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Piccolo caso da manuale di tutela della greenbelt: l'organismo (unico sul mercato sinora) sovracomunale fa il suo mestiere, ma senza poter proporre nulla. La Repubblica Milano, 10 settembre 2015, postilla (f.b.)

Lo stop è definitivo. E perché l’operazione possa ripartire, sarà necessario che venga presentato un nuovo progetto, in sostituzione di quello firmato dall’archistar Mario Botta, pensato per occupare 132mila metri quadrati oggi destinati alle coltivazioni. Il Parco agricolo Sud dice no a Giorgio Squinzi, numero uno di Confindustria: l’imprenditore aveva progettato di spostare tra il verde del parco gli uffici e la sede principale della Mapei spa, la società specializzata nella produzione di materiali chimici per l’edilizia di cui è amministratore unico. A mettere il veto, con una delibera votata all’unanimità, è stato però ieri il Consiglio direttivo del Parco, espressione della Città metropolitana guidata da Giuliano Pisapia. Il Consiglio conta undici membri, di cui quattro della Città (tra cui il presidente Michela Palestra). E poi un componente per Palazzo Marino, uno per le associazioni ambientaliste e uno per gli agricoltori, e poi i sindaci di Opera, Cusago, Peschiera Borromeo e Pieve Emanuele.

Il progetto della Mapei risale a un anno fa, ed era stato approvato – due settimane prima della scadenza del mandato – dall’ex Provincia di Guido Podestà. Prevedeva la costruzione della nuova sede della società su tredici ettari dentro il parco, di cui una decina da edificare. Il no di ieri, che segue un primo orientamento espresso a luglio, impedisce la firma dell’accordo di programma, richiesto dal Comune di Mediglia nel cui territorio sarebbe ricaduta la nuova costruzione. Motivo, il fatto che «la proposta contrasta con tutti i livelli di pianificazione territoriale esistenti, e con la vocazione agricola e rurale del Parco Sud».

Non solo un no al cemento, quindi, ma soprattutto «alla realizzazione di un sito industriale all’interno di un’area agricola – spiega Michela Palestra, incaricata da Pisapia di presiedere il Consiglio direttivo, e sindaco di Arese – in aperto contrasto con la ragion d’essere del parco stesso, che è quella di tutelare l’agricoltura». A far valutare negativamente l’operazione, anche l’idea della Mapei di non assumere per il momento nuovi lavoratori, con ricadute positive in termini occupazionali sul territorio. Ma di limitarsi soltanto a usarli per riorganizzare le sue attuali risorse, nonostante la costruzione dei nuovi spazi. E adesso? «Il ruolo del Parco era quello di valutare la proposta così com’era – dice Palestra – . Se ci saranno delle riformulazioni al progetto, le valuteremo se ancora di nostra competenza». Tradotto: se ne potrà riparlare qualora il gruppo di Squinzi presenti un nuovo progetto. Con un impatto minore, se non nullo, sul Parco Sud.

postilla
Riassumendo: c'è un comune che pensando come spesso accade solo ai fatti propri gestisce (o meglio si fa gestire) la proposta di un grande operatore economico, davvero grande come il Mr. Vinavil Giorgio Squinzi al momento al vertice di Confindustria, con la griffe dell'archistar Mario Botta. Se guardiamo una mappa della zona, dal punto di vista comunale c'è una superficie del tutto residuale di fianco a un nucleo frazionale, di cui quell'intervento architettonicamente qualificato sarebbe una specie di logico completamento, tra margini oggi sfrangiati e una strada di collegamento intercomunale di una certa importanza. Ma se usciamo dalla microprospettiva municipale, vediamo che quella remota frazione lo è soltanto se osservata dalla sede del municipio titolare, visto che si infila a cuneo dentro altre circoscrizioni amministrative per nulla remote, tagliate da una quasi autostrada, e con un massiccio nastro a destinazione produttiva: perché non cercare di insediare il progetto di Mario Botta, con le adeguate modifiche, dentro quel consolidato (e attrezzato) contesto? Facile: perché all'impresa interessava anche speculare sui valori dei terreni, e aveva trovato un sindaco disponibile. Meno facile, è immaginare quale ruolo potrebbe avere una Città Metropolitana meno sospesa nel nulla, ad esempio con poteri urbanistici e di trattativa diversi da quelli di un ente parco, che non può andare molto oltre il si o il no. Per adesso accontentiamoci della tutela, ma proviamo a non dimenticare che esiste anche una cosa detta sviluppo, che andrebbe promosso e governato, alla dimensione adeguata come si ripete da parecchi lustri (f.b.)

La Repubblica, 7 settembre 2015C’è da giurare che se Sesto Fiorentino non sorgesse, appunto, al sesto miglio a nord di Firenze, il Museo di Doccia Richard Ginori sarebbe già stato riaperto. E invece la sovrabbondanza museale fiorentina (ben 3 sui famosi 20 supermusei di Franceschini sono qua) ha fatto passare sotto silenzio un danno di prima grandezza per il patrimonio storico e artistico nazionale. Il Museo Ginori, infatti, è uno dei più antichi musei industriali del mondo. Quando nacque, nel 1754, consisteva nella Galleria della Villa di Doccia (frazione di Sesto) in cui il marchese Carlo Ginori aveva deciso di esporre i migliori prodotti della sua miracolosa fornace, che era in breve tempo diventata uno degli epicentri europei dell’arte della porcellana. La capacità chimiche di Carlo, quelle imprenditoriali del figlio Lorenzo e la possibilità di attingere allo sconfinato repertorio artistico e decorativo fiorentino resero quella della Ginori una storia di successo: quando, nel 1893, essa fu acquistata dalla milanese Richard, la produzione annua ascendeva alla quota strepitosa di otto milioni di pezzi. Il museo (che di pezzi ne ha invece ottomila, e dal 1965 è ospitato in edificio costruito ad hoc da Pier Niccolò Berardi, architetto del Gruppo Toscano di Giovanni Michelucci) racconta passo a passo questa vicenda, partendo dalle vere e proprie sculture tardobarocche prodotte ai tempi di Carlo, e seguendo l’evoluzione del gusto italiano ed europeo fino ai capolavori di Giò Ponti.

In qualunque paese d’Europa un simile luogo sarebbe l’epicentro di un’intensa attività di ricerca, divulgazione e produzione culturale. Invece, il museo è chiuso ormai da un anno e mezzo. Il museo — tuttora proprietà privata dell’azienda — è rimasto vittima del brutto fallimento della Richard Ginori, in seguito al quale l’ex amministratore delegato e sei membri del cda sono stati rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta. L’attività produttiva è stata rilevata dalla Gucci, che ha rinnovato il negozio di Firenze e ha dato nuovo impulso alle esportazioni. Ma — smentendo la retorica del privato che salva il patrimonio culturale — né Gucci né alcun altro si sta facendo avanti per comprare, e dunque riaprire, il museo.

Poche sere fa, in un’assemblea pubblica i sestesi hanno “gridato” che rivogliono il “loro” museo: un modo per dire che Sesto non si rassegna a farsi ridurre alla pattumiera in cui Firenze scarica i suoi servizi ingombranti, dall’aeroporto all’inceneritore. Si è sentito affermare con lucidità che il Museo Ginori non è solo un deposito d’arte, ma è l’unico luogo cittadino che racconta l’epopea di una comunità di lavoratori, orgogliosamente legati a una sapienza manuale tramandata di generazione in generazione.

È straordinario che, in tempi come questo, i cittadini vadano in piazza a chiedere un museo: e, in un paese normale, a questo punto si farebbero avanti il Comune, o il Ministero per i Beni culturali. Perché il museo si compra con sei o sette milioni, cioè con la cifra che buttiamo per un paio di mostre stagionali, meno della metà di quanto costerà l’arena kitsch del Colosseo. Non sarebbe difficile riaprirlo, né dotarlo di una giovane comunità di ricercatori capace di farlo funzionare come polmone civile. La sfida è aperta: c’è qualcuno che ha un progetto per Sesto Fiorentino?

Pompei «è una città alla quale manca la condizione dell’abitare, ma della dimensione urbana possiede molte altre caratteristiche. Vive in un ambiente dal quale dipendono sia il suo stato di salute sia molte cause del suo degrado».Un estratto del libro "Pompei, Italia" di Francesco Erbani. La Repubblica, 25 agosto 2015

Vista dall’alto, dal terrapieno dove sorge la Casina Dell’Aquila, Pompei trasmette un senso di calma. Il silenzio sembra mescolarsi a una specie di muta saggezza e riveste le pareti scoperchiate, le pietre e i colonnati della città antica. In una mattina d’estate, con il sole che emette solo opachi bagliori, quel che anima le strade, il frastuono di chi visita gli scavi non intacca la quiete che pare attinga la propria misura direttamente dal mondo classico di cui Pompei è testimone. È una trama di muri e di vegetazione, di opere dell’uomo e della natura, un paesaggio culturale che, se si volta lo sguardo verso nord, scivola senza che apparentemente nulla lo contamini fino al Vesuvio, lo “sterminator Vesevo” al quale Giacomo Leopardi nella “Ginestra” conferisce il ruolo di arbitro di un destino contro cui gli esseri umani hanno pochi o nessuno strumento per opporsi. La città morta, insomma, vista da qui sovrasta ogni cosa viva, pulsante, nervosa e rumorosa, e quasi fortifica l’illusione che solo il passato sia sede dell’armonia e che qualunque contatto con il contemporaneo sia un’intrusione, indebita e rovinosa.

È, appunto, un’illusione. Meglio: una pericolosa illusione consolatoria. Senza rapporti con il contemporaneo, con il contesto, Pompei non è più nulla, non essendo un oggetto chiuso dentro la bacheca di un museo. È una città alla quale manca la condizione dell’abitare, ma della dimensione urbana possiede molte altre caratteristiche. Vive in un ambiente dal quale dipendono sia il suo stato di salute sia molte cause del suo degrado.

L’area archeologica è grande 66 ettari, la parte scavata 44. Conta 1.500 domus, vanta 242 mila metri quadrati di superfici murarie, 18 mila di superfici dipinte, 20 mila di intonaci, 12 mila di pavimenti. Pompei non è in un museo e neanche in un lembo desertico né è avvolta da una specie di green belt, una cintura protettiva, una camera di compensazione con tanti filtri che depurano tutto ciò che entra, materiale o immateriale che sia. Pompei vive, sebbene morta, in un contesto dove la densità di popolazione è fra le più alte d’Europa. La sua storia inizia nel VI secolo avanti Cristo, ma ora è parte – grosso modo il 5 per cento – di un comune che si chiama sempre Pompei, nato appena nel 1928 e dove risiedono oltre 25 mila persone. Alle quali si aggiungono, almeno, le 44 mila di Torre Annunziata, le 64 mila di Castellammare di Stabia e le 50 mila di Scafati, tre paesi che stringono la città antica in una morsa edilizia spaventosamente dilatatasi dagli anni Cinquanta del Novecento nella piana del fiume Sarno, fra il Vesuvio e il monte Faito, spazzando via campi fertilissimi e lasciando pochi lacerti di un tessuto residenziale che va ancora tristemente fiero della propria gentilezza, talvolta di una sontuosa solennità – la Reggia di Portici, le ville vesuviane. Mescolando legalità e illegalità, in quest’area della provincia di Napoli si è prodotta una qualità abitativa che anche solo un fugace sguardo coglie nell’inusuale e casuale brutalità.

Pompei è qui dentro, in un ammasso senza vuoti. È una città recintata, gli accessi sono limitati alle ore diurne (salvo rari casi). È una città laboratorio, la si studia, vi si scava. Ma la sua antica e silenziosa saggezza fa i conti con il disagio di questa terra, con gli indici della disoccupazione, in specie giovanile, indici già alti ma aggravati dalla crisi industriale degli ultimi decenni; con la criminalità camorrista; con un ceto politico e amministrativo – non tutto, per carità – che articola il proprio consenso in termini clientelari e che guarda proprio agli scavi di Pompei come serbatoio cui attingere a mani basse; con ambienti imprenditoriali che immaginano grandi affari dentro e soprattutto fuori delle sue mura; con un mondo di piccoli e spesso miserabili commerci ambulanti, attività che si affollano agli ingressi, in parte abusive o con licenze frutto di contrattazioni politiche. E poi i visitatori. Due milioni e mezzo, circa, ogni anno. (…) Pompei è un enigma italiano, metafora della condizione generale del nostro patrimonio storico e culturale, del suo stato di conservazione, dei valori che esprime e della qualità della sua fruizione. Ed è metafora di un paese, di tanti aspetti della sua vicenda politica e sociale, un paese che, prendendosi scadente cura di quel patrimonio, mostra un volto di sé rivelatore di un malessere che si fatica anche solo a definire e di una condizione non all’altezza dell’eredità ricevuta e poco adeguata al futuro che quest’eredità lascia intravedere. Pompei assume su di sé altre metafore. È la metafora di un atteggiamento politico, culturale e finanche antropologico per cui ci si muove in maniera ondivaga, inseguendo emergenze, l’ultima emergenza, forzando gli apparati amministrativi e varando provvedimenti di legge sempre in affanno, in contraddizione l’uno con l’altro, e orientandosi al massimo sulla breve durata. (…) Pompei è poi metafora delle relazioni con l’Europa, relazioni segnate da adesioni e ripulse che s’inseguono a singhiozzo, da richieste d’aiuto e timori di commissariamenti, da solidarietà e messe in mora. Dalle casse di Bruxelles provengono i 105 milioni del Grande Progetto Pompei destinati a restaurare oltre una cinquantina di domus e ad altri interventi. Deliberati nel 2012, a marzo del 2015 erano stati spesi in una percentuale minima: appena 5,9 i milioni versati per una manciata di cantieri chiusi, ma non ancora collaudati. Il programma dei lavori prevede come scadenza inderogabile il dicembre 2015, pena il rien- tro di quel pacco di milioni nei forzieri europei, a meno che non si trovi un accordo con Bruxelles per una proroga.

E ancora: come non leggere in tante recenti storie pompeiane la metafora di una dialettica fra il Grande Intervento e la cura minuta e costante, fra la Grande Opera e la manutenzione puntuale? È una dialettica giocata al tavolo di una retorica che contrappone il fare al riflettere e al discutere. Una retorica che molte cose dice dell’ethos contemporaneo e che in Italia è diventata spesso conflitto su regole e deroghe, sulle funzioni di controllo proprie di una democrazia complessa e sulle accelerazioni forzate, dettate da insofferenza verso quei controlli e scandite da invettive contro un’imprecisata burocrazia: una guerra fra procedure ordinarie e straordinarie – invocando, per gestire queste ultime, commissari, prefetti, manager e generali.

E, sempre restando all’ambito dei beni culturali, Pompei è metafora di altre discussioni, spesso ridotte a ritornello: quella su pubblico e privato, su quanto spetti allo Stato (obbligato dall’articolo 9 della Costituzione) e quanto possano fare imprese, persone singole, associazioni di cittadini, cooperative di giovani; e quella su conservazione e fruizione, perennemente sbilanciata e incapace di verificare nel concreto quanto il buon assetto della prima possa servire alla seconda e quanto un corretto esercizio della seconda sia essenziale per la prima.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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IL LIBRO

Il brano che qui pubblichiamo è in libreria da dopodomani L’autore lo presenta al Festivaletteratura di Mantova venerdì 11 settembre alle 16,30

«Sono passati dieci anni dalle devastazioni dell’uragano Katrina, ma la città non è mai guarita: i crimini si sono moltiplicati, la ricostruzione è stato un affare solo per i ricchi, migliaia di afroamericani sono “esiliati” in altre città “Non è stato solo un disastro naturale. È stata una catastrofe razziale”». La Repubblica, 25 agosto 2015

«Avevo nove anni quando l’uragano Katrina si è abbattuto su di noi. È quel giorno che sono diventata nera». Madeleine Le Cesne, giovane poetessa afroamericana, ricorda così la tragedia di dieci anni fa: una «catastrofe razziale», per il modo in cui un’intera popolazione venne abbandonata per giorni alla mercè delle acque, nel collasso della protezione civile, senza i soccorsi degni della nazione più ricca del mondo. Fu quel giorno che Madeleine capì cosa voleva dire essere nera. Fu quel giorno, anche, che perse la sua innocenza. «Che cosa ricordo della New Orleans della mia infanzia? Rovine. Case abbandonate. Cimiteri. Campi di gioco distrutti. La nostra evacuazione verso il Texas. La fine di ogni fiducia. I miei genitori avevano sempre pagato le tasse, avevano sempre votato, ma nessuno si è occupato di loro. Casa nostra fu distrutta. Quest’anno, diventata maggiorenne, io non mi sono neppure iscritta al registro degli elettori».

Amarezza, disincanto, cinismo: la voce severa di questa ragazza poeta interpreta una generazione. Com’è diversa dall’aspetto ufficiale che New Orleans vuole offrire al resto del mondo, in questa settimana di celebrazioni ufficiali. Sono arrivato qui per una conferenza organizzata dalla rivista The Atlantic , quattro giorni prima della visita dei “tre presidenti”: Barack Obama, George W. Bush e Bill Clinton saranno tutti in città giovedì, per le commemorazioni solenni. New Orleans ha messo l’abito da festa. Per il turista distratto è più bella che mai: i palazzi storici del French Quarter, dell’epoca coloniale spagnolesca o di Luigi XIV, hanno le verande e le balaustre di ferro battuto ridipinte e lustrate, meglio che nel Mardi Gras carnevalesco. La vegetazione tropicale è lussureggiante, il quartiere residenziale del Garden District è elegante come ai tempi delle piantagioni schiaviste. Per gli intenditori il jazz è sempre sublime, per esempio allo Snug Harbor Cafe sulla Frenchmen Street o al Royal Sonesta sulla Bourbon. Ma la giornalista nera Gwen Ifill della Pbs mi mette in guardia contro le apparenze: «Questa città non è più la stessa. Non è guarita dopo quella tragedia. Fu la peggiore esperienza nella storia americana recente». È lei a sottolineare come nella “rinascita” di New Orleans «l’edificio nuovo più visibile, arrivando all’aeroporto, è un supercarcere ».

A parlare ossessivamente di rinascita, di riscatto, di “resilienza”, è il sindaco Mitch Landrieu che incontro alla conferenza di The Atlantic allo Sheraton. 55 anni, democratico, bianco. Figlio e fratello di politici di professione, anche lui il prodotto di una politica “dinastica”. Landrieu interpreta a meraviglia la volontà di riscatto di questa città, il pensare positivo.

Ha preparato nei minimi dettagli le celebrazioni di questa settimana, anche il contestatissimo invito a Bush. Landrieu non vuole cancellare le responsabilità politiche gravi di «colui che era il comandante supremo nell’ora della catastrofe». Ricorda che «la tragedia di Katrina non fu affatto una calamità naturale, fu un collasso delle istituzioni, un fallimento umano, politico, organizzativo. I danni li provocarono gli uomini, non l’uragano. La furia dell’uragano era quasi passata, quando ci fu il vero disastro e cioè il cedimento degli argini, e l’inondazione di interi quartieri cittadini». Ammette che «ancora oggi, a dieci anni di distanza, siamo solo un po’ più preparati, potremmo resistere a un uragano forza 3, ma non ad uno che raggiunga la forza 5».

Landrieu sa anche che la sua fortuna politica è indissolubilmente legata a Katrina. Che travolse il suo predecessore nero, Ray Nagin, poi condannato a dieci anni di carcere per corruzione. Soprattutto, Katrina ha modificato gli equilibri demografici ed anche elettorali di questa città. «Centomila neri evacuati non sono più tornati, la maggior parte di loro adesso vivono a Houston e Atlanta». Senza quel calo vistoso nella popolazione nera, oggi New Orleans forse non avrebbe un sindaco bianco. Né avrebbe una maggioranza bianca in consiglio comunale. È questa nuova classe dirigente guidata da Landrieu, a recitare il mantra della resilienza e della rinascita. Anche se democratico, Landrieu non prende veramente le distanze da quel grande esperimento economico, poli- tico e sociale che la destra repubblicana volle lanciare qui dopo Katrina. Che cos’è stato questo esperimento, lo ricorda un giovane artista afroamericano, Lolis Eric Elie, scrittore e regista cinematografico. «La ricostruzione della mia città — dice — ha esposto il volto peggiore del capitalismo americano. Chi dice che oggi New Orleans è rinata, usa un solo metro di misura: l’arricchimento dei ricchi».

Per capire a cosa allude Elie sono andato a seguire una contro-celebrazione del decimo anniversario di Katrina, organizzata dal centro culturale Ashe sull’Oretha Castle Haley Boulevard. Una denuncia accorata delle due principali novità introdotte nel dopo-Katrina: la privatizzazione degli alloggi popolari e delle scuole pubbliche. Noncurante della figuraccia fatta dalla sua Amministrazione nei giorni dell’uragano, Bush nel dopo-Katrina affidò New Orleans ai guru del neoliberismo. Ebbero carta bianca per sperimentare le loro ricette più estreme. Voucher ai poveri invece delle case popolari: col risultato che i poveri restano senza alloggi, perché i padroni di appartamenti privati non li vogliono. Voucher anche al posto delle scuole statali: ma le “charter school” (istituti privati che ricevono aiuti pubblici) sono libere di selezionare la popolazione studentesca, rifiutando i meno bravi per non sfigurare nelle statistiche sulle promozioni.

Tracie Washington è una leader riconosciuta della comunità nera: militante dei diritti civili, avvocatessa, presidente del Louisiana Justice Center. «La New Orleans in cui sono nata e cresciuta — dice — era una città speciale per l’intensità dei legami fra di noi. Mi era impossibile passeggiare in un quartiere senza riconoscere quasi tutti. Eravamo davvero una grande famiglia, abituati a frequentarci da generazioni. Oggi l’aver perso centomila abitanti neri, è un’amputazione, la perdita di un pezzo di quel che significava New Orleans. Questa è una città dove il 52% dei maschi adulti afroamericani sono disoccupati. Dove la gentrification espelle i neri anche dal centro storico, e gli artisti che suonano nei locali jazz non possono abitare lì vicino, neppure possono permettersi di pagare il parcheggio nel French Quarter».

Il sindaco obietta che i problemi sociali e il declino della sua città sono ben più antichi di Katrina. «Nel 1960 New Orleans aveva 680 mila abitanti — dice Landrieu — cioè più del doppio di oggi, lo spopolamento è stato graduale, inarrestabile. E sì che siamo un’area economicamente strategica per tutta la nazione. Non siamo solo la culla storica del jazz o un gioiello di architettura: qui si raffina e si trasporta più di un terzo di tutto il petrolio americano. Eppure dopo i 150 miliardi di danni provocati da Katrina, gli aiuti pubblici per la ricostruzione non sono arrivati neanche alla metà».

L’emergenza nuova che New Orleans deve fronteggiare, è un’escalation di violenza, con gli omicidi che sono risaliti quasi ai massimi storici nonostante la popolazione sia ridotta. Landrieu ammette la sua impotenza, e perfino l’incapacità di capirne le cause: «Non è un problema solo locale visto che sta accadendo anche a Chicago, Baltimora, Oakland, perfino a Boston. La stragrande maggioranza delle vittime assomigliano ai loro omicidi: sono giovani maschi neri. Noi in Louisiana mettiamo più gente in carcere che in qualsiasi altra parte d’America e del mondo, evidentemente non è questa la risposta. E continuiamo ad avere alti tassi di recidiva, chi esce dal carcere commette nuovi delitti».

Landrieu sta preparando New Orleans per un evento ben più festoso del decimo anniversario di Katrina: si avvicina il terzo centenario della fondazione della città, che coinciderà con la conclusione del suo mandato. Resilienza, rilancio, rinascita, sono gli slogan che la New Orleans bianca, ricca e turistica vuole diffondere nel resto del mondo. Di qui anche la scelta del sindaco democratico di commemorare Katrina in modo «inclusivo», senza polemiche di parte, senza regolamenti di conti: «Bush da presidente fu lento e inadeguato — dice Landrieu — ma non fu solo lui a sbagliare. Nessuno di noi fu immune da colpe». Vedere Bush qui insieme a Obama servirà almeno a ricordare una cosa: chi oggi teorizza che c’è una recrudescenza della “questione razziale” perché l’America ha un presidente nero dimostra di avere la memoria corta.

Un'ampia analisi delle valutazioni sullo scoop dei 50 direttori. La conclusione: «Franceschini ha dunque raggiunto il suo scopo: eliminare anche quell'ultimo residuo di timide resistenze alla completa mercificazione del nostro patrimonio. Ecco qual era il famoso ritardo finalmente recuperato. La Repubblica, online, blog "Articolo 9", 21 agosto 2015

1. Stranieri ed estranei


Come spesso succede nelnostro amato Paese, il dibattito ha immediatamente preso la peggiore dellepieghe: quella del surreale scontro sugli 'stranieri'. Colpa della Lega, di MaurizioGasparri, e anche del Movimento 5 Stelle che hanno sfoderato una penosa, eincomprensibile, retorica nazionalista: al (patetico) grido di «L'Italia agliitaliani».

A onor del vero anche icommenti di alcuni degli esclusi hanno, poco decorosamente, cavalcato questarisibile tigre. Il direttore degli Uffizi Antonio Natali ha ironizzato inquesti termini: «Iknew I would not win the bid for the Uffizi when the government statisticsoffice told me I could not change my name to Anthony Christmas». E il direttoredell'Accademia Angelo Tartuferi ha parlato di «sconfitta del nostro Paese»,aggiungendo: «abbiamo inventato in Italia la tutela dei beni culturali eschiere di tedeschi sono venuti a studiarla da noi... Senza risentimento, ma mipare che questi colleghi non siano idonei a colmare questo presunto vuoto».

A questo punto, osservatoricome Roberto Saviano e Michele Serra hanno preso la parola per dire l'unicacosa sensata: e cioè che non c'è nulla di strano, né tantomeno di sbagliato, inun tedesco che dirige gli Uffizi. Sbagliato e strano è, anzi, trovarlosbagliato o strano.

Tuttavia anche queste ovvieconsiderazioni sono state subito travisate, strumentalizzandole fino a leggerlecome un endorsement alle scelte di Franceschini. Ma dire che è normale nominareun non italiano, non significa dire che la nomina di quel non italianosia giusta a prescindere: altrimenti si cade nell'errore speculare. Perchéesiste il provincialismo xenofobo di Gasparri, ma esiste anche ilprovincialismo esterofilo di chi pensa che basti non essere italiani per essere'nuovi', o perfetti per la parte. Mentre il ministro Franceschini hagiustamente detto al New York Times che «it's your CV that counts, notnationality».

Ma il punto, larghissimamenteeluso dai commentatori, è proprio questo: le nomine sono o non sonogiustificate dai curricula dei candidati? Perché il problema non sonogli stranieri: ma semmai gli estranei, e cioè coloro che non hanno nulla che afare (culturalmente e scientificamente) con i musei che andranno a dirigere.

2. Curricula e procedure

Lo stesso ministroFranceschini ha scritto, in un editoriale sulla prima pagina dell'Unità renziana, che «Con queste 20 nomine di così grande levatura scientificainternazionale il sistema museale italiano volta pagina e recupera un ritardodi decenni. La commissione di selezione ha fatto un grande lavoro ed ha offertoal Direttore Generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, e a me la possibilitàdi scegliere in terne di assoluto valore. I nuovi direttori sono sia stranieriche italiani e alcuni di questi ultimi tornano nel nostro Paese dopo esperienzedi direzione all’estero».

Sul presunto ritardo tornerònel terzo e ultimo punto di questo post. Qui vorrei notare che, per potervendere il proprio compitino, il ministro è costretto a dire il falso,sbandierando una «grande levatura scientifica internazionale» chesemplicemente non esiste. Idem per il «valore assoluto»: che manca.
Attenzione: non voglio direche tra i direttori non ci siano ottimi storici dell'arte e bravi curatori. Ma– come in queste ore stanno notando in molti (come la Associazione Bianchi Bandinelli o la Uil)– in quasi tutti i casi si tratta di curatori di sezioni di musei, e solo inpochissimi di direttori di (piccoli) musei (provinciali): nemmeno uno ha avutoesperienze nemmeno lontanamente comparabili alle responsabilità che si accingead assumere.

Con questa selezione, insomma, lo Stato italiano ha fatto unascommessa, scegliendo di affidare direzioni a persone non ritenute mature peruna direzione nelle stesse istituzioni in cui finora lavoravano. È giusto,sensato, prudente scommettere contemporaneamente sui nostri venti piùimportanti musei? Quante possibilità ci sono che ci vada bene in tutti e ventii casi? E cosa staremmo rischiando, se andasse male?

E qui cominciano i dubbi –gravi dubbi – sulla procedura. È responsabile fondare una simile scommessa suun colloquio di quindici minuti, e sulla lettura di un curriculum?

Un elemento di comparazione:per scegliere l'ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto comecuratore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles haritenuto necessari un'intervista skype di 2 ore, un colloquio privato coldirettore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato hatrascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungocolloquio col presidente dei Trustee. E in questo caso era un direttore dimuseo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrarioin soli 15 minuti!

Sarebbe imbarazzantediscutere i singoli nomi dei nuovi direttori: ma è impossibile non notare chenella stragrande maggioranza dei casi (prescindendo dal valore scientifico deicandidati) non c'è alcuna competenza specifica sul museo e sulle collezioni cheandranno a dirigere. E se la nazionalità non è un argomento, forse lacompetenza dovrebbe esserlo.

Infine: la commissione non hascelto i direttori, ma ha presentato rose di tre nomi al ministro e aldirettore generale dei musei. Il primo ha scelto i direttori dei sette museipiù grandi e importanti il secondo quello degli altri tredici. Domanda: èpossibile leggere i nomi che componevano queste terne? Sarebbe fondamentalepoterle conoscere, se vogliamo provare a capire in base a quali criteri DarioFranceschini e Ugo Soragni hanno usato un potere incredibilmente discrezionale.Un potere che, nel caso del ministro, sostanzia in modo clamoroso, e per meclamorosamente sbagliato, un'ingerenza politica diretta nella vita dei piùgrandi musei della nazione.

3. Vecchio e nuovo

Una finestra aperta da cuientra finalmente aria nuova. Un gesto di rottura. Un bel segnale. Un sassonello stagno. Sono queste le metafore che hanno incarnato il giudizio di chi siè espresso a favore delle nomine: come Gian Antonio Stella sul Corriere e Francesco Bonami sulla Stampa. È un modo di pensare moltodiffuso nell'Italia di oggi, e non solo a proposito dei musei: è questo l'unicovero 'argomento' a favore di Matteo Renzi, e del suo governo. Sarebbe meglioqualunque scuola di questa scuola, e meglio qualunque Senato di questo Senato:e così via. Un simile modo di guardare al potere e ai suoi atti non è,tuttavia, una novità: semmai una costante nella nostra storia. PieroCalamandrei annota nel suo diario che perfino il grande filologo GiorgioPasquali pensava e diceva: «Il fascismo sarà aria buona, sarà aria cattiva, mainsomma è aria».

Invece io non credo che gliatti di governo si possano giudicare sul piano simbolico, o metaforico. Siamoallo storytelling del governo senza il governo. Al racconto delleriforme senza le riforme. Ma la bontà di un metodo (di un gesto, di unafinestra aperta, di una ventata d'aria...) va giudicata sulla base dei risultati che produce, non su quello degli effetti mediatici che suscita.

In questi giorni, tuttavia,anche molti colleghi e amici mi hanno detto che tutto quello che ho appenascritto è verissimo, ma che la situazione dei musei era così compromessa chequalunque 'novità' era comunque preferibile al 'vecchio'. Insomma, Franceschiniavrebbe fatto bene a comportarsi, rispetto al nostro patrimonio, come l'amantedescritto da una splendida canzone di Fabrizio De André: «E sarà la prima cheincontri per strada / che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato, /per unamore nuovo».

Io non sono d'accordo. Riconosco– e credo di averlo scritto più di tutti – le infinite, gravissimeinsufficienze, e perfino i veri e propri tradimenti, di molti dei funzionaridelle soprintendenze a cui erano affidati quei musei. Ma credo che la stradaimboccata da Franceschini aggiungerà danno a danno, stortura a stortura, erroread errore. O davvero pensiamo che affidare la Reggia di Caserta a un esperto dimarketing e il Museo Archeologico di Napoli a un funzionario comunale (per approfondimenti rinvio a questo mio articolo uscito oggi sulla cronacanapoletana di Repubblica) sia la soluzione? O anche solo che sia meglio del'vecchio'?

Quando, nella CommissioneBray per la riforma del Mibact, cominciammo a discutere dell'autonomia dialcuni grandi musei italiani, pensammo e dicemmo che l'autonomia doveva esserefunzionale a rendere questi musei dei veri centri di ricerca, capaci di tornarea produrre, e quindi a redistribuire, conoscenza. Tutto questo non è avvenuto: come ammette Paolo Baratta, che sedeva in quella commissione e oggi ha presiedutoquella per la scelta dei direttori. Oggi l'Archeologico di Napoli ha 6archeologi e Capodimonte 5 storici dell'arte, Brera 4, la Galleria Estense diModena 2 e la Galleria Borghese 3: di quali supermusei stiamo parlando? E diquale rivoluzione culturale? Qua nemmeno un direttore come Roberto Longhipotrebbe fare qualcosa di serio!

Infine, quando pensavo che imusei sarebbero potuti ritornare ad essere luoghi civici e centri diumanizzazione, avevo in mente la triste sorte degli Uffizi, asservitialle più spietate logiche del mercato. In questi anni ho più volte scritto chel'enorme responsabilità di questa mutazione era anche da ascrivere altradimento di chi ha governato negli ultimi decenni la Soprintendenza diFirenze: e ho deplorato il fatto che le encomiabili resistenze del direttoredegli Uffizi non avessero mai trovato la forza, né peraltro avessero glistrumenti di autonomia, per emergere esplicitamente ed efficacemente.
Ebbene, la primedichiarazioni del nuovo direttore Eike Schmidt non hanno riguardato la ricercao l'accesso dei cittadini alla conoscenza, ma – suscitando il giusto sdegno di Jean Clair – lasua determinazione ad affittare ai privati le sale del museo per eventicommerciali e convention di imprese. Evidentemente, Franceschini ha dunqueraggiunto il suo scopo: eliminare anche quell'ultimo residuo di timideresistenze alla completa mercificazione del nostro patrimonio. Ecco qual era ilfamoso ritardo finalmente recuperato.

Spero di sbagliarmi: magari –nonostante la loro diretta nomina ministeriale – i nuovi direttori saranno piùliberi, coraggiosi e forti dei loro predecessori. Forse si getteranno in quellebattaglie che sono state disertate dai loro predecessori. Lo spero davvero. Maper ora non riesco a vedere nessuna novità, nessuna rivoluzione culturale. Vedosolo che il lungo smantellamento del progetto della Costituzione sul nostropatrimonio culturale conosce in questi giorni un nuovo, deprimente traguardo.

La Repubblica, 21. agosto 2015

In questi giorni Jean Clair è a Venezia, in giro con la moglie per calli e mostre. Vent’anni fa curò una Biennale dedicata al volto e al corpo umano, ma oggi è deluso. Non gli piacciono le esposizioni affollate di turisti e quando gli si chiede di commentare la nuova riforma dei musei, all’inizio sembra possibilista, ma poi di fronte all’idea di una nuova figura di direttore-manager si accalora: «Un direttore di un museo non deve fare grandi mostre, ma far conoscere il patrimonio spirituale di una nazione. È la fine. L’arte ha perso ogni significato».

L’argomento lo appassiona. Risale ormai a qualche anno fa un suo saggio intitolato La crisi dei musei, mentre nel più recente L’inverno della cultura ha disseminato pagine durissime contro i musei-luna park ridotti a magazzini di opere preziose. Per il grande critico e storico dell’arte, il sistema museale è ormai asservito alla logica mercantile, come qualsiasi altro prodotto. Nel suo ultimo libro, intitolato Hybris. La fabbrica del mostro nell’arte moderna ( Johan & Levy), studia la morfologia dell’arte moderna, le sue deformazioni morbose, il suo progressivo allontanamento dalla bellezza. Il fatto che Jean Clair sia stato anche direttore del Centre Pompidou e del museo Picasso, lo spinge a guardare con curiosità a quanto sta accadendo nel nostro paese.

Che cosa non la convince nella riforma italiana dei musei?
«Prima di tutto ho paura che non si rispetti l’identità di un museo, la specificità della cultura locale che vi è custodita e che va tutelata».

Un direttore straniero potrebbe essere inadatto a questo compito?
«Un direttore di un museo deve per prima cosa essere un critico e uno storico dell’arte. Da questo punto di vista, scorrendo la lista dei nomi selezionati, mi pare che ci siano professionalità di rilievo. Conosco Sylvain Bellenger, che a Capodimonte farà un ottimo lavoro. Ma il problema è un altro. È un problema spirituale e culturale più ampio. Si stanno trasformando i musei in fondi bancari, in macchine finanziarie, hedge fund specializzati in speculazioni. Non abbiamo più idea di che cosa sia l’arte, di quale sia il suo compito».

Non pensa sia anacronistico tentare di arginare l’internazionalizzazione della cultura?
«Sono curioso di vedere cosa accadrà in Italia. Il fatto che molti dei prescelti siano stranieri è in sé un fatto positivo, se non fosse che dovranno operare dentro musei ridotti a macchine per incassare soldi. Io stesso prima di essere nominato al Beaubourg e al museo Picasso ho studiato in America. Ricordo il sorriso del direttore del Louvre quando decisi di partire. Mi disse: “Che vai a fare in America?” Non lo ascoltai. Sono rimasto ad Harvard tre anni. Era il 1966. Da lì sono poi andato in Canada, al museo nazionale».

Nei suoi scritti ha però attaccato più volte il sistema museale contemporaneo. Mercato e cultura sono forze antagoniste?
«Molti musei sono in mano a mercanti senza cultura. Il compito di un museo dovrebbe invece essere educare e dilettare. Il direttore dovrebbe preoccuparsi di tutelare il patrimonio d’arte che gli è affidato senza venderlo. Prenda l’idea di portare il Louvre ad Abu Dhabi. Una follia».

Crede si arriverà a questo anche in Italia?
«Ho l’impressione che tra un po’ di tempo ci sarà l’esigenza di mettere sul mercato qualche opera per rimpinguare le casse della macchina-museo. Nel 2006, Françoise Cachin, che è stata la prima donna a essere eletta direttrice dei musei di Francia, scrisse un articolo contro l’idea di vendere i musei e venne allontanata dal suo incarico. Invece aveva ragione. Le opere d’arte sono ormai ridotte a merce senza qualità, senza identità».

Immagino che l’idea di affittare un museo per eventi privati non le piaccia affatto…
«L’idea del neo direttore tedesco degli Uffizi, Eike Schmidt, di dare in affitto delle stanze della galleria segna l’inizio della fine. O piuttosto la continuazione di una decadenza della quale lui stesso sarà il responsabile finale».

Lei ha guidato grandi musei. Ora ai direttori si richiede di essere anche dei manager. Quali possono essere dal suo punto di vista le conseguenze di un tale cambiamento?
«Guardi cosa succede al Centre Pompidou, dove si è chiusa da poco una retrospettiva dedicata a Jeff Koons. La mostra è stata appaltata a privati. Duemila metri quadrati di esposizione per mettere in scena una buffoneria. Una buffoneria che prende però autorevolezza dalle collezioni del Beaubourg, che sono il vero patrimonio del museo, come l’oro conservato nei caveau delle banche. Sono Cézanne e Picasso a dare valore a Koons. I musei sono utilizzati come riserve auree per dar credito a operazioni di manipolazione finanziaria, forniscono quel deposito che dà pregio alle proposte del mercato privato. Quella di Koons è chiaramente un’operazione fraudolenta, un falso, una bolla speculativa. È quanto accade quando si preferiscono direttori manager. Come nel caso di Alain Seban, alla guida del Pompidou».

Ma per far funzionare il sistema museale servono soldi, dove trovarli?
«Il costo per mantenere un museo è ridicolo rispetto a quello della sanità o dei trasporti».

Al centro della riforma c’è l’idea di “valorizzazione”? Le piace?
«È un termine delle banche. Si valorizzano i soldi non le opere d’arte. Leggo che nei musei si apriranno ristoranti e bookshop. C’è bisogno di un manager per aprire un ristorante?»

Ha visitato la Biennale Arte?
«Tantissimi padiglioni da tutto il mondo, tutti uguali. Sono a Venezia da qualche settimana e quello che vedo mi spaventa. I musei sono molto frequentati, come le spiagge, ma non sono più frequentabili».

Come ridare significato all’arte?
«L’opera d’arte non significa più nulla, è autoreferenziale, un selfie perpetuo. I jihadisti dell’Is hanno decapitato l’archeologo Khaled Asaad. Da una parte abbiamo paesi che credono nell’arte al punto da uccidere e dall’altra pure operazioni di mercato».

Meglio tornare al passato?
«Non è possibile. Viviamo nel tempo dell’arte cloaca. Il museo è il punto finale di un’evoluzione sociale e culturale. È una catastrofe senza precedenti. Il crollo della nostra civiltà».

Il manifesto, 19 agosto 2015 (m.p.r.)

Valentina Porcheddu I l 17 agosto Dario Franceschini ha annunciato, tramite il suo account Twitter, il completamento delle procedure per la nomina dei venti direttori dei più grandi musei italiani: «Si volta pagina», ha affermato il ministro. Benché l’aspettativa di colmare «decenni di ritardi» con un concorso di portata internazionale fosse ardua da soddisfare, ieri abbiamo quasi creduto di poterci risvegliare in un paese dove il merito non è una parola vuota buona per tutte le occasioni e deciso a restituire dignità al patrimonio archeologico e artistico, attraverso «l’investitura» delle professionalità più idonee a conservarlo e promuoverlo. Invece, dopo le accese polemiche estive che hanno riguardato i fondi per la ricostruzione dell’arena del Colosseo, l’anastilosi delle colonne del Tempio della Pace ai Fori Imperiali e la mancanza di personale a Pompei, per il Mibact non è ancora tempo di successi incondizionati.

Il bando per la selezione dei «super-direttori» era stato lanciato lo scorso gennaio, allo scopo di aprire l’Italia a candidature di altissimo livello provenienti anche dall’estero. Tuttavia, la pubblicazione delle nomine – effettuate in ultima istanza dal ministro Franceschini per i sette musei di I fascia e dal Direttore Generale Musei Ugo Soragni per quelli di II fascia – suscita perplessità e ben più di un interrogativo sul rispetto dei criteri di scelta previsti dal decreto «rivoluzionario». Se, infatti, uno dei princìpi cardine per l’ammissione alle prove nonché criterio di peso assoluto nella valutazione era la «specifica esperienza professionale documentata nell’ambito della tutela, della gestione e della valorizzazione del patrimonio culturale», ci si chiede come mai nei curricula di Carmelo Malacrino e di Gabriel Zuchtriegel – rispettivamente designati al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e al Parco Archeologico di Paestum – non ci sia traccia di tali competenze per il livello auspicato.
Quarantaquattro anni il primo, trentaquattro il secondo, hanno entrambi un percorso formativo di qualità e possono vantare una discreta produzione scientifica, come d’altra parte migliaia di giovani italiani ed europei (Zuchtriegel è tedesco) che cercano lavoro nel campo dei beni culturali. Tra i non italiani, spicca per la giovane età Gabriel Zuchtriegel, che andrà a dirigere il parco archeologico di Paestum. Nato a Weingarten, nel Baden-Wurttemberg, Zuchtriegel si è laureato in Archeologia classica, preistoria e filologia greca alla Humboldt-Universitat di Berlino e ha poi conseguito con lode il Dottorato di ricerca in Archeologia classica presso l’Università di Bonn. Agli Uffizi di Firenze andrà un altro tedesco, Eike Schmidt, storico dell’arte. E «stranieri» sono anche molti altri direttori di musei e Pinacoteche. Per tornare all’archeologia, qual è dunque l’asso nella manica dei due eletti, la dote che fa la differenza e che consentirà loro di gestire un polo archeologico complesso come quello di Paestum (il Parco comprende l’area archeologica e il Museo Narrante del Santuario di Hera Argiva alla Foce del Sele e il Museo Nazionale di Paestum, che ospita la celebre Tomba del Tuffatore) e un museo che non ha mai decollato malgrado l’imponente presenza dei Bronzi di Riace?
Il cervello in fuga
Un ruolo di management dei beni culturali l’hanno già ricoperto, invece, Eva Degl’Innocenti e Paolo Giulierini, ai quali sono stati assegnati i Musei Archeologici Nazionali di Taranto e Napoli. Degl’Innocenti è un ex cervello in fuga che rientra in Italia. Un bell’investimento, senza dubbio. Se non fosse che la brillante trentanovenne è specialista di archeologia medievale e arriva dal Centro d’interpretazione Coriosolis della Comunità dei Comuni Plancoët Plélan in Bretagna passando per il Museo Nazionale Francese del Medioevo di Parigi. Che ci fa dunque a Taranto, città che ospita una delle più ricche e splendide collezioni di antichità magno-greche?
L’etruscologo
La stessa domanda sorge nello scorrere il profilo scientifico di Giulierini (classe 1969): etruscologo che dirige dal 2001 il Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona, è chiamato ora alla testa del Museo di Napoli, da decenni vittima di accorpamenti e scorporamenti «politici» con Pompei, il più prezioso scrigno al mondo della romanità. Eppure, la «specifica competenza attinente le collezioni e/o le raccolte del museo o dei musei per i quali si è presentata domanda» era un’altra delle basi fondamentali del concorso. Viste le lampanti incongruenze, la giovane età dei neo-direttori, le «quote-rosa» e l’introduzione di esperti stranieri non garantiscono, pur essendo parametri apprezzabili, la correttezza e la cura delle scelte compiute dal Mibact.
Ancora una volta, si perde di vista l’obiettivo principale, vale a dire trasformare un patrimonio archeologico già di per sé attraente, in un’opportunità di conoscenza e arricchimento culturale per tutti (addetti ai lavori, cittadini e turisti). Senza dimenticare l’indotto economico che potrebbe derivare dalla valorizzazione di musei e siti affidati a chi ne ha reali capacità di sviluppo. Dopo aver confidato in una possibile svolta, abbiamo l’impressione di ritrovarci al solito «incrocio» di spartizioni indiscriminate d’incarichi. E se non ci sembra, come proclamato ieri da Franceschini, di assistere a un «passaggio storico», ci auguriamo almeno di non dover tornare – con le nuove «pedine» ministeriali – fino alla casella di partenza.

Dal campo al piatto non è solo un fortunato slogan per forme agricole più urbane e sostenibili, ma anche un metodo diretto e sicuro per tutelare gli spazi aperti rendendo più consapevole la società locale. La Repubblica Milano, 12 agosto 2015, postilla (f.b.)

Tutto esaurito. È il riso a chilometro zero di Milano, prodotto nelle 65 cascine della città. E dallo scorso aprile in arrivo direttamente dai produttori agli scaffali della grande distribuzione, grazie a all’intesa siglata tra il consorzio Dam Distretto agricolo milanese) e il gruppo Esselunga. L’accordo, promosso da Palazzo Marino, è stato realizzato nell’ambito della valorizzazione del territorio rurale urbano (sono oltre 2.900 gli ettari di terra coltivata in città, dei quali circa 630 quelli coltivati a riso) e prevede che le tre varietà di riso milanese (Arborio, Carnaroli e Sant’Andrea: a questi prodotti si sono poi aggiunte anche le forniture di zucchine e fiori di zucca) arrivino direttamente dai campi delle aziende agricole milanesi ai supermercati di Milano, Monza Brianza e Pavia.

La prima fornitura di riso era di 500 quintali: inizialmente prevista per un intero anno, in quattro mesi è finita. «Il Comune - assicura l’assessore all’Urbanistica e agricoltura, Alessandro Balducci - continuerà a impegnarsi per la promozione dell’agricoltura milanese, che sempre più si dimostra un’occasione fondamentale di sviluppo e di tutela del territorio urbano ». «Si tratta di un progetto - aggiunge il presidente del Consorzio Dam, Andrea Falappi - nato per la promozione dell’agricoltura cittadina, all’insegna della filiera corta e dei consumi a chilometro zero, si sta rivelando anche un successo di mercato. E Milano si conferma una metropoli rurale a tutti gli effetti».

postilla
Ci sono due modi per leggere questo interessante processo di risensibilizzazione degli abitanti rispetto ai propri spazi agricoli: quello della «metropoli rurale» come la chiama pro domo sua il rappresentante dei coltivatori, e quello di un senso rinnovato dell'agricoltura urbana e del verde che diventa a tutti gli effetti infrastruttura portante della città. Preferiamo di gran lunga questa seconda prospettiva, che è tra l'altro il medesimo genere di sensibilizzazione che in Gran Bretagna viene operato almeno dai tempi delle prime leggi nazionali sulla greenbelt, col risultato di tutelarla efficacemente anche contro le più subdole politiche di urbanizzazione, come quelle che fanno leva sull'emergenza abitativa. Quando il rapporto di una società locale con il suo verde è così diretto che si porta in tavola ogni giorno, non c'è speculazione che tenga: la greenbelt è un accessorio di casa propria, intoccabile (f.b.)

«Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona»: non è un verso dell’Iliade, ma avrebbe potuto esserlo. Risale alla fine dell’VIII secolo prima di Cristo, ed è dunque contemporaneo alle più antiche parti del poema omerico: la cosa straordinaria è che non lo conosciamo attraverso una lunga catena di manoscritti, ma direttamente dall’iscrizione (una delle scritte più antiche d’Italia, la più antica in greco), incisa sulla coppa stessa.

Ebbene, quella coppa che in qualunque altro paese sarebbe tra le glorie nazionali, rischia ora di finire – insieme a molti altri reperti – chiusa in una cassa, sigillata in una cantina fino a nuovo ordine. Già, perché il comune di Lacco Ameno, sull’isola di Ischia, è ridotto alla canna del gas, e sta valutando di vendere a qualche ricco privato Villa Arbusto, che ospita il piccolo, ma magnifico, Museo Archeologico di Pithecusae, che prende il nome da quello della prima colonia greca d’Italia, che si installò appunto sull’isola.

Negli anni Quaranta del Novecento Giorgio Buchner – archeologo ischitano di origine tedesche – ha scavato e studiato gli oggetti provenienti da più di settecento tombe di greci e fenici, di campani e di laziali che si collocano tra il settimo secolo a. C. e l’età imperiale: la messa all’asta dell’immobile significherebbe di fatto la fine del museo che oggi li accoglie. Ed è contro questa assurdità che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha lanciato un appello, richiamando alla vigilanza «il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo al quale la Costituzione addossa l’onore, ma anche la responsabilità, della promozione della cultura e della tutela del patrimonio storico della Nazione ». Il ministro Dario Franceschini non ha finora trovato il tempo per rispondere, mentre il sindaco di Lacco Ameno è ricorso ad una finissima metafora: «Io devo curare un tumore, e per molti cittadini il museo è solo un’unghia incarnita». Parlando poi con Costanza Gialanella, una degli archeologi della Soprintendenza cui si deve la fondazione e l’allestimento del museo, il sindaco ha detto di non poter dare garanzie sul futuro del museo. Ma i cittadini ischitani sanno benissimo che il futuro del Museo Archeologico di Pithecusae coincide con il futuro – economico e civile – della loro comunità, e l’allarme che si è diffuso ha fatto sì che nelle ultime settimane la raccolta sia visitatissima: nonostante (assurdamente, visto che si tratta di un luogo di mare) essa sia aperta solo nelle ore della mattina. La speranza è che la pressione dell’opinione pubblica induca l’amministrazione a evitare questo suicidio: la cui misura è data dalla sproporzione tra il beneficio effimero della chiusura di un singolo bilancio e il danno permanente della chiusura di un simile laboratorio di futuro.

È una vicenda esemplare: che ci ricorda che il patrimonio artistico italiano non coincide che in minima misura con i venti mitici supermusei in attesa di direttore. E che dimostra che il Sud non ha bisogno di colossali infrastrutture mangia-suolo, ma del risanamento delle economie dei comuni, e della capillare cura di un territorio straordinario, che aspetta solo di essere aperto ai cittadini e ai turisti.

Quando gli dissero che per superare la crisi bisognava tagliare i fondi alla cultura, Barack Obama rispose che sarebbe stato come provare a far ridecollare un aereo buttandone il motore fuori bordo. Una verità elementare che la classe dirigente italiana non ha ancora capito.

Il manifesto, 9 agosto 2015



LA RIVOLTA DEI NO-TRIV
VENDEREMO CARA LA PELLE

di Serena Giannico

Adriatico. La rabbia dell’Abruzzo dopo il via libera del governo alle trivellazioni petrolifere. Al via ricorso al Tar ma la lotta non si ferma: «Così si distrugge turismo e agricoltura»

È «Ombrina» la parola che, più d’ogni altra, attual­mente fa imbe­stia­lire l’Abruzzo e il suo milione e 332mila abi­tanti. E nelle scorse ore il governo Renzi, col Pd, con i suoi fede­lis­simi, ha rega­lato ad una società delle Fal­kland l’ok alla distru­zione di uno dei tratti più belli dell’Adriatico.

Il mini­stro dell’Ambiente Gian Luca Gal­letti e il mini­stro dei Beni cul­tu­rali Dario Fran­ce­schini, l’altro ieri, hanno infatti fir­mato il decreto di com­pa­ti­bi­lità ambien­tale per la costru­zione della piat­ta­forma «Ombrina mare» della mul­ti­na­zio­nale Roc­khop­per al largo della Costa dei Tra­boc­chi, in pro­vin­cia di Chieti. È l’ultimo atto ammi­ni­stra­tivo — a parte il decreto di con­ces­sione del mini­stero dello Svi­luppo eco­no­mico che, però, a que­sto punto diventa mera for­ma­lità — prima dell’avvio dei lavori per la nascita dell’impianto petro­li­fero. Un pro­getto con­te­sta­tis­simo e com­bat­tuto da anni, da movi­menti e comi­tati, e dai cit­ta­dini che il 23 mag­gio scorso a Lan­ciano (Ch) – erano in 60 mila — e il 13 aprile 2013 a Pescara – in 40 mila — sono scesi in massa in piazza per riba­dire che que­sta regione non vuole diven­tare il regno delle tri­velle. Un fiume di no ad Ombrina e alla poli­tica ener­ge­tica del pre­mier che, tra un tweet e un sel­fie, sta tra­sfor­mando il Bel­paese in Texas. In barba alla volontà delle popo­la­zioni. «Se ci penso… è folle… a pochi chi­lo­me­tri da riva, nel mezzo di un mare chiuso, vicino alle spiagge, di fronte al costi­tuendo Parco nazio­nale della Costa Tea­tina. Ma che razza di mini­stero dell’Ambiente approva que­ste cose? - chiede la ricer­ca­trice Maria Rita D’Orsogna - . E quale sal­va­guar­dia ci si può atten­dere da un mini­stero dei Beni cul­tu­rali che, in 53 pagine più alle­gati, auto­rizza uno scem­pio del genere?».

Il pro­getto di «svi­luppo del gia­ci­mento Ombrina», come spiega pro­prio lo scia­gu­rato decreto numero 0000172 del 7 ago­sto, pre­vede la rea­liz­za­zione «a circa 6,5 chi­lo­me­tri dalla costa, su un fon­dale di circa 20 metri, pre­va­len­te­mente sab­bioso», di «una piat­ta­forma per la pro­du­zione di gas plio­ce­nico» e petro­lio «da cui si dipar­ti­ranno da un minimo di 4 ad un mas­simo di 6 pozzi di pro­du­zione»; di «un ser­ba­toio gal­leg­giante» (nave Fpso che sarà sem­pre in fun­zione con fumi, torce e ter­mo­di­strut­tori) «per il trat­ta­mento e lo stoc­cag­gio» del petro­lio; di circa 25 chi­lo­me­tri di con­dotte sot­to­ma­rine o «sea­li­nes per il tra­sfe­ri­mento del greg­gio dai pozzi alla nave desol­fo­rante e del metano».

La con­ces­sione era stata ori­gi­na­ria­mente rila­sciata alla Medoil­gas, che l’ha ceduta a Roc­khop­per. «La strut­tura – spiega Anto­nio Mas­simo Cri­staldi, inge­gnere di Monza, esperto in mate­ria – por­terà al rila­scio di sostanze tos­si­che in mare, come è prassi in tutte le instal­la­zioni off­shore del mondo. “Ombrina” abbrac­cerà ben due riserve di pesca, finan­ziate con fondi pub­blici e comu­ni­tari, che saranno inte­res­sate da feno­meni di bio­ac­cu­mulo di inqui­nanti gravi, fra cui mer­cu­rio e cad­mio. Nel luglio 2008 – evi­den­zia -, le prove di pro­du­zione pro­vo­ca­rono l’intorbidimento del mare attorno ad essa. L’Agenzia regio­nale di tutela ambien­tale (Arta) dimo­strò che men­tre lon­tano da “Ombrina” le acque erano “buone”, quelle atti­gue erano pas­sate ad “inqui­na­mento medio”. E ciò in soli tre mesi. Secondo i docu­menti for­niti dalla ditta pro­po­nente ai suoi inve­sti­toti – spiega ancora Cri­staldi – il petro­lio in quest’area non è facile da estrarre e per ciò si pre­vede l’uso di tec­ni­che aggres­sive, fra cui quelle della aci­diz­za­zione del pozzo, di vio­lente tec­ni­che di sti­mo­la­zione, tra cui la frat­tu­ra­zione; dell’utilizzo di fan­ghi die­sel di per­fo­ra­zione, i più impat­tanti che esi­stano. Que­sti fan­ghi sono vie­tati nei mari del Nord dal 2000, a causa dell’inquinamento che com­por­tano, a seguito della con­ven­zione Ospar. Vogliamo par­lare anche dell’inceneritore instal­lato sulla Fpso? Emet­terà di con­ti­nuo sostanze tos­si­che, come l’idrogeno sol­fo­rato, un veleno ad ampio spet­tro. E c’è anche il peri­colo di sub­si­denza». L’impianto sor­gerà nel cuore di una riviera che sta pun­tando «ad una rina­scita turi­stica», con il pro­li­fe­rare di atti­vità ricet­tive – soprat­tutto hotel e bed and break­fast – , con gite in barca, con vela e surf , con la cucina tipica e la risto­ra­zione sugli anti­chi tra­boc­chi, che attrag­gono turi­sti da ogni parte del pia­neta. Minac­ciata anche la fio­rente pro­du­zione vitivinicola.

«A Mat­teo Renzi e ai suoi – riprende D’Orsogna — piac­ciono le tri­velle, e non c’è demo­cra­zia, o intel­li­genza o buon senso che tenga. Nes­suno mette navi desol­fo­ranti così vicino a riva nel mondo civile, ma in Ita­lia sì. Le pre­scri­zioni all’impresa? Fanno ridere. Ci sono tanto per­ché ci devono essere…». «Il parere posi­tivo di Valu­ta­zione d’impatto ambien­tale (Via) – tuona il coor­di­na­mento “No Ombrina” -, da una prima ana­lisi, mostra falle cla­mo­rose e un’illogica inver­sione pro­ce­du­rale riguar­dante l’Analisi del rischio che, per un pro­getto in cui basta un inci­dente per mas­sa­crare l’intero Adria­tico, non è oggetto di valu­ta­zione pre­ven­tiva ma si fa… dopo il decreto! Cioè prima si rila­scia il parere favo­re­vole e poi si stu­diano, da parte dell’azienda inte­res­sata, gli effetti deva­stanti di un inci­dente. Inau­dito…». Anche su altri aspetti fon­da­men­tali, «come le moda­lità di scavo di chi­lo­me­tri di reti sot­to­ma­rine per gli idro­car­buri, quelle per l’ancoraggio della mega­nave Fpso lunga 330 metri e addi­rit­tura per il piano di sman­tel­la­mento delle opere, il decreto rimanda a fasi pro­get­tuali suc­ces­sive». «Tra l’altro – sot­to­li­nea Augu­sto De Sanc­tis, del Forum Acqua — que­sto pro­getto non è stato sot­to­po­sto a Via tran­sfron­ta­liera secondo quanto pre­ve­dono pre­cise norme inter­na­zio­nali quando è evi­dente che uno scop­pio o un incen­dio potrebbe coin­vol­gere le acque e le coste degli altri Paesi. Un prov­ve­di­mento – aggiunge – che è solo il sigillo a scelte anti­de­mo­cra­ti­che di un governo mai eletto e che sta por­tando avanti poli­ti­che mai oggetto di con­sul­ta­zione popo­lare». Per­ché deci­sioni così impor­tanti sono state prese a ridosso di fer­ra­go­sto? «Sem­bra quasi che gli stessi esten­sori di tali atti si ver­go­gnino delle loro scelte. O pro­ba­bil­mente spe­rano di pas­sare inos­ser­vati. Ma que­sto non è cer­ta­mente pos­si­bile per “Ombrina” che è l’opera meno amata dagli abruz­zesi negli ultimi anni»’: scri­vono Wwf, Legam­biente, Fai, Ita­lia Nostra, Mare­vivo, Pro Natura e Arci.

Sotto attacco, oltre al governo, la Com­mis­sione Via nazio­nale, che pre­ce­den­te­mente, a pri­ma­vera, ha dato il nulla osta ad “Ombrina”. «E’ inquie­tante quanto emerge da inter­ro­ga­zioni di euro­de­pu­tati di L’Altra Europa con Tsi­pras e di par­la­men­tari del Movi­mento 5 Stelle – afferma Mau­ri­zio Acerbo, di Rifon­da­zione — sui com­po­nenti del comi­tato nazio­nale per la Via. Ci si aspet­te­rebbe che a esa­mi­nare i pro­getti fos­sero fior di esperti e scien­ziati e invece si sco­prono per­so­naggi che poco hanno a che fare con l’ambiente e con bio­gra­fie poco ras­si­cu­ranti. Un vero cara­van­ser­ra­glio: inda­gati per cor­ru­zione, sospet­tati di legami con la ’ndran­gheta, pid­dui­sti… Quando ci rac­con­tano che le grandi opere sono state sot­to­po­ste a tutte le veri­fi­che ricor­dia­moci che razza di gente è que­sta». Il decreto – sostiene ancora il coor­di­na­mento “No Ombrina” — è uno schiaffo per il pre­si­dente della Regione, Luciano D’Alfonso: la linea dia­lo­gante con il governo è boc­ciata ine­so­ra­bil­mente. A lui doman­diamo: quando si rom­perà defi­ni­ti­va­mente con Renzi, che non ha timore di costruire un enorme gasdotto sulle faglie sismi­che più peri­co­lose d’Europa pas­sando anche per L’Aquila?».

Il decreto emesso obbliga da un lato la società Roc­khop­per a rea­liz­zare il pro­getto entro 5 anni, nello stesso tempo ammette il ricorso al Tri­bu­nale ammi­ni­stra­tivo regio­nale, entro 60 giorni dalla pub­bli­ca­zione in Gaz­zetta uffi­ciale, e al Capo dello Stato, entro 120 giorni. E su que­sto si sta già lavo­rando. «Stiamo stu­diando, con un gruppo scien­ti­fico e con le asso­cia­zioni, il dove­roso ricorso al Tar avverso detto atto gover­na­tivo. Pari­menti pro­ce­de­remo anche con­tro l’eventuale futuro decreto con­ces­so­rio — dichiara l’assessore regio­nale all’Ambiente, Mario Maz­zocca -. Il modello di svi­luppo che vogliamo si basa su cri­teri impron­tati ad una reale soste­ni­bi­lità. Per l’affermazione di que­sto modello di cre­scita la Regione, que­sta Regione, si bat­terà fino in fondo. E ven­derà cara la pro­pria pelle».

In sei con­tro la petro­liz­za­zione: Abruzzo, Molise, Basi­li­cata, Cala­bria, Mar­che e Puglia hanno deciso di far fronte unico in difesa dell’Adriatico e dello Ionio. Nei giorni scorsi, infatti, a Ter­moli (Cb) i ver­tici di que­ste Regioni si sono riu­niti «per con­cor­dare una linea comune in difesa dell’ambiente marino a rischio tri­vel­la­zioni a seguito dello Sblocca Ita­lia» e per dar vita ad un coor­di­na­mento. Al sum­mit i pre­si­denti delle Regioni Abruzzo (Luciano D’Alfonso), Basi­li­cata (Mar­cello Pit­tella), Molise (Paolo di Laura Frat­tura), Puglia (Michele Emi­liano); il vice­pre­si­dente della Regione Mar­che, Anna Casini, e, per la Cala­bria, l’assessore all’Ambiente, Anto­nella Rizzo. Erano inol­tre pre­senti gli asses­sori all’Ambiente di Abruzzo (Mario Maz­zocca), Basi­li­cata (Aldo Ber­lin­guer) e Molise (Vit­to­rino Fac­ciolla). All’incontro anche l’europarlamentare croato Ivan Jakov­cic che ha espresso «pre­oc­cu­pa­zione per quello che sta suc­ce­dendo in Adria­tico e per il futuro… nero a cui esso va incon­tro». «E’ neces­sa­rio – ha sot­to­li­neato – che le Regioni si fac­ciano por­ta­voce presso il Governo affin­ché venga ela­bo­rata una nuova stra­te­gia di svi­luppo in grado di favo­rire una cre­scita com­pa­ti­bile». «Le Regioni — afferma Maz­zocca, — hanno valu­tato l’idea di intra­pren­dere il refe­ren­dum abro­ga­tivo pre­vi­sto dall’articolo 75 della Costi­tu­zione. L’obiettivo è di eli­mi­nare, tra l’altro, quella parte del Decreto Svi­luppo rela­tiva a: «dichia­ra­zione di stra­te­gi­cità, indif­fe­ri­bi­lità ed urgenza delle opere». I pre­si­denti si ritro­ve­ranno il pros­simo 18 set­tem­bre a Bari. L’obiettivo è di coin­vol­gere nelle ini­zia­tive anche Cam­pa­nia ed Emi­lia Roma­gna. se. gian.

UN rettifilo di cinquanta chilometri, il più lungo d’Europa. Roba da far uscire pazzi gli automobilisti, che infatti si schiantano. Ma al pedone va peggio. Diventa un miserabile, un rifiuto dell’umanità, un uomo da marciapiede. Fra Cisterna e Terracina, dobbiamo affrontarlo questo velodromo senza misericordia e senza il diversivo di un saliscendi. Non c’è scampo, perché la via Appia nuova è costruita integralmente sul terrapieno di quella vecchia, che già tagliava gli acquitrini dell’Agro pontino. La “colpa” è di papa Pio VI, che nel Settecento volle riattarla all’uso viario e riportò in luce il mirabile manufatto — argine, pietre miliari e lastricato — inclusi “li ponti, che furono giudiziosamente costruiti da’ nostri maggiori per dare passaggio alle acque”. Peccato che tutto fu ricoperto e in gran parte demolito per lasciar posto alla strada nuova.

Figurarsi cosa accadde quando nel cielo d’Italia apparve l’uomo che diceva “Noi tireremo dritto”. Vide l’Appia e uscì di testa. La Linea era il simbolo della romanità ritrovata, il nesso del destino con la via Emilia presso la quale egli era nato. Ma era soprattutto l’asse su cui innestare il reticolo ortogonale delle bonifiche littorie. Le quali estirparono la malaria, diedero lavoro ai contadini, ma portarono all’estremo la geometria ossessiva dello spazio pontino. L’era delle tangenziali, dei Tir e dei Rottweiler ai cancelli, completò la disumanizzazione. Unica salvezza, i pini marittimi, che ai tempi di Roma non esistevano (le legioni dovevano poter guardare lontano!) e oggi offrono al viandante un po’ d’ombra e una minima corsia erbosa di salvataggio.

… Proviamo col bus, una deroga sofferta al cammino, per soli 20 chilometri, fino a Borgo Fàiti, l’antica Forum Appii.
Al botteghino ci guardano strano.
«E che ci andate a fa’ sull’Appia? Non ci abita nessuno».
Inoppugnabile. L’Appia è solo un asse, perfora il vuoto. Le fattorie, le città e i poderi sono tutti ai lati. Per andare a Borgo Fàiti dovremo deviare per Latina e aspettare la coincidenza. Facevamo prima a andare a piedi.
«Aò, a ‘ndo vanno quelli?», sento dire di noi.
«Se fanno ‘a Franciggena».
«Ma chi je lo fa fà».

Partiamo. Ma è tremendo lasciare la Linea. Il Gps va in tilt e nel gruppo serpeggia lo spaesamento, mentre la corriera divaga e ci depista, sguazzando nella toponomastica littoria — Montello, Podgora, Bainsizza, Borgo Piave, via Enrico Toti — con la Grande Guerra che ci insegue anche qui, fra campi di kiwi e grandi nubi abbacinanti.

A Latina Mussolini incombe con architetture squadrate, ma tira un’arietta polverosa, texana. Bullotti a zonzo tra le pensiline dell’autostazione, con le locandine dei giornali che invocano “Pistole per i vigili urbani”. C’è la cosca dei Casalesi che spadroneggia e risale la via di Appio Claudio verso Roma.
...
A Borgo Fàiti un buon albergo sulla strada, unico punto di sosta a spezzare l’incubo del rettifilo. Ce n’era uno già 23 secoli fa, e, come allora, vi scorre accanto il fiume Cavata, che irrompe, fresco e verde, giù dai Lepini per infilarsi sotto l’Appia con un robusto ponte antico e formare un canale parallelo sul lato Sud della via. La soluzione furba per continuare ci sarebbe: un paio di canoe. Ad averle, arriveremmo senza sforzo a Terracina in favor di corrente. Esattamente come i Romani, che qui potevano proseguire su chiatte agganciate a muli o cavalli.
“Fastidiose zanzare e rane palustri allontanano il sonno”, racconta Orazio del suo imbarco notturno in questo punto. E prosegue: “ Il traghettatore e un passeggero, sbronzi di vino andato a male, cantano a gara l’amica assente, finché il viandante stanco inizia a dormire e il marinaio, pigro, lega a una roccia le briglie della mula per mettersi a russare” anziché iniziare la navigazione, per la quale ha già incassato il denaro. Ma dopo un po’ un passeggero imbestialito afferra una verga e mena il malcapitato per farlo ripartire sul far dell’alba. ...
Si prova l’affondo con passo legionario. Basta chiudere i boccaporti col mondo esterno, e attivare i tamburi del verso spondeo, il p iù martellante della metrica latina. Un-duetre un-duetre. Ma i Suv si sorpassano strombazzando a 150 orari e i camion provocano spostamenti d’aria tali da farmi volare il cappello. Un mattatoio. E non c’è ombra di polizia. Che disperato atto d’amore è questo nostro viaggio.
Esausti, ci buttiamo a mangiare la nostra frutta a margine di un campo, e da una casa esce subito, allarmato, il padrone col figlio.
«Ragazzi, dovreste chiedere per fermarvi qui».
«Ma siamo sul bordo e facciamo solo merenda. E poi non si sa mai, se mi avvicino vi allarmate di più. E magari avete pure il cane ».
«Ma no, siete gente civile. Piacere, so’ Franco Molina, maestro di ballo, via Appia chilometro 74».
«La gente corre troppo», gli dico.
«Qui veniva Taruffi a fare il chilometro lanciato. Ma almeno chiudevano la strada. Adesso so’ tutti Taruffi. E sull’Appia se more».
«C’è nessuno che fa il canale in barca?».
«Colla barchetta ce passano i rumeni per andà a rubà».
«E allora cosa ci consiglia?».
«Prendete l’argine, è tutto pulito fino a Terracina. Se arriva dritti dritti».
Noi lo prendiamo l’argine, sul lato opposto, e dopo un po’ finiamo in un inferno di rovi. Alex perde pezzi della macchina da presa e tutti, al primo ponte, escono dal ginepraio sporchi e graffiati da capo a piedi, in cerca di un altro bus sullo stradone maledetto. Già, ma le fermate dove sono? Andiamo a tentoni, senza cavare un ragno dal buco. Qui tutto è aleatorio, orari, direzioni, punti di sosta segnalati. Alla fine, fermiamo un bus alla disperata. È quello giusto. Al tramonto siamo in vista di Terracina.
(6 - continua)

Presentazione del resoconto sull'attività svolta nei primi due anni di mandato dell'assessore alla trasformazione urbana della giunta Marino. Le iniziative in corso e le sfide da cogliere per la città di domani. Conferenza stampa del6 agosto 2015. Con una premessa

Premessa

È con molto piacere che presentiamo il resoconto dell'assessore Caudo. Conoscevamo da tempo la mole e la qualità del lavoro svolto, la sterminata quantità di fatica che costa invertire in pochi mesi (e praticamente senza struttura idonee) trent'anni di scelte urbanistiche sbagliate.
Poichè il punto è questo. Come comprenderà chi avrà la pazienza di leggere i documenti allegati (ma senza pazienza non si comprende e si è costretti a esprimere giudizi superficiali) Caudo e la sua piccola équipe hanno dovuto, con il sostegno del sindaco Ignazio Marino, cancellare scelte urbanistiche negli anni di Alemanno ma decise in sostanziale continuità con la visione formata e consolidata negli anni di Rutelli e Veltroni: la visione e la prassi iniziata quando, nel 1993, si teorizzò e praticò il metodo del "pianificar facendo": cioè si scelse di passare all'attuazione delle previsioni di un piano formato sulla base della situazione sociale ed economica degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, ed enormemente sovradimensionato rispetto alla esigenze della fine del secolo scorso.

Certo, sarebbe stato meglio per tutti se Giovanni Caudo fosse stato assessore all'urbanistica in quegli anni: avrebbe potuto cavar via molti più volumi edilizi inutili. Ma il problema non sono le singole persone, la lori capacità tecnica e la loro personale visione delle cose. Il problema è il contesto nel quale si opera, qual'è in quel momento l'ideologia egemone. E dalla fine degli anni Ottanta l'ideologia era quella della crescita indefinita di tutti i valori economici: a partire da quelli determinati dalla crescita della rendita fondiaria.

Costruire di più era l'aspettativa dominante di chiunque avesse un pezzetto di terra urbanizzabile: un'aspettativa quasi sempre accettata come legittima da troppi politici, amministratori, e tecnici pronti a ogni compromesso pur di seguire il "principe".Questa ideologia è oggi ben lungi dall'essere contraddetta, nè è in vista il nascere di una promettente contro-egemonia - almeno sul terreno specifico delle politiche del territorio. Anche per questo occorre essere grati all'assessore Caudo e a chi lo sostiene, e aiutarli a proseguire il loro sforzo. (e.s.)

DUE ANNI DI SCELTE PER ROMA
Introduzione alla conferenza stampa del 6 agosto 2015

Sono passati due anni dal primo atto della giunta Marino quello di cancellare gli ambiti di riserva previsti da una delibera di Alemanno, 20 milioni di potenziali metri cubi di cemento per 160 proposte di nuove urbanizzazioni che si sarebbero riversati su 2300 ettari di Agro romano. In seguito abbiamo cancellato altri 5 milioni di metri cubi di cemento, all’Ex Snia, al Casilino, abbiamo revocato la delibera sulla valorizzazione delle caserme e ridotto i volumi in altre delibere come quella della ex fiera, da 93 mila mq a 67.500 mq.

Sono state scelte fondate sulla convinzione che il ciclo novecentesco della città dell’espansione è finito. Ma non sono scelte contro lo sviluppo o contro la legittima attività economica dei privati. Sono scelte che riaffermano il rispetto delle regole e orientano in modo inequivocabile il futuro della città verso il riuso dell’esistente, del già costruito del già urbanizzato.

I fatti ci dicono che, anche grazie ad una forte regia pubblica, soggetti importanti hanno scelto Roma per investire e non solo per fare case. A cominciare dagli oltre 100 milioni che Telecom investe per portare il quartier generale di TIM nelle Torri di Ligini, per le quali è previsto il restauro funzionale e il ritorno alla destinazione d’uso a uffici. Un intervento che riqualifica l’intero quartiere dell’EUR. Oppure, in centro storico, a largo Santa Susanna, da centro commerciale a uffici. Continuando con i diversi protocolli d’intesa con CDP, per il quartiere della Scienza e l’housing sociale. Ammontano a 190 milioni gli investimenti che il consiglio di amministrazione del fondo immobiliare Investire Abitare gestito da CDPi sgr ha già deciso su Roma, l’ultimo di 100 milioni il 24 Luglio scorso. A tutto questo si può aggiungere lo stadio di Tor di Valle, ora all’esame della Regione Lazio, il cui investimento, anche questo tutto privato, ammonterà a circa 1,2 miliardi di euro di cui 325 saranno di opere pubbliche.

L’attività dell’assessorato alla Trasformazione urbana, in questi primi due anni, ha guardato però anche a Roma prossima, alla Roma di domani, con i progetti di Roma 2025 e Roma resiliente, volti a ridefinire le priorità nuove del governo urbano, che guardano alla cura e alla ricucitura, al ciclo delle acque e a quello dei rifiuti, alle infrastrutture anche minute e all’ecosistema.
Ma ha scelto al tempo stesso di dare impulso per portare a termine i progetti e i piani già incardinati nel PRG del 2008. Modificando le regole, come nel caso della nuova convenzione per i Piani di zona e il nuovo schema di convenzione urbanistica con i privati, per dare maggiore certezza alla conclusione dei programmi e alla realizzazione delle infrastrutture. Case insieme ai servizi e anche case a un prezzo accessibile.

Abbiamo rifinanziato il progetto di piazza Augusto Imperatore, con 12 milioni di euro, e aperto cantieri nell’ex Mattatoio per altri 12 milioni. Abbiamo chiesto agli uffici che seguono i piani di edilizia economica e popolare una particolare dedizione nel verificare e nel promuovere la realizzazione delle opere primarie e secondarie che i lembi estremi della città aspettano da anni, fra i casi più emblematici Montestallonara o Castelverde.

Con le restrizioni del patto di stabilità e con le difficoltà di bilancio gli investimenti privati nella realizzazione di opere pubbliche diventano ancora più importanti e strategici per l’economia della città. Oggi ai cantieri aperti per opere pubbliche a scomputo, con fondi privati, corrisponde un valore economico di circa 150 milioni di euro. Nel solo 2014 abbiamo ultimato due scuole, una a Tor Pagnotta, una a Vigna Murata e un mercato (plateatico) a Lunghezza-Ponte di Nona. Fogne per 21 km, di cui 7 per acque nere, 2.500 Punti luce (Torrino Mezzocammino, Papareschi, Ponte di Nona). E ancora strade per 56 ha e Parchi per 99 ha. Inoltre nella manovra di assestamento votata il 1 Agosto ci sono circa 64 milioni di euro di opere a scomputo in quartieri come Torresina, La Storta e Borghesiana Pantano. Abbiamo anche inserito per l’Acquisizione di aree nei piani di zona altri 17 milioni di € mediante compensazioni di cubature, la cosiddetta cessione compensativa, ad esempio a Tor Vergata 2, via Lucrezia Romana, Casilino Bis, Infernetto ovest.

Ed è prossima l’apertura di nuovi cantieri, come quelli previsti dalla delibera approvata la scorsa settimana su Tor Bella Monaca e Torre Angela che prevede lavori, soprattutto per i nuovi collegamenti stradali, per 50 milioni di euro. Un utile termine di paragone: nel 2014 le opere pubbliche finanziate direttamente dal comune di Roma ammontano a 30 milioni di euro.
Abbiamo approvato ed è in corso di realizzazione la stazione ferroviaria a Ponte di Nona, finalmente il quartiere si avvicina alla città. Era una condizione per la sua edificazione, ora finalmente ci sarà la stazione.

Abbiamo convinto il privato ad appaltare il cavalcavia del Gra e rendere possibile il completamento del corridoio di trasporto di superficie tra Laurentina e Tor Pagnotta 2, il cantiere è stato avviato ad ottobre scorso, anche questo erano anni che lo si aspettava. Abbiamo ultimato l’isola pedonale del Pigneto e completato così gli obblighi del privato collegati alla riqualificazione della ex Serono, 1,8 milioni, anche questo si aspettavano da anni.

Abbiamo riavviato le opere pubbliche a Casal Bertone, sono in corso i lavori per il parco di via Pollio. Abbiamo concluso il contenzioso dei frontisti della TAV, 35 famiglie a cui era stata promessa una casa a seguito del passaggio dell’Alta velocità. Ora le 35 famiglie hanno firmato i contratti di acquisto degli immobili e RFI può avviare i lavori, dopo quasi venti anni di battaglie e di trascuratezza.

Due anni in cui, anche grazie al lavoro dell’Assemblea capitolina e della commissione urbanistica, con le 91 delibere approvate, 61 di giunta e 30 di assemblea, abbiamo potuto disegnare trasformazioni importanti e favorito opere minute e diffuse.
Abbiamo aperto gli uffici al dialogo e all’ascolto di tutti e dedicato sempre una attenzione particolare alle esigenze dei cittadini come nel caso dei prezzi massimi di cessione delle abitazioni nei piani di zona.

E mentre seguiamo il quotidiano, anche quello che può sembrare più minuto, pensiamo a Roma prossima, attraverso tre iniziative: Roma 20-25, con 24 università nazionali e internazionali, Conferenze urbanistiche, con la partecipazione di oltre 2.000 cittadini nei 15 municipi, Roma Resiliente assieme ad altre 100 città nel mondo.In queste ore siamo impegnati, con lo stesso spirito e finalità, a cogliere l’opportunità del giubileo della Misericordia perché a Roma, quella che vive Oltre-Gra, resti il lascito importante del giubileo di strada, migliorando le condizioni di vita di chi ancora aspetta strade, piazze, spazi verdi. Abbiamo individuato luoghi e interventi, sedici in tutto, per un ammontare di circa 6 milioni li abbiamo presentati alla presidenza del consiglio per avere finanziamenti e agevolazioni per i tempi di realizzazione.

Riferimenti

Qui si può scaricare "Due anni di scelte urbanistiche. Come cambia Roma" : una relazione contenente l'elenco ragionato delle iniziative assunte e delle delibere approvate, introdotto da alcune riflessioni dell'assessore.

La Repubblica, 6 agosto 2015

IL PRIMO sbarramento della direttrice millenaria non è la frana di un monte, il collasso di un muraglione o lo straripamento di un torrente. È un bar. Il bar Fly di Genzano laziale. Tutto è di una sconcertante evidenza. Sopravvissuta alla tangenziale, al traffico della Statale Sette, alle discariche edilizie e al pantano attorno a Ciampino, la linea indeflettibile, implacabile e inflessibile, capace di resistere imperterrita ai cambi di nome (corso Matteotti, via della Stella, via Alcide De Gasperi, via Remigio Belardi eccetera), si arresta davanti a una banconiera che ci chiede cosa vogliamo bere.
«Un succo di pomodoro, grazie ».
Dietro il bar, un blocco di condomini. Oltre, ad appena trecento metri, la doppia linea dei pini marittimi — segnale infallibile — ripristina la direzione. Ma a noi tocca deviare. Fronte sinist sinist, e via per una salita che ci porta in un altro film. Piazza Salvatore Buttaroni, ucciso dai fascisti. Effigie di Maria, benedetta da Pio VII «con concessione di giorni 300 di indulgenza da applicarsi alle anime del Purgatorio ». Palasport Gino Cesaroni, sindaco dal ‘69 al ‘97. Oltre il vialone dei pini, un bivio sconcertante fra Appia Antica e una sedicente Appia Vecchia. Come se già l’Appia Nuova non complicasse le cose.
...
Ed ecco che la prima strada d’Europa già si perde, mangiata da edifici, cancelli e poderi, certificando l’eclissi dello Stato e la restaurazione dei particolarismi contro cui Roma ha lottato per secoli. Ad Ariccia, la prima sopraelevata dell’antichità, un gigante di 230 metri per 13 del secondo secolo a. C., è nascosta alla vista per la vegetazione cresciuta a dismisura. Fra Genzano e Cisterna, il rettifilo dell’Appia lo puoi traguardare solo dall’aereo o nelle vecchie carte Igm dell’Italia post-unitaria. Lì esiste ancora, come mulattiera, carrereccia o sentiero, segnata da toponimi come Ponte di Mele, Casale San Mauro, Casa Troiani. Ma sul terreno cosa ci sarà? Gli archeologi segnalano tratti accessibili di basolato originale, ma la linea che li congiunge esiste ancora?

È qui che comincia l’avventura. Ed è qui che la diavoleria elettronica di Riccardo, collegata a venti e passa satelliti, inizia la sua danza. «Ti allontani dal tracciato e il Gps ti avverte. Ma attenti, non è lui che mi comanda — precisa marciando sotto il sole — sono io che gli ho detto dove dobbiamo andare». Significa che il nostro non è un viaggio teleguidato, ma una ricerca dove alla fine saremo noi, anzi i nostri piedi a decidere. «I piedi capiscono tutto, se li lasci liberi. Ricordate: il flusso va dalla terra alla testa, non viceversa». Siamo tutti d’accordo: viva i piedi. Coi piedi si può, anzi si deve scrivere se si vuol conoscere il mondo.
… Appena fuori dal paese, in uscita tangenziale sulla destra, ecco trecento metri di lastricato stupendo oltre una scritta gialla “SEGNALE TURISTICO APPIA ANTICA”, sotto una cascata di glicini e senza anima viva che lo percorra. Ed è merenda su un muretto, con brezza leggera e rondini impazzite, a discutere di Orazio Flacco con pecorino e una bottiglia di Nero di Manduria. Poi di nuovo in cammino, in leggera discesa sul declivio vulcanico, col mare lontano sulla destra e greggi al pascolo dall’altra parte. Terra grassa, nera come una torta Sacher, primi fichi d’India, annunci mortuari con Cristo e Padre Pio effigiati con pari evidenza.

Cominciano i branchi di cani liberi. «Ce n’è un milione almeno, a Sud di Roma», avverte Riccardo, che in Italia ha camminato per 20 mila chilometri e di cani s’è fatto un’esperienza. «Basta guardarli senza paura e raccogliere una pietra. Scappano sempre». Noi non abbiamo paura, sono semmai gli altri ad avere paura di noi. Oggi chi va a piedi è un’anomalia. Una Pantera della Polizia rallenta per indagarci. In un podere, oche incazzatissime ci puntano in formazione serrata, e con quelle, si sa, non ci ragioni. Al numero 97 di una via che si chiama finalmente “ Appia Antica”, segnata da infiniti divieti di accesso, una voce ansiosa al citofono chiede ripetutamente «Chi è?» senza che noi si abbia suonato alcun campanello. Ci eravamo fermati appena un attimo a consultare le mappe.

… Un’altra isola di basolato stupendo. Ma le auto ci passano sopra senza misericordia, traballando, e la faccia del driver esprime sempre lo stesso concetto: «Ste pietre di m... cosa aspettano a levarle». Poco oltre, una catenella all’italiana ci sbarra la via. In fondo, tre ragazzi con una carriola e un cane lupo. Vado avanti a parlamentare, ma quelli mi guardano impietriti senza richiamare il cane. Gli dico che vorremmo andare oltre. Uno risponde: «Ce sta ‘o fuoss». C’è da superare un fosso, sono cavoli vostri. E noi si scende guardinghi sotto gigantesche querce, spostando canne e rifiuti fino al guado.
Ma oltre il torrente rieccola, la linea maestra. Ci aspettava, come potevamo avere dubbi. Anche il lastricato riemerge. Chiedo a un vecchietto col bastone: «Ma la gente lo sa che questa è l’Appia antica?». Lui: «Quasi nessuno». Memoria finita. Sì, è proprio questo... il Paese che amo.
Ancora sbarramenti, sterpaglie, cani liberi. Peggio ancora è dopo la confluenza della Statale Sette sul tracciato antico. Sul rettifilo fino a Cisterna ecco camion, auto che sgommano, marciapiedi striminziti e spietati guard-rail. Altroché Santiago, questo è un percorso di guerra. Che rabbia. Che persino in Albania le strade romane siano più ben tenute non è solo bestiale. È stupido. È l’Appia la grande scommessa di Roma. Non il Colosseo o la Domus Aurea, già intasate di folla, ma la percorribilità ritrovata della prima via del Continente.

(5-continua)

La Nuova Venezia, 6 agosto 2015

Scoperta mercoledì 5 - dopo cinque anni di attesa e una serie infinita di polemiche sulla sua costruzione - la nuova ala dell'hotel Santa Chiara. con la facciata che dà sul Canal Grande, in attesa di togliere le copertura anche a quella che dà su Piazzale Roma.

Un grande cubo bianco in pietra, del tutto dissimile dalla parte storica dell'hotel di proprietà di Elio Dazzo e destinato a creare inevitabili polemiche per il suo impatto, con Italia Nostra che grida allo scandalo. "Spero che piaccia ai Veneziani - dichiara il proprietario - altrimenti me ne farò una ragione. Lo inaugureremo comunque entro settembre".

La nuova ala dell'albergo ospiterà 19 stanze e un parcheggio interrato da 16 posti-auto destinato ai clienti dell'albergo. L'edificio è stato progettato dagli architetti Antonio Gatto, Dario Lugato e Maurizio Varratta.













Riferimenti

Vedi, in proposito, l'articolo di Gian Antonio Stella del 20 febbraio 2014

La Repubblica, 6 agosto 2015

«L’Italia spa esiste ancora. Il nostro patrimonio culturale rischia tuttora di essere svenduto. Le riforme non bastano, se mancano i fondi. Riempire l’arena del Colosseo non è una priorità. C’è una bella differenza tra restaurarlo e trasformarlo per ospitare spettacoli». Nell’estate dell’attesa per i nuovi super direttori dei venti grandi musei, mentre le soprintendenze – dopo la riforma della pubblica amministrazione appena approvata – vengono indebolite ulteriormente, Roma crolla e il Colosseo guadagna nuovi finanziamenti per trasformarsi in un’arena show, Salvatore Settis lancia l’allarme. «Questo Paese commette di nuovo l’errore di spostare l’attenzione sulla valorizzazione dei monumenti, rispetto alla loro tutela. Ma non ci può essere valorizzazione senza tutela», dice l’archeologo e storico dell’arte che nel 2009 si dimise dalla presidenza del Consiglio superiore dei beni culturali in contrasto con l’allora ministro Bondi.

Professore, partiamo dalla riforma Franceschini. Qualcosa si sta muovendo.
«Da Veltroni in qua ci sono stati dieci ministri e cinque riforme: un’overdose per il ministero dei Beni culturali. Di tutte, quella di Franceschini, che nasce da una commissione di studio voluta dal predecessore Bray, ha un’idea di base più chiara. Ma non vuol dire che vada tutto bene. Non sono tra quelli che dicono che sia meglio che nulla cambi. Il punto più preoccupante è che, se questa riforma ha al centro i musei – in particolare i venti scelti come più importanti – dall’altro lato impoverisce di personale le soprintendenze territoriali. Quelle di Roma, Firenze e Napoli hanno nove storici dell’arte in tutto: come faranno a tutelare l’immenso patrimonio a loro affidato? Il vero punto per capire se questo governo rispetterà l’articolo 9 della Costituzione è se verranno fatte nelle Soprintendenze territoriali le massicce assunzioni di cui c’è assolutamente bisogno. Di questo si parla troppo poco».

Con la nuova legge sulla pubblica amministrazione le soprintendenze, di fatto, si indeboliscono e vengono sottomesse alle prefetture. Vale il silenzio-assenso dopo 90 giorni anche in materia di tutela ambientale, paesaggistica e dei beni culturali. Lei è tra i sostenitori di un appello contro il provvedimento.
«L’estensione del silenzio-assenso nell’ambito della tutela del paesaggio è anticostituzionale. Ci sono cinque sentenze della Corte Costituzionale che parlano chiaro. Ma la sottomissione delle soprintendenze alle prefetture non può venire da Franceschini, perché sarebbe un’idea suicida per il suo Ministero. Oggi sembra quasi che si voglia distinguere una bad company (le soprintendenze e la cura del territorio, contro cui si schierava il premier Renzi quando era sindaco di Firenze) – e una good company che sono i musei, intesi come “valorizzazione”. E le bad companies sono fatte per essere liquidate».

I musei, appunto. In venti sono stati scelti dal ministro Franceschini come i più importanti, affidandoli ad altrettanti super direttori scelti attraverso un concorso internazionale. Cosa pensa di questo?«Il fatto di dotare i grandi musei di un’autonomia maggiore di per sé mi sembra un’idea interessante e positiva. Anche se nella lista mancano, per ragioni di spending review, musei importanti come il Museo Nazionale Romano o la Pinacoteca di Siena. Va dato atto al ministro che la commissione che sta scegliendo i direttori, presieduta da Paolo Baratta, è molto buona: ci sono nomi come Nicholas Penny della National Gallery di Londra e il grande archeologo Luca Giuliani. Però non è mai accaduto nella storia che venti direttori di musei diversi siano nominati con un’unica procedura. All’estero appare inconcepibile. Vedremo i risultati, ma la fretta è cattiva consigliera».

Ma di cosa avrebbe bisogno oggi il Ministero dei Beni culturali?
«Si continua a ignorare che le riforme a costo zero producono molto meno di zero. Nel 2008, Berlusconi e Bondi tagliarono in modo massiccio i finanziamenti alla cultura di un miliardo e 300 milioni euro. Se quella ferita non sarà sanata (e nessun governo lo ha fatto, nemmeno questo) e non si provvederà a nuove assunzioni, ogni riforma resterà vana. La primissima esigenza sono nuove assunzioni e nuovi fondi».

Però sono appena stati stanziati 80 milioni per alcune Grandi Opere…

«Ci si deve sempre rallegrare quando ci sono dei soldi destinati alla cultura. Ma questa cifra è ben poco di fronte a un patrimonio che crolla. Di milioni ne servirebbero 800 l’anno, non 80 una tantum. Vanno bene i fondi destinati alla Certosa di Pavia e agli altri monumenti. Ma il grande errore sono le spese per il Colosseo ».

L’“effetto Gladiator”.
«Finanziare un progetto che trasformi il Colosseo in un set per spettacoli è un vero spreco. Si trasmette ancora una volta il messaggio che i monumenti non servono a nulla, se non assumono un aspetto spettacolare. E si concentra di nuovo l’attenzione solo su alcuni luoghi simbolo, mentre altri, proprio a Roma, in questo momento, cadono a pezzi. La tradizione italiana della tutela, la più antica al mondo, attraversa una crisi gravissima».

A Pompei, però, i segnali sono diversi.
«Nell’ultimo anno e mezzo, con il direttore generale Giovanni Nistri e il soprintendente Massimo Osanna, la capacità di spesa è aumentata. I segnali di funzionamento sono positivi. Lo sciopero del 24 luglio è stato un brutto episodio, ma non il segno che va tutto a rotoli».

A tredici anni dal suo saggio, possiamo ancora parlare di “Italia spa”?
«Il progetto dell’allora ministro Tremonti di svendere il patrimonio demaniale è fallito. Ma non si può cantare vittoria, dato che si continua a svendere i beni pubblici, delegando l’iniziativa a Regioni e Comuni in modo che non si colga il disegno d’insieme. Inoltre, le regole per la tutela del paesaggio si allentano continuamente, e sarà ancor peggio quando i soprintendenti, esautorati, ubbidiranno ai prefetti. Ma il Paese resta ricco di anticorpi nella società e nelle istituzioni. Possiamo trovare ancora dei contravveleni al degrado che incombe”.

La Repubblica, blog "Articolo 9", 5 agosto 2015

Così da ieri «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia»anche per legge: detto fatto, Matteo Renzi ha stroncato in pochi mesi una storia plurisecolare.

Grazie al micidiale articolo 8 della Legge Madia sulla Pubblica Amministrazione, le soprintendenze confluiranno nelle prefetture, e se non riusciranno a evadere una pratica entro 90 giorni, si intenderà che abbiano detto sì: qualunque cosa contenesse quella pratica.

Le slides della propaganda renziana pagata con i soldi pubblici sono ineffabili. Una dice: «È vero che i soprintendenti saranno sottoposti all'autorità dei prefetti? NO, sul territorio ci sarà un ufficio unico del territorio nel quale il prefetto avrà un ruolo di direzione (che non signfica funzioni di comando)». Manco i gesuiti del Seicento avrebbero saputo far meglio: se qualcuno dirige qualcosa, esercità un'autorità. Il fatto che non «comandi» attiene allo stile, non alla sostanza. E dunque, la risposta è: Sì, i prefeti dirigeranno i soprintendenti.

Un'altra slide sostiene che «la regola del silenzio assenso non favorirà la cementificazione selvaggia, ma significherà più responsabilità per le amministrazioni nell'assicurare maggior tutela del paesaggio, dei beni culturali e ambientali». Ma come si può avere la faccia tosta di prendere in giro gli italiani con enormità di cui si sarebbe vergognato perfino Silvio Berlusconi? Nelle soprintendenze non c'è più nessuno, per il blocco del turn over. Non hanno più mezzi: basta auto di servizio, non più cellulari, non c'è manco la carta. Se l'obiettivo fosse stata la maggior tutela, prima si sarebbero dovuti dare i mezzi per esercitarla, e poi si sarebbe potuti (anzi, dovuto) chiedere di esercitarla in tempi certi: ma così è solo un massacro. Quando un Renzi presidente della provincia di Firenze si trovò ad avere bisogno di un elicottero in pochi minuti, lo chiese in prestito al re del cemento fiorentino: ci si può ora stupire se – dallo Sblocca Italia alla Legge Madia – egli pone le basi per un nuova stagione di mani sulle città e sul paesaggio?

Ma – per l'ennesima volta – Renzi non è peggiore della classe dirigente di cui è espressione: appare più colpevole solo perché si presenta come nuovo, quando invece è anche lui un fossile. Un solo esempio: mentre Firenze veniva sconvolta da un ciclone tropicale, il presidente della Toscana Enrico Rossi invocava le Grandi Opere – carissime a Maurizio Lupi, o a Ercole Incalza – come l'unico mezzo per creare lavoro. Un suicidio: dettato dall'ignoranza – ancora prima che dalla mala fede – della classe politica italiana. Per trovare un'analisi pertinente del disastro fiorentino, bisogna invece leggere il discorso di qualcuno che non ne parlava affatto, ma parlava del quadro generale che lo ha provocato: «Siamo la prima generazione a sentire l'impatto del cambiamento climatico e l'ultima generazione che può fare qualcosa" per combatterlo». Sono parole di Barack Obama: le più alte e ispirate che da molto tempo in qua echeggino nella politica mondiale.Parole lontane anni luce da un'Italia fossile in cui si continua ad invocare le Grandi Opere, e a spianare ogni argine al loro dilagare.

E in tutto questo c'è un tradimento ancora più grande di quello dei politici: ed è quello dei professori, degli studiosi che dovrebbero costruire altre parole, altre idee, altre strade. Ieri il Consiglio Superiore dei Beni culturali, massimo organo tecnico del Ministero per i beni culturali, ha sì detto che la legge Madia può mettere «in pericolo l’esistenza stessa del MiBACT», ma poi ha proseguto i suoi lavori come se nulla fosse. Per una cosa gravissima (ma forse meno grave: il dimezzamento dei fondi del Ministero, inflitto da Tremonti a un passivo e complice Bondi nel 2008) l'allora presidente dello stesso organo protestò dimettendosi: ma quel presidente si chiamava Salvatore Settis, quello di oggi si chiama Giuliano Volpe. E Volpe non ci pensa neanche a dimettersi, con tutta la fatica che ha fatto a farsi nominare: preferisce celebrare la ricostruzione dell'arena del Colosseo, ­ un'impresa kitsch e culturalmente aberrante cui dedicare oltre 18 milioni euro pubblici mentre le bibloteche e gli archivi chiudono. E così la massima espressione del sapere all'interno del Ministero per i Beni culturali è ridotta – come ha scritto oggi Francesco Merlo in un memorabile articolo – ad «una sorta di cerchio magico del ministro presieduto dall’ archeologo medievista Giulio Volpe, che di Franceschini è il piccolo Gianni Letta o, se preferite la modernità, è il Luca Lotti, ma in cattedra. “A nome del Consiglio esprimo grande apprezzamento per la destinazione di queste risorse … e per l’ operazione fortemente innovativa”, ha dichiarato ieri il professore Volpe lodando il ministro e lodandosi».

Così, quando si scriverà la storia dei danni inflitti al Paese dal breve regno di Matteo Renzi, una nota a piè di pagina documenterà che il giorno stesso in cui una legge della Repubblica uccideva l'articolo 9 della Costituzione, il ministro per i Beni culturali e la sua corte aprivano i giochi al Colosseo. Il diavolo, come è noto, si nasconde nel dettaglio.

La Repubblica, 5 agosto 2015

Non si trovano i soldi per la manutenzione ordinaria di Roma ma ci sono 21 milioni per cominciare a coprire l’arena gladiatoria del Colosseo a riprova che sempre il kitsch è il figlio ricco e storpio delle crisi economiche. Diciotto milioni e mezzo verranno stanziati dal ministero come “finanziamento di necessità e urgenza” e altri due e mezzo sottratti ai restauri dello stesso Colosseo pagati dalla Tods di Diego Della Valle.

Il Consiglio Superiore dei Beni Culturali ha così deciso di assecondare il famoso tweet con il quale Dario Franceschini nel novembre scorso comunicò all’Italia la sua voglia di ricostruire l’arena, ridare un suolo al sottosuolo e ricomporre la forma, l’ellissi perfetta che senza il pavimento non si percepirebbe più perché il fondo ruba la scena con i suoi corridoi, i suoi ruderi sbocconcellati, il suo mistero di labirinto. Con un ruggito da marketing nel comunicato di ieri Franceschini parla addirittura di «richiesta mondiale» e immagina sopra quell’arena-palcoscenico, quando sarà finita, «spettacoli di altissimo livello culturale». Il linguaggio, come si vede, ci porta già a Las Vegas.

Il Consiglio Superiore dei Beni Culturali, che ai tempi di Salvatore Settis fu il combattivo organo di controllo, una specie di assemblea di cani da guardia, oggi è una paludata consulta formata da otto presunti “supersaggi”’ e sette astuti funzionari, una sorta di cerchio magico del ministro presieduto dall’ archeologo Giulio Volpe, che di Franceschini è il piccolo Gianni Letta o ,se preferite la modernità, è il Luca Lotti, ma in cattedra. «A nome del Consiglio esprimo grande apprezzamento per la destinazione di queste risorse … e per l’ operazione fortemente innovativa», ha dichiarato ieri il professore Volpe lodandolo e lodandosi.

Il piano economico del ministro, che è nazionale, prevede 12 interventi per una spesa totale di 80 milioni. Ma l’intervento più “urgente” e costoso è la copertura dell’ arena del Colosseo, che non è un restauro ma un rifacimento, uno scenografare, il segno che Franceschini vuol lasciare a Roma, perché come dice il mitico Gracco nel Gladiatore di Ridley Scott «il cuore pulsante di Roma non è certo il marmo del Senato ma la sabbia del Colosseo».

Dunque Franceschini e i suoi professori prevedono che i primi due milioni e mezzo, quelli sottratti ai lavori finanziati dal mecenatismo di Della Valle, vengano impiegati «per le indagini conoscitive sullo stato idrogeologico e strutturale» perché, come gli fece notare la direttrice Rossella Rea, «sotto il Colosseo c’è l’acqua, il fosso di san Clemente: un fiume che ,quando piove, esonda, e in pochi minuti riempie tutto e dunque potrebbe far saltare l’eventuale nuova copertura dell’Arena come un tappo». Ecco perché ora il ministro ha stabilito, come primo intervento, «il risanamento idraulico e strutturale degli ambienti ipogei dell’anfiteatro ». Ma già «durante lo svolgimento di questi lavori conoscitivi e di risanamento sarà bandito un concorso internazionale per il progetto della nuova arena», gara di architetti per una struttura di materiali comunque pesanti di cemento sarebbe irreversibile - un ripristino creativo dell’antichità e del mito di Roma che nemmeno Mussolini aveva immaginato. E quanto costerebbe una struttura leggera e durissima, resistente al peso ma removibile? Esiste una struttura di questo genere? E questo Colosseo hi tech sarebbe un ritorno al passato o al futuro?

Nel Colosseo, che quest’anno sfonderà il record di 6 milioni di visitatori, con un ricavo di circa 50 milioni di euro, gli architetti si esibiranno in un accanimento progettuale, finanziato come urgente e necessario. Perché?

Il Colosseo è già il monumento più visitato e più lucroso d’Italia. Col bel restauro di Della Valle e con la cacciata dei puzzolenti carrettini di porchetta e i finti gladiatori con la scopa in testa, di urgente e necessario ci sarebbero i bagni per liberare i visitatori dall’incresciosa pratica di mingere ad murum . E forse urgenti e necessari sarebbero pure un elegante caffè ristoro e dei

book shop più dignitosi. Di sicuro sono urgenti e necessarie coscienza, responsabilità sindacale e punizioni severissime che impongano l’apertura anche durante le feste e le agitazioni di categoria. Scrisse Ermann Broch, che nulla sapeva di mafia-capitale e dell’attuale degrado: «Tutti i periodi storici in cui i valori subiscono un processo di disgregazione sono periodi di grande fioritura del kitsch. La fase terminale dell’Impero romano ha prodotto kitsch… Sempre il kitsch è destinato a imbellettare e falsificare le cose. Il kitsch è nevrosi da artista mancato».

Alcuni mesi fa, l’archeologo Daniele Manacorda, a cui si deva l’idea originale di «ricostruire il Colosseo così com’era », si spinse a ipotizzare sul rifacimento di quell’arena «ogni possibile evento della vita moderna, magari gare di lotta greco-romana, o una recita di poesie, o un volo di aquiloni». E James Pallotta, intervistato dalla Cnn , annunziò per l’inaugurazione «una partita della Roma contro il Bayern o il Barcellona: potremmo avere 300 milioni di persone che vogliono guardare da tutto il mondo il calcio nel Colosseo. Per loro faremo una pay-per-view: 25 dollari a testa ». Insomma l’arena, prima ancora d’essere finanziata e progettata, mostrò subito questa sua natura kitsch perché ,come ha spiegato Gillo Dorfles «il kitsch entra sempre in sintonia con il proprio tempo attraverso una forte empatia simbolica e culturale».

E infatti, come al solito, nell’Italia dei guelfi e ghibellini, archeologi e architetti si divisero in scuole ideologiche contrapposte, rifacitori contro restauratori, feticisti della pietra sacra contro fanatici dell’uso e del riuso, e l’Arena di Verona (abusata) venne contrapposta al Tempio di Selinunte (smozzicato e non toccato). Davvero sembrava di essere nell’Ottocento, da un lato il romanticismo conservativo di John Raskin e dall’altro il romanticismo creativo di Viollet-le-Duc, senza mai notare che nello stesso Colosseo convivono, ai due estremi del terzo anello, un muro di mattoni che “congela”’ le arcate, e all’opposto il rifacimento piramidale all’identique (sempre in mattoni) di Valadier. La direttrice Rossella Rea, che non ha paura del riuso e neppure della conservazione, mise in guardia il ministro: «Tutto si può fare, se ne vale la pena. Ma ne vale la pena? ».

Di sicuro sparisce dal piano di necessità e urgenza, che sono i requisiti previsti dall’articolo 7 della legge impropriamente chiamata Art Bonus, il completamento della Domus aurea, il cui parziale restauro sta già andando in malora. E sparisce tutto ciò che di urgente e necessario ci sarebbe da (ri)fare non solo a Roma dove le Mure Aureliane e gli scavi della Cripta Baldi sono ormai un’emergenza assoluta. Lo sono anche le Mura di Volterra. E la bellissima Caulonia che il mare si sta portando via. E le Basiliche precristiane di Cimitile. E il santuario di Ercole Curino. E il porto di Tarquinia. E Megara Hyblea. E le mura etrusche di Roselle. Ci sarebbero pure i sotterranei di Caracalla, il disastro idrogeologico di Ostia antica, i mille sbriciolamenti, Villa Adriana… Ma vuoi mettere Caulonia o Volterra con il Colosseo dove il Gladiatore di Ridley Scott Franceschini dice: «A un mio segnale, anzi a un mio tweet , scatenate l’inferno».

La Repubblica, 2 agosto 2015

Attenti, ci dicevano, dopo i colli la traccia si perde: sarà una fatica tremenda. Ma non potevamo rassegnarci all’idea che proprio l’Italia non avesse strade romane percorribili, fatte di pietra, sangue e sudore”

Quando, dopo il guado di un fiume, un roveto o un campo di grano, la via ridiventava visibile, ben allineata con la direttrice che avevamo perso chilometri prima in un intrico di sentieri, asfalto o canneti, e una ventina di satelliti sopra di noi confermavano quel fatidico allineamento sullo schermo del Gps, allora anche la parte svanita della strada si ricomponeva sulla mappa, evidenziando tracce giudicate di primo acchito trascurabili. Ma soprattutto qualcosa si rimetteva a posto anche dentro di noi, e una magnifica esultanza si diffondeva nel gruppo in cammino.

Non stavamo solo ripercorrendo l’Appia antica. La stavamo ritrovando. La riconsegnavamo al Paese dopo decenni di incuria e depredazione. Patrimonio non è merce in vendita, ornamento di sponsor, scusa per sdoganare cemento. Patrimonio è la terra dei padri. E noi questo cercavamo, non con la testa e forse nemmeno col cuore. Volevamo farlo coi piedi, che vivaddio non sono arti - parola orrenda - ma nobilissimi organi di senso. Erano quelli il sismografo, il metal detector, la bacchetta di rabdomante. Partiva così la nostra rivolta contro l’oblio. Essa aveva trovato un segno, un simbolo unico e forte in cui incarnarsi: la prima via di Roma, la madre dimenticata di tutte le strade europee.


Ricordo che dopo giorni di cammino, non avevamo più bisogno di trovare noiose conferme nel selciato romano o nei marciapiedi chiamati crepidini. Ci bastava la potenza della direzione.
Era come se la strada che dovevamo raccontare non fosse quella riducibile alla sequenza dei monumenti e nemmeno quella annotata in fretta nel taccuino, ma l’idea di strada, la linea in sé, il filo rosso dell’altimetria, latitudine e longitudine, la direttrice che tagliava l’Appennino e fuori dalla quale ci sentivamo subito inquieti. La traccia che le nostre suole indovinavano, pestando un passo doppio ogni centoquarantotto centimetri, un millesimo di miglio romano, allo stesso ritmo delle legioni. In molti avevano cercato di dissuaderci.

Attenti, dicevano, dopo i colli romani la traccia si perde. Troverete cemento e tangenziali, recinti privati e cani liberi. Sarà una fatica tremenda. Se proprio volete farvi una strada romana, andate sulla Claudia Augusta, dal Po al Danubio in Baviera, che è segnata a meraviglia. Ma noi non ci lasciavamo tentare. Non potevamo rassegnarci all’idea che proprio l’Italia non avesse strade romane percorribili. Ci mandava in bestia che proprio la “Regina Viarum” si perdesse nel nulla. Più cercavano di farci desistere, e più ci convincevamo che l’idea era buona.
Ma quelli non mollavano. Fate piuttosto il Cammino di Santiago, era il refrain, almeno troverete compagnia. Per noi era come una puntura di vespa. Ma come? Ci proponete una riserva indiana? A noi che si muore dalla voglia di attraversare il Paese fuori dai sentieri segnati? E poi, basta Santiago. Che noia. Possibile che non ci sia altro? Basta pellegrini, basta Francigene. Noi eravamo solo viandanti, e volevamo una strada laica, italiana e tutta nostra. Non una moda, un’invenzione del marketing, ma una direttrice indiscutibile e solitaria, scolpita nella pietra, fatta di sangue e sudore, percorsa da legionari e camionisti, apostoli e puttane, pecorai e carri armati, mercanti e carrettieri. Una linea che ci possedesse.

E difatti, ora che l’abbiamo battuta metro per metro, ora che tutto è finito, non riusciamo a togliercela di testa. Sogniamo pale eoliche, serpenti nel grano, tarantole e istrici, il trillo delle rondini a Venosa e il canto dei sanniti negli antri fra Volturno e Ofanto. «L’Appia è una droga pesante» ghignava appena ieri uno dei compagni di viaggio con gli occhi arrossati dal computer dopo giorni di “Google street view”, a rifare a volo d’uccello la strada battuta a quota zero. Settimane dopo, ogni passo torna con nitidezza. La partenza da Roma con l’acqua a secchi giù da porta San Sebastiano, l’antico che diventa villa privata, ornamento per feste di ricchi. La solitaria guerra di posizione della Soprintendenza, il fiato della Camorra sulla Capitale. E avanti, il taglio obliquo dei Colli Albani, la segnaletica che muore, lo scavalco di recinti abusivi, poi la fucilata di cinquanta chilometri fino a Terracina, il rettilineo più lungo d’Italia.

E ancora Formia, e Mondragone, e Santa Maria Capua Vetere, dove i comitati “Appia Antica” non servono a difendere la via, ma a difendersi dalla via. Posti dove Roma abita in ogni giardino, ogni cantina e sottoscala, e dove l’archeologo — come lo Stato e le leggi — è più temuto della peste. Poi, la via che si smaterializza, sorvola le montagne irpine riducendosi a concetto astratto, ipotesi o puro fattore euclideo, avanti per una campagna che si è mangiata quasi tutto e dove da secoli la parola “riuso” è il primo comandamento dell’edilizia. Pezzi di lastricato romano graziosamente disposti nel prato inglese di un giardino, capitelli incastrati nei muri, reperti medievali a segnare il confine tra poderi. Un saliscendi dove il tracciato s’immerge sempre più a lungo, solo per ritornare sporadicamente in superficie con gobba di capodoglio tra le convessità ondose dell’oceano.
Nelle plaghe africane dell’Apulia, ecco la nostra marcia procedere verso il solstizio in una luce vitrea e rovente, con la Via Regina che per lunghi tratti diventa fatamorgana, si fa sogno e mitologia e sete, si perde tra uliveti, campi di papaveri e aglio selvatico, ma egualmente non ci molla, ci segue come un fantasma meridiano, in una stupefacente metamorfosi che ce la restituisce con nomi sempre diversi — paracarro, rudere, campo di frumento, strada provinciale, fontana, metanodotto, solco di carri sulla roccia viva, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, pelle di serpente — solo per gettarsi nelle fauci infuocate del drago, l’altoforno dell’Ilva tarantina.

Immagini. L’albergatore di Albano Laziale che ci vede arrivare fradici e chiede: «Ma chi ve l’ha inflitta questa galera?». Le mani grandi degli agricoltori campani, piene di fave fresche in regalo ai viandanti «nel nome del Padreterno». Il mitico “vaffa” di un pullmino di operai verso Latina, invidia di pendolari condannati alla galera dell’asfalto. Una macchina a San Giorgio Ionico, in piena controra, che rallenta in una rotonda e ci allunga una bottiglia di acqua fresca come al Tour de France. La tarantella dei campanacci al collo delle vacche di Itri che ci tagliano la strada all’inizio della transumanza. Un pastore dalle parti di Melfi che segue il gregge con un’auto sgangherata e chiede: «Ma chi vi paga?». Il canto degli assetati verso l’Adriatico, «Voglio ‘o maaaare», cui segue il grido «Jateme ‘a bbirra», fino all’arrivo col sole allo zenit, Brindisi trentasette all’ombra, e il tuffo vestiti ai piedi della colonna terminale. La malinconia della fine, la barba d’un mese, il sacco sfatto, l’attesa della sera in uno svolio di rondoni, ebbri di negramaro e finocchietto
.
Era aprile, ricordo. L’idea era già chiara in mente, e anche Alex il regista era d’accordo. Non esiste, diceva, copione migliore di una strada. Ero d’accordo anche come giornalista. Se non sai cosa scrivere, mi aveva insegnato anni fa Egisto Corradi, cammina e qualcosa troverai. E siccome alla mia storia mancava un grande viaggio a piedi, l’Appia sembrava perfetta. Ma sapevo che da solo non ce l’avrei fatta. Quel viaggio era roba tosta, esigeva un navigatore capace di decrittare ogni traccia e isoipsa. Uno l’avevo già conosciuto, si chiamava Riccardo Carnovalini, un ligure col radar sotto i piedi, un domatore di rovi e torrenti, forse il massimo camminatore italiano. Gli telefonai, e quello disse subito sì, perché l’Appia - quel nome come un do di petto - ti conquista già col nome.

Una settimana dopo lo rividi per uno “studio di fattibilità” nella hall di un albergo davanti alla stazione di Bologna. Ci venne incontro con un sorriso mite ma pieno di orgoglio. «Io il viaggio l’ho già fatto», disse, ed estrasse dal tascapane una diavoleria simile a un citofono. Era il suo Gps. Spiegò che ci aveva pigiato dentro montagne di dati. Le carte antiche, la tracciatura dell’archeologo Lorenzo Quilici, le tavolette al 25 mila dell’Igm («La magnifica serie 25 V — disse — degli anni Cinquanta»), la viabilità attuale, le ortofoto satellitari del ministero dell’Ambiente, le notizie racimolate da un sito di esploratori del territorio chiamato “Open street map” e da www.straderomane. it. Accese lo schermo. «La strada è già tutta qui», fece indicando una linea rossa che tagliava strade, città, linee ferroviarie, elettrodotti, navigando imperterrita verso Est-Sud-Est.

Era lei, la fantastica diagonale d’Oriente, aperta ventiquattro secoli prima, che andava senza deflettere, incurante dei dislivelli con la ricerca maniacale del rettilineo tipica di quelle teste dure dei Romani. Era il sogno, o forse il delirio, di un cieco di nome Appio Claudio, l’uomo che a partire dal 312 avanti Cristo ne aveva tracciato la prima parte fino a Capua. In tutto, trecentosessanta miglia di ghiaia e possenti selciati, pari a cinquecentotrentatré chilometri, che però sarebbero diventati seicentoundici per noi, a causa dei numerosi ostacoli messi in mezzo dai tempi moderni. Capannoni, tangenziali, proprietà private. Riccardo aveva studiato tutto, anche le tappe, in base ai punti di sosta reperibili e ricalcando ove possibile le stazioni romane ( mansiones e stationes ).

Era fatta. Saremmo partiti in quattro, a piedi come immigrati. Quattro matti a piede libero, senza prenotazioni di alberghi e senza auto d’appoggio. Con noi anche Irene, veneta mezza austriaca, architetto con passione per l’ambiente, un tipo silenzioso capace di render lieve la trasferta alla più rissosa delle compagnie. A Bologna, le sessantanove carte che Alex aveva comprato all’Istituto geografico Militare di Firenze vennero aperte una per una, esplorate, annusate, numerate e ripiegate. Vecchie di sessant’anni, contenevano una pazzesca quantità di informazioni e toponimi utili alla traversata. Al loro confronto, le mappe contemporanee denunciavano tutta la banalizzazione dei territori e la distanza degli Italiani dal loro Paese.

Celebrammo con un aperitivo, poi venne la notizia a ciel sereno. Un pezzo dell’antica via Emilia era stato appena ritrovato in via Ugo Bassi, proprio lì a Bologna, e corremmo a vedere. Sopra il basolato ancora sporco di fango, tra le benne, un gruppetto di politici e pubblici amministratori si faceva immortalare da un fotografo. Pensammo fosse per sancire una restituzione. Invece no: serviva solo a tombare a cuore più leggero la via appena ritrovata. Non seguì alcuna polemica. Bologna aveva una sola paura: che l’antico non bloccasse l’asfalto. Ricoprire, ricoprire in fretta. Era quello l’imperativo. Era già successo a Reggio Emilia, ci dissero. Anche per la sinistra l’antichità era un intralcio. Il Nord era come il Sud. Eravamo davanti all’amnesia di una nazione.

Era esattamente ciò che non volevamo accadesse con l’Appia, e così, già prima di partire, giurammo che quella fatica non sarebbe rimasta senza esito. La nostra via era un giocattolo fantastico e bisognava a tutti i costi riaprirla ai viandanti. Lungo il cammino il proposito divenne ossessione: lasciare l’Appia in quello stato era un crimine. Per riattivarla bastava poco: un buon tagliaerba, qualche passerella, una segnaletica coerente e un coordinamento governativo che mettesse insieme i novanta comuni interessati. Era quanto bastava a far affluire centinaia se non migliaia di stranieri innamorati delle nostra storia. Il resto poteva arrivare anche dopo: ricupero come ospizi di caselli ferroviari e case cantoniere, monitoraggio, cartografia, restauro di cippi e monumenti, messa in sicurezza del basolato. L’importante era creare subito un flusso.

Non so dire cosa mi resti più impresso di questa avventura. Non so decidermi fra le facce e i paesaggi, le cose viste e quelle assaggiate o solo annusate. Di certo so che questo è stato il più terreno e insieme il più visionario dei miei viaggi. Il cibo mediterraneo ha fatto il suo, per impastare passato e presente. Melanzane fritte e Federico di Svevia. Aglianico e canti ebraici di Oria. Freselle al pomodoro condite con le Satire di Orazio Flacco. Vino flegreo e i canti tribali di Vinicio Capossela con la sua Banda della Posta. Lampascioni e Simon Pietro in viaggio verso Roma. Perché il viaggio, insegna Calvino, passa anche tra le labbra e l’esofago. E chi, viaggiando, non cambia dieta, non ha capito nulla.

(1 - continua)

CASTELLAMMARE DEL GOLFO. Un ombrellone a fiori, una sedia pieghevole in legno a uso e consumo di un addetto del Comune che disciplina la ressa dei bagnanti. E lì vicino un bagno chimico: l’unico a disposizione del pubblico nel raggio di diversi chilometri. Così, dall’alto, si presenta ai turisti la Tonnara di Scopello, un pezzo di storia della Sicilia a ridosso della Riserva dello Zingaro. Rifiuti ed escrementi fanno da cornice, nel parcheggio a monte come sui viali d’accesso, allo stabilimento che fu di proprietà della Compagnia di Gesù come della Famiglia Florio, di fronte ai faraglioni scelti dalla compagnia di bandiera canadese fra le quattro tappe obbligate di un immaginario giro del mondo.

E quelle immagini di incuria diventano un nuovo simbolo. Il simbolo di una battaglia che, chiunque sarà il vincitore, ha già mortificato quest’angolo di paradiso. La battaglia è quella fra i proprietari della Tonnara, una trentina di esponenti di note famiglie locali fra cui i Lanza di Scalea e i Foderà (con cui, nel secolo scorso, lavorò anche Santo Mattarella, nonno del Presidente della Repubblica), e il sindaco di Castellammare del Golfo Nicolò Coppola. Tutto ruota attorno a un’ordinanza, firmata da quest’ultimo il 9 luglio, che rende libero l’accesso al mare. «Perché il mare è di tutti», dice con sussulto democratico il sindaco. Ma i proprietari, che fino all’anno scorso facevano pagare un ticket di 3 euro per entrare, non ci stanno. E proprio ieri hanno inoltrato un ricorso al Tar. Oltre ad aver avviato una causa per risarcimento danni. In questa contesa le maggiori associazioni ambientaliste, fra cui Legambiente, si schierano a sorpresa con i privati, riuniti nella “Comunione della Tonnara di Scopello e Guzzo”. «La priorità va data alla salvaguardia di un bene monumentale unico. Bisogna preservarlo da un assalto scriteriato di bagnanti», dice Gianfranco Zanna, direttore regionale di Legambiente. Prima, quando si pagava c’erano i bagni anche vicino al mare, c’erano le sdraio monocolore e grandi “vele” sotto cui ristorarsi. Ora, la gente è ammassata sui teli, stretta alle pareti, nelle scarse zone d’ombra che quest’estate caldissima concede. Poi c’è la «sporcizia e il degrado» testimoniata dalle foto di Legambiente — bisogni fisiologici lasciati qua e là da turisti privati delle toilette — che hanno già fatto il giro del web. E attorno ai soci della “Comunione” si è consolidato un ampio fronte di intellettuali che hanno scritto a Corrado Augias: da Sheena Wagstaff e Leonard A.Lauder, responsabili della sezione di arte moderna e contemporanea del Metropolitan di New York a Giuseppe Cassini, già ambasciatore italiano in Libano. «Io non difendo i privati ma chiunque dimostri di saper conservare un luogo di pregio», dice Augias.

Il Comune, in realtà, sta cercando di disciplinare la fruizione del sito, consentendo duecento ingressi ogni due ore. Ma chi controlla? Quando, nell’assolata mattinata di Scopello, con il termometro a 38 gradi, un gruppo di bagnanti risale dalla baia, gli altri in fila per accedere applaudono stremati dall’attesa. «È giusto rispettare le regole e dare ad altri la possibilità di visitare un posto meraviglioso», dice Bruno Mongale, un turista romano in uscita. Che aggiunge: «Non so se tutti stanno venendo via allo scadere delle due ore. Che vuole, siamo italiani...». In ogni caso, 200 accessi ogni due ore, in un arco di 10 ore, fanno 1.000 accessi al giorno. Cifra che supererebbe, in proiezione, i 70mila ingressi dell’anno scorso, sotto la gestione privata. La Tonnara potrà reggere simile flusso?

Sarà un tribunale amministrativo a stabilire se la baia della Tonnara sia zona demaniale, e dunque a disposizione di tutti, o invece privata perché annessa a uno stabilimento di produzione. Intanto, come tante storie siciliane, non mancano sospetti e veleni. Il sindaco Coppola sbotta: «Immondizia? Fino alle 19 vigila il Comune. Poi non lo so. Non escludo che qualcuno, di notte, metta la spazzatura nei viali per creare il caso». È una battaglia anche politica: a festeggiare «la liberazione del mare », nei giorni scorsi, sono spuntati esponenti di Sel e 5stelle.

Ieri l’ultimo colpo di scena: il tribunale di Trapani ha accolto un reclamo di un gruppo di comproprietari e, ravvisando irregolarità fiscali, ha sospeso l’amministratore Leonardo Foderà e i consiglieri Vincenzo Vasile e Carlo Bargione. Nominando, al loro posto, tre amministratori giudiziari. «Visto? I proprietari della Tonnara non sono esattamente dei filantropi», dice il segretario regionale di Sel Massimo Fundarò. Ma la consigliera Maria Rosa Ruggieri parla di manovra: «Questa è un’ordinanza strumentale. Una parte della proprietà — dice la Ruggieri — si è già mesa d’accordo con il Comune. Gli amministratori giudiziari non difenderanno le nostre ragioni davanti al Tar e l’anno prossimo, vedrete, alla Tonnara sorgerà uno stabilimento balneare. In Sicilia prima si uccideva con le armi. Ora con questi metodi».

postilla


L'unica alternativa seria, se non fossimo in Italia, sarebbe quello della costituzione di una riserva accuratamente governata da una struttura pubblica altamente qualificata, attrezzata e motivata. Come sono ancor oggi alcune eroiche sovrintendenze ai beni culturali. Ma è noto che in Italia di di oggi questo è solo il sogno. Meglio allora che la conservazione vinca sulla demagogia. Qui l'appello che abbiamo pubblicato in eddyburg.

Finalmente un'analisi della vicenda romana che colloca le debolezze e gli errori di Ignazio Marino nel loro contesto, non facendone il capro espiatorio di colpe altrui. Il manifesto, 28 luglio 2015, con una lunga postilla

Chi vive a Roma ha la possibilità di sperimentare tutti i giorni l'asprezza di una condizione urbana e civile che non mostra ormai da anni un barlume di miglioramento. La speranza che qualcosa sia progredito nella qualità dei servizi, nell'agibilità dei trasporti, nella pulizia e decoro dei luoghi. Tuttavia è proprio la lunga durata di questo degrado che dovrebbe mettere in sospetto sull' eccessivo carico di responsabilità che si fa ormai da mesi al sindaco Marino. Prima che le amministrazioni, occorrerebbe “inquisire”, nel senso etimologico del termine, i cittadini. Come ha fatto con una bella pagina Melania G. Mazzucco ( Se questo è il volto di una capitale, La Repubblica, 26/7/20159 ) La Mazzucco, opportunamente, estende a tutto il Paese l'analisi antropologica della cialtroneria civile degli italiani, su cui gravano non poche responsabilità dello stato presente delle nostre città. Oggi tuttavia alla lunga durata della nostra storia si aggiungono nuovi guasti, insieme alla devastante diminuzione di risorse destinate alle pubbliche amministrazioni. L'etica civile, che prevede il senso del bene comune e la condivisione, è corrosa dall'individualismo edonistico della cultura dominante. In un Paese che ha nella sua storia un debole disciplinamento civile – dipendente dalle scarse capacità egemoniche delle sue classi dirigenti – il veleno nichilistico del capitalismo attuale ha effetti dirompenti. Nessuno si sente cittadino, membro di una civitas, tutti individui che producono e consumano. Crescente è poi la sfiducia dei cittadini nei confronti di ogni potere istituzionale, e dunque langue il contratto sociale quotidiano che impegna ognuno a fare la propria parte.

Questo non sgrava certamente Marino dalle sue responsabilità. Una su tutte: l'incapacità di far sentire Roma inserita in un grande progetto di rinascita di cui si stanno gettando le fondamenta e che chiama tutti i cittadini a fare la propria parte. Questa capacità Marino non l'ha espressa e forse non la possiede. Benché dalle interviste che rilascia si scorge un onesto e oscuro lavoro di cambiamento delle strutture profonde del potere romano. Tuttavia, le polemiche e le contestazioni anche violente subite dal sindaco a margine della questione “mafia capitale” sono molto rivelatrici di un modo errato e superficiale di concepire la politica e i poteri di un leader. Tramontata la concezione della politica come agire collettivo, oggi viene surrogata dalla visione demiurgica del leader che, così come vince le elezioni, trasforma la realtà e il destino delle persone con il suo agire solitario.Si è, ad esempio, rimproverato a Marino di non essersi accorto del malaffare che trescava attorno a lui. E in effetti una maggiore attenzione sarebbe stata benvenuta.Ma se ci son voluti mesi di intercettazioni e indagini della magistratura per scoperchiare la pentola, vuol dire che gli scantinati malavitosi sotto il Palazzo erano ben nascosti. Il groviglio di interessi che teneva sotto controllo la capitale mostra al contrario quante difficoltà e condizionamenti doveva e deve subire la politica democratica a Roma. E quindi le scoperte della magistratura militano a favore di Marino, mostrando i limiti storicamente sedimentati entro cui egli ha dovuto collocare in questi due anni la sua azione di primo cittadino.

E qui si dimentica un passaggio storico importante. Un tempo, quando esistevano i partiti di massa, i sindaci e gli assessori avevano un più ampio controllo di legalità sugli ambiti dell'economia pubblica, sulle pratiche amministrative, sulle persone. La partecipazione volontaria dei cittadini alla vita politica diventava essa stessa strumento di controllo e di trasparenza. Dunque l'azione di un leader non era isolata, ma era parte di un 'azione collettiva che operava assieme a lui, che trasformava le sue scelte in iniziativa politica.

Oggi i partiti, non più strumenti di emancipazione collettiva, ma al servizio di individui in competizione, sono un coacervo di comitati elettorali in reciproca contesa. E non stupisce che nella polemica di questi mesi non emerga, in alternativa alla giunta in carica, se non qualche nome di leader e mai una idea, che sia un'idea di Roma, un progetto visibile e condivisibile di città.

L'indagine impietosa compiuta da Fabrizio Barca sul PD romano ha mostrato a quale grado erano giunti tanti circoli di quel partito. Ebbene, Marino non solo non ha più attorno a sé un partito di massa, ma non poteva contare neppure su quel PD, che gli era significativamente ostile. Molte delle opposizioni che oggi convergono contro il sindaco andrebbero in verità esaminate nelle loro segrete e innominabili motivazioni. Perché non bisogna dimenticare che il più potente dei poteri romani, accanto a quello del Vaticano, è stato quello dei costruttori. In subordine e spesso legato ai primi due, quello della più opaca macchina amministrativa d'Italia. Oggi tali poteri vengono colpiti e sono in difficoltà. E' su questi obiettivi che bisognerebbe richiamare l'attenzione dei romani e degli italiani, oltre che sul traffico soffocante e la sporcizia delle strade.

postilla

Finalmente qualcuno che colloca le debolezze e gli errori diIgnazio Marino nel loro contesto. Finalmente qualcuno che mostra di far propriala domanda che ponevamo nel “pensiero del giorno” di qualche giorno fa , eavvia una risposta utile ad andare avanti. Chiedevamo: «Come mai la colpa deldegrado della capitale è attribuita all'unico sindaco che sta tentando dirimuoverlo dopo che altri (non solo Alemanno, ma anche e prima di lui Veltroni)l'avevano provocato? Il PD storico e attuale è una palombella bianca?».

Chi, come noi, ha seguito e criticato passo per passol’urbanistica romana degli anni di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni sa bene che ben prima ancora di GianniAlemanno il territorio romano era stato venduto alla speculazione dei padroni del cemento. Per chi volesse documentarsi,basterebbe digitare sul “cerca” di eddyburg le parole “pianificar facendo”, epoi magari quelle“dirittiedificatori” per rintracciare i numerosi articoli che raccontano in che modo la gestionedell’urbanistica romana sia stata appaltata agli “energumeni del cemento.Un’analisi appena un po’ più approfondita consentirebbe di comprendere in chemodo le consorterie poi battezzate “larghe intese” o “patto del Nazareno”abbiano dominato il governo del territorio nella Capitale, facendo diquest’ultima il laboratorio della peggiore stagione della città (urbs, civitas,polis) che la nostra Repubblica abbia conosciuto. Pretendere che un uomo, perdi più arrivato alla sindacatura con l’appoggio del partito descritto daFabrizio Barca (e partecipe del “governo del territorio” romano in tutta lafase che va da Rutelli ad Alemanno) è veramente incomprensibile.

Ci fermiamo qui, e abbiamotoccato solo uno degli aspetti della continuità politica, economica e moraleche unisce il ventennio che è alle spalle di Ignazio Marino. Ma per cambiarerealmente le cose occorrerebbe lavorare su uno spettro di questioni più ampio.Solo da una corretta analisi del passato si può trarre la saggezza necessariaper andare aventi nella direzione giusta. (e.s.)


Buone notizie per i romani, se le scelte di Marino saranno confermate. Marco Causi, Anna Donati, Marco Rossi Doria sono scelte più che affidabili per una giunta seria, se non si vogliono solo bandierine da sventolare nelle riunioni di partito. Il manifesto, 28 luglio 2015

La nuova giunta di Igna­zio Marino sarà varata oggi, la giran­dola dei nomi dei papa­bili al posto dei tre asses­sori dimissionari/dimissionati (Improta, tra­sporti, Scoz­zese, bilan­cio, Nieri, vice­sin­daco) si fer­merà, forse solo tem­po­ra­nea­mente. Ma intanto una cer­tezza c’è: il cen­tro­si­ni­stra che ha gover­nato fin qui la Capi­tale è finito. Sel lascia la giunta. È un nuovo improv­viso ’cam­bio di verso’ del sin­daco, con buona pace dei mille gor­gheggi che aveva fatto al ’fedele’ alleato. Sel fini­sce immo­lata sull’altare del ren­zi­smo, nell’ipotesi tutt’altro che pro­ba­bile che lo stesso Renzi se ne compiaccia.

Ieri pome­rig­gio l’incontro al Cam­pi­do­glio fra il sin­daco e i ver­tici ven­do­liani è finito male. Dopo le dimis­sioni del vice­sin­daco Nieri, Sel cer­cava garan­zie su una svolta nel governo della città: punti qua­li­fi­canti per il rilan­cio. Ma per Marino il punto era la pol­trona di vice­sin­daco: che voleva tenere libero per un dem di fidu­cia del Pd romano, allo scopo di con­so­li­dare il sem­pre teso rap­porto fra il sin­daco ’mar­ziano’ e il par­tito. A quel posto infatti oggi sarà chia­mato Marco Causi, depu­tato dem che con ogni pro­ba­bi­lità si terrà anche la deli­cata delega al bilan­cio. Sel invece aveva pro­po­sto Fran­ce­sco For­gione, già pre­si­dente della com­mis­sione anti­ma­fia, vicino all’associazione Libera di don Ciotti e uomo di ottimi rap­porti con la magi­stra­tura che indaga su Mafia Capi­tale. Per Marino l’ipotesi non esi­steva. E così l’incontro fini­sce con la rot­tura. All’uscita il con­si­gliere Gian­luca Peciola parla di «appog­gio esterno che passa da tec­nico a poli­tico». La tra­du­zione che ne dà il più diretto Paolo Cento, nuovo respon­sa­bile della Sel romana, è: «Con il Pd si apre una fase di com­pe­ti­zione. Con il sin­daco Marino man­ter­remo un rap­porto di veri­fica deli­bera per deli­bera», insomma, «se il Pd vuol far sal­tare il cen­tro­si­ni­stra a Roma se ne assume la respon­sa­bi­lità». Sel per ora sem­bra orien­tata a non far man­care i suoi voti alla mag­gio­ranza, almeno «per tutti quei prov­ve­di­menti che saranno dav­vero utili per la città e per i cit­ta­dini romani». Ma pre­sto i nodi arri­ve­ranno al pet­tine. Anzi subito. Oggi stesso in aula ini­zia la mara­tona per appro­vare l’assestamento al bilan­cio 2015. Per il sì finale c’è tempo fino al 31 luglio. Nel prov­ve­di­mento sono con­te­nute ini­zia­tive alle quali Sel ha già detto no: per esem­pio sul capi­tolo Atac. Sel non è con­tra­ria alla rica­pi­ta­liz­za­zione sta­bi­lita nel testo, ma lo è a far entrare «un part­ner indu­striale» pri­vato nell’azienda. Marino potrebbe dover voti fuori dalla mag­gio­ranza, tra­sfor­mando di fatto il mono­co­lore Pd in «lar­ghe intese» sul modello nazio­nale. Così i 5 stelle ora sfi­dano Sel a stac­care la spina.

Il sin­daco non se ne pre­oc­cupa e punta tutto sul rim­pa­sto di giunta che sarà varato oggi. Nono­stante le aspet­ta­tive, alla fine si va sull’usato sicuro: per i tra­sporti cir­cola il nome di Anna Donati, già asses­sore alla mobi­lità sia a Bolo­gna che a Napoli; per le peri­fe­rie quello di Marco Rossi Doria, già sot­to­se­gre­ta­rio all’Istruzione con i governi Monti e Letta.

Ma non è affatto detto che il sacri­fi­cio di Sel e il lif­ting all’esecutivo capi­to­lino fac­ciano cam­biare dispo­si­zione d’animo a Palazzo Chigi, da dove non smette di fil­trare una gelida osti­lità all’indirizzo del Cam­pi­do­glio. Sta­sera sarà la prova del nove: alle 21 il pre­si­dente Renzi par­lerà alla festa dell’Unità della Capi­tale, un appun­ta­mento atte­sis­simo che il pre­mier però avrebbe pre­fe­rito diser­tare. Ci va, invece, per l’insistenza del com­mis­sa­rio Orfini. A cui come con­di­zione avrebbe chie­sto l’assenza del sindaco.

Il quale comun­que rischia grosso: non solo dal giu­di­zio ’del suo segre­ta­rio pro­nun­ciato di fronte ai mili­tanti, ma anche da quello in arrivo da parte del mini­stro degli interni. D’accordo con Orfini, Marino pro­cede al rim­pa­sto prima che Alfano si sia pro­nun­ciato sullo scio­gli­mento della città per mafia. La ’sen­tenza’ potrebbe arri­vare a giorni. Il rischio è che la rela­zione del mini­stro renda neces­sa­rie nuove dimis­sioni dalla giunta. Tutto tor­ne­rebbe in ballo.

Ecco perché un'ora e un quarto di ritardo dell'apertura di Pompei al pubblico è diventato un caso internazionale, che ha sputtanato l'Italia ma coperto le magagne del governo. La Repubblica, blog "Articolo 9", 26 luglio 2015

«Franceschini sta facendo un buon lavoro e la cultura è la chiave del nostro futuro. Anche per questo mi viene una rabbia incontenibile quando vedo le scene di ieri a Pompei»: così il compagno segretario e presidente Matteo Renzi annota (sotto l'eloquente titolo Il nostro petrolio culturale e la rabbia per Pompei) nella fluviale rubrica riservatagli dalla neosovietica Unità diretta dal suo ex sottosegretario Erasmo De Angelis (tanto fedele alla linea da aver scritto che lo Sblocca Italia è di sinistra: anche se forse voleva dire 'sinistro').

È la ciliegina su una colossale torta di disinformazione e propaganda che merita di essere tagliata a fette e analizzata per quello che è.
Venerdì mattina un gruppo di lavoratori di Pompei indice un'assemblea senza preavviso e lascia i visitatori fuori dalla porta. Condotta inqualificabile, giustissimo censurarli: cosa che Cgil e Uil fanno immediatamente. Grazie all'encomiabile sollecitudine del soprintendente Massimo Osanna la cosa si traduce nel ritardo di un'ora e un quarto nell'apertura dei cancelli. Grave, certo. Ma forse non il «danno incalcolabile» di cui parla il ministro Dario Franceschini, che trasforma così un evento secondario in un dramma nazionale capace di tenere banco per ore come prima notizia dei siti dei quotidiani, e di stare all'indomani in prima pagina: producendo articoli che descrivono, per ignoranza e forza d'inerzia, una Pompei allo sfascio che non esiste più da due anni.
E cosa si dovrebbe dire del fatto che – giusto per rimanere in Campania – il supermuseo di Capodimonte, uno di quelli in attesa del superdirettore, ha due piani (quelli dove si trovano Caravaggio e Tiziano) chiusi da settimane per un guasto all'aria condizionata: che non dipende da sindacati selvaggi, ma dalle scelte irresponsabili del Ministero guidato da Franceschini? Questo non è forse «un danno incalcolabile»? E questo è solo uno fra decine di esempi possibili.
Domanda: perché Franceschini coglie la palla al balzo e alza un polverone che (oggettivamente) danneggia la reputazione del Paese e di Pompei molto più della stessa assemblea sindacale? Ecco una possibile risposta.
Quel polverone ha completamente coperto, sui media, la concomitante manifestazione nazionale indetta dai sindacati confederali a livello nazionale, con sit in davanti alle sedi del ministero dell'Economia, per protestare contro il mancato pagamento del salario accessorio maturato da novembre scorso per le prestazioni che i lavoratori svolgono a tutela del patrimonio, e contro i tagli pesanti che il governo sta programmando sul salario di produttività: quello che consente le aperture prolungate tanto citate nella propaganda di Franceschini.
Così una accorta regia ha pensato bene di buttare i sindacati in pasto all'opinione pubblica, approfittando di un gesto sconsiderato a cui il 99,9% dei lavoratori del Mibact era estraneo. Una regia che soffia su pregiudizi di classe (i custodi fannulloni, quintessenza del dipendente pubblico fancazzista) e su pregiudizi antimeridionali (nascondendo il fatto che i problemi di Pompei si potrebbero, anzi si dovrebbero, risolvere a Roma).
Incontrando ieri i sindacati, Franceschini ha detto che è inutile mantenere le aperture di 11 ore in tutti i siti, e che quindi saranno diminuite le aperture nei siti 'minori': quelli affossati dalla spettacolarizzazione che punta tutto su Pompei, Uffizi e Colosseo. E ha detto anche che potrà assumere solo tramite la società in house del Ministero: che diventerebbe il vero serbatoio occupazionale, aggirando (e non contestando e superando, come si dovrebbe fare) i blocchi del turn over. Con costi maggiorati, ma nascosti nelle pieghe del bilancio e applicando il contratto del commercio: invece di fare i concorsi pubblici che vorrebbe la Costituzione.
Perché, invece di arrabbiarsi incontenibilmente per quel che avviene a Pompei (un posto dove, fino a qualche mese fa, egli non era mai stato), il compagno segretario e presidente non prende atto del fatto che se il patrimonio culturale è una priorità (economica, come direbbe lui), allora bisogna assumere i lavoratori necessari a farlo funzionare?
Infine: tutto il Mibact e il mondo della cultura si stanno sollevando contro la norma della 'riforma' Madia che prevede di far confluire le soprintendenze nelle prefetture (comportando con ciò la fine pianificata della tutela del paesaggio e del patrimonio disposta dall'articolo 9 della Costitituzione) e Franceschini grida che il danno incalcolabile al patrimonio è l'ora e un quarto di ritardo nell'apertura dei cancelli di Pompei?!? Spiace dirlo, ma davvero di questo passo rischiamo di ridurci a rimpiangere Sandro Bondi.

Una brava urbanista, Paola Viganò, e un buon episodio di progettazione urbana, mediante una procedura corretta. Intervista a risposte intelligenti e spesso condivisibili: con una contraddizione (TAV) e uno scivolone (art. 9). Corriere della Sera, suppl. «Sette» 24 luglio 2015

A un certo punto le soffio addosso il venticello malizioso che circola tra alcuni suoi colleghi sul perché abbia vinto il concorso per ridisegnare il quartiere Flaminio, a Roma: la presidentessa della Giuria era un’allieva del suo ex socio Bernardo Secchi, archistar dell’urbanistica italiana, venuto a mancare nel settembre 2014. Lei replica: «Il tempo e la storia ci diranno se è così». Il tono è decisamente indifferente. Tipo: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Poi, dopo una pausa, mette una pietra tombale sulla polemica: «Lo sa che sono l’unica donna e l’unica non francese ad aver vinto il Grand Prix de l’Urbanisme?».

Paola Viganò, 54 anni, urbanista e professoressa allo Iuav di Venezia e all’Epfl di Losanna, è portatrice fiera di piani regolatori e di progetti territoriali, di piazze e di parchi. Dice: «Progettare spazi produce conoscenza. Rivendico un ruolo sociale e intellettuale per gli urbanisti e per gli architetti».
Nella Roma devastata da Mafia Capitale e affetta da degrado debordante, la notizia che a pochi passi dal centro storico qualcuno abbia ideato un piano, approvato dall’amministrazione, per sostituire cinque ettari di caserme con abitazioni, case popolari, giardini, negozi e uno spazio museale, è passata quasi inosservata, tra il legittimo scetticismo di chi ha visto tanti disegni i mai edificati e chi pensa che il sindaco Marino non resti in Campidoglio più di tanto. «I proprietari dell’area (cioè Cassa Depositi e Prestiti) e la città di Roma sembrano determinati. Certo, potrebbero insorgere le tradizionali complicazioni italiane». Complicazioni. Partiamo da qui.
In Italia si progetta molto, si realizza poco e quando si costruisce spesso lo si fa in modo non legale: appalti truccati, mazzette, infiltrazioni mafiose…
«Negli anni Novanta con Bernardo Secchi abbiamo lavorato per ridisegnare alcune città italiane: Prato, Pesaro, Brescia. Luoghi simbolo del made in Italy che si evolvevano e avevano bisogno di una maggiore qualità dello spazio pubblico e di nuove infrastrutture. Quei piani hanno vissuto storie drammatiche».

Non sono mai stati realizzati?
«Mai, o in modi contorti. A causa di veti campanilistici o di bassissime strategie politiche. Alla fine abbiamo concluso che in Italia non c’era speranza. E che non esistevano le condizioni di dignità per andare avanti. Abbiamo cominciato a lavorare soprattutto nelle Fiandre. Lì, come in altre parti d’Europa, si affronta il futuro».

In Italia si ha paura del futuro?
«Sì. Da noi non c’è una classe politica all’altezza. Non c’è una classe dirigente che voglia costruire il futuro. In Nord Europa, oggi, fioriscono studi sull’invecchiamento della popolazione e su come affrontarlo. Noi italiani, che siamo più vecchi di loro, non ci poniamo nemmeno il problema di come riprogettare il Paese e le città. Ci sono grandi questioni di lungo periodo su cui si dovrebbe riflettere a fondo: i cambiamenti climatici, l’invecchiamento della popolazione, le migrazioni, la crisi e i nuovi lavori. Secchi nel suo ultimo libro lo dice chiaramente: “Emerge con forza una nuova questione urbana”».

Se potesse bisbigliare a Renzi un suggerimento…
«Si concentri su questi temi e ridia voce a chi si occupa del progetto della città e del territorio. Non siamo privi di senno e siamo ascoltati in tutta Europa. In Italia c’è una tradizione nobilissima di urbanisti».

Gli urbanisti in Italia hanno creato anche sfaceli: Scampia, lo Zen, il Corviale… Palazzi/quartiere in cui è cresciuto solo il degrado.
«Non dica così. In Francia le periferie sono in condizioni ben peggiori. Le zone che lei ha citato sono monumenti a un pensiero. Se li accettiamo come tali, restauriamoli. Se invece davvero non riconosciamo loro, collettivamente, alcun valore e se gli abitanti sono d’accordo, abbattiamoli. Ma ricordiamoci che è la concentrazione del disagio e della povertà a creare i problemi, non l’architettura».
Non è che con il Progetto Flaminio realizzerete un mostro che fra trent’anni avremo tutti voglia di abbattere? C’è chi protesta perché ci sono troppi metri quadri abitativi e perché alcuni palazzi sono troppo alti…
«Le altezze sono quelle che troviamo in questa parte di Roma. I metri quadri sono quelli richiesti e non sono incoerenti. Cassa Depositi e Prestiti, dopo aver visto i disegni, ci ha pure chiesto se li avevamo messi tutti, perché il progetto mantiene una certa leggerezza: abbiamo aumentato gli spazi pubblici, oltre ad aver accolto l’atlante botanico suggerito dalla cittadinanza e conservato alcuni segni e la memoria di quel che c’era prima. Piuttosto, vorrei avere rassicurazioni sul fatto che il piano verrà rispettato».
C’è già chi sostiene che la Città della Scienza non verrà mai realizzata. Per assenza di soldi, di volontà politica, di utilità…
«Nella nostra relazione noi abbiamo scritto “Città della Scienza o un’attrezzatura metropolitana analoga…”. A Roma non si sente la necessità pressante di costruire una Città della Scienza. Magari sarebbe più utile uno spazio che completi il Maxxi, il Museo delle Arti del XXI secolo. Credo che alla fine saranno lo spazio, la galleria esistente e le grandi luci libere a generare ipotesi per una loro funzione e utilità. Succede spesso. Quel che eviterei, e che invece è previsto, è la costruzione di un grande parcheggio sotterraneo».

Non potrebbe essere utile? In una città come Roma…
«A Roma, come in tutta Italia, dovremmo ripensare i trasporti pubblici: far funzionare l’Alta velocità, riutilizzare alcune tratte su rotaia dismesse».

Lei è Pro Tav o No Tav?
«Uso l’Alta velocità, ma non amo questo tipo di domande. E non ho una conoscenza adeguata della situazione per parlarne».

Expottimista o Exposcettica?
«Le cose sono più complicate. Expo2015 è stata costruita in un’area che, a differenza di altre zone disponibili della città, come Rogoredo, non era urbanizzata. Così si sono costruiti svincoli, strade e infrastrutture che hanno frammentato ancora di più il territorio. Un errore grande. Puro spirito speculativo. Chi ci va dice: “Carino”. E sì, si è risvegliato qualche interesse nei confronti della città. Ma la qualità degli spazi è quella che è. Ed è imperdonabile aver sacrificato tutto quel terreno agricolo lombardo».

Lei è nata lombarda, ma è cresciuta a Firenze.
«Sono di Sondrio. Mio padre è stato un piccolo imprenditore della pietra con un forte spirito artistico. Sono arrivata a Firenze negli anni Settanta. Da adolescente. I miei genitori, anche per tenermi al riparo dai venti della contestazione, mi misero nel Collegio di Poggio Imperiale, quello dove era stata Maria José…».

… l’ultima regina d’Italia…
«Esatto. Vestivamo con abiti ottocenteschi. Eravamo tagliate fuori dal mondo. È stata un’esperienza molto formativa, da cui sono uscita con una certa robustezza psicologica».

E con la voglia di fare l’urbanista?
«No, amavo disegnare. Il disegno è uno strumento di costruzione del pensiero. Mi iscrissi ad Architettura. Leggendo gli editoriali di Bernardo Secchi sulla rivista Casabella, cominciai ad appassionarmi all’Urbanistica. Conobbi lo stesso Secchi lavorando a un progetto nella periferia di Prato».

I primi lavori…
«Secchi chiedeva ai suoi collaboratori di stare sul campo e di fare i rilievi. Si trattava di camminare ore e ore per capire gli spazi di una città o di un quartiere. Un esercizio lento, durante il quale ci si immerge nelle realtà sociali e si educa lo sguardo a capire la densità dello spazio su cui si deve intervenire. Nel 1990 decidemmo di fondare insieme uno studio. Per 24 anni abbiamo cambiato nome ogni anno. Ora si chiama Studio 015».
A cena col nemico?
«Con Nicolas Sarkozy. Criticabile come politico di destra, ma ha lanciato lo studio su “La grande Parigi”. I successivi governi di sinistra non hanno sostenuto il progetto con lo stesso impegno».

Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Iniziare a lavorare con Secchi. Quando mi sono laureata non pensavo che avrei fatto l’urbanista. La vocazione è cresciuta discutendo con lo stesso Secchi le teorie di Giuseppe Samonà sull’unione tra architettura e urbanistica».

Che cosa guarda in tv?
«Ne guardo poca. La Bbc e qualche fiction terribile per scaricare la testa dai pensieri».

Il film preferito?
«Tra i recenti… Mommy del canadese Xavier Dolan».

La canzone?
«Canzone? Ascolto molta musica barocca».

Il libro?
«Ho appena fatto un’immersione nei romanzi del Nobel francese Patrick Modiano».

Lei non è su Twitter.
«Perché non mi piace quest’idea di comunicazione totale».

Sa quanto costa un pacco di pasta?
«Un euro o poco più».

Conosce i confini di Israele?
«Ci sono stata recentemente. Ho trovato scioccante che i miei colleghi architetti e urbanisti a tavola parlassero amabilmente di armi».

L’articolo 9 della Costituzione?
«Non lo ricordo in questo momento, mi aiuti».

Dice che la Repubblica sviluppa la cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico.
«È chiaro che ciò non accade. E quindi c’è molto lavoro da fare».

nota

A differenza del solito il titolo è nostro. Non abbiamo trovato a Venezia il settimanale Sette.

Gli operatori privati iniziano con il dovuto anticipo a mettere in campo strategie territoriali di area vasta, mentre la politica metropolitana annaspa e i cittadini non ci capiscono nulla. Corriere della Sera Milano, 26 luglio 2015, postilla (f.b.)

La Sea presenta al sindaco Giuliano Pisapia un progetto che trasformerebbe l’Idroscalo in una sorta di Central Park milanese. Un rilancio in vista della ristrutturazione di Linate e, soprattutto dell’arrivo della linea 4 della metropolitana. Chi ha avuto modo di vederlo ne è rimasto colpito: il rendering, cioè la rappresentazione grafica del progetto di come potrà diventare l’Idroscalo si presenta davvero bene. Chi non ha dubbi è Pietro Modiano, presidente di Sea — la società aeroportuale milanese a cui fanno capo gli scali di Linate e Malpensa — che ha trovato modo di presentarlo al sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.

Linate sarà stazione della linea metropolitana 4, in costruzione, di colore azzurro, che arriverà poco distante dal lago e lo renderà facilmente raggiungibile dal centro di Milano e dall’intera città in tempi brevi. Così Modiano ha preso a cuore la faccenda, arrivando a sognare una sorta di Idroscalo formato Central Park, il polmone verde di New York, uno dei parchi cittadini più famosi al mondo.
Certo Central Park è in pieno centro, nella Uptown, circondato dai quartieri residenziali dei grattacieli, mentre l’Idroscalo è in periferia, subito a ridosso dei confini della città. Ma la linea 4 del metrò farà il miracolo creando le premesse per la trasformazione. L’Idroscalo è, da sempre, punto di riferimento per chi cerca tregua dal caldo estivo e per gli appassionati di sport acquatici. Ma è apprezzato soprattutto da un pubblico ristretto e, tutto sommato, resta poco condiviso dall’intera città di Milano. Anche perché è poco raggiungibile, confinato nella zona Est, riservato a chi vi arriva in auto.

Grazie alla nuova linea della metropolitana sarà così ancora per poco e il progetto, tenuto riservato, punta a una operazione di rilancio dell’intera area. Sulla carta, per la verità, Sea è coinvolta solo marginalmente perché gestisce una piccola parte dei terreni interessati, tra l’altro ottenuti in concessione perché di pertinenza aeroportuale. Le aree fanno capo soprattutto ai Comuni di Segrate e Peschiera Borromeo, ma sono parte integrante della nuova Città metropolitana, di cui il sindaco di Milano è primus inter pares , primo tra pari. È chiaro che il futuro di l’Idroscalo non riguarda la gestione Pisapia, avviato verso fine mandato. Ma è facile prevedere che sarà terreno di confronto per la campagna elettorale e può rappresentare l’occasione per un grande progetto di sviluppo.

Di sicuro s’intreccerà con la ristrutturazione di Linate, molto amato e molto frequentato dai milanesi ma bisognoso d’interventi di manutenzione e miglioramento. Naturalmente sono opere costose, anche se gli investimenti non risultano ancora quantificati. Una possibilità, che piacerebbe molto a Modiano, è cogliere l’occasione per procedere in entrambe le direzioni. Milano, in fondo, si merita sia un aeroporto cittadino più attraente, sia un lago formato Central Park per la città. Speculazione permettendo.

postilla
In attesa di rientrare anche noi comuni mortali nel novero degli eletti, di « Chi ha avuto modo di vederlo – il progetto, e - ne è rimasto colpito», possiamo solo sottolineare l’assurdità, in parte sottolineata anche dall’articolo, di interessi particolari che si muovono alla coerente scala metropolitana, mentre sia le amministrazioni che i cittadini continuano, con varie motivazioni e colpe specifiche, a guardare coi paraocchi di confini municipali e non solo. Così si scopre che quanto già cantato da Jannacci cinquant’anni fa come zona periferica di Milano continua ad apparire lontana e misteriosa landa, che con un rendering (sic) qualcuno può tranquillamente trasformare in Central Park, termine che a Milano suona a dir poco sinistro se si ricorda che a usarlo fu il famigerato sindaco Albertini a proposito di un praticello spelacchiato e semiprivatizzato in mezzo all’orgia di metri cubi detta City Life. L’Idroscalo è invece un magnifico parco, che si inserisce in una fascia intermedia fra zone aeroportuali, altre zone compromesse da un confuso sviluppo suburbano (i tre grossi cul-de-sac residenziali all’americana contigui ma disposti su tre comuni diversi e gli office park Mondadori e IBM), e importanti superfici oggi agricole e a cave, il cui governo è indubbiamente strategico se si vuole evitare la saldatura autostradale e suburbana definitiva del nord metropolitano. E invece ci ritroviamo con un rendering, per giunta sconosciuto e visibile solo a qualche gruppo di privilegiati. Che diavolo sarà quel Central Park? Un Luna Park? L’ennesima trasformazione urbana con la scusa delle «strutture per il tempo libero attrezzate»? Vorremmo saperlo, ma a quanto pare le terze file della politica a cui è stato dato l’onere del «governo metropolitano» non possono o magari non vogliono dircelo (f.b.)

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