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Roma ha il nuovo piano regolatore. Non è stato ancora varato, ma è già un evento: la sua redazione dura da otto anni e il piano precedente risale al 1962. Da settimane se ne discute in ogni circoscrizione (che ora si chiamano municipi) e in tante altre sedi: è come se la città si fosse ripresa da un certo intontimento. Il documento agita anche il meglio della cultura urbanistica: a Giuseppe Campos Venuti, che lo ha realizzato insieme a Federico Oliva e agli architetti del Comune, si oppongono Vezio De Lucia ed Edoardo Salzano. Obiezioni ha avanzato anche Leonardo Benevolo.

Roma ha una storia politica, una religiosa, una affidata al suo ruolo, un´altra al suo mito. Eppure le trasformazioni vere della città, l´aggregarsi dei poteri, si leggono nelle vicende materiali, nella crescita dei quartieri, nel costituirsi e nello slabbrarsi della forma urbana. E niente, come la stesura di un piano, fa risaltare la trama degli interessi che innervano Roma e quanto restino forti quelli della proprietà fondiaria e immobiliare.

Il piano del 1962 si avventurava in previsioni clamorosamente smentite (una Roma da sei milioni di abitanti) e metteva il sigillo sulla speculazione, sugli affari del Vaticano e della Società Generale Immobiliare, sul dominio delle macchine, sulla crescita della città come una macchia d´olio che invadeva da tutti i lati la campagna romana. L´eredità di quel progetto è ingombrante: sono 120 milioni i metri cubi di nuovi edifici che allora erano stati previsti e che invece non vennero realizzati (per mille motivi, compresi il buonsenso e l´assenza di domanda, ma anche perché dilagò l´abusivismo).

La partita più delicata si gioca su quei numeri. Quasi che il nuovo non possa liberarsi dall´ingombro del vecchio e Roma resti inchiodata al suo passato. Il Comune vuole consentire l´edificazione di 65 di quei 120 milioni di metri cubi. Sono diritti acquisiti, si sostiene in Campidoglio, li abbiamo già dimezzati e non si può fare di più. Altrimenti finiremo sommersi dai ricorsi. Inoltre, 40 milioni sono già in costruzione (li ha decisi in gran parte la giunta Rutelli) per cui i nuovi sarebbero 25: cerchiamo di usarli al meglio, spiega il sindaco Walter Veltroni, «per mettere un punto fermo alla crescita della città, che altrimenti crescerebbe da sola, per creare tanti centri in periferia e per distribuire verde e servizi».

La replica arriva da tutto il fronte ambientalista (Italia Nostra, Wwf, Legambiente, Polis, Comitato per la bellezza, Verdi ambiente e società, che oggi, alle 16,30, sfileranno dal Colosseo al Campidoglio) e da una parte della stessa maggioranza (il gruppo Aprile dei Ds, i Verdi e Rifondazione). Troppe scelte sono affidate ai privati, assicurano, in particolare ai proprietari delle aree. E poi non è vero che quei diritti edificatori siano intoccabili: lo dimostrerebbero sia sentenze della Corte costituzionale che la legge e basterebbe solo motivare con buona perizia il rifiuto opposto dal Comune ai proprietari e fissare regole valide per tutti, senza ammettere privilegi. Roma, aggiungono gli ambientalisti, non sopporterebbe questo massiccio carico di edifici, 540 mila nuove stanze ammassate su 7 mila ettari che dovrebbero ospitare quasi 270 mila persone: come se a Roma si aggiungesse Venezia. Il tutto in una città che negli ultimi dieci anni ha perso quasi 300 mila residenti, stando ai dati del censimento, e per la prima volta ha visto diminuire anche il numero delle famiglie.

Manca ancora il voto finale del Consiglio comunale e non è detto che l´approvazione del piano rispetti la scadenza del 31 dicembre (è in atto un braccio di ferro fra Veltroni e il presidente della Regione, Francesco Storace): ma non è secondario, insiste Campos Venuti, che si affidi alla pianificazione la capitale di un paese dove si diffonde la più sfacciata deregulation urbanistica e dove va affermandosi il modello milanese, tanto caro alla destra, di contrattare tutti gli interventi - Comune, da una parte, grandi investitori dall´altra.

Il marchio di Campos Venuti, urbanista fra i più affermati e di grande esperienza, è evidente: Roma in dieci anni avrà tre linee ferroviarie urbane e quattro metropolitane con 266 stazioni («E´ un passo in avanti, ma siamo ancora molto indietro rispetto a Londra, Berlino o Parigi», aggiunge Campos). Veltroni sottolinea anche altri aspetti: «Il perimetro della città storica si allarga oltre la parte monumentale, comprendendo l´edilizia novecentesca fino alle case popolari di San Saba, alla Garbatella, al quartiere delle Vittorie, all´Eur; nelle periferie vengono distribuite venti "centralità", e cioè insediamenti che mescolano residenza, uffici e commercio e che dovrebbero ricucire con buone architetture zone sfilacciate e prive di servizi, portando scuole, campi sportivi e tanto verde». E quanto al verde, ecco i numeri più imponenti: 87 mila sarebbero gli ettari di terreno vincolati e sui quali non si dovrebbe poter costruire mai più (l´intero territorio comunale ammonta a 129 mila ettari) e 7.700 gli ettari destinati a verde pubblico, «pari a cinquanta ville Borghese», sottolinea Campos Venuti.

Ma anche su queste ultime cifre si è aperto un contenzioso con gli ambientalisti. Che a tratti può sembrare paradossale. Per Campos Venuti è il fiore all´occhiello di un´urbanistica riformista. Non potendo più espropriare suoli da destinare a verde pubblico perché costerebbero troppo, il Comune avvia una trattativa con i proprietari, ai quali si consente di costruire, mettiamo, su un venti per cento del proprio suolo "regalando" all´amministrazione l´altro ottanta. E su questo ottanta il Comune attrezza un parco. Il meccanismo si chiama "compensazione". Che può avere anche un altro risvolto. Se gli interessa acquistare una certa area da destinare integralmente a verde pubblico, il Comune chiede al privato che la possiede di cedergliela e gli consente di andarsene a costruire altrove.

Legambiente, Italia Nostra e gli altri gruppi sostengono che questo meccanismo sia una trappola. Una legge del 1968 prevede che ogni abitante abbia una quota di territorio per verde e servizi pari a 18 metri quadri. E´ una legge scarsamente rispettata. Ma a Roma accadrebbe il miracolo: con il nuovo piano regolatore quella quota schizzerebbe a 32 metri quadri. «Il problema», spiega Edoardo Zanchini di Legambiente, «è che per fare parchi in città si costruirebbero case per 3 milioni di metri cubi nella campagna romana: è un gatto che si morde la coda. Il rischio è che quei parchi non si realizzino mai e che la campagna venga ulteriormente saccheggiata». Replica Veltroni: «Noi fissiamo delle previsioni di crescita, ottenendo in cambio di trasformare Roma nella città con più verde in Europa: non capisco lo scandalo».

Il confronto vede fronteggiarsi due anime dell´urbanistica e della sinistra (la destra sta a guardare divisa al suo interno: un po´ fa ostruzionismo, un po´ cavalca l´ambientalismo, ma nell´attesa la Regione di Storace riduce i perimetri dei parchi). Da una settimana è stato aperto un "tavolo verde": da una parte il Comune, dall´altra le associazioni ambientaliste. Il sindaco Veltroni mostra grande apertura: «Abbiamo proposto di ridurre le cubature e in particolare i volumi delle centralità. E inoltre abbiamo assicurato che mai più ci saranno compensazioni».

Nel frattempo Roma cresce. Non si vedeva da tempo un simile fervore di cantieri (la gran parte avviati nell´ultimo scorcio degli anni Novanta). Quaranta milioni di metri cubi dalla Bufalotta, estremo nord della città, dilagano su una striscia di campagna romana che supera il raccordo anulare e con le sue forme ondulate, le alture rotonde e i pini a ombrello, gli olmi e i lecci avvolge la città fin oltre la Magliana, nel lembo a sud-ovest che si spinge verso Fiumicino e il mare. E´ la città non-città. Le réclame dei costruttori sono intinte nella tavolozza del bucolico: boccioli di rosa e cespugli di alloro. Vaste praterie e oasi naturali ospitano complessi residenziali che scalano la sommità delle colline e ridiscendono nelle valli. Sono villette a schiera, palazzine o palazzi più grandi con videocitofoni, porte blindate, antenne satellitari, serrande elettriche e parquet. Si costruisce alla Marcigliana e a Ponte di Nona sulla Prenestina (qui i Caltagirone stanno realizzando un insediamento da 1 milione 200 mila metri cubi per 10 mila persone). Altri complessi spuntano a Ponte Galeria e a Mezzocammino, a Castellaccio e a Vitinia. A Tor Pagnotta, lungo la Laurentina, a ridosso di una torre medioevale che sormonta una villa romana, arriveranno 1 milione di metri cubi in un´area di proprietà Caltagirone.

La domanda di case, si assicura, è orientata verso questo tipo di edilizia. Pochi servizi e tanti centri commerciali. Gran parte degli spostamenti avverrà in macchina. E il ferro? Scarsissimo, assicura l´urbanista Paolo Berdini: «Nulla è previsto alla Bufalotta, dove stanno costruendo il più grande ipermercato della città, ventimila metri quadri; nulla a Ponte di Nona, dove Roma tenderà a saldarsi con Guidonia e Zagarolo; nulla a Tor Pagnotta». «Buona parte di questi insediamenti li ereditiamo e a Tor Pagnotta abbiamo più che dimezzato le cubature», insiste Veltroni. «Ma nel piano abbiamo fissato il principio che si costruirà solo dove arrivano le infrastrutture».

Da alcuni anni la residenza si sta ammassando nelle estreme periferie, mentre diminuiscono ancora gli abitanti del centro storico (dal 4,4 per cento dell´intera popolazione romana nel 1991, al 3,6). Il fenomeno, concordano tutti, aggrava la congestione di macchine e rende il centro sempre più povero di servizi essenziali (spariscono gli alimentari e gli artigiani, crescono jeanserie e bigiotterie), mentre sedi di assicurazioni e studi professionali divorano anche le zone semicentrali (da Prati ai Parioli, dal quartiere Trieste alla zona di Piazza Bologna). Con il passare del tempo si è sbiadito un orizzonte culturale che aveva animato l´urbanistica romana (un nome su tutti, Antonio Cederna): trasferire uffici e ministeri dal centro verso la periferia per migliorare l´uno e l´altra (Cederna si batteva anche per rimuovere via dei Fori Imperiali, creando un parco archeologico e impedendo alle macchine di affumicare piazza Venezia: ma anche quell´idea, rilanciata nei giorni scorsi da Leonardo Benevolo, è stata lasciata sfiorire). Qualcosa si sta realizzando: le venti "centralità" fissate da Campos Venuti dovrebbero andare in questa direzione e già è deciso che gli uffici del Campidoglio traslochino all´Ostiense. Manca però un piano organico, il governo nazionale non dà alcun contributo e si innestano le retromarce (gli uffici del ministero delle Finanze dall´Eur a Trastevere).

Basta abitazioni, non ne possiamo più: si alza forte la protesta di Sandro Medici, ex direttore del Manifesto, ora presidente del X Municipio, un cuneo che parte da Porta Furba e arriva fino alle vigne del Frascati, sotto i Castelli. E sono proprio le centinaia di ettari dove si produce il Frascati che rischiano di essere sommersi da case e villette. «In quindici anni abbiamo subito un´invasione di cemento, oltre a imponenti centri commerciali come l´Ikea e Cinecittà 2», spiega Medici. «Il nostro quartiere è stremato e non si risolvono i problemi che ci trasciniamo dal dopoguerra, quando questo territorio diventò il laboratorio della speculazione e poi ospitò interi insediamenti abusivi. Ora sono stati aggrediti i residui terreni agricoli ai margini della città, un processo che consuma suolo e moltiplica la rendita immobiliare nelle aree circostanti».

A Torre Spaccata e alla Romanina, fra Cinecittà e il raccordo anulare, sono previste "centralità" per 2 milioni e mezzo di metri cubi. Era concreto il rischio che questa massa di cemento ospitasse soprattutto case e centri commerciali che fanno guadagnare solo chi costruisce e non riqualificano niente. «Ora, però, il Comune si dice disposto a tagliare i volumi e ad accogliere la nostra richiesta di insediarvi dipartimenti universitari e altre strutture legate alla cinematografia, oltre a un polo per il volontariato», dice Medici. «A Roma esistono due trasformazioni positive generate da vere "centralità"», aggiunge Berdini, «le hanno prodotte la Terza Università all´Ostiense e la Seconda Università a Tor Vergata: entrambi interventi guidati dalla mano pubblica».

Il dibattito è acceso. Dalle stanze degli amministratori e dagli studi degli architetti si sposta nei quartieri, da quelli del centro ai più lontani spicchi di città. Non si sa se la disputa fra ambientalisti e Campidoglio sfocerà in un accordo. Veltroni assicura che si è sulla buona strada: troppo forte è il rischio che spunti un terzo contendente, quello che il piano regolatore a Roma non lo vuole né ora né mai.

Non sono tanto d'accordo su quanto scrive Vezio De Lucia. Domanda: perché in Italia gli architetti e gli amministratori pubblici non abitano negli edifici di edilizia residenziale pubblica, magari sovvenzionata (salvo forse l'assessore alla pianificazione del capoluogo friulano e il vecchio sindaco di Grosseto del quale ha fatto cenno Salzano - ma era una persona speciale quel Sindaco di quella città) ? Solo per una questione di mancanza dei requisiti reddituali e familiari o forse perché non gli piacciono i quartieri (effetti della pianificazione urbanistica) e gli edifici (effetti della progettazione architettonica) essendo che sono dedicati ad altri strati sociali ? In Svezia, in Finlandia, in Danimarca ed in altri paesi più evoluti e civili del nostro in cui maggiore è l'attenzione al sociale ed alla qualità, accade spesso che i progettisti di edifici di edilizia residenziale pubblica ci vadano anche ad abitare nelle case pubbliche da loro progettate, magari a scomputo della prestazione professionale. Perché accade ?

Difendere ad ogni costo scelte culturali di pianificazione urbanistica e di progettazione architettonica (Corviale, Scampìa e lo Zen) non mi convince, seppure lo comprendo.

La realtà è sotto gli occhi di tutti: quei quartieri e quegli edifici sono invivibili, ghetti che producono emarginazione e contribuiscono al degrado sociale, brutture degne solo di essere eliminate fisicamente per rispetto degli abitanti e della città. L'ERP andrebbe spalmata, diluita nell'intera città e non segregata in un quartiere autonomo e separato dalla città.

Non è un caso che sono più apprezzate e vissute dagli abitanti in maniera più sentita quei quartieri di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata che sono frutto di scelte più attente alla qualità insediativa e del vivere. Minori densità fondiarie, unità di abitazione meno alienanti, spazi aperti pubblici più ariosi, più verde, attività complementari all'abitare, servizi sociali di base, rapporti più stretti con le parti della città. A Udine via San Rocco e il Villaggio del Sole, ancorchè vecchi e sicuramente problematici dal punto di vista tecnologico ed impiantistico, ben rappresentano queste caratteristiche qualitative. Bisogna quindi risalire a filoni culturali degli anni cinquanta, forse alle esperienze olivettiane che hanno influenzato l'urbanistica italiana del dopoguerra, per trovare livelli di urbanistica sociale per l'edilizia residenziale pubblica più umanizzante. La domanda abitativa sociale si affronta diversamente in chiave anche culturale altrove. Da noi spesso i quartieri di ERP sovvenzionata sono uguali alle esperienze urbanistiche ed edilizie dei paesi dell'ex blocco sovietico. Senza andare troppo lontano il raffronto con i quartieri periferici di Dubrovnik, Spalato, Fiume, Nova Gorica e Zara è eloquente in proposito, molto più di tanti altri discettamenti. Che poi anche in Francia l'HMLS (l'omologo degli Iacp/Ater) progetti e costruisca casermoni per arabi ed operai identici a quello che accade in Italia, non toglie nulla alle mie osservazioni. Anzi ne rafforza il senso.

A quaranta anni dalla discussione che portò all’adozione del piano del 1962, Roma inizia a discutere la nuova variante urbanistica. Oggi non si respira il clima di partecipazione e attenzione culturale che caratterizzava quegli anni: segno del forte declino dell’urbanistica. Proprio in questi giorni il governo Berlusconi sta varando il terzo condono edilizio. Sono ormai molti i comuni che giudicano il ricorso all’urbanistica come un’inutile perdita di tempo. Numerose sono le leggi dello stato e delle regioni che gareggiano nell’individuazione di deroghe e nella compressione degli spazi della discussione pubblica.

In questo clima generale, al comune di Roma va riconosciuto il merito di aver messo mano a un nuovo piano regolatore generale. Potrebbe essere una grande occasione per delineare una nuova cultura urbana in grado di recuperare le migliori tradizioni dell’urbanistica italiana. Ma il nuovo piano di Roma, nell’attuale formulazione, presenta alcune caratteristiche molto discutibili. Sono cinque gli aspetti fondamentali su cui è necessario concentrare l’attenzione.

Il primo è relativo a una previsione del consumo di suolo che ci sembra immotivata e insostenibile. Già oggi, come si vedrà in dettaglio nei successivi paragrafi, Roma presenta una superficie urbanizzata pro capite molto superiore a quella di altre grandi città. Il nuovo piano, pur in presenza di un decremento demografico 1991-2001 di 270 mila abitanti, prevede un’ulteriore, imponente, urbanizzazione di suolo agricolo.

Il secondo aspetto è relativo al modello di città delineato dal piano. Non convincono le decisioni sul futuro del centro storico dove, attraverso “gli ambiti di valorizzazione” si ipotizzano rilevanti trasformazioni del tessuto storico e non si prende una decisione chiara e irreversibile sul progetto dell’area centrale su cui si è cimentata la migliore cultura urbanistica, e cioè il progetto Fori. Analogamente poco convincente è il sistema delle nuove centralità che dovrebbero costituire una credibile alternativa al centro storico e appaiono invece frammentarie e prive di logica unificante.

Il terzo aspetto è relativo all’assenza di una vera attenzione verso la tutela dei beni archeologici e culturali diffusi nel territorio agricolo. La “Carta dell’agro”, storica conquista della cultura ambientalista, non è parte fondante del piano ma ne rappresenta soltanto un elemento di incerto riferimento.

Il quarto aspetto è legato all’ulteriore potenziamento della mobilità su gomma, a partire dal devastante completamento dell’autostrada tirrenica verso Napoli. Mentre appaiono incerti i tempi del completamento della rete del ferro, si è scelto di appesantire gli assi stradali già oggi al limite del funzionamento (la via Cassia e la via Ardeatina, per esempio) o interi quadranti urbani come l’area orientale.

Il quinto aspetto, infine, è relativo all’impianto normativo del piano che risente fortemente della cultura della deroga: lungi dal delineare una posizione di inequivocabile definizione delle trasformazioni ammissibili e dei loro perimetri, essa rinvia sistematicamente a successive fasi affidate alla pratica della contrattazione.

In questo documento si è scelto di concentrare l’attenzione sul primo aspetto, e cioè sul consumo di suolo determinato dal piano. In successive occasioni si darà conto delle critiche sugli altri aspetti del piano. Con atteggiamento sempre concreto e costruttivo. Al riguardo c’interessa chiarire subito che le elaborazioni di cui trattiamo in seguito sono state effettuate al fine di disporre dei dati indispensabili per le nostre valutazioni, e allo stato non reperibili nelle sedi istituzionali. Le operazioni di rilevo sono state condotte con la massima precisione ma, anche per evitare eventuali inutili discussioni sulle quantità in gioco, siamo pronti a sostituire le nostre elaborazioni con quelle che saranno fornite dall’amministrazione comunale.

Secondo i dati provvisori del censimento Istat 2001, la popolazione residente nel comune di Roma ammonta complessivamente a meno di 2,5 milioni diabitanti. Così come molte altre città italiane, nei dieci anni trascorsi dal censimento precedente Roma ha perso una quota molto consistente dei suoi abitanti (oltre un decimo, cioè 270.000 persone: praticamente l’intero comune di Venezia); già nel 1991 si era verificata una flessione rispetto al 1981 (allora gli abitanti erano più di 2,8 milioni).

Con la popolazione, rispetto al 1991, è diminuito anche il numero delle famiglie - che oggi sono poco più di un milione - ma in misura più contenuta (-1,2%).

Il censimento 2001 segnala che, nel corso degli anni novanta, sono diminuite di circa 35 mila unità anche le abitazioni, sia quelle occupate da residenti che quelle occupate da non residenti o non utilizzate. La flessione è evidentemente legata al fatto che molte abitazioni che al 1991 risultavano ad uso abitativo oggi sono esclusivamente utilizzate per altri usi, e in particolare per attività lavorative.

2. Tab. 1 - Comune di Roma. Confronto tra dati censuari 1991-2001


1991[1] 2001[2] variaz.%
Popolazione residente 2.733.416 2.459.776 -10,0%
Famiglie 1.018.520 1.006.229 -1,2%
Abitazioni totali 1.132.934 1.098.305 -3,1%
- di cui occupate da residenti 1.007.074 985.103 -2,2%
- di cui altre abitazioni 125.860 113.202 -10,1%

Fonte: Istat

3. nuovo Prg di Roma prevede al 2011 [3] una popolazione oscillante tra 2.611.724 e 2.716.488 abitanti, quindi consistentemente superiore a quella del censimento provvisorio 2001. Si prevede inoltre che il numero medio di componenti per famiglia sia di 2,39 persone. Arrotondando per eccesso le previsioni del piano, accettiamo pure una stima di 30 mila nuove famiglie al 2001 [4]. A 30 mila famiglie devono evidentemente corrispondere 30 mila nuovi alloggi, che dovrebbero quindi rappresentare il fabbisogno residenziale aggiuntivo del nuovo Prg. Assegnando 320 mc a ogni alloggio, la cubatura residenziale aggiuntiva del nuovo Prg dovrebbe essere di 9,6 milioni di mc.

Il Prg prevede, invece, un’offerta residenziale aggiuntiva al 2011 di 36,15 milioni di mc [5], ai quali corrisponderebbero circa 113 mila nuovi alloggi, che potrebbero ospitare quasi 270 mila abitanti in più (113.000 x 2,39 ab/fam), quantità che sembra difficilmente giustificabile a fronte della netta diminuzione di abitanti (- 273 mila), di famiglie (- 12 mila) e di alloggi (- 35 mila) che si è verificata negli anni Novanta [6].

Altrettanto immotivato appare il dimensionamento delle altre attività (terziario pubblico e privato, industria e artigianato) per le quali si prevede un’offerta pari a 28,74 milioni di mc [7], di cui non sembra che siano ben specificati i parametri di calcolo e i dati di partenza.

Nella seguente tabella [8] sono confrontati i volumi previsti dal piano con quelli dello stock attuale per le residenze e per le altre attività.

Tab. 2 – Confronto fra le previsioni di incremento del Prg e lo stock esistente (milioni di mc)


Previsioni Prg 2011

(a)
Stock esistente

(b)
% (a/b)
Residenze 36,15 420,2 8,6
Altre attività 28,74 281,7 10,2
Totale 64,89 701,9 9,2

Per concludere sul punto, è difficile non considerare improbabili le previsioni di piano sinteticamente esposte. Del resto, manca qualunque riferimento a specifiche strategie, e alle relative risorse, a sostegno, per esempio, di nuova edilizia abitativa per i giovani, per le fasce sociali sfavorite, per gli immigrati, che possano far prevedere orizzonti quantitativi diversi da quelli derivanti dalle previsioni demografiche. Come del resto manca qualunque indicazione di politiche a scala territoriale, provinciale o di area metropolitana, che renda plausibili le inversioni di tendenza che si propongono per il comune di Roma.

L’unica motivazione fornita dal piano è rappresentata dalla scelta, “a monte”, di vecchio stampo immobiliarista, di conservare, nel nuovo piano, circa la metà dei volumi previsti dal vecchio Prg del 1962: in sostanza, circa 65 milioni di mc, rispetto ai 120 milioni della cubatura residua del vecchio piano. Il nuovo Prg di Roma assume, infatti, fra le finalità generali, la diffusa preservazione dei diritti edificatori derivanti dalla disciplina urbanistica previgente. E’ bene chiarire subito che la salvaguardia delle potenzialità edificatorie pregresse non è richiesta né dalle vigenti leggi nazionali e regionali, né dalla giurisprudenza. Questa ha chiarito che la ridefinizione delle potenzialità edificatorie (fino alla loro totale soppressione) da parte della pianificazione sopravveniente rientra nella piena discrezionalità tecnica e politica del pianificatore, al quale è richiesto solo di motivare le nuove scelte[9].

4. Abbiamo finora analizzato i dati quantitativi, in termini volumetrici, desunti dagli atti di piano. Consideriamo ora le localizzazioni previste dal nuovo Prg al fine di effettuare anche in questo caso i necessari confronti con la situazione attuale. Non disponendo di dati ufficiali, è stato necessario, come si è già detto, procedere ad apposite elaborazioni, riportate nelle tavole allegate, di cui si dà conto qui di seguito.

La tav. n.1 riguarda il consumo di suolo al 1998. Per consumo di suolo si intende la somma di tutte le aree del sistema insediativo, dei servizi e delle infrastrutture esistenti nel territorio comunale. Si tratta, pertanto, dell’insieme delle aree sottratte all’agricoltura e alla natura. L’elaborazione è stata effettuata a computer sulla base della cartografia del nuovo piano regolatore. Alla scala di lavoro di 1:5.000 sono state perimetrate tutte le aree edificate e i relativi spazi di pertinenza, nonché il sedime delle principali infrastrutture per la mobilità. Costituiscono, inoltre, consumo di suolo gli spazi verdi di quartiere e le ville storiche (queste ultime sono state evidenziate). Gli edifici isolati, per i quali non è stato possibile individuare il confine del lotto, sono stati classificati come case sparse cui è stata attribuita una superficie complessiva di circa 400 ettari[10]. Tutti gli spazi liberi interni all’edificato, di estensione superiore a 1 ettaro, sono stati esclusi. Calcolato in tal modo, il suolo consumato nel comune di Roma al 1998 ammonta complessivamente a circa 41 mila ettari, pari al 33% della superficie comunale.

Non potendo escludere errori nella valutazione di spazi considerati liberi e invece eventualmente occupati da verde pubblico o privato o da servizi urbani, e più in generale per ragioni di precauzione, si è ritenuto opportuno incrementare la superficie calcolata sopra del 10% circa, assumendo dunque ai fini di questo studio una superficie del suolo attualmente consumato pari a circa 45 mila ettari. Di conseguenza, la superficie libera del comune di Roma risulta pari a 84 mila ettari.

Qui è possibile una prima valutazione. A Roma, il consumo di spazio per abitante corrisponde a quasi 180 mq, dato che non ha confronti con altre grandi città[11] e che non ha certamente contribuito a innalzare la qualità urbana della capitale, anzi, è all’origine di molte disfunzioni di larghe parti della città.

La tav. n.2 restituisce in estrema sintesi le destinazioni urbanistiche previste dal Prg 2002. Anche in questa tavola il territorio comunale è stato suddiviso secondo le due categorie dell’urbano e dell’extraurbano. Il sistema urbano include tutte le voci del sistema insediativo e dei servizi, così come sono definiti dal piano regolatore, il sistema ambientale è composto da fiumi e laghi, dai parchi istituiti e dalla tenuta di Castel Porziano, dalle aree agricole. Complessivamente, il sistema urbano misura circa 51 mila ettari, quello ambientale 78 mila. Come è evidente, il rapporto fra aree urbanizzate e aree libere subisce un notevole incremento rispetto alla situazione attuale.

Tab. 3 – Confronto fra il consumo di suolo attuale e quello previsto dal Prg 2002 (ha)


Suolo consumato

(a)
Suolo libero

(b)
%

(a/b)
Totale
Situazione attuale (tav. 1) 45.000 84.000 53,6 129.000
Previsioni Prg (tav. 2) 51.000 78.000 65,4 129.000

Nella tav. n.3 è stato sovrapposto l’attuale consumo di suolo (ex tav. 1) alle previsioni del Prg 2002. Il confronto dettagliato è riportato nella tabella seguente dalla quale emerge che:

-dei 45 mila ettari di suolo consumato al 1998, circa 5 mila sono disseminati nel sistema ambientale e 40 mila ricadono nel sistema urbano;

-dei 51 mila ettari complessivi del sistema urbano previsto, 40 mila risultano già consumati e 11 mila rappresentano quindi l’espansione prevista dal nuovo piano.

Tab. 4 – Uso del suolo. Confronto fra la situazione attuale e quella prevista al 2011 (ha)


Suolo consumato Suolo

libero
Totale
Sup. edific. nel sistema urbano Sup. edific. nel sistema ambient. Totale
Verde [12]

pubblico
Altre sup. utilizzate Totale
Situazione attuale 3.800 36.200 40.000 5.000 45.000 84.000

129.000
Incrementi previsti dal Prg 2002 4.000 7.000 11.000 - 11.000 -

-
Situazione al 2011 7.800 43.200 51.000 5.000 56.000 73.000 129.000

E’ evidente che anche sottraendo agli 11 mila ettari di espansione del Prg 2002 i circa 4 mila ettari di verde pubblico di nuova previsione resta una superficie di 7 mila ettari destinati all’edificazione. Dato francamente allarmante.

Tab. 5 – Stato di fatto e previsioni del Prg 2002


Esistente

(a)
Incremento previsto

(b)
%

(b/a)
Cubature (milioni di mc) 701,9 64,89 9,2
Consumo di suolo (ha) 36.200 7.000 19,8

Che preoccupa ancora di più se confrontiamo l’incidenza percentuale delle previsioni d’incremento volumetrico del Prg 2002 con quelle relative all’incremento del consumo di territorio (escluso il verde pubblico). In sintesi, come appare dalla tabella precedente, ad un aumento delle cubature del 9,2% corrisponde un aumento più che doppio (19,8%) del territorio consumato.

5. Il presente documento è diretto con rispettosa fiducia al sindaco Walter Veltroni perché si dimostri sensibile all’esigenza di una sostanziale revisione di alcune scelte del Prg in discussione, al fine di ricondurlo a quel modello di sostenibilità più volte delineato in convegni e meeting internazionali. I documenti di piano non forniscono risposte convincenti in proposito. Com’è possibile che, a fronte del netto decremento di abitanti, di famiglie e di alloggi si prevedano 65 milioni di mc di edilizia aggiuntiva, e un’ancora più accentuato consumo di suolo? Per dirla con Antonio Cederna, si sarebbe deciso di realizzare 650 nuovi alberghi Hilton nell’agro romano.

Come si vede bene dalle tavole allegate, l’agro romano è ormai in via di estinzione. Ne sopravvivono sparsi brandelli, le uniche superfici consistenti sono quelle di proprietà pubblica: Castel Porziano, Santo Spirito, e poche altre grandi proprietà private. La ragione di tanto disastro va attribuita soprattutto, come si è già detto, al grande spreco di spazio che si è realizzato nella crescita di Roma dal dopoguerra, e di questo si deve tener conto nel formulare le ipotesi per la revisione del piano. E’ necessario il massimo impegno per salvare il salvabile. La richiesta che si sottopone al sindaco e all’amministrazione è di contenere l’ulteriore consumo di suolo entro limiti decisamente più ristretti di quelli attualmente previsti.

Per avviare il discorso, proponiamo, in primo luogo, la riduzione di alcune previsioni volumetriche e della conseguente superficie occupata, a partire dalle aree di riserva; in secondo luogo, l’accentuazione delle politiche di recupero e di ristrutturazione in quei quartieri periferici dov’è possibile un più razionale uso dello spazio.

[1] Al netto della circoscrizione XIV, trasformata nel comune di Fiumicino nel 1992.

[2] Dati provvisori ( www.istat.it).

[3] Cfr. il paragrafo 7.2.1 La domanda residenziale, p. 76 della relazione.

[4] Nel paragrafo citato prima, sulla base di calcoli non esplicitati, il nuovo Prg stima un numero di famiglie al 2011 variabile fra 22.384 e 29.470.

[5] Cfr. tab. 10, paragrafo 7.3, p.88.

[6] La differenza fra le previsioni residenziali del Prg 2002 e quella stimata sopra è attribuita dal piano a un non meglio precisato fabbisogno pregresso al 1991 e al suo aggiornamento al 2001.

[7] Idem

[8] I dati sono desunti, per quanto riguarda l’offerta di Prg, dalla citata tab. 10 e, per quanto riguarda lo stock esistente, dalla tab. 2, paragrafo 7.2, p.74.

[9] Va tenuto presente un altro fatto sostanziale e cioè che molte delle cubature che si intendono confermare erano destinate nel piano del 1962 a funzioni pubbliche (Zone M1 ed M3). Oggi si propone di trasferire questi “diritti” ai privati.

[10] A ognuna delle circa 1.600 case sparse è stata attribuita una superficie convenzionale di 2.500 mq di lotto.

[11]Secondo Alberto Lacava il consumo di suolo per abitanti a Roma è “pari a circa tre-quattro volte quello medio delle altre grandi città europee (Barcellona 36 mq/ab, Parigi 37 mq/ab)”. In, “La questione ambientale nel sistema territoriale dell’area romana”, in Ambiente e sviluppo sostenibile nei piani territoriali di coordinamento di nuova generazione, Edizioni Papageno, Roma, 1999, p.60 sgg.

[12] I dati sono desunti, per quanto riguarda il verde attuale, dalla tab. 3, paragrafo 8.3, p.93; per quanto riguarda il verde previsto, dalla tab. 5.2, paragrafo 8.3, p.98 della relazione.

http://www.italy.indymedia.org/news/2003/08/363474.php



Milano: continua la campagna di stampa sulle periferie

by dal corriere Sunday August 31, 2003 at 12:31 PM

Da Rozzano a Ponte Lambro, riprendiamoci le periferie.

Dieci anni fa, davanti alla vergogna di Ponte Lambro, dove la città degli onesti era in ostaggio di una banda di delinquenti, un funzionario di polizia dichiarò ai giornali che gli agenti erano troppo pochi per garantire la sicurezza e la legalità. Due anni dopo, di fronte alle proteste dei residenti di un casermone diventato inabitabile per i vandalismi, lo spaccio e il teppismo, le autorità (tutte) si impegnarono in una bonifica che rimase soltanto un annuncio. Uno dei tanti, nella rassegna stampa delle periferie milanesi che classifica le case popolari come ghetto, bronx, quartiere dormitorio, deserto urbano, lasciando un brivido di disagio e di fastidio ai cittadini perbene che ci vivono e una cronica indifferenza in tutti gli altri, che evitano, sfiorano e solitamente girano al largo. Per questo Ponte Lambro è ancora così, una ferita aperta nella civile Milano, un non luogo dove si disfa la città e fallisce ogni tentativo di riqualificazione. Abbiamo rivisto e risentito alcuni allarmi e alcuni giudizi in questi giorni, davanti ai cadaveri trapassati dai proiettili di Vito Cosco, il balordo di Rozzano che per una vendetta ha fatto una strage, e ci siamo interrogati su come contenere i rischi di una violenza che il degrado sociale può generare. Ma non abbiamo trovato altre risposte che non siano generici appelli, vaghe giustificazioni, inutili promesse.

E’ vero che Milano ha bisogno di agenti: dieci anni fa erano 5.300 e oggi ne ha un migliaio in meno, ma la forza pubblica da sola non basta a vincere la sfida delle periferie malate nei diciotto quartieri che l’Aler considera a rischio. Alla legalità, da garantire sempre per evitare che la moneta cattiva scacci quella buona, bisogna aggiungere il coraggio di sognare una normalità troppo a lungo rimandata per chi vive nelle case popolari.

Si faccia un’alleanza, tra il Comune che deve progettare e i tutori dell’ordine pubblico che devono vigilare, per garantire il controllo delle assegnazioni e lo sgombero degli abusivi. Si ripristino le portinerie, scioccamente abolite, con un sistema di incentivi e di tutele: valorizzeranno lo stabile, e aiuteranno nel controllo sociale. Si avvii, gradualmente, un piano per rompere la concentrazione di disperati nei condomini: con le regole attuali l’assegnazione non consente nessun mix sociale e i risultati si vedono a Rozzano come in viale Fulvio Testi o a Calvairate. Ormai, tra i 124 mila residenti delle case popolari, c’è una popolazione crescente di anziani impauriti, soli, esposti a ogni rischio, e di extracomunitari.

Infine, si prenda una volta per tutte una decisione seria: se rattoppare non basta, si demolisca, con un progetto di ricostruzione in tempi rapidi coinvolgendo banche e imprese. L’ha fatto Barcellona, può farlo Milano. Proviamo a vincere l’inerzia, prima di rassegnarci un’altra volta. Se lo stesso zelo con il quale è stata realizzata la cancellata in piazza Vetra per allontanare gli spacciatori si applicasse a Ponte Lambro, oggi potremmo avere un quartiere modello. Senza inutili «centri di aggregazione» (parola che ormai fa venire l’orticaria) ma con qualche sano bar dove la gente possa trovarsi con l’impressione di conoscersi un po’ di più.

Milano: i potenti pontificano su periferie dove non vivono nè vivranno mai....

by dal corriere della pera Sunday September 07, 2003 at 12:00 PM

Dateci più poteri e salveremo le periferie... Il sindaco di Milano: facciamole diventare un pezzo di città, subito un governo delle aree metropolitane. Gabriele Albertini: l’idea di demolire è impraticabile se non ci sono i soldi dei privati per ricostruire.

MILANO - Volete periferie migliori? «Dateci più poteri. E affrontate una volta per tutte il problema delle città metropolitane». Il sindaco Gabriele Albertini condivide l’opinione dell’architetto Renzo Piano, a proposito della necessità di «scommettere sulle periferie che devono diventare pezzi di città». Ma sottolinea i limiti di chi è costretto ad affrontare un’emergenza senza avere deleghe a disposizione: «Sugli abusivi possiamo fare meno di quello che sarebbe necessario. Sugli interventi complessivi dobbiamo restare all’interno di logiche di confine ormai prive di senso». E così, «quando un pazzo scatena la guerriglia a Rozzano, a poche centinaia di metri dal confine con Milano, scatta la polemica sulle periferie poco sicure e si punta l’indice contro chi governa nel capoluogo». Ma Albertini non ci sta. E chiama in causa il governo: «Il 24 settembre riuniremo a Cagliari i sindaci delle città metropolitane e presenteremo un documento congiunto proprio sulla questione delle città metropolitane. Ci vuole un governo sovracomunale, diverso dalla Provincia, in grado di affrontare complessivamente alcune questioni, a partire da quella della sicurezza, ma penso anche a trasporti, ambiente e così via».

Signor sindaco, il problema delle periferie è soltanto un problema di istituzioni?

«No. Ma il concetto di periferia è ormai molto vago: la Bicocca è periferia? E Rozzano è diverso da Milano? Per questo chiedo una svolta sulla questione della città metropolitana. Ma le pare che in sede di conferenza di servizi il voto di un sindaco che rappresenta 100 mila abitanti possa valere come quello di chi governa un milione di persone? Significherebbe che un abitante di Assago conta come 500 di Milano... Non ha senso: ci vuole un voto ponderale. E poi c’è un problema di soldi. Adesso si parla di abbattere e ricostruire...».

Un’idea che le piace?

«Un’idea impraticabile. Se demolisco un quartiere, devo pensare a dove sistemo centinaia di famiglie. Ma, se già oggi mi mancano 15 mila case, come posso figurarmi l’eventualità di abbattere e ricostruire? Ci diano soldi, si coinvolgano i privati: e allora possiamo ragionare».

Torniamo alle periferie. Quelle di Milano sono abbandonate?

«Le cito soltanto un dato: il listino della Borsa immobiliare segnala che il valore delle case in periferia è cresciuto: più 30 per cento a Musocco e più 28,9 in fondo ai Navigli, tanto per citare due esempi. Se il valore di un appartamento aumenta, è perché la gente cerca casa qui: e se lo fa è perché giudica queste zone vivibili».

Forse nei quartieri che avete riqualificato. Ma a Calvairate o a Quarto Oggiaro?

«Non sto sostenendo che le nostre periferie siano ovunque una meraviglia. Ribadisco però che, rispetto alla situazione trovata, abbiamo cercato di intervenire sia sulla sicurezza, con le telecamere, i portieri sociali, 11 nuove caserme o posti di polizia, sia sul sociale investendo per le case, per le metrotranvie che collegano queste zone estreme. E poi abbiamo fatto scelte precise: abbiamo portato il teatro degli Arcimboldi alla Bicocca e l’Università a Niguarda, abbiamo riqualificato molte piazze, abbiamo creato una cintura vastissima di parchi a Nord di Milano. Come insegna Piano, abbiamo portato le eccellenze lontano dal centro».

Ma non basta.

«Non basta, ne siamo consapevoli. Abbiamo anche tentato di lanciare un modello, con il laboratorio di Ponte Lambro».

Quello affidato a Renzo Piano quattro anni fa. Dov’è finito quel modello?

«Come tutti i grandi disegni, perché qui non stiamo parlando di una ristrutturazione ma di una diversa filosofia del vivere in periferia, bisogna fare i conti con i piccoli intoppi. Nello specifico, il modello si è arenato su 44 famiglie che non vogliono essere trasferite e quindi il laboratorio di Piano è fermo».

E quindi?

«E quindi continuiamo a trattare. Più della metà di questi nuclei hanno accettato il trasferimento e li abbiamo spostati, stiamo lavorando agli altri. Ma ci vuole tempo. Le rivoluzioni, in democrazia e non in dittatura, richiedono tempo e convinzione».

Lei passa per essere un decisionista, quello delle lotte intransigenti contro i vigili e i taxisti. Si è arreso di fronte agli abusivi che spadroneggiano nelle case dell’Aler?

«Abbiamo fatto la nostra proposta al Comitato dell’ordine pubblico: abbiamo chiesto un nucleo interforze per governare esclusivamente la questione dei troppi abusivi delle case popolari. Ma, se il prefetto, il questore, i giornali, i comitati e i cittadini non stanno dalla nostra parte, non combiniamo nulla. Da soli non possiamo vincere questa battaglia: nè noi, né i sindaci delle altre metropoli alle prese come noi e peggio di noi con morosi, abusivi, periferie degradate».

Il degrado delle periferie di Milano ed il problema della casa

by problema casa Wednesday June 18, 2003 at 12:04 PM

Denuncia in Comune sul degrado dei quartieri. I Ds: un fallimento da Ponte Lambro a Quarto Oggiaro.

Il problema di Milano si chiama casa. E’ la casa popolare che cade a pezzi perché non ci sono i soldi per la manutenzione straordinaria, e qui l’elenco dei quartieri dimenticati è lungo. Ma è anche la casa, sempre popolare, cui ricorre chi arriva in città per lavorare e scopre che i prezzi sono impazziti e che, al massimo, si può permettere un monolocale in zona periferica. Stiamo parlando di operai e conducenti Atm, ma anche di impiegati e insegnanti che vengono dal sud con un contratto a termine e che fanno domanda all’ente pubblico per un minialloggio a prezzo calmierato. Grazie al protocollo «Casa e lavoro» sottoscritto tra Comune, Regione e Aler il 27 febbraio 2002, sono stati assegnati finora 75 appartamenti al di sotto dei 35 metri quadrati (la maggior parte è di 25 metri), ma la sorpresa arriva proprio da chi ha fatto richiesta per un tetto più che modesto - non i disperati, appunto, ma colletti bianchi, maestri e professori - ed è il segno dell’emergenza abitativa che pesa sulla città. L’altra faccia della medaglia è l’emergenza delle periferie. Da Corvetto a via Fratelli Zoia, da via Rizzoli a via Lopez a Quarto Oggiaro, da San Siro allo Stadera, dal Gratosoglio allo Spaventa. E poi via San Bernardo a Chiaravalle, via Feltrinelli a Rogoredo, via Mar Nero e via Teramo e il quartiere Monterotondo. Erano più di 50, ieri a Palazzo Marino, i rappresentanti delle case popolari venuti per raccontare il degrado, su invito dei consiglieri diessini e del segretario della Quercia, Pierfrancesco Majorino. I cittadini hanno denunciato infiltrazioni dai tetti, citofoni perennemente guasti, parti comuni disastrate, rigurgiti dai lavandini per problemi di fognatura, camini privi di manutenzione da anni, bonifiche da amianto mai avviate. «Sono i figli di un dio minore, i dimenticati dal Polo - riassume il capogruppo ds Emanuele Fiano -. Sono quei cittadini che abitano nei quartieri di edilizia residenziale pubblica dove i progetti per interventi di manutenzione straordinaria avviati nel 2002, per un totale di 53 milioni di euro, sono stati poi sospesi per mancanza di fondi».

I Ds, che ieri hanno dato l’avvio a un tavolo permanente sulle periferie, chiedono con una mozione che si usi l’avanzo di bilancio del 2002 (94,2 milioni di euro) per finanziare proprio i lavori di manutenzione degli immobili popolari delle periferie. «Alcuni di questi interventi - sottolinea il consigliere Aldo Ugliano - erano in bilancio addirittura nel 1991 e non sono mai iniziati». Si tratta di quartieri dove vivono complessivamente 6 mila famiglie, «e dove crescono insoddisfazione, occupazioni abusive, spaccio di droga mentre diminuiscono i presidi delle forze dell’ordine». I comitati puntano il dito anche sulla mancanza di custodi.

«La giunta non autorizza l’Aler ad assumerli nelle 24 portinerie a Quarto Oggiaro», denuncia l’opposizione. Ma il vicesindaco Riccardo De Corato replica: «Ringrazio i Ds, ma era cosa già decisa: quest’anno destineremo l’avanzo di bilancio, come primo obiettivo, alla manutenzione di tutta l’edilizia comunale». E sui custodi, puntualizza: «Noi alle portinerie preferiamo le telecamere». La giunta intanto rilancia sul fronte delle nuove case. Ieri è stato firmato un altro protocollo tra Comune, Aler e associazioni imprenditoriali e di categoria per 889 nuovi alloggi in affitto (tra due anni) per categorie deboli e lavoratori.

Il piano contro l’antipiano

Il processo devastante che investe il governo delle istituzioni in tutto il Paese, non risparmia certamente la città, il territorio e l’ambiente. A Milano, dove già negli anni 80 si diffuse la deregulation urbanistica piegando alla speculazione edilizia le vecchie leggi, si sceglie oggi di formalizzare la deregulation. Elevando a sistema amministrativo la contrattazione degli interventi sulla città, con una valutazione caso per caso pudicamente nascosta dietro paraventi culturali. Questo smantellamento delle ultime regole urbanistiche, trova le forze politiche e intellettuali che dovrebbero opporsi al processo devastante, divise nel pensiero e nell’azione; spesso inattive, ma talvolta votate ad atteggiamenti esasperati, che cedono alla seduzione di stimoli irrazionali, rendendo così più debole la necessaria, ferma risposta alla nuova e sistematica deregulation.

In questo quadro indubbiamente negativo, non mancano però i segnali di resistenza e di alternativa, che rappresentano la base su cui costruire una più generale risposta razionale, offrendo così un contributo concreto alla ripresa del riformismo nel Paese. E dal Comune di Roma, che dopo 40 anni ha elaborato un nuovo piano regolatore, viene la risposta forse più significativa alla deregulation e alla passività, all’antipiano e all’estremismo. E’ un piano, quello per Roma, che ha saputo adeguarsi alle condizioni del 2000: un piano che fissa regole semplici, ma che esclude di contrattarle; che persegue la flessibilità, ma in modo uguale per tutti; che coinvolge gli operatori privati, ma in un preciso quadro di interesse pubblico. Un piano riformista, dunque, il solo che può sperare di superare il confronto con la deregulation urbanistica.

Il piano elaborato per Roma dalle Amministrazioni Rutelli e Veltroni è un concentrato delle più innovative scelte disciplinari, rappresentando quanto di più avanzato è stato prodotto in Italia in campo urbanistico. Un piano che, pur in assenza di un quadro territoriale di area vasta, nasce da una esplicita visione metropolitana, da cui deriva lo schema strutturale comunale e la conseguente processualità dello strumento urbanistico; un piano che, per la prima volta in Italia, sceglie la mobilità su ferro come prioritaria rispetto alla gomma; un piano che fa dell’ambiente e del verde un elemento determinante nel disegno territoriale e non un fattore residuale; un piano che fa uscire in modo originale la salvaguardia di valori storici dal chiuso della città antica, per investire l’intero comune; un piano che affronta a Roma per la prima volta lo scontro con la rendita edilizia, operando drastiche riduzioni previsionali ed estese riqualificazioni; un piano che raccoglie l’antica aspirazione al decentramento, spingendo la direzionalità all’estrema periferia, nel cuore dei Nuovi Municipi da realizzare; un piano costruito sulle antiquate leggi vigenti, per superarle con un meccanismo gestionale capace di attuarne realmente le previsioni, che ormai erano irrealizzabili con il vecchio metodo prevalentemente espropriativo.

Una strategia metropolitana e processuale

Il peccato originale di tutti i piani romani è stata sempre la mancanza di una visione metropolitana, resa apparentemente meno necessaria dalla enorme dimensione del territorio comunale; un difetto per la verità abituale dei piani delle maggiori città italiane. Un difetto che ha sempre prodotto piani autoreferenziali, indifferenti alle interrelazioni con le aree circostanti, pensati per una mobilità centripeta e una crescita dimensionale indefinita, estranei al rapporto con le presenze ambientali marginalizzate rispetto alla città. D’altra parte, anche in questo caso, per l’area vasta intorno a Roma non esisteva alcun piano di inquadramento territoriale: era necessario allora che una visione metropolitana nascesse all’interno dello stesso piano comunale, condizionandolo e proiettandolo così verso i futuri rapporti con l’esterno.

E questa visione metropolitana è stata il punto di partenza dal quale il nuovo piano regolatore di Roma ha preso le mosse. Una visione metropolitana basata sulle tre scelte di fondo del piano: il trasporto su ferro, i parchi regionali e il controllo della dimensione insediativa. Infatti lo slogan della “cura del ferro” introduce a Roma una novità per l’Italia: le ferrovie metropolitane che - sul modello tedesco delle S-bahn e su quello francese del R.E.R. - rappresentano un mezzo di trasporto di scala provinciale e regionale, che dà ampio respiro ai tratti urbani della rete e offre una prospettiva ben diversa agli stessi nodi comunali. Mentre i parchi naturali regionali sostenuti e condivisi dal Comune di Roma, penetrano nel territorio municipale a realizzare un rapporto organico fra il cuore stesso della città e tutta l’area metropolitana, con una offerta ambientale che disegnerà il sistema locale come quello di tutta l’area vasta. E infine, aver dato finalmente battaglia alla rendita urbana nel comune di Roma, crea per il futuro una possibilità di relazioni dialettiche tra le trasformazioni proposte per la Capitale e quelle degli altri insediamenti della metropoli. Di fronte alla quale non c’è più l’attesa crescita indefinita di Roma, ma un centro urbano da controllare e qualificare, aprendo la prospettiva delle occasioni da cogliere nel restante territorio metropolitano. Innegabilmente, dunque, una visione metropolitana fino ad oggi mancata.

Questa visione metropolitana, chiara fin dall’inizio, ha permesso anche di formulare rapidamente uno schema direttore, che è stato chiamato “piano manifesto”, traccia esplicita di tutta la futura operazione urbanistica. E ciò ha consentito di adottare un metodo processuale per la costruzione graduale del piano, per non costringere la città ad una lunga apnea amministrativa in attesa degli elaborati finali; ma anche per sperimentare strada facendo le soluzioni innovative che si volevano introdurre nel piano. Questa metodologia, battezzata del “planning by doing”, ha permesso di realizzare in anticipo le prime tre linee di ferrovia metropolitana; di dar vita alle istituzioni gestionali dei parchi; di anticipare le nuove normative previste per l’intero piano, che hanno trasformato radicalmente le vecchie regole, abbassando le densità edilizie e moltiplicando le cessioni gratuite per vede e servizi. Del nuovo piano regolatore esiste, dunque, una parte già programmata, che in taluni casi è in corso di attuazione anticipata e una parte ancora da programmare, con regole comuni messe a punto nella fase processuale. Chi ha parlato di contrattazione è smentito dalla realtà, perché la sistematicità delle regole comuni è, invece, una caratteristica e un vanto del nuovo piano di Roma.

La cura del ferro

Altro difetto, oggi riconosciuto, del vecchio piano regolatore del 1962 era quello di aver basato ostentatamente la strategia della mobilità sulla motorizzazione individuale e non sul trasporto collettivo. Bisogna purtroppo ricordare in proposito la nota “anarchia genetica” delle città italiane, cresciute in ritardo rispetto alle consorelle europee senza il sostegno dei trasporti su ferro; trasporti che offrono una facilità di spostamento dieci volte superiore. Ebbene, il nuovo piano predisposto per Roma, è il primo in Italia basato concettualmente su quella che è stata chiamata la “cura del ferro”, cioè su una vera e propria rivoluzione del sistema di traffico; con un disegno che è l’esatto contrario di quello rappresentato ieri dall’”asse attrezzato” – un’autostrada urbana, cui erano collegati i nuovi centri direzionali – e dalla maglia viaria complementare. Il nuovo obiettivo del piano è quello di costruire il ferro per la città esistente e di non costruire la città nuova senza il ferro.

Nella formazione del piano, il maggiore impegno è stato quello di selezionare le zone edificabili da non cancellare, fra quelle raggiunte dalla rete su ferro esistente o programmata. Arrivando anche a predisporre il trasferimento delle edificabilità non cancellabili e non collegate alla rete del ferro, su altre aree prossime alle stazioni. In pratica l’edificabilità, che per decenni è stata determinata a Roma dalle scelte speculative, nasce oggi invece dalla garanzia dell’accesso al trasporto collettivo: raggiungendo l’obiettivo di nuovi risultati funzionali, ma anche di indiscutibili valori etici.

La nuova rete su ferro è basata su una doppia croce di metropolitane comunali, in prevalenza sotterranee, che attraversano diagonalmente la città; combinate con le ferrovie metropolitane che utilizzano i binari esistenti delle Ferrovie dello Stato, partono dalla cintura ferroviaria che avvolge il centro urbano e si spingono in profondità nell’area provinciale e regionale. A queste linee forti, si aggiungono i corridoi per il trasporto pubblico in sede propria, cioè le moderne linee tranviarie, delle quali è già partita la realizzazione.

Quando la formazione del piano è iniziata nel 1994, esistevano due sole metropolitane comunali (36 chilometri di linea e 49 stazioni); e a queste l’attuazione anticipata del piano regolatore – il planning by doing, che alcuni hanno accolto polemicamente – ha aggiunto tre linee di ferrovia metropolitana (93 chilometri e 39 stazioni), che hanno triplicato l’estensione della rete e raddoppiato il numero delle stazioni. L’obiettivo finale del piano è quello di realizzare quattro linee di metro comunale e sette linee di ferrovia metropolitana, che moltiplicheranno largamente la rete e le stazioni (598 chilometri e 289 stazioni). L’attuazione di questo ambizioso programma garantirà un buon servizio all’interno del Grande Raccordo Anulare, meno capillare all’esterno del GRA: non sarà il livello di Parigi o di Berlino, ma per Roma e per le città italiane sarà una innovazione radicale e un salto qualitativo eccezionale.

La cura del verde

La dotazione romana di verde non è certo la peggiore in Italia, ma la vastità dell’Agro intorno alla città, più che rappresentare una riserva di verde, è piuttosto servita in passato a valorizzare le rendite di attesa per l’edificazione. Il vecchio piano del 1962 riuscì faticosamente a vincolare il parco dell’Appia Antica, inizialmente senza neppure impedirne del tutto l’edificazione. La strategia del nuovo piano regolatore ha rivoluzionato questo approccio miope e antiecologico, ponendo i valori ambientali del verde quale fattore determinante della struttura e della forma territoriale. Cominciando col cancellare ogni formula normativa del passato che consentisse nell’Agro Romano edificazioni non strettamente necessarie alla conduzione dell’agricoltura, intesa come valore produttivo, ma anche quale riserva ambientale. Realizzando finalmente la completa salvaguardia sui 2/3 del territorio comunale.

Sulla base di questa premessa, il disegno dei parchi naturali realizzato nelle anticipazioni del piano d’intesa con la Regione Lazio, incide esplicitamente sulla morfologia dell’insediamento esistente e programmato. Sono i grandi cunei verdi dei parchi di Veio e dell’Insughereta, della Valle del Tevere a nord e della Marcigliana, della Valle dell’Aniene e dell’Appia Antica, del Litorale romano che segue il Tevere da sud e di Castel Porziano, dell’Arrone e Castel di Guido che cinge i rilievi occidentali della città, fino ai più piccoli parchi della Tenuta dei Massimi, della Valle dei Casali e del Pineto. Un disegno complessivo che investe 23.000 ettari, pari a 1/4 del territorio comunale vincolato da 11 parchi: a fronte dell’unico parco dell’Appia Antica di quarant’anni fa. Ricordando nuovamente che dei parchi sono state ormai insediate le istituzioni gestionali, che funzionano egregiamente, con autonomia e aggressività. E ciò mentre la politica del governo nazionale, dei parchi mette in discussione lo spirito naturalistico e l’esistenza stessa.

Un altro aspetto strategico della cura del verde, riguarda il verde pubblico all’interno dei tessuti urbani: il piano raddoppia le dotazioni attuali (12 mq/ab.), raggiungendo l’obiettivo finale di 7.800 ettari e lo standard di 23 meri quadrati per abitante. Una dimensione ragguardevole, concretamente realizzabile proprio perché in larga prevalenza non sarà raggiunta tramite impossibili espropri, ma attraverso compensazioni gratuite. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, si tratta di un’estensione pari ad ottanta volte Villa Borghese; senza dimenticare che il Bois de Boulogne ed il Bois de Vincennes a Parigi non arrivano a 1.800 ettari. E sarà giusto ricordare anche che le diverse previsioni di verde privato ammontano nel piano a oltre 2.300 ettari: il che porta a più di 10.000 ettari complessivi il verde previsto a Roma, pari ad 1/3 di tutti gli insediamenti esistenti e programmati.

E’ indispensabile a questo punto rendere chiaro come e perché si è arrivati a queste previsioni; partendo dai 7.000 ettari di vincoli per verde e servizi del vecchio piano, non utilizzati perché il costo calcolato variava da 4 a 6.000 miliardi di lire e che, comunque, erano scaduti per legge. Per far fronte alla situazione, le destinazioni edificabili non cancellate con il piano, sono state sottoposte a nuove regole; cioè al meccanismo di cessione gratuita di alte percentuali di aree per verde e servizi pubblici, a compensazione della edificabilità privata prevista. Chi, ostile a questa soluzione, continua a sostenere anche a Roma l’attuazione dei piani urbanistici sperando di poter utilizzare il meccanismo espropriativo, è fuori dalla realtà e difende soltanto posizioni ideologiche.

A Roma è stato, invece, rifiutato assolutamente il metodo milanese della contrattazione caso per caso, che baratta elevatissime quote di edificabilità privata, con cessioni compensative di aree per usi pubblici assai modeste e variabili secondo le circostanze, senza nessuna garanzia di equità nei rapporti fra istituzioni e proprietà immobiliari. Le compensazioni vanno, invece, normate preventivamente dal piano, come si è fatto a Roma, garantendo un trattamento “uguale per tutti”, diversificato soltanto per categorie di interventi urbanistici.

Compensazioni gratuite, garanzia dei servizi

Nel piano di Roma le aree da acquisire per compensazione gratuita frutteranno ben 5.300 ettari per usi pubblici e in particolare 3.200 ettari di verde pubblico. Per ogni stanza che sarà costruita, le compensazioni gratuite assicurano circa 100 metri quadrati di servizi e verde, cioè cinque volte di più dello standard obbligatorio per legge. E il meccanismo del piano offre l’assoluta garanzia che gli edifici privati saranno costruiti solo se sarà fornita gratuitamente l’area per verde e servizi pubblici.

Nel piano non c’è, però, alcun rifiuto ideologico dello strumento espropriativo. Saranno espropriati i servizi della Città Storica, dove non si è ritenuta opportuna la compensazione, come avverrà in parte nei programmi di recupero urbano e perfino in alcuni casi negli interventi delle Nuove Centralità direzionali. Il grosso degli espropri che saranno effettuati a Roma riguarda, comunque, i comprensori del vecchio Sistema Direzionale Orientale che sono stati confermati e le aree per l’Edilizia Economica e Popolare. Complessivamente si tratta di circa 860 ettari; e sarà dura, sapendo i prezzi che si stanno pagando per i terreni dello SDO.

Si è, dunque, scartata l’idea di confermare il vincolo espropriativo sui 7.000 ettari destinati nel 1962 a verde e servizi; ma per una parte di questi, oltre 2.100 ettari, si è proposto un doppio regime, espropriativo-compensativo. Si è cioè proposta una edificazione alternativa privata a bassissima densità, contro la cessione gratuita per uso pubblico dell’80% dell’area, pari a poco più di 1.700 ettari. L’edificazione concentrata sul 20% dell’area sarà utilizzata per servizi privati dei settori assistenziale, sanitario, educativo, culturale e associativo. E in cambio di 430 ettari di servizi privati, si otterranno in cessione gratuita oltre 1.700 ettari di aree per verde e servizi pubblici: una superficie pari ad 1/10 del Comune di Milano.

Con queste acquisizioni in larga prevalenza compensative e gratuite, la dotazione media comunale per vede e servizi pubblici supera i 33 metri quadri per abitante. Questo parametro medio ha spinto alcuni critici superficiali a suggerire di ridurre lo standard delle destinazioni pubbliche, credendo di poter parallelamente ridurre le destinazioni private del piano. Per la verità se lo standard medio comunale è buono, quello medio di alcuni municipi è ancor più elevato. Il fatto è che i critici superficiali spesso dimenticano le dimensioni del Comune di Roma; dove due municipi sono più grandi del Comune di Milano e talvolta la distanza fra un capo e l’altro di un municipio arriva a 15 chilometri. Succede allora, che in un municipio a standard medio elevato, gli alti standard offerti dalle edificazioni non cancellate ad una estremità nascondano standard troppo bassi dei tessuti esistenti privi di servizi pubblici alla estremità opposta; e che la soddisfazione di queste carenze può essere affrontata soltanto con le compensazioni gratuite ricavate, in cambio della modesta edificazione a servizi privati, dalle aree destinate al cosiddetto doppio regime. Formula che rappresenta un evidente eufemismo: perché l’alternativa alla cessione compensativa di queste aree è l’esproprio al costo di circa 600 miliardi di vecchie lire, pari a 300 milioni di euro.

Le critiche superficiali trascurano anche l’elevatissima quota di verde pubblico o privato realizzata con queste operazioni, all’interno delle quali la percentuale di terreno piantumato e permeabile va dai 2/3 ai 3/4. Ed è strano che spesso queste obiezioni siano motivate da intenti ambientali: che finiscono così per chiedere la riduzione delle destinazioni a verde pubblico, o l’eliminazione di aree piantumate e permeabili pur di perseguire l’obiettivo ideologico nichilista di cancellare qualunque trasformazione dello statu quo, anche se propone una rilevante qualità urbanistica e ambientale. Il disegno concretamente realizzabile messo a punto per il piano di Roma permetterà, invece, di porre ogni iniziativa immobiliare futura al servizio di una qualificazione in profondità dei tessuti edilizi cresciuti senza attrezzature né forma urbana nella grande periferia romana, che saranno ricomposti spesso utilizzando proprio le aree per verde e servizi acquisite gratuitamente con il meccanismo compensativo.

Una strategia possibile contro la rendita fondiaria

Forse il più clamoroso errore del vecchio piano di Roma – che pure nel 1962 fu accettato positivamente dalla cultura italiana – è costituito dalla enorme ipoteca che la rendita fondiaria urbana poneva con quel piano sul futuro della città. Allora il dimensionamento non fu neppure calcolato con precisione: a conti fatti ci si è accorti che, a 2 milioni di stanze disponibili allora per i 2 milioni di abitanti esistenti, le previsioni consentivano di aggiungere altri 3 milioni di stanze. Bisogna riconoscere che la cultura urbanistica non raccolse le battaglie politiche condotte da Aldo Natoli nel Consiglio comunale di Roma contro la rendita urbana; e nel corso degli anni e dei decenni successivi il sovradimensionamento delle previsioni edilizie del piano vigente non ha ricevuto particolari attenzioni da parte della cultura urbanistica e ambientalista.

Soltanto all’inizio degli anni 90 la questione del dimensionamento edilizio è venuta alla luce, per diventare esplicitamente uno dei nodi fondamentali da affrontare. A quel punto però le condizioni giuridiche per risolvere il problema erano molto pregiudicate. Perché, se sentenze e leggi avevano fortemente penalizzato le destinazioni pubbliche (i vincoli) dei piani urbanistici, nessuno aveva messo in discussione le destinazioni private; e mentre le destinazioni pubbliche avevano ormai una validità perfino inferiore a quella del piano (5 anni invece di 10, decisione francamente stravagante, che obbliga a realizzare le previsioni pubbliche nella metà del periodo previsto per il piano), le previsioni private continuano ad avere validità a tempo indefinito. E nessuno degli attuali nichilisti previsionali ha mai affrontato in termini giuridici, culturali e politici il problema di come mettere in discussione le previsioni edificatorie private del piano di Roma e di una buona parte dei piani italiani.

Così la pesante eredità urbanistica ricevuta dalla nuova amministrazione di centro-sinistra che si era impegnata a dare a Roma un nuovo piano, fu un residuo di destinazioni pubbliche non acquisite e scadute per 7000 ettari; e insieme un residuo di destinazioni private non realizzate, ma sempre vigenti, per 1 milione di stanze. Fintanto che una legge non consentirà di porre una scadenza temporale ai diritti di edificazione privata riconosciuti dai piani, questi diritti possono essere cancellati soltanto espropriandoli; un piano urbanistico che basasse la sua strategia sulla pura e semplice cancellazione dei diritti privati residui, sarebbe impugnato e bloccato agevolmente dai ricorsi alla Magistratura di ogni ordine e grado, a cominciare dalla Corte Costituzionale.

Le interpretazioni giuridiche ripetute anche dalla Corte Costituzionale, attribuiscono ad un solo tipo di vincolo la possibilità di cancellare il diritto di edificazione esistente: il vincolo ambientale, imposto sia da un Piano Paesistico, sia dalla istituzione di un Parco Naturale con legge nazionale o regionale. E a Roma si è deciso di sfruttare proprio questa possibilità offerta dalla giurisprudenza, spingendo la Regione Lazio e collaborando con questa per la adozione dei parchi regionali estesi nel Comune di Roma su molte aree residue edificabili, anche se caratterizzate da alti valori ambientali. In sostanza è con questo accorgimento principale che il piano di Roma ha potuto cancellare il 50% delle previsioni edificabili residue, pari a circa 60 milioni di metri cubi; vale la pena di ricordare che alla cancellazione ha contribuito l’eliminazione della edificabilità residenziale in zona agricola, resa possibile dalla scelta di destinare esclusivamente agli usi produttivi e ambientali il territorio dell’Agro Romano.

Una dimensione equilibrata per il piano

Questa riduzione indubbiamente assai drastica, è per altro il massimo risultato ottenibile con gli strumenti giuridici esistenti. Sul residuo edificabile che non si è mai riusciti a cancellare, si è operato in tre direzioni: favorendo in larga misura gli interventi di riqualificazione dei tessuti esistenti rispetto a quelli nuovi; destinando una percentuale assai consistente alle destinazioni terziarie rispetto a quelle residenziali; e infine trasferendo con appositi meccanismi regolati, la quota peggio ubicata del residuo in aree servite dal trasporto su ferro. Proprio perché la maggior parte del residuo non cancellato era stata già selezionata fra quelle servite dal trasporto su ferro.

I nuovi interventi del piano regolatore sono quelli indicati come tessuti della Città da Ristrutturare e della Città della Trasformazione; i primi sono sempre relativi ad aree già edificate, in modo disordinato e assai incompleto, spesso abusive, che vanno riqualificate completandone il tessuto slabbrato e introducendo inoltre servizi pubblici e privati; ma anche fra i secondi, negli ambiti a pianificazione già definita, sono frequenti i tessuti nati abusivamente da recuperare. Così sul totale dei nuovi interventi previsti dal piano, il 60% della superficie riguarda i tessuti esistenti da recuperare e il 40% i tessuti da realizzare ex-novo. Mentre la quota di edificabilità attribuita al terziario sfiora il 40% del totale e raggiunge il 45% con le destinazioni flessibili, praticamente dimezzando il residuo di edificabilità non cancellato. Il piano formula inoltre la proposta innovativa di trasferire intorno alle stazioni del ferro, la quota del residuo di edificabilità mal localizzata dal punto di vista urbanistico e ambientale; e ciò si realizza aumentando dell’8% l’edificabilità residua.

Il dimensionamento complessivo è, comunque, pari a 500.000 stanze equivalenti – fra residenziali, non residenziali e flessibili -, alle quali si aggiungono circa 40.000 stanze equivalenti degli ambiti di riserva per i trasferimenti volumetrici. E il dimensionamento residenziale, che sembra il principale nodo polemico del piano arriva, calcolando anche gli ambiti di riserva, a 300.000 stanze di abitazione. Queste previsioni, confrontate con lo stock edilizio del comune di Roma che è di 4.700.000 stanze, rappresentano un incremento pari al 6%: una quota di crescita fra le più basse in assoluto mai registrate dal piano regolatore in Italia.

Come è possibile considerare il piano sopradimensionato? Si tratta di una previsione da distribuire nell’arco di 10-15 anni, sperando che entro 15 anni il Comune di Roma sia in grado di darsi un altro piano. Dunque una produzione abitativa di 30.000, o piuttosto di 20.000 stanze di abitazione all’anno, potrebbe realmente danneggiare la Capitale? Gli operatori immobiliari parlano, comprensibilmente, di offerta troppo bassa; la domanda è naturalmente anch’essa più alta, ma non è detto che sia domanda solvibile. Il problema non è, quindi, quello di una “crescita zero” per Roma: il vero problema è quello di una crescita di elevata qualità urbanistica e ambientale – e questo il piano lo garantisce – e insieme quello di una politica pubblica e privata per la casa, che realizzi una riduzione dei costi delle abitazioni, in affitto come in proprietà. Ma quest’ultimo non è un obiettivo realizzabile con un qualsivoglia piano regolatore; né un piano che adotti la strategia della crescita zero, sarebbe in grado di influenzare in alcun modo i prezzi del mercato, che essendo un mercato oligopolistico non è in alcun modo proporzionale alla quantità dell’offerta. Senza dimenticare che queste previsioni hanno già dato, o daranno in cambio, una superficie per verde e servizi di oltre 11.000 ettari, che è pari ai 2/3 dell’intero territorio comunale di Milano.

Dallo SDO ai Nuovi Municipi

Il Sistema Direzionale Orientale nacque con il piano del 1962 allo scopo di realizzare la grande intuizione di Luigi Piccinato, che mirava a decongestionare il centro di Roma e a qualificare la periferia orientale con il decentramento terziario. Purtroppo, aver affidato l’operazione al trasporto su gomma e non a quello su ferro, non ha permesso di realizzare quella intuizione; inoltre l’iniziativa partì concretamente soltanto 25 anni dopo l’adozione del piano, quando le aree dello SDO che distavano 4 o 5 chilometri da Piazza Colonna erano già diventate semicentrali, invece di essere collocate nel cuore delle periferie programmate o abusive nate ai margini del Grande Raccordo Anulare e ben oltre questo. Il nuovo piano raccoglie allora la grande suggestione piccinatiana del decentramento terziario, ma la applica in modo radicalmente diverso. Anche perché nel frattempo ha preso forza la nuova strategia del decentramento istituzionale, che tende a trasformare le Circoscrizioni romane nei Nuovi Municipi, perché la popolazione di questi oscilla da quella di Padova a quella di Pavia.

Il piano, quindi, tende a rafforzare l’identità urbana dei Municipi, moltiplicando in periferia i fattori di centralità usati, anche morfologicamente, per creare numerose alternative decentrate alla monocentralità della zona storica, alla quale fino ad oggi si è aggiunta soltanto l’EUR. L’operazione è, dunque, quella di stimolare la crescita di 19 Nuove Centralità, che avranno un ruolo decisivo per trasformare le vecchie Circoscrizioni nei Nuovi Municipi. E già nella prima fase di programmazione anticipata del piano, è stato definito il disegno urbanistico di 8 fra queste centralità “urbane e metropolitane”, dalla Bufalotta al nord, a Tor Vergata al sud, mentre 11 restano ancora da programmare, da Collatino-Togliatti ad est, a Massimina ad ovest. Le sole due Centralità poste ancora in posizione non periferica sono Pietralata (che riutilizza le aree dello SDO già in corso di attuazione) ed Ostiense, che godono di un eccezionale accesso al ferro ed hanno un ruolo decisivo per la riqualificazione di due settori strategici della città.

Le previsioni insediative delle Nuove Centralità, contribuiscono fra terziario e residenza, ad 1/4 della dimensione complessiva; di queste previsioni, insieme ad una larghissima prevalenza di terziario, si è voluto mantenere nelle Nuove Centralità un 16% di previsioni residenziali, considerate la quota minima per evitare la rigida monofunzionalità degli insediamenti. E a fronte di queste modeste previsioni abitative, che le ingiustificate preoccupazioni sul sovradimensionamento insediativo vorrebbero cancellare, si ricorda il rischio che la monofunzionalità potrebbe produrre su questi interventi; cancellando la residenza, diventerebbero tessuti privi di vita una volta cessato l’orario di lavoro, facile preda del degrado sociale e dell’insicurezza.

Per quanto è stato possibile il piano ha, comunque, ricercato la più stretta integrazione fra i vecchi tessuti periferici disordinati e gli interventi che vi introdurranno nuove funzioni e una vitalità oggi sconosciuta. In ogni caso non si deve mai dimenticare l’ampiezza del comune di Roma, che giustifica e rende necessaria una operazione così decisa e originale. Se confrontate con Milano, le posizioni indicate a Roma per far nascere le Nuove Centralità, corrispondono a quelle di Monza, Abbiategrasso o Legnano. E all’operazione darà forza determinante, aver strettamente collegato alla rete del ferro comunale e metropolitana i nuovi insediamenti; che nasceranno così, non come luoghi direzionali isolati, ma come una rete di terziario nella quale ogni nodo aumenterà la forza di tutti gli altri. Una operazione ambiziosa, indubbiamente, ma basata assai più sulla qualità che sulla quantità. A fronte dei 32 miliardi di metri cubi previsti dai 5 comprensori del vecchio SDO semicentrale, abbiamo oggi appena 16 milioni di metri cubi, distribuiti fra 17 Nuove Centralità fortemente periferiche, oltre alle 2 semicentrali la cui localizzazione necessaria non smentisce però il disegno complessivo.

Dal Centro Storico alla Città Storica

Il ritardato sviluppo industriale italiano, insieme al pesante prezzo negativo economico e sociale pagato dal Paese, ha però offerto alle città una condizione assai rara in Europa; salvandone sostanzialmente l’integrità dei preziosi centri storici, altrove prevalentemente distrutti. E’ certamente questa condizione originale che ha maturato in Italia prima che in altre nazioni europee, la cultura dei centri storici; producendo anche negli anni 60 il primo modello di salvaguardia – quello bolognese – poi diffuso in Italia e in Europa. Le condizioni di partenza hanno spinto il modello bolognese a ricercare i valori della storicità in un periodo che termina appunto con la rivoluzione industriale; e in Italia questo approccio culturale alla storicità si è anche sovrapposto a quello razionalista che considerava gli interventi urbani dell’Ottocento e del primo Novecento come ideologicamente negativi e possibilmente da distruggere. E’ questo l’approccio corbusieriano del Plan Voisin per Parigi che, come Haussmann aveva cancellato la città medievale e rinascimentale, progettò di cancellare la città haussmanniana dell’800, sostituendola con anacronistici grattacieli razionalisti in mezzo al verde.

Una delle innovazioni disciplinari che caratterizzano l’urbanistica del nuovo piano per Roma, è allora quella che fa finalmente i conti con i valori storici nelle città italiane e supera il blocco ideologico che li faceva fermare alla breccia di Porta Pia. Tra l’altro utilizzando fino in fondo le analisi propedeutiche di Muratori e Caniggia sulle tipologie, che il piano bolognese sfrutta per le sole tipologie edilizie, mentre a Roma il percorso culturale avanza verso il pieno utilizzo delle tipologie urbanistiche. Il piano di Roma suggerisce, dunque, l’innovazione disciplinare del passaggio dal Centro Storico, che ha per facili confini territoriali la rivoluzione industriale, alla Città Storica, che non ha più confini temporali e si impegna, dunque, nella difficile ricerca dei valori storici da individuare fino ai giorni nostri.

Così al Centro Storico, tutto compreso all’interno delle Mura (1.500 ettari) anche se manomesso dall’Ottocento fino agli anni 50, il piano sostituisce la Città Storica, che interessa i tessuti dell’Ottocento e del primo Novecento, ma i cui valori arrivano a coinvolgere tessuti più recenti dell’ultimo Novecento e riguardano un’area di circa 6.500 ettari. Si comprende allora come, dall’uso delle tipologie edilizie quale unica matrice delle regole di salvaguardia nel Centro Storico, rigidamente disciplinato edificio per edificio, il nuovo piano di Roma estenda alle tipologie urbanistiche la matrice delle regole di salvaguardia per la Città Storica; con un meccanismo che modella la conservazione dei valori storici da conservare, passando dai tessuti medievali da curare fin nel particolare edilizio, ai tessuti dell’Ottocento e del Novecento, nei quali la conservazione interessa prevalentemente aspetti urbanistici.

E all’analisi statica, elaborata cioè una volta per tutte al fine di identificare le regole necessarie per il Centro Storico, si sostituisce una analisi dinamica, aperta ad ogni nuovo contributo conoscitivo futuro, indispensabile per arricchire nel tempo le regole fin da oggi indicate per i diversi tessuti della Città Storica. Piuttosto che ripetere a Roma un modello statico analisi conoscitiva-sintesi pianificatoria come quello bolognese, si è allora scelto un modello dinamico, che anche per i tessuti più antichi non rinuncia a profittare delle future conoscenze per condizionare i futuri interventi. Una concezione dinamica che, dopo aver individuato i tessuti della Città Storica, aggiunge con la Carta della Qualità, le conoscenze già disponibili per le preesistenze isolate storico-archeologiche di tutto il territorio comunale, allo scopo di condizionare qualunque intervento alla salvaguardia dei valori storici localmente riconosciuti.

Un’altra innovazione disciplinare è quella che ha spinto a individuare cinque grandi ambiti di programmazione strategica, che investono prevalentemente la Città Storica: il Tevere e l’Aniene, le Mura, il Parco archeologico monumentale, l’asse virtuale Flaminio Fori Eur e la Cintura Ferroviaria. Si tratta di grandi segni della forma urbana, sui quali il piano pone l’attenzione per l’importanza degli interventi di conservazione che richiedono, ma anche per le grandi occasioni che offrono. Non è sembrato assolutamente lecito che il piano proponesse per questi ambiti una qualunque, esplicita proposta di trasformazione urbanistica. Che nel quadro della pianificazione processuale già iniziata, potrà maturare per gradi, anche in funzione delle occasioni che la città realizzerà al contorno; a cominciare dall’aumento della mobilità su ferro, che potrà ridurre lo stato di necessità di alcune strade, permettendone un uso meno subalterno al traffico di quello attuale. Un approccio complessivamente nuovo, di alto valore scientifico, con cui i valori storici di importanza decisiva per Roma sono stati affrontati, colmando un vuoto culturale che a Roma durava da troppo tempo e che offre preziosi avanzamenti alla disciplina, validi per tutto il Paese.

Adottare il piano per Roma

Il piano è pronto per l’adozione in Consiglio Comunale, anzi l’iter di adozione è già cominciato, in Giunta, nei Municipi, nelle Commissioni. Le dimissioni anticipate del Sindaco Rutelli, candidato premier per l’Ulivo alle elezioni politiche del 2001, avevano interrotto un iter iniziato due anni fa, che altrimenti avrebbe potuto già essere concluso. La nuova Amministrazione Veltroni ha fatto propria pienamente l’eredità, confermando l'impegno di dare a Roma il nuovo piano; e ha profittato delle circostanze per affinare e perfezionare un progetto che, comunque, nelle sue linee essenziali non è certamente cambiato. Il maggior tempo disponibile, se ha permesso a molti nella società civile e politica, come negli ambienti culturali, di maturare una maggiore consapevolezza del piano, ha anche provocato le ultime polemiche, il più delle volte basate sulla cattiva informazione, ormai difficile da comprendere.

L’obiettivo che il sindaco Veltroni si è dato, di ottenere il voto del Consiglio Comunale entro il 2002, resta probabilmente valido, anche dopo la decisione dalla Regione Lazio di prorogare per dodici mesi il quadro legislativo che fa da sfondo al piano. Non so se tale proroga sarà utilizzata o meno dalle forze politiche presenti in Consiglio; ma se dei dodici mesi sarà utilizzato un breve periodo, non credo ci sia molto da preoccuparsi. Altro sarebbe se i tempi di adozione dovessero slittare ampiamente nel tempo; perché ciò aprirebbe un interrogativo preoccupante sulla reale possibilità di arrivare all’adozione in Consiglio Comunale. Nel quale caso ogni parte politica si prenderà la propria responsabilità.

Ciò che indubbiamente oggi può preoccupare, è la possibilità che la proroga offra l’occasione a forze politiche e ad ambienti culturali, per riaprire la vertenza del Nuovo Piano Regolatore di Roma. Per quanto riguarda quegli ambienti culturali che non hanno mai risparmiato all’operazione urbanistica romana, gli strali più acerbi e il più delle volte oggettivamente ingiustificati, questo è il momento per dimostrare che la polemica era frutto di passione intellettuale e mirava soltanto a migliorare lo strumento urbanistico.

Nessuno può illudersi che il progetto di piano attualmente in corso di adozione non sia ancor oggi perfezionabile; ma la sua redazione con il metodo processuale ha costruito questo progetto passo a passo, sottoponendo ogni fase al vaglio del Consiglio Comunale. E anche se non sempre ciò viene ricordato, ogni tessera del mosaico non è fine a se stessa, ma al contrario rappresenta una parte essenziale della strategia generale; e cambiando quella tessera è l'intera strategia che viene messa in discussione. Ad esempio, eliminando unilateralmente una delle previsioni non cancellate, ma trasformate, non è solo questa scelta che rischia di essere impugnata di fronte alla Magistratura; è l'intero meccanismo selettivo che rischia di saltare giuridicamente, perché questo meccanismo si basa su un trattamento uguale per tutti i soggetti che si trovano nelle stesse condizioni.

Così come è stata ricordata l'impossibilità di ridurre lo standard medio delle dotazioni di verde e servizi, al solo scopo di produrre una modesta riduzione delle non certo alte previsioni residenziali; perché per farlo bisognerebbe ridurre la quota delle cessioni compensative di aree gratuite prevista per tutto il piano, senza poter ridurre l'edificabilità - e perché mai, allora, rinunciare a centinaia o migliaia di ettari gratuiti ? - oppure privare molte zone periferiche carenti di verde e servizi delle dotazioni pubbliche previste per tutte le zone della città. Come mai c'è ancora qualche romano che non conosce l'apologo di Trilussa sul mezzo pollo della media fasulla ?

Bisogna, allora, riconoscere che l’operazione culturale del piano di Roma costituisce l’impegno più ragguardevole messo a punto in questi anni nel campo della disciplina urbanistica. E che, dunque, è giusto e necessario adottarlo. Per l’enorme ritardo che sta alle spalle del nuovo piano, per l’eccezionale dimensione fisica e problematica che il piano ha affrontato, per l’originalità delle numerose innovazioni che il piano presenta, per il valore emblematico culturale e politico che può avere oggi il piano regolatore di Roma. E perché questo, certamente più di altri piani italiani di oggi, si presenta come un piano riformista, senza aggettivi, ma carico di concreta progettualità innovativa. Mi auguro che l'Amministrazione Comunale condivida queste valutazioni e con un atto storico adotti quanto prima il nuovo piano regolatore di Roma.

1. Con Paolo Berdini ho condiviso un’indimenticabile stagione di impegno politico, nel Pci prima, poi nel Pds, negli anni che vanno dalla primavera del 1985, quando fu sconfitta l’amministrazione di sinistra in Campidoglio, all’autunno del 1993, quando Francesco Rutelli fu eletto sindaco per la prima volta. La politica per noi coincideva con l’urbanistica. Non solo per noi. Da sempre, da Porta Pia in seguito, a Roma la politica è la politica urbanistica. Lo dimostra il fatto che in nessun’altra città ; come a Roma è stata prodotta tal e tanta letteratura in materia di urbanistica, soprattutto nel secondo dopoguerra.

In quegli otto anni fiorirono discussioni appassionate e senza fine, nel comitato federale, nella commissione urbanistica, nelle sezioni del Pci, nelle associazioni, nei circoli, nelle università, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nelle piazze, nelle manifestazioni, nelle feste dell’ Unità , nelle assemblee elettive. Il primo tema che affrontammo – in una discussione aspra, dura, senza complimenti – aveva riguardato una fondamentale questione di metodo e di sostanza, e cioè la necessità di restituire alla pianificazione urbanistica il ruolo di strumento irrinunciabile per il governo della città. Avevamo assunto una posizione critica verso la giunta di sinistra e verso chi aveva amministrato l’urbanistica romana dal 1976 al 1985, soprattutto per non aver messo mano a un nuovo piano regolatore, al posto di quello decrepito e pericoloso del 1962.

Capofila del nostro gruppo era Walter Tocci. Con Goffredo Bettini e altri dirigenti del Pci guidava il rinnovamento del partito dopo la sconfitta del 1985. Di quel percorso furono tappe importanti i convegni “Roma da slegare”, “Le città della metropoli”, il dossier dal titolo Chi comanda a Roma e tante altre iniziative. Cominciammo con Tocci a delineare i contenuti e la forma del nuovo piano regolatore e delle cose da fare per mettere ordine nell’urbanistica di Roma. Italia ’90, Roma capitale, lo Sdo, il vecchio e il nuovo abusivismo, il secondo Peep, l’autoporto di Ponte Galeria, il ministero della Sanità alla Magliana: sono solo alcuni dei temi allora trattati. Con modestissime risorse riuscimmo a produrre documenti e materiali di analisi e di proposta, alcuni a stampa. Lo Sdo e l’urbanistica romana , del 1989, mi sembra che sia il primo testo in cui la nostra impostazione è esposta in modo compiuto e convincente. Chiedevamo che si mettesse mano, contemporaneamente, a tre diversi piani urbanistici: una variante di salvaguardia, per confermare gli interventi già decisi e sospendere le altre previsioni del Prg allora (e oggi) vigente; il piano dell’area metropolitana di Roma, per definire le scelte strategiche a scala provinciale; il nuovo piano di Roma. La variante di salvaguardia, se ricordo bene, è stata inventata allora. Quello stesso fascicolo trattava del verde pubblico, della mobilità – proponendo, tra l’altro, un tracciato per la linea D – e dello Sdo, temi ripresi e approfonditi in altre elaborazioni.

Ai nostri dibattiti partecipava il meglio della cultura cittadina, cito per tutti Antonio Cederna, che decise di fare politica in prima persona, come deputato della sinistra indipendente e come consigliere comunale. La sua proposta di legge per Roma capitale raccoglie la parte essenziale del lavoro condotto insieme in quel periodo, soprattutto riguardo allo Sdo e al grande parco archeologico dei Fori e dell’Appia Antica. Per lo Sdo Cederna propone la soluzione che avevamo definito “a saldo zero”: i ministeri trasferiti nello Sdo non devono in alcun modo essere sostituiti da funzioni che comportino un analogo carico urbanistico. “ L’obiettivo di formare vuoti urbani attrezzati, parchi verdi e archeologici, ampie zone pedonali, eccetera, richiede la demolizione di alcuni degli edifici ex ministeriali, operazione essenziale, tra l’altro, per la più corretta valorizzazione di alcune aree di interesse archeologico oltre che opportuna per motivi di qualità urbanistica dell’ intervento”. Inoltre, secondo Cederna, lo spostamento dei ministeri non deve essere limitato a uffici secondari: “verrebbero immediatamente meno non solo l’obiettivo della riqualificazione della periferia orientale, ma gli stessi più generali obiettivi della riqualificazione del centro storico”. La difesa del centro storico si può ottenere solo se si dota la città di altri luoghi destinati a ospitare funzioni di prestigio. Cederna assume insomma, compiutamente, la filosofia dello Sdo com’era stata originariamente pensata da Luigi Piccinato: il trasferimento dal centro di alcune delle più importanti funzioni come idea forza dell’urbanistica romana, presupposto e condizione per costruire la città moderna.

Quanto all’area centrale, secondo Cederna, la valorizzazione delle antichità romane non può essere garantita solo dall’opera di restauro, manutenzione e consolidamento: è necessario intervenire sul piano urbanistico. Il parco Fori Imperiali-Foro Romano arricchirà Roma e i romani di un “incomparabile spazio per la cultura, la contemplazione, il riposo”. Il parco archeologico centrale proseguirà extra moenia nel grande parco dell’Appia Antica. Ma soprattutto, “coll’ eliminazione dello stradone che negli anni Trenta ha spianato un intero quartiere e con la creazione del parco centrale si sancisce l’ incompatibilità del traffico con il centro storico e con la salute dei monumenti”.

2. Paolo Berdini racconta come e perché non resta nulla degli obiettivi e della strategia fin qui descritti. Il libro di Berdini si colloca nella scia di Roma moderna . Insolera si occupa di un secolo di urbanistica romana, dall’unità d’Italia alla metà degli anni Settanta. Berdini tratta solo degli ultimi sei anni, ma uguale è la passione civile e il rigore della documentazione 1 . Per quanto mi riguarda, mi limito a riprendere soltanto tre temi, che però mi sembra che siano quelli decisivi per il futuro di Roma: l’ assetto della direzionalità o, se volete, dopo lo Sdo; il progetto Fori, a vent’anni dall’elezione a sindaco di Luigi Petroselli, che fu l’artefice e il fondatore di quel progetto; e, infine, il problema, che pare senza fine, del nuovo piano regolatore.

Lo Sdo è accantonato, in parte ridotto a un’appendice delle operazioni immobiliari Fs. Il documento del Dipartimento politiche del territorio, “Verso il nuovo piano regolatore di Roma”, del maggio 1998, conferma “la cancellazione dell’asse attrezzato quale nervatura di un decentramento funzionale e strutturale ancora troppo a ridosso del centro urbano”. Ma sullo stesso documento, due pagine prima, a proposito dei nodi di interscambio, si legge che “le aree ferroviarie e comunque le aree di diretta pertinenza di tali nodi diventano aree privilegiate dove collocare servizi qualificati, direzionalità, funzioni dotate di forte attrazione e di elevato standard funzionale e di immagine”. E’ appena il caso di ricordare che le aree ferroviarie utilizzabili sono tutte più centrali dello Sdo.

L’operazione Fori invece procede, e si deve dar atto all’ amministrazione Rutelli di averci rimesso mano dopo tre lustri di abbandono, e di aver ripetuto l’esperienza delle domeniche pedonali. Ma questa è solo una parte del progetto Fori, che aveva la sua ragione, urbanistica , prima ancora che archeologica, nell’incompatibilità fra le automobili e gli antichi monumenti. O le une o gli altri. Il sindaco Rutelli e la sua giunta non hanno mai fatto i conti, veramente, con la questione delle automobili. E alla fine delle automobili sono diventati sudditi. Non è vero che l’eliminazione della via dei Fori Imperiali determinerebbe insostenibili problemi di traffico. E’ vero il contrario. L’ esperienza fatta a Napoli con la pedonalizzazione di piazza del Plebiscito, e poi di via Toledo, dimostra che può essere abbondantemente ridotta la congestione nei centri storici. Il traffico di via dei Fori finisce tutto nel marasma di piazza Venezia, uno dei luoghi più inquinati d’Europa, dove cerca di fare del suo meglio l’ultimo vigile urbano che regola il traffico a mano. L’irrisolta questione delle automobili ha determinato anche il disastro del sottopasso di Castel Sant’Angelo e del parcheggio sotto il Gianicolo, che Berdini efficacemente ricorda. Ci si aspettava che, in occasione di un evento epocale come il Grande Giubileo, Roma fornisse al mondo l’esempio del possibile uso pedonale delle città storiche nel terzo millennio. Ha dimostrato invece il contrario, e cioè che, sventrando e snaturando, si può andare in automobile dovunque, anche in piazza S. Pietro.

Ed eccoci al terzo, e fondamentale, tema, quello del nuovo piano regolatore generale. Siamo a sei anni e mezzo dall’elezione di Rutelli, e del nuovo piano – nonostante gli impegni ripetutamente e solennemente assunti, anch’essi ricordati da Berdini, a cominciare dal programma ufficiale della giunta del 1993 – esistono solo bozze e brandelli. Per quel poco che se ne sa il nuovo piano pare meglio di quel che si temeva: non sovra-dimensionato, non afflitto dalle ossessioni perequative dell’Inu. Avremo occasione di approfondirne la conoscenza e di discuterne nei prossimi mesi. Qui ora ci interessa il modo in cui si sta procedendo, a cominciare dalla questione dei tempi. Quand ’anche si arrivi all’adozione del piano, ci si arriverà allo spirare delle due amministrazioni Rutelli. Come dire che si chiudono i cancelli quando i buoi sono fuggiti. Oppure, se volete, che la politica di piano, le sue regole, il suo rigore, vanno bene per quelli che verranno dopo.

Non si può tacere un’altra considerazione relativa al messaggio che la capitale trasmette al resto d’Italia: fare un nuovo piano è un’impresa quasi disperata, forse è meglio rinunciare, come hanno deciso i sindaci di Milano e di Salerno.

3. Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, cui va riconosciuto il merito di un sorprendente miglioramento dell’ambiente urbano della sua città, in occasione della visita del presidente del consiglio, Massimo D’Alema ha dichiarato che si guarda bene dal mettere mano a un nuovo piano regolatore. Credo che anche a Roma siano in molti a pensarla così, ma non hanno la stessa franchezza del sindaco De Luca.

Ben più ambizioso è il comune di Milano che ha recentemente posto in discussione un documento titolato “ Ricostruire la grande Milano ”. La notizia l’ho letta su Ilsole-24 ore , che ha presentato il testo come “un vademecum per fare le varianti con l’accordo di programma”. “La giunta Albertini – ha scritto ancora il quotidiano della Confindustria – punta in modo netto sulla flessibilità, sulla deregulation e sulla contrattazione pubblico-privato come strumento prevalente per effettuare le trasformazioni urbane”. Percorso da un brivido ho cercato e letto il testo milanese. E’ il De profundis per l’urbanistica.

Luigi Scanoha scritto che “i primi quattro capitoli della prima parte del documento costituiscono indubbiamente una delle più cospicue elaborazioni prodotte in Italia al fine di contestare radicalmente la prassi e ancor più la cultura della pianificazione territoriale e urbanistica consolidata, negandone non specifiche forme e modalità applicative, ma gli stessi presupposti concettuali, con ciò aggredendo assunti la cui valenza è ben più ampia di quella attinente il governo del territorio. Non poche delle posizioni affermate mettono infatti in discussione, o francamente contestano, elementi informatori generali dell’ordinamento costituzionale e giuridico italiano. La più spettacolare di tali affermazioni – continua Scano – è senza dubbio quella per cui nel ‘continuo confronto tra ragioni’, al quale dovrebbe sostanzialmente ridursi l’attività di governo del territorio, ‘lo stato ha una voce autorevole, ma pur sempre una voce tra le voci’. Forse non siamo all’estinzione dello stato di leninista memoria, ma certo siamo a una delle più spinte concezioni di stato minimo mai avanzate dall’anarchismo reazionario, o liberismo libertario”.

A Milano è una tradizione evidentemente irriducibile quella di derogare dalle disposizioni degli strumenti urbanistici: negli anni Cinquanta si chiamava rito ambrosiano, ed era legittimato da mediocri giustificazioni formalistiche. Oggi nessuna ipocrisia fa velo alle intenzioni eversive. Mi limito a riportare qualche brano del documento. Nel paragrafo 18, sotto l’ amabile titolo “L’indebolimento del piano regolatore generale”, si legge che “la trasformazione normativa introdotta negli ultimi anni comporta da parte di ogni ente competente il riconoscimento che l’ esercizio del potere di pianificazione del territorio non esclude, anzi implica il coinvolgimento diretto dei soggetti privati nella fase progettuale delle scelte di pianificazione, e non limita l’accordo con gli stessi alla sola fase esecutiva o attuativa”. Dopo aver reso omaggio all’urbanistica contrattata, si conferma che i nuovi istituti introdotti dal legislatore negli anni Novanta (programmazione negoziata, intesa istituzionale, accordo di programma quadro, patto territoriale, contratto di programma e contratto di area) “costituiscono veri e propri strumenti di pianificazione finalizzati ad agevolare la trasformazione e la riconversione di ampie zone del territorio prescindendo dalle regole stabilite per tali zone dal piano regolatore generale. E questo nuovo assetto urbanistico non scaturisce da un atto autoritativo, ma da un accordo con i privati che confluisce nell’accordo di programma e costituisce lo strumento fondamentale per la realizzazione dell’intervento di trasformazione urbana”.

A proposito di accordi di programma e simili, è bene ricordare quanto ha scritto Edoardo Salzano nella sua comunicazione alla Conferenza nazionale sul paesaggio: “Ciò che accomuna la quasi totalità di questi piani anomali è che enfatizzano il circoscritto e trascurano il complessivo, celebrano il contingente e sacrificano il permanente, assumono come motore l’interesse particolare e subordinano ad esso l’interesse generale, scelgono il salotto discreto della contrattazione e disertano la piazza della valutazione corale. Abbandonando le metafore, caratteristica comune di (quasi) tutti gli strumenti di pianificazione anomali è quella di consentire a qualunque intervento promosso da attori privati di derogare alle regole comuni della pianificazione ordinaria. Di derogare cioè alle regole della coerenza (ossia della subordinazione del progetto al quadro complessivo determinato dal piano) e della trasparenza (ossia della pubblicità delle decisioni prima che divengano efficaci e della possibilità del contraddittorio con i cittadini)”. In effetti, le varianti urbanistiche autorizzate con il ricorso agli accordi di programma non sono soggette alle osservazioni dei cittadini, com’è previsto dalla legge urbanistica del 1942 per le procedure ordinarie, e gli stessi consigli comunali sono in larga misura spodestati. Con tanti saluti alla partecipazione e alla questione morale.

Tutto ciò non interessa il comune di Milano che assume un solo inconfutabile valore: la flessibilità. Ne lla prospettiva del modello flessibile si assume che “in sistemi urbani densi e ad alta infrastrutturazione non sia utile conferire un valore normativo alle previsioni di piano regolatore – ad esclusione di particolari salvaguardie –, ma che programmi e progetti di trasformazione urbana debbano essere decisi in attuazione delle strategie della Amministrazione e a seguito della valutazione dei risultati attesi”. “In altre parole, la realizzabilità di una strategia è provata nel momento in cui viene tradotta in progetti operativi. La redazione dei progetti serve per verificare se una strategia è concretamente realizzabile o, se non lo è, per individuare gli ostacoli a realizzarla, cioè se siano tali gli stessi criteri fissati dall’Amministrazione e/o vincoli determinati dal contesto”. Niente insomma è definito una volta per sempre. In estrema (ma non distorcente) sintesi: il pressoché unico compito assegnato alla pianificazione pubblica del territorio sembra quello di assicurare la (crescente) valorizzazione degli immobili, e la riduzione al minimo del rischio d’impresa per i proprietari e gli operatori immobiliari.

4. Il modello delineato dal comune di Milano merita una riflessione vasta e ben condotta, senza trascurare le questioni legate alla trasparenza. Finora non è successo nulla, non c’è stato scandalo. Non sono stati svegliati dal letargo quanti, in particolare nel mondo della politica e della cultura di sinistra, hanno dimenticato da qualche anno di occuparsi di urbanistica, non vedendo che in gran parte d’Italia città e campagne sono più di prima esposte a ogni insulto, grazie proprio a quegli strumenti micidiali, elencati prima, accordi di programma, eccetera, non a caso esaltati dal comune di Milano.

E’ impossibile avviare ora una discussione approfondita. Si può solo accennare allo scenario che tende a configurarsi a mano a mano che guadagna consensi il modello milanese. Bisogna in primo luogo considerare che l’affermazione dell’urbanistica contrattata è andata di pari passo con la diffusione degli strumenti di pianificazione specialistici e di settore: piani di bacino, piani paesistici, piani dei parchi, piani dei trasporti. In verità, per ora siamo solo alle buone intenzione, ma è innegabile che si tratta di una novità importante, grazie alla quale si potranno offrire alla collettività garanzie di tutela di diritti e di interessi vitali: la difesa del suolo, la qualità estetica e ambientale del territorio, il godimento della natura, migliori condizioni di mobilità. L’insieme delle pianificazioni specialistiche e di settore tende a coprire gran parte del territorio, in particolare gli spazi aperti. Che cosa resta fuori? Restano fuori soprattutto i luoghi destinati o da destinare a trasformazioni urbane. In buona sostanza, lo scenario si scompone in un diffuso sistema di vincoli e di tutele, mentre le aree più pregiate, quelle del business , della contrattazione, dei piccoli e grandi affari sono oggetto di decisioni al riparo da sguardi indiscreti. Si opera, insomma, con procedimenti discontinui che frammen tano e disarticolano lo spazio. Si sta rinunciando, in qualche città si è già rinunciato, all'idea razionale (e razionalista) del piano urbanistico comunale esteso a tutto il territorio, all' universitas del patrimonio territoriale.

Ma una città può fare a meno di discutere del suo futuro? E che cos’è un piano regolatore se non la discussione e la decisione sul futuro di una città? Nel dibattito sull’urbanistica di Roma dopo la sconfitta dell’amministrazione di sinistra del 1985 intervenne Italo Insolera con una memorabile intervista all’ Unità : “Quattordici anni dopo il piano regolatore i comunisti alla guida della città non rompono decisamente con il passato, non rivedono quel disegno, non lo riaggiustano secondo le ispirazioni che li avevano guidati nelle lotte precedenti. Non voglio dimenticare nulla, né la sparizione delle borgate, né le estati romane. Ricordo tutto e lo apprezzo […] Dico che mancò una filosofia complessiva del cambiamento, non si cambia nel profondo se si insiste nell’abbandono di ogni ideologia come ispiratrice dei fini e dei mezzi. E se qualcuno sostiene che la pianificazione non occorre, sono costretto a ricordargli che non occorre alle classi dirigenti, ma alle altre sì”. Credo sia questo il punto da cui è necessario ricominciare.

5. Torniamo al libro di Berdini dove, con rigorosa documentazione, si da conto dell’urbanistica romana degli ultimi anni. Si parla delle cose ben fatte, che non sono poche: la politica dei parchi e del verde, la nuova sistemazione di strade e piazze nel centro storico, e soprattutto la variante di salvaguardia che ha posto al riparo dai disegni speculativi ben 50 mila ettari in agro. Ma il libro dimostra soprattutto che Roma, negli ultimi anni, ha preceduto Milano nella pratica dell’urbanistica contrattata. Molti dei 52 milioni di metri cubi calcolati da Berdini sono stati autorizzati con il ricorso alle deroghe, mentre si continuava a promettere il nuovo piano regolatore generale: è questo il “pianificar facendo”?

Che succederà con il nuovo piano, si continuerà con gli strumenti derogatori? Il piano sarà ancora un paravento, al riparo del quale continuerà l’urbanistica contrattata, o si cambierà registro? Ci piacerebbe vedere l’urbanistica di Roma alternativa a quella di Milano. Un formidabile scontro politico e culturale. Ma la svolta dovrebbe essere autentica. E perché sia tale i protagonisti dell’urbanistica capitolina degli ultimi anni dovrebbero sapersi mettere in discussione, cominciando con il fare buon uso del libro di Berdini.

Un primo campo di verifica è la politica nazionale. L’urbanistica della sinistra a Roma, più ancora che quella dell’Emilia Romagna, ha rappresentato sempre il modello per le politiche e le proposte legislative nazionali (dagli standard, alla legge 167, al programma poliennale di attuazione, eccetera). Oggi non è così. Nessuno stimolo è venuto dall’urbanistica romana. Anzi, se si tiene conto dell’assetto generale dell’urbanistica romana (e milanese), se si tiene conto del “ ;pianificar facendo”, occorre riconoscere che il disegno di l egge – finalmente un buon disegno di legge – predisposto da Rita Lorenzetti, presidente della commissione Lavori pubblici della Camera dei deputati va in controtendenza rispetto alla prassi seguita a Roma (e teorizzata a Milano): esso infatti prevede fra i principi generali il divieto del ricorso a istituti derogatori. Un’esplicita e formale condivisione di quest’ obiettivo sarebbe un buon viatico per una svolta romana.

Un secondo campo di verifica riguarda l’autentica disponibilità al confronto e alla discussione. Prevale oggi l’attitudine alla propaganda. Né le istituzioni, né i partiti si sono misurati in confronti pubblici. Anche le cronache romane dei grandi quotidiani, Il Corriere della sera, Il Messaggero, la Repubblica , che in passato avevano sostenuto iniziative e posizioni critiche verso l’ ;urbanistica capitolina, sono scrupolosamente allineate sulle posizioni della giunta. La lettura del libro di Berdini può essere l’occasione per ricominciare.

Sul finire del mandato la Regione Lombardia ha regalato al territorio un bel pacchetto di nuove leggi.

Grazie ad esse i piani regolatori potranno essere modificati in base alle singole proposte dei proprietari. Gli standard urbanistici, e cioè le aree che devono essere destinate al verde, ai servizi e ai parcheggi, sia nelle previsioni a lungo termine che in quelle immediatamente operative sono stati dimezzati. Per avviare la costruzione di qualsiasi edificio non serve più l’approvazione del progetto: basta presentare una dichiarazione di inizio attività.

Non occorre essere specialisti per nutrire il timore che le pretese novità ci stiano invece ricacciando verso una situazione di arretratezza della pratica urbanistica da anni cinquanta, aggravata però dallo scenario attuale della crescita urbana smisurata, dell’emergenza ambientale e dell’incertezza del diritto.

Il Comune di Milano ha subito approfittato delle nuove leggi, elaborando il documento che avvia l’approvazione dei progetti privati in variante del piano regolatore, con l’obbiettivo dichiarato di alimentare il mercato immobiliare. Con il dimezzamento degli standard torna legittima, dentro gli angusti confini comunali una crescita urbana di svariate diecine di milioni di metri cubi: come costruire dentro Milano nuove città della taglia di Brescia.

Per sostenere la concentrazione il nuovo piano del traffico programma una serie di nuove superstrade e di nuovi supersvincoli in piena città: alla gronda nord tengono compagnia un nuovo asse di penetrazione lungo le ferrovie varesine, dalle autostrade al Monumentale, una galleria sotto il parco Sempione, un’altra a fianco dei Giardini e un’altra ancora lungo la darsena di Porta Ticinese, lo sbocco di viale Fulvio Testi sul viale della Liberazione, e il potenziamento di oltre venti incroci. Et cetera. Fluidificazione del traffico!

I danni ambientali di questi progetti, e l’aggressione al bene più prezioso, la salute, in una città dove la gran parte delle centraline rileva una qualità dell’aria fuori legge, allarmano i cittadini, che infatti stanno alzando sempre più la voce contro di essi.

E’ bene chiarire che, sotto il profilo tecnico, la fluidificazione del traffico costituisce, nel contesto dato, un obbiettivo negativo: sia perché, accrescendo la competitività dell’auto, sottrae utenza al trasporto pubblico, sia perché la maggior fluidità del traffico attuale servirà a far spazio a quello aggiuntivo prodotto dai nuovi insediamenti auspicati dalla Giunta. Più auto dunque nel nostro futuro!

Non meno gravi sono i danni che queste politiche provocano proprio sul terreno dello sviluppo economico, in nome del quale vengono proposte.

Raddoppiare la volumetria di un’area edificabile non produce reddito perché comporta che da qualche altra parte si costruirà per la metà, a causa delle dimensioni sostanzialmente rigide della domanda: sposta però l’utile da una immobiliare all’altra. Uno scenario di programmatica inesistenza di regole urbanistiche scatena la competizione tra imprenditori (non solo del settore edilizio, la storia insegna) sul terreno più sterile, quello della ricerca delle protezioni istituzionali, invece di indirizzarlo su quello dell’innovazione tecnica e della qualità del prodotto: un danno netto per l’economia.

Vecchi difetti, dunque, sotto la vernice della urbanistica postmoderna.

Quel che servirebbe dalle istituzioni è tutt’altro: scelte strategiche per rimediare al pauroso degrado ambientale, per selezionare le infrastrutture necessarie a modernizzare l’area, per introdurre un modello territoriale più razionale. Una istituzione milanese, la Provincia, ha tentato, un anno fa di svolgere questo ruolo, elaborando il proprio Piano territoriale.

Il Comune di Milano ha rifiutato di partecipare alla formazione del piano, trincerandosi dietro motivazioni giuridico - formali. Ora mi sembra risultino evidenti le ragioni vere della defezione.

Il documento del Comune, che significativamente si intitola “ Ricostruire la Grande Milano”, pretende di coprire lo stesso territorio che le leggi attribuiscono alle competenze della Provincia. E con scelte di merito molto distanti: concentrazione contro policentrismo, auto contro trasporto pubblico, più cemento contro più verde.

La nuova Provincia dovrà decidere se difendere il proprio ruolo istituzionale, o ritirarsi dietro le quinte, magari con il fragile ( e costoso) alibi di rincominciare a studiare tutto da capo. Lo sapremo presto: la cartina di tornasole sarà la scelta di continuare il processo di formazione del Piano, dando corso alla consultazione formale dei comuni sul progetto già fatto proprio dal Consiglio provinciale, o viceversa di troncarlo, con la prevedibile conseguenza di non riuscire a definire, anche nei prossimi quattro anni, il piano strategico che tutte le metropoli europee hanno già da molti decenni.

Giuseppe Boatti

(Professore di Progettazione urbanistica al Politecnico di Milano)

Non nascondo che raccontare dell'urbanistica bolognese è per me come raccontare di un grande maestro, quando di lui si cominciano a capire anche i lati più complessi e oscuri, le pieghe più critiche e i difetti profondi.

Così oggi, con la necessaria umiltà, racconto a voi il lato dell'urbanistica bolognese che non sta nell'immaginario collettivo, cioè non la "mitica" Bologna della tutela della collina, del Peep centro storico, delle periferie vivibili e ottimamente servite, dei piani urbanistici paradigmatici; oggi racconto invece cosa è successo a Bologna negli anni novanta, quando si è cominciato ad attuare il PRG '89, e quando, contestualmente, si è cominciato a derogarlo, fino a rendere la "città del mito urbanistico", oggettivamente, quotidianamente, critica sotto il profilo della vivibilità generale. So che qualcuno, alla fine, penserà che Bologna è ancora una città molto vivibile se la confrontiamo con altre realtà italiane: questo è vero, ma a me interessa registrare il recesso della cultura urbanistica e politica che qui si è verificato; capire e raccontare perché Bologna non produce più buone pratiche.

Ho pensato di intitolare il mio intervento "Bologna e la pianificazione dell'incertezza" per tre motivi:

1. perché lo strumento che nell'89 è stato varato, cioè la Variante Generale al PRG, è uno strumento che conteneva geneticamente l'incertezza, in particolare l'incertezza sulla dimensione fisica che la città avrebbe dovuto assumere nell'orizzonte degli anni di validità del Piano, cioè i suoi previsti "carichi urbanistici". Con ciò voglio dire che quel piano è nato con delle qualità indubbie nella versione adottata nell'86, ma alla sua approvazione - dopo tre anni - conteneva nelle norme e "nelle strategie" delle previsioni di crescita e un mix d'usi non definiti in maniera accettabile, e dunque oggettivamente non relazionati alle dinamiche sociali, demografiche ed economiche che in quegli anni di formazione del Piano già si cominciavano a presagire; per di più, quel Piano, non è riuscito a trovare nella sua attuazione la necessaria coerenza con la questione della mobilità dei cittadini e delle merci, immobilizzando di fatto, per oltre 10 anni, lo sviluppo delle tecnologie e delle reti di trasporto pubblico di massa;

2. la seconda ragione del titolo di questo mio intervento riguarda l'attività di edificazione che negli anni novanta si è svolta al di fuori del Piano Regolatore, a partire dai Programmi Integrati per arrivare a quelli di così detta Riqualificazione, fino al ricorso ordinario all'Accordo di Programma;

3. la terza ragione riguarda l'incertezza degli obiettivi dell'azione pubblica e politica in questi ultimi anni: il bilancio degli atti "urbanistici" conseguenti a questa incertezza evidenzia una chiara e pesante condizioni di crisi della città.

Capire queste tre incertezze, quella del Piano, quella del "non-Piano" e quella relativa ai loro effetti sulla città di oggi, credo sia utile a comprendere "dove va l'urbanistica" bolognese in questo difficile inizio secolo.

Bologna ieri e oggi

Bologna è una città che perde residenti ormai dal censimento del 1971: la popolazione a quel censimento era di 490.128 residenti, nel 1981 si riduce a 458.939, e oggi, secondo i dati provvisori del nuovo censimento i residenti sono meno di 370.000. Il numero di famiglie è passato da 171.233 del ’91 a 176.931 del censimento 2001 (2,33 individui/famiglia nel ’91 e 2,06 nel 2001).

Nell'intervallo intercensuario '71-'91 le abitazioni complessive aumentano da 173.222 unità a 190.154, ma quelle non abitate addirittura raddoppiano, passando da 10.637 del 1971 a 21.438 del 1991.

Nel frattempo, la sua vocazione terziaria e di città universitaria si consolida. Centomila studenti iscritti all'ateneo bolognese e un peso del tutto marginale degli addetti nell'industria, che rappresentano oggi meno del 16% degli addetti totali.

Ma la città si trasforma radicalmente anche sotto il profilo fisico: negli anni cinquanta la superficie urbanizzata del comune era di circa 1.400 ettari, negli anni ottanta aumenta fino a 3.800 ettari e oggi, nel duemila, la superficie urbanizzata di Bologna è di oltre 5.800 ettari: questo significa che in cinquant'anni il suolo urbano si è praticamente quadruplicato, e la sua incidenza sul suolo agricolo o "non urbano" (cioè la collina, le aste fluviali e i cunei periurbani) è passata dal 10% degli anni cinquanta a oltre il 40% di oggi. Ma questo significa anche che un cittadino bolognese solo vent'anni fa - negli anni '80 - aveva a disposizione circa 80 metri quadrati di suolo urbanizzato mentre oggi ne ha a disposizione oltre 150, cioè quasi il doppio.

Non c'è tempo di raccontare come queste quantità siano anche delle qualità, perché Bologna è cresciuta ma ha saputo farlo bene, almeno fino ad un certo periodo storico, almeno fino a quando è stato chiaro l'obiettivo pubblico delle trasformazioni. Qui m'interessa invece darvi la misura del problema, per dire che queste radicali trasformazioni hanno oggettivamente trasformato il ruolo della città, le sue relazioni interne ed esterne, hanno trasformato e dissolto i confini, al punto che oggi Bologna è un organismo assai più vasto e complesso di quel che i confini amministrativi racchiudono. Quei confini su cui negli anni ottanta si è costruita la Variante Generale al PRG.

1985-1989: due Piani, diversi obiettivi, una mutazione genetica

Il PRG che si forma nei primi anni ottanta viene discusso dal Consiglio Comunale nel 1984, ma l'iter viene sospeso per una "rottura" politica tra la componente Comunista e quella Socialista. Nella primavera dell'85 dalle elezioni amministrative si forma una nuova giunta, sostanzialmente monocolore, composta dal Partito Comunista, con l'appoggio esterno dei Socialdemocratici e dei Repubblicani. Nel luglio dell'anno successivo il Piano viene finalmente adottato, ma nell'autunno dello stesso anno la Giunta fu modificata, allargandosi alla compagine Socialista: negli anni che seguirono, dalle controdeduzioni all'approvazione, all'attuazione, il PRG appare drasticamente difforme, nei contenuti, nelle dimensioni e nelle strategie, dal Piano adottato nell'estate dell'86!

Esso, nella versione adottata, conteneva importanti innovazioni, ma soprattutto conteneva forti obiettivi d'interesse pubblico:

1. si proponeva la logica della trasformazione e della qualificazione degli insediamenti esistenti come scelta portante dell'intero progetto;

2. Bologna era considerata come un elemento non chiuso ma organico ad un sistema regionale, grazie anche alle esperienze del PUI e del PIC;

3. la nuova strumentazione tendeva a qualificare le periferie intermedie, tra il centro storico e le zone Peep degli anni '70;

4. si attribuiva alle Zone Integrate di Settore, cioè le grandi aree interstiziali tra la prima periferia e l'arco della tangenziale, il ruolo di spina dorsale dello sviluppo dei nuovi insediamenti residenziali e terziari, strutturando questo sviluppo attorno a un asse di trasporto pubblico di massa in sede propria. E' un queste zone che per la prima volta si potrà parlare di due temi che in futuro diverranno molto rinomati: la perequazione e la riqualificazione! (badate, entrambe all'interno di un solido processo di Piano);

5. si ribadiva la salvaguardia della collina, sulla base del piano approvato nell'82;

6. si ribadivano le scelte riguardanti la salvaguardia del centro storico, rafforzandole, individuando in esso il luogo principale per le funzioni di carattere pubblico, culturale e formativo;

7. si individuava la così detta "fascia boscata” al di sotto la tangenziale e al di sopra della ferrovia, come parte di un ecosistema urbano che faceva da cornice alla città, con le aste fluviali del Savena, del Reno e con la collina;

8. Infine, ma non ultimo, il dimensionamento del Piano, attestato su 6.500 nuovi alloggi circa, che oggi per altro risulta molto ragionevole, anche alla luce dell’aumento del numero di famiglie, pari a circa 5.700 unità, avvenuto nell’intervallo intercensuario ’91-2001.

Come ho già detto questo Piano non è quello che fu attuato a partire dal 1990. Nella fase immediatamente successiva all'adozione infatti gli equilibri politici, i rapporti di forza, si complicarono; vennero meno gli obiettivi di chi aveva pensato al piano quale strumento per il governo degli interessi pubblici. Il tutto con disastrose conseguenze:

1. si gonfiarono in modo sconsiderato gli indici edificatori, con la conseguenza di raddoppiare le previsioni urbanistiche originarie;

2. si introdussero - con serie incertezze giuridiche - meccanismi premiali sugli indici, fino al 20% in più, con l'unico scopo di velocizzare l'attuazione del Piano;

3. con un cambiamento, apparentemente innocuo, della definizione di Superficie Utile (da lorda a netta) si concessero implicitamente ulteriori possibilità edificatorie, in modo del tutto casuale, e si premiò la rendita fondiaria;

4. nelle zone investite da nuova edificazione, non si garantì il mix funzionale, perché si scardinò il principio della "percentuale minima di usi garantiti", lasciando invece al mercato la libera allocazione delle funzioni: e il mercato ha risposto con case, case, case, e un po' di terziario!

Successe insomma che l'incertezza politica di quella fase modificò incertamente anche la paternità del Piano: chi l'aveva proposto e pensato non era più chi lo stava portando avanti. Ma la stessa incertezza, in fase di controdeduzione alle osservazioni, modificò gli stessi obietti e criteri con cui si andava a rispondere alle osservazioni. Nel frattempo, sempre in quei tre anni, a complicare le cose, molte delle aree in Piano cambiarono di proprietà, innescando ulteriori aspettative di rendita, e complicando le relazioni tra il pubblico e i "nuovi" privati.

Privati che però, ben presto, cominciano ad avvertire che da quel Piano sorgono notevoli problemi: ad esempio le zone terziarie e per il produttivo avanzato sono così sovradimensionate da non incontrare la reale domanda; gli indici poi, nelle zone residenziali, sono così elevati che in alcuni comparti interstiziali, risulta oggettivamente impossibile reperire gli standard minimi di legge: con uno standard di 1 mq per ogni mq di superficie edificabile - com'è il caso Emiliano - quando l'indice di utilizzazione territoriale si avvicina a uno, è molto difficile rispettare la norma!

Gli anni del "non Piano"

Il Piano quindi fatica a decollare, per le sue stesse incertezze, e soprattutto perché esplode di fatto un conflitto tra chi gestisce le aree e chi deve gestire il Piano. Mentre nel dibattito nazionale cominciano ad apparire, per complicate questioni che qui non riassumo, i così detti "programmi complessi".

Sebbene la legge che prevede i "piani integrati" sia del 1992, le incerte vicende di questo strumento inducono la Regione Emilia-Romagna ad introdurlo solo nel 1995, con la legge numero 6 (articoli 20 e 21).

Nel luglio 1996, il Consiglio Comunale di Bologna approva un ordine del giorno intitolato “per l’attivazione di interventi in materia urbanistica” [1], con il quale la Giunta viene impegnata a definire nuove modalità di intervento, sulla base di alcuni criteri di "sostenibilità" degli interventi e in coerenza con la legge 179/92.

Nell’aprile del 1997, un anno dopo, il Consiglio delibera quindi le procedure per la promozione e l’approvazione degli interventi di recupero e riqualificazione urbana [2].

Si procede mediante un bando pubblico per la presentazione di proposte di intervento da parte di soggetti pubblici e privati, che l’Amministrazione si riserva di valutare nel merito per definirne l’ammissibilità ed arrivare alla formazione di una variante specifica al PRG che ne consenta l’attuazione. La stessa procedura si applica relativamente alla valutazione di ipotesi di dismissioni industriali, che vengono valutate in un tavolo specifico, con la partecipazione delle organizzazioni sindacali e della Conferenza metropolitana.

La procedura di valutazione si conclude nel dicembre del 1997, definendo l’ammissibilità di 23 dei 51 interventi proposti. Delle 23 proposte ammesse alla concertazione, 7 riguardano aree non edificate. 11 comparti hanno destinazione quasi esclusivamente residenziale e altri 6 hanno più della metà della superficie con medesima destinazione.

Oggi, in un momento in cui si possono apprezzare nella loro consistenza materiale i primi risultati dell’attuazione dei programmi integrati, è possibile cominciare qualche seria valutazione.

Innegabilmente, si sono ottenute alcune contropartite a favore della collettività:

- in vari casi la cessione di aree pari al doppio degli standard minimi di legge o anche di più;

- in qualche caso qualche onere di opera pubblica a carico degli attuatori;

- in qualche caso qualche alloggio convenzionato in affitto.

Disastrosi i casi invece di ridislocazione industriale nei quali le contropartite dovevano essere rappresentate da presunte garanzie occupazionali, sulla tenuta e l’efficacia delle quali l’insuccesso è completo.

L’impressione, in complesso, al di là di qualche rara eccezione, è che dalla concertazione si sia ottenuto talmente poco, che per alcune delle operazioni non si capisce in cosa consistesse l’interesse della collettività, e bisogna dire che non è stato serio accettarle. [3] Badate, sebbene presi singolarmente questi siano quasi tutti piccoli interventi, se si mettono assieme i soli programmi integrati fin qui negoziati (circa la metà del totale) e gli si aggiunge qualche piccolo accordo di programma nel frattempo sopraggiunto, la superficie della città investita da questa modalità casuale e derogativa, è di quasi 40 ettari, a cui corrispondo quasi 1.500 nuovi alloggi: questo è accaduto a partire dagli ultimi 3-4 anni; e la cifra, ripeto, è assolutamente in difetto!

Ma i risultati dei programmi integrati sono prevalentemente preoccupanti ed insoddisfacenti anche per altri osservatori [4], mi riferisco in particolare ai giudizi espressi dal direttivo regionale dell'Inu Emilia-Romagna (che com'è noto non è composto da un nucleo di estremisti); risultati insoddisfacenti per diversi aspetti (cito testualmente il documento dell'Inu diffuso qualche mese fa):

- quello della qualità ambientale, della vivibilità e salubrità della città; quasi tutti gli interventi si traducono in un aumento di residenze, e quindi di persone, in collocazioni esposte a cattiva qualità dell’aria e ad alti livelli di rumore.

- quello delle conseguenze per la città in termini di incrementi di carico urbanistico su reti infrastrutturali, tecnologiche e per la mobilità che sono rimaste quelle di prima, vecchie e insufficienti; non c’è stato un intervento di trasformazione che si sia fatto carico della realizzazione di nuove infrastrutture per la mobilità;

- infine anche i risultati formali lasciano in molti casi quanto meno perplessi: indici di edificazione ingiustificabilmente alti hanno prodotto e stanno producendo il sorgere di complessi massicci, densi, sproporzionati rispetto ai caratteri del contesto urbano in cui si collocano.

Qualche anno fa, come sapete, per la prima volta dal dopoguerra, alle elezioni amministrative la coalizione di centro destra vince, grazie al non voto meditato di molti elettori di sinistra (infatti, nello stesso giorno, 15.000 elettori scelgono di votare solo la scheda per le elezioni provinciali astenendosi dal votare per il comune), e a un risicato margine di vantaggio nei ballottaggi. E vince, probabilmente, anche perché i cittadini hanno ritenuto insostenibili i livelli di vivibilità urbana prodotti da tutte le incertezze delle precedenti amministrazioni.

S'insedia una nuova giunta, ma sul profilo urbanistico la "musica" non cambia. Anzi, peggiora. A fronte dei problemi del PRG - che ho ricordato poco fa - e a fronte dei pessimi esiti dei programmi integrati, la nuova giunta risponde con un ”avviso pubblico per la promozione di proposte di intervento per la formazione ed attuazione di programmi di riqualificazione urbana”; cioè nuova edificazione al di fuori di un disegno di Piano, sulla base di criteri di selezione ancora più deboli di quelli della giunta precedente.

Richiamando ancora le preoccupazioni recentemente espresse dall’INU regionale, quest'ultimo avviso pubblico ha aspetti fortemente critici perchè:

- non contiene nessuna vera preindividuazione delle aree da interessare con la riqualificazione urbana: anche se c’è un riferimento ad una precedente individuazione di cosiddetti “ambiti strategici” (che peraltro nell’insieme coprono buona parte della città e quindi non sono selettivi), tuttavia le proposte possono essere avanzate ovunque; la collocazione entro gli “ambiti strategici” è considerata solo uno dei criteri di “priorità”;

- non contiene alcun criterio di esclusione, a parte le ovvie esclusioni di legge e le zone CVT (Zone per verde urbano e territoriale);

- contiene un elenco di “criteri di priorità”, che di per sè non produce alcun effetto selettivo, non venendo definito un tetto o un limite all’accettazione: le proposte infatti potrebbero essere accolte anche tutte, fino a quella che nella scala delle “priorità” risultasse ultima;

- non contiene alcun limite massimo di valorizzazione del suolo, in termini di massima densità edilizia, lasciando così aperta la possibilità di ulteriori operazioni di addensamento indiscriminato rispetto alle caratteristiche del contesto e alla capacità di carico delle infrastrutture urbane;

- non contiene nessuna effettiva individuazione di obiettivi, a parte quelli desumibili dai generici “criteri di priorità”.

- viene inoltre abbandonata anche la richiesta di un raddoppio delle aree da cedere come standard (che era presente nel bando precedente del 1997), preferendo viceversa la monetizzazione del 50% del plusvalore economico generato.

Insomma la strada dell'incertezza prosegue.

La nuova legge urbanistica Emiliana prevede una nuova strumentazione per il governo del territorio, e il Comune, sulla base anche di questo rinnovamento normativo, si è impegnato a redigere un nuovo Piano Strutturale, ma ha chiarito da subito che lo intendeva più strategico che strutturale: come dire, non aspettatevi scelte di struttura, ma politiche flessibili. Di questo Piano, tuttavia, non se ne sa più nulla, ma si presagisce il peggio: cioè che sia tutto fermo!

Ma quel che è peggio, è che in città si sta diffondendo "la voce" che il Piano è "morto", cioè non esiste più (quello vigente), non serve più, e che la strada per lo sviluppo sia la contrattazione diretta tra chi possiede un area e chi vuole trasformarla. E l'assessore all'urbanistica, nel gennaio dell'anno scorso, in un documento di indirizzo dichiarava (cito testualmente):

[della pianificazione urbanistica] tre caratteri negativi saltano all’occhio: l’autoritarismo, la rigidità, l’inefficacia. (..) All'autoritarismo va sostituito il contratto; alla rigidità ed alla gerarchia va sostituita la pluralità e la parzialità dei progetti;

A questo atteggiamento rispondo che l'autoritarismo è per chi non ama la democrazia; la gerarchia e l'inefficacia sono proprie di chi non sa governare: il Piano non è il governo, il Piano è uno strumento per il governo, e chi non perde l'occasione per indicarlo come "rigido e inutile", nasconde che ha politicamente bisogno di derogarlo, cioè nasconde la completa assenza di obiettivi pubblici nell'azione di governo.

Spero, con questo intervento, di aver contribuito a chiarire "dove va l'urbanistica a Bologna". Dico solo, per chiudere, che per combattere questa recessione culturale a Bologna è nata una esperienza, di cui faccio orgogliosamente parte

La Compagnia dei Celestini è un gruppo di persone, cittadini bolognesi e non solo, che si è incontrato circa un anno e mezzo fa, rispondendo all’appello di una decina di urbanisti preoccupati per l’assenza di dibattito sulle politiche urbanistiche che stavano e stanno trasformando la nostra città. Denunciamo l'assenza di obiettivi politici per una città pubblica che è in via di progressiva scomparsa, una città nella quale gli spazi fisici per la qualità della vita dei cittadini e le occasioni per la partecipazione alle scelte sulla trasformazione urbana sono costantemente negate.

www.celestini.it

grazie

[1] Comune di Bologna, consiglio comunale, O.d.G. n. 221 del 22.07.1996

[2] Comune di Bologna, consiglio comunale, O.d.G. n. 70 del 11.04.1997.

[3] Rudi Fallaci, Le “ragioni di scambio” nell’attuazione del PRG di Bologna, in Dal piano regolatore al piano regalatore, a cura della Compagnia dei Celestini, 2002, Bologna.

[4] i commenti che seguono sono tratti dalla relazione introduttiva presentata dal Consiglio Direttivo Regionale dell’Istituto di Urbanistica al convegno “Urbanistica a Bologna: situazioni e prospettive”, organizzato a Bologna dall’INU Emilia-Romagna il 10 maggio 2002.

Il sottoscritto consigliere regionale,



premesso che:



Il Consiglio Comunale di Bologna il 9 giugno ha deliberato un Programma di Riqualificazione Urbana ai sensi della L.R. 19/98 che contiene la proposta di trasformazione urbanistica di 26 aree collocate all’interno dei 12 Ambiti di Riqualificazione delimitati con o.d.g.319/99, che coprono genericamente l’intero territorio urbano di Bologna, senza alcuna significativa selezione dei vari livelli di degrado delle diverse parti della città;

la presentazione, ripresa anche da 24ORE nell’inserto specializzato, da parte dell’assessore all’Urbanistica degli esiti della concertazione per il suddetto PRU, ripropone il problema del corretto utilizzo degli strumenti urbanistici previsti dalle leggi regionali;

la procedura di variante urbanistica al PRG vigente, attivata dal Comune di Bologna, relativa a questi PRU, vede l’applicazione dell’articolo 40 della legge regionale 20/2000 (Accordo di Programma), che implica il “rilevante interesse regionale, provinciale o comunale” per procedere alla variazione dello strumento urbanistico vigente;

la Regione non può restare silente rispetto a scelte che, di fatto, stravolgono il senso proprio degli strumenti previsti dalla legislazione regionale e a cui pur si richiamano gli atti del Comune di Bologna;

premesso inoltre che:



il Piano Regolatore di Bologna è “scaduto”, come ebbe a dichiarare lo stesso Assessore in risposta alla lettera dei cittadini di S. Donino con cui si chiedeva l’attuazione della fascia boscata prevista dal piano stesso lungo la tangenziale;

la conferenza di Pianificazione, di cui all’articolo 14 della legge regionale 20/2000, per la redazione del nuovo Piano Strutturale del Comune di Bologna, è sarà attivata dalla riunione del Consiglio Comunale prevista per il 14 luglio;

evidenziato che:



il Comune di Bologna non ha redatto alcun atto urbanistico in cui siano individuati puntualmente e univocamente gli elementi di degrado sociale, ambientale e architettonico così come indicato all’art. 2 della LR. 19 ma solo generici elementi di qualità e di degrado non individuati territorialmente;

la dimensione complessiva del PRU non risponde a quanto stabilito dal comma 3 dell’art. 4 della LR. 19, che recita “il PRU è di dimensioni e consistenza tali da incidere sulla riorganizzazione della città”, in quanto tratta numerose ma piccole aree in zone diverse della città e che non contribuiscono ai fini del recupero di qualità mancanti e alla riorganizzazione urbana come stabilito dalla legge stessa;

solo 1 dei 26 progetti di “riqualificazione” presentati dal Comune di Bologna, rientra negli ambiti strategici ritenuti prioritari dalla stessa amministrazione comunale, in sede di delimitazione degli ambiti di riqualificazione, evidenziando quanto meno la inadeguatezza di questo strumento previsto per la definizione delle politiche di riqualificazione urbana.

il concetto di “riqualificazione” si presta a rilevanti dubbi interpretativi e che comunque, proprio per lo spirito della L.R.n.19, è competenza pubblica individuare le aree da riqualificare mentre in questo caso, come in altri precedenti, proprio per l’ambiguità delle procedure tali aree sono state individuate dai privati, proprietari delle aree stesse, e non dall’amministrazione pubblica secondo criteri e priorità pre-definite;

evidenziato inoltre che:



il Comune di Bologna, come già con l’area di via Baroni, insiste nel comprendere nei “Piani di Riqualificazione Urbane” aree non edificate usando a tal fine uno strumento improprio per giustificare processi di edificazione invece di utilizzare, come sarebbe suo diritto e dovere, gli strumenti per la variazione dei piani o meglio, in questo caso, della elaborazione del nuovi Piani Strutturali Comunali, così come previsto dalle leggi regionali;

oltre il 50% delle aree comprese nei “Piani di Riqualificazione” sono aree senza costruzioni con destinazioni urbanistiche a verde o a servizi pubblici non realizzati e che non si tratta quindi di aree edificate, dimesse e da riqualificare bensì di aree e prati incolti in cui l’edificazione non può certo passare per “riqualificazione”, anche secondo la LR n.19;

su i 900 alloggi previsti complessivamente l’affitto convenzionato riguarda solo 36 alloggi, e per non più di dieci anni, pari al 4% del totale, quantità irrilevante per favorire la politica della casa oltre che non coerente con quanto disposto dalla lett. E) del comma 3 dell’art. 4 della l.r. 19;

la quantità di verde pubblico che verrà realizzato dagli interventi (139.492 mq) è sì pari al doppio del minimo previsto dalla legge regionale, ma significativamente inferiore alla quota oggi prevista dal PRG per le stesse aree (170.000 mq) e quindi peggiora la dotazione complessiva di risorse tanto necessarie per la città e pone, anche seri interrogativi sulle finalità stesse della L.R.n.19;

la valutazione dell’impatto sulla mobilità urbana degli interventi previsti e cioè 900 nuovi alloggi, negozi e attività artigianali, oltre all’alberghiero, andrà ad aumentare le condizioni di traffico in zone già oggi congestionate;

il bilancio ambientale, cioè il primo degli obiettivi dell’art. 4 della legge non può essere considerato positivo per l’aggravio delle condizioni di salubrità e sicurezza visto che il 65% delle nuove famiglie che andranno ad abitare quei luoghi saranno esposti a livelli di inquinamento acustico ed atmosferico che già oggi superano i limiti di legge;

sottolineato inoltre che:



la logica dell’urbanistica “concertata” fuori dalle scelte del Piano Regolatore Generale si riduce al caso per caso con una forte alterazione dei principi stessi del mercato edilizio e degli equilibri tra residenze e dotazione di verde e servizi per la collettività, elementi essenziali, oltre alla tutela ambientale, per la qualità urbana;

quanto sta avvenendo a Bologna non è un fatto isolato bensì una manifesta difficoltà nel governo del territorio per una crescente tensione tra gli interessi forti (proprietari di aree e costruttori) e gli interessi diffusi dei cittadini e più in generale per la tutela ambientale e naturale;

se così fosse lo stesso concetto di “concertazione” in urbanistica si presterebbe a critiche molto forti per la parzialità delle procedure e la costante esclusione dei cittadini dal procedimento di definizione delle scelte urbanistiche, oltre che dalle scelte per l’utilizzo delle risorse ricavate dalla perdita di aree preziose per la città, negando così il principio fondamentale della partecipazione del confronto tra i diversi interessi urbani nelle procedure di pianificazione urbanistica;

interroga la Giunta per conoscere



le sue valutazione su PRU che non sembra possano raggiungere alcuno degli obiettivi stabiliti dalla legge 19, aggravando anzi situazioni urbane già problematiche e che “riqualificano” aree incolte e destinate a servizi con la costruzione di palazzi fuori dalle previsioni del PRG;

le sue valutazioni sul dimensionamento delle previsioni urbanistiche di Bologna e se corrisponde al vero che le riduzioni volumetriche concordate in passato nei D.U.C. sulla base della valutazioni di impatto ambientale (VALSIA) siano comunque usate per definire il tetto complessivo che permette la edificazione di aree oggi di standard urbanistico o identificabili;

se non ritenga opportuno, visti i dubbi di legittimità di tal modo di procedere, esplicitare con chiarezza il campo di applicabilità dell’articolo 40 della legge regionale 20/2000 (Accordo di Programma in variante alla pianificazione urbanistica e territoriale), per contenere la palese e contraddittoria discrezionalità con cui oggi alcuni enti locali, come il Comune di Bologna, applicano questo dispositivo;

e per conoscere inoltre



se non ritenga opportuno invitare gli enti territoriali coinvolti negli accordi di programma in variante alla pianificazione urbanistica, a sospendere tali procedure, per agevolare lo svolgimento della Conferenza di Pianificazione del nascituro PSC di Bologna il cui avvio è previsto per la metà di luglio;

se non ritenga opportuno, in subordine, sollecitare il Comune di Bologna prima di concedere ulteriori autorizzazione a costruire in aree non previste dal PRG ad adottare il Piano Strutturale previsto dalla legge Urbanistica Regionale n.20;

se non ritenga opportuno, come già è avvento per l’area di via Baroni, fare presente al Comune di Bologna che le aree non edificate vanno stralciate da questo provvedimento urbanistico e rinviate a strumenti più consoni alle leggi regionali conseguenti l’adozione del Piano Strutturale Comunale.

Dovendo esprime le opinioni di un gruppo di cittadini che si occupa di rilanciare il ruolo dell’urbanistica nel progetto del futuro della città, e dovendo comprimere queste posizioni in pochi minuti, darò per scontato che tutti conoscano la nostra esperienza – quella della Compagnia dei Celestini – e che tutti conoscano le analisi e le valutazioni che in questi due anni di attività abbiamo svolto e presentato all’opinione pubblica.

Concentrerò invece questo breve intervento esprimendo delle domande, cioè argomenterò delle esigenze – esito delle nostre analisi e delle nostre valutazioni sull’andamento dell’urbanistica e della città in questo ultimo decennio; esigenze che riteniamo prioritarie in questo momento di costruzione di una nuova prospettiva politica e programmatica per Bologna; temi sui quali siamo molto determinati: è opportuno infatti che in un percorso di costruzione programmatica comune con altri - movimenti e partiti – le posizioni di ciascuno siano esplicite e chiare, in modo da raggiungere compromessi e mediazioni – necessarie e possibili – quanto più sincere e trasparenti.

Sono temi, questi che adesso argomenterò, che riteniamo centrali per il programma di una coalizione politica che aspiri al progresso della collettività e non ambisca solamente a sconfiggere l’avversario, cioè non si svegli il giorno dopo l’eventuale vittoria priva delle capacità necessarie a dar gambe attuative alla propaganda politica pre-elettorale.

  1. Bologna ha bisogno di un nuovo Piano Urbanistico. Con ciò affermiamo che la nostra città necessita di una nuova «cassetta degli attrezzi», capace di ammodernare i processi di trasformazione, piccoli e grandi, contingenti e strategici, di cui da diverso tempo si avverte l’esigenza, sia da parte dei cittadini che chiedono disperatamente maggiore vivibilità, sia da parte delle imprese. Il Processo di pianificazione, così come proposto dalla nostra nuova legge urbanistica regionale, è il mezzo che meglio di altri può soddisfare l’esigenza di porre condizioni preventive, condivise, pubbliche e trasparenti per le scelte di trasformazione che matureranno nel tempo.

Spesso si afferma la contrapposizione tra la rigidità e l’inefficacia della pianificazione rispetto alla comodità e alla concretezza della concertazione. Nessuno, di questi tempi, nega la necessità di relazioni e compromessi con tutte le forze – pubbliche e private – che agiscono simultaneamente sul territorio, ma riconoscendo questa necessità siamo altrettanto convinti che senza conoscere le regole di un gioco non si gioca nessuna partita! Affermiamo dunque dei valori che questo strumento urbanistico – cioè il Piano -garantisce.

  1. Bologna ha bisogno di chiudere con la stagione dell'urbanistica «caso per caso» e in deroga al Piano. Credo siano sufficientemente note le nostre posizioni sui programmi integrati e su quelli di così detta riqualificazione urbana, nella declinazione che qui a Bologna si è data. Più volte abbiamo sottolineato gli esiti disastrosi sul profilo dei vantaggi pubblici di queste attività edilizie a fronte dei costi elevati in termini di crescita sconsiderata della rendita speculativa, di aumento della popolazione esposta all'inquinamento, di degrado funzionale e formale di interi comparti urbani gravati da operazioni ad alta intensità edificatoria non coerentemente programmata.Le emergenze o le esigenze che eventualmente si manifesteranno nel tempo, di rifunzionalizzazione di tessuti dismessi o degradati, hanno oggi la possibilità e l'obbligo - a nostro parere - di trovare risposta nel processo di pianificazione ordinario. Quindi si ponga fine, da subito, alle attività speculative dei programmi di riqualificazione in deroga al Piano e ci si opponga, con altrettanta fermezza, anche a quegli interventi selezionati dall'attuale giunta comunale tramite il così detto OdG136, perché non garantiscono contropartite pubbliche sufficienti ad invocare l'applicazione di un accordo di programma, così come l’attuale legge regionale lo definisce.
  2. Bologna non ha bisogno di costruire di più, ha bisogno che le case che già esistono e le aree che sono già pianificate, abbiano costi più contenuti. Le capacità pregresse del Piano Regolatore sono di tale entità da soddisfare abbondantemente anche le previsioni più ottimistiche di crescita della popolazione nei prossimi 10-15 anni. Si tratta di capire se queste capacità pregresse siano congruenti con il disegno della città che desideriamo, o se non sia necessario, eventualmente, rivedere queste capacità o per lo meno riprogrammarle e ridislocarle in luoghi organici alle strategie del nuovo Piano Strutturale, in modo da offrire le condizioni reali, di appetibilità, di qualità ambientale e sociale, per ripopolare Bologna di cittadini, anche dei ceti bassi e medi, e di funzioni di alta qualità.
  3. Bologna ha bisogno di difendere le sue conquiste. Constatiamo la progressiva aggressione che si è operata e che tutt'oggi continua, al sistema di qualità che la città ha costruito con fatica negli anni passati. Mi riferisco agli strumenti che hanno consentito la tutela della collina, che hanno consentito un'elevata dotazione di standard, che hanno consentito un mix funzionale e una necessaria eterogeneità sociale, nelle periferie e nel centro storico: oggi siamo nella paradossale situazione di dover compiere le stesse battaglie che la sinistra ha combattuto 30 anni fa; ma oggi si tratta di dover resistere alle spinte, anche a sinistra, di chi vuole recedere. E' necessario dunque fermare il recesso in atto per riaffermare la necessità di questo sistema di qualità, che rappresenta l'anima di questa città.
  4. Bologna ha bisogno di obbiettivi più «alti e più larghi». La nostra città può e deve guardare l'Europa ma senza dimenticare che oggi la città vera non è più quella racchiusa dai sui confini amministrativi. Le relazioni, le infrastrutture e le strutture urbane sono di scala provinciale e regionale, e perciò si fa sempre più urgente la necessità di un governo unitario e sussidiario del territorio sovracomunale. Non si indugi più dunque sulla sperimentazione di un governo d'area vasta; si cerchi di superare la competizione municipalista e si trovi la strada per una nuova solidarietà; non si costruiscano più frazionamenti di governo: il territorio bolognese non ha bisogno di più livelli di governo, ha bisogno di più capacità di governo.
  5. Per finire, Bologna ha bisogno di discontinuità politica. So che può sembrare antipatico e fuori luogo dirlo qui, ma se i patti non sono chiari l'amicizia non può essere lunga. Crediamo nella necessità di un segnale - si badi, non una rivoluzione, ma un segnale - di forte discontinuità con quei metodi, quei programmi e quegli obiettivi che nella sinistra sono stati gli acceleratori della sconfitta politica e della caduta della passione civile. Riformare metodi e programmi non vuol naturalmente dire rivoluzionare l'apparato delle donne e degli uomini protagonisti di queste ultime stagioni politiche, vuol dire più modestamente costruire garanzie perché chi governa non gestisca un delega al buio, ma ponga al centro della sua attività di pianificazione il tema della partecipazione dei cittadini, non solo durante la campagna elettorale e durante la costruzione strutturale degli obiettivi, ma anche nell'operatività del mandato. Si torni insomma ad educare alla partecipazione.

Il 15 dicembre 1975 apparve un mio articolo su “l’Unità” in seguito (un po’ una risposta) a un articolo di Nino (Luigi) Araldi (il caro amico, urbanista fra i più preparati, persona di rara gentilezza ed eleganza, scomparso nel ’91 a soli 69 anni). Partendo dal caso di Bologna egli sosteneva che “i punti di partenza per l’urbanistica” dovevano essere quelli conquistati in quella città “malgrado le condizioni negative di contorno e all’interno del modello di sviluppo capitalistico”.

Estraggo brevi pezzi del mio intervento che, considerandone la data, forse non è del tutto privo di interesse per l’oggi, per la discussione che si è aperta: (lm)

La recente proroga dei vincoli sulle aree (la terza dopo quelle del ’68 e del’73) e il varo del disegno di legge governativo in materia urbanistica impongono a quanti si occupano di problemi del territorio un’attenta riflessione. La questione si può impostare nei termini seguenti: come, a fronte dei cambiamenti, delle rotture che l’interesse dei lavoratori richiede di apportare alla struttura economico-sociale per costruire una società diversa, si possa rompere la vecchia logica urbanistica, componente essenziale del modello affermatosi in Italia. Componente sovrastrutturale, si direbbe in senso stretto, ma nei fatti di portata strutturale se è vero che:

- il territorio, sotto il comando capitalistico, entra nel ciclo della produzione;

- l’integrazione tra profitto e rendita è uno degli aspetti principali che contraddistinguono le politiche aziendali e le strategie economiche;

- gli obblighi territoriali cui soggiacciono le popolazioni e soprattutto le classi subalterne risalgono anche all’affermazione di determinati rapporti di produzione e sociali.

Quindi “i punti di partenza per l’urbanistica” dovrebbero ritrovarsi […] al di fuori delle linee tradizionali dello “sviluppo” che le classi dominanti e i governi hanno imposto agli italiani; vale a dire più avanti rispetto a quei punti fermi conquistati “ malgrado le condizioni negative di contorno e all’interno del modello di sviluppo capitalistico” (come a Bologna).

Oggi, dopo un’espressione di voto come manifestata nelle elezioni del 15 giugno [elezioni amministrative, preludio al grande successo del Pci nelle politiche del 1976, quelle del mancato “sorpasso” per un decimo di punto] che, a me pare, contiene un’autentica domanda di trasformazione radicale della società, dovremmo verificare se quegli spunti locali del tipo bolognese ritenuti molto progressisti lo siano davvero, domandandoci se:

- questo giudizio localistico regga solo perché rapportabile a un assetto generale del territorio nazionale talmente deteriore da non trovarne l’eguale nei paesi capitalistici europei;

- quegli spunti non subissero il limite, oltreché le “condizioni negative di contorno”, e le difficoltà della stessa cultura di sinistra a essere maggiormente creativa e propositiva in maniera originale entro gli spazi che il capitalismo italiano inevitabilmente concedeva: giacché inadeguato a organizzare il territorio “modernamente” e troppo brutale nella sua manipolazione sì da provocare forti contraddizioni;

- tali limiti e difficoltà non riguardassero anche gli spazi conquistati non per merito degli intellettuali ma attraverso le lotte dei lavoratori e per merito della creatività culturale manifestata dalle medesime.

Airaldi rivendica la validità dell’esperienza bolognese e respinge quindi le critiche di un recente studio sulla pianificazione in Emilia-Romagna, se è vero che “nessuno ha mai ritenuto che la politica urbanistica del comune di Bologna potesse dar luogo a effetti propriamente traumatici sul comportamento del capitalismo in materia di uso del suolo”, appunto a causa delle “condizioni di contorno”. Tuttavia, se si condividono le considerazioni precedenti circa gli spazi lasciati dalle classi dominanti o conquistati dal movimento operaio, dovremmo procedere oltre la linea tracciata da Airaldi. […].

Il “buon governo” e il “buon piano”, come scrive Airaldi, se hanno prodotto effetti diversi nel campo della dotazione di servizi in confronto ad aree malgovernate dal centro-sinistra o dal centro-destra, non sono stati sufficienti per realizzazioni urbanistiche complessive qualitativamente discriminanti, dovremmo poter dire alternative del modo di abitare, del rapporto casa lavoro, dell’uso del tempo libero. Anche quando nuove occasioni erano offerte dalla condizione politico-amministrativa raramente la cultura urbanistica e architettonica è stata capace di coglierle e di introdursi anche negli interstizi della dialettica sociale per indicare i fondamenti per quelle realizzazioni. […].

La cultura urbanistica di sinistra e la sua influenza sulle amministrazioni locali (ma forse è vero il contrario) ha privilegiato rivendicazioni di tipo quantitativo: lo standard urbanistico (in particolare relativo ai servizi) come panacea ai mali della città. Premetto che ancora una volta, come nel passato, gli urbanisti si sono rivolti quasi esclusivamente al fenomeno urbano non cogliendo la necessità di affermare anche un’urbanistica della campagna collegata con la “vertenza della terra” e capace di contribuire al mutamento del rapporto squilibrato città/campagna (metafora, e realtà, del rapporto sviluppo/sottosviluppo): ma, restando in tema, penso che la ‘linea dello standard’ non sia discriminante rispetto alle motivazioni capitalistiche di costruzione della città.

È vero che in Italia, in particolare nelle grandi città e aree metropolitane, mancano il verde, le scuole, i servizi sociali socio-assistenziali, e così via. La richiesta delle opportune quantità di servizi in proporzione alla popolazione ha un senso persino troppo ovvio. Ma dobbiamo solo esigere dalla classe dominante di essere un po’ più “svedese” e di assumere un tale comportamento dove la sinistra governa localmente come a Bologna? O non dobbiamo piuttosto inserire la rivendicazione in un contesto analitico convincente che ci descriverebbe una realtà in cui i ruoli sociali e la loro distribuzione sul territorio devono ricondursi ai termini dello scontro sociale e politico nel paese? E poi, cosa significa, poniamo nel comune di Milano, scegliere, quale priorità assoluta, la battaglia per standard elevati di attrezzature comunitarie senza collegarla alla questione socio-economica fondamentale: che la città appartiene sempre di meno alla classe operaia e ai ceti popolari, visto che ne sono stati cacciati? Al censimento del 1971 le famiglie con capofamilglia “lavoratore dipendente” (operaio, interpretando la casistica Istat) erano ridotte al 26 % del totale (quasi un dimezzamento rispetto a vent’anni prima), mentre negli altri comuni della provincia costituivano il 46 % [oggi a Milano, di operai residenti esiste solo qualche residuo come pensionato in attesa di essere spedito nel suburbio o di crepare].

Penso che si possa rompere la vecchia logica urbanistica soltanto se, in primo luogo, i punti fermi del tipo acquisito a Bologna nel campo della gestione democratica siano riconsiderati e rilanciati verso nuove attuazioni: esempi concreti non solo di come si possa organizzare un po’ meglio il territorio capitalistico e per i margini che il sistema concede, ma di come il territorio possa essere utilizzato secondo il mutamento dei rapporti di forza politici e sociali che si sta determinando. Nel periodo di dominanza massiccia della Democrazia cristiana era inevitabile che gli assetti territoriali si conformassero a beneficio della borghesia e dei ceti medi / medio-alti, e a danno degli operai e dei lavoratori delle campagne nonostante i coltivatori diretti siano in larga maggioranza vicino a quel partito. (Questo, in sostanza, definisce la vera natura degli squilibri territoriali: il rapporto città campagna tutto spostato a favore della città, il divario nord sud, ecc.ecc.). Oggi, dopo le elezioni del 15 giugno e per la capacità del movimento operaio di porre in termini non astratti ma operativi la questione del mutamento del modello, è legittimo pretendere dall’urbanistica un contributo innovatore affinché le classi subalterne si approprino esse, per così dire, del territorio.

Intanto, occorrono indirizzi di analisi che privilegino, più che le tradizionali misurazioni delle carenze, in ogni caso da effettuarsi ma per nulla rivelatrici delle cause profonde di un dato assetto territoriale, la necessità di scoprire i nessi fra la conformazione e l’uso del territorio, della città, delle abitazioni e i rapporti di produzione e sociali, così che si possano trovare soluzioni materiali che interagiscono con la modificazione di quei rapporti.

Gli urbanisti e gli scienziati del territorio possono svolgere un compito progressista nel confronto con gli amministratori locali fornendo strumenti adeguati alla conoscenza e interpretazione delle diverse realtà territoriali quali inequivocabili realtà di classe, localizzate e con una propria dimensione entro la condizione territoriale classista del paese [attenzione all’oggi: non è affatto vero che le classi non esistono più, come i nuovi potenti vogliono far credere ai beoti]. Le “proposte politiche attendibili e operative”, come scrive Airaldi, che spetterà alle nuove amministrazioni formulare, dovranno derivare, a mio parere, da questo taglio di comprensione dei fenomeni anziché “da una conoscenza della realtà di tipo empirico-intuitivo” non sufficiente a fornire un supporto adeguato agli stessi orientamenti politici, anche se questi “si formano democraticamente nella consultazione popolare e nella partecipazione”. Allora le proposte si collocheranno effettivamente più avanti lungo la linea di sperimentazione di un nuovo assetto territoriale e non si limiteranno a surrogare l’incapacità o la reticenza delle classi sociali dominanti e del governo a razionalizzare il territorio secondo criteri malamente ricopiati da paesi capitalistici più progrediti del nostro.

Oltre alla Premessa, che pubblico di seguito, il fascicolo contiene due scritti introduttivi (La rilevanza del tema mobilità, di Catia Chiusaroli, e L’idea di mobilità della Compagnia dei Celestini, che precedono le accurate Schede descrittive e valutative dei cinque progetti di mobilità all’ordine del giorno: Passante autostradale nord, Servizio Ferroviario Metropolitano, Metropolitana leggera automatica, Tram su gomma, Tram-metrò. Seguono alcune note di Catia Chiusaroli (Il nuovo assetto della stazione ferroviaria di Bologna centrale), Giancarlo Mattioli (Cronache della mobilità a Bologna: idee piani e progetti dal 1984 al 2000), Mauro Moruzzi (Un treno di proposte. Tentativi per una diversa politica della mobilità), Rudi Fallaci (Biciclette a idrogeno per la città), Hans Glauber (Il fascino della mobilità sostenibile). Pubblico in altre cartelle, dato il loro interesse più generale, gli stimolanti testi di Moruzzi e Fallaci.

Il Seminario annuale di Montesole, organizzato dalla Compagnia dei Celestini, sta diventando un appuntamento tradizionale per ritrovarsi a discutere di città ed in particolare del futuro della nostra città. Nel 2001 ragionammo di riqualificazione urbana fornendo significativi contributi alla discussione pubblica sul futuro di Bologna in termini di trasformazioni urbanistiche. L’appuntamento del 2002 è stato invece dedicato ai temi della mobilità urbana e territoriale e, più nello specifico, ai grandi progetti per cambiare, nel tentativo di migliorarla, l’accessibilità e la vivibilità della nostra città metropolitana. La scelta è nata dall'evidente e non più sopportabile condizione di congestione viaria in cui si trova Bologna, e dai pesanti problemi ambientali e di qualità della vita causati dal sistema di trasporto oggi esistente, fondato, in modo sicuramente eccessivo, sul mezzo privato. Abbiamo deciso di studiare e di parlare di mobilità perché è un tema strettamente legato ai diritti di cittadinanza dichiarati nel nostro "manifesto": il diritto alla libertà di cultura, all'istruzione, al lavoro, alla salute non possono essere garantiti se non è anche garantito il diritto di mobilità per tutti, e cioé il diritto all'accesso fisico ai luoghi di cultura, di istruzione, del lavoro ecc. Ma il diritto alla mobilità deve a sua volta garantire il diritto alla salubrità delle città, alla sicurezza stradale, ad un aria pulita, a meno rumore, all'ambiente urbano vivibile con luoghi di incontro e con spazi pubblici di qualità.

I Celestini hanno studiato i 5 progetti di mobilità su cui da alcuni anni le amministrazioni locali stanno discutendo. Li abbiamo illustrati sinteticamente nelle schede che troverete nelle pagine seguenti, evidenziandone gli aspetti positivi e quelli negativi, i costi e i vantaggi sociali ed ambientali, dichiarando, senza incertezze, che la nostra idea di mobilità è rivolta verso quei sistemi di trasporto che perseguono, e quindi non contraddicono, i diritti sopra richiamati. Ma è anche nostra convinzione che non esistano soluzioni magiche, taumaturgiche e prive di costi. La "positività" di un progetto non è stabilita dalla sua perfezione assoluta, dall'assenza di qualsiasi svantaggio sociale od ambientale. La ricerca del progetto "perfetto" porta a sicuri fallimenti per l'intera collettività, ovvero all'incapacità di decidere su alcuna delle soluzioni possibili. La "positività" di un progetto di mobilità, se si vuole uscire da visioni ideologiche o parziali, è invece legata alla soddisfazione di 2 condizioni generali, etiche prima che tecniche: la democrazia e la lunga durata. La prima condizione impone che qualsiasi progetto che investa significativamente una collettività, debba essere legittimato da quella stessa collettività - nei modi e nei tempi più opportuni - e che il dato tecnico circa le sua efficacia sia un elemento argomentativo e non decisivo. La seconda condizione impone invece al progetto di mobilità di non ipotecare né il futuro né l'altrove, semmai, al contrario, deve valorizzarli, cioè capitalizzarli. Ciò significa che le soluzioni ad un problema di mobilità debbono fondarsi sui concetti di equilibrio (tra consumi e risorse disponibili, ad esempio) ed equità (nei confronti degli individui di oggi e di domani) per soddisfare i diritti prima richiamati. Siamo altrettanto convinti che i problemi di mobilità urbana e metropolitana potranno essere risolti solo ed esclusivamente se ognuno dei progetti di mobilità diventano parte di un sistema di trasporto fortemente integrato: non esiste opera infrastrutturale che possa da sola svolgere ruoli efficaci ed esaustivi, così come è decisamente essenziale che vi sia piena coerenza fra la rete della mobilità e la distribuzione degli insediamenti urbani. In materia di mobilità sarebbe illusorio assegnare a qualsiasi progetto il valore di ricetta risolutiva; occorre lavorare su tutte le modalità della mobilità, dalle automobili al trasporto pubblico, dalle bici ai piedi, ciascuna secondo le proprie specifiche convenienze; occorre lavorare sulla sicurezza della mobilità, sulla gradevolezza della mobilità, sulla salute e il benessere della città, sulle sinergie, e soprattutto sui cittadini e sulle loro abitudini. Intendendo con ciò che è sempre più opportuno e urgente attivare politiche per "educare" alla mobilità.

Bologna sta pagando dolorosamente le incertezze amministrative degli ultimi 15 anni in tema di mobilità, anche per colpa delle miopìe dei governi nazionali. Il nodo autostradale-tangenziale è in evidente collasso funzionale, la rete del trasporto pubblico non è stata significamente incrementata, il Servizio Ferroviario Metropolitano subisce evidenti ritardi gestionali, i progetti di mobilità urbana sono largamente insufficienti a fornire una reale e competitiva alternativa al trasporto privato. A completare questo panorama, vi è una società civile e politica fortemente frammentata, conflittuale e divisa sulle prospettive di sviluppo e sulle soluzioni trasportistiche oggi in campo. In queste condizioni, se non s'interviene per invertire la rotta, è facilmente prevedibile che nei prossimi vent'anni succederà quanto è successo negli scorsi venti, e cioé un ulteriore degrado complessivo che peggiorerà la qualità della vita di tutti i cittadini a livelli difficilmente immaginabili. Questo non deve accadere! La Compagnia dei Celestini è nata per fornire contributi, attraverso l'informazione e la sensibilizzazione civica, affinché la classe politica ed amministrativa sappia assumersi le dovute responsabilità per compiere scelte di interesse pubblico, con lo scopo di costruire una città migliore di quella attuale.

"Fermi tutti!" è il titolo che abbiamo voluto dare al nostro seminario: un'esclamazione che indica un livello non sopportabile della situazione in cui tutti i bolognesi si trovano. Non è più possibile continuare ad essere tutti fermi, non è più accettabile il contributo di feriti e morti che avviene annualmente sulle nostre strade. Non è più sostenibile l'inquinamento atmosferico. Non è più accettabile il degrado fisico in cui versano le nostre città, le nostre strade, i marciapiedi, le poche piste ciclabili, il centro storico, le nostre piazze. La mobilità, ripetiamo, è un diritto fondamentale, attualmente non sufficientemente tutelato ed anzi troppo spesso negato ad una buona fetta di cittadini che risultano per questo un po' meno liberi degli altri!

"Il Ferro fa bene ai bambini" è il titolo di questo dossier. Sta a significare che la soluzione che rispetti democrazia e lunga durata è da cercare nei sistemi pubblici di mobilità di massa, sui cui fin qui, in Italia e a Bologna, s'è fatto troppo poco. E' attraverso un energica "somministrazione" di ferro (nel senso più ampio delle politiche integrate di mobilità pubblica) che si può sperare in uno sviluppo più equilibrato ed equo, per i bambini di oggi e di domani.

Il dossier è organizzato in tre sezioni, che raccolgono in maniera ordinata il materiale predisposto o prodotto in sede di seminario. La sezione che riguarda l’oggi comprende la presentazione dei cinque grandi progetti di mobilità in corso di discussione (le schede presentate a Contesole aggiornate, con una appendice sul progetto di rifunzionalizzazione della stazione ferroviaria), con due introduzioni, una sulla rilevanza del problema mobilità e una che presenta metodologie d’analisi, criteri valutativi e conclusioni. Ma per capire l’oggi uno sguardo su ciò che è accaduto ieri è molto utile: gli interventi di Giancarlo Mattioli e Mauro Moruzzi descrivono una vicina ma diversa stagione delle politiche per la mobilità a Bologna. Infine due aperture, verso il domani: alcune riflessioni di Rudi Fallaci sul rapporto tra sviluppo urbano e modi di mobilità e sulle tendenze attuali e gli appunti tratti dall’intervento di Hans Glauber.

Il seminario ha visto la partecipazione di molte persone e un’animata discussione ha seguito due provocatori interventi di Maria Rosa Vittadini e Hans Glauber, che non è stato possibile pubblicare per intero sul dossier. Il dossier rimane comunque un documento aperto per discussioni successive e si propone di essere un utile strumento informativo per chi vuole capire meglio come si potrà muovere domani a Bologna.

Somiglianze o differenze. Forse è questa l´alternativa o non vi sono differenze senza somiglianze e viceversa? E´ vero e necessario che solo le condizioni estreme siano non solo significative ma addirittura obiettivi a cui aspirare?

Come si scrive ormai da quarant´anni, «oggi il 50% del mondo abita in città, e di questo il 60% si trova in situazioni di periferia esterna, mentre alla fine del XIX secolo solo il 10% del mondo era urbanizzato». Ma si tratta di una città che è però scomparsa (o in via di sparizione) come afferma lo stesso Richard Ingersoll, nell´introduzione del suo nuovo libro dal titolo Sprawltown. Sprawl significa sdraiato, senza forma, ma anche nebuloso, diffuso.

Le quantità sono un fatto ma un fatto che si deve discutere,( vedi l´intervento di Massimo Cacciari di martedì scorso ndr ) anche se sembriamo travolti dall´accelerazione con cui questo è avvenuto e la constatazione di esserne superati ci fa sembrare anche la semplice presa di coscienza dello stato delle cose un obiettivo: persino un obiettivo estetico. Ma forse un mondo molteplice, mobile, senza limite non è il mondo della libertà ma solo il mondo dell´assenza di progetto.

Non vi è solo la resa alle forze inaccessibili «della città generica che è cinicamente utilitaristica, pronta a condonare e senza etica», cioè indifferente ai vincoli, né la risposta è ritorno alla piccola comunità chiusa della città di Leon Krier. Forse le questioni sono tra loro più intricate: permanenze e cambiamenti producono una dialettica più complessa e concreta ma assai più creativa socialmente per l´architettura. La cultura della Grecia antica ha vissuto per secoli in quella romana, quest´ultima ha attraversato il Medioevo costituendone materiale ineliminabile e così via.

Il nuovo è essenziale per le differenze quanto le memorie che ne costituiscono il terreno di costituzione. Il centro storico delle città forse non è solo materiale per le cartoline turistiche e per le attività della popolazione del periurbano ricolma di futuro, ma anche luogo delle identità collettive.

E´ vero: «Gli ingredienti dello sprawl - il turismo, i centri commerciali, le tangenziali, i parcheggi, gli svincoli, i mezzi telematici, le villette, i vuoti - possono apparire brutti, ma anch´essi possono essere indirizzati verso un ulteriore obiettivo di qualità», come scrive Ingersoll ma tutto questo non solo la cultura architettonica non ha ancora trovato i modi per attuarlo ma ci attraversa il sospetto che siano proprio i massimalismi, sia quelli dell´entusiasmo per lo sviluppo senza limiti che quello dell´ideologismo ecologico non meno di quello «neohemait», ad impedirlo. Senza dialettica con il passato non vi è nemmeno progetto di futuro.

La nozione di modificazione necessaria e quella di progetto come dialogo è da molti anni collocata accanto a quella di nuovo come valore: essa non è liquidabile solo come riformista, è il fondamento di un nuovo realismo critico, l´opposto cioè del relativismo empirista (e un po´ cinico) con cui oggi si trasforma la constatazione in valore.

Detto questo, consiglio di leggere con attenzione il libro di Ingersoll, che ha come sottotitolo (che interpreto a mio modo positivamente) "Cercando la città in periferia" come stimolo progettuale, cioè in ogni modo di costituzione di ordine: anche quello che "bergsonianamente" non si vede.

I cinque capitoli che lo compongono, ciascuno commentato con una didascalica sequenza di illustrazioni, cominciano con il descrivere gli estremi della sprawltown non solo come nuova metafora della città ma come inevitabile futuro dell´aggregato-disperso urbano.

Il secondo capitolo è dedicato alla trasformazione dei centri storici a causa del turismo di massa. Nella «città-cartolina» dove il senso civico è perduto, il cittadino ideale è il turista. Peraltro due miliardi di turisti producono quasi duecento milioni di posti di lavoro. E´ al cittadino turista di se stesso che è rivolta l´evoluzione dei centri commerciali che dalla periferia si stanno ritrasferendo nei centri urbani, con una sempre più importante percentuale di coniugazione con gli stessi musei: musei shopping mall.

Questa sostituzione dell´antico centro civico offre sicurezza e sorveglianza in cambio di privatizzazione e si espande come ideologia ai modelli delle aree urbane anch´esse privatizzate: le comunità-club ad ingresso controllato come Las Colinas presso Dallas e, più in piccolo, Milano 2. Anche se la connessione con il tema della sprawltown è più indiretta, è questo il capitolo nel quale più si esercita criticamente Ingersoll.

Poi l´autore si occupa della nuova percezione dell´urbano (anche attraverso la frammentazione della visione dall´automobile anche vecchia di ottant´anni) e vede nel montaggio cinematografico lo strumento adatto a rappresentare la periferia esterna, luogo senza centralità dove tutto è sfondo e figura nello stesso tempo, forse proprio perché, proprio al contrario, la sequenza cinematografica è sommamente e rigorosamente ordinata. Il capitolo successivo è un invito ad utilizzare le infrastrutture come occasioni di progetto, anzi d´arte, «alla ricerca però di readymade urbani» piuttosto che nell´imitazione dei grandi acquedotti romani: anche se non si può negare che i nodi autostradali siano al contempo i simboli della catastrofe ecologica.

Da ultimo Ingersoll paragona la «questione ecologica di oggi» a quella ottocentesca dell´alloggio posta da Engels. Da Ernest Haeckel (il fondatore nel 1866 dell´ecologia) attraverso Rudolf Steiner e poi le attenzioni al problema di Le Corbusier e di «Broadacre City», arriva ai movimenti sociali Usa degli anni Sessanta sino al social forum di Porto Alegre. L´autore ripensa in termini ecologici all´intera storia dell´architettura moderna per arrivare a un´ipotesi dell´agricoltura come componente importante della Sprawltown.

Il testo è pieno di citazioni colte che affondano nella tradizione della modernità e si muove in tutta Europa con i propri esempi e con le differenze e somiglianze tra questa e la cultura nordamericana.

Nell´insieme una felice, positiva contraddizione rispetto al «tutto-futuro» che sembra invece essere la preoccupazione centrale dell´autore.

Ringrazio gli organizzatori di questa serata, perché mi danno la possibilità di portare la voce di un'associazione bolognese di cittadini e di urbanisti, che si chiama Compagnia dei Celestini.

Quattro anni fa ci siamo messi a ragionare sui motivi per cui a Bologna la qualità della vita si fosse così deteriorata, perché la città fosse meno amichevole d'un tempo. E abbiamo cominciato a ragionare con gli strumenti analitici che avevamo a disposizione, riattivando un dibattito pubblico che si era assopito, producendo analisi che hanno "resistito" nel tempo - grazie al loro rigore - anche all'assalto dei nostri più agguerriti oppositori.

Sapete tutti infatti che l'urbanistica è un tema molto spinoso, e che spesso sta sulle pagine dei giornali, in modo più o meno diretto, e di conseguenza chi "critica" e chi propone "cose fuori dal coro" ha in genere vita difficile: noi sopravviviamo - passatemi il termine - grazie al rigore delle nostre analisi e al divertimento che prova solo chi non ha padroni a cui rispondere.

Il titolo del mio contributo un po' lo anticipa: le cose che dirò sono tese a rivendicare l'utilità pubblica dell'urbanistica e della pianificazione. L'urbanistica deve servire per vivere meglio, per far vivere meglio i cittadini. Deve cioè organizzare un sistema democratico di regole e di opportunità orientate ad aumentare l'equità sociale e l'equilibrio ambientale nel suo complesso: in una parola l'urbanistica deve servire per sostanziare i diritti fondamentali di cittadinanza.

Credo sia necessario, oggi più di ieri, sottolineare questa necessità del governo pubblico delle trasformazioni urbane e territoriali perchè negli anni novanta si è smesso - a Bologna e anche in altre parti del Paese - di credere che l'urbanistica potesse realmente concorrere a realizzare questi princìpi, e conseguentemente si è scelta un'altra strada: si è scelto di non pianificare, si è scelto di trasformare la città "navigando a vista", volta per volta, caso per caso, senzaobiettivi di lungo respiro, ma soprattutto si è persa la "bussola" dell'interesse pubblico. Si trasforma la città, piccoli o grandi lotti che siano, costruendo soprattutto palazzi, villette, condomini, senza chiedersi cosa ci guadagnano i cittadini e la città nel complesso dalle trasformazioni che si compiono.

La classe politica sembra aver rinunciato ad una delle principali responsabilità che le spetta per "statuto": cioè progettare il futuro della città che governa. Che poi il progetto abbia le "gambe" (passatemi il termine) nei poteri economici che hanno la forza e l'interesse legittimo e positivo di costruirla questa città, è evidente e fuori discussione: la città è costruita prevalentemente, da sempre, per mano di operatori non pubblici, con i quali si deve trasparentemente discutere e negoziare.

Ma quello che è necessario ritrovare, perché a me sinceramente sembra essersi perduto, è la capacità che solo un governo pubblico è legittimato a fare: costruire un progetto con obiettivi e regole "del gioco", chiare, durature e indiscriminanti, a cui deve riferirsi chi ha le opportunità e gli interessi per trasformare suoli ed edifici.

Questo progetto ripeto non può che essere pubblico, perché solo un governo pubblico può e deve prendersi cura, cioè tutelare e promuovere, anche chi non ha potere, chi non ha interessi immobiliari, chi non è proprietario di suoli o di edifici: cioè la stragrande maggioranza dei cittadini.

Queste cose le dico non per dare lezioni a qualcuno, ma perché servono ad inquadrare il senso del mio contributo.

Perché la strada che si è intrapresa a Bologna ha mostrato di essere fallimentare: un fallimento oggi documentabile e che ha radici ben definite.

A Bologna - ma non solo a Bologna - nell'ultimo decennio del secolo scorso, si è subito pesantemente il fascino del «neoliberismo deregolativo», che altrove aveva cominciato a farsi vivo già dagli anni ottanta.

Negli anni ottanta, a Bologna, si era invece scelta un'altra strada: si era cercato di costruire un progetto per il futuro della città con un Piano, un buon Piano Regolatore, che puntava a non espandere ulteriormente il suolo urbano ma a compiere operazioni di vera riqualificazione. Era un Piano dimensionato con quote di sviluppo residenziale credibili e sostenibili.

Ma quel Piano così adottato nel 1985 fu tradito e stravolto nella sua versione definitiva, approvata 4 anni dopo, a seguito di un drammatico conflitto politico all'interno della giunta di sinistra: aumentarono notevolmente gli indici edificatori, saltarono molte altre garanzie circa la sostenibilità delle operazioni urbanistiche; da una previsione di circa 6 mila alloggi da costruire in 10 anni se ne inserirono 19 mila.

Quello che si cominciò ad attuare all'inizio degli anni novanta era dunque un Piano stravolto, inadatto a guidare lo sviluppo di Bologna, inadatto a creare opportunità per gli operatori del mercato e vivibilità per i cittadini.

A 14 anni di distanza quel Piano, talmente era sovradimensionato, è rimasto inattuato per quasi la metà delle sue capacità edificatorie e laddove lo si è attuato esso ha mostrato drammaticamente tutti i suoi limiti: gli indici edificatori elevati hanno prodotto comparti urbani densi e massicci, privi di qualità e in cui ci sono serie difficoltà di reperimento di suoli per i servizi di quartiere. E di conseguenza sono emersi problemi di congestione e di traffico, e anche di degrado diffuso.

Di fronte a questa condizione, nella seconda metà degli anni novanta, invece di scegliere di "rifare il Piano", cioè di rimettere mano alle regole e alle strategie per la trasformazione della città, si è scelta la strada della deroga dal Piano: significa che si è deciso di procedere inseguendo gli stimoli che il libero mercato proponeva all'amministrazione pubblica, senza che quest'ultima avesse degli obiettivi chiari e di lungo periodo a cui riferire quegli stimoli che venivano dagli operatori di mercato.

Si è aperta così la stagione della così detta riqualificazione urbana, o dei programmi integrati: una stagione transpartitica, a cui Guazzaloca ha contribuito continuando e peggiorando una situazione già in essere.

Non entro nel merito di questa strumentazione (i Programmi Integrati e di Riqualificazione appunto) perché credo sia qui inopportuno. Racconto invece che cos'ha prodotto questa stagione, negli ultimi sette anni.

Nonostante Bologna non sia mai stata un polo della grande industria manifatturiera o "pesante", e di conseguenza non abbia subito, nei tempi recenti, fenomeni di dismissione produttiva o di crisi funzionale di grandi comparti urbani, di dimensione in qualche modo paragonabile a quelle di altre aree del Paese (per esempio a Napoli – Bagnoli, o a Sesto San Giovanni), Bologna è stata martellata per gli ultimi 7 anni da una costante e unica attività «urbanistica»: quella di una «riqualificazione» che ha riqualificato - a nostro parere - soprattutto la speculazione edilizia.

L’attività di sostituzione e ridefinizione funzionale di tessuti già urbanizzati o interstiziali attraverso interventi di media e piccola dimensione ha prodotto infatti, in questi ultimi anni, effetti di non secondario rilievo, sia dal punto di vista delle quantità messe in gioco dai così detti "programmi integrati" prima e poi da quelli di riqualificazione, realizzati o in fase di realizzazione (si tratta in totale quasi tremila nuovi alloggi), sia dal punto di vista dell’impatto che la sommatoria di questi nuovi fatti urbani ha generato (e genererà) sulla città.

Un primo aspetto di questa «stagione urbanistica» bolognese riguarda la completa assenza del rapporto fra le singole operazioni e una strategia urbana che chiarisca l'interesse collettivo derivante dai singoli interventi: si tratta cioè, senza dubbio, di azioni indipendenti l'una dall'altra, che esauriscono la loro ragione nella mera trasformazione edilizia dell'area, con un rendimento ingente e diretto solo per i soggetti privati interessati dalla trasformazione (proprietari di aree e costruttori).

In secondo luogo le quantità edilizie messe in gioco, dimostrano che gli interventi di trasformazione sono di assoluto rilievo nella dinamica complessiva di Bologna, relativamente all’ultimo decennio: si tratta di oltre 50 interventi[1], tutti in deroga dal PRG, che investono complessivamente quasi 110 ettari di suolo cittadino, per una capacità edificatoria di 320.000 mq di Superfici Utile, della quale il 70% destinata a residenza (soprattutto per il libero mercato della proprietà), a cui corrispondono circa 2.500 - 3.000 nuovi alloggi.

Per inquadrare il significato di questi dati bisogna ricordare che il PRG vigente, nella versione adottata nel 1985, aveva calcolato un fabbisogno decennale di meno di 6.000 alloggi - come ho ricordato prima: una stima che sostanzialmente non è stata smentita dai dati della produzione edilizia degli anni novanta, di poco superiore alla media di 500 alloggi l’anno; un dato questo che rappresenta bene la capacità effettiva di assorbimento dei nuovi alloggi da parte del mercato libero.

Con i programmi complessi, tra il 1998 e oggi si «aggiunge» quindi alla città un carico urbanistico pari a cinque/sei anni di attività edilizia (tutto questo in deroga da un PRG con ingenti quantità edificatorie ancora da attuare).

Terza questione: molti degli interventi per i quali si sono richiamate le procedure della riqualificazione, oltre a non lasciare intravedere un disegno urbano di riferimento, aprono uno squarcio sulle asserite situazioni di degrado urbano (ambientale, sociale, funzionale ecc.) da riqualificare.

Nei fatti, numerosi degli interventi proposti agiscono su aree completamente inedificate, spesso destinate dal PRG a zone per servizi pubblici (verde, parcheggi, scuole ecc.), con vincoli più volte reiterati e scaduti; le trasformazioni che sono state proposte sembrano quindi originate e motivate da problematiche importanti (i vincoli scaduti), ma che hanno poco a che fare con la riqualificazione.

Quarto: la questione dei tempi e della presunta velocità di trasformazione delle aree tramite la deroga dal Piano. I tempi di trasformazione delle aree selezionate si sono rivelati del tutto simili agli strumenti di pianificazione ordinaria; ci sono, ad esempio, interventi selezionati nel 1997 che ad oggi debbono ancora trovare la definitiva concertazione tra le parti: condizione che rivela, definitivamente, l'inconsistenza della tesi secondo cui procedere «caso per caso», derogando dal Piano Regolatore, è il mezzo più veloce per trasformare la città.

Quinto e ultimo punto: le "contropartite" per la collettività. La asserita «complessità» delle operazioni urbanistiche, sia in termini progettuali che di relazione con le diverse compagini sociali ed economiche, non ha movimentato risorse straordinarie e dunque, anche per questo aspetto, il «sacrificio» della pianificazione urbanistica non è servito a dotare la città di attrezzature pubbliche di significativa consistenza.

La destinazione abitativa, come ho già ricordato, è stata largamente dominante in tutte le operazioni di «riqualificazione», ma paradossalmente non ha contribuito, se non in misura marginale, ad una politica per la casa: dalla concertazione si sono ottenute quote irrilevanti di edilizia sociale, a fronte di prezzi degli alloggi a libero mercato collocati costantemente ai margini più alti delle classifiche nazionali.

Insomma, mi pare che a fronte di questi risultati si debba avere il coraggio politico di riconoscere l'inutilità, per la collettività, delle operazioni urbanistiche che in questi anni sono state nominate col termine «riqualificazione», per le quali si è abbandonata la prassi garantista della pinaificazione a favore di un sistema di contrattazioni miopi e fuori dalla sovranità democratica delle assemblee elettive: assemblee ridotte a semplici organi di ratifica di contrattazioni eseguite nella "riservatezza", per usare un eufemismo.

Questi fatti, a mio parere, non lasciano dubbi sull'opportunità di chiudere una stagione che a Bologna ha peggiorato la qualità della vita dei cittadini, ha depotenziato il ruolo e la responsabilità dell'amministrazione cittadina nel progettare strategie per il futuro, ha eroso le conquiste sociali connaturate a quell'urbanistica riformista che a Bologna era gemmata.

Credo, per finire, che sia venuto il momento di riprendere una strada che rimetta al centro delle trasformazioni urbane l'interesse pubblico e la responsabilità politica, assieme a tre importanti valori: la trasparenza (che vuol dire anche la partecipazione) dei procedimenti urbanistici; il rigore nelle valutazioni di un territorio sempre più fragile e limitato; e l'equità nel trattamento di tutti cittadini, anche di chi non è interessato a concessioni edilizie, ma ha il diritto a una città vivibile.

Mi pare che l'urbanistica, in questo senso, sia uno strumento di governo necessario.

Grazie

[1] Ci si riferisce alla somma degli interventi relativi ai bandi pubblici OdG 70 e OdG 136, concertati e non concertati.

Tra poche settimane si chiuderà la prima parte (la più complessa e determinante) dell’iter di formazione del nuovo Piano Urbanistico della città di Bologna, che andrà a sostituire il “vecchio” Piano Regolatore Generale.

Nella più completa assenza di dibattito pubblico, di partecipazione diffusa, si chiude una parte importante del processo che costituisce il fondamento dello sviluppo fisico e funzionale di Bologna per i prossimi anni e che – con ogni probabilità – porrà condizionamenti di rilievo a chi governerà la città dopo il 13 giugno.

Alcuni numeri di questo Piano chiariscono la dimensione dell’investimento – o dell’ipoteca – che ci sta per piovere addosso: 20 mila nuove abitazioni previste nei prossimi 15 anni, a fronte di un mercato che oggi non ne assorbe più di cinquecento l’anno. Quasi 3 milioni di metri quadrati di superficie edificabile per la residenza, per gli insediamenti produttivi e per il terziario, di cui almeno due terzi collocati in zone agricole, all’esterno della Tangenziale: e dire che negli ultimi anni del secolo scorso sembrava consolidata la cultura della non erosione di altro suolo agricolo tanto prezioso per il riequilibrio ambientale.

Nulla, o molto poco, verrà impegnato per recuperare la qualità della città già costruita, e nessun progetto viene messo in campo per sviluppare e qualificare gli spazi pubblici, i luoghi di relazione e di produzione sociale.

Ancora, tre linee di metropolitana sotterranea (Staveco-Fiera, Piazza Unità-Aereoporto, Certosa-Due Madonne) i cui costi esorbitanti non trovano copertura nelle casse comunali né in quelle statali, se non per una quota marginale (il primo tratto della linea 1), quota che tuttavia ha già ipotecato per diversi lustri la capacità di spesa dell’amministrazione cittadina, assieme agli ultimi suoli urbani liberi, che ora vengono impegnati con la promessa di edificabilità per pagare proprio la metropolitana.

Contestualmente sta per essere cantierato un “non-tram” su gomma, che costa il doppio di un normale filobus ma trasporta meno persone e corre sulle stesse corsie “preferenziali” degli autobus, con i medesimi problemi di congestione da promiscuità viabilistica (il non rispetto delle corsie preferenziali è un costume patologico dei nostri tempi).

Nel complesso, si tratta quindi di un Piano che non sembra rispondere alle domande collettive: maggiore vivibilità, più qualità ambientale, una politica della casa che aggredisca la speculazione e non i cittadini, un sistema di politiche per la mobilità che riveda nel complesso la disciplina del traffico e non si esaurisca in costose (e di dubbia utilità) infrastrutture. In compenso questo Piano risponde, con messaggi chiari, alle attese di rendita delle società immobiliari.

La Compagnia dei Celestini, nelle prossime settimane, s’impegnerà nella discussione critica dei documenti che stanno per essere licenziati da Palazzo d’Accursio. Lo faremo a partire da una festa: il 3 aprile pomeriggio, alla Multisala di via dello Scalo. Inizieremo lì, con proposte alternative, a raccontare le nostre idee per una città più equa e vivibile.

La Compagnia dei Celestini

Non ho ancora letto Meridiana, e mi riservo di farlo e di pubblicare alcuni degli interventi lì pubblicati. Vorrei subito fare due osservazioni.

La prima. Nella sinistra italiana c’è sempre stato chi ha visto con favore il Pontone. Questo atteggiamento è certo collegato con le simpatie ottocentesche che ancora in essa albergano: le Grandi Opere come simbolo delle “magnifiche sorti e progressive”, l’illusione che le Grandi Infrastrutture possano risolvere i problemi del territorio, per non parlare della propensione a privilegiare l’occupazione coute qui coute.

La seconda. Chi attribuisce mitiche funzioni strategiche a una Sicilia finalmente collegata al continente da un ponte, come mai non ha mai pensato ad attribuire quelle funzioni alla Calabria?

Francesco Merlo

Se la sinistra scopre che il Ponte è di sinistra

FOSSE pure vero che non c´è convenienza economica, il Ponte sullo Stretto di Messina andrebbe comunque costruito, senza arroganza verso le ragioni dei ragionieri ma con un filo d´ironia, visto che nessuno ha fatto i conteggi alla Torre Eiffel o alla Statua della Libertà ma tutti capiscono che senza Torre e senza Statua a Parigi e a New York ci sentiremmo persi. Solo grazie ai simboli infatti uno spazio dove ci smarriamo diventa un luogo nel quale ci ritroviamo. Non è insomma per ragioneria che si fanno i ponti, ma per ridurre le distanze. Anche in bocca, tra due denti, si fa un ponte. Tra due feste si fa un ponte. Si fanno ponti per i sospiri, e persino il ballerino di Lucio Dalla «balla su una tavola tra due montagne». Non c´è civiltà che non sia stata edificata attraverso i ponti, non c´è bellezza di città senza ponti, negli Usa come in Portogallo, in Svezia come in Francia, in Scozia come in Australia e in Giappone. Del resto chi fa ponti, in qualche misura diventa pure papa, pontifex, pontefice. Si fanno ponti anche come sberleffo alla natura, quella dei terremoti e quella dei vulcani, e si fanno ponti per dare ordine e bellezza al paesaggio che non è fatto di mitili e di mostri omerici, ma è fatto dagli uomini e dai loro progetti, perché nessun uomo ha mai visto la Terra senza gli uomini. Il Ponte insomma è bello, ed è sempre e comunque sviluppo, è progresso, è darsi la mano, è il binario per il pendolino e per l´Eurostar che si sono fermati a Eboli, è l´adeguamento delle autostrade al flusso di automobili e di camion. Il Ponte sconvolge l´arretratezza del sistema viario perché accelera e parifica. E anche con i bilanci in rosso, il Ponte sarebbe comunque ricchezza, risorse, opportunità straordinarie, nuovi posti di lavoro. Alla fine insomma questo Ponte sullo Stretto è l´opera più bella e più avanzata che l´Italia possa realizzare, è un risarcimento al nostro Sud, ed è - deve essere - un´operazione laico simbolica keynesiana, la fine di un handicap, la fusione di Messina e Reggio nella Città dello Stretto, come una nuova Costantinopoli. Perciò il Ponte è di sinistra, anzi è quanto più di sinistra si possa fare (non dire, ma fare) oggi in Italia.

E infatti, a sorpresa, la sinistra meridionalista sta riscoprendo le ragioni del Ponte sullo Stretto e, senza troppa timidezza, avanzando per riviste e per convegni, si fa ponte verso il Ponte di Berlusconi, vorrebbe spingerlo a passare dal virtuale al reale, posare insieme con lui quella prima pietra prevista nel prossimo mese di maggio, e magari pure sfilargliela di mano, perché i ponti si possono anche discutere, ma poi, alla fine, si fanno, e mai per ragioni contabili, visto che nessuno le ha mai applicate al Ponte di Brooklyn, e si viaggia magnificamente dentro il tunnel che attraversa la Manica, malgrado i bilanci siano ancora drammaticamente in rosso.

Torna dunque il Ponte di sinistra o, meglio, la sinistra del Ponte, proprio quando il più grandioso progetto del governo Berlusconi, il più meridionalista dei suoi progetti, maltrattato dalla burocrazia di Bruxelles, rischia di rivelarsi, già nei prossimi vertici europei della prima metà d´ottobre, un ponte di sabbia o meglio un ponte di carta. Aggredito dall´arcaismo retorico del più candido, ingenuo e peggiore ambientalismo, e trascurato dallo stesso Berlusconi che lo ha usato come strumento propagandistico, uno dei suoi tanti belletti, il Ponte è infatti, come tutte le trovate berlusconiane, un´impresa, ma solo nella dimensione virtuale e mediatica, la dimensione dell´inesistenza. E però l´impresa, perfetta per simulazioni, prove e controprove, disegni, grafici e colonne sonore, non può diventare reale senza gli attrezzi politici e culturali, la voglia di potenziare il territorio, e il rischio degli imprenditori privati che, sia pure con il sollievo dei crediti agevolati della Banca Europea (Bei), dovrebbero affrontare il 60 per cento di un investimento che si avvicina ai 6 miliardi di euro. Ed è inutile cercare un punto mediano tra la virtualità catastrofista della sinistra economicista che prevede, testualmente, "un Ponte frequentato solo dai gabbiani" e la virtualità berlusconiana che lo immagina come "una macchina per soldi" capace di "risolvere i più grandi problemi del Mezzogiorno". Opposte previsioni di spesa si fronteggiano sugli spalti dei giornali avversari, ma sono dati che non andrebbero contrapposti ma invece giustapposti. I vantaggi infatti non andrebbero assolutizzati e gli svantaggi non andrebbero drammatizzati. Bisognerebbe lavorare per ridurre l´area degli svantaggi e accrescere quella dei vantaggi. Questa è la politica.

Ebbene, che la politica, la cultura politica di sinistra, voglia riscoprire il Ponte, aprirsi, articolarsi e magari da subito riprendersi quel Ponte che aveva fatto sognare i suoi migliori meridionalisti, che la sinistra voglia infilarsi nel progetto Ponte, lo si scopre con gioia leggendo il numero 41 della rivista del neomeridionalismo di sinistra, che si chiama appunto Meridiana e che al Ponte è interamente e variamente dedicata, con un bellissimo saggio introduttivo di Lea D´Antone. Con l´idea dinamica, non scontata, che non esiste il Mezzogiorno ma esistono i Mezzogiorni, dove non tutto è sempre e comunque arretrato, la rivista è marcata Donzelli, editore di tutto rispetto e rivista-manifesto degli storici meridionalisti cinquantenni in cerca del simbolo di una generazione.

E difatti leggendola si capisce bene come il Ponte sullo Stretto possa rappresentare, finalmente meglio e più del terrorismo, il simbolo della generazione del Sessantotto. Sono infatti loro che lo vogliono; siamo noi che, giunti alla maturità, vogliamo i ponti mentre prima volevamo dittature e bardature, chiusure e costruzioni anti. Il Ponte per la sinistra italiana potrebbe significare dunque anche il giro di volta della maturità, perché questa generazione del Sessantotto è ancora alla ricerca del suo simbolo, e il ponte è la conclusione logica di quel percorso, di quell´avventura fatta tutta per rottura di ponti.

E la mafia? A Palermo non ci sono ponti, la mafia non è nata né sopra né sotto i ponti. Certo, la mafia c´è e qualsiasi grande investimento corre il rischio della mafia. Ma forse, contro la mafia, non bisogna più investire nel Sud? E non sarebbe, il rinunciare al progresso e allo sviluppo per paura della mafia, la maniera più vile di arrendersi alla mafia? Per alcuni la mafia cresce nella povertà e nel sottosviluppo, per altri nella ricchezza e nello sviluppo, c´è chi la lega al grano e alla terra arida, chi all´arancia e all´acqua. A Gela la mafia è arrivata con l´industria ma a Villalba, Mistretta, Montelepre, Corleone non c´è mai stata industria. La verità è che la mafia si combatte con polizia e magistratura, con la pazienza, l´eroismo e il rischio d´impresa che è fatto di innovazione e dunque anche di ponti. I testi di Morale ci insegnano del resto che l´angoscia d´esser nati può diventare forza criminale quando va verso la disoccupazione, o forza propositiva, ergon, quando va verso il lavoro.

Infine, e di nuovo, Berlusconi. Si può volere il Ponte che vuole Berlusconi e cominciare a farlo insieme a lui. È questo il solo modo per sottrarlo alla sua ormai proverbiale e furba dabbenaggine, il modo per introdurre garanzie, rapporti con il sindacato, e alla fine fare del progetto Ponte un Parlamento con maggioranza e minoranza, prendere il controllo di una grandiosa operazione che non è solo economica e deve essere gestita da tutta la cultura politica italiana, perché riguarda tutta l´Italia, la simboleggia tutta, Ponte tra le due Italie, tra le due culture, tra le due esigenze. Il Ponte che, come la rivista di Piero Calamandrei, unifica senza confondere, e addirittura rinsalda le identità perché le fa diventare identità aperte contro le identità chiuse che ti fanno orgoglioso e spocchioso, ma non ti portano da nessuna parte.

Ecco: il Ponte, per la sinistra, è anche un ponte contro la spocchia, contro la sicumera, contro il complesso di inferiorità coperto di muscoli, il Ponte al posto dei baffi di ferro e dei girotondi, il Ponte per non smarrirsi nello spazio astratto dell´ideologia, nell´Italia-manicomio che, pur di fare un´altra pernacchia a Berlusconi, vorrebbe volare da Scilla a Cariddi con la liana e l´urlo di Tarzan.

Diciamo no al ponte sullo Stretto

Sen. Anna Donati, Capogruppo Verdi

Nel suo provocatorio articolo Francesco Merlo scrive che il "Ponte sullo Stretto di Messina è l'opera più bella ed avanzata che l'Italia possa realizzare, anche se non è conveniente e se non serve, perché è un simbolo, un monumento, il riscatto del Mezzogiorno". Carente solo in un punto: non evoca l'eros, della serie "il mio è più lungo del tuo", implicito nel progetto, che avrebbe aggiunto intima suggestione all'opera. Ma passando dall'articolo alla realtà: il ponte non ha flussi di traffico sufficienti (e quindi unisce poco), lascia un pesante segno sul territorio (e quindi distrugge identità) e costituisce una modesta sfida tecnologica per il nostro tempo. Sarà interamente pagato dai cittadini e soprattutto dalle generazioni future, che si troveranno un pesante debito nel bilancio dello Stato. Peccato che costi solo 6 miliardi euro che potrebbero essere meglio impiegati per realizzare strade, ferrovie, ospedali, reti idriche e riqualificazione delle città di cui il Mezzogiorno ha urgente bisogno. E magari rinunciare al condono edilizio previsto dal governo Berlusconi per fare cassa e realizzare anche le opere strategiche come il ponte tra Scilla e Cariddi. Il ponte è un monumento simbolo troppo caro e per la generazione del '68 sarebbe utile identificarne uno più economico e suggestivo, magari aprendo un concorso d'idee. C'è però un argomento stimolante che Merlo evoca: come si lascia nel terzo millennio, in un paese come l'Italia, pieno di simboli veri, d'opere d'arte, di città uniche al mondo, un'opera del costruito, un segno per la memoria e d'identità del presente. Apriamo una discussione anche su questo.

Non è un simboloè un'opera in perdita

Gaetano Benedetto, Segr. Agg. Wwf

Ormai è chiaro: il ponte sullo stretto di Messina, se mai sarà, verrà realizzato in perdita con soldi pubblici. Il numero dei transiti, anche nelle migliori ipotesi, non consentirà infatti di rientrare degli investimenti. Altrettanto chiaro è che il progetto presentato è un colabrodo e purtroppo sarà la giustizia (che verrà chiamata in causa dagli ambientalisti e non solo) a stabilire se le procedure seguite nella valutazione ambientale e socioeconomica corrispondono a quanto previsto dalla legge. Merlo ripropone il ponte quale simbolo. Ma non si sta realizzando il ponte quale monumento a futura memoria, e proprio perché non è un monumento, ma dovrebbe essere un'opera funzionale alla mobilità del paese, i miliardi d'euro previsti (di certo sottostimati) devono esser valutati rispetto al calcolo costi/benefici della comunità nazionale. Anche considerando una radicale riorganizzazione portuale con la realizzazione di nuove infrastrutture, il ponte rimane comunque un'opera in perdita, la cui costruzione poteva essere motivato solo dalla necessità di realizzare un opera "manifesto", un'opera cioè "simbolo". Il Paese ha questa necessità? E soprattutto, sono questi i simboli di cui oggi abbiamo bisogno? Prescindiamo dunque dai soldi, dalle tecniche costruttive, dai problemi geofisici, prescindiamo da tutto: come sostenere che il ponte non sia uno sfregio in un luogo del mito qual è quello di Scilla e Cariddi? Come non pensare che l'identità di un'isola, qual è la Sicilia, sia proprio nel suo esser isola? Il nostro è certamente un Paese che ha bisogno sia d'opere pubbliche utili che di simboli positivi. Basta intendersi su quali questi siano e debbano essere. Crediamo che le grandi opere pubbliche di cui il nostro Paese ha bisogno siano in realtà una miriade di piccole opere che ricostruiscano la trama d'un territorio massacrato da incultura e malgoverno, che rendano efficienti i sistemi e le reti di servizio esistenti, a cominciare da acquedotti, elettrodotti, ferrovie, strade.

Il Ponte, tabù e sfidedel centrosinistra

Mario Virano, Consiglio amministrazione Anas

L'articolo di Francesco Merlo sulla riscoperta del Ponte come opera "di sinistra" è chiaramente un paradosso sui tabù della cultura progressista e una metafora delle questioni contraddittorie di cui la politica neo keynesiana dell'Ulivo dovrebbe farsi carico per tornare a governare. Nelle prime reazioni "da sinistra" sembra prevalere l'effetto scandalo ma mai come in questo ca¬so vale il detto evangelico "oportet ut scandala evenient". Come uomo "di sinistra" e come amministratore Anas (azionista di peso della Società del Ponte sullo Stretto) vorrei racco¬gliere fino in fondo la provocazione di Merlo e considerare la questione del Ponte come cartina di tornasole fra i tre possibili scenari politici in cui l'opera si colloca: annunciare grande e fare piccolo; fare grande e pensare piccolo; pensare grande e fare conseguentemente. L'azione del governo pare oscillare fra i primi due, con una prevalenza del primo scenario incentrato sull'effetto-an¬nuncio; c'è però il rischio che si af¬fermi il secondo, e un'opera straor¬dinaria come il Ponte venga vista come un qualunque altro ponte, so¬lo più grande, più difficile e più co¬stoso. Questa sarebbe l'eventualità peggiore, perché richiederebbe enormi risorse per fare in grande ciò che si è concepito in piccolo cioè senza una strategia generale degna di questo nome. Infatti, se è vero che le grandi opere valgono anche per il loro valore simbolico, sarebbe im¬possibile motivare il Ponte solo in base all'obiettivo dell'integrazione piena del "mercato interno insula¬re" con quello "continentale". Altra cosa è invece la sfida del Ponte se si immagina la Sicilia come grande piattaforma logistica dell' Europa, protesa nel cuore del Mediterraneo. Il collegamento stradale e ferrovia¬rio attraverso il ponte significhereb¬be il prolungamento via terra di un molo continentale unico sulle rotte fra Suez e Gibilterra, offrendo al si¬stema Italia opportunità assoluta¬mente inedite nell'Europa a 25. Questa visione però comporta una contestuale soluzione dei colli di bottiglia dei valichi alpini, perché solo così, aprendo i collegamenti ferroviari e stradali verso il centro nord dell'Europa, il Ponte può tro¬vare una motivazione reale oltre i paradossi di Merlo. C'è la capacità di impostare un progetto unitario di questa portata con una conseguen¬te politica economica in grado di mobilitare le risorse pubbliche e private in grado di sostenerne l'at¬tuazione? Oggi nel centrodestra non mi pare di vedere questa capa¬cità; spero possa esserci in un cen¬trosinistra che abbandoni definiti¬vamente ogni logica del "piccolo è bello" per sposare la sfida del pen¬sare in grande operando conse¬guentemente.

Pareri sullo Stretto

nella rivista Meridiana

Piero Bevilacqua, Direttore "Meridiana"

L'articolo di Francesco Merlo del 1 ottobre contiene alcune ine¬sattezze e forzature su cui ho l'ob¬bligo di intervenire. Non è vero che Meridiana abbia sposato o perorato la causa della realizzazione di quel¬l'opera. Io ad esempio sono contra¬rio per più ragioni che per brevità non espongo. Ma tutto il numero in questione ha ospitato posizioni di¬verse, perché esso intendeva offrire ai lettori una pluralità di pareri, ana¬lisi, punti di vista, fondati su studi e meditate riflessioni. Questo è tanto vero che Mario Pirani, intervenen¬do su Repubblica all'uscita della ri¬vista, aveva potuto sottolineare e condividere la contrarietà di auto¬revoli studiosi a quell'opera. In realtà, in coerenza con la sua "filo¬sofia" e il suo stile, Meridiana aveva tentato di porre il problema ponte il più possibile al centro di un esame spassionato e complesso e al riparo dalle vulgate ideologiche. Constato che, almeno su quest'ultimo punto, abbiamo fallito lo scopo.

Il numero 41 della rivista Meridia¬na è presentato dall'editore Carmi¬ne Donzelli. L'apertura della discus¬sione, e quindi il tono e il senso della monografia, sono cadenzati dal sag¬gio introduttivo della professoressa Lea D'Antone, che spiega le ragioni storiche e attuali della necessità del Ponte. Ovviamente la rivista ospita, e io l'ho scritto nel mio articolo, altri interventi che, come sempre in que¬sti casi, rafforzano il saggio a cui fan¬no da contorno e dunque forzano - loro non io - la piega del discorso. Del felice risultato complessivo ho già scritto, e Carmine Donzelli me ne è garbatamente grato. Adesso ap¬prendo con interesse che il professo¬re Bevilacqua è contrario al Ponte. Chieda a Donzelli di finanziare un altro numero per argomentare le sue ragioni. (f. mer.)

La commissione speciale di valutazione di impatto ambientale ha comunicato il 20 giugno scorso il proprio parere positivo riguardo il progetto preliminare del ponte sullo stretto di Messina al ministero dell'ambiente. Il giudizio scontato della commissione, per gli effetti della legge obbiettivo che ha previsto la riforma delle procedure per la valutazione di impatto ambientale (VIA) e dell'autorizzazione integrata ambientale, contiene delle raccomandazioni e delle prescrizioni di cui la società Stretto di Messina e il general contractor dell'opera dovranno tenere conto nel redigere il progetto definitivo dell'opera. Il parere è stato votato all'unanimità dalla commissione speciale insediata specificamente dal ministero dell'ambiente ed è posto a conclusione di una lunga relazione tecnica cui hanno lavorato oltre che i tre membri della commissione, otto esperti dell'Apat (Agenzia per i servizi tecnici e la protezione ambientale) e cinque esperti esterni in qualità di associati.

Il parere della commissione Via prevede raccomandazioni e prescrizioni raggruppate in tre punti: programmatico, progettuale e ambientale.

Sotto il profilo programmatico le prescrizioni sono tre: il progetto definitivo dovrà essere compatibile con le strategie ed i piani di sviluppo con i quali è destinato ad interagire; dovrà prevedere adeguati scavi esplorativi per il profilo archeologico e, dovrà attuare nella fase di realizzazione una significativa riqualificazione dell'opera .

Sotto il piano progettuale ci sono da una parte due raccomandazioni: concordare con Reti ferroviarie il programma di realizzazione delle opere connesse al ponte e inserimento di un crono programma delle varie fasi di lavoro e, dall'altra due prescrizioni: la tempestiva realizzazione della linea ferroviaria in località Cannitello e la descrizione delle modalità di risoluzione di alcune interferenze nella costruzione delle fondazioni delle torri e delle strutture di cantiere.

Per quanto riguarda infine il più importante quadro di riferimento ambientale la commissione prescrive:

la necessità di più approfonditi studi geo-sismico-tettonici; la necessità di interventi rivolti alla tutela e alla riqualificazione ambientale; la necessità di studi idrogeologici ed idrochimici e del sistema di controllo delle acque (in particolare nei territori interessati da gallerie); il vaglio e l'analisi dei materiale scavato prima del riutilizzo; la necessità della riduzione ai minimi livelli degli impatti sugli habitat di specie animali protette e specie migratorie sensibili; la necessità di ridurre l'impatto illuminante sul mare degli impianti di illuminazione; la necessità di opere di mitigazione acustica e la necessità di predisporre un progetto di monitoraggio ambientale.

Il parere positivo della commissione Via apre la strada all'approvazione del progetto del ponte di Messina da parte del Cipe e, dopo la pausa estiva, alla scelta del general contractor.

Vivissime sono state le proteste contro il parere della commissione speciale da parte delle associazioni ambientaliste che hanno annunciato ricorsi al Tar e alla Corte europea, e si chiedono come sia possibile fare un progetto preliminare tanto carente e dai costi non chiari.

Un altro aspetto che presenta delle singolarità è il fatto che manca l'assicurazione che il collegamento ferroviario si farà. Sulla costa calabrese infatti la linea ferroviaria scorre a livello del mare, 70 metri sotto quella siciliana. La soluzione sarebbe quella di costruire una nuova linea ferroviaria ad alta velocità in galleria che attraversi le montagne calabresi fino al mare, ma anche qui sorgono dubbi sul finanziamenti dell'opera stanziati da parte di Reti ferroviarie italiane.

Preoccupazioni sorgono anche in merito al temuto stravolgimento dei due ecosistemi lacustri, i Pantani di Ganzirri, due zone di interesse comunitario accanto alle quali sorgeranno i due piloni siciliani del ponte da 50 metri di lato ciascuno, nonostante la completa impermealizzazione degli stessi richiesta dalla Via.

Un'altra denuncia del rischio ambientale viene dal comitato "Tra Scilla e Cariddi" che sottolinea come la realizzazione del progetto del ponte rappresenterebbe la cancellazione fisica dell'ecosistema dello Stretto, già attualmente compromesso. Si tratterebbe non soltanto di un irreversibile danno ambientale, ma della cancellazione delle basi biologiche e fisiche di un patrimonio culturale antichissimo. Anche l'analisi economica mostra che si tratta di un investimento irrazionale, troppo costoso rispetto ai ritorni previsti, inutile rispetto alle alternative immaginabili, senza prevedibili effetti di trascinamento per lo sviluppo endogeno vista l'importazione massiccia di tecnologie prodotte altrove, trattandosi in breve di un esempio tipico di quegli investimenti sconsiderati già fatti nel Mezzogiorno privi di connessione organica con il territorio. Infatti, il futuro dell'area dello Stretto dovrebbe passare dallo sviluppo sostenibile basato sulle risorse territoriali, ambientali, culturali, paesaggistiche; proprio quelle che il ponte distruggerebbe.

Non si prendono inoltre in considerazione altre soluzioni di carattere multimodale per l'attraversamento dello stretto delle persone e delle merci (ad esempio i moderni e portacontainer, le navi cioè che approdano a Gioia Tauro, contengono ciascuno una quantità di merci pari a quella trasportata da mille Tir), né gli effetti di inquinamento e di congestione conseguenti all'ulteriore sviluppo del traffico su gomma che comporterebbe la costruzione del ponte.

Il comitato "Tra Scilla e Cariddi" è nato nel 1998, all'indomani dell'approvazione del progetto di massima del Ponte da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, contro la realizzazione del ponte di Messina. Esso associa studiosi ambientalisti, intellettuali calabresi e siciliani, le principali associazioni ambientaliste, Rifondazione comunista, i Verdi, il Cric e numerose altre associazioni locali e nazionali. Il Comitato, che con un appello/manifesto ha chiesto all'Unesco l'inserimento dell'area dello Stretto di Messina nell'elenco dei siti "patrimonio naturale e culturale dell'umanità", è una delle poche, se non la sola voce, che contrasta il monopolio della informazione calabrese e siciliana in materia e continua l'esperienza di una stagione di lotte ambientaliste che in passato portarono alla cancellazione del progetto di centrale a carbone nella Piana di Gioia Tauro.

Vi sono, infine, anche forti perplessità sulla tenuta statica e sulla sicurezza del ponte che dovrebbe essere costruito su una delle aree a più alto rischio sismico del Mediterraneo. Come rileva il coordinamento della petizione per "Messina senza ponte", le caratteristiche geomorfologiche del territorio dello Stretto (zona sismica, con forti venti e imprevedibili correnti marine) pongono seri dubbi sulla sicurezza dell'opera (i forti venti sullo Stretto rischiano di limitare l'agibilità del ponte ad un terzo dei giorni dell'anno), poiché non si sono adeguatamente valutati gli effetti tellurici in quanto non si considera l'effetto di scosse ravvicinate e tutte di intensità elevata, in un'area dove si registra la massima attività sismica del paese, dove sono presenti faglie aperte e dove non è improbabile la ripresa di un'attività tellurica elevata, sempre imprevedibile e dagli effetti incontrollabili. Infatti, l'area che interessa la costruzione del ponte si trova su una zona di faglie attive e quindi soggetta a continui cambiamenti della crosta terrestre (movimenti sismici e di allontanamento della Sicilia verso il mare aperto).

Alla fine degli anni 80 come ingegnere sono stato coinvolto nel progetto preliminare di una soluzione alternativa di attraversamento stabile dello Stretto di Messina e questo mi ha dato modo di farmi un’idea abbastanza precisa della problematica del Ponte. Su tale problematica mi accingo oggi a fare alcune considerazioni.

Essendo però trascorsi ormai più di 10 anni, ho ritenuto opportuno aggiornarmi sulla materia attraverso internet. Da un lato il sito web ufficiale della Società Stretto di Messina, il quale contiene indubbiamente cose interessanti, ma anche diverse cose non dette ed altre presentate con un ottimismo che appare assolutamente fuori luogo. Dall’altro alcune analisi critiche molto approfondite, in particolare alcuni articoli presenti nel sito www.eddyburg.it, che hanno fortemente rafforzate le mie perplessità sull’operazione Ponte.

Aspetti tecnici.

Si tratta di un ponte sospeso a campata centrale unica di 3300 m di lunghezza sostenuto da due grandi pilastri in acciaio alti 382 metri. L’impalcato corre ad una altezza media di circa 70 metri sul livello del mare, ha una larghezza di circa 60 metri, sulla quale corrono sei corsie autostradali, due binari ferroviari e due corsie aggiuntive per la manutenzione. I pilastri sostengono le funi portanti, costituite di grandi cavi di acciaio armonico, che a loro volta sostengono il ponte, tramite una serie di tiranti verticali. I cavi portanti, del diametro di 1,24 metri, sono quattro, due a destra e due a sinistra; cosa inusuale per i ponti sospesi, ma necessaria in questo caso, perché data la lunghezza del ponte ed il suo enorme peso, il cavo unico risulterebbe di diametro troppo grande (1,70-1,80 metri di diametro).

Come si vede rispetto agli altri ponti simili esistenti nel mondo il progetto vuole battere un insieme di primati quali:

- massima lunghezza di campata, 66% in più rispetto all’attuale ponte più lungo (AKASHI KAIKYO, di 1990 metri)

- massima larghezza, 60 metri, contro valori massimi di 35 metri degli altri ponti grandi

- massima altezza delle torri di sostegno

cavi di sostegno di 1,24 metri di diametro, (contro 1,12 metri di AKASHI KAIKYO) e per giunta doppi, due a destra e due a sinistra, con un problema assai critico di uguale ripartizione della tensione (come segnalato al convegno di Stavanger dal prof. LEONARD, uno dei massimi esperti mondiali dei ponti sospesi)

- presenza di binari ferroviari che non esistono sugli altri ponti di lunghezza elevata, anche perché i treni sono più sensibili alle oscillazioni del ponte ed alle pendenze, che sono indotte dagli stessi carichi del traffico durante l’attraversamento. In AKASHI KAIKYO i binari ferroviari erano stati previsti, ma poi tolti, verosimilmente proprio per queste ragioni.

Ci sono poi degli altri primati, dei quali si parla poco, che sono la diretta conseguenza di tutti gli altri o se vogliamo della febbre di grandezza che sembra essere alla base del progetto. Il ponte (e anche questo è un primato), è ai limiti della fattibilità di questo tipo di strutture, tant’è che i principali elementi portanti (in particolare i cavi portanti) impegnano circa l’80% della loro resistenza per sostenere il peso proprio del ponte a vuoto, mentre il 20% resta disponibile per il carico pagante, cioè il traffico automobilistico e ferroviario. Come altri ovvi primati sono i costi ed i tempi di realizzazione, che alla fine saranno certamente ben superiori a quelli che oggi vengono dichiarati.

Un primato che assolutamente non c’è, è invece la quantità di traffico attraverso lo stretto, che oltretutto tende, come vedremo, a diminuire nel tempo.

Fattori sismici e metereologici

Un ulteriore primato è il fatto che il ponte viene realizzato in un luogo ad alta criticità, sia come condizioni sismiche che metereologiche.

Il ponte è calcolato per un sisma di 7,1 gradi Richter, paragonabile al terremoto di Messina del 1908. Ma dato che un’opera del genere deve avere una vita operativa molto lunga, si ritiene che il sisma di progetto dovrebbe essere maggiore. Da notare comunque che il pericolo non è tanto l’effetto vibratorio (che data l’elevata flessibilità della struttura non è particolarmente pericoloso), ma la possibile rotazione relativa delle basi dei pilastri, o dei blocchi di ancoraggio dei cavi portanti per effetto degli scorrimenti di faglia, che spesso accompagnano i terremoti “estremi”. E questa è comunque di difficile valutazione.

Relativamente al vento di elevata intensità, si può dire che anche se esso non è pericoloso per la struttura, tuttavia esso induce ampie (seppur lente) oscillazioni che oltre un certo limite renderanno difficoltoso il traffico (prima quello ferroviario e poi quello automobilistico), fino a portare alla chiusura del ponte nelle situazioni più critiche.

Non è quindi vero che il ponte consente l’operatività 365 giorni l’anno.

Tempi di percorrenza

E’ stato detto che il ponte fa risparmiare circa 40 minuti alle auto e circa un’ora ai treni e ciò è vero per il traffico di lunga distanza (per es. da Milano o Roma verso Palermo e viceversa). Ma per percorsi così lunghi, della durata di moltissime ore, questi vantaggi teorici non sono significativi.

Ancora peggio va per il traffico locale. Il traffico automobilistico che attualmente utilizza i traghetti è costituito per oltre il 40% di traffico locale, tra le città ed i paesi presenti ai due lati dello stretto e questa quota di traffico non solo non trae alcun beneficio dalla presenza del ponte, ma rischia di allungare i tempi di attraversamento. Ad es. per andare dal centro di Messina a Villa S. Giovanni attraverso il ponte, occorrerà prima percorrere parecchi chilometri di strade provinciali e di raccordi di collegamento nelle colline dietro Messina prima di raggiungere il più vicino casello autostradale ed immettersi sul tratto autostradale che imboccherà il ponte (il quale, va ricordato, corre ad un’altezza di circa 70 metri sul livello del mare). Stessa situazione sull’altra sponda dello stretto.

Il traffico nello Stretto

Per quanto riguarda le quantità di traffico nello stretto, le statistiche relative alla situazione del passato e le tendenze evolutive, esse sono descritte con grande precisione nel dossier: Il principe cammina sulle acque, a cura di Marco Guerzoni, agosto 2002, consultabile al sito http://eddyburg.it.

In sintesi possiamo dire:

- il traffico che fino agli anni 80 era in aumento, a partire dai primi anni 90 è costantemente in calo, soprattutto per il maggior uso dell’aereo da parte dei passeggeri e il maggior impiego per le merci, di navi che collegano direttamente i grandi porti, non solo italiani, direttamente con i porti siciliani

- i numeri attuali e la loro tendenza rendono assolutamente antieconomica l’operazione Ponte.

E non è un caso se il vero capitale di rischio, quello “privato”, sul progetto ponte non arriva.

Ponte e sviluppo economico e turistico

I vertici della Società Ponte di Messina in varie interviste si affannano a dire che il ponte creerà sviluppo economico e turistico e contribuirà a debellare la mafia ecc. ecc. Ma come mai la Calabria che fa parte del “continente”, soffre gli stessi problemi di sottosviluppo e di mafia della Sicilia? O non è più verosimile che mafia e ndrangheta prenderebbero una ricca quota del business sulla realizzazione del ponte e in definitiva si rafforzerebbero?

Per inciso, le ben note cattedrali nel deserto realizzate nel passato avevano gli stessi lodevoli obiettivi teorici. Risultato pratico: non si è mai riusciti ad impedire la quota di business della mafia durante la realizzazione, mentre poi le opere sono state abbandonate nel nulla.

Lo scrivente ha avuto visione diretta di due casi specifici di tali cattedrali:

- L’enorme complesso termale di Sciacca, realizzato anche con la collaborazione di albergatori di Abano Terme, un’impresa che sembrava avere tutte le premesse per funzionare e che invece è in totale abbandono.

- I porti e porticcioli turistici, anche questa una scelta apparentemente giusta in una regione come la Sicilia. Ne sono stati costruiti una trentina, ma nessuno è stato completato e solo qualcuno funziona molto parzialmente.

Ora ci poniamo la seguente domanda: cosa richiamerebbe più turisti in Sicilia, la presenza del Ponte o la corretta funzionalità dei porti turistici e di altre infrastrutture ? Ed il recupero di tante spiagge bellissime ma oggi lasciate in balia del degrado e prive di qualunque servizio? E prima ancora, la certezza di avere sempre l’acqua potabile, questa sì, 24 ore su 24 e 365 giorni l’anno?

Ma nel paese di Bengodi, sappiamo già quale risposta ci verrà data: Noi faremo tutto, sia il Ponte che tutte queste altre cose!

Occupazione ed impatto sociale

I vertici della Società Ponte di Messina affermano che il ponte porterà tanta occupazione, addirittura un totale di 40.000 lavoratori sulle due sponde dello stretto, nella fase di costruzione.

Ma se questo è vero, proviamo ad immaginare l’impatto sociale di una massa grande di persone (con le loro famiglie) che si dovrà insediare nella zona, a ridosso dei centri abitati. Potrebbe verificarsi una situazione critica, simile a quella che si verificò a Gela per effetto del petrolio e del petrolchimico. Migliaia di abitanti dell’entroterra lasciarono le campagne e dettero origine a quel grande e disordinato agglomerato di case, privo di strade e di servizi che sorge dietro Gela. Personalmente rimasi molto colpito da quella distesa di costruzioni che apparivano come scheletri fatti di pilastri di cemento in cui in modo casuale ed anche su piani diversi, alcuni appartamenti erano già abitati, mentre altri adiacenti erano ancora allo stadio di sole travi e pilastri.

Non è un caso se negli anni 80, studiosi olandesi della materia scelsero Gela come caso di studio emblematico di impatto socio - economico fortemente negativo e quindi come esempio da non ripetere.

Tempi e costi.

Nessuno crede ai costi (4,6 miliardi di euro) ed ai tempi di realizzazione (6 anni), compresi i soggetti proponenti e gli ambienti del ministero. Tutti sappiamo che le grandi opere in Italia si dilatano sempre sia nei tempi che nei costi di realizzazione.

Nel caso del ponte dobbiamo aspettarci risultati peggiori della media per i due seguenti motivi:

- si tratta di un’opera vicina ai limiti della fattibilità tecnologica e realizzativa

- si opera in ambiente ad alta densità mafiosa.

Conclusioni

Personalmente dopo questo aggiornamento personale e queste riflessioni sono diventato più ottimista: penso che il ponte non si farà.

Primo perché lo stato non ha i soldi; secondo perché nessun privato metterà mai una lira su un’avventura così evidentemente antieconomica.

Se però avrò avuto torto, allora come compenso avrò (o avranno le mie figlie) la possibilità di ammirare dal vero il ponte dei primati, cioè la madre di tutte la cattedrali nel deserto.

Inusuale, innovativa, da estendere come modello a tutta la Toscana. Così definirei la riunione convocata giovedì 11 marzo a Siena dal soprintendente ai Beni Architettonici Gianni Bulian per esaminare le lottizzazioni di Capalbio (Grosseto) su aree vicine al centro storico e alla macchia demaniale. Erano infatti presenti i tecnici della Soprintendenza regionale, della Regione, della Provincia, del Comune nonché rappresentanti delle associazioni per la tutela (Italia Nostra, Wwf, Comitato per la Bellezza, ecc.), in qualità di osservatori. Riunone che ha consentito a tutti di saperne di più, di capirne di più, di fornire contributi di conoscenza tecnica e di cui bisogna quindi ringraziare le Soprintendenze.

Certo, si trattava di lottizzazioni già previste nel Piano Regolatore Generale vigente, sulle quali tuttavia è stato possibile aprire un dibattito interessante. L’incontro è servito a porre in evidenza alcuni dati :

a) aveva grandemente ragione l’allora soprintendente Maria Forlani Conti quando, nel 1989, scriveva al Comune di Capalbio di ritenere “opportuno fermare l’ulteriore espandersi di edifici che creerebbero un grave danno al paesaggio” richiamando in proposito il vincolo sulla macchia demaniale ai sensi della legge n.1497 del 1939 ;

b) il PRG capalbiese non ne tenne conto e, pur con cubature dimezzate dalla Soprintendenza, ha consentito una sorta di “assedio” cementizio al borgo storico (per non parlare dell’orrendo maxi-parcheggio sotto le mura nord) ;

c) le nuove lottizzazioni presentate (due con mappe e disegni, una a voce) sono, per lo più, di qualità scadente e invadono pesantemente gli uliveti storici esistenti sbancando, cementificando, asfaltando, ecc.

Per quella di Poggio del Leccio è stata chiesta, quanto meno, una riduzione delle cubature a vantaggio di una maggiore e più concentrata quota di verde privato.

Per l’altra, davvero infelice, davanti al Cimitero, con tre “stecche” di fabbricati proprio brutte a vedersi, è stato invocato uno specifico vincolo idrogeologico che impedirebbe ogni edificazione in zona sopra i 170 m. (lì si è un po’ più alti). Quindi, giudizio rinviato.

La terza lottizzazione – prevista su di un pendio a uliveto assai ripido dietro la sede del Comune – è stata esposta soltanto a voce. Francamente essa appare quanto mai problematica per motivi sia paesaggistici che funzionali : quale strada di allacciamento e di servizio può venire mai tracciata a ridosso della macchia demaniale?

Della quarta lottizzazione – prospettata nella contigua area detta del Bargello, dentro un uliveto ancor più bello, pienamente visibile dal borgo – non s’è proprio parlato. Ma, a quanto si sa, consterebbe di due massicci fabbricati : di 23 e 17 appartamenti, rispettivamente. Un altro bel blocco di cemento fra centro storico e macchia. Un altro contributo all’”assedio” di Capalbio e al suo imbruttimento.

Tutti elementi di cui tener conto oggi e ancor più domani nel quadro del Piano strutturale del Comune in fase di preparazione. Esso continuerà a considerare il patrimonio paesistico locale soltanto come un insieme di terreni in attesa di reddito speculativo (per pochi) o non lo assumerà invece come una formidabile occasione di sviluppo socio-economico (per tutti)? Sviluppo sostenibile fondato su di una agricoltura e zootecnia di marchio, sull’agriturismo e, in genere, su di una ospitalità qualificata, sul turismo culturale e naturalistico. Insomma, su di un paesaggio ed un ambiente salvaguardati : dalla montagna alle oasi e alle dune marine.

La Regione Toscana, vero arbitro tra i tanti interessi in gioco, ha gettato la sua spada sulla bilancia. E lo ha fatto Claudio Martini, uomo che in altre occasioni si era rivelato intelligente e sensibile.

Nei due articoli Gaetano Benedetto e Vittorio Emiliani riprendono le ragioni dell’alternativa, tante volte documentatamente illustrate da Valentino Podestà e Anna Donati, Mariarosa Vittadini e Vezio De Lucia, Andrea Boitani e Lucio Caracciolo e tanti altri. Claudio Martini, presidente della Toscana, dichiara le ragioni del Si, e se ne assume la responsabilità. Anche lui con tanti altri: soprattutto con la SAT, concessionaria e beneficiaria della decisione.

Tirreno, 23 dicembre 2003Benedetto, Emiliani SISTEMIAMO L’AURELIA

La Regione Toscana ha fatto prevalere la sua linea : il Corridoio Tirrenico verrà completato come autostrada a pedaggio da Rosignano a Civitavecchia e nel tratto dopo Orbetello seguirà il tracciato costiero, sull’Aurelia, con possibili deviazioni in corrispondenza di Capalbio e di Montalto di Castro. C’è dunque la riaffermazione di un “principio” : l’Autostrada a pedaggio, con caselli, bretelle, complanari, ecc. si farà. C’è l’indicazione di un tracciato : sulla costa. Nient’altro. Perché non c’è nient’altro. Non esiste infatti un vero progetto esecutivo,né tantomeno un progetto finanziario. Non c’è infatti nulla di lontanamente paragonabile al dettagliatissimo progetto realizzato alla fine degli anni ’90 dall’Anas con la messa a norma europea dell’Aurelia (con la variante di Orbetello). Su di esso “giurò” anche il presidente della Regione Martini ai tempi del governo Amato, ministro Nesi, sottosegretario Mattioli. Salvo ripensarci, repentinamente, subito dopo le elezioni del 2001 e concorrere a resuscitare la concessionaria SAT estinta nel frattempo dietro congruo indennizzo (più volte, mai smentito, l’ex sottosegretario Mattioli ha parlato di 120-130 miliardi di lire).

Mentre esiste dunque un solo progetto (quello Anas) che attende da due-tre anni l’esame della VIA, l’Autostrada della Maremma voluta dalla Regione è stata : 1) avversata dalla maggioranza degli amministratori locali; 2) rigettata da comitati e organizzazioni locali e dalle Associazioni nazionale; 3) sonoramente bocciata dagli esperti del Politecnico e della Università Cattolica di Milano perché non ha traffico sufficiente, perché il divario costi/benefici è enorme e così via (suggeriscono di “non farne niente”).

Dunque non si sa con quali tempi e finanziamenti essa potrà essere soltanto avviata. Per contro il progetto Anas sarebbe rapidamente cantierabile con concreti benefici al più presto. L’obiezione del ministro dell’Ambiente, Matteoli, e di altri secondo cui sarebbe praticamente impossibile realizzarla senza chiudere, in pratica, l’Aurelia attuale è stato smentito, pubblicamente, dai tecnici che hanno già completato la terza corsia della Roma Nord-Orte dell’A1 e del GRA romano, trafficatissimi. Perché la Regione Toscana si intestardisce a tal punto? Le ragioni tecniche, economiche, ambientali non ce lo spiegano. Bisogna però essere molto netti sul progetto Anas :è il solo compatibile con la Maremma oltre che quello largamente di minor costo. Se si comincia coi distinguo, i se e i ma, ci si prepara a compromessi al ribasso. Sulla pelle della Maremma.

Gaetano Benedetto, Relazioni istituzionali Wwf

Vittorio Emiliani, Comitato per la Bellezza

Claudio Martini AUTOSTRADAVA BENE COSI’

E’ vero. La scelta del definitivo tracciato per il completamento del corridoio tirrenico è più vicina. E il 2004 potrebbe essere l’anno in cui aprono i primi cantieri. Ma non è prevalsa come scrivono Gaetano Benedetto e Vittorio Emiliani sul “Tirreno” la linea della Regione. E’ il risultato di un’ampia convergenza : le Regioni Toscana e Lazio, la maggioranza degli Enti locali, la SAT, il Ministero dei Beni Culturali, e finalmente lo stesso governo coi ministri Lunardi e Matteoli.

La scelta di completare il tracciato autostradale non è una novità. Risale al gennaio 2002. Allora il governo decise non finanziaria chiaramente con i soli fondi statali l’opera. Scelta che comportava il coinvolgimento dei privati e quindi la realizzazione di una autostrada con il pagamento sia pure in forma differenziata del pedaggio, per recuperare parte dei costi. Scelta che si è rivelata lungimirante per almeno due ragioni.

La prima. Perché si tratta di completare un collegamento di interesse non soltanto nazionale. Esiste una autostrada che parte da Lisbona, attraversa Spagna, Francia, e prosegue sino a Roma. In questo percorso esiste un’unica interruzione, quella tra Rosignano e Civitavecchia. Completarlo è un dovere oltre che una necessità : significa migliorare i collegamenti della costa col resto del continente, con i porti e quindi con le autostrade del mare, significa offrire una alternativa all’autostrada del Sole.

La seconda ragione. Perché nel frattempo l’Unione Europea ha introdotto nuove norme per garantire una maggiore sicurezza su strade e autostrade. Nuove regole che noi vogliamo realizzare. Ciò impone al progetto di adeguamento dell’Aurelia maggiori vincoli progettuali tanto impegnativi da essere oltre che di difficile realizzazione anche molto costosi. L’investimento sarebbe lievitato fino al punto di rendere più conveniente il progetto dell’Aurelia. Ricordo che la soluzione ipotizzata dall’Anas sulla base di un progetto non ancora esecutivo prevedeva all’epoca un costo di circa 1.696 miliardi di vecchie lire. Oggi è più che raddoppiato : siamo a circa 1.400 milioni di euro. Mentre per realizzare l’autostrada sul tracciato individuato da Toscana e Lazio occorreranno 2.100 milioni di euro. La differenza c’è, ma, pur percepibile, non è tale da sconsigliare l’opzione autostradale, quella che garantisce più sicurezza.

Il tema della sicurezza è per noi irrinunciabile. Mi ha colpito l’assenza di questa parola chiave nel vostro articolo. E’ proprio la sicurezza dei cittadini il principale argomento in favore della scelta compiuta, l’unica che consente di eliminare le condizioni di pericolosità della viabilità attuale. Il percorso autostradale costiero è la soluzione migliore, non solo per la sicurezza e per rafforzare i collegamenti della Toscana con l’Europa, ma anche per sostenere lo sviluppo della Maremma che è un po’ più grande del tratto su cui si appuntano tante attenzioni. Tutto il sistema dei porti toscani, delle attività produttive e turistiche beneficerà di questa arteria.

Ora il problema è di realizzare nel migliore dei modi e nel massimo del rispetto per ambiente e persone. Qui il contributo di ambientalisti come Benedetto ed Emiliani può essere prezioso. Usciamo dalla polemica e mettiamoci al lavoro.

Claudio Martini

Presidente della Regione Toscana

Siamo il Paese europeo con più camion, autotreni, cisterne e Tir (oltre che automobili per abitanti): anche i nostri nipoti saranno condannati a questa catena assordante e inquinante, la quale reclama sempre nuovo asfalto e cemento in autostrade, bretelle, tangenziali, viadotti, ponti, ecc. ? Non riusciremo in futuro a riequilibrare con la ferrovia e col cabotaggio marittimo un sistema di trasporti nazionale fondato sul quasi monopolio della gomma, vecchio, irrazionale e poco efficiente?

Segnali di insofferenza per una simile politica dei trasporti a senso unico ve ne sono sempre più, con diffuse proteste anche contro nuove autostrade, una volta agognate ed ora invece ritenute inutili, dissipatrici di buona terra agricola, di paesaggi, di bellezze panoramiche. Oltre che di euro.

Manifestazioni di massa come quelle organizzate, con una folta partecipazione di agricoltori e di cittadini, prima in Maremma (più volte) e di recente nell’area Pontina contro il cosiddetto Corridoio Tirrenico sarebbero state soltanto pochi anni fa impensabili.

Tali proteste – dalle quali emergono da tempo ragionate controproposte - attraversano partiti e schieramenti politici. In Toscana è infatti una Regione di centrosinistra, presidente il ds Claudio Martini, a battersi con forza per l’autostrada avendo scelto il tracciato costiero da Cecina a Civitavecchia e incontrando forti opposizioni in alcuni sindaci, anche di centrosinistra, in parlamentari dell’Ulivo come Boco, Bassanini, Brutti, Donati, Montino, Realacci, Zanda. Nel Lazio è una Regione di centrodestra, presidente Francesco Storace di An, a farsi paladina del Corridoio Tirrenico Sud da Fiumicino a Formia incontrando la netta opposizione di tutti i Ds, dei Verdi, dell’Ulivo, del Prc. Sfavorevole è lo stesso Comune di Roma, che vedrebbe tranciate alcune delle zone più intatte dell’Agro Romano e così pure una parte consistente della destra tradizionale (l’ex sindaco di Latina, Aimone Finestra) la quale difende l’integrità della bonifica pontina in effetti fondata su complessi e delicati meccanismi idraulici che verrebbero presumibilmente sconvolti. Per non parlare del paesaggio, storico e agrario, e dell’ambiente alle spalle della costa, alle spalle del già sconciato Circeo, o nella zona umida e agricola di Fondi.

Dall’Europa arrivano per i contestatori buone notizie: il Corridoio Tirrenico non sarà inserito dall’Europarlamento fra le infrastrutture prioritarie, cioè nelle Reti transeuropee-Ten che puntano molto su ferrovie e cabotaggio. Poiché di denari propri questo governo ne ha ben pochi, è probabile che vi sia altro tempo per riflettere, studiare e magari intervenire sui punti più critici con adeguamenti, messa in sicurezza, ecc. Al più presto e con costi in fondo limitati che produrrebbero però grandi benefici. Anche a tempi brevi.

Da Firenze, capitale della Regione Toscana, le associazioni per la tutela (Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Comitato per la Bellezza, ecc.) e i parlamentari citati hanno lanciato un appello al presidente Martini anzitutto, che comincia così: «Auspichiamo che la Regione Toscana constati il nulla di fatto delle sue trattative con il Governo e torni sulle sue decisioni scegliendo il potenziamento in sede a quattro corsie della Statale Aurelia, come l’opzione più sostenibile per l’ambiente e lo sviluppo della Maremma». Secondo loro, la scelta autostradale è “indifendibile dal punto di vista tecnico, economico e istituzionale”.

Dal punto di vista tecnico-economico: l’autostrada comporta infatti una spesa di oltre 2 miliardi di euro per il tracciato costiero fra Cecina e Civitavecchia, sostenuto dalla Regione, e di oltre 3 per quello collinare interno prospettato dal ministro Lunardi. Mentre il progetto Anas per portare l’Aurelia a 4 corsie con le due di emergenza comportava un costo di circa 800 milioni di euro, oggi certamente aumentato, ma non raddoppiato come pretendeva (sulla base di suoi misteriosi calcoli) il presidente Martini il 24 dicembre scorso sul “Tirreno”. A parte il “consumo” di aree agro-turistiche di grande pregio, di riserve naturali, a parte il taglio di falde e di unità poderali, dove sono le risorse finanziarie per una simile opera? Per il periodo 2002-2006 sono stati dichiarati disponibili appena 9 miliardi di euro per tutte (dico tutte) le Grandi Opere infrastrutturali disegnate da Berlusconi in persona. Ne verranno mai spesi 2 o 3 per un’autostrada che registra soltanto 14.500 autoveicoli, dei quali tre su quattro percorrono tratte locali? E gli enti pubblici dovrebbero fornire 1,2 miliardi di euro di contributi ai privati per un’autostrada a pedaggio così povera di traffico? Contributi pubblici coi quali si finanzierebbe l’intero progetto Anas?

Oltretutto quest’ultimo è il solo studio di dettaglio esistente. Una volta aggiornato, potrebbe produrre rapidamente altrettanti cantieri nei punti più critici, quelli cioè dove si susseguono gravi incidenti: i tratti a due sole corsie fra Capalbio e la ex Dogana, fra Montalto di Castro, Tarquinia e l’innesto nell’autostrada a Civitavecchia. Dalle statistiche Aci l’Aurelia diventa infatti strada decisamente insicura nel percorso indicato, fra Toscana e Lazio. Lo è anche di più tutta la Pontina per la quale sono gli stessi operatori agricoli e industriali locali a reclamare l’adeguamento a quattro corsie in luogo di una devastante autostrada a pedaggio con caselli, bretelle, complanari, ecc.

L’obiezione del ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, e di altri è che “non si può lavorare in sede all’allargamento”. Obiezione smentita dalla già avvenuta trasformazione a quattro corsie del trafficatissimo Gra di Roma o del tratto ipercongestionato dell’Autosole fra Roma Nord e Orte. Certo, i problemi tecnici ci sono e però sono stati, più volte, affrontati e risolti. C’è un ultimo aspetto allarmante: la “resurrezione” della Società per l’Autostrada Tirrenica (SAT) sepolta con un indennizzo pari a 172,15 miliardi di vecchie lire per la mancata realizzazione, negli anni ’90, dell’autostrada stessa e inaspettatamente riportata in vita quale concessionaria. Come se nulla fosse. “Resurrezione” che la Corte dei conti ha già giudicato severamente e che, secondo i senatori Anna Donati (Verdi), Paolo Brutti, Franco Bassanini ed Esterino Montino (Ds) e Luigi Zanda (Margherita), autori di una dettagliata interrogazione parlamentare, contrasta con la normativa vigente su concessioni e appalti. Tutto ciò mentre la ferrovia tirrenica resta fra le peggio servite d’Italia (e con essa i porti di Civitavecchia e Livorno), mentre molto si parla di cabotaggio marittimo e poco si fa per esso, mentre gli incidenti si susseguono, con morti, feriti e infortunati, nell’Aurelia meridionale fra Toscana e Lazio, un tratto che si sarebbe potuto da tempo portare almeno a quattro corsie munendolo di alcuni svincoli e sottopassi. Senza faraonismi vecchio stile. Senza inutili sprechi. Di tutto.

Caro de Seta,

ho coniato uno slogan, molto tempo fa, relativo a un certo comportamento dominante nel mondo degli architetti, urbanisti, universitari e no, e quant’altri: nessuno legge nessuno. Sicché il dibattito non esiste più (ricordo il periodo fra Cinquanta e Sessanta quando c’era anche la polemica, emblematico lo scontro fra Rogers e Banham e fra le rispettive riviste) se non talvolta concertato quasi ad arte in sede di piccola corporazione. Nelle riviste? Non parliamone. Sotto questi riguardi il sito di Eddy potrebbe consistere nel contrario. Benché, ho osservato qui altra volta, non sempre, anzi raramente, nasce l’ampia discussione che ci si aspetterebbe attorno al dato tema o problema. Si susseguono l’uno all’altro interventi anche interessanti, ma vanno a formare una catena di anelli spesso non agganciati. Insomma, non si discute o lo si fa poco. Poi sulla questione Ravello salta la polveriera (e le altre centomila, un milione?), improvvisamente (tutti, prima, se ne fregavano), a causa del benedetto o maledetto progetto Niemeyer. Ho dovuto constatare, sorpreso, la mancanza di ricordi di com’era, cos’era effettivamente Ravello entro la natura montano-marina prima dei consueti processi italiani di, stiamo leggeri per carità di patria, modificazione o cosiddetto sviluppo. Non solo, ma ho subito percepito che nel gruppo dei “favorevoli” pochissimi conoscono realmente il luogo e tutto il contesto amalfitano (intendo nell’arco storico, magari per pura ragione d’età), così come certamente non conoscono l’intero disastro paesaggistico, urbanistico ambientale del paese. Bene, io ho subito espresso la mia adesione alla posizione di Salzano, talmente corretta e motivata che non è facile respingerla se non alterando la verità circa il punto nodale, vale a dire la questione di legalità.

Ma non da qui voglio riprendere. Ho letto le vostre lettere, così condite di reciproche dichiarazioni di stima entro il dissidio (quanto a questo tu rivanghi addirittura lo scontro con Cederna, sempre condito da tanto sentimento d’amicizia, attorno alla piramide del Louvre, per mostrare che, tu quella volta duramente contrario, valuti caso per caso, fuor di ogni radicalismo generico. Idem circa l’opposizione Salzano – Gasparrini (“dolcissimo”, che bello essere così signorili!). Voglio invece pregarti, tu che rappresenti l’assoluta diversità rispetto ai soggetti ai quali il mio slogan è applicabile, di leggere il mio pezzo, Bellezza a Ravello, che Eddy ha pubblicato, esprimendoti in particolare sulla conclusione. Perché in realtà vera te lo chiedo? Perché leggo, qui accanto al computer, il tuo ricordo di Piero Bottoni a Capri, pezzo datato da Capri, 4 gennaio MMIII, che hai avuto la gentilezza di concederci per la pubblicazione su uno dei quaderni dell’Archivio Piero Bottoni, il quarto, Piero Bottoni a Capri. Architettura e paesaggio, 1958-1969. Mi pare che il tuo commento, sia riguardo alla “grotta” di Bottoni, talmente riservata e penetrata nella natura, sia riguardo alle sue piccole case, potrebbe ricadere in quella concezione dell’architettura “capace di non ergersi”; quantomeno, se perdoni un’autocitatazione da altra fonte, potresti consentire che “non esiste architettura degna del nome senza sentimento di appartenenza” (al passato come al presente, e, assolutamente e strettamente, al contesto. Riporto qualche tratto del tuo scritto sperando che lo leggano altri che certamente non l’hanno visto nel fascicolo dell’archivio. “Bottoni, da architetto di talento, aveva perfettamente assimilato il modo di costruire dei capomastri dell’isola: che, un tempo, dovevano essere bravissimi. Infatti le sue case […]sono in tutto e per tutto assimilabili alle tipiche tipologie residenziali delle case capresi […]. Né più né meno di quanto aveva propagandato con la mostra su L’architettura rurale alla V Triennale Pagano: ritornare agli etimi dell’ architettura senza architetti, come dirà un celebre libro di Bernard Rudofky che pure aveva scelto il golfo di Napoli per le sue sperimentazioni razional-mediterranee con il suo amico e socio Luigi Cosenza. Bottoni molti anni dopo quella lezione l’aveva assimilata così bene e fatta propria che faceva case assolutamente razionaliste senza che nulla lo lasciasse trasparire. […] nulla apparentemente le distingue dalle più anonime case capresi: se poi si esaminano i disegni tecnici ci avvediamo che sono dei piccoli capolavori di existenz minimum: secondo la più severa norma delle tipologie tedesche: Il loro miracolo sta in questo e in questo Bottoni è un erede spirituale di Pagano e delle sua lezione sull’Onestà dell’architettura, come titolava un suo celebre editoriale di Casabella” (p. 55 del fascicolo citato). Mi sembra chiaro che né tu volessi rivendicare allora una sorta di architettura mimetica, ma volessi esprimerti, penso, contro quella che i razionalisti di “Quadrante” (fra cui il giovane Bottoni) chiamavano architettura arrogante; né io perorarla ora contro il “gesto” di Niemeyer, peraltro una cosa di tali dimensioni e, va detto, talmente disinteressata alla contestualità, da sfiorare la definizione cara ai pionieri di “Quadrante”. Ciò che vorrei si facesse nella già lesa Ravello è esattamente quel che ho già scritto: cura, risanamento del corpo malato, ricostruzione della perduta giovanile bellezza come nuova bellezza senile. E questo, purtroppo, il grande brasiliano, col suo progetto (suo, non suo? schizzo, disegno, modello? Non interessa qui) non può farlo, ne è all’opposto.

Un caro saluto da

Lodo Meneghetti

La pubblicazione di un’ampia antologia di scritti di Cesare Brandi sulla tutela del paesaggio e dell’arte [1] sollecita alcune riflessioni circa i modi dell’abitare e il senso del costruire.

Osservando il paesaggio contemporaneo non si può certo dire che lo spirito umanistico sia vincente: è anzi di frequente oggetto di derisione da parte di un certo cinismo postmoderno e da quanti ritengono che non più il mondo organico, di cui pure l’ homo faber fa parte, ma solo le scoperte della scienza e le innovazioni della tecnica con le relative filosofie ed estetiche debbano costituire regola e modello a cui adeguare le forme dell’abitare.

Per costoro gli scritti di Cesare Brandi non possono che risultare antiquati come antiquato a costoro appare l’essere umano. L’umano, con il suo antichissimo corpo, con la sua antichissima fisiologia, con la sua arcaica psicologia costituisce invece negli scritti di Brandi un tramite insostituibile dell’esperienza di mondo, un metro di paragone e una chiave interpretativa dei paesaggi, dei luoghi, dell’architettura, e in generale dell’opera d’arte, foriera di giudizi penetranti che arrivano sempre al cuore delle cose.

Quello di Brandi è uno sguardo colto ma non diviso, che non separa la res cogitans dalla res extensa, i valori del pensiero dalla “naturalità” dell’anima, dal suo essere corpo oltre che mente.

La misura umana con tutti i suoi limiti non rappresenta per lui un «complesso di inferiorità» [2] da eliminare, come invece da più parti oggi si teorizza, in nome del presunto nuovo spirito del tempo postorganico, biotecnologico, virtuale a cui l’organismo dell’uomo e il suo spazio dovrebbero sottomettersi.

La consapevolezza che l’umano è dato di natura irrinunciabile oltre che un fatto di cultura lo porta a ricordare che «conta solo quello che è presente all’occhio nel caso delle arti figurative: il corredo culturale è corredo e corredo resta» [3]. Quanto alla visione spazio-temporale elaborata dalla fisica moderna - scrive Brandi - «non è una visione (ma una ipotesi scientifica) e non ha nulla a che fare con i dati immediati della sensibilità» [4]. Per questo, si potrebbe aggiungere, lo spazio premoderno, con la sua misura umana, può risultare oggi ancora sensato e magari più sensato di quello proprio della metropoli contemporanea che a tutto guarda fuorché alla figura, alle dimensioni e ai limiti fisici del corpo e si dimentica dei vecchi come dei bambini.

Ogni visione meramente concettuale, un io senza occhi [5] abituato a pensare le cose nel vuoto, a giudicarle in sé, isolate da qualunque contesto reale, delocalizzate, come invece non capita mai nell’esperienza concreta, può infatti creare luoghi inospitali: Nella vita reale, non virtuale, le cose come gli esseri umani sono sempre corpi di e in relazione con altri corpi ed è dalla relazione che deriva gran parte del loro senso, il loro ruolo recitante. Solo indugiando nei luoghi, ascoltandoli, come fa Brandi, con tutta la pienezza del sentire, lasciandosi attraversare come da presenze animate è possibile percepire quanto i colori, i materiali e le forme «astratte, mentali e non ambientali di tante strutture del neoplasticismo» [6], e di tanta speculazione edilizia moderna, confliggono con certi ambienti. Confliggono innanzi tutto con la spazialità organica dei tessuti modesti ma sempre a scala umana delle città antiche. Dove lo spazio è una consolazione per l’occhio, la mano, il piede: accessibile nelle sue sequenze ravvicinate senza bisogno di dipendere da mezzi meccanici. Dove l’armonia tra le cose, tra gli interni e gli esterni, tra il tessuto continuo delle case e i monumenti «è così saporosa da far sentire tutta la città come veramente gettata in una sola volta» [7], come fosse un unico integro corpo umano. Per questo laddove il tessuto connettivo venga malamente demolito e i monumenti isolati, la città pare sanguinare e generare dolore nell’animo di chi la abita.

Per usare le parole di Simone Weil, stretto è il nesso tra lo «spirito lacerato […] crocifisso […] e lo spazio di cui lo spirito è possessore […]. Per questo l’unità nello spazio è una così grande consolazione. Uno spazio chiuso è il simbolo del mondo, di cui lo spirito è proprietario» [8].

Ed è proprio perché lo spirito soffre come fosse carne che Brandi di fronte allo scempio subìto dalle cortine settecentesche di Palermo può scrivere: «la città, colpita amaramente nelle sue parti più tenere, sanguina: sanguina lungo il rovinoso Corso, lungo la folta e squarciata via Maqueda; sanguina a via Alloro, a piazza Bologni, nella Cala» [9].

Da qui la lezione: come un essere umano risulta sofferente e menomato se subisce l’amputazione di un braccio o di una gamba e perde identità fino a morire quando le sue membra dilaniate giacciono sparse, così la città antica non appare più un organismo armonioso se alla demolizione di alcune sue parti si sostituiscono protesi estranee. Anzi perde il suo carattere urbano se viene frantumata, dispersa, o ridotta ad un assemblaggio di edifici monumentali, senza alcuna fisica relazione: «una città - Brandi lo ribadisce più volte - non consiste solo nei suoi monumenti più degni ma in tutto il tessuto connettivo» [10].

In casi come Bologna, Siena, Venezia, Catania, Noto, Lecce, Anagni, Casale e tanti altri centri storici è proprio il tessuto urbano minuto, domestico, di connessione e gli spazi aperti pubblici delle strade e delle piazze a fare l’aria della città: ad essere il monumento «degno e particolare» [11] da preservare come tesoro per la civiltà dell’abitare.

Per questo, afferma Brandi, «se c’è un’eresia in fatto di tutela e di rispetto, è proprio quella di sconnettere il tessuto urbano per costituire un monumento in una forzata solitudine e in uno spazio aggirante» [12]. Così come è una eresia sconnettere l’identità, conquistata nel tempo, di un luogo urbano in nome del feticismo scolastico di un rudere che non appartiene più da secoli alla vista e dunque alla memoria collettiva.

Ma la protervia di certa edilizia astratta, non ambientale, di certi «innesti massicci e fuori scala [o di certe] casacce sghembe che si posano in falso» [13] ha il potere di distruggere anche l’ordine «umano e sovrumano» [14] di taluni paesaggi magici a cui l’uomo ha imposto un sigillo tale che «nulla la sua intelligenza potrà aggiungere o il suo intuito rivelare» [15]. Paesaggi dove tutto «è quanto di più lindo e riposante si possa offrire alla beatitudine allo sguardo e al sollievo della mente» [16], dove le serre di aranci hanno «la pienezza ricciuta del vello di un agnellino» [17], o dove i monti hanno «membrature muscolose come un gigante» [18]. O dove ancora la «trama fitta e impalpabile, di aria, di luce, di colore» rende il «verde tenero e lucente […] come avvolto in una fascia di veli azzurri, quasi il mare respirasse e quell’azzurro fosse il suo fiato» [19].

In questi contesti ogni architettura presuntuosa, sgarbata, incurante e incapace di riconoscere dove si offre, come un dono, la bellezza dei luoghi, genera lo stesso effetto sfigurante provocato da «ordigni ortopedici» [20] in un corpo sano, dai «denti finti di acciaio […] in un bel volto» [21] o dai «foruncoli nella giovane pelle degli adolescenti» [22].

Con questo Brandi non sostiene che le visioni più astratte e le concezioni spaziali elaborate dalla scienza e dalla tecnica moderna non possano rappresentare «un elemento della poetica di determinati artisti» [23]; critica semmai con forza la pretesa che una poetica personale possa costituire canone di giudizio universale dell’architettura e che possa essere ubiquitaria. Pone, in altri termini, la questione dell’ etica della personalità.

Per usare le parole di Nicolai Hartmann, la «rivendicazione di una propria particolarità da parte dell’individuo» non può mai andare a discapito delle «esigenze etiche universali», senza le quali non può esistere la comunità umana. Allo stesso modo discriminante per il giudizio sull’opera d’arte è che il suo diritto alla personalità non dimentichi l’imperativo etico a cui l’arte del costruire è chiamata a rispondere: l’essere il compito dell’architettura quello di creare luoghi abitabili, ossia di reinventare ogni volta cosmo in opposizione al caos. Il che significa operare perché la ricerca di armonia, di spazi di relazione e di condivisione tra gli umani e tra gli umani e il mondo prevalga sulle pulsioni di morte, sugli istinti aggressivi e distruttivi.

Solo così l’eleganza, la grazia, la gentilezza, la tenerezza, la misura - tutti attributi che Brandi associa al concetto di civiltà e di bellezza - possono prevalere sulla brutalità, sull’arroganza, sull’osceno, sull’irrazionale e il deserto di senso di cui si rendono colpevoli non solo i «criminali di guerra» ma anche i «criminali di pace»: «i guastatori delle città, gli speculatori edilizi» [24]. La bellezza, per il potere che ha di celebrare e testimoniare nel mondo la sacralità della vita, non deve essere «confinabile nei musei o in certi luoghi particolari» [25] ma deve poter permeare i paesaggi, le città, le strade, le piazze, perché la terra tutta possa essere abitabile come il grembo accogliente di una madre.

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[1] Cesare Brandi, Il patrimonio insidiato. Scritti sulla tutela del paesaggio e dell’arte, a cura di Massimiliano Capati, Editori Riuniti, Roma 2001.

[2] Ivi, p. 125.

[3] Ivi, p. 30.

[4] Ivi, p. 31.

[5] «Né il sindaco aveva occhi, né gli assessori avevano occhi, nessuno aveva occhi per queste turpitudini edilizie». Ivi, p. 362.

[6] Ivi, p. 94.

[7] Ivi, p. 376.

[8] Simone Weil, Quaderni. Vol. I, Adelphi, Milano 1982, p. 206.

[9] Brandi, Il patrimonio, cit. p. 344.

[10] Ivi, p. 213.

[11] Ivi, p. 278.

[12] Ivi, p. 279.

[13] Ivi, p. 361.

[14] Ivi, p. 358.

[15] Ibidem.

[16] Ivi, p. 151.

[17] Ivi, p. 93.

[18] Ivi, p. 352.

[19] Ivi, p. 95.

[20] Ibidem.

[21] Ivi, p. 137.

[22] Ivi, p. 302.

[23] Ivi, p. 31.

[24] Cesare Brandi, Terre d’Italia, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 189.

[25] Ibidem.

Caro Carlo, rispondo anche a te. Punto per punto.

Tu dici: “- l'intervento è, a mio avviso, coerente con le procedure previste nei casi dei Comuni sprovvisti di PRG e, come sai, ha l'avallo di tutti i soggetti istituzionali preposti ad approvarlo (oltre al Comune, la Regione, la Comunità Montana, la Sovrintendenza, l'ASL e così via): la legge approvativa del PUT non cancella infatti la Legge 17/1982 per i motivi che ho provato ad esplicitare e che leggerai. D'altro canto il Comune è ancora commissariato da anni sull'argomento (con un piano adottato e sospeso) non certo per colpa dell'attuale Sindaco e sarebbe assurdo pensare che, finché tale situazione non si risolve (così come quelle di eventuali altri comuni in situazioni analoghe), non valgano le norme derogatorie della legge 17/1982 limitatamente alle categorie di opere pubbliche in essa previste, con i danni che sarebbe facile immaginare sulla dotazione di attrezzature del DM 1444/1968”

Non sono d’accordo. Le legge regionale 17/1982 è anteriore alla legge regionale 35/1987, e quindi non può prevalere su di essa. Per di più, la 35/1987 è una legge speciale, perciò prevarrebbe in ogni caso su una legge ordinaria, quale la 17/1982 è.

Tu dici: “- l'auditorium è a pieno titolo un'urbanizzazione secondaria compresa nelle attrezzature di interesse comune del DM stesso, e trovo singolari le omissioni in proposito di Sandro e Vezio che, per motivi incomprensibili, non citano le attrezzature di interesse "culturale" tra quelle obbligatorie per legge”

Non sono d’accordo. Le attrezzature di cui all’articolo 3 del DI (interministeriale, non ministeriale) 1444/1968 sono senza dubbio distinte dalle attrezzature d’interesse generale (le Zone F), e a differenza di queste sono attrezzature locali. Ed è evidente che non possiamo pensare di avere un auditorium di 405 posti in ogni comune della Costiera. O no?

Tu dici: “- è un'attrezzatura "necessaria" non solo dal punto di vista normativo ma anche dal punto di vista dell'utilità inconfutabile di mettere in rete e valorizzare le strutture turistico-culturali esistenti, come dimostrano una serie di studi qualificati svolti per conto del Comune e che sono a supporto della valutazione di "compatibilità ambientale" che accompagna il progetto;”

E chi lo nega? Ma il fatto non cancella il diritto.

Tu dici: “- è un piccolo (400 posti!) e pregevole intervento di architettura contemporanea che interpreta in modo straordinario linguaggi, qualità spaziali, disposizioni al suolo e relazioni con il paesaggio, valorizzando la straordinaria stratificazione della costiera amalfitana e introducendo nuovi valori fisici e simbolici capaci di consolidare e arricchire quelli esistenti (ma su questo aspetto, so che non sei d'accordo quindi non insisto)”

Ti credo, come credo a Cesare de Seta che sostiene che Niemeyer ha fatto il progetto, e non solo il bozzetto come invece aveva scritto il Sindaco (Corriere del Mezzogiorno, 15 gennaio 2004, p. 1). Ma non è questo un punto che io abbia sollevato. Tra l’altro, del progetto ho visto solo il materiale pubblicato in internet, perciò, benché conosca bene Ravello, non sono in grado di confermare né di smentire la tua affermazione. Dunque, fino a prova contraria ti credo. Ma non c’entra con le ragioni della mia critica.

Tu dici: “- è compatibile, in una lettura più dettagliata del progetto, con i requisiti spaziali e ambientali che possono ricondursi ad una interpretazione complessa e non manichea del suo "impatto" (ovviamente, non condivido la tua posizione secondo cui e comunque sbagliato aggiungere qualcosa all'attuale, intoccabile, bellezza del paesaggio)”.

Quando ero assessore ho chiamato Giancarlo De Carlo a Mazzorbo (Venezia), Vittorio Gregotti a Cannaregio (Venezia), Gino Valle alla Giudecca (Venezia). Non ho quindi nessuna pregiudiziale ostilità nei confronti dell’architettura moderna nei paesaggi consolidati. Posso sostenere che forzare la legge per abbellire un luogo già bello, investire risorse pubbliche per migliorare un luogo già ottimo e distrarle da altri impieghi più urgenti, aumentare il carico urbanistico in contrasto con l’unico piano territoriale esistente in quell’area, e in assenza perfino di un piano regolatore vigente, è un errore?

L’ho detto e continuo a ripeterlo fino alla nausea. La questione centrale è per me quella della legalità. E invece, di fronte ai puntuali rilievi di De Lucia tutti hanno detto che, si, c’è “qualche problema legale”, oppure che ci sono “questioni burocratiche”, ma in un modo o nell’altro si troverà il modo di risolverle. Nessuno che abbia voluto cercare di entrare nel merito, né quando la sola perizia in campo era quella di De Lucia, né quando ce n’erano due che dicevano cose diverse.

Forse il fatto che De Lucia fosse stato interpellato da un gruppo di cittadini anziché da un ente pubblico rendeva meno valide le sue ragioni? No, caro Carlo, la ragione è un’altra, e sta nel clima che tutti respiriamo e da cui molti si fanno condizionare. Il clima per cui se una causa è da me ritenuta giusta la legge, le regole che valgono per tutti, non valgono. Come ho scritto a de Seta, trascurare la questione della legittimità, , ridurla a quisquilia o pinzillacchera, o considerarla come cosa che possa essere risolta con una interpretazione adusum delphini o, peggio ancora, con una legge ad personam, è molto pericoloso. Significa cedere alla tendenza che sembra dominare oggi nel nostro sciagurato paese: la tendenza a considerare prevalenti certi interessi specifici (poco importa se di singoli soggetti o di intere comunità locali o scientifiche,) rispetto alla legge comune. Ti piaccia o no, Carlo, questo è berlusconismo, il quale, come tutti i virus, conosce i portatori infetti e i portatori sani.

Per fortuna tu sei sano, perciò ti abbraccio

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