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soft dei suoi contenuti formativi. La Repubblica online, blog Articolo 9, 30 dicembre 2014

Alcuni docenti vicentini hanno scritto al Giornale di Vicenza spiegando perché non porteranno i loro allievi a vedere la mostra supertrash Tutankhamon Caravaggio Van Gogh.
Sarebbe bello che l'amministrazione comunale di Vicenza, la fondazione bancaria sponsor e le redazioni dei giornali che accettano di pubblicarne le pubblicità o recensioni compiacenti la leggessero, e la meditassero.
Sarebbe bello se i miei colleghi storici dell'arte delle università e delle soprintendenze la sottoscrivessero, facendola propria.
Da parte mia, lo faccio riproducendola tutta qua sotto:

«Siamo un gruppo di docenti del Liceo “Pigafetta” che ha deciso di non accompagnare le proprie classi in Basilica Palladiana alla mostra dal titolo: Tutankhamon Caravaggio Van Gogh - La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento.
«L’arte non può essere solo emozione effimera e spettacolarizzazione, evento mediatico valutato positivamente o meno sulla base del consenso di un pubblico indifferenziato, ma costruzione di conoscenza, strumento in grado di dare identità, di creare desiderio di capire, di affinare capacità di rispondere a domande che le opere pongono.
«L’insegnamento della Storia dell’Arte dovrebbe sensibilizzare i giovani rendendoli protagonisti consapevoli ovvero contribuendo a formare cittadini in grado di dare pieno valore a ciò che la nostra Costituzione recita all’Articolo 9 in merito allo sviluppo della cultura, alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione”.
«Perché è appunto nella conoscenza che si costruisce coscienza.
«Tra le principali motivazioni che ci spingono come insegnanti a non effettuare la visita, vi è lo scarso valore scientifico e didattico di eventi come questo, che si rivelano enormi calderoni dove le opere esposte sono legate da un generico filo (il ritratto, il paesaggio, la notte…). Di nuovo, di veramente utile all’educazione del grande pubblico o allo studioso, poco o nulla.
«La partecipazione con le classi alle precedenti mostre si è rivelata infatti un’esperienza scarsamente significativa sul piano educativo e piuttosto faticosa: organizzazione farraginosa, gruppi contingentati, tempi strettissimi, uscita solo in gruppo senza dare possibilità di rivedere o assaporare con un po’ di calma quanto visto e spiegato e questo a fronte di un biglietto non certo economico. Il tutto con l’unico evidente scopo: contare più visitatori, scalare le classifiche delle “mostre più viste”, mettere a segno un’operazione di successo.
«Eventi che potrebbero trovare sede da qualsiasi parte, che non stabiliscono un legame, anche labile, con la città.
«Quest’anno non cederemo alle varie sollecitazioni o alle richieste di alcune famiglie e di qualche allievo, liberissimi peraltro di visitare individualmente la mostra che certo annovera opere d’indiscusso pregio e valore; preferiamo insegnare ai nostri studenti ciò che pensiamo sia il significato profondo di patrimonio storico e artistico: qualcosa che deve essere, per quanto possibile, coeso, valorizzato e sviluppato in quelle specificità che sono proprie ed uniche di un luogo, di un territorio, qualcosa di svincolato da mere logiche mercantili.
«Sembra un po’ bella senz’anima, la nostra città, quando accetta tutto e magari se ne compiace, non protesta per le scelte operate dalle varie amministrazioni, non sempre mosse da logiche autenticamente culturali. Perché, come già detto, è nella conoscenza che si crea consapevolezza, fondamento di libertà e di sana democrazia.
«Francesca Lora, Mara Seveglievich, Luisella Ferrarese, Giuseppa Viviani, Clelia De Benedictis, Gianmaria Sberze, Diana Sartori, Marzia Zanella, Cristina Nizzero, Nicola Curcio, M. Elisa Cattelan, Elisabetta Xausa, Francesca Gottin, Cristina Ceccato Donato Mascia, Stefania Lievore, Marta Nori, Delia Bianco, Marina Savio, Giuseppe Muschitiello, Eleonora Iacobacci, Anna Farella, Silvia Rigotto, Annamaria Alfano, Felicetta Martino, Maurizio Zanon, Alessandra Milan, Tiziana Ponso, Rosamaria Torrisi, Maria Antonietta Mattiello»

La Repubblica, 28 dicembre 2014

SIAMO davvero un Paese singolare: da tre giorni infuria la polemica sugli scavi di Pompei chiusi a Natale e a Capodanno (e il 1° maggio: come tutti gli altri musei e siti monumentali statali). E allora? Il Louvre chiude il 1° gennaio, il 1° maggio, l’11 novembre (armistizio della Grande Guerra) e il giorno di Natale.

IL British Museum chiude il 24, 25, 26 dicembre e il Venerdì Santo. Il Metropolitan di New York è chiuso a Natale e a Capodanno, oltre che nel giorno del Ringraziamento e il primo lunedì di maggio. Si potrebbe continuare a lungo: notando anche che moltissimi grandi musei del mondo chiudono anche un giorno ogni settimana (il Louvre di martedì), mentre Pompei è aperta sempre, 362 giorni all’anno.

Insomma, dall’elenco dei mille veri scandali del povero patrimonio culturale italiano possiamo depennare almeno questa polemichetta natalizia, tristanzuola e provinciale. La netta sensazione è che anche in questo caso abbia colpito la proverbiale pigrizia della macchina italiana dell’informazione: lo “scandalo Pompei” è ormai diventato come le “bombe d’acqua”, il “bollino rosso” sui giorni del rientro e altri topoi di larghissimo consumo. Luoghi comuni che ci sollevano dall’ingrato compito di pensare. E invece si parla pochissimo del fatto che a Pompei sono appena state riaperte dodici domus , e che finalmente funziona la governance formata dal generale Giovanni Nistri, a capo del Grande Progetto, e da Massimo Osanna, a capo della Soprintendenza Speciale.

Naturalmente Pompei non è il migliore dei mondi possibili: basta notare che per trovare gli orari dei musei stranieri che ho citato in apertura ho impiegato 4 minuti in tutto, mentre il sito web di Pompei dice che gli scavi sono aperti «tutti i giorni», senza menzione dei tre sacrosanti giorni di chiusura. E questo, sì, che è uno scandalo: e si vorrebbe tanto un ministro per i Beni culturali meno attratto da twitter e più dedito a curare gli spettrali siti Internet del nostro patrimonio.

Ma sgolarsi sullo “scandalo di Pompei” permette di rimanere alla top ten del patrimonio, cioè a quei pochi luoghi che fanno notizia qualunque cosa se ne scriva. E di rimanere comodamente seduti in poltrona, attaccati alla rete e senza guardare al di là del proprio naso. Per rimanere in Campania chi si pone, per non fare che un esempio, il problema clamoroso del Rione Terra di Pozzuoli? Una città romana estesissima, a tratti ancora più conservata di Pompei e che culmina spettacolarmente nel tempio marmoreo di Augusto, trasformato in cattedrale. Una città in gran parte recuperata grazie alla competenza e all’abnegazione dell’archeologa Costanza Gialanella: ma mai aperta al pubblico per l’incapacità e il disinteresse della Regione Campania, che pure ha finanziato il restauro. E che dire delle duecento (!) chiese monumentali del centro di Napoli, completamente chiuse e inaccessibili da decenni, spesso dal terremoto del 1980? L’elenco sarebbe infinito, e coprirebbe tutta l’Italia. Perché il nostro è davvero un patrimonio negato: ma non per i tre giorni in cui Pompei chiude. Siamo seri.

». Ma non bastava. La Repubblica, 20 dicembre 2014

Le opere dei depositi dei musei italiani rimangono l’oscuro oggetto dei desideri di coloro che in quei depositi non hanno mai messo piede. Ora il presidente di Federalberghi (nonché senatore di Forza Italia, nonché membro del comitato di presidenza di Civita) Bernabò Bocca rilancia l’idea.
Sorvoliamo. E concentriamoci sulla “politica culturale” che una simile proposta presuppone. In tutto il mondo l’impresa privata concorre a mantenere il patrimonio culturale pubblico non sostituendosi allo Stato, ma sommandosi all’azione di quest’ultimo. E lo fa attraverso il mecenatismo: cioè attraverso atti di generosità senza ritorni immediati. In Italia, al contrario, si è scelta la strada delle sponsorizzazioni: operazioni commerciali che fanno leva sul patrimonio pubblico. E ora si vorrebbe fare un altro passo su questa strada: si vorrebbe che fosse lo Stato a fare il mecenate per l’impresa privata, concedendo in comodato gratuito alle grandi catene alberghiere le opere d’arte che appartengono a tutti, anche agli indigenti. E dal mecenatismo allo sfruttamento privato di un bene pubblico c’è davvero un bel tratto di strada.

Allora uno è costretto perfino a rivalutare (si fa per dire) l’idea avanzata da Domenico Scilipoti (proprio lui) e poi da Laura Puppato, e perfino dalla Commissione dei Saggi del Quirinale: che era quella di affittare quelle stesse opere ai privati, ma almeno a titolo oneroso. Perché forse sarebbe troppo desiderare un Paese in cui gli albergatori si occupino di portare i nostri alberghi ad un livello europeo, e lo Stato si occupi di mantenere dignitosamente i nostri musei, depositi compresi. Senza noleggi, affitti e comodati. Come se fossimo un Paese civile. O, almeno, ci provassimo.

Concedere quelle opere in comodato d’uso ai trentaquattromila hotel italiani, perché ci arredino le hall. Plaude Philippe Daverio («Almeno le opere d’arte abbandonate negli scantinati serviranno a qualcosa»), plaude perfino il senatore Corradino Mineo, qui allineatissimo alla maggioranza. E non dice no la sottosegretaria ai Beni Culturali, Ilaria Borletti Buitoni: «Noi non abbiamo preclusioni, la proposta è suggestiva. Sorvoliamo (per un attimo) sui problemi di conservazione e sicurezza, e sul fatto che queste preziose riserve sono (in tutto il mondo) i polmoni dei musei: che “respirano” studiandoli, esponendoli a rotazione, permettendone la visita a chi ne faccia richiesta.

«Noi pensiamo che il fine non giustifica i mezzi, e che negli interventi di trasformazione della città le cubature non possono essere usate come “moneta urbanistica”, seppure “a fin di bene”». Carteinregola, 22 dicembre 2014

Oggi in Assemblea Capitolina si vota la dichiarazione di pubblico interesse della “Proposta dello Stadio della Roma a Tor di Valle” – Studio di fattibilità”. Su Roma città aperta la diretta audio fm 88.9, sul sito di Roma Capitale lo streaming della diretta del dibattito. I lavori proseguiranno anche nel pomeriggio. Intanto M5S ha diramato un comunicato in cui mette i dubbio la validità della seduta per violazione dell’orario di convocazione (art. 35 comma 4 del regolamento del Consiglio comunale)

Lo diciamo ancora una volta: siamo contrari alla dichiarazione di pubblico interesse della proposta, non perchè siamo contro al progetto di un nuovo Stadio della Roma, ma perchè non condividiamo i principi su cui si fonda e le modalità con cui è stato condotto. Ma siamo – come sempre – anche per una corretta informazione – e soprattutto per una corretta opposizione. Contrapponendo le nostre ragioni a quelle dell’Assessore Caudo con argomentazioni serie e fondate, senza ventilare interessi illeciti, imbrogli e falsi ideologici per contestare scelte che, anche se non condividiamo, fino a prova contraria sono assolutamente legittime. Ne riportiamo una sintesi, rimandando per approfondimenti ai nostri precedenti articoli/dossier.

Il punto di dissenso

Se dovessimo riassumere in un unico punto il nostro dissenso dalla Delibera del Nuovo Stadio, si potrebbe ridurre a questo: l’Assessore Caudo guarda ai risultati concreti per la città, considerando l’ “operazione Stadio”consentita dai due commi come un’opportunità da cogliere, per portarsi a casa quelle che considera importanti risorse non solo per il quadrante ma per tutta la Capitale. Noi invece pensiamo che il fine non giustifica i mezzi, e che negli interventi di trasformazione della città le cubature non possono essere usate come “moneta urbanistica”, seppure “a fin di bene”.

Per l’Assessore i vantaggi dell’operazione sono quantificabili sia in termini economici (secondo i suoi calcoli il “guadagno pubblico” sarebbe circa il 25% del ricavato degli investimenti privati), sia in termini infrastrutturali. E le nuove strutture per la mobilità non servirebbero solo il nuovo Stadio ma tutto il quadrante, con interventi sui collegamenti su ferro esistenti e con i parcheggi al servizio dell’impianto sportivo e dell’annesso Business Center, che diventerebbero parcheggi di scambio per i pendolari che vivono fuori dal GRA. Anche il nuovo quartiere con edifici direzionali, commerciali, recettivi, contribuirebbe al decentramento di funzioni e servizi allentando la pressione e gli impatti sul centro storico.

Secondo noi invece le trasformazioni urbane non possono essere il risultato di una stratificazione di proposte dei privati, seppure valutate e guidate dalla mano pubblica volta per volta, ma devono essere il frutto di una pianificazione lungimirante, che costruisca un’idea di città condivisa con i cittadini. Come del resto prometteva il programma del Sindaco Marino di cui è autore l’assessore Caudo. Una contraddizione di principio, che non è sfuggita all’Istituto Nazionale di Urbanistica, che, nel suo documento di qualche tempo fa, non a caso aveva sottolineato come tutta l’operazione fosse l’ennesimo caso di “urbanistica contrattata” concludendo che “l’esame di proposte imprenditoriali e il negoziato sui loro contenuti e condizioni sono necessità ineliminabili della città e della metropoli contemporanea” (3). Un sistema che noi – al contrario di quanto sostiene l’INU – invece vogliamo credere che non sia inevitabile, come non vogliamo rassegnarci all’idea che per dotare delle infrastrutture necessarie i quartieri che tutte le amministrazioni che si sono succedute da almeno vent’anni hanno abbandonato a se stessi, sia necessario mettere in conto nuove cubature. E se non escludiamo aprioristicamente che a Tor di Valle, all’interno del GRA, accanto alla stazione della metro B, in un’area già in parte urbanizzata, possa avere senso inserire una nuova centralità, riteniamo che non sia con questi commi, con questa tempistica, con queste modalità che impediscono adeguati studi preliminari ed escludono la città dal dibattito, che si possa progettare una trasformazione così consistente.

Le nostre ragioni

1) Non siamo contrari alla realizzazione di un nuovo stadio: quelli esistenti – Olimpico e Flaminio – non sono più adatti, per motivi diversi e – soprattutto l’Olimpico – per gli impatti gravissimi dal punto di vista della sicurezza e della mobilità dei quartieri limitrofi. Argomento di cui nessuno sembra preoccuparsi, a partire dal prefetto Pecoraro che consente che si riproponga ad ogni partita una situazione inaccettabile e pericolosa nelal zona Faminio/Prati/Ponte Milvio. Realizzare un nuovo stadio, con soluzioni innovative all’altezza delle città moderne soprattutto per la sicurezza ci sembra indispensabile e anche di pubblico interesse. Nè ci sembra criticabile – in tempi in cui ci si spertica in elogi della rigenerazione urbana – costruire uno stadio moderno al posto di un ippodromo abbandonato. Tuttavia ci sono questioni che dovrebbero essere affrontate fin d’ora, come la possibilità il rischio della moltiplicazione degli stadi di ogni sorta (da quello della Lazio a qualsiasi altra squadra e sport) che – dato il precedente – potrebbe diventare il grimaldello per costruire interi quartieri direzional/commerciali in luoghi non forniti delle necessarie infrastruttre per lo stadio. In nome dell’equilibrio economico.

2) L’ambiguità della necessità dell’ “equilibrio economico”. A nostro avviso il Sindaco e l’Assessore alla Trasformazione Urbana della Capitale avrebbero dovuto avere voce in capitolo e respingere questa formulazione dei commi della Legge di stabilità, pretendendo una legge fatta come si deve con tutte le precisazioni necessarie. Invece i commi in questione, mentre descrivono molto dettagliatamente tutte le minacce in caso di inadempienza da parte dell’amministrazione nella turboapprovazione della proposta dei privati, nulla dicono su cosa si intende per tipi di intervento “strettamente funzionali alla fruibilità dell’impianto e al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa e concorrenti alla valorizzazione del territorio in termini sociali, occupazionali ed economici” se non che sono esclusi “nuovi complessi di edilizia residenziale” (4). Secondo noi gli edifici del Business Center non dovrebbero essere una soluzione praticabile per garantire l’equilibrio economico per coprire i costi delle infrastrutture necessarie. Altrimenti si aprirebbe (si aprirà) la porta alla realizzazione di altri milioni di cubature, volti a garantire la sostenibilità economica di altri stadi previsti in luoghi non adeguatamente provvisti di infrastrutture. E neanche il criterio che le cubature del BC vanno a coprire i costi di infrastrutture al servizio non solo dello stadio ma di tutta la città ci sembra adeguato. Perchè ripropone il solito schema “cubature in cambio di opere che le casse pubbliche non possono affrontare”, che è stata una delle sciagure subite dalla città. Una pratica che ha messo in mano all’iniziativa di privati, quindi sottomesse alla legge del profitto, scelte che avrebbero dovuto essere guidate da una regia mirata esclusivamente all’interesse pubblico.

3) Interrompiamo la logica dello scambio servizi/infrastrutture/riqualificazione con nuove cubature ai privati. E’ triste, in questi giorni in cui si scopre che da anni un’organizzazione mafiosa ha predato sistematicamente le risorse pubbliche per foraggiare politici e pubblici amministratori (e temiamo che il bilancio finale sarà ben più salato), pensare che per avere quei minimi e doverosi servizi per i cittadini – una ferrovia che funziona come una metro, una strada messa in sicurezza, una stazione in più della metropolitana, un parco nell’ansa del Tevere – il Comune debba regalare ai privati che mettono i soldi necessari il diritto di costruire nuovi edifici. Non sappiamo se all’estero funzioni così, ma secondo noi il pubblico interesse dell’operazione avrebbe dovuto limitarsi al progetto “A” – lo Stadio con annessi uffici, qualche albergo, anche negozi e centro Nike – che rientra nell’area dell’Ippodromo e nelle previsioni del PRG. Con la condizione per il privato di realizzare le infrastrutture necessarie alla sua sostenibilità per la città, quindi con la sistemazione della mobilità su ferro e della rete viaria. E se l’equilibrio economico non fosse stato raggiungibile, la risposta avrebbe dovuto essere “no grazie”, con la possiblità per il privato di individuare un’altra area, in cui i costi risultassero inferiori perchè già in parte infrastrutturata (5).

4) Fretta e pressioni al posto di pianificazione. Vogliamo prima i dati. Resta il fatto che molte contestazioni riguardano proprio il tipo di interventi messi come condizione preliminare del progetto dello Stadio – in particolare la realizzazione di un prolungamento della metro B con una stazione “Tor di Valle” – a fronte di una situazione della mobilità insostenibile che le opere proposte non risolverebbero adeguatamente. Tuttavia non ce la sentiamo di esprimerci al riguardo, non avendo a disposizione dati oggettivi frutto di studi preventivi, che tuttavia non ci risulta siano stati commissionati neanche dall’assessorato. E ritieniamo ingiustificabile che non ci siano stati dibattiti pubblici sull’argomento nè che tutti i documenti non siano stati messi a disposizione dei cittadini on line (nei giorni scorsi sono state pubblicate sul sito del Dipartimento urbanistica le slides con i dati della presentazione dell’Assessore Caudo)

5) A proposito di trasparenza e partecipazione. Ci limiteremo a citare un passaggio del programma elettorale del Sindaco Marino, che oggi chiama a raccolta in Campidoglio i tifosi della Roma per perorare la delibera:

“I processi di rigenerazione devono avvenire promuovendo il più ampio coinvolgimento dei soggetti interessati al fine di assicurare che gli interventi migliorino la vivibilità e la qualità delle parti di città coinvolte e ne sia garantita la sostenibilità sociale ed economica. A tal fine istituiremo i Laboratori di Città che descriviamo più avanti con i quali promuoviamo non la solita partecipazione ma il protagonismo di cittadini e anche delle imprese che in forme civiche prendono parte ai processi di rigenerazione” “La qualità è anche aprirsi alla partecipazione. I Laboratori di Città e l’Agenzia di rigenerazione urbana serviranno anche a costruire nuovi percorsi di partecipazione informata dei cittadini alle scelte urbanistiche della città. Vanno poi aperti nuovi canali di comunicazione e dibattito pubblico, gestiti dall’amministrazione pubblica, che devono svolgersi sia in maniera decentrata, nei luoghi della città dove le cose avvengono, ma anche in uno spazio da creare al centro, un “forum” dedicato, perché molte di queste trasformazioni interessano l’intera comunità urbana”

Le leggende metropolitane

§ 1) Lo Stadio e il Business Center sorgerebbero nell’ agro romano. L’area (privata) nel PRG è classificata “verde privato e attrezzature sportive” , si trova all’interno del raccordo anulare, e dove già esiste un grande impianto sportivo abbandonato – l’ippodromo di Tor di Valle. A 500 metri si estende il popoloso EUR Torrino, e anche dall’altra parte del Tevere, oltre l’autostrada per Fiumicino insiste un consistente quartiere.

§ 2) Lo Stadio e il Business Center sorgerebbero in area esondazione /area a rischio idrogeologico. L‘area non è a rischio esondazione. Il rischio riguarda il quartiere di Decima, soggetto all’esondazione del fosso di Vallerano, la cui sistemazione è stata individuata dall’amministrazione comunale come una delle opere che condizionano la dichiarazione di pubblico interesse (6). Nella conferenza dei servizi l’Autorità di Bacino del Fiume Tevere ha inserito delle prescrizioni, che ci riservaimo di valutare quando i relativi atti saranno disponibili (cosa che ci auguriamo avvenga l più presto)

§ 3) Il Comune poteva/doveva indicare un altra location (ad esempio Tor Vergata). A chi continua a tirare fuori dal cappello Tor Vergata, come se fosse una location alternativa credibile, lo diciamo una volta per tutte: i famosi commi non prevedono che sia il Comune a scegliere il luogo, a meno che sia il Comune stesso a costruire lo stadio. In caso contrario può solo esprimersi sul pubblico interesse della proposta del privato. E ipotizzare di buttare giù una struttura per la quale sono già stati sborsati 250 milioni di euro di soldi pubblici, che costerebbe un altro bel po’ per la demolizione, ci sembra davvero improponibile

§ 4) L’area non è edificabile – il PRG non prevede edificazioni. Nel PRG l’area è verde privato attrezzato e attrezzature sportive. Già oggi il proprietario potrebbe edificare un 112.000 mq di SUL (pari a circa 358 mila mc).. E se si avvalesse del “Piano Casa” potrebbe ulteriormente aumentarle (e trasformare l’Ippodromo in appartamenti)

§ 5) Si potrebbe riqualificare lo Stadio Olimpico/lo Stadio Flaminio. Lo stadio Flaminio non ha le dimensioni e i requisiti richiesti dalle attuali normative. Lo stadio Olimpico è situato in un’area inadatta, chiusa tra il Tevere e Monte Mario, con rischi per la sicurezza pubblica e un blocco totale della mobilità del quadrante Roma Nord durante le partite. Tantomeno è fornito di parcheggi o di linee di metropolitana.

§ 6) Il Comune dovrà sborsare risorse pubbliche. Il Comune non farà alcun investimento economico, neanche per le opere infrastrutturali, che saranno compensate con diritti edificatori

§ 7) Lo Stadio può diventare un relitto nel deserto come le Vele di Calatrava o la Nuvola di Fuksas. Nessun punto in comune tra le opere: infatti lo stadio è un’opera privata realizzata da privati, mentre le Vele e la Nuvola sono stati costruiti (e non terminati) con denaro pubblico

§ 8) Le cubature realizzate per il Business Center sono una speculazione edilizia che arricchirà i privati mentre al Comune resteranno le briciole (si rimanda all’intervento dell’assessore per valutare i vantaggi economici per il Comune)

§ 9) Il Comune non può stabilire l’interesse pubblico di un progetto che potrebbe dimostrarsi irrealizzabile dopo una sentenza che potrebbe modificare l’assetto proprietario dell’area, oggetto di un fallimento. E’ un problema del privato, non del Comune. Se il privato non potrà più mantenere la proposta avanzata, automaticamente decadrà.

§ 10) Se viene dichiarato il pubblico interesse lo Stadio si farà a tutti i costi Il percorso del progetto è ancora lungo, prevede una conferenza decisoria della Regione Lazio e soprattutto che il proponente accetti le condizioni poste da Roma Capitale. Se anche una sola delle richieste vincolanti non venisse rispettata, l’operazione finirebbe su un binario morto.

A futura memoria

Non possiamo nascondere che la diffidenza dei cittadini anche rispetto alle assicurazioni date dall’Assessore è giustificata da molti anni di promesse mancate, o di deroghe e norme modificate in corso d’opera. Anche la famosa esclusione di cubature residenziali tra le edificazioni per il raggiungimento dell’equilibrio economico, non è escluso che ritornino sulla scena. Sappiamo che basta un codicillo infilato nottetempo da qualche manina in una commissione parlamentare (come è già successo), magari in un provvedimento che tratta di tutt’altro (come è già successo), che viene approvato grazie alla fiducia (come è già successo) che tutto può cambiare. E tutti gli accordi e i buoni propositi possono sciogliersi come neve al sole.

Solo a Piero Fassino poteva venire in monte di affidare il futuro delle periferie di Torino a un architetto che ha firmato il progetto di un grattacielo per realizzare il qualenel rispetto la legge sarebbe stata necessaria un’area di ottantamila metri quadrati (otto ettari!). La Repubblica, ed. Torino, 22 dicembre 2014

Renzo Piano metterà la firma sul ridisegno o, come direbbe lui stesso, sul «rammendo » delle periferie di Torino. L’idea è del sindaco Piero Fassino, che l’ha chiamato a fare da padre nobile e gran consigliere per i progetti che l’amministrazione comunale presenterà con l’obbiettivo di guadagnarsi una fetta della torta da 200 milioni di euro che il governo ha stanziato con il nuovo “piano periferie”. «Ho parlato con Piano nei giorni scorsi — fa sapere Fassino — e gli ho chiesto di accompagnarci nella definizione dei progetti che presenteremo al governo per attingere al nuovo fondo del piano periferie».

L’archistar e senatore a vita ha accettato di buon grado, non vedendo l’ora di mettere a disposizione di Torino la sua esperienza. Per giunta in un campo di cui ha fatto una missione, dopo la sua nomina a senatore, devolvendo il suo stipendio a questo scopo. «Nei prossimi giorni — aggiunge il primo cittadino — sarà a Torino per cominciare a valutare il da farsi». E non c’è tempo da perdere, dato che il maxiemendamento alla legge di stabilità approvato al Senato prevede che i progetti vadano presentati entro il 30 giugno. Una scadenza che non spaventa l’assessore alle Periferie, Ilda Curti: «Sei mesi di lavoro non sono molti, ma nemmeno pochi: Torino è una città che ha fatto scuola in questo campo». E l’intenzione del sindaco è proprio quella di fare del capoluogo subalpino la città capofila del “piano periferie” di cui proprio l’architetto genovese è stato tra i massimi ispiratori, dato che da un anno è partito con il suo progetto G124, dal numero del suo ufficio da senatore a Palazzo Giustiniani, trasformato in un laboratorio di sei giovani architetti per progettare la riqualificazione delle periferie delle città italiane. Un piano chiesto e ottenuto da Fassino, in veste di presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani, al ministro Maurizio Lupi: «Progetti concreti — spiega il sindaco — per intervenire sulle aree periferiche della città, sulla scia della sollecitazione data un anno fa da Piano».

Il coinvolgimento dell’architetto Piano è una trovata che il primo cittadino ha già avuto modo di anticipare l’altro giorno ai capigruppo di maggioranza, Michele Paolino (Pd), Barbara Cervetti (Moderati) e Michele Curto (Sel). Proprio il capogruppo Curto aveva chiesto di non lasciare il tema delle periferie alla «propaganda della destra» e di dedicarvi più attenzione, tanto che anche lui sta lavorando a una proposta “a costo zero” per finanziare progetti di rigenerazione nelle periferie.
La squadra di Piano ha già lavorato quest’anno a Torino, concentrandosi nell’analisi di una zona come Borgo Vittoria. I due giovani architetti incaricati, Federica Ravazzi e Michele Bondanelli, che come altri loro quattro colleghi sono stati pagati da Piano devolvendo il suo emolumento da senatore, si sono dedicati a due aree verdi del quartiere e all’analisi territoriale della zona attorno a corso Grosseto e a Basse di Stura.

I progetti per il “piano periferie” saranno valutati a Palazzo Chigi da un comitato formato da esperti. Le candidature dovranno avere come obbiettivi «la riduzione dei fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale, il miglioramento della qualità del decoro urbano e del tessuto sociale e ambientale». Ma potranno essere «anche interventi di ristrutturazione edilizia». Anche se il piano punterà più sulle misure sociali e sui servizi piuttosto che sulla riqualificazione «fisica», urbana ed edilizia. Per l’attuazione degli interventi il governo ha stanziato una somma complessiva di 200 milioni di euro, che sarà distribuita in tre scaglioni: 50 milioni nel 2015 e gli altri 75 milioni l’anno nel 2016 e nel 2017.

L'intervento di trasformazione della Manifattura Tabacchi a Firenze: un progetto pesante, morfologicamente ed esteticamente sbagliato...>>>

L'intervento di trasformazione della Manifattura Tabacchi a Firenze: un progetto pesante, morfologicamente ed esteticamente sbagliato, banale nelle destinazioni e con l'aggravante di alterare irrimediabilmente un complesso di valore architettonico e di significato culturale che meriterebbe di essere valorizzato ben diversamente. Potrebbe essere la prima di una serie di operazioni - 59 per l'esattezza, di cui 49 da parte di privati - proposte a investitori stranieri e contenute nel dossier "Florence, city of the opportunities” (sic), con il Sindaco Dario Nardella nell'inconsueto ruolo di promotore immobiliare.

Il percorso seguito dall'amministrazione fiorentina per arrivare a questo risultato, si spera non definitivo, è esemplare e anticipa quanto potranno fare i Comuni italiani, promossi dall'articolo 26 della legge Sblocca Italia al rango di potenziali speculatori edilizi. Il progetto riguarda la ex Manifattura Tabacchi, un complesso di 400.000 metri cubi e 103.000 mq di superficie, posto in un'area strategica dei viali di circonvallazione, oggi posseduto da Manifattura Tabacchi Spa, di cui è azionista al 50% Metropolis, una società che riunisce vari operatori in liquidazione (Ligresti, Btp, Consorzio Etruria) e per la restante metà Fintecna, società interamente controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti, il cui ruolo si è "evoluto" nell'acquisizione e "valorizzazione" del patrimonio pubblico.

La Manifattura Tabacchi è un'architettura del razionalismo italiano, una vera e propria cittadella costituita da edifici funzionali, vincolata con un Decreto ministeriale dal 1997 che la dichiara particolarmente importante, in quanto «complesso rappresentativo dei canoni funzionali degli anni Trenta improntati a una sobrietà monumentale di stampo classicista». La tutela integrale del complesso viene confermata nel 2005 da un nuovo Decreto in cui si sottolinea che gli edifici che lo compongono, tutti, fanno parte di un "unicum" dotato di notevole organicità. Il provvedimento coincide con l'interesse del quartiere che vede nella Manifattura un luogo identitario e uno potenziale spazio per servizi in una zona povera di spazi pubblici; con queste finalità si forma il Comitato per la tutela della ex Manifattura Tabacchi che da anni ne propone utilizzazioni (anche) a favore della città, presentando osservazioni puntuali e proposte alternative.

Nel 2007 la proprietà presenta un primo piano di recupero, inaccettabile perché non conforme e non conformabile neanche in variante agli strumenti urbanistici vigenti. Nel 2011, a seguito dell'approvazione del nuovo Piano Strutturale, viene presentato un nuovo piano, cui nel 2012 la Soprintendenza di Firenze Pistoia e Prato, cambiando radicalmente parere, dà il via libera. Il progetto, approvato in variante nel marzo del 2014, stravolge l'architettura e l'impianto morfologico della Manifattura con demolizioni e aggiunte, fra cui spiccano due torri alte 53 metri, particolarmente stridenti in un complesso basso e disposto in orizzontale.

A motivare questo improvviso ripensamento vi è il parere consultivo del Comitato Tecnico Scientifico del Mibact - sollecitato in extremis dal Sindaco Renzi - che, con talune titubanze e riserve e suggerendo qualche modifica, accoglie il progetto. Curiosa la motivazione: trattandosi di edilizia "fortemente seriale" (ma nel precedente Decreto costituiva un "unicum") sono possibili amputazioni e aggiunte; la Manifattura risulta, perciò, demolibile in parte, mentre alla parte rimasta è consentito aggiungere ulteriori corpi. Come dire che essendo gli Uffizi di Firenze una tipologia duplicata, tanto vale demolirne una metà per sostituirla con qualcosa più profittevole per il "real estate market". Deludenti, infine, gli usi proposti, analoghi a quelli della stragrande maggioranza dei 59 interventi promossi dall'amministrazione fiorentina, cioè residenza, attività commerciali e uffici, ripartiti in misura decrescente e con qualche pizzico di uso pubblico. Nella fattispecie, nella ex-Manifattura sono previsti 700 appartamenti con un corredo di attività direzionali, commerciali e ricettive, in direzione opposta alle necessità di diversificazione e modernizzazione dell'economia fiorentina. Ma, al di là della specifica bassa qualità del progetto, l'aspetto strutturalmente negativo è che l'intera operazione "Florence's opportunities" ancora un volta rovescia il principio per cui è compito dell'amministrazione proporre le attività da insediare e conseguentemente i siti e gli edifici più opportuni. Qui invece si parte dai "contenitori", presentati come materia prima appetibile, malleabile ai voleri di società di investimento, fondi, operatori immobiliari: una platea di "valorizzatori" che mira a fare profitti nel breve periodo ed è improbabile possa mettersi a capo di progetti innovativi.

Alla base di tutto ciò, vi è il deficit politico culturale che ha caratterizzato l'amministrazione Renzi e, per ora, anche quella di Nardella: l'assenza di una strategia che scelga e operi per una Firenze meno legata alla banalizzazione della rendita medicea, più orientata a diventare un grande laboratorio scientifico multiculturale, aperto al mondo. La distruzione dell'importante complesso architettonico della Manifattura Tabacchi (perché di questo si tratta) è, invece, un tassello in direzione opposta, prefigura un futuro in cui, con un'offerta immobiliare "a la carte", sarà il mercato a decidere la localizzazione delle attività, i pesi insediativi e i bisogni di accessibilità: con il corollario, promesso dal disegno di legge Lupi, di una Soprintendenza ridotta al rango di ufficio protocollo. I bandi sono aperti e per i lettori di eddyburg che fossero interessati riportiamo dal booklet : "The complex of the Tobacco Factory is perhaps the most important opportunity of transformation of the city of Florence, by position, size and function". Appunto: un'opportunità che rischia di essere sprecata.

Firenze, nel 1962, con il Sindaco Giorgio La Pira e l' Assessore all'Urbanistica Edoardo Detti anticipò nel nuovo piano regolatore la breve stagione riformista del centro-sinistra. Ora, nel 2014, si candida ad anticipare una stagione di controriforme.

La Nuova Sardegna, 16 dicembre 2014


Sisaprà a gennaio se la Sardegna è idonea ad accogliere i 90mila mc di rifiutiradioattivi made in Italy - dicono i responsabili della selezione per ubicareil deposito. Difficile prevedere le reazioni alle contropartite, alle promessedi occupazione e investimenti generati dal mostro nella regione che se loprenderà. Una ragion di Stato condivisa- potrebbe essere lo slogan perminimizzare un nuovo sfregio al territorio sardo -, per un'altra inaccettabileviolenza alla “Terra madre”, come lachiama Carlo Petrini.

Lanatura già oltraggiata, impedita - in grandi parti dell'isola - a mostrarsi conil suo volto protettivo, fiaccata nel ruolo come la “Madre dell'ucciso” diFrancesco Ciusa. Basta guardarsi attorno per capire che occorre proteggere iluoghi fantastici che hanno resistito nonostante tutto. Altro che nucleare. Lohanno detto i manifestanti contro laragion di Stato degli allenamenti per la guerra di cui i sardi si fanno carico- pericoli per la salute compresi - a Capo Frasca, Quirra, Teulada, ecc. 220kmq, il 60% delle basi italiane sono sarde. Manon inizia e non finisce qui la storia di manomissioni subite. Nel solco deldisegno di sfruttamento di questao quella periferia tenuta in uno statodi arretratezza e dipendenza dal centro, «dai bisogni del centro che le imponela sua legge» - notava Braudel.

Dall'isolainnocente sono stati portati via beni preziosi senza investirci nulla, e chi ciha investito qualcosa non ha lasciato, in genere, buoni ricordi. Si pensi al patrimonio boschivo diventatolegna o carbone da bruciare in Continente, energia gratis che ha contribuitotra Otto e Novecento allo sviluppo di regioni più fortunate e gelose dei loro alberi.O al via libera alle industrie meno compatibili con i suoi caratteri, quandonell'interesse nazionale edell'Autonomia regionale - sarebbe stato meglio risparmiarla dall'oltraggiodell'inquinamento, dono di imprenditori inaffidabili sovvenzionati da noi. NelSulcis e nel golfo dell'Asinara i casi eclatanti della disfatta con molte propaggini.

Oggi450mila ettari di territorio sonocontaminati e la disoccupazione moltiplica la rabbia per lo spreco irrimediabile di risorse. Le potenzialità diagricoltura e pastorizia sottovalutate, credo per la difficoltà a centralizzarela spesa a beneficio di cricche. Bendisposte a finanziare le imprese da cui -come dicono a Roma chissà da quanto tempo- “ce famo un sacco de sordi”.

Diamo un'occhiata alla storia e alle comunitàlocali allarmate dai veleni sparsi e perrinnovati programmi di speculazione sulla bassa densità di popolazione -sigh!Battaglie simulate con bombe vere,termodinamico, eolico, cardi giganti, eajò trivelle, tutto in assenza di unavisione più che di un piano energetico. Nessunopuò dirsi al sicuro quando entra in azione il partito sardo del sì, delsignorsì che “coniugare sviluppo e ambiente” si può senza limiti: dal ciclo edilizio a sfinimento, sino alleconseguenze estreme dell'uranio nel sangue, del piombo nel vino, del benzene in aria e in mare, dei canali murati,fino al ridicolo e all'orrore nella costa di Sorso, l'albergo reversibile,discarica tossica nella bassa stagione, con discredito della comunità che hascommesso su un litorale tra i piùintegri.

L'abissodell'esaurimento di ogni scampolo di incanto e di biodiversità è a due passi.Per questo è bene fermare l'applicazione di leggi pensate per realizzarespiccioli di Pil e chissenefrega dei luoghi belli. La Regione ha protestato contro le servitù e il nucleare in casa, e pure contro le leggi chenegano l'Autonomia, come “Sblocca-Italia”. Potrà difenderla l'isola, invocandola specialità del suo paesaggio - questo sì d'interesse transnazionale - senzacontraddirsi. Il governo Pigliaru, nello sfondo il principio di sussidiarietà,ha aperto il confronto sul disegno di legge della giunta, il piano-casa foreverche non persuade. Specie perchéattribuisce direttamente ai proprietari di immobili la facoltà di intervenire,anche in contrasto con i piani comunali e quindi con impatto casuale, direi imponderabile su una miriade diterritori dei quali il legislatore regionale non può sapere granché, come lo Stato non sa nulladell'effetto delle trivellazioni ad Arborea o chissà dove nell'isola.

Patrimoniosos.it, 10 dicembre 2014 (m.p.r.)

Quando parla della Sicilia, Salvatore Settis è combattuto tra rabbia e amore. La rabbia per una regione che non vuole chiedere aiuto e calpesta se stessa, l'amore per un'Isola che è tra i luoghi più ricchi di bellezza nel mondo.

Archeologo e storico dell'arte, Settis è stato direttore della Normale di Pisa dove insegna, del Getty center for the history and art di Los Angeles e del Consiglio superiore dei Beni culturali; è componente dell'Istituto tedesco di Archeologia, dell'Accademia dei Lincei e del Comitato scientifico dell'European research Counsil e presidente del Consiglio scientifico del Louvre. Ma, soprattutto, è uno strenuo difensore del patrimonio inteso come parte di un popolo. Davanti alle denunce, alle immagini, alle segnalazioni di un patrimonio identitario che, giorno dopo giorno, continua a morire, Settis si sorprende poco. E addita la colpa di quest'incuria culturale a chi gestisce la cosa pubblica e non lo fa. Affatto.

«È stata una pessima idea affidare alla Regione siciliana, unica in Italia, la tutela totale dei beni culturali - afferma il docente - Il ministero per i Beni culturali conta in tutte le regioni, anche in quelle a statuto speciale come la Sardegna, eppure in Sicilia non conta nulla. L'Isola fa storia a sé, non si compara, resta chiusa in se stessa. Ed è un isolamento a cui ha condotto l'atteggiamento di tanti politici siciliani che, da assessori o presidenti della Regione o, ancora, legati alla gestione dei beni culturali, si occupano della tutela del patrimonio come se la Sicilia fosse uno Stato a sé. Come se lo stretto di Messina definisse un confine netto, non solo geografico, con il resto dell'Italia».

La "bizzarria", come la definisce il professore Settis, è che la devoluzione piena alla Regione dei suoi beni culturali sia avvenuta nello stesso anno in cui fu istituito il ministero per i Beni culturali. Il Governo, infatti, ritenne necessario dar vita a un dicastero preposto alla cultura, all'arte, al patrimonio storico e ambientale e, appena sei mesi dopo, tolse a se stesso la competenza di tutelare i beni culturali di una delle regioni con la più alta densità di patrimonio. Una bizzarria, appunto.

«Questo rivela la povertà politica italiana già nel 1975 - dice l'archeologo -. Ma commettere un errore non significa tuttavia continuare a ripeterlo. In Sicilia, la mancanza di comparazione con altre regioni dà alle amministrazioni una sorta di delirio di onnipotenza. La Regione siciliana ha così l'illusione di poter fare tutto con conseguenze negative per il territorio. E' questa condizione che conduce, ad esempio, a decisioni come quelle di allontanare i soprintendenti più competenti, come accaduto di recente. E tutto ciò lascia intendere che la competenza conti sempre meno in Sicilia».

Gestione e politica, poi, significa soldi. E quando si parla di beni culturali in Sicilia e denaro lo scenario è quello di sprechi e occasioni perdute. Ma Settis dice di più.

«In situazione dominata da questo delirio di onnipotenza da parte della Regione - afferma il docente - e dall'illusione di essere al riparo dalle critiche, l'investimento delle risorse economiche a disposizione del territorio spesso viene indirizzato sulla base della simpatia politica o di decisioni extra-tecniche. Credo che il caso del Teatro greco di Siracusa che si sbriciola sia un caso di scuola: i nostri monumenti perdono pezzi per mancanza di manutenzione. Invece è proprio l'attenzione costante, l'intervento programmato che Giovanni Urbani ha sempre raccomandato, la priorità. Se ciò manca, tutto crolla. I beni culturali, in fondo, sono come il nostro corpo: bisogna curarlo costantemente. Lo sbriciolarsi del Teatro greco di Siracusa è, appunto, il sintomo di una malattia: sono sicuro che metteranno a posto le pietre fratturate, ma bisogna curare le ragioni della malattia».

Professore, perché è così difficile in Sicilia coniugare la salvaguardia del patrimonio con lo sviluppo del territorio?
«La difficoltà nasce da una carenza di cultura istituzionale. Un assessore regionale dovrebbe sapere che nelle Soprintendenze e nei musei debbano lavorare figure di altissima competenza e questo, invece, accade in alcune istituzioni e in altre no. Di certo, la maggioranza degli assessori regionali non ha mostrato attenzione alla vera competenza; piuttosto molti sono stati attenti al fatto che soprintendenti e direttori di musei fossero ubbidienti più che preparati. Una vera cultura istituzionale è quella capace di dare alla competenza il suo valore. Ancora, sul difficile connubio tra tutela e sviluppo conta la concezione stessa del patrimonio: anche in Sicilia vale la Costituzione della Repubblica, almeno così dovrebbe essere. L'art. 9 è chiaro: dice che il paesaggio e il patrimonio appartengono ai cittadini e fanno parte dell'identità nazionale e del possesso a titolo di sovranità, allora questo deve essere il punto dominante. Non la rincorsa ai turisti che, certo, hanno diritto ad ammirare e godere la bellezza dei luoghi. Ma il patrimonio è di chi vive in questi luoghi. Non si può trasformare una città d'arte e cultura in una Disneyland per turisti ma la prima cosa, quella fondamentale, è custodire il patrimonio per i cittadini che ne sono i proprietari legittimi. E questo senso istituzionale che manca e non solo in Sicilia. L'art. 9 dice che il livello di tutela e i criteri di valorizzazione del patrimonio debbono essere identici in tutto il territorio italiano: non è così. E il caso massimo è proprio la Sicilia che non viene più comparata al resto d'Italia».

Salvatore Settis ricorda, a tale proposito, che quando era presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali chiese notizie del patrimonio siciliano senza, tuttavia, ottenere notizie. Gli uffici del ministero, infatti, non sapevano alcunché della Sicilia e dei suoi beni. La situazione non è cambiata oggi perché il ministero non conosce nemmeno le statistiche, i numeri di musei e luoghi d'arte e cultura siciliani.

«E allora - dice Settis - se la situazione è questa, come si può sperare di essere riconosciuti per quello che si è: uno dei più grandi fiori all'occhiello del patrimonio italiano? Forse nessuna regione della Penisola può competere con la Sicilia per bellezza».

La gestione di monumenti e musei è spesso legata anche al loro ritorno economico. Un piccolo gioiello-museo come quello di Lentini, per esempio, è fanalino di coda in Italia e mantenere luoghi che non offrono prospettive di introito è spesso al centro del problema gestionale siciliano. Qual è il suo commento?
«Lo affido, ancora, al principio dell'art. 9 della Costituzione che asserisce come il valore culturale dei beni sia al di sopra di qualsiasi significato economico. Non possiamo accettare il fatto che, se un museo non ha incassi sufficienti a coprire i costi del suo mantenimento, debba chiudere. Se questo è il criterio, allora chiudiamo tutte le scuole elementari e medie d'Italia perché certamente non portano guadagni. Musei, teatri, luoghi d'arte sono aspetti della cultura vitali per la salute mentale dei cittadini tutti, per la creatività di un popolo e per le nuove generazioni a cui si potranno assicurare le condizioni della creatività che poi, a loro volta, dedicheranno al futuro in ogni settore e professione. Se parliamo di ragioni meschine, quando si parla di cultura, allora stiamo commettendo suicidio. Anzi, stiamo per premere il grilletto».

Cosa pensa dei prestiti delle opere d'arte e delle grandi mostre che la Sicilia non allestisce?
«Il business delle mostre va rivisto seppur non radicalmente. Non sono affatto convinto che si facciano troppe mostre in Italia ma il punto dev'essere "cosa si fa". Una mostra, rispetto alle collezioni permanenti, è un'occasione per pensare e ha senso quando riesce ad accostare oggetti che di solito si trovano in musei diversi, in chiese diverse. Ad esempio, le mostre di Raffaello al Prado o al Louvre che consentono di vedere, insieme, opere di uno stesso autore, di uno stesso periodo. E questa è un'occasione unica. Oggi invece prevale l'idea di mostre del tutto pretestuose in cui o si chiede in prestito un pezzo, come i frontoni del Partenone all'Hermitage o il quadro "La ragazza con l'orecchino di perla" a Bologna che diventa un'icona. Noi invece non abbiamo bisogno di icone da adorare ma di arte che ci faccia pensare. Le opere prestate dalla Sicilia, come il Satiro di Mazara, se comparato con altre statue, in un contesto, ha senso. Se invece si prende un oggetto, unico ed iconico, no. E a dimostrazione di ciò vi è il fatto che far circolare le opere siciliane nel mondo non fa, poi, arrivare turisti in Sicilia. L'assenza quasi totale, l'incapacità di produrre grandi mostre in Sicilia è molto chiara a differenza di regioni simili, per bellezza e patrimonio, come la Toscana che, invece, allestisce eventi nel segno della grande arte. Spero che non sia sempre così».

Come può allora la Sicilia salvare il suo patrimonio e guardare al futuro?
«Ci vuole umiltà. E vorrei ricordare che l'articolo 9 della Costituzione venne proposto da un siciliano, il catanese Concetto Marchesi, che era un grande latinista e rettore dell'Università di Padova, poi senatore della Repubblica. Fu proprio lui ad evidenziare come fosse necessario evitare che le regioni, a cominciare dalla Sicilia, tenessero per sé il patrimonio e la sua gestione facendone strazio. Con Aldo Moro, propose di evitare la regionalizzazione dei beni culturali. Se oggi Marchese fosse vivo, direbbe: quanto avevo ragione».

Corriere della Sera, 11 dicembre 2014 (m.p.r.)

Alla prossima frana, non osino chiedere aiuto allo Stato. Alla prossima frana, non osino strillare davanti alle telecamere. Non osino invocare risarcimenti per i danni. Perché lo sanno tutti, a Messina, che è da pazzi costruire nei letti dei torrenti Trapani e Boccetta. Eppure, appena rimosso il funzionario che si opponeva, sono ripartiti i cantieri. Come se tante tragedie non fossero mai avvenute. È una pazzia doppia, quella di Messina. Perché i numeri dell’anagrafe dicono che la città, a dispetto di piani di sviluppo megalomani che prevedevano una metropoli di mezzo milione di persone, perde abitanti. Ne aveva, nel 1981, oltre 260 mila. Ne ha, oggi, quasi 20 mila in meno. Ed è tappezzata di cartelli: «vendesi», «affittasi». Al punto che Lucio D’Amico sulla Gazzetta del Sud, parlando dei nuovi cantieri, scrive che «i costruttori tireranno un sospiro di sollievo, ma poi dovrebbero spiegare a chi venderanno». Analisi certificata dall’Osservatorio immobiliare 2014 di Nomisma. Che parla di crollo nelle compravendite sullo Stretto, tra il 2012 e 2013, del 47%.

A maggior ragione, in questo contesto, è impossibile comprendere l’altra pazzia, quella di costruire in zone ad alto rischio. Sono anni, ad esempio, che il canalone lungo il quale scende il torrente Trapani viene additato come un’area pericolosa. E anni che continuano a tirar su condomini: «Quel che sta accadendo nella parte alta del torrente Trapani è rabbrividente», scriveva nel 2010 Francesco Celi, precisando che probabilmente sulla carta era tutto in regola («speciosa ma doverosa puntualizzazione») nonostante la collina «sulla quale sta sorgendo una palazzina, l’ennesima palazzina, palesa su un fianco cinque ferite, squarci provocati da movimenti franosi».
Erano previsti due centri commerciali e vari caseggiati per ospitare oltre tremila abitanti, lungo il Trapani. Tutto bloccato dall’ingegner Gaetano Sciacca, l’allora capo del Genio civile, inviso ai costruttori perché, in base a una sentenza della Cassazione sulla priorità della sicurezza, si era messo di traverso a una leggina varata da Totò Cuffaro che consentiva d’aprire i cantieri un istante dopo il deposito del progetto senza che alcuno potesse stopparlo. E se l’edificio fosse stato tirato su nel disprezzo di ogni vincolo antisismico o idrogeologico? Amen: si poteva sempre abbatterlo, dopo. Anche se storicamente gli abbattimenti in Sicilia sono più rari dei fichi d’India in Alaska? Domanda impertinente: uffa, i soliti nemici dello sviluppo!
Fatto sta che, tolto di mezzo poche settimane fa lo scomodo funzionario che mentre metteva in sicurezza i luoghi delle frane del 2009 aveva bloccato decine di lottizzazioni pericolose («costruiscono ville sul mare o in località a rischio e poi pretendono opere pubbliche a difesa dell’indifendibile»), tutto è ricominciato come prima. Quando tutti facevano quel che gli pareva.
Un esempio dell’anarchia tollerata da una classe dirigente di imbarazzante mediocrità? Il procuratore Guido Lo Forte è arrivato a sequestrare un cantiere proprio a Boccetta dove le ruspe del costruttore, per passare più comodamente sotto con i camion, avevano demolito una parte dei pilastri di sostegno dello svincolo stradale. E se il viadotto fosse crollato? Uffa, i soliti menagramo!
Ed ecco che sulla Gazzetta, proprio come temevano Anna Giordano del Wwf e gli ambientalisti che avevano inutilmente chiesto al governatore Rosario Crocetta di non toccare il Genio civile, si tornano a leggere cronache così: «Stanno sbancando di nuovo la collina del Boccetta. Pensavamo che la folle rincorsa alla cementificazione si fosse fermata, o, quanto meno, non fosse più consentita in alcuni luoghi, dove dovrebbe essere vietato ogni genere di edificazione. E invece un altro cantiere è stato aperto, le ruspe stanno spianando...».
Il «Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico» della Regione Siciliana del 2008 ospita una raffica di fotografie impressionanti: frane, frane, frane, frane... E parla, per il solo comune di Messina solcato da 52 fiumare per la metà intubate, di 406 problemi idrogeologici per un totale di quasi 468 ettari colpiti da crolli, «frane complesse», «colamenti rapidi», «dissesti dovuti a erosione accelerata»... Eppure, nonostante il rapporto Ispra 2008, richiamandosi al disastroso terremoto del 1908, denunciasse che «l’intensa urbanizzazione rende concreta la possibilità che una nuova calamità possa essere ancora più disastrosa di quella di cento anni fa», continuano a cementificare, cementificare, cementificare...

Il manifesto, 30 novembre 2014

Per la seconda volta in un anno, ieri archeo­logi, biblio­te­cari, archi­vi­sti, sto­rici dell’arte e restau­ra­tori hanno mani­fe­stato a piazza del Pan­theon a Roma con­tro il «modello Expo» adat­tato ai beni cul­tu­rali. Sotto una piog­gia bat­tente, cen­ti­naia di gio­vani pro­fes­sio­ni­sti hanno denun­ciato il ricorso pro­gram­ma­tico dello Stato e dalle sue pro­pag­gini locali al lavoro gra­tis o al volon­ta­riato. È stato denun­ciato il bando della Soprin­ten­denza capi­to­lina che cerca volon­tari per svol­gere atti­vità gra­tuite nei musei e nelle aree archeo­lo­gi­che della Capi­tale. Pro­prio come a Milano, dove il Tou­ring club sta reclu­tando mille volon­tari per svol­gere il ruolo di guide ai monu­menti durante l’Expo, a Roma si ricorre al lavoro gra­tuito o a pre­sta­zioni pagate sim­bo­li­ca­mente (3 euro l’ora) per svol­gere ser­vizi di prima acco­glienza, infor­ma­zione e accom­pa­gna­mento. I tagli, il ricorso siste­ma­tico ai pri­vati e il fatale blocco del turn-over e dei con­corsi (quando si fanno, non si assume) hanno spinto il Mini­stero dei beni cul­tu­rali a cre­dere che il volon­ta­riato sia un’attività sus­si­dia­ria all’assunzione di figure specializzate.

La tra­sfor­ma­zione è stata uffi­cia­liz­zata men­tre il Mibact è pas­sato da Mas­simo Bray a Dario Fran­ce­schini. Con il pre­ce­dente mila­nese, si può dire che è diven­tata sistema in tutto il paese. Un sistema che elude la nor­ma­tiva del codice degli appalti, già fune­stato dal ricorso gene­ra­liz­zato alle gare al mas­simo ribasso. Oggi è diven­tata la regola anche nel mondo dei beni cul­tu­rali dove, solo pochi giorni fa, il mini­stro Fran­ce­schini e il sot­to­se­gre­ta­rio Luigi Bobba hanno siglato un pro­to­collo inter-istituzionale per il reclu­ta­mento di 2 mila «gio­vani» da impie­gare gra­tui­ta­mente per la tutela, frui­zione e valo­riz­za­zione del patri­mo­nio. Lo Stato userà mano­do­pera volon­ta­ria sotto forma di «ser­vi­zio civile». Abo­lito negli anni Due­mila, oggi viene recu­pe­rato per tro­vare un’occupazione a costo zero per lau­reati o diplo­mati. Una prima con­te­sta­zione con­tro que­sto accordo è avve­nuta venerdì all’entrata dei Musei Capi­to­lini, bloc­cata sim­bo­li­ca­mente con un nastro rosso. Lo slo­gan era: «Noi non siamo a costo zero».

La mobi­li­ta­zione di ieri è stata pro­mossa dall’Associazione Nazio­nale Archeo­logi (Ana) e da Con­fas­so­cia­zioni (160 asso­cia­zioni, con 275 mila iscritti) e ha voluto affer­mare un prin­ci­pio ele­men­tare: «La cul­tura è lavoro e il lavoro si paga». Nella sua sem­pli­cità rivo­lu­zio­na­ria, que­sto slo­gan può essere appli­cato all’università, o al gior­na­li­smo, al lavoro nello spet­ta­colo come a quello arti­stico. Rivela una con­di­zione comune e coglie uno degli ele­menti del post­for­di­smo appli­cato alla cul­tura: il sistema degli appalti e dei subap­palti appli­cato tanto nei beni cul­tu­rali, quanto nella logi­stica (ad esem­pio) e il ricorso alle coo­pe­ra­tive che sfrut­tano i «cot­ti­mi­sti» del lavoro cul­tu­rale: gli archeo­logi, i biblio­te­cari o gli archi­vi­sti. Lo stesso accade ai fac­chini nella logistica.

Cre­sce dun­que la mobi­li­ta­zione, spinta dal pro­gres­sivo rico­no­sci­mento di una con­di­zione comune anche agli stu­denti. Alla mani­fe­sta­zione di ieri hanno par­te­ci­pato Link e la Rete della Cono­scenza. E cre­sce anche la capa­cità di coor­di­na­mento e auto-organizzazione alla quale par­te­ci­pano anche sto­rici dell’arte o l’associazione nazio­nale dei restau­ra­tori. Insieme hanno ela­bo­rato un mani­fe­sto con­tro il «dum­ping spre­giu­di­cato» del lavoro volon­ta­rio. Sull’onda del pro­ta­go­ni­smo cul­tu­rale e poli­tico degli archeo­logi si è for­mato un coor­di­na­mento con Con­fas­so­cia­zioni e le altre realtà mobi­li­tate. Tra le richie­ste c’è quella dell’assunzione dei vin­ci­tori l’ultimo con­corso di Roma Capi­tale e il ritiro del bando della Soprin­ten­denza capi­to­lina. La domanda che spiega il senso del con­flitto in corso è: «Se siamo abi­tuati a pagare il medico, per­ché non paghiamo archeo­logi o restau­ra­tori che curano il nostro patri­mo­nio culturale?».

Siracusa. La Sicilia, com'è noto, dal 1977 ha una gestione dei Beni Culturali autonoma. A tale peculiare ordinamento, che la distingue anche dalle altre regioni a statuto speciale, si deve, fra gli altri inconvenienti, che quel che vi accade spesso sfugge all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale. In virtù di ciò, risulta anche agevole sperimentarvi o anticiparvi, senza destare troppo clamore e a mo' di ballons d'essai, pratiche non ancora invalse a livello centrale. Può ben dirsi che, in questo senso, la Sicilia spesso ha svolto e svolge la funzione di laboratorio e di incubatore. Sia che si sia trattato di assumere e poi stabilizzare caterve di precari negli organici dell'amministrazione, di dare in gestione ai privati quante più attività possibile (con risultati spesso disastrosi, si pensi agli scandali delle biglietterie), di ospitare eventi mondani nelle aree archeologiche, di indirizzare i propri beni museali verso le destinazioni più diverse e bizzarre (un fragilissimo Antonello a Rovereto, le teste romane di Pantelleria al meeting di Comunione e Liberazione, cose così!), l'Isola assai spesso ha anticipato o assecondato, spingendosi di norma più avanti, l'ultimo trend che si annunciava a livello nazionale. Del tutto prevedibile quindi che nel nuovo clima inaugurato dal Presidente del Consiglio con le sue note esternazioni («e adesso mettiamo mano alle Soprintendenze») la tendenza a non restare indietro si sia fatta sentire.

I "valzer dei soprintendenti"

Per esempio, una pratica in uso da tempo in Sicilia è quella dei continui trasferimenti o "rotazioni" - ad arbitrio dei politici di turno - dei soprintendenti e di altri funzionari, indipendentemente, per lo più, dalle loro qualifiche o attitudini. In occasione di una delle maggiori di queste operazioni, che, ai tempi di Raffaele Lombardo, interessò ben 72 dirigenti, la stampa adottò con umorismo forse involontario l'espressione di "valzer dei soprintendenti"[1]. Questa consuetudine, che a un osservatore esterno ricorda irresistibilmente il "movimento dei prefetti" del ministero degli Interni (con la differenza che il prefetto è, istituzionalmente, longa manus dell'esecutivo, mentre un soprintendente è o dovrebbe essere un funzionario tecnico indipendente), purtroppo non ha suscitato proteste di rilievo, né localmente né altrove, ed è stata subita remissivamente da parte degli stessi interessati. Persino i pochi politici in qualche misura sensibili ai temi della cultura non hanno affrontato alla radice il problema (per esempio richiamando in vita l'atrofizzato Consiglio dei Beni Culturali, oggi addirittura nemmeno rinnovato, e sottoponendo al suo parere la delicata materia delle nomine), ma, duole dirlo, hanno seguito la prassi ormai consolidata di scelte discrezionali disancorate da criteri obiettivi prefissati, in aperta violazione dello spirito e della lettera delle disposizioni legislative[2]. Col risultato che anche decisioni di per sé ineccepibili nel merito hanno offerto il pretesto o l'alibi, dopo l'uscita di scena del politico che le aveva ispirate, ai nuovi "giri di valzer" e talora alle brutali ritorsioni dei successori.

Riesami, sospensioni e revoche a Siracusa

Questa premessa era necessaria per meglio comprendere la vicenda - ancora aperta - di Siracusa, in parte nota al vasto pubblico grazie a Gian Antonio Stella e Tomaso Montanari[3], ma che vale la pena di ripercorrere per sommi capi.

Essa ebbe inizio quando l'assessore Maria Rita Sgarlata, essa stessa apprezzata archeologa, assunta la carica dopo la breve e surreale esperienza di Antonino Zichichi, si trovò davanti la questione delle nomine dei funzionari cui era scaduto il contratto. Al ruolo di soprintendente di Siracusa fu destinata la persona che obiettivamente aveva più titoli per ricoprirlo, la dottoressa Beatrice Basile, in passato responsabile della sezione archeologica di Siracusa, poi soprintendente a Ragusa ed Enna, all'epoca direttrice del museo archeologico "Paolo Orsi", e, al termine del suo contratto, disponibile per una nuova destinazione. La revoca dell’incarico all'allora soprintendente di Siracusa, l'arch. Orazio Micali, certamente con molti meno titoli, fu giustificata con la riorganizzazione degli uffici, e non attribuendogli addebiti specifici: e, anche se in quel caso la riorganizzazione effettivamente ci fu (per esempio riguardo alla ristrutturazione del sistema dei parchi archeologici), tale motivazione, per altro male argomentata, come vedremo in sede di ricorso dell'interessato sarà, con ragione, ritenuta insufficiente dal giudice.

Mentre tutti in città, più o meno sinceramente, riconoscevano i meriti e i titoli della nuova soprintendente, la sua nomina e la sostituzione del predecessore suscitarono le furiose proteste di alcuni politici locali nonché dell'associazione dei costruttori, già in fermento per la recente adozione del piano paesistico. Si badi che, in via di fatto, la dottoressa Basile non aveva e non ha "detto di no" a nessun progetto di rilievo, con l'eccezione - di cui si dirà - dell'assurda isola artificiale presente nella prima versione del progetto del porto turistico nell'area ex Spero, per la semplice ragione che non gliene fu dato il tempo. Si temeva però che potesse farlo. Che per esempio difendesse il piano paesistico da poco adottato o la perimetrazione del parco archeologico, ma soprattutto che si differenziasse dai suoi predecessori. E qui va richiamata una circostanza essenziale: che negli ultimi anni a Siracusa la soprintendenza ha, come dire, "male abituato" costruttori e affaristi, rilasciando con grande facilità pareri favorevoli, per esempio, a villaggi turistici in zone vincolate (uno costruito, altri ancora sulla carta), a ben due progetti di porti turistici concorrenti (uno, quello di Caltagirone, rimasto miseramente in tronco per le vicende di quest'ultimo e l'altro, quello con l'isola artificiale annessa, nell'area ex Spero, entrambi con vistosi profili di illegittimità emersi successivamente)[4], a una palazzina sulla balza Acradina[5], a centri commerciali, ed altro ancora. Si temeva, detto in soldoni, che "finisse la festa".

Dopo alcuni mesi, durante i quali nessun addebito da parte dell'Assessorato era stato mosso alla soprintendente, l'assessore Sgarlata, passata ad altro incarico, fu sostituita ai Beni Culturali dalla professoressa Giuseppina Furnari, dello stesso partito di un politico siracusano di spicco, l'on. Pippo Gianni, fra quelli che più si erano opposti, anche con interrogazioni parlamentari, alle nomine della Sgarlata, mentre nel gabinetto dei Beni Culturali entrava il dr. Martino Russo, già dirigente regionale all'Industria e collaboratore proprio di quel politico quando questi era responsabile di quell'assessorato. Che si debba a ciò (gli interessati smentiscono), alle concomitanti pressioni degli avversari del piano paesistico, o alle due cose insieme, sta di fatto che il nuovo assessore Furnari non mancherà sin da subito di applicare a sua volta, o comunque a lasciare che fosse applicato, l'usuale spoil system e a ribaltare la situazione. La strada più semplice sarebbe stata quella di reintegrare nel suo ruolo il predecessore della Basile, arch. Micali, che nel frattempo aveva vinto il ricorso da lui presentato contro il provvedimento di rimozione, ma la cosa fu resa impossibile dalla condanna in primo grado per abuso d'ufficio e falso che, per un'altra vicenda risalente a quando era funzionario a Messina, lo aveva colpito nel frattempo.

Cosa fare allora? Si imbastì ugualmente un "riesame" della posizione di tutti i soprintendenti, con la generica motivazione dei "profili di illegittimità" delle procedure di affidamento degli incarichi, emersi dal contenzioso giudiziario del Micali e di un altro funzionario, e della mancata registrazione dei contratti. Apparve subito chiaro, e fu fatto notare pubblicamente, come il tentativo fosse pretestuoso, visto che l'eventuale illegittimità avrebbe, se mai, potuto riguardare la rimozione del Micali (il quale però, come s'è detto, non poteva essere reintegrato) ma non certo la nomina della Basile e che la mancata registrazione dei contratti avrebbe potuto, al più, portare a una sospensione della parte economica e non del contratto stesso. Come si disse allora, si era cercato, senza successo, di "azzerare tutti per colpirne una"[6]. E allora, in un climax che ricorda la favola del lupo e dell'agnello, si tentò un'altra strada. Era circolata in quei giorni una lettera anonima relativa all'ormai nota piscina prefabbricata della Sgarlata. A questa fece seguito, senza comunicazione dell'oggetto, e senza dare all'interessata la possibilità di contraddittorio, un'ispezione che si concluse col sequestro di alcuni fascicoli. Del tutto irritualmente e illegittimamente, dell'ispezione non fu redatto alcun verbale né della relazione conclusiva fu data visione alla soprintendente se non, dietro sua richiesta, alcune settimane dopo il provvedimento di sospensione, a sua volta motivato genericamente "per accertamenti".

Ma, nel merito, quali erano gli addebiti che si muovevano alla soprintendente? Era preponderante la vicenda della piscina dell'assessore Sgarlata (la quale nel frattempo s'era dimessa dopo essere stata pesantemente attaccata dal Presidente della Regione) e si parlava di mancato rispetto dei termini del procedimento. Se fosse stata interpellata circa tali addebiti, come previsto dalla legge, la dottoressa Basile avrebbe potuto replicare – come poi farà – che analogo criterio nel rilascio di tali permessi era stato seguito dalla soprintendenza di Siracusa in tutti i casi analoghi, sia sotto la propria gestione che sotto quella del suo predecessore, senza che l'amministrazione vi avesse mai trovato niente da eccepire. Ma, come s'è detto, non le fu data la possibilità di replicare agli addebiti che porteranno alla sua immediata sospensione[7]. A completare il quadro, va aggiunto che, mentre dalla procura, rumorosamente investita del caso dal presidente Crocetta, non era e non è ancora giunto alla dottoressa Basile alcun avviso di garanzia, il suo sostituto ad interim, arch. Carmelo Rizzuto, è imputato per aver illegittimamente autorizzato un ampliamento della villa di Ispica dell’allora presidente Raffaele Lombardo. Analogo double standard, del resto, era adottato anche a livello politico dal presidente Crocetta: per limitarsi al caso di Siracusa, questi "cacciava via" (per usare le sue parole) l'assessore Sgarlata, nemmeno indagata, mentre, ironia della sorte, proprio in quelle settimane il principale antagonista della Sgarlata a Siracusa (e allora sostenitore con voto determinante della giunta Crocetta) riceveva un avviso di garanzia con l'accusa di corruzione assieme al suo ex collaboratore Martino Russo (allora nel gabinetto della Furnari) per la vicenda del parco fotovoltaico di Monreale (2009-2010), nella quale le intercettazioni della Guardia di Finanza avrebbero svelato "un vorticoso giro di mazzette"[8].

Colpirne tre per educarne cento

Ma l'opera non era completa e l'epurazione della soprintendenza andava portata fino in fondo. Preannunciata minacciosamente alla metà di settembre, con l'avallo, a quanto sembra, dello stesso Crocetta[9], ai primi di novembre era disposta la proposta di nuove assegnazioni per i dirigenti Rosa Lanteri, Alessandra Trigilia e Aldo Spataro, responsabili rispettivamente delle sezioni archeologica, paesaggistica e architettonica, la prima dei tre vincitrice un anno fa del premio intitolato a Umberto Zanotti-Bianco. Con motivazioni , se possibile, ancora più risibili di quelle usate per la Basile, cioè richiamando addirittura la normativa anticorruzione. La quale per altro, se anche fosse applicabile nel caso in ispecie, prevederebbe che non si possa ricoprire lo stesso ruolo per più di cinque anni, mentre due degli interessati vi erano stati nominati solo da tre o quattro, e la terza, pur avendo prestato servizio all'interno dell'ufficio per più di cinque anni, non vi aveva ricoperto l'incarico di dirigente responsabile per uguale periodo. Una misura poi che, se non si fosse trattato di un pretesto, avrebbe dovuto interessare tutte le soprintendenze, ma che, singolarmente, si rivolgeva solo a quelle di Siracusa e di Agrigento: proprio quelle, cioè, i cui piani paesistici erano più fortemente contestati. Tanto più odiosa, infine, in quanto volta a colpire tre funzionari già "sotto tiro" e oggetto di richieste di risarcimento milionarie da parte di imprese costruttrici, esponendoli a danni ulteriori. Perché delle due l'una: o quelle richieste erano e sono infondate, come risulta da tutti i ricorsi amministrativi finora avviati dalle ditte e respinti dai tribunali[10], e allora l'amministrazione ha il dovere di difendere fino in fondo i propri funzionari, così come ha fatto in giudizio l'avvocatura dello Stato, o, se invece essa le ritiene in qualche misura giustificate, deve motivare con questi addebiti specifici la loro rimozione. Come se ciò non bastasse, il provvedimento, a firma del dirigente generale Salvatore Giglione, veniva emanato il giorno prima che il nuovo assessore Antonio Purpura assumesse il suo incarico, quasi a volerlo mettere davanti al fatto compiuto. Inutile sottolineare la scorrettezza, a dir poco, di tale condotta.

In tal modo si è cercato di "normalizzare" la soprintendenza di Siracusa e di mettere in riga, uno per uno, i tre responsabili della redazione e della difesa (finora) del piano paesistico, esattamente come richiesto dal "partito del cemento" cittadino, a severo monito di chi osasse imitarli.

La situazione, attualmente, è complicata dal sovrapporsi dei decreti di nomina dei successori, i quali hanno già preso servizio, con quelli di revoca, non accettati dai destinatari e al momento, a quel che si sa, sospesi a seguito dell’intervento del nuovo assessore. Ovviamente tutti e tre gli "epurati", se del caso, potranno presentare ricorso, ma i provvedimenti, nella loro rozza illegittimità, sono immediatamente efficaci, a meno che, com'è auspicabile, non vengano revocati, mentre i tempi della giustizia sono quelli noti. Ed è in queste condizioni, con il personale disorientato e intimidito e gli uffici in disordine, che la soprintendenza nei prossimi mesi rischia di dover affrontare una serie di impegni di estrema delicatezza: discussione e approvazione del piano paesistico, pareri su lottizzazioni, villaggi e porti turistici, revisione del Prg, proposte di nuova delimitazione di aree protette, ed altro ancora.

"E quindi abbiamo deciso di sostituire il soprintendente..."

Quale sia stata l'intenzione della dirigenza dei Beni Culturali (per fortuna non condivisa, come ora sappiamo, dal nuovo assessore) è spiegato con chiarezza in un'intervista che il dirigente generale Giglione, firmatario del provvedimento, ha ritenuto di rilasciare[11]. Si tratta di un documento prezioso, in un certo senso rivelatore, e che merita citare e commentare per esteso.

«Non vogliamo che le soprintendenze diventino centri di potere, e laddove è necessario interverremo» - questo l'esordio - Le soprintendenze devono occuparsi della tutela, in osservanza delle leggi, ma non essere «freno fine a se stesso. La prima mossa è stata Siracusa, ma interverremo ovunque sia necessario, come stiamo già facendo altrove». A Siracusa, prosegue Giglione, «abbiamo notato una situazione strana, in merito alla mancata omogeneità del trattamento di alcune pratiche. E quindi abbiamo deciso di sostituire il soprintendente Beatrice Basile. Decisione che, non appena annunciata, ha scatenato un putiferio che ci ha convinto ancor più che qualcosa non andava. Quest'attaccamento eccessivo ai ruoli è stata per me la dimostrazione che occorreva cambiare rotta». Si può osservare che, se la soprintendente che sulla base di lettere anonime il dirigente di Palermo «aveva deciso di sostituire» avesse avuto, come la legge prevede, la possibilità di presentare le proprie osservazioni prima della sostituzione, si sarebbe chiarito che quella «mancata omogeneità» di trattamento semplicemente non esisteva. Quanto alle proteste (non da parte dell'interessata, che non ha aperto bocca fino a pochi giorni fa) ma di cittadini, personalità della cultura e associazioni del più vario orientamento, queste erano il minimo che ci si potesse attendere, dopo settimane di attacchi e di mobbing, a quell'annuncio. Evidentemente per l'ing. Giglione il fatto che associazioni e cittadini interessati alla difesa dei beni paesistici difendano il soprintendente che difende quei beni quando, proprio per tale ragione, viene attaccato e poi sospeso è la prova del nove che «qualcosa non va”! Quanto alla «rotazione» degli altri tre, per l'ing. Giglione essa «è un fatto amministrativo normale. D'altronde - sostiene - per i tre funzionari nulla cambia: stesso stipendio, stessa città”». Di che si lamentano, se lo stipendio corre uguale! E poi, aggiunge Giglione, «noi applichiamo la legge Severino e il piano anticorruzione che non è certo punitivo, bensì preventivo. Quello che può destare sospetto non è l'avvio di una rotazione, semmai l'eccessiva difesa di qualche permanenza». Pare di sognare: mentre si apprende che funzionari indagati con l'accusa di corruzione sono stati lasciati al loro posto per anni e anni (è esplosa da poco la vicenda, con tanto di arresti, di funzionari del servizio Via), altri che possono vantare solo premi e benemerenze e verso i quali nessun addebito di alcun genere è stato mosso, se non, se mai, da parte di politici indagati (loro sì!) per corruzione, vengono illegittimamente fatti "ruotare" prima dei termini previsti dalla stessa legge che s'invoca a sostegno, e per di più in presenza di un contratto già sottoscritto dal precedente dirigente generale! E attenzione, prosegue minacciando l'ing. Giglione, anche altre soprintendenze sono nel mirino. «A Siracusa come nel resto della Sicilia la soprintendenza è sempre un centro della gestione del potere locale. È normale che le decisioni degli uffici interferiscano con la costruzione di strutture ricettive, nascita di edifici eccetera. In un territorio cosi ricco di beni da tutelare, il ruolo della soprintendenza e dei suoi uomini diviene nevralgico. Nulla di personale contro nessuno, ma quando ci siamo accorti di pratiche espletate in maniera troppo veloce ed altre che languono, oppure iter autorizzati [sic] e altri fermi, abbiamo deciso di intervenire come la legge ci impone. Il nostro compito è garantire l'imparzialità e su questa scia continueremo. Un principio che è obbligo di legge». Peccato che la stessa indignazione che l’Assessorato manifesta per le pratiche a suo dire "troppo veloci" non l'abbia mostrata, per esempio, nei confronti del soprintendente Micali. Il quale ad esempio, unico firmatario di un’autorizzazione rilasciata in ventiquattr’ore, per un impianto fotovoltaico sul tetto dell’abitazione di un notabile di Augusta in pieno centro storico, d'altro verso aveva bloccato e tenuto fermo per mesi un parere già sottoscritto dal responsabile dell'unità operativa competente (guarda caso una degli epurati) facendo così scattare il silenzio-assenso, con conseguente successivo annullamento da parte del Tar del relativo provvedimento (guarda caso ancora, riguardante uno dei villaggi turistici che tanto stanno a cuore al partito del cemento) e alimentando, per altro vanamente, nuove aspettative circa l'edificabilità di quell'area[12].

Ma, a parte la critica per l'asserita eccessiva velocità, manca nell'intervista del dirigente ogni accenno ad addebiti concreti, a cominciare dalla famosa piscina. Le vere ragioni del provvedimento invece sono espresse poco appresso: «Non ho nulla di personale nei confronti dei dirigenti, che, tra l'altro, non conosco, così come nei confronti della dottoressa Basile: un'ottima archeologa, una grande professionista e di cui riconosco l'elevata professionalità. Il punto nodale è proprio questo: quando si parla di beni culturali e gestione, occorre comprenderne i ruoli. Un grande archeologo può lavorare meglio all'interno di un museo, per esempio, che alla guida di un ente amministrativo». Finalmente un po' di sincerità! Per i tecnici (archeologi e storici dell'arte) ci sono i musei, se ne stiano lì a catalogare i loro cocci e non piantino grane. Le decisioni che contano, quelle che possono "interferire", per esempio, con le "strutture ricettive" o la "nascita di edifici", non toccano a loro. L'ideale (lo si capisce dal paragone che Giglione fa poco dopo con sé stesso)[13] sarebbero degli amministrativi come lui, gente insomma che sa stare al mondo, intercambiabile e buona per tutte le stagioni e tutti gli incarichi. E se ancora a ciò non siamo arrivati e ci sono ancora dei tecnici fra i piedi (ma, Renzi aiutando, ci si arriverà), pazienza, si farà in modo che il soprintendente non sia scelto secondo il suo curriculum e i suoi meriti ma per le sue attitudini "pratiche" (a valutarle ci penserà l'ing. Giglione), e che possibilmente si occupi di qualcosa che non ha la minima attinenza con i beni che gli sono affidati. Che, per esempio, nella capitale della Magna Grecia non capiti, non sia mai, un archeologo, in modo da ridurre al minimo il rischio di "interferenze".

Con buona pace, a Siracusa, delle ombre di Paolo Orsi e di Luigi Bernabò Brea.

Oggi in Sicilia, domani in tutta Italia?

Come anticipato dallo stesso Giglione, Siracusa è solo un inizio. Si ha notizia dalla stampa di altri trasferimenti: per esempio di funzionari che ricoprivano "ruoli molto delicati" (gestione di fondi europei, tutela, gare di appalto) spostati di dipartimento alla Soprintendenza di Palermo. Anche in questo caso, almeno a detta dei loro rappresentanti sindacali, senza alcuna valida giustificazione[14].

Che d'altronde la piaga dei trasferimenti arbitrari dei tecnici in Sicilia non riguardi il solo settore dei Beni Culturali, è provato da una vicenda non meno scandalosa di quella della dottoressa Basile e dei suoi tre colleghi di Siracusa, anche se non con il pretesto ipocrita della lotta alla corruzione: l'allontanamento dal suo ufficio dell'ingegnere capo del Genio Civile di Messina, Gaetano Sciacca. La colpa, nel suo caso, è stata di essersi opposto con fermezza ad alcune ben individuate iniziative edilizie in un territorio martoriato dalle frane e dalle alluvioni e perennemente a rischio. Ciò gli ha valso l'ostilità implacabile del locale partito del cemento e la conseguente rimozione[15]. E purtroppo, anche in tale occasione, il "rivoluzionario" Crocetta ha dimostrato da che parte sta.

Ma da che parte stanno, a questo punto, devono dirlo tutte le persone coinvolte in questi episodi. A cominciare dal nuovo assessore ai Beni Culturali, il quale ha adesso la possibilità di porre rimedio a una situazione incresciosa di cui non porta la responsabilità. Da alcune sue recentissime dichiarazioni apprendiamo che, per fortuna, non condivide la filosofia "rotatoria" del suo dirigente generale. E, in particolare, non sembra condividere gli esiti di un provvedimento insieme ingiusto e odioso emanato, con irridente protervia, il giorno prima del suo insediamento. Ma, in questa occasione, gli si offre l'opportunità di fare qualcosa di assai più importante della correzione di un abuso. Quella di distinguersi da tutti i suoi predecessori e di fissare in via definitiva, meglio se attraverso atti di indirizzo e circolari e col supporto del Consiglio dei Beni Culturali, delle linee guida vincolanti riguardo alle nomine dei dirigenti, che le rendano effettivamente conformi alle leggi e alla Costituzione. E con riferimento non solo all'art. 9 ma anche all'art. 97, a tutela - come ammonisce, nella citata deliberazione, la Corte dei Conti - «della necessaria indipendenza di azione che la dirigenza deve possedere rispetto al decisore politico».

La rimozione dell'ing. Sciacca e quella, tentata, dei funzionari di Siracusa, infatti, richiama con forza proprio il tema dell'indipendenza dei dirigenti e, contestualmente, quello della corruzione, invocato così poco a proposito in quei provvedimenti. Come in tutti gli uffici, anche nelle soprintendenze la corruzione può farsi strada, e nelle forme più varie: magari solo accelerando l'iter di un pratica legittima o addirittura millantandone l'esito positivo, senza nemmeno intervenire, presso qualche postulante. Ciò certo può accadere. Ma chi conosce la dinamica degli appalti in Sicilia, ormai messo in luce da infinite inchieste giudiziarie, è in grado di ricostruire un meccanismo che si ripete con pericolosa regolarità: quello dell'impresa che si rivolge al politico del luogo perché si faccia "garante" del proprio progetto e ne spiani la strada, facilitandone l'iter presso tutti gli uffici interessati (comune, genio civile, soprintendenza, regione). Il corrispettivo, in molti casi, non è più la vecchia tangente, agevolmente tracciabile, ma una sorta di patrocinio informale, a volte monopolistico, sulle assunzioni di personale in quel complesso. Talché, ad esempio, accade che i poveri giovani in cerca di lavoro finiscono col presentare direttamente a quel politico, prima ancora che all'impresa, il proprio curriculum. Trattandosi di assunzioni da parte di privati, il fatto corruttivo sotto il profilo penale è difficilmente individuabile. Purtroppo questo fenomeno, triste e umiliante, è diffusissimo e può essere colto facilmente, a prima vista, dal semplice esame della provenienza geografica degli assunti in ciascun complesso, qualora questa venga a coincidere in prevalenza col bacino elettorale del politico in questione (il caso dei centri commerciali, anche a Siracusa, è illuminante). Naturalmente, perché il sistema funzioni, va assicurata la "benevolenza" degli uffici, e soprattutto che non ci sia il rischio che a qualche funzionario, diciamo, poco accomodante, salti in mente di mettersi di traverso. Ed è per questa ragione che proprio la "rotazione" dei funzionari, sulla carta intesa a limitare i fenomeni corruttivi, rischia di avere l'effetto opposto se applicata ad hominem e prima della scadenza degli incarichi (in via "preventiva", per usare le parole dell'ing. Giglione). Tanto più se contro funzionari che, non foss'altro per gli attacchi che hanno ricevuto e ricevono, danno prova di essere tutto meno che a rischio di corruzione!

Attenzione, infine. L'esternazione del direttore generale non è estemporanea. Ripete, a volte usando le identiche parole (le soprintendenze come "centro di potere", "freno", ecc.), concetti espressi negli ultimi mesi dal Presidente del Consiglio e dai suoi esegeti[16]. La differenza sta nel fatto che in Sicilia si è cercato di passare brutalmente dalle parole ai fatti. Come s'è detto all'inizio, in ciò si può scorgere una sorta di "prova generale". Dalla reazione che questa e analoghi conati susciteranno nel mondo della cultura e nella società civile dipenderà se saranno replicati in Italia[17]. I casi della dottoressa Basile e dell'ingegnere Sciacca non sono soltanto, quindi, gravi in sé, e non è solo per doverosa solidarietà verso funzionari integri e incolpevoli che vanno denunciati. Devono anche essere avvertiti come un pericoloso precedente e un campanello d'allarme.

[1] Ad es. La Sicilia, Ecco il valzer dei soprintendenti, 2 set. 2010. Ma anche, anni dopo, La Repubblica (Palermo), Beni culturali, valzer di soprintendenti, la Sgarlata sceglie sei donne su nove. Premiata l'area Crocetta, ecc., 25 ott. 2013.

[2] Ai sensi dell'art. 19, c. 1 del d.lgs. 165/2001 (ripreso quasi testualmente dal Contratto Collettivo Regionale di Lavoro del personale con qualifica dirigenziale, art. 33, comma 8), "ai fini del conferimento di ciascun incarico di funzione dirigenziale si tiene conto, in relazione alla natura e alle caratteristiche degli obiettivi prefissati ed alla complessità della struttura interessata, delle attitudini e delle capacità professionali del singolo dirigente, dei risultati conseguiti in precedenza nell'amministrazione di appartenenza e della relativa valutazione, delle specifiche competenze organizzative possedute". Come di recente precisato dalla Corte dei Conti, ricade sull'amministrazione, quando si trova ad operare scelte discrezionali, l'obbligo di ancorarle a criteri oggettivi e fissati ex ante, "tali da poter formare oggetto di evidente riscontrabilità riguardo all’effettivo perseguimento dell’interesse pubblico in gioco; interesse pubblico che si consustanzia nell’individuazione del più capace tra i diversi aspiranti". Ciò "a tutela, tra l’altro, della necessaria indipendenza di azione che la dirigenza deve possedere rispetto al decisore politico" (Deliberazione Sez. Reg. Controllo Lazio, n° 51/2012 Prev.). La prassi invalsa in Sicilia ripropone invece costantemente proprio quanto sopra denunciato, ossia scelte spesso fondate esclusivamente "ex intuitu personae" e sganciate, di fatto, da ogni parametro oggettivo. L'ulteriore specificazione rispetto alla normativa nazionale di cui all'art. 9, comma 1 della l. r. 10/00 sulla dirigenza ("applicando di norma il criterio di rotazione degli incarichi") ovviamente incoraggia quei comportamenti e ne aggrava gli effetti. Si consideri poi come la risoluzione anticipata dei contratti che ai sensi dell'art. 41, comma 1° del citato Contratto Collettivo potrebbe essere invocata solo “per motivate ragioni organizzative e gestionali” corra il rischio di essere adottata arbitrariamente, per esempio attraverso “riorganizzazioni” meramente strumentali o fittizie.

[3] T. Montanari, Azzerare tutti per colpirne una, Il Fatto Quotidiano, 13 ago. 2014 ; Id., Meno funzionari, più cemento, 10 set. 2014; G. A. Stella, Se il sovrintendente è difeso dal geometra, Corriere della Sera, 6 nov. 2013; Id., Bravi, scomodi, dunque rimossi, 8 nov. 2014.

[4] Quest'ultimo sarà opportunamente ridimensionato proprio ad opera della dottoressa Alessandra Trigilia (uno dei tre funzionari poi rimossi) e della soprintendente Basile. Si veda, per qualche dettaglio, G. A. Stella, Quel «no» alla speculazione che costa 200 milioni, Corriere della Sera, 9 giu. 2012.
La storia, ancora da scrivere, dei tanti progetti di porti turistici a Siracusa, succedutisi caoticamente a partire dagli anni '70 e tutti abortiti (spesso per contrasti fra i rispettivi referenti politici), testimonia nel modo più chiaro l'inconcludenza e l'incapacità progettuale delle sue classi dirigenti.

[5] Il parere di massima (favorevole ma con prescrizioni) della dottoressa Trigilia l'11 lug. 2013 fu avocato dallo stesso soprintendente Micali, «vista la scadenza dei termini istruttori e la necessità di non prorogare i termini anche per aspetti economici e occupazionali del settore edile» (!), con esito positivo e senza le prescrizioni.

[6] Cf. Montanari, Azzerare, cit.

[7] Pubblicamente lo farà solo parecchio dopo, si veda la sua intervista del 18 nov. 2014, Livesicilia.it.

[8] La Repubblica (Palermo), 24 lug. 2014; ivi la smentita dell'on. Gianni.

[9] «Crocetta ha convocato a Palazzo d'Orleans il dirigente generale del Dipartimento Beni Culturali, Rino Giglione, per avviare la rotazione di tutto il personale (!) in servizio alla Sovrintendenza di Siracusa», La Sicilia, 15 set. 2014.

[10] Cf. C. Maiorca, Sovrintendenza Siracusa, Purpura e i funzionari anti-cemento rimossi, L'Oraquotidiano.it, 12 nov. 2014

[11] I. Di Bartolo, Soprintendenze, intervenuti di fronte a pratiche molto veloci a fronte di altre che languono, La Sicilia, 14 nov. 2014.

[12] Accolto il ricorso. Ognina, villaggio turistico. Il Tar: "Si può costruire", La Sicilia, 25 ott. 2014. E invece, con buona pace de La Sicilia, non si può costruire! Il Tar ha sì annullato, e non poteva fare altrimenti giusta l'oscena legge sul silenzio-assenso, quel parere "imboscato" dal soprintendente e giunto fuori tempo, ma restano ferme le prescrizioni del piano paesistico e soprattutto la successiva Valutazione d'impatto ambientale, che di quelle, del parere della soprintendenza e di altre norme comunitarie sovraordinate non potrà non tenere conto.

[13] «Io stesso ho ricoperto vari incarichi tra gli uffici regionali, non vedo nulla di strano nella mobilità».

[14] La soprintendenza di Palermo, a corto di personale, avrebbe inoltrato diversi atti di interpello, cf. Sicilia: governo, personale e pasticci: Dipendenti spostati senza riflettere, Blogsicilia.it, 14 nov. 2014.

[15] G. A. Stella, Rimosso l'ingegner Sciacca che voleva salvare Messina. Qui costruiscono sulle frane. Da capo del Genio civile al Comune bloccò palazzi di 8 piani su crinali a rischio, Corriere della Sera, 20 ott. 2014.

[16] Illuminante in proposito la lettura dello sciagurato articolo-manifesto di Giovanni Valentini, Tutti i no delle soprintendenze che ostacolano i tesori d'Italia, La Repubblica, 9 mar. 2014, apparso, non certo per caso, alla vigilia dell'insediamento del governo Renzi: «Le soprintendenze - ha detto allora il neopresidente del Consiglio - sono un potere monocratico che non risponde a nessuno, ma passa sopra a chi è eletto dai cittadini». E ancora: «Troppo spesso, in realtà, le soprintendenze diventano fattori di conservazione e protezionismo in senso stretto, cioè di freno e ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo e dell'economia. Oppure, in qualche caso, centri di potere personale. La Penisola è piena... di opere bloccate o incompiute, a causa di ritardi, pastoie e lungaggini burocratiche, ecc.». Che antenne sensibili hanno i dirigenti generali!

[17] Da segnalare, a Siracusa, lo sconsolato - e ahimè tardivo - intervento dell'ex soprintendente Giuseppe Voza: Così la politica regionale sta snaturando i beni culturali, La Sicilia, 19 nov. 2014.

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Gli affari spingono senza tregua per devastare una Piana che per decenni si è voluta mantenere intatta; per distruggere un millenario assetto idrogeologico e unire in un’unica marmellata centri urbani che hanno voluto rimanere distinti; per far prevale gli interessi economici privati sugli interessi della collettività. Cittadini Area fiorentina, 22 novembre 2014

Lo scorso 6 novembre AdF (Aeroporto di Firenze) ha presentato in Palazzo Vecchio il
Master Plan 2014-29 con la previsione della nuova pista di Peretola sulla cui lunghezza (2.000 m. secondo il Piano di Indirizzo Territoriale della Regione), 2.400 m. secondo ENAC) è da tempo in corso un contenzioso. Il crono programma della Società diretta daMarco Carrai prevede l’apertura dei cantieri ad agosto, dopo il rilascio, in aprile, della Valutazione di Impatto Ambientale ministeriale. Nell’ arco di 15 anni si prevede un investimento di circa 300 Mln., ripartito a metà tra pubblico e privato.

Con il nuovo Aeroporto di Firenze i passeggeri annui passerebbero dagli attuali 2 ai4,5 Mln. Ma con la fusione degli aeroporti di Pisa e di Firenze e la loro promozione in serie A finirà per prevalere la maggiore appetibilità di Firenze, smentendo la frottola del “Vespucci” come city airport per viaggiatori d’affari e della sua complementarietà con il “Galilei” di Pisa. Una volta che a Peretola si realizzasse una pista di 2.400 m. alcune compagnie low cost che attualmente operano su Pisa, potrebbero preferire direttamente Firenze.

Non è escluso che AdF punti in realtà a rivedere il PIT regionale, vista la quantità di controindicazioni e di spese che la nuova pista comporta, (salta l’operazione stadio/Mercafir, è da rifare il PUE di Castello, è a rischio la Scuola dei Carabinieri, ecc.) cercando di garantirsi piena disponibilità su tutto il territorio aperto tra Firenze e Sesto F.no e orientando a suo piacimento la pista. Del resto, in primis, le ipotesi erano addirittura 5. AdF chiede persino di rivedere il progetto di Linea 2 della tramvia: vorrebbe infatti farla giungere in sotterranea dentro la nuova stazione passeggeri.

Il Sindaco di Prato Matteo Biffoni che pur appoggiato da Renzi si era affermato nelle ultime amministrative con il No all’ampliamento dell’aeroporto di Peretola, ha cambiato verso, rinunciando al ricorso al TAR, promosso dai Comitati nei confronti dell’approvazione del PIT, i cui termini scadevano il 14 novembre. La decisione, passata a tappe forzate in Consiglio comunale dopo spasmodiche riunioni del PD e malgrado l’opposizione della cittadinanza, segna la resa dei sindaci della Piana al dictat di Renziche vuole imporre la nuova pista entro il 2017, quando a Firenze si svolgerà un G7.

Essa segna probabilmente la definitiva cancellazione del Parco della Piana, palesemente incompatibile con la nuova pista e infatti scomparso da qualsiasi dibattito.

Circa le conseguenze disastrose di un aeroporto internazionale piazzato al centro di un’area metropolitana che contiene 1/4 della popolazione dell’ intera Toscana basti qui ricordare lo spostamento del Fosso Reale, il rifacimento della viabilità e del reticolo idrografico minore in terreni idraulicamente fragili, la coesistenza con depositi di carburanti, industrie chimiche, centrali elettriche, inceneritori, oltre che centri abitati,laboratori di ricerca ed oasi ambientali.

La questione Aeroporto riguarda la Piana ma è soprattutto una questione di Firenze. Il cambio di classificazione del “Vespucci” porterà ad un aumento esponenziale dei voli, compresi quelli che sorvoleranno direttamente Firenze (il 18%, fino a 500 m. da terra).

Per chi volesse approfondire la questione rimandiamo a nostri precedenti notiziari, al sito “Piana Sana” e in particolare alle sue ottime mappe interattive.

Ci preme rimarcare invece la palese contraddizione tra le giustamenteorgogliose affermazioni del presidente Rossi, circa la recente approvazione della nuova Legge Urbanistica Toscana, che impone per la prima volta in Italia il principio dello stop al consumo di suolo, e il funesto sfregio territoriale che la Regione impone alla Piana fiorentina. Il PIT in questo caso non èuno strumento di indirizzo generale ma, per quanto riguarda l’ambito 6 (Firenze, Prato. Pistoia)un sempmpiceaccarastamento delle scelte di AFE e dei potericle la sostengono

il pit in questo caso non è

pronti a rivedere i loro strumenti urbanistici, conformandoli alle nuove regole.». La Nazione, 19 novembre 2014


Firenze. Nasconde la soddisfazione di un «noi l'avevamo detto e l'abbiamo fatto», dietro l'offensiva contro il decreto legislativo Lupi in materia di urbanistica. Nega che si tratti di una rivincita, non sol politica, per lui e per l'assessore regionale Anna Marson, «spesso criticata, a volte poco compresa». Ma è palese che per il governatore Enrico Rossi la battaglia contro l'eccesso di cemento, principale imputato di un'Italia che si sbriciola e finisce sott'acqua, è una fanfara suonata alla legge urbanistica toscana, approvata dal consiglio un mese fa e pronta a entrare in vigore, dal 27 novembre. Una legge che vieta di costruire case nelle aree rurali, privilegiato il recupero sull'edificazione costruire nuove case nei territori non urbanizzati, che accelera gli iter urbanistici, che privilegia il recupero dell'esistente al consumo ulteriore di suolo e che demanda alla conferenza di co-pianificazione di aree vaste le scelte e gli equilibri sui nuovi insediamenti, anche produttivi.
«Non possiamo aspettare anni - dichiara con orgoglio Rossi con a fianco l'assessore Marson - per vedere i piani operativi dei Comuni adeguarsi alla legge toscana. Per questo metteremo a disposizione i 7 milioni di euro che risparmieremo dal taglio dei consiglieri e degli assessori, per quei Comuni
pronti a rivedere i loro strumenti urbanistici, conformandoli alle nuove regole. E' una sfida che lancio
ai sindaci della Toscana, la Regione darà i contributi alle progettazioni con un bando che sarà pronto a gennaio».

Rossi e la Marson non si lasciano sfuggire l'occasione per rielencare i dettami della legge 65. «Abbiamo messo il vincolo di inedificabilità, già dal 2012, su 1.000 chilometri quadrati di territorio pianeggiante, aree a forte rischio idraulico, pari al 7% della pianura toscana. Diversi Comuni mi chiamano per aggirare questo vincolo, ma sbatteranno contro i divieti. Vogliamo spezzare l'alleanza tra mattone e finanza, si è cementificato troppo e le conseguenze sono oggi davanti agli occhi di tutti. Con le leggi sull'urbanistica e con il prossimo piano del paesaggio abbiamo impresso alla Toscana una svolta epocale. Che spero serva da esempio a Regioni e Governo».

Da qui l'attacco al ddl Lupi, reo di «consentire edificazioni su aree che dovrebbe essere tutelate. Chiederemo modifiche» annuncia Rossi, non escludendo ricorsi. Anche gli agricoltori sarebbero contenti, visto che Anna Marson sforna delle slides con «10.500 nuovi agricoltori in Toscana, dal 2008 a oggi, 600 dei quali giovani. Con l'impegno di tagliare i tempi, da 6 anni di media a 2, per le autorizzazioni edilizie, e di premiare i Comuni che non faranno la corsa alle alle licenze per costruire, la Regione si candida a modello per gli urbanisti di tutta Italia. Fa i conti con argini travolti, milioni di danni e territori che si sbriciolano, ma fa leva su una legge che dovrebbe scongiurare dissesti futuri.

«Paghiamo il prezzo di anni di assue­fa­zione al pen­siero unico che esalta la com­pe­ti­ti­vità, il con­su­mi­smo, la cre­scita ad ogni costo, l’individualismo pro­prie­ta­rio. Ideo­lo­gie che hanno len­ta­mente avve­le­nato la nostra vita quo­ti­diana riu­scendo a far brec­cia in cia­scuno di noi». Il manifesto, 18 novembre 2014

La que­stione urbana delle grandi città, la que­stione delle peri­fe­rie — bal­zata oggi agli onori della cro­naca nazio­nale con gli epi­sodi di Tor Sapienza — rischiano di diven­tare i nuovi incubi dei governi degli anni a venire sovrap­po­nen­dosi tra­gi­ca­mente alla crisi eco­no­mica in corso e pro­du­cendo una miscela esplo­siva dalle con­se­guenze imprevedibili.

Quando le que­stioni si fanno com­plesse da ana­liz­zare per ritardi sto­rici, per defi­cit di ana­lisi, inca­pa­cità o altro e quando le solu­zioni non sono a por­tata di mano, c’è un mec­ca­ni­smo effi­cace che mette quiete le coscienze: la ricerca del capro espia­to­rio. Ce lo ha inse­gnato la sto­ria; sull’argomento tanto ha scritto l’antropologo e filo­sofo fran­cese René Giscard. È il mec­ca­ni­smo attra­verso il quale si iden­ti­fica irra­gio­ne­vol­mente in una per­sona (o in un gruppo) la causa respon­sa­bile di tutti i pro­blemi non risolti, quasi sem­pre con l’obiettivo nasco­sto di evi­tare di affron­tare le vere cause o i veri respon­sa­bili. Que­sta volta il ruolo di capro espia­to­rio è toc­cato al mal­de­stro e incauto Marino sulle cui spalle sono state fatte cadere tutte le respon­sa­bi­lità di un disa­stroso declino delle con­di­zioni urbane di Roma che per­dura in realtà sot­to­trac­cia da anni.

La per­sona si pre­senta adatta al ruolo: fuori dalle lob­bies poli­ti­che, non romano, uomo che prende da solo deci­sioni che le regole del poli­ti­ca­mente cor­retto vor­reb­bero che fos­sero invece con­cer­tate con gli appa­rati, per­sona che non riscuote par­ti­co­lari sim­pa­tie dei media. Pec­cato che in altre grandi città ita­liane, gover­nate da sin­daci eletti fuori dalle con­sor­te­rie poli­ti­che e per espressa volontà popo­lare, come Doria a Genova, Pisa­pia a Milano, De Magi­stris a Napoli, le cose non vadano poi così diver­sa­mente, tanto che è più che lecito chie­dersi se il declino urbano delle grandi città non sia piut­to­sto da ricer­care ben più in alto o ben più in pro­fon­dità. Per­ché alle varie anime del Pd romano non par vero di poter indi­care il capro espia­to­rio di quanto acca­duto nel sin­daco Marino, e cosi rimet­tere in moto la vec­chia mac­china clien­te­lare, men­tre a sini­stra, si denun­cia - non certo a torto - il mon­tare dell’intolleranza xeno­foba, che offre var­chi di con­se­gna agli impren­di­tori poli­tici della paura, sem­pre attivi nella destra ita­liana. In realtà i fatti degli ultimi giorni meri­tano uno sguardo non solo meno stru­men­tale e rav­vi­ci­nato, ma soprat­tutto più ampio e generale.

Quando dopo il quin­di­cen­nio di governo delle sini­stre (Rutelli prima e Vel­troni dopo), venne can­di­dato per la seconda volta al ruolo di sin­daco della capi­tale lo stesso Rutelli, la sini­stra rimase atto­nita dalla scon­fitta subita cui con­tri­bui­rono pesan­te­mente gli abi­tanti delle peri­fe­rie, quelle che un tempo veni­vano chia­mate «le cin­ture rosse, lo zoc­colo duro del Pci». Tanto che il medio­cre Ale­manno rimase lui stesso incre­dulo per il con­senso rice­vuto che gli per­mise di salire al colle del Cam­pi­do­glio. Le fan­ta­sma­go­rie del cosid­detto «Modello Roma» (il Pil urbano al 4.5%, Roma come loco­mo­tiva d’Italia, Roma come Bar­cel­lona, Dubai…), ave­vano fatto velo a un cre­scente disa­gio delle con­di­zioni di vita nelle peri­fe­rie, tanto che in quei tempi riscosse un certo suc­cesso media­tico la parola «risen­ti­mento» per espri­mere lo stato d’animo degli abi­tanti. Risen­ti­mento per essere stati lasciati soli al loro destino, risen­ti­mento per avere il Pd abban­do­nato ogni lavoro sul ter­ri­to­rio (sman­tel­la­mento di tutte le sezioni di par­tito che tanto ave­vano sto­ri­ca­mente con­tri­buito alla for­ma­zione di una eman­ci­pa­zione delle coscienze). Pochi e ina­scol­tati furono coloro che ten­ta­rono di spie­gare come i «suc­cessi» di Vel­troni non ave­vano alcun riscon­tro in que­sti luo­ghi lon­tani dal cen­tro dove, invece, si con­ti­nuava a cemen­ti­fi­care oltre ogni ragio­ne­vole misura, creando nuove e mostruose peri­fe­rie urbane.

L’approvazione del Piano Rego­la­tore Gene­rale, alla fine del man­dato Vel­troni, non segnò una inver­sione di ten­denza rispetto al pas­sato: il blocco degli immo­bi­lia­ri­sti con­ti­nuava quasi indi­stur­bato a deci­dere per Roma uno svi­luppo ancora inso­ste­ni­bile con la com­pli­cità di appa­rati ammi­ni­stra­tivi e politici.

La disfatta di Ale­manno è tutta a suo «merito», la sini­stra non c’entra; il sin­daco ex squa­dri­sta, eletto «a sua insa­puta» dal moto di risen­ti­mento pro­fondo con­tro la sini­stra, tra­scorse il suo man­dato tra gaffe e inef­fi­cienza; ma ciò nono­stante il Pd non aveva più la forza per imporre al ruolo di sin­daco un uomo del suo appa­rato. Così che Igna­zio Marino, il «mar­ziano», l’uomo fuori dal gioco delle con­sor­te­rie poli­ti­che cat­turò il favore del popolo romano che di pro­fes­sio­ni­sti della poli­tica non ne voleva più sen­tir par­lare. Que­sto, in breve e sche­ma­ti­ca­mente per spie­gare la pre­senza di un sin­daco mai accet­tato dalla gran parte del Pd e tanto più avverso per aver scelto per­so­nal­mente molti uomini (e donne) della sua giunta.

Ma è stata la crisi eco­no­mica e le poli­ti­che comu­ni­ta­rie ad aver ulte­rior­mente aggra­vato una situa­zione già di per sé esplo­siva. Le con­di­zioni di ulte­riore e pro­gres­sivo impo­ve­ri­mento della popo­la­zione delle peri­fe­rie hanno aggra­vato le con­di­zioni di vita delle per­sone favo­rendo il dif­fon­dersi di atti­vità cri­mi­nali, spac­cio della droga, infil­tra­zioni camor­ri­sti­che. A ciò si aggiunge l’insostenibile con­di­zione di disoc­cu­pa­zione che affligge i gio­vani spesso arruo­lati in atti­vità di spac­cio e micro­cri­mi­na­lità. Le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste hanno creato disu­gua­glianze feroci pro­du­cendo una lotta dar­wi­niana per la soprav­vi­venza così che sono sal­tati tutti i vin­coli di soli­da­rietà che in pas­sato si sta­bi­li­vano tra per­sone povere, tra per­sone che strin­ge­vano patti di mutua col­la­bo­ra­zione e coo­pe­ra­vano per sopravvivere.

Poi c’è la spen­ding review che favo­ri­sce la sven­dita ai pri­vati dei ser­vizi che i comuni non sono più in grado di garan­tire o la cui fun­zio­na­lità comun­que com­por­te­rebbe sacri­fici sotto forma di tasse tale da ren­dere impo­po­lare l’amministrazione che pra­ti­casse tale obiet­tivo. Molte ammi­ni­stra­zioni inol­tre, per fare cassa rila­sciano con­ces­sioni a edi­fi­care senza badare molto alle con­se­guenze urba­ni­sti­che e a quelle del con­sumo di suolo, o ai dis­se­sti idro­geo­lo­gici: ogni minuto in Ita­lia scom­pa­iono quat­tro­cento metri qua­drati di suolo coperti dal cemento. Il rila­scio di con­ces­sioni ad edi­fi­care è diven­tato uno dei prin­ci­pali modi di repe­rire denaro ali­men­tando una bolla immo­bi­liare simile a quella che pro­vocò la crisi ame­ri­cana dei sub­prime. L’immobiliare, afferma Tocci, è stato il pro­se­gui­mento della finan­zia­riz­za­zione con altri mezzi, con la com­pli­cità di molte archi­star che valo­riz­zano ter­ri­tori con i loro oggetti sra­di­cati dai luo­ghi e in linea con l’immaginario globale.

Roma ne è esem­pio con lo sta­dio del nuoto a Tor Ver­gata rima­sto uno sche­le­tro nel deserto o con la costo­sis­sima Nuvola che divora immense risorse finan­zia­rie per non par­lare del ven­ti­lato pro­getto di costruire un nuovo sta­dio in un’area a rischio idro­geo­lo­gico a Tor di Valle in barba al Piano Rego­la­tore e al buon senso con discu­ti­bili cri­teri di pre­sunta uti­lità pub­blica.

Meglio sarebbe se il sin­daco desi­stesse da que­ste ini­zia­tive sba­gliate e ripren­desse invece il dia­logo con la città che lotta e che sof­fre come pure fati­co­sa­mente sta pro­vando a fare con gli abi­tanti di Tor Sapienza distin­guendo fra le buone ragioni delle pro­te­ste dei cit­ta­dini romani e le stru­men­ta­liz­za­zioni dei nuovi bar­bari ed inqui­na­tori della coscienza civica.

In que­sto qua­dro deso­lante arri­vano a col­mare la misura gli immi­grati con tutto il loro carico di pene e sof­fe­renze, mai accolti come si dovrebbe da parte di una città vera­mente capi­tale e uti­liz­zati a scopo elet­to­rale da pro­pa­gande di segno oppo­sto. Così che diven­tano anch’essi i capri espia­tori di tutti i mali pro­dotti dal neo­li­be­ri­smo. Paghiamo il prezzo di anni di assue­fa­zione al pen­siero unico che esalta la com­pe­ti­ti­vità, il con­su­mi­smo, la cre­scita ad ogni costo, l’individualismo pro­prie­ta­rio. Ideo­lo­gie che hanno len­ta­mente avve­le­nato la nostra vita quo­ti­diana riu­scendo a far brec­cia in cia­scuno di noi.

È da qui che biso­gna ripar­tire: da un pro­getto di con­vi­venza e con­vi­via­lità e di acco­glienza che fac­cia rina­scere nelle nostre città quei prin­cipi di vita asso­cia­tiva e fio­rire della cul­tura che fecero dei comuni ita­liani ed euro­pei i luo­ghi da cui nac­que il Rinascimento.

Un governo della città che si apra ad una demo­cra­zia pub­blica fon­data sulla par­te­ci­pa­zione delle comu­nità locali e dei quar­tieri, con nuove isti­tu­zioni di pros­si­mità che sap­piano inter­pre­tare e rap­pre­sen­tare il biso­gno di sicu­rezza, di soli­da­rietà, di con­di­vi­sione che pure sono sen­titi dai cit­ta­dini romani e scon­fig­gere la piaga dell’egoismo, della com­pe­ti­zione sel­vag­gia, della cac­cia all’untore che inde­bo­li­sce le comu­nità a tutto van­tag­gio di ideo­lo­gie raz­zi­ste e xeno­fobe che avve­le­nano gli animi e i cuori e lasciano die­tro di se solo mace­rie e rovine fisi­che e morali, e distrug­gono la con­vi­venza civile e demo­cra­tica. Ci pia­ce­rebbe ripren­dere con tutti quelli che lo vor­ranno il filo di un impe­gno civile col­let­tivo per non lasciare la nostra bella città nelle mani dei poteri forti e della cat­tiva poli­tica che l’hanno sevi­ziata ed oltrag­giata o dei mesta­tori dell’odio sociale e della guerre etni­che e di religione.

La Repubblica, 16 novembre 2014

Milano invasa da Seveso e Lambro, Genova e la Liguria che spiano col fiato sospeso i loro torrenti, Alessandria allagata. Il disastro annunciato che colpisce l’Italia a ogni botta di maltempo innesca ogni volta gli stessi effetti: i primi giorni pianti e lacrime, imprecazioni, ipotesi di mega- piani risolutori. Subito dopo, le chiacchiere si dissolvono nel nulla e si torna alla consueta strategia dell’oblio. Eppure quel che è in ballo è la vita dei cittadini, la salute del territorio, la salvaguardia delle generazioni future. Viceversa, ci industriamo a sbandierare alibi: cambiamenti climatici, bombe d’acqua, il fato, la sfortuna. Ma non ci sono scuse: non è vero né che questi disastri siano imprevedibili, né che siano recente novità, dato che già negli anni 1985-2011 si sono verificati in Italia 15.000 eventi di dissesto, di cui 120 gravi, con 970 morti (rapporto Ance-Cresme).

È vero invece che i governi d’ogni segno chiudono gli occhi per non vedere che l’Italia è il Paese più fragile d’Europa, col 10% del territorio a elevato rischio idrogeologico, il 44% a elevato rischio sismico, mezzo milione di frane in movimento. Un solo rimedio è possibile: mettere in sicurezza il territorio, programmare e avviare grandi opere di manutenzione e salvaguardia. Fare, per quel corpo di tutti che è l’Italia, quello che ognuno fa per il proprio corpo: non aspettiamo una malattia grave per andare dal medico, corriamo ai ripari da prima, sappiamo che prevenire è meglio che curare. Non si eviteranno tutti i danni, ma se ne ridurrà enormemente il numero, la frequenza e la portata.
Quali sono i costi di questa mancata manutenzione? Secondo il rapporto Ance-Cresme, non meno di 3,5 miliardi di euro l’anno, senza contare morti e feriti. E quanto ci vorrebbe per mettere in sicurezza l’intero territorio italiano? Qualcosa come 1,2 miliardi l’anno, per vent’anni. Dunque l’opera di prevenzione, nei tempi lunghi, non è solo un investimento, è un risparmio. Ma proprio questo è il problema: i nostri governi rifuggono dai tempi lunghi, sono anzi afflitti da cronica miopia. Non sanno guardare lontano, non praticano la nobile lungimiranza predicata da Piero Calamandrei («la Costituzione dev’essere presbite »). Sono afflitti da strabismo, anche: davanti ai peggiori disastri, ne distolgono lo sguardo e sognano “grandi opere” (cioè grandi appalti), proclamando che da lì, e da lì solo, verrà l’agognato benessere.
E la storia si ripete: nel 2009, dopo la frana di Giampilieri (Messina) che seppellì 39 cittadini, il sottosegretario Bertolaso sostenne che era impossibile finanziare la messa in sicurezza dell’area, e due giorni dopo il ministro Prestigiacomo proclamò che bisognava affrettarsi a fare (su quelle frane) il Ponte sullo Stretto. Con identica sequenza, a far da contrappunto ai lutti in Liguria è venuta la dichiarazione del ministro Lupi alla Camera (10 novembre): «Io sono sempre favorevole alla realizzazione del Ponte e credo sia un tema che qualunque governo dovrebbe porsi».
Anziché leggere i segni premonitori dei prossimi disastri nel paesaggio deturpato, nell’assenza di piani paesaggistici regionali (invano prescritti dal Codice dei Beni culturali e del paesaggio), nella mancanza di una carta geologica aggiornata (per il 60% del territorio dobbiamo accontentarci di quella del 1862!), ci stracciamo le vesti a ogni disastro, come se i colpevoli non fossimo proprio noi. Questa incuria, che coinvolge anche un’opinione pubblica incline a distrarsi, è ormai “strutturale”, un dato fisso dell’orizzonte politico italiano. A chi giova? A chi pratica una selvaggia deregulation, che nega ogni pianificazione di lungo periodo e in nome della libertà delle imprese e di uno “sviluppo” identificato con la speculazione edilizia calpesta i diritti dei cittadini e la tutela del territorio.
Nessun governo ha finora avuto il coraggio di fare una spregiudicata analisi degli errori, prerequisito indispensabile di ogni capacità progettuale. Anzi, nel recente Sblocca-Italia si prevede per la manutenzione del territorio un contentino di 110 milioni, a fronte di quasi 4 miliardi di spese in nuove “grandi opere” che accresceranno la fragilità del territorio. Dopo la Bre-Be-Mi, autostrada fallimentare e semivuota, avremo dunque la Orte-Mestre, con un beneficio fiscale di quasi due miliardi per le imprese costruttrici. Verrà perfino ripresa la costruzione della Valdastico, già nota come Pi-Ru-Bi (Piccoli- Rumor-Bisaglia), e lasciata poi cadere perché superflua. Ma l’unica, la vera “grande opera” di cui il Paese ha urgentissimo bisogno (e che genererebbe moltissimi posti di lavoro) è la messa in sicurezza del territorio. Per imboccare questa strada manca a quel che pare l’ingrediente essenziale: un’idea di Italia, un’idea declinata al futuro.

La Repubblica, 12 novembre 2014

STORIE italiane di archeologia. Roma, via Giulia. Le scuderie di Augusto, dove si ricoveravano i cavalli che avevano corso al Circo Massimo, rinvenute nel 2009, giudicate di “eccezionale importanza” dalla soprintendenza archeologica, sono state rinterrate sotto cumuli di pozzolana. Il parcheggio per circa trecento posti si piazzerà, invece, lì accanto. I reperti antichi sono emersi durante lo scavo per i garage, ma dopo cinque anni – cantiere fermo, un’orrenda palizzata che recintava l’area, un lembo di centro storico sconvolto – non si è trovata altra soluzione che sacrificare le stalle imperiali.

Pozzilli e Venafro, provincia di Isernia. Durante i lavori per un metanodotto fra Busso e Paliano, svolti con la collaborazione della soprintendenza archeologica del Molise, vengono alla luce ville romane, fornaci rinascimentali, tracce di una centuriazione, e, soprattutto, insediamenti neolitici con un focolare e materiali d’età del bronzo e, ancora, i resti dello scheletro di un bambino di sei-settemila anni fa. I reperti andranno al museo di Venafro. Le strutture fisse rimarranno sul posto, protette e visibili.

La chiamano archeologia preventiva ed è così che si fa archeologia in Italia. Il novanta per cento degli scavi – circa sei, settemila ogni anno dati del ministero per i Beni culturali – non sono il frutto di programmazione scientifica, coordinata da una soprintendenza. Ma l’effetto, desiderato, più spesso indesiderato, dei lavori per un parcheggio, per le linee di alta velocità, per cavi elettrici. Per la Metro C di Roma, per esempio, o per l’autostrada Bre-Be-Mi. Il risultato può essere positivo, come a Venafro, negativo come a Roma.

Ma, anche se fatta così, quest’archeologia rischia di ricevere un colpo mortale. Il decreto Sblocca-Italia, appena convertito in legge, contiene norme che, temono molti archeologi, potrebbero rendere ancora più difficile il recupero di oggetti e strutture antiche, anche molto rilevanti.

I rischi paventati dagli archeologi si affiancano a quelli per le norme paesaggistiche o urbanistiche, contro le quali lo Sblocca-Italia procede a colpi di “semplificazioni” e “autocertificazioni”. D’altronde era stato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, presentando nell’agosto scorso il provvedimento, a sbilanciarsi: «Mai più cantieri fermi per ritrovamenti archeologici». «E dire che l’obiettivo principale dell’archeologia preventiva, se correttamente praticata, sarebbe proprio quello di accelerare i tempi di un’opera pubblica », spiega Filippo Coarelli, archeologo di lunghissima esperienza, allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, «perché individua con anticipo, sulla base di studi, di sondaggi, se un lavoro rischia di interferire con presenze antiche: se lo si sa prima, il progetto può essere modificato più agevolmente che non il cantiere aperto, quando, in caso di un ritrovamento, c’è l’obbligo di fermarsi e di avvisare la soprintendenza, altrimenti si commette un reato».

L’archeologia preventiva in altri paesi è regolamentata in maniera rigorosa e funziona egregiamente. In Francia è governata dall’Inrap, un organismo pubblico che ha alle sue dipendenze archeologi e operai e che interviene in ogni lavoro che comporta scavi. I finanziamenti arrivano da un fondo alimentato con il 5 per cento del fatturato di tutte le imprese edili francesi. E la Francia non ha il patrimonio archeologico che può vantare l’Italia. Secondo Fabrizio Pesando, professore all’Orientale di Napoli, oltre quelle francesi, «anche le esperienze spagnole hanno dato ottimi risultati e, in generale, l’archeologia preventiva sarebbe una buona prassi, che risponde alla necessità di razionalizzare e rendere più veloci i lavori. Inoltre può vedere impegnati tanti giovani studiosi e alimentare le conoscenze ».

In realtà da noi l’archeologia preventiva è spesso una specie di selvaggio West. Le norme in vigore si riferiscono solo alle opere pubbliche, non anche a quelle private, che in tantissimi casi prevedono scavi anche profondi (basti pensare alle fondazioni di un edificio). I costi sono a carico delle aziende, il cui fine ultimo è quello di risparmiare e di far presto e solo raramente quello di dare un contributo all’arricchimento del nostro patrimonio. Molto è affidato a giovani e, ormai, meno giovani precari, in possesso di lauree specialistiche, master e dottorati, ma pagati fra i 5 e i 7 euro l’ora. Le soprintendenze dovrebbero vigilare, però con il personale ridotto al lumicino fanno quel che possono. Uno svantaggio lo sottolinea Pier Giovanni Guzzo, per quindici anni soprintendente a Pompei: «La legge è limitata all’indagine sul campo, cioè a “bonificare” l’area che sarà occupata dall’opera. Lo studio, la pubblicazione, il preventivo restauro dei reperti e la conservazione in magazzini capienti ed attrezzati non sono previsti: così che l’Italia, si riempie sempre più di inediti. Facendo crescere l’ignoranza sulla storia antica del nostro Paese».

Per paradossale coincidenza, la Camera (ultima fra tutti i parlamenti europei) ha ratificato nelle scorse settimane la Convenzione di Malta, un accordo sottoscritto nel 1992 che regolamentava proprio l’archeologia preventiva. Il perno della Convenzione è che gli archeologi siano coinvolti sempre nelle attività di pianificazione e di progettazione degli interventi «che rischiano di alterare il patrimonio archeologico». E che a loro debbono essere concessi «tempo e mezzi sufficienti per effettuare uno studio scientifico adeguato del sito e per la pubblicazione dei risultati».

Lo Sblocca-Italia va in direzione opposta. Mentre la Convenzione di Malta lo prevede in una fase preliminare, l’articolo 1 del decreto stabilisce che per le ferrovie Napoli-Bari e Palermo-Catania un archeologo sia chiamato a valutare un progetto già definitivo, quando diventa assai complicato e costoso modificarlo. Inoltre, sempre nel caso delle due linee ad alta velocità (che per molti archeologi sono la testa di ponte per tanti altri interventi), l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato è nominato commissario: indice lui la conferenza di servizi «entro quindici giorni dall’approvazione dei progetti », la presiede, decide se i rappresentanti delle altre amministrazioni, compresa la soprintendenza, sono “adeguati”, e, nel caso essi esprimano pareri non favorevoli sul progetto – pareri che debbono essere formulati entro trenta giorni, altrimenti «si intendono acquisiti con esito positivo» – è sempre lui che decide se questi pareri sono regolari e se se ne debba tener conto. Di fatto la presenza dell’archeologo di una soprintendenza è puramente esornativa.

«Siamo di fronte a una contraddizione vistosa: quale delle due norme prevale, lo Sblocca-Italia o la Convenzione di Malta?» si domanda Coarelli. Che azzarda anche una risposta: «L’unica cosa che si può prevedere è che fioccheranno ricorsi e contenziosi: il che rallenterà ancora di più le opere pubbliche».

«Lo Sblocca-Italia può essere il colpo definitivo che annichilisce una disciplina in Italia mai compiutamente decollata», insiste Maria Pia Guermandi, archeologa dell’Istituto Beni culturali dell’Emilia Romagna, «e questo perché procede a un sistematico ribaltamento delle gerarchie costituzionali: le esigenze del patrimonio devono cedere il passo sempre e comunque alle opere infrastrutturali, di cui l’archeologia sarebbe l’ostacolo più insidioso ». «Qualsiasi forma di ridimensionamento o estromissione degli organi preposti alla tutela e conoscenza del territorio è cosa assolutamente da scongiurare», conclude Pesando.

Entro il 31 dicembre il ministero per i Beni culturali deve varare le linee-guida per l’archeologia preventiva, anche questo un provvedimento atteso da anni. Ma, stando allo Sblocca-Italia, non lo redigerà da solo, bensì dovrà concordarlo con il ministero delle Infrastrutture. Esattamente con chi spinge per limitare al minimo i poteri di controllo delle soprintendenze.

Le soprintendenze dovrebbero vigilare, però con il personale ormai ridotto al lumicino fanno quello che possono

Come in molte parti d’Italia, in Sicilia si costruisce e si trasforma il territorio in spregio alle norme tecniche e ai principi urbanistici più elementari. E, anche in assenza di fenomeni naturali gravi ed evidenti, come ad esempio eventi meteorici intensi, si generano condizioni di rischio per il territorio e l’incolumità delle persone. Il paradosso è che spesso le stesse Pubbliche Amministrazioni, proprio facendo riferimento a non prioritarie o inesistenti emergenze, approvano o incoraggiano interventi inutili e dannosi.

È il caso di un progetto concepito dal Comune di Acireale, in provincia di Catania, per “rimuovere”, presunte cause di “degrado e di erosione” da tratti costieri con falesie di natura basaltica, ricoperte da formazioni a bosco e macchia mediterranea, ricadenti in una riserva naturale regionale (“La Timpa”) e in un Sito di Interesse Comunitario (ITA070004 “Timpa di Acireale”).

Di tale intervento, finanziato con fondi POR (POR Sicilia 2000/2006, n° 2: "Interventi integrati finalizzati alla rimozione delle cause di degrado ed erosione di tratti di costa in corrispondenza delle frazioni di S. Caterina, S. M. La Scala e Pozzillo"), sono stati portati a termine finora lavori a dir poco devastanti che, a detta dell’Amministrazione Comunale, avrebbero “rimosso” l’erosione costiera nei tratti interessati[1]. Tali lavori hanno invece comportato, in alcune aree di massima protezione della riserva naturale, la posa di spropositate e sovradimensionate reti metalliche, la totale e radicale distruzione della fitta vegetazione a macchia mediterranea inizialmente presente, nonché il disgaggio di rocce e lo scivolamento di suolo, determinando un processo erosivo che, in relazione ai tempi di erosione naturale della Timpa, avrebbe richiesto secoli. L’assurdità degli interventi consiste nella distruzione o dalla pesantissima manomissione di formazioni vegetali naturali e geologiche, cioè proprio di quegli elementi per la conservazione dei quali era stata istituita la riserva naturale.
In accordo con l’inizialmente richiamata illogica scala di priorità che caratterizza alcune pubbliche amministrazioni, gli stessi funzionari del Comune di Acireale che hanno ideato e inflitto un simile trattamento alla riserva naturale, hanno invece omesso di programmare e realizzare gli interventi mirati a evitare che le acque meteoriche provenienti dalle aree edificate a monte della riserva si riversino in modo selvaggio e senza controllo sulla sottostante falesia, innescando, come ripetutamente avvenuto e ampiamente documentato, crolli, frane e fenomeni erosivi artificiali estremamente violenti e dagli effetti osservabili in tempi estremamente brevi.

Come "necessario" completamento dell'intervento, la Giunta comunale ha adesso approvato (delibera n° 93 dell'8 settembre 2014) la costruzione di una barriera soffolta in un tratto di costa di incalcolabile interesse geologico per la presenza di spettacolari basalti colonnari, in parte anche sommersi, al fine di “rimuovere”, anche in questo caso, l’erosione. Si tratta di un luogo mitico, meglio noto con il toponimo di Grotta delle Colombe, in cui Ovidio, nel XIII libro delle Metamorfosi, ambienta la storia d’amore tra la nereide Galatea e il pastore Aci, che viene ucciso dal ciclope Polifemo.

La barriera soffolta, per la struttura dell’opera, per il posizionamento previsto e per la natura dei fondali e del tratto di costa interessato (rocce basaltiche a picco sul mare), si rileverebbe tecnicamente inutile e comunque inefficace a “rimuovere” l’erosione, come è stato evidenziato da autorevoli specialisti[2]. Indipendentemente dalla validità tecnica dell’opera, appare comunque assurda l’idea di volere “rimuovere” il naturale processo di erosione di una costa rocciosa basaltica e intollerabile lo spreco di pubblico denaro.

Peggio ancora: inutile agli scopi prefissi, la barriera sconvolgerebbe i variegati fondali dello specchio di mare interessato, che possiede una ricchissima biodiversità animale e vegetale. Numerosi studi hanno accertato in questi fondali la presenza di specie di alghe a rischio o minacciate di estinzione, sottoposte a vincoli di protezione dalla normativa internazionale e nazionale, e hanno censito ben sei habitat prioritari secondo la disciplina comunitaria[3].

Ma senza dubbio il danno maggiore che produrrebbe la barriera soffolta deriva dalla presenza di basalti colonnari proprio in corrispondenza del tratto di costa in cui dovrebbe essere realizzata. Le parti sommerse di queste straordinarie formazioni geologiche sarebbero infatti sepolte dall’opera.

Questi basalti sono diversi rispetto a quelli riscontrabili nella vicina Aci Trezza, costituiti da corpi magmatici raffreddatisi all’interno della crosta terrestre. Presso Grotta delle Colombe sono presenti, infatti, affioramenti di lave a colonne sub-verticali eruttati da apparati fissurali, periferici rispetto all’area in cui si formò l’apparato centrale etneo. Si tratta in ogni caso di formazioni geologiche rarissime nel Mediterraneo, soprattutto in ambiente marino; anzi, la particolarità di essere sommersi e di presentare una significativa estensione li rende unici nel Mediterraneo. La loro bellezza, scaturente dalle geometrie regolari, tendenti all’esagono, tipiche, appunto, dei basalti colonnari e il loro elevatissimo valore scientifico non meritano di essere cancellate da un’opera tanto inutile quanto assurda. Piuttosto i basalti colonnari di Grotta delle Colombe, sia nelle parti emerse sia sommerse, dovrebbero essere rigorosamente tutelati e diventare motivo di promozione turistica.

Se la barriera soffolta fosse realizzata, seppellendo questi tesori naturali sommersi, i funzionari che l’hanno voluta e continuano a volerla, sarebbero ricordati per sempre come responsabili di un inaccettabile scempio.

Ci auguriamo che l'allarme esca dall'ambito locale e coinvolga l'opinione pubblica nazionale. Sulla vicenda Legambiente ha presentato denuncia alla Procura della Repubblica e alla Procura della Corte dei Conti.

[1] Una barriera frangiflutti per tutelare Santa Maria La Scala e Santa Caterina, "La Sicilia", 17 set. 2014.
[2] Così nel 2008 il prof. Giuliano Cannata, uno dei massimi esperti in Italia nel campo della difesa costiera. A sua volta il prof. Carmelo Ferlito, vulcanologo dell'università di Catania, definisce "ingenui" i tentativi di "bloccare" l'erosione di una scogliera a picco sul mare (Timpa di Acireale, il parere degli esperti, quotidiano online "CTZEN", 30-9-2014: ).
[3] Alcuni studi, in particolare, hanno evidenziato la presenza di ben 269 taxa tra Rhodophyceae, Phaeophyceae e Chlorophyceae, tra cui quattro specie a rischio o minacciate e sottoposte a vincoli di protezione dalla normativa internazionale e nazionale. Nell'area in cui in particolare è prevista la barriera è stata rilevata la presenza di tre delle quattro specie e di cinque dei sei habitat. Riguardo alla fauna, altri studi hanno rilevato la presenza di specie indicatrici, che denotano un'elevata ricchezza degli ambienti dell'infralitorale superiore (Catra M., Giaccone T., Giardina S., Nicastro A., Il patrimonio naturale marino bentonico della Timpa di Acireale (Catania), 2006: Boll. Acc. Gioenia Sci. Nat., 39 [366]:129‐158). In una relazione del 2008 la prof. Grazia Cantone, ordinario di Biologia Marina dell'università di Catania, ha evidenziato l'azione distruttiva che l'enorme massa di pietrame lavico determinerebbe, "giacché sarebbero ricoperti e distrutti tutti i popolamenti algali e animali sui quali verrà riversato il materiale della barriera". Diversamente da quanto sostenuto dagli estensori dello studio di impatto ambientale, la prof. Cantone osserva che, "anche se nel tempo gli inerti verranno colonizzati, si avrà certamente una minore ricchezza specifica dovuta all'uniformarsi dell'habitat". La barriera inoltre comporterebbe un'alterazione della circolazione delle correnti marine (influenzata dalla presenza di sorgenti di acque dolci), che potrebbe compromettere in modo irreversibile ogni possibilità di ripresa della vegetazione, quanto meno nelle condizioni attuali.

Roberto De Pietro è componente di Legambiente Catania
Qui il pdf con la versione integrale dell'articolo

Le associazioni ItaliaNostra, Wwf e Lipu della Sardegna contestano il disegno di legge in materia di miglioramento del patrimonio edilizio approvato con delibera G.R. n. 39/2 del 10.10.20
non soltanto per le norme in esso contenute che appaiono pericolose per gli effetti che avrebbero
sul territorio, ma soprattutto per la filosofia che pervade buona parte degli articoli del provvedimento che di fatto “istituzionalizzano” le deroghe alle norme urbanistiche comunali,regionali e nazionali.

Le finalità e il contenuto della normativa che si vorrebbe approvare sono esattamente gli stessi peggiorativi del famigerato piano casa di Cappellacci, sinora fortemente avversato anche dall’attuale

maggioranza politica. Con l’enorme aggravante che le deroghe al piano paesaggistico e ai regolamenti comunali da provvisorie diventano definitive. Si decide l’annullamento della pianificazione e si sancisce la fine di ogni governo pubblico del territorio. La regione abdica al suo ruolo di controllo e priva i comuni di prerogative garantite da leggi dello stato.
Il paesaggio e tutte le sue componenti naturali, sociali e culturali che connotano ogni luogo e la sua specifica identità– costituiscono il nucleo fondante, collettivamente riconosciuto, dello “statuto” del territorio, non arbitrariamente modificabile e protetto da norme costituzionali. E' veramente incredibile che vengano consentite nuove volumetrie pari al 25% nella fascia dei 300 metri dalla linea di battigia perfino alle strutture turistico-ricettive che hanno già usufruito di tale possibilità e a quelle appena realizzate nel 2013!
Per questa ragione la tutela dell’ambiente deve essere garantita dall’autorità di governo che ha il dovere istituzionale di proteggere le caratteristiche peculiari di ogni luogo, consentendo gli usi che ne permettono la conservazione o la riproduzione e impedendo quelli che le distruggerebbero.

Come regioni più virtuose hanno da tempo riconosciuto, lo svolgimento delle attività che incidono sul
territorio e l’utilizzazione delle risorse ambientali devono assicurare la salvaguardia dei beni comuni e l’uguaglianza di diritti all’uso e al godimento degli stessi, nel rispetto delle esigenze legate alla migliore qualità della vita delle generazioni presenti e future.

E’ diffusa l’esigenza di norme che garantiscano davvero il mantenimento della forma e degli aspetti più significativi delle nostre città, la tutela dei centri storici e dei monumenti, la qualità del verde e degli spazi pubblici e relativa socialità, la protezione del paesaggio, della salute e dell’ambiente.

E' veramente aberrante che gli incrementi volumetrici possano essere oggetto, successivamente alla loro realizzazione, di cambio di destinazione d’uso e che si preveda la monetizzazione per i parcheggi mancanti. Rivendichiamo per ciascun cittadino residente e/o insediabile nei contesti urbani
degli standand urbanistici dei 18 mq previsti dalla normativa nazionale.

Chiediamo l’approvazione di leggi che abbiano come fine reale la effettiva conservazione del suolo non ancora edificato - bene comune e risorsa non rinnovabile - incentivando l’attività agricola, l’artigianato e un vero turismo culturale, attraverso la cura del territorio e dei suoi abitanti.

Per questi motivi siamo totalmente contrari al testo del DDL “in materia di miglioramento del patrimonio edilizio”. PerchÈ un piano casa "in deroga perenne" va in senso diametralmente opposto alla tutela del bene comune e non è pertanto “emendabile”.

Ci riserviamo di esprimere il nostro dissenso ragionato e motivato e di trasmettere specifiche osservazioni a dimostrazione della illegittimità, anche costituzionale, delle norme che si
vorrebbero approvare.

ITALIA NOSTRA SARDEGNA, Maria Paola Morittu Delegata reg.le Paesaggio e BB.CC
WWF SARDEGNA Carmelo Spada Delegato Regionale

LIPU SARDEGNA, Francesco Guillot Coordinatore Regionale

La Repubblica, 8 novembre 2014

Mentre leggete questo articolo sfrecciano sulla vostra testa aerei carichi di Caravaggio e Botticelli.
Mai la definizione di "patrimonio artistico mobile" è stata presa alla lettera come oggi: ogni anno e solo in Italia vengono movimentati circa 15mila pezzi archeologici e circa 10mila opere d'arte.

Ma dove va tutto questo ben di Dio? Alle mostre, naturalmente: nell'ultimo anno per il quale esistono dati attendibili (2009) in Italia se ne sonoinaugurate 225 di arte antica, alle quali bisogna aggiungerne 365 di arte dell'Ottocento e del primo Novecento, 73 di archeologia e 96 di architettura. E poi ci sono le mostre all'estero: in questi giorni una pubblicità dice che il Duomo di Milano si trova nel negozio Eataly di New York (l'annuncio parla di tre «boccioni»: non c'entra Umberto Boccioni, ma alcuni doccioni gotici, da tempo smontati).

Sono molti i motivi per i quali dovremmo avere seri dubbi su questa sarabanda: uno è che gli effetti di questo moto perpetuo sulla conservazione delle opere saranno misurabili quando forse sarà troppo tardi. Un altro è che si tratta di un'industria che genera profitto privato a spese di un patrimonio pubblico. Ma forse il più serio è che siamo di fronte alla più grande operazione di rimozione del contesto mai messa in atto. Tanto che nel senso comune è ormai ovvio che esistano due turismi di massa: quello delle persone e quello delle opere d'arte. E oltre ai problemi che ciò pone sul fronte della conoscenza, ce n'è uno anche più serio sul fronte della democrazia: anche nel patrimonio culturale siamo sempre più clienti, sempre meno cittadini.

Come si può provare ad invertire la rotta? Sarebbe urgente che il Ministero per i Beni Culturali si desse regole più serie, e che il vaglio della qualità delle mostre fosse più rigoroso. Ma la pressione degli interessi economici e la debolezza culturale del Mibact inducono a credere che questo non avverrà. E, d'altra parte, la vera battaglia contro un simile modello commerciale si deve combattere sul piano culturale, non su quello dei divieti. E non in nome di tabu cattedratici, ma mostrando l'attualità e la forza di un modello alternativo. Un modello come quello della filosofia Sloow Food, per esempio. Carlo Petrini ha raccontato più volte l'aspirazione «contestuale» di Sloow Food: non «la gastronomia nelle asettiche cucine di lusso delle città», ma la frequentazione dei contadini, degli osti e dei vignaioli «a casa loro». Bisognava attuare l'idea di Luigi Veronelli, che parlava di «camminare le osterie », «camminare le cantine»: e da lì «camminare la terra», «camminare le campagne».

Insomma: «Bisognava rompere la gabbia», e riconquistare il nesso essenziale con la salubrità di aria, terra, acqua, con la memoria e la storia, con la salvaguardia del paesaggio. Non sono parole e valori ignoti alla tradizione della storia dell'arte: anzi, le appartengono da sempre. Ma oggi dobbiamo avere l'umiltà di reimpararli da chi ha saputo, più degli storici dell'arte, parlare al nostro tempo. Perché c'è urgente bisogno di «rompere la gabbia» degli eventi, e di ricominciare a «camminare il patrimonio».
Come farlo, in concreto? Per esempio, adottando il paradigma del "chilometro zero". Nessuno di noi è stato educato a guardarsi intorno, a considerare il rapporto con l'arte del passato un fatto quotidiano. Per farlo bisogna costruire e condividere un modello sostenibile di rapporto con il contesto che abitiamo: con lo spazio pubblico monumentale, che è il vero capolavoro della storia dell'arte italiana.
Invece di andare a vedere una mostra che si intitola «Tuthankamon Caravaggio Van Gogh» (è il successo annunciato per il 2015), potremmo camminare per quindici minuti nella nostra città (per esempio andando al lavoro), accorgendoci finalmente di ciò che ci circonda: un palazzo, una cappella, anche solo un portale o un'epigrafe memoriale, un albero secolare, semplici frammenti del passato inglobati dal tessuto moderno.
E sculture e quadri, naturalmente: perché in Italia i quadri (anche quelli di Caravaggio) stanno ancora nelle chiese (quando non sono in mostra, beninteso). Potremmo iniziare a «camminare» il fitto tessuto artistico delle nostre città: ricominciare a leggere una bellezza le cui chiavi ci sono scivolate di mano. Questo consumo culturale consapevole, spontaneo e non organizzato potrebbe indurci a scegliere di non entrare, diciamo per un anno, in nessun evento per cui occorra pagare un biglietto. Una simile astensione dall'industria culturale — ormai insostenibile — ci farebbe immediatamente vedere l'enorme patrimonio cui possiamo accedere gratuitamente: il «patrimonio storico e artistico della nazione italiana» (art. 9 Cost.), che manteniamo con le nostre tasse. E non sarebbe certo un risultato irraggiungibile, se solo le amministrazioni locali, le soprintendenze, le società di servizi e gli editori si convincessero che un monumento può avere il successo di una mostra.
Allora si potrebbe mettere al servizio del patrimonio artistico monumentale e permanente una parte anche minima dell'onnipotente marketing che oggi vende con tanto successo l'effimero e l'inesistente. Naturalmente questa presa di coscienza dovrebbe cominciare a scuola: dove si studia, invece, sempre meno storia dell'arte. Se i ragazzi fossero messi in grado di prendere coscienza del luogo che dà forma alla loro vita, se avessero il desiderio e gli strumenti per farlo, per così dire, in automatico, e quotidianamente, sarebbe un successo strepitoso: anche se non sapessero nulla di Tuthankamon, Caravaggio o Van Gogh.

Ribaltiamo il modello mainstream: prendiamo tutto il tempo che avremmo speso in manifestazioni "culturali" a pagamento e dedichiamolo a visitare luoghi culturali gratuiti, e possibilmente a chilometro zero, cioè presenti sui nostri itinerari quotidiani. Una simile scelta equivale ad aprire gli occhi: ad accendere la luce nella casa in cui abitiamo al buio perché mai abbiamo avuto il desiderio di vederla. Ed equivale anche ad essere cittadini, e non clienti; visitatori e non consumatori; educatori di noi stessi e non contenitori da riempire. Oggi nel rapporto col patrimonio artistico: domani, chissà, perfino nella vita politica.

«L’arma di distrazione di massa ha fatto centro, e tutto il dibattito pubblico si è concentrato sul pavimento dell’Anfiteatro Flavio, disertando la vera urgenza di queste ore in materia di patrimonio artistico, paesaggio, ambiente: che è l’imminente trasformazione in legge dello Sblocca Italia, e la conseguente, ennesima cementificazione del Paese». La Repubblica, blog "Articolo 9", 4 novembre 2014

«Supercalifragilistichespiralidoso / anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso / se lo dici forte avrai un successo strepitoso». Così cantava Mary Poppins nel 1964, e così ha fatto domenica scorsa il ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini: ha detto forte (via twitter) che bisogna rifare l’arena del Colosseo. Ed è stato un successo strepitoso.

L’arma di distrazione di massa ha fatto centro, e tutto il dibattito pubblico si è concentrato sul pavimento dell’Anfiteatro Flavio, disertando la vera urgenza di queste ore in materia di patrimonio artistico, paesaggio, ambiente: che è l’imminente trasformazione in legge dello Sblocca Italia, e la conseguente, ennesima cementificazione del Paese. D’altra parte, Franceschini ha un maestro eccellente: quando era sindaco di Firenze, Matteo Renzi annunciò che avrebbe costruito la facciata della Basilica di San Lorenzo, progettata da Michelangelo. Una balla spaziale, ovviamente, ma che oscurò totalmente la contemporanea firma dell’accordo con Ferrovie dello Stato sul tunnel dell’alta velocità che dovrà sventrare Firenze.

Ma proviamo a prendere sul serio l’idea di rimettere in funzione il Colosseo. E lasciamo perdere gli evidenti pericoli materiali e morali della trasformazione di uno dei massimi monumenti italiani in una superlocation commerciale (perché è così che, ovviamente, finirà: con cene, feste private ed eventi di ogni sorta).

Concentriamoci invece sulla premessa in queste ore più volte esplicitata: e cioè sull’idea che il Colosseo così com’è non ci dice più nulla, mentre per renderlo culturalmente eloquente andrebbe almeno in parte ricostruito e rimesso in funzione. Questa idea rappresenta la fine stessa dell’archeologia: che è la scienza che permette di aprire la conoscenza razionale del passato a tutti i cittadini, qualunque sia il grado della loro cultura. Perché l’archeologia serve proprio a far comprendere, a chi archeologo non è, cosa siano le rovine che ci stanno di fronte. E un archeologo bravo ha tutti gli strumenti per far appassionare i propri interlocutori: che si tratti di un accademico dei Lincei o di una guida turistica. La sapienza e l’eloquenza degli archeologi hanno il potere di rimettere il passato di fronte ai nostri occhi: ma non ci illudono di poterlo rivivere. Perché questo meraviglioso gioco sta proprio nell’attrito continuo tra la resurrezione del passato e la consapevolezza della distanza che ce ne separa. In un’epoca come la nostra, divorata dal narcisismo e inchiodata all’orizzonte cortissimo delle breaking news, l’esperienza razionale del passato può essere un antidoto vitale. Per questo è importante contrastare l’incessante processo che trasforma il passato in un intrattenimento fantasy antirazionalista: dal Codice da Vinci a trasmissioni come Voyager, all’idea di riportare i circenses nel Colosseo.

L’esperienza diretta di un brano qualunque del patrimonio storico e artistico va in una direzione diametralmente opposta alle ‘rievocazioni storiche’. Perché non ci offre una tesi, una visione stabilita, un facile formula di intrattenimento (immancabilmente zeppa di errori grossolani), ma ci porta dentro ad un palinsesto discontinuo, pieno di vuoti e di frammenti: il patrimonio è infatti anche un luogo di assenza, e la storia dell’arte ci mette di fronte un passato irrimediabilmente perduto, diverso, altro da noi. Il passato ‘televisivo’, che ci viene somministrato attraverso un imbuto, è invece rassicurante, divertente, finalistico. Ci sazia, e ci fa sentire l’ultimo e migliore anello di una evoluzione progressiva che tende alla felicità. Al contrario, il passato che possiamo conoscere attraverso l’esperienza diretta del tessuto monumentale italiano ci induce a cercare ancora, a non essere soddisfatti di noi stessi, a diventare meno ignoranti. E relativizza la nostra onnipotenza mettendoci di fronte al fatto che non siamo padroni, ma custodi, del passato.

Poco male se a dimenticarsi di tutto questo fosse stato il ministro Franceschini. Ma è veramente inquietante che gli autori e i supporters più entusiasti dela rifunzionalizzazione dell’anfiteatro siano stati proprio gli archeologi (con l’importante eccezione di Salvatore Settis). L’ex soprintendente di Roma Adriano La Regina se ne è detto entusiasta, e il decano degli archeologi italiani, il presidente del Fai Andrea Carandini, si è rammaricato di non essere «giovane, bello e forte, così da prestarsi sicuramente come gladiatore» (che viene da dirgli di non buttarsi tanto giù: un leone attempato si trova sempre). L’idea è venuta a Daniele Manacorda (ordinario di archeologia a Roma Tre, e già sostenitore del progetto di fare un campo da golf alle Terme di Caracalla), ed è poi stata accanitamente sostenuta da Giulio Volpe, altro archeologo, ex rettore dell’Università di Foggia e già presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali (che presto tornerà a presiedere, vista la sintonia con i tweet di Franceschini). Tutti costoro hanno sostanzialmente detto che l’archeologia non basta: ci vuole un ‘aiutino’. L’archeologia al tempo del viagra, insomma: una scienza che per eccitare la folla ha bisogno della pillola blu dell’arena con i nuovi gladiatori, i suoni, le luci e i biglietti da staccare. Una dichiarazione di fallimento, una resa, una bancarotta morale. E anche un trasparente ammiccamento al mercato e alla politica: perché se li si prendesse in parola, questi professori di archeologia, e si accettase di rifare l’arena (per permettere ai visitatori di comprendere meglio com’era davvero il Colosseo), ma si decidesse di farla solo visibile (e cioè non calpestabile e non accessibile), tutti gli apostoli della divulgazione archeologica sparirebbero all’istante: a partire dal ministro Franceschini. Perché il punto non è la crescita della conoscenza, ma l’industria dell’intrattenimento: e la possibilità di disporre della più strepitosa delle location.

Uno dei più grandi scrittori del nostro Seicento, Emanuele Tesauro, ha scritto che nel Colosseo «invece di gladiatori, l’arte con la natura combatte»: se a noi questo non basta, è perché non sappiamo più vederlo. È il mainstream del nostro tempo, e tra un po’ non avremo più bisogno di archeologi: basteranno gli impresari, i registi, i figuranti vestiti da gladiatori.
«Supercalifragilistichespiralidoso / anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso / se lo dici forte avrai un successo strepitoso».

patrimonioSos e La Repubblica, 2-3 novembre 2014


Patrimoniosos.it, 2 novembre 2014
SETTIS: SERVONO SOLDI
NON SOLUZIONI PLACEBO

Intervista Ansa

«Questo è un momento drammatico per la tutela del patrimonio culturale: lo "Sblocca-Italia" contiene
norme devastanti, e intanto la funzionalità del ministero cala di continuo per mancanza di fondi e di personale. In questa situazione, non credo proprio che l'eventuale restituzione dell'arena del Colosseo sia una priorità ragionevole, anche perché dettata da un'ipotesi di riuso per forme varie di intrattenimento».

Il duro giudizio sulla proposta del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che in un tweet ha oggi rilanciato l'idea dell'archeologo Daniele Manacorda di "restituire al Colosseo la sua Arena", è di Salvatore Settis, ex direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa nonché ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali. La proposta di Manacorda, avallata da Franceschini, è ricoprire i sotterranei, oggi quasi completamente scoperchiati, per mostrare "come i visitatori vedevano e vivevano il Colosseo sino a poco più di un secolo fa".

La copertura, secondo il progetto, permetterebbe anche di utilizzare il Colosseo per eventi e spettacoli di diverso genere. Un'ipotesi che trova però l'opposizione di Settis. «La vera, unica priorità del ministro - sottolinea l'archeologo e storico dell'arte italiano in una dichiarazione all'ANSA - dovrebbe essere a mio avviso il rilancio delle strutture di tutela procedendo finalmente a nuove assunzioni di personale altamente qualificato, senza il quale nulla (nemmeno l'arena nel Colosseo) può esser fatto decentemente». Per Settis «senza nuovi investimenti il destino dei nostri beni culturali è segnato: ogni placebo (come questo progetto) durerà lo spazio di un mattino”.

3 novembre 2014
NON TRASFORMATELO IN UNA SCENOGRAFIA

di Tomaso Montanari

Il Colosseo, monumento sicuramente unico, correrebbe il rischio di diventare la più imponente delle location commerciali

Il Ministro per i Beni culturali ha annunciato ieri, via Twitter, che gli «piace molto l’idea dell’archeologo Manacorda di restituire al Colosseo la sua arena». Bisogna riconoscere a Dario Franceschini la capacità di tener viva l’attenzione mediatica su alcune emergenze del nostro martoriato patrimonio culturale: questa estate con il tormentone dei Bronzi di Riace all’Expo, ora con l’idea di rifare il pavimento del Colosseo. Ma la domanda è: questa volta si tratta di una proposta più solida, e destinata a miglior fortuna?

Più di un turista si sarà domandato come facessero i gladiatori e le belve a rincorrersi negli angusti corridoi che oggi emergono dalla pancia scoperchiata del colosso: e le foto ottocentesche ieri twittate da Franceschini valgono egregiamente a svelare l’errore. Cioè a spiegare che ciò che vediamo oggi sono i sotterranei funzionali dell’arena antica.
Ma è davvero il caso di riportare indietro le lancette dell’orologio storico, rimettendo il coperchio agli scavi? È una questione che ciclicamente si pone per molti monumenti: quand’era sindaco di Firenze Matteo Renzi lanciò, per esempio, l’idea di ripavimentare in cotto Piazza della Signoria, tornando alla situazione presettecentesca. Ma il rischio di queste iniziative è scivolare nel falso storico, in un kitsch di cui non sentiamo il bisogno: come decidere dove fermarsi, e quale aspetto dare al monumento, quando si decide di salire sulla macchina del tempo?
In questo caso a preoccupare è soprattutto ciò che verrebbe dopo il ripristino: qual è il fine ultimo dell’operazione? Il professor Daniele Manacorda, cui spetta l’idea, ha chiarito che un simile ritorno, un domani, permetterebbe al Colosseo «di tornare ad essere, carico di anni, un luogo che accoglie non il semplice rito banalizzante della visita del turismo massificato, ma un luogo che, nella sua cornice unica al mondo, ospita — nelle forme tecnicamente compatibili — ogni possibile evento della vita contemporanea ». Ecco, è questo il nocciolo del problema. Che cosa vuol dire «ogni possibile evento»? E dove metteremmo gli spettatori? Non è che, subito dopo, si parlerà di ricostruire le scalinate della cavea? Magari in cemento, come si è fatto nel Teatro Grande di Pompei, durante il commissariamento della Protezione Civile? E poi non succederà che qualcuno vorrà coprirlo, il Colosseo, per farci gli spettacoli anche quando piove, e in inverno? Non sembri bizzarro: è quel che il sindaco Flavio Tosi ha chiesto ufficialmente di poter fare per l’Arena di Verona.
E poi siamo sicuri che il limite debba essere solo tecnico? Potremmo trasformare il Colosseo, poniamo, in un campo da golf? L’esempio non sembri fantasioso: lo stesso Manacorda aveva sposato l’idea di realizzare un simile impianto sportivo alle Terme di Caracalla, a ridosso delle Mura Aureliane. Se Franceschini non ha rilanciato anche questa idea è forse perché nel frattempo una sentenza (15 settembre 2014) della sesta sezione del Consiglio di Stato ha fermato il progetto, perché «modificherebbe sensibilmente la percezione e la coerenza complessiva dello speciale contesto ambientale».
Per il Colosseo, invece, il rischio sarebbe un altro, più subdolo: e cioè che questo monumento unico si trasformi nella più imponente delle location commerciali, magari in un’ambitissima arena per spettacoli di suoni e luci, ad uso di un turismo di infima qualità. Oggi è di moda parlare di edutainment ( education + entertainment), un ibrido che — almeno in Italia — non riesce a coniugare conoscenza e piacere, ma annulla la prima e persegue un intrattenimento di bassa lega, che trasforma il passato in un gigantesco luna park commerciale. Ora, non vorremmo che invece di riuscire a liberare l’ingresso del Colosseo dai tristi figuranti travestiti da gladiatori, qualcuno sognasse di farli entrare su quella famosa arena: e magari di assumerli nelle fila del ministero per i Beni culturali, che non riesce più ad assumere i giovani archeologi di cui avremmo, invece, un disperato bisogno.
Quando papa Innocenzo XI chiese a Gian Lorenzo Bernini di costruire un’enorme chiesa dentro il Colosseo — era il 1675 — l’artista più rivoluzionario del suo tempo rispose che non voleva toccare il monumento: «per la conservazione d’una macchina che, non solo mostrava la grandezza di Roma, ma era l’idea stessa dell’architettura». Parole che sembrano tuttora assai sagge.

Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2014

La Regione Sardegna, presieduta da Francesco Pigliaru, ha approvato un disegno di legge (ddl) concernente “norme per il miglioramento del patrimonio edilizio e per la semplificazione e il riordino di disposizioni in materia urbanistica ed edilizia”.

Non è una legge organica sull’urbanistica, di cui hanno bisogno la Sardegna e l’Italia. Al contrario, si punta a dare continuità amministrativa al cosiddetto “piano casa” della destra di Cappellacci, ex presidente della Giunta. Il ddl si discosta da molte posizioni di Cappellacci, ma l’impostazione di fondo è la stessa, con l’aggravante che il piano casa, pensato come norma temporanea, non ha scadenza e diviene strutturale. Contro questo metodo varrebbero tutte le considerazioni del centrosinistra quando era all’opposizione, che era contrario ad un piano casa…a scadenza!

In Europa, in Occidente, c’è chi pensa che aumentando i volumi ed il numero delle stanze si possa dare risposta alla necessità abitativadel popolo: nulla di più falso*! In questi ultimi tre decenni il numero delle stanze in Sardegna ed in Occidente è aumentato notevolmente, ma la precarietà abitativa è aumentata a sua volta. Il problema non è che si è costruito poco, bensì come e come si comportano coloro i quali detengono il costruito.

La giunta è in continuità con questa impostazione, per quanto mitigata. Vengono confermate, nelle aree B e C **, gli aumenti volumetrici del piano casa, seppur ridotti. Ma se esiste un piano urbanistico comunale, con le sue proporzioni, il suo bilancio tra servizi e volumi abitativi, tra verde e volumi, perché permettere con questa legge un allargamento per legge? Sarebbe prevaricante rispetto alla scelte dei comuni, e sarebbe la sconfitta dell’idea della pianificazione urbanistica.

Il settore dell’edilizia, dai manovali ai grandi architetti è in fortissima crisi. Capisco gli ingegneri per cui il piano casa è servito per tirare a campare, ma proviamo ad allargare un po’ lo sguardo? Dal 2009 esiste il piano casa, e la crisi dell’edilizia non si è fermata, né a Cagliari né in Sardegna. Pensiamo che il piano casa sia ancora il modo giusto per dare lavoro?

Chiariamo poi che il piano casa non è un piano casa! La precarietà abitativa in questi anni è notevolmente aumentata, e non sarà il ddl Pigliaru a dare una risposta. Anzi, rinviando il problema lo si incancrenisce, facendolo ancora aumentare. L’unico vero piano casa è stato portato avanti nel dopo guerra, e diede centinaia di migliaia di case a chi non aveva nulla. Il cosiddetto piano casa di Cappellacci permise ai ricchi con tripla e quadrupla casa di allargarsi e fare qualche stanza in più, ed ad alcune famiglie proprietarie in città di costruire. Ma non è stata una soluzione.

Vi è poi il provvedimento che permette un aumento di cubaturaper gli alberghi, anche all’interno dei 300 metri dalla linea di battigia. L’aumento non riguarda il residenziale, bensì i servizi. In questo modo, oltre che permettere in futuro un eventuale cambio di destinazione d’uso (nel nome dell’urbanistica flessibile!) si stabilisce comunque di favorire chi, in ogni caso, ha strutture di fronte alla costa. Perché non si compie, invece, una netta scelta politica a favore delle strutture più lontane dal mare e, magari, delle aree interne? Perché non si convalida il modello di accoglienza immaginato nel Ppr (Piano Paesaggistico Regionale)?

Pur senza gli eccessi di Cappellacci, l’impostazione moderata che ispira il ddl Pigliaru è la medesima. Non si cita il concetto di “volume zero”, ormai acquisito dall’Unione Europea (non dal soviet!), e si parla più generalmente di “limitazione del consumo del suolo”, lasciando lo spiraglio aperto per il consumo, e non vi è alcun intervento sulla rendita.

Se si vuole arrivare ad una legge urbanistica generale e di rottura con il paradigma dominante si dovrebbe ritirare il provvedimento, far decadere la legge sul piano casa, e ricominciare su un altro livello.

* Vedi, a titolo di esempio, tutta l’opera di David Harvey. Cfr. David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città: neoliberismo, urbanizzazione, resistenze, Ombre Corte, Verona 2012.
** Le aree B e C sono quelle aree, residenziali e di completamento, esterne rispetto al centro storico, che viene definito area A.
(Ringrazio Susanna Galasso e Sandro Roggio, con i quali mi sono confrontato sul ddl)


Riferimenti
Si veda, su eddyburg, l'articolo di Mauro Lissia, Sardegna. I dubbi degli ambientalisti: «Stessi effetti del Piano casa»

Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2014

Com'è possibile che la Fontana Maggiore di Perugia sia scomparsa? Eppure da questa fotografia sembra proprio che uno dei principali monumenti del nostro Medio Evo sia sparito nel nulla, cancellato, dimenticato: è stato forse smontato e spedito all'Expo al posto dei Bronzi di Riace? O forse è esposto in una mostra della Basilica Palladiana di Vicenza: ed ecco il titolo, Da Nicola Pisano a Caravaggio a Van Gogh? O se l'è rubato una qualche cricca annidata in qualche ministero?

No, non siamo (ancora) a questo punto: la Fontana c'è (ancora). È stata solo nascosta da un orrendo capannone provvisorio. Una roba da sagra della panzanella piccante o della ranocchia scorticata. Che va benissimo, naturalmente: nulla contro panzanella e ranocchie. Ma non lì, per favore.

Il vero capolavoro della storia dell'arte italiana (un capolavoro non assoluto, ma squisitamente relativo: cioè basato su una rete di relazioni spaziali, formali, metaforiche) è lo spazio pubblico urbano. I centri delle nostre città sono infinitamente più importanti di tutti i quadri che riusciate a ricordare. E questo è bellissimo: perché noi i nostri “capolavori” li possiamo attraversare, percorrere, 'camminare'. Lo spazio pubblico monumentale è la cosa più alta, più giusta, più originale che abbiamo saputo costruire lungo millenni. E allora: perché diavolo dovremmo rovinarlo, alterarlo, banalizzarlo, commercializzarlo per un “evento” qualsiasi? Nelle nostre città non mancano – purtroppo – luoghi dove capannoni come quello possono non disturbare: o addirittura portare un accenno di vita e allegria. Ma come si fa, invece, a piazzarlo in un posto che ha raggiunto il suo equilibrio grazie al pensiero, al lavoro, alla continenza di generazioni e generazioni di nostri padri? E l'argomento della breve durata non è un argomento convincente: nessuno si deturperebbe la faccia “solo per qualche giorno”. E quella piazza è la faccia di Perugia, la faccia dell'Italia. Vediamo di non perderla.

La Repubblica Milano, 26 ottobre 2014, postilla (f.b.)

Si accumulano le nubi all’orizzonte della Brebemi, l’autostrada di 62 chilometri da Milano a Brescia costruita con i soldi dei privati (sulla carta) e inaugurata appena tre mesi fa. I conti infatti cominciano già a scricchiolare: circolano troppe poche auto rispetto alle previsioni, e le tariffe più care del doppio rispetto alla parallela A4 non bastano a bilanciare le perdite. A rimetterci, allora, saranno i finanziatori dell’opera. Che sono soprattutto pubblici. La Brebemi doveva costare 800 milioni ma alla fine i costi sono lievitati a 2,4 miliardi. Degli 1,818 miliardi di euro di prestiti concessi, infatti, 820 arrivano dalla Cassa depositi e prestiti (cioè il ministero del Tesoro) e 700 dalla Banca europea investimenti (cioè gli Stati della Ue, ma la garanzia la dà Sace Spa, a sua volta in mano al Cassa depositi e prestiti). Le stime per rientrare dai costi erano di 40mila transiti nei primi sei mesi, 60mila dal gennaio 2015. E invece i numeri (ufficiosi) dicono altro: meno di 20mila accessi giornalieri. Non a caso i bandi per aprire le due stazioni di servizio previste sono andati deserti. Ora Brebemi chiede un ulteriore aiuto allo Stato, con un maxi sconto da mezzo miliardi di euro sulle tasse e altri dieci anni di concessione autostradale, arrivando così a trenta.

L’autostrada di 62 chilometri costruita con i soldi dei privati, si era detto. Il cosiddetto “project financing”. La realtà e un po’ diversa e soprattutto — tre mesi dopo l’apertura del collegamento parallelo alla A4 tra Milano e Brescia — i conti cominciano già a scricchiolare: troppe poche auto rispetto alle previsioni, e le tariffe più care del doppio rispetto alla A4 non bastano a metterci una pezza. E se non ci sono e continueranno a non esserci abbastanza “clienti” chi ci andrà a rimettere? Di sicuro i finanziatori. Che sono soprattutto pubblici. Degli 1,818 miliardi di euro di prestiti, infatti, 820 arrivano dalla Cassa depositi e prestiti (cioè il ministero dell’Economia) e 700 dalla Banca europea investimenti (cioè gli Stati della Ue, ma è stata la Sace Spa a fare da garante, che a sua volta è in mano alla Cassa depositi e prestiti, a sua volta...).

La vicenda è complicata ma per rendersi conto che le cose non siano partite per il verso giusto — e rischiano di finire peggio — basta andarsi a vedere quant’è costata l’opera. Le previsioni parlavano di 800 milioni di euro di spesa. Il conto finale si è triplicato: 2,439 miliardi di euro, interessi compresi. Ogni chilometro di asfalto è costato 38 milioni di euro. Per ripagare il costo, la società di progetto (composta da banche con Intesa in primis, società autostradali, costruttori con Gavio in testa, camere di commercio, comuni e province) ha puntato tutto su una concessione ventennale e relativi introiti del pedaggio con un ipotetico guadagno dalla vendita alla fine del periodo. Le stime per rientrare almeno dai costi erano di 40mila transiti nei primi sei mesi, 60mila dal gennaio 2015. E invece i numeri (ufficiosi) dicono altro: meno di 20mila accessi giornalieri, e per di più limitati a una sola parte del tracciato; la utilizzano più che altro i pendolari, insomma. E non a caso i bandi per aprire le due stazioni di servizio previste sono andati deserti: il merverno: cato tra auto e tir, insomma, aveva (e ha) già emesso sentenza.

Di sicuro le banche private si erano già tutelate in anticipo. Perché è vero che hanno anche investito di tasca propria, ma contemporaneamente ci hanno guadagnato. Infatti il miliardo e mezzo di finanziamento pubblico non è andato direttamente alla società, ma è passato prima dal consorzio di banche dietro il progetto (Intesa, Unicredit, Mps, Centrobanca e Credito Bergamasco) che a sua volta lo ha rigirato a Brebemi Spa ad un tasso più elevato, un bel 7,8 per cento. Adesso si prova a correre ai ripari, chiedendo però un ulteriore intervento pubblico al go- una defiscalizzazione da 490 milioni di euro per Iva, Ires e Irap, che per il momento e nonostante il pressing che arriva da più parti il ministero dell’Economia non se l’è sentita di firmare; e in aggiunta, un allungamento di ulteriori dieci anni della concessione.

«La verità — dice Eugenio Casalino del M5S — è che il progetto era insostenibile e l’opera irrealizzabile nonché inutile. Solo la provvista a tasso agevolato e l’eventuale defiscalizzazione statale renderanno l’opera una grande occasione. Per i privati però». L’altro tema, poi, è quello legato al conflitto di interessi di Francesco Bettoni, presidente di Brebemi. «Chiede prestiti alle banche per realizzare la A35 — spiega Dario Balotta di Legambiente — e poi li concede come consigliere di Ubi. Decide di espropriare oltre un centinaio di aziende agricole, espropri che hanno fatto lievitare i costi dell’opera, e allo stesso tempo è uno dei maggiori esponenti nazionali e locali del mondo agricolo. Progetta nuove autostrade e contemporaneamente amministra alcune di quelle esistenti». Accuse alle quali Bettoni ha risposto dicendo di aver sempre operato nel rispetto della legge. Resta da capire cosa succederà in caso di bancarotta, o di restituzione della concessione. Su chi ricadranno i debiti? Il contratto di concessione è secretato, per cui non esiste una risposta certa. Anche se il sospetto è semplice: pagheranno i contribuenti, ancora una volta.

postilla
Val la pena ribadire ancora una volta come tutte queste critiche continuino a non tener conto della promessa del governatore padano Maroni, erede delle celesti strategie del suo predecessore, di finire il lavoro. Ovvero che quanto vediamo oggi, corsie vuote e bilanci ancor più desolati, altro non è se non una fase di passaggio, verso un futuro in cui “completati i cantieri” il sistema andrà a regime, magari inventandosi nuove mete per tutti i necessari flussi di viaggiatori paganti, se la Milano e Bergamo e Brescia della sigla non sono sufficienti. Che dire dei tanti nodi e poli e attività, ampiamente previsti nei piani locali, e che potrebbero pompare auto e camion sulle corsie oggi quasi intonse? Possibilissimo sia già all'opera la squadra dei sofisti della domenica, sociologi farlocchi o critici d'arte spericolati o sindacalisti di territorio locale, a coniare i neologismi del futuro: il villaggio della decrescita commerciale, la città nuova dell'economia, le fattorie verticali padane. Ce n'è per tutti i gusti: tutto naturalmente sostenibile, a misura d'uomo e anche resiliente, se gli intellettuali a ore hanno già imparato la nuova parolina. Del resto, per chi ha già definito l'altra autostrada un "parco lineare" senza battere ciglio, non c'è problema. L'importante è proseguire con lo sviluppo del territorio, il resto viene da sé (f.b.)

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