Ricordo com’erano le periferie delle nostre città, mezzo secolo fa. Erano luoghi lontani dalla città. Le periferie erano oltre le mura, oltre i sobborghi legati alla città vecchia dalla crescita di poche case, allineate lungo una strada. Erano, prevalentemente, in campagna: la interrompevano con i quartieri popolari di casermoni a molti piani, abitati prevalentemente dagli operai e dai contadini immigrati, o con le casette dei vari stili impiegati dagli architetti del regime (fascista) o da quelli della democrazia, oppure ancora (soprattutto a Roma) nei tuguri e nelle baracche di legno, lamiera e carrozzerie sfasciate.
Del resto l’Italia, fino allora, era ancora prevalentemente costituita da paesi e piccole città. Il fascismo aveva tentato, non senza successi, di frenare quello che veniva definito (e deprecato) come “urbanesimo”, considerato un pericolo anche socialmente: qualcuno si sarà ricordato, allora, il detto “l’aria della città rende liberi”? Nelle stesse terre che aveva bonificato, le Paludi Pontine, non aveva costruito metropoli, ma poche cittadine e una miriade di piccoli borghi.
Gli italiani vivevano ancora prevalentemente dell’agricoltura. Ogni palmo di terra era coltivato: nell’economia, la regola dell’autarchia aveva cancellato tutte le altre: la produttività non contava, contava solo la produzione. Le campagne, le colline, e anche le pendici e le valli delle montagne erano abitate da paesi, borghi, gruppi di case, casolari. Avevano magari la dimensione (ma non la struttura, non la vita) delle città i grandi paesi nelle terre del latifondo, in Calabria, Sicilia, Puglia, Lucania, dove i contadini vivevano a ore di distanza (a piedi o a dorso di mulo) dalla terra che coltivavano.
I quartieri e le borgate, che costituivano la periferia della città, ospitavano abitanti espulsi dai centri (come a Roma, a causa delle operazioni di bonifica edilizia nel centro), oppure contadini immigrati, respinti dalla povertà e attirati dal lavoro nelle fabbriche. Spesso erano paesi trapiantati in città, oppure ne avevano l’aspetto. I loro abitanti erano segregati dalla vita urbana: conoscevano la città attraverso i luoghi di lavoro: le case dei borghesi dove andavano a servizio, le fabbriche dove si inserivano nella catena di montaggio. Quasi come contropartita, le periferie avevano una identità precisa. Erano dei “luoghi”, ciascuno caratterizzato da un evento, da un comune destino, da un nucleo elementare di servizi (è bene ricordare che in quegli anni anche la fontana era un servizio: non serviva per abbellire, ma per gli usi domestici).
Le cose sono cambiate, violentemente e drammaticamente, proprio a cavallo del 1950. Per una serie di ragioni che sarebbe lungo raccontare, la decisione politica che fu assunta fu quella di affidare lo sviluppo economico e sociale ad alcuni settori portanti, tra cui svolgevano un ruolo di primo piano l’edilizia e la produzione di beni di consumo durevoli, e di inserire questo sviluppo in una cornice in cui, alle regole e alla libertà di una democrazia sempre più dispiegata, si accompagnava la difesa, ideologicamente motivata, della proprietà privata: anzi, la sua promozione, con l’assistenza dell’intervento pubblico.
Fu su queste basi che si raggiunse l’obiettivo di inserire l’economia italiana nel mercato mondiale, di spostare l’asse della vita economica dall’agricoltura all’industria manifatturiera, di accrescere il benessere e di ridurre le sacche di malcontento. Il prezzo più visibile che fu pagato dalle generazioni che sono succedute fu la distruzione della città e del territorio. La modernizzazione del paese fu raggiunta con quello che, dalle denuncie di Antonio Cederna, ricordiamo come lo scempio del Belpaese.
Lo scempio non fu solo costituito dalla distruzione di paesaggi, dalla devastazione di architetture, dalla dispersione di testimonianze della storia, dal saccheggio e dalla degradazione di preziose risorse naturali. Fu costituito anche dalla degradazione della città nel suo insieme. Gli antichi nuclei formati nei secoli che precedettero la cultura del cemento armato e del dominio del privatismo proprietario, accresciute con misura, e in una sostanziale continuità di disegno, nel secolo che precedette la seconda guerra mondiale, sono stati affogati da un’espansione indifferenziate di case e strade, in un caotico insieme di aggregati di alloggi uniti soltanto dalla rete del traffico automobilistico, dove la società si è tendenzialmente dissolta in una massa di individualismi, la complessità si è annullata in monofunzione, la comunicazione si è rovesciata in solitudine. La tendenza è stata insomma quella della distruzione della città da parte della periferia: anzi, delle periferie.
Esistono in effetti molti tipi di periferie. Come ogni altra parte della città, le caratteristiche sono determinate soprattutto dalla loro nascita. Le periferie della “città pubblica”, nate per un programma socialmente orientato, su aree preventivamente acquisite dalla mano pubblica, secondo un progetto urbanistico definito e chiaro (a volte vittorioso alla prova dei fatti, altre volte sconfitto). Le periferie della speculazione tipica degli anni Sessanta, su un impianto urbanistico simile a quello della città dei decenni precedenti ma con un’estensione cento volte maggiore e densità edilizie decuplicate. Le periferie della speculazione fondiaria più moderna, condizionata dalla regole della lottizzazione convenzionata introdotta dalla “legge ponte”, meno povere di qualità edilizia e urbanistica ma nettamente separate dal resto della città. Le periferie dell’abusivismo urbanistico (attorno a Roma e le città del Mezzogiorno), manifestazione al tempo stesso proterva e miserabile dell’assenza, o del disprezzo, delle regole comuni della civitas. E le periferie della “città diffusa”, pulviscolo periurbano di case, casette, ville, villette e villettine, prevalentemente figlie del permissivismo delle legislazioni regionali, o delle loro applicazioni comunali nell’interpretare e nel piegare a fini di “sviluppo” le normative delle zone agricole.
Queste diverse tipologie si articolano poi e si declinano a seconda del luogo e del tempo. Così, i “quartieri” della città pubblica nati prima della legge 167 del 1962 scontano la segregazione provocata dai provvedimenti di finanziamento, destinati ora a quella categoria sociale, e le difficoltà nell’acquisizione di aree a prezzo sopportabile dai bilanci pubblici: in quelli successivi invece, almeno nelle regioni dove si è affermata una prassi di pianificazione urbanistica e di governo del territorio, l’integrazione tra i diversi ceti sociali, il livello di dotazione di servizi, l’efficienza degli impianti e della gestione urbani, l’integrazione con la città ne fanno degli esempi a livello dei migliori casi europei. E così, ancora, l’abusivismo straccione delle centinaia di casette tirate su dal tramonto all‘alba su lotti di 500 o 1000 mq uguali l’uno all’altro nella periferia romana degli anni Cinquanta è ben diverso da quello che ha impiegato i modelli edilizi e il i target di consumo del mercato legale.
Un fatto è certo. Le periferie rappresentano oggi la città: è qui che si gioca la scommessa sul futuro della civiltà urbana. Ciò che è stato urbanizzato e costruito fino alla fine della seconda guerra mondiale ha seguito, in un modo o nell’altro, le regole che fino allora avevano determinato le trasformazioni urbane: dopo, le regole sono state travolte. La quantità (si calcola che il territorio urbanizzato è aumentato, nel cinquantennio, di cento volte) è diventata negazione della qualità. Nelle periferie, èla città stessa che si è degradata.
Così come sono state configurate nella grande maggioranza dei casi le periferie sono infatti la non città. Se la città è comunicazione, incontro, condivisione, identità (piazza, viale, passeggiata, centro, municipio, fontana, giardino), la periferia è divenuta “dormire e mangiare”, televisione, parcheggio e automobile, solitudine, anomia e anonimia.
Il fatto è che - come ho accennato - fino ai primi anni del dopoguerra le periferie erano parti della città: vivevano dei suoi servizi, del suo centro, e possedevano esse stesse (i quartieri e le borgate delle periferie) nuclei elementari di vita sociale. Oggi, gli antichi centri, le antiche città sono ricordi affogati nell’indistinta ameba del continuum urbano. La sete di relazioni, di vita sociale, di incontri rimane inappagata. Quanto essa sia intensa lo dimostrano gli episodi di vitalizzazione del centro storico, che richiamano nel luogo della centralità e degli incontri la parte più mobile della popolazione: i giovani.
Il primo episodio fu quello promosso da Renato Nicolini, assessore alla cultura a Roma, Sindaco Giulio Carlo Argan, negli anni Ottanta. Con una serie di iniziative culturali aperte si invitarono i giovani a venire, la sera, nelle piazze del centro. I locali rimanevano aperti fino a tardi, le strade e le vetrine illuminate. Fu un trionfo. In autobus e in motoretta, in automobile e a piedi, centinaia di migliaia di abitanti delle lontane borgate e dei quartieri intensivi delle periferie venivano nel centro, si impossessavano della città che non avevano mai conosciuta. Era voglia di evasione dai luoghi senza vita dove la maggior parte della popolazione era costretta a vivere, ed era voglia d’incontro, di scambio, di condivisione: era voglia di città.
È possibile soddisfare questa aspirazione, rispondere in termini non episodici ed eccezionali alla voglia di città? È possibile “urbanizzare” le periferie, renderle città? Questa è la grande scommessa dei prossimi decenni. Vincerla non sarà facile. Occorrerebbe in primo luogo avere chiare le direttrici dell’azione, gli obiettivi da raggiungere, i percorsi da seguire. Bisognerebbe comprendere, in primo luogo, che le periferie non si rinnovano se non si rinnova la città. Occorre una visione strategica, un progetto d’insieme della città, un “piano”: se non c’è , oppure se non è adeguato all‘obiettivo di riqualificare le periferie, occorre farlo. La città è un organismo unitario: non si salva a pezzi se i pezzi non sono tessere d’un mosaico chiaramente definito e condiviso. È solo a livello dell’intero sistema urbano e territoriale, del resto, che si possono risolvere due dei più gravi problemi che affliggono la vita delle periferie: quello del traffico e quello dell’organizzazione dei servizi e dei “luoghi centrali”.
Bisognerebbe poi assumere consapevolezza piena, nelle regioni devastate dall’abusivismo, che il ripristino della legalità violata è la premessa necessaria per qualsiasi operazione di riqualificazione della città e delle sue parti. Il recupero dei quartieri abusivi non può essere la premessa della sanatoria: esso deve essere possibile, invece, solo là dove le condizioni (urbanistiche, amministrative, patrimoniali) hanno consentito la sanatoria e questa è già avvenuta.
Bisognerebbe poi stabilire priorità precise, per rendere attendibile l’esito della riqualificazione. Due mi sembrano i parametri da prendere in considerazione per individuare le situazioni dove maggiori sono i margini di manovra e migliori le possibilità di riuscita: la densità territoriale e la situazione patrimoniale. È evidente, infatti, che il ridisegno dei quartieri, l’arricchimento delle funzioni (la “complessificazione” funzionale), la progettazione degli spazi pubblici sono operazioni praticabili dove la densità è ragionevolmente bassa e dove una configurazione vivibile può essere raggiunta senza riduzione del numero degli abitanti. Ed è altrettanto chiaro che la proprietà indivisa dell’area costituisce un requisito di base difficilmente sostituibile dalle improbabili alchimie delle contrattazioni tra proprietà suddivise.
In molte aree urbane, soprattutto dell’Italia del sud e del centro, i quartieri pubblici sono stati additati come il simbolo del degrado urbano: basta evocare lo Zen a Palermo o le Vele di Scampia a Napoli o Corviale e Laurentino 38 a Roma. Un’analisi attenta farebbe comprendere come le colpe siano più nell’assenza di gestione sociale che negli errori dei progetti. Ma mi sembra che proprio da quei quartieri potrebbe partire una sperimentazione nella quale la bassa densità territoriale e il controllo pubblico degli immobili potrebbero consentire l’introduzione di servizi e di funzioni urbane qualificate (e quindi la “complessificazione”), il miglioramento dell’accessibilità (e quindi dell’appetibilità per le utilizzazioni rare), e dunque la trasformazione dei quartieri dormitorio in parti della città.
Molto più difficile una riqualificazione delle vaste plaghe della periferia a bassa densità dove il modello sociale e urbanistico della casa unifamiliare su lotto recintato. In esse, la bassa densità territoriale consentirebbe, dal punto di vista tecnico, di definire soluzioni soddisfacenti e praticabili. Ma quando l’assetto fisico e sociale è profondamente segnato dall’individualismo proprietario il riscatto urbano apre contraddizioni difficilmente gestibili: occorreranno molto tempo e molta pazienza per far maturare le condizioni (innanzitutto sociali e culturali) che consentano di riqualificare porzioni significative delle fasce perturbane.
Ancora più complessa, e addirittura improbabile, una riqualificazione profonda dei quartieri ad alta densità. Lì ci si dovrà limitare a promuovere la “complessificazione” funzionale, attraverso un impiego rigoroso del controllo pubblico delle destinazioni d’uso, e a ridisegnare l’assetto degli spazi pubblici utilizzando le disponibilità delle abbondanti reti stradali dopo avervi “banalizzato” il traffico, e unificando in un unico disegno i brandelli di aree destinate al consumo sociale.
La difficoltà che si incontreranno, se si vorrà assumere sul serio l’obiettivo della trasformazione delle periferie in città, danno la misura degli errori che si sono compiuti nel mezzo secolo trascorso. Non è questa la sede in cui interrogarsi sulle responsabilità di quegli errori, nà sulle loro matrici. Vale però la pena di sottolineare un rischio nel quale si può cadere di nuovo, in questi tempi nei quali l’allentamento delle regole, la valorizzazione del “privato”, il consenso dei ceti sociali più forti sembrano gli obiettivi centrali degli amministratori delle città. Il rischio di dimenticare che la città, per la sua stessa natura, richiede l’esercizio di un potere pubblico forte, autorevole, determinato, dotato di una visione lungimirante e capace di far prevalere gli interessi della collettività su quelli dei singoli individui e gruppi, di tutelare gli interessi delle generazioni future a fianco di quelli del presente.
Nelle aree e nelle città in cui si è saputo comportarsi così nel cinquantennio che sta alle nostre spalle, oggi le periferie sono città, non pongono i problemi gravi che inquietano altrove. Non sarebbe male ricordarlo. Altrimenti, l‘impresa di riqualificare le periferie correggendo mezzo secolo di errori non meriterebbe neppure d’essere avviata, perché sarebbe condannata al fallimento.
Dentro il dibattito autoreferenziale degli addetti ai lavori, irrompe talvolta il punto di vista di chi specialista non è, e forse proprio per questo finisce per vedere quello che sfugge agli esperti. È il caso, mi pare, dell´articolo di Michele Serra («Le periferie dimenticate dalla società dei sapienti» uscito su Repubblica il 26 agosto) a commento dei fatti di Rozzano.
Sul tema delle "periferie", dell´assenza di qualità dello spazio fisico e sociale che le caratterizza, Serra propone una elementare domanda che sembra fare piazza pulita dei tanti dibattiti degli addetti ai lavori: «Ma io vivrei lì, in quel clima sociale, con quel paesaggio davanti alle finestre?».
Una domanda a lungo elusa da noi architetti, che sembra porsi tuttavia persino la gente comune. Meglio sarebbe dire che da almeno trent´anni si è posta la gente comune mentre quella che Serra definisce la "società dei sapienti" - cioè gli architetti, gli urbanisti, gli amministratori - continuava a progettare, in cieca buona fede, i Corviale, gli Zen, i Tor Bella Monaca, i Laurentino 38. Uno iato ormai quasi incolmabile, quello tra le attese della gente comune e la cultura architettonica, che è possibile far risalire almeno agli anni Settanta. È a partire dalla seconda metà di quel decennio, infatti, che si segnala una svolta nel fenomeno dell´abusivismo edilizio. La casa abusiva diviene strumento di una società che non è più in grado di condividere i valori e la cultura abitativa proposta nella città pianificata. «Il rifiuto di un quartiere costituito da case multipiano è espressione di un giudizio negativo sulla incongruenza dell´impianto urbanistico con tipologie ad alta densità, che determinano una sindrome da ghetto appartenente alla tradizione dei quartieri popolari di periferia (...). L´indiscussa vincitrice del referendum sulla casa desiderata è risultata la piccola dimensione: il 56,9% degli intervistati ha indicato nella casa di borgata il luogo preferito dove vivere».
Era il 1983 e il Censis (nella Indagine conoscitiva sul fenomeno dell´abusivismo edilizio, realizzata su incarico del Comune di Roma) proponeva un´interpretazione dell´abusivismo edilizio come risposta alla deludente qualità della vita che gli ambienti urbani della città pianificata moderna sapevano garantire ai loro abitanti: «Il trasferimento nell´alloggio costruito illegalmente solo in pochi casi si configura come un evento dettato da una stringente necessità. Nella generalità esso appare invece come l´occasione di un miglioramento voluto e consapevolmente pianificato dagli standards abitativi. L´alloggio abusivo rappresenta quindi, per la maggioranza degli intervistati, la conquista di un miglioramento sostanziale del comfort abitativo. Accanto all´incremento della superficie abitabile e del numero medio di stanze si può rilevare un pronunciatissimo incremento delle superfici accessorie dell´alloggio e delle superfici scoperte di pertinenza dell´abitazione, specialmente costituite dai giardini e dalle aree libere».
Una bella lezione per gli architetti: a fronte della nostra incapacità di garantire qualità all´ambiente urbano, la gente comune cominciava ad autocostruirsi la sua villettopoli. Cominciava a percorrere quella strada che oggi consegna i nostri territori metropolitani a un oggettivo paradosso: da un lato ettari di aree suburbane informi (nelle quali, tuttavia, la gente vive volentieri); dall´altro interventi pianificati per mano pubblica (dove ogni persona in regola con la propria intelligenza non vorrebbe vivere).
Fin da allora dunque ce ne sarebbe stato a sufficienza per allertare "la società dei sapienti", che però ed al contrario, proprio in quegli anni metteva a segno alcuni tra i meno amati interventi edilizi di mano pubblica. Un "fiasco", a cogliere il giudizio pressoché unanime dei non addetti, che non ha nulla a che vedere, si badi bene, con la speculazione edilizia e con i cosiddetti "palazzinari", se è vero che le forze messe in campo per la progettazione provengono in buona parte dalle file giuste. Proprio in quegli anni e di fronte a quelle attese, Vittorio Gregotti e Franco Purini realizzano il quartiere Zen a Palermo (1970); Mario Fiorentino il Corviale a Roma (1974). Mi limito a citare questi due esempi perché in questi due casi, forse più che per i tantissimi altri esempi che si potrebbero citare, la divaricazione tra quello che in campo cinematografico chiameremmo il giudizio della critica ed il giudizio del pubblico, misura la maggiore distanza.
Perché dunque noi architetti abbiamo tanto apprezzato il Corviale e lo Zen che al contrario ogni persona "in regola con la propria intelligenza" ha individuato come manifestazione evidente dell´invivibilità dello spazio urbano contemporaneo?
Mi convince solo parzialmente la spiegazione che fornisce Vittorio Gregotti (Repubblica del 30 agosto): lo Zen non ha funzionato perché mai furono realizzati i servizi previsti, perché il progetto fu compiuto in modo frammentario, perché da subito l´amministrazione Ciancimino tentò di sottrarre ai progettisti ogni possibilità di controllo della realizzazione. Non è poco, certo. Anzi ce n´è a sufficienza per assicurare il fallimento di qualsiasi buon progetto. Ma tutto questo non coglie quello che a me pare il dato essenziale, e cioè lo scollamento irreversibile che con il Corviale e lo Zen noi possiamo misurare tra i modelli urbanistici messi a punto dal Movimento Moderno nel corso del Novecento, ed i modi e le attese e la cultura (o la sub-cultura) abitativa contemporanea nelle società post-capitaliste. Lo Zen e il Corviale rappresentano il punto di arrivo di una ricerca che in campo architettonico parte dal lavoro delle avanguardie degli anni Venti e Trenta, e si alimenta del pensiero dei grandi maestri del Movimento Moderno come Gropius e Le Corbusier. Un modello fondato in quegli "eroici" decenni della prima metà del Novecento, a partire dalle tumultuose esigenze di una società e di un´economia fondata sulla produzione industriale, sulle fabbriche, sulla manodopera, sulle lotte operaie, su un pensiero ancora di stampo modernista-determinista che garantiva un futuro inscindibilmente legato al progresso. Lo Zen e il Corviale sono il punto di arrivo di tutto questo: il che spiega l´apprezzamento degli architetti.
Ma proprio per questo essi rappresentano allo stesso tempo quanto di più distante possa essere percepito dalla società contemporanea. Dentro la quale sembrano scomparsi tutti gli attori che popolavano sino a ieri la società moderna: non più operai con le chiavi a stella; non più fabbriche; non più classe operaia ed anzi definitivamente non più classi sociali in assoluto; non più politica; niente più determinismo; e un futuro che appare non più irreversibilmente legato al progresso ed allo sviluppo.
Più consone alle attese e alla cultura abitativa dell´uomo contemporaneo, le tipologie autocostruite della città non pianificata, le casette della città diffusa, rappresentano la mediocre utopia liberista di un soggetto che in quelle architetture senza architetti realizza il suo contraddittorio paradiso individualista. Basterebbe guardarle con meno disgusto per rileggere, in filigrana, il soggetto metropolitano che le abita, le sue attese, la sua cultura abitativa. Un uomo metropolitano contemporaneo che a differenza di quello moderno si caratterizza subito per il suo fortissimo individualismo. È un soggetto che sembra l´opposto esatto di quello per il quale il moderno aveva efficacemente costruito una precisa cultura abitativa attraverso altrettanto precise tipologie edilizie. Sui Corviale, sugli Zen, sui Tor Bella Monaca, allora, si addensa il confronto, irreale, tra due culture dell´abitare: l´uomo e la cultura urbana moderna per il quale quelle tipologie furono messe a punto nel corso del secolo ormai passato; e l´uomo e la cultura che dovrebbe abitarle oggi, senza avere più nulla da spartire con i valori che quello spazio metteva in figura. Le motivazioni di Gregotti non percepiscono la crisi "strutturale" delle periferie di stampo modernista dentro la metropoli contemporanea. Una crisi che proviene dall´inadeguatezza del modello di città proposto e che ben poco ha a che vedere con la sua completezza.
Ma allora tutto questo mi sembra converga verso un limite: la cultura urbana espressa dal moderno, che è alla base della formazione di noi architetti, che è tuttora la struttura principale dell´insegnamento di architettura, è ampiamente superata nei fatti e dalla cultura materiale della gente comune. Solo partendo da questa definitiva consapevolezza potremo, e dobbiamo con urgenza e con passione, rifondare un rapporto accettabile tra urbs (cioè città fisica) e civitas (cioè società civile).
Mi ha colpito una originale interpretazione musicale della nuova periferia milanese. Il ricorso alla musica nei discorsi sull’architettura e sull’arte che vanta non pochi autorevoli precedenti del Novecento (Ginzburg, Taut, Le Corbusier, Badovici, Ozenfant, Kandinsky…) è sempre più abituale fra architetti e urbanisti. Mi devo adeguare. “Lo spazio periferico e della dispersione” sarebbe ”qualcosa di più importante, di più coerente alla nostra società, al nostro sistema di valori, anche alle nostre aspirazioni, solo che lo si sappia cogliere. […] la periferia è come il passaggio dalla grande musica che tra Rinascimento e secolo scorso [XIX) si assesta nelle grandi forme dello ‘stile classico’ alla musica di Shönberg, Berg, Debussy […]. Dall’abbandono delle grandi forme compositive sono derivati alcuni fondamentali problemi” [1]. L’autore sta scrivendo del “dilagare metropolitano” [2], circa il quale fenomeno altrove mette in guardia da esprimere un giudizio, talora diveniente “esplicito rifiuto” infine impedimento “a cogliere il nuovo che è in marcia” [3]. Allora l’autore giudica, questo “nuovo” è un avanzamento, direi una rivoluzione se lo si paragona alla musica dei due viennesi (Debussy sembra appiccicato lì). Quanto ai problemi: non risolti, si direbbe. Il “passaggio”, mi pare, avviene altrimenti: sull’onda del Romanticismo, accensione del pieno sentimento sulla base della ratio nei secoli verificata. Schönberg secondo la critica condivisibile di Adorno appartiene al filone romantico, in lui la ragione dodecafonica vive nel permanere di quello spirito [4]. Proviene da Wagner e da Brahms; la vocazione rivoluzionaria risale a Bach. La dodecafonia, una piena rifondazione delle strutture musicali, da un lato è costruzione di un nuovo ordinamento, la mirabile rete di sostegno costituita dalla funzione prioritaria delle serie di dodici note; dall’altro, proprio grazie alla chiarezza dei vincoli, è invito, se colti nel loro cuore già pulsante di creatività, a libertà forse sconosciute sia alla musica esclusivamente tonale, sia alle forme dell’espressionismo più coraggiose (egli stesso, qui, precedente protagonista). Vincoli e libertà che riconducono alla potenza della revisione bachiana (l’equabilità nelle ventiquattro paritarie tonalità del Clavicembalo ben temperato). D’altronde i quartetti di Schönberg antecedenti o successivi al manifesto della dodecafonia stanno alla pari dei quartetti di Beethoven. Se per “grandi forme compiute” si intendono le sinfoniche, nemmeno queste mancano, sebbene non possa essere questo il solo punto dirimente.
Cosa c’entrano con tutto ciò quelle periferie se non al contrario quanto a simbiosis fra ragione e sentimento? Chi sa ascoltare l’architettura, lo spazio umanizzato, la composizione urbana, il paesaggio, quando ha cercato di ascoltare anche quei pezzi di “città esplosa […] brutta” [5], non ha udito, sentito (recepito con tutti i sensi) musica. Svagavano nell’aria suoni fessi o muti, cosa ben diversa dal silenzio delle pause, indispensabile deuteragonista della composizione musicale. La musica è forse la suprema delle arti dal momento che raduna a sé tutte le altre, compresa l’architettura [6]. Come accostarvi tale periferia? Né reggerebbe un paragone fra spontaneismo di certi assetti residenziali neo-coreani, all’apparenza, e la musica popolare o la musica improvvisata. La prima è piena di convenzioni molto serie. Le improvvisazioni, sia la più frequente espressione nell’età barocca fino a metà del Settecento, sia un Mozart al clavicembalo (che poi le trascriveva), sia le cadenze (tutte tramandate in scrittura), sia la forma più significativa, il jazz dei due periodi d’oro, non avrebbero potuto sussistere senza le strutture, architettoniche direi, di riferimento. Peraltro questa città esplosa potrebbe essere così “perché qualcuno l’ha pensata” [7]. Quanto ai nuovi mostri del terziario finanziario e/o commerciale sparpagliati nella metropoli, non dovrebbe restare a noi architetti , non alla musica, che un rumoroso silenzio di protesta per tanta protervia. Sempre altrove l’autore attribuisce alle “lottizzazioni della città diffusa” caratteri di “discontinuità, eterogeneità, apertura, assenza di narratività, di una logica narrativa e dispositiva” [8]: un mondo opposto a quello del progettista Schönberg, rigore ed espressione in uno, ma anche a quello di tutti gli altri grandi compositori. Sicché solo per benevolenza, penso, altri concede che la necessaria “educazione [degli studenti] alla dimensione sinfonica, alla complessità del progetto possa corrispondere “l’ascolto della musica schönberghiana che forse si può rintracciare nella periferia” [9]. Diverso dall’impossibile rintracciamento per inesistenza della cosa nella realtà è la possibile scoperta di un incitamento al progetto attraverso difficili percorsi mentali spirituali corporei nell’ascolto. Si dà il caso, davvero interessante sul piano della trasmissione per vie misteriose di messaggi non inviati per vie normali, che parecchi anni prima facessi ascoltare agli studenti il terzo quartetto di Schönberg (1927, dodecafonico) mentre ci si accingeva a progettare “nuovi spazi locali” in comuni dell’hinterland. Cosa ne venne, da Schönberg? Non so nulla di risultati diretti. So di un piccolo deposito di sensazioni in alcuni studenti, so delle discussioni non banali con loro: giovani che forse avrebbero conquistato in seguito la maturità degli allievi del maestro viennese, ai quali egli si rivolge con grande rispetto nella prefazione al corposissimo Manuale di armonia, poche pagine di un grande insegnante ed educatore [10].
Città “diffusa”… Aggettivo insufficiente per indicare sia negatività sia positività. Se si aggiungono le definizioni citate e altre note, per esempio “confusa”, tutte convergono verso l’immagine di uno spappolamento, letteralmente, come in medicina, un processo di alterazione delle strutture di un tessuto prodotto da gravi lesioni, una perdita di consistenza riducentesi a poltiglia, come “il tessuto perduto della coscienza” [11] di urbanisti e architetti. Emerge la realtà del circondario milanese nella mezza corona settentrionale, e di altre agglomerazioni ravvicinate quali la Brianza, Busto Arsizio con Legnano e Gallarate, ecc. [12].Ma una metropoli diffusa potrebbe consistere in tutt’altra organizzazione e forma del territorio. Definendole policentriche vi si attribuisce un titolo di assoluta positività. Esse persistono, dure a morire, anche nel milanese, rappresentate grosso modo dalla semi-corona opposta alla precedente: eredità residuale, modesto e vacillante lascito da un ben più grande patrimonio non gravemente intaccato fino al secondo dopoguerra. Troppi urbanisti italiani, usando l’aggettivo “diffusa” puro e semplice in senso positivo riguardo al “dilagare metropolitano” e nascondendone i risvolti affatto preoccupanti, esprimono la portata della svolta culturale: perdita di ogni legame con la storia sia del territorio lombardo e milanese sia delle teorie e sperimentazioni corse in un secolo e mezzo di sviluppo del pensiero sociale e urbanistico. Quando essi un po’ piegati a sociologi avvisano del pericolo insito in prese di posizioni culturali ritenute elitarie (osare giudicare persino il bello e il brutto) a fronte di fenomeni insediativi metropolitani tipo le lottizzazioni residenziali piccolo-borghesi o i Monte Bianco del terziario e i centri commerciali dell’ultima generazione (i finti paesetti), e dei relativi comportamenti, sanno bene qual è l’oggetto in discussione: quella poltiglia invasiva e pervasiva a flussi e a salti come una lava o come i baccelloni del vecchio film di fantascienza Una cosa dall’altro mondo. Può darsi che le popolazioni residenti o frequentanti siano soddisfatte o, meglio, credano di esserlo. Quanto si sa, fuori da sociologismi e badando ai fatti, di cultura, sentimento e scelte socio-politiche degli attuali ceti maggioritari, quanto soprattutto riguardo ad ambiente, natura, architettura, arte e così via, non ammette inganni. In tanti casi di penosità, vista da fuori, dello stare, lavorare, muoversi, consumare, svagarsi ci sarebbero state rivolte se non si fosse verificato una sorta di mutamento antropologico: adatto ad accondiscendere a un modello sociale e territoriale conveniente non a quei ceti, né ad atri meno favoriti, ma alla classe occupante l’intero fronte della mancata contesa sociale: produzione, distribuzione, consumo, territorio, cultura. Che poi ai meteci vengano sparse appaganti briciole non è una contraddizione, è l’ultimo tornar di conto. Sarebbe dunque sorprendente che l’abitante medio di territori privi delle dotazioni e delle qualità che non troppo tempo fa l’urbanistica e l’architettura italiane ritenevano loro compito progettare e ambivano realizzare (l’esempio proveniva da altri paesi), persona inoltre tutta diversa da “l’uomo della metropoli” del terzo decennio del XX secolo secondo Willy Hellpach [13], non fosse o non pensasse di essere contento della sua debolezza. Fra l’altro gli si è insegnato l’odio contro la città compatta, il cuore a cui è pur costretto a rivolgersi continuamente. Gli abitanti delle Lewittowns, certamente campioni di americano conformismo, secondo il sociologo Herbert Gans, ricercatore né troppo grave né troppo indulgente, espressero consenso, come certi inglesi, allo “stile suburbano” [14]. Lo fecero però dopo aver verificato le dotazioni, la congruenza dell’offerta rispetto non solo o non tanto alle risorse familiari bensì a una serie di istanze, inusuali agli italiani, corrispondenti a linee-desiderio da giudicare sapendo il diverso rapporto fra la città esistente e i nuovi insediamenti nello spazio regionale vuoto. William Lewitt e i suoi specialisti li progettavano con qualche cura, tipi di case a uno a due piani soltanto, giardinetto, servizi della comunità civili e commerciali (non troppo generosi…) [15]. Così l’habitat dei Lewittowners che noi “gente di gusto” [16] non possiamo non criticare se non denigrare (i tre “stili” di case poi… [17]) è migliore dell’habitat dell’hinterland milanese. Dove , incredibile dictu, per trovare un quartiere realizzato in base a un progetto urbanistico e architettonico di qualità si va all’arcaico quartiere Ina-casa di Cesate, non per caso presentato al Ciam di Aix-en-Provence nel 1952: quartiere che i cantori del nuovo che avanza riterranno patetico [18].
Una parte consistente, penso maggioritaria, della cultura urbanistica nazionale considera doverosamente liberista l’accantonare Come in altri campi, ai signori Lewitt nostrani, ai nostri imprenditori di urbanistica e di edilizia non importa nulla dell’urbanistica, dell’architettura, del paesaggio, degli uomini. Si affidano alla comune insipienza o costrizione della domanda. È di nuovo la “ Cacotopia: la dissipazione privatistica” di cui in Patrick Geddes [19] poco meno che un secolo fa. Una parte consistente della cultura urbanistica nazionale considera doverosamente liberista l'accantonare non solo qualsiasi piano ma ogni idea di città. Come in una guardinga tautologia l’urbanistica è la stessa realtà fisica della città e del territorio, quali sono e mutano grazie al mercato e alle forze economiche più dinamiche. È “la mera cultura dell’esistente” [20]. Gli imprenditori privati, ben poco simili agli inassistiti omologhi americani, sono essi gli urbanisti autentici del fare sostenuti dagli urbanisti del dire (tale per esempio la sostanza del documento programmatico fornito alla giunta comunale di Milano l’anno scorso). Gli uni e gli altri ora hanno disponibile un nuovo perfetto manuale, il libro di Massimiliano Fuksas, Caos sublime: una laudatio della deregulation, del magma informe quale unico contesto territoriale ammissibile, delle baraccopoli abusive, della Tokio cresciuta senza piano [21]. Tali atteggiamenti sono del tutto diversi dalla oggettività e serietà della ricerca scientifica. Caratteri che riconosco allo studio citato Il territorio che cambia. Ambienti…, tra l’altro dotato di efficaci foto aeree. Tuttavia s’impone una critica di fondo: è talmente malthusiano nell’evitare valutazioni di merito, consistendo essenzialmente in una “descrizione” benché apprezzata dal commentatore come creativa se la definisce “ricerca fertile del ‘nuovo’ che investe lo spazio urbano dell’area milanese” [22], da sfiorare talvolta soglie pericolose, a mio parere, circa la destinazione alla formazione scientifica e artistica degli studenti: vedo per esempio la pubblicazione di fotografie di quei mostri edilizi, come il Procaccini Center di via Messina o la sede della Bnl in via Lorenteggio, a Milano, senza alcun commento sull’architettura [23]. Se anche quest’ultima la si ritiene sempre oggettiva, fenomeno naturale indiscusso, un “nuovo” derivante inevitabilmente da nuovi processi, rapporti e procedure economici sociali politici (nella sfera del pensiero filosofico una miscellanea di necessità e casualità, una specie di determinismo necessaristico, cioè Stalin che dà la mano al capitale e alla chiesa), si dovrebbe abolire nella scuola ogni ragionamento dialettico sulla costituzione dello spazio e sull’architettura anche nella sua interiorità, oltre che sulle questioni strutturali che la sottendono e le sovrastrutturali che la sovrintendono.
Tanto vale chiuderla, la scuola.
Note
[1] B. Secchi, Progettarela periferia e la città diffusa, in C. Macchi Cassia (a cura di), Il progetto del territorio urbano, Politecnico di Milano, 1993, 1996, Angeli, Milano 1998, p. 194.
2 Ivi.
3 B. Secchi, Un commento ai risultati dello studio, in S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, Il territorio che cambia. Ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese, Abitare Segesta Cataloghi, Milano 1993, p.269.
4 Cfr. T. W. Adorno, Filosofia della musica moderna ( Philosophie der neuen Musik, 1949), Einaudi, Torino 1979 (1959), p.24. “Oggi la musica della scuola di Schönberg è il contrario di quella ‘vuotezza di pensiero e di sentimento’ che Hegel temeva”. Vuotezza di pensiero e di sentimento, è questo la nuova periferia.
5 G. Consonni, Urbanistica come medicina e come musica, in C. Macchi Cassia (a cura di), cit., p.196.
6 “La musica prima di tutto”, “tutte le arti tendono alla musica”, così B. Barilli a proposito del pensiero di Kandinsky, in Kandinsky e la smaterializzazione dell’arte, in Aa.Vv., Wassily Kandnisky. Tradizione e astrazione in Russia 1896-1921, catalogo della mostra alla Fondazione Mazzotta , Milano febbraio-giugno 2001, pp.41 e 42.
7 G. Consonni, cit.
8 B. Secchi, cit., p.267.
9 G. Consonni, cit.
10 Cfr. A. Schönberg, Manuale di armonia ( Harmonielehre, 1922), a cura di L. Rognoni, Il Saggiatore, Milano 1963, Prefazione, pp.1-5.
Ho dato rilievo alla musica nel libro Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri, Unicopli, Milano 2000, capitolo Intermezzo (così detto anche a causa di non brevi incursioni musicali) sulle sensazioni, in particolar nel sottocapitolo Paesaggi sonori. Architettura musica / Musica architettura, pp. 65-70.
11 H. James, La tigre nella giungla ( The Beast in the Jungle, 1903), Cederna, Milano 1947, p.89, anche in Romanzi brevi, II, Mondadori, Milano 1990, p.986.
12 Circa l’individuazione e descrizione delle aree più fortemente urbanizzare della “regione milanese” vedi la ricerca citata Il territorio che cambia. Ambienti…Sulla conurbazione a nord di Milano e il diverso tipo di espansione nella pianura irrigua a sud vedi anche C. Bianchetti e B. Secchi, Milano, ad esempio, in “Casabella”, n.596, dicembre 1992, pp.44-47. Fra i miei interventi di anni fa si possono consultare: Ambiente e forme del suburbio urbano milanese, in Aa.Vv, Morfologia e progetto per le trasformazioni urbane, (a cura di A. Bazzi e C. Morandi), Clup, Milano 1986, pp.144-149; Introduzione a Aa.Vv., Progetto e contesto: il ruolo della storia, in Aa.Vv. Complessità e progetto: quali politiche per il territorio, (a cura di L. Diappi e S. Tintori), Clup, Milano 1987; Paesaggio agrario e periferia metropolitana (con O. Valli), in Aa.Vv., L’origine, le trasformazioni e l’uso del territorio. Un approccio didattico interdisciplinare: il caso di Rozzano (a cura di C. Capurso), Cieds, Rozzano 1987, pp. 75-83; Ricerca e progetto nella periferia della metropoli, in “qa16. Quaderni del Dipartimento di progettazione dell’architettura del Politecnico di Milano”, n.16, marzo 1994, pp. 154-164.
13 Vedi W. Hellpach, L’uomo della metropoli ( Mensch und Volk der Grosstadt, 1938, 1952) Comunità, Milano 1960.
14 J. M. Richards, in L. Rodwin, Le città nuove inglesi ( The British New Town Policy, 1956), Marsilio, Padova 1964, p. 239.
15 Cfr. H. J. Gans, Indagine su una città satellite Usa., ( The Lewittowners, 1967), Il Saggiatore, Milano 1970, pp. 303-309.
16 J. M. Richards, in L. Rodwin, cit.
17 Cfr. Herbert J.Gans, cit., p.34.
18 Progettisti F. Albini, G. Albricci, Bbpr, E. Castiglioni, I. Gardella. La pubblicazione più esauriente è in “Casabella continuità”, n.216, giugno 1957, pp.452-457.
19 P. Geddes, Città in evoluzione ( Cities in evolution, 1915), Il Saggiatore, Milano 1970, p.93.
20 Documento del Dipartimento di progettazione dell’architettura Quaderni di architettura 23. La nuova periferia, 6 luglio 2001, p. 1.
21 Vedi M. Fuksas con P. Conti, Caos sublime, Rizzoli, Milano 2001. Confesso di non aver letto il libro. Mi fido dei commenti sui quotidiani del 29 e 30 luglio 2001.
22 B. Secchi, Un commento…, cit., p.265.
23 Cfr. S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, cit., figg. a pp. 91 e 90. Quasi tre lustri fa lamentavamo i fenomeni nuovi relativi alla lacerazione del territorio nella fascia meridionale della metropoli: “passaggio diretto e immediato da un’agricoltura altamente qualificata, seminativo irriguo di forte produttività, per esempio ai pretenziosi torvi estranei edifici di Assago”, L. Meneghetti e O.Valli, L’origine…, cit., p.81: Milano fiori, in provocazione botanica; a cui avrei potuto aggiungere fra l’altro, perché altrettanto botanico oltre che berlusconiano anziché cabassiano, Girasole di Lacchiarella. Oggi nella metropoli i manufatti a cui mi riferisco rappresentano una violenza anche maggiore a causa della loro imponenza altezza obesità e del loro “stile”.
[1] B. Secchi, Progettarele periferie la città diffusa, in C. Macchi Cassia (a cura di), Il progetto del territorio urbano, Politecnico di Milano, 1993, 1996, Angeli, Milano 1998, p. 194.
[2] Ivi.
[3] B. Secchi, Un commento ai risultati dello studio, in S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, Il territorio che cambia. Ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese, Abitare Segesta Cataloghi, Milano 1993, p.269.
[4] Cfr. T. W. Adorno, Filosofia della musica moderna (Philosophie der neuen Musik, 1949), Einaudi, Torino 1979 (1959), p.24. “Oggi la musica della scuola di Schönberg è il contrario di quella ‘vuotezza di pensiero e di sentimento’ che Hegel temeva”. Vuotezza di pensiero e di sentimento, è questo la nuova periferia.
[5] G. Consonni, Urbanistica come medicina e come musica, in C. Macchi Cassia (a cura di), cit., p.196.
[6] “La musica prima di tutto”, “tutte le arti tendono alla musica”, così B. Barilli a proposito del pensiero di Kandinsky, in Kandinsky e la smaterializzazione dell’arte, in Aa.Vv., Wassily Kandnisky. Tradizione e astrazione in Russia 1896-1921, catalogo della mostra alla Fondazione Mazzotta , Milano febbraio-giugno 2001, pp.41 e 42.
[7] G. Consonni, cit.
[8] B. Secchi, cit., p.267.
[9] G. Consonni, cit.
[10] Cfr. A. Schönberg, Manuale di armonia (Harmonielehre, 1922), a cura di L. Rognoni, Il Saggiatore, Milano 1963, Prefazione, pp.1-5.
Ho dato rilievo alla musica nel libro Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri, Unicopli, Milano 2000, capitolo Intermezzo (così detto anche a causa di non brevi incursioni musicali) sulle sensazioni, in particolar nel sottocapitolo Paesaggi sonori. Architettura musica / Musica architettura, pp. 65-70.
[11] H. James, La tigre nella giungla (The Beast in the Jungle, 1903), Cederna, Milano 1947, p.89, anche in Romanzi brevi, II, Mondadori, Milano 1990, p.986.
[12] Circa l’individuazione e descrizione delle aree più fortemente urbanizzare della “regione milanese” vedi la ricerca citata Il territorio che cambia. Ambienti…Sulla conurbazione a nord di Milano e il diverso tipo di espansione nella pianura irrigua a sud vedi anche C. Bianchetti e B. Secchi, Milano, ad esempio, in “Casabella”, n.596, dicembre 1992, pp.44-47. Fra i miei interventi di anni fa si possono consultare: Ambiente e forme del suburbio urbano milanese, in Aa.Vv, Morfologia e progetto per le trasformazioni urbane, (a cura di A. Bazzi e C. Morandi), Clup, Milano 1986, pp.144-149; Introduzione a Aa.Vv., Progetto e contesto: il ruolo della storia, in Aa.Vv. Complessità e progetto: quali politiche per il territorio, (a cura di L. Diappi e S. Tintori), Clup, Milano 1987; Paesaggio agrario e periferia metropolitana (con O. Valli), in Aa.Vv., L’origine, le trasformazioni e l’uso del territorio. Un approccio didattico interdisciplinare: il caso di Rozzano (a cura di C. Capurso), Cieds, Rozzano 1987, pp. 75-83; Ricerca e progetto nellaperiferia della metropoli, in “qa16. Quaderni del Dipartimento di progettazione dell’architettura del Politecnico di Milano”, n.16, marzo 1994, pp. 154-164.
[13] Vedi W. Hellpach, L’uomo della metropoli (Mensch und Volk der Grosstadt, 1938, 1952) Comunità, Milano 1960.
[14] J. M. Richards, in L. Rodwin, Le città nuove inglesi (The British New Town Policy, 1956), Marsilio, Padova 1964, p. 239.
[15] Cfr. H. J. Gans, Indagine su una città satellite Usa., (The Lewittowners, 1967), Il Saggiatore, Milano 1970,pp. 303-309.
[16]J. M. Richards, in L. Rodwin, cit.
[17] Cfr. Herbert J.Gans, cit., p.34.
[18] Progettisti F. Albini, G. Albricci, Bbpr, E. Castiglioni, I. Gardella. La pubblicazione più esauriente è in “Casabella continuità”, n.216, giugno 1957, pp.452-457.
[19] P. Geddes, Città in evoluzione (Cities in evolution, 1915), Il Saggiatore, Milano 1970, p.93.
[20] Documento del Dipartimento di progettazione dell’architettura Quaderni di architettura 23. La nuova periferia, 6 luglio 2001, p. 1.
[21] Vedi M. Fuksas con P. Conti, Caos sublime, Rizzoli, Milano 2001. Confesso di non aver letto il libro. Mi fido dei commenti sui quotidiani del 29 e 30 luglio 2001.
[22] B. Secchi, Un commento…, cit., p.265.
[23] Cfr. S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, cit., figg. a pp. 91 e 90. Quasi tre lustri fa lamentavamo i fenomeni nuovi relativi alla lacerazione del territorio nella fascia meridionale della metropoli: “passaggio diretto e immediato da un’agricoltura altamente qualificata, seminativo irriguo di forte produttività, per esempio ai pretenziosi torvi estranei edifici di Assago”, L. Meneghetti e O.Valli, L’origine…, cit., p.81: Milano fiori, in provocazione botanica; a cui avrei potuto aggiungere fra l’altro, perché altrettanto botanico oltre che berlusconiano anziché cabassiano, Girasole di Lacchiarella. Oggi nella metropoli i manufatti a cui mi riferisco rappresentano una violenza anche maggiore a causa della loro imponenza altezza obesità e del loro “stile”.
Ho letto qualche intervento sulle periferie sul tuo sito. Ho letto anche le sciocchezze sui giornali, di chi, alla ricerca (inconsapevole, naturalmente) di una sorpassata "ecologia sociale", tenta grottescamente di correlare certo sviluppo urbano con la devianza dei cittadini: un semplicismo bigotto che raggela l'animo ma non stupisce, perché cosi va questo mondo "real tv", e questa "politica tg4". Ho pensato, appena ho visto il ritorno del tema "periferia", che si trattasse del solito "tormentone" estivo, ed in parte, credo, lo è stato.
Ma c'è di più. La memoria, per esempio. Che è diventata un problema mantenere ("manutenere") nonostante le capacità archiviative e consultative di cui oggi disponiamo. Quanta ignoranza ruspante c'è nelle righe di chi scrive articoli (anche strumentali) su fatti e luoghi che hanno una storia, profonda e (tra l'altro) assai studiata, e vengono raccontati con argomentazioni funamboliche e anacronistiche? Come se 150 anni di filosofi, sociologi, architetti, urbanisti (ecc.) e quintali di carta stampata - sul tema "periferie" e "cittadini periferici" - non fossero mai esistiti, i moderni "informatori" ci "aggiornano" sulle loro scoperte: come antropologi in una nuova foresta, a contatto con tribù remote e incontaminate, lavorano a reportage strepitosi, per lettori vergini; conviti d'essere originali! Forse questi "peones" dell'informazione sono il veicolo più (pericolosamente) audace per riscrivere la storia. Perché, com'è noto, la storia l'hanno scritta i comunisti.
Ma c'è ancora dell’altro. Che dire della "periferia" che sta in alcuni centri storici, o in alcuni centri e basta, di alcune città italiane. Troviamo bellissimi edifici e paesaggi costruiti da lasciar il fiato sospeso, nei centri storici. Non c'è (molto spesso) l'ombra di casermoni né la mano di architetti post moderni (e vetero comunisti). Eppure, vivendo o passando, in qualche centro storico, mi sembra di vedere "sporcizia", "degrado", "incuria", "assenza di servizi alle famiglie", "insicurezza"; che sono, mi pare, gli attribuiti delle neglette periferie. È vero, c'è la "bellezza" del centro che compensa. Ma può l'uomo vivere di solo pane?
E ancora. Ho rivisto qualche notte fa il film "I piccoli maestri" (di Daniele Lucchetti), dove si tenta (con buon esito) di raccontare la storia (una parte) dell'ultima guerra mondiale dopo l'8 settembre (?); dove i protagonisti (i piccoli maestri) si danno regole per bandire la retorica della loro azioni. La punizione, per chi non rispetta la regola, è "pane e acqua per una settimana". Non mi astengo allora dall'augurare "pane e acqua per una settimana", a chi si spinge sulla fune dell'informazione saldamente legato alla retorica. Molti giornalisti (e politici, e pensatori, e opinionisti, e...) sparirebbero, credo, per la magrezza provocata da questo austero pasto.
L’impegno di Italia Nostra e delle altre associazioni ambientaliste per migliorare il piano regolatore di Roma credo debba essere conosciuto e apprezzato da quanti hanno a cuore il futuro delle nostre città. Com’è noto, infatti, le questioni dell’urbanistica romana assumono sempre un rilievo nazionale e forniscono un modello di riferimento per altre esperienze. Nelle pagine interne si fornisce un primo resoconto dell’attività svolta, al quale spero possa far seguito una pubblicazione più ampia e documentata. I temi trattati sono molti, ma con determinazione particolare sono stati affrontati, soprattutto da Italia Nostra, i criteri assunti dal piano di Roma in materia di governo della proprietà fondiaria. Sto parlando dei cosiddetti “diritti edificatori”, vale a dire delle previsioni del vecchio piano regolatore, che gli amministratori di Roma e gli estensori del nuovo piano hanno equiparato a “diritti acquisiti” e quindi a decisioni non modificabili (se non attraverso l’esproprio dei beni interessati). E’ evidente che non si tratta di astrazioni, ma di questioni assai concrete, dalle quali dipendono le scelte fondamentali del piano, in primo luogo il suo dimensionamento.
Per comprendere la gravità della linea seguita dall’amministrazione capitolina, si deve tener presente, in primo luogo, che il piano regolatore della capitale, quello del 1962-65, decrepito ma tuttora vigente,era stato concepito per una città di cinque milioni di abitanti; in secondo luogo, centinaia di migliaia di alloggi sono stati realizzati abusivamente: sono perciò molto estese le previsioni di piano non attuate. Dette previsioni, una volta promosse al rango di diritti, formano una pesantissima eredità negativa, che condiziona inesorabilmente ogni ipotesi alternativa di assetto del territorio. Secondo il Comune di Roma, per rimuovere i diritti acquisiti, l’unica strada possibile è il ricorso alla “compensazione”e cioè il trasferimento in altra parte del territorio delle edificabilità previste dal vecchio piano. Il che determina, inevitabilmente, la moltiplicazione delle espansioni, che nel nuovo piano di Roma ammontano a molti milioni di metri cubi, spalmati su migliaia di ettari dell’agro romano ormai avviato all’estinzione.
Tutto ciò è stato al centro della contestazione sviluppata da Italia Nostra, grazie anche ai contributi di Vincenzo Cerulli Irelli e di Edoardo Salzano, riportati di seguito, che hanno autorevolmente smentito i principi ispiratori del piano di Roma in tema di diritti edificatori. Tant’è che l’amministrazione capitolina ha in qualche misura accolto il nostro punto di vista, cominciando a mettere in discussione orientamenti assunti da quasi dieci anni. Ma tutto può ancora succedere, siamo solo all’inizio dell’iter di approvazione del piano.
1. Con Paolo Berdini ho condiviso un’indimenticabile stagione di impegno politico, nel Pci prima, poi nel Pds, negli anni che vanno dalla primavera del 1985, quando fu sconfitta l’amministrazione di sinistra in Campidoglio, all’autunno del 1993, quando Francesco Rutelli fu eletto sindaco per la prima volta. La politica per noi coincideva con l’urbanistica. Non solo per noi. Da sempre, da Porta Pia in seguito, a Roma la politica è la politica urbanistica. Lo dimostra il fatto che in nessun’altra città ; come a Roma è stata prodotta tal e tanta letteratura in materia di urbanistica, soprattutto nel secondo dopoguerra.
In quegli otto anni fiorirono discussioni appassionate e senza fine, nel comitato federale, nella commissione urbanistica, nelle sezioni del Pci, nelle associazioni, nei circoli, nelle università, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nelle piazze, nelle manifestazioni, nelle feste dell’ Unità , nelle assemblee elettive. Il primo tema che affrontammo – in una discussione aspra, dura, senza complimenti – aveva riguardato una fondamentale questione di metodo e di sostanza, e cioè la necessità di restituire alla pianificazione urbanistica il ruolo di strumento irrinunciabile per il governo della città. Avevamo assunto una posizione critica verso la giunta di sinistra e verso chi aveva amministrato l’urbanistica romana dal 1976 al 1985, soprattutto per non aver messo mano a un nuovo piano regolatore, al posto di quello decrepito e pericoloso del 1962.
Capofila del nostro gruppo era Walter Tocci. Con Goffredo Bettini e altri dirigenti del Pci guidava il rinnovamento del partito dopo la sconfitta del 1985. Di quel percorso furono tappe importanti i convegni “Roma da slegare”, “Le città della metropoli”, il dossier dal titolo Chi comanda a Roma e tante altre iniziative. Cominciammo con Tocci a delineare i contenuti e la forma del nuovo piano regolatore e delle cose da fare per mettere ordine nell’urbanistica di Roma. Italia ’90, Roma capitale, lo Sdo, il vecchio e il nuovo abusivismo, il secondo Peep, l’autoporto di Ponte Galeria, il ministero della Sanità alla Magliana: sono solo alcuni dei temi allora trattati. Con modestissime risorse riuscimmo a produrre documenti e materiali di analisi e di proposta, alcuni a stampa. Lo Sdo e l’urbanistica romana , del 1989, mi sembra che sia il primo testo in cui la nostra impostazione è esposta in modo compiuto e convincente. Chiedevamo che si mettesse mano, contemporaneamente, a tre diversi piani urbanistici: una variante di salvaguardia, per confermare gli interventi già decisi e sospendere le altre previsioni del Prg allora (e oggi) vigente; il piano dell’area metropolitana di Roma, per definire le scelte strategiche a scala provinciale; il nuovo piano di Roma. La variante di salvaguardia, se ricordo bene, è stata inventata allora. Quello stesso fascicolo trattava del verde pubblico, della mobilità – proponendo, tra l’altro, un tracciato per la linea D – e dello Sdo, temi ripresi e approfonditi in altre elaborazioni.
Ai nostri dibattiti partecipava il meglio della cultura cittadina, cito per tutti Antonio Cederna, che decise di fare politica in prima persona, come deputato della sinistra indipendente e come consigliere comunale. La sua proposta di legge per Roma capitale raccoglie la parte essenziale del lavoro condotto insieme in quel periodo, soprattutto riguardo allo Sdo e al grande parco archeologico dei Fori e dell’Appia Antica. Per lo Sdo Cederna propone la soluzione che avevamo definito “a saldo zero”: i ministeri trasferiti nello Sdo non devono in alcun modo essere sostituiti da funzioni che comportino un analogo carico urbanistico. “ L’obiettivo di formare vuoti urbani attrezzati, parchi verdi e archeologici, ampie zone pedonali, eccetera, richiede la demolizione di alcuni degli edifici ex ministeriali, operazione essenziale, tra l’altro, per la più corretta valorizzazione di alcune aree di interesse archeologico oltre che opportuna per motivi di qualità urbanistica dell’ intervento”. Inoltre, secondo Cederna, lo spostamento dei ministeri non deve essere limitato a uffici secondari: “verrebbero immediatamente meno non solo l’obiettivo della riqualificazione della periferia orientale, ma gli stessi più generali obiettivi della riqualificazione del centro storico”. La difesa del centro storico si può ottenere solo se si dota la città di altri luoghi destinati a ospitare funzioni di prestigio. Cederna assume insomma, compiutamente, la filosofia dello Sdo com’era stata originariamente pensata da Luigi Piccinato: il trasferimento dal centro di alcune delle più importanti funzioni come idea forza dell’urbanistica romana, presupposto e condizione per costruire la città moderna.
Quanto all’area centrale, secondo Cederna, la valorizzazione delle antichità romane non può essere garantita solo dall’opera di restauro, manutenzione e consolidamento: è necessario intervenire sul piano urbanistico. Il parco Fori Imperiali-Foro Romano arricchirà Roma e i romani di un “incomparabile spazio per la cultura, la contemplazione, il riposo”. Il parco archeologico centrale proseguirà extra moenia nel grande parco dell’Appia Antica. Ma soprattutto, “coll’ eliminazione dello stradone che negli anni Trenta ha spianato un intero quartiere e con la creazione del parco centrale si sancisce l’ incompatibilità del traffico con il centro storico e con la salute dei monumenti”.
2. Paolo Berdini racconta come e perché non resta nulla degli obiettivi e della strategia fin qui descritti. Il libro di Berdini si colloca nella scia di Roma moderna . Insolera si occupa di un secolo di urbanistica romana, dall’unità d’Italia alla metà degli anni Settanta. Berdini tratta solo degli ultimi sei anni, ma uguale è la passione civile e il rigore della documentazione 1 . Per quanto mi riguarda, mi limito a riprendere soltanto tre temi, che però mi sembra che siano quelli decisivi per il futuro di Roma: l’ assetto della direzionalità o, se volete, dopo lo Sdo; il progetto Fori, a vent’anni dall’elezione a sindaco di Luigi Petroselli, che fu l’artefice e il fondatore di quel progetto; e, infine, il problema, che pare senza fine, del nuovo piano regolatore.
Lo Sdo è accantonato, in parte ridotto a un’appendice delle operazioni immobiliari Fs. Il documento del Dipartimento politiche del territorio, “Verso il nuovo piano regolatore di Roma”, del maggio 1998, conferma “la cancellazione dell’asse attrezzato quale nervatura di un decentramento funzionale e strutturale ancora troppo a ridosso del centro urbano”. Ma sullo stesso documento, due pagine prima, a proposito dei nodi di interscambio, si legge che “le aree ferroviarie e comunque le aree di diretta pertinenza di tali nodi diventano aree privilegiate dove collocare servizi qualificati, direzionalità, funzioni dotate di forte attrazione e di elevato standard funzionale e di immagine”. E’ appena il caso di ricordare che le aree ferroviarie utilizzabili sono tutte più centrali dello Sdo.
L’operazione Fori invece procede, e si deve dar atto all’ amministrazione Rutelli di averci rimesso mano dopo tre lustri di abbandono, e di aver ripetuto l’esperienza delle domeniche pedonali. Ma questa è solo una parte del progetto Fori, che aveva la sua ragione, urbanistica , prima ancora che archeologica, nell’incompatibilità fra le automobili e gli antichi monumenti. O le une o gli altri. Il sindaco Rutelli e la sua giunta non hanno mai fatto i conti, veramente, con la questione delle automobili. E alla fine delle automobili sono diventati sudditi. Non è vero che l’eliminazione della via dei Fori Imperiali determinerebbe insostenibili problemi di traffico. E’ vero il contrario. L’ esperienza fatta a Napoli con la pedonalizzazione di piazza del Plebiscito, e poi di via Toledo, dimostra che può essere abbondantemente ridotta la congestione nei centri storici. Il traffico di via dei Fori finisce tutto nel marasma di piazza Venezia, uno dei luoghi più inquinati d’Europa, dove cerca di fare del suo meglio l’ultimo vigile urbano che regola il traffico a mano. L’irrisolta questione delle automobili ha determinato anche il disastro del sottopasso di Castel Sant’Angelo e del parcheggio sotto il Gianicolo, che Berdini efficacemente ricorda. Ci si aspettava che, in occasione di un evento epocale come il Grande Giubileo, Roma fornisse al mondo l’esempio del possibile uso pedonale delle città storiche nel terzo millennio. Ha dimostrato invece il contrario, e cioè che, sventrando e snaturando, si può andare in automobile dovunque, anche in piazza S. Pietro.
Ed eccoci al terzo, e fondamentale, tema, quello del nuovo piano regolatore generale. Siamo a sei anni e mezzo dall’elezione di Rutelli, e del nuovo piano – nonostante gli impegni ripetutamente e solennemente assunti, anch’essi ricordati da Berdini, a cominciare dal programma ufficiale della giunta del 1993 – esistono solo bozze e brandelli. Per quel poco che se ne sa il nuovo piano pare meglio di quel che si temeva: non sovra-dimensionato, non afflitto dalle ossessioni perequative dell’Inu. Avremo occasione di approfondirne la conoscenza e di discuterne nei prossimi mesi. Qui ora ci interessa il modo in cui si sta procedendo, a cominciare dalla questione dei tempi. Quand ’anche si arrivi all’adozione del piano, ci si arriverà allo spirare delle due amministrazioni Rutelli. Come dire che si chiudono i cancelli quando i buoi sono fuggiti. Oppure, se volete, che la politica di piano, le sue regole, il suo rigore, vanno bene per quelli che verranno dopo.
Non si può tacere un’altra considerazione relativa al messaggio che la capitale trasmette al resto d’Italia: fare un nuovo piano è un’impresa quasi disperata, forse è meglio rinunciare, come hanno deciso i sindaci di Milano e di Salerno.
3. Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, cui va riconosciuto il merito di un sorprendente miglioramento dell’ambiente urbano della sua città, in occasione della visita del presidente del consiglio, Massimo D’Alema ha dichiarato che si guarda bene dal mettere mano a un nuovo piano regolatore. Credo che anche a Roma siano in molti a pensarla così, ma non hanno la stessa franchezza del sindaco De Luca.
Ben più ambizioso è il comune di Milano che ha recentemente posto in discussione un documento titolato “ Ricostruire la grande Milano ”. La notizia l’ho letta su Ilsole-24 ore , che ha presentato il testo come “un vademecum per fare le varianti con l’accordo di programma”. “La giunta Albertini – ha scritto ancora il quotidiano della Confindustria – punta in modo netto sulla flessibilità, sulla deregulation e sulla contrattazione pubblico-privato come strumento prevalente per effettuare le trasformazioni urbane”. Percorso da un brivido ho cercato e letto il testo milanese. E’ il De profundis per l’urbanistica.
Luigi Scanoha scritto che “i primi quattro capitoli della prima parte del documento costituiscono indubbiamente una delle più cospicue elaborazioni prodotte in Italia al fine di contestare radicalmente la prassi e ancor più la cultura della pianificazione territoriale e urbanistica consolidata, negandone non specifiche forme e modalità applicative, ma gli stessi presupposti concettuali, con ciò aggredendo assunti la cui valenza è ben più ampia di quella attinente il governo del territorio. Non poche delle posizioni affermate mettono infatti in discussione, o francamente contestano, elementi informatori generali dell’ordinamento costituzionale e giuridico italiano. La più spettacolare di tali affermazioni – continua Scano – è senza dubbio quella per cui nel ‘continuo confronto tra ragioni’, al quale dovrebbe sostanzialmente ridursi l’attività di governo del territorio, ‘lo stato ha una voce autorevole, ma pur sempre una voce tra le voci’. Forse non siamo all’estinzione dello stato di leninista memoria, ma certo siamo a una delle più spinte concezioni di stato minimo mai avanzate dall’anarchismo reazionario, o liberismo libertario”.
A Milano è una tradizione evidentemente irriducibile quella di derogare dalle disposizioni degli strumenti urbanistici: negli anni Cinquanta si chiamava rito ambrosiano, ed era legittimato da mediocri giustificazioni formalistiche. Oggi nessuna ipocrisia fa velo alle intenzioni eversive. Mi limito a riportare qualche brano del documento. Nel paragrafo 18, sotto l’ amabile titolo “L’indebolimento del piano regolatore generale”, si legge che “la trasformazione normativa introdotta negli ultimi anni comporta da parte di ogni ente competente il riconoscimento che l’ esercizio del potere di pianificazione del territorio non esclude, anzi implica il coinvolgimento diretto dei soggetti privati nella fase progettuale delle scelte di pianificazione, e non limita l’accordo con gli stessi alla sola fase esecutiva o attuativa”. Dopo aver reso omaggio all’urbanistica contrattata, si conferma che i nuovi istituti introdotti dal legislatore negli anni Novanta (programmazione negoziata, intesa istituzionale, accordo di programma quadro, patto territoriale, contratto di programma e contratto di area) “costituiscono veri e propri strumenti di pianificazione finalizzati ad agevolare la trasformazione e la riconversione di ampie zone del territorio prescindendo dalle regole stabilite per tali zone dal piano regolatore generale. E questo nuovo assetto urbanistico non scaturisce da un atto autoritativo, ma da un accordo con i privati che confluisce nell’accordo di programma e costituisce lo strumento fondamentale per la realizzazione dell’intervento di trasformazione urbana”.
A proposito di accordi di programma e simili, è bene ricordare quanto ha scritto Edoardo Salzano nella sua comunicazione alla Conferenza nazionale sul paesaggio: “Ciò che accomuna la quasi totalità di questi piani anomali è che enfatizzano il circoscritto e trascurano il complessivo, celebrano il contingente e sacrificano il permanente, assumono come motore l’interesse particolare e subordinano ad esso l’interesse generale, scelgono il salotto discreto della contrattazione e disertano la piazza della valutazione corale. Abbandonando le metafore, caratteristica comune di (quasi) tutti gli strumenti di pianificazione anomali è quella di consentire a qualunque intervento promosso da attori privati di derogare alle regole comuni della pianificazione ordinaria. Di derogare cioè alle regole della coerenza (ossia della subordinazione del progetto al quadro complessivo determinato dal piano) e della trasparenza (ossia della pubblicità delle decisioni prima che divengano efficaci e della possibilità del contraddittorio con i cittadini)”. In effetti, le varianti urbanistiche autorizzate con il ricorso agli accordi di programma non sono soggette alle osservazioni dei cittadini, com’è previsto dalla legge urbanistica del 1942 per le procedure ordinarie, e gli stessi consigli comunali sono in larga misura spodestati. Con tanti saluti alla partecipazione e alla questione morale.
Tutto ciò non interessa il comune di Milano che assume un solo inconfutabile valore: la flessibilità. Ne lla prospettiva del modello flessibile si assume che “in sistemi urbani densi e ad alta infrastrutturazione non sia utile conferire un valore normativo alle previsioni di piano regolatore – ad esclusione di particolari salvaguardie –, ma che programmi e progetti di trasformazione urbana debbano essere decisi in attuazione delle strategie della Amministrazione e a seguito della valutazione dei risultati attesi”. “In altre parole, la realizzabilità di una strategia è provata nel momento in cui viene tradotta in progetti operativi. La redazione dei progetti serve per verificare se una strategia è concretamente realizzabile o, se non lo è, per individuare gli ostacoli a realizzarla, cioè se siano tali gli stessi criteri fissati dall’Amministrazione e/o vincoli determinati dal contesto”. Niente insomma è definito una volta per sempre. In estrema (ma non distorcente) sintesi: il pressoché unico compito assegnato alla pianificazione pubblica del territorio sembra quello di assicurare la (crescente) valorizzazione degli immobili, e la riduzione al minimo del rischio d’impresa per i proprietari e gli operatori immobiliari.
4. Il modello delineato dal comune di Milano merita una riflessione vasta e ben condotta, senza trascurare le questioni legate alla trasparenza. Finora non è successo nulla, non c’è stato scandalo. Non sono stati svegliati dal letargo quanti, in particolare nel mondo della politica e della cultura di sinistra, hanno dimenticato da qualche anno di occuparsi di urbanistica, non vedendo che in gran parte d’Italia città e campagne sono più di prima esposte a ogni insulto, grazie proprio a quegli strumenti micidiali, elencati prima, accordi di programma, eccetera, non a caso esaltati dal comune di Milano.
E’ impossibile avviare ora una discussione approfondita. Si può solo accennare allo scenario che tende a configurarsi a mano a mano che guadagna consensi il modello milanese. Bisogna in primo luogo considerare che l’affermazione dell’urbanistica contrattata è andata di pari passo con la diffusione degli strumenti di pianificazione specialistici e di settore: piani di bacino, piani paesistici, piani dei parchi, piani dei trasporti. In verità, per ora siamo solo alle buone intenzione, ma è innegabile che si tratta di una novità importante, grazie alla quale si potranno offrire alla collettività garanzie di tutela di diritti e di interessi vitali: la difesa del suolo, la qualità estetica e ambientale del territorio, il godimento della natura, migliori condizioni di mobilità. L’insieme delle pianificazioni specialistiche e di settore tende a coprire gran parte del territorio, in particolare gli spazi aperti. Che cosa resta fuori? Restano fuori soprattutto i luoghi destinati o da destinare a trasformazioni urbane. In buona sostanza, lo scenario si scompone in un diffuso sistema di vincoli e di tutele, mentre le aree più pregiate, quelle del business , della contrattazione, dei piccoli e grandi affari sono oggetto di decisioni al riparo da sguardi indiscreti. Si opera, insomma, con procedimenti discontinui che frammen tano e disarticolano lo spazio. Si sta rinunciando, in qualche città si è già rinunciato, all'idea razionale (e razionalista) del piano urbanistico comunale esteso a tutto il territorio, all' universitas del patrimonio territoriale.
Ma una città può fare a meno di discutere del suo futuro? E che cos’è un piano regolatore se non la discussione e la decisione sul futuro di una città? Nel dibattito sull’urbanistica di Roma dopo la sconfitta dell’amministrazione di sinistra del 1985 intervenne Italo Insolera con una memorabile intervista all’ Unità : “Quattordici anni dopo il piano regolatore i comunisti alla guida della città non rompono decisamente con il passato, non rivedono quel disegno, non lo riaggiustano secondo le ispirazioni che li avevano guidati nelle lotte precedenti. Non voglio dimenticare nulla, né la sparizione delle borgate, né le estati romane. Ricordo tutto e lo apprezzo […] Dico che mancò una filosofia complessiva del cambiamento, non si cambia nel profondo se si insiste nell’abbandono di ogni ideologia come ispiratrice dei fini e dei mezzi. E se qualcuno sostiene che la pianificazione non occorre, sono costretto a ricordargli che non occorre alle classi dirigenti, ma alle altre sì”. Credo sia questo il punto da cui è necessario ricominciare.
5. Torniamo al libro di Berdini dove, con rigorosa documentazione, si da conto dell’urbanistica romana degli ultimi anni. Si parla delle cose ben fatte, che non sono poche: la politica dei parchi e del verde, la nuova sistemazione di strade e piazze nel centro storico, e soprattutto la variante di salvaguardia che ha posto al riparo dai disegni speculativi ben 50 mila ettari in agro. Ma il libro dimostra soprattutto che Roma, negli ultimi anni, ha preceduto Milano nella pratica dell’urbanistica contrattata. Molti dei 52 milioni di metri cubi calcolati da Berdini sono stati autorizzati con il ricorso alle deroghe, mentre si continuava a promettere il nuovo piano regolatore generale: è questo il “pianificar facendo”?
Che succederà con il nuovo piano, si continuerà con gli strumenti derogatori? Il piano sarà ancora un paravento, al riparo del quale continuerà l’urbanistica contrattata, o si cambierà registro? Ci piacerebbe vedere l’urbanistica di Roma alternativa a quella di Milano. Un formidabile scontro politico e culturale. Ma la svolta dovrebbe essere autentica. E perché sia tale i protagonisti dell’urbanistica capitolina degli ultimi anni dovrebbero sapersi mettere in discussione, cominciando con il fare buon uso del libro di Berdini.
Un primo campo di verifica è la politica nazionale. L’urbanistica della sinistra a Roma, più ancora che quella dell’Emilia Romagna, ha rappresentato sempre il modello per le politiche e le proposte legislative nazionali (dagli standard, alla legge 167, al programma poliennale di attuazione, eccetera). Oggi non è così. Nessuno stimolo è venuto dall’urbanistica romana. Anzi, se si tiene conto dell’assetto generale dell’urbanistica romana (e milanese), se si tiene conto del “ ;pianificar facendo”, occorre riconoscere che il disegno di l egge – finalmente un buon disegno di legge – predisposto da Rita Lorenzetti, presidente della commissione Lavori pubblici della Camera dei deputati va in controtendenza rispetto alla prassi seguita a Roma (e teorizzata a Milano): esso infatti prevede fra i principi generali il divieto del ricorso a istituti derogatori. Un’esplicita e formale condivisione di quest’ obiettivo sarebbe un buon viatico per una svolta romana.
Un secondo campo di verifica riguarda l’autentica disponibilità al confronto e alla discussione. Prevale oggi l’attitudine alla propaganda. Né le istituzioni, né i partiti si sono misurati in confronti pubblici. Anche le cronache romane dei grandi quotidiani, Il Corriere della sera, Il Messaggero, la Repubblica , che in passato avevano sostenuto iniziative e posizioni critiche verso l’ ;urbanistica capitolina, sono scrupolosamente allineate sulle posizioni della giunta. La lettura del libro di Berdini può essere l’occasione per ricominciare.
Sul finire del mandato la Regione Lombardia ha regalato al territorio un bel pacchetto di nuove leggi.
Grazie ad esse i piani regolatori potranno essere modificati in base alle singole proposte dei proprietari. Gli standard urbanistici, e cioè le aree che devono essere destinate al verde, ai servizi e ai parcheggi, sia nelle previsioni a lungo termine che in quelle immediatamente operative sono stati dimezzati. Per avviare la costruzione di qualsiasi edificio non serve più l’approvazione del progetto: basta presentare una dichiarazione di inizio attività.
Non occorre essere specialisti per nutrire il timore che le pretese novità ci stiano invece ricacciando verso una situazione di arretratezza della pratica urbanistica da anni cinquanta, aggravata però dallo scenario attuale della crescita urbana smisurata, dell’emergenza ambientale e dell’incertezza del diritto.
Il Comune di Milano ha subito approfittato delle nuove leggi, elaborando il documento che avvia l’approvazione dei progetti privati in variante del piano regolatore, con l’obbiettivo dichiarato di alimentare il mercato immobiliare. Con il dimezzamento degli standard torna legittima, dentro gli angusti confini comunali una crescita urbana di svariate diecine di milioni di metri cubi: come costruire dentro Milano nuove città della taglia di Brescia.
Per sostenere la concentrazione il nuovo piano del traffico programma una serie di nuove superstrade e di nuovi supersvincoli in piena città: alla gronda nord tengono compagnia un nuovo asse di penetrazione lungo le ferrovie varesine, dalle autostrade al Monumentale, una galleria sotto il parco Sempione, un’altra a fianco dei Giardini e un’altra ancora lungo la darsena di Porta Ticinese, lo sbocco di viale Fulvio Testi sul viale della Liberazione, e il potenziamento di oltre venti incroci. Et cetera. Fluidificazione del traffico!
I danni ambientali di questi progetti, e l’aggressione al bene più prezioso, la salute, in una città dove la gran parte delle centraline rileva una qualità dell’aria fuori legge, allarmano i cittadini, che infatti stanno alzando sempre più la voce contro di essi.
E’ bene chiarire che, sotto il profilo tecnico, la fluidificazione del traffico costituisce, nel contesto dato, un obbiettivo negativo: sia perché, accrescendo la competitività dell’auto, sottrae utenza al trasporto pubblico, sia perché la maggior fluidità del traffico attuale servirà a far spazio a quello aggiuntivo prodotto dai nuovi insediamenti auspicati dalla Giunta. Più auto dunque nel nostro futuro!
Non meno gravi sono i danni che queste politiche provocano proprio sul terreno dello sviluppo economico, in nome del quale vengono proposte.
Raddoppiare la volumetria di un’area edificabile non produce reddito perché comporta che da qualche altra parte si costruirà per la metà, a causa delle dimensioni sostanzialmente rigide della domanda: sposta però l’utile da una immobiliare all’altra. Uno scenario di programmatica inesistenza di regole urbanistiche scatena la competizione tra imprenditori (non solo del settore edilizio, la storia insegna) sul terreno più sterile, quello della ricerca delle protezioni istituzionali, invece di indirizzarlo su quello dell’innovazione tecnica e della qualità del prodotto: un danno netto per l’economia.
Vecchi difetti, dunque, sotto la vernice della urbanistica postmoderna.
Quel che servirebbe dalle istituzioni è tutt’altro: scelte strategiche per rimediare al pauroso degrado ambientale, per selezionare le infrastrutture necessarie a modernizzare l’area, per introdurre un modello territoriale più razionale. Una istituzione milanese, la Provincia, ha tentato, un anno fa di svolgere questo ruolo, elaborando il proprio Piano territoriale.
Il Comune di Milano ha rifiutato di partecipare alla formazione del piano, trincerandosi dietro motivazioni giuridico - formali. Ora mi sembra risultino evidenti le ragioni vere della defezione.
Il documento del Comune, che significativamente si intitola “ Ricostruire la Grande Milano”, pretende di coprire lo stesso territorio che le leggi attribuiscono alle competenze della Provincia. E con scelte di merito molto distanti: concentrazione contro policentrismo, auto contro trasporto pubblico, più cemento contro più verde.
La nuova Provincia dovrà decidere se difendere il proprio ruolo istituzionale, o ritirarsi dietro le quinte, magari con il fragile ( e costoso) alibi di rincominciare a studiare tutto da capo. Lo sapremo presto: la cartina di tornasole sarà la scelta di continuare il processo di formazione del Piano, dando corso alla consultazione formale dei comuni sul progetto già fatto proprio dal Consiglio provinciale, o viceversa di troncarlo, con la prevedibile conseguenza di non riuscire a definire, anche nei prossimi quattro anni, il piano strategico che tutte le metropoli europee hanno già da molti decenni.
Giuseppe Boatti
(Professore di Progettazione urbanistica al Politecnico di Milano)
Somiglianze o differenze. Forse è questa l´alternativa o non vi sono differenze senza somiglianze e viceversa? E´ vero e necessario che solo le condizioni estreme siano non solo significative ma addirittura obiettivi a cui aspirare?
Come si scrive ormai da quarant´anni, «oggi il 50% del mondo abita in città, e di questo il 60% si trova in situazioni di periferia esterna, mentre alla fine del XIX secolo solo il 10% del mondo era urbanizzato». Ma si tratta di una città che è però scomparsa (o in via di sparizione) come afferma lo stesso Richard Ingersoll, nell´introduzione del suo nuovo libro dal titolo Sprawltown. Sprawl significa sdraiato, senza forma, ma anche nebuloso, diffuso.
Le quantità sono un fatto ma un fatto che si deve discutere,( vedi l´intervento di Massimo Cacciari di martedì scorso ndr ) anche se sembriamo travolti dall´accelerazione con cui questo è avvenuto e la constatazione di esserne superati ci fa sembrare anche la semplice presa di coscienza dello stato delle cose un obiettivo: persino un obiettivo estetico. Ma forse un mondo molteplice, mobile, senza limite non è il mondo della libertà ma solo il mondo dell´assenza di progetto.
Non vi è solo la resa alle forze inaccessibili «della città generica che è cinicamente utilitaristica, pronta a condonare e senza etica», cioè indifferente ai vincoli, né la risposta è ritorno alla piccola comunità chiusa della città di Leon Krier. Forse le questioni sono tra loro più intricate: permanenze e cambiamenti producono una dialettica più complessa e concreta ma assai più creativa socialmente per l´architettura. La cultura della Grecia antica ha vissuto per secoli in quella romana, quest´ultima ha attraversato il Medioevo costituendone materiale ineliminabile e così via.
Il nuovo è essenziale per le differenze quanto le memorie che ne costituiscono il terreno di costituzione. Il centro storico delle città forse non è solo materiale per le cartoline turistiche e per le attività della popolazione del periurbano ricolma di futuro, ma anche luogo delle identità collettive.
E´ vero: «Gli ingredienti dello sprawl - il turismo, i centri commerciali, le tangenziali, i parcheggi, gli svincoli, i mezzi telematici, le villette, i vuoti - possono apparire brutti, ma anch´essi possono essere indirizzati verso un ulteriore obiettivo di qualità», come scrive Ingersoll ma tutto questo non solo la cultura architettonica non ha ancora trovato i modi per attuarlo ma ci attraversa il sospetto che siano proprio i massimalismi, sia quelli dell´entusiasmo per lo sviluppo senza limiti che quello dell´ideologismo ecologico non meno di quello «neohemait», ad impedirlo. Senza dialettica con il passato non vi è nemmeno progetto di futuro.
La nozione di modificazione necessaria e quella di progetto come dialogo è da molti anni collocata accanto a quella di nuovo come valore: essa non è liquidabile solo come riformista, è il fondamento di un nuovo realismo critico, l´opposto cioè del relativismo empirista (e un po´ cinico) con cui oggi si trasforma la constatazione in valore.
Detto questo, consiglio di leggere con attenzione il libro di Ingersoll, che ha come sottotitolo (che interpreto a mio modo positivamente) "Cercando la città in periferia" come stimolo progettuale, cioè in ogni modo di costituzione di ordine: anche quello che "bergsonianamente" non si vede.
I cinque capitoli che lo compongono, ciascuno commentato con una didascalica sequenza di illustrazioni, cominciano con il descrivere gli estremi della sprawltown non solo come nuova metafora della città ma come inevitabile futuro dell´aggregato-disperso urbano.
Il secondo capitolo è dedicato alla trasformazione dei centri storici a causa del turismo di massa. Nella «città-cartolina» dove il senso civico è perduto, il cittadino ideale è il turista. Peraltro due miliardi di turisti producono quasi duecento milioni di posti di lavoro. E´ al cittadino turista di se stesso che è rivolta l´evoluzione dei centri commerciali che dalla periferia si stanno ritrasferendo nei centri urbani, con una sempre più importante percentuale di coniugazione con gli stessi musei: musei shopping mall.
Questa sostituzione dell´antico centro civico offre sicurezza e sorveglianza in cambio di privatizzazione e si espande come ideologia ai modelli delle aree urbane anch´esse privatizzate: le comunità-club ad ingresso controllato come Las Colinas presso Dallas e, più in piccolo, Milano 2. Anche se la connessione con il tema della sprawltown è più indiretta, è questo il capitolo nel quale più si esercita criticamente Ingersoll.
Poi l´autore si occupa della nuova percezione dell´urbano (anche attraverso la frammentazione della visione dall´automobile anche vecchia di ottant´anni) e vede nel montaggio cinematografico lo strumento adatto a rappresentare la periferia esterna, luogo senza centralità dove tutto è sfondo e figura nello stesso tempo, forse proprio perché, proprio al contrario, la sequenza cinematografica è sommamente e rigorosamente ordinata. Il capitolo successivo è un invito ad utilizzare le infrastrutture come occasioni di progetto, anzi d´arte, «alla ricerca però di readymade urbani» piuttosto che nell´imitazione dei grandi acquedotti romani: anche se non si può negare che i nodi autostradali siano al contempo i simboli della catastrofe ecologica.
Da ultimo Ingersoll paragona la «questione ecologica di oggi» a quella ottocentesca dell´alloggio posta da Engels. Da Ernest Haeckel (il fondatore nel 1866 dell´ecologia) attraverso Rudolf Steiner e poi le attenzioni al problema di Le Corbusier e di «Broadacre City», arriva ai movimenti sociali Usa degli anni Sessanta sino al social forum di Porto Alegre. L´autore ripensa in termini ecologici all´intera storia dell´architettura moderna per arrivare a un´ipotesi dell´agricoltura come componente importante della Sprawltown.
Il testo è pieno di citazioni colte che affondano nella tradizione della modernità e si muove in tutta Europa con i propri esempi e con le differenze e somiglianze tra questa e la cultura nordamericana.
Nell´insieme una felice, positiva contraddizione rispetto al «tutto-futuro» che sembra invece essere la preoccupazione centrale dell´autore.
Ringrazio gli organizzatori di questa serata, perché mi danno la possibilità di portare la voce di un'associazione bolognese di cittadini e di urbanisti, che si chiama Compagnia dei Celestini.
Quattro anni fa ci siamo messi a ragionare sui motivi per cui a Bologna la qualità della vita si fosse così deteriorata, perché la città fosse meno amichevole d'un tempo. E abbiamo cominciato a ragionare con gli strumenti analitici che avevamo a disposizione, riattivando un dibattito pubblico che si era assopito, producendo analisi che hanno "resistito" nel tempo - grazie al loro rigore - anche all'assalto dei nostri più agguerriti oppositori.
Sapete tutti infatti che l'urbanistica è un tema molto spinoso, e che spesso sta sulle pagine dei giornali, in modo più o meno diretto, e di conseguenza chi "critica" e chi propone "cose fuori dal coro" ha in genere vita difficile: noi sopravviviamo - passatemi il termine - grazie al rigore delle nostre analisi e al divertimento che prova solo chi non ha padroni a cui rispondere.
Il titolo del mio contributo un po' lo anticipa: le cose che dirò sono tese a rivendicare l'utilità pubblica dell'urbanistica e della pianificazione. L'urbanistica deve servire per vivere meglio, per far vivere meglio i cittadini. Deve cioè organizzare un sistema democratico di regole e di opportunità orientate ad aumentare l'equità sociale e l'equilibrio ambientale nel suo complesso: in una parola l'urbanistica deve servire per sostanziare i diritti fondamentali di cittadinanza.
Credo sia necessario, oggi più di ieri, sottolineare questa necessità del governo pubblico delle trasformazioni urbane e territoriali perchè negli anni novanta si è smesso - a Bologna e anche in altre parti del Paese - di credere che l'urbanistica potesse realmente concorrere a realizzare questi princìpi, e conseguentemente si è scelta un'altra strada: si è scelto di non pianificare, si è scelto di trasformare la città "navigando a vista", volta per volta, caso per caso, senzaobiettivi di lungo respiro, ma soprattutto si è persa la "bussola" dell'interesse pubblico. Si trasforma la città, piccoli o grandi lotti che siano, costruendo soprattutto palazzi, villette, condomini, senza chiedersi cosa ci guadagnano i cittadini e la città nel complesso dalle trasformazioni che si compiono.
La classe politica sembra aver rinunciato ad una delle principali responsabilità che le spetta per "statuto": cioè progettare il futuro della città che governa. Che poi il progetto abbia le "gambe" (passatemi il termine) nei poteri economici che hanno la forza e l'interesse legittimo e positivo di costruirla questa città, è evidente e fuori discussione: la città è costruita prevalentemente, da sempre, per mano di operatori non pubblici, con i quali si deve trasparentemente discutere e negoziare.
Ma quello che è necessario ritrovare, perché a me sinceramente sembra essersi perduto, è la capacità che solo un governo pubblico è legittimato a fare: costruire un progetto con obiettivi e regole "del gioco", chiare, durature e indiscriminanti, a cui deve riferirsi chi ha le opportunità e gli interessi per trasformare suoli ed edifici.
Questo progetto ripeto non può che essere pubblico, perché solo un governo pubblico può e deve prendersi cura, cioè tutelare e promuovere, anche chi non ha potere, chi non ha interessi immobiliari, chi non è proprietario di suoli o di edifici: cioè la stragrande maggioranza dei cittadini.
Queste cose le dico non per dare lezioni a qualcuno, ma perché servono ad inquadrare il senso del mio contributo.
Perché la strada che si è intrapresa a Bologna ha mostrato di essere fallimentare: un fallimento oggi documentabile e che ha radici ben definite.
A Bologna - ma non solo a Bologna - nell'ultimo decennio del secolo scorso, si è subito pesantemente il fascino del «neoliberismo deregolativo», che altrove aveva cominciato a farsi vivo già dagli anni ottanta.
Negli anni ottanta, a Bologna, si era invece scelta un'altra strada: si era cercato di costruire un progetto per il futuro della città con un Piano, un buon Piano Regolatore, che puntava a non espandere ulteriormente il suolo urbano ma a compiere operazioni di vera riqualificazione. Era un Piano dimensionato con quote di sviluppo residenziale credibili e sostenibili.
Ma quel Piano così adottato nel 1985 fu tradito e stravolto nella sua versione definitiva, approvata 4 anni dopo, a seguito di un drammatico conflitto politico all'interno della giunta di sinistra: aumentarono notevolmente gli indici edificatori, saltarono molte altre garanzie circa la sostenibilità delle operazioni urbanistiche; da una previsione di circa 6 mila alloggi da costruire in 10 anni se ne inserirono 19 mila.
Quello che si cominciò ad attuare all'inizio degli anni novanta era dunque un Piano stravolto, inadatto a guidare lo sviluppo di Bologna, inadatto a creare opportunità per gli operatori del mercato e vivibilità per i cittadini.
A 14 anni di distanza quel Piano, talmente era sovradimensionato, è rimasto inattuato per quasi la metà delle sue capacità edificatorie e laddove lo si è attuato esso ha mostrato drammaticamente tutti i suoi limiti: gli indici edificatori elevati hanno prodotto comparti urbani densi e massicci, privi di qualità e in cui ci sono serie difficoltà di reperimento di suoli per i servizi di quartiere. E di conseguenza sono emersi problemi di congestione e di traffico, e anche di degrado diffuso.
Di fronte a questa condizione, nella seconda metà degli anni novanta, invece di scegliere di "rifare il Piano", cioè di rimettere mano alle regole e alle strategie per la trasformazione della città, si è scelta la strada della deroga dal Piano: significa che si è deciso di procedere inseguendo gli stimoli che il libero mercato proponeva all'amministrazione pubblica, senza che quest'ultima avesse degli obiettivi chiari e di lungo periodo a cui riferire quegli stimoli che venivano dagli operatori di mercato.
Si è aperta così la stagione della così detta riqualificazione urbana, o dei programmi integrati: una stagione transpartitica, a cui Guazzaloca ha contribuito continuando e peggiorando una situazione già in essere.
Non entro nel merito di questa strumentazione (i Programmi Integrati e di Riqualificazione appunto) perché credo sia qui inopportuno. Racconto invece che cos'ha prodotto questa stagione, negli ultimi sette anni.
Nonostante Bologna non sia mai stata un polo della grande industria manifatturiera o "pesante", e di conseguenza non abbia subito, nei tempi recenti, fenomeni di dismissione produttiva o di crisi funzionale di grandi comparti urbani, di dimensione in qualche modo paragonabile a quelle di altre aree del Paese (per esempio a Napoli – Bagnoli, o a Sesto San Giovanni), Bologna è stata martellata per gli ultimi 7 anni da una costante e unica attività «urbanistica»: quella di una «riqualificazione» che ha riqualificato - a nostro parere - soprattutto la speculazione edilizia.
L’attività di sostituzione e ridefinizione funzionale di tessuti già urbanizzati o interstiziali attraverso interventi di media e piccola dimensione ha prodotto infatti, in questi ultimi anni, effetti di non secondario rilievo, sia dal punto di vista delle quantità messe in gioco dai così detti "programmi integrati" prima e poi da quelli di riqualificazione, realizzati o in fase di realizzazione (si tratta in totale quasi tremila nuovi alloggi), sia dal punto di vista dell’impatto che la sommatoria di questi nuovi fatti urbani ha generato (e genererà) sulla città.
Un primo aspetto di questa «stagione urbanistica» bolognese riguarda la completa assenza del rapporto fra le singole operazioni e una strategia urbana che chiarisca l'interesse collettivo derivante dai singoli interventi: si tratta cioè, senza dubbio, di azioni indipendenti l'una dall'altra, che esauriscono la loro ragione nella mera trasformazione edilizia dell'area, con un rendimento ingente e diretto solo per i soggetti privati interessati dalla trasformazione (proprietari di aree e costruttori).
In secondo luogo le quantità edilizie messe in gioco, dimostrano che gli interventi di trasformazione sono di assoluto rilievo nella dinamica complessiva di Bologna, relativamente all’ultimo decennio: si tratta di oltre 50 interventi[1], tutti in deroga dal PRG, che investono complessivamente quasi 110 ettari di suolo cittadino, per una capacità edificatoria di 320.000 mq di Superfici Utile, della quale il 70% destinata a residenza (soprattutto per il libero mercato della proprietà), a cui corrispondono circa 2.500 - 3.000 nuovi alloggi.
Per inquadrare il significato di questi dati bisogna ricordare che il PRG vigente, nella versione adottata nel 1985, aveva calcolato un fabbisogno decennale di meno di 6.000 alloggi - come ho ricordato prima: una stima che sostanzialmente non è stata smentita dai dati della produzione edilizia degli anni novanta, di poco superiore alla media di 500 alloggi l’anno; un dato questo che rappresenta bene la capacità effettiva di assorbimento dei nuovi alloggi da parte del mercato libero.
Con i programmi complessi, tra il 1998 e oggi si «aggiunge» quindi alla città un carico urbanistico pari a cinque/sei anni di attività edilizia (tutto questo in deroga da un PRG con ingenti quantità edificatorie ancora da attuare).
Terza questione: molti degli interventi per i quali si sono richiamate le procedure della riqualificazione, oltre a non lasciare intravedere un disegno urbano di riferimento, aprono uno squarcio sulle asserite situazioni di degrado urbano (ambientale, sociale, funzionale ecc.) da riqualificare.
Nei fatti, numerosi degli interventi proposti agiscono su aree completamente inedificate, spesso destinate dal PRG a zone per servizi pubblici (verde, parcheggi, scuole ecc.), con vincoli più volte reiterati e scaduti; le trasformazioni che sono state proposte sembrano quindi originate e motivate da problematiche importanti (i vincoli scaduti), ma che hanno poco a che fare con la riqualificazione.
Quarto: la questione dei tempi e della presunta velocità di trasformazione delle aree tramite la deroga dal Piano. I tempi di trasformazione delle aree selezionate si sono rivelati del tutto simili agli strumenti di pianificazione ordinaria; ci sono, ad esempio, interventi selezionati nel 1997 che ad oggi debbono ancora trovare la definitiva concertazione tra le parti: condizione che rivela, definitivamente, l'inconsistenza della tesi secondo cui procedere «caso per caso», derogando dal Piano Regolatore, è il mezzo più veloce per trasformare la città.
Quinto e ultimo punto: le "contropartite" per la collettività. La asserita «complessità» delle operazioni urbanistiche, sia in termini progettuali che di relazione con le diverse compagini sociali ed economiche, non ha movimentato risorse straordinarie e dunque, anche per questo aspetto, il «sacrificio» della pianificazione urbanistica non è servito a dotare la città di attrezzature pubbliche di significativa consistenza.
La destinazione abitativa, come ho già ricordato, è stata largamente dominante in tutte le operazioni di «riqualificazione», ma paradossalmente non ha contribuito, se non in misura marginale, ad una politica per la casa: dalla concertazione si sono ottenute quote irrilevanti di edilizia sociale, a fronte di prezzi degli alloggi a libero mercato collocati costantemente ai margini più alti delle classifiche nazionali.
Insomma, mi pare che a fronte di questi risultati si debba avere il coraggio politico di riconoscere l'inutilità, per la collettività, delle operazioni urbanistiche che in questi anni sono state nominate col termine «riqualificazione», per le quali si è abbandonata la prassi garantista della pinaificazione a favore di un sistema di contrattazioni miopi e fuori dalla sovranità democratica delle assemblee elettive: assemblee ridotte a semplici organi di ratifica di contrattazioni eseguite nella "riservatezza", per usare un eufemismo.
Questi fatti, a mio parere, non lasciano dubbi sull'opportunità di chiudere una stagione che a Bologna ha peggiorato la qualità della vita dei cittadini, ha depotenziato il ruolo e la responsabilità dell'amministrazione cittadina nel progettare strategie per il futuro, ha eroso le conquiste sociali connaturate a quell'urbanistica riformista che a Bologna era gemmata.
Credo, per finire, che sia venuto il momento di riprendere una strada che rimetta al centro delle trasformazioni urbane l'interesse pubblico e la responsabilità politica, assieme a tre importanti valori: la trasparenza (che vuol dire anche la partecipazione) dei procedimenti urbanistici; il rigore nelle valutazioni di un territorio sempre più fragile e limitato; e l'equità nel trattamento di tutti cittadini, anche di chi non è interessato a concessioni edilizie, ma ha il diritto a una città vivibile.
Mi pare che l'urbanistica, in questo senso, sia uno strumento di governo necessario.
Grazie
[1] Ci si riferisce alla somma degli interventi relativi ai bandi pubblici OdG 70 e OdG 136, concertati e non concertati.
Tra poche settimane si chiuderà la prima parte (la più complessa e determinante) dell’iter di formazione del nuovo Piano Urbanistico della città di Bologna, che andrà a sostituire il “vecchio” Piano Regolatore Generale.
Nella più completa assenza di dibattito pubblico, di partecipazione diffusa, si chiude una parte importante del processo che costituisce il fondamento dello sviluppo fisico e funzionale di Bologna per i prossimi anni e che – con ogni probabilità – porrà condizionamenti di rilievo a chi governerà la città dopo il 13 giugno.
Alcuni numeri di questo Piano chiariscono la dimensione dell’investimento – o dell’ipoteca – che ci sta per piovere addosso: 20 mila nuove abitazioni previste nei prossimi 15 anni, a fronte di un mercato che oggi non ne assorbe più di cinquecento l’anno. Quasi 3 milioni di metri quadrati di superficie edificabile per la residenza, per gli insediamenti produttivi e per il terziario, di cui almeno due terzi collocati in zone agricole, all’esterno della Tangenziale: e dire che negli ultimi anni del secolo scorso sembrava consolidata la cultura della non erosione di altro suolo agricolo tanto prezioso per il riequilibrio ambientale.
Nulla, o molto poco, verrà impegnato per recuperare la qualità della città già costruita, e nessun progetto viene messo in campo per sviluppare e qualificare gli spazi pubblici, i luoghi di relazione e di produzione sociale.
Ancora, tre linee di metropolitana sotterranea (Staveco-Fiera, Piazza Unità-Aereoporto, Certosa-Due Madonne) i cui costi esorbitanti non trovano copertura nelle casse comunali né in quelle statali, se non per una quota marginale (il primo tratto della linea 1), quota che tuttavia ha già ipotecato per diversi lustri la capacità di spesa dell’amministrazione cittadina, assieme agli ultimi suoli urbani liberi, che ora vengono impegnati con la promessa di edificabilità per pagare proprio la metropolitana.
Contestualmente sta per essere cantierato un “non-tram” su gomma, che costa il doppio di un normale filobus ma trasporta meno persone e corre sulle stesse corsie “preferenziali” degli autobus, con i medesimi problemi di congestione da promiscuità viabilistica (il non rispetto delle corsie preferenziali è un costume patologico dei nostri tempi).
Nel complesso, si tratta quindi di un Piano che non sembra rispondere alle domande collettive: maggiore vivibilità, più qualità ambientale, una politica della casa che aggredisca la speculazione e non i cittadini, un sistema di politiche per la mobilità che riveda nel complesso la disciplina del traffico e non si esaurisca in costose (e di dubbia utilità) infrastrutture. In compenso questo Piano risponde, con messaggi chiari, alle attese di rendita delle società immobiliari.
La Compagnia dei Celestini, nelle prossime settimane, s’impegnerà nella discussione critica dei documenti che stanno per essere licenziati da Palazzo d’Accursio. Lo faremo a partire da una festa: il 3 aprile pomeriggio, alla Multisala di via dello Scalo. Inizieremo lì, con proposte alternative, a raccontare le nostre idee per una città più equa e vivibile.
Non nascondo che raccontare dell'urbanistica bolognese è per me come raccontare di un grande maestro, quando di lui si cominciano a capire anche i lati più complessi e oscuri, le pieghe più critiche e i difetti profondi.
Così oggi, con la necessaria umiltà, racconto a voi il lato dell'urbanistica bolognese che non sta nell'immaginario collettivo, cioè non la "mitica" Bologna della tutela della collina, del Peep centro storico, delle periferie vivibili e ottimamente servite, dei piani urbanistici paradigmatici; oggi racconto invece cosa è successo a Bologna negli anni novanta, quando si è cominciato ad attuare il PRG '89, e quando, contestualmente, si è cominciato a derogarlo, fino a rendere la "città del mito urbanistico", oggettivamente, quotidianamente, critica sotto il profilo della vivibilità generale. So che qualcuno, alla fine, penserà che Bologna è ancora una città molto vivibile se la confrontiamo con altre realtà italiane: questo è vero, ma a me interessa registrare il recesso della cultura urbanistica e politica che qui si è verificato; capire e raccontare perché Bologna non produce più buone pratiche.
Ho pensato di intitolare il mio intervento "Bologna e la pianificazione dell'incertezza" per tre motivi:
1. perché lo strumento che nell'89 è stato varato, cioè la Variante Generale al PRG, è uno strumento che conteneva geneticamente l'incertezza, in particolare l'incertezza sulla dimensione fisica che la città avrebbe dovuto assumere nell'orizzonte degli anni di validità del Piano, cioè i suoi previsti "carichi urbanistici". Con ciò voglio dire che quel piano è nato con delle qualità indubbie nella versione adottata nell'86, ma alla sua approvazione - dopo tre anni - conteneva nelle norme e "nelle strategie" delle previsioni di crescita e un mix d'usi non definiti in maniera accettabile, e dunque oggettivamente non relazionati alle dinamiche sociali, demografiche ed economiche che in quegli anni di formazione del Piano già si cominciavano a presagire; per di più, quel Piano, non è riuscito a trovare nella sua attuazione la necessaria coerenza con la questione della mobilità dei cittadini e delle merci, immobilizzando di fatto, per oltre 10 anni, lo sviluppo delle tecnologie e delle reti di trasporto pubblico di massa;
2. la seconda ragione del titolo di questo mio intervento riguarda l'attività di edificazione che negli anni novanta si è svolta al di fuori del Piano Regolatore, a partire dai Programmi Integrati per arrivare a quelli di così detta Riqualificazione, fino al ricorso ordinario all'Accordo di Programma;
3. la terza ragione riguarda l'incertezza degli obiettivi dell'azione pubblica e politica in questi ultimi anni: il bilancio degli atti "urbanistici" conseguenti a questa incertezza evidenzia una chiara e pesante condizioni di crisi della città.
Capire queste tre incertezze, quella del Piano, quella del "non-Piano" e quella relativa ai loro effetti sulla città di oggi, credo sia utile a comprendere "dove va l'urbanistica" bolognese in questo difficile inizio secolo.
Bologna ieri e oggi
Bologna è una città che perde residenti ormai dal censimento del 1971: la popolazione a quel censimento era di 490.128 residenti, nel 1981 si riduce a 458.939, e oggi, secondo i dati provvisori del nuovo censimento i residenti sono meno di 370.000. Il numero di famiglie è passato da 171.233 del ’91 a 176.931 del censimento 2001 (2,33 individui/famiglia nel ’91 e 2,06 nel 2001).
Nell'intervallo intercensuario '71-'91 le abitazioni complessive aumentano da 173.222 unità a 190.154, ma quelle non abitate addirittura raddoppiano, passando da 10.637 del 1971 a 21.438 del 1991.
Nel frattempo, la sua vocazione terziaria e di città universitaria si consolida. Centomila studenti iscritti all'ateneo bolognese e un peso del tutto marginale degli addetti nell'industria, che rappresentano oggi meno del 16% degli addetti totali.
Ma la città si trasforma radicalmente anche sotto il profilo fisico: negli anni cinquanta la superficie urbanizzata del comune era di circa 1.400 ettari, negli anni ottanta aumenta fino a 3.800 ettari e oggi, nel duemila, la superficie urbanizzata di Bologna è di oltre 5.800 ettari: questo significa che in cinquant'anni il suolo urbano si è praticamente quadruplicato, e la sua incidenza sul suolo agricolo o "non urbano" (cioè la collina, le aste fluviali e i cunei periurbani) è passata dal 10% degli anni cinquanta a oltre il 40% di oggi. Ma questo significa anche che un cittadino bolognese solo vent'anni fa - negli anni '80 - aveva a disposizione circa 80 metri quadrati di suolo urbanizzato mentre oggi ne ha a disposizione oltre 150, cioè quasi il doppio.
Non c'è tempo di raccontare come queste quantità siano anche delle qualità, perché Bologna è cresciuta ma ha saputo farlo bene, almeno fino ad un certo periodo storico, almeno fino a quando è stato chiaro l'obiettivo pubblico delle trasformazioni. Qui m'interessa invece darvi la misura del problema, per dire che queste radicali trasformazioni hanno oggettivamente trasformato il ruolo della città, le sue relazioni interne ed esterne, hanno trasformato e dissolto i confini, al punto che oggi Bologna è un organismo assai più vasto e complesso di quel che i confini amministrativi racchiudono. Quei confini su cui negli anni ottanta si è costruita la Variante Generale al PRG.
1985-1989: due Piani, diversi obiettivi, una mutazione genetica
Il PRG che si forma nei primi anni ottanta viene discusso dal Consiglio Comunale nel 1984, ma l'iter viene sospeso per una "rottura" politica tra la componente Comunista e quella Socialista. Nella primavera dell'85 dalle elezioni amministrative si forma una nuova giunta, sostanzialmente monocolore, composta dal Partito Comunista, con l'appoggio esterno dei Socialdemocratici e dei Repubblicani. Nel luglio dell'anno successivo il Piano viene finalmente adottato, ma nell'autunno dello stesso anno la Giunta fu modificata, allargandosi alla compagine Socialista: negli anni che seguirono, dalle controdeduzioni all'approvazione, all'attuazione, il PRG appare drasticamente difforme, nei contenuti, nelle dimensioni e nelle strategie, dal Piano adottato nell'estate dell'86!
Esso, nella versione adottata, conteneva importanti innovazioni, ma soprattutto conteneva forti obiettivi d'interesse pubblico:
1. si proponeva la logica della trasformazione e della qualificazione degli insediamenti esistenti come scelta portante dell'intero progetto;
2. Bologna era considerata come un elemento non chiuso ma organico ad un sistema regionale, grazie anche alle esperienze del PUI e del PIC;
3. la nuova strumentazione tendeva a qualificare le periferie intermedie, tra il centro storico e le zone Peep degli anni '70;
4. si attribuiva alle Zone Integrate di Settore, cioè le grandi aree interstiziali tra la prima periferia e l'arco della tangenziale, il ruolo di spina dorsale dello sviluppo dei nuovi insediamenti residenziali e terziari, strutturando questo sviluppo attorno a un asse di trasporto pubblico di massa in sede propria. E' un queste zone che per la prima volta si potrà parlare di due temi che in futuro diverranno molto rinomati: la perequazione e la riqualificazione! (badate, entrambe all'interno di un solido processo di Piano);
5. si ribadiva la salvaguardia della collina, sulla base del piano approvato nell'82;
6. si ribadivano le scelte riguardanti la salvaguardia del centro storico, rafforzandole, individuando in esso il luogo principale per le funzioni di carattere pubblico, culturale e formativo;
7. si individuava la così detta "fascia boscata” al di sotto la tangenziale e al di sopra della ferrovia, come parte di un ecosistema urbano che faceva da cornice alla città, con le aste fluviali del Savena, del Reno e con la collina;
8. Infine, ma non ultimo, il dimensionamento del Piano, attestato su 6.500 nuovi alloggi circa, che oggi per altro risulta molto ragionevole, anche alla luce dell’aumento del numero di famiglie, pari a circa 5.700 unità, avvenuto nell’intervallo intercensuario ’91-2001.
Come ho già detto questo Piano non è quello che fu attuato a partire dal 1990. Nella fase immediatamente successiva all'adozione infatti gli equilibri politici, i rapporti di forza, si complicarono; vennero meno gli obiettivi di chi aveva pensato al piano quale strumento per il governo degli interessi pubblici. Il tutto con disastrose conseguenze:
1. si gonfiarono in modo sconsiderato gli indici edificatori, con la conseguenza di raddoppiare le previsioni urbanistiche originarie;
2. si introdussero - con serie incertezze giuridiche - meccanismi premiali sugli indici, fino al 20% in più, con l'unico scopo di velocizzare l'attuazione del Piano;
3. con un cambiamento, apparentemente innocuo, della definizione di Superficie Utile (da lorda a netta) si concessero implicitamente ulteriori possibilità edificatorie, in modo del tutto casuale, e si premiò la rendita fondiaria;
4. nelle zone investite da nuova edificazione, non si garantì il mix funzionale, perché si scardinò il principio della "percentuale minima di usi garantiti", lasciando invece al mercato la libera allocazione delle funzioni: e il mercato ha risposto con case, case, case, e un po' di terziario!
Successe insomma che l'incertezza politica di quella fase modificò incertamente anche la paternità del Piano: chi l'aveva proposto e pensato non era più chi lo stava portando avanti. Ma la stessa incertezza, in fase di controdeduzione alle osservazioni, modificò gli stessi obietti e criteri con cui si andava a rispondere alle osservazioni. Nel frattempo, sempre in quei tre anni, a complicare le cose, molte delle aree in Piano cambiarono di proprietà, innescando ulteriori aspettative di rendita, e complicando le relazioni tra il pubblico e i "nuovi" privati.
Privati che però, ben presto, cominciano ad avvertire che da quel Piano sorgono notevoli problemi: ad esempio le zone terziarie e per il produttivo avanzato sono così sovradimensionate da non incontrare la reale domanda; gli indici poi, nelle zone residenziali, sono così elevati che in alcuni comparti interstiziali, risulta oggettivamente impossibile reperire gli standard minimi di legge: con uno standard di 1 mq per ogni mq di superficie edificabile - com'è il caso Emiliano - quando l'indice di utilizzazione territoriale si avvicina a uno, è molto difficile rispettare la norma!
Gli anni del "non Piano"
Il Piano quindi fatica a decollare, per le sue stesse incertezze, e soprattutto perché esplode di fatto un conflitto tra chi gestisce le aree e chi deve gestire il Piano. Mentre nel dibattito nazionale cominciano ad apparire, per complicate questioni che qui non riassumo, i così detti "programmi complessi".
Sebbene la legge che prevede i "piani integrati" sia del 1992, le incerte vicende di questo strumento inducono la Regione Emilia-Romagna ad introdurlo solo nel 1995, con la legge numero 6 (articoli 20 e 21).
Nel luglio 1996, il Consiglio Comunale di Bologna approva un ordine del giorno intitolato “per l’attivazione di interventi in materia urbanistica” [1], con il quale la Giunta viene impegnata a definire nuove modalità di intervento, sulla base di alcuni criteri di "sostenibilità" degli interventi e in coerenza con la legge 179/92.
Nell’aprile del 1997, un anno dopo, il Consiglio delibera quindi le procedure per la promozione e l’approvazione degli interventi di recupero e riqualificazione urbana [2].
Si procede mediante un bando pubblico per la presentazione di proposte di intervento da parte di soggetti pubblici e privati, che l’Amministrazione si riserva di valutare nel merito per definirne l’ammissibilità ed arrivare alla formazione di una variante specifica al PRG che ne consenta l’attuazione. La stessa procedura si applica relativamente alla valutazione di ipotesi di dismissioni industriali, che vengono valutate in un tavolo specifico, con la partecipazione delle organizzazioni sindacali e della Conferenza metropolitana.
La procedura di valutazione si conclude nel dicembre del 1997, definendo l’ammissibilità di 23 dei 51 interventi proposti. Delle 23 proposte ammesse alla concertazione, 7 riguardano aree non edificate. 11 comparti hanno destinazione quasi esclusivamente residenziale e altri 6 hanno più della metà della superficie con medesima destinazione.
Oggi, in un momento in cui si possono apprezzare nella loro consistenza materiale i primi risultati dell’attuazione dei programmi integrati, è possibile cominciare qualche seria valutazione.
Innegabilmente, si sono ottenute alcune contropartite a favore della collettività:
- in vari casi la cessione di aree pari al doppio degli standard minimi di legge o anche di più;
- in qualche caso qualche onere di opera pubblica a carico degli attuatori;
- in qualche caso qualche alloggio convenzionato in affitto.
Disastrosi i casi invece di ridislocazione industriale nei quali le contropartite dovevano essere rappresentate da presunte garanzie occupazionali, sulla tenuta e l’efficacia delle quali l’insuccesso è completo.
L’impressione, in complesso, al di là di qualche rara eccezione, è che dalla concertazione si sia ottenuto talmente poco, che per alcune delle operazioni non si capisce in cosa consistesse l’interesse della collettività, e bisogna dire che non è stato serio accettarle. [3] Badate, sebbene presi singolarmente questi siano quasi tutti piccoli interventi, se si mettono assieme i soli programmi integrati fin qui negoziati (circa la metà del totale) e gli si aggiunge qualche piccolo accordo di programma nel frattempo sopraggiunto, la superficie della città investita da questa modalità casuale e derogativa, è di quasi 40 ettari, a cui corrispondo quasi 1.500 nuovi alloggi: questo è accaduto a partire dagli ultimi 3-4 anni; e la cifra, ripeto, è assolutamente in difetto!
Ma i risultati dei programmi integrati sono prevalentemente preoccupanti ed insoddisfacenti anche per altri osservatori [4], mi riferisco in particolare ai giudizi espressi dal direttivo regionale dell'Inu Emilia-Romagna (che com'è noto non è composto da un nucleo di estremisti); risultati insoddisfacenti per diversi aspetti (cito testualmente il documento dell'Inu diffuso qualche mese fa):
- quello della qualità ambientale, della vivibilità e salubrità della città; quasi tutti gli interventi si traducono in un aumento di residenze, e quindi di persone, in collocazioni esposte a cattiva qualità dell’aria e ad alti livelli di rumore.
- quello delle conseguenze per la città in termini di incrementi di carico urbanistico su reti infrastrutturali, tecnologiche e per la mobilità che sono rimaste quelle di prima, vecchie e insufficienti; non c’è stato un intervento di trasformazione che si sia fatto carico della realizzazione di nuove infrastrutture per la mobilità;
- infine anche i risultati formali lasciano in molti casi quanto meno perplessi: indici di edificazione ingiustificabilmente alti hanno prodotto e stanno producendo il sorgere di complessi massicci, densi, sproporzionati rispetto ai caratteri del contesto urbano in cui si collocano.
Qualche anno fa, come sapete, per la prima volta dal dopoguerra, alle elezioni amministrative la coalizione di centro destra vince, grazie al non voto meditato di molti elettori di sinistra (infatti, nello stesso giorno, 15.000 elettori scelgono di votare solo la scheda per le elezioni provinciali astenendosi dal votare per il comune), e a un risicato margine di vantaggio nei ballottaggi. E vince, probabilmente, anche perché i cittadini hanno ritenuto insostenibili i livelli di vivibilità urbana prodotti da tutte le incertezze delle precedenti amministrazioni.
S'insedia una nuova giunta, ma sul profilo urbanistico la "musica" non cambia. Anzi, peggiora. A fronte dei problemi del PRG - che ho ricordato poco fa - e a fronte dei pessimi esiti dei programmi integrati, la nuova giunta risponde con un ”avviso pubblico per la promozione di proposte di intervento per la formazione ed attuazione di programmi di riqualificazione urbana”; cioè nuova edificazione al di fuori di un disegno di Piano, sulla base di criteri di selezione ancora più deboli di quelli della giunta precedente.
Richiamando ancora le preoccupazioni recentemente espresse dall’INU regionale, quest'ultimo avviso pubblico ha aspetti fortemente critici perchè:
- non contiene nessuna vera preindividuazione delle aree da interessare con la riqualificazione urbana: anche se c’è un riferimento ad una precedente individuazione di cosiddetti “ambiti strategici” (che peraltro nell’insieme coprono buona parte della città e quindi non sono selettivi), tuttavia le proposte possono essere avanzate ovunque; la collocazione entro gli “ambiti strategici” è considerata solo uno dei criteri di “priorità”;
- non contiene alcun criterio di esclusione, a parte le ovvie esclusioni di legge e le zone CVT (Zone per verde urbano e territoriale);
- contiene un elenco di “criteri di priorità”, che di per sè non produce alcun effetto selettivo, non venendo definito un tetto o un limite all’accettazione: le proposte infatti potrebbero essere accolte anche tutte, fino a quella che nella scala delle “priorità” risultasse ultima;
- non contiene alcun limite massimo di valorizzazione del suolo, in termini di massima densità edilizia, lasciando così aperta la possibilità di ulteriori operazioni di addensamento indiscriminato rispetto alle caratteristiche del contesto e alla capacità di carico delle infrastrutture urbane;
- non contiene nessuna effettiva individuazione di obiettivi, a parte quelli desumibili dai generici “criteri di priorità”.
- viene inoltre abbandonata anche la richiesta di un raddoppio delle aree da cedere come standard (che era presente nel bando precedente del 1997), preferendo viceversa la monetizzazione del 50% del plusvalore economico generato.
Insomma la strada dell'incertezza prosegue.
La nuova legge urbanistica Emiliana prevede una nuova strumentazione per il governo del territorio, e il Comune, sulla base anche di questo rinnovamento normativo, si è impegnato a redigere un nuovo Piano Strutturale, ma ha chiarito da subito che lo intendeva più strategico che strutturale: come dire, non aspettatevi scelte di struttura, ma politiche flessibili. Di questo Piano, tuttavia, non se ne sa più nulla, ma si presagisce il peggio: cioè che sia tutto fermo!
Ma quel che è peggio, è che in città si sta diffondendo "la voce" che il Piano è "morto", cioè non esiste più (quello vigente), non serve più, e che la strada per lo sviluppo sia la contrattazione diretta tra chi possiede un area e chi vuole trasformarla. E l'assessore all'urbanistica, nel gennaio dell'anno scorso, in un documento di indirizzo dichiarava (cito testualmente):
[della pianificazione urbanistica] tre caratteri negativi saltano all’occhio: l’autoritarismo, la rigidità, l’inefficacia. (..) All'autoritarismo va sostituito il contratto; alla rigidità ed alla gerarchia va sostituita la pluralità e la parzialità dei progetti;
A questo atteggiamento rispondo che l'autoritarismo è per chi non ama la democrazia; la gerarchia e l'inefficacia sono proprie di chi non sa governare: il Piano non è il governo, il Piano è uno strumento per il governo, e chi non perde l'occasione per indicarlo come "rigido e inutile", nasconde che ha politicamente bisogno di derogarlo, cioè nasconde la completa assenza di obiettivi pubblici nell'azione di governo.
Spero, con questo intervento, di aver contribuito a chiarire "dove va l'urbanistica a Bologna". Dico solo, per chiudere, che per combattere questa recessione culturale a Bologna è nata una esperienza, di cui faccio orgogliosamente parte
La Compagnia dei Celestini è un gruppo di persone, cittadini bolognesi e non solo, che si è incontrato circa un anno e mezzo fa, rispondendo all’appello di una decina di urbanisti preoccupati per l’assenza di dibattito sulle politiche urbanistiche che stavano e stanno trasformando la nostra città. Denunciamo l'assenza di obiettivi politici per una città pubblica che è in via di progressiva scomparsa, una città nella quale gli spazi fisici per la qualità della vita dei cittadini e le occasioni per la partecipazione alle scelte sulla trasformazione urbana sono costantemente negate.
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grazie
[1] Comune di Bologna, consiglio comunale, O.d.G. n. 221 del 22.07.1996
[2] Comune di Bologna, consiglio comunale, O.d.G. n. 70 del 11.04.1997.
[3] Rudi Fallaci, Le “ragioni di scambio” nell’attuazione del PRG di Bologna, in Dal piano regolatore al piano regalatore, a cura della Compagnia dei Celestini, 2002, Bologna.
[4] i commenti che seguono sono tratti dalla relazione introduttiva presentata dal Consiglio Direttivo Regionale dell’Istituto di Urbanistica al convegno “Urbanistica a Bologna: situazioni e prospettive”, organizzato a Bologna dall’INU Emilia-Romagna il 10 maggio 2002.
Il sottoscritto consigliere regionale,
premesso che:
Il Consiglio Comunale di Bologna il 9 giugno ha deliberato un Programma di Riqualificazione Urbana ai sensi della L.R. 19/98 che contiene la proposta di trasformazione urbanistica di 26 aree collocate all’interno dei 12 Ambiti di Riqualificazione delimitati con o.d.g.319/99, che coprono genericamente l’intero territorio urbano di Bologna, senza alcuna significativa selezione dei vari livelli di degrado delle diverse parti della città;
la presentazione, ripresa anche da 24ORE nell’inserto specializzato, da parte dell’assessore all’Urbanistica degli esiti della concertazione per il suddetto PRU, ripropone il problema del corretto utilizzo degli strumenti urbanistici previsti dalle leggi regionali;
la procedura di variante urbanistica al PRG vigente, attivata dal Comune di Bologna, relativa a questi PRU, vede l’applicazione dell’articolo 40 della legge regionale 20/2000 (Accordo di Programma), che implica il “rilevante interesse regionale, provinciale o comunale” per procedere alla variazione dello strumento urbanistico vigente;
la Regione non può restare silente rispetto a scelte che, di fatto, stravolgono il senso proprio degli strumenti previsti dalla legislazione regionale e a cui pur si richiamano gli atti del Comune di Bologna;
premesso inoltre che:
il Piano Regolatore di Bologna è “scaduto”, come ebbe a dichiarare lo stesso Assessore in risposta alla lettera dei cittadini di S. Donino con cui si chiedeva l’attuazione della fascia boscata prevista dal piano stesso lungo la tangenziale;
la conferenza di Pianificazione, di cui all’articolo 14 della legge regionale 20/2000, per la redazione del nuovo Piano Strutturale del Comune di Bologna, è sarà attivata dalla riunione del Consiglio Comunale prevista per il 14 luglio;
evidenziato che:
il Comune di Bologna non ha redatto alcun atto urbanistico in cui siano individuati puntualmente e univocamente gli elementi di degrado sociale, ambientale e architettonico così come indicato all’art. 2 della LR. 19 ma solo generici elementi di qualità e di degrado non individuati territorialmente;
la dimensione complessiva del PRU non risponde a quanto stabilito dal comma 3 dell’art. 4 della LR. 19, che recita “il PRU è di dimensioni e consistenza tali da incidere sulla riorganizzazione della città”, in quanto tratta numerose ma piccole aree in zone diverse della città e che non contribuiscono ai fini del recupero di qualità mancanti e alla riorganizzazione urbana come stabilito dalla legge stessa;
solo 1 dei 26 progetti di “riqualificazione” presentati dal Comune di Bologna, rientra negli ambiti strategici ritenuti prioritari dalla stessa amministrazione comunale, in sede di delimitazione degli ambiti di riqualificazione, evidenziando quanto meno la inadeguatezza di questo strumento previsto per la definizione delle politiche di riqualificazione urbana.
il concetto di “riqualificazione” si presta a rilevanti dubbi interpretativi e che comunque, proprio per lo spirito della L.R.n.19, è competenza pubblica individuare le aree da riqualificare mentre in questo caso, come in altri precedenti, proprio per l’ambiguità delle procedure tali aree sono state individuate dai privati, proprietari delle aree stesse, e non dall’amministrazione pubblica secondo criteri e priorità pre-definite;
evidenziato inoltre che:
il Comune di Bologna, come già con l’area di via Baroni, insiste nel comprendere nei “Piani di Riqualificazione Urbane” aree non edificate usando a tal fine uno strumento improprio per giustificare processi di edificazione invece di utilizzare, come sarebbe suo diritto e dovere, gli strumenti per la variazione dei piani o meglio, in questo caso, della elaborazione del nuovi Piani Strutturali Comunali, così come previsto dalle leggi regionali;
oltre il 50% delle aree comprese nei “Piani di Riqualificazione” sono aree senza costruzioni con destinazioni urbanistiche a verde o a servizi pubblici non realizzati e che non si tratta quindi di aree edificate, dimesse e da riqualificare bensì di aree e prati incolti in cui l’edificazione non può certo passare per “riqualificazione”, anche secondo la LR n.19;
su i 900 alloggi previsti complessivamente l’affitto convenzionato riguarda solo 36 alloggi, e per non più di dieci anni, pari al 4% del totale, quantità irrilevante per favorire la politica della casa oltre che non coerente con quanto disposto dalla lett. E) del comma 3 dell’art. 4 della l.r. 19;
la quantità di verde pubblico che verrà realizzato dagli interventi (139.492 mq) è sì pari al doppio del minimo previsto dalla legge regionale, ma significativamente inferiore alla quota oggi prevista dal PRG per le stesse aree (170.000 mq) e quindi peggiora la dotazione complessiva di risorse tanto necessarie per la città e pone, anche seri interrogativi sulle finalità stesse della L.R.n.19;
la valutazione dell’impatto sulla mobilità urbana degli interventi previsti e cioè 900 nuovi alloggi, negozi e attività artigianali, oltre all’alberghiero, andrà ad aumentare le condizioni di traffico in zone già oggi congestionate;
il bilancio ambientale, cioè il primo degli obiettivi dell’art. 4 della legge non può essere considerato positivo per l’aggravio delle condizioni di salubrità e sicurezza visto che il 65% delle nuove famiglie che andranno ad abitare quei luoghi saranno esposti a livelli di inquinamento acustico ed atmosferico che già oggi superano i limiti di legge;
sottolineato inoltre che:
la logica dell’urbanistica “concertata” fuori dalle scelte del Piano Regolatore Generale si riduce al caso per caso con una forte alterazione dei principi stessi del mercato edilizio e degli equilibri tra residenze e dotazione di verde e servizi per la collettività, elementi essenziali, oltre alla tutela ambientale, per la qualità urbana;
quanto sta avvenendo a Bologna non è un fatto isolato bensì una manifesta difficoltà nel governo del territorio per una crescente tensione tra gli interessi forti (proprietari di aree e costruttori) e gli interessi diffusi dei cittadini e più in generale per la tutela ambientale e naturale;
se così fosse lo stesso concetto di “concertazione” in urbanistica si presterebbe a critiche molto forti per la parzialità delle procedure e la costante esclusione dei cittadini dal procedimento di definizione delle scelte urbanistiche, oltre che dalle scelte per l’utilizzo delle risorse ricavate dalla perdita di aree preziose per la città, negando così il principio fondamentale della partecipazione del confronto tra i diversi interessi urbani nelle procedure di pianificazione urbanistica;
interroga la Giunta per conoscere
le sue valutazione su PRU che non sembra possano raggiungere alcuno degli obiettivi stabiliti dalla legge 19, aggravando anzi situazioni urbane già problematiche e che “riqualificano” aree incolte e destinate a servizi con la costruzione di palazzi fuori dalle previsioni del PRG;
le sue valutazioni sul dimensionamento delle previsioni urbanistiche di Bologna e se corrisponde al vero che le riduzioni volumetriche concordate in passato nei D.U.C. sulla base della valutazioni di impatto ambientale (VALSIA) siano comunque usate per definire il tetto complessivo che permette la edificazione di aree oggi di standard urbanistico o identificabili;
se non ritenga opportuno, visti i dubbi di legittimità di tal modo di procedere, esplicitare con chiarezza il campo di applicabilità dell’articolo 40 della legge regionale 20/2000 (Accordo di Programma in variante alla pianificazione urbanistica e territoriale), per contenere la palese e contraddittoria discrezionalità con cui oggi alcuni enti locali, come il Comune di Bologna, applicano questo dispositivo;
e per conoscere inoltre
se non ritenga opportuno invitare gli enti territoriali coinvolti negli accordi di programma in variante alla pianificazione urbanistica, a sospendere tali procedure, per agevolare lo svolgimento della Conferenza di Pianificazione del nascituro PSC di Bologna il cui avvio è previsto per la metà di luglio;
se non ritenga opportuno, in subordine, sollecitare il Comune di Bologna prima di concedere ulteriori autorizzazione a costruire in aree non previste dal PRG ad adottare il Piano Strutturale previsto dalla legge Urbanistica Regionale n.20;
se non ritenga opportuno, come già è avvento per l’area di via Baroni, fare presente al Comune di Bologna che le aree non edificate vanno stralciate da questo provvedimento urbanistico e rinviate a strumenti più consoni alle leggi regionali conseguenti l’adozione del Piano Strutturale Comunale.
Dovendo esprime le opinioni di un gruppo di cittadini che si occupa di rilanciare il ruolo dell’urbanistica nel progetto del futuro della città, e dovendo comprimere queste posizioni in pochi minuti, darò per scontato che tutti conoscano la nostra esperienza – quella della Compagnia dei Celestini – e che tutti conoscano le analisi e le valutazioni che in questi due anni di attività abbiamo svolto e presentato all’opinione pubblica.
Concentrerò invece questo breve intervento esprimendo delle domande, cioè argomenterò delle esigenze – esito delle nostre analisi e delle nostre valutazioni sull’andamento dell’urbanistica e della città in questo ultimo decennio; esigenze che riteniamo prioritarie in questo momento di costruzione di una nuova prospettiva politica e programmatica per Bologna; temi sui quali siamo molto determinati: è opportuno infatti che in un percorso di costruzione programmatica comune con altri - movimenti e partiti – le posizioni di ciascuno siano esplicite e chiare, in modo da raggiungere compromessi e mediazioni – necessarie e possibili – quanto più sincere e trasparenti.
Sono temi, questi che adesso argomenterò, che riteniamo centrali per il programma di una coalizione politica che aspiri al progresso della collettività e non ambisca solamente a sconfiggere l’avversario, cioè non si svegli il giorno dopo l’eventuale vittoria priva delle capacità necessarie a dar gambe attuative alla propaganda politica pre-elettorale.
Spesso si afferma la contrapposizione tra la rigidità e l’inefficacia della pianificazione rispetto alla comodità e alla concretezza della concertazione. Nessuno, di questi tempi, nega la necessità di relazioni e compromessi con tutte le forze – pubbliche e private – che agiscono simultaneamente sul territorio, ma riconoscendo questa necessità siamo altrettanto convinti che senza conoscere le regole di un gioco non si gioca nessuna partita! Affermiamo dunque dei valori che questo strumento urbanistico – cioè il Piano -garantisce.
Il 15 dicembre 1975 apparve un mio articolo su “l’Unità” in seguito (un po’ una risposta) a un articolo di Nino (Luigi) Araldi (il caro amico, urbanista fra i più preparati, persona di rara gentilezza ed eleganza, scomparso nel ’91 a soli 69 anni). Partendo dal caso di Bologna egli sosteneva che “i punti di partenza per l’urbanistica” dovevano essere quelli conquistati in quella città “malgrado le condizioni negative di contorno e all’interno del modello di sviluppo capitalistico”.
Estraggo brevi pezzi del mio intervento che, considerandone la data, forse non è del tutto privo di interesse per l’oggi, per la discussione che si è aperta: (lm)
La recente proroga dei vincoli sulle aree (la terza dopo quelle del ’68 e del’73) e il varo del disegno di legge governativo in materia urbanistica impongono a quanti si occupano di problemi del territorio un’attenta riflessione. La questione si può impostare nei termini seguenti: come, a fronte dei cambiamenti, delle rotture che l’interesse dei lavoratori richiede di apportare alla struttura economico-sociale per costruire una società diversa, si possa rompere la vecchia logica urbanistica, componente essenziale del modello affermatosi in Italia. Componente sovrastrutturale, si direbbe in senso stretto, ma nei fatti di portata strutturale se è vero che:
- il territorio, sotto il comando capitalistico, entra nel ciclo della produzione;
- l’integrazione tra profitto e rendita è uno degli aspetti principali che contraddistinguono le politiche aziendali e le strategie economiche;
- gli obblighi territoriali cui soggiacciono le popolazioni e soprattutto le classi subalterne risalgono anche all’affermazione di determinati rapporti di produzione e sociali.
Quindi “i punti di partenza per l’urbanistica” dovrebbero ritrovarsi […] al di fuori delle linee tradizionali dello “sviluppo” che le classi dominanti e i governi hanno imposto agli italiani; vale a dire più avanti rispetto a quei punti fermi conquistati “ malgrado le condizioni negative di contorno e all’interno del modello di sviluppo capitalistico” (come a Bologna).
Oggi, dopo un’espressione di voto come manifestata nelle elezioni del 15 giugno [elezioni amministrative, preludio al grande successo del Pci nelle politiche del 1976, quelle del mancato “sorpasso” per un decimo di punto] che, a me pare, contiene un’autentica domanda di trasformazione radicale della società, dovremmo verificare se quegli spunti locali del tipo bolognese ritenuti molto progressisti lo siano davvero, domandandoci se:
- questo giudizio localistico regga solo perché rapportabile a un assetto generale del territorio nazionale talmente deteriore da non trovarne l’eguale nei paesi capitalistici europei;
- quegli spunti non subissero il limite, oltreché le “condizioni negative di contorno”, e le difficoltà della stessa cultura di sinistra a essere maggiormente creativa e propositiva in maniera originale entro gli spazi che il capitalismo italiano inevitabilmente concedeva: giacché inadeguato a organizzare il territorio “modernamente” e troppo brutale nella sua manipolazione sì da provocare forti contraddizioni;
- tali limiti e difficoltà non riguardassero anche gli spazi conquistati non per merito degli intellettuali ma attraverso le lotte dei lavoratori e per merito della creatività culturale manifestata dalle medesime.
Airaldi rivendica la validità dell’esperienza bolognese e respinge quindi le critiche di un recente studio sulla pianificazione in Emilia-Romagna, se è vero che “nessuno ha mai ritenuto che la politica urbanistica del comune di Bologna potesse dar luogo a effetti propriamente traumatici sul comportamento del capitalismo in materia di uso del suolo”, appunto a causa delle “condizioni di contorno”. Tuttavia, se si condividono le considerazioni precedenti circa gli spazi lasciati dalle classi dominanti o conquistati dal movimento operaio, dovremmo procedere oltre la linea tracciata da Airaldi. […].
Il “buon governo” e il “buon piano”, come scrive Airaldi, se hanno prodotto effetti diversi nel campo della dotazione di servizi in confronto ad aree malgovernate dal centro-sinistra o dal centro-destra, non sono stati sufficienti per realizzazioni urbanistiche complessive qualitativamente discriminanti, dovremmo poter dire alternative del modo di abitare, del rapporto casa lavoro, dell’uso del tempo libero. Anche quando nuove occasioni erano offerte dalla condizione politico-amministrativa raramente la cultura urbanistica e architettonica è stata capace di coglierle e di introdursi anche negli interstizi della dialettica sociale per indicare i fondamenti per quelle realizzazioni. […].
La cultura urbanistica di sinistra e la sua influenza sulle amministrazioni locali (ma forse è vero il contrario) ha privilegiato rivendicazioni di tipo quantitativo: lo standard urbanistico (in particolare relativo ai servizi) come panacea ai mali della città. Premetto che ancora una volta, come nel passato, gli urbanisti si sono rivolti quasi esclusivamente al fenomeno urbano non cogliendo la necessità di affermare anche un’urbanistica della campagna collegata con la “vertenza della terra” e capace di contribuire al mutamento del rapporto squilibrato città/campagna (metafora, e realtà, del rapporto sviluppo/sottosviluppo): ma, restando in tema, penso che la ‘linea dello standard’ non sia discriminante rispetto alle motivazioni capitalistiche di costruzione della città.
È vero che in Italia, in particolare nelle grandi città e aree metropolitane, mancano il verde, le scuole, i servizi sociali socio-assistenziali, e così via. La richiesta delle opportune quantità di servizi in proporzione alla popolazione ha un senso persino troppo ovvio. Ma dobbiamo solo esigere dalla classe dominante di essere un po’ più “svedese” e di assumere un tale comportamento dove la sinistra governa localmente come a Bologna? O non dobbiamo piuttosto inserire la rivendicazione in un contesto analitico convincente che ci descriverebbe una realtà in cui i ruoli sociali e la loro distribuzione sul territorio devono ricondursi ai termini dello scontro sociale e politico nel paese? E poi, cosa significa, poniamo nel comune di Milano, scegliere, quale priorità assoluta, la battaglia per standard elevati di attrezzature comunitarie senza collegarla alla questione socio-economica fondamentale: che la città appartiene sempre di meno alla classe operaia e ai ceti popolari, visto che ne sono stati cacciati? Al censimento del 1971 le famiglie con capofamilglia “lavoratore dipendente” (operaio, interpretando la casistica Istat) erano ridotte al 26 % del totale (quasi un dimezzamento rispetto a vent’anni prima), mentre negli altri comuni della provincia costituivano il 46 % [oggi a Milano, di operai residenti esiste solo qualche residuo come pensionato in attesa di essere spedito nel suburbio o di crepare].
Penso che si possa rompere la vecchia logica urbanistica soltanto se, in primo luogo, i punti fermi del tipo acquisito a Bologna nel campo della gestione democratica siano riconsiderati e rilanciati verso nuove attuazioni: esempi concreti non solo di come si possa organizzare un po’ meglio il territorio capitalistico e per i margini che il sistema concede, ma di come il territorio possa essere utilizzato secondo il mutamento dei rapporti di forza politici e sociali che si sta determinando. Nel periodo di dominanza massiccia della Democrazia cristiana era inevitabile che gli assetti territoriali si conformassero a beneficio della borghesia e dei ceti medi / medio-alti, e a danno degli operai e dei lavoratori delle campagne nonostante i coltivatori diretti siano in larga maggioranza vicino a quel partito. (Questo, in sostanza, definisce la vera natura degli squilibri territoriali: il rapporto città campagna tutto spostato a favore della città, il divario nord sud, ecc.ecc.). Oggi, dopo le elezioni del 15 giugno e per la capacità del movimento operaio di porre in termini non astratti ma operativi la questione del mutamento del modello, è legittimo pretendere dall’urbanistica un contributo innovatore affinché le classi subalterne si approprino esse, per così dire, del territorio.
Intanto, occorrono indirizzi di analisi che privilegino, più che le tradizionali misurazioni delle carenze, in ogni caso da effettuarsi ma per nulla rivelatrici delle cause profonde di un dato assetto territoriale, la necessità di scoprire i nessi fra la conformazione e l’uso del territorio, della città, delle abitazioni e i rapporti di produzione e sociali, così che si possano trovare soluzioni materiali che interagiscono con la modificazione di quei rapporti.
Gli urbanisti e gli scienziati del territorio possono svolgere un compito progressista nel confronto con gli amministratori locali fornendo strumenti adeguati alla conoscenza e interpretazione delle diverse realtà territoriali quali inequivocabili realtà di classe, localizzate e con una propria dimensione entro la condizione territoriale classista del paese [attenzione all’oggi: non è affatto vero che le classi non esistono più, come i nuovi potenti vogliono far credere ai beoti]. Le “proposte politiche attendibili e operative”, come scrive Airaldi, che spetterà alle nuove amministrazioni formulare, dovranno derivare, a mio parere, da questo taglio di comprensione dei fenomeni anziché “da una conoscenza della realtà di tipo empirico-intuitivo” non sufficiente a fornire un supporto adeguato agli stessi orientamenti politici, anche se questi “si formano democraticamente nella consultazione popolare e nella partecipazione”. Allora le proposte si collocheranno effettivamente più avanti lungo la linea di sperimentazione di un nuovo assetto territoriale e non si limiteranno a surrogare l’incapacità o la reticenza delle classi sociali dominanti e del governo a razionalizzare il territorio secondo criteri malamente ricopiati da paesi capitalistici più progrediti del nostro.
Oltre alla Premessa, che pubblico di seguito, il fascicolo contiene due scritti introduttivi (La rilevanza del tema mobilità, di Catia Chiusaroli, e L’idea di mobilità della Compagnia dei Celestini, che precedono le accurate Schede descrittive e valutative dei cinque progetti di mobilità all’ordine del giorno: Passante autostradale nord, Servizio Ferroviario Metropolitano, Metropolitana leggera automatica, Tram su gomma, Tram-metrò. Seguono alcune note di Catia Chiusaroli (Il nuovo assetto della stazione ferroviaria di Bologna centrale), Giancarlo Mattioli (Cronache della mobilità a Bologna: idee piani e progetti dal 1984 al 2000), Mauro Moruzzi (Un treno di proposte. Tentativi per una diversa politica della mobilità), Rudi Fallaci (Biciclette a idrogeno per la città), Hans Glauber (Il fascino della mobilità sostenibile). Pubblico in altre cartelle, dato il loro interesse più generale, gli stimolanti testi di Moruzzi e Fallaci.
Il Seminario annuale di Montesole, organizzato dalla Compagnia dei Celestini, sta diventando un appuntamento tradizionale per ritrovarsi a discutere di città ed in particolare del futuro della nostra città. Nel 2001 ragionammo di riqualificazione urbana fornendo significativi contributi alla discussione pubblica sul futuro di Bologna in termini di trasformazioni urbanistiche. L’appuntamento del 2002 è stato invece dedicato ai temi della mobilità urbana e territoriale e, più nello specifico, ai grandi progetti per cambiare, nel tentativo di migliorarla, l’accessibilità e la vivibilità della nostra città metropolitana. La scelta è nata dall'evidente e non più sopportabile condizione di congestione viaria in cui si trova Bologna, e dai pesanti problemi ambientali e di qualità della vita causati dal sistema di trasporto oggi esistente, fondato, in modo sicuramente eccessivo, sul mezzo privato. Abbiamo deciso di studiare e di parlare di mobilità perché è un tema strettamente legato ai diritti di cittadinanza dichiarati nel nostro "manifesto": il diritto alla libertà di cultura, all'istruzione, al lavoro, alla salute non possono essere garantiti se non è anche garantito il diritto di mobilità per tutti, e cioé il diritto all'accesso fisico ai luoghi di cultura, di istruzione, del lavoro ecc. Ma il diritto alla mobilità deve a sua volta garantire il diritto alla salubrità delle città, alla sicurezza stradale, ad un aria pulita, a meno rumore, all'ambiente urbano vivibile con luoghi di incontro e con spazi pubblici di qualità.
I Celestini hanno studiato i 5 progetti di mobilità su cui da alcuni anni le amministrazioni locali stanno discutendo. Li abbiamo illustrati sinteticamente nelle schede che troverete nelle pagine seguenti, evidenziandone gli aspetti positivi e quelli negativi, i costi e i vantaggi sociali ed ambientali, dichiarando, senza incertezze, che la nostra idea di mobilità è rivolta verso quei sistemi di trasporto che perseguono, e quindi non contraddicono, i diritti sopra richiamati. Ma è anche nostra convinzione che non esistano soluzioni magiche, taumaturgiche e prive di costi. La "positività" di un progetto non è stabilita dalla sua perfezione assoluta, dall'assenza di qualsiasi svantaggio sociale od ambientale. La ricerca del progetto "perfetto" porta a sicuri fallimenti per l'intera collettività, ovvero all'incapacità di decidere su alcuna delle soluzioni possibili. La "positività" di un progetto di mobilità, se si vuole uscire da visioni ideologiche o parziali, è invece legata alla soddisfazione di 2 condizioni generali, etiche prima che tecniche: la democrazia e la lunga durata. La prima condizione impone che qualsiasi progetto che investa significativamente una collettività, debba essere legittimato da quella stessa collettività - nei modi e nei tempi più opportuni - e che il dato tecnico circa le sua efficacia sia un elemento argomentativo e non decisivo. La seconda condizione impone invece al progetto di mobilità di non ipotecare né il futuro né l'altrove, semmai, al contrario, deve valorizzarli, cioè capitalizzarli. Ciò significa che le soluzioni ad un problema di mobilità debbono fondarsi sui concetti di equilibrio (tra consumi e risorse disponibili, ad esempio) ed equità (nei confronti degli individui di oggi e di domani) per soddisfare i diritti prima richiamati. Siamo altrettanto convinti che i problemi di mobilità urbana e metropolitana potranno essere risolti solo ed esclusivamente se ognuno dei progetti di mobilità diventano parte di un sistema di trasporto fortemente integrato: non esiste opera infrastrutturale che possa da sola svolgere ruoli efficaci ed esaustivi, così come è decisamente essenziale che vi sia piena coerenza fra la rete della mobilità e la distribuzione degli insediamenti urbani. In materia di mobilità sarebbe illusorio assegnare a qualsiasi progetto il valore di ricetta risolutiva; occorre lavorare su tutte le modalità della mobilità, dalle automobili al trasporto pubblico, dalle bici ai piedi, ciascuna secondo le proprie specifiche convenienze; occorre lavorare sulla sicurezza della mobilità, sulla gradevolezza della mobilità, sulla salute e il benessere della città, sulle sinergie, e soprattutto sui cittadini e sulle loro abitudini. Intendendo con ciò che è sempre più opportuno e urgente attivare politiche per "educare" alla mobilità.
Bologna sta pagando dolorosamente le incertezze amministrative degli ultimi 15 anni in tema di mobilità, anche per colpa delle miopìe dei governi nazionali. Il nodo autostradale-tangenziale è in evidente collasso funzionale, la rete del trasporto pubblico non è stata significamente incrementata, il Servizio Ferroviario Metropolitano subisce evidenti ritardi gestionali, i progetti di mobilità urbana sono largamente insufficienti a fornire una reale e competitiva alternativa al trasporto privato. A completare questo panorama, vi è una società civile e politica fortemente frammentata, conflittuale e divisa sulle prospettive di sviluppo e sulle soluzioni trasportistiche oggi in campo. In queste condizioni, se non s'interviene per invertire la rotta, è facilmente prevedibile che nei prossimi vent'anni succederà quanto è successo negli scorsi venti, e cioé un ulteriore degrado complessivo che peggiorerà la qualità della vita di tutti i cittadini a livelli difficilmente immaginabili. Questo non deve accadere! La Compagnia dei Celestini è nata per fornire contributi, attraverso l'informazione e la sensibilizzazione civica, affinché la classe politica ed amministrativa sappia assumersi le dovute responsabilità per compiere scelte di interesse pubblico, con lo scopo di costruire una città migliore di quella attuale.
"Fermi tutti!" è il titolo che abbiamo voluto dare al nostro seminario: un'esclamazione che indica un livello non sopportabile della situazione in cui tutti i bolognesi si trovano. Non è più possibile continuare ad essere tutti fermi, non è più accettabile il contributo di feriti e morti che avviene annualmente sulle nostre strade. Non è più sostenibile l'inquinamento atmosferico. Non è più accettabile il degrado fisico in cui versano le nostre città, le nostre strade, i marciapiedi, le poche piste ciclabili, il centro storico, le nostre piazze. La mobilità, ripetiamo, è un diritto fondamentale, attualmente non sufficientemente tutelato ed anzi troppo spesso negato ad una buona fetta di cittadini che risultano per questo un po' meno liberi degli altri!
"Il Ferro fa bene ai bambini" è il titolo di questo dossier. Sta a significare che la soluzione che rispetti democrazia e lunga durata è da cercare nei sistemi pubblici di mobilità di massa, sui cui fin qui, in Italia e a Bologna, s'è fatto troppo poco. E' attraverso un energica "somministrazione" di ferro (nel senso più ampio delle politiche integrate di mobilità pubblica) che si può sperare in uno sviluppo più equilibrato ed equo, per i bambini di oggi e di domani.
Il dossier è organizzato in tre sezioni, che raccolgono in maniera ordinata il materiale predisposto o prodotto in sede di seminario. La sezione che riguarda l’oggi comprende la presentazione dei cinque grandi progetti di mobilità in corso di discussione (le schede presentate a Contesole aggiornate, con una appendice sul progetto di rifunzionalizzazione della stazione ferroviaria), con due introduzioni, una sulla rilevanza del problema mobilità e una che presenta metodologie d’analisi, criteri valutativi e conclusioni. Ma per capire l’oggi uno sguardo su ciò che è accaduto ieri è molto utile: gli interventi di Giancarlo Mattioli e Mauro Moruzzi descrivono una vicina ma diversa stagione delle politiche per la mobilità a Bologna. Infine due aperture, verso il domani: alcune riflessioni di Rudi Fallaci sul rapporto tra sviluppo urbano e modi di mobilità e sulle tendenze attuali e gli appunti tratti dall’intervento di Hans Glauber.
Il seminario ha visto la partecipazione di molte persone e un’animata discussione ha seguito due provocatori interventi di Maria Rosa Vittadini e Hans Glauber, che non è stato possibile pubblicare per intero sul dossier. Il dossier rimane comunque un documento aperto per discussioni successive e si propone di essere un utile strumento informativo per chi vuole capire meglio come si potrà muovere domani a Bologna.
Inusuale, innovativa, da estendere come modello a tutta la Toscana. Così definirei la riunione convocata giovedì 11 marzo a Siena dal soprintendente ai Beni Architettonici Gianni Bulian per esaminare le lottizzazioni di Capalbio (Grosseto) su aree vicine al centro storico e alla macchia demaniale. Erano infatti presenti i tecnici della Soprintendenza regionale, della Regione, della Provincia, del Comune nonché rappresentanti delle associazioni per la tutela (Italia Nostra, Wwf, Comitato per la Bellezza, ecc.), in qualità di osservatori. Riunone che ha consentito a tutti di saperne di più, di capirne di più, di fornire contributi di conoscenza tecnica e di cui bisogna quindi ringraziare le Soprintendenze.
Certo, si trattava di lottizzazioni già previste nel Piano Regolatore Generale vigente, sulle quali tuttavia è stato possibile aprire un dibattito interessante. L’incontro è servito a porre in evidenza alcuni dati :
a) aveva grandemente ragione l’allora soprintendente Maria Forlani Conti quando, nel 1989, scriveva al Comune di Capalbio di ritenere “opportuno fermare l’ulteriore espandersi di edifici che creerebbero un grave danno al paesaggio” richiamando in proposito il vincolo sulla macchia demaniale ai sensi della legge n.1497 del 1939 ;
b) il PRG capalbiese non ne tenne conto e, pur con cubature dimezzate dalla Soprintendenza, ha consentito una sorta di “assedio” cementizio al borgo storico (per non parlare dell’orrendo maxi-parcheggio sotto le mura nord) ;
c) le nuove lottizzazioni presentate (due con mappe e disegni, una a voce) sono, per lo più, di qualità scadente e invadono pesantemente gli uliveti storici esistenti sbancando, cementificando, asfaltando, ecc.
Per quella di Poggio del Leccio è stata chiesta, quanto meno, una riduzione delle cubature a vantaggio di una maggiore e più concentrata quota di verde privato.
Per l’altra, davvero infelice, davanti al Cimitero, con tre “stecche” di fabbricati proprio brutte a vedersi, è stato invocato uno specifico vincolo idrogeologico che impedirebbe ogni edificazione in zona sopra i 170 m. (lì si è un po’ più alti). Quindi, giudizio rinviato.
La terza lottizzazione – prevista su di un pendio a uliveto assai ripido dietro la sede del Comune – è stata esposta soltanto a voce. Francamente essa appare quanto mai problematica per motivi sia paesaggistici che funzionali : quale strada di allacciamento e di servizio può venire mai tracciata a ridosso della macchia demaniale?
Della quarta lottizzazione – prospettata nella contigua area detta del Bargello, dentro un uliveto ancor più bello, pienamente visibile dal borgo – non s’è proprio parlato. Ma, a quanto si sa, consterebbe di due massicci fabbricati : di 23 e 17 appartamenti, rispettivamente. Un altro bel blocco di cemento fra centro storico e macchia. Un altro contributo all’”assedio” di Capalbio e al suo imbruttimento.
Tutti elementi di cui tener conto oggi e ancor più domani nel quadro del Piano strutturale del Comune in fase di preparazione. Esso continuerà a considerare il patrimonio paesistico locale soltanto come un insieme di terreni in attesa di reddito speculativo (per pochi) o non lo assumerà invece come una formidabile occasione di sviluppo socio-economico (per tutti)? Sviluppo sostenibile fondato su di una agricoltura e zootecnia di marchio, sull’agriturismo e, in genere, su di una ospitalità qualificata, sul turismo culturale e naturalistico. Insomma, su di un paesaggio ed un ambiente salvaguardati : dalla montagna alle oasi e alle dune marine.
La Regione Toscana, vero arbitro tra i tanti interessi in gioco, ha gettato la sua spada sulla bilancia. E lo ha fatto Claudio Martini, uomo che in altre occasioni si era rivelato intelligente e sensibile.
Nei due articoli Gaetano Benedetto e Vittorio Emiliani riprendono le ragioni dell’alternativa, tante volte documentatamente illustrate da Valentino Podestà e Anna Donati, Mariarosa Vittadini e Vezio De Lucia, Andrea Boitani e Lucio Caracciolo e tanti altri. Claudio Martini, presidente della Toscana, dichiara le ragioni del Si, e se ne assume la responsabilità. Anche lui con tanti altri: soprattutto con la SAT, concessionaria e beneficiaria della decisione.
La Regione Toscana ha fatto prevalere la sua linea : il Corridoio Tirrenico verrà completato come autostrada a pedaggio da Rosignano a Civitavecchia e nel tratto dopo Orbetello seguirà il tracciato costiero, sull’Aurelia, con possibili deviazioni in corrispondenza di Capalbio e di Montalto di Castro. C’è dunque la riaffermazione di un “principio” : l’Autostrada a pedaggio, con caselli, bretelle, complanari, ecc. si farà. C’è l’indicazione di un tracciato : sulla costa. Nient’altro. Perché non c’è nient’altro. Non esiste infatti un vero progetto esecutivo,né tantomeno un progetto finanziario. Non c’è infatti nulla di lontanamente paragonabile al dettagliatissimo progetto realizzato alla fine degli anni ’90 dall’Anas con la messa a norma europea dell’Aurelia (con la variante di Orbetello). Su di esso “giurò” anche il presidente della Regione Martini ai tempi del governo Amato, ministro Nesi, sottosegretario Mattioli. Salvo ripensarci, repentinamente, subito dopo le elezioni del 2001 e concorrere a resuscitare la concessionaria SAT estinta nel frattempo dietro congruo indennizzo (più volte, mai smentito, l’ex sottosegretario Mattioli ha parlato di 120-130 miliardi di lire).
Mentre esiste dunque un solo progetto (quello Anas) che attende da due-tre anni l’esame della VIA, l’Autostrada della Maremma voluta dalla Regione è stata : 1) avversata dalla maggioranza degli amministratori locali; 2) rigettata da comitati e organizzazioni locali e dalle Associazioni nazionale; 3) sonoramente bocciata dagli esperti del Politecnico e della Università Cattolica di Milano perché non ha traffico sufficiente, perché il divario costi/benefici è enorme e così via (suggeriscono di “non farne niente”).
Dunque non si sa con quali tempi e finanziamenti essa potrà essere soltanto avviata. Per contro il progetto Anas sarebbe rapidamente cantierabile con concreti benefici al più presto. L’obiezione del ministro dell’Ambiente, Matteoli, e di altri secondo cui sarebbe praticamente impossibile realizzarla senza chiudere, in pratica, l’Aurelia attuale è stato smentito, pubblicamente, dai tecnici che hanno già completato la terza corsia della Roma Nord-Orte dell’A1 e del GRA romano, trafficatissimi. Perché la Regione Toscana si intestardisce a tal punto? Le ragioni tecniche, economiche, ambientali non ce lo spiegano. Bisogna però essere molto netti sul progetto Anas :è il solo compatibile con la Maremma oltre che quello largamente di minor costo. Se si comincia coi distinguo, i se e i ma, ci si prepara a compromessi al ribasso. Sulla pelle della Maremma.
Gaetano Benedetto, Relazioni istituzionali Wwf
Vittorio Emiliani, Comitato per la Bellezza
E’ vero. La scelta del definitivo tracciato per il completamento del corridoio tirrenico è più vicina. E il 2004 potrebbe essere l’anno in cui aprono i primi cantieri. Ma non è prevalsa come scrivono Gaetano Benedetto e Vittorio Emiliani sul “Tirreno” la linea della Regione. E’ il risultato di un’ampia convergenza : le Regioni Toscana e Lazio, la maggioranza degli Enti locali, la SAT, il Ministero dei Beni Culturali, e finalmente lo stesso governo coi ministri Lunardi e Matteoli.
La scelta di completare il tracciato autostradale non è una novità. Risale al gennaio 2002. Allora il governo decise non finanziaria chiaramente con i soli fondi statali l’opera. Scelta che comportava il coinvolgimento dei privati e quindi la realizzazione di una autostrada con il pagamento sia pure in forma differenziata del pedaggio, per recuperare parte dei costi. Scelta che si è rivelata lungimirante per almeno due ragioni.
La prima. Perché si tratta di completare un collegamento di interesse non soltanto nazionale. Esiste una autostrada che parte da Lisbona, attraversa Spagna, Francia, e prosegue sino a Roma. In questo percorso esiste un’unica interruzione, quella tra Rosignano e Civitavecchia. Completarlo è un dovere oltre che una necessità : significa migliorare i collegamenti della costa col resto del continente, con i porti e quindi con le autostrade del mare, significa offrire una alternativa all’autostrada del Sole.
La seconda ragione. Perché nel frattempo l’Unione Europea ha introdotto nuove norme per garantire una maggiore sicurezza su strade e autostrade. Nuove regole che noi vogliamo realizzare. Ciò impone al progetto di adeguamento dell’Aurelia maggiori vincoli progettuali tanto impegnativi da essere oltre che di difficile realizzazione anche molto costosi. L’investimento sarebbe lievitato fino al punto di rendere più conveniente il progetto dell’Aurelia. Ricordo che la soluzione ipotizzata dall’Anas sulla base di un progetto non ancora esecutivo prevedeva all’epoca un costo di circa 1.696 miliardi di vecchie lire. Oggi è più che raddoppiato : siamo a circa 1.400 milioni di euro. Mentre per realizzare l’autostrada sul tracciato individuato da Toscana e Lazio occorreranno 2.100 milioni di euro. La differenza c’è, ma, pur percepibile, non è tale da sconsigliare l’opzione autostradale, quella che garantisce più sicurezza.
Il tema della sicurezza è per noi irrinunciabile. Mi ha colpito l’assenza di questa parola chiave nel vostro articolo. E’ proprio la sicurezza dei cittadini il principale argomento in favore della scelta compiuta, l’unica che consente di eliminare le condizioni di pericolosità della viabilità attuale. Il percorso autostradale costiero è la soluzione migliore, non solo per la sicurezza e per rafforzare i collegamenti della Toscana con l’Europa, ma anche per sostenere lo sviluppo della Maremma che è un po’ più grande del tratto su cui si appuntano tante attenzioni. Tutto il sistema dei porti toscani, delle attività produttive e turistiche beneficerà di questa arteria.
Ora il problema è di realizzare nel migliore dei modi e nel massimo del rispetto per ambiente e persone. Qui il contributo di ambientalisti come Benedetto ed Emiliani può essere prezioso. Usciamo dalla polemica e mettiamoci al lavoro.
Claudio Martini
Presidente della Regione Toscana
Siamo il Paese europeo con più camion, autotreni, cisterne e Tir (oltre che automobili per abitanti): anche i nostri nipoti saranno condannati a questa catena assordante e inquinante, la quale reclama sempre nuovo asfalto e cemento in autostrade, bretelle, tangenziali, viadotti, ponti, ecc. ? Non riusciremo in futuro a riequilibrare con la ferrovia e col cabotaggio marittimo un sistema di trasporti nazionale fondato sul quasi monopolio della gomma, vecchio, irrazionale e poco efficiente?
Segnali di insofferenza per una simile politica dei trasporti a senso unico ve ne sono sempre più, con diffuse proteste anche contro nuove autostrade, una volta agognate ed ora invece ritenute inutili, dissipatrici di buona terra agricola, di paesaggi, di bellezze panoramiche. Oltre che di euro.
Manifestazioni di massa come quelle organizzate, con una folta partecipazione di agricoltori e di cittadini, prima in Maremma (più volte) e di recente nell’area Pontina contro il cosiddetto Corridoio Tirrenico sarebbero state soltanto pochi anni fa impensabili.
Tali proteste – dalle quali emergono da tempo ragionate controproposte - attraversano partiti e schieramenti politici. In Toscana è infatti una Regione di centrosinistra, presidente il ds Claudio Martini, a battersi con forza per l’autostrada avendo scelto il tracciato costiero da Cecina a Civitavecchia e incontrando forti opposizioni in alcuni sindaci, anche di centrosinistra, in parlamentari dell’Ulivo come Boco, Bassanini, Brutti, Donati, Montino, Realacci, Zanda. Nel Lazio è una Regione di centrodestra, presidente Francesco Storace di An, a farsi paladina del Corridoio Tirrenico Sud da Fiumicino a Formia incontrando la netta opposizione di tutti i Ds, dei Verdi, dell’Ulivo, del Prc. Sfavorevole è lo stesso Comune di Roma, che vedrebbe tranciate alcune delle zone più intatte dell’Agro Romano e così pure una parte consistente della destra tradizionale (l’ex sindaco di Latina, Aimone Finestra) la quale difende l’integrità della bonifica pontina in effetti fondata su complessi e delicati meccanismi idraulici che verrebbero presumibilmente sconvolti. Per non parlare del paesaggio, storico e agrario, e dell’ambiente alle spalle della costa, alle spalle del già sconciato Circeo, o nella zona umida e agricola di Fondi.
Dall’Europa arrivano per i contestatori buone notizie: il Corridoio Tirrenico non sarà inserito dall’Europarlamento fra le infrastrutture prioritarie, cioè nelle Reti transeuropee-Ten che puntano molto su ferrovie e cabotaggio. Poiché di denari propri questo governo ne ha ben pochi, è probabile che vi sia altro tempo per riflettere, studiare e magari intervenire sui punti più critici con adeguamenti, messa in sicurezza, ecc. Al più presto e con costi in fondo limitati che produrrebbero però grandi benefici. Anche a tempi brevi.
Da Firenze, capitale della Regione Toscana, le associazioni per la tutela (Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Comitato per la Bellezza, ecc.) e i parlamentari citati hanno lanciato un appello al presidente Martini anzitutto, che comincia così: «Auspichiamo che la Regione Toscana constati il nulla di fatto delle sue trattative con il Governo e torni sulle sue decisioni scegliendo il potenziamento in sede a quattro corsie della Statale Aurelia, come l’opzione più sostenibile per l’ambiente e lo sviluppo della Maremma». Secondo loro, la scelta autostradale è “indifendibile dal punto di vista tecnico, economico e istituzionale”.
Dal punto di vista tecnico-economico: l’autostrada comporta infatti una spesa di oltre 2 miliardi di euro per il tracciato costiero fra Cecina e Civitavecchia, sostenuto dalla Regione, e di oltre 3 per quello collinare interno prospettato dal ministro Lunardi. Mentre il progetto Anas per portare l’Aurelia a 4 corsie con le due di emergenza comportava un costo di circa 800 milioni di euro, oggi certamente aumentato, ma non raddoppiato come pretendeva (sulla base di suoi misteriosi calcoli) il presidente Martini il 24 dicembre scorso sul “Tirreno”. A parte il “consumo” di aree agro-turistiche di grande pregio, di riserve naturali, a parte il taglio di falde e di unità poderali, dove sono le risorse finanziarie per una simile opera? Per il periodo 2002-2006 sono stati dichiarati disponibili appena 9 miliardi di euro per tutte (dico tutte) le Grandi Opere infrastrutturali disegnate da Berlusconi in persona. Ne verranno mai spesi 2 o 3 per un’autostrada che registra soltanto 14.500 autoveicoli, dei quali tre su quattro percorrono tratte locali? E gli enti pubblici dovrebbero fornire 1,2 miliardi di euro di contributi ai privati per un’autostrada a pedaggio così povera di traffico? Contributi pubblici coi quali si finanzierebbe l’intero progetto Anas?
Oltretutto quest’ultimo è il solo studio di dettaglio esistente. Una volta aggiornato, potrebbe produrre rapidamente altrettanti cantieri nei punti più critici, quelli cioè dove si susseguono gravi incidenti: i tratti a due sole corsie fra Capalbio e la ex Dogana, fra Montalto di Castro, Tarquinia e l’innesto nell’autostrada a Civitavecchia. Dalle statistiche Aci l’Aurelia diventa infatti strada decisamente insicura nel percorso indicato, fra Toscana e Lazio. Lo è anche di più tutta la Pontina per la quale sono gli stessi operatori agricoli e industriali locali a reclamare l’adeguamento a quattro corsie in luogo di una devastante autostrada a pedaggio con caselli, bretelle, complanari, ecc.
L’obiezione del ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, e di altri è che “non si può lavorare in sede all’allargamento”. Obiezione smentita dalla già avvenuta trasformazione a quattro corsie del trafficatissimo Gra di Roma o del tratto ipercongestionato dell’Autosole fra Roma Nord e Orte. Certo, i problemi tecnici ci sono e però sono stati, più volte, affrontati e risolti. C’è un ultimo aspetto allarmante: la “resurrezione” della Società per l’Autostrada Tirrenica (SAT) sepolta con un indennizzo pari a 172,15 miliardi di vecchie lire per la mancata realizzazione, negli anni ’90, dell’autostrada stessa e inaspettatamente riportata in vita quale concessionaria. Come se nulla fosse. “Resurrezione” che la Corte dei conti ha già giudicato severamente e che, secondo i senatori Anna Donati (Verdi), Paolo Brutti, Franco Bassanini ed Esterino Montino (Ds) e Luigi Zanda (Margherita), autori di una dettagliata interrogazione parlamentare, contrasta con la normativa vigente su concessioni e appalti. Tutto ciò mentre la ferrovia tirrenica resta fra le peggio servite d’Italia (e con essa i porti di Civitavecchia e Livorno), mentre molto si parla di cabotaggio marittimo e poco si fa per esso, mentre gli incidenti si susseguono, con morti, feriti e infortunati, nell’Aurelia meridionale fra Toscana e Lazio, un tratto che si sarebbe potuto da tempo portare almeno a quattro corsie munendolo di alcuni svincoli e sottopassi. Senza faraonismi vecchio stile. Senza inutili sprechi. Di tutto.
Non ho ancora letto Meridiana, e mi riservo di farlo e di pubblicare alcuni degli interventi lì pubblicati. Vorrei subito fare due osservazioni.
La prima. Nella sinistra italiana c’è sempre stato chi ha visto con favore il Pontone. Questo atteggiamento è certo collegato con le simpatie ottocentesche che ancora in essa albergano: le Grandi Opere come simbolo delle “magnifiche sorti e progressive”, l’illusione che le Grandi Infrastrutture possano risolvere i problemi del territorio, per non parlare della propensione a privilegiare l’occupazione coute qui coute.
La seconda. Chi attribuisce mitiche funzioni strategiche a una Sicilia finalmente collegata al continente da un ponte, come mai non ha mai pensato ad attribuire quelle funzioni alla Calabria?
Francesco Merlo
Se la sinistra scopre che il Ponte è di sinistra
FOSSE pure vero che non c´è convenienza economica, il Ponte sullo Stretto di Messina andrebbe comunque costruito, senza arroganza verso le ragioni dei ragionieri ma con un filo d´ironia, visto che nessuno ha fatto i conteggi alla Torre Eiffel o alla Statua della Libertà ma tutti capiscono che senza Torre e senza Statua a Parigi e a New York ci sentiremmo persi. Solo grazie ai simboli infatti uno spazio dove ci smarriamo diventa un luogo nel quale ci ritroviamo. Non è insomma per ragioneria che si fanno i ponti, ma per ridurre le distanze. Anche in bocca, tra due denti, si fa un ponte. Tra due feste si fa un ponte. Si fanno ponti per i sospiri, e persino il ballerino di Lucio Dalla «balla su una tavola tra due montagne». Non c´è civiltà che non sia stata edificata attraverso i ponti, non c´è bellezza di città senza ponti, negli Usa come in Portogallo, in Svezia come in Francia, in Scozia come in Australia e in Giappone. Del resto chi fa ponti, in qualche misura diventa pure papa, pontifex, pontefice. Si fanno ponti anche come sberleffo alla natura, quella dei terremoti e quella dei vulcani, e si fanno ponti per dare ordine e bellezza al paesaggio che non è fatto di mitili e di mostri omerici, ma è fatto dagli uomini e dai loro progetti, perché nessun uomo ha mai visto la Terra senza gli uomini. Il Ponte insomma è bello, ed è sempre e comunque sviluppo, è progresso, è darsi la mano, è il binario per il pendolino e per l´Eurostar che si sono fermati a Eboli, è l´adeguamento delle autostrade al flusso di automobili e di camion. Il Ponte sconvolge l´arretratezza del sistema viario perché accelera e parifica. E anche con i bilanci in rosso, il Ponte sarebbe comunque ricchezza, risorse, opportunità straordinarie, nuovi posti di lavoro. Alla fine insomma questo Ponte sullo Stretto è l´opera più bella e più avanzata che l´Italia possa realizzare, è un risarcimento al nostro Sud, ed è - deve essere - un´operazione laico simbolica keynesiana, la fine di un handicap, la fusione di Messina e Reggio nella Città dello Stretto, come una nuova Costantinopoli. Perciò il Ponte è di sinistra, anzi è quanto più di sinistra si possa fare (non dire, ma fare) oggi in Italia.
E infatti, a sorpresa, la sinistra meridionalista sta riscoprendo le ragioni del Ponte sullo Stretto e, senza troppa timidezza, avanzando per riviste e per convegni, si fa ponte verso il Ponte di Berlusconi, vorrebbe spingerlo a passare dal virtuale al reale, posare insieme con lui quella prima pietra prevista nel prossimo mese di maggio, e magari pure sfilargliela di mano, perché i ponti si possono anche discutere, ma poi, alla fine, si fanno, e mai per ragioni contabili, visto che nessuno le ha mai applicate al Ponte di Brooklyn, e si viaggia magnificamente dentro il tunnel che attraversa la Manica, malgrado i bilanci siano ancora drammaticamente in rosso.
Torna dunque il Ponte di sinistra o, meglio, la sinistra del Ponte, proprio quando il più grandioso progetto del governo Berlusconi, il più meridionalista dei suoi progetti, maltrattato dalla burocrazia di Bruxelles, rischia di rivelarsi, già nei prossimi vertici europei della prima metà d´ottobre, un ponte di sabbia o meglio un ponte di carta. Aggredito dall´arcaismo retorico del più candido, ingenuo e peggiore ambientalismo, e trascurato dallo stesso Berlusconi che lo ha usato come strumento propagandistico, uno dei suoi tanti belletti, il Ponte è infatti, come tutte le trovate berlusconiane, un´impresa, ma solo nella dimensione virtuale e mediatica, la dimensione dell´inesistenza. E però l´impresa, perfetta per simulazioni, prove e controprove, disegni, grafici e colonne sonore, non può diventare reale senza gli attrezzi politici e culturali, la voglia di potenziare il territorio, e il rischio degli imprenditori privati che, sia pure con il sollievo dei crediti agevolati della Banca Europea (Bei), dovrebbero affrontare il 60 per cento di un investimento che si avvicina ai 6 miliardi di euro. Ed è inutile cercare un punto mediano tra la virtualità catastrofista della sinistra economicista che prevede, testualmente, "un Ponte frequentato solo dai gabbiani" e la virtualità berlusconiana che lo immagina come "una macchina per soldi" capace di "risolvere i più grandi problemi del Mezzogiorno". Opposte previsioni di spesa si fronteggiano sugli spalti dei giornali avversari, ma sono dati che non andrebbero contrapposti ma invece giustapposti. I vantaggi infatti non andrebbero assolutizzati e gli svantaggi non andrebbero drammatizzati. Bisognerebbe lavorare per ridurre l´area degli svantaggi e accrescere quella dei vantaggi. Questa è la politica.
Ebbene, che la politica, la cultura politica di sinistra, voglia riscoprire il Ponte, aprirsi, articolarsi e magari da subito riprendersi quel Ponte che aveva fatto sognare i suoi migliori meridionalisti, che la sinistra voglia infilarsi nel progetto Ponte, lo si scopre con gioia leggendo il numero 41 della rivista del neomeridionalismo di sinistra, che si chiama appunto Meridiana e che al Ponte è interamente e variamente dedicata, con un bellissimo saggio introduttivo di Lea D´Antone. Con l´idea dinamica, non scontata, che non esiste il Mezzogiorno ma esistono i Mezzogiorni, dove non tutto è sempre e comunque arretrato, la rivista è marcata Donzelli, editore di tutto rispetto e rivista-manifesto degli storici meridionalisti cinquantenni in cerca del simbolo di una generazione.
E difatti leggendola si capisce bene come il Ponte sullo Stretto possa rappresentare, finalmente meglio e più del terrorismo, il simbolo della generazione del Sessantotto. Sono infatti loro che lo vogliono; siamo noi che, giunti alla maturità, vogliamo i ponti mentre prima volevamo dittature e bardature, chiusure e costruzioni anti. Il Ponte per la sinistra italiana potrebbe significare dunque anche il giro di volta della maturità, perché questa generazione del Sessantotto è ancora alla ricerca del suo simbolo, e il ponte è la conclusione logica di quel percorso, di quell´avventura fatta tutta per rottura di ponti.
E la mafia? A Palermo non ci sono ponti, la mafia non è nata né sopra né sotto i ponti. Certo, la mafia c´è e qualsiasi grande investimento corre il rischio della mafia. Ma forse, contro la mafia, non bisogna più investire nel Sud? E non sarebbe, il rinunciare al progresso e allo sviluppo per paura della mafia, la maniera più vile di arrendersi alla mafia? Per alcuni la mafia cresce nella povertà e nel sottosviluppo, per altri nella ricchezza e nello sviluppo, c´è chi la lega al grano e alla terra arida, chi all´arancia e all´acqua. A Gela la mafia è arrivata con l´industria ma a Villalba, Mistretta, Montelepre, Corleone non c´è mai stata industria. La verità è che la mafia si combatte con polizia e magistratura, con la pazienza, l´eroismo e il rischio d´impresa che è fatto di innovazione e dunque anche di ponti. I testi di Morale ci insegnano del resto che l´angoscia d´esser nati può diventare forza criminale quando va verso la disoccupazione, o forza propositiva, ergon, quando va verso il lavoro.
Infine, e di nuovo, Berlusconi. Si può volere il Ponte che vuole Berlusconi e cominciare a farlo insieme a lui. È questo il solo modo per sottrarlo alla sua ormai proverbiale e furba dabbenaggine, il modo per introdurre garanzie, rapporti con il sindacato, e alla fine fare del progetto Ponte un Parlamento con maggioranza e minoranza, prendere il controllo di una grandiosa operazione che non è solo economica e deve essere gestita da tutta la cultura politica italiana, perché riguarda tutta l´Italia, la simboleggia tutta, Ponte tra le due Italie, tra le due culture, tra le due esigenze. Il Ponte che, come la rivista di Piero Calamandrei, unifica senza confondere, e addirittura rinsalda le identità perché le fa diventare identità aperte contro le identità chiuse che ti fanno orgoglioso e spocchioso, ma non ti portano da nessuna parte.
Ecco: il Ponte, per la sinistra, è anche un ponte contro la spocchia, contro la sicumera, contro il complesso di inferiorità coperto di muscoli, il Ponte al posto dei baffi di ferro e dei girotondi, il Ponte per non smarrirsi nello spazio astratto dell´ideologia, nell´Italia-manicomio che, pur di fare un´altra pernacchia a Berlusconi, vorrebbe volare da Scilla a Cariddi con la liana e l´urlo di Tarzan.
Diciamo no al ponte sullo Stretto
Sen. Anna Donati, Capogruppo Verdi
Nel suo provocatorio articolo Francesco Merlo scrive che il "Ponte sullo Stretto di Messina è l'opera più bella ed avanzata che l'Italia possa realizzare, anche se non è conveniente e se non serve, perché è un simbolo, un monumento, il riscatto del Mezzogiorno". Carente solo in un punto: non evoca l'eros, della serie "il mio è più lungo del tuo", implicito nel progetto, che avrebbe aggiunto intima suggestione all'opera. Ma passando dall'articolo alla realtà: il ponte non ha flussi di traffico sufficienti (e quindi unisce poco), lascia un pesante segno sul territorio (e quindi distrugge identità) e costituisce una modesta sfida tecnologica per il nostro tempo. Sarà interamente pagato dai cittadini e soprattutto dalle generazioni future, che si troveranno un pesante debito nel bilancio dello Stato. Peccato che costi solo 6 miliardi euro che potrebbero essere meglio impiegati per realizzare strade, ferrovie, ospedali, reti idriche e riqualificazione delle città di cui il Mezzogiorno ha urgente bisogno. E magari rinunciare al condono edilizio previsto dal governo Berlusconi per fare cassa e realizzare anche le opere strategiche come il ponte tra Scilla e Cariddi. Il ponte è un monumento simbolo troppo caro e per la generazione del '68 sarebbe utile identificarne uno più economico e suggestivo, magari aprendo un concorso d'idee. C'è però un argomento stimolante che Merlo evoca: come si lascia nel terzo millennio, in un paese come l'Italia, pieno di simboli veri, d'opere d'arte, di città uniche al mondo, un'opera del costruito, un segno per la memoria e d'identità del presente. Apriamo una discussione anche su questo.
Non è un simboloè un'opera in perdita
Gaetano Benedetto, Segr. Agg. Wwf
Ormai è chiaro: il ponte sullo stretto di Messina, se mai sarà, verrà realizzato in perdita con soldi pubblici. Il numero dei transiti, anche nelle migliori ipotesi, non consentirà infatti di rientrare degli investimenti. Altrettanto chiaro è che il progetto presentato è un colabrodo e purtroppo sarà la giustizia (che verrà chiamata in causa dagli ambientalisti e non solo) a stabilire se le procedure seguite nella valutazione ambientale e socioeconomica corrispondono a quanto previsto dalla legge. Merlo ripropone il ponte quale simbolo. Ma non si sta realizzando il ponte quale monumento a futura memoria, e proprio perché non è un monumento, ma dovrebbe essere un'opera funzionale alla mobilità del paese, i miliardi d'euro previsti (di certo sottostimati) devono esser valutati rispetto al calcolo costi/benefici della comunità nazionale. Anche considerando una radicale riorganizzazione portuale con la realizzazione di nuove infrastrutture, il ponte rimane comunque un'opera in perdita, la cui costruzione poteva essere motivato solo dalla necessità di realizzare un opera "manifesto", un'opera cioè "simbolo". Il Paese ha questa necessità? E soprattutto, sono questi i simboli di cui oggi abbiamo bisogno? Prescindiamo dunque dai soldi, dalle tecniche costruttive, dai problemi geofisici, prescindiamo da tutto: come sostenere che il ponte non sia uno sfregio in un luogo del mito qual è quello di Scilla e Cariddi? Come non pensare che l'identità di un'isola, qual è la Sicilia, sia proprio nel suo esser isola? Il nostro è certamente un Paese che ha bisogno sia d'opere pubbliche utili che di simboli positivi. Basta intendersi su quali questi siano e debbano essere. Crediamo che le grandi opere pubbliche di cui il nostro Paese ha bisogno siano in realtà una miriade di piccole opere che ricostruiscano la trama d'un territorio massacrato da incultura e malgoverno, che rendano efficienti i sistemi e le reti di servizio esistenti, a cominciare da acquedotti, elettrodotti, ferrovie, strade.
Il Ponte, tabù e sfidedel centrosinistra
Mario Virano, Consiglio amministrazione Anas
L'articolo di Francesco Merlo sulla riscoperta del Ponte come opera "di sinistra" è chiaramente un paradosso sui tabù della cultura progressista e una metafora delle questioni contraddittorie di cui la politica neo keynesiana dell'Ulivo dovrebbe farsi carico per tornare a governare. Nelle prime reazioni "da sinistra" sembra prevalere l'effetto scandalo ma mai come in questo ca¬so vale il detto evangelico "oportet ut scandala evenient". Come uomo "di sinistra" e come amministratore Anas (azionista di peso della Società del Ponte sullo Stretto) vorrei racco¬gliere fino in fondo la provocazione di Merlo e considerare la questione del Ponte come cartina di tornasole fra i tre possibili scenari politici in cui l'opera si colloca: annunciare grande e fare piccolo; fare grande e pensare piccolo; pensare grande e fare conseguentemente. L'azione del governo pare oscillare fra i primi due, con una prevalenza del primo scenario incentrato sull'effetto-an¬nuncio; c'è però il rischio che si af¬fermi il secondo, e un'opera straor¬dinaria come il Ponte venga vista come un qualunque altro ponte, so¬lo più grande, più difficile e più co¬stoso. Questa sarebbe l'eventualità peggiore, perché richiederebbe enormi risorse per fare in grande ciò che si è concepito in piccolo cioè senza una strategia generale degna di questo nome. Infatti, se è vero che le grandi opere valgono anche per il loro valore simbolico, sarebbe im¬possibile motivare il Ponte solo in base all'obiettivo dell'integrazione piena del "mercato interno insula¬re" con quello "continentale". Altra cosa è invece la sfida del Ponte se si immagina la Sicilia come grande piattaforma logistica dell' Europa, protesa nel cuore del Mediterraneo. Il collegamento stradale e ferrovia¬rio attraverso il ponte significhereb¬be il prolungamento via terra di un molo continentale unico sulle rotte fra Suez e Gibilterra, offrendo al si¬stema Italia opportunità assoluta¬mente inedite nell'Europa a 25. Questa visione però comporta una contestuale soluzione dei colli di bottiglia dei valichi alpini, perché solo così, aprendo i collegamenti ferroviari e stradali verso il centro nord dell'Europa, il Ponte può tro¬vare una motivazione reale oltre i paradossi di Merlo. C'è la capacità di impostare un progetto unitario di questa portata con una conseguen¬te politica economica in grado di mobilitare le risorse pubbliche e private in grado di sostenerne l'at¬tuazione? Oggi nel centrodestra non mi pare di vedere questa capa¬cità; spero possa esserci in un cen¬trosinistra che abbandoni definiti¬vamente ogni logica del "piccolo è bello" per sposare la sfida del pen¬sare in grande operando conse¬guentemente.
Pareri sullo Stretto
nella rivista Meridiana
Piero Bevilacqua, Direttore "Meridiana"
L'articolo di Francesco Merlo del 1 ottobre contiene alcune ine¬sattezze e forzature su cui ho l'ob¬bligo di intervenire. Non è vero che Meridiana abbia sposato o perorato la causa della realizzazione di quel¬l'opera. Io ad esempio sono contra¬rio per più ragioni che per brevità non espongo. Ma tutto il numero in questione ha ospitato posizioni di¬verse, perché esso intendeva offrire ai lettori una pluralità di pareri, ana¬lisi, punti di vista, fondati su studi e meditate riflessioni. Questo è tanto vero che Mario Pirani, intervenen¬do su Repubblica all'uscita della ri¬vista, aveva potuto sottolineare e condividere la contrarietà di auto¬revoli studiosi a quell'opera. In realtà, in coerenza con la sua "filo¬sofia" e il suo stile, Meridiana aveva tentato di porre il problema ponte il più possibile al centro di un esame spassionato e complesso e al riparo dalle vulgate ideologiche. Constato che, almeno su quest'ultimo punto, abbiamo fallito lo scopo.
Il numero 41 della rivista Meridia¬na è presentato dall'editore Carmi¬ne Donzelli. L'apertura della discus¬sione, e quindi il tono e il senso della monografia, sono cadenzati dal sag¬gio introduttivo della professoressa Lea D'Antone, che spiega le ragioni storiche e attuali della necessità del Ponte. Ovviamente la rivista ospita, e io l'ho scritto nel mio articolo, altri interventi che, come sempre in que¬sti casi, rafforzano il saggio a cui fan¬no da contorno e dunque forzano - loro non io - la piega del discorso. Del felice risultato complessivo ho già scritto, e Carmine Donzelli me ne è garbatamente grato. Adesso ap¬prendo con interesse che il professo¬re Bevilacqua è contrario al Ponte. Chieda a Donzelli di finanziare un altro numero per argomentare le sue ragioni. (f. mer.)
La commissione speciale di valutazione di impatto ambientale ha comunicato il 20 giugno scorso il proprio parere positivo riguardo il progetto preliminare del ponte sullo stretto di Messina al ministero dell'ambiente. Il giudizio scontato della commissione, per gli effetti della legge obbiettivo che ha previsto la riforma delle procedure per la valutazione di impatto ambientale (VIA) e dell'autorizzazione integrata ambientale, contiene delle raccomandazioni e delle prescrizioni di cui la società Stretto di Messina e il general contractor dell'opera dovranno tenere conto nel redigere il progetto definitivo dell'opera. Il parere è stato votato all'unanimità dalla commissione speciale insediata specificamente dal ministero dell'ambiente ed è posto a conclusione di una lunga relazione tecnica cui hanno lavorato oltre che i tre membri della commissione, otto esperti dell'Apat (Agenzia per i servizi tecnici e la protezione ambientale) e cinque esperti esterni in qualità di associati.
Il parere della commissione Via prevede raccomandazioni e prescrizioni raggruppate in tre punti: programmatico, progettuale e ambientale.
Sotto il profilo programmatico le prescrizioni sono tre: il progetto definitivo dovrà essere compatibile con le strategie ed i piani di sviluppo con i quali è destinato ad interagire; dovrà prevedere adeguati scavi esplorativi per il profilo archeologico e, dovrà attuare nella fase di realizzazione una significativa riqualificazione dell'opera .
Sotto il piano progettuale ci sono da una parte due raccomandazioni: concordare con Reti ferroviarie il programma di realizzazione delle opere connesse al ponte e inserimento di un crono programma delle varie fasi di lavoro e, dall'altra due prescrizioni: la tempestiva realizzazione della linea ferroviaria in località Cannitello e la descrizione delle modalità di risoluzione di alcune interferenze nella costruzione delle fondazioni delle torri e delle strutture di cantiere.
Per quanto riguarda infine il più importante quadro di riferimento ambientale la commissione prescrive:
la necessità di più approfonditi studi geo-sismico-tettonici; la necessità di interventi rivolti alla tutela e alla riqualificazione ambientale; la necessità di studi idrogeologici ed idrochimici e del sistema di controllo delle acque (in particolare nei territori interessati da gallerie); il vaglio e l'analisi dei materiale scavato prima del riutilizzo; la necessità della riduzione ai minimi livelli degli impatti sugli habitat di specie animali protette e specie migratorie sensibili; la necessità di ridurre l'impatto illuminante sul mare degli impianti di illuminazione; la necessità di opere di mitigazione acustica e la necessità di predisporre un progetto di monitoraggio ambientale.
Il parere positivo della commissione Via apre la strada all'approvazione del progetto del ponte di Messina da parte del Cipe e, dopo la pausa estiva, alla scelta del general contractor.
Vivissime sono state le proteste contro il parere della commissione speciale da parte delle associazioni ambientaliste che hanno annunciato ricorsi al Tar e alla Corte europea, e si chiedono come sia possibile fare un progetto preliminare tanto carente e dai costi non chiari.
Un altro aspetto che presenta delle singolarità è il fatto che manca l'assicurazione che il collegamento ferroviario si farà. Sulla costa calabrese infatti la linea ferroviaria scorre a livello del mare, 70 metri sotto quella siciliana. La soluzione sarebbe quella di costruire una nuova linea ferroviaria ad alta velocità in galleria che attraversi le montagne calabresi fino al mare, ma anche qui sorgono dubbi sul finanziamenti dell'opera stanziati da parte di Reti ferroviarie italiane.
Preoccupazioni sorgono anche in merito al temuto stravolgimento dei due ecosistemi lacustri, i Pantani di Ganzirri, due zone di interesse comunitario accanto alle quali sorgeranno i due piloni siciliani del ponte da 50 metri di lato ciascuno, nonostante la completa impermealizzazione degli stessi richiesta dalla Via.
Un'altra denuncia del rischio ambientale viene dal comitato "Tra Scilla e Cariddi" che sottolinea come la realizzazione del progetto del ponte rappresenterebbe la cancellazione fisica dell'ecosistema dello Stretto, già attualmente compromesso. Si tratterebbe non soltanto di un irreversibile danno ambientale, ma della cancellazione delle basi biologiche e fisiche di un patrimonio culturale antichissimo. Anche l'analisi economica mostra che si tratta di un investimento irrazionale, troppo costoso rispetto ai ritorni previsti, inutile rispetto alle alternative immaginabili, senza prevedibili effetti di trascinamento per lo sviluppo endogeno vista l'importazione massiccia di tecnologie prodotte altrove, trattandosi in breve di un esempio tipico di quegli investimenti sconsiderati già fatti nel Mezzogiorno privi di connessione organica con il territorio. Infatti, il futuro dell'area dello Stretto dovrebbe passare dallo sviluppo sostenibile basato sulle risorse territoriali, ambientali, culturali, paesaggistiche; proprio quelle che il ponte distruggerebbe.
Non si prendono inoltre in considerazione altre soluzioni di carattere multimodale per l'attraversamento dello stretto delle persone e delle merci (ad esempio i moderni e portacontainer, le navi cioè che approdano a Gioia Tauro, contengono ciascuno una quantità di merci pari a quella trasportata da mille Tir), né gli effetti di inquinamento e di congestione conseguenti all'ulteriore sviluppo del traffico su gomma che comporterebbe la costruzione del ponte.
Il comitato "Tra Scilla e Cariddi" è nato nel 1998, all'indomani dell'approvazione del progetto di massima del Ponte da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, contro la realizzazione del ponte di Messina. Esso associa studiosi ambientalisti, intellettuali calabresi e siciliani, le principali associazioni ambientaliste, Rifondazione comunista, i Verdi, il Cric e numerose altre associazioni locali e nazionali. Il Comitato, che con un appello/manifesto ha chiesto all'Unesco l'inserimento dell'area dello Stretto di Messina nell'elenco dei siti "patrimonio naturale e culturale dell'umanità", è una delle poche, se non la sola voce, che contrasta il monopolio della informazione calabrese e siciliana in materia e continua l'esperienza di una stagione di lotte ambientaliste che in passato portarono alla cancellazione del progetto di centrale a carbone nella Piana di Gioia Tauro.
Vi sono, infine, anche forti perplessità sulla tenuta statica e sulla sicurezza del ponte che dovrebbe essere costruito su una delle aree a più alto rischio sismico del Mediterraneo. Come rileva il coordinamento della petizione per "Messina senza ponte", le caratteristiche geomorfologiche del territorio dello Stretto (zona sismica, con forti venti e imprevedibili correnti marine) pongono seri dubbi sulla sicurezza dell'opera (i forti venti sullo Stretto rischiano di limitare l'agibilità del ponte ad un terzo dei giorni dell'anno), poiché non si sono adeguatamente valutati gli effetti tellurici in quanto non si considera l'effetto di scosse ravvicinate e tutte di intensità elevata, in un'area dove si registra la massima attività sismica del paese, dove sono presenti faglie aperte e dove non è improbabile la ripresa di un'attività tellurica elevata, sempre imprevedibile e dagli effetti incontrollabili. Infatti, l'area che interessa la costruzione del ponte si trova su una zona di faglie attive e quindi soggetta a continui cambiamenti della crosta terrestre (movimenti sismici e di allontanamento della Sicilia verso il mare aperto).
Alla fine degli anni 80 come ingegnere sono stato coinvolto nel progetto preliminare di una soluzione alternativa di attraversamento stabile dello Stretto di Messina e questo mi ha dato modo di farmi un’idea abbastanza precisa della problematica del Ponte. Su tale problematica mi accingo oggi a fare alcune considerazioni.
Essendo però trascorsi ormai più di 10 anni, ho ritenuto opportuno aggiornarmi sulla materia attraverso internet. Da un lato il sito web ufficiale della Società Stretto di Messina, il quale contiene indubbiamente cose interessanti, ma anche diverse cose non dette ed altre presentate con un ottimismo che appare assolutamente fuori luogo. Dall’altro alcune analisi critiche molto approfondite, in particolare alcuni articoli presenti nel sito www.eddyburg.it, che hanno fortemente rafforzate le mie perplessità sull’operazione Ponte.
Si tratta di un ponte sospeso a campata centrale unica di 3300 m di lunghezza sostenuto da due grandi pilastri in acciaio alti 382 metri. L’impalcato corre ad una altezza media di circa 70 metri sul livello del mare, ha una larghezza di circa 60 metri, sulla quale corrono sei corsie autostradali, due binari ferroviari e due corsie aggiuntive per la manutenzione. I pilastri sostengono le funi portanti, costituite di grandi cavi di acciaio armonico, che a loro volta sostengono il ponte, tramite una serie di tiranti verticali. I cavi portanti, del diametro di 1,24 metri, sono quattro, due a destra e due a sinistra; cosa inusuale per i ponti sospesi, ma necessaria in questo caso, perché data la lunghezza del ponte ed il suo enorme peso, il cavo unico risulterebbe di diametro troppo grande (1,70-1,80 metri di diametro).
Come si vede rispetto agli altri ponti simili esistenti nel mondo il progetto vuole battere un insieme di primati quali:
- massima lunghezza di campata, 66% in più rispetto all’attuale ponte più lungo (AKASHI KAIKYO, di 1990 metri)
- massima larghezza, 60 metri, contro valori massimi di 35 metri degli altri ponti grandi
- massima altezza delle torri di sostegno
cavi di sostegno di 1,24 metri di diametro, (contro 1,12 metri di AKASHI KAIKYO) e per giunta doppi, due a destra e due a sinistra, con un problema assai critico di uguale ripartizione della tensione (come segnalato al convegno di Stavanger dal prof. LEONARD, uno dei massimi esperti mondiali dei ponti sospesi)
- presenza di binari ferroviari che non esistono sugli altri ponti di lunghezza elevata, anche perché i treni sono più sensibili alle oscillazioni del ponte ed alle pendenze, che sono indotte dagli stessi carichi del traffico durante l’attraversamento. In AKASHI KAIKYO i binari ferroviari erano stati previsti, ma poi tolti, verosimilmente proprio per queste ragioni.
Ci sono poi degli altri primati, dei quali si parla poco, che sono la diretta conseguenza di tutti gli altri o se vogliamo della febbre di grandezza che sembra essere alla base del progetto. Il ponte (e anche questo è un primato), è ai limiti della fattibilità di questo tipo di strutture, tant’è che i principali elementi portanti (in particolare i cavi portanti) impegnano circa l’80% della loro resistenza per sostenere il peso proprio del ponte a vuoto, mentre il 20% resta disponibile per il carico pagante, cioè il traffico automobilistico e ferroviario. Come altri ovvi primati sono i costi ed i tempi di realizzazione, che alla fine saranno certamente ben superiori a quelli che oggi vengono dichiarati.
Un primato che assolutamente non c’è, è invece la quantità di traffico attraverso lo stretto, che oltretutto tende, come vedremo, a diminuire nel tempo.
Un ulteriore primato è il fatto che il ponte viene realizzato in un luogo ad alta criticità, sia come condizioni sismiche che metereologiche.
Il ponte è calcolato per un sisma di 7,1 gradi Richter, paragonabile al terremoto di Messina del 1908. Ma dato che un’opera del genere deve avere una vita operativa molto lunga, si ritiene che il sisma di progetto dovrebbe essere maggiore. Da notare comunque che il pericolo non è tanto l’effetto vibratorio (che data l’elevata flessibilità della struttura non è particolarmente pericoloso), ma la possibile rotazione relativa delle basi dei pilastri, o dei blocchi di ancoraggio dei cavi portanti per effetto degli scorrimenti di faglia, che spesso accompagnano i terremoti “estremi”. E questa è comunque di difficile valutazione.
Relativamente al vento di elevata intensità, si può dire che anche se esso non è pericoloso per la struttura, tuttavia esso induce ampie (seppur lente) oscillazioni che oltre un certo limite renderanno difficoltoso il traffico (prima quello ferroviario e poi quello automobilistico), fino a portare alla chiusura del ponte nelle situazioni più critiche.
Non è quindi vero che il ponte consente l’operatività 365 giorni l’anno.
E’ stato detto che il ponte fa risparmiare circa 40 minuti alle auto e circa un’ora ai treni e ciò è vero per il traffico di lunga distanza (per es. da Milano o Roma verso Palermo e viceversa). Ma per percorsi così lunghi, della durata di moltissime ore, questi vantaggi teorici non sono significativi.
Ancora peggio va per il traffico locale. Il traffico automobilistico che attualmente utilizza i traghetti è costituito per oltre il 40% di traffico locale, tra le città ed i paesi presenti ai due lati dello stretto e questa quota di traffico non solo non trae alcun beneficio dalla presenza del ponte, ma rischia di allungare i tempi di attraversamento. Ad es. per andare dal centro di Messina a Villa S. Giovanni attraverso il ponte, occorrerà prima percorrere parecchi chilometri di strade provinciali e di raccordi di collegamento nelle colline dietro Messina prima di raggiungere il più vicino casello autostradale ed immettersi sul tratto autostradale che imboccherà il ponte (il quale, va ricordato, corre ad un’altezza di circa 70 metri sul livello del mare). Stessa situazione sull’altra sponda dello stretto.
Per quanto riguarda le quantità di traffico nello stretto, le statistiche relative alla situazione del passato e le tendenze evolutive, esse sono descritte con grande precisione nel dossier: Il principe cammina sulle acque, a cura di Marco Guerzoni, agosto 2002, consultabile al sito http://eddyburg.it.
In sintesi possiamo dire:
- il traffico che fino agli anni 80 era in aumento, a partire dai primi anni 90 è costantemente in calo, soprattutto per il maggior uso dell’aereo da parte dei passeggeri e il maggior impiego per le merci, di navi che collegano direttamente i grandi porti, non solo italiani, direttamente con i porti siciliani
- i numeri attuali e la loro tendenza rendono assolutamente antieconomica l’operazione Ponte.
E non è un caso se il vero capitale di rischio, quello “privato”, sul progetto ponte non arriva.
I vertici della Società Ponte di Messina in varie interviste si affannano a dire che il ponte creerà sviluppo economico e turistico e contribuirà a debellare la mafia ecc. ecc. Ma come mai la Calabria che fa parte del “continente”, soffre gli stessi problemi di sottosviluppo e di mafia della Sicilia? O non è più verosimile che mafia e ndrangheta prenderebbero una ricca quota del business sulla realizzazione del ponte e in definitiva si rafforzerebbero?
Per inciso, le ben note cattedrali nel deserto realizzate nel passato avevano gli stessi lodevoli obiettivi teorici. Risultato pratico: non si è mai riusciti ad impedire la quota di business della mafia durante la realizzazione, mentre poi le opere sono state abbandonate nel nulla.
Lo scrivente ha avuto visione diretta di due casi specifici di tali cattedrali:
- L’enorme complesso termale di Sciacca, realizzato anche con la collaborazione di albergatori di Abano Terme, un’impresa che sembrava avere tutte le premesse per funzionare e che invece è in totale abbandono.
- I porti e porticcioli turistici, anche questa una scelta apparentemente giusta in una regione come la Sicilia. Ne sono stati costruiti una trentina, ma nessuno è stato completato e solo qualcuno funziona molto parzialmente.
Ora ci poniamo la seguente domanda: cosa richiamerebbe più turisti in Sicilia, la presenza del Ponte o la corretta funzionalità dei porti turistici e di altre infrastrutture ? Ed il recupero di tante spiagge bellissime ma oggi lasciate in balia del degrado e prive di qualunque servizio? E prima ancora, la certezza di avere sempre l’acqua potabile, questa sì, 24 ore su 24 e 365 giorni l’anno?
Ma nel paese di Bengodi, sappiamo già quale risposta ci verrà data: Noi faremo tutto, sia il Ponte che tutte queste altre cose!
I vertici della Società Ponte di Messina affermano che il ponte porterà tanta occupazione, addirittura un totale di 40.000 lavoratori sulle due sponde dello stretto, nella fase di costruzione.
Ma se questo è vero, proviamo ad immaginare l’impatto sociale di una massa grande di persone (con le loro famiglie) che si dovrà insediare nella zona, a ridosso dei centri abitati. Potrebbe verificarsi una situazione critica, simile a quella che si verificò a Gela per effetto del petrolio e del petrolchimico. Migliaia di abitanti dell’entroterra lasciarono le campagne e dettero origine a quel grande e disordinato agglomerato di case, privo di strade e di servizi che sorge dietro Gela. Personalmente rimasi molto colpito da quella distesa di costruzioni che apparivano come scheletri fatti di pilastri di cemento in cui in modo casuale ed anche su piani diversi, alcuni appartamenti erano già abitati, mentre altri adiacenti erano ancora allo stadio di sole travi e pilastri.
Non è un caso se negli anni 80, studiosi olandesi della materia scelsero Gela come caso di studio emblematico di impatto socio - economico fortemente negativo e quindi come esempio da non ripetere.
Nessuno crede ai costi (4,6 miliardi di euro) ed ai tempi di realizzazione (6 anni), compresi i soggetti proponenti e gli ambienti del ministero. Tutti sappiamo che le grandi opere in Italia si dilatano sempre sia nei tempi che nei costi di realizzazione.
Nel caso del ponte dobbiamo aspettarci risultati peggiori della media per i due seguenti motivi:
- si tratta di un’opera vicina ai limiti della fattibilità tecnologica e realizzativa
- si opera in ambiente ad alta densità mafiosa.
Personalmente dopo questo aggiornamento personale e queste riflessioni sono diventato più ottimista: penso che il ponte non si farà.
Primo perché lo stato non ha i soldi; secondo perché nessun privato metterà mai una lira su un’avventura così evidentemente antieconomica.
Se però avrò avuto torto, allora come compenso avrò (o avranno le mie figlie) la possibilità di ammirare dal vero il ponte dei primati, cioè la madre di tutte la cattedrali nel deserto.
Caro de Seta,
ho coniato uno slogan, molto tempo fa, relativo a un certo comportamento dominante nel mondo degli architetti, urbanisti, universitari e no, e quant’altri: nessuno legge nessuno. Sicché il dibattito non esiste più (ricordo il periodo fra Cinquanta e Sessanta quando c’era anche la polemica, emblematico lo scontro fra Rogers e Banham e fra le rispettive riviste) se non talvolta concertato quasi ad arte in sede di piccola corporazione. Nelle riviste? Non parliamone. Sotto questi riguardi il sito di Eddy potrebbe consistere nel contrario. Benché, ho osservato qui altra volta, non sempre, anzi raramente, nasce l’ampia discussione che ci si aspetterebbe attorno al dato tema o problema. Si susseguono l’uno all’altro interventi anche interessanti, ma vanno a formare una catena di anelli spesso non agganciati. Insomma, non si discute o lo si fa poco. Poi sulla questione Ravello salta la polveriera (e le altre centomila, un milione?), improvvisamente (tutti, prima, se ne fregavano), a causa del benedetto o maledetto progetto Niemeyer. Ho dovuto constatare, sorpreso, la mancanza di ricordi di com’era, cos’era effettivamente Ravello entro la natura montano-marina prima dei consueti processi italiani di, stiamo leggeri per carità di patria, modificazione o cosiddetto sviluppo. Non solo, ma ho subito percepito che nel gruppo dei “favorevoli” pochissimi conoscono realmente il luogo e tutto il contesto amalfitano (intendo nell’arco storico, magari per pura ragione d’età), così come certamente non conoscono l’intero disastro paesaggistico, urbanistico ambientale del paese. Bene, io ho subito espresso la mia adesione alla posizione di Salzano, talmente corretta e motivata che non è facile respingerla se non alterando la verità circa il punto nodale, vale a dire la questione di legalità.
Ma non da qui voglio riprendere. Ho letto le vostre lettere, così condite di reciproche dichiarazioni di stima entro il dissidio (quanto a questo tu rivanghi addirittura lo scontro con Cederna, sempre condito da tanto sentimento d’amicizia, attorno alla piramide del Louvre, per mostrare che, tu quella volta duramente contrario, valuti caso per caso, fuor di ogni radicalismo generico. Idem circa l’opposizione Salzano – Gasparrini (“dolcissimo”, che bello essere così signorili!). Voglio invece pregarti, tu che rappresenti l’assoluta diversità rispetto ai soggetti ai quali il mio slogan è applicabile, di leggere il mio pezzo, Bellezza a Ravello, che Eddy ha pubblicato, esprimendoti in particolare sulla conclusione. Perché in realtà vera te lo chiedo? Perché leggo, qui accanto al computer, il tuo ricordo di Piero Bottoni a Capri, pezzo datato da Capri, 4 gennaio MMIII, che hai avuto la gentilezza di concederci per la pubblicazione su uno dei quaderni dell’Archivio Piero Bottoni, il quarto, Piero Bottoni a Capri. Architettura e paesaggio, 1958-1969. Mi pare che il tuo commento, sia riguardo alla “grotta” di Bottoni, talmente riservata e penetrata nella natura, sia riguardo alle sue piccole case, potrebbe ricadere in quella concezione dell’architettura “capace di non ergersi”; quantomeno, se perdoni un’autocitatazione da altra fonte, potresti consentire che “non esiste architettura degna del nome senza sentimento di appartenenza” (al passato come al presente, e, assolutamente e strettamente, al contesto. Riporto qualche tratto del tuo scritto sperando che lo leggano altri che certamente non l’hanno visto nel fascicolo dell’archivio. “Bottoni, da architetto di talento, aveva perfettamente assimilato il modo di costruire dei capomastri dell’isola: che, un tempo, dovevano essere bravissimi. Infatti le sue case […]sono in tutto e per tutto assimilabili alle tipiche tipologie residenziali delle case capresi […]. Né più né meno di quanto aveva propagandato con la mostra su L’architettura rurale alla V Triennale Pagano: ritornare agli etimi dell’ architettura senza architetti, come dirà un celebre libro di Bernard Rudofky che pure aveva scelto il golfo di Napoli per le sue sperimentazioni razional-mediterranee con il suo amico e socio Luigi Cosenza. Bottoni molti anni dopo quella lezione l’aveva assimilata così bene e fatta propria che faceva case assolutamente razionaliste senza che nulla lo lasciasse trasparire. […] nulla apparentemente le distingue dalle più anonime case capresi: se poi si esaminano i disegni tecnici ci avvediamo che sono dei piccoli capolavori di existenz minimum: secondo la più severa norma delle tipologie tedesche: Il loro miracolo sta in questo e in questo Bottoni è un erede spirituale di Pagano e delle sua lezione sull’Onestà dell’architettura, come titolava un suo celebre editoriale di Casabella” (p. 55 del fascicolo citato). Mi sembra chiaro che né tu volessi rivendicare allora una sorta di architettura mimetica, ma volessi esprimerti, penso, contro quella che i razionalisti di “Quadrante” (fra cui il giovane Bottoni) chiamavano architettura arrogante; né io perorarla ora contro il “gesto” di Niemeyer, peraltro una cosa di tali dimensioni e, va detto, talmente disinteressata alla contestualità, da sfiorare la definizione cara ai pionieri di “Quadrante”. Ciò che vorrei si facesse nella già lesa Ravello è esattamente quel che ho già scritto: cura, risanamento del corpo malato, ricostruzione della perduta giovanile bellezza come nuova bellezza senile. E questo, purtroppo, il grande brasiliano, col suo progetto (suo, non suo? schizzo, disegno, modello? Non interessa qui) non può farlo, ne è all’opposto.
Un caro saluto da
Lodo Meneghetti
Cambia la legge sulla vendita del patrimonio pubblico. E’ già al lavoro una commissione che, con la partecipazione di Sabino Cassese, dovrà «demarcare» ciò che è patrimonio artistico intoccabile, come il Colosseo o Fontana di Trevi, da ciò che artistico non è e dunque potrà essere ceduto. In arrivo c’è anche un catalogo di tutti i beni pubblici non disponibili, diviso per categorie.
Giuliano Urbani, ministro dei Beni e delle Attività culturali l’annuncia durante un contraddittorio con Salvatore Settis, storico dell’arte e direttore della Normale di Pisa, oltre che ex direttore del Getty Research Institute. Tanto Urbani che Settis hanno scritto un libro sul presente e sul futuro del patrimonio dello Stato. Quello del ministro (Il tesoro degli italiani, Mondadori) difende com’è ovvio l’azione del governo e in particolare l’istituzione della Patrimonio Spa, la contestata società che dovrebbe valorizzare i beni pubblici. Quello di Settis (Italia Spa, Einaudi) rappresenta all’opposto un duro atto d’accusa e mette in guardia rispetto all’«assalto» al patrimonio culturale dell’Italia da parte del governo e dei privati. Il colloquio si svolge nella redazione di Repubblica e muove appunto dai libri.
La legge sulla Patrimonio Spa ha suscitato molte polemiche: c’era e c’è il timore che le bellezze d’Italia finiscano nelle mani dei privati. Urbani ha dedicato alla questione solo sette pagine e mezzo. Settis un intero saggio. Una evidente disparità, come mai?
URBANI «Per me la Patrimonio Spa funziona e non deve intimorire perché i beni culturali sono già tutelati da altre leggi. Però c’è stata polemica, è vero, peraltro mal condotta dalla nostra opposizione parlamentare e non parlamentare. Diciamo che hanno scelto la via del manicheismo: tutto ciò che fa il governo è male. Siamo arrivati al ridicolo di contraddire per intero la gestione precedente. Ma un amministratore pubblico non è solo un amministratore, è anche un signore che sa che meno dissenso c’è, meglio è. Perciò ho pensato alla Commissione di esperti: decideremo così nei dettagli cosa privatizzare. Ma ripeto: il patrimonio artistico già oggi è difeso».
SETTIS «Illustri giuristi da me consultati dicono di no. In via teorica il meccanismo della nuova legge prevede anche che si possa vendere il Colosseo: la normativa non lo esclude. Certo, ci vogliono le firme contestuali di Urbani e Tremonti. Ora i nostri ministri dicono che non firmeranno mai una cosa del genere: voglio crederlo. Ma che ne so io chi saranno i ministri tra otto, dieci, vent’anni?. E poi quando Urbani scrive nel suo libro che il nostro patrimonio nasce dai privati e dunque al massimo glielo restituiremo, ecco, è questo tipo di affermazioni che mi lasciano sconcertato. Sarebbe come dire che l’Unità d’Italia l’ha fatta un privato di nome Giuseppe Garibaldi. Il patrimonio, comunque sia arrivato, c’è. E di mezzo c’è l’entità dello Stato che lo elabora, i cittadini, la coscienza civica».
URBANI «Mi si consenta una precisazione: io sono un politologo e dunque attribuisco alle parole un significato più politico. Quando con una battuta dico che restituiremo ai privati un patrimonio realizzato dai privati, intendo dire che la peculiarità dei nostri beni artistici è quella di nascere più dall’iniziativa dei cittadini che non da quella delle istituzioni nazionali che peraltro fino ad un secolo e mezzo fa non c’erano neppure».
Al dunque cosa sarà privatizzato?
URBANI «Parlerei di privatizzazioni tra virgolette. In realtà si tratta di gestione in concessione. Chiederemo aiuto, con le modalità più sperimentate, a un mondo di specialisti per la gestione dei musei. Ma il pubblico rimarrà il padrone assoluto dei musei; i sovrintendenti restano i tutori. Diverso è il discorso delle dismissioni: c’è un enorme quantità di beni di cui lo Stato dovrebbe disfarsi. E’ nell’interesse pubblico venderli. Si tratta di capire cosa è disponibile e cosa non lo è».
SETTIS «E’ chiaro che nel patrimonio pubblico ci sono vecchi appartamenti lasciati da qualche vedova o vecchie scuole che non si usano: queste cose, se si vendono, è un bene. Il problema riguarda il patrimonio culturale. Qui è l’assalto. Non si possono mettere teoricamente sullo stesso piano, sia pure con delle garanzie, l’appartamento del 1950 e un bene culturale. E allora è chiaro che la Fontana di Trevi o il Colosseo non li vende nessuno, ma i beni più piccoli? Che ne è dei beni più piccoli? Ci vuole un intervento normativo che chiarisca bene ciò che è culturale ed incedibile. Da questo punto di vista la Commissione annunciata dal ministro aiuta».
Per favore, ministro, può spiegare bene il senso di questa commissione?
URBANI «Servirà appunto a tratteggiare un ragionevole confine tra ciò che è patrimonio artistico inalienabile e ciò che non lo è. Dico ragionevole perché non sarà facile per un paese come il nostro fare questa distinzione. Sarà poi ben richiamato il sistema dei vincoli a cui i beni sono già oggi sottoposti e a cui tutti teniamo molto».
Dunque in qualche modo il governo corregge la legge: è un ripensamento?
URBANI «Il campo è talmente delicato che più chiarezza facciamo e meglio è: siamo tutti più tranquilli rispetto al nostro patrimonio».
SETTIS «Se questa commissione ha il compito di fare chiarezza è un’ottima notizia: vuol dire che prima chiarezza non c’era. Ripeto: servono garanzie assolute per ciò che è patrimonio culturale. Questo è il punto».
Servirà anche un catalogo dei beni culturali. In Italia non c’è e in passato i tentativi di realizzarlo sono andati a vuoto...
URBANI «Sì certo, serve, ma non universale perché sarebbe un’aspirazione infantile e occorrerebbero dieci anni. Al contrario, il catalogo in un paese come l’Italia dovrà dire solo ciò che non è disponibile. Può fissare delle categorie, non fare elenchi».
SETTIS «Il fatto che finora non si è provveduto ad affrontare in modo sensato il discorso del catalogo denuncia uno scollamento istituzionale tra le esigenze di bilancio del paese e la gestione dei beni culturali. Se adesso si fa, tanto meglio. Detto questo: un catalogo universale è impossibile, è vero. Ma forme di catalogo progettate, questo sì. Mi chiedo: perché non se ne può fare uno finalizzato solo alle dismissioni? Già si escludono per esempio tutti i quadri, ci mancherebbe. C’è poi un altro punto su cui non sono per niente d’accordo col ministro: le mappe del rischio. Urbani nel libro scrive che queste cose possono farle anche i giovani, con un personal computer, a casa propria, nei pomeriggi liberi dalla preparazione degli esami universitari. E’ sbagliatissimo: queste sono cose di alta professionalità».
Finora s’è avuta solo una prima radiografia dei beni pubblici realizzata dall’Agenzia del Demanio: è uscita la scorsa estate ma era scritta in cifre, secondo un elenco di speciali particelle: non ci si capiva nulla.
URBANI «Vorrei ricordare che siamo in un paese che ancora non ha un catasto degno di questo nome. E vorrei aggiungere che io personalmente non dispongo neppure di un catalogo dei beni a rischio: non so dove concentrare le priorità perché non so dove sono i rischi maggiori. Quindi, figuriamoci.... Il lavoro da fare è immenso. Per questo insisto: non pensiamo a un catalogo universale, ma ad uno che elenchi ciò che non è disponibile, diviso per categorie. Oltretutto, grazie al cielo, gli archeologi continuano a scavare, a scoprire. Al resto, alle zone grigie, penseranno i sovrintendenti che sono quasi una magistratura»
Ministro, il presidente Ciampi, nel promulgare la legge su Patrimonio, ha chiesto garanzie per la vendita dei beni e chiarezza sui bilanci. Settis scrive che l’appello è rimasto lettera morta. Lei che dice?
URBANI «Non dimentichiamo mai che su quella legge il presidente ha apposto la sua firma. Vuol dire che ne ha condiviso la legittimità e anche la sufficienza formale. Dal punto di vista sociologico mi rendo conto che chi amministra ha il dovere di farlo con il consenso dei cittadini: meglio dunque accogliere perplessità e dissensi con una norma in più. Siamo il paese dell’eccesso normativo e dei ricorsi: non posso io fare il prezioso. Seriamente: più condivisione abbiamo delle regole del gioco, meglio è».
Il ministro converrà però che la legge è apparsa come un tentativo di monetizzare immediatamente qualcosa, per far arrivare quattrini nelle casse dello Stato. Era proprio necessario fare una legge prima di dotarsi degli strumenti che ne regolano la gestione? Non è stato un danno d’immagine per il governo?
URBANI «Nessun danno. C’è stata solo, come ho già detto, una vivace polemica, per di più mal condotta».
Il concetto di far cassa però è ben evidente.
URBANI «Questo non lo nego: è l’obiettivo innovativo della legge».
Ciampi non a caso parlava anche del rendiconto: voleva cioè una cassa pulita, chiara.
URBANI «E’ semplicemente un problema di soggezione e controllo della Corte dei Conti. Punto. A questo è stato risposto in maniera puntualissima ringraziando il presidente e accogliendo il suggerimento. Il rilievo del capo dello Stato è stato un auspicio, non un diktat. Non ha detto: se non fate questo io non firmo la legge».
SETTIS «Sulla questione del far cassa o non far cassa dico solo che c’è la Costituzione e una chiara sentenza della Corte costituzionale che sancisce la priorità del valore culturale: non può essere subordinato ad altri valori, compresi quelli economici».
Ministro, tra gli oppositori della Patrimonio c’è anche la Corte dei Conti. Ha scritto che in nessun paese Ocse si riscontra una soluzione così radicale nell’affidare la gestione del patrimonio dello Stato. L’accusa è consistente e non è di parte politica. Cosa ne pensa?
URBANI «Che non è un’accusa: è una constatazione. Mi spiego: proprio secondo l’Ocse siamo al penultimo posto in materia di libertà economica all’interno dell’area perché abbiamo una dimensione enorme del patrimonio, non artistico, posseduto. Per arrivare al livello di Germania, Francia e Inghilterra dobbiamo proprio fare ciò che la Corte descrive. Ecco perché, nella mia lettura non è un’accusa, ma una constatazione di qualcosa di positivo, che per di più va fatta».
Eppure sembra lo stesso una critica...
URBANI «Non credo proprio. Se riusciamo a staccare il patrimonio artistico da quello pubblico, si capisce che la Patrimonio Spa insieme alla società Infrastrutture è stata creata per una ragione molto semplice: abbiamo un debito pubblico enorme sul quale paghiamo fior di interessi. Tutti noi cittadini, quotidianamente. Abbiamo invece un patrimonio pubblico, il che ci mette al penultimo posto in graduatoria, su cui paghiamo solo costi con ricavi irrilevanti. Le due società sono state fatte insieme perché dalla valorizzazione in senso economico dei beni pubblici - Patrimonio Spa- arrivano risorse per realizzare le infrastrutture di cui il paese ha bisogno».
Bel paradosso. Dobbiamo cioè auspicare più autostrade per avere più tutela dei beni artistici?
URBANI «Io auspico più infrastrutture per il paese che ne ha bisogno. Ma non per avere più tutela, bensì più risorse per l’amministrazione in generale. Del resto, in un contesto di risorse decrescenti o ci inventavamo questo oppure... Mica potevamo istituire la quarta giocata settimanale all’Enalotto. Era troppo».
Ora i poteri: Settis scrive che enorme è l’arbitrio del ministro dell’economia e debole la potestà del ministro dei beni culturali. Aggiunge che basteranno le vostre due firme per vendere il Colosseo. E’ così?
URBANI «Il potere di decidere una dismissione è metà per uno».
SETTIS «I giuristi da me consultati dicono che è giusta la mia interpretazione sulla suddivisione dei poteri tra lei e Tremonti. Tuttavia io non ho mai pensato che Urbani voglia vendere un bene culturale importante né che voglia farlo Tremonti, perché non voglio dire che lui è quello buono e quell’altro il cattivo. Il punto è che, al momento, la normativa non esclude che il Colosseo possa essere venduto».
La nuova legge prevede anche un canone d’uso, un affitto al valore di mercato per certi beni. Settis si chiede nel libro quali sono i prezzi degli uffizi, di Brera, del Pantheon? Si calcoleranno in base al loro uso attuale o a potenziali trasformazioni in condomini, garage, discoteche?
URBANI «Noi abbiamo il dovere di valorizzare le proprietà pubbliche sottoutilizzate. Quanto agli Uffizi, quelli non sono disponibili. Lo sono invece le biglietterie. Tutto quello che rientra nella valorizzazione del patrimonio pubblico va separato dal patrimonio artistico altrimenti è chiaro che viene fuori la domanda: affittiamo gli Uffizi? La risposta è no».
SETTIS «Forse i giuristi da me consultati non hanno capito, ma secondo loro la legge non dice qui si affittano gli Uffizi a qualcuno. Dice invece: si affittano gli Uffizi agli Uffizi. Mi spiego: lo Stato, che possiede il fabbricato in cui ha sede il museo, fa pagare agli Uffizi il prezzo dell’affitto. E lo decide Tremonti, lei stavolta non c’entra. Questo è rischiosissimo».
Ministro, Tremonti sta firmando col sindaco Veltroni un protocollo per la valorizzazione del patrimonio mentre Berlusconi ha appena affidato al Fai Villa Gregoriana a Tivoli. Siamo forse di fronte ad una strategia per tacitare le polemiche per poi un domani fare ciò che si vuole?
URBANI (scherzando) «Dovrei rispondere: come si permette?». Poi, serio: «Dietro il nostro comportamento non c’è falsità, perché altrimenti lo sarebbe anche questa nostra conversazione, qui a Repubblica con le mie dichiarazioni tranquillizzanti. Certo, è interesse di chi governa tranquillizzare, ma tacitare no»
(a cura di Elena Polidori)
Giuliano Urbani innesta la retromarcia sulla Patrimonio S.p.A.. Gaetano Benedetto, vicepresidente del Wwf, apprezza, ma con moderazione. «Siamo contenti che il ministro voglia alzare il livello di garanzia per i beni storico-artistici, stabilendo nettamente che cosa non si può vendere del patrimonio pubblico. Il governo ha sbagliato, come sostenevano tutte le associazioni ambientaliste, e siamo contenti che lo ammetta. Ma gli suggeriamo una strada più rapida rispetto a quella che indica».
Il ministro ha incaricato una commissione per riformare il Testo Unico dei Beni Culturali. E lì verrà stabilito cosa è inalienabile. Non basta?
«Il governo potrebbe inserire una norma nella Finanziaria e chiarire in che modo il ministero del Beni Culturali può esercitare il suo controllo».
Vale a dire?
«Si deve richiamare esplicitamente il regolamento Melandri, il quale esclude categoricamente che si possano vendere alcuni beni e che in genere condiziona le cessioni a obiettivi di tutela. In ogni caso le parole di Urbani ci rassicurano solo per il patrimonio storico-artistico».
Che significa?
«Resta fuori tutto il patrimonio paesaggistico, per il quale la legge Tremonti non prevede alcuna intesa con il ministero dell’Ambiente».
Che cosa la preoccupa?
«Che una volta venduta una spiaggia, bene demaniale, chi la compra ci possa costruire uno stabilimento, con una strada per arrivarci, un parcheggio e un ristorante sconvolgendo paesaggio ed equilibrio territoriale».
E’ quello che può accadere?
«Certamente. Perché mentre per un edificio storico affidato ai privati la Soprintendenza avrebbe la possibilità di controllare che uso se ne faccia e se se ne fa un uso scorretto può anche revocare la concessione, per una spiaggia non è previsto un organo che vigili».
E la legge Tremonti non dà nessuna garanzia?
«Assolutamente no».
Sullo stesso argomento leggi l’intervista a Francesco Erbani rilasciata da Salvatore Settis, “Se l’arte finisce in mano ai privati”
Visita il sito http://www.patrimoniosos.it
Italia S.p.A. si intitola il nuovo libro di Salvatore Settis (Einaudi, pagg. 149, euro 8,80). E´ un´accorata requisitoria sullo stato del nostro patrimonio artistico e sui rischi che corre la stessa identità nazionale se si usura quella parte della sua memoria.
La minaccia deriva da un inquietante paradosso, avverte Settis. Fu l´Italia a imporre nel mondo un modello di conservazione scaturito dalle corti rinascimentali e approdato, fra l´Unità e la seconda guerra mondiale, a una serie di saperi, di norme e di strutture che molti paesi, quando hanno potuto, hanno anche solo parzialmente riprodotto. Quel modello era fondato sul ruolo centrale che lo Stato si riservava nella salvaguardia. Ebbene, tutto l´impianto è ora logoro e si spegne progressivamente. E´ una lenta ritirata, promossa - ecco il paradosso - proprio dentro lo Stato, uno Stato che «confisca se stesso» (in copertina è riprodotto il sanguinolento quadro di Goya in cui Crono divora i suoi figli). Una marcia che il governo di centrodestra ha accelerato partorendo la «Patrimonio S.p.A.», la quale prende in carico tutti i beni pubblici, compresi quelli demaniali e di valenza culturale, li infila in un gigantesco catalogo immobiliare e potrebbe anche venderli.
Settis ha sessantun anni. E´ nato in Calabria, dirige la Scuola Normale di Pisa e per quasi sei anni ha guidato il Getty Research Institute di Los Angeles. E´ storico dell´arte e dell´archeologia. Lo considerano un´autorità indiscussa e da quando ha preso a lanciare i suoi appelli (anche dalle colonne di Repubblica) ha scosso un ambiente rimasto tramortito dalle iniziative del governo Berlusconi. Un po´ come ha fatto Franco Cordero per la giustizia.
Urbani, Tremonti e persino Berlusconi giurano sul loro onore che non venderanno mai il Colosseo...
«Non c´entra niente la loro personale moralità. Ma fino a ieri il nostro patrimonio artistico era per legge rigorosamente inalienabile».
E ora?
«Ora non più. Come fanno a sapere Urbani, Tremonti e Berlusconi che cosa potrebbero decidere fra cinquant´anni i loro successori? La legge che hanno approvato è chiarissima. E poi perché parlano solo del Colosseo? E´ assai poco consolante che per rimettere in sesto il bilancio o per costruire autostrade si cominci col vendere monumenti «minori»».
Ma il ministero per i Beni e le attività culturali deve autorizzare la vendita.
«E cosa cambia? Per cedere un monumento ci vorranno due firme e non solo una. Posso immaginare quale conti di più. Il ministero per i Beni culturali è stato messo ai margini e le sue strutture mortificate da una serie di marchingegni burocratici di rara inefficacia».
Urbani è riuscito a tanto?
«Non solo Urbani, per la verità. La strategia distruttiva inizia quando Gianni De Michelis inventò i "giacimenti culturali". Da patrimonio prezioso in sé e bisognoso di molte cure e molti soldi si passò all´idea che quei beni servissero a far soldi».
Ma De Michelis non era ministro dei Beni culturali.
«Appunto. Era al Lavoro. Ma questo è il sintomo di quale considerazione godesse il ministero per i Beni culturali».
Siamo nel 1986. Poi cosa è successo?
«E´ successo che sulla poltrona di ministro si sono alternate tutte mezze figure. E i Beni culturali sono diventati un residuo. Pensi che il primo concorso dopo il 1991 fu bandito solo nel 1995 e furono assunti undici, dico undici, archeologi in tutta Italia, molti meno di quanti fossero andati in pensione. Lo stesso è accaduto per gli storici dell´arte. Un dissanguamento continuo».
Qualcosa è cambiato con il centrosinistra.
«Walter Veltroni ha alimentato molte speranze. Per la prima volta un vice presidente del Consiglio su quella poltrona. Un leader nazionale. Destinare al nostro patrimonio i soldi del Lotto è stata un´ottima scelta».
Sono stati restaurati musei. Si sono allungati gli orari di apertura.
«E´ vero. Ma la riforma voluta da Veltroni aggiunse ai "beni" le "attività" culturali, lasciando intendere che bisognava rimpolpare il magro carnet de bal del ministero. E anche che le mostre erano più importanti dei musei».
E che le piazze erano più belle se ospitavano i concerti.
«Certamente. Poi si sono aggiunte le competenze sullo sport e lo spettacolo, si sono moltiplicate le direzioni generali, si è spezzettata l´amministrazione. Nel frattempo montava la retorica del privato».
In che senso?
«Nel senso che si è ritenuto che i privati potessero fare più e meglio di un´amministrazione che lentamente si smantellava. Si è cominciato con la legge Ronchey, che però si limitava alle caffetterie e alle librerie nei musei, senza intaccare nulla di essenziale. Ma poi si è andati molto, molto oltre».
Fino a dove?
«Si è allungata la lista dei servizi concessi ai privati: le guide, l´assistenza didattica, l´organizzazione di mostre. Tutte attività che negli altri paesi europei sono affidate all´amministrazione, perché si ritiene che siano strettamente legate alla conoscenza e alla tutela».
Altro?
«Certo. Le fondazioni. La legge Bassanini e alcuni decreti hanno trasformato in fondazioni enti dello Stato, enti di ricerca importanti, consentendo per esempio la privatizzazione dell´Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell´Arte di Palazzo Venezia a Roma. Privatizzazione promossa dal centrosinistra e attuata da Urbani. Prima si è lasciato che annaspasse, poi lo si è separato dalla sua biblioteca e proprio mentre in Francia si fondava una struttura analoga - siamo nel 1997, il nostro istituto fu fondato quando ministro era Benedetto Croce - invece di rilanciarlo è finito ai privati».
Mi perdoni. Lei per chi vota?
«Per il centrosinistra. Ma che vuol dire? La sinistra è stata affetta da un deficit culturale, che mi auguro comprenda, dichiarando di voler invertire la rotta. La gente capirebbe. I governi di centrosinistra hanno pensato di fare venti per evitare che la destra facesse cento. Senza rendersi conto che la destra sta facendo cento trovandosi il venti già fatto. Ma guardi che anche a destra ci sono molte personalità che contrastano questa svendita dello Stato».
Un´altra suggestione maniacale sembra il fascino suscitato dai musei americani. Lei li conosce. Sono un esempio?
«No. Qui scontiamo una forma di genuflessione culturale. In America andiamo a pescare modelli astratti, l´università, per esempio, scartando uno dei tratti più positivi di quella società, che è la capacità di autocritica. Noi pensiamo che l´ideologia del mercato presupponga uno Stato leggerissimo: niente di più falso negli Stati Uniti».
Restiamo ai musei.
«I musei americani funzionano benissimo. Ma non hanno alcun nesso storico o culturale con il territorio che li ospita. Se un museo di Los Angeles vende un quadro di Tiziano non toglie nulla alla storia della California. Se le Gallerie dell´Accademia di Venezia cedessero un Carpaccio mutilerebbero la storia della città e di tutta l´Italia. Il nostro patrimonio culturale è storicamente un insieme il cui collante non saprei definire meglio che "tradizione nazionale", "identità nazionale". Questo è il modello italiano formato nei secoli. E per questo lo Stato ha conservato un ruolo cruciale di tutela, sia che il patrimonio sia pubblico, sia che il patrimonio sia privato».
Ma i musei americani, si dice, potrebbero essere esempio di buona conduzione. O no?
«Anche qui: ma si sa di cosa si parla? Il Metropolitan o il Getty sarebbero in passivo se potessero contare solo sui biglietti (al Getty, oltretutto, si entra gratis) o sui ristoranti o sui gadget. Le spese del Getty vengono ripianate dal patrimonio di cui è dotato il museo e che viene oculatamente investito producendo profitti. Al Metropolitan pensano il Comune di New York e le donazioni private. Gli Uffizi o Capodimonte hanno questi fondi? Dove stanno i privati disposti a questi esborsi? E poi, scusi, perché mai dovrebbe valere per l´Italia il modello americano se i direttori del Getty, del Metropolitan e di altri musei hanno firmato un appello contro le ipotesi di privatizzazioni previste l´anno scorso dal governo Berlusconi?»
Secondo lei è stato un bene aver distinto, perfino nella riforma di un articolo della Costituzione, la tutela del patrimonio attribuita allo Stato e la gestione del patrimonio alle Regioni?
«E´ un pasticcio che produce effetti destabilizzanti. Tutela e gestione sono due momenti connessi di un unico processo: la ricerca e la conoscenza del bene da tutelare e da gestire. Per misteriose ragioni qui non ha funzionato il modello americano, dove chi tutela gestisce. Prenda il deposito di un museo: chi decide quale anfora tirare su dal magazzino per esporla? Chi tutela o chi gestisce?»
Questo sistema apre ulteriori varchi ai privati?
«Questo non lo so. So però chi se ne avvantaggia».
Chi?
«Gli avvocati, perché fioccheranno mille contenziosi, con il risultato di paralizzare tutto. Qualche giorno fa il Consiglio di Stato ha bocciato Urbani: vedrà, andremo avanti così».
Avanti così con «i talibani a Roma», come ha intitolato il suo primo capitolo?
«Per la verità quel titolo l´ha coniato la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ed è appropriato. Mai come ora il nostro patrimonio è minacciato. Mai, neanche quando Napoleone spogliò molti musei italiani. Io credo che capiremo presto da questo governo se lo Stato, come Crono, continuerà a divorare i propri figli o se, come ancora mi auguro, capirà che così facendo ucciderà se stesso».