente come Borgna (che vi si dedicava a tempo pieno) per metterci il presidente degli industriali romani nonché presidente della Manifatture Sigaro Toscano SpA, partner di Egon Zender e di altro ancora, Aurelio Regina. E già il responsabile Cultura del Pdl, Federico Mollicone, attacca l’economista Carlo Fuortes amministratore delegato di Musica per Roma: un altro siluramento in vista per ragioni squisitamente politiche?
Ma torniamo a Verdi, cioè al teatro d’opera. Per dire che in nessun Paese di tradizione musicale lo Stato e gli enti regionali e locali si disinteressano della partita. Certo nessuno raggiunge i livelli del Teatro Costanzi di Roma dove, a fronte di una produzione limitata, i dipendenti risultavano aumentati (con gli aggiunti di Caracalla), mentre rimaneva modestissimo il livello delle entrate proprie. Però all’Opera Bastille di Parigi e all’Opera di Berlino le sovvenzioni pubbliche stanno sul 60-65 per cento e a Vienna salgono ancora. Del resto, è sempre stato così: ai tempi di Rossini e di Verdi l’intervento statale era determinante nei territori governati dall’Imperial Regio Governo, mentre Gioacchino Murat aveva importato a Napoli la casa da gioco (nel foyer del San Carlo) per finanziare anche così l’impresa teatrale. Insomma, gestiamo meglio l’intero apparato museale e teatral-musicale, risparmiamo, ma non illudiamoci di guadagnare “un mucchio di soldi”. Dati internazionali alla mano, è una balla clamorosa e deviante. Dovunque la cultura è considerata, questo sì, un buonissimo investimento: per quanto dà ad un Paese in termini di creatività e per l’indotto turistico che provoca. Formidabile se si è bravi e soprattutto non si strangola la cultura.
Costruire la città su se stessa senza consumare suolo - pilastro del Piano di governo del territorio - significa riempire i (pochi) buchi della città consolidata e riqualificare le aree dismesse e spesso abbandonate al degrado. Aree che un giorno potrebbero ospitare 18 milioni di metri cubi di costruito su 6 milioni di metri quadrati di superficie, pari a 144 nuovi Pirelloni: 26 quartieri ex novo che offriranno alloggi a 100mila persone, oltre a 5 milioni di metri quadrati di verde, nuovi servizi e infrastrutture.
Sono i cosiddetti "ambiti di trasformazione urbana": fazzoletti di terra più o meno grandi e sparpagliati per la città dove l´amministrazione ha deciso di concentrare la maggior parte delle volumetrie che il nuovo piano regolatore produrrà. Sette scali ferroviari chiusi di proprietà delle Ferrovie, cinque caserme del demanio e alcune zone di proprietà comunale (Porto di Mare) o privata (via Stephenson) che da anni aspettano un piano di riqualificazione. Una grande opportunità di rinascita per la città, ma anche un possibile business per chi ha fatto del mattone la gallina dalle uova d´oro. Perché oltre all´housing sociale obbligatorio (di media il 35 per cento del costruito dovrà essere destinato a residenza a prezzi calmierati) e alla percentuale di verde stabilita dal Comune, gli immobiliaristi potranno realizzare interi nuovi quartieri. Come? Impossibile dirlo oggi perché il Pgt fissa solo le quantità.
L’assunto che l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli sbandiera come la grande rivoluzione di Milano è infatti quello della flessibilità o, per dirla con le sue parole, delle «poche regole, ma chiare». Un principio che se per l’amministrazione è il punto di forza del nuovo piano per qualcuno è il suo punto debole. Perché per assicurarsi uno sviluppo equilibrato della città, dicono in molti, c’è bisogno di una regia che governi le trasformazioni, mentre la flessibilità su cui si costruisce l’intero Pgt rischia di diventare una resa alle esigenze del mercato. Ma vediamo, nello specifico, quali saranno i grandi cambiamenti in città che, se le procedure burocratiche non dovessero subire altri intoppi, potrebbero iniziare a concretizzarsi tra il 2020 e il 2025.
[IN CENTRO]
Tre sono gli ambiti di trasformazione che insistono all’interno della cerchia dei Bastioni: la caserma di via Mascheroni dove dovrebbe trasferirsi l’Accademia delle Belle Arti di Brera, una fetta di binari dismessi della stazione Cadorna, dove si potrà edificare fino a 100mila metri quadrati di superficie, e il carcere di San Vittore. Arenato il progetto della Cittadella della giustizia, che prevedeva il trasferimento a Porto di Mare del carcere e degli uffici del Tribunale, è difficile che San Vittore venga spostato. Ma se così fosse, nell’area di 65 mila metri quadrati dovrà nascere un parco di circa 13 mila metri.
[A NORD]
Uno degli ambiti di trasformazione più grandi di Milano è quello che comprende l’ex scalo Farini - qui si potranno costruire fino a un massimo di 650mila metri quadrati (di cui il 20 per cento di housing sociale) e sorgerà un grande parco grande il 65 per cento della superficie totale - e la Bovisa con il progetto del parco scientifico dedicato all’università e alla ricerca in attesa di realizzazione da anni. Sempre a Nord però potrebbero vedere nuove destinazioni d’uso le gallerie abbandonate della stazione Centrale tra via Sammartini e via Ferrante Aporti, le caserme di via Montello e via Messina, l’area di via Litta Modigliani e l’ex scalo di Greco.
[A OVEST]
Sulla direttiva che porta all’Expo - zona che fra qualche anno diventerà strategica - sono due gli ambiti di trasformazione che potrebbero cambiare il volto della periferia. Uno è via Stephenson, dove la maggior parte dei terreni è di proprietà di Salvatore Ligresti. Qui Masseroli ha immaginato una Défense in stile meneghino, con un indice di volumetria a 2,7 (il più alto di tutto il piano) per fare di questo luogo, oggi scollegato da tutto, un quartiere d’affari con 50 grattacieli. L’altro è Cascina Merlata, un’area di oltre un milione di metri quadrati che un domani potrebbe essere ben collegata al centro da una rete di infrastrutture che ne alzerebbero improvvisamente il valore di mercato.
[A SUD-EST]
Al di là dei terreni del Parco Sud su cui sarà vietato costruire ma che produrranno volumetrie da trasferire altrove, la zona a Sud comprende quattro scali ferroviari da ripensare (San Cristoforo, Romana, Rogoredo e Porta Genova) e l’area di Porto di Mare che conta un milione e 200 mila metri quadrati su cui potranno spuntare altri edifici. La parte Est invece vede due importanti ambiti di trasformazione di interesse pubblico: il Forlanini e Cascina Monluè, entrambi con un indice di edificabilità pari a 1.
la Repubblica
Pgt, la rivolta della società civile "La giunta uccide la partecipazione"
di Franco Vanni
Hanno passato mesi a studiare proposte per migliorare il piano del governo del territorio. E ora che la maggioranza di centrodestra a Palazzo Marino ne ha fatto carta straccia con un voto del consiglio comunale, si ribellano. Architetti ed economisti, associazioni e sociologi - in due parole, la società civile - condannano il colpo di spugna della giunta Moratti: «È un’offesa alla democrazia e consente il varo di un Pgt che avrà effetti disastrosi», dicono.
Forse non ci avevano creduto, ma sperato sì. E ora che il gioco è chiaro si arrabbiano. Le associazioni, gli architetti, i sociologi e gli economisti che avevano presentato osservazioni al Pgt, dopo avere saputo che non saranno nemmeno prese in considerazione, si ribellano. Un riassunto del sentimento della società civile - all’indomani del voto con cui la maggioranza in consiglio comunale ha accorpato le 4.765 richieste di modifica al Pgt in otto gruppi da votare entro il 14 febbraio, impedendone la discussione - lo dà l’economista Marco Vitale: «Quello della giunta Moratti è un atto di violenza e ignoranza che uccide la partecipazione in una città che ne avrebbe bisogno - dice - . Passerà un Pgt pensato per favorire alcuni costruttori ma fatto così male che nemmeno loro ne trarranno vantaggio».
Lunedì scorso Repubblica Milano ha pubblicato l’appello di Libertà e Giustizia, che chiedeva al sindaco di inserire nel Pgt «impegni sulla mobilità sostenibile, sulla lotta all’inquinamento, sull’intangibilità del Parco Sud, e la disponibilità di spazi di integrazione sociale». Di fronte al netto rifiuto dell’amministrazione a collaborare, ora prevalgono sconforto e rabbia. Fra i firmatari dell’appello c’è don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova: «L’urbanistica è un tema di cruciale - dice - Milano ha bisogno di case in affitto a prezzi accessibili e di una maggiore vivibilità. Rifiutandosi di ascoltare, la giunta perde una grande occasione». Altra firmataria è l’architetto Gae Aulenti, che sbotta: «Quello della maggioranza è stato un gesto tremendo, raggruppare le proposte significa buttarle via, e non è perdonabile».
Chi si è visto cancellare il lavoro di mesi fatto per studiare proposte costruttive al piano del territorio, si prepara ora alla battaglia legale. «È ovvio che sul Pgt si abbatterà una valanga di ricorsi al Tar - prevede Damiano di Simine, presidente lombardo di Legambiente - questo non sarà il Pgt della città, ma di un assessore. Ed è probabile che alla città non piaccia». Fra le associazioni che hanno lavorato per migliorare, a loro vedere, il Pgt c’è la onlus Italia Nostra. «Il nostro è un esempio di come sono andate le cose - dice la vicepresidente Nadia Volpi - conoscendo la situazione del Bosco in Città abbiamo fatto osservazioni relative a quell’area. Le hanno buttate via e si ritrovano ora un progetto in cui, per dire, nemmeno figurano canali e corsi d’acqua». Stesso stupore dimostra Eugenio Galli, presidente di Ciclobby, altro sottoscrittore dell’appello di Libertà e Giustizia. «Il tema della ciclabilità è del tutto assente dal Pgt - lamenta - eppure il Comune due anni fa ha sottoscritto la Carta di Bruxelles, che prevede impegni per trasformare Milano in una città amica delle due ruote.
Noi lo abbiamo fatto presente, ma con un atto antidemocratico la maggioranza ha fatto piazza pulita del nostro contributo come di tutti gli altri».
Sulla poca democraticità del procedimento scelto da Palazzo Marino incentra la sua critica Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai: «Ci sono confronti che sono una perdita di tempo per le amministrazioni, ma questo non era il caso - dice - le proposte di miglioramento del Pgt venivano da enti qualificati, e l’ascolto in questi casi è un dovere». È meno diplomatica l’editrice Rosellina Archinto: «Quello della maggioranza è un atteggiamento vergognoso e dittatoriale e il risultato è un piano regolatore che non risolve i problemi di Milano».
la Repubblica
Il futuro di Milano appeso a un aggettivo (e al verdetto del Tar)
di Alessia Gallione
«Omogeneo: dal greco homogenés, della stessa famiglia, razza. Aggettivo: dello stesso genere, specie, natura». Bisogna partire da qui, dalla definizione che lo Zingarelli dà del termine finito al centro dell’ultima battaglia sull’urbanistica, per capire come il Pgt potrebbe crollare al primo ricorso presentato al Tar. Perché nello scontro sul Pgt tutto ha assunto un peso. Anche le parole. Anche quell’aggettivo, che centrodestra e centrosinistra – sentenze dei Tribunali amministrativi e del Consiglio di Stato alla mano – leggono in modo opposto per giudicare la legittimità del voto delle 4.765 osservazioni dei cittadini e dei 2.748 emendamenti dell’opposizione in soli otto temi. Gruppi "omogenei", appunto, per la maggioranza. Che considera il termine come il lasciapassare per approvare entro il 14 febbraio il proprio Piano del territorio. Una forzatura per il centrosinistra, per cui possono essere discusse insieme solo le richieste di modifica di «identico contenuto».
Bisogna partire dal dizionario e dall’ultima scena. Consiglio comunale, venerdì pomeriggio: è con un colpo di mano che, dopo settimane di discussione, la maggioranza decide. Le osservazioni saranno raggruppate in otto temi: ambiti di trasformazione urbana (1.539 osservazioni), perequazione (1.366), housing sociale (71), servizi (606), infrastrutture e mobilità (573), risparmio energetico (65), verde (320), varie (225). Per ogni gruppo le votazioni saranno tre: una sulle richieste accolte, una su quelle parzialmente accolte, l’ultima sulle respinte. Sempre seguendo questa suddivisione, ma con un solo voto, verranno trattati gli emendamenti. Un documento blindato, insomma. Che non potrà più essere modificato. E soprattutto un accorpamento che per il centrosinistra i giudici amministrativi potrebbero considerare illegittimo. Ecco perché.
A regolamentare l’iter è la legge regionale del 2005, che ha segnato il passaggio dai vecchi Piani regolatori ai Piani di governo del territorio. Dice che è il consiglio comunale a decidere sulle osservazioni «apportando agli atti del Pgt le modifiche conseguenti». Sono fissati anche termini precisi e per Milano e la "creatura" dell’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli la deadline è il 14 febbraio. Questo diritto-dovere dell’aula è garantito con le maxi votazioni? È qui che entra in gioco il termine "omogeneo". Proprio per non discutere ore e ore su osservazioni fotocopia, il consiglio di Stato nel 2008 ha ammesso la possibilità di fare accorpamenti.
Paradossalmente, questa stessa sentenza viene usata dal centrodestra e dal centrosinistra per puntellare i rispettivi ragionamenti. Vale la pena leggere il passaggio: «È legittimo il provvedimento con il quale il Comune, in sede di esame delle osservazioni proposte dai privati... raggruppa tutte quelle che presentano un carattere omogeneo, atteso che risponde al principio di economia procedimentale esaminare congiuntamente le osservazioni che, in ragione del loro identico contenuto, possono essere valutate in un unico contesto e definite con una identica motivazione, evitando il defatigante esame ripetitivo di medesime istanze».
È lo stesso consiglio di Stato, quindi, che chiarisce cosa sia omogeneo: le osservazioni con un «identico contenuto». È l’arma vincente che il centrosinistra pensa di avere in mano. Un esempio. Il primo gruppo tratta gli "ambiti di trasformazione": sono i nuovi quartieri, dagli scali ferroviari alle ex caserme, su cui Milano dovrà espandersi. Per il centrodestra va bene che tutte le osservazioni siano raggruppate così. Per il centrosinistra bisognerebbe non solo trattare separatamente le singole zone (scalo Farini, Porta Romana...), ma accorpare quelle che, in una zona, chiedono provvedimenti simili: aumentare il verde, far salire le costruzioni, aggiungere un asilo...
A conforto di questa tesi, portano altre sentenze. A cominciare da quella del Tar che ha considerato illegittima la votazione in blocco delle osservazioni del Comune di Buccinasco. Sostenendo anche come strumenti urbanistici così complessi «richiedono un esame analitico dei singoli punti in cui si esprime il disegno pianificatorio».
Per presentare ricorso bisognerà aspettare che l’aula voti. Ma intanto lo scontro è politico. Basilio Rizzo della lista Fo lancia una proposta: «Perché non si chiede un parere preventivo di chiarimento al Tar o al consiglio di Stato?». Per Milly Moratti: «Questa amministrazione ha chiesto partecipazione e ora ne fa carta straccia. Dobbiamo qualcosa alla gente».
il Fatto quotidiano
La Madunina ricoperta di cemento
di Ferruccio Sansa
Sarà ricordato come il Piano di San Valentino. Al Piano di Governo del Territorio (Pgt) sono appese le sorti della giunta di Letizia Moratti che per sperare in una rielezione deve farlo approvare entro il 14 febbraio. Anche a costo di raccogliere le 4.765 osservazioni dei cittadini (sostenute da 2.748 emendamenti dell’opposizione) in otto grandi gruppi. Un blitz. Così in Consiglio Comunale le osservazioni saranno votate a botte di mille per volta. Soltanto il 7 per cento sono state recepite dalla Giunta. Non c’era altra strada.
“Il tempo stringe e il consiglio ormai è un fantasma. Sembra il Parlamento, svuotato di ogni funzione”, racconta Basilio Rizzo (professore e consigliere della lista per Dario Fo). Spiega: “Manca continuamente il numero legale e gli assenti sono proprio nella maggioranza. Ma il centrodestra è diviso e chi dispone di un voto lo fa valere caro. Ci sono consiglieri ricomparsi in aula dopo aver ottenuto poltrone nelle municipalizzate”, accusa Rizzo. Già, le elezioni comunali, i posti in Consiglio sono ridotti da 60 a 48, l’arma di molti consiglieri per la poltrona è questo voto. L’Expo annaspa, la città ogni giorno si guadagna nuovi record di inquinamento e il sindaco Moratti deve per forza sventolare almeno una bandiera.
“È il provvedimento più importante di questi cinque anni”, ha detto Letizia Moratti. L’ansia di approvare il documento potrebbe, però, essere un boomerang. Della “borghesia milanese” è difficile trovare tracce dopo il ciclone Berlusconi, ma la società civile si ribella, Libertà e Giustizia lancia un appello. Tra i firmatari Gae Aulenti, Umberto Eco, don Gino Rigoldi. E Milly Moratti, consigliera comunale dell’opposizione, che della cognata sindaco non condivide molto. L’appello svela l’osso della questione: il Pgt disegna la mappa urbanistica di Milano, ma anche quelladel potere economico. “Il Pgt permetterà 35 milioni di metri cubi di nuove costruzioni, come 341 Pirelloni”, racconta Michele Sacerdoti, ambientalista candidato alle primarie del centrosinistra. Aggiunge: “Saranno realizzate abitazioni per 400mila nuovi abitanti, ma secondo lo stesso Comune la città fino al 2030 crescerà di 60mila”.
Milly Moratti non usa giri di parole: “Il Pgt segue un mosaico di richieste dei potenti”. Non è d’accordo Carlo Masseroli, assessore all’Urbanistica: “Il concetto di destinazioni d’uso era superato. Lo abbiamo sostituito con poche regole essenziali che favoriscono lo sviluppo della città pubblica”.
Ecco le parole chiave del Pgt: destinazioni d’uso, cooperative e perequazione. La prima rivoluzione, appunto, è quella di cancellare le destinazioni d’uso. Un modo per “favorire lo sviluppo senza ingessarlo”, come dice Masseroli. Oppure il rischio di un far west urbanistico? Rizzo segnala un pericolo: “La scomparsa delle aree produttive, perché tutti preferiscono puntare sulle case”. Anche se restano vuote. Poi c’è la fetta per le cooperative. È certo un caso che l’assessore all’Urbanistica del Comune, Carlo Masseroli, sia un ciellino come il predecessore, Maurizio Lupi (oggi vicepresidente della Camera). Ma che vantaggio avranno le cooperative? Sacerdoti non ha dubbi: “Si dice che il 35 per cento delle costruzioni sono destinate al social housing, ma solo il 5 per cento diventeranno vere case popolari (una quota conquistata dopo una battaglia dell’opposizione, ndr).
“Un buon 20 per cento sarà affidato alle cooperative – bianche e rosse – che magari venderanno a prezzi ridotti, ma comunque a famiglie con un reddito fino a ottantamila euro l’anno”. Il grande regalo alle cooperative, secondo i critici, è nel “Piano dei servizi”: scuole, strutture sanitarie, tanto per dire. Sostiene Sacerdoti: “Il documento si apre con una citazione di don Giussani. Ma il Comune rinuncia ai nuovi servizi che passeranno ai privati”. Alle cooperative dove la Compagnia delle Opere la fa da padrone. Ma la parolina magica del Pgt è “perequazione”. In soldoni: si prende un'area vincolata come il Parco Sud (l’ultimo polmone verde di Milano) e le si attribuiscono indici di edificabilità. Poi si proclamadi voler salvare il verde trasferendo il diritto a costruire nella città che già scoppia.
“Qui non si tratta soltanto di un'operazione immobiliare, ma anche finanziaria, che rimette in piedi i bilanci”, racconta Milly Moratti. Aggiunge: “I diritti di edificazione potranno iscriversi in un’agenzia che favorisce l’incontro tra venditori e compratori, una specie di borsa”. La vera partita del Pgt e del potere è, però, quella meno nota ai cittadini. Il Piano può garantire a Moratti il gradimento della Milano che conta davvero. Imprenditori e banche che investono miliardi nel mattone sono poi gli stessi che siedono nel cda dei principali quotidiani cittadini. Gente che è meglio avere dalla tua parte, come Salvatore Ligresti. Scorrendo i nomi nelle sue società si trova mezza famiglia di Ignazio La Russa che a Roma è ministro della Difesa, ma che a Milano conta davvero. Nel cda di FondiariaSai si trova suo fratello Vincenzo, che siede anche nell’Immobiliare Lombarda. Il figlio di Ignazio, Geronimo, è nel cda della stessa Premafin nel posto del nonno Antonino. Non sono dettagli: il partito di La Russa ha un ruolo importante negli enti pubblici che approvano i progetti delle società di Ligresti.
“Con il nuovo Pgt – sostiene Milly Moratti – la densità degli abitanti passerà da 7mila a 12mila per chilometro quadrato”. Ma a Milano l’orizzonte è già oggi segnato da gru alte centinaia di metri. La Madonnina e il Pirellone sono dei nani se confrontati con i nuovi grattacieli. Alla vecchia Fiera, che secondo l’allora sindaco Gabriele Albertini doveva diventare “il Central Park di Milano”, ecco invece arrivare le tre immense torri di City Life. E non importa se pare difficile trovare chi comprerà.
È soltanto il primo progetto di una lunga serie: l’Expo, poi il megainsediamento di Santa Giulia, impantanato per le note vicissitudini del gruppo Zunino, e ancora Porta Garibaldi, la sede della Regione realizzata a memoria dell’era Formigoni.
Per non parlare del Pir di Salvatore Ligresti (che realizza anche City Life), della nuova sede del Comune, del progetto per l’Isola, fino alle Varesine. Decine di nuovi edifici, milioni di metri cubi, griffati da grandi progettisti: Hadid, Libeskind, Isozaki, Pei, Cobb e lo studio Kohn, Fox e Pedersen.
Costruire, costruire, costruire. Ecco la parola d’ordine oggi a Milano. Perfino, come ha appurato la Procura, se si realizzano interi quartieri su discariche non bonificate. Poi negli asili costruiti sui depositi di mercurio e cloroetilene intanto ci vanno i bambini.
Il forcone contro il mattone L’agricoltore si oppone a don Salvatore
Andrea contro Salvatore. Per capire il grande intreccio del mattone a Milano si può partire da questa storia semplice. Perché Salvatore altri non è che Ligresti, signore del cemento milanese e proprietario della cascina Campazzo dove Andrea Falappi fa l’agricoltore. Da anni Ligresti cerca di sfrattare Falappi per poter recuperare la sua terra e magari costruire. Ma Andrea resiste al Campazzo, difendendosi a colpi di carte bollate, coinvolge centinaia di cittadini. Però è dura: “Non si può vivere così, è un incubo, sempre con la minaccia dello sfratto che ti pende sopra la testa. Questa vita da precari ti consuma”, racconta Andrea. Non è il solo: decine di agricoltori rischiano come lui di dover lasciare la loro cascina a Ligresti.
È la storia incredibile del Parco Sud. Un luogo che pochi conoscono: cascine, campi, filari di pioppi, bestiame, aironi che arrivano a sfiorare i condomini. Una macchia ancora verde di 46.300 ettari sulla mappa grigia della Lombardia. Proprio per questo gli imprenditori immobiliari ci hanno puntato gli occhi addosso. Primofra tutti proprio Ligresti, che di mercato immobiliare ne capisce. E qui spunta il paradosso: il maggiore proprietario agricolo della zona è proprio lui. No, il re del mattone non si è convertito al grano. Ma allora perché? “Ligresti ha cominciato a comprare da anni. Sperava che i vincoli, come spesso accade in Italia, cadessero”, spiega Renato Aquilani, presidente dell’associazione per il Parco Sud.
Adesso arriva la grande occasione: il Pgt della giunta Moratti. E quella parolina magica: perequazione. Il Piano prevede infatti di attribuire un indice di edificabilità al Parco naturale (proprio così). D’un colpo i terreni di Ligresti vedono aumentare esponenzialmente il loro valore. Poi, assicurano in Comune, non si costruirà: i diritti così acquisiti verranno trasferiti in città. Tra cittadini e associazioni, però, molti sono convinti che questo sia soltanto il primo passo verso la resa del Parco Sud al cemento. Intanto Falappi resiste. Ogni anno arriva l’ufficiale giudiziario e se ne torna a casa sconfitto. Ma Ligresti è un uomo che sa aspettare.
«Allora! This is the Foro». I due turisti californiani sorridono dell'inglese approssimativo della guida, che si rivolge con la stessa disinvoltura a un'altra coppia spagnola. «Erto es el centro de la città.. Andrea il tesserino di riconoscimento non ce l'ha. «No no, lo tengo, è sotto il giubbino: fa freddo. Non vede che neve sul Vesuvio? Ma sono autorizzato, glielo giuro». Il siparietto va in scena a Pompei, a tre mesi dal crollo della Casa dei gladiatori. Lo scandalo finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo è passato senza insegnare nulla. «Gli abusivi? Certo che ci sono. Non è cambiato nulla qui, tre mesi sono pochi. Dovete avere pazienza, voi giornalisti, chiosa un guardiano. Nel sito archeologico la piazza degli Scavi è quasi deserta. Ci sono più cani randagi che visitatori. Già, nonostante il progetto "Cave Canem" e i 100 mila euro versati dall'ex commissario Marcello Fiori per contrastare il randagismo, i quadrupedi continuano a scorrazzare tra le case. Intanto il numero delle domus aperte all'accesso dei turisti dal giorno della distruzione della Schola Armaturarum è diminuito. La domus di Pansa e quella della Fontana Piccola sono state chiuse al pubblico a "scopo precauzionale", mentre quella dei Casti Amanti e quella di Polibio - che era stata attrezzata con schermi al plasma ed effetti speciali, grazie a un progetto multimediale da un milione di euro - sono aperte solo sabato e domenica per mancanza di risorse: per pagare gli straordinari dei custodi non c'è un euro. Il cancelletto è chiuso, la catena blindata e il catenaccio anti-scasso non lasciano molte speranze ai turisti. Ai californiani non resta altro che fotografare, 50 metri più in là, le pietre della Schola. Sono ancora lì, sotto il tendone bianco che copre il mucchio. La foto non è solo l'immagine dell'immobilismo di un Paese, ma pure l'istantanea del fallimento della gestione commissariale voluta da Silvio Berlusconi e dal ministro Sandro Bondi: 80 milioni di euro impegnati in progetti spesso inutili. Le spese denunciate a novembre da "L'espresso" sono ora finite dentro alcuni fascicoli della procura della Repubblica di Torre Annunziata, che indaga su presunte uscite "allegre". Anche la Corte dei conti ci ha buttato l'occhio. Al lavoro ci sono i finanzieri della città campana, guidati dal colonnello Fabrizio Giaccone, che stanno spulciando tutta la documentazione acquisita in queste settimane. Delibere, consulenze, spese di rappresentanza, appalti, mandanti di pagamento. Tutto viene passato al setaccio. Da una parte gli investigatori, dall'altra gli uffici della Soprintendenza, al cui vertice si è appena insediata Teresa Elena Cinquantaquattro. Anche le operazioni degli ultimi due giorni di gestione di Fiori sono sotto la lente d'ingrandimento: in 48 ore sono stati impegnati 15 milioni di euro, cioè il 20 per cento dell'intera dotazione. Ben 54 voci di spesa al ritmo di 5.200 euro al minuto. In questa valanga finale di contratti, ci sono i 3 milioni 164 mila euro destinati alla Wind per la progettazione e la realizzazione di una serie di servizi, come il sito Web di PompeiViva, curiosamente consegnato appena una settimana dopo la stipula del contratto. Una sorta di miracolo multimediale. Un episodio singolare, come quello che riguarda l'appalto per il nuovo sistema di videosorveglianza. Originariamente i lavori sarebbero dovuti essere effettuati dalla Elsag Datamat, società del gruppo Finmeccanica coinvolta in un'inchiesta della procura di Napoli. Nei fascicoli rimasti in soprintendenza c'è ancora traccia di una bozza di incarico (datata 3 febbraio 2010) e di un piano di fattibilità approntato dall'azienda. Ma alla fine Fiori cambia idea, e decide di stipulare quegli appalti con la Wind. Nulla di strano se non fosse che, ancora oggi, i consulenti esterni che seguono quei progetti sono dipendenti incaricati proprio dalla Elsag. Mentre vengono piazzate telecamere, Pompei continua a sgretolarsi. Dal ministero, occupato da 90 giorni nella strenua difesa della poltrona di Bondi, non si annunciano aiuti. Secondo gli studi degli esperti, per mettere in sicurezza il sito archeologico più celebre del pianeta servirebbero 270 milioni di euro, ma finora non è stato messo sul tavolo nemmeno un centesimo. Gli altri muri crollati dopo la Schola restano a terra, il terrapieno sopra via dell'Abbondanza continua a franare, nel tunnel sotto gli spalti dell'Anfiteatro c'è ancora una discarica. Se il governo è immobile, Pompei punta allora sugli industriali partenopei. Che non hanno promesso miracoli (non metteranno mano ai portafogli), ma hanno annunciato progetti per attrarre investitori dall'estero, magari arabi, sulla falsariga di quel che sta accadendo a Roma, dove Diego Della Valle investirà milioni per il restauro del Colosseo. Tra loro c'è pure Aurelio De Laurentiis. «Guardi va bene tutto», afferma la guida infreddolita, «basta che il prossimo cinepanettone non s'intitoli "Natale a Pompei", perché qui non c'è niente da ridere».
«La giurisprudenza di Tar e Consiglio di Stato è tassativa: le osservazioni al Pgt devono essere esaminate non in complessi disomogenei ma una per volta, salvo casi precisi. Un punto fondamentale, che non è stato rispettato. A dimostrazione che questa giunta guarda solo a interessi economici, e ignora quel che viene dal basso».
Giuliano Pisapia, candidato sindaco del centrosinistra. È un atto di forza della giunta la decisione sul voto del Pgt?
«No, è solo un atto di debolezza. Anche l’ultimo piano regolatore, tanti anni fa, fu approvato discutendo ogni singola osservazione. Evidentemente questa maggioranza, che non è tale neanche nei numeri, si impegna a parole ma poi non mantiene nei fatti, il sindaco e Masseroli invitano i cittadini a fare osservazioni e poi le ignorano, consapevoli che, se fossero state esaminate tutte, non ce l’avrebbero fatta».
Perché?
«Perché spesso manca il numero legale. E perché rischiavano di finire in minoranza: la grandissima parte delle osservazioni sono propositive, quindi avrebbero disegnato un Pgt del tutto diverso da uno che prevede l’equivalente di 243 nuovi Pirelloni e uno sviluppo urbanistico tale da inserire dentro Milano una città grande come Genova».
Cosa si può fare, a questo punto? Ricorrere al Tar?
«Di certo la giunta deve fare attenzione: approvare un piano di governo illegittimo è un rischio. E quando si calpestano le regole della democrazia arriva la mobilitazione dei cittadini. Ma oltre ai ricorsi ci sono altre strade».
Lei ha proposto una moratoria per il Pgt.
«È una prima idea. Il Pgt non è passaggio burocratico, ma uno strumento che determina il futuro della città. Ecco perché sarebbe rispettoso nei confronti dei cittadini rinviarne l’approvazione a una futura giunta. Ma ci possono essere già oggi dei punti limitati di convergenza».
Sta aprendo a una soluzione diversa?
«Credo si possano fare degli stralci al Pgt, approvando ora solo quei punti condivisi da tutti, come l’housing sociale, che è anche un tema urgente. Questo vorrebbe dire che non tutto il lavoro fatto è stato inutile. Ovviamente, però, questa possibilità non vale per l’impianto generale del piano, che è in contrasto con la nostra visione».
Lei è ottimista. Crede davvero che la maggioranza potrebbe accogliere la sua proposta?
«La scelta sulla modalità di voto indica una volontà irreversibile. Ma ricordo anche che ci sono 5 referendum ambientali in ballo: non si può adottare un piano di governo del territorio ignorando il risultato di quel voto. E comunque il Pgt, se approvato ora, potrà essere annullato o modificato dalla prossima giunta».
Se non questo Pgt, quale immagina da sindaco di Milano?
«Il nostro terrà conto prima di tutto della città metropolitana, a differenza di questo, che si ferma ai margini di Milano. Bisogna invece considerare i rapporti con chi entra e esce dalla città. Secondo punto: si dovrà rivedere totalmente il meccanismo della perequazione, senza toccare i territori agricoli che invece vanno rafforzati. Lo stesso vale per i parchi urbani e i giardini storici: vanno salvaguardati, limitando al minimo indispensabile la possibilità di costruirvi all’interno».
Un altro pilastro del suo Pgt?
«Si dovrà intervenire sul territorio studiando modalità di riduzione del traffico, di aumento del trasporto pubblico e un sistema di parcheggi nella fascia di accesso alla città. E poi guardiamo a una città moderna, con luoghi di aggregazione per giovani e anziani che questo Pgt non prevede, perché pensato solo per persone ad alto reddito e uffici».
Il Pgt attuale riempie la città di nuovi palazzi. Il vostro?
«Sarà studiato sulle necessità di persone che hanno superato i limiti di reddito delle case popolari, su chi sta migliorando la sua posizione senza potersi permettere le case di lusso immaginate da questi signori, destinate a restare sfitte o invendute».
Chi sta lavorando al vostro progetto di Pgt?
«Un gruppo di lavoro molto robusto - uno di quelli della mia officina - che raccoglie grandissime professionalità del mondo dell’università e del lavoro. Partendo, ovviamente, dai programmi dei quattro candidati alle primarie».
Da sindaco, quanto tempo ci metterà ad approvare un nuovo Pgt?
«In sei mesi ce la possiamo fare. E nel frattempo, a differenza di quanto dice il centrodestra, la città non si fermerà».
postilla
A Milano si confrontano idee alternative di società, di democrazia e, quindi, di città. Per gli amministratori attuali, ascoltare e valutare le proposte dei cittadini è un'inutile perdita di tempo. I pareri che contano sono già stati ascoltati, ed è su quella base che è stato prefigurato il cosiddetto "sviluppo urbanistico" della città. Per questo le richieste di dialogo, pur doverose, resteranno inascoltate. Ci auguriamo che i prossimi amministratori abbiano una visione più inclusiva e solidale del governo del territorio, meno prona agli interessi immobiliari. L'attuale legge urbanistica regionale, criticabile sotto altri aspetti, offrirà loro strumenti e occasioni adeguati per alimentare il dibattito pubblico, prima, durante e dopo il voto consiliare. (m.b.)
Caro Eddyburg, in autunno il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha annunciato l’adozione del nuovo Piano Strutturale della città “a volumi zero”. La scelta è quella di dire basta al consumo di suolo e azzerare le previsioni non attuate del vecchio Piano regolatore. Come si spiega nelle interviste e comunicati stampa, ciò non significa “bloccare la città”, le possibilità di costruire deriveranno dal recupero di volumi esistenti. Attraverso un sistema di “crediti edilizi”, si potranno demolire gli edifici “in difformità rispetto ai contesti urbanistici” (ad esempio capannoni in contesti residenziali) e trasferire i volumi in altre parti della città, con un bonus del 10% di costruito e uno sconto sugli oneri. Quali sono queste altre parti? Le aree dismesse (sembra) in cui sono infatti previsti 9.800 alloggi.
Non conosco la realtà fiorentina e queste poche informazioni mi stuzzicano molte domande. Cosa si intende esattamente per previsioni non attuate? Includere o no anche i piani particolareggiati approvati, ma non attuati può fare la differenza di molti ettari. Quale sarà la destinazione delle aree oggetto di demolizione? Quale è la relazione tra aree dismesse e trasferimento delle volumetrie?
Una cosa però mi sembra chiara: il piano non aggiunge nuove previsioni di espansione e l’intenzione dichiarata è quella di limitare e di gestire quelle pregresse. Questo marca la differenza con molte altre esperienze che hanno tentato di limitare il consumo di suolo, ma sempre facendo salvi i residui dei precedenti piani, ancora considerati un tabù per la paura che si sollevino ricorsi a catena. Credo che il piano di Firenze ci dia una importante occasione per riaffermare che le previsioni urbanistiche non costituiscono automaticamente un “diritto acquisito”, e che per invertire la rotta del consumo di suolo è necessario mettere mano al fardello dei residui ereditato dalla stagione pianificatoria “sviluppista”.
Delle modifiche al Piano strutturale di Firenze apportate dal nuovo sindaco Renzi ci siamo già occupati riportando l’argomentata posizione critica del Comitato dei cittadini di Firenze aderente alla ReTe (“ Il piano strutturale di Firenze: Onestamente indifendibile”). Tenendo conto anche di una intervista della dirigente del settore, Stefania Fanfani (la Repubblica, ed. Firenze, 14 dicembre 2010), possiamo riassumere gli elementi del discorso come segue.
Quando il sindaco afferma di aver cancellato tutte le vecchie previsioni del PRG dice una verità incompleta. Non fa riferimento ad alcune eccezioni: poche previsioni sulle quali il comune ha perso contenziosi (così dice la dirigente) per un totale di 5 ha; altre previsioni derivanti dalla delocalizzazione di edifici incongrui (di cui è nota l'entità, 150.000 mq di SUL, ma non il sito dove le volumetrie potranno essere ricostruite, né la quantità corrispondente di suolo consumato); i piani attuativi già autorizzati dalla precedente sciagurata giunta, il più significativo è quello di Castello (svariate decine di ettari, su cui sono edificabili circa 400.000 mq di SUL), ma ce ne sono molti altri per un totale di 678.000 mq di SUL. Sommando queste tre componenti il suolo consumato potrebbe accrescersi di svariate decine di ettari.
La semplificazione propagandistica (verrebbe da dire: “pubblicitaria”) dello slogan "volumi zero" è indubbiamente fuorviante, dato che i metri cubi messi in gioco dal nuovo piano - tra ristrutturazioni urbanistiche e nuove costruzioni - ammontano a qualcosa come 4,5 milioni. La dirigente ha infatti riconosciuto che sfruttando tutte le possibilità del piano, la città potrebbe crescere di 70.000 abitanti (+25%).
Ciò detto crediamo che si debbano sottolineare due elementi di riflessione.
(1) Il fatto che il PS cancelli le previsioni residue del PRG senza temere contenziosi: riconosca cioè che i cosiddetti “diritti edificatori” sono una balla. E' un punto a favore dell’attuale amministrazione fiorentina, che testimonia quanto siano pretestuose le scuse accampate da altre amministrazioni (e altri urbanisti di chiarissima fama). Sull'argomento si veda il parere di V. Cerulli Irelli e la nota di E. Salzano.
(2) Le dimensioni della trasformazione urbana sono comunque ingenti; testimoniano l’assoluta inutilità (se non per la proprietà fondiaria) dell'ulteriore espansione. Rimettendo in gioco gli spazi dismessi, sottoutilizzati, degradati è insomma possibile soddisfare la domanda attuale e futura. É su queste aree - parte delle quali di proprietà pubblica - che si gioca il destino dei prossimi anni delle città. Chi comanda? I privati come a Milano? Il pubblico? Con quali prerogative, strumenti e criteri? Le nostre riflessioni alla scuola estiva sono quanto mai attuali.
E pensare che ce l'aveva messa tutta per far disputare il gran premio di Formula 1 all'Eur. Il sindaco Alemanno con i suoi collaboratori avevano addirittura commissionato attraverso l'Ente Eur un sondaggio utile a dimostrare che gli abitanti erano favorevoli alla manifestazione. Le domande erano di rara scientificità, tipo: «L'intervento permetterà di riqualificare l'area delle Tre Fontane e di renderla sicura, visto che oggi è abbandonata. Lei è favorevole?». Oppure: «Il Gran premio porterà moltissimi posti di lavoro. Lei è favorevole alla F1 in questa prospettiva occupazionale?»
Ora che Bernie Ecclestone ha notificato che in Italia si disputa già la gara di Monza e che è impossibile organizzare due gran premi nella stessa nazione, come la mettiamo? Il conto del sondaggio e di tutta la mole dei progetti che sono stati fin qui redatti lo paghiamo noi attraverso il bilancio dell'Ente Eur e del comune oppure lo giriamo a Maurizio Flammini? Sembra secondario, ma è il tema centrale della vita pubblica italiana in questo difficile momento. Le amministrazioni locali e le municipalizzate gravano comunque sui bilanci pubblici, anche se vengono gestite come impenetrabili feudi da un sistema politico impazzito. Pochi giorni fa, durante lo scandalo di Parentopoli. su queste colonne è stato Marco Bersani a porre la questione in termini efficaci: è ora di finirla con l'uso privatistico di aziende che lavorano solo per sottrarre beni pubblici ai cittadini.
Ce l'aveva messa tutta, il sindaco, perché se fosse andata in porto, la vicenda Formula 1 avrebbe perfezionato una macchina perfetta di svendita delle città. Amministratori comunali affermavano che tutta la macchina economica del Gran premio si reggeva sulla speculazione edilizia. Il privato imprenditore non metteva una lira - una storia sempre uguale - doveva soltanto avere in regalo terreni pubblici su cui costruire edifici privati da vendere successivamente. Insomma, il sindaco voleva privare l'Eur e Roma di terreni pubblici, privatizzarli e riempirli di cemento. Dopo il "modello Roma" di Veltroni basato sulla deroga urbanistica, dopo il sistema della cricca delle piscine dei mondiali di nuoto del 2009, Roma continua ad essere il luogo di sperimentazione dei peggiori mostri. Ora, per fortuna questa macchina si è inceppata. Ma continuerà nei tanti esempi di questi anni, ad iniziare dal «recupero di Tor Bella Monaca», non a caso reso pubblico dal sindaco a Cortina InConTra sponsorizzata dall'Acea, cioè con i nostri soldi.
Questa bruciante sconfitta servirà solo se l'opposizione compirà fino in fondo una esplicita critica al modello accettato in questi anni. La Formula 1 è solo la punta dell'iceberg di un sistema insostenibile che ha unificato tutte le amministrazioni pubbliche, di qualsiasi colore. E di fronte al fallimento è chiaro che da questa spirale che rischia di far sparire al città pubblica si esce soltanto con un nuovo modello di economia, ad iniziare dalla vita delle nostre città. Basta con il cemento e vogliamo decidere sui nostri soldi sono gli obiettivi iniziali.
Siamo alle comiche finali, come direbbe il suo ex capo, Gianfranco Fini. L´ultima trovata di Gianni Alemanno, sindaco per caso della capitale, sarebbe quella di chiamare come vice Guido Bertolaso, il Capitan Terremoto appena pensionato dalla Protezione civile.
Un colpo di teatro che dovrebbe risollevare l´immagine dell´amministrazione capitolina, in caduta libera. Il sondaggio annuale del Sole 24 Ore indica Alemanno fra i sindaci meno amati d´Italia, soltanto un´incollatura davanti ai casi disperati del palermitano Cammarata e della napoletana Russo Iervolino.
Con tutte le perplessità che evoca la figura di Bertolaso, si tratterebbe in ogni caso di un passo avanti. Indietro, del resto, era difficile compierne. Da tre anni i romani assistono al bizzarro esperimento di una grande capitale dell´umanità governata da una curva di ultras della politica. Un pugno di ex camerati del Fronte della Gioventù romano, più parenti e amici, proiettati da un destino crudele (e dall´imbecillità degli avversari politici) verso una missione impossibile. Governare una città che ha la popolazione e il bilancio di un piccolo stato europeo, e la storia di molti messi insieme. Per qualche tempo i romani, anche chi non l´aveva votato, ha sperato che Alemanno e i suoi potessero farcela. Così come si tifa allo stadio per una squadra di terza categoria giunta in finale. Ma ora il fallimento è conclamato e perfino ammesso.
Gianni Alemanno è stato per tre anni il sindaco marziano di Roma, senza un rapporto vero con la città. Distante, impaziente, forse persino deluso da una vittoria insperata che gli ha negato una più comoda poltrona di ministro, alle prese con problemi troppo più grandi di lui. Circondato per giunta da una compagnia di fedelissimi, pronti a sfoderare il pugnale per difenderlo, magari in cambio di un posto per il cognato o la prozia, ma del tutto inadeguati a compiti di governo. Ha svolto il compito di malavoglia, eccitato soltanto dalla possibilità di fare ogni tanto annunci d´ispirazione marinettiana, come la demolizione di Tor Bella Monaca, l´abbattimento delle opere di Meyer o il gran premio di Formula Uno all´Eur. E dire che s´era guadagnato il voto con la critica alla "politica spettacolo di Veltroni". Prima della cultura, dei festival, dei concertoni e concertini, diceva Alemanno, bisogna pensare alle buche nelle strade, alla criminalità, all´economica cittadina. La cultura infatti è quasi azzerata, ma non così le buche e i buchi in bilancio. I romani, tolleranti ma non fessi, se ne sono accorti e gli indici di popolarità sono crollati. Al disastro finale ha pensato la rapinosa compagnia dei collaboratori, con una serie di scandali all´insegna del "tengo famiglia".
Ora il marziano sindaco pensa di rimontare affiancandosi un marziano vice, ancora più bravo a fare annunci mirabolanti in televisione. Si tratta comunque, già dal nome, dell´ammissione di uno stato d´emergenza. Se fallisce anche la mossa Bertolaso, si può provare col mago Silvan e Harry Potter. Oppure dimettersi e fare posto a uno del mestiere. Tanto una poltrona da ministro ad Alemanno non gliela toglie nessuno. E al governo l´incompetenza non è un problema.
Notizie sinistre dalla Sardegna, La giunta Cappellacci ha deciso di costituire un tavolo coordinamento tecnico-scientifico il quale (riprendiamo una nota dal sito della Regione) “affiancando le strutture regionali, ha lo scopo di agevolare il raccordo con i territori per la programmazione di azioni di valorizzazione del paesaggio e parteciperà alla definizione di obiettivi e azioni strategiche in tema di riconoscimento e valorizzazione del paesaggio sardo”.
Due volte la parola “valorizzazione” in una breve sintesi. E sappiamo che cosa significa “valorizzazione” per il pensiero corrente della destra (e ahimè non solo della destra) oggi in Italia. Significa accrescere il valore venale di qualcosa, preferibilmente un bene comune. Quindi, se si parla di territorio e di paesaggio, significa trasformarlo da terreno naturale in lottizzazioni, ville e villette, cemento e asfalto. Significa distruggere natura e paesaggio, bellezza. Significa trasformare beni, patrimoni collettivi costruiti in millenni di collaborazione tra uomo e natura in pezzi ulteriori di quella “repellente crosta di cemento e asfalto” il cui estendersi, come diceva Antonio Cederna, distrugge giorno per giorno il Belpaese.
Il tavolo di coordinamento tecnico-scientifico, precisa la nota della Giunta, “ha lo scopo di agevolare il raccordo con i territori”. Sappiamo bene anche che cosa significa questo termine, “territori”, nel glossario di Cappellacci e dei suoi collaboratori. Significa raccordarsi (e soprattutto accordarsi) con quei sindaci che sono stati per decenni gli agenti dello sfruttamento immobiliare delle coste dell’isola. Quei sindaci che hanno visto come fumo negli occhi gli atti significativi che la Giunta Soru ha elaborato per proteggere (finalmente!) quel che resta della bellezza della costa della Sardegna. Quei sindaci che sono stati gli agenti di collegamento tra gli immobiliaristi del Continente, sbarcati per colonizzare le coste sarde, e i “territori” che erano stati loro affidati.
Leggendo il comunicato della Giunta appare chiaramente che il compito assegnato al Tavolo di coordinamento tecnico-scientifico è quello di dare una copertura culturale allo smantellamento del piano paesaggistico regionale elaborato, sotto la guida di Renato Soru, dalla Regione e del Ministero dei beni culturali: uno degli esempi migliori (per vastissimo riconoscimento internazionale) di pianificazione attenta del paesaggio e di messa in valore (non di “valorizzazione”) delle sue qualità naturali e storiche. Quelle qualità – giova ricordarlo con allarme – che sono oggi minacciate a Capo Malfatano e a Tuvixeddu, per l’azione di quelle stesse forze che aspettano con ansia la sostituzione del PPR con un piano finalmente “sviluppista”.
Trasformare i beni comuni in merci, distruggere i patrimoni di tutti – risorse per oggi e per domani – per l’arricchimento di pochi sono gli obiettivi dei “poteri forti” che sembrano oggi vincenti. Leggo nel comunicato della Giunta che al Tavolo, evocato per aiutare a raggiungere questi obiettivi, parteciperebbero anche le Università di Cagliari e Sassari. La cosa mi sembra difficilmente attendibile, ed è probabilmente frutto di un equivoco; le procedure attraverso le quali passa la collaborazione delle università con istituti ad esse esterni sono trasparenti, e avrebbero certamente provocato nelle università un dibattito del quale l’opinione pubblica sarebbe venuta a conoscenza.
La storia del Ponte sullo Stretto di Messina, 3.300 metri, il più lungo del mondo, è anche quella dell’opera più costosa e foriera di spreco di soldi pubblici mai messa in cantiere. Con un preventivo iniziale di 6,3 miliardi di euro, già lievitato a 8, dimostra quanto possa arrivare a costare ai cittadini la propaganda. La società Stretto di Messina Spa (Sdm) è stata fondata nel 1981, ma i costi partono dal 1971 quando una legge definì il ponte “di interesse nazionale” e venne istituito un concorso internazionale di idee. In dieci anni sono stati macinati 373 milioni di lire.
Dalla costituzione della Sdm Spa a oggi si sono spesi altri 420 milioni di euro (900 miliardi di lire). Somma che, se consideriamo l’inflazione, non rende il senso del flusso di denaro pubblico. A cui si deve aggiungere la cifra fin qui pagata al contraente generale Eurolink (associazione di imprese, capofila Impregilo), che non ci è dato conoscere perché alla nostra domanda non è seguita alcuna risposta. Impregilo, presieduta da Massimo Ponzellini, presidente della Banca Popolare di Milano (voluto da Tremonti, ex prodiano ora bossiano), domina il mercato delle Grandi Opere (inceneritori, autostrade), sta nell’Alta Velocità, ma non solo. Grazie al suo assetto societario - che vede gruppi imprenditoriali finanziari con le mani sull’editoria, da Benetton a Gavio a Ligresti - gode di un consenso trasversale alle maggioranze che di volta in volta sostengono i vari governi. La realizzazione del Ponte, se mai si farà, avverrà con prestiti erogati dalle banche, garantiti dallo Stato.
Le autostrade siciliane e calabresi in rovina
L’opera, assicura il governo Berlusconi, verrà inaugurata nel 2016. Per ora è una vera macchina mangiasoldi che a distanza di oltre 20 anni non ha prodotto nulla. La sola opera collaterale è lo spostamento della ferrovia a Cannitello (non ancora terminato), progetto che nasce indipendentemente dalla realizzazione del Ponte anche se viene spacciato come collegato. Fiumi di denaro mentre mancano le risorse per affrontare le penose condizioni in cui versano strade e autostrade calabresi e siciliane, tanto da indurre i sindaci dell'area ionica a minacciare le dimissioni in massa per lo stato di abbandono della SS 106. Nonostante le proteste del movimento No Ponte e degli stessi amministratori, che chiedono l'ammodernamento e la messa in sicurezza della SS 106, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria (ristrutturazione iniziata nel ‘98), il potenziamento delle linee ferrate, il governo continua a rilanciare il Superponte con sempre nuovi annunci. Il tutto in assenza di un progetto esecutivo. E questo accade contro ogni studio serio finora realizzato. Nel 2001 una ricerca commissionata dal governo di centrosinistra ha stabilito che la metà delle persone che attraversano lo Stretto sono pendolari. E l’80% dichiara che non usufruirà del ponte. I camion usano sempre più le navi e la tendenza del traffico automobilistico (dati forniti dall’Autorità portuale) è in diminuzione.
Le metropolitane del mare che non ci sono
Ma nonostante questo, il Ponte sullo Stretto viene finanziato su previsioni di crescita del traffico, non avallate da alcuno studio scientifico, che oscilla tra il 10% e il 30%, entro il 2012: il piano di rientro finanziario infatti si basa sul numero di veicoli che lo attraverseranno. Ma la soluzione per risolvere un traffico che è solo locale - in quanto quello su grande distanza si è già spostato sugli aerei (dall’85 al 2005 vi è stato un incremento del 3000%) - sarebbe realizzare una metropolitana del mare, una serie di barche-bus per collegare 24 ore su 24 Villa San Giovanni a Messina. Basti pensare che nel 1992 la Sicilia era collegata al Nord da 12 treni a lunga percorrenza: oggi ce ne sono appena due. In barba a quel che ripete Berlusconi nel salotto di Bruno Vespa, i cittadini siciliani, per sentirsi più italiani, non hanno bisogno del Ponte, bensì di vie di collegamento più moderne ed efficienti di quelle che oggi li costringono a impiegare 10 ore per andare da Napoli a Catania.
La società Stretto di Messina. Costituita nel 1981, ha dapprima sede a Roma al n.19 della centralissima via Po, 3600 metri quadrati su quattro piani, attico, seminterrato e giardino, costo 75 mila euro al mese di affitto incassato dalla srl Fosso del Ciuccio, immobiliare della Cisl. Poi arriva Prodi, che chiude i rubinetti di questo spreco inaudito di soldi pubblici, non finanziando l’opera. Ma la società non viene chiusa: cambia soltanto sede, trasferita in via Marsala. Sede più piccola (1200 metri quadrati), ma più costosa al metro quadro (600mila euro l’anno - 50mila euro al mese). L’Anas (azionista di maggioranza con l’82%) la affitta da Grandi Stazioni di cui è azionista Sintonia (gruppo Benetton), che controlla Atlantia, cioè Autostrade per l’Italia, che a sua volta detiene attraverso Igli un terzo di Impregilo (la capofila di Eurolink, cioè dell’associazione di imprese che comprende la giapponese Ishikawajima, la spagnola Sacyr ecc…), per poi subaffittarla a Sdm. Il canone - come ci fa notare l’ufficio stampa - comprende per fortuna le utenze elettriche, la gestione degli impianti, dei servizi di portineria, di guardia e di pulizia. Quarantanove dipendenti, di cui solo otto distaccati dall’Anas e da società controllate e quattro collaboratori con contratti a progetto.
Ma nel 2008, quando cade il governo Prodi e torna Berlusconi, il Ponte riciccia in cima all’agenda politica: si riaprono i contratti e viene fissata l’inaugurazione per il 2016. Commissario straordinario: Pietro Ciucci, già presidente della Sdm e contemporaneamente presidente dell’Anas, nominato da Prodi e riconfermato da Berlusconi. Ciucci, il cui compenso sfiora il milione di euro, svolge il ruolo di controllore e controllato, in pratica controlla se stesso
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Dal 1981 al 31 dicembre 2009 la Società Stretto di Messina è costata 173 milioni di euro in investimenti per la ricerca, studi di fattibilità, progettazione di massima e preliminare, nonché avvio e conclusione di quattro gare internazionali. Sono previsti ulteriori investimenti per circa 110 milioni per il progetto definitivo - da non confondere con quello esecutivo - più volte annunciato ma che nessuno ha ancora visto. A cui si aggiungono altri oneri di progettazione per opere collaterali affidate a grandi archistar internazionali come Liberschind (il progettista delle Due Torri). Basti pensare che è stato speso oltre 1 milione e 600 mila euro in pubblicità per partecipare a fiere, mostre e convegni vari. Addirittura il logo dello Stretto di Messina ha sponsorizzato iniziative religiose come la beatificazione di padre Annibale di Francia.
Il movimento No Ponte: “un progettificio”
Ci sarebbe piaciuto anche sapere quanto ha incassato a oggi il contraente generale Eurolink. Ma, alla faccia della legge sulla trasparenza, ci siamo dovuti accontentare del silenzio, visto che la nostra richiesta via e-mail non ha avuto alcuna risposta e il sito web è in perenne stato di manutenzione-allestimento. Ma qualche notizia certa c’è. Tipo questa: alla Rocksoil dell’ex ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, oggi deputato del Pdl, sono stati affidati consistenti incarichi di progettazione per la parte geologica e geotecnica delle fondazioni. Lunardi intona il consueto ritornello: “Ho ceduto le quote societarie della Roksoil ai miei familiari e questi subappalti sono stati ottenuti quando non avevo più incarichi di governo”.
Il movimento No Ponte definisce l’operazione Stretto di Messina “un progettificio”, composto da “nomi altisonanti e da cui sono stati allontanati consulenti e tecnici che realmente conoscono il territorio e i problemi che esso può comportare. Questioni legate alla non edificabilità, di tipo sismico, idrogeologico e di funzionalità realizzativa, senza contare quelli legati all'impatto ambientale e territoriale. A cui si aggiunge un dato allarmante: per realizzare il Ponte Akashiin Giappone, il più lungo finora esistente, che non prevede, a differenza di quello sullo Stretto, il transito dei treni, sono stati impiegati dieci anni; per il nostro invece se ne prevedono solo sei, e siamo in Italia. Non solo: il nostro ponte è progettato per resistere a un terremoto di 7.2 della scala Richter (il terribile terremoto di Messina del 1908 fu del 7.1). Come dire, se abbiamo capito bene, che a 7.3 il ponte crollerebbe. Allegria.
Il collegamento non c’è, ma le spese continuano
Una storia senza fine con costi da capogiro quella che riguarda la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, che con 3.300 metri, sarebbe dovuto diventare il più lungo del mondo. Rispetto al preventivo iniziale i costi sono già lievitati da 6,3 miliardi di euro a 8 miliardi di euro. Solo dal 1971, quando venne bandito il concorso internazionale di idee, al 1981 quando venne costituita la Società Stretto di Messina, sono stati spesi 373 milioni. Dal 1981 ad oggi sono stati spesi 420 milioni di euro (900 miliardi di lire) approssimazione fatta per difetto. Basti pensare che è stato speso oltre 1 milione e 600 mila euro in pubblicità per partecipare a fiere, mostre e convegni. Addirittura il logo dello Stretto di Messina ha sponsorizzato iniziative religiose come la beatificazione di padre Annibale di Francia. Sono previsti ulteriori investimenti per oltre 110 milioni di euro per il progetto definitivo.
Scioglimento fallito.
Di Pietro disse: chiudere costa mezzo miliardo - Un’occasione per sciogliere la società Stretto di Messina la ebbe il governo Prodi nel 2007, con un emendamento al decreto fiscale collegato alla manovra finanziaria. L'emendamento, a firma dei Verdi, prevedeva la soppressione della società, al cui posto doveva essere costituita un’Agenzia per lo sviluppo logistico nell'area dello Stretto di Messina. Eliminata la società sarebbero venuti meno anche i contratti da essa stipulati: con Impregilo, l'americana Parsons advisor ingegneristico. L’emendamento fu bocciato grazie anche ai voti dell’Idv di Di Pietro, che all’epoca era ministro delle Infrastrutture. Di Pietro spiegò la sua scelta sostenendo che lo scioglimento della società sarebbe costato 500 milioni di euro in termini di penali e ricorsi. Un costo superiore ai 34 milioni di euro annui per il mantenimento della società.
Promesse B.: pronto a dicembre (scorso)
Per raccattare la fiducia in Parlamento, lo scorso fine settembre, Silvio Berlusconi promise che il progetto esecutivo del ponte sullo Stretto di Messina sarebbe stato pronto entro dicembre. L’annuncio del presidente del Consiglio, tra i cinque punti di governo, suscitò risate tra i deputati dell’opposizione che, proprio pochi giorni prima, avevano visto dirottare i fondi per la Salerno-Reggio Calabria, l’autostrada che aspetta di essere completata da decenni, verso altre esigenze dello Stato. Disse Mauro Libè (Udc) in quei giorni: “Il problema del dirottamento dei fondi destinati all'ammodernamento dell'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, al di là degli spot e delle dichiarazioni di intenti, esiste oggettivamente. E il Cipe, su indicazione dello stesso governo, continua con i trasferimenti di risorse, come se si trattasse di un pozzo senza fondo da cui attingere liberamente”.
Quest’anno comincia con i propositi e non con le previsioni: intellettuali e cubiste non vaticinano più, lasciano il passo agli indovini di professione. Il futuro nella sua folle incertezza fa paura: nessuna persona seria vuole compromettersi. Non capisco se sia un segno di senno o l’abbandono della speranza di qualcosa di meglio, come il discorso del Presidente della Repubblica che sembrava il commiato pieno di raccomandazioni di un padre al figlio in partenza per la guerra, guerra incomprensibile e che non si vincerà ma alla quale si è tenuti per onor di firma. L’incerto per l’incerto in Italia ma anche nella piccola e provinciale Milano che si avvita sempre di più sui suoi problemi, da quelli dei servizi pubblici allo sbando, alle nuove norme urbanistiche.
Su quest’ultimo fronte di guerra, dalla trincea degli immobiliaristi stremati da un lungo digiuno, partono robuste cannonate contro la collettività che vorrebbe salvare il proprio spazio vitale, come se fossero queste strenue difese a tenerli a stecchetto e non un mercato immobiliare inesistente. La realtà è che gli immobiliaristi per primi, Ligresti e Cabassi e ora anche Ferrovie dello Stato sanno perfettamente che il problema è il mercato che non si muove ma devono difendere il potenziale edificatorio delle loro aree per ridare contenuto alle garanzie che servono loro per sostenere fragili bilanci e per continuare in quell’infinito gioco di scatole cinesi che alimenta un sistema finanziario immobiliare drogato al quale l’amministrazione milanese fa da pusher. Lo sa? Ne è consapevole? Sta al gioco?
Mi domando da sempre in capo a chi vada la responsabilità del governo dell’edilizia, non dal punto di vista urbanistico ma da quello economico. Le risposte che l’assessore Masseroli ha dato agli immobiliaristi sono state secche e nell’interesse del bene comune ma quanto resisterà in questa guerra che vede le alleanze farsi e disfarsi secondo la convenienza degli equilibri politici del momento? A prescindere dalla capacità di resistenza dell’assessore, dalla posizione che prenderà la Provincia, dal ruolo che giocheranno i Comuni della cintura milanese coinvolti nelle vicende del Parco Sud, e da quelli del nord Milano, resta sempre insoluto il grande nodo dell’urbanistica: è compito suo contrastare l’iniqua rendita di posizione, ossia l’appropriazione da parte di privati cittadini di una ricchezza che si genera nelle loro tasche senza alcun merito e senza alcuna fatica? Ricchezza prodotta da quella collettività che si è nel tempo fatta città pagando di tasca propria strade, scuole, edifici pubblici, servizi collettivi, insomma tutto quello che trasforma una landa incolta in luogo di residenza, lavoro e socialità. Credo sia un nodo indissolubile, che non si riesce a sciogliere ma solo a governare e che dipende dalla capacità di un Paese di muoversi verso una giustizia fiscale che recuperi alla collettività queste risorse e questa ricchezza lasciando all’urbanistica il suo vero ruolo: la definizione della forma della città e l’equilibrio delle sue funzioni. All’inizio dell’anno è lecito sognare.
E’ assai opportuno che il Convegno internazionale di antichistica Africa Romana da poco conclusosi a Sassari abbia promosso un ulteriore appello per Tuvixeddu, compendio ambientale ed archeologico fondamentale per la città di Cagliari con il suo sistema dei colli, con i segni della preistoria, una delle più importanti necropoli puniche del mondo, le testimonianze romane e quelle della modernità. Hanno protestato a centinaia storici, archeologi ed epigrafisti di tutto il mondo di fronte ad una vergogna tutta sarda e tutta nazionale, su animazione e spinta del Magnifico Rettore dell'Università di Sassari Attilio Mastino.
Con motivazioni attente. Contro l'ennesimo misfatto sul quale non ha vigilato un ministro dei Beni e delle attività culturali che dicono, e ci auguriamo, dimissionario o sfiduciato. Tuvixeddu è un bene paesaggistico che si fonda su una risorsa archeologica di incredibile rilevanza: per dimensione, storia, architetture. Aspetti pittorici, corredi tombali con materiali punici e greci di fabbrica ateniese. Nonostante le battaglie decennali, l'area è oggetto di una speculazione immobiliare che prosegue con modifiche gravi e irreversibili. Accanto alla passione ed agli appelli di intellettuali e cittadini, iniziando da Giovanni Lilliu sino a quello promosso prima dal Cagliari Social Forum e infine dal Manifesto Sardo ed eddyburg, con migliaia di firme pesanti in tutta Italia (il voluminoso dossier del 2007-2008, con i saggi degli studiosi, l'acceso dibattito e le adesioni, è in rete all'indirizzo: http://www.manifesto-sardo.org/wp-content/uploa-ds/2007/b9/Dossier-3—Tuvixeddu.pdf), vi è una classe politica che ha dato su Tuvixeddu principalmente il peggio di sé.
L'esperienza regionale di Renato Soru ha avuto il grande merito di mettere al centro il problema, con un'azione purtroppo attraversata da errori sia procedurali sia politici, come il tentativo di imporre un certo tipo di progetto al meritorio lavoro della Commissione Regionale per il Paesaggio. La classe politica al governo capeggiata da Cappellacci ha dato seguito alla tradizione cementificatrice dei ceti dei quali è espressione, talora con promesse di soluzione, soprattutto da parte sardista, alla quale in maniera 'bipartisan' si è creduto, o fatto finta di credere, per ingenuità e soprattutto per non agire. Si sono persino sentite prese di distanza: in fin dei conti, secondo alcune correnti rozzamente nazionaliste, Tuvixeddu è l'espressione di antichi colonizzatori, essendo necropoli di fase cartaginese. Un'ottica davvero preoccupante. Cosa salveremo della tutela dei monumenti ragionando così? Se il concetto di identità ha una sua validità, ecco chi lo tradisce e snatura davvero.
Discorsi probabilmente astratti perché intanto la necropoli, circondata dalle orribili fioriere di cemento autorizzate a suo tempo dalla Soprintendenza Archeologica, è sotto sequestro da parte della speculazione edilizia. Non sappiamo se la speranza sia possibile, di fronte alla sostanziale assenza della classe politica e in ogni caso alla scarsa efficacia della sua azione. La battaglia del mondo scientifico la farà riemergere? E chissà se Tuvixeddu entrerà nel dibattito che si prepara per le elezioni a sindaco di Cagliari. Ne dubitiamo. Se così non fosse, non dovrà essere in ogni caso un argomento bandiera, perché è in gioco un discorso più ampio e difficile, che ci auguriamo venga sollevato all'attenzione generale dei cittadini: il modello di città da scegliere, per capire se paesaggi e monumenti saranno centrali oppure ospiti indesiderati, al massimo monumenti danneggiati per i concerti della contemporaneità.
La méthode Berlusconi appliquée à la conservation du somptueux site archéologique est une catastrophe.
Marcelle Padovani a mené l'enquête sur cet incroyable gâchis qui désespère les chercheurs et les amoureux de l'histoire antique, effarés par cette ubuesque allégorie de l'Italie contemporaine
0n attendait Silvio Berlusconi, évidemment. A l'aube de ce matin du 6 novembre dernier, la célèbre maison des Gladiateurs s'était écroulée comme un château de cartes. De l'élégant cube de 60 mètres carrés décore de fresques sublimes, où, au temps de la splendeur de Pompéi, les combattants venaient déposer leurs armes, il ne restait que des gravats. Il y a bien longtemps que Berlusconi ne s'était pas rendu à Pompei mais, cette fois, sa visite paraissait s'imposer. Comme le lointain rappel de la visite de Néron au Colisée, en 64 après Jesus-Christ, lorsque Rome s'effondrait dans les flammes ! Face au désastre, comment ne pas trouver logique que le président du Conseil italien manifeste sa solidarité aux archéologues et au monde de la culture en général ? D'autant que, déjà, un scandale couvait : une équipe d'ouvriers chargée du contrôle du site avait prévenu trois jours plus tôt que les pluies pouvaient entraîner l'éboulement du célèbre édifice... et personne n'avait entendu le signal d'alarme. L'incurie était scandaleuse. Mais Silvio Berlusconi, retenu à Rome par une énième crise politique, n'avait pas fait le déplacement. Ce n'était pas la première fois que le président faisait défaut. Au début du mois d'octobre 2009, Berlusconi devait déjà se rendre en visite officielle sur le célèbre site archéologique.
L'atmosphère était électrique, dans les bureaux du commissaire spécial, un manager expédié en toute hâte par le même Berlusconi pour résoudre, en dehors des circuits normaux et d'un coup de baguette magique, tous les problèmes de la ville mythique ensevelie sous les cendres après l'éruption du Vésuve, il y a près de deux mille ans. On attendait le « Cavaliere », ses cheveux gominés, son maquillage outrancier et sa dégaine de politicien bedonnant. On se racontait déjà les commentaires qu'il ne manquerait pas de faire devant la maison des Chastes amants, si chastes qu’ils esquissent à peine un baiser. Et surtout devant le Lupanar. Ah, le Lupanar ! Si quelqu'un avait une bonne blague à raconter, ce serait bien lui, Silvio Berlusconi, grand spécialiste en escort girls, ces dignes descendantes des meretrici, les prostituées romaines. On le voyait bien devant les trois fresques, celle où « la dame et le monsieur font 69 », comme dit un guide, celle où « la dame fait le tire-bouchon » et celle où « elle fait la levrette ». On entendait déjà les rires gras de l'escorte et des fonctionnaires et journalistes de la suite présidentielle... Pour accueillir dignement Berlusconi, le commissaire spécial Marcello Fiori avait d'abord pensé dérouler des tapis rouges au milieu des ruines, mais cela paraissait vraiment trop difficile sur les énormes pavés pompéiens. Il se replia alors sur le ciment, tellement plus facile à étaler et qui éviterait au «Cavaliere » de se fouler la cheville.
Aussi, devant la nécropole de la porte Nocera, lieu majestueux où reposent les riches aristocrates pompéiens, il a eu l'idée de génie de faire couler du ciment. «Nous avons découvert le massacre un beau matin, raconte Maria Rosaria, étudiante en archéologie. Des ouvriers avaient été envoyés par le commissaire Fiori la nuit précédente et avaient tartiné la promenade de ciment, sans aucun contrôle archéologique » Coût de l'opération :60000 euros, plus 9600 pour «l’accueil» du président et 11000 pour un «nettoyage extraordinaire ». Hélas, une fois de plus, Berlusconi n'est pas venu voir la nécropole. Et pas davantage les petites ruelles qui montent droit vers le Vésuve et ont reçu, elles aussi, le même traitement de choc, les pavés millénaires ayant été recouverts d'une couche de ciment gris. Belle illustration de la conception berlusconienne de la conservation du patrimoine, infiniment plus meurtrière que l'usure du temps, les pluies, le vent, les intempéries et les grosses chaleurs de l'été qui érodent les pierres, creusent des tranchées et effacent les fresques... Mais les dégâts du berlusconisme ne s'arrêtent pas là. Si l'on s'approche du Grand Théâtre, un bel amphithéâtre en demi-cercle, qui abritait autrefois les spectacles musicaux de cette ville de 12 000 habitants, on voit tout de suite qu'il a été littéralement défiguré. Les gradins en tuf gris, typique de Pompéi, ont été remplacés par des gradins en tuf jaune des Campi Flegrei, une localité voisine. C'est comme une gifle en plein soleil. Le travail a été fait à la va-vite en mai dernier et a coûté une fortune : 6 millions d'euros sur un budget annuel de 20 millions. Le prétexte de cette rénovation sauvage ? Le 10 juin, une soirée inoubliable devait avoir lieu dans les ruines : le concert de l'Orchestre du Teatro San Carlo sous la direction du maestro Riccardo Muti. Le concert est passé. Le désastre est resté. La hâte du commissaire berlusconien a été dénoncée dans la presse. Marcello Fiori a aussitôt répliqué qu'il «ferait enlever les déplorables gradins jaunes ». Mais, pour les archéologues, « c'est un remède pire que le mal, parce que, pour enlever le tuf jaune, il faudra faire revenir les grues, les pelleteuses et les excavatrices, qui feront une fois de plus trembler ces antiques chefs-d'œuvre ».
Si Pompéi a été relativement épargnée par l'histoire, elle l'est donc moins par le populisme berlusconien. Autant « recouvrir Pompéi de terre, pour biter d'autres interventions humaines, d'autres gâchis... », propose l'écrivain Erri De Luca, prix Femina étranger en 2002 pour son roman « Montedidio », comme si à l'absurde on ne pouvait répondre que par l'absurde... Les commissaires spéciaux (il y en a eu deux en deux ans, en plus des trois surintendants) ont appliqué à la lettre les fondamentaux du populisme made in Italy: tout est dans l'image. On s'en aperçoit dès l'entrée du site. Pour rajeunir Pompéi et lui donner un air à la mode, les commissaires ont inventé le sigle «Pompei viva » (Pompei vivante), qui devait attirer un tourisme d'un genre nouveau vers le site archéologique le plus connu du monde, inscrit en 1997 par l'Unesco au Patrimoine de l'humanité. Ils ont commencé avec la construction de deux galeries en verre qui encadrent l'entrée et qui ne servent à rien. Elles sont là, fermées au public par tous les temps. «Personne n'a compris leur utilité, grincent les archéologues, elles deviendront un jour elles aussi des ruines ». Décidément, à Pompéi, l'imagination est sans limites. On a ainsi inventé le projet «Ave canem » (Bienvenue aux chiens). Il s'agissait de recenser et de stériliser les chiens de Pompéi en les dotant d'une puce électronique et d'une médaille gravée d'un nom ancien, comme Plaute, Polybe ou Ménandre, et en les faisant nourrir par les gardiens.
Résultat : avec l'été, tous les Napolitains qui voulaient se débarrasser de leur bête sont venus l'abandonner dans les ruines. Les meutes, au lieu de diminuer, ont considérablement grossi. On les rencontre près des plus belles domus, occupés à lézarder au soleil ou à faire leurs besoins. «Pompei viva» a créé d'autres ennuis. Avec le lancement de «Pompei bike », 25 bicyclettes qui auraient dû offrir 5 kilomètres de balades dans les mines n'ont pu évidemment circuler sur les énormes pavés pompéiens. Elles ont d'ailleurs complètement disparu. Idem pour «Pompei friendly » : il s'agissait cette fois de faciliter l'accès aux handicapés avec des rampes spéciales devant les domus. Mais elles ont été tellement mal conçues qu'elles sont impraticables : on les voit aujourd'hui barrées d'un cordon rouge. Et les seuls handicapés moteurs que l'on croise dans les runes sont portés à bout de bras par des volontaires de la Croix-Rouge...
Ni surveillant ni camera visibles
Mais ce n'est pas tout. Plus que les infiltrations d'eau, les mosaïques décollées, les domus fermées depuis des décennies, les murs écroulés et les colonnes qui cèdent, ce sont des opérations douteuses comme «Pompei viva» qui peuvent « tuer un patrimoine », estime le recteur de l'université de Pise, Salvatore Settis. La dégradation artificielle infligée à Pompéi est révélatrice de la « philosophie » berlusconienne. Fidèle à lui-même et à son histoire, Silvio Berlusconi a voulu privilégier, même à Pompéi, l'ostentation, la politique des gadgets, les opérations de façade, les kermesses, les concerts exceptionnels, les initiatives promotionnelles, comme si Pompéi était une nouvelle marque à faire connaître aux consommateurs. Déstabilisant avec une totale désinvolture une ville fragile, qui reste une mine pour les chercheurs du monde entier, et privilégiant la communication sur la conservation. Une page de Facebook avait depuis longtemps lancé l'alarme : « Stop killing Pompei ruins» (Arrêtez de tuer les runes de Pompéi). D'autres avaient pris le relais, l'archéologue Oscar De Simone affirmant tranquillement que « le marketing est plus dangereux que le Vésuve ».
Car les vrais problèmes de Pompéi sont d'une tout autre nature. Il suffit pour s'en convaincre d'en parler avec l'excellent surintendant que fut Pietro Guzzo ou avec le directeur général des Antiquités pour les biens et activités culturels Stefano De Caro, écartés l'un après l'autre par le gouvernement Berlusconi, au motif incroyable qu'ils auraient eu une approche « de gauche des problèmes de la restauration... Il y a d'abord la question du personnel : largement insuffisant. Car «c'est une ville de 69 hectares qu'on gère, avec tour les soucis d'une vraie ville, ses rues, ses trottoirs, ses magasins, ses maison d'habitation, ses égouts, son réseau de distribution d'eau, ses jardins, où vivent ou transitent chaque jour 15 000 personnes », souligne Stefano De Caro. C'est d'ailleurs une chose qui frappe tout de suite le visiteur : jamais aucun contrôle, aucun surveillant, aucune camera ne sont visibles. Nous n'avons pour notre part entrevu qu'une seule fois quatre gardiens, et ils jouaient aux cartes assis à l'ombre de deux murs à moitié écroulés au croisement du vicolo della Maschera (ruelle du Masque) et du vicolo degli Scheletri (ruelle des Squelettes). Cette absence de surveillance peut avoir des conséquences désastreuses, notamment en termes de vols.
Car on vole beaucoup à Pompéi. Le 19 janvier dernier, lors d'une opération anti-Camorra, les carabiniers ont découvert des mosaïques, des ustensiles, des monnaies, cachés en bordure de la zone non explorée de Pompéi, qui s'étend sur 22 hectares et qui regorge de trésors ensevelis. Les malandrins les avaient stockés pour les sortir du site pendant la nuit. En juin 2009, les mêmes carabiniers avaient mis au jour une galerie souterraine qui permettait aux voleurs de transporter rapidement hors du site des amphores, des morceaux de chapiteau, des mortiers, des cornes de cerf, des monnaies et une meule en pierre lavique. En juillet 2001, ils avaient déjà arrêté 29 personnes surprises en train de s'exercer au détecteur de métal pour localiser les œuvres d'art enterrées sous les terre-pleins. Pour convaincre le gouvernement de la nécessité d'augmenter les contrôles et pour dénoncer son désintérêt pour le patrimoine, un journaliste du quotidien napolitain « Il Mattino » a fait une expérience : il a dérobé le 10 novembre à 10 h 27 à la fontana del Vigneto del Triclinio Estivo un fragment de mosaïque qu'il a replacé à 13 heures dans son alvéole. Un jeu d'enfant, a-t-il raconté. Personne ne s'est aperçu de rien. La protection de ce véritable musée à ciel ouvert exigerait donc des investissements. Chose impensable sous Berlusconi, qui a réduit de 0,85% à 0,21% du budget national les sommes consacrées à la culture. «Pour un site si étendu, les ressources sont bien faibles », dit De Caro. Car Pompéi, qui rapporte 20 millions d'euros par an rien qu'en billets d'entrée, se voit amputer de 30% de son budget par le ministère des Biens culturels, qui redistribue la somme à sa guise. Mais, surtout, il faudrait convaincre le même ministère qu'il est aberrant de séparer la gestion de la restauration. « On crée ainsi une dichotomie insurmontable entre celui qui a l'argent et celui qui veut le dépenser. On empêche en fait l'archéologue de trancher en dernière analyse face au comptable », souligne le surintendant Pietro Guzzo.
Mais, par-delà les grands choix stratégiques et les histoires de gros sous évoqués par les anciens responsables de Pompéi, il y aurait aussi une série de solutions à visage humain pour redonner des couleurs au site. Il suffit de parler avec les gens qui y travaillent, et qui vous font voir un trésor exceptionnel, dont les touristes n'ont pas idée : les vignobles cachés au beau milieu des ruines. Incroyable mais vrai : depuis 1996, chaque année au mois d'octobre, on vendange à Pompéi. Cette année-là, Pietro Guzzo avait signé à titre expérimental un accord avec le vignoble napolitain Mastroberardino. Pour exploiter un minuscule arpent, 200 mètres carrés au croisement de la via di Nocera et de la via di Castricio. Il s'agissait de replanter des cépages d'origine, tels le Greco, l'Aglianico et le Falanghina, les deux premiers ayant été importés autrefois de Grèce, comme le soulignait l'historien Pline le Jeune — chroniqueur de l'éruption du Vésuve — dans sa «Naturalis Historia ». Aujourd'hui, ces vignobles couvrent pratiquement 2 hectares et pourraient être encore étendus, permettant à la ville ensevelie de revivre grâce au vin. Car Mastroberardino a gagné de l'argent avec son vin de Pompéi, baptisé « Villa dei Misteri » (Villa des Mystères), en organisant par exemple en 2009 une vente de charité de 1781 bouteilles rares, à 30 euros la pièce. Pourquoi ne pas étendre l'expérience à d'autres spécialités régionales, comme les oliviers, qui pourraient produire de l'« huile de Pompéi », selon les recettes d'il y a deux mille ans ? Bien sir, ni l'huile ni le vin n'empêcheront les murs de Pompéi de s'écrouler. Mais ils pourraient donner un coup de pouce au budget. « Par où commencer si ce n'est par la vigne? écrivait déjà Pline le Jeune. Cette vigne où l'Italie a une suprématie incontestable et qui lui permet de dépasser en richesse même les pays qui produisent du parfum... D'ailleurs, il n'est pas au monde de délice supérieur à celui du parfum des vignes en fleur... » Pompéi sauvée par le vin ? Même au pays du «Cavaliere», il n'est pas interdit de rêver...